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Come ti schedo i rom, nonostante il no Ue

Manifesto – 28.6.08

 

«Coinvolgere i rom non perseguitarli come nel fascismo»

Giacomo Russo Spena

«La discriminazione contro di noi è accettata e condivisa, non fa neanche più scandalo». Eva Rizzin, trentenne nata ad Udine, è una delle tante sinte italiane. «Stiamo qui dal 1400 - precisa - Nomade è infatti un termine improprio, la maggior parte di noi è sedentaria». Laureata con una tesi sulla sua comunità e dottorata sui fenomeni dell'antiziganismo, oggi lavora con l'associazione articolo 3, un gruppo che difende «tutte le minoranze discriminate». Rom, ebrei, omosessuali e migranti. Che ne pensa della proposta di Maroni di schedare con le impronti digitali i bambini dei campi? Mi inorridisce. E' una proposta demagogica, discriminante, persecutoria. Di stampo razzista. Ci riporta indietro nella storia: durante la II guerra mondiale sono stati sterminati dai nazisti dai 400 ai 600 mila rom e sinti. Per motivi razziali siamo stati seviziati, gasati nei campi di concentramento e usati come cavie per esperimenti medici. Solo perché «zingari». Eravamo indegni di esistere. E l'Italia ha contribuito a questo massacro: già nei primi anni del regime fascista infatti è iniziata la persecuzione dei rom. Oggi ci risiamo. Con leggi non molto diverse. Ma il ministro dice che il suo intervento è mirato a tutelare i bambini. Macché. Lui alimenta solo quell'antiziganismo che nel paese ha raggiunto livelli drammatici. Dal 2005 c'è stata un'escalation incredibile: tra sgomberi dei campi, episodi di violenza gratuita come Napoli, per finire ora alla negazione dei diritti. Mi auguro che quella di Maroni sia solo una provocazione senza seguito, perché proposte del genere possono minare la sicurezza di tutti. Sono altri gli strumenti per risolvere delle problematiche realmente esistenti. Che pensa delle tante le voci sollevate contro la sua ordinanza? Mi confortano. C'è bisogno di unità e sostegno in questa fase: qualsiasi persona a prescindere dalle appartenenze deve manifestare oggi il proprio dissenso. Se crede nello stato di diritto e nei valori della democrazia. Lancio una campagna provocatoria: chiedere a tutti gli adulti di affiancare i bambini dando anche loro le impronte digitali. Sarebbe un forte segnale politico. Poi spero che le indignazioni degli organismi italiani e internazionali facciano cambiare idea al governo. Esistono strumenti finanziari e normativi dell'Unione Europea, capaci di trovare le giuste soluzioni. Basterebbe applicarli. Ma l'Italia non lo fa. Interventi di che tipo? Sono previsti servizi di mediazione interculturale in collaborazione con enti locali e istituzioni. Inoltre si stabiliscono dei diritti primari da dare ai rom, come la casa e l'istruzione. In Italia invece la gente si indigna per le condizioni disumane in cui crescono i bambini nei campi, senza far pressioni per trovare loro una soluzione alternativa. Un giusto alloggio. I campi nomadi infatti sono un'invenzione tutta italiana: la maggior parte di noi vuole il rispetto del diritto all'abitare. Esiste però un problema di bambini che non vengono mandati a scuola. Solo in piccola parte. Quelli che non ci vanno sono impossibilitati. Tra sgomberi forzati, comportamenti discriminatori e barriere, come la sostenibilità dei costi e la distanza dell'istituto, la scuola diventa impossibile. Comunque la maggioranza dei bambini inizia il ciclo formativo. La scolarizzazione è una chiave importante per l'emancipazione delle future generazioni. Ma bisogna costruire una scuola che riconosca la cultura dei bambini sinti: nelle classi esistono tuttora forme di segregazione. Ha delle ricette per contrastare le politiche razziste del governo? Politiche efficaci si ottengono solo creando una relazione coi rom e sinti. Come suggerisce l'Europa. Invece c'è un'assoluta ignoranza su di noi: si pensa che il furto e l'accattonaggio siano caratteristiche della nostra cultura. Assurdo. Conoscenza, confronto, dialogo e partecipazione sono gli strumenti per sconfiggere i pregiudizi. In questo momento esiste un forte attivismo delle comunità rom, ripartiamo da lì.

 

Come ti schedo i rom, nonostante il no Ue - Stefano Milani

Dopo la bocciatura del Garante della privacy arriva anche il monito di Bruxelles contraria alla schedatura di massa dei bambini rom, con relativa impronta digitale, proposta dal ministro Maroni. La Commissione europea non commenta ufficialmente quello che al momento, dice, sono ancora «dichiarazioni» di politici. Tuttavia, replicando alle domande di alcuni giornalisti, Pietro Petrucci, portavoce del commissario europeo alla Giustizia Jacques Barrot, annuncia che la schedatura non è comunque possibile secondo le regole Ue e che «non è mai accaduto finora in uno Stato membro». Contrario anche il Consiglio d'Europa. «Sono molto preoccupato - ha fatto sapere Thomas Hammarberg, che del Consiglio è il commissario ai diritti umani - questi sono metodi che richiamano misure prese nel passato e che hanno portato alla repressione dei rom». La replica del Viminale non si è fatta attendere ed è tutta in una nota nella quale si precisa che «la decisione di eseguire rilievi fotodattiloscopici con modalità informatiche nei riguardi di cittadini stranieri» è stata presa anche «sulla base del regolamento del Consiglio dell'Unione Europea, n. 380 del 18 aprile 2008», che prevede «l'obbligo di rilevare le impronte digitali ai cittadini dei Paesi terzi (per i permessi di soggiorno) a partire dall'età di 6 anni». Ma un conto è la schedatura coatta e indiscriminata di un qualunque minore e un altro è la richiesta dei suoi dati personali, con relative impronte e foto, per la richiesta del permesso di soggiorno. L'Europa resta comunque cauta: «Si tratta solo di un annuncio e noi non commentiamo annunci. Parliamo solo quando siamo di fronte a un fatto concreto, a un atto giuridico dello Stato membro». Ma l'atto giuridico già ci sarebbe. Ed è nero su bianco nell'ordinanza n. 3676 firmata dal premier Berlusconi nel consiglio dei ministri dello scorso 30 maggio. Tra i compiti dei prefetti di Roma, Milano e Napoli nominati commissari straordinari all'emergenza dei campi nomadi, c'è anche quello, si legge, dell'«identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei campi nomadi attraverso rilievi segnaletici». Ed è su queste due ultime parole che si gioca la partita. Perché i «rilievi segnaletici» possono dare adito a numerose interpretazioni. Che vanno dalla semplice registrazione dei dati - nome, cognome e cittadinanza di tutti gli abitanti del campo nomade - fino alle fotosegnaletiche e ai rilievi dattiloscopici (le impronte digitali) e perfino, quando sarà attiva la banca dati del dna inserita nel «pacchetto sicurezza», alla rilevazione del codice genetico. Sarà dunque discrezione dei prefetti-commissari, usare gli strumenti che ritengono più opportuni. A Roma, ad esempio, il prefetto Carlo Mosca proprio ieri si è detto contrario all'utilizzo delle impronte. «Nell'opera di censimento che andremo a effettuare non prenderemo impronte ai bambini», ha assicurato durante un incontro con gli studenti universitari di Roma Tre. «Il lavoro che intendo portare avanti come Commissario straordinario - ha proseguito - prevede uno studio attento e qualificato della situazione dei senza territorio presenti in città che va dalla presa di contatto con i rappresentanti delle comunità Rom al dialogo con le associazioni che ci sono nei singoli territori». Strada diametralmente opposta verrà intrapresa dal suo collega di Milano, il prefetto Gian Valerio Lombardi che oltre a sposare in pieno la proposta Maroni, rilancia. «Nessuna novità - dice - questa delle impronte, le norme già in vigore consentono il fotosegnalamento per chi non riesce a dimostrare la propria identità, siano anche minori». Il prefetto fa riferimento, citandola, alla legge 633 del 22 aprile 1941 che prevede, per chi non è in grado di dimostrare la propria identità, la fotosegnalazione. Legge di stampo fascista che riguarda soprattutto le censure e i diritti d'autore di riproduzioni fotografiche, poi servita anche per integrare in questo campo il famigerato Codice Rocco. E usata soprattutto per schedare categorie di persone mal digerite al regime come appunto i rom, gli ebrei e gli oppositori politici. A Napoli si è invece scelta una terza via: sì alle impronte e alle fotosegnaletiche ai minori ma solo a chi ha più di 14 anni. E' infatti con queste modalità, secondo fonti ufficiose, che sarebbe già partito da una settimana il «censimento» dei campi nomadi partenopei, coordinati dal prefetto Alessandro Pansa insieme alla Croce rossa.

 

Berlusconi, ecco lo «scudo» per una serena vecchiaia

ROMA - Non c'era nell'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di ieri ma Silvio Berlusconi l'aveva annunciato. Ed ecco lo «scudo Berlusconi». Non un decreto ma un disegno di legge, due articoli e un solo obiettivo: fermare i processi al presidente del Consiglio. E' lui l'unica delle quattro alte cariche dello stato che beneficeranno della nuova legge sull'immunità, che non si può chiamare «lodo» perché nessuna intesa con le opposizioni appare possibile. Né il presidente del senato Schifani, né il presidente della camera Fini, né il presidente della Repubblica Napolitano che è il meno entusiasta del provvedimento e che è riuscito soltanto ad evitare che il governo tentasse la via del decreto, nessuno di loro tre ha processi in corso. Berlusconi sì, con una sentenza in arrivo nel processo Mills dove lo si accusa di corruzione in atti giudiziari. Rischia sei anni di carcere e l'interdizione dai pubblici uffici. Lo «scudo», firmato dal fedele ministro della giustizia Alfano, che il Consiglio dei ministri ha approvato ieri all'unanimità inizierà la sua corsa in parlamento il 28 luglio alla camera. Data già fissata prima ancora che il governo lo presentasse («preannunziato» è scritto nel calendario dei lavori che il presidente Fini ha fatto approvare). Così l'ultima settimana di lavoro a Montecitorio prima della pausa estiva è già blindata per essere dedicata agli affari urgenti del primo ministro, che spera di chiudere in bellezza con la legge che deve proteggerlo dalle procure approvata almeno in un ramo del parlamento. Fare prima non si poteva, perché la camera sarà impegnata con la conversione in legge del decreto sulla sicurezza, lì dove c'è un'altra norma fondamentale per il destino di Berlusconi: l'emendamento blocca processi che dovrebbe tenere ferma la sentenza Mills. Fino all'entrata in vigore dello scudo che libererà il cavaliere da ogni fastidio con la legge. Praticamente a vita se dovesse riuscirgli il salto da palazzo Chigi al Quirinale: tornerebbe ad essere processabile nel 2020, a 84 anni. Il disegno di legge approvato ieri infatti prevede che tutti i processi penali a carico di una delle prime quattro cariche dello stato «sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione». La sospensione non è reiterabile ma, da come è scritta la legge, solo nell'ambito della stessa carica. La sospensione è totale. «Si applica - detta il ddl - anche ai processi penali per fatti antecedenti all'assunzione della carica o della funzione». E' il caso di Berlusconi. Per i reati «funzionali», quelli commessi nell'ambito dell'esercizio della funzione, resta la procedura prevista dalla Costituzione. E per cercare di superare la bocciatura della Consulta il nuovo disegno di legge aggira i vincoli posti dalla precedente bocciatura costituzionale del «lodo Schifani». Non si parla più di «improcedibilità» ma solo di sospensione. La garanzia non è più reiterabile. L'imputato può rinunciare così che sia garantito anche in astratto il diritto di difesa. Le vittime dei reati potranno proseguire la loro azione civile. Il giudice potrà comunque acquisire prove fondamentali - per esempio interrogando l'alta carica dello stato anche se protetta dall'immunità per consentire comunque al processo di andare avanti per gli altri imputati. Infine è stato escluso dall'elenco dei beneficiari dello scudo il presidente della Corte costituzionale perché, argomentò la Consulta nel precedente giudizio, non gode di un'autorità superiore agli altri giudici costituzionali e non è un eletto dal popolo, nemmeno indirettamente (come lo sono sia il capo dello stato che i presidenti delle assemblee e persino, almeno formalmente, il capo del governo). «O faccio il premier o mi dedico ai miei processi», questi gli argomenti usati da Berlusconi ieri durante il Consiglio dei ministri per motivare i ministri - senza che ce ne fosse davvero bisogno - a licenziare con urgenza lo scudo. La fretta ha fatto scomparire dal calendario dei lavori parlamentari l'altro disegno di legge sulla giustizia, quello sulle intercettazioni. Priorità alle norme blocca processi, scudo e prima ancora decreto sicurezza. Il ministro Alfano che a dispetto degli eventi tenta ancora di presentarsi come un moderato aperto al dialogo ha detto che sul nuovo disegno di legge spera di ottenere «un ampio consenso parlamentare». Praticamente impossibile. Se Di Pietro ha subito annunciato un referendum abrogativo e ha chiamato alla piazza - l'8 luglio, con l'ex pm oltre a Beppe Grillo ci sarà almeno un pezzo del partito democratico - anche la risposta di Veltroni è stata di netta chiusura. Non sul principio, anche il Pd adesso è favorevole al fatto che quattro cittadini vengano tenuti al di sopra del principio di eguaglianza di fronte alla legge. Ma le tre condizioni poste da Veltroni per approvare lo «scudo» sono tutte irricevibili per Berlusconi: fare un disegno di legge costituzionale, renderlo applicabile solo dalla prossima legislatura e cancellare la norma blocca processi.

 

L'immunità diseguale - Gianni Ferrara

Non so se ci sia stato mai, nell'Italia repubblicana, qualche presidente del consiglio, qualche ministro, qualche deputato o qualche senatore che abbia pensato che il voto popolare lo immunizzasse da ogni responsabilità, penale, civile, contabile. È molto probabile che qualche pensierino qualcuno dei cittadini investiti di una di queste cariche lo abbia avuto, ma «de futuro», «de iure condendo», come diciamo noi giuristi. Mai, credo, che lo abbia seriamente coltivato. E non perché l'ufficio ricoperto lo elevasse d'incanto ad apostolo delle virtù repubblicane, ma per paura del ludibrio, o del ridicolo. Sante misure, queste, per far sì che le pubbliche virtù, se non sentite, non siano però vilipese. Ma da quindici, dieci anni a questa parte, l'elezione a cariche pubbliche viene considerata come immunizzazione, per cui perseguire un reato equivale ad «arrestare la democrazia» qualora l'indiziato o l'imputato è un deputato divenuto poi presidente del consiglio e... magari aspirante, al termine della legislatura, alla carica più alta della Repubblica. Accade esattamente questo nel nostro sfortunato Paese. Accade che un deputato, imputato del reato di corruzione in atti giudiziari, divenuto Presidente del Consiglio, nel timore di essere condannato - il che induce a pensare che la sua innocenza non sia proprio così evidente, ineccepibile, indiscutibile - mobiliti governo, parlamento, presidenza della Repubblica, magistratura, cioè potere esecutivo, potere legislativo, potere giudiziario, interi apparati dello stato in un'azione combinata che impedisca che il processo che lo vede imputato si concluda. E per non farlo concludere, si dispone che si sospendano niente meno che migliaia e migliaia di processi, si comprimano quindi migliaia e migliaia di diritti di ogni genere, all'onore, alla libertà personale, al riconoscimento o al risarcimento di diritti e interessi economici offesi, per permettere all'onorevole Berlusconi di ottenere che una legge promossa dal governo che presiede, lo esenta dal rispondere penalmente per atti o fatti commessi prima di accedere alla carica pubblica. Per fatti privati, quindi, determinati da interessi privati e per i quali si incorre in responsabilità penali. Se il primo dei due interventi legislativi in corso di approvazione, quello della sospensione di migliaia e migliaia di processi, lede, insieme ai diritti delle parti dei processi, il principio della obbligatorietà dell'azione penale, della giusta durata dei processi, dell'autonomia della magistratura nel determinare l'ordine della trattazione dei processi stessi, il secondo intervento, Schifani-bis o come altro lo si denomini, viola il principio di eguaglianza più volte. Colloca in posizione privilegiata i titolari di quattro cariche pubbliche e lo viola perciò nei confronti di tutti i cittadini. Ma non basta. Tre titolari di dette cariche lo sono in quanto presiedono organi collegiali, quali si configurano le due Camere del Parlamento e il Consiglio dei ministri. Sono cioè primi sì, ma inter pares, tra eguali. E la stragrande maggioranza dei loro atti sono collegiali, a conferma della parità di posizione di tali pares. Perché ai primi si offre tale immunità e ai pares non la si offre? Il secondo intervento, viola quindi il principio di eguaglianza anche secondo tale profilo. Due principi fondanti furono posti alla base della nostra Costituzione, quello di eguaglianza e quello di libertà. Violato l'uno, l'altro non può reggere da solo l'intero ordinamento.

 

Addio asse del male. La misteriosa svolta di Washington - Marina Forti

Hanno fatto il giro del mondo le immagini della demolizione della torre di raffreddamento del reattore nucleare di Yongbyon, in Repubblica popolare di Corea: le autorità nordcoreane hanno invitato le grandi reti televisive del mondo intero a filmare l'evento, che dovrebbe testimoniare dell'impegno a disarmare il loro programma nucleare. Invito raro, per un regime di solito restìo a mostrarsi al mondo. Discende direttamente dall'annuncio della vigilia: giovedì il governo di Pyongyang ha consegnato a Pechino una dichiarazione completa delle sue attività nucleari, come previsto nell'ambito dei negoziati a sei parti per il disarmo nucleare della penisola coreana (le parti sono le due Coree, Cina, Stati uniti, Giappone e Russia). Poche ore dopo, il presidente George W. Bush ha annunciato che toglierà la Corea del nord dalla sua lista di stati «sponsor del terrorismo» e con cui è vietato commerciale (secondo la «Trade with enemy Act», che ora si applica dunque solo a Cuba). La Corea del Nord insomma è uscita dal vecchio «asse del male». Per la verità, l'impianto di Yongbyong il reattore principale dell'impianto era già in via di smantellamento. Quella che abbiamo visto alla tv è dunque una scena teatrale? «Non direi. Quell'esplosione segna la fine del principale impianto di produzione di plutonio di cui disponeva la Corea del Nord», risponde Maurizio Martellini, fisico nucleare ed esperto del Landau network, che conosce da vicino la storia dei negoziati internazionali con Pyongyang. «Certo, c'è una certa mediaticità in quelle immagini, ma sono un segnale importante. E' anche vero che la torre può essere ricostruita con facilità, ma il punto è che il reattore è in via di smantellamento: è ciò che conta». Riassumiamo. L'impianto di Yongbyon è composto da tre parti: un reattore sperimentale da 5 megawatt («da cui stanno togliendo le barre di combustibile»), l'impianto di riprocessamento, un reattore tipo Magnox, cioè quello in cui viene effettivamente prodotto il plutonio, e l'impianto di fabbricazione delle barre di combustibile nucleare. La Corea del nord ha accettato di smantellare il tutto. «Preciso: smantellare, non distruggere. In teoria le autorità nordcoreane potrebbero rimettere insieme i pezzi, anche se in pratica la cosa richiede un certo tempo. Secondo gli accordi, distruggere in modo irreversibile gli impianti di produzione del plutonio sarà l'oggetto di un'ulteriore fase dei negoziati». I negoziati di cui stiamo parlando sono quelli cominciati con fatica nel 2005, cioè due anni dopo che la Corea del nord aveva rotto con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, costretta a ritirare i suoi ispettori e le sue telecamere di controllo dall'impianto di Yongbyon. Nel settembre 2005 la prima svolta negoziale, molto voluta dalla Cina: le sei parti firmano un accordo per la «denuclearizzazione della penisola di Corea» (in cui si sono due stati che non hanno mai firmato un vero trattato di pace dopo la guerra degli anni '50). Pyongyang si impegna ad «abbandonare tutte le armi nucleari e i programmi atomici esistenti»; in cambio, si sarebbe discusso di fornirle due reattori civili, del tipo Lwr (ad «acqua leggera») per produrre energia. Le cose sono andate a rilento da allora, non ultimo perchè nel frattempo gli Stati uniti avevano bloccato i beni nordcoreani in una banca di Macao. Nel febbraio 2007 la seconda «svolta»: la Corea del Nord accetta di fermare il reattore di Yongbyon in cambio di una prima fornitura di 50mila tonnellate di carburante (Heavy fuel oil, Hfo). Poi nell'ottobre 2007 un'ulteriore «svolta»: Pyongyang accetta di smantellare l'intero impianto di Yongbyong e fornire tutte le informazioni relative (è la «fase due»), in cambio di forniture di carburante (in totale dovrà ricevere 1 milione di tonnellate di Hfo equivalente), e della promessa di uscire dalla lista dei «paesi canaglia». Tutto procede come previsto, a quanto pare. Restano parecchie domande, però. La prima, e principale: perché l'amministrazione Bush ha così clamorosamente cambiato atteggiamento verso la Corea del Nord? Infatti all'inizio del negoziato, nel 2005, la linea era tutto o niente: o Pyongyang accetta come precondizione di rinunciare al suo programma atomico, o non si tratta neppure (proprio quello che oggi l'amministrazione Bush dice all'Iran, ndr). In seguito però il Dipartimento di stato Usa, con la segretaria Condoleezza Rice e il suo negoziatore per la Corea, Christopher Hill, hanno adottato la politica detta «action for action», una cosa in cambio di un'altra, passo per passo. «Cosa li ha spinti a cambiare registro? Ci sono di sicuro elementi che il mondo non conosce, ma possiamo fare qualche ipotesi», risponde Martellini. «Primo: la Corea del Nord è un paese isolato, povero e con un'economia fragile, ma ha un forte protettore nella Cina. E Pechino ha investito molto nel negoziato coreano: l'amministrazione Bush, se avesse mantenuto la sua linea di non dialogo, si sarebbe trovata in rotta di collisione con la Cina. Secondo elemento: il test nucleare dell'ottobre 2006. In effetti è solo dopo quel test che Washington ha cambiato atteggiamento». Il test nucleare nordcoreano in effetti è stato a lungo soppesato dagli esperti, certamente ha presentato dei problemi tecnici (l'esplosione non ha raggiunto un kilotone), ma ha comunque dimostrato che Pyongyang ha raggiunto una capacità militare. E con questo,le regole del gioco sono cambiate. (Pare alla fine del 2006 la decisione di cambiare approccio sia stata sollecitata da Rice al presidente Bush tagliando fuori le altre agenzie, a partire dal Pentagono). Gli esperti, e soprattutto i critici di questa strategia di negoziato, fanno notare che molti problemi restano aperti: quanto plutonio ha la Corea del nord, quali meccanismi per verificare lo smantellamento degli impianti? «Secondo le stime dell'intelligence americana, quando si è insediata la prima amministrazione Bush i nordcoreani avevano plutonio necessario a due o tre bombe», spiega Martellini: «Dopo aver cacciato l'Aiea, hanno accelerato e ora potrebbero averne abbastanza per farne tra 6 e 10. Certo, dipende da quanto "puro" è il plutonio. In ogni caso, l'intelligence Usa faceva stime tra 40 e 60 chili; ora si conferma la stima più bassa, già in novembre Pyongyang aveva dichiarato di averne 37 chili». Le verifiche? «Non sono un vero problema. I nordcoreani hanno acconsentito a controlli abbastanza intrusivi, e poi prima o poi torneranno gli ispettori dell'Aiea». I critici dell'amministrazione Bush sottolineano però che tutto questo riguarda solo l'impianto di Yongbyong: nessun obbligo è stato imposto alla Corea del nord riguardo ad altri impianti, quelli in cui presumibilmente ha prodotto gli ordigni atomici. Né è stato chiarito il punto della «proliferazione» (hanno dato o no conoscenze nucleari alla Siria?), e neppure quello dell'uranio arricchito: nel 2002 l'amministrazione Bush aveva rotto il dialogo con la Corea del nord accusandola di aver violato gli accordi del 1994 e aver segretamente cominciato ad arricchire uranio (molti esperti lo considerano un tragico errore: ha permesso a Pyongyang di sottrarsi a ogni controllo per anni). «Sì, queste sono le accuse dei falchi», commenta martellini: «Ma la cosa importante, per la non-proliferazione, è che gli impianti di produzione di plutonio, cioè del materiale bombabile, siano smantellati. Il resto verrà dopo, sarà oggetto di misure di "costruzione della fiducia", di vincoli politici: è quella che si chiama "diplomazia nucleare", ed è la via migliore».

 

Labour in bancarotta Il sindacato non paga - Marco d'Eramo

LONDRA - Non bastava la disfatta clamorosa alle elezioni comunali di maggio, un voltafaccia disonorante sul ritiro delle truppe in Iraq, una legge liberticida contestata persino dai conservatori, tassazioni imposte e poi revocate, dossier segreti lasciati in scompartimenti di treni, dischi memoria con milioni di dati riservati spariti nel nulla. All'anno nero del Labour mancava pure la minaccia di bancarotta fraudolenta, che fra pochi giorni potrebbe persino mandare in prigione il primo ministro Gordon Brown e altri dirigenti del partito. Tutto nasce con lo scandalo scoppiato nel 2006, quando si scoprì che prima della campagna elettorale il Labour aveva ottenuto falsi prestiti per 14 milioni di sterline (allora 21 milioni di euro). Ora quei debiti stanno arrivando al pettine e il partito deve restituire entro il primo luglio quattro prestiti per 7,45 milioni di sterline. La cifra è rilevante, perché il Labour riceve in tutto annualmente 19 milioni di sterline. Ma la cifra non dice tutta la verità perché il debito totale del Labour, compresi interessi e altri prestiti non ancora contabilizzati, potrebbe aggirarsi sui 24 milioni di sterline. Il problema è che lo statuto del Labour, simile a quello di un piccolo circolo sportivo, come un club campagnolo di cricket, non protegge i suoi dirigenti dalla responsabilità diretta in caso di bancarotta. Ecco perché gli esponenti laburisti sono impegnati in un duplice tour de force, ma senza grandi probabilità di successo. Il primo è il tentativo di cambiare a tempo di record lo statuto del partito, ma mancano i tempi tecnici, perché per emendarlo e ratificare i cambiamenti bisogna indire un congresso generale e poi seguire l'iter burocratico. Il secondo tentativo è politico: la dirigenza sta elemosinando un aiuto dai sindacati, le Trade Unions, perché ripianino il debito. La richiesta è di per sé problematica proprio perché a farla è il New Labour, dove l'accento va posto su New. Vale forse infatti la pena ricordare che il rapporto tra partito e sindacato è il nodo che differenzia le due grandi tradizioni del movimento operaio europeo. Nei socialismi latini, il soggetto egemone era il partito politico di cui il sindacato era considerato solo la «cinghia di trasmissione sociale», mentre invece nelle socialdemocrazie nordiche il soggetto principale era il sindacato di cui il partito era considerato solo la «cinghia di trasmissione politica». Ora la rottura con il «vecchio» Labour da parte del New Labour di Tony Blair e Gordon Brown consistette proprio nel tagliare il cordone ombelicale che per un secolo aveva legato Labour e Trade Unions. Questa rottura nasceva dalla constatazione del declino giudicato irreversibile del sindacalismo britannico cui Margaret Thatcher aveva inflitto una sconfitta irreparabile sgominando il lunghissimo sciopero dei minatori del carbone tra il marzo 1984 e il marzo 1985. Da quel momento la sindacalizzazione del paese non ha fatto che diminuire. I numeri evidenziano la drammaticità del declino: da 10,8 milioni di iscritti nel 1985 a 7,4 venti anni dopo, con una perdita di 3,4 milioni, un terzo del totale. E ancora non basta per rivelare tutta la gravità del crollo sindacale, poiché la perdita di iscritti è avvenuta quasi tutta nel settore privato, dove - eccezion fatta per qualche nicchia ancora protetta - ormai i sindacati sono quasi irrilevanti (solo il 16,6% dei dipendenti nel privato sono oggi sindacalizzati, meno di uno su sei), anche per la concomitante deindustrializzazione subita dalla Gran Bretagna dove gli occupati nell'industria manifatturiera sono nel frattempo passati da 4 milioni e mezzo a meno di 3 milioni. Le Unions si sono così essenzialmente ridotte a sindacati della funzione pubblica, dove il 60% circa è sindacalizzato (tre su cinque), con tutti i problemi che ne conseguono per l'identità stessa sindacale che rischia di appiattirsi a organismo del parastato. Così, nella metà degli anni '90 il New Labour considerò che era tempo di allentare il rapporto col sindacato e di annodare nuovi, più stretti legami con la City, il mondo della finanza che nel frattempo stava diventando il settore trainante di tutta l'economia britannica. Non stupisce perciò se da allora le relazioni tra Trade Unions Council (Tuc) e Labour si sono parecchio raffreddate, anche se secondo il direttore di Prospect, David Goodhart, il peso delle Unions sul laburismo è ancora forte: porta a esempio le clausole protettive nei contratti di lavoro precario. Dopo undici anni di blairismo ideologico, l'idea quindi di mendicare soldi dal Tuc prende tutta l'aria di Enrico IV che va a Canossa col capo cosparso di cenere, senza per altro la prospettiva di ottenere gran che. Infatti alcuni dei più importanti sindacati del Tuc hanno posto all'ordine del giorno dei loro prossimi congressi una mozione per disaffiliarsi dal Labour Party: così hanno deciso Unison (potentissimo sindacato del settore pubblico), i Communications Workers Union e Gmb (630.000 iscritti, forte tra i dipendenti comunali). Se queste mozioni saranno votate, non solo il Labour non otterrà nessun aiuto ma sarà privato dei 4 milioni di sterline che gli iscritti a questi sindacati gli versano come contributo ogni anno (e che costituiscono più di un quinto del totale delle donazioni ricevute dal partito). Come se tutto questo non bastasse, la minaccia di bancarotta per il Labour incombe nel peggiore momento possibile, quando la recessione si abbatte già sull'economia britannica, l'inflazione erode il potere d'acquisto e i sindacati devono far fronte a un drammatico degrado delle condizioni di vita dei propri iscritti. L'inflazione ufficiale sarà del 4% quest'anno, ma l'indice dei prezzi al dettaglio è del 4,3%. In realtà queste cifre edulcorano la gravità della situazione per gli strati più bassi della popolazione: le voci di alimentari, riscaldamento, bollette di energia e benzina pesano in proporzione molto più sul bilancio delle famiglie a reddito modesto che su quelle dello strato agiato, e quindi per l'oro l'inflazione è molto più pesante. Da dieci giorni a questa parte la stampa agita lo spauracchio di un clima anni '70 in cui l'inseguimento tra salari e costo della vita aveva messo in ginocchio l'economia (o almeno così racconta la vulgata dominante). Così recitava un titolo d'apertura del molto sussiegoso The Times: «Incombe una nuova era di scioperi, col costo della vita che s'impenna». E infatti i dirigenti sindacali ripetono all'unisono che «nessuno vuole vedere tornare gli anni '70» e però nel frattempo si lasciano aperti la possibilità di scioperare. In questo clima, la questua del partito di governo apre un varco per il Tuc che nelle trattative di questi giorni pone condizioni politiche alla concessione di prestiti. In questa direzione vanno i rifiuti di aiuto finanziario già opposti da molti leader di federazioni sindacali: il braccio di ferro è iniziato. Da un lato, per la prima volta i sindacati dispongono di una leva, di un'arma rilevante nei confronti del governo; dall'altra il governo minaccia di usare la Banca centrale come deterrente se i sindacati avanzeranno esigenze «eccessive»: «Se voi volete aumenti salariali troppo forti, la Banca centrale alzerà i tassi d'interesse che faranno rallentare ancor più l'economia aumentando disoccupati ed erodendo ancor più il potere d'acquisto». Il problema è che il settore pubblico è anomalo perché, a differenza dell'industria dove gli aumenti salariali si ripercuotono subito sul prezzo dei beni prodotti, nel pubblico la crescita dei salari non si riflette automaticamente in un aumento dell'inflazione (visto che la maggior parte dei servizi erogati dai servizi pubblici sono gratuiti). Si riflette invece in un aumento del deficit pubblico, area in cui già ora il governo Brown è messo male perché ha sforato la soglia del 3% del Pil, e quindi il suo margine di manovra è ristretto. Per il momento i lavoratori pubblici sono meno protetti dall'inflazione dei loro omologhi nel privato: con l'inflazione al 4%, i salari in genere sono aumentati del 3,8%, ma quelli del settore pubblico sono cresciuti solo del 2,6% contro il 4,3% nell'industria privata. «Ma le Unions sono impotenti» mi dice Jane Salice, una delle poche militanti a tempo pieno della sinistra inglese, attivista sindacale, ex professoressa di liceo ora in pensione, mentre parliamo a un tavolino all'aperto della Cafeteria della British Library, accanto alla stazione di King's Cross. «Gli infermieri hanno accettato un contratto capestro e quando gli si è proposto di scioperare, hanno rifiutato perché non se la sentivano, non potevano permettersi nemmeno di perdere un giorno di paga. Ma certo che se la crisi si aggrava, le cose cambieranno. La vita sta diventando insostenibile, non solo per la fascia sotto la soglia di povertà, ma per una gran massa di salariati». Fatto sta che già lo scorso anno, il numero dei giorni scioperati è stato il più alto da un decennio a questa parte. E a maggio hanno già scioperato i camionisti delle raffinerie. E questo mese scioperano i ferrovieri. E lo stesso segretario generale di Unison, Dave Prentis, ha invocato la clausola di protezione da eccessiva inflazione e minacciato di disdire l'accordo triennale appena firmato dagli infermieri (che prevedeva aumenti del 2,75% nel primo anno, 2,54% il secondo e 2,5% il terzo). Un'ondata di scioperi nel settore pubblico sarebbe la mazzata finale per Gordon Brown che giovedì in una suppletiva ha subito la sconfitta più umiliante mai registrata dal Labour (che ha ottenuto appena il 5% dei voti ed è arrivato quinto dietro anche i verdi e i fascisti del Fronte nazionale). Ma si può scommettere che l'autunno sarà molto caldo in Gran Bretagna, e non solo per il Niño e l'effetto serra.

(3-continua)

 

Liberazione – 28.6.08

 

Che fare di fronte al trionfo della mercificazione dell'acqua?

Riccardo Petrella

Certamente la Signora Lanzillotta, il Signor Bersani e tutti coloro che in seno all'ex-governo di centro sinistra si sono battuti (e sono stati in tanti) per la liberalizzazione/privatizzazione dei servizi idrici, sono felici. Finalmente sono riusciti, grazie ai Signor Tremonti, Alemanno e Berlusconi, a realizzare il loro sogno di vedere la concorrenza, la competititività, la performance commerciale, la dimensione industriale, la creazione di ricchezza per il capitale privato (ma anche pubblico: si pensi ai dividendi per i Comuni azionisti!) orientare il governo dei servizi pubblici locali. Che bello, si diranno crogiolandosi al calore dell'articolo sulle liberalizzazioni del nuovo decreto legge 112 del 25 giugno 2008, ora tutto è più chiaro e conforme agli imperativi della modernizzazione dell'economia italiana per adeguarla ai canoni della globalizzazione dei mercati finanziari mondiali! A partire dall'entrata in vigore del decreto, la gestione dell'acqua deve essere affidata, via gara pubblica, principalmente a due tipi di impresa, quella a capitale privato e quella a capitale misto (dove il capitale privato non puo' essere inferiore al 30%). Anche se l'affidamento ad un'impresa «pubblica» in house non sparisce formalmente, esso sarà possibile solo nelle situazioni che non consentono un efficace ed utile ricorso al mercato, adeguatamente motivate all'Antitrust con un'analisi di mercato e una valutazione comparativa con l'offerta privata. Ad ogni modo,tutti gli appalti acquisiti con affidamente in house senza gara cesseranno la loro efficacia al più tardi il 31 dicembre 2010. Con queste nuove disposizioni, il governo dell'acqua in Italia non sfugge più alla sottomissione esplicita agli interessi di lucro e di potere di controllo del capitale privato sulle risorse idriche del Paese. Il terzo governo Berlusconi ha applicato all'acqua la visione mercantile capitalista più pura oggi in voga fondata sui seguenti principi: - principio della merce universale: tutto - qualunque sia il bene ed il servizio, materiale ed immateriale, naturale ed artificiale - è risorsa/bene economico/merce (anche l'acqua, anche le persone…); - principio del costo: la fruizione di qualunque risorsa/bene economico/merce comporta dei costi, il cui parametro di definizione e di valutazione è soprattutto monetario/finanziario. Certo, dicono i vari Lanzillotta, Bersani, Alemanno, Tremonti, Berlusconi, l'acqua è un bene della natura, un dono di Dio, ma la natura (e Dio) hanno dimenticato di dare i tubi, i serbatoi, i potabilizzatori, e questi costano, si devono pagare; - principio del finanziamento dal consumo: la copertura dei costi deve essere assicurata da coloro che fruiscono, tirandone un beneficio, dell'uso delle risorse/beni/merci, cioè i consumatori/utenti. «Chi consuma paga». Da qui anche il principio «chi inquina paga», allorché si dovrebbe affermare «chi inquina non può». In altri termini, «l'acqua finanza l'acqua», come le autostrade devono finanziare le autostrade, l'università finanzia l'università (vedasi la trasformazione delle università in fondazioni), il malato finanzia l'ospedale, ed il pensionato finanzia la sua pensione (via la pensione per capitalizzazione). L'applicazione di questo principio rappresenta la fine del «fare società», la negazione della comunità sociale. - il principio del prezzo «giusto» di mercato: il «prezzo» dell'acqua (oramai si parla di prezzo dell'acqua all'ingrosso, di prezzo dell'acqua prodotta/distribuita ed al consumo, di prezzo dell'acqua riciclata e riutilizzabile...) deve fondarsi sul criterio del recupero dei costi totali (compreso il profitto). Per questo, ad esempio, la tariffa dell'acqua potabile è determinata, già nella Legge Galli del 1994 sul servizio idrico integrato, in funzione di tre elementi chiave dell'economia capitalista che sono il revenue cap regulation , il price cap ,ed il rate of return …; - ed, infine, il principio del valore attraverso lo scambio sui mercati concorrenziali: ogni risorsa/bene/merce ha valore se è scambiata/o e se contribuisce alla creazione di ricchezza per il capitale finanziario. Non v'è produzione di ricchezza - afferma il capitalismo di mercato - senza scambio, al di fuori del mercato e della concorrenza. In breve, l'acqua non vale perchè è vita. Un fiume non ha valore perchè è «arteria» della Terra. L'accesso all'acqua non è un diritto. Queste visioni sono considerate puro romanticismo naturalista retrogrado I diritti, dicono, devono essere pagati da chi ne trae vantaggio... I ghiacciai non sono e non possono essere eterni. Se spariscono, dicono i potenti del capitalismo mondiale, produrremo acqua dolce dagli oceani grazie a centinaia e migliaia di stazioni di dissalamento! Secondo il nuovo decreto legge, una gestione democratica e partecipata dell'acqua non è assicurata dalla gestione pubblica ma dalla concorrenza sul mercato e dalle scelte del consumatore in sintonia con gli interessi degli azionisti. Quando un'impresa privata dell'acqua produce alti profitti, significa che essa è stata capace di creare grande sintonia essendo stata scelta dagli utenti/consumatori e dagli investitori perché avrebbe risposto ai loro interessi e bisogni. E questo è la democrazia! Prima di Tremonti e della Lanzillotta, questa tesi è stata difesa negli ultimi venti anni dai grandi capi della Générale des Eaux, di Nestlé, di Coca-Cola… e della City. Ciò detto, che fare di fronte alla situazione creatasi? Cosa possono fare i 406mila cittadini firmatari della proposta di legge nazionale sull'acqua bene comune di iniziativa popolare trasmessa al Parlamento italiano nel 2007 e che la maggioranza parlamentare del centro-sinistra lasciò nei tiretti delle cose da esaminare? Certo, battersi affinché il nuovo Parlamento esamini la proposta di legge in questione è prioritario, necessario e doveroso, essendo coscienti, tuttavia, del fatto che se il Parlamento del centro-sinistra non l'ha fatto, l'attuale, se lo farà, non deciderà evidentemente di dar seguito alla proposta. Ma la battaglia deve essere condotta. E' sul terreno dei comuni e delle regioni, innanzitutto, che si devono concentrare le azioni da intraprendere nei prossimi mesi. La gestione pubblica resta possibile non solo costituzionalmente, ma anche con le nuove disposizioni. Il tutto è sapere se localmente, specie laddove la classe politica dirigente attuale è rimasta quella di «sinistra», vorrà e sarà capace di impedire - cosa che è in principio possibile - la privatizzazione del capitale delle imprese ancora a totale capitale pubblico. E' il caso, fra gli altri, della Puglia e dell'Aqp dove l'urgenza è di andare al di là della grande retorica – affascinante e trainante - che costituisce la forza del governatore della Puglia, principale «tutore» dell'Acquedotto Pugliese, e di tradurla in processi reali di fecondazione del tessuto sociale e di trasformazione del vissuto quotidiano. In questa direzione, mi sembra che un campo di iniziative importanti dovrebbe (ri)diventare la battaglia della ripubblicizzazione e della rilocalizzazione di tutto il settore delle acque minerali in bottiglia e della promozione della «pubblicità» dell'acqua di rubinetto (case dell'acqua, nuove reti di «fontanine» pubbliche, sostituzione dei distributori di bevande dolci gassate nelle scuole, negli edifici e spazi pubblici…). Si tratta di una grande sfida con risvolti notevoli sul piano energetico, della gestione del territorio, dei modi di vita, del potere di acquisto, della finanza locale. Senza dimenticare, le azioni forti da prendere o da rinforzare a livello europeo (specie per quanto riguarda le direttive in materia di servizi pubblici ed il rinnovo della direttiva europea acqua, la gestione del suolo, la lotta contro l'inquinamento...), ed a livello internazionale e mondiale (riconoscimento del diritto umano all'acqua, acqua e strategie di lotta contro gli effetti del cambiamento climatico, con l'obiettivo di inserire le problematiche dell'acqua nell'agenda politica mondiale dei negoziati per l'accordo 2013 post-Kyoto). Le misure prese dal governo Berlusconi non mettono la parola fine alla battaglia per l'acqua come diritto umano universale, come bene comune pubblico mondiale, come espressione della sacralità della vita e strumento di saggezza umana, di pace e di solidarietà fra i popoli. Il futuro non è finito.

 

Venezia, migrante muore alla frontiera. Era un ragazzo, scappava dalla guerra - Fernando Marchiori

Venezia - E' il secondo in pochi giorni. Il corpo riverso sulle angurie del camion in cui si era nascosto. Era probabilmente di etnia kurda irachena, come il ragazzo trovato morto la settimana scorsa dentro un tir proveniente dalla Grecia con altri compagni ormai allo stremo delle forze. Il porto di Venezia, città dell'accoglienza e sede del centro per rifugiati più grande d'Italia, quello di Tessera, si scopre frontiera di morte. Perché si tratta di vite che potrebbero essere salvate. E non per pietismo, ma con una corretta applicazione delle norme nazionali e comunitarie in materia di immigrazione. Secondo le associazioni che proprio ieri mattina, mentre si spargeva la notizia, avevano promosso un presidio all'imbarcadero di Santa Marta, la zona accessibile al pubblico più vicina al luogo in cui ogni giorno avvengono i respingimenti, la gestione degli ingressi sulle banchine della città lagunare è invece ormai interamente poliziesca e porta a violazioni dei fondamentali diritti umani, come quello di chiedere asilo politico e, se si è minorenni, di essere accolti e non rimandati indietro. Solo uomini in divisa, ormai, a controllare gli ingressi alla frontiera marittima, mentre viene quotidianamente ostacolato il lavoro di chi ha gli strumenti, le competenze e l'incarico di valutare la condizione di ciascun migrante per avviare le eventuali procedure di richiesta di asilo. Una scena che si è ripetuta anche ieri. Il ragazzo morto viaggiava con un'altra persona, alla quale la polizia portuale ha deciso di consentire la domanda di asilo, mentre almeno altre quattro sono state respinte senza che il Cir (Centro Italiano Rifugiati) potesse avvicinarli e parlare con loro. Una anomalia che si protrae da mesi. Non a caso, il Servizio per i rifugiati e per i diritti alla cittadinanza del Comune di Venezia ha da tempo scelto di non lavorare all'interno del porto. «E pensare - commenta sconsolata la responsabile del Servizio Rosanna Marcato - che nel centro di Chioggia gli immigrati possono studiare, curarsi, e la permanenza di ognuno di loro costa 30 euro al giorno contro i 100 di chi è rinchiuso in un Cpt». I numeri non è dato conoscerli. L'anno scorso i servizi comunali e il Cir sono riusciti a venire in contatto con 400 immigrati, per 65 dei quali sono state avviate le richieste di asilo. Il ragazzo morto qualche giorno fa poteva forse averne diritto. Ma era stato da poco respinto, proprio al porto di Venezia, senza ricevere alcun orientamento circa i propri diritti. Ed era tornato. Che altro potrebbero fare le centinaia di kurdi, afghani, pakistani che risalgono l'Adriatico dopo aver attraversato conflitti e miserie? Muoiono per il caldo, per gli stenti di un viaggio durissimo, rischioso, disperato. Ma anche perché li ributtiamo a mare e li costringiamo a riprovarci, a escogitare sistemi ancora più pericolosi per cercare di aggirare i controlli. La rotta è sempre la stessa: Medio Oriente, Turchia, Grecia e poi una nave, un tir, un container fino a Venezia. Non hanno scelta. Le stesse organizzazioni internazionali invitano a non far tornare gli immigrati clandestini in Grecia. Dove i malcapitati sono vittime di una criminalità tollerata dallo stato, rapinati dei loro averi, rinchiusi in campi improvvisati, senza servizi, senza assistenza, picchiati. Ai giornalisti accorsi al porto, un minore afgano da poco a Venezia ha raccontato di essere stato bastonato in Grecia e perfino di aver subito, la prima volta che aveva tentato la fuga dal campo, un elettroshock che lo ha costretto per giorni a letto. Se da un lato la reazione della città di fronte all'accaduto dimostra il grado di allarme per una situazione divenuta intollerabile, dall'altro essa segna forse una svolta nell'attività delle organizzazioni impegnate sul fronte immigrazione. Sono quasi 50, infatti, le associazioni che hanno firmato l'appello per denunciare la situazione nel porto e chiamare a una mobilitazione che vada oltre i due episodi di questi giorni. «Per una storia terribile che viene a sapersi - si legge nel comunicato - centinaia di altre non verranno mai raccontate, e questa tragedia deve servire da occasione per denunciare un sistema di gestione della frontiera marittima che produce strutturalmente simili violazioni». Con una compattezza inedita, questa parte della popolazione che non rinuncia, neanche nell'afa estiva, a esercitare la propria cittadinanza attiva, chiede risposte immediate. Venezia, cosmopolita porta d'Oriente, città plurale e "città dell'asilo", ha festeggiato anche quest'anno la giornata mondiale del rifugiato, con importanti incontri, dibattiti, concerti. Come può tollerare la sistematica violazione dei diritti umani sulla sua frontiera acquea?

 

Tagli di bilancio: li pagano cultura e servizi sociali - Daniele Nalbone

Dal sindaco delle spese inutili per una Roma "vetrina" a quello dei tagli indiscriminati ai bilanci.

Da un Veltroni che ha improntato il suo governo finanziando super eventi anziché utilizzare quei fondi per il rilancio delle periferie a un Alemanno che mette a rischio l'assestamento di bilancio che dovrebbe prevedere i finanziamenti per la seconda metà dell'anno a progetti fondamentali per quelle periferie sempre più abbandonate a loro stesse. Ecco Roma. Ieri e oggi. Da Veltroni ad Alemanno molto è cambiato relativamente allo scenario politico ma è rimasto immutato chi paga il conto delle loro politiche: i Municipi e le periferie. La gente.Prima vittima, forse per molti non illustre ma decisamente significativa, della politica Alemanna è la Festa di S. Giovanni che si svolgeva ogni anno dal 21 al 30 giugno nei Giardini di via Sannio: «con grande rammarico - spiega la presidente del IX Municipio, Susi Fantino - sono stata costretta a cancellare quello che è uno dei più popolari e radicati appuntamenti del quartiere a causa dei tagli alle attività culturali, e non solo, annunciati dal Campidoglio senza che vi sia stato un preventivo e doveroso incontro con i rappresentanti istituzionali dei Municipi, sebbene tempestivamente richiesto da me e da altri minisindaci». È evidente come questa situazione abbia generato uno stato di confusione e incertezza per le amministrazioni municipali ed è scontato che «il prezzo più alto di queste politiche, come spesso avviene, verrà pagato dai cittadini delle periferie, quelli per cui una semplice festa di quartiere rappresenta l'unico lusso che si possono concedere nel periodo estivo». Ma si parla solo di Notte Bianca… Cosa accadrà, concretamente, se, come sembra, non vedrà luce l'assestamento di bilancio? Per Sandro Medici, presidente del X Municipio, «i pericoli reali sono per i servizi sociali» per i quali i finanziamenti sono previsti solo fino al mese di luglio. Basti pensare che solo nel X sono già stati ridotti del 30% i finanziamenti per i soggiorni estivi per gli anziani e del 20% quelli per i centri estivi per i bambini. A rischio senza l'assestamento di bilancio saranno progetti, alcuni dei quali già bloccati, di grande rilevanza sociale come le case-famiglia per il recupero dei disabili mentali e i servizi sociali ai quali vengono affidati dal tribunale dei minori i ragazzi che altrimenti sarebbero rinchiusi presso le strutture detentive. Ma c'è un progetto modello da tempo avviato dal X Municipio che rischia di non poter proseguire, con gravi ripercussioni sulla cittadinanza: il Social Center, sportello unico a cui rivolgersi per qualsiasi problematica di tipo sociale: «basti pensare - spiega Sandro Medici - che questa iniziativa è stata ripresa dal comune di Reggio Emilia, che di solito funziona da esempio per il resto d'Italia, e che l'utenza che si è rivolta presso il nostro sportello è andata oltre più rosea aspettativa: è evidente l'importanza di questo sportello e il grande lavoro svolto fin'ora dagli operatori sociali che lo gestiscono» ma che, fra poco più di un mese, sarà bloccato per mancanza di fondi. «E senza il secondo finanziamento annuale per l'assistenza alloggiativi, come potremo aiutare le centinaia di persone in lista d'attesa che, giustamente, stanno esercitando una forte pressione per veder garantito il diritto all'abitare?». Ma si parla solo di Notte Bianca…

 

Petrolio, punto di non ritorno - Sabina Morandi

Alla fine anche il tetto dei 140 dollari al barile è stato superato nei mercati di Londra e New York, dove ci si scambiano freneticamente i barili virtuali determinando il prezzo di quelli veri. Una sbornia speculativa largamente prevista dai teorici del picco, quella congrega sempre più ampia di petrolieri pentiti che hanno messo insieme i propri studi e le proprie competenze arrivando a delineare con precisione, già all'inizio del 2000, lo scenario attuale. Del resto non bisogna essere né economisti né geologi per capire che una risorsa in via di esaurimento è destinata ad attirare ogni sorta di speculazione e che un mercato del genere è molto sensibile a ogni più insignificante notizia. E di notizie sul petrolio, nella scorsa settimana, ce ne sono state tante. La più allarmante riguarda certamente le stime rilasciate dalla Pemex, la compagnia petrolifera messicana che ha ammesso un declino della produzione del 10% in un solo anno. Un declino consistente e repentino nel terzo più importante fornitore degli Stati Uniti, già alle prese con la crisi del prezzi alimentari innescata dalle speculazioni e dall'aumento del costo dei trasporti. A rincarare la dose sono arrivate le dichiarazioni di Shokri Ghanem, capo della compagnia nazionale libica, che ha parlato per la prima volta di picco annunciando la fine del petrolio «facile ed economico» cui eravamo avvezzi. Poi la Energy Information Administration statunitense ha ridimensionato le produzioni non-Opec - sulle quali l'Occidente punta moltissimo - e alla fine ci si è messo pure George Soros sostenendo che i prezzi continueranno a salire e che è perfettamente inutile insistere con i paesi produttori perché aumentino il ritmo delle estrazioni. Secondo il finanziere i prezzi alti costringeranno i paesi industrializzati a consumare di meno e a investire sull'efficienza energetica, come vanno consigliando i geologi e gli economisti che, ormai da settimane, sono chiamati a dire la loro davanti al Senato Usa. Dalle nostre parti, com'è noto, il governo non viene nemmeno sfiorato da un'idea del genere e i media nostrani continuano a recitare lo spartito degli sceicchi avidi e crudeli (ora anche anti-occidentali) fuori corso già dagli anni Settanta. Dopo la nascita dell'Opec e lo shock petrolifero i paesi consumatori avevano cominciato a rivolgersi alle produzioni non-Opec (Russia, Mare del Nord, ecc..) che disponevano di un petrolio più costoso da estrarre ma politicamente più gestibile. Allora, approfittando delle loro enormi riserve e dei bassissimi costi di estrazione, i sauditi riversarono sul mercato internazionale una quantità tale di greggio da provocare il crollo dei prezzi e la successiva rovina di molti i concorrenti, ma oggi non sono più materialmente in grado di farlo a causa del declino produttivo. Ora, a parte il fatto che anche la favoletta dei perfidi sceicchi era una balla confezionata per nascondere il patto di ferro siglato negli anni Cinquanta fra la casa di Saud e quella di Washington, va detto che i produttori non hanno alcun interesse a danneggiare l'economia globale. Un prezzo insostenibile costringerebbe i paesi industrializzati (almeno lo speriamo ardentemente) a investire nelle rinnovabili e nell'efficienza energetica innescando una spirale al ribasso - almeno questo è quello che temono i paesi Opec quando continuano a insistere sulle distorsioni del mercato speculativo. «Non possiamo aumentare la produzione» ha dichiarato il presidente dell'Opec Chakib Khelil il 24 giugno «a meno che non ci sia davvero un aumento della domanda nel mercato internazionale». E la domanda, malgrado le isterie anti-cinesi che vanno di moda a casa nostra, non è affatto aumentata perchè i cinesi impiegano ancora molto carbone, di cui dispongono in abbondanza. Ai limiti fisici che cominciano a farsi sentire vanno aggiunti i venti di guerra, anch'essi sottostimati dai giornalisti italici. Certamente, se all'aumento vertiginoso del petrolio fossero seguiti annunci di grandi investimenti nelle rinnovabili, i prezzi sarebbero scesi immediatamente. I venti di guerra invece, concretizzati nelle massicce esercitazioni che l'aviazione israeliana ha condotto all'inizio di giugno e nel pressing che la Casa Bianca (o almeno il vice-presidente Cheney) continua a fare sull'Iran, mandano ai mercati un messaggio molto chiaro: ci massacreremo fino all'ultimo barile e quindi il valore del greggio continuerà a salire. La fretta degli americani ha motivazioni reali: prima di tutto il continuo va e vieni di allarmi e rassicurazioni sul nucleare di Teheran (indice, secondo tutti i commentatori, del fatto che l'amministrazione è spaccata su questa guerra) sta di fatto provocando ciò che voleva evitare, ovvero un avvicinamento dell'Iran alla Cina mediante trasferimento massiccio di capitali in fuga dalle sanzioni verso l'Asia. In secondo luogo Washington teme come la peste il mega-oleodotto che dovrebbe unire i giacimenti iraniani alla zona industriale cinese passando per il Pakistan e l'India. Va detto che la decennale strategia degli oleodotti, a cui si deve l'intervento Usa (e italiano) nei Balcani, rischia di essere spazzata via da un progetto che sta diventando sempre più concreto. A questo si deve l'oscillazione di Washington nei confronti di New Delhi, incomprensibile se non si tengono presenti anche i progressi della mega-pipeline e la posizione dell'India. La propaganda anti-iraniana rende quasi necessario il bombardamento - prima appunto che i petrodollari di Teheran se ne vadano tutti a ingrassare la borsa di Shanghai - e soprattutto il cambio di regime necessario per stracciare i contratti che l'Iran ha firmato con le compagnie cinesi, indiane, malesi, russe ed europee (vedi l'Eni) e per fare spazio alle Sette sorelle, cacciate a furor di popolo dal paese insieme allo Scià.

Il problema, come ben sa Condoleeza Rice che infatti cerca di mettere i bastoni fra le ruote al governo israeliano, è che Teheran è fondamentale per mantenere la fragilissima "pace" irachena e che difficilmente un bombardamento potrà favorire un cambio di regime - sul famoso nucleare c'è poco da dire visto che perfino la Cia ammette che la bomba è lontana e che, comunque, anche se fosse in costruzione sarebbe difficilissima da individuare. L'attacco all'Iran, soprattutto da parte di un paese dotato di centinaia di testate nucleari e inaccessibile a qualunque ispezione internazionale come Israele, provocherebbe se mai la ricomposizione di ogni dissidio interno in nome della resistenza all'aggressore e, alla lunga, avrebbe sicuramente il risultato di accelerare la costruzione della famosa bomba come avvenne dopo la guerra con Saddam, che era stato dotato di ogni sorta di armi non convenzionali dal civile Occidente. Nel breve periodo tuttavia, il risultato di un'operazione analoga a quella che nell'estate del 2006 Israele scatenò sul Libano sarebbe uno solo: petrolio in ascesa libera, probabilmente oltre i duecento dollari al barile.

 

La Stampa – 28.6.08

 

Il boss in libertà: ecco perché - ANTONIO MASSARI

FOGGIA - Una faida lunga trentacinque anni. Trentacinque morti ammazzati. Una mafia che, secondo l’accusa, nasce «agreste» ma poi si evolve a colpi di estorsioni e traffico di stupefacenti con killer da tredici omicidi (Gennaro Giovanditto) e boss come Armando Li Bergolis, presunto capoclan, che ne vanterebbero cinque. Eppure entrambi escono dal carcere a processo in corso. Li Bergolis è stato scarcerato due giorni fa, Giovanditto uscirà tra due settimane, e il clan si può ricompattare fuori dalle sbarre. Com’è possibile? La prima udienza - Corte d’assise di Foggia, 7 novembre 2005, ore 9.57: inizia il processo. Armando Li Bergolis, latitante, si costituisce nel settembre 2004. E’ rinviato a giudizio il 16 giugno 2005: da allora, può restare in carcere per un massimo di tre anni. Occhio al cronometro: il 7 novembre 2005, quando inizia il processo, alla sua scarcerazione mancano 2 anni e sette mesi. Il 28 ottobre l’accusa presenta l’elenco dei testimoni. L’esame dei testi – a oggi - non s’è ancora concluso: gli ultimi due, ieri, non si sono presentati. Li ascolteranno il primo luglio. Quanti sono? Solo per i primi due capi d’imputazione – associazione mafiosa e traffico di stupefacenti – l’accusa chiede di interrogare 141 persone. I capi di imputazione sono 256: nell’ottobre 2005, l’accusa, chiede l’escussione di 677 testimonianze. Il 25 novembre 2005 il pm Domenico Seccia chiede «la trascrizione di tutte le conversazioni riportate nelle intercettazioni». Tutte. Nessuna scrematura. La mole oscilla tra le 4.100 e 5.500 ore. Il punto è che ci sono state manipolazioni, talpe, collaboratori infedeli. Nell’intercettazione nella masseria Orti Frenti, alcuni carabinieri sembrano in combutta con gli indagati, e paiono evidenti le manipolazioni. Ma per il resto? Alcune intercettazioni sembrano irrilevanti, ma il pm chiede la trascrizione di tutto. Doppio binario - L’inchiesta – in realtà sono almeno due, che convergono – inizia nel 2001. Il processo riguarda 104 imputati. In 80 chiedono il rito abbreviato (primo grado ultimato l’8 giugno 2006: 44 condanne). Altri 24 – tra questi Li Bergolis - sono processati in corte d’assise. Nell’inchiesta vengono intercettate 42 utenze telefoniche, tra fisse e cellulari, per un ammontare di circa 1.600 ore. Le intercettazioni ambientali riguardano 16 autovetture, 2 masserie, una in carcere e altre due nella caserma dei carabinieri. Altre 3.800 ore. Per un totale di circa 100mila conversazioni. A metterle in fila, una dietro l’altra, formerebbero un’unica intercettazione lunga sette mesi. Come se non bastasse, la gran parte è in dialetto stretto del Gargano. 15 dicembre 2005: vengono nominati tre periti. Ci vorrebbe un conoscitore della «lingua», per snellire i tempi, ma uno è di Gibellina (Trapani), l’altro di Giano Vedusto (Caserta), l’ultimo di Santeramo (Bari). Forse conoscono il dialetto del posto. Ma un fatto è certo: ancora oggi non hanno smaltito il lavoro. Centinaia di testimoni e 5.000 ore di intercettazioni da trascrivere: a processo appena iniziato, quando mancano due anni e sei mesi alla sua scarcerazione, per Li Bergolis è sufficiente aspettare: la scadenza dei termini sembra un dato di fatto. A meno che la corte d’assise non intensifichi i ritmi. E i periti non facciano miracoli. E miracoli non ce ne sono. Innanzitutto: in tutta la provincia di Foggia (la più grande della regione) c’è una sola sezione di corte d’assise con due giudici. Tutti i grandi processi della provincia convergono qui. Per una provincia a rischio mafia, è un organico scarso. E tre periti sono pochi. «Siamo a un terzo» - Il 21 novembre 2006 – manca un anno e mezzo alla scarcerazione - i periti inviano una comunicazione alla corte: «Siamo a un terzo del lavoro. Per l’attività residuale ci vorrà un ulteriore anno». Il presidente della corte, Michele Cristino, sbotta: «Mi sembra di essere stato preso in giro». Il pm Seccia chiede la sospensione dei termini, vista «la complessità del processo», e la ottiene. Ma solo in teoria: per legge, l’imputato non può restare in cella oltre i tre anni. Manca un anno e mezzo. E i periti hanno bisogno di un anno per trascrivere il resto delle intercettazioni. Bisognerebbe aggiungerne. Ma non avviene. Anzi. Due anni inutili - 11 dicembre 2007: il perito di Trapani ammette di non aver consegnato un bel niente. O quasi. Incalzato dal presidente della corte, dice: ne ho trascritta solo una. Soltanto una. Alla scarcerazione – ormai - mancano sei mesi. Il consulente (un carabiniere) viene rimosso: i periti diventano (finalmente) otto. Ma ormai il tempo sfugge di mano. Perché non erano otto dall’inizio? Certo, i periti costano. E le risorse scarseggiano. Ma allora: perché attendere un anno, prima di verificare che uno dei tre periti non ha fatto il suo dovere? Intanto il pm Seccia abbandona il processo: deve selezionare i candidati del concorso in magistratura. Il cerino acceso arriva nelle mani di due pm della Dda di Bari: Francesco Cavone e Francesco Giannella. Devono studiare una montagna di carte. Giannella seleziona le intercettazioni. Chiede d’eliminare quelle irrilevanti. Snellisce. Ma non basta. Il 26 giugno 2008 il cerino acceso gli resta tra le mani: l’imputato esce dal carcere. La corte d’assise effettua 28 udienze solo nel primo anno, in totale sfiorano il centinaio, nell’ultimo periodo sono due a settimana. Avrebbero dovuto farne di più. Ma l’organico è quello che è. La trascrizione delle intercettazioni deve terminare: colpa dell’accusa, che ne ha richiesto la trascrizione integrale? Se l’avesse chiesto la difesa, l’avrebbe ottenuta. E saremmo allo stesso risultato. Resta un fatto: con quell’organico, basta chiedere la trascrizione integrale delle intercettazioni, e due imputati, accusati di 18 omicidi, escono di galera.

 

Repubblica – 28.6.08

 

Un affare di polizia - GIUSEPPE D'AVANZO

IL PRIMO indizio, il più considerevole e pertinente, è che a occuparsene sia il ministro di polizia. A Roberto Maroni non sfugge che la pressione migratoria verso Occidente e verso i Paesi della Comunità Europea sia "un fenomeno epocale". Se è tale, perché la polizia? Il ministro aggiunge poche parole. Svelano un'idea politica. Inaugurano una pratica di governo: "Bisogna cercare di evitare lo tsunami e convogliare la piena - che ci sarà comunque - perché non distrugga il tessuto sociale". Ci sarà comunque. Distrugge il tessuto sociale. Convogliare la piena. Le tre formule dicono perché, per il governo, sia un affare di polizia, di galere o di "campi". L'immigrazione - attenzione, il ministro non discute di "ordine pubblico" né di "sicurezza" - è una minaccia per la nostra comunità, è un pericolo imminente e concretissimo per il tessuto sociale. Ci possiamo fare poco - è ragionevole tradurre - se non dare avvio a un "diritto di polizia" che consenta a uno Stato fragile, travolto da un "fenomeno epocale", di garantirsi qualche risultato empirico con la creazione di una zona di indistinzione tra forza e diritto, tra violenza e diritti. Definito così il problema, circoscritta l'area d'intervento, nominati gli attori, scelto il metodo, è naturale che affiori lo straniero come presenza critica. Da qui a definire il migrante "nemico" e subito dopo "criminale" il passo è breve (necessario) e il cerchio è chiuso. Ecco perché deve essere il ministro di polizia, proprio quello, a condurre il carro. Stretta in questo paradigma la "questione immigrazione" (e non l'ordine pubblico o la sicurezza che hanno altre ragioni e coniugazioni), non deve meravigliare che si voglia prendere le impronte ai bambini rom. Non deve stupire che il ministro di polizia non comprenda nemmeno la disapprovazione e lo sconcerto dell'Unione Europea. Da Bruxelles il commissario alla giustizia rileva, severo, che "gli Stati membri dell'Unione europea non possono prendere misure di schedatura o prelievo di informazioni biometriche come impronte digitali per singoli gruppi nazionali o etnici". Il Viminale si sorprende. Ricorda che "la decisione di eseguire rilievi fotodattiloscopici con modalità informatiche nei riguardi di cittadini stranieri è stata presa anche sulla base del regolamento del Consiglio dell'Unione Europea, n. 380 del 18 aprile 2008, che prevede l'obbligo di rilevare le impronte digitali ai cittadini dei Paesi terzi a partire dall'età di sei anni". Quel regolamento europeo esiste, come l'obbligo. Sfugge a Roma che quelle tecniche di riconoscimento, se adottate, devono valere per tutti e non soltanto per un'etnia. Anche per noi e non solo per loro. Ora l'incomprensione ci rivela un fondamento culturale di questo governo e le traiettorie delle sue politiche presenti e future. Lo si può dire con le parole di Hannah Arendt: "La concezione dei diritti dell'uomo, basata sull'esistenza supposta di un essere umano come tale, cadde in rovina non appena coloro che la professavano si trovarono di fronte per la prima volta uomini che avevano perduto ogni altra qualità - tranne il puro fatto di essere umani". Il governo fatica a riconoscere (o esclude di riconoscere) i diritti inalienabili dell'uomo a chi non si configura come "cittadino"; a chi non si iscrive nella tutela di uno Stato, di una nazione; a chi non è nato qui (e a volte anche a loro); a chi si è messo alle spalle - e definitivamente - il territorio che lo ha visto nascere e dove non vuole (o non può) più vivere. Dunque a chi si propone - come spesso fanno i rom - con "lo statuto stabile dell'uomo in sé". Il "puro uomo in sé" appare una configurazione insufficiente, difettosa, già empia e colpevole per una politica che sceglie il "diritto di polizia" e vuole "convogliare la piena", quindi naturalizzare con molta parsimonia secondo una necessità esclusivamente economica e soprattutto identificare, espellere, rimpatriare lo straniero. Quel che il governo non comprende non è allora la modulazione del problema, ma il problema. Tutto l'Occidente deve fare oggi i conti con "una massa stabilmente residente di non-cittadini, che non possono né vogliono essere né naturalizzati né rimpatriati" e i rom ne sono l'esempio per eccellenza. Li si può dire "rifugiati", "apolidi di fatto", "non cittadini". La loro irriducibilità all'assimilazione li rende minacciosi ai nostri occhi, esaspera l'intolleranza, incuba reazioni xenofobe. Il governo non intravede altra soluzione che mosse da imprenditori politici della paura (dunque, più intolleranza) e l'iniziativa di un ministro di polizia (dunque, più galera) per affrontare questa crisi radicale dei princìpi dello Stato-nazione, illuminata dall'arrivo accanto a noi di "non cittadini". La scelta è assai discutibile. Ci procurerà molti guai e fratture con l'Unione europea. È ingiusta. Sarà soprattutto inefficace anche quando i grandi "campi", che il "decreto sicurezza" definisce "Centri di identificazione ed espulsione", saranno affollati. Quanto affollati lo immagina la relazione tecnica che ha accompagnato, in Senato, il decreto (prevede i capitoli di spesa e le risorse da approntare). Si legge qualche numero che inquieta. La previsione di un reato di "ingresso illegale nel territorio dello Stato" riguarderà 49.050 immigrati clandestini. Si ipotizza che la loro detenzione media (vi potranno essere ristretti fino a 18 mesi) sarà di dieci giorni. Il costo del pasto giornaliero sarà pari a tre euro (!). "L'onere annuo - annotano i burocrati - risulta pari a 49.050 detenuti x 10 x 3 = euro 1.471.500". Al di là delle minuzie burocratiche, altre sono le domande. Chi controllerà questo circuito carcerario parallelo? Quali saranno le regole? Quali i diritti che vi saranno garantiti? Le impronte per i bambini rom sono soltanto l'annuncio del "vuoto di diritto" che inghiottirà decine di migliaia di "non cittadini".

 

Corsera – 28.6.08

 

E Cacciari in tv spiazza tutti: sono d'accordo con Maroni

Alessandra Mangiarotti

MILANO - Ultima puntata della stagione di Otto e mezzo. Ieri sera. La7. Faccia a faccia tra il ministro jazzista (in studio) e il sindaco filosofo (in collegamento). Si parla di emergenza rom e integrazione. Il ministro Roberto Maroni illustra la sua proposta: «Un censimento per tutelare in primo luogo i bambini ». Si difende dall'accusa di fare ricorso a leggi razziali: «Stupidaggini di chi accetta che oggi ci siano in Italia 2030 mila minori, non si sa quanti, sfruttati, costretti a vivere in miseria e a condividere le proprie abitazioni con i topi». Il sindaco Massimo Cacciari ascolta. Fa visibilmente su e giù col capo. «Annuisce clamorosamente» come sottolineano i conduttori. Quindi spiazza: «Sono totalmente d'accordo». La domanda-provocazione di Lanfranco Pace («Ma quindi si smarca da quella sinistra...») cade sotto il peso del Cacciari-pensiero. Il ministro ha fornito l'assist. Il sindaco attacca, portando la palla su un terreno di gioco a lui caro: il campo sinti che sta realizzando a Mestre ma che la Lega contesta. Tira dritto Cacciari: «Onde appunto risolvere una questione esattamente del tipo di quella descritta dal ministro (anche se non così drammatica) dal '98 abbiamo stabilito di realizzare un nuovo campo sinti». Non nomadi: «sinti», «stanziali», «tutti con la carta d'identità italiana», «con i bambini che vanno a scuola». Ecco: «Sono totalmente d'accordo con il ministro: i campi devono essere regolari, sorvegliati». Quindi affonda: «Visto che noi stiamo facendo proprio quello che il ministro ha detto, sono certo che mi aiuterà a realizzare questo campo, a differenza dei governi precedenti di centrosinistra che mi avevano promesso dei soldi e invece dopo non me li hanno dati». Il faccia a faccia continua. Mai nessun riferimento alla proposta di prendere le impronte anche ai bambini. Il sindaco pd accetta suo malgrado l'etichetta di «sindaco sceriffo»: «Nessun sindaco vuole fare lo sceriffo». Parla d'immigrazione come di un «processo epocale», concorda sul fatto che «il fenomeno dei clandestini va controllato e represso», ripete e ripete la parola «integrazione». Quindi conclude: «Credo che sui principi generali che Maroni ha espresso questa sera ci possa essere una fattiva collaborazione, a partire dalle azioni che svolgono le città. È lì il fronte, il fronte tra la marea dell'immigrazione e gli indigeni, non intorno a Palazzo Chigi».

 

Casson e i dubbi sulle toghe: così ricreano il Caimano – F. Verderami

Definisce la magistratura «un mondo ormai autoreferenziale». Addita il Csm di «comportamenti poco chiari, ai limiti della correttezza e della legittimità istituzionale». Eppure non è il Cavaliere e nemmeno un suo famiglio. Anzi, in passato era considerato una «toga rossa». Ora Felice Casson è senatore del Partito democratico. E se una voce di sinistra decide di criticare quelli che un tempo erano suoi colleghi, non è per sostenere l'offensiva di Silvio Berlusconi semmai per scongiurarla, per impedire che faccia definitivamente breccia nell'opinione pubblica, «dove i giudici riflettono un'immagine negativa». Perchè sarà pur vero che è riapparso il «Caimano», ma è altrettanto vero che sono state anche le toghe ad evocarlo, e con i loro «gravi errori» si sono resi corresponsabili del clima di scontro istituzionale: «E comprendo il tormento del capo dello Stato, immagino la sua difficoltà a gestire una situazione in cui c'è chi aggredisce e chi - sentendosi aggredito - aggredisce a sua volta». Casson non si dilunga a stabilire se il primo colpo sia stato inferto dal Cavaliere, a lui interessa che la magistratura riacquisisca quel «profilo di autorevolezza» che ha perso, che si è smarrito persino tra i sacerdoti cui toccava il compito di custodirlo: «Il Csm è lo specchio dei magistrati. Basta vedere cosa riflette. C'è un eccesso di esternazioni. C'è un'evidente volontà di fare attivismo politico. Per esempio, che senso aveva far trapelare la bozza del parere sulla norma blocca- processi? E quale logica celava? O è stato fatto senza pensarci, o c'erano fini politici. In entrambi i casi è ovvio che venga criticato questo protagonismo deteriore». Il dato grave è che l'organo di autogoverno dei magistrati gli appare senza controllo, perchè «il vice presidente Nicola Mancino non ha alcun potere sui membri togati, che nella loro testa si sentono totalmente autonomi». E c'è un solo modo per restituire ordine alle cose, «riacquisire un senso di responsabilità personale e istituzionale. Altrimenti, se il Csm non sarà capace di intervenire per sanare le sue storture, sarà la politica ad intervenire sul Csm». Non è una profezia nè tantomeno un auspicio. È una constatazione. Basta osservare la reazione del centrodestra, determinato a presentare proposte di legge per cambiare il Csm, «proposte peggiorative, che rischiano di politicizzare ulteriormente un organo istituzionale». Era «inevitabile» che accadesse, perchè «se una struttura non funziona c'è sempre chi - in modo anche strumentale - propone di trasformarla di sana pianta». Il senatore, capogruppo per i Democratici in commissione Giustizia, ritiene invece che il Csm vada «riformato», «il Pd lo sosteneva già in campagna elettorale», ripete spesso il Guardasigilli ombra, Lanfranco Tenaglia: «E ha ragione. Noi proponiamo un organismo autonomo per la parte disciplinare. Così come siamo in procinto di presentare un pacchetto sulle intercettazioni con norme più restrittive che ne impediscano la divulgazione». Ecco l'altro terreno di scontro, «l'ennesima prova del complotto di giudici sovversivi» secondo il Cavaliere, che si sente oggi circondato dalle procure di Milano e Napoli. Anche su questo tema Casson è sferzante. Parte ricordando «le mie indagini sul terrorismo. Allora non usai le intercettazioni. In altre inchieste sì. Dipende comunque dalla professionalità dei singoli magistrati... Quanto alle accuse di Berlusconi, a mio avviso non esistono complotti, così come non esiste il rischio di una deriva fascista. Bisogna invece evitare che lo scontro produca ferite profonde alle regole democratiche. Nei riguardi del premier non c'è accanimento giudiziario, c'è forse una concentrazione eccessiva. Diciamo che c'è molta attenzione». E c'è procura e procura. «Capisco Milano. Siccome si sono concentrati sul filone economico-finanziario, vanno avanti seguendo quel filo. E magari il filo conduce verso situazioni da accertare. Ma Napoli... Rispetto a Milano è un'altra storia... Insomma, non si può passare la vita ad intercettare veline». Un botto. E sia chiaro, Casson è inflessibile sull'autonomia delle toghe, si trova in «disaccordo» con Luciano Violante, secondo cui in Italia esiste solo formalmente l'obbligatorietà dell'azione penale. Ed è contrario alla reintroduzione dell'immunità parlamentare. Però si pone il problema della governabilità del Paese, ed evidenzia un nodo difficile da sciogliere: «È giusto che il premier assolva il mandato degli elettori, e mentre sono contrario alla norma blocca-processi, non mi scandalizza l'idea di uno "scudo" per le alte cariche istituzionali, sebbene pensi che debba essere varato con una legge costituzionale. Il problema è che Berlusconi ha fretta per via dei giudizi che lo riguardano, ed è complicato risolvere una questione che andava risolta per tempo, nell'interesse dello Stato, non di una persona». È qui il bivio, il rischio del corto-circuito. E qui Casson, l'antica «toga rossa», non si preoccupa di inimicarsi i girotondini: «Io mi preoccupo della politica. Perchè non voglio aspettare Berlusconi davanti al tribunale di Milano, voglio aspettarlo e batterlo nell'Aula del Parlamento».


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