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I delinquenti fuori e i bambini dentro

Manifesto – 29.6.08

 

I delinquenti fuori e i bambini dentro - Alessandro Robecchi

Riassumiamo. Da anni ci frantumano gli zebedei che i delinquenti sono liberi mentre le brave persone sono chiuse in casa terrorizzate. Da anni e anni non c'è sera che ogni telegiornale non ci ripeta questa solfa. Così abbiamo visto i paladini della tolleranza zero vincere le elezioni in carrozza e qualche manigoldo di sinistra prendersela con i lavavetri o i venditori di borsette false. Eleganti direttori di giornali sono andati in tivù a dire: eh, la paura percepita! Poi tornavano ai loro giornali a lavorare alacremente per farne percepire di più. Un fortunato libro sulla «casta» ha denunciato schifosi privilegi tirando anch'esso la volata al nuovo governo law & order, che come prima decisione rende impunibili i più alti vertici della casta. Tra la gente, nei discorsi di tutti i giorni, alcune fantasiose varianti sul tema sicurezza: e se la violentata era tua sorella? Se la vecchietta scippata era tua madre? Se il pirata della strada investiva tuo figlio? A coronamento di cotanta propaganda, la proposta del governo presieduto dall'editore di quegli stessi telegiornali che hanno disseminato paura a piene mani, è di bloccare i processi per tutti i reati punibili con meno di dieci anni avvenuti prima del giugno 2002. Dunque se la violentata era tua sorella, la scippata tua madre e l'investito tuo figlio - ma prima del giugno 2002 - la certezza della pena puoi infilartela in quel posto tipo l'ombrello di Altan. Per il solo fatto che il capo del governo ha un processo in corso, migliaia di delinquenti rischiano di farla franca. Solo sei mesi fa avremmo visto titoloni roboanti in tutti i tg del regno, scandalo, raccapriccio, dove andremo a finire, che vergogna, la gente ha paura e i delinquenti sono impuniti! Conduttori con gli occhi fuori dalle orbite, indignati speciali, strali e anatemi. Oggi la certezza della pena non tira più. E non c'è stupratore, rapinatore o scippatore - ante 2002 - che non si trovi d'accordo con il governo della tolleranza zero. Ma i bambini rom possono lasciare qui le impronte, grazie. Sapete, è per la sicurezza.

 

Retoriche del disumano - Marco Revelli

Dunque, le cose stanno così. C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate. Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura. Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea. In pochi mesi, in nome dell'ammodernamento e dell'innovazione nell'arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall'universalismo dei diritti. Dal principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L'immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi. È un'immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell'orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell'ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell'opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»... Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni. Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all'imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare». Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche». Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell'imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell'ideologo berlinese della razza ariana. E d'altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio». Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall'alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell'umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell'umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso. Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell'agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.

 

«E ora schedateci tutti». Una campagna per i rom - Giacomo Russo Spena

Prelevare le impronte digitali ai bambini rom? Inammissibile. Un atto razzista. Se il provvedimento andrà avanti «daremo anche le nostre». Come gesto di protesta e indignazione. Il mondo dell'associazionismo prepara la contestazione al ministro Maroni e alla sua ordinanza che punta a «censire» gli abitanti dei campi nomadi. Anche i minori. Così sono bastate poche ore affinché l'appello dell'Aned, associazione nazionale ex deportati, trovasse subito un gran consenso. «Se schedate rom e sinti, schedate anche noi - si legge - Il procedimento del governo richiama procedure razziste utilizzate dai regimi nazifascisti durante il secolo scorso». Già altre dichiarazioni di questo genere erano circolate, ma nessuna aveva avuto un seguito. Questa, invece, sta facendo nascere una campagna nazionale. Tante persone infatti stanno firmando l'appello e si dicono pronte a mobilitarsi. Obiettivo: dare un segnale, per «risvegliare le coscienze». A spiegare in concreto l'iniziativa dell'Aned ci pensa Pupa Garribba, ebrea censita del '38 dal regime mussoliniano: «Il giorno in cui il campo viene schedato abbiamo intenzione di presentarci sul posto e dare anche le nostre impronte digitali. Basta sapere in anticipo la data del censimento». Una mobilitazione di massa e pacifica volta a dar sostegno ai rom e a lanciare un messaggio all'opinione pubblica. «Appello condivisibile e giusto che sottoscriveremo», è il commento che va per la maggiore nel mondo dell'associazionismo. «E' un modo per arrestare il razzismo istituzionale», afferma Antigone che poi punta il dito contro il «grave silenzio» del Pd sulla questione. Non manca però nel mondo del sociale chi, pur guardando «con simpatia» la proposta dell'Aned, preferisce intervenire in altri modi, magari «vigilando quotidianamente all'interno dei campi». Come nel caso della Caritas. Intanto l'Arci prepara per il 7 luglio un'iniziativa in due luoghi «dello sterminio e del razzismo di massa» contro gli ebrei durante la II guerra mondiale: a Portico d'Ottavia (Roma) e al binario 21 della stazione di Milano. Previsti spettacoli e dibattiti in cui si raccoglieranno in appositi banchetti le impronte digitali. Di tutti. Verranno poi inviate al Viminale. «Maroni nel distinguere tra buoni e cattivi finisce per colpire tutti, è in malafede - spiega Filippo Miraglia dell'Arci - Ormai si è superato ogni limite, rievocare le leggi razziali non è eccessivo». Parole forti che non trovano il plauso di Renzo Gattegna, presidente dell'Unione comunità ebraiche (Ucei), il quale pur attaccando le scelte del ministro, preferisce non far confronti col passato: «Ci vuole senso delle proporzioni». Le associazioni sono comunque compatte nel dire no al provvedimento del governo e sono pronte a contrastarlo. Anche «dando» le proprie impronte digitali.

 

I 100 mila del Pride - Giusi Marcante

BOLOGNA - Dario ha 16 anni e questo è il suo primo Pride, la sua omosessualità l'ha rivelata ai genitori l'estate scorsa e poi l'ha spiegata anche ai suoi compagni di classe. «Ma io sento di essere stato fortunato perché in fondo non ho avuto molti problemi, so che per tanti altri non è così». Ieri anche Dario era a Bologna per la manifestazione nazionale dell'orgoglio della comunità lgbt, con il suo gruppo indossava una cravatta nera su maglietta bianca un po' per ironizzare sull'invito alla sobrietà del ministro Barbara Carfagna. E' stata la giornata dei 200 mila secondo il comitato organizzatore, molti meno secondo la Questura che parla di 35 mila persone. In ogni caso un fiume di persone in movimento come non si vedevano da tanto tempo sotto le due Torri. E proprio mentre a Bologna si stava rivendicando «dignità, laicità e parità» da Catania è arrivata la notizia che il sindaco del Pdl Raffaele Stancanelli ha vietato l'arrivo del Pride di sabato 5 luglio nella piazza dell'Università, dove la manifestazione si è sempre conclusa anche negli anni scorsi. «Noi pensiamo che siano motivazioni politiche che hanno portato il sindaco a decidere così - riferisce Paolo Patanè, presidente siciliano di Arcigay- in ogni caso noi non arretreremo, il corteo dovrà finire lì». E in una città che ha una consolidata tradizione di apertura verso il mondo omosessuale Patanè cita solo un precedente, «il questore del fascismo Molina contribuì alla deportazione di molti gay». E se forse ci sono state meno piume, tacchi alti e parrucche rispetto ai cortei degli anni passati il Pride 2008 ha segnalato, se fosse ancora necessario, la solitudine politica del popolo lgbt che se, da una parte avverte di essere stato abbandonato dall'altra si sente accerchiato dall'atteggiamento ostile della chiesa. E' stata un fatto l'assenza di parlamentari fatta eccezione per gli unici due deputati presenti, Paola Concia del Pd e Benedetto Della Vedova del Pdl. La loro è una presenza che lancia una proposta bipartisan per affrontare in sede parlamentare il tema del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. «Sono qui - spiega il radicale transitato nel Pdl - perché un partito che rappresenta il 40% degli elettori non può restare insensibile alle richieste legittime della comunità gay». E cita il solco in cui muoversi, quello che altre maggioranza europee del Ppe come Spagna, Francia e Germania hanno già fatto «come il pieno riconoscimento giuridico delle convivenze omosessuali». Nichi Vendola, presente già alle due del pomeriggio parla di «occasione sprecata per tutti quelli che non sono venuti». Il presidente della Puglia, candidato alla segreteria del Prc, spiega di riferirsi al Pd ma non solo perché «tutti quelli che hanno a cuore la domanda di libertà del paese non possono non essere qui». Paola Concia esplode letteralmente di rabbia quando le viene mostrato un sms con il lancio d'agenzia con le parole di Vendola e sbotta: «Come si permette di dire che io non esisto, io e Nichi prima ci siamo baciati quando ci siamo visti, io mi chiedo a chi giova questa polemica?». E se nel corteo c'è anche il ministro ombra delle pari opportunità Vittoria Franco che per un po' sorregge lo striscione d'apertura, probabilmente il popolo del Pride non si fiderebbe nel sentirla dire che il governo, dopo aver affossato i Dico, non ha approvato i Cus solo perché «non c'è stato tempo». Tra gli ex deputati ci sono invece Vladimir Luxuria, Titti De Simone, Katia Zanotti, Alfredo Pecoraro Scanio e Franco Grillini che indossa un'allusiva fascia arcobaleno. «La porto per far capire che qui a Bologna ci potrebbe essere un'alternativa» , spiega riferendosi alle prossime elezioni bolognesi e punzecchiando il sindaco Sergio Cofferati che ha sì ricevuto in mattinata il comitato organizzatore ma «avrebbe dovuto essere qui anche oggi». Nel corteo, dove è stato celebrato anche un matrimonio simbolico, tante testimonianze di vita e di lotta quotidiana per i diritti e soprattutto tanta voglia di Europa. Come lo striscione dove c'è scritto «Italia fuori dall'Europa e non solo per i calci di rigore». Una ragazza si aggira con maschera e boccaglio e un cartello con su scritto «siamo sommersi dalle discriminazioni». Sul trenino dove siedono le Famiglie Arcobaleno c'è Maria Silvia che tenta di tenere buone le sue tre bambine: «Io e la mia compagna le abbiamo avute con la fecondazione assistita che siamo andate a fare in Olanda». Dallo stesso paese arriva anche la storia di Pierangelo e Jaco, sposati regolarmente da cinque anni nel paese dei tulipani e arrivati da un mese in Brianza per motivi di lavoro dove il loro matrimonio non vale niente. «Ma io sono ottimista - dice Pierangelo - credo che comunque ci si arriverà». Anche Dario e Andrea vorrebbero sposarsi, il sogno di questi due giovanissimi ragazzi di Grosseto, 21 e 22 anni, è il matrimonio. Ma se ci fosse una qualche forma di riconoscimento giuridico «sarebbe almeno un primo passo». La difficoltà di trovare un lavoro per chi è trans è raccontata dalla milanese Monica Romano, che la sua associazione La Fenice, sfila tenendo in mano un cartello dove c'è scritto «gli italiani ci obbligano a prostituirci, i transessuali vogliono un lavoro diurno». Lei l'ha trovato da pochi mesi ma «è stato durissimo». Un fuori programma destinato ad accendere polemiche è avvenuto in serata poco prima delle 21, quando sul palco erano in corso gli interventi. Graziella Bertozzo, un'attivista di Facciamo Breccia, è stata portata in manette in questura perché stava scavalcando le transenne per salire sul palco dove il coordinamento stava mostrando il proprio striscione durante l'intervento di Porpora Marcasciano del Mit. Facciamo Breccia denuncia che sono stati alcuni volontari del Pride che si trovavano davanti alle transenne a chiedere l'intervento dei celerini. Davanti alla Questura si è formato un presidio di una cinquantina di persone per chiedere la liberazione di Graziella mentre per farla rilasciare, sono entrati a discutere con la polizia anche Vladimir Luxuria e il presidente del comitato promotore del Pride bolognese.

 

Fascisti e integralisti a convegno. Offre Tosi – Paola Bonatelli

VERONA - A due mesi dall'assassinio di Nicola Tommasoli ad opera di cinque giovanissimi tifosi della curva dell'Hellas con frequentazioni neofasciste (Forza Nuova), il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi domani «porterà i saluti» della sua amministrazione (che ha dato anche il patrocinio) ad un'iniziativa «culturale» piuttosto inquietante. Si tratta della presentazione di un libro intitolato «Alta finanza e miseria. L'usurocrazia mondiale sulla pelle dei popoli», casa editrice la napoletana Controcorrente (che pubblica libri «storici» e anche Julius Evola), autore Savino Frigiola, vice-presidente vicario del partito «No Euro dei banchieri» e allievo del «professore» Giacinto Auriti, candidato nel 2004 con Alternativa sociale di Alessandra Mussolini. Promotrice della manifestazione, che si terrà al Liston 12, storico bar che si affaccia su piazza Bra e l'anfiteatro areniano, l'associazione politica cattolica Padania Cristiana, con il responsabile federale Matteo Castagna, anche autore della postfazione del volume. La lista dei conferenzieri mette i brividi e conferma, se ce ne fosse bisogno, il disegno politico-culturale portato avanti dal sindaco, da sempre legato a doppio filo con la destra radicale e con l'arcipelago dei gruppi integralisti cattolici. Vediamoli uno per uno. Mario Borghezio, capodelegazione della Lega al parlamento europeo, non ha bisogno di presentazioni; Angelo Alessandri è presidente federale della Lega; Francesco Cianciarelli, assistente del professor Auriti, spesso è invitato ai famigerati campi Hobbit, ritrovi pseudo-scoutistici di neofascisti e neonazisti; Luciano Buonocore è segretario nazionale di Destra Libertaria, fuoriuscito di An e della destra di Storace, leader della «Maggioranza silenziosa» negli anni '70; Piero Puschiavo, fondatore del Veneto Front Skinhead, è responsabile organizzativo della Fiamma Tricolore; don Floriano Abrahamowicz è un prete lefebvriano, celebratore di messe per i reduci della Repubblica di Salò. Nel 2007 era a dir messa alla foiba di Basovizza sempre con Borghezio e Castagna, insieme ad Andrea Dal Canton, responsabile del circolo Christus Rex (fondato col Castagna), e ad Elena Ballini di An, veronese, che fu presidente della prima circoscrizione nei tempi bui della giunta Sironi e dei concerti nazirock. Coordinerà Alberto Lomastro, portavoce di Padania Cristiana, ex Fiamma Tricolore, passato alla Lega nel 2006 e indagato per l'impiccagione del manichino di colore allo stadio Bentegodi nel 1996. Non è del resto la prima volta che a Verona si tengono, con la benedizione di Tosi, tali iniziative «culturali». Nel dicembre scorso fu presentata, sempre al Liston 12, la rivista «Idee per l'Europa dei popoli», con lo stato maggiore della Lega al completo, Borghezio compreso, e poi Lomastro, Elena Ballini, Dal Canton, il circolo Christus Rex e via integraleggiando. Il 17 novembre era stata la volta dell'Assemblea Costituente del Fronte Monetario Popolare, cui parteciparono quasi tutti i conferenzieri - c'erano Puschiavo, Borghezio, Alessandri, ma anche Teodoro Buontempo - che saranno lunedì a Verona, oltre ad Andrea Miglioranzi, della Fiamma, ex Veneto Fronte Skinhead e componente della band nazirock dei Gesta Bellica, attuale capogruppo della lista del sindaco in consiglio comunale. In quell'occasione Savino Frigiola, autore del libro in oggetto, fece il moderatore, Miglioranzi il presentatore e il tutto fu tenuto nientemeno che nel prestigioso palazzo della Gran Guardia. A questo punto risulta non solo incomprensibile ma paradossale l'atteggiamento di Tosi, che dopo l'omicidio di Tommasoli, l'arresto degli assassini e dei fiancheggiatori (anch'essi simpatizzanti di Forza Nuova), ha continuato a gridare alla «strumentalizzazione politica» dell'accaduto da parte di chi vuole infangare l'immagine della città. Ma forse il suo atteggiamento si basa su un dato di fatto ancora più grave: può permetterselo, vista la totale indifferenza dei cittadini veronesi di fronte a tali sfrontatezze. A parte i soliti «estremisti» di sinistra, che lunedì a mezzogiorno hanno indetto una conferenza stampa di fronte al Liston 12, al monumento del partigiano, mentre sabato 5 luglio Nicola verrà ricordato nel luogo dove fu aggredito a morte.

 

Ad Acerra è arrivata la guardia - Francesca Pilla

NAPOLI - Si danno un gran da fare questi ragazzi. Quelli che guidano le ruspe e quelli che sistemano i bagni chimici, chi porta le scale e chi parcheggia gli automezzi. Deve fare un gran caldo sotto la tuta mimetica e dall'elmetto giallo, sulla tempia di un giovanotto metà militare e metà operaio, spunta una goccia di sudore, mentre appende sulla rete metallica una serie di cartelli anch'essi gialli: «Area d'interesse nazionale vietato l'accesso, sorveglianza armata». Chissà se ci avrebbe scommesso su quando è entrato nell'arma: andrò a sorvegliare un termovalorizzatore per amor di patria. Ma ad Acerra tutto è al posto giusto, anche le sentinelle con i mitra a tracolla, e potrebbe passare per un campo in Afghanistan. Il sottosegretario Guido Bertolaso ha fatto la prima mossa, ieri ha inviato 60 militari, scortati dalle forze dell'ordine (o viceversa) per presidiare l'impianto che dovrebbe essere terminato (non è stato deciso ancora da chi) entro dicembre. Forse il timore che si possano innescare una serie di proteste a catena, dopo che ad Agnano già domani i cittadini scenderanno in piazza contro l'impianto napoletano che dovrebbe sorgere nel loro territorio e ieri a Chiaiano hanno banchettato nella cava di tufo in centinaia al pic nic contro la discarica. O forse si tratta di «mostrare i muscoli alle mosche e ai gabbiani» come ironizzano alcuni gruppi di acerrani arrivati in località Pantano un po' per curiosità, molti per rabbia. Il sole batte e benché intorno ci siano solo campagne, quel che resta della Campania Felix, il mare è lontano, non si respira, soprattutto quando arrivano le zaffate delle montagne di rifiuti accatastati nel sito di trasferenza che sorge a poche centinaia di metri. «Poveri ragazzi - infieriscono le donne del luogo - fare la guardia ai cani randagi». E infatti bastardini di tutte le misure si muovono con dimestichezza nella loro «mensa» personale. Qui l'ultima protesta in strada dei cittadini contro il termovalorizzatore risale a quattro anni fa. Era il 29 agosto e in 30mila, tra comitati e partiti della sinistra «rossa», si ritrovarono davanti al sito, allora di proprietà della Fibe, che era stato sgomberato 12 giorni prima. Anche all'epoca il governo Berlusconi «scelse» la tolleranza zero e la folla venne dispersa a manganellate. Feriti e arresti, con il sindaco Espedito Marletta e il senatore Tommaso Sodano portati in ospedale. «A distanza di tempo Berlusconi - dice oggi Marletta - ripete la scelta di militarizzare lo scontro, utilizzando risorse dello Stato per difendersi dai cittadini e tutelando affari privati, neanche tanto chiari». Eppure da quel fine agosto i cittadini hanno smesso di manifestare, scegliendo la strada dei ricorsi. «Quella di oggi - conferma Franco, acerrano di nascita - è l'ennesima messa in scena che serve a tranquillizzare i fornitori. Da tempo i nostri comitati cittadini stanno portando le nostre ragioni nelle sedi opportune, come la magistratura e l'Ue». Uno dei sostenitori di queste «cause» è l'avvocato Tommaso Esposito, un pezzo di uomo dall'aria mite che nel suo studio ha collezionato un'enciclopedia di materiali sull'impianto, dai rilievi tecnici alle pecche di un termovalorizzatore che doveva essere pronto circa 8 anni fa. «L'impresa ha sbagliato progetto e proprio ad essa, unico caso in Europa, si concede di passare sulla pelle della gente azzerando la valutazione di impatto ambientale». In realtà non è ancora ben chiaro se sarà proprio la Fibe-Impregilo a terminare i lavori, perché nel decreto legge di Berlusconi è stato specificato che il sottosegretario Bertolaso potrebbe far subentrare una nuova società senza nemmeno bisogno di gara pubblica. Ma ai residenti poco importa: questo inceneritore non si deve fare. Acerra è la terra delle pecore morte di Butiful Cantri, degli uomini e delle donne con il più alto tasso di tumori del nostro paese, dei campi infestati dalla diossina. Fuori dai cancelli la gente guarda verso l'alto le due torri in ferro ferme lì da qualche anno, poi verso il basso quei ragazzi con la bandiera dell'Italia sul braccio. «Stanno sorvegliando una cattedrale nel deserto la cui costruzione è stata bloccata dalla magistratura» ritira il collo nelle spalle Franco, mentre cerca sguardi d'intesa con gli altri. Una bimba, avrà più o meno sei anni, tiene per la mano il suo papà: «Non è che vogliono prendere mia figlia come prigioniera di guerra?». Si tratta dell'assessore comunale all'ambiente Andrea Piatto che stenta a credere ai suoi occhi: «Sembra di stare in Iraq o in Afghanistan con cartelli che richiamano a scenari di guerra. Non ho ancora capito, però, chi è il Bin Laden che bisogna prendere». Bertolaso è puntuale nelle spiegazioni: «La sorveglianza del cantiere del costruendo termovalorizzatore di Acerra - spiega in una nota - come previsto dal decreto legge 90/2008 ha acquisito status di sito di interesse strategico nazionale». Martedì il presidente del consiglio tornerà a Napoli per un sopralluogo.

 

Di Pietro esagerato: «Silvio magnaccia» - Federico D'Ambrosio

ROMA - Direttamente dai campi di Montenero di Bisaccia, Antonio Di Pietro si presenta a Campobasso a metà mattina con tutta l'energia necessaria a riempire di catartici improperi il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Sarà il ricordo di Cincinnato (il console romano, però, arava, l'ex pm invece abbandona la trebbiatrice), ma il tema scelto è quello della pubblica morale. Dopo due giorni di intercettazioni dedicate al triangolo Berlusconi, attricette, Saccà, il più battagliero tra gli esponenti dell'opposizione non si tiene: «L'allora aspirante capo del governo mi sembra facesse una lavoro più da magnaccia per piazzare questa o quella velina». Prima di tutto, dà una stoccatina ai colleghi di minoranza, troppo morbidi a suo avviso, anche se ultimamente persino il dialogante Walter Veltroni ha alzato la voce: «Il nostro compito è quello di fare un'opposizione responsabile, che non ha gli occhi chiusi». Quindi, la sfilza di accuse al leader della maggioranza. Pidduisti, perché applicano il programma «di Previti e Gelli», garantendo l'impunità alla «casta» mentre per i cittadini comuni resta l'azione ordinaria e prevede un ridimensionamento degli organi di controllo dello stato dal Csm al parlamento: «L'azione politica di questo governo mi sembra piduista e non so fino a che punto la volontà sia solo di Berlusconi, viene da chiedersi se lui sia l'esecutore o il mandante». Infine quella valanga di intercettazioni napoletane che da giorni riempiono i giornali: «Offrono uno spaccato di questa classe dirigente italiana che ci fa vergognare, e dicono anche che non si devono pubblicare le intercettazioni. Voglio dire: vendevano parti di film piuttosto che di fiction e quant'altro utilizzando i soldi della Rai, soldi nostri, soldi del canone. In cambio di che cosa? Quella è bona, quella è bella, quella c'ha le tette grosse. Ma insomma, abbiate pazienza, fate gli statisti o i magnaccia?». Basta così. Di Pietro torna alla sua trebbiatrice, in attesa della querela che Niccolò Ghedini ha già promesso, e lasciando spazio al nervosismo di Paolo Bonaiuti, che lo accusa di usare linguaggio «da osteria». O dell'ex segretario del Prc Franco Giordano e del leader di Sd Claudio Fava che fanno sapere di non condividere «il ragionamento scomposto» dell'ex pm. La polemica sul nuovo lodo Alfano, intanto, non accenna a placarsi. Maurizio Gasparri accusa «i militanti di Veltroni vestiti da giudici», Cossiga manda una interpellanza parlamentare contro il pm palermitano Antonino Ingroia e le sue critiche alle politiche del governo. Ma detto questo, il testo approvato venerdì non sembra destinato ad essere modificato. Salverà le quattro più alte cariche dello stato e non è ancora chiaro se si bloccherà oppure no nel passaggio da una carica all'altra (è noto a tutti che il Cavaliere punta al Quirinale). Ci sarà tempo per limarlo e renderlo inespugnabile, dato che la discussione in aula partirà il prossimo 28 luglio. Al momento le attenzioni parlamentari sono concentrate soprattutto sul decreto sicurezza e sulla sua norma blocca processi. Le commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia sono convocate lunedì pomeriggio in seduta straordinaria e per tutta la settimana hanno il «salvapremier» come primo punto all'ordine del giorno. Le tensioni con quel che accade fuori da Montecitorio non mancheranno. Martedì su quel documento si pronuncerà anche il plenum del Consiglio superiore della magistratura e che contro quel testo parla anche il segretario dell'Unione camere penali, Renato Borzone: «A differenza dei magistrati, noi criticammo anche la direttiva Maddalena. Si può ragionare sui limiti dell'azione penale, ma non stabilire dei criteri arbitrari ed estemporanei legati a ragioni contingenti». Berlusconi dal canto suo l'ha messa sull'aulico. Ha scritto una lettera ai «liberali del Pdl» riuniti ieri a Cuneo, per ricordare che la libertà non è un dono dello stato, ma «viene prima dello stato. E' un diritto naturale che ci appartiene in quanto esseri umani. Lo Stato deve difendere la libertà e difenderla in tutte le forme: ciò per essere uno stato legittimo libero e democratico e non un tiranno. Noi crediamo nell'impresa cui è demandato il grande lavoro sociale di creare il lavoro, il benessere, la ricchezza così come crediamo nei valori della solidarietà e della giustizia nonché della tolleranza verso tutti a cominciare verso i nostri avversari».

 

«Niet» ai rom - Lucia Sgueglia

OBUKHOVO (SAN PIETROBURGO) - Una corsa in macchina in una giornata rovente, via da Pietroburgo dove il Forum Economico internazionale attira businessmen da tutto il mondo. La città di Putin, Medvedev e Gazprom è tirata a lucido, presidiata in massa dalle forze dell'ordine: ogni elemento di disturbo è stato eliminato dalla visuale, in quella che fu la più losca e romantica delle mete russe. Filiamo verso i sobborghi a sud, tra strade sempre più dissestate, polvere che si fa sterrato, vecchie fabbriche e nuova speculazione. Stop, proseguiamo a piedi, c'è da attraversare la ferrovia e poi campi immacolati tra l'erba alta, in un mondo che è già altro. Rischiamo di smarrirci, un passo in un rivolo fangoso poi sono i cani a trovarci, guardiani di un insolito fortino tutt'altro che inespugnabile. Riparate da qualche albero, le «case» sono teloni di plastica buttati su impalcature di legno. Bambini, alcuni nudi, giocano nel fango alla «lavandaia», a fianco una sorta di discarica domestica. Scurissimi in confronto ai russi slavi, incredibilmente belli con gli occhi allungati verso l'alto. Siamo i benvenuti. Con noi c'è Stefania Kulaeva della sezione di San Pietroburgo della Memorial, Centro per la Protezione sociale e Legale dei rom nel Nordovest (Adc), unici nel paese a occuparsi di rom. Qui li chiamano tsygani: sinonimo di ladri, mendicanti, trafficanti di droga. Ci viene incontro Mikhail Forkosh: «Sono bravi i cani, ma l'altra notte non sono serviti. Tornavamo dalla città, loro erano ubriachi, gridavano "Sporchi..."». Mostra la schiena ricoperta di piaghe. In Russia gli attacchi xenofobi di gruppi nazionalisti, skinhead neonazi contro i rom, così come contro tutti gli immigrati di pelle scura (caucasici o asiatici), sono frequentissimi. E spesso restano impuniti o classificati come semplici «atti di teppismo». Proprio a Pietroburgo nel 2003 un raid portò alla morte di una bimba di 6 anni, gli autori identificati e poi rilasciati, i rom in prigione; nel 2005 a Pskov, altre due vittime dopo che il movimento Russia Libera aveva affisso volantini anti-rom in città, come a Volgograd nel 2006. Mikhail attende il processo, ma è uno dei pochi casi finiti in tribunale dice Olga Abramenko, legale del Centro: «Di solito i rom hanno paura ad avvicinare la polizia, spesso complice tacita delle violenze, o protagonista di maltrattamenti. Ultimi nella scala sociale, per loro difendersi è impossibile, anche perché spesso sono privi di documenti». Nati nell'Urss, dove si poteva praticare il nomadismo su spazi vastissimi dentro un unico paese, oggi continuano a farlo. Ma il risultato è quello di perdere ogni diritto: in tasca un passaporto sovietico, molti non sono riusciti a convertirlo in russo. Le famiglie di Obukhovo (40 persone in tutto) vengono dalla Transcarpazia, Ucraina, confini con l'Ungheria, parlano il magiaro: da lì per arrivare in Russia non serve il visto. Ora si ritrovano senza cittadinanza, nella spirale dell'illegalità come tanti migranti dalle ex repubbliche sovietiche. Noi siamo venuti a convincere Sharlotta Tovt, malata da tempo, a ricoverarsi. Niente da fare: «Dove volete che vada?» chiede indicando gli undici figli. Spesso gli ospedali rifiutano ai rom l'accesso per «nazionalità ignota». Fuori i bambini improvvisano un piccolo show: chitarra e voce, una canzone di chiesa in russo. Dove l'hanno imparata? Non vanno a scuola. E per chi ci va «la discriminazione è fortissima - spiega Stefania. - La legge sull'istruzione obbligatoria parla chiaro, ma da noi entra in conflitto con quella sull'immigrazione illegale. Spesso i bimbi rom poi vengono messi in classi separate». Imparare per loro è molto difficile: «C'è il problema della lingua. E il nostro sistema scolastico prevede che i genitori facciano molto a casa... gli tsygani sono in gran parte illetterati». A 100km da Pietroburgo c'è il villaggio di Peri, famoso tra i giornalisti, piccola isola felice nel mare della marginalità: metà degli abitanti sono rom (500 famiglie) e metà russi. Arrivati dalla Moldavia 30 anni fa, il governo costruì case per loro, un'intera strada chiamata Gagarin. Ma oggi il trend politico è ben diverso. A Mosca i rom non si vedono più, se non intorno alla stazione Kievskaja. Il sindaco «demolitore» Luzhkov li ha espulsi nel 2002 perché «senza documenti». Da qualche anno le autorità cercano di eliminare i campi, le espulsioni forzate si moltiplicano, con vari cavilli legali. Proprio a Obukhovo nel maggio 2004 la polizia con la Operazione Tabor («campi nomadi» in russo), per rendere le strade cittadine «più sicure per i turisti», mette a fuoco i campi, in arresto donne e bambini. Nel 2006 a Kaliningrad li caccia dai terreni assegnategli nel 1956. Aladar Forkosh, 30 anni, considera la Transcarpazia «casa», ma non ci torna da 7 anni: «Qui le possibilità economiche sono migliori...» dice lasciandoci di stucco. I suoi due figli, 2 e 4 anni, un anno fa malati finirono in ospedale. Là rifiutarono di restituirli ai genitori, con passaporti scaduti (i bambini no); ora stanno in un orfanotrofio. Succede spesso. Nei reparti maternità i bambini sono trattenuti con la scusa dei documenti irregolari. Alle gestanti rom a volte si rifiuta il ricovero: una finì a partorire in strada. Nella Federazione, senza alcune indispensabile «carte» in mano non sei nessuno: tutti, stranieri e russi, devono possedere una registrazione nel luogo di residenza, i migranti anche un permesso di residenza e uno di lavoro. Altrimenti niente diritti, istruzione, sanità. Per i rom ottenerli è difficilissimo: «Per le autorità non esistiamo - dice Farfor che pure, moglie rom-russa, parla un buon russo - siamo non-persone. Son stato alla polizia per mettermi in regola e riavere i miei figli, non mi hanno neppure ascoltato». Negli occhi un'amarezza abissale. Per arrangiarsi, un ragazzo recupera e aggiusta componenti elettriche: «l'altra settimana ne ho trascinati 20 kg per chilometri, e mi han dato solo 200 rubli». Il tarpaulin che copre le tende è resistente e impermeabile. Ma d'inverno il termometro in Russia può sfiorare i -40°C. Tornando, in macchina parla Andrei, volontario, studente di antropologia e membro del gruppo Antifa(scismo): «Qui ho la possibilità di osservare un modello sociale diverso dal nostro, considerato "normale" e corretto. Nell'800 era diverso, i rom in Russia avevano un'immagine romantica, amati dall'aristocrazia come artisti geniali e ottimi musicisti, diventavano personaggi dei nostri romanzi». Nel centro di Mosca nel 1930 nasce un teatro Romanì di grande successo, fondato dal ministro della cultura sovietico Lunacharski, del comitato fece parte anche Stanislavski. «Poi quella tradizione si è persa». E oggi? Stefania: «Nessuno si occupa dei rom, nemmeno la politica. Se non per diffondere pregiudizi. Nel 2004 ad Arkhangelsk il candidato sindaco (poi eletto) A. Donskoj ne fa tema di campagna elettorale: accusando il suo avversario di aver preso mazzette dai rom, «tradizionalmente inclini al crimine», per farli restare nelle loro case. L'anno dopo li sfratta. Un deputato di Yaroslav è arrivato a invocare pogrom anti rom. Che si sono verificati: 2005, nel villaggio siberiano di Iskitim. «Vendicatori nazionali» per la stampa locale. Per un documentario tv sui mendicanti a Mosca trasmesso sul Primo Canale di Stato, questi fanno più soldi dei petrolieri, rapiscono bambini e praticano lo schiavismo; infine si suggerisce la «soluzione napalm». Lo scorso 28 febbraio l'Unione dei giornalisti ha giudicato programma e direttore di rete colpevoli di incitamento all'odio etnico.

 

Traffici in armi Tirana-Kabul, è bufera sulla Rice

Sergio Finardi e Peter Danssaert

L'ambasciatore statunitense in Albania, John L. Withers II, e il Dipartimento di Stato guidato da Condoleezza Rice sono in questi giorni nella bufera. Henry Waxman, presidente di uno dei comitati del Congresso statunitense che supervisionano le politiche governative (House Oversight and Government Reform Committee) li accusa ufficialmente di aver nascosto al Congresso il coinvolgimento dello stesso ambasciatore nella violazione delle leggi statunitensi che regolano l'acquisto e il trasferimento di armi. Nel caso si tratta di tonnellate di munizioni di fabbricazione cinese contenute negli arsenali dell'Albania, comprate surrettiziamente da una ditta sotto contratto del Pentagono e destinate all'esercito e alla polizia afghana. L'acquisto e il trasferimento di quelle munizioni non solo viola la legge che proibisce ad entità statunitensi - incluso il Pentagono - di acquistare o commerciare armi cinesi, ma si inserisce in un caso ancora più grave, dato che la ditta in questione era (dal 2006) ed è sotto inchiesta per una serie di frodi ai danni del Pentagono. Sostanzialmente, i fatti si riferiscono ad una riunione del Novembre 2007 tra lo stesso ambasciatore e l'allora ministro della Difesa albanese Famir Mediu, in occasione di una paventata visita agli arsenali albanesi da parte di un giornalista del New York Times che stava indagando proprio sulle frodi della AEY Inc., ditta basata a Miami Beach (Florida) e posseduta da un certo Efraim Diveroli, ventiduenne di professione massaggiatore che era misteriosamente riuscito in un paio di anni ad ottenere contratti dal Pentagono (l'ultimo nel Gennaio del 2007 per circa 300 milioni di dollari) per forniture varie. La più parte di tali forniture - che avevano già attratto l'attenzione dei militari statunitensi per la loro scadente qualità e provocato le prime inchieste sulla AEY Inc. - si riferivano a munizioni di cui si garantiva l'origine esteuropea (ungherese in particolare ed adatta all'armamento delle forze armate afghane) mentre erano in realtà prese per la più parte dagli arsenali albanesi, che ancora contengono più di centomila tonnellate di munizionamento d'origine cinese ormai in pessime condizioni di conservazione (si ricorderà il tragico episodio del Marzo scorso, in cui morirono 26 persone per l'esplosione di uno degli arsenali dove tale munizionamento era contenuto). L'ambasciatore statunitense a Tirana e il ministro della Difesa albanese - temendo che il giornalista del Times scoprisse che le munizioni «ungheresi» erano in realtà provenienti dagli arsenali «cinesi» dell'Albania - avevano fatto scomparire le munizioni dal deposito che il giornalista avrebbe visitato, munizioni che erano comunque già state re-imballate, con i marchi cinesi rimossi in fretta e furia per nasconderne l'origine. Le inchieste del Times - cui chi scrive ha contribuito - e qualche «gola profonda» hanno fatto il resto, provocando l'attuale inchiesta di Waxman e le gravi accuse rivolte al Dipartimento di Stato. Quando il primo articolo del Times venne pubblicato (27 Marzo 2008), l'addetto alla sicurezza regionale dell'ambasciata statunitense a Tirana, Patrick Leonard, scriveva ai colleghi - in un'e-mail ottenuta da Waxman e pubblicata dal Times: «Grazie a dio non c'è menzione del ruolo dell'ambasciata!». Qualche tempo prima, lo stesso Leonard scriveva: «Il New York Times è arrivato oggi e potrebbe fare un articolo su questo e potrebbe essere "ugly" (molto sgradevole). L'ambasciatore è molto preoccupato per questo». Alcune comunicazioni della stessa AEY Inc. - ottenute da chi scrive - inviate a vari soggetti che dovevano assicurare il trasporto in Afghanistan provano poi in dettaglio proprio l'origine «bulgara» e «albanese» del munizionamento e confermano che gli invii vennero effettuati utilizzando aerei da trasporto Ilyushin 76 della Turkmenistan Airlines, per il percorso Tirana-Ashgabat, con ricevimento da far controfirmare dal Maggiore R. Walck a Kabul. Che gli arsenali albanesi fossero usati dal Pentagono per operazioni dello stesso tipo e più o meno segrete lo si sapeva da tempo e già dal 2005 chi scrive e Amnesty International avevano rivelato in un rapporto l'uso di tali arsenali per consistenti invii di munizioni e altro armamento a «clienti» iracheni e ugandesi. Naturalmente - come gli stessi militari statunitensi hanno scoperto quando le casse «cinesi» sono arrivate in Afghanistan - la condizione di quasi inservibilità di tale munizionamento non preoccupa molto il Pentagono: a morire saranno solo i soldati afghani o iracheni. Non è una novità per i contratti dell'esercito statunitense: durante la Guerra Civile tra il Nord e I «confederati» del Sud un trentenne di nome J. Pierpont Morgan, padre della dinastia dei finanzieri Morgan, aveva comprato dallo stesso esercito del Nord casse di fucili difettosi per 17,500 dollari e li aveva rivenduti una settimana dopo come «nuovi» allo stesso esercito per 110,000 dollari. I patrioti sono sempre gli stessi.

 

Decine di ex deportati aspettano gli indennizzi - Guido Ambrosino

BERLINO - Il ministro Franco Frattini è mal consigliato a rinunciare agli indennizzi per gli italiani costretti a lavorare per il Reich nazista, o per i loro eredi: quel risarcimento spetterebbe loro secondo una legge tedesca del 2000, ed è già stato versato per 4,37 miliardi di euro a 1,6 milioni di ex deportati soprattutto dell'Europa orientale, ma negato alla grande maggioranza dei 120mila italiani, civili e militari, che lo richiesero nel 2001. Per Frattini queste persone «hanno sofferto, ma dargli ora 3000 euro non è quello di cui hanno bisogno», come ha dichiarato il 20 giugno alla Süddeutsche Zeitung (la legge tedesca prevedeva un rimborso minimo di circa 2500 euro). Il ministro si accontenterebbe di un gesto morale, magari la costruzione di «un monumento». Nell'intervista Frattini definiva «pericolosa» l'ordinanza della corte di cassazione italiana, che il 6 maggio ha confermato la competenza dei tribunali italiani a discutere le cause intentate da decine di ex deportati (stabilendo un principio che potrebbe portare altre vittime di quella e altre guerre a chiedere rivalsa: forse per questo è «pericolosa»). Come mai il governo italiano assume questa posizione rinunciataria, alle spalle dei cittadini danneggiati? Evidentemente alla Farnesina qualcuno ha fatto propria la tesi tedesca, per cui l'Italia non potrebbe pretendere nulla. La pensa per esempio così Antonio Puri Purini, ambasciatore d'Italia a Berlino, che già nel 2005 rispondeva con un seccato «la questione è chiusa» a chi gli ricordava gli indennizzi. I «rinunciatari» si appellano - a sproposito - all'accordo bilaterale del 1961, con cui la Germania versò all'Italia 40 milioni di marchi a favore di ex deportati per «ragioni di razza, fede e ideologia». La somma venne ripartita tra 14.500 persone, deportati politici e ebrei reduci dai campi di concentramento delle SS. All'articolo 3 si dice che, con questo pagamento, «vengono regolate in modo definitivo tutte le questioni tra la Repubblica italiana e la Repubblica federale di Germania formanti oggetto del presente accordo, senza pregiudizio delle eventuali pretese di cittadini italiani in base alla legislazione tedesca sui risarcimenti». Questa clausola, da noi riportata in corsivo, non viene mai citata nei pareri giuridici tedeschi. Anche alla Farnesina sembrano essersene dimenticati. Il punto è che «la legislazione tedesca sugli indennizzi», che il trattato del '61 estendeva agli italiani, si è sviluppata approdando nel 2000 al «lavoro coatto». Non è più la sola detenzione in un lager (Kz) a essere indennizzata, ma anche il lavoro estorto ai prigionieri e non retribuito, grazie a un fondo finanziato per metà dalle industrie tedesche. La Germania distingue tra «danni di guerra» e quelli riconducibili a «specifici crimini nazisti». I primi si è rifiutata di pagarli: il trattato di Londra del '53 rinviava le riparazioni di guerra a un trattato di pace, cui le quattro potenze vincitrici però rinunciarono al momento della riunificazione. Quanto ai «crimini nazisti», già la prima legge sugli indennizzi, la Bundesentschädigungsgesetzt del '53, prevedeva piccole pensioni per gli ex internati nei lager che risiedessero in Germania o vi avessero risieduto prima della guerra. Accordi bilaterali prima con Israele, poi negli anni '60 con l'Italia e altri 11 paesi dell'Europa occidentale, estesero gli indennizzi, con pagamenti una tantum. Durante la guerra fredda restarono però esclusi russi, polacchi e gli altri europei dell'est. Dopo l'unificazione tedesca non si poté fare a meno di indennizzare, per la prima volta, anche gli Ostarbeiter. E poiché la storiografia aveva portato in luce il coinvolgimento delle imprese private nello sfruttamento del lavoro coatto, e negli Usa pendevano cause di risarcimento intentate da ex internati ebrei contro i Konzern tedeschi, si dovette riaprire la partita per tutti, anche per chi fosse già stato indennizzato, per il «nuovo» capitolo del lavoro coatto. A riprova che l'accordo del '61 non avesse chiuso la questione degli indennizzi per il nostro paese, anche 2.354 italiani, reduci dai peggiori lager, sono stati (nuovamente) indennizzati. Ma non la massa dei deportati civili e degli internati militari. Può darsi che i diplomatici nostrani si ripromettano vantaggi dalla rinuncia agli indennizzi. Ma chi non rispetta i propri cittadini, pur tutelati dai trattati, non si guadagna la considerazione altrui. Recentemente l'ambasciatore tedesco a Roma, Michael Steiner, intervenendo a una riunione di direttori degli istituti Goethe, ha avuto giudizi sprezzanti per la politica italiana, definita un «porcile» (Saustall). Chissà se per Steiner vi grufola anche il docile Frattini.

 

Liberazione – 29.6.08

 

Sinistra: primum, vivere - Anubi D'Avossa Lussurgiu

Un solo articolo critico comparso su questo giornale, riguardante il dibattito che investe il congresso del Prc, non ha scatenato repliche e polemiche. E' stato un articolo che non entrava nel merito di quel dibattito: ma con cui invece, riferendoci alla mobilitazione dei centri sociali e dei movimenti per i diritti dell'abitare (ad alto tasso di composizione migrante) a Roma, all'insorgenza di Chiaiano e alla moltitudine civile del Pride, annotavamo che in queste occasioni sia la "sinistra plurale" sia specificamente il Prc, insomma i partiti della sinistra politica cancellata dal Parlamento, non c'erano. O meglio non avevano contribuito significativamente a queste stesse occasioni: che pure hanno espresso gli esordi di un'opposizione autentica, sociale e diffusa, al nuovo governo di destra. Dobbiamo dire che non siamo affatto tranquillizzati dall'assenza di repliche. E' certo vero che da parte di tutte le figure che animano il dibattito sul futuro di Rifondazione comunista e del "campo" della sinistra - intendiamo il dibattito partitico - si succedono appelli per la ripresa, la costruzione e il coordinamento di un'opposizione, evidentemente diversa dalla parodia in cui la traduce chi, pur sconfitto, in Parlamento c'è. E altrettanto certamente ieri alla giornata bolognese del Pride mondiale figure di spicco di quei partiti, Prc in testa, c'erano: finalmente in folta schiera. Ne va preso atto. Allora, che c'è? Cè che per poter appellarsi a riprese, costruzioni o coordinamenti, bisogna pur esistere. Cioè esserci. Che in politica - non certo una politica "separata", chiusa nella presunta sicurezza del Palazzo, da cui peraltro si è stati sfrattati - significa non solo e non tanto apparire: ma, appunto, esserci. Con un corpo collettivo, cioè con un'iniziativa, cioè producendo discorso. Tanto più dal momento che, come si vede, percorsi d'opposizione ci sono già, si producono in autonomia. E a maggior ragione se quell'opposizione parlamentare svanita in ombra d'una velleità di governo allargato, che è il Pd veltroniano, comincia a soffrire una certa febbre e corre ad annunciare il tentativo di occupare, a suo modo, lo spazio della piazza. C'è poi un fatto, che proprio il Pd illustra abbandonando per intero la retorica oppositiva all' alter ego Di Pietro: incapace d'applicarsi ad invocare giustizia per qualcosa di più impegnativo che non sia la fedina del Cavaliere o ancor meno la trivialità dei suoi costumi di potere. Il "magnaccia" e il "questurino", una commedia all'italiana. Ecco qual è, il fatto: una miseria del discorso politico pubblico, trasformato in rumore di fondo, che toglie ogni luce alla realtà dei terreni di conflitto che si vanno moltiplicando. Ciascuna contrapposizione "autorevole" all'ondata di misure di governo antisociali, liberticide e razziste, di fatto ribadisce la spoliazione della politica: si tratta sempre di interventi della governance in declino - Commissione europea, "istituzioni" sindacali, episcopato cattolico. Mai compare, così, un discorso dotato d'una qualche potenza di cambiamento: un'idea di alternativa offerta alla densità di bisogni e desideri affrontati manu militari dal nuovo corso delle destre, interpreti attive della crisi della democrazia. E' sicuro che un tale "discorso", una simile idea d'alternativa non potrà che prendere corpo da ciò che è vivo e infatti si manifesta in conflitto. E che incontrerà solo come ostacolo, come rischio di dirottamento ogni stramba idea d'opposizione e persino di "piazza pubblica" che continui ad esorcizzarlo, il conflitto. Ma, qui è il punto: perché organizzazioni politiche "di sinistra", vocate all'alternativa persino di sistema, possano anche solo immaginarsi al futuro, occorre che certifichino la loro esistenza in vita, questa vita - cioè l'esserci in questi punti vivi del conflitto, suscitandone altri, con tutti condividendo una prospettiva. Giacché, è noto, oltre il tempo vissuto è immaginabile solo un aldilà: comunque dopo una morte.

 

Date asilo politico a Ibrahim

Campo profughi, campo di prigionia, campo di detenzione temporanea. Ci sono vite sempre avvolte dal filo spinato. Ci sono vite che non hanno asilo, non hanno luogo, non hanno scampo, come quella di Ibrahim Abdellatif Fatayer. 43 anni, nato in uno dei campi storici della diaspora palestinese, in Libano, e oggi rinchiuso nel Cpt di Ponte Galeria, alle porte di Roma, dopo aver trascorso oltre venti anni nelle prigioni speciali italiane, dove è entrato nel 1985. Ibrahim ha scontato la sua intera condanna per il coinvolgimento nel sequestro dell'Achille Lauro, l'ammiraglia della flotta da crociera italiana dirottata nell'ottobre di quell'anno in pieno Mediterraneo. Ma la sua storia non comincia su quella nave. Il suo lungo viaggio di dolore, rabbia e lotta, inizia in un posto situato a ridosso del porto di Beirut, nel vecchio quartiere della "Quarantine", chiamato la "collina del Timo", Tal Al-Zatar. Il campo dove ha avuto luogo una delle maggiori tragedie del popolo palestinese. Lo vita in un campo profughi è concentrata in un chilometro quadrato, non un millimetro di più. Mura intorno. Un solo accesso perennemente sorvegliato. Questo, nient'altro che questo, è un campo profughi gestito dall'agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi. Polvere, fogne a cielo aperto, baracche e case fatte alla meglio, sorrette e sormontate una sull'altra. I materiali laterizi hanno divieto d'ingresso eppure tutto cresce verso l'alto, impedendo alle viuzze sottostanti di ricevere luce. Il sole non arriva mai e l'umidità è perenne. Frotte di bambini che corrono, anziani e donne, vite orfane della propria terra, condannate a non vedere più l'orizzonte, ammassate, accalcate, addensate tra miseria, fame, voglia di libertà e soprattutto desiderio del "ritorno" in quella Palestina ormai occupata dove un tempo era la propria casa, gli ulivi, gli aranci. Ibrahim è nato in un posto così, il 7 ottobre 1965. Non ha conosciuto altro, come quei suoi compagni saliti con lui sull'Achille Lauro, come tutti gli altri fedayn palestinesi che, come lui, sono stati arrestati e hanno trascorso decenni della loro vita nelle prigioni italiane per ritrovarsi, una volta finita la condanna, a vivere come "fantasmi" in un limbo, senza documenti, clandestini per forza, indesiderati ma tollerati, apolidi senza più un luogo. Paria assoluti. A soli 10 anni Ibrahim aveva scoperto che nascere profugo non voleva dire soltanto una esistenza di stenti accompagnata dai racconti di una dolce terra lasciata in poche ore, su un mulo, con qualche sacco pieno di soprusi e terrore. Essere venuti al mondo senza luogo significava dover rivivere continuamente le tragedie, quasi che l'orrore di quelle passate non fosse mai sufficiente. Alla vita del profugo doveva appartenere il timore quotidiano che il massacro sarebbe tornato, prima o poi, anche dalla porta del campo che offriva rifugio ma non riparo. Nel 1975 un bombardamento israeliano uccise 7 membri della sua famiglia. L'anno dopo "la collina del Timo" si trasformò in pochi momenti nella collina del genocidio, dello stupro di massa, del terrore assoluto. I siriani lasciarono carta bianca alle milizie falangiste (sotto il controllo di ufficiali israeliani) che si abbandonarono a sistematiche violenze e esecuzioni sommarie di massa, passate alla storia come il massacro di Tal Al-Zatar. Il padre di Ibrahim venne ucciso davanti agli occhi del figlio. Sopravvissuto al massacro, poco più che bambino, due anni dopo entra in al-Fatah e inizia l'addestramento militare. È il 1978. Ibrahim aveva perso la sua innocenza davanti alla scuola dell'odio: ora voleva solo combattere. Nel 1982, con l'operazione "Pace in Galilea", le truppe israeliane arrivano alle porte di Beirut e utilizzando le milizie falangiste tentano di mettere fine alla resistenza palestinese. L'intervento di una forza multinazionale (Usa, Gb, Francia, Italia) riesce a imporre una tregua, dopo le migliaia di morti provocate dagli scontri. Ma il prezzo è salato: 13 mila fedayn devono abbandonare i loro campi, le loro famiglie. Si imbarcano seguendo Arafat che trasferisce il suo nuovo quartier generale a Tunisi. Ibrahim, che ha appena 17 anni, è tra questi. L'accordo, di cui anche l'Italia si porta garante, prevedeva il «non rientro dei profughi». Dopo l'identificazione, una lista dei fuoriusciti fu stabilita dalle autorità libanesi. Ma due settimane dopo la partenza le fazioni falangiste, con l'ausilio logistico dell'esercito israeliano, entrano nei campi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut, per realizzare un nuovo terribile massacro. Quando, il 7 ottobre 1985, Ibrahim sale sull'Achille Lauro non ha con se soltanto un mitra ma anche questo pesante fardello. Insieme con altri giovani profughi palestinesi, tutti membri del Flp, una formazione palestinese affiliata all'Olp di Yasser Arafat, si era imbarcato con l'obiettivo di raggiungere il porto israeliano di Ashdud, dove il commando avrebbe dovuto catturare alcuni soldati israeliani per scambiarli con dei prigionieri palestinesi. Le cose non andarono come previsto. Scoperti in modo del tutto casuale da un membro dell'equipaggio, che si accorse delle loro armi, i giovani combattenti improvvisarono un maldestro sequestro nello specchio di mare egiziano. Preparati militarmente, i fedayn si rivelarono incapaci d'affrontare un dirottamento non programmato che innescava complesse ripercussioni internazionali. La situazione sfuggì di mano e un passeggero, con doppio passaporto israeliano e statunitense, Leon Klinghoffer, venne ucciso da uno dei membri del commando. Inizialmente all'oscuro del grave episodio, il governo italiano si prodigò per una soluzione "politica" della vicenda. Dopo un negoziato, i dirottatori vennero consegnati all'Egitto e la nave liberata in modo incruento. Ma quando riemerse dal mare il corpo di Klinghoffer, i caccia americani della sesta flotta intercettarono l'aereo che portava in salvo i fedayn, insieme al loro dirigente Abu Abbas, costringendolo ad atterrare nella base siciliana di Sigonella. Nel giro di una notte si rasentò la più importante crisi diplomatica e militare mai avvenuta tra Italia e Stati uniti. Un commando della Delta force circondò l'aereo egiziano, ma venne a sua volta accerchiato da un plotone di ausiliari della Vam, comandati da un tenente dei carabinieri che non esitò a dare l'ordine di mettere "il colpo in canna". Intercorsero momenti di fortissima tensione, mentre le linee telefoniche tra Roma e Washington divennero roventi. Il capo del governo Craxi riuscì a imporre all'alleato il rispetto della sovranità nazionale. I dirottatori vennero messi a disposizione dell'autorità giudiziaria italiana, incarcerati e processati, mentre Abu Abbas fu trasferito a Belgrado. Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Spoleto, insieme ai suoi compagni, Ibrahim è rimasto oltre 2 anni in totale isolamento. Quindi ha conosciuto le sezioni di "elevato indice di vigilanza" di Voghera, Livorno e ancora Spoleto. Durante gli anni di carcere ha potuto incontrare sua madre soltanto due volte, prima che morisse. Scarcerato nel 2005, ha vissuto e lavorato a Perugia dove era sottoposto a libertà vigilata con l'obbligo di firma. Dormiva in un'abitazione della Caritas. Il 20 aprile 2008 il magistrato di sorveglianza ha revocato la misura di sicurezza, che pesava nei suoi confronti, ritenendolo ormai privo di "pericolosità sociale". Il giorno successivo, convocato in questura per la notifica del provvedimento, che lo rendeva finalmente libero, è stato fermato e trasferito nel Cpt di Roma in attesa di espulsione. La singolare richiesta è stata motivata dalla questura e dalla prefettura del capoluogo umbro richiamando quella stessa pericolosità sociale annullata dalla magistratura il giorno prima. Ora Ibrahim rischia di essere espulso, nonostante sia apolide e non abbia più famiglia. C'è chi pensa di inviarlo di nuovo in Libano oppure in Tunisia, magari facilitando uno di quegli scambi occulti che alla fine lo facciano arrivare nelle mani dei servizi israeliani o americani. Nonostante abbia scontato la sua condanna, continua a essere considerato un nemico da questi paesi. Ovunque venga spedito rischia per la sua vita. Abu Abbas, il dirigente del Flp arrestato dagli americani in Irak, è morto nel 2002 in "circostanze misteriose" nel famigerato carcere di Abu Ghraib. In realtà la vita sociale, lavorativa e affettiva di Ibrahim è ormai interamente radicata in Italia. Per questo attraverso il suo avvocato, Francesco Romeo, ha chiesto asilo politico. Rifiutando la domanda l'Italia verrebbe meno ai suoi impegni presi al momento della evacuazione dei miliziani palestinesi a Beirut e quando decise di salvaguardare la propria sovranità nazionale durante la crisi di Sigonella. Ma c'è anche un'altra ragione che depone a favore dell'asilo politico: ovvero il percorso di vita realizzato negli anni della sua dura esperienza carceraria. Ibrahim è oggi un ponte aperto tra le due rive del Mediterraneo, un simbolo d'integrazione tra culture diverse. La sua esistenza contiene un sapere sociale, una densità di vissuto, un esempio di scoperta dell'altro e di confronto, senza mai perdere se stesso, che sarebbe stupido pregiudicare per inerzia burocratica e cecità repressiva. Come tutti gli esseri umani Ibrahim ha diritto a una terra. È uno tra noi.

 

Le duecentocinquantamila facce della lotta gay, lesbica, trans

Benedetta Aledda

Bologna - Ci sono le famiglie arcobaleno su un trenino da parco giochi, associazioni cristiane critiche verso le gerarchie ecclesiastiche, danzatori scatenati sui camion e a terra, angeli e diavoli, ciclisti e motociclisti. Al Pride nazionale di Bologna l'orgoglio transessuale e omosessuale si manifesta in cento forme. «Se non ve ne siete accorti siamo 250mila», dicono a metà tragitto dal camion del Cassero (40mila per la questura). Decine di spezzoni diversi tra loro ma accomunati dalla gioiosità. Hanno camminato per quattro ore dietro uno striscione azzurro che in arancione ripete "dignità, parità, laicità", lo slogan di un anno fa che non è invecchiato perché i diritti civili sono rimasti fermi. Alle 14.30 era partito dal cuore di Bologna un corteo ecologico a piedi, in bici e con sidecar a pedali dotati di piccoli sound system. Alle 15.30 questo fiume di migliaia di persone è confluito nel grande concentramento ai giardini Margherita, da qui una marea di persone si è riversata lungo i viali che circondano il centro storico, prima tappa al Cassero di Porta Saragozza, storica sede delle associazioni omosessuali cittadine che è stata avvolta da una tela color fuxia-laico. Qui è stata fatta una sosta silenziosa per salutare i transessuali e gli omosessuali perseguitati dai nazifascisti, come ricorda una lapide nei giardinetti di fronte. Attorno alle 18 la testa del corteo passa davanti alla nuova sede di Arcigay e Arcilesbica, poco dopo i militanti storici che reggono lo striscione d'apertura (dal presidente onorario di Arcigay Franco Grillini a quello attuale Aurelio Mancuso) intonano "Bella ciao". Poco prima avevano scherzato scandendo: «Meglio froci che fascisti». E' un corteo in cui si scherza e si torna seri nel giro di poco. Le persone ferme a osservare ai lati della strada riflettono la serenità di chi sfilava. C'è un contrasto tra la gioia nel manifestare il proprio orgoglio omo e trans e la fatica di vivere essendo discriminati di fatto e di diritto, raccontano alcune persone. Valeria e Silvia, per esempio, sono una coppia che si è appena iscritta all'associazione famiglie Arcobaleno. Sono in attesa di sapere se è andata a buon fine la fecondazione che hanno dovuto fare in Spagna, perché in Italia non si può. Si sono iscritte all'associazione per sentirsi più forti e per fare forza agli altri. Sul trenino Arcobaleno viaggia una famiglia con tre figli piccoli. Una delle due mamme racconta che la sua compagna ha fatto l'inseminazione in Olanda. Lei, che non è madre biologica ha paura: sono felici, si sentono accolte e accettate dalle famiglie tradizionali con cui hanno a che fare, ma «se accadesse qualcosa di brutto» dice preoccupata «non c'è nessuna legge che mi tuteli come genitore». Dietro allo striscione "Comunità cristiana di base di Pinerolo" c'è Giuseppe. Si è sposato nel 1971 e ha avuto due figli. E' orgoglioso di loro ed è felice di averli fatti, sposarsi con una donna, per lui che è omosessuale, è stata una forzatura e una sofferenza imposta dalla società. «Le donne e gli omosessuali possono cambiare questa società», sostiene Daniele, ateo, che regge un telo con la scritta "Noi froci siamo un segno divino della natura". Le donne ci sono, sono tante. Alcune associazioni di Bologna, insieme al coordinamento per i diritti civili delle prostitute, hanno portato un lungo pizzo rosso con la scritta "Ci riguarda tutte". Avevano ombrellini rossi per ripararsi dal sole che alzavano e bassavano al ritmo della musica della banda Roncati. «Non siamo tristi e non siamo clandestini» rivendica Vladimir Luxuria, elegante nei suoi tacchi alti con in testa una coroncina di piume; «in questo clima tutte le persone che non sono omologate rischiano la criminalizzazione, stiamo attraversando un deserto ma il movimento c'è» conclude l'ex parlamentare del Prc. Un ragazzo in abito da sposa cerca un fidanzato e se lo trova promette che si unirà con lui il 18 e il 19 ottobre quando in oltre 50 città italiane si faranno i registri autogestiti delle coppie di fatto aperti agli eterosessuali. Alle 18.40 il corteo entra in Piazza Otto Agosto che in mezz'ora è colma come solo si è vista il primo maggio. Dal palco il videosaluto della madrina del Pride 2008, l'astrofisica Margherita Hack, poi la parola va a rappresentanti e associazioni, ma non ai politici (in mezzo al corteo si sono visti tra gli altri il presidente della regione Puglia Nichi Vendola e Paola Concia del Pd unica parlamentare lesbica dichiarata). Fra le varie inflessioni regionali che caratterizzano il corteo, si fa sentire un ferrarese che si rivolge alla ministra Mara Carfagna, ribattezzata delle Impari opportunità, per dirle che grazie al suo autogol «dall'Europa siamo fuori e non solo ai rigori». E' abbastanza soddisfatta la delegazione ricevuta dal sindaco Sergio Cofferati in mattinata: ha ricevuto la promessa che a giorni partirà l'ufficio contro le discriminazioni anti Lgbt e che sarà intitolata una via a Stefano Casagrande attivista e artista del movimento. Cofferati ha ricevuto in dono anche un libro di Porpora Marcasciano, storica leader trans:«speriamo che lo legga», si augura l'autrice dalla manifestazione. «E che lo capisca», aggiunge. Mentre chiudiamo questo articolo un evento amaro arriva a rovinare la bella giornata di lotta. Per un incomprensibile fraintendimento con la polizia e, pare, con il servizio d'ordine della manifestazione, Graziella Bertozzo, leader storica del movimento lesbico, ex vicepresidente di Arcigay-Arcilesbica, aderente di Facciamo Breccia, salita con altre e altri sul palco da dove si susseguivano gli interventi con l'intenzione di srotolare uno striscione, è stata ammanettata. Davanti alla Questura di piazza Roosevelt dove viene trattenuta è in corso un presidio di protesta.

 

Usa-Ue, dati privati dei cittadini a disposizione dei servizi segreti

Martino Mazzonis

"Globalizzazione degli affari vostri". Il documento non si chiamerà così quando verrà reso ufficiale, ma è di questo che si tratta. Stati Uniti ed Unione europea stanno infatti mettendo a punto un «accordo internazionale vincolante» per il quale i dati personali degli individui potranno essere scambiati tra le agenzie di sicurezza e spionaggio varie senza limiti o quasi tra le due sponde dell'Oceano. Le trattative vanno avanti da tempo e sono il prodotto della frustrazione americana all'indomani dell'11 settembre. Nei mesi successivi all'attentato alle torri gemelle, le agenzie Usa si scontrarono spesso con la riluttanza europea a trasferire dati relativi ai viaggi, agli acquisti con carte di credito, a transazioni finanziarie telematiche o alla storia della navigazione su internet. Se l'antiterrorismo militante dell'amministrazione Bush ha funzionato come grimaldello per sbaraccare una serie di vincoli all'azione dello Stato in materia di privacy e sicurezza, l'Europa ha mantenuto alcune garanzie. Il caso non sembra più essere quello. Del resto, da un paio d'anni a questa parte gli arretramenti sul terreno delle libertà e dei diritti individuali c'è stato anche a Bruxelles e in diverse altre capitali europee. La notizia delle trattative in corso è ufficiale, l'ha scovata il New York Times tra le righe della dichiarazione finale dell'incontro tra la Commissione Ue e il presidente Bush durante il suo recente tour europeo. Come ogni giornale anglosassone che si rispetti, avendo trovato qualche riga che faceva riferimento a una trattativa sconosciuta ai più, il NYT ha indagato ed ottenuto informazioni sullo stato delle trattative. Il quotidiano ci racconta che vanno avanti dal 2007 e che l'accordo renderebbe legale il trasferimento di dati personali da e verso l'Europa sia da parte di governi che di compagnie private. Per le agenzie di sicurezza americane si tratta di un grande successo. Per come si presenta oggi la mappa del terrorismo internazionale, è evidente che saranno soprattutto gli americani a chiedere informazioni agli europei. A consegnare materialmente i dati saranno soprattutto compagnie private, dai motori di ricerca ai provider, passando per banche e compagnie telefoniche. Stati Uniti ed Ue trattano propri per trovare un terreno comune sulla definizione e protezione della privacy per non trovarsi più con una qualche impresa che si rifiuta di fornire quanto richiesto o che venire portata da un cliente in tribunale per averli trasferiti. La protezione dei dati in Europa tende ad essere tutelata da garanti, una figura non prevista nell'ordinamento americano. L'Ue avrebbe però concesso che la gestione di dati sensibili, per come avviene all'interno delle agenzie federali Usa, corrisponde a criteri accettabili. Senza la definizione di un terreno comune su cosa si debba intendere per tutela della privacy non c'è possibilità di trovare un accordo internazionale che funzioni. Alcuni problemi rimangono - sei secondo il Nyt - e segnalano una asimmetria tipica degli accordi con gli Stati Uniti. Che succede se, una volta trasferiti i dati di un cittadino, le autorità americane non li trattassero con la cautela necessaria? Un americano può portare il governo in tribunale. Anche un europeo può. Gli Usa si rifiutano però di concedere che un europeo si rivolga a un tribunale americano. Da un lato, come sempre, c'è la tutela di chiunque lavori per il governo, dall'altro una ragione giuridica. La privacy è una cosa seria. Perché l'accordo preveda la possibilità per un europeo di portare il governo Usa in tribunale sono necessarie modifiche di legge. Senza, basterebbe una firma del presidente. Per le modifiche di legge serve tempo e si potrebbero incontrare opposizoni da parte dei liberali di entrambi gli schieramenti. Un discorso simile vale per l'Europa. Se il Trattato di Lisbona entrasse in vigore, la faccenda passerebbe per un Parlamento europeo con qualche potere in più. A quel punto il cedimento sulla privacy diverrebbe tema di dibattito politico e non accordo pubblico, ma semi segreto nei fatti. Per tutti, insomma, passare per i Parlamenti sarebbe un guaio.

 

Repubblica – 29.6.08

 

Scandalo alla Cisl, auto di lusso con i soldi della formazione

GIUSEPPE CAPORALE

PESCARA - Venti milioni di euro di fondi pubblici spariti nel nulla. Forse anche di più. Sottratti da un ente di formazione professionale, che avrebbe dovuto aiutare i giovani ad inserirsi nel mercato del lavoro, e che invece ha sperperato fondi. Ora, lo Ial-Cisl Abruzzo e Molise, è in liquidazione, travolto da un'inchiesta giudiziaria per una montagna di euro della Ue, finita prima nelle casse dell'ente del sindacato e poi scomparsa. Gli stessi vertici nazionali della Cisl ammettono che quegli ammanchi di bilancio "non trovano giustificazioni" e presentano "gravi responsabilità", come conferma l'amministratore delegato dello Ial nazionale, Graziano Treré. Quando le Fiamme Gialle di Pescara, pochi mesi fa, hanno sequestrato i documenti contabili, hanno scoperto che i soldi della formazione professionale erano stati utilizzati per acquistare auto di lusso (Mercedes), finanziare campagne elettorali, comperare beni per uso personale (come mobili per arredare la casa di alcuni dirigenti). E tra le carte è spuntato anche un finanziamento al Palermo Calcio (periodo 2000-2002), quando alla presidenza c'era l'ex segretario nazionale della Cisl, Sergio D'Antoni. Una circostanza, quest'ultima, che gli inquirenti comunque stanno ancora verificando. Spulciando poi negli istituti di credito, sono stati individuati anche tre conti correnti. Uno ufficiale, in cui confluivano i finanziamenti, e altri utilizzati per far uscire somme sotto varie forme. Il crac ha avuto inizio con la protesta dei docenti e dipendenti, senza stipendio da mesi. Poi, i vertici nazionali hanno proceduto al commissariamento, avviato un'indagine interna e presentato un esposto alla procura in via cautelativa. Ma l'inchiesta giudiziaria era già partita in base alle denunce di corsisti e docenti. Ora, con la chiusura definitiva e la dichiarazione dello stato di insolvenza, sono scattati anche 50 licenziamenti. Non solo: oltre mille e seicento giovani attendono compensi e rimborsi. E chissà quanto ancora dovranno aspettare. Lo Ial-Cisl, in Italia, conta 194 centri di formazione, con 3.500 dipendenti in 19 strutture regionali e un fatturato consolidato di circa 400 milioni di euro, proveniente in gran parte da fondi pubblici, compresi quelli europei. "In linea con i propri fini statutari" si legge in una nota del sindacato "lo Ial progetta e coordina percorsi integrati di orientamento, formazione ed assistenza all'inserimento lavorativo e nella creazione d'impresa, finalizzati a favorire l'accesso al mondo del lavoro dei giovani e delle categorie svantaggiate". Invece, in questa vicenda, i lavoratori denunciano di essere stati truffati. "La non corretta tenuta contabile non consente una ricostruzione fedele di quanto avvenuto. Del resto, su questo si concentra l'indagine della magistratura" spiega Pietro Evangelista, commissario liquidatore. L'inchiesta coordinata dal Procuratore Capo della Repubblica di Pescara, Nicola Trifuoggi, e portata avanti dal pm Antonio Papalia, prosegue con interrogatori e avvisi di garanzia. Sotto esame gli anni tra il 2000 e il 2006. Ora si punta a chiarire quanti soldi per la formazione professionale potrebbero essere finiti ai partiti. Dalle deposizioni sarebbe emerso lo "strapotere" di cui godevano gli amministratori. "Un dominio su cui nessuno ha controllato" ammette un ex componente dello Ial. E con l'incedere dell'inchiesta, il conto in rosso sale: da poco è emerso un altro ammanco. Solo i contributi non versati all'Inps e le tasse evase ammontano a oltre 10 milioni di euro.

 

La Stampa – 29.6.08

 

Legittimità e legalità – Barbara Spinelli

Se, come ha scritto Carlo Federico Grosso su questo giornale, «il barometro della legalità in Italia segna tempesta», vuol dire che qualcosa di grave sta succedendo, nel governo e nella coscienza dei cittadini: qualcosa che guasta il rapporto che ambedue hanno con il diritto e la giustizia, che li rende indifferenti alle continue capricciose riscritture di leggi e competenze. Qualcosa che inquina non solo il nostro rapporto con la democrazia ma anche la domanda, diffusa, di stabilità e sicurezza delle istituzioni. Piano piano ci stiamo abituando all'idea, ingannevole, che un governo durevole con vasta maggioranza sia sinonimo di stabilità. Che un esecutivo capace di decidere (o decisionista) sia possibile solo indebolendo istituzioni e fonti di diritto altrettanto centrali per lo Stato (Csm, magistratura). Ma soprattutto, ci stiamo abituando a un'idea scivolosa: che sopra la legalità e separata da essa possa sussistere una categoria superiore: la legittimità. La legittimità non trarrebbe la sua forza da leggi preesistenti, che prescindono da sconquassi contingenti. Essa poggerebbe su una sorta di consacrazione extralegale, che consente di accentrare in una persona o in un unico corpo i poteri di far legge. Grosso evoca le tappe di Berlusconi su questa strada. La prima consiste nel dire che «quando incombono grandi emergenze, rispettare la legge diventa opinabile» (discorso sui rifiuti a Napoli). La seconda, più grave, consiste nel dire che «quando un Governo ha ricevuto un mandato forte dagli elettori e governa direttamente in nome del popolo, ha diritto di gestire il potere senza intralci o impedimenti», lasciando «poco spazio ai controlli in corso d'opera». L'idea che sussista una legittimità preminente sulla legalità non è tuttavia una novità e neppure è tirannide classica. È una malattia della democrazia, una sua estremizzazione: è quel che le accade quando il peso del potere (esecutivo o legislativo) non è corretto da contrappesi egualmente autonomi, forti (da un sistema di check and balance). È un'escrescenza democratica basata su convinzioni sbadate: che il liberalismo sia un prodotto della democrazia e non una sua premessa (un prius, dice Sartori). Che la rule of law nasca con la democrazia anziché precederla. L'unzione del capo può discendere da Dio, da antiche dinastie. Può anche esser democratica e in tal caso chi unge è il popolo liberato dal tiranno, è la «volontà generale» teorizzata nella Rivoluzione francese (non è molto diverso nell'Antico Testamento: la legittimità d'Israele unge tutto un popolo nell'esodo-liberazione). Lo Stato democratico unto dalla volontà popolare rischia l'assolutismo non meno dei re antichi: Carl Schmitt descrivendo Weimar lo chiamava Stato legislativo parlamentare e lo riteneva rovinoso perché contrapposto allo Stato giurisdizionale e al suo «durevole, generale» imperio della legge. In una democrazia siffatta il popolo è un'entità non eterogenea ma omogenea, monolitica, e in quanto tale conferisce al principe il diritto esclusivo di legiferare. La maggioranza parlamentare pretende di coincidere con tale popolo indifferenziato ed è in suo nome che il legislatore reclama il monopolio sulla legalità. Minoranze, opposizioni, autorità di garanzia e regolamentazione sono d'intralcio coi loro «controlli in corso d'opera», e la democrazia sfocia nell'autoritarismo. Quel che per strada si perde è la liberale separazione dei poteri: la persuasione di Montesquieu secondo cui «perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere freni il potere». Se Luigi XIV diceva «lo Stato sono io», Berlusconi democraticamente dice: io, unto dal démos, sono la Legge. Berlusconi è figlio della Rivoluzione francese, non del liberalismo e di Montesquieu. I motivi che spingono a estremizzare la democrazia possono essere molti. Schmitt ricorda che chi monopolizza la legalità e mette in concorrenza il legittimo col legale invoca generalmente «concetti indeterminati» come sicurezza e ordine pubblico, pericoli nazionali e stati di necessità, emergenze, interessi vitali e infine guerre. Anche lo «spirito di conciliazione» tra governo e opposizione viene invocato in tempi di torbidi, usando la chimera del popolo uniforme e buono per corrompere la democrazia esasperandola. La corrompe a tal punto che lo scopo spesso viene mancato. Infrangere rule of law e separazione dei poteri non dà più sicurezza, ma riduce il senso del dovere degli italiani. Non dà più pace civile, perché acuisce le tensioni e perché l'immunità per le alte cariche non rende queste ultime più autorevoli. All'origine di simili distorsioni c'è il convincimento che il mandato popolare sia tutto, e chi l'incarna sia legibus solutus: sciolto da leggi, immune da sanzioni. Che sia esso stesso la legge, la legge del più forte. Che il mandato conferisca non solo speciali diritti ma un premio supplementare di legittimità al legislatore e all'esecutivo. «In una democrazia legge è la volontà del popolo così come questo si presenta, cioè praticamente la volontà della momentanea maggioranza dei cittadini che hanno diritto di voto: lex est, quod populus iubet» (è legge quel che ordina il popolo - Schmitt, Legalità e legittimità, 1932): «Il 51 per cento dei voti popolari dà la maggioranza in Parlamento; il 51 per cento dei voti parlamentari dà il diritto e la legalità; il 51 per cento di fiducia del parlamento al governo dà il governo parlamentare legale». Tale è la democrazia senza imperio della legge: un male ricorrente da secoli, cui le sinistre non sono affatto estranee. La linea di separazione non è infatti fra destra e sinistra, né fra democratici e antidemocratici, ma fra democrazia liberale e estremismo democratico: per la prima la questione centrale è come si esercitano i poteri per evitarne gli abusi, mentre per l'estremismo democratico la cosa cruciale è chi li esercita. Quando non è contaminata dallo Stato giurisdizionale, la democrazia scivola nella tirannide e riconoscerlo è difficile non solo a destra. Figlia del democraticismo giacobino, la sinistra non sempre è attrezzata per il dilemma legalità-legittimità, e per far proprio quel che scrisse Bobbio nell'84: «Lo Stato liberale è il presupposto non solo storico ma giuridico dello Stato democratico». La preminenza data alla legittimità delle maggioranze è una tentazione costante, così come costante è l'appello alle emergenze nazionali. L'ininterrotta guerra al terrorismo ha spinto Bush a sprezzare le convenzioni di Ginevra su tortura e prigionieri di guerra. Ma lo stesso avvenne per motivi nobili con De Gaulle, che due volte mise in primo piano la legittimità. Prima nel 1940, quando da Londra denunciò - in nome della Resistenza - la legalità di Pétain. Poi nel 1958, quando impose una nuova Costituzione per sormontare l'immobilizzante partitocrazia della Quarta Repubblica. Il passato antifascista lo aiutò a tacitare chi lo accusò, nel '58, di golpismo. L'esempio di De Gaulle è importante perché dimostra la natura anfibia (nobile o pericolosa) del concetto di legittimità. Ci si riferisce a essa anche per il diritto alla resistenza. Anche Antigone contrappone la propria legittimità al legalismo del re Creonte. Non è per pignoleria che occorre approfondire il dilemma legalità-legittimità. Proprio perché l'Italia ha bisogno di una discontinuità che finalmente dia allo Stato l'autorevolezza che non ha, urgono concetti non manomessi, chiari. Proprio perché i torbidi esistono, urge al tempo stesso aver memoria e accortezza nell'azione. La memoria conferma che le più grandi catastrofi storiche son spesso costruite su cose mal pensate. L'accortezza insegna che le rotture possono esser benefiche (fu il caso di De Gaulle) ma a una condizione: che rompendo non si curi il male con dosi ancor più massicce del male di ieri.


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