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La strana cura

Repubblica – 30.6.08

 

La strana cura della democrazia - GIUSEPPE D'AVANZO

Ai livelli infimi, il tempo non passa. Lo sapevamo. Berlusconi ci aveva ricordato presto come fosse un'illusione ottica la metamorfosi in homme d'Etat. Insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica politica, sintassi istituzionale), il magnate di Arcore vuole ieri come oggi ridisegnare lo Stato sulle sue misure e interessi liberando il proprio potere - "unto" dal consenso popolare - da ogni contrappeso. Il Corriere della Sera, pulpito liberale, ne dovrebbe essere raccapricciato o almeno impensierito. Accade quel che è già accaduto in passato: da quei pulpiti soi-disants liberali si odono argomenti che tolgono il fiato. La chiave è la consueta, è musica vecchia. Oltre ogni ragionevolezza, non si vede e nulla si dice del fatto più scomodo: l'interesse privatissimo del capo del governo, padrone di un Parlamento obbediente, a legiferare per proteggere se stesso a prezzo della distruzione del processo penale, dell'indebolimento della sicurezza nazionale, dell'incostituzionalità delle norme che gli garantiscono una impunità perpetua. Si chiudono gli occhi dinanzi allo "scandalo" berlusconiano: gli affari privati del presidente del Consiglio sono la sola voce nell'agenda di un governo alle prese con un Paese impoverito, stagnante, in declino, impaurito da una crisi di cui non avverte né la fine né le vie d'uscita. L'oratore non sembra interessato a capire che cosa avviene e che cosa può avvenire. Non gl'importa. Il suo bersaglio è concreto. Vuole indicare all'opinione pubblica dov'è "la patologia"; da chi e che cosa deve guardarsi il Paese; chi minaccia con passi eversivi la legittimità del potere politico. Non ci sono "i bolscevichi" oggi alle porte, come nel 1919/1924 quando Luigi Albertini, direttore e comproprietario del Corriere, applaudì l'"anticorpo fascista" salvando l'Italia da "gorghi del comunismo" (possono avere delle costanti le storie collettive). Oggi, per l'oratore pseudo-equanime, l'orda barbarica che minaccia il Paese e la democrazia, è nientedimeno che la magistratura. Sono quelle toghe nere che con "l'arbitrio dell'azione penale, con la mancanza di terzietà, con la ricerca di visibilità dei pubblici ministeri", imbrigliano Berlusconi "con un'immane mole di procedimenti giudiziari". Lasciamo perdere che all'oratore sfugge come la plastica dimostrazione della terzietà dei giudici italiani sia proprio la storia giudiziaria dell'uomo di Arcore, assolto e liberato dalla prescrizione, mai condannato. Dimentichiamo che, se di Berlusconi si sono dovuti occupare centinaia di giudici in migliaia di udienze, è per la scelta dell'imputato di fuggire dal processo e dai suoi "giudici naturali" verso altri giudici, verso altri tribunali e Corti in attesa di manipolare a suo beneficio codice penale (i reati), codice di procedura penale (i processi), Costituzione (i poteri, il loro equilibrio). Andiamo al sodo. L'idea che trapela dal sermone è che c'è una sola cura, e necessaria: fine dell'obbligatorietà dell'azione penale; separazione della funzione requirente da quella giudicante; ridimensionamento del Consiglio superiore della magistratura. Osserviamo il mostro che questa "terapia" partorisce. Carriere distinte, dunque. I pubblici ministeri diventano, come nel codice napoleonico, procureurs impériaux o avvocati dell'accusa scelti, istruiti, promossi, puniti dal ministro perché stanno al guardasigilli come il prefetto al ministro dell'Interno (soltanto per pudicizia, forse, l'oratore non lo spiega). L'azione penale non è più obbligatoria. Il pubblico ministero sceglie a mano libera i suoi oggetti, guidato e consigliato dal potere esecutivo. Difficile credere a qualche processo molesto che scuota l'alveare o affondi il bisturi nella diffusa corruzione nazionale. Più facile immaginare che i "non conformi", le teste storte, gli "erranti" rischino qualcosa, magari soltanto vivere con un bastone a poca distanza dalla testa. Naturalmente, in teoria, anche il modello che prevede il pubblico ministero diretto dall'esecutivo ha delle virtù (può bluffare il pubblico ministero indipendente come essere ineccepibile il requirente che risponde al ministro), ma ogni disegno normativo non nasce nel vuoto pneumatico. Quello che si augura l'oratore pseudo-neutrale dovrebbe prendere forma nell'Italia 2008 dove un uomo, che viene dal capitalismo d'avventura, governa una signoria populista: possiede direttamente - e direttamente controlla, come s'è visto nell'affare Saccà - l'intero sistema televisivo, un arsenale che gli permette di "creare" la realtà, inoculare affetti o fobie, insufflare o determinare la necessità di improrogabili decisioni. È l'uomo che, alla prima occasione (1994), propone come ministro di giustizia un suo avvocato e sodale (Cesare Previti), barattiere giudiziario, condannato poi per aver corrotto un giudice regalando la più grande impresa editoriale del Paese (la Mondadori) al suo Capo. È il presidente del consiglio che, nel suo quarto governo, sceglie come guardasigilli non Giustiniano o Tommaso Moro, ma un ragazzo che gli è stato segretario (Angelino Alfano). Ora, da quel pulpito liberale, si vorrebbe sapere se questo conflitto d'interessi, che scarnifica l'ordinata architettura dei quattro poteri (governo, Parlamento, magistratura, informazione), rende possibile mettere in discussione l'autonomia e indipendenza della magistratura liquidando tre norme costituzionali: 104 ("La magistratura", pubblico ministero incluso, "costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"); 107 (inamovibilità dal grado e dalla sede); 112 (obbligo d'agire). Come è ovvio e legittimo, lo si può pensare. Lo si dovrebbe dire in trasparenza, però. Il Corriere della Sera, come il Luigi Albertini del discorso alla Corona, Palazzo Madama, 18 giugno 1921, dovrebbe dire ai suoi lettori: noi qui, in via Solferino, tempio della cultura liberale, crediamo che per migliorare la qualità della nostra democrazia, e "salvare l'Italia", i pubblici ministeri debbano essere diretti dall'esecutivo. Cioè, oggi, da Silvio Berlusconi. Sono le parole che non si ascoltano nel sermone finto neutrale. Con un paradosso guignolesco, l'oratore chiede che a dire questa affabile bestialità da mondo sublunare debba essere la "sinistra riformista": dovrebbe "mettere una buona volta fine alla devastante patologia che affligge da decenni il nostro sistema giudiziario". Già incapace a tempo debito di risolvere il conflitto d'interessi, dovrebbe dunque essere la sinistra, il Partito democratico, a sacrificare all'Egoarca anche l'autonomia della magistratura perché la politica - questa politica, già monca del Parlamento ridotto a rifugio di statue di gesso - viene prima del feticcio legalistico. È proprio vero che "i maghi ingrassano dove esistono le anime fioche".

 

Morirono bruciati in fabbrica. L'azienda chiede i danni ai familiari

SPOLETO - Quattro operai morti sul lavoro ed un'azienda che, a distanza di oltre due anni dal drammatico incidente, chiede ai parenti delle vittime, e all'unico superstite, trentacinque milioni di euro, come risarcimento danni. Tanto pretende la Umbria Olii dai familiari di Tullio Mocchini, Giuseppe Coletti, Wladimir Toder e Maurizio Manili. Trentacinque milioni richiesti a fratelli, figli e genitori. L'atto legale porta la firma dell'amministratore delegato della società, Giorgio Del Papa, indagato dal giorno seguente la tragedia. Le accuse per il manager sono di disastro colposo con l'aggravante "della colpa con previsione dell'evento", violazione delle norme sulla sicurezza (tra cui l'omissione dolosa dei mezzi di prevenzione) e omicidio colposo plurimo. Secondo la procura di Spoleto, Del Papa sapeva che c'era gas esplosivo (del tipo esano, molto pericoloso) nei silos saltati in aria. E proprio quel gas, per la procura, è la causa di tutto. Per Del Papa, invece, la colpa dell'incidente è da attribuire agli operai. I quattro, lavoravano per conto di una piccola ditta, che aveva l'appalto per lavori di manutenzione di questo colosso europeo della raffinazione dei prodotti vegetali. Secondo l'azienda, gli operai che quel giorno stavano lavorando all'installazione di una passerella per collegare due silos, avrebbero dovuto sapere che le fiamme ossidriche non potevano essere utilizzate in quell'intervento. E proprio l'uso di un saldatore sarebbe stata la causa, per la difesa, dello scoppio del silos. I quattro saltarono in aria. Dilaniati e carbonizzati. Una tragedia che nel novembre del 2006 scosse l'opinione pubblica, è poi divenuta un vicenda giudiziaria a colpi di perizie. Da un lato le 250 pagine dei periti della procura (alcuni dei quali gli stessi intervenuti per la vicenda della Thyssen), dove si sostiene la responsabilità della Umbria Olii e la causa scatenante del gas esano. Dall'altra una perizia richiesta dall'azienda al tribunale civile, e affidata ad un consulente locale che riscontra come causa dell'incidente l'uso del saldatore. In quest'ultima perizia si sostiene che pur in presenza del gas esplosivo, se non ci fosse stato l'innesco della fiamma, lo scoppio non si sarebbe mai prodotto. Un errore, scrive il perito, commesso dagli operai "per fretta e stanchezza". "Se la giustizia consente questo, cos'altro può succedere?" commenta sconsolato, Klaudio Demiri, unico superstite, che al momento dello scoppio era fortunatamente a bordo di una gru. Lui, ancora oggi, vive nell'incubo di quelle tremende sequenze di inferno e fuoco. Intanto, l'11 luglio il giudice penale deciderà se disporre o meno il processo per Del Papa. A gennaio è fissata l'udienza civile per discutere del risarcimento. Il professor Giovanni Cerquetti, docente di diritto penale generale alla facoltà di giurisprudenza di Perugia, e legale di uno dei familiari delle vittime, parla di "azione irrituale e comunque infondata. Un caso singolarissimo, con azioni civili che espongono chi le ha promosse a quella che il codice di procedura civile definisce come "responsabilità aggravata per lite temeraria"". Il legale non si riferisce solo alla maxi richiesta di risarcimento, ma anche alla precedente azione civile intentata contro i periti della procura. "Ci troviamo di fronte ad azioni di estrema gravità e sono assolutamente convinto che l'ordinamento possa garantire alle vittime di queste iniziative improvvide, tutte le tutele giuridiche idonee a ripararsi da questo attacco inaudito".

 

Il mercato dell'auto vola verso il baratro - VINCENZO BORGOMEO

Crisi dell'auto? Se ne sente parlare da tempo, ma quello che succederà con le vendite di giugno, un vero tracollo delle consegne, darà un senso definitivo al concetto di "crisi". I numeri ufficiali sono attesi solo fra qualche giorno, ma secondo i migliori analisti la discesa del mercato sarà intorno al 20%, il che significa veder scendere le immatricolazioni fino a 180.000 unità, contro le 229.000 segnate a giugno del 2007. Una stima condivisa da tutti gli esperti del settore che intravedono ormai nella seconda metà del 2008 "un trend stabilizzato su livelli decisamente più bassi", con cali mensili "a due cifre che diventeranno la norma fino a fine anno". Il nostro corrispondente ANDREA TARQUINI, proprio oggi su Affari e Finanza spiega come la recessione americana cominciata con il collasso dei subprime, una volta passata al comparto manufatturiero ha trovato nel settore dell'auto il punto di debolezza. Neanche la Fiat, vera protagonista del momento, si salva, come racconta Salvatore Troppa sempre su Affari e Finanza. Crollano insomma tutte le certezze spiega infine Valerio Berruti sulle pagine Motori di Repubblica perché l'auto è a una vera svolta. Anche i piccoli Suv, dal successo di vendite senza precedenti e apparentemente inarrestabile sono ora in crisi, mentre iniziano a fioccare cause legali di costruttori europei contro i cinesi. Insomma una rivoluzione. Come finirà? Secondo il direttore del Centro Studi Promotor Gian Primo Quagliano, "staremo sott'acqua per un po' di tempo. Non è una questione di mesi. Per poter tornare alla normalità, in assenza di novità, bisognerà attendere il 2009. Molto dipenderà dall'andamento del prezzo del petrolio" la cui impennata è individuata dagli operatori del settore come la principale causa dell'attuale crollo degli acquisti di auto. Infatti, sottolinea Quagliano, nonostante la difficile congiuntura, "l'economia italiana non è in recessione" ma, oltre al caro-carburanti, pesa il credito al consumo, che si è fatto più cauto per il timore di insolvenze, ed il fallimento degli ultimi incentivi alla rottamazione". E in questo scenario diminuiscono gli ordini ma cresce la disponibilità di Km zero che si stima attualmente ad una media intorno al 10% del mercato, contro il 4-5% del 2007.

 

La Stampa – 30.6.08

 

Zimbabwe, l'Onu: "Voto illegittimo"

TOKYO - Il risultato delle elezioni in Zimbabwe «non è legittimo, perché non riflette la reale volontà del popolo». È l’opinione del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, diffusa oggi con un comunicato. Secondo Ban Ki-moon «sono venute a mancare le condizioni per una tornata elettorale libera e giusta e per questo il risultato è illegittimo», si legge nella nota diffusa da Tokyo, dove il segretario generale si trova in visita. Il segretario generale incoraggia «gli sforzi delle due parti - il presidente Robert Mugabe e il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai - per arrivare a una soluzione politica che metta fine alle violenze e all’intimidazione». Il Presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha prestato giuramento per il suo sesto mandato alla guida del Paese africano, dopo la proclamazione della sua vittoria (da candidato unico) al ballottaggio presidenziale del 27 giugno scorso. Il leader dell’opposizione, Morgan Tsvangirai, ha liquidato la cerimonia come «un esercizio di autoillusione», affermando che i dirigenti del partito di Mugabe, Zanu-Pf, hanno ormai «preso coscienza» che «senza un negoziato con l’Mdc (il partito d'opposizione) sono in un vicolo cieco». Nel discorso di insediamento Mugabe ha annunciato «un dialogo serio», anche in vista del vertice dell’Unione africana, in programma domani e martedì a Sharm el Sheick, in Egitto. La cerimonia di giuramento si è svolta in pompa magna nel Palazzo presidenziale di Harare. Davanti ad alti funzionari di governo, Mugabe ha giurato sulla Bibbia di far rispettare le leggi del Paese, «con l’aiuto di Dio», quindi ha firmato i documenti ufficiali tra le urla di gioia dei suoi sostenitori. Stando ai dati diffusi oggi dalla Commissione elettorale, Mugabe ha ottenuto oltre due milioni di voti, pari all’85% delle preferenze, contro i 233.000 andati a Tsvangirai, che si è ritirato dalla corsa cinque giorni prima delle consultazioni, dopo una lunga serie d'intimidazioni e violenze. L’affluenza è stata del 42%, su circa 5,9 milioni di aventi diritto. Le schede annullate sono state 131.000. Molti elettori si sono recati alle urne solo per timore di rappresaglie, preferendo poi invalidare il proprio voto. «L’atmosfera prevalente nel Paese non ha permesso lo svolgimento di elezioni libere, giuste o credibili», ha denunciato oggi il direttore della missione di osservatori del Parlamento panafricano, Marwick Khumalo, legale dello Swaziland. Stesso giudizio è stato espresso dalla Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc), secondo cui il voto «non riflette la volontà popolare». Subito dopo aver giurato, Mugabe ha annunciato «un dialogo serio» con l’opposizione per favorire «un’era di unità e cooperazione». «Le elezioni sono passate - ha aggiunto - la nostra sfida oggi e per gli anni futuri è di progredire insieme, indipendentemente dalle nostre appartenenze, uniti da una visione comune per uno Zimbabwe prospero». Parole dettate probabilmente dall’imminenza del vertice dell'Unione africana di Sharm el Sheick oggi, dove i leader africani faranno pressioni per avviare un negoziato con l’opposizione e arrivare a un governo transitorio di coalizione. Punto controverso del dialogo sarà il ruolo da affidare a Mugabe nel futuro esecutivo: in un’intervista rilasciata al Sunday Telegraph, Tsvangirai ha ipotizzato oggi un governo che lo veda premier con pieni poteri, con Mugabe a ricoprire una carica presidenziale meramente simbolica. Appello al dialogo è stato lanciato anche dal direttore degli osservatori elettorali, esortando i Paesi della regione a «impegnare la classe politica al potere nello Zimbabwe in un processo di transizione negoziato». Stando a quanto riferito sotto anonimato da fonti ufficiali dell’Angola, una missione di mediazione è stata tentata dal ministro degli Esteri di Luanda, Joao Bernardo Miranda, giunto ieri ad Harare e rientrato oggi in Angola. Il Presidente angolano Eduardo dos Santos è uno dei più stretti alleati di Mugabe e avrebbe inviato messaggi al Presidente e al leader dell’opposizione attraverso il capo degli osservatori della Sadc, Marcos Barrica. Dos Santos avrebbe accolto con favore i segnali di apertura di Mugabe e avrebbe esortato Tsvangirai a valutare «tutte le possibilità per risolvere i problemi dello Zimbabwe». Ora spetterà ai leader Ua verificare se Robert Mugabe vuole realmente aprire al dialogo e su quali basi.

 

Tav, firmato l'accordo con i sindaci - MAURIZIO TROPEANO

TORINO - Era il sei dicembre del 2005 quando le immagini degli scontri tra i manifestanti No Tav e la polizia al presidio di Venaus facevano il giro del mondo e mettevano a rischio lo svolgimento delle Olimpiadi invernali. Quattro giorni dopo a palazzo Chigi, con Berlusconi premier e Gianni Letta sottosegretario, veniva sancita la tregua olimpica e l’avvio di un tavolo politico, quello dell’Osservatorio. Il 29 giungo del 2006, con Prodi premier ed Enrico Letta sottosegretario, la Tav veniva tolta dalla legge Obiettivo. Due anni dopo l’accordo di Pra Catinat sancisce la fine del muro contro muro e la certificazione che il metodo della concertazione partecipata sulle grandi opere può far risparmiare tempo e denaro. Certo, lo zoccolo duro del movimento No Tav resiste e annuncia battaglia ma l’accordo, se tutte le parti lo rispetteranno, dovrebbe permettere di realizzare la Torino-Lione, tunnel compreso. I primi cantieri non si apriranno per la nuova linea. Nel 2009, infatti, sarà «realizzato un intervento straordinario sulle stazioni della linea storica per accrescere il comfort, l’efficienza e la capacità di interscambio», si legge a pagina 3 del documento. E’ questo uno dei contenuti chiave dell’accordo che ha permesso all’Osservatorio guidato da Mario Virano di concludere positivamente la sua missione e di «rispettare il calendario fissato dall’Ue». Si parte dagli interventi sulla rete esistente per arrivare a quelli sulla nuova linea. Soprattutto «c’è il riconoscimento corale che «sia necessario partire dal nodo di Torino in modo che siano più visibili le ricadute sul territorio», spiega Virano. Il che, tradotto, vuol dire aggiornare un dossier in vista della prima verifica da parte di Bruxelles del sistema di erogazione dei fondi comunitari in programma a settembre. E in quell’aggiornamento ci sarà la conferma di un accordo che dovrebbe permettere di partire dal prossimo gennaio con la progettazione preliminare della nuova linea - dove sarà inserito anche il tunnel di base con uscita a Susa - e che dovrebbe durare circa 12 mesi. Poi dopo una verifica politica tra il governo e gli enti locali si dovrebbe passare alla progettazione definitiva che durerà circa 6/7 mesi. Una volta ultimata questa seconda fase e in base alle indicazioni contenute nella stessa si potranno avviare i cantieri dei sondaggi preliminari per la Torino-Lione. Data prevista: fine del 2010. Tutto questo, però, si potrà realizzare a condizione che l’accordo di Pra Catinat venga rispettato in tutte le sue parti. Di fatto si tratta di un contratto che prevede «la realizzazione contestuale di un pacchetto di misure», precisa Virano. Un contratto dove accanto agli impegni dei singoli attori ci sono precise garanzie, soprattutto per i sindaci e i territori. Garanzie che dovranno essere stabilite nei prossimi 6 mesi e che dovranno avere anche una «regia unitaria». Partire da Torino, ad esempio, vuol dire dar tempo alle comunità locali di apprezzare i benefici di una nuova politica di trasporti che metta al centro i pendolari, da qui gli interventi sulle stazioni della linea storica e il finanziamento, da reperire possibilmente già con questa Finanziaria, dei fondi per l’acquisto di materiale rotabile per il sistema ferroviario metropolitano. E solo dopo questa fase si potrà partire con la progettazione vera. Per questo Antonio Ferrentino, presidente della Comunità Montana della Bassa Valle, parla di «un buon impianto perché mette al centro il territorio e coniuga le politiche dei trasporti e quelle legate alle infrastrutture». Aggiunge: «Questo non è un accordo sul tracciato ma su un percorso di confronto e concertazione sul cui esito positivo non è secondario l’atteggiamento del governo». Il che tradotto vuol dire soldi, tanti, sul trasporto locale e sulla riqualificazione territoriale e possibilità di coinvolgimento degli enti territoriali nel processo decisionale e nel controllo dell’attuazione e nel monitoraggio degli effetti degli interventi. Resta il disaccordo sui tempi. I sindaci della Bassa Valle e dell’area metropolitana di Torino sostengono la necessità di costruire la linea attraverso lotti da attivare per fasi successive cioè dopo la verifica dell’effettivo conseguimento degli obiettivi dello step precedente. Dal loro punto di vista è necessario partire dal nodo di Torino e solo in una fase successiva avviare i lavori per la tratta di valico.

 

"Sui magistrati Silvio lo fermo io" - FABIO POLETTI

TRECATE (NO) - Quando tutti urlano, Umberto Bossi abbassa i toni per farsi sentire meglio. Qualche ruggito gli scappa ancora, tipo quello contro Di Pietro che ha dato del magnaccia a Berlusconi: «Meglio con le donne, che con i culattoni ...». La chiamata alle armi dei padani pronti alla lotta - dieci anni fa erano 300 mila, adesso sarebbero diventati 10 milioni - la tira fuori sempre: «Sono tutti combattenti per la libertà, che chiamerò a darmi una mano quando ce ne sarà bisogno...». Ma il ministro delle Riforme Umberto Bossi, solo in qualche comizio gioca a fare quello di una volta. Ora che è a un passo dal portare a casa il federalismo - «siamo andati a Roma per quello», dice davanti a una cocacola, succhiando il mezzo toscano che tiene lontane le zanzare - gioca a fare il moderato. Ministro Bossi, che succede? Più Berlusconi urla, più lei abbassa i toni... E’ diventato più tranquillo, ora che è tornato al governo? «Non sono più tranquillo, se voglio ho dieci milioni di persone con me che posso muovere... Ma sulla magistratura cerco di fermare Silvio Berlusconi. Anche se capisco che fa così, perché i giudici lo stanno legnando inutilmente». Siamo al gioco delle parti? Lui fa il cattivo e lei il buono? «Io stimo Berlusconi. Lo appoggio. Sui rifiuti a Napoli ha fatto miracoli. Abbiamo vinto le elezioni, siamo alleati, lui non è solo. La nostra è un’alleanza forte. Siamo in grado di fare il braccio di ferro con la sinistra». Con l’aria che tira, i rapporti con l’opposizione sono quelli che sono. Lei insiste con la necessità di dialogare? «Io ci provo ma non so se ci riuscirò... Trattare con la sinistra non è semplice. A me piacerebbe e se si può fare è perchè ho la stima di tutti. E poprio perchè ho la stima di tutti sto in mezzo tra Berlusconi e l’opposizione». Dice così perchè vuole portare a casa il federalismo... «Siamo a metà strada, lo stiamo scrivendo. Il federalismo fiscale sarà collegato alla prossima Finanziaria. Entro la fine dell’anno avremo la legge». Deve solo convincere le Regioni del Sud. Temono che il modello lombardo che voi auspichiate le possa strangolare. Che margine di manovra c’è? «Sono io, il margine di manovra. Alla fine è solo una questione di numeri. Lasciare alle Regioni l’80% dell’Iva e il 15% dell’Irpef è la base su cui si va a trattare». Deve convincere An. Ai voti del Sud ci tengono... Noi vogliamo far crescere il Nord. Il Nord è una locomotiva e può aiutare il Sud». Nasce da qui la sua apertura sui rifiuti di Napoli al Nord? Nel suo partito c’è chi si è fatto venire il mal di pancia. «Voi giornalisti avete scritto delle falsità. Berlusconi è venuto da me e mi ha detto: “Umberto, mettiti una mano sulla coscienza che a Napoli ci sono i bambini che giocano in mezzo ai topi...”. Noi non siamo mai stati sordi, ma prima dovevano fare delle cose. Io non potevo far passare il principio che il Nord avrebbe risolto come al solito i problemi del Sud. Berlusconi poi ha fatto i miracoli». Miracoli? «Stava a Napoli due giorni alla settimana. Lo vedevo che partiva dopo il Consiglio dei ministri. Adesso il problema è quasi risolto. Ha fatto riaprire i termovalorizzatori che quei pazzi di magistrati avevano chiuso. Io ho detto che la decisione se accogliere i rifiuti sarebbe stata presa dalle Regioni. Voglio vedere cosa faranno le Regioni della sinistra. La sinistra sa che se risolviamo il problema dei rifiuti loro non prendono più un voto. Adesso ne è rimasta una piccola quantità qualche carrettata... Al Nord cosa gliene frega di un sacco di rifiuti e basta?». A sentire lei sembra che stiate risolvendo tutti i problemi. L’immondizia, la sicurezza... «Berlusconi è andato pure da Gheddafi in Libia, con quel caldo... Sulla sicurezza e sugli immigrati Maroni sta facendo un grande lavoro. Vuole usare anche i satelliti per controllare i confini».

 

Medici: più pochi, più rosa – Flavia Amabile

I medici sono in crisi, e lo sanno bene. Sono sempre meno numerosi, e fra un po’ a indossare i camici bianchi in corsia e nelle sale operatorie saranno soprattutto le donne. Non che qualcuno di loro ce l’abbia con le donne, sia chiaro, ma è anche evidente che la professione così come è non può reggere l’impatto di una così massiccia presenza femminile. «Tra sedici anni in Italia ci saranno 70 mila medici in meno»: il presidente degli Ordini dei Medici, Amedeo Bianco, l’ha annunciato senza girarci tanto intorno: Rispetto al totale attuale di circa 280 mila medici vuol dire quasi un quarto in meno, un calo di 4 mila in media l'anno. Il motivo? Troppi pensionati rispetto ai futuri laureati. Il calcolo dettagliato fa parte di una relazione di Maurizio Benato, vicepresidente Fnomceo, la federazione che riunisce tutti gli Ordini dei medici d’Italia. «Basta fare la somma di tutti i medici che presumibilmente andranno in pensione dal 2011 al 2025 - spiega - Ogni anno si iscrivono 7400 studenti alle facoltà di medicina di tutta Italia. Di questi, 460 sono stranieri. All'incirca il 20% lasciano prima e quindi vengono immessi ogni anno 6250 medici. E' stato così nel 2005, nel 2006 e nel 2007. Li sommiamo per 15 anni fino al 2025, sottraiamo chi va in pensione, ed abbiamo un totale di 190 mila medici, e quindi un buco di 90 mila unità. O, forse, qualcuno di meno, visto che non tutti andranno in pensione a 65 anni, anche perché la previdenza ora non favorisce chi vorrebbe lasciare la professione prima, anzi c'è la tendenza a restare. Diciamo che saranno almeno 70 mila medici in meno». Un medico su quattro verrebbe cancellato, insomma. A meno che non si corra ai ripari. Luigi Frati, preside della facoltà di Medicina e Chirurgia alla Sapienza un rimedio ce l’ha: «Aumentare il numero programmato di iscritti del 10%». La crisi si inizia ad avvertire proprio da quest’anno. «Per la prima volta si registra quasi un pareggio tra il fabbisogno regionale di medici chirurgo (calcolato in base al numero dei medici, alle strutture ospedaliere e di persone assistite dal Servizio Sanitario nazionale) e laureati. «In base ai dati invece è ben probabile che nei prossimi anni i chirurghi inizieranno a scarseggiare», avverte Maurizio Benato. «Questa carenza può diventare un dramma se ci si arriva con questa società. Non lo sarebbe se invece vi fosse una ridefinizione del ruolo dei medici e del loro lavoro. Abbiamo i grandi ed enfatici ospedali, le strutture ad alta tecnologia. Mancano del tutto le strutture intermedie, a bassa tecnologia, dove convogliare la gran parte di quelli che ora sono i ricoveri ospedalieri: i malati cronici, le lunghe degenze, gli anziani in gran parte. La nostra popolazione invecchia rapidamente. Oggi gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 18% della popolazione, nel 2015 saranno il 22-23%. In termini di malattie e carico sulla sanità rappresentano un peso di non poco conto: alleggerire i medici di questo tipo di assistenza sarebbe un grande aiuto». Insomma, meno medici ma più specializzati, quasi dei manager di un team multiprofessionale con diverse funzioni svolte all'interno da infermieri o figure specializzate. Prendiamo il pediatra, ad esempio: il medico si specializzerà in chirurgia pediatrica, e lasceranno agli infermieri il nursing, le fasi iniziali dello svezzamento, le attività di routine. Dovrà cambiare il ruolo del medico di famiglia. Non potrà più rimanere chiuso nel suo studio da solo con il suo pacchetto di pazienti. Dovrà aprirsi ad altri medici associati e trasformare il suo studio in un poliambulatorio consortile in modo da svolgere il ruolo di un piccolo ospedale sul territorio. La seconda cifra riguarda le donne. Oggi rappresentano il 35% del totale dei medici. Non sarà così in futuro. Ad essersi iscritte al primo anno delle facoltà di medicina italiane sono 4317 donne su un totale di 7673 studenti: 56 su 100, la maggioranza. Se si considerano i medici chirurgo per fasce di età si nota che tra i 25 e i 29 anni la percentuale delle donne è del 63,4%, tra i 30 e i 34 anni del 59,6% e tra i 35 e i 39 del 51,9%. «Questa femminilizzazione così profonda della professione richiede un'organizzazione molto diversa del lavoro - avverte Maurizio Benato - Perché in molte specialità è impensabile lasciare l’attività per un anno per fare un figlio e poi tornare come se nulla fosse. Chirurghi, urologi, anestesisti donne potranno fare i loro figli ma saranno necessari corsi di formazione per una riqualificazione e soprattutto dovranno superare una serie di step prima di tornare in camera operatoria». «Lo stesso problema si sta ponendo anche in altri paesi. - Roberta Chersevani, presidente dell’Omceo di Gorizia, e unica donna a capo di uno dei 103 ordini medici in Italia, ha studiato a fondo il tema. - Che cosa fare? Molta formazione, senza dubbio, per recuperare dopo una gravidanza. Ma anche maggiore flessibilità: formule di lavoro part-time o di job-sharing, un posto diviso fra due persone finchè esiste la necessità per la famiglia. Oppure la banca delle ore che è allo studio anche in Gran Bretagna».

 

Segreti e leggende di Chinatown - FRANCESCO LA LICATA

ROMA - Anche qui vengono chiamati topi di laboratorio e sono cinesi, come gli «schiavi» attaccati alle macchine da cucire governati dal sarto napoletano capace di riprodurre qualsiasi modello d’abito, anche il più difficile. Li ricordiamo, sono quelli del film Gomorra, prima descritti nel suo libro da Roberto Saviano. Solo che qui non siamo a Napoli e non sembra di scorgere ingordi camorristi con la vocazione allo schiavismo. Questi «topi di laboratorio» stanno a Milano. Ma non in «zona Sarpi», la Chinatown ormai famosa, perché solo l’affitto di una bottega artigiana renderebbe proibitivi i costi dell’impresa. No, siamo all’estrema periferia Nord di Milano e il capo non è un pericoloso affiliato alle «Triadi», ma una signora «giovane ed elegante», dai modi gentili, come si conviene ad una orientale dalle buone maniere. E’ questo, il primo luogo comune sul pericolo giallo, ad essere smentito da una originale ricerca sui cinesi in Italia portata avanti da una sinologa, Lidia Casti, e da Mario Portanova, giornalista di «Diario» e collaboratore del «Blu Notte» di Carlo Lucarelli. Il libro («Chi ha paura dei cinesi?»; Bur, Collana Futuropassato), che sarà in vendita da domani, in verità sfata molte leggende metropolitane legate al «mistero giallo» un po’ meno misterioso dopo aver letto l’inchiesta. Certo, la descrizione del «laboratorio» lascia sbigottiti, ma la spiegazione del meccanismo produttivo lascia meno spazio alle suggestioni cruente. I cronisti si avvicinano al capannone con qualche pregiudizio e quando scorgono due braccia fuoruscire da un cartone pensano subito ad uno «schiavo» costretto a dormine «imballato». Invece si trovano davanti il magazziniere di un negozio di via Sarpi alle prese con una poltrona del benessere che dispensa persino massaggi elettrici. Poi, finalmente, il laboratorio, annunciato da una sorta di mensa spartana: pentola cuociriso, frigorifero e lavello. La pentola «non può mancare» in una casa cinese: «Si mette l’acqua, la giusta dose di riso e poi fa tutto lei. Quando il riso è pronto si spegne automaticamente». Già, perché nel «laboratorio» si fa tutto: si lavora (anche 14 ore), si mangia e si dorme. Almeno quelli che non hanno ancora trovato una sistemazione migliore, magari perché arrivati da poco tempo. I banchetti, piccoli come quelli di una scuola elementare, sono disposti su due file e finiscono su un cubo a pannelli mobili coi vetri oscurati dalla plastica: la camera da letto di uno dei meno fortunati. E’ vero, qualche volta - insieme con gli adulti - si possono trovare anche bambini. Ma non si tratta di minorenni schiavizzati, sono le mamme che li portano perché non hanno dove lasciarli e tra un gioco e l’altro, magari riescono pure a dare una mano. E’ appena arrivata una commessa: seicento pantaloni lunghi e 400 gonne da finire in due giorni. E come? Il turno va dall’una del pomeriggio alle tre di notte, tutto concordato con gli operai. Le mattinate servono per il disbrigo delle pratiche burocratiche, il resto è tutto lavoro. Il committente paga un euro e venti per capo: sessanta va all’operaio, sessanta alla titolare regolarmente iscritta alla Camera di commercio. Ogni operaio è in grado di cucire almeno cinquanta capi al giorno. Quanto basta per le necessità personali: «Sapone, spazzolino e dentifricio, sigarette per chi fuma, telefonate a casa dal cellulare a tariffe molto convenienti». Per gli abiti non spendo quasi niente perché ci sono i magazzini all’ingrosso della «Chinatown». Il resto va tutto in risparmio per prepararsi una vita più accettabile in Cina, dove quasi tutti tornano in vecchiaia. Ed ecco un altro luogo comune. Il ritorno in patria non avviene come nelle tribù dei pellerossa, dove il vecchio va ad aspettare la morte immobile sotto la quercia. I cinesi tornano proprio come normali pensionati occidentali, ovviamente un po’ più stanchi per il ritmo che sopportano a lungo. Perché dice il detto: «Le foglie che cadono tornano alla radice». Ma a sentirli - è la convinzione degli autori della ricerca - non sembra di trovarsi di fronte a disperati senza speranza. Sono «reclusi volontari» che lavorano pensando al loro futuro e non sono prigionieri della mafia cinese: lavorano per committenti italiani del «pronto moda», anche griffata. Ecco perché non si vedono in giro cinesi molto vecchi: alcuni sono tornati in patria, gli altri giunti in Italia giovanissimi non sono ancora in età da pensione. Non c’è mistero. Come non esiste il mistero dei «cinesi che non muoiono mai» per poter sfruttare e riciclare i documenti. Dice il luogo comune: hai mai visto una tomba o un funerale cinese? Da qui al macabro il passo è breve e dunque la leggenda metropolitana del «nonno servito a spezzatino nei loro ristoranti». E invece le tombe esistono, basta cercarle con un computer nei vari cimiteri di Milano che, non tutti sanno, sono sette. I funerali, poi, sono persino simili ai nostri. Si riuniscono i parenti, si commemora il defunto, poi si va al camposanto e «in genere si offre un contributo economico alla famiglia del defunto». «Tutto viene filmato» perché anche i familiari in patria siano partecipi del lutto. E, sorpresa nella sorpresa, la cultura cinese prevede la presenza del monaco che recita preghiere a pagamento. Come le prefiche in ogni Sud. Certo, la «Chinatown» ha una sua vita autonoma ma sbaglia chi pensa a uomini e donne incapaci di gioire della vita. Lo hanno scoperto Portanova e Casti partecipando alle serate - la domenica specialmente - trascorse a birra, frutta e karaoke. Impazziscono, i cinesi, per il karaoke. E per il gioco d’azzardo, cui - però - la comunità oppone un rifiuto alla legalizzazione «che porterebbe troppi alla rovina». La verità, forse, è che risulta difficile per noi entrare nei loro meccanismi mentali. Capire, per esempio, Bingkuan il musicista, che sogna di «mettere su un teatro di marionette». O capire Wang, che fa sculture di carote, rape e altri ortaggi, riuscendo a mantenere il figlio all’università.

 

Corsera – 30.6.08

 

Chiamparino: abbiamo fatto centro - Gianna Fregonara

ROMA - «È una vittoria di tutti, un passo significativo. Siamo riusciti ad arrivare in fondo ad un percorso rispettando i tempi che ci eravamo dati, e questo all'inizio era tutt'altro che scontato». Sergio Chiamparino, sindaco di Torino nonché ministro ombra delle riforme del Pd, è in ufficio anche se è domenica pomeriggio. Se lo ricorda bene quel dicembre di tre anni fa, quando partì in aereo con i suoi colleghi della Val di Susa, con la presidente della Regione Mercedes Bresso e il presidente della Provincia Antonio Saitta, per andare a Roma a proporre «una via d'uscita» dopo gli scontri e le violenze di Venaus tra i No Tav e le forze dell'ordine. È per questo che è anche molto cauto: «Adesso comincia un altro percorso: il tavolo politico con il governo. Non roviniamo tutto. Mi aspetto sostegno, mi aspetto che si continui così senza mettere da parte il dialogo ora che l'Osservatorio ha finito il suo compito, senza forzature, misurandosi con i problemi concreti di progettazione e rispettando i tempi e gli impegni economico-finanziari che l'accordo richiede ». Già, perché l'accordo ha un prezzo: circa due miliardi di euro in più rispetto al progetto originario sul quale si scontrarono No Tav e governo. «Sì, ma magari un investimento maggiore può accorciare i tempi di realizzazione e consentire altri risparmi», suggerisce Chiamparino, pensando alla faccia che farà Giulio Tremonti quando gli chiederanno di aggiungere i fondi. Il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli però ha già accolto con entusiasmo il risultato, non basta? «Sono contento, ma è meglio dire le cose subito, per evitare incomprensioni. Apprezzo che Matteoli smentisca il sottosegretario Ugo Martinat che qualche tempo fa ha dichiarato che invece si sarebbe rifatta una legge obiettivo», che farebbe saltare qualsiasi concertazione con i sindaci. Se Chiamparino insiste perché la politica ora faccia la sua parte e non stravolga l'accordo, qualche riflessione su questi due anni e mezzo di lavoro dell'Osservatorio non può non farla: una trattativa sottotraccia con la vigile attenzione del governo Prodi e del ministro Antonio Di Pietro e poi l'accordo quando torna al governo Berlusconi, costretto nel 2005 dai No Tav a sospendere i progetti in Val di Susa. Qualcosa vorrà pur dire? «Capisco che ora c'è la luna di miele con il nuovo governo. Ma i tempi dell'Osservatorio sono tecnici, legati piuttosto alle scadenze dell'Unione Europea che all'agenda della campagna elettorale italiana. Nell'ultima riunione con l'allora ministro Di Pietro ci eravamo dati come scadenza per trovare l'accordo tecnico il 30 giugno. Ci siamo arrivati un giorno prima... Credo che nessuno possa rivendicare come proprio questo risultato. È frutto del lavoro di tutti: ha contribuito il governo Prodi che ha accompagnato il dialogo in tutto il periodo della sua esistenza, ora il ministro Matteoli può dire di non aver mandato tutto all'aria. Io non metterei un'etichetta politica al risultato». Ma qualcosa la politica avrà contato: in campagna elettorale lei non è riuscito a tenere un comizio in Val di Susa. «Ho rinunciato per non creare incidenti, ma bastano poche persone per bloccare un comizio. Sabato scorso alla manifestazione No Tav c'erano 150 persone...». Forse il risultato del voto di aprile, che ha cancellato la sinistra antagonista? «È possibile che l'andamento elettorale abbia introdotto qualche elemento di riflessione nei sindaci. Le elezioni non hanno fatto emergere grande sostegno ai "No tav ad ogni costo": la maggioranza dei valsusini ha votato per i partiti che sostenevano l'opera attraverso un ragionevole confronto con le comunità locali». Finisce con l'accordo anche il tormentone del referendum sul progetto? «Dipenderà. Per quel che mi riguarda se si vuole arrivare al referendum, io non sono contrario in linea di principio. Certo il referendum deve riguardare tutta la tratta da costruire, non solo un pezzo. Alla fine della procedura, si potrà anche fare». Provocherà altri ritardi? «Non credo, se non ci saranno impuntature e stop al dialogo, i tempi per rispettare la scadenza europea del 2010 per l'inizio dei lavori ci saranno. Ci abbiam messo vent'anni in più degli altri Paesi europei ad arrivare a questo metodo del dialogo: non disperdiamolo, facciamone una risorsa preziosa».

 

Il rebus del lodo

Dal «lodo Schifani» del 2003, miseramente naufragato di fronte alla Corte costituzionale, all'odierno progetto di «lodo Alfano» il passo non è breve, anche prescindendo dalle vicende giudiziarie del presidente Berlusconi. Difficoltà possono sorgere non solo, e non tanto, sul piano dei contenuti, quanto soprattutto sul piano delle procedure di approvazione, trattandosi di materia costituzionale. Circa i contenuti, bisogna riconoscere che il disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri per sottrarre alla giurisdizione penale i «presidenti» titolari di una delle quattro più alte cariche dello Stato (mediante sospensione dei processi, ma non delle indagini, nei loro confronti, per reati comuni, cioè non inerenti all'esercizio delle loro funzioni) si è sforzato di adeguarsi alle indicazioni desumibili dalla sentenza n. 24 del 2004, con cui la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittima la corrispondente disposizione del «lodo Schifani». In questo quadro si spiega, per esempio, che sia stata oggi sancita la temporaneità dello «scudo immunitario» proposto a favore di tali soggetti, circoscrivendolo alla durata della carica, salva l'ipotesi di «nuova nomina» nel corso della stessa legislatura e nella medesima funzione; che sia stata ammessa la possibilità di rinuncia al relativo meccanismo di tutela da parte dei soggetti interessati; ed inoltre che sia stato consentito ai danneggiati dal reato di far valere le loro ragioni agendo davanti al giudice civile. Anzi, in analoga prospettiva di attenuazione delle più vistose anomalie che una disciplina del genere potrebbe provocare rispetto alla sorte dei processi da sospendersi, si spiega altresì che sia stata di regola prevista la possibilità di acquisire prove urgenti perché «non rinviabili»; e, su un piano diverso, che sia stata correlativamente stabilita la sospensione dei termini di prescrizione. Tutto ciò potrebbe dunque facilitare la «digeribilità», all'interno del sistema, di una disciplina che di per sé configura pur sempre un innegabile trattamento privilegiato, in chiave di temporanea immunità processuale, a vantaggio dei quattro «presidenti» posti al vertice dello Stato (a parte la non superata obiezione, proveniente ancora dalla Corte costituzionale, circa la «intrinseca irragionevolezza» della riserva di un tale privilegio soltanto ai suddetti presidenti, e non anche agli altri componenti degli organi da essi presieduti). Resta vero, tuttavia - ed il rilievo assume carattere pregiudiziale rispetto all'intero impianto della disciplina in questione - che la introduzione di un simile regime processuale differenziato in capo ai titolari delle suddette alte cariche, comporta comunque una deroga profonda al fondamentale «principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione», che secondo la stessa Corte si colloca «alle origini della formazione dello Stato di diritto». Sicché, anche ad ammettere che una deroga del genere possa accogliersi, nel quadro di un equilibrato bilanciamento dei valori in gioco, con riguardo alla esigenza di assicurare il «sereno svolgimento» delle funzioni inerenti alle medesime cariche (esigenza peraltro piuttosto vaga, e di incerta copertura a livello costituzionale), occorrerebbe in ogni caso che la relativa disciplina venisse adottata non già con legge ordinaria, ma con legge costituzionale. E, quindi, con le particolari procedure imposte dall'articolo 138 della Costituzione. Che si tratti, del resto, di materia tipicamente costituzionale, non possono esservi dubbi, come è dimostrato tra l'altro dalla circostanza che le particolari prerogative riconosciute al presidente della Repubblica ed al presidente del Consiglio (nonché agli altri ministri) di fronte alla giustizia penale, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, trovano specifico fondamento nella stessa Costituzione, o in leggi costituzionali. Le quali, invece, tacciono (con ciò escludendola) rispetto ad ogni altra eventualità di deroga al principio di eguaglianza a tutela di tali soggetti. A maggior ragione, dunque, si realizzerebbe una pericolosa forzatura, se si pensasse di disciplinare con legge ordinaria addirittura una ipotesi di sospensione dei processi per reati comuni, quindi extrafunzionali, addebitati ai «presidenti» in questione. Ciò che, evidentemente, potrebbe giustificarsi (sotto il profilo di una pur discutibile «presunzione assoluta di legittimo impedimento», correlata alla durata della carica) non già per obiettive ragioni processuali, ma solo in rapporto allo status istituzionale rivestito dagli stessi. E pertanto si risolverebbe, in definitiva, in una prerogativa costituzionale propria dei medesimi soggetti, la cui fonte non potrebbe essere una legge ordinaria.

 

Tra due linee passa solo un congresso - MICHELE SALVATI

Da quando Silvio Berlusconi è «disceso» in politica il principio democratico (il potere risiede nell'investitura popolare) e il principio dello stato di diritto (chiunque è soggetto alla legge e a chi deve farla rispettare) si sono trovati in conflitto nel nostro disgraziato Paese - come se non avesse altri problemi - e oggi quel conflitto si è riacutizzato. Nessuno in passato ha trovato il modo di conciliare i due principi nel caso specifico, cosa certo non facile, e dubito che ciò possa avvenire adesso: il Presidente del consiglio farà passare i provvedimenti cui tiene - l'uno in sé ragionevole, l'altro inaccettabile - e la vicenda finirà li. Ma finirà anche - aspetto positivo di una vicenda sgradevole - il potere condizionante di un'area giustizialista che, al di fuori del problema Berlusconi, non mi sembra abbia molto altro da dire. Davanti a noi ci sono cinque anni difficili, che partono da una crisi economica internazionale ben lontana dalla soluzione e vedono il nostro Paese messo assai peggio di quelli con i quali è ragionevole confrontarlo: un debito pubblico e dunque una fragilità finanziaria assai maggiori e una crisi strutturale di competitività avente un'origine antica, che ci farà crescere a velocità dimezzata rispetto a quella pur bassa degli altri. Ammesso che crescita ci sia, visto che per il 2008 le previsioni sono di poco superiori allo zero e per gli anni successivi del tutto aleatorie. In questi cinque anni compito della politica dovrebbe essere quello di realizzare le condizioni in cui l'economia possa tornare a crescere: se non c'è crescita, anche gran parte dei problemi non economici diventano di difficile soluzione. Compattando al massimo, tre sono gli obiettivi: un'economia più dinamica e competitiva; un'amministrazione pubblica più efficiente in tutti i suoi comparti, e soprattutto in quelli dell'istruzione, della giustizia, delle infrastrutture; un Mezzogiorno che, per efficienza, dinamismo e legalità, cominci ad accorciare le distanze con il Nord. Per tutti e tre questi macro-obiettivi le distanze programmatiche tra governo e opposizione non sono insuperabili, e molto gioverebbe al Paese un'opposizione costruttiva: un'opposizione che, per ognuno dei numerosi problemi in cui quegli obiettivi si articolano, avesse proposte chiare da confrontare con quelle del governo, a volte constatandone la somiglianza, a volte opponendosi recisamente, a volte cercando un compromesso. Alla luce del programma elettorale presentato dal Pd queste proposte già ci sono o potrebbero essere rapidamente definite. Ciò che ostacola il confronto, mi sembra, è lo stato di crisi politica in cui quel partito si trova. Nonostante primarie, assemblee costituenti, statuti, carte dei valori - o forse per il modo in cui questi passaggi si sono svolti - il Pd non ha ancora trovato un'identità e un'anima: le cariche che contano sono ancora distribuite secondo le vecchie componenti, la leadership non è riconosciuta da tutti, manca una linea politica maggioritaria che venga seguita anche da coloro che non la condividono, come deve avvenire in un partito serio. Semplificando molto, si stanno in realtà combattendo in modo opaco due linee politiche molto diverse, quasi opposte. La prima linea, quella dell'attuale segretario, scommette su un futuro bipolare del sistema politico, su una competizione dei due principali partiti nel campo degli elettori centristi, su un possibile sfondamento al Nord, su politiche economiche e sociali attente sì ai bisogni dei più deboli, ma modernizzanti e liberali: se questa linea prevale, la fase attuale di violento contrasto col governo è destinata ad esaurirsi e il confronto di merito a prevalere. La seconda linea vede il Pd come strutturalmente perdente in un confronto bipolare e il Nord come una fortezza inespugnabile del centrodestra. Ne viene per conseguenza che l'unica possibilità di tornare al governo, anche pagando lo scotto di un rafforzamento dei partiti centristi e di un Pd dimagrito e più vicino alla sua componente Ds, è quella di coalizioni rese possibili da una legge elettorale proporzionale. Non solo il Partito democratico, ma l'intera strategia dell'Ulivo, il tentativo di fusione dei riformisti laici e cattolici, sarebbe stato un errore. E per conseguenza ne viene anche che il terreno di scontro sarebbe il Sud, non il Nord; che anche l'antiberlusconismo più radicale può servire a cementare coalizioni incoerenti; che bisogna stare molto attenti a proposte modernizzanti, quando queste sono percepite come una minaccia dai ceti più vicini al centrosinistra, dai lavoratori difesi dal sindacato, dal pubblico impiego, da un Sud spaventato dal federalismo fiscale. Personalmente ho pochi dubbi che sia la prima linea quella più favorevole al Paese, quella che può maggiormente aiutarlo a superare la crisi profonda in cui esso versa. Dal punto di vista del partito, delle sue potenzialità elettorali e di governo, della sopravvivenza dell'attuale ceto politico, la questione è più controversa e si può discutere. Domanda: in un partito serio, per discutere e soprattutto per decidere, non si fanno i congressi?

 

Rilanciare le speranze - GIUSEPPE DE RITA

P iù paure che speranze, questo è il nodo di psicologia collettiva cui si va impiccando la nostra attuale società, sempre più pervasa da paure, inquietudini, preoccupazioni, ansie di ogni tipo; mentre le speranze sono poche, e la speranza (al singolare, cioè da tutti condivisa) resta una non praticata virtù teologale, estranea e lontana. Governare una società di tal fatta è impegno di maledetta difficoltà e pericolosa ambiguità. La gente si ingabbia nelle sue singole paure ed esprime delle emotive pretese di pronta e specifica risposta ad ognuna di esse: per la paura di aggressioni, scippi e rapine chiede più forze dell’ordine ed addirittura l'esercito; per le paure destate dagli immigrati, chiede controlli, espulsioni, galera; per l'ansia del precariato dei figli, chiede pubblico consolidamento dei rapporti di lavoro; per la paura di non aver casa e/o non poter pagare le rate del mutuo vuole un deciso intervento statale di social housing ; per la paura della vecchiaia e del connesso declino psicofisico, chiede una politica di long-term-care ; per l'ansia delle morti sulle strade chiede una forte repressione istituzionale contro droghe ed alcol; per l'inquietudine creata dai rifiuti non raccolti e non trattati pretende commissari straordinari, poliziotti ed esercito. E via via, senza allungar troppo l'elenco, si arriva a paure e domande più sofisticate: per paura della globalizzazione si esprime voglia di protezionismo; e per la paura dell'egoismo dei localismi si ritorna alla fiducia nello Stato centrale. Questo proliferante flusso di paure e di correlati interventi pubblici non è per ora bilanciato da un po' di speranza collettiva, o almeno di egoistiche speranze individuali; e neppure da una interpretazione di sintesi di quel che si vuole e quel che si fa. Il motto prevalente sembra il banale «io speriamo che me la cavo» degli impauriti studenti della maturità, motto del tutto regressivo in termini di impegni orientati al nuovo e al futuro. Dalle tante paure nascono allora altrettante domande di pura rassicurazione che facilmente, specialmente in periodi elettorali, si declinano al singolare; diventando «domanda di sicurezza», termine magico, in nome del quale si coltiva, si ottiene, si sfrutta il consenso. Ma siccome le pretese di sicurezza sono molteplici, finiscono per essere molteplici e senza grande ordine le dirette risposte; con una galleria di annunci e provvidenze che non fa una politica, mentre la loro somma non fa una risposta socialmente convincente, anzi talvolta induce ad una ulteriore sensazione di paura e di insicurezza. Ci vuole allora una cultura istituzionale complessa unificando le varie azioni in un’unica prospettiva politica: quella della «politica della sicurezza» sarebbe stata buona se non fosse stata usata troppo e in modo sconnesso rispetto alle nostre intime esigenze di coesione sociale e di qualità della vita. Lì intorno bisogna comunque restare, ma forse la vera novità di risposta sarebbe quella di rilanciare le speranze, anche se solo al plurale.

 

l’Unità – 29.6.08

 

Opposizione - Furio Colombo

«Chi lo ha votato lo fischia», potrebbe essere lo slogan di questi giorni. È uno slogan che descrive bene uno studio sociologico sul rapporto degli italiani con la vita pubblica. Politicamente serve poco. Perché il Berlusconi fischiato è identico al Berlusconi votato. Il Berlusconi votato non ha mai fatto nulla per nascondere il Berlusconi fischiato. C’è infatti un’unica cosa di cui non si può accusare Berlusconi: fingersi democratico. Usa la parola, certo. Ma solo per parlare di se stesso, della sua immunità, dei suoi meriti, dei suoi poteri, del suo governo. La sua è la democrazia di uno solo, una democrazia che - come si sa - non esiste, o almeno ha un altro nome, meno benevolo: autoritarismo totalitario. Ma l’uomo in questione è sempre stato così, si è manifestato e presentato esattamente così in ogni istante della campagna elettorale: accusa, sospetto, insinuazione, ansia di persecuzione, ricerca, a momenti persino affannata, di potere, di altro potere, di più potere. La controprova è nel rileggere, anche a caso, vita e avventure di Silvio Berlusconi nel suo precedente periodo di governo. Se non ci fosse il senso di pericolo ci sarebbe la noia, tanto è netta la continuità e forte la somiglianza con e tra tutto ciò che ha già detto e già fatto. È vero, ci sono istanti in cui Berlusconi prova su di se l’immagine dello statista. Ma, appunto, sono istanti. Le folte squadre di cronisti fedeli e di telecamere debitamente inclinate non fanno in tempo a stampare lodi e trasmettere servizi, che il premier ha già cancellato tutto di sua iniziativa. Niente statista. Non gli interessa. La vita è vita se è caccia al nemico. Il nemico, a causa di un grumo di memoria privato e pubblico, fisico e politico, di paura e di battaglia, prende il nome di "cancro giudiziario". Seguìto dall’esito peggiore: i giudici come metastasi. Due terrori si impastano in un’unica lotta che è più facile da condurre: quella politica. Cercherò di fare un inventario di ciò che vedo intorno. Accanto a me, alla Camera, noto la vitalità di Di Pietro. Attacca tenace, riprende da capo. Non molla neppure per un istante l’impegno della legalità, come simbolo, come condizione democratica, come denuncia. Potete dire che è un ritorno all’indietro ma come definire il pauroso bradisismo italiano in cui ci fanno vivere? Siamo tutti testimoni di un Paese che si abbassa e continua ad abbassarsi di livello, qualità, dignità, e anche: quanto a risorse, forza produttiva, capacità commerciale, credibilità (ormai perduta) di ex protagonista sulla scena europea e del mondo. Ma anche per impoverimento della vita quotidiana di tanti in Italia. Si ha un bel dire che Di Pietro rifà gli stessi percorsi del giustizialismo e dei girotondi. È vero, ma è vero per forza. L’attacco di Berlusconi ai giudici supera la pur geniale invenzione cinematografica di Moretti. Lo strano e incattivito malumore antigirotondi si sta dissipando persino nella migliore sinistra. Saranno davvero così irritati i nostri ex leader della ex sinistra se tornassero i cittadini a dire il loro no democratico, il loro sì alla Costituzione, accanto all’opposizione? Inutile negarlo. Nel momento in cui irrompe in scena l’annuncio esplicito e sincero di attacco senza quartiere all’intero impianto giuridico del Paese, si può rimproverare a Di Pietro di farsi trovare sul percorso con una barricata di irruenti argomenti che, come primo, indispensabile risultato, frenano o almeno denunciano l’istinto di devastazione del premier travolto dai suoi fantasmi? Dicono che il linguaggio di Di Pietro sia eccessivo. Certo "magnaccia" è una parola pesante, sia pure per definire Berlusconi mentre, dall’alto del suo immenso potere politico-finanziario, è impegnato a sistemare alcune ragazze. Bonaiuti e Ghedini annunciano querele. È il loro lavoro. Si può capire. Ma "cancro" e "metastasi", le parole usate da Berlusconi per descrivere i giudici, vi paiono lievi?. Il cancro si elimina col bisturi. Dunque la parola è più dura e più tragica. Chi la denuncerà? L’astuto uomo di Arcore è caduto nella trappola: fa scenate in pubblico sui suoi affari privati davanti a platee ansiose che lo avevano eletto in cerca di risposte alle paure e ai rischi di tutti. Volete dire che la gente si aggira per i mercati rionali, dove il prezzo di frutta e verdura sale ogni giorno come il petrolio, mormorando «maledetti giudici»? Pensate che nel fare il pieno di carburante il camionista scambi con l’uomo della pompa volgari ma sentiti giudizi sul CSM che blocca il loro lavoro assolvendo la Forleo e annunciando troppo presto che il lodo Schifani è anticostituzionale? Quanti commercianti sono stati stroncati dal complotto dei giudici che vogliono a tutti i costi processare Berlusconi? Sanno tutti che la piccola e media impresa era nel panico, quando Rete Quattro stava per finire sul satellite. Infatti una volta salvata la rete del premier e la sua pubblicità, la Marcegaglia, a nome di tutta l’impresa italiana, ha potuto tirare un respiro di sollievo e dire al Paese: «Finalmente un clima costruttivo». E Augusto Minzolini, il bravo "retroscenista" che coglie al volo i segni premonitori del nuovo berlusconismo (che è una dose da cavallo del berlusconismo originale) può scrivere: «Tutto questo (il normale lavoro dei giudici, ndr) ha spinto il Cavaliere a scegliere la via maestra, quella che conosce meglio: alzare la voce e decidere. Del resto è sempre più sicuro di avere la gente con sé». «Alla Confesercenti che è di sinistra, c’è stato chi mi ha fischiato ma anche chi ha applaudito le mie critiche ai magistrati (ha detto di loro «cancro» e «metastasi», ndr). Gli italiani sono con me». (La Stampa 26 giugno). Commentare è un po’ imbarazzante. Si tratta di una situazione mentalmente fuori controllo. È bene ricordare lo stato delle cose per capire se è vero o non è vero che Di Pietro esagera, quando si lancia, ogni volta, come un pompiere da film, contro i sempre nuovi focolai accesi e disseminati tra le istituzioni italiane dal piromane di Arcore. Nel paesaggio italiano, per quanto triste, ci sono altri eventi che meritano di essere osservati affinché una descrizione del momento non sembri una passeggiata nel Foro romano. Mi riferisco all’evento organizzato dai Radicali invitando tanta gente a discutere a Chianciano. E poi al dopo Chianciano e agli appuntamenti che, con il nome del primo incontro, continuano e continueranno ad avvenire a Roma. L’iniziativa di Pannella è questa: troppe persone sono rimaste fuori dalla politica, perché estranee ai partiti presenti ora in Parlamento. Questo vuol dire fuori dalla televisione. Fuori dall’inseguirsi dei dibattiti quotidiani. Vuol dire troppo silenzio. Si può dissentire in molti modi dai Radicali (io dissento nel rapporto con la giustizia, nella richiesta di abolizione dell’azione penale obbligatoria, nel giudizio drastico sui sindacati). Ma, dal mio punto di vista, è impossibile non fare causa comune con i Radicali in tutta l’attività della Associazione Luca Coscioni, del Tibet, di "Nessuno tocchi Caino", di "Iraq libero" (che voleva dire: via Saddam e niente guerra). Però - d’accordo o non d’accordo - è impossibile non cogliere nel lungo percorso di Pannella fino ai giorni nostri, il seme pedagogico dello spingere alla discussione politica, in tutti i modi e per qualsiasi ragione. Nel caso di Chianciano, la ragione più importante era evitare il silenzio. Il campo è sgombro da equivoci perché, come sempre accade dalle parti dei Radicali, non c’è l’ombra del potere. Ricordo un piccolo film scritto da Woody Allen, quando era già autore geniale ma non ancora regista. In quel film i soldati cominciano a gridarsi frasi da una postazione all’altra, poi si intestardiscono a precisare e a chiarire. Lasciano i bunkers opposti e si lanciano in una discussione di ognuno con tutti gli altri. Quasi allo stesso modo, Chianciano ha risposto (o cercato di rispondere) a una domanda che tormenta molti: e adesso con chi parlo di politica? E dove? Il senso era, mi pare, interrompere la solitudine e i tanti monologhi un po’ autistici che ti raggiungono da tutte le parti. Io non c’ero a Chianciano. Ma - ascoltando Radio radicale - ho l’impressione che la strana idea stia funzionando. In ogni caso continua. E mi piacerebbe che contagiasse il Partito democratico. *** Veltroni ha fatto tutto il possibile. Ha afferrato per i capelli una campagna elettorale che poteva essere vuota e ha riempito molte piazze. Ha perso una cosa, le elezioni, e ne ha vinta un’altra: l’inizio dell’esistenza e della vita politica di un partito che non c’era, il Pd. Adesso però comincia la prova più importante: fare del partito la piazza. Una piazza in cui la storia non comincia e non finisce nel discorso del leader e negli "interventi" dei vice leader. Una piazza in cui "si parla con" e non "si parla a". No, non sto celebrando l’assemblearismo. Sto cercando il tipo di democrazia che alza la soglia di dignità e di passione dei cittadini attraverso la partecipazione. Uno spazio nato per essere crocevia di nuovo impegno comune e di impegno urgente, in un tempo molto pericoloso. Il Pd non può diventare un circolo ufficiali, con un annesso club dei cadetti. La truppa e le salmerie aspettano fuori. Mentre il vice ammiraglio Bindi discute animatamente con il maggiore Fioroni e il colonnello Parisi avverte il Comando del suo dissenso alla presenza dell’aiutante di campo Realacci, la truppa là fuori potrebbe andarsene. «Ci sentiamo soli» hanno detto alla nostra Maria Zegarelli (l’Unità 27 giugno) i cittadini rimasti fedeli alla Festa dell’Unità di Roma (si chiama ancora così, come quando c’era la sinistra) evidentemente in attesa di essere raggiunti da un segnale che voglia dire «siamo qui, siamo insieme, ecco ciò che stiamo per fare». Difficile non capirli, dati i tempi. Sono i tempi di un feroce, nevrotico attacco alla Giustizia. si sta creando come se fosse ovvio, normale, tipica una vistosa condizione di incompatibilità mentale e ambientale tra Berlusconi e la sua carica. Sono i tempi del tentativo del premier di essere esente da ogni imputazione come nessun premier al mondo (salvo monarchi e Capi di Stato). Sono i tempi delle punizioni che si abbatteranno su chi oserà pubblicare atti veri e legali (come le intercettazioni dei giudici), in modo che il potere risulti intoccabile. Sono i tempi in cui i due ministri degli Esteri e della Difesa italiani chiedono insistentemente che i soldati italiani, che già sono impegnati a tentare progetti di aiuto e di pace, questi soldati, trattati come se fossero imboscati, vengano finalmente mandati a morire. Intanto aerei da combattimento costosi come ospedali vengono generosamente offerti in modo così precipitoso da far dire ai colleghi della Nato: «va bene, va bene, un momento di pazienza...». E certo l’ansia dei due ministri italiani deve avere provocato qualche sorpresa. Nessuno è così impaziente di spingere nei punti peggiori di un fronte i propri connazionali. Sono tempi di ronde, di vigilantes, di impronte digitali ai bambini Rom, di militarizzazione di un Paese che fino a poco fa era in pace. Ma, diciamo la verità, sono i tempi del silenzio. E questo isola e angoscia i milioni di italiani che hanno votato per il Pd. Non potremmo, non dovremmo chiudere il circolo ufficiali e unirci con atti e parole forti, e impegni immediati, e chiarissimi "no", ai cittadini che aspettano? È vero, ci sono cose che il governo di Berlusconi sta proponendo che sono, allo stesso tempo, odiose, immorali e "ben viste" dai cittadini, dopo che con tanto impegno è stato seminato il sospetto e coltivata la paura. Adesso, come si sa, la parola-grimaldello, capace di far saltare ogni obiezione, anche a sinistra, è "sicurezza", benché, fuori dalle regioni di mafia, camorra e ‘ndrangheta a cui il severo ministro Maroni non presta alcuna attenzione né prevede alcuna ronda, l’Italia sia il Paese statisticamente più sicuro d’Europa. Ma proprio questa è la prova più ardua e più alta: dire la verità quando tutti ti fanno credere un’altra cosa. Vorrei ricordare il libro "Profili nel coraggio" che nel 1959 ha reso celebre il suo autore, John Kennedy, e ha aperto la strada alla sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Era una serie di esempi di statisti che hanno avuto il coraggio di battersi per una causa persa, ma moralmente necessaria, fino a rovesciare il gioco e a vincere. Non varrebbe la pena di cominciare dai bambini Rom, di proclamare che siamo noi, il Pd, la loro difesa, fino a rendere impossibile questo trauma volgare e ingiusto a danno dei bambini? Non dovremmo essere noi, il Pd, a intervenire in difesa della Polizia italiana che finora non ha mai fatto foto segnaletiche di piccoli, italiani o stranieri, e si è occupata di loro (i bambini) solo per proteggerli? Non dovremmo cominciare subito con il partecipare ad una "giornata per la Giustizia" contro il tentativo di impiantare un potere senza limiti fondato sull’umiliazione dei giudici e su un Parlamento fantasma?


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