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ULTIM'ORA

Manifesto – 1.7.08

 

A caro prezzo – Galapagos

L'inflazione cresce in tutta Europa. Anzi, in tutto il mondo ed è accompagnata da una stagnazione dell'economia, preludio di recessione. I prezzi al consumo in Italia in maggio sono al 3,8%: non succedeva da 12 anni. E in Europa (ma anche in Italia, se consideriamo l'indice armonizzato) il tendenziale è al 4,0%. L'impennata dei prezzi del petrolio sta frenando i consumi di carburante (ma la cosa non dispiace più di tanto) e le immatricolazioni di nuove vetture, mettendo in crisi un settore che già soffre di crisi di sovraproduzione. Ma non sono solo i consumi di trasporto a diminuire: il balzo dell'inflazione sta provocando una caduta di tutti i consumi a iniziare da quelli alimentari. Pane, pasta, carne, frutta e verdure stanno diventando merce sempre più rara sulle tavole degli italiani. Forse in alcuni casi si è ridotto lo spreco; più spesso, però, c'è stata una stretta di cinghia. Ma quanto durerà questa fase inflazionistica? Non poco. Sempre ieri l'Istat ci ha fatto sapere che in maggio i prezzi alla produzione sono aumentati del 7,5%: come dimostra l'esperienza dei mesi scorsi, questi aumenti sono destinati a scaricarsi dopo un breve periodo, sui prezzi al consumo. Con una aggravante: mentre i prezzi alla produzione a volte tornano indietro, quelli al consumo non scendono mai, tramutandosi in rendita perpetua per i bottegai. L'inflazione è spinta dal petrolio e dalle materie prime alimentari, cioè provocata da fattori esterni al sistema produttivo tra i quali la speculazione svolge un ruolo non secondario. Una situazione da manuale di economia. Semplice da comprendere per tutti. Salvo, ovviamente, per la Bce. Tra due giorni la Banca centrale aumenterà di nuovo i tassi nel tentativo di contenere l'inflazione. Conseguenza: cadranno ulteriormente i consumi. Perché sarà drenato più reddito alle famiglie che hanno un mutuo a tasso variabile; saranno rese più care le vendite a credito e alcuni stati (Italia in testa) sprecheranno molte più risorse per pagare gli interessi sul debito pubblico. La conseguenza sarà un ulteriore rallentamento delle economie e un incremento del tasso di disoccupazione che, come unico effetto positivo per il capitale, provocherà un'ulteriore caduta della conflittualità e una frenata dei salari. Ma probabilmente è proprio quello che vogliono a Francoforte. Ieri Agostino Megale, presidente dell'Ires Cgil e ora anche segretario confederale del maggior sindacato italiano, ha calcolato che con la differenza tra l'attuale tasso di inflazione reale e quello programmato dal governo (1,7%), per una retribuzione di 25 mila euro lordi comporterà entro il 2009 una perdita di potere d'acquisto di circa 1.200 euro. Insomma, una mensilità mangiata dall'inflazione e dai profitti. Con una sola soluzione: straordinari detassati. Per essere sfruttati meglio.

 

Prezzi, nuovo record - Roberto Tesi

Ogni mese un nuovo record: ieri l'Istat ha comunicato che, sulla base dei dati provvisori, in giugno l'inflazione è salita al 3,8%. In maggio il tendenziale era al 3,6%. Era dal luglio del 1996 che il dato tendenziale non si collocava così in alto. E sicuramente non è finita: sempre ieri l'Istat ha fatto sapere che il tendenziale dei prezzi alla produzione è salito in maggio al 7,5%, contro un tendenziale del 3% del maggio 2007. Questo significa che nei prossimi mesi - come è già accaduto nel recente passato - gli aumenti dei prezzi alla produzione si scaricheranno sui prezzi al consumo. L'inflazione, tuttavia, non è fenomeno esclusivamente italiano: secondo la stima rapida di Eurostat in giugno il trend dei prezzi in Europa è al 4%. E anche in Italia l'inflazione è al 4% considerando l'indice Ipca, cioè l'indice armonizzato dei prezzi per i paesi Ue. Di più: sui redditi degli italiani (ma anche di tutti gli europei) si sta per abbattere la decisione della Bce che tra due giorni aumenterà i tassi di interesse. Per chi ha un mutuo a tasso variabile saranno dolori: la rata è destinata a crescere anche se l'aumento non sarà registrato dall'indice dei prezzi al consumo, visto che in mutui sono considerati una spesa di investimento. Come conseguenza dei nuovi aumenti, il potere di acquisto dei salari dei lavoratori rischia di perdere circa 1.200 euro nei prossimi due anni. A lanciare l'allarme è stato Agostino Megale, segretario confederale della Cgil. «Se con l'inflazione al 3,6% del mese precedente e l'inflazione programmata fissata dal governo all'1,7% per il 2008, avevamo stimato una perdita del potere di acquisto di circa 1.000 euro per un salario di 25 mila euro nei prossimi due anni, oggi - afferma il dirigente sindacale - l'inflazione al 3,8% rischia di produrre una perdita ancora più alta del potere di acquisto dei salari dei lavoratori che si potrebbe attestare intorno ai 1.200 euro a fine 2009. Ciò conferma - conclude il segretario confederale della Cgil - che le previsioni e i contenuti della manovra finanziaria del governo sono sbagliati e vanno radicalmente cambiati». La crescita dei prezzi al consumo, non accompagnata da un adeguato recupero del potere d'acquisto, sta penalizzando pesantemente i consumi. Nei giorni scorsi l'Istat ci aveva fatto sapere che le vendite al dettaglio in aprile erano scese di oltre il 2,2%, ieri la Confederazione italiana degli agricoltori ha confermato che secondo stime provvisorie basate su dati dell'Ismea, ad essere penalizzati sono soprattutto i consumi alimentari. Le proiezioni per il primo semestre indicano, infatti, una caduta del 5% nei consumi dei derivati dei cereali; un -6,2% per gli ortaggi; -2,2% per la frutta; -3/4% per l'olio di oliva e -3,5% per la carne bovina. In controtendenza, invece, il consumo (+1,5%) di carne avicola, cioè di una carne che proporzionalmente costa meno di quella bovina. Anche in giugno (mese nel quale i prezzi sono cresciuti congiunturalmente dello 0,4%) a tirare la volata all'inflazione sono stati i prezzi dei prodotti alimentari e di quelli energetici: pasta e gasolio in particolare. La pasta rispetto al giugno 2007 ha fatto un balzo del 22,4%; il gasolio è aumentato, su base annua, del 31,2%. Ma è boom anche per pane (13%), latte (+11,1%) e benzina (+12,6%). Complessivamente i prezzi dei prodotti alimentari risultano cresciuti del 6,1% su base annua. Per il Codacons gli aumenti si tradurranno in una stangata da 1.500 euro annui a famiglia, mentre Federconsumatori e Adusbef arrivano a prevedere un aggravio di oltre 1.800 euro. Per la Cgil, come accennato, i salari rischiano una perdita di potere d'acquisto pari a 1.200 euro in media in due anni. Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, invita però a non «ritornare a una logica di rincorsa tra prezzi e salari che negli anni scorsi ha provocato tanti danni». Come dire: i danni si li debbono sorbire solo i salari. Anche il commissario all'Economia, Joaquin Almunia, invita a mantenere gli aumenti salariali «in linea con la produttività» per «evitare scossoni». Per quanto riguarda i prezzi alla produzione, in maggio sono cresciuti dell'1,5% rispetto ad aprile e, come visto, del 7,5% su base tendenziale: non accadeva dal gennaio 2003. E anche in questo caso il rincaro è trascinato dai costi del petrolio: al netto dell'energia (che in dodici mesi sono aumentati del 21,5%, con un balzo del 28,8% dei prodotti petroliferi raffinati) l'indice risulta infatti in crescita dello 0,2% rispetto ad aprile e del 3,8% sui dodici mesi. Intanto, il petrolio continua a macinare record, sfondando per la prima volta nella storia quota 143 dollari a barile.

 

C'è padrone e padrone. Anche nel crimine ci vuole professionalità

Loris Campetti

Di fronte alla morte sul lavoro dei propri dipendenti, gli imprenditori si sono sempre difesi con le stesse parole: tragica fatalità, errore umano. Dopo decenni di battaglie politiche, sindacali, giudiziarie, dopo il lavoro straordinario della medicina del lavoro per conquistare il «rischio zero», ancora non è diventato senso comune il fatto che l'errore è insito nella natura umana, ma non le sue conseguenze. L'operaio dev'essere messo in condizione di non compiere errori che possano compromettere la sicurezza sua e dei suoi compagni di lavoro. Ci sono leggi e sistemi di prevenzione atti allo scopo, ma siccome costano in tempo e in danaro vengono elusi, per non rallentare il flusso della produzione e dei profitti. Se un operaio lascia la mano sotto una pressa è possibile che ciò sia avvenuto per una distrazione, magari alla decima o dodicesima ora di lavoro. Quel che non è tollerabile è che la pressa non si sia automaticamente bloccata prima che quella mano venisse amputata. Così sono stati inventati i due pulsanti che prevedono l'impiego di entrambe le mani del lavoratore perché la macchina possa avviarsi. Ammesso e non concesso che all'Umbria olii, dove due anni fa sono stati uccisi quattro operai, a far esplodere l'impianto sia stata la scintilla prodotta da una fiamma ossidrica, come si fa a non prendere atto che l'impianto era saturo di gas, e non certo per colpa degli operai che hanno perso la vita? Ma in questo caso, raccontato ieri da Repubblica, l'amministratore delegato della società, Giorgio Del Papa, va oltre la denuncia dell'«errore umano»: pretende un risarcimento milionario dai parenti delle vittime e dall'unico lavoratore sopravvissuto alla strage, colpevoli di aver utilizzato un saldatore nel collegare con una passerella due silos saturi di gas esplosivo. Così, la Umbria olii chiede 35 milioni per il danno subito. Il danno riguarda l'impianto, se quattro operai sono morti carbonizzati e uno è rimasto ferito, peggio per loro e adesso chi può - il sopravvissuto - paghi, per chi non può se ne incarichino mogli, figli e genitori. C'è un salto di paradigma odioso in questa pretesa, e non basta certo a giustificarla l'eventuale, cinico tentativo della proprietà di mettere le mani avanti per evitare di risarcire almeno economicamente i congiunti degli operai uccisi sul lavoro dalla sua incuria e dalla sua cupidigia. I padroni tedeschi sono più razionali di quelli italiani. Così la ThyssenKrupp, che oggi dovrà difendersi in tribunale dall'accusa di aver provocato la morte di sette suoi operai, ha evitato di chiedere i danni alle famiglie delle vittime limitandosi a risarcirle, purché non si costituissero parte civile al processo. Anche nel crimine ci vuole professionalità.

 

Maroni senza Famiglia Cristiana – Stefano Milani

ROMA - Una «proposta indecente». Non ci gira tanto intorno Famiglia Cristiana nel commentare l'idea del ministro Maroni di chiedere le impronti digitali ai piccoli rom. L'editoriale del settimanale dei paolini - in edicola domani e dal titolo «Prima però le impronte dei parlamentari e dei figli» - è un attacco frontale all'intera linea securitaria messa in atto dal governo. Nel mirino finiscono in particolare i ministri cattolici, «bocciati senza appello», perché sdraiati sulle posizioni definite «razziste» della Lega. Per loro «la dignità dell'uomo vale zero - si legge qualche riga più avanti - Nessuno che abbia alzato il dito a contrastare Maroni e l'indecente proposta razzista». E ancora: «Avremmo dato credito al ministro se, assieme alla schedatura, avesse detto come portare i bimbi rom a scuola, togliendoli dagli spazi condivisi coi topi. Che aiuti ha previsto? Nulla». E Berlusconi «permetterebbe che agenti di polizia prendessero le impronte dei suoi figli o dei suoi nipotini?». «Oggi, - prosegue l'invettiva - con le impronte digitali, uno Stato di polizia mostra il volto più feroce ai piccoli rom, che pur sono cittadini italiani. Perché non c'è la stessa ostinazione nel combattere la criminalità vera in vaste aree del Paese? La Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia (firmata anche dall'Italia, che tutela i minori da qualsiasi discriminazione) non conta più niente. La schedatura di un bambino rom, che non ha commesso reato, viola la dignità umana. Così come la proposta di togliere la patria potestà ai genitori rom è una forzatura del diritto: nessun Tribunale dei minori la toglierà solo per la povertà e le difficili condizioni di vita». Un attacco veemente, ma che non scuote minimamente Maroni, deciso ad andare avanti nel suo progetto. «Il censimento di chi vive nei campi nomadi, adulti o bambini, è ineludibile», taglia corto da Parigi dove ha incontrato il ministro dell'Interno francese Michele Alliot-Marie, e rilancia: «Queste polemiche non mi faranno indietreggiare di un millimetro: continueremo fino a che tutti i campi saranno censiti e tutte le persone che vivono nei campi saranno identificati». Ma ci sono ancora dei dettagli da mettere a punto. Perché, nonostante domenica il ministro si diceva «soddisfatto» dopo l'incontro straordinario con i tre prefetti di Milano, Roma e Napoli e giurava di aver trovato una «linea comune», resta la grana del prefetto capitolino Carlo Mosca, l'unico dei tre a non volersi allineare alla direttiva ministeriale, contrario a chiedere le impronte digitali ai piccoli rom. Ma per forza di cose dovrà cambiare idea. «Se non vuole farlo valuteremo questo suo comportamento», la velata minaccia di Maroni in un'intervista alla Padania. Ad appoggiare il titolare del Viminale c'è tutta la maggioranza. A cominciare dal ministro degli Esteri, Franco Frattini che precisa: «Non si parla di retate ma di identificare quelli che vivono nel nostro paese. Questa cosa viene fatta in tanti altri paesi, ma senza nessuno scandalo. Quindi bisogna farla pure qui». Magari per «obbligare qualcuno a mandare i figli a scuola» come propone il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, dimenticandosi della comunità sinti che fino a qualche settimana fa abitava a Roma, nel Campo Boario di Testaccio. I loro figli a scuola ci andavano eccome. Poi sono arrivate le ruspe di Alemanno e il trasferimento forzato su un altro campo (a Tor Vergata, senza luce ne acqua) e così i piccoli hanno dovuto lasciare le loro classi e i loro compagni, interrompendo quel lavoro di integrazione da anni portato avanti nel quartiere. Sottoscrivono in pieno le parole di Famiglia Cristiana i cattolici del Pd. «Le impronte digitali ai rom rappresentano una discriminazione odiosa nei confronti di una etnia e ancora più assurda perché riguarda i bambini», commenta il teodem Luigi Bobba. Per contrastare «questa vergogna» Paolo Ferrero (Prc) propone invece la «disobbedienza civile». Aspettando una presa di posizione ufficiale da parte dell'Europa, ieri il gruppo socialista del Parlamento europeo ha presentato un'interrogazione orale alla Commissione Ue per chiederle di «valutare se le misure definite dal governo italiano possono costituire un caso di discriminazione sulla base dell'origine etnica o della nazionalità». Il gruppo del Pse - a firma anche di due europarlamentari italiani, Claudio Fava (Sd) e Gianni Pittella (Pd) - chiede inoltre all'esecutivo comunitario di valutare se tali misure costituiscono una violazione della Carta dei diritti fondamentali della Ue.

 

«Noi della Croce rossa pronti al censimento. In nome dello Stato»

Eleonora Martini

ROMA - «Omnia munda mundis». Massimo Barra ripete spesso il motto latino: «Tutto è puro per i puri». Come a dire: chi vede il male ce l'ha dentro. Lo brandisce soprattutto quando si insiste con una domanda che, dice, «è pregiudiziale» e a cui proprio non vuole rispondere: la Croce rossa italiana da lui presieduta, coinvolta nel censimento dei rom a Roma (dal 10 luglio al 15 ottobre), si presterà anche a prendere le impronte ai minori rom? «Faremo ciò che il governo ci chiede di fare nel rispetto delle leggi vigenti», risponde seccato. E sembra passato un secolo da quando, nel giugno 2006, attaccava la legge Fini-Giovanardi sulle droghe. Anche stavolta, come quando accettaste di entrare a gestire direttamente alcuni Cpt, in molti si chiedono perché la Croce Rossa presta la sua opera per schedare i rom nei campi nomadi. Lo facciamo nell'interesse delle persone vulnerabili. La Cri è ausiliaria dei pubblici poteri e non si può sottrarre. Ma se riconosciamo che c'è un conflitto oggettivo tra i rom che abitano nei campi e il resto della popolazione, la Cri può contribuire a creare ponti contro ogni deriva xenofoba e di emarginazione. Saremo accolti a braccia aperte dalle popolazioni rom, come è sempre avvenuto in Italia e all'estero, perché sanno che agiamo nel loro interesse. Per persone a cui la legge impone una permanenza in determinati ambienti, la Cri è il male minore: meglio noi che l'apparato repressivo dello stato. Ma voi accompagnate l'apparato repressivo dello stato. Sarà minimalista, ma noi non facciamo leggi e non le giudichiamo, non facciamo politica. Ci occupiamo solo delle vittime, cerchiamo di ridurre il danno. In questo caso vi sembra che il metodo sia accettabile? Il censimento deve ancora cominciare, è una esperienza nuova e in progress, quindi al momento chi parla lo fa solo per pregiudizi. Bisogna avere fiducia nella competenza e nei principi fondamentali della Cri. Noi non andiamo per discriminare, per alzare muri ma solo per avvicinare, per creare ponti. La Cri non parla, non prende posizione politica, agisce. Ci è stato chiesto di avvicinare i rom nel loro interesse e noi lo faremo. Se poi il governo ci chiederà altre cose, faremo altre cose. Per il momento non ci vedo niente di male. Qual è esattamente il vostro compito? Avrete un finanziamento per questo lavoro? Una cinquantina di nostri operatori lavoreranno per avvicinare le persone, chiedere il loro nome, le generalità, la composizione familiare, ecc. Così come abbiamo fatto decine di volte dopo un terremoto, un'alluvione, un conflitto. Certo, ci sarà un finanziamento, ma piccolo. Solo un rimborso spese.
Quindi, anche nel caso di dubbi sull'identità dichiarata da una persona, voi non scatterete foto segnaletiche e non prenderete le impronte ai minori? Non conosco ancora i dettagli operativi, sono allo studio di un gruppo di lavoro coordinato dal prefetto Mosca. Ritengo invece che potrà essere l'inizio di una presenza fissa della Cri nei campi rom. Io posso garantire che non faremo cose contrarie ai diritti dell'uomo. Ma rispetteremo le leggi italiane. Anche se le leggi dello stato sono contrarie alla convenzione internazionale sui diritti del fanciullo? Mi sembra di aver sempre dimostrato, da 40 anni, che se c'è un garante dei diritti dell'uomo in Italia, quello sono io. Se voi volete strumentalizzare la Cri con questa vicenda, io non ci sto.

 

La democrazia dei valligiani merita la verità - Guglielmo Ragozzino

Si ridisegna tutto, sulla Torino-Lyon, tranne l'idea stessa della nuova linea. Molti sindaci della Bassa Valle di Susa sono d'accordo; il movimento No Tav è contro. Il commissario ai trasporti dell'Ue, Antonio Tajani, può cantare vittoria a Bruxelles e a Roma e vantare una prima fetta di finanziamenti europei. I finanziamenti diventeranno un obbligo in più in direzione della nuova linea. Lo stato dell'arte, dopo la stesura del documento di Pra Catinat, da parte dell'osservatorio presieduto da Mario Virano, è all'incirca questo. I viaggiatori sulla linea saranno sempre pochi per giustificarne la costruzione, a meno che il prezzo dei carburanti per gli aerei non diventi davvero proibitivo - per esempio 300 dollari al barile - e di conseguenza essi viaggiatori triplichino di numero. In questo caso però i costi energetici per la costruzione della linea, in larga misura misurabili in termini di petrolio, saranno anch'essi talmente alti da rendere altrettanto proibitiva la costruzione della linea. Che fare, allora? Scavare con i picconi? Oppure utilizzare, secondo le note proposte del movimento No-Tav, la linea tradizionale del Fréjus, applicandovi i miglioramenti consigliati dai tecnici? Questa seconda soluzione avrebbe il vantaggio di ottenere in poco tempo la linea, ma al tempo stesso l'enorme svantaggio di rendere assai meno profitti ai costruttori di grandi opere e in particolare a quelli specializzati in gallerie dentro le montagne. D'altro canto, il trasporto di merci sulla linea storica avrà bisogno di molti meno interventi - e quindi di meno capitali finanziari e meno tempo - dell'altra ipotizzata, costosa e realizzabile al 2025. Ma è sopportabile, o anche solo concepibile, sulla linea Lisbona-Kiev - detta anche Atlantico-Pacifico, per citare Silvio Berlusconi, protettore dei commerci - una tratta di 50 chilometri con velocità per le merci di 80 all'ora invece di 120? Tondini di ferro o sacchi di zucchero non cadranno in preda al nervosismo nel viaggiare così a rilento? Non siamo di fronte a un insulto intollerabile al progresso? Il fatto che il progetto fosse tutto sbagliato tanto da richiedere modifiche di funzioni e di tracciato; e poi di tempi di realizzazione, previsioni di costi, traffico di merci e di passeggeri, spingerebbe chiunque a chiederne il ritiro. Non però Legambiente che si si dichiara contenta del fatto che si possa «realizzare qualcosa di veramente utile, condiviso con il territorio» e con priorità «non stabilite dalla lobby del cemento». Ma davvero la lobby del cemento è tagliata fuori? Davvero il «territorio» è d'accordo? Valdisusa ha difeso la democrazia, quella indivisibile, per tutti noi. Si merita che nel risponderle si dica la verità.

 

L'eccezione di Berlusconi - Ida Dominijanni

Il problema serio, per l'opposizione a Berlusconi e al suo quarto governo, è l'usura degli argomenti. Non parlo solo dell'opposizione politica, parlo anche dell'opposizione che si esprime sui giornali, in tv (poca in verità), per strada o al supermercato o sulla spiaggia. Poco più di due mesi dal risultato elettorale sono bastati per fare scendere a zero le chiacchiere sul dialogo, sul «nuovo clima», sulla cooperazione «per il bene dell'Italia». Il fatto evidente è - ed era, per chi non crede alle favole - che Berlusconi non cambia, e i suoi alleati nemmeno. Che la sua figura e la sua compagine si siano stabilizzati e abbiano perso l'estemporaneità e la naïveté della prima ora, non significa affatto che abbiano perso anche, o siano disposti a perdere, i loro tratti specifici e eversivi. Fra questi tratti, quello dominante è sempre lo stesso: un'idea di democrazia in base alla quale chi vince le elezioni può fare quello che vuole, forte del mandato popolare e in barba a ogni regola, a ogni limite e a ogni controllo. Per citare l'ultima dichiarazione del ministro Frattini a favore del lodo Schifani-Alfano:«Chi governa ha il dovere e il diritto di governare, perché se i cittadini lo hanno voluto non può essere ogni giorno disturbato da azioni di questo genere», dove le azioni di questo genere sono le inchieste giudiziarie, il volere dei cittadini è un'investitura assoluta, sciolta da qualunque vincolo ed esente da qualunque controllo, e i giudici sono coloro che inquinano la normale dialettica democratica, che consisterebbe appunto nel dare e nel ricevere questa investitura, punto e basta. In gergo, si chiama prevalenza del principio di legittimità sul principio di legalità. Tradotto, significa buttare nel cestino non questo o quell'articolo della Costituzione, ma la Costituzione stessa, il suo impianto e la sua ragion d'essere, che consistono per l'appunto nell'accordare il principio di legittimità, in base al quale governa chi vince le elezioni, e il principio di legalità, in base al quale popolo e governo, elettori ed eletti, sottostanno alla legge costituzionale. Non c'è una sovranità popolare assoluta: c'è una sovranità popolare che si esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1). L'accordo fra i due principi non è una quisquilia: è precisamente l'argine posto dai costituenti al rischio di derive autoritarie della democrazia (Mussolini e Hitler andarono al potere con regolari elezioni), o in altri termini il discrimine fra una concezione della democrazia come dittatura della maggioranza e una concezione della democrazia garante delle minoranze, o ancora fra una democrazia scissa dallo stato di diritto e una democrazia vincolata allo stato di diritto. E' precisamente questo accordo fra legittimità e legalità che non entra nella testa di Silvio Berlusconi e dei suoi, ed è precisamente questo il punto che fa della destra italiana una destra non normale e non normalizzabile: in quanto è e resta una destra anti, extra e post -costituzionale (Bertinotti dice a-costituzionale) e non disponibile a farsi costituzionalizzare. Converrebbe, invece di continuare a dividersi impropriamente fra giustizialisti e garantisti, concentrarsi su questo punto e trarne le conseguenze. Questo punto riguarda ovviamente la questione della giustizia e del rapporto fra politica e giustizia, ma non si esaurisce qui. Non è in questione lo scontro fra chi vorrebbe risolvere per via giudiziaria il problema di Berlusconi, e chi invece vorrebbe risolverlo per via politica senza interferenze processuali. Se anche Berlusconi avesse, oltre che tutte le garanzie che sono dovute a lui come a ogni comune cittadino, anche tutte le immunità che domanda e comanda da sovrano assoluto e che invece non gli sono dovute affatto, il problema sarebbe risolto? No, perché il primato del principio di legittimità su quello di legalità viene continuamente rivendicato e agìto da lui e dai suoi in primo luogo per favorire la sua persona, ma impronta altresì tutta la sua azione politica e di governo. Certo, fanno scandalo le continue eccezioni allo stato di diritto che il premier s'inventa per evitare i suoi processi. Ma le impronte ai bambini rom non sono meno «eccezionali», come pure non lo è la messa fuori legge dei movimenti anti-monnezza a Napoli, come pure non lo sarebbe una forma esasperata e antiegualitaria di federalismo fiscale, eccetera eccetera. Il che, oltretutto, toglie argomenti a quanti si augurano che ci si possa liberare presto dell'«ingombro» dei problemi giudiziari del premier per dedicarsi tutti, maggioranza e opposizione, ai problemi sociali ed economici del paese, come se questi fossero esenti dalla qualità della forma di democrazia. Ma soprattutto, dà da riflettere a quanti ancora scontano l'opposizione a Berlusconi in vista del famigerato dialogo sulle riforme costituzionali. Quali riforme costituzionali sono possibili con chi non si piega alla forma costituzionale?

 

Quel «servizio civile» che divide gli arabi – Michele Giorgio

HAIFA - Oltre due terzi degli «arabi israeliani», i palestinesi con cittadinanza israeliana, preferiscono vivere in Israele e non lo cambierebbero con altri stati. Non pochi palestinesi, commentando i risultati del recente studio dell'Università di Harvard, non hanno potuto fare a meno di sorridere. «È la solita storia - commenta l'opinionista Omar Barghuti, una delle penne più taglienti dell'intellighenzia palestinese -: i risultati questi sondaggi fanno subito il giro del mondo ingannando l'opinione pubblica». È ovvio, spiega Barghuti, «che un palestinese non voglia cambiare Israele con nessun altro paese, perché è la sua terra, perché è la storica Palestina dove sono le sue radici e dove la sua famiglia ha vissuto per secoli. Ciò non significa che sono felici della politica attuata dallo Stato nei loro confronti, anzi la criticano duramente». Una lettura più approfondita dell'indagine in effetti conferma le considerazioni dell'intellettuale palestinese. L'84% degli arabi israeliani, ad esempio, pensa che il governo debba investire in modo ingente per mettere fine al gap, a tutti i livelli, tra la minoranza araba e la maggioranza ebraica, e alle discriminazioni, sottili o palesi, alle quali i cittadini palestinesi sono soggetti. La ricerca dell'Università di Harvard giunge in una fase delicata del dibattito interno ai palestinesi in Israele. Integrazione oppure difesa dell'identità nazionale, rimane il dilemma sul quale la società civile araba israeliana continua a discutere e a spaccarsi. Per i fautori dell'integrazione, un gruppo esiguo, solo un affievolimento del nazionalismo e una maggiore collaborazione con la maggioranza ebraica potrà allentare il pregiudizio dello Stato verso una minoranza che, in quanto araba, si sente più parte della nazione palestinese che una componente della popolazione di Israele. Per i nazionalisti più accesi, al contrario, una maggiore integrazione sarebbe una scelta in ogni caso inutile poiché, affermano, uno Stato che è nato per accogliere e privilegiare gli ebrei non potrà mai garantire una piena uguaglianza, nei diritti e nell'accesso alle risorse, ai non ebrei. Nel frattempo cresce d'intensità la discussione sul superamento dello Stato sionista ebraico e la creazione di uno Stato unico e democratico, per ebrei e palestinesi, in tutta la Palestina storica, inclusi i Territori occupati. Il tema è stato ampiamente discusso una settimana fa durante una conferenza al Teatro Midan di Haifa, dove si sono riuniti alcuni dei più noti teorici palestinesi ed ebrei di questa soluzione. «Quella dello Stato unico è una idea che penetra maggiormente la popolazione palestinese e molto meno quella ebraica che si oppone al superamento dello Stato sionista - dice Omar Barghuti - sappiamo che è un progetto a lungo termine ma è l'unica possibilità d'impedire che, attraverso il piano dei due Stati per i due popoli, si instauri in realtà un sistema compiuto e riconosciuto di apartheid a danno dei palestinesi». Secondo Barghuti il rapporto tra i due Stati sarebbe inevitabilmente squilibrato a favore della parte più forte, Israele, e costringerebbe i palestinesi a vivere in «bantustan» del terzo millennio, simili a quelli del Sudafrica della segregazione razziale. Su di un punto tutti gli arabi israeliani sono d'accordo: non è possibile andare avanti così. «Il problema è che da parte dello Stato non arrivano soluzioni che favoriscono lo sviluppo delle minoranze non ebraiche - si lamenta l' attivista di Haifa Nadim Nashef -. Ci troviamo di fronte solo a tentativi di svuotare della loro identità nazionale i palestinesi (in Israele), in modo da rendere sempre più israeliani i cittadini arabi e strapparli alle loro origini». Nashef è il responsabile di Baladna, un'associazione che si occupa del sostegno ai giovani arabi israeliani e che di recente è diventata punto di riferimento della battaglia che l'elite politica palestinese in Israele sta conducendo contro il progetto di «Servizio nazionale» lanciato dallo Stato. Si tratta di un programma che prevede una sorta di «servizio civile» per i palestinesi con cittadinanza israeliana - i giovani tra i 18 e i 21 anni vengono sollecitati a prestare servizio volontario in scuole, ospedali e servizi pubblici per un anno o due - e che i suoi oppositori considerano invece un percorso che, tra qualche anno, porterà al servizio militare obbligatorio dal quale, sin dalla fondazione dello Stato di Israele, gli arabi israeliani sono esenti (ad eccezione di quelli drusi, mentre circassi e beduini possono offrirsi come volontari). «Non siamo contrari al fatto che un giovane possa, all'interno della sua comunità, svolgere attività socialmente utili, ma ciò non deve essere la strada obbligata per l'ottenimento di certi diritti e benefici che lo Stato dovrebbe in ogni caso garantire ai suoi cittadini, ebrei e arabi, senza eccezioni», dice Nashef. «E poi - aggiunge il direttore di Baladna - il fatto che tutti i responsabili di questo servizio nazionale provengano dai servizi segreti non può non generare sospetti». Baladna da qualche settimana ha avviato, tra la diffidenza delle autorità di governo e il sostegno di quasi tutti i deputati arabi, una campagna in Galilea di «chiarimento» sul servizio nazionale. «Noi non partiamo dall'idea che un arabo che aderirà a questo programma statale sia un traditore - afferma Manar Yacoub, responsabile della campagna di Baladna -: cerchiamo semplicemente di mettere le persone di fronte a dati di fatto. Alla gente chiediamo che cosa drusi e beduini hanno ottenuto sino ad oggi in cambio della loro partecipazione al servizio militare. Tutti sanno che un arabo che fa il militare comunque otterrà molto meno rispetto a un cittadino ebreo. Ne vale la pena?». Per il professor Sami Smooha, preside della Facoltà di Scienze Sociali dell'Università di Haifa, Baladna e i leader politici arabi sarebbero piuttosto lontani dalle tendenze e dal sentire della loro comunità. «In realtà tra i giovani arabi c'è un forte sostegno a questo programma di servizio nazionale. Il 70% è favorevole», dice citando un sondaggio recente. Smooha sottolinea che il sostegno giunge soprattutto dalle donne che, nel programma dello Stato, individua una strada per sottrarsi al controllo delle famiglie e delle loro comunità. Una deputata araba israeliana Nadia Hilu (laburista) aggiunge da parte sua di non vedere pericoli «assimilazione» ed esorta «a dare maggior fiducia ai giovani arabi». I leader arabi vedono le cose in modo molto diverso. Secondo Nadim Nashef il problema «è sempre lo stesso. Lo Stato dovrebbe riconoscerci come minoranza nazionale e farci gestire le nostre comunità, con la partecipazione proprio dei più giovani». Purtroppo, conclude, «gli obiettivi finali del servizio nazionale sono palesemente ben diversi dai nostri bisogni: uguaglianza, parità di accesso alle risorse e pieno riconoscimento».

 

Uno, due o tre stati? Il diritto di discuterne - Brian Klug*

Ron Prosor, l'ambasciatore israeliano nel Regno Unito, ha pubblicato su un giornale britannico un articolo in cui sostiene che in Gran Bretagna il dibattito su Israele «è stato sequestrato dagli estremisti». Egli afferma che Israele si troverebbe di fronte «all'intensificarsi di una campagna di delegittimazione, demonizzazione e parzialità». In realtà è il suo pesante attacco agli oppositori, con generalizzazioni e accuse indimostrate, che rappresenta una forma di demonizzazione, un tentativo di delegittimare due dibattiti perfettamente validi. Uno di essi riguarda la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Prosor accusa le proposte a favore della «soluzione dello stato unico» di essere «in malafede», di costituire «un movimento che vuole la distruzione di Israele». Ha forse dimenticato che nel suo paese è un settore della destra a sostenere una versione della «soluzione dello stato unico»: annessione della Cisgiordania e di Gaza ad uno stato di Israele unificato? Naturalmente il suo attacco prende di mira una parte diversa dello spettro politico. Ma anche in questa parte l'idea di un solo stato non è né unica né semplice. Le diverse varianti includono uno stato laico unitario, uno stato binazionale, una confederazione, e così via. Inoltre, alcuni considerano la «soluzione dello stato unico» un obiettivo a lungo termine, altri un imperativo immediato. Ciascuna opzione presenta vantaggi e svantaggi, proprio come avviene per la «soluzione dei due stati». In breve, vi è una gamma di possibilità. Le persone di buona volontà che hanno a cuore il futuro di tutti gli abitanti del territorio lacerato dal conflitto, tra il Mediterraneo e il Fiume Giordano, hanno il diritto di discuterne. L'ambasciatore partecipi a questo complesso dibattito, invece di cercare di chiuderlo d'un colpo, accusando i suoi antagonisti di odiare Israele. La «soluzione dello stato unico», dice Prosor, è «eufemistica». Allora cos'è la «soluzione dei due stati» che il suo governo dice di appoggiare, data l'espansione degli insediamenti israeliani nelle aree palestinesi? All'inizio di questo mese Ze'ev Boim, il ministro israeliano per le politiche abitative, ha annunciato dei piani per la costruzione di quasi 900 nuove unità residenziali per ebrei israeliani a Pisgat Ze'ev e Har Homa. Ufficialmente, entrambi i quartieri fanno parte della municipalità di Gerusalemme. In effetti essi dominano le alture della Cisgiordania. L'ambasciatore Prosor dice «sì al contesto», ma evita di citare l'espansione degli insediamenti - probabilmente la circostanza più cruciale nel conflitto con i palestinesi dal 1967. Secondo Prosor, chi propone la soluzione «dello stato unico» «distorce il passato di Israele». Vuole dire che chi la pensa come lui non distorce il passato? La storia non parla da sé. Discutere il passato rientra nel dibattito; perciò la sua non è una obiezione valida. Egli prosegue affermando che i suoi avversari negherebbero «il diritto di Israele a esistere in quanto stato democratico e liberale ebraico». Tralasciando la questione di cosa significhi «uno stato democratico e liberale ebraico», l'oggetto di questo dibattito non è un astratto «diritto di esistere». Recentemente sono stato a Gerusalemme, e molti amici (ebrei) israeliani si chiedevano con preoccupazione se lo stato ha un futuro - non il diritto a un futuro, ma la realtà di esso - data la situazione di stallo e l'intransigenza del loro governo. E questo mi porta all'altro dibattito che Prosor tenta di delegittimare. La campagna per un boicottaggio di Israele a livello accademico, egli dice, è «una licenza di molestare, umiliare e sacrificare per motivi puramente legati alla nazionalità». Nonostante la sua ambiguità, confido che intenda dire che questo è l'effetto non voluto della campagna, e non l'intenzione. Anche in questo caso, egli esagera grossolanamente, mettendo i promotori in cattiva luce senza alcuna considerazione per le loro motivazioni o le loro ragioni. Come in qualunque campagna politica, persone diverse sostengono un boicottaggio per ragioni diverse. Le persone che conosco vedono il boicottaggio principalmente come un modo non violento di esercitare pressione su un governo intransigente. Naturalmente potrebbero sbagliare. Se Prosor la pensa così, che ponga la questione. Perché c'è una questione da porre. Sin dall'inizio mi sono espresso contro la campagna di boicottaggio. Per quanto mi riguarda, continuo a credere che una formula con due stati - una versione significativa, con uno stato palestinese forte e compatto accanto allo stato israeliano - sia il modo migliore per uscire dalla attuale impasse. Potrei sbagliarmi. Discutiamone. Ma Prosor non affronta la discussione. Piuttosto, esagera il quadro, svilisce l'opposizione offrendone un'immagine caricaturale. Verso la fine del suo articolo auspica «fair play e imparzialità» nel dibattito. Dovrebbe cercare di mettere in pratica ciò che predica.

*L'autore è docente di filosofia all'Università di Oxford

Liberazione – 1.7.08

 

Dov'è finito il cambiamento promesso da Obama? - Martino Mazzonis

Pena di morte per gli stupratori di bambini, consenso a una nuova norma sulle intercettazioni contro la quale aveva guidato una battaglia assieme a due colleghi e critiche blande alla sentenza della Corte suprema della settimana scorsa che impedisce di porre limiti eccessivi al possesso di armi da fuoco. Tre prese di posizioni (o omissis) di Barack Obama hanno fatto infuriare la sinistra liberal, uno dei primi gruppi che ha scelto di sostenere la candidatura del senatore dell'Illinois e il suo messaggio per il cambiamento. Cosa succede? Il membro del Congresso con il curriculum migliore per schieramento ha cambiato modo di pensare? Una volta ottenuta la nomination, pur di avere una scrivania nello studio ovale della Casa Bianca è disposto a diventare un politico come gli altri? E' la classica corsa all'occupazione del centro, anche se nel 2006 i democratici hanno vinto con posizioni chiare su sanità e guerra in Iraq e non moderando le loro idee? In questi giorni la comunità di blogger che si registra e interviene sulla parte informale del sito di Obama ha organizzato 4mila incontri in case private. Una parte di questi (sono già 500) hanno anche cominciato a organizzare una protesta, una richiesta di spiegazioni al candidato che sostengono. Sono una minoranza, ma quella più entusiasta, necessaria a costruire quel movimento di base necessario al senatore per registrare persone al voto, raccogliere fondi e portare gente alle urne il giorno delle elezioni. L'appello al loro candidato è quello di votare contro il rinnovo del Fisa (Foregin intelligence surveillance act). Si tratta di una misura già approvata dalla Camera e rivista in maniera da renderla meno grave dal punto di vista delle libertà civili rispetto al testo originario. Ma, come spiega uno dei seguaci di Obama che organizza la rivolta: «Da avvocato costituzionalista, il senatore sa bene che i diritti della persona sono protetti da quei dieci emendamenti alla costituzione noti come Bill of rights (Carta dei diritti)...l'elemento essenziale di quel testo è che nessuno può essere trattato da criminale se non si è comportato come tale. Intercettare cittadini americani senza dar loro garanzie di alcun tipo è una violazione della Carta dei diritti. C'è una corte che dovrebbe autorizzarli e non c'è motivo di aggirarla...(nel testo di Bush è la Casa Bianca a decidere chi intercettare, senza poteri giudiziari a sorvegliare, ndr )». Il sostenitore di Obama continua chiedendo al senatore di cambiare posizione: «Capisco che questo è il momento di apparire moderati..ma capisco anche che opporsi all'arroganza dell'amministrazione servirà a portare parti importanti di elettorato dalla parte di Obama». Il fatto interessante è che la campagna del senatore consente dissenso sul sito ufficiale di propaganda. E' un segnale che la volontà di costruire una community in internet è reale e non fittizio. Resta il problema grosso, la presa di posizione sbagliata su una violazione dei diritti tipica dell'era Bush. Molti commentatori, anche molto autorevoli (e avversi ad Obama dal centro, come Paul Krugman del New York Times ), sostengono che il senatore stia percorrendo la stessa parabola di Bill Clinton, agitatore fino all'ingresso alla Casa Bianca. Troppo presto per tirare una conclusione definitiva, bisognerà almeno aspettare l'inizio della campagna vera, dopo le convention dei partiti, all'inizio di settembre. Ieri il senatore ha tenuto uno dei suoi discorsi chiave. In passato ha parlato di Martin Luther King, poi di razza, poi di religione. Stavolta di patriottismo. Ieri, come in passato, Obama non ha usato argomenti da bassa cucina per spiegare che, anche se non porta la spilletta con la bandiera e quando si suona l'inno nazionale non si tocca il cuore, è lo stesso un patriota. Su ciascuno di questi argomenti scivolosi, Obama ha detto cose sensate, ragionate. Dovrebbe farlo anche ai suoi critici-sostenitori da sinistra, spiegare loro perché ha paura di cadere nella trappola repubblicana che consiste nel raccontare alla gente che in materia di terrorismo, sicurezza e possesso di armi, i democratici sono delle inutili colombe incapaci di proteggere il Paese e garantire il sacrosanto diritto ad andare a dormire con un bazooka al fianco. Nei mesi scorsi una consigliera del senatore in politica estera si è dovuta dimettere per aver rivelato alcune idee della campagna sul Medio Oriente. Probabilmente Obama ha paura che si ripetano episodi che consentano ai repubblicani di usare le loro armi peggiori. Armi che funzionano bene in Stati determinanti per la vittoria finale e in segmenti sociali, anche democratici, che hanno sostenuto Hillary alle primarie. La crisi economica è tale che i cosiddetti Reagan democrats - operai, conservatori e nazionalisti che negli anni 80 sono passati con i repubblicani - sceglieranno quasi sicuramente il candidato afroamericano. Se c'è una possibilità che non lo facciano, questa sta nella bravura degli avversari di dipingere Obama come una mammoletta liberal. La strategia del senatore, che vuole vincere dove i democratici non vincono più da decenni, lo spinge a moderare la sua immagine. Il rischio è che con il passare dei mesi l'immagine, anziché moderata, diventi sbiadita.

 

Principio costituzionale: anche i ladri hanno diritto a non essere discriminati - Fulvio Vassallo Paleologo*
La clamorosa assoluzione del sindaco leghista di Verona Fabio Tosi ha dato occasione alla Corte di Cassazione di ridurre ulteriormente l'ambito di applicabilità della legge Mancino contro la discriminazione razziale, ed ha sostanzialmente strappato importanti principi costituzionali che non possono essere trascurati neppure dalla Cassazione. Nel 2001 Tosi era capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale veneto e durante una riunione aveva detto tra l'altro che «gli zingari dovevano essere mandati via perché dove arrivavano c'erano furti». Dopo una condanna in Corte di Appello, il verdetto della Cassazione definisce come lecito il comportamento di Tosi, annullando la precedente sentenza e rinviando ad altro giudice per la decisione definitiva. Nella nostra legge fondamentale esistono principi immediatamente precettivi che non possono essere violati neppure quando le persone che commettono reati o sono denunciati per avere commesso reati sono appartenenti ad una categoria o ad un gruppo etnico particolare. La presunzione di innocenza, affermata dall'art.27 per tutti, cittadini e non cittadini, stabilisce che «l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». Non si può quindi definire come ladro una persona che non sia stata condannata con sentenza passata in giudicato. Sembra ovvio, ma per il sindaco leghista di Verona ed adesso per la Corte di Cassazione, tutti i nomadi, anche sinti, quindi cittadini italiani, sono ladri, anche prima di una condanna definitiva, addirittura anche prima di una denuncia, o di un qualsiasi accertamento dei fatti. E ancora l'art. 27 della Costituzione afferma che «la responsabilità penale è personale», ribadendo poi la funzione rieducativa della pena. Anche questa norma vale per tutti, quale che siano lo stato di soggiorno ed i precedenti penali. Anche i ladri, dopo avere scontato una pena possono inserirsi nella società ed hanno diritto a non essere discriminati, ed anzi a livello locale, gli ex detenuti (italiani) godono di particolari aiuti per il loro reinserimento sociale. Ma questa possibilità di reinserimento, evidentemente, per la Corte di Cassazione vale per gli italiani, ma non per i sinti, che sono pure cittadini italiani, ed è del tutto da escludere per tutti coloro che vengono definiti zingari senza avere neppure la cittadinanza italiana. In pratica la Corte di Cassazione ritiene, come il sindaco leghista Tosi, che gli zingari, tutti gli zingari, in quanto tali sono ladri, affermando una sorta di responsabilità collettiva, ed è quindi legittima la discriminazione ai loro danni. Poco importa che, dopo avere scontato una pena, chiunque, soprattutto se cittadino italiano come i sinti, ha diritto alla tutela del suo onore, della sua privacy ed agli altri diritti fondamentali, comunque affermati dall'art. 2 del Testo Unico sull'immigrazione anche per gli stranieri privi di permesso di soggiorno, sulla base del principio di parità con i cittadini italiani. Secondo la Cassazione «la discriminazione per l'altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l'altrui criminosità. In definitiva un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso». La corte suggerisce quindi ai giudici di merito della corte d'Appello di Verona che esaminerà di nuovo il caso, in sede di rinvio, di non considerare reato le iniziative politiche che hanno come obiettivo i comportamenti illegali di appartenenti alle minoranze etniche e non le etnie in sé. Non sembra più rilevare per i giudici della Cassazione che queste «iniziative politiche» hanno attribuito a tutti i rom la definizione di ladro, una colpa collettiva che ripugna alla tradizione democratica del nostro paese e ci riporta indietro nel tempo allo sterminio delle minoranze ( ebrei, rom, oppositori politici) praticato dal nazismo e dal fascismo. La Suprema Corte aggiunge che «la frase pronunciata da Tosi non esprimeva alcuna idea di superiorità o almeno non superiorità fondata sulla semplice diversità etnica, ma manifestava solo un'idea di avversione non determinata dalla qualità di zingari delle persone discriminate ma dal fatto che tutti gli zingari erano ladri». E questo, per i supremi giudici, «non è un concetto di superiorità o odio razziale, ma un pregiudizio razziale». Punibile se «contiene affermazioni categoriche non corrispondenti al vero». E dunque per la suprema Corte, che afferma la non punibilità di Tosi, è «corrispondente al vero» che «tutti gli zingari sono ladri». Ringraziamo la Corte di Cassazione per avere precisato «quando la discriminazione è lecita». Purtroppo la sentenza della Corte si potrebbe definire una decisione di regime, anche se è stata adottata alla fine dello scorso anno ed oggi se ne conoscono le motivazioni. Una sentenza, questa della Corte, che rischia oggi di sprofondare ulteriormente il nostro paese in una situazione di discriminazione generalizzata ai danni delle minoranze. Il diritto alla libertà personale, già affermato dall'art. 13 della Costituzione italiana è tradito ogni giorno, in ogni occasione in cui un agente di polizia arresta e trattiene una persona priva di un permesso di soggiorno, e se comunitaria, priva di residenza e di mezzi di sostentamento, in base ai cd. «motivi imperativi di pubblica sicurezza». Ma se si possono discriminare gli zingari perché sono ladri, perché non si potrebbero discriminare i migranti irregolari perché sono pericolosi delinquenti? Ed infatti, ecco pronto il reato di immigrazione clandestina e la detenzione amministrativa persino per i minori, lo vuole l'Europa, fino a diciotto mesi.. La decisione della Corte, anche per il clamore mediatico con il quale è stata resa pubblica, produrrà effetti devastanti, e contribuirà ad accrescere il dilagare di atti discriminatori posti in essere da privati e da rappresentanti istituzionali ai danni delle popolazioni rom e sinte, se non ci sarà un tempestivo intervento sulle nuove norme da stato di emergenza da parte della Corte costituzionale o delle autorità internazionali, a partire dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo e dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Le associazioni dovranno moltiplicare le loro denunce per atti di discriminazione, diretta ed indiretta, anche se posta in essere da agenti istituzionali, agendo in sede civile e penale, se necessario al posto delle vittime che sono spesso minacciate da vere e proprie ritorsioni, anche da parte di agenti di polizia, come si è verificato ancora di recente a Milano.
*Università di Palermo

Le condizioni del lavoro sono l'emergenza. La politica torni a farne il centro del dibattito

Mentre Rifondazione è impegnata nella discussione congressuale, Confindustria e governo procedono nello smantellamento di quel che è rimasto dello stato sociale e nella cancellazione delle poche norme a favore del lavoro varate dal precedente esecutivo, e la discussione sul nuovo modello contrattuale non fa presagire nulla di buono. Per T. S. Eliot "Aprile è il più crudele dei mesi", per i lavoratori dipendenti pare che luglio non scherzi…
Zipponi - Partiamo dal 23 luglio del 1993, ossia dalla sigla del protocollo sulla politica dei redditi che, dopo la liquidazione della scala mobile, inaugura la stagione della "concertazione". Di quell'intesa tuttora in vigore - che aveva tra i suoi obiettivi la crescita dei salari legata anche alla produttività - oggi è possibile fare un bilancio, assolutamente negativo: le retribuzioni da lavoro dipendente hanno perso oltre dieci punti, i profitti hanno subìto un'impennata senza precedenti. Dal 2002 al 2007, un lavoratore con una retribuzione annua lorda di 24.890 euro - sommando la perdita del potere d'acquisto del salario alla mancata restituzione del fiscal drag - ha perso 1.896 euro. Secondo l'Istat, i redditi italiani sono crollati del 13% rispetto a quelli dei paesi dell'Unione europea. Negli ultimi anni, lo spostamento dai salari alle rendite della ricchezza prodotta ha introdotto nel nostro paese una nuova "categoria": la lavoratrice e il lavoratore poveri. C'è anche chi sta bene, anzi benissimo: secondo la Banca d'Italia nel nostro paese, il 10% delle famiglie detiene circa il 50% della ricchezza nazionale e i guadagni dei dirigenti e dei manager sono 120 volte quelli medi. Alla questione salariale vanno sommate l'impennata di prezzi e tariffe, l'aumento di affitti e mutui, la riduzione dello stato sociale che costringe le lavoratrici e i lavoratori ad "acquistare" dal privato beni e servizi (a partire da quelli sanitari). I più penalizzati sono i giovani e i lavoratori con contratti precari costretti a subire frequenti periodi di non lavoro. Sta anche qui, in una condizione materiale insostenibile e nel malessere diffuso, la ragione della clamorosa sconfitta della sinistra politica e della crisi di rappresentanza delle organizzazioni sindacali. Il 23 luglio 2007 ha rappresentato, per chi credeva nella volontà del governo Prodi di invertire questa tendenza, la fine di ogni illusione.

Vendola - Noi eravamo al governo, e abbiamo cercato seriamente di modificarne la scelte. La possibilità di voltare pagina c'era, così come le risorse per farlo. Nella compagine di Governo è prevalsa invece la volontà di assecondare Confindustria. Avevamo espresso un giudizio negativo sul Protocollo e, al momento della sua traduzione in legge, non solo è arrivato a un punto davvero critico il nostro rapporto con il governo (tanto che avevamo chiesto una verifica) ma è entrato in crisi lo stesso rapporto tra il governo, le forze che lo componevano e quella parte del mondo del lavoro che le aveva votate per un'opzione di cambiamento. La delusione per quello che avrebbe potuto essere fatto e non lo è stato ha reciso il legame tra i lavoratori e chi si era posto l'obiettivo di rappresentarli. Le elezioni hanno sancito la débacle della sinistra, la sconfitta del centro sinistra, la clamorosa affermazione della destra. Veniamo all'oggi: cosa caratterizza questa fase?

Zipponi - Ha vinto e governa una destra inedita, che ha dato risposte (per quanto aberranti) alla crisi sociale che attanaglia il paese. La sua strategia rappresenta un mix pericoloso che intreccia i deliranti proclami leghisti e gli interessi di una Confindustria che sta cercando ora di trasferire sul piano sociale la sua straordinaria vittoria politica. Ci troviamo di fronte non solo a un governo di centro-destra, ma al governo dell'impresa nel senso più pieno del termine.

Vendola - Le scelte compiute dal nuovo esecutivo nei primi 100 giorni parlano chiaro e rappresentano la demolizione di tutto ciò che può rappresentare un vincolo per l'impresa: si va dall'attacco al testo unico sulla salute e sicurezza del lavoro, alla reintroduzione del lavoro a chiamata, alla cancellazione di qualunque limite alla precarietà, fino a quel ridicolo 1,7% di inflazione che fa impazzire dalla gioia Confindustia e fa pugni con la realtà.

Zipponi - Una realtà in cui, dal maggio 2007 al maggio 2008, il pane è aumentato del 12,9%, la pasta 20,4%, il latte 11,1%. Quell'1,7% di inflazione è smentito da qualunque indice esistente, a partire da quello dell'Istat sui prodotti ad alta frequenza d'acquisto (dagli alimentari agli affitti) che segna un bel 5.4%. E' in questo quadro, si discute di un nuovo modello contrattuale, sulla base di un testo Cgil, Cisl, Uil che lega gli aumenti salariali di pertinenza del contratto nazionale di lavoro al concetto di "inflazione realisticamente prevedibile", mentre Confindustria punta allo smantellamente dell'unico strumento universale e solidale di tutela dei lavoratori e all'affermazione del rapporto di lavoro individuale. Come se lavoratore e impresa avessero il medesimo potere contrattuale!

Vendola - Questa mistificazione dell'uguaglianza tra lavoratore e impresa è ciò che maggiormente segna la distanza tra noi e il Pd, che ha scelto come tratto fondante della propria identità l'equidistanza tra impresa e lavoratore e, quindi, la negazione della subordinazione del lavoratore, del suo essere dipendente dai proprietari dei mezzi di produzione, del tempo e della conoscenza. E ciò vale ancor più per le nuove forme del lavoro che, apparentemente "libere ed autonome", in realtà costringono i lavoratori ad una subordinazione che rasenta la schiavitù. La filosofia dell' equidistanza nega anche la necessità di leggi, norme e strumenti collettivi che tutelino il lavoratore e qui torniamo alla piattaforma confindustriale che ha l'obiettivo di sancire l'esistenza di un unico soggetto: l'impresa appunto. Un'impresa che, al contrario dei lavoratori, di libertà ne ha fin troppa e che, viceversa, dovrebbe essere costretta a sottostare a vincoli sociali nei rapporti con le persone, l'ambiente, il territorio in cui opera. Io credo che oggi più che mai occorra mettere in campo il punto di vista democratico e autonomo dei lavoratori e servano analisi, proposte e pratiche capaci di spezzare la solitudine, rispondere all'incertezza sociale, ridare un senso all'agire collettivo, rimettere in moto passione e partecipazione, ritrovare e riconnettere tutto ciò che di sinistra esiste in questo paese a partire dalla questione del lavoro e del salario e delle differenze sempre più marcate tra Nord e Sud del paese. Oggi assistiamo a una nuova e clamorosa immigrazione dal Sud al Nord Italia. Centinaia di migliaia di persone, in maggioranza giovani e in possesso di titoli di studio medio-alti, si trasferiscano dal Sud al Nord, alla ricerca di un lavoro, nella maggioranza dei casi, precario. Altro elemento, oltre l'elevata scolarizzazione, che caratterizza questa nuova immigrazione interna è l'impossibilità di mantenersi a Milano, a Torino e, quindi, di emanciparsi dalla famiglia d'origine: contrariamente a quanto accadeva nel passato, oggi i soldi vengono spediti dal Sud al Nord. Ancora più pesante e con minori prospettive è la vita di chi arriva da altre parti del mondo. E' questa moltitudine sofferente che dobbiamo tornare ad ascoltare, con cui dobbiamo tornare a comunicare se non vogliamo che la guerra tra poveri (con tutto quel che comporta, inclusa la ricerca del nemico tra chi ci sta accanto) diventi il tratto dominante di questa fase. Se vogliamo, come sostiene Rossana Rossanda, cercare di fare "della plebe un popolo, che sarebbe il mestiere della sinistra". Credo che questa sia la riflessione da fare nel nostro Congresso: abbiamo idee e proposte sui grandi temi del lavoro, sul salario, sulla precarietà, sullo stato sociale, sul mercato del lavoro che sono più che mai attuali. Quello che dobbiamo ricostruire è una comunità che cerca risposte diverse e contrapposte a quelle violente dell'impresa e del mercato. Quello che sta accadendo interroga anche il sindacato, in particolare la Cgil, che attraversa al suo interno una fase delicata e che rischia di finire schiacciata tra una Confindustria sempre più aggressiva, un governo arrogante, il rapporto con Cisl e Uil e condizioni di lavoro sempre più pensanti.

Zipponi - Le elezioni hanno reso evidente la drammatica crisi di rappresentanza della sinistra politica. Ma anche il sindacato non sta bene, dal momento che stanno male i lavoratori, ossia i soggetti che rappresenta. Un mondo dove tutto è precarietà e dove la competizione si gioca sempre al ribasso, mette in discussione l'idea di sindacato per come lo abbiamo conosciuto, mina alle radici l'essenza stessa di una organizzazione collettiva dei lavoratori. Ho l'impressione che come noi, sinistra politica, non ci siamo resi conto fino in fondo del terremoto che ci avrebbe travolto, così la Cgil non si interroga fino in fondo sulla profondità della crisi e dei processi che stanno attraversando le organizzazioni sindacali in tutta Europa. Credo che il nucleo centrale di questa crisi stia nella perdita di potere dei lavoratori e dei loro rappresentanti proprio nei luoghi di lavoro, nella loro impossibilità di intervenire sull'organizzazione del lavoro e la gestione del tempo. Detto questo, l'oggi per la sinistra sindacale può rappresentare sia un rischio che un'occasione. Il rischio è che, con un'operazione verticistica, i gruppi dirigenti delle componenti minoritarie si costituiscano in una sorta di "sinistra arcobaleno sindacale", riproducendo quel meccanismo che ha generato leaderini impotenti e urlanti, il cui ruolo è stato garantito indipendentemente dall'efficacia delle loro azioni sulla condizione di lavoro. L'occasione è quella di rispondere alla richiesta di protagonismo dei delegati e dei lavoratori nella costruzione delle piattaforme, nella gestione dei conflitti, nella decisione finale sugli accordi. Credo che una fase si sia chiusa e che oggi sia necessario far prevalere le pratiche sindacali, laddove esiste una resistenza al comando unico dell'impresa, le esperienze delle categorie (come quella in cui la Fiom riconquistare il contratto nazionale) e le vertenze territoriali. Con un'unica regola che è anche il miglior antidoto alla costituzione di nuove correnti e correntine: la partecipazione, la democrazia.

Vendola - Quello che vale per la sinistra sindacale vale anche per la sinistra politica: nel chiuso delle stanze non si ricostruisce una comunità capace di respingere l'attacco pesante ai diritti, di leggere i bisogni, costruire piattaforme rivendicative, sostenerle con il conflitto, ottenere dei risultati. Siamo in una fase pericolosa, in cui tutto, a livello mondiale, è stato messo al servizio del profitto: questo fa saltare ogni schema, rende inadeguati gli strumenti del passato.

Zipponi - In questa situazione è un errore indebolire l'unico elemento che unifica i lavoratori: il contratto nazionale di lavoro. Questo non significa che tutto debba restare come prima. Noi abbiamo avanzato la proposta di un contratto nazionale di durata triennale che preveda la redistribuzione della ricchezza prodotta; l'introduzione di un meccanismo automatico e annuale di recupero dell'inflazione; l'estensione generalizzata della contrattazione di secondo livello (aziendale, di sito, di filiera, territoriale).

Vendola - La discussione sul modello contrattuale attiene al futuro non del solo sindacato ma anche della sinistra politica in questo paese. Per questo non può concludersi con la vittoria dell'idea Confindustriale, secondo cui il sindacato non serve più, perché a aumentare i salari ci pensa l'impresa, sulla base del livello di disponibilità del lavoratore, anche a rischiare di morire. L'idea per cui l'orario di lavoro è infinito e, quindi, non serve a nulla contrattarlo e non serve neppure l'art. 18, perché se ogni lavoratore è precario, il licenziamento non ha più ragione d'esistere. Proprio perché questa è la posta in gioco, è auspicabile che a settembre ritorni in campo l'unico elemento in grado di modificare i rapporti di forza: il conflitto sociale. Chiaramente ciò coinvolge anche noi, Rifondazione Comunista. E' più che mai necessario ricreare un nesso tra sinistra sociale e sinistra politica, non perchè la prima debba essere "cinghia di trasmissione" della seconda, non perché la seconda debba condizionare la prima, ma perché nessuno può permettersi il lusso di sbagliare di nuovo, di non capire cosa sta accadendo, di trincerarsi, di eludere i problemi o di dare risposte astratte. Per questo il lavoro in tutte le sue forme, con le sue domande, deve irrompere nel nostro congresso e la ricerca delle risposte deve essere la "piattaforma" per costruire una grande sinistra in Italia. Ecco che il 23 luglio 2008 può essere di "rottura", può, cioè smarcarsi da quei 23 luglio 1993 e 23 luglio 2007 che hanno segnato in negativo la vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Tanto più che il giorno dopo inizia il congresso nazionale di Rifondazione…

a cura di Simonetta Cossu

 

la Stampa – 1.7.08

 

Khaled Meshal: "Israele non è pronto per la pace" - FRANCESCA PACI

DAMASCO - «Il cessate-il-fuoco concordato la settimana scorsa reggerà. Hamas l’ha accettato e lo rispetta». Il leader di Hamas Khaled Meshal lo chiama cessate-il-fuoco, periodo di calma, tahadya. La sospensione della guerra a bassa intensità combattuta da israeliani e palestinesi nella Striscia di Gaza da oltre un anno è «una pausa utile a entrambi». Ma niente di più. Lo scambio dei prigionieri è «un capitolo completamente separato», soprattutto oggi che la linea dura di Hezbollah appare vincente. Nessuno si faccia illusioni: «Israele non è pronto a negoziare. E noi in queste condizioni non prendiamo in considerazione neppure la hudna, la tregua decennale di cui ho parlato con Carter». Figurarsi la pace. Esiliato in Siria dal 2001, ci riceve per un’intervista esclusiva al primo piano di una palazzina blindata in un quartiere residenziale di Damasco, dopo mesi di contatti riservati via sms. Una Nissan Patrol nera con i vetri fumé pattuglia la strada. All’entrata, due giovani con la barba e il completo blu prendono il cellulare e smontano la batteria. Meshal, classe 1956, professore di fisica ed erede politico-spirituale dello sceicco Yassin, il più potente e ricercato dei leader palestinesi, considerato dai servizi israeliani la mente del terrorismo kamikaze, è sopravvissuto ad almeno tre attentati. Camicia bianca, sguardo tagliente, sorriso affabile, siede su uno dei sofà del diwan, il salone arabo adorno di tappeti persiani. Sul tavolo basso sciai, té, e dolci al pistacchio. Alle pareti, foto della Cupola della moschea della Roccia di Gerusalemme e di venti «martiri» palestinesi. I valichi di Gaza sono stati parzialmente riaperti, ma al confine si spara ancora. Che «pausa» è? «Hamas e gli altri gruppi della resistenza sono molto seri nel rispetto del cessate-il-fuoco. Ma ci aspettavamo un’altra risposta dagli israeliani: la riapertura totale dei valichi, la fine dell’assedio a Gaza, la sospensione di tutti gli attacchi. I primi due procedono a rilento. Il terzo è fermo: Israele ha acconsentito al cessate-il-fuoco a Gaza, ma ha incrementato le operazioni in Cisgiordania. Così è difficile negoziare. Israele deve cessare tutti gli attacchi a Gaza e in Cisgiordania, i palestinesi sono lo stesso popolo. Hamas rispetta i patti, la palla è nel campo israeliano». Il premier israeliano Olmert pendola con il Cairo per rafforzare la mediazione egiziana. Gli 007 dello Shin Bet appoggiano il rilascio di detenuti palestinesi con «sangue sulle mani». La Knesset approva la liberazione di Kuntar e altri 4 combattenti in cambio dei due soldati rapiti in Libano. Il cerchio si stringe intorno a Gilat Shalit, nelle vostre mani dal 2006. È vivo? «Israele sa benissimo che Shalit è vivo, ma è davvero intenzionato a liberare i nostri detenuti? Pensiamo di no. La sua sola preoccupazione è per l’unico prigioniero catturato da Hamas in battaglia. Ci sono 11.600 palestinesi nelle galere israeliane, molti civili. Oltre la metà non è accusata di nulla». Shalit è vivo: quando lo rilascerete? «Sempre questa domanda. I negoziati riguardano lo scambio di prigionieri di ambo le parti, non solo Shalit. Ed è un capitolo completamente separato dalla tahadya». Ha detto all’ex presidente americano Carter d’essere disposto a 10 anni di tregua, la hudna. E dopo? «Oggi non ci sono le condizioni per la hudna. Quella proposta prevedeva che Israele si ritirasse dai territori occupati nel ‘67, inclusa Gerusalemme, distruggesse tutte le colonie, acconsentisse al diritto al ritorno dei rifugiati. Israele non è pronto». Fosse Israele, si fiderebbe di un’organizzazione come Hamas, con ancora parte dello statuto dedicato a distruggerla? «Chi è tra noi a dover temere d’essere distrutto dall'altro? I palestinesi, minacciati dal comportamento e dalle sofisticate armi israeliane. Israele occupa la terra, assedia, attacca, uccide. I palestinesi hanno diritto a uno Stato indipendente». Hamas si è opposto a tutti i tentativi di pace degli ultimi anni: Oslo, Madrid, Ginevra, il documento Tenet, la Road Map, Annapolis. Perché oggi avete deciso di cessare il fuoco? «Non rifiutiamo la pace, ma i progetti di pace nati morti. Come può aver successo un negoziato che non si basi sulla fine dell’occupazione, sullo smantellamento delle colonie, sul riconoscimento al diritto di cittadinanza dei palestinesi? La tahadya non ha alcuna relazione con Oslo, Madrid, Annapolis. E non è basata sulla fiducia. Non ci fidiamo degli israeliani. Alcune specifiche circostanze hanno convinto loro, Hamas e altri gruppi della resistenza a provare. Israele sa di non poter sconfiggere il popolo palestinese. Abbiamo accettato per la nostra gente». Per la prima volta dalla guerra civile di Gaza il presidente palestinese Abu Mazen ha aperto ad Hamas. Collaborerete? «Nonostante i veti americano, israeliano e l’opinione di pochi consiglieri dell’Autorità Nazionale abbiamo sempre ripetuto che non c’è soluzione senza unità dei palestinesi. Siamo pronti». Si può dire che l’Anp riceve soldi dall’Europa e Hamas dall’Iran? «I finanziamenti dei donatori europei, compresi i 242 milioni di dollari stanziati a Berlino, non coinvolgono tutti palestinesi. Sono condizionati a certi criteri, sono politici. Hamas non dipende da un donatore o da un Paese, ha il supporto dei palestinesi, dei musulmani, della gente anziché dei governi». L’influenza iraniana a Gaza però, sembra in aumento. Si parla anche di famiglie convertite alla dottrina sciita... «I palestinesi prendono decisioni indipendenti, non si vendono». Pare che Israele e Siria si accingano a un terzo round di colloqui indiretti. Alcune settimane fa si disse scettico sulle possibilità di Olmert, troppo debole per sedersi al tavolo con Damasco. Un leader forte come Netanyahu farebbe di meglio? «Il leader, potente o meno, cambia poco. Olmert ha guai domestici, la corruzione, il fallimento della guerra in Libano e a Gaza. Ma il nodo è a monte: Israele non è pronto a ritirarsi dal Golan né dalla Cisgiordania. Non è pronto per la pace». Scommetta sul futuro: Khaled Meshal presidente del futuro Stato palestinese o il leader di Fatah Marwan Barghouti? «Le persone non contano. Vogliamo che i palestinesi abbiano democrazia e libere elezioni presidenziali e parlamentari. Qualsiasi loro scelta la rispetteremo al cento per cento». E’ sopravvissuto a tre attentati: ha paura di morire? «Come palestinesi, arabi e musulmani non abbiamo paura di morire perché crediamo in Dio. Per quanto riguarda me, il primo attentato, nel ‘97, ad Amman, mi ha dato più coraggio». Se votasse negli Usa voterebbe Obama o McCain? «Sono palestinese, voterò in Palestina. E non commento le elezioni americane: sulla questione palestinese le differenze tra i due candidati sono minime. Non ci fidiamo. Pensiamo solo a resistere».

 

Il Belpaese dei felici e raccomandati - GIOVANNI CERRUTI

MILANO - Anche lei, poverina, non è più quella di una volta. E c’è chi, pur di tenerla alla giusta distanza, le cambia l’identità: un freddo «segnalazione», un burocratico «indicazione», un elegante «gestione combinata». I partiti non ci sono quasi più, la legge elettorale ha abolito i collegi, i parlamentari che non si perdono un battesimo sono eccezioni, però lei, anche se si deve scontrare con la modernità, con le lobbies e i lobbisti, resiste e lotta insieme e per noi: la vecchia e cara Raccomandazione, italianissima come la pizza e le romanze di Verdi. Raccomandazione di governo o di opposizione, ce n’è (sempre) per tutti. E cosa non si fa per lei, perfino un premier che scippa il mestiere a Lele Mora. Però, appunto, non è più quella di una volta. C’è, ma non si vede. E non ci sono più i Remo Gaspari, il ministro dc che aveva assunto postini a vagonate. «O personaggi come Franco Evangelisti, l’ombra di Giulio Andreotti - ricorda Alfredo Biondi, avvocato, liberale e genovese, 9 legislature prima del prepensionamento non voluto -. Quando lo incontravi in Transatlantico ti appariva la Raccomandazione». Ecco, fine di quella storia: «Ora che la politica è cooptazione - dice Biondi - la Raccomandazione passa da lobbies potenti e clandestine». Sarà cambiata lei, ma i raccomandati no, quelli ci sono sempre. Almeno uno su due, è la conclusione di una ricerca dell’«Isfol». E per un’indagine dell’«Eures» quasi il 60% dei ragazzi con meno di 20 anni hanno le idee chiare sul loro futuro, convinti come sono che il fenomeno della raccomandazione sia in aumento. Maria Teresa Brassiolo, presidente di «Transparency International Italia», assicura che questo primato è proprio e solo del Belpaese: «Negli altri Paesi la raccomandazione è considerata grave, ma resta molto marginale. Colpisce e stupisce di più il nepotismo». Che da noi è una variabile della Raccomandazione. Raccomandato e parente, il massimo. Categoria sdoganata a fine Anni 80 al Festival di Sanremo, nientemeno. Quando, a presentare canzonette, erano stati chiamati gli eredi di Adriano Celentano, Johnny Dorelli, Anthony Queen e Ugo Tognazzi, e l’allor giovane Gigi Marzullo, in odor di raccomandazione dc, li sfotteva in diretta: «I figli di ...». Però erano bravini, e qui si passa alla raccomandazione a fin di bene, a sua volta differente dalla «raccomandazione per necessità», quella applicabile ai poveracci. E’ a fin di bene, come per la verità dicon tutti, perché segnala qualcuno che non delude, che se la cava o addirittura lo merita. Di solito il raccomandato non ha buona memoria ed è facile alla smentita, a volte rabbiosa. Intervenuto in difesa di chi si è visto pubblicare raccomandabili intercettazioni, Francesco Cossiga aveva raccontato le sue telefonate in favore di due telegiornaliste, Bianca Berlinguer e Federica Sciarelli, peraltro amiche. L’avesse mai fatto, a momenti se lo mangiano. Perché a nessuno fa piacere l’abbraccio della Raccomandazione, anche se càpita nell’ambiente Rai, dove è chiamata più brutalmente lottizzazione, e ad ogni cambio di governo le carriere interne si misurano con il bilancino del chi è sponsorizzato da chi. Favore, spintarella, aiutino, pratica nota, diffusa e trasversale. «Medialab» del professor Ilvo Diamanti ha fissato le quote dei concittadini che negli ultimi tre mesi hanno chiesto o ottenuto qualcosa: il 66,1% da un parente, il 60,9% da un amico, il 33,9% da un collega di lavoro. Quanto basta per stabilire che nessuno, proprio nessuno, può dirsi immune. Non è reato, per carità. E’, appunto, malcostume. Lo stesso che poi intasa ad esempio i Laboratori diagnostici del Lazio. «Perché - spiega Gianni Fontana, il responsabile - ci sono pazienti che accedono al servizio senza prenotazione». I soliti raccomandati... Ma queste sono le storie di tutti i giorni, dei soliti italiani che cercano la scorciatoia e avranno sempre un buon motivo per non sentirsi in colpa. Altra e più complessa è la storia della Raccomandazione da lobby, dove politica e interessi si abbracciano e colpiscono pesante. La sanità, per dire, con gli intrecci tra baronie e lottizzazioni. «E qui il gioco si fa molto più sottile», spiega Paolo Cherubino, 60 anni, primario ortopedico, preside della facoltà di medicina a Varese. «Perché le lobbies della politica con le assegnazioni di posti si affermano, si rafforzano e ne ricavano un potere di compensazione con altre lobbies». Ecco, Varese che passa per città leghista. Su dieci primari solo uno non è dell’area di Comunione e Liberazione, il movimento caro al governatore Roberto Formigoni. Un caso? «Mi sono sentito dire che non è lottizzazione - dice Cherubino - ma il dato oggettivo resta». Ma il lobbismo non si ferma qui, e il preside Cherubino, per cautela, ricorre all’esempio. «Mettiamo che si decida un Piano di Ristrutturazione Ospedaliera. Bisogna tener conto dell’interesse dell’area interessata, dei cittadini, e questo è giusto. Poi si prevedono reparti e personale sulla base degli individui da sistemare...». La Raccomandazione pilotata. La lobby non rivendica, non si vanta, basta che chi deve sapere sappia. Non è più come ai tempi di Gaspari e Evangelisti. Non è più come nella Milano dove per essere assunti in banca bisognava frequentare gli oratori, per una licenza da tassista i socialdemocratici, per una casa i socialisti. E nemmeno e non solo come nella Sicilia dell’ex governatore Totò Cuffaro, che per lenire il bruciore di un calo di voti per la sua Udc se n’è uscito con questa spiegazione: «Per forza, in quella zona non avevamo l’assessore regionale!». E magari non sarebbe manco bastato, magari si sarebbe scontrato con una lobby. Trovare la lobby giusta, dunque, il mix tra politica e affari, perché il resto è robetta. «Se mi chiama un politico - racconta Paolo Sassi, presidente dell’Inps - è solo per sapere la posizione contributiva di un elettore, non sanno che è tutto su Internet». Anche il ministro Roberto Maroni s’è accorto che non è più come una volta: «Nel ’94 avevo il "Raccomandometro", mi segnavo tutte le raccomandazioni che arrivavano in Consiglio dei ministri. Dopo un paio di mesi Clemente Mastella aveva già staccato tutti». Ora, dice, il Raccomandometro è ancora a zero. Puoi darmi una mano...? Comincia sempre così. «Lo so bene - dice Pierluigi Bersani, il ministro ombra Pd -. La mia mamma diceva che bisogna aiutare tutti, ma aiutando tutti si finisce sempre con il fregare qualcuno. La mia regola? Aiutare solo i malati, gli handicappati, i disperati, per loro sì che sono pronto a dare una mano. Per gli altri niente, grazie». Antonio Marano, direttore di Rai2 intercettato al telefono con Agostino Saccà, la mano la dà per chi vale. «E’ normale per noi, i personaggi del mondo dello spettacolo li conosciamo bene». E’ normale, come il titolo di una trasmissione Rai di successo. «I Raccomandati».

 

Thyssen, oggi al via il processo

TORINO - I familiari dei sette operai morti nel rogo della ThyssenKrupp a Torino il 6 dicembre scorso hanno firmato tutti l’accordo con l’azienda: il gruppo tedesco verserà 12milioni e 970mila euro complessivi e a beneficiarne saranno 35 persone, spiega l’avvocato Renato Ambrosio che ha coordinato gli avvocati degli 11 studi legali che assistono le famiglie. Una novità «organizzativa», sottolinea l’avvocato, «condotta senza ricevere un euro» e che ha permesso di ottenere un risarcimento o meglio - specifica l’avvocato - il riconoscimento dei diritti in tempi brevi. «Nella somma inoltre non è compresa l’Inail che verrà versata a parte». «I familiari hanno firmato tutti , tutti quelli che in base a criteri civilistici - spiega l’avvocato Ambrosio - ne avevano diritto», ovvero padri, madri sorelle, fratelli, mogli o compagne e figli. Un patto di riservatezza impedisce di rivelare come la cifra sia stata ripartita ma, spiega l’avvocato, si è tenuto conto del numero degli aventi diritto: «Le famiglie più numerose hanno ricevuto somme più elevate». «È un fatto comunque positivo», ha commentato il procuratore di Torino Raffaele Guariniello. «La decisione di firmare l’accordo è una scelta che ciascuno deve fare per conto suo, valutando bene le possibiltà per i parenti, i figli. Noi prenderemo atto della loro scelta, il nostro è un processo penale, il risarcimento è una questione rilevante ma il cardine del processo penale è verificare le responsabilità penali». Per i familiari è stato un accordo senza gioia e senza soddisfazione: più di uno, anzi, dopo la firma è scoppiato in un pianto che ben poco aveva di liberatorio. I familiari dei sette operai morti a Torino nel rogo dello scorso 6 dicembre sono sfilati ieri mattina alla direzione provinciale del lavoro per sottoscrivere la proposta della multinazionale di versare una somma a titolo di risarcimento. Al risultato si è giunti partendo con la «minaccia» di chiedere all’azienda, in una causa vera e propria, il riconoscimento - e sarebbe stata la prima volta in Italia - del «danno punitivo» e del «danno esemplare», come da tempo avviene negli Stati Uniti. Ad ogni famiglia andrà una somma differente. Per individuarla, i legali hanno svolto una serie di interviste ai parenti delle vittime e hanno tracciato una serie di parametri: il numero dei figli, la durata dell’agonia della vittima, la presenza di congiunti che hanno potuto affrontare la sofferenza solo con l’aiuto di uno specialista, e altro. Due familiari dell’operaio Rosario Rodinò non hanno firmato perchè la Thyssenkrupp non li ha riconosciuti come «aventi diritto»: oggi chiederanno di costituirsi parte civile insieme a un’ottantina di colleghi delle vittime, alla Regione, alla Provincia e al Comune. Oggi, davanti al gup Francesco Gianfrotta, cominceranno ad essere discusse le 200 mila pagine dell’inchiesta dei pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso. Sei i dirigenti Thyssenkrupp sotto accusa: e sul più alto in grado, l’ad Harald Espenhahn, pesa un’imputazione, l’omicidio volontario con dolo eventuale, che in caso di rinvio a giudizio comporterebbe un processo in Corte d’Assise.

 

E la Valle si divide tra ira e speranza - MARCO NEIROTTI

VALLE DI SUSA - Si sapeva già come finiva». «Però così è un po’ meglio, se non altro ci considerano». «Però è anche vero che ci hanno presi in giro dall’inizio, per i voti». «Vero è che chi doveva guadagnarci ci ha guadagnato». «Duri e puri rimasti soli, che vuoi che facciano?». «Non si arrendono». «Comunque il problema è che qui muore il turismo, non c’è più lavoro, nessuno aiuta l’artigianato». Dopo l’accordo sull’Alta Velocità in Valle di Susa non c’è più un coro. Ognuno, o ogni gruppo, suona per conto proprio. La partitura musicale di «Sarà dura» - slogan nato da un sacerdote e diventato canto di battaglia - ha perso direttori d’orchestra, spinta, unità. In bar e negozi, alle edicole o in stazione, sui piazzali di parcheggio o nell’ospedale di Susa, sulle pagine dei giornali locali - «La Valsusa» e «Luna Nuova» - o al presidio tuttora in piedi a Venaus (dove la polizia sollevava la gente con le ruspe) speranza, curiosità, delusione, tenacia sono frammenti sparsi e scoordinati di una vallata che non lo ammette volentieri ma sente vento di sconfitta, malessere per qualcosa che passa sopra la testa o ti attraversa senza più vederti. Rimangono quelli che non si piegano. Rimangono i leader Alberto Perino e Lele Rizzo, ma con platee disattente e che sembrano giudicare prima loro che il grande evento. La politica alta e quella piccola, qui, hanno vinto sul terreno della sfiducia. Per fortuna, gli irriducibili da piazza zittiscono i cani sciolti che disegnano una prossima stagione di botti ben più forti - improvvisi e tremendi - nei cantieri che verranno. La verità è che, seppur ci sia su ogni tavolino di bar La Stampa aperta alle pagine sulla Tav, ciascuno ci legge dentro quel che vuole, quel che ha in testa. E ciascuno scivola dove lo accompagnano ira o speranza nuova. Ma ciò che l’Osservatorio ha concluso si colora in modo diverso: «Ci hanno presi in considerazione». D’accordo, ma con quale peso? «Non lo so, ma adesso potremo sempre dire la nostra». Oppure: «Ci hanno illusi». Ancora: «Che avrà la valle in cambio?». In cambio la valle vuole lavoro, un’area per attività a basso costo, un turismo, vuole che non si parli di tempi veloci per treni veloci mentre si impiegano quelli che sembrano secoli per tirar via la frana che chiude la strada del Moncenisio. Cerchi un giornale, un antidolorifico, una pizza e alla vigilia del 1° luglio vedi cartelli con scritto «chiuso per ferie». E nel negozio accanto dicono: «Fa bene, tanto non passa nessuno». Ho sentito parlare inglese: «Salivano da Avigliana, ora tornano in autostrada e se ne vanno subito». Ira per l’abbandono e speranza di fare parte di quel progetto un po’ mutato che qualcosa però potrebbe mutare sul territorio. Di amianto non si parla più. «La Valsusa» fotografa il signor Alberto Vazone che con un dito indica il foro nel terreno che dovrebbe diventare uscita di tunnel e passare in pratica nel suo giardino. Vazone ha già dato. La famiglia, nei primi Anni 80, fu pagata e mandata via perché da casa loro doveva passare l’autostrada. Dicono: «Che possono fare due persone, due cani e qualche gallina contro un’opera mastodontica?». Solitudine. E solitario è l’uomo che sfogliando il giornale presidia - tra casupola in legno e roulottes - l’internazionale Venaus proprio nel punto dove volarono manganelli, lacrimogeni, devastazioni: «Stiamo a vedere». Tutto qui. Nel bar accanto all’ospedale ascolti le tre anime: non s’ha da fare, tanto lo faranno, vediamo i benefici. Il titolare è sarcastico: «Si è mai visto che prima si approva l’idea di un progetto e poi lo si fa? Credevo che prima si facesse un progetto e poi lo si approvasse. Un conto è una casetta di tre piani, un conto un’opera simile». E insiste sul parallelo: le linee migliorate per il pendolarismo, l’agevolazione alle piccole imprese artigiane: «Se ognuno di noi riesce ad assumere due persone diventa una valle felice». Ora invece è grigia, delusa e incerta, con la speranza di ricadute che è già, fin d’ora, speranza di risarcimento di un danno. In pronto soccorso, tra il personale e chi aspetta una visita, ripetono: «Non la vogliamo, ma che possiamo fare? Tanto fanno tutto loro e altri ci hanno lasciati soli». Nella via Roma, che taglia il centro di Susa, tra negozi di alimentari, di abbigliamento - per locali e per turisti che non passano - è forte la delusione: «Siamo con voi, state tranquilli, dicevano». Ridono amaro: «Fino a una seggiola al Parlamento europeo... E adesso?» Fanno un nome e gli fanno ciao ciao con la manina. E’ come uscire da un’illusione. Sergio Forati, proprietario di un’edicola, non vuole recriminazioni ma vuole che si legga la realtà che vede: «Ci hanno preso in giro fin dal primo giorno e lo sapevano. E in più, sulle nostre ragioni sono calati squatter, protestatari di professione. Ed è andata come voleva chi comunque avrebbe fatto quei lavori e...». Non va oltre, ma vuole dire chi ci avrebbe guadagnato. E parecchio. Come ricordano le foto delle manganellate che per principio spaccano il naso a una donna con il collare ortopedico da incidente. Eccolo il clima che respiri qui. Le uniformi blu a cavallo di Custer massacravano e aprivano riserve. Qui le giacche grigie di Roma, dicono, si beano di averti piegato e non ti portano nelle riserve, è già questa una riserva. Chi ci vuole vivere meglio, dicono, crede alle illusioni di megastazione, chi si accontenta salva il suo giardino. Rimane l’enigma dello zoccolo che griderà ancora «sarà dura», e non sono affatto pochi. Rimane l’enigma dell’infiltrazione più violenta, non estranea per origine ma la più estranea per cultura, perché tra mente montanara e terrorismo ce ne passa. Protagonisti sfiancati, disillusi, nervosi o desolati. Confusi soprattutto, nostalgici di una battaglia. Arresi non ancora.

 

Corsera – 1.7.08

 

Scontro frontale - Massimo Franco

Sta prendendo forma una nuova fase. Vede una maggioranza compatta in un'offensiva di ridimensionamento del potere giudiziario; ed il Quirinale chiamato ad una mediazione delicata. Oggi si riunisce il Consiglio superiore della magistratura con gli occhi del governo puntati addosso. Il centrodestra ritiene che il Csm sia andato oltre le sue funzioni denunciando l'incostituzionalità della norma del governo che sospende alcuni processi, fra cui quello al premier. Giorgio Napolitano, che del Consiglio è presidente, non ci sarà. Ma indirettamente verrà investito di una questione che per Silvio Berlusconi sta diventando vitale. La virulenza delle polemiche sulla giustizia lascia indovinare scenari gonfi di incognite. Anche perché di fronte alla determinazione a regolare i conti con quella che il premier chiama «magistratura politicizzata» c'è un'opposizione divisa; di più, risucchiata dal radicalismo di Antonio Di Pietro. Il Pd veltroniano prova disperatamente a sottrarsi all'abbraccio. Eppure rischia di subirlo, perché l'istinto antiberlusconiano del suo elettorato viene messo a nudo e stimolato dall'aggressività del Cavaliere. Il risultato è che Di Pietro tenta di accreditarsi come unico vero avversario. E inasprisce lo scontro, in modo simmetrico ed opposto a Berlusconi. Calamita il plauso della sinistra antagonista, spingendo il fronte nel recinto dei movimenti extraparlamentari. E non nasconde di voler creare una sorta di «Lega dei valori », versione moralista e ambigua della Lega di Umberto Bossi, chiamata a usare la giustizia come spartiacque. Insomma, sta plasmando un contenitore funzionale alla sua cultura, prima che alle sue ambizioni; ma, per paradosso, utile anche ai piani del capo del governo. In questo schema manicheo, buoni contro cattivi, prevedere un rafforzamento di Berlusconi non è azzardato. Il centrodestra avverte che la debolezza del Pd è solo il riflesso di quella di altri centri di potere. E li incalza, a partire dalla magistratura, convinto che possa essere la volta buona per piegarli ad una normalità che a molti appare una normalizzazione. Ma, per quanto discutibile, il modo in cui il premier addita gli sconfinamenti dell'ordine giudiziario poggia su un malessere diffuso, alimentato anche da errori. Non stiamo assistendo al ritorno di un vecchio conflitto. È in atto uno scontro che Berlusconi oggi ritiene di poter affrontare da posizioni di forza: per questo ha fretta di chiuderlo. Lo drammatizza scommettendo sull'estremismo di avversari che gareggiano con lui in eccessi verbali, riuscendo perfino a batterlo. Nella loro furia polemica, gli antiberlusconiani alla Di Pietro promettono di colpire chiunque non appaia abbastanza nemico del Cavaliere. Nessuno si meraviglierebbe se alla fine scaricassero la loro frustrazione politicamente suicida perfino sul Quirinale.


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