Back

Indice Comunicati

Home Page

L'esaltazione della sconfitta

Manifesto – 2.7.08

 

L'esaltazione della sconfitta - Giorgio Galli

Il risultato elettorale sta avendo a sinistra effetti devastanti, ben al di là dei dati numerici. Dai media esce l'immagine del trionfo del blocco populista-plebiscitario di Berlusconi e dello sfascio a sinistra. Ma i dati elettorali presentano una maggioranza di governo che non è tale nel paese (46,8 per cento dei voti validi) e di un variegato centrosinistra (da Di Pietro a socialisti e comunisti) che ne ha il 42,9. In nessuna democrazia rappresentativa occidentale quattro punti percentuali di differenza rappresenterebbero un abisso tra un trionfo e uno sfacelo. Vi sono, sul versante politico-culturale di centro-destra, il 5,8 di Casini e il 2,4 della Destra, soggetto forse stabile l'Udc, forse volatile la seconda. Si può parlare di un'area al 55 per cento, non politicamente sommabile per un governo che non è un trionfante blocco socio-politico. Forza italia aveva 10.923.431 voti nel 2001. È scesa a 9.045.384 nel 2006, con un crollo di 1.878.047. Nel 2006 Fi e An avevano insieme 13.752.038 voti. La lista unita del Popolo della libertà ne ha avuti 13.686.673, con una lieve flessione di 65.000 voti che ci dice che in sette anni Berlusconi ha sommato una perdita di quasi due milioni di elettori. Inoltre ha compensato col recupero al Sud il milione di voti toltigli al Nord dalla Lega. A Roma, si è detto che Alemanno ha avuto anche voti di sinistra. Può essere. Quello che è certo è che non ha avuto tutti i voti di destra di Fini nel lontano 1993 (844.000) e neanche del poco noto Tajani (ora commissario europeo) nel 2001 (799.000 contro i 783.000 del 2008, Storace compreso). Dunque non è la destra che dilaga, ma la sinistra che frana. Le astensioni: ecco il dato di fondo del 2008 rispetto al 2006. Arrotondando, circa due milioni di voti validi in meno. Senza entrare nel merito delle discusse formule matematiche sui flussi, basta aver frequentato mezzi pubblici e ambienti vari tra la primavera del 2006 e quella del 2008 per attribuire all'astensionismo di sinistra un milione e mezzo di voti persi. Tra il 2001 e il 2005 accadde il contrario. La sinistra non guadagnò voti, ma la destra fu penalizzata dall'astensionismo di delusi dal governo Berlusconi. Nell'ultimo biennio ha deluso la sinistra. Ma nel quadro di una sostanziale stabilità, con tendenza all'incremento, del suo soggetto più forte, comunque si presentasse: 11.542.98l voti di Ds e Margherita nel 2001, 11.928.362 voti l'Ulivo nel 2006, 12.098.908 voti il Pd nel 2008, compresi i radicali. Ilvo Diamanti afferma che questa persistenza di consensi è sovrapponibile, in termini di geografia elettorale, all'insediamento del vecchio Pci, addirittura dal 1953. Quindi non mi ci soffermo. Vi è da valutare l'apporto del voto cattolico, che qui accantono, per dare spazio a qualche rilievo sul vero dato terremotante del 13 aprile: il crollo della Sinistra Arcobaleno dal 10 per cento delle sue componenti al 3. Socialisti e comunisti, entrati in parlamento per la prima volta nel 1882 con Andrea Costa, non vi sono più presenti dopo 126 anni. I voti sono precipitati da 3.7 milioni a 1.2: una perdita di oltre 2 milioni e mezzo, il grosso dovuto alle citate astensioni. 375.000 voti sono andati ai ribelli di Ferrando e Turigliatto, forse tre quarti di milione a Veltroni. Qualcosa alla Lega. Si possono riassumere le cifre: Berlusconi ha perso voti e deve il successo alla Lega, il dato di fondo sono i milioni di nuovi astenuti che hanno penalizzato la sinistra. Siamo di fronte a una situazione simile a quella della sicurezza, tema cruciale della campagna elettorale: quella percepita è in aumento, anche se non confortata dalle statistiche. Queste non confortano neanche il premier, ma la percezione è che abbia «stravinto», perché lo dicono Massimo Giannini e Edmondo Berselli su la Repubblica, Antonio Padellaro su l'Unità e Casini al tg. Ancora la scorsa settimana l'editoriale del direttore de la Repubblica scrive di «forte consenso popolare» e di «consenso amplissimo» per Berlusconi. No. E' meno della metà dei voti validi, il 30 per cento degli iscritti alle liste elettorali, dopo tre lustri di ininterrotta campagna propagandistica che hanno trasformato le elezioni in continui referendum impropri sulla persona, come non avviene in nessuna democrazia rappresentativa. Non so se avrò occasione di tornare sull'argomento. Ma se l'opinione pubblica percepisce Berlusconi trionfante e la sinistra allo sbando, si parta da qui. So poco di arti marziali, ma mi dicono che lo slancio di chi è sicuro di sé e aggredisce l'avversario, può essere sbilanciato dal suo stesso slancio, se l'aggredito non è così debole come l'attaccante ritiene. Il governo deporti colf e badanti, incarceri le prostitute e i rom, distribuisca milioni di carte di povertà, mandi i soldati per le vie delle città e in prima linea in Afghanistan, trasformi il premier in salvatore della Patria. Lo slancio può portarlo al Quirinale. Ma un'opposizione combattiva può sbilanciarlo. Il dubbio è che vi sia.

 

Impresa impossibile - Andrea Fabozzi

Un presidente della Repubblica sotto tutela. Costretto a precisare di aver deciso in autonomia l'invito alla prudenza spedito ieri al Csm a proposito del decreto blocca processi. Precisazione complicata: in effetti Napolitano ha fatto esattamente quanto i due presidenti delle camere, guardiani della maggioranza berlusconiana, gli avevano chiesto 24 ore prima. Preoccupandosi poi di farlo sapere perché questa è la cifra istituzionale delle seconde cariche dello stato. Quando nel 1991 Francesco Cossiga volle condizionare le decisioni dell'organo di autogoverno della magistratura si mise a sedere alla presidenza del Csm. Napolitano ha scritto una lettera. Per ribadire l'ovvio, cioè che il Consiglio superiore ha la facoltà di esprimere pareri sulle leggi che riguardano l'organizzazione della giustizia - ha però sbagliato norma di riferimento, si tratta della 195 del 1958 - e per cavillare sui limiti di questi pareri. È pacifico: il controllo di costituzionalità sulle leggi non spetta al Csm, che infatti non lo svolge. Di quel potere è titolare la Corte costituzionale e in prima istanza anche il capo dello stato che non deve dimenticarsene. Berlusconi impone leggi non costituzionali. Questo è un fatto, verificatosi più volte durante la legislatura 2001-2006. Leggi cancellate dalla Corte costituzionale anche quando il presidente della Repubblica le aveva firmate senza troppi problemi. Anche allora il Csm aveva lanciato un avvertimento sulla illegittimità delle leggi di Castelli, Bossi e Fini, Cirielli e Pecorella. Anche allora molto scandalo (della destra) ma nessun capo dello stato preoccupato di ridimensionare («marginalizzare» ha detto ieri il portavoce di Forza Italia) il Csm. Forse perché allora non si parlava di «dialogo»? E siccome adesso adesso se ne parla, il Csm dovrebbe chiudere gli occhi di fronte a una norma che senza alcuna ragionevolezza blocca alcuni processi, incluso quello del premier? Costituzionalizzare Berlusconi è un'impresa impossibile. Uscire dall'anomalia italiana a cavallo del cavaliere pure, dal momento che l'anomalia è lui. Napolitano si impegna. Richiama tutti con i suoi «messaggi in bottiglia» nel nome di una correttezza istituzionale che non c'è. È costretto a inseguire Schifani e Fini, concede una copertura al presidente del Consiglio e ne è immediatamente ricambiato con l'annuncio di un possibile nuovo decreto sulle intercettazioni. La «moral suasion» non funziona col cavaliere. Che resta libero nelle sue sguaiate scorribande mentre gli altri poteri che dovrebbero contenerlo si frenano a vicenda con molta eleganza e rispetto. Se Napolitano con la sua lettera voleva un clima più disteso ha ottenuto solo un nuovo affondo della destra contro il Csm. Ora al capo dello stato resta solo l'estrema decisione, firmare o non firmare la legge con il «blocca processi». Scopriremo allora se c'è ancora qualche argine a Berlusconi oppure no.

 

«In guerra già da un anno» - Michelangelo Cocco
Quarantacinque soldati stranieri morti dall'inizio di giugno. Mai un mese così sanguinoso dalla fine del 2001, da quando le truppe anglo-americane invasero l'Afghanistan mettendo fine al governo dei talebani. E per la seconda volta consecutiva il numero di militari caduti in 30 giorni nel paese asiatico ha superato quello delle vittime in uniforme (nello stesso periodo) sul secondo fronte della cosiddetta «guerra al terrorismo», l'Iraq. A uccidere di più, proprio come a Baghdad, sono state le bombe artigianali (Ied) nascoste dalla guerriglia ai bordi delle delle strade. La promessa di un maggiore impegno bellico dell'Italia (rimozione delle limitazioni - caveat - all'impiego dei soldati e invio di mezzi aerei) fatta da Ignazio La Russa, in visita ieri a Kabul, al presidente Ahmid Karzai, arriva nel momento di maggiore difficoltà dell'Isaf, la missione guidata dalla Nato e «figlia» dell'attacco di sette anni fa. Una crisi alla quale i membri dell'Alleanza atlantica (Francia, Germania e Polonia in primis) stanno rispondendo con l'invio di altre truppe. Il ministro della difesa del governo delle destre non sembra però preoccupato dell'aumento dei militari uccisi e ha rivelato che gli italiani della forza speciale «Task force 45» combattono «già da un anno», attorno alla provincia di Farah (informazione resa pubblica nelle scorse settimane dal sito Peacereporter.net). «Il governo Prodi - ha spiegato La Russa - ha tenuto giustamente questa informazione riservata. Lo avrei fatto anch'io al posto di Prodi. Oggi però confermiamo che i nostri militari hanno partecipato ad azioni anche di combattimento, hanno salvato vite umane di militari appartenenti ad altri contingenti e neutralizzato attentati». «I soldati italiani - ha aggiunto il ministro - lo fanno e lo vogliono fare al meglio; per questo mi hanno chiesto altri elicotteri e tre elicotteri saranno inviati entro novembre insieme a i rinforzi di cinquecento uomini». Arturo Parisi ha ribattuto che «nessuna informazione è stata mai nascosta al Parlamento». Quella dell'ex ministro della difesa è però solo una mezza smentita: «I nostri militari hanno fatto fronte, come sempre - ha proseguito l'esponente del Pd - in coordinamento con le forze alleate e innanzitutto con quelle afghane, ad ogni minaccia che attentasse il quadro di sicurezza, l'incolumità dei cittadini, e delle stesse forze a questo fine impegnate. Se affrontare e contrastare queste minacce significa combattere, non ho nessuna difficoltà a dire che i nostri militari hanno combattuto». Visitando il comando italiano ad Herat, La Russa ha confermato che «abbiamo ridotto il tempo della risposta da 72 a 6 ore (uno dei caveat rimossi, ndr)». E i nuovi caveat sono già operativi: «Io ho già firmato», ha dichiarato La Russa. «La modifica dei caveat è operativa», ha confermato il generale Vincenzo Camporini, capo di Stato maggiore della Difesa. In sei ore l'Italia ora potrà concedere o negare al comando dell'Isaf l'autorizzazione a impiegare i propri soldati (2.600, tra Kabul ed Herat) anche nel sud e nell'est del paese, le zone dove la guerriglia dei talebani e di al Qaeda è più forte. Finora questa richiesta non ci sarebbe ancora stata. Intanto cinquecento militari italiani saranno trasferiti proprio a Farah, uno dei posti più caldi, nel sud-ovest del Paese. Lo spostamento è stato formalizzato nel corso dell'incontro che La Russa ha avuto ieri con il comandante del contingente italiano, generale Francesco Arena. I rinforzi destinati a Farah non faranno aumentare il numero degli italiani impegnati in Afghanistan perché alla fine di agosto l'Italia lascerà il comando della capitale Kabul ai francesi e quindi saranno «liberati» 800 uomini: 300 rientreranno in Italia e 500 verranno utilizzati per rinforzare il contingente nel sud. L'operazione sarà conclusa entro novembre. Da mesi il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, chiedeva agli stati membri di aumentare, ognuno secondo le proprie possibilità, l'impegno bellico in un momento in cui - sostenuta dal confinante Pakistan e finanziata dall'aumento della produzione dell'oppio - la guerriglia sta mettendo sempre più in difficoltà (lo confermano un recente rapporto del Pentagono e i 50 morti quotidiani, tra civili e combattenti) le truppe (50.000 circa quelle dell'Isaf, 30.000 quelle Usa della missione Enduring freedom) che avrebbero dovuto garantire un futuro diverso al Paese, sconvolto da decenni di guerre.

 

Draghi: «inflazione minaccia i risparmi»

Intervenendo in occasione di un convegno organizzato dall'Aspen Institute sui rapporti Usa-Italia, il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ha parlato anche del commercio estero e di come questo stia cambiando in peggio la percezione delle opinioni pubbliche nei confronti della globalizzazione. L'aumento dei prezzi delle materie prime «essenziali» in particolare, farebbe perdere potere d'acquisto a stipendi e salari, minacciando anche la «tranquillità dei risparmi» nel corso del tempo. Inoltre, la globalizzazione starebbe disilludendo e allarmando le pubbliche opinioni, visto che «i frutti dell'economia globalizzata si sono distribuiti in modo diseguale tra i diversi gruppi sociali». All'interno dei singoli stati nazionali quindi, si tenderebbe a ricercare «rassicurazione», specialmente «riscoprendo il valore di formule protezionistiche. La libertà dei commerci può sembrare un rischio e il protezionismo, un ristoro». Tuttavia, afferma il governatore, «un problema di distribuzione del reddito non si risolve inaridendo una delle fonti più importanti del reddito stesso», cioè il commercio con l'estero. Draghi ha poi rilanciato l'importanza della cooperazione nella regolamentazione dei mercati finanziari, portata avanti dal Financial Stability forum, di cui è presidente. Sarebbe solo riducendo «gli incentivi perversi» che hanno portato alla attuale crisi, che si potrà diminuire l'esposizione agli shocks della finanza internazionale, sempre più integrata. Il governatore di Bankitalia prevede inoltre un maggiore ruolo dell'euro, sia in campo commerciale che finanziario-valutario. Nonostante la sua attuale debolezza infatti, il dollaro rimane stabilmente nella sua posizione di principale valuta mondiale, coinvolgendo l'86% delle transazioni di cambio.

 

Mamma ho perso l'auto - Loris Campetti

Grandina sull'automobile. Ma a differenza del passato, quando la produzione era organizzata secondo le leggi del fordismo-taylorismo e le vetture stazionavano sui piazzali delle fabbriche prima di essere vendute - dunque erano esposte agli agenti atmosferici - oggi la grandine non garantisce uno sconto al cliente. Parliamo di grandine metaforica, che fa più danni dei pezzetti di ghiaccio sulla carrozzeria. Come ampiamente annunciato, le vendite di automobili in Italia sono crollate a giugno: poco meno del 20% di immatricolazioni perdute rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Fiat tiene al 32,7%, ma tiene in discesa. Altrove, con poche eccezioni come la Francia, le cose non vanno meglio per le quattro ruote. Anche in discesa, ormai, la Spagna ci supera, con un crollo del 30% delle immatricolazioni. In America, dove la Toyota ha venduto il 21% in meno, le tre big stringono i denti, tagliano la produzione e chiudono gli stabilimenti e si comincia a parlare di amministrazione controllata: la Ford ha realizzato il risultato peggiore dal '92 con una caduta a giugno del 28%, contro il -18,2 della Gm. In Giappone il mercato si restringe del 3,6% e la Mazda va giù del 12,2%. Maledetto petrolio. Maledette vetture che continuano a utilizzare carburanti ottenuti dalla distillazione frazionata dell'oro nero. L'aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime, a partire dall'acciaio, fa salire il costo dei trasporti e dei prodotti finiti. Così ieri la Fiat, solo per restare in casa, ha annunciato l'aumento dei prezzi delle automobili, mentre Cnh e Iveco avevano già provveduto a una correzione al rialzo. Come capita a tutte le multinazionali dell'auto in quasi tutte le borse del mondo, anche le azioni Fiat continuano a perdere di valore e ieri hanno toccato il minimo storico degli ultimi anni scendendo sotto i 10 euro - sembra ed era ieri quando i titoli del Lingotto volavano sopra i 21 euro. Alla chiusura di Piazzaffari, dopo le parole dell'amministratore delegato Sergio Marchionne che annunciava la conferma degli obiettivi - certamente degli utili - per il 2008 e il 2009, le ordinarie sono risalite sopra i 10 euro. Last but not least, il lavoro, su cui regolarmente precipitano le crisi. Se questo è il trend dei mercati, dicono a Torino, è ovvio che la produzione (a differenza degli utili) va ridimensionata. Di conseguenza torna non più lo spettro ma la certezza della cassa integrazione. Gli operai della Sata di Melfi che costruiscono la Grande Punto quest'anno faranno ferie più lunghe del solito, «grazie» a quattro giorni di cassa dal 28 al 31 luglio che vanno ad aggiungersi alla normale pausa estiva. E due gruppi di lavoratori lucani saranno trasferiti per alcuni mesi in altri stabilimenti: 160 andranno alla Sevel in Val di Sangro (i furgoncini continuano a tirare) dal 7 luglio a fine anno e 40 alla Maserati dal 14 luglio al 31 dicembre. Sono segnali che preoccupano i sindacati, e non soltanto a Melfi: il rischio che la crisi estenda i suoi effetti a macchia di leopardo in tutti gli stabilimenti italiani è molto forte, come segnala la Fiom torinese. Per fortuna la Fiat non costruisce solo automobili e non vende solo in mercati in crisi. Furgoni, camion, macchine movimento terra e per l'agricoltura continuano a tirare, ma per quanto? Sul versante globale, l'auto Fiat si salva grazie ai risultati straordinari realizzati sul mercato brasiliano, mentre si aprono buone possibilità di vendite in Cina, in Russia e, nel suo piccolo, in Argentina. Ma si tratta di palliativi, in una situazione italiana e internazionale devastante per l'automobile. Per tornare all'Italia, sicuramente incide sulle vendite negative (che riguarda tanto le nuove immatricolazioni quanto i passaggi di proprietà, cioè il mercato dell'usato) la fine degli incentivi legati alla rottamazione di vetture vecchie e (più) inquinanti. Sempre che questa droga abbia un senso: meglio sarebbe investire quei soldi in ricerca sui nuovi propulsori, nonché sulla rete di distribuzione del metano, ancora introvabile in gran parte del territorio nazionale. E la Fiat, si può aggiungere, è almeno in questo settore un'azienda all'avanguardia.

 

L'Ue di Sarkozy: crisi e migranti da buttare - Anna Maria Merlo

PARIGI - Un presidente in crisi appena poco più di un anno dopo un'elezione vinta alla grande è da ieri alla testa dell'Unione europea, anch'essa in difficoltà dopo aver subito il «no» irlandese al trattato di Lisbona, la carta che avrebbe invece dovuto rilanciarla. Sarkozy ha fatto mettere bandiere europee dappertutto e ieri ha inaugurato il suo semestre con il tradizionale incontro con i membri della Commissione di Bruxelles. Ma tutti gli indicatori sono in rosso e l'avvenire non si annuncia radioso tra carovita, petrolio alle stelle, polemiche tra stati membri, prossimi allargamenti in forse e l'idea dell'Unione per il Mediterraneo, che avrebbe dovuto rappresentare il segno di Sarkozy in Europa, già in crisi ancora prima di nascere, con un vertice euro-mediterraneo imminente (il 13 luglio a Parigi) già travolto dalle polemiche e dalle reticenze (non solo tedesche ma anche di alcuni paesi del sud, Libia e Algeria in testa). E ieri il presidente polacco Lech Kaczynski ha detto che non firmerà il trattato di Lisbona: «Dopo il no irlandese quel trattato non ha più senso», ha detto il superstite dei gemelli iperconservatori polacchi. Su questo terreno scivoloso, la personalità di Sarkozy rischia di aggravare le cose per tutti i 27. Le contraddizioni sono venute alla luce già con la conferenza stampa tv di lunedì: da un lato, tante belle parole sull'Europa che deve «proteggere», ma dall'altro precisi e mirati attacchi contro ciò che l'Unione europea ha costruito finora, a cominciare dalla gestione della moneta unica. Sarkozy proclama di volere un'Europa vicina alla «vera gente», attenta ai problemi concreti di tutti i giorni. Ma nei fatti si impegna a minare alla base quello che resta, tra questa «gente vera», della credibilità delle istituzioni europee, comodo capro espiatorio a cui vengono addebitate tutte le decisioni impopolari. Intanto la Francia, che già è in difficoltà per il rispetto di Maastricht, è in alto mare sulla propria riforma istituzionale, dove c'è una questione che interessa tutti: l'istituzione obbligatoria del referendum popolare per tutti gli allargamenti dopo quello alla Croazia. Senatori e deputati non sono d'accordo per cambiare l'obbligatorietà imposta da Chirac. Il problema causato da questo approccio populista è aggravato dal tipo di questioni che sono ora sul tappeto. La questione più grave a breve termine è quella dell'immigrazione. Sarkozy vuole esportare a tutta Europa il progetto francese di «immigrazione scelta», attraverso il «patto» presentato da Parigi e che sarà discusso al vertice dei ministri dei 27 che si occupano della questione il 7 e 8 luglio a Cannes. Il «patto» prevede di stabilire regole comuni per organizzare un minimo di immigrazione legale, ma soprattutto per rafforzare la repressione dei clandestini e il loro allontanamento dal paradiso europeo. In sostanza, l'eredità di Sarkozy all'Europa potrà essere un aumento dei charter comuni per rispedire in patria i clandestini e un rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne. Difficile pensare che verranno veramente attuate le promesse di una maggiore cooperazione economica con i paesi d'origine in un momento in cui, Francia in testa, i paesi ricchi si allontanano sempre più dalla vecchia promessa di portare gli aiuti allo sviluppo allo 0,7% del pil. «La Francia, o l'Europa, non accetteranno tutta la miseria del mondo», ha detto Sarkozy (prendendo a prestito le parole dall'ex premier socialista Rocard). La ricetta populista avrà invece grandi difficoltà a creare una cortina di fumo sull'altra grande priorità della presidenza francese: la difesa dell'ambiente e la lotta all'effetto serra. Tutti sono d'accordo, sulla carta, che ci vogliono soluzioni comuni. Ma i disaccordi sono profondi. Tanto più che in questi giorni continuano le proteste contro il caro-petrolio da parte delle categorie più colpite (camionisti, taxisti, pescatori eccetera). Sarkozy in Francia ha cercato di correre ai ripari versando sovvenzioni (per il momento ai pescatori, i camionisti seguiranno se anche oggi bloccheranno le strade del paese). Ma nel 2007, per volontà di Angela Merkel, la Ue si era impegnata a ridurre le emissioni di Co2 del 20% entro il 2020 e a portare almeno al 20% la percentuale delle energie rinnovabili. Ma la Francia vuole mettere sulla bilancia il nucleare, scelta che suscita reazioni negative in molti paesi, a cominciare dalla Germania. I nuovi paesi dell'Est temono che delle regole troppo severe di protezione dell'ambiente siano un ostacolo allo sviluppo. C'è poi il problema, non trascurabile, della destinazione delle entrate che dal 2013 aumenteranno grazie all'estensione della messa all'asta delle quote di Co2: molti paesi non accettano che vengano destinate a lottare contro il riscaldamento climatico, anche aiutando i paesi poveri extra-europei. Un'altra priorità della presidenza francese è la difesa. Ma qui il progetto si scontra subito con l'ostacolo della mancata riforma istituzionale. La politica estera e di difesa comune era nella Costituzione rigettata da francesi e olandesi nel 2005, ed era sata ripresa da Lisbona, contro cui hanno votato a metà giugno gli irlandesi. Sarkozy sta riportando la Francia a pieno titolo nella Nato. In patria aveva fatto credere che questo rientro sotto l'ala atlantica sarebbe stato compensato dalla nascita di un forte «polo europeo». Nei fatti, il partner privilegiato in questo campo - la Gran Bretagna, l'altra potenza nucleare - resta fredda (è fallita anche l'idea di costruire una portaerei nucleare comune franco-britannica, che avrebbe dovuto essere la prima pietra della futura Agenzia europea di difesa). Una delle motivazioni del «no» irlandese è stata proprio la questione della rinuncia alla neutralità. Anche l'ultima priorità della presidenza francese - l'agricoltura - rischia di fomentare più divisioni che unione. Qui la Francia è in una cattiva posizione, grande paese agricolo accusato da decenni di fare la parte del leone nella Pac. Sarkozy parla di nuovo, non a torto, di sicurezza alimentare, dal momento che nel mondo si moltiplicano le rivolte della fame. Ma lo fa pro domo sua: vorrebbe imporre una preferenza europea, a partire da barriere non commerciali ma sanitarie (come già fanno altri grandi paesi ricchi). Ma la prevista e imminente riforma della Pac si intreccia oggi con le difficoltà del ciclo di Doha sulla liberalizzazione degli scambi. Anche qui, in un momento di difficoltà sarà più facile premere per trovare nuove forme di sovvenzioni che fare scelte di apertura al mondo.

 

Anche il presidente Kaczynski piccona il trattato di Lisbona

Alberto D'Argenzio

BRUXELLES - «Sicuramente il primo obiettivo è trovare una soluzione al problema istituzionale», afferma sicuro Nicolas Sarkozy annunciando le mete della sua Presidenza. E inizia male Sarkozy, il trattato sembra un osso sempre più duro anche per lui. Il suo omologo polacco Lech Kaczynski fa infatti sapere, giusto all'avvio del semestre francese, che lui il Trattato di Lisbona non lo vuole proprio firmare, anche se il Parlamento di Varsavia l'ha già ratificato da un pezzo. E così la strategia lanciata al vertice di Bruxelles del 19 e 20 giugno - quella di andare avanti tutti uniti per isolare il «no» uscito dal referendum irlandese - si scopre ancora più debole: scricchiola anche il fronte polacco dopo che già quello ceco aveva dato segni di scarsa disciplina. Da settimane il Presidente ceco Vaclav Klaus va infatti dicendo che per lui Lisbona «è morto». Al «no» irlandese e al «ni» ceco si somma lo stop polacco. A Varsavia si assiste ad una battaglia interna tra presidente, Lech Kaczynski, e premier, Donald Tusk. Il primo, che ha per mesi negoziato il Trattato di Lisbona, dice che ora, dopo il no irlandese, «non ha più senso» apporre la sua firma, un'impronta necessaria per completare la procedura di ratifica. Il secondo, che il Trattato lo ha votato in Parlamento in aprile assieme proprio al partito dei Kaczynski (contrari all'epoca solo una minoranza ultraconservatrice), assicura «che la ratifica è ciò che più interessa alla Polonia». «È difficile - insiste Tusk - accettare una situazione in cui potremmo finire nella stessa posizione problematica dell'Irlanda». I Kaczynski devono recuperare il terreno perso alle elezioni di ottobre e si giocano la facile carta dell'euroscetticismo. Hanno ancora la forza per farlo, anche se Sarkozy spera di convincerlo: «Non posso pensare che la stessa persona che ha firmato il Trattato possa rimettere in causa la sua firma e l'impegno così assunto. Kaczynski non ha mai tradito la sua parola». Sarkozy si gioca la faccia sul Trattato, ma la gioca a modo suo. L'11 luglio, il Presidente di turno della Ue doveva andare in Irlanda, una visita necessaria per sondare il terreno e «trovare una soluzione al no del referendum«. Il viaggio è stato spostato al 21 luglio, ufficialmente per via di un'agenda troppo densa (dal 6 al 10 il G8 in Giappone, il 10 la presentazione del programma della Presidenza a Strasburgo ed 13 il via al vertice di Parigi che deve lanciare l'Unione per il Mediterraneo), anche se poi si scopre che proprio l'11 sua moglie Carla Bruni presenterà il suo terzo album. Altra musica quella del marito, meno melensa e più contundente. Lo scontro non verte infatti solo sul Trattato, è a più largo respiro. Per alzare un po' il tono, ieri l'Eliseo ha attaccato anche la Banca centrale europea, bocciando come «inefficace» o «controproducente» il rialzo dei tassi e poi Sarkozy ha puntato dritto contro Peter Mandelson, commissario europeo al commercio estero e come tale incaricato dei negoziati di Doha all'Omc, peraltro ancora in stallo. Qui la tensione è alle stelle. Il Presidente francese accusa il commissario di aver negoziato un «accordo inaccettabile», in cui l'Ue ha concesso molto in agricoltura e raccolto niente nei servizi e nell'industria. Mandelson ribatte dicendo che c'è «bisogno di unità nella Ue». Gli «attacchi sono ingiustificati e non costruttivi, tutti - insiste il commissario - stiamo lavorando sodo per ottenere un accordo commerciale giusto ed equilibrato». La condotta della Commissione nei negoziati di Doha era stata uno dei cavalli di battaglia del «no» irlandese, ora Sarkozy si somma al tiro al piccione. Una strategia curiosa.

 

Amazzonia e pistoleiros - Andrea Palladino

RAPOSA SERRA DO SOL, RORAIMA (BRASILE) - La strada BR 174 taglia in due il nord dell'Amazzonia brasiliana. A guardarla sulla mappa sembra un serpente che scivola nella foresta, portando con se le mille storie e contraddizioni di quella terra che i colonizzatori portoghesi, spagnoli e inglesi chiamavano El Dorado. Parte da Manaus, nel centro della foresta amazzonica, e arriva in Venezuela, dopo aver attraversato due grandi aree indigene, una delle più grandi miniere dell'America Latina - la Paranapanema, ricca di coltan, minerale base dell'elettronica - diverse fazendas che stanno scommettendo sul biodiesel e la foresta pluviale più importante del mondo. La BR 174 è il simbolo dei conflitti, del colonialismo irrisolto del Brasile, dei modelli di sviluppo folli, gli stessi che hanno creato un distretto industriale nel cuore della foresta, a Manaus, e che oggi propongono di investire sempre più nella monocoltura della soia e della canna da zucchero. La BR 174 da Boa Vista sale verso nord per circa 240 chilometri, prima di entrare in Venezuela. L'ultima città brasiliana si chiama Pacaraima ed il quartier generale di Paulo César Quartiero, il nemico giurato delle popolazioni indigene. E' stato lui il mandante principale degli attacchi che i pistoleiros hanno compiuto contro indigeni e amici degli indigeni negli ultimi quattro anni in questa zona all'estremo nord dell'Amazzonia brasiliana. Prima nel 2004 furono rapiti tre missionari della Consolata, che da sempre appoggiano le organizzazioni indigene. Poi, nella notte del 17 settembre del 2005, un gruppo di uomini armati distrusse la scuola indigena di Surumu, un villaggio dove si formano i leader che guideranno le centinaia di comunità sparse nello stato di Roraima. Per quattro ore gli uomini al servizio di Quartiero cosparsero benzina, incendiarono, distrussero, minacciarono. Era l'anno del definitivo riconoscimento dell'area indigena Raposa Serra do Sol, che in questi giorni sta dividendo di nuovo il Brasile. Un area che accoglie 19.000 indigeni, divisi in 194 comunità, con un tasso di crescita tra i più alti della regione nord. Quartiero ha ancora le sue piantagioni di riso nell'area di Surumu e non ha nessuna intenzione di lasciarle pacificamente, come invece prevede la costituzione brasiliana. La Polizia Federale e la Força de Segurança Nacional avevano iniziato a marzo l'espulsione di Quartiero e di altri pochi fazendeiros che non avevano accettato l'indennizzo proposto dal governo federale, operazione che aveva richiesto la mobilitazione di centinaia di uomini a Boa Vista, capitale dello stato di Roraima. Dal 2005 il Supremo Tribunale è stato sommerso da ricorsi che vengono dal Roraima, presentati da fazendeiros, senatori (anche del Pt di Lula) e deputati, tutti uniti dalla guerra al riconoscimento del diritto degli indigeni a una terra propria. Ad aprile la Corte suprema per la prima volta ha accolto uno dei ricorsi, sospendendo l'azione della polizia federale e oggi sta valutando la costituzionalità del decreto di riconoscimento dell'area. Una decisione abnorme, che può rimettere in discussione trent'anni di lotte per i diritti indigeni in Brasile. Quartiero - che è sindaco di Pacaraima e leader indiscusso dei fazendeiros di Roraima - ha rilanciato il suo gioco al massacro. Il cinque maggio scorso un gruppo di fuoco ha sparato contro gli indigeni che stavano costruendo delle case nella sua fazenda, posta all'interno dell'area di Raposa Serra do Sol. Dieci feriti, e solo per miracolo non è morto nessuno. Gli uomini facevano parte di una vera e propria milizia privata, armata di bombe artigianali e fucili. Ancora oggi girano in moto, fanno gimcane davanti alle case degli indigeni, sfidando la polizia federale bloccata dalla decisione della corte suprema di Brasilia. Pistoleiros venuti da Manaus, dal Parà, dalle terre di conflitto dove ogni giorni si scontrano i latifondisti con i contadini senza terra, addestrati - secondo l'inchiesta della polizia federale - anche da ex colonnelli dell'esercito brasiliano. Ora manca poco più di un mese alla decisione sulla legittimità costituzionale e i tuxauas - i capi delle comunità indigene - sono più determinati che mai. Hanno un'arma che sanno usare con sapienza, ed è la forza della loro tradizione e il legame ancestrale con la terra. Raposa Serra do Sol è il luogo dell'anima, prima di essere il mezzo di sopravvivenza. La BR 174 lunedì 16 giugno è stata chiusa, bloccata dagli indigeni. L'accesso che lega il Brasile del Nord alla città di Pacaraima e al Venezuela per alcune ore è stato sotto il controllo dei tuxauas. Fermi i camion con doppio serbatoio che portano il combustibile di contrabbando dal Venezuela, ferme le jeep dei fazendeiros che da Pacaraima scendono nelle aree indigene che occupano ancora abusivamente. Tra i camionisti in fila si sentono proteste un po' sommesse, è caldo e il sole equatoriale scalda non solo i motori. E' una riappropriazione, almeno simbolica, delle terre dell'enclave dei fazendeiros nella terra indigena. La mattina presto centinaia di giovanissimi studenti delle scuole «differenziate» gestite dalle organizzazioni indigene nei villaggi sono scesi davanti alla fazenda di Quartiero, a circa 30 chilometri dalla BR 174. C'è da giorni un accampamento, il nucleo di un nuovo villaggio che si chiamerà «10 fratelli», ricordando i dieci feriti del 5 maggio scorso, ultimo atto di una strage silenziosa. Pochi metri di strada dividono la nuova comunità dalla proprietà del leader dei fazendeiros. Pochi metri che vengono riempiti dalle danze, dai rituali, dai simboli che oggi vengono insegnati nelle scuole nei villaggi. Una pajé - sciamana - guida la preghiera iniziale, l'evocazione di Makunaima, che prima di essere l'eroe simbolo del Brasile nel romanzo di Mario de Andrade è la divinità che guarda questa terra dal Monte Roraima, nell'estremo Nord dell'area indigena Raposa Serra do Sol. «Giornalista, racconta la verità, perché questa terra è viva, è gente, queste foglie sono vive, il nostro popolo é vivo - dice a voce alta davanti a centinaia di ragazzi indigeni - e quel bianco, quel Quartiero, è il demonio. Noi lotteremo, fino all'ultimo indio». Tutti si inchinano davanti alla terra, strofinano le mani sul suolo, abbracciano la loro madre terra. Anna pata, anna yan, nostra madre, nostra terra, ripetono. Una terra che è stata violata, sporcata con il sangue dei dieci fratelli e dei ventuno indigeni morti da quando è iniziato il conflitto nell'area. Una terra marcata dai pneumatici dei pistoleiros che passano, anche nel giorno della commemorazione, davanti all'accampamento. La festa è ormai finita quando arrivano le jeep della polizia federale e della forza di sicurezza nazionale. Scendono armati, guardano verso la fazenda di Quartiero, sanno che il pericolo può venire da li. Il comandante si avvicina, parla con i tuxaua. Alla fine chiede di fare una foto insieme. L'atmosfera è tranquilla, gli indigeni guardano la polizia federale con rispetto, sanno che i loro diritti sono incisi nella costituzione federale. A pochi chilometri, tra l'area San Marcos e Raposa Serra do Sol, c'è il villaggio di Barro - che i bianchi hanno voluto rinominare Vila Surumu - dove le donne stanno cucinando per le centinaia di indigeni venuti dall'intera area. Qui Quartiero ha fatto costruire un ufficio distaccato del municipio di Pacaraima, dove i suoi uomini hanno messo uno striscione, «No alla polizia federale, si all'esercito brasiliano». Perché se il Roraima è diviso, l'intero Brasile si è trovato con due ideologie contrapposte. L'esercito ha appoggiato di fatto i fazendeiros. Per loro la questione indigena riguarda la sicurezza nazionale e ritengono che le aree indigene possano attentare alla sovranità del paese. All'ingresso di Barro i fazendeiros hanno messo una bandiera del Brasile gigante. Hanno però tagliato i rami che facevano ombra alle macchine della polizia federale che stazionavano lì, pronte ad espellere chi non ha diritto a quella terra. Hanno lanciato pietre contro i poliziotti che all'inizio di maggio arrestarono Quartiero come mandate dell'attacco agli indigeni. Paulo Cesar Quartiero in galera c'è rimasto pochi giorni e il suo ritorno a Pacaraima è stata forse una delle peggiori sconfitte per la giustizia nel nord del Brasile. La strategia di chi vorrebbe gli indigeni isolati in piccole aree separate tra loro è oggi chiara: l'indigeno deve essere brasilianizzato, «deve poter vedere le novelas e il Grande Fratello», dice alla stampa locale Quartiero. Quando il leader dei fazendeiros rifletteva nella prigione a Brasilia nel maggio scorso, a Barro i suoi sostenitori organizzarono una festa, davanti alla comunità indigena che occupa ormai gran parte della città. Portarono un impianto di amplificazione da stadio e un proiettore video, musica alta tutto il giorno e proiezione di film pornografici tutta la notte. Tanto per capire qual'è il Brasile che i bianchi hanno in mente, qual è il paese che vorrebbe gli indigeni fuori dalle aree demarcate. Ma la pazienza dei popoli Macuxi, Waupixana, Taurepang, Patamona e Ingarikò e di tutte le altre etnie che vivono da migliaia di anni nella terra di Raposa do Sol è grande, come la loro saggezza. La società che hanno costruito ripudia radicalmente lo sfruttamento della terra con la monocultura e la distruzione della natura, considera la democrazia il valore principe, obbliga chi vive nella comunità ad essere attivo e partecipare. Gli indigeni sanno che quel Brasile delle coltivazioni estensive, dell'agrobusiness, del lavoro schiavo e delle periferie invivibili non li riguarda. E sanno che proprio perché la loro esistenza è la prova che è possibile vivere bene in armonia con la natura, con un Brasile differente e più giusto in testa, la società figlia del colonialismo non gli darà pace. Resisteranno, dicono, fino all'ultimo indio.

 

Liberazione – 2.7.08

 

Un nobel per il popolo romMoni Ovadia

Involuzione digitale. Ecco i nuovi bambini ebrei, le impronte dell’odio e della paura. Della discriminazione. I bambini sono il futuro. E questo è un futuro schedato. Inchiostro per le mani e filo spinato per gli uomini. E’ solo il primo passo. Se fanno questo in tempi di pace cosa farebbero in tempi di guerra? Dopo le impronte digitali i numeri tatuati sull’avanbraccio... Ecco come è trattato, oggi, in Italia, chi meriterebbe il premio Nobel per la pace per non aver fatto la guerra a nessun altro popolo. Lo proponiamo, ancora, con la massima serietà. Premio Nobel al popolo rom.

per aderire segreteria@liberazione.it

 

Cpt, idiota inferno di Stato. O si muore o non si esce -

Un girone dantesco. In un giorno il sistema Cpt ci consegna tutto l'orrore e l'idiozia di qualcosa che va oltre la denuncia politica e la vergogna costituzionale, perché non può funzionare. E' ingestibile dal punto di vista dei diritti e dei costi, a meno di soprusi che vanno anche oltre le pessime leggi. Illegalità di Stato senza possibilità di replica. I fatti. La Cgil siciliana denuncia la morte di un immigrato africano nel "centro di identificazione" di Pian del lago (Caltanissetta) nella notte tra domenica e lunedì. Si era sentito male nel pomeriggio festivo, ma solo la mattina successiva sono arrivati i medici delle Croce Rossa. Era già spirato. Di lui non si sa nulla. Né il nome, né perché non sia stato tempestivamente soccorso. Non è un caso isolato, era successo un mese fa a Torino. Ma continuiamo. Ieri, un 31enne maghrebino, in attesa di estradizione nel Cpt di Bologna, ha ingerito dei bulloni e una lametta. Trasportato in ospedale, flebo al braccio, ha cercato di fuggire, ma i poliziotti l'hanno inseguito e bloccato. Arrestato. Ma la storia più incredibile arriva da Milano (e ce la racconta in presa diretta un consigliere regionale del Prc, Luciano Muhlbauer). Un sudanese in attesa di espulsione rinchiuso in via Corelli da giorni, soffoca, sbuffa, vuole andarsene. Chiede ai funzionari: quando? Ogni giorno. La discussione degenera. Lo menano (dice lui) o va troppo in escandescenza (dice la polizia). Sta di fatto che quando torna in camerata scoppia una rivolta, conclusasi, per fortuna, solo con qualche danno materiale. Capite, chiedeva di essere espulso! E non ci riescono. E lo tengono due mesi in attesa... E cosa succederà con la detenzione nei Cpt a 18 mesi?

Menato nel Cpt, chiedeva di essere espulso - Luciano Muhlbauer*

Milano  Verso il tardo pomeriggio del lunedì una voce iniziava a circolare tra le associazioni e i giornalisti milanesi: era in corso una rivolta nel Cpt di via Corelli. Inizialmente al centro tentavano di negare, ma poi qualcuno ha visto l'andirivieni dei mezzi della questura e qualcun altro ha recuperato il solito contatto telefonico con un "ospite" del centro. Insomma, la rivolta c'era, ma era molto più difficile del solito capire cosa fosse avvenuto esattamente, poiché la Prefettura di Milano aveva optato per una rigidissima blindatura del Centro, impedendo al sottoscritto di poter entrare fino al giorno successivo, mentre la Questura rilasciava comunicati stranamente generici. Le camionette però erano lì.
Ora sappiamo che durante la notte la rivolta di 25 immigrati di varia nazionalità della camerata D - o Delta come preferiscono gli addetti ai lavori - si è poi spenta. In sostanza, dopo una lunga trattativa con "gli ospiti" la polizia si è semplicemente ritirata dal corridoio d'accesso alla camerata degli "insorti", rinunciando ad entrarvi. Il bilancio della protesta sono dunque i soliti danni materiali, tra panchine di cemento e vetri distrutti, e un ferito lieve, un operatore della Croce Rossa colpito da una scheggia di vetro. Questo è quello che si sa con certezza. E un'altra cosa ancora si sa, perché su questo concordano sia la questura che gli immigrati da noi sentiti ieri: l'incidente scatenante della rivolta è stato un diverbio tra un cittadino sudanese e un funzionario di polizia presente nel centro. Differisce invece il seguito. Se per la questura non si sarebbe mai andati oltre lo scambio verbale tra i due, per gli immigrati invece il poliziotto avrebbe risposto a escandescenze verbali usando le mani. E così, una volta che l'immigrato era rientrato saccagnato in camerata, la rivolta ha preso il suo corso. D'altronde non ci vuole poi tanto per incendiare gli animi. Nel Cpt in questi giorni si soffoca, visto che il tetto è di lamiera e non esistono né condizionatori, né ventole, e poi c'è tutto il resto, a partire dalla condizione di detenzione. Figuriamoci poi quando arriva la notizia di un pestaggio gratuito. Ovviamente non sappiamo se il pestaggio sia avvenuto effettivamente nei termini denunciati dal cittadino sudanese e oggi ribadito al sottoscritto nel corso della visita in via Corelli. Quello che però sappiamo è che la vicenda non può essere insabbiata e che la Prefettura ha il dovere di promuovere un'indagine senza reticenze. Ma ciò che colpisce maggiormente in tutta questa vicenda è la ragione del diverbio che aveva innescato tutta la vicenda. Il cittadino sudanese è uno dei tanti casi di trattenuti nel Cpt che provengono dal carcere. In altre parole, persone che a fine pena dovrebbero essere immediatamente espulse, ma che invece vengono regolarmente "parcheggiate" nel Cpt per un mese o due di ulteriore e gratuita detenzione. Infatti, l'immigrato stava protestando perché per l'ennesima volta gli era stato comunicato il rinvio dell'espulsione, inizialmente prevista per lunedì. Come dargli torto se si è arrabbiato? La sua identità è straconosciuta, le autorità hanno in mano permesso di soggiorno, carta d'identità italiana e passaporto sudanese e anche la data di rilascio dal carcere era nota agli addetti ai lavori. Eppure, nessuno si era preoccupato di prenotare un posto sul prossimo volo che lo avrebbe portato in Sudan. Molto più comodo mandarlo al Cpt, che poi qualcuno ci pensa. Con calma, ovviamente, visto che ci sono 60 giorni di tempo… Insomma, il teatro dell'assurdo che sono i Cpt, ora denominati Cie, ci consegnano la storia di un immigrato che litiga con un funzionario della polizia perché non riesce ad andarsene dall'Italia e per questo, forse, rimedia pure dei cazzotti gratuiti. E tutti gli apologeti dei centri di detenzione che sostengono che siano imprescindibili per l'identificazione e l'espulsione dovrebbero andarci ogni tanto in un Cpt. Sarebbe per loro molto illuminante. Ma soprattutto potrebbero scoprire che la follia dell'allungamento del periodo di detenzione amministrativa fino a 18 mesi, minori compresi, porterà semplicemente a rallentare ulteriormente le procedure. Tanto, che fretta c'è? Se il Parlamento italiano approverà il limite dei 18 mesi, suggerito incredibilmente dal Parlamento europeo con tanto di astensione Pd, allora forse dovremo abituarci a rivolte come quella di via Corelli. Rivolte per riuscire ad essere espulsi, possibilmente senza prendere le botte.
*Cons. Reg. Prc-Se

La piazza dell'otto luglio e il nodo dell'opposizione

Anubi D'Avossa Lussurgiu

La "giornata per la giustizia" convocata in Piazza Navona a Roma per l'8 prossimo, sull'appello di Micromega, vanta di sicuro già un primato. Si tratta infatti, oggettivamente, della prima manifestazione nazionale contro il governo Berlusconi - convocata nella capitale da circuiti dell'opposizione politica.
Aggiungiamo quest'ultima precisazione perché, a nostro modesto avviso, ci sono (almeno) due precedenti: il Pride a Bologna di sabato scorso, che era anch'esso nazionale e certamente portatore d'una piattaforma d'opposizione alle politiche del governo, pur se nell'ambito di una giornata mondiale; e il corteo nazionale, svoltosi a Roma, di Rom e Sinti contro le norme discriminatorie, prima ancora che arrivasse il peggio e cioè l'indirizzo di Maroni sulla presa delle impronte digitali estesa ai bimbi dei "campi". Fra l'altro, il Pride com'è noto ha manifestato anche a sostegno dei diritti d'uguaglianza e della libertà di Rom e Sinti, così come d'ogni migrante, d'ogni cittadina e cittadino. Ma vi torneremo più oltre. Resta quindi il primato di prima manifestazione promossa da pezzi d'opposizione "politica", da attribuire all'appuntamento dato da Paolo Flores d'Arcais, Furio Colombo e Pancho Pardi per martedì prossimo nella capitale. E' così e questo ne fa un appuntamento indubbiamente centrale. Tant'è che un congruo numero di firme è già comparso sotto il loro appello. Tant'è che fra esse ci sono importanti figure delle culture critiche attive in questo Paese e che diverse presenzieranno il palco stesso di Piazza Navona, da Rita Borsellino ad Andrea Camilleri a Moni Ovadia - il medesimo estensore dell'appello per il Nobel per la pace al popolo Rom e contro quella razzista «involuzione digitale» sulle impronte delle dita dei bimbi. Tant'è, d'altra parte, che questa manifestazione dell'8 ha visto l'ingresso a gamba tesa di Beppe Grillo e Antonio Di Pietro: e che sta configurandosi, prima ancora di svolgersi, come un "momento della verità" - quasi preventiv rispetto ad ogni futuro "gioco dalemiano" - per la crisi della leadership piddina di Walter Veltroni e della sua linea politica, a partire dal suo "sistema d'alleanze" e dal suo approccio all'opposizione «ma anche al dialogo» con il blocco berlusconiano. Questo è. E dunque è certo che ci sarà anche molta gente "di sinistra", in quella piazza nella quale già ce n'era quando meno di 6 anni e mezzo fa vi rimbombò l'urlo di Nanni Moretti. Ci sarà, "gente di sinistra": magari anche dimentica che il grido rilanciato ora da Di Pietro, «la legge è uguale per tutti», campeggiava allora quale slogan ufficiale dei contestati gruppi dirigenti del fu Ulivo. Ci sarà "gente di sinistra" e non si stupirà di applaudire Marco Travaglio, che proprio di sinistra non è e lo dice francamente: ma che già ne è applaudito quando compare nella sola agorà considerata "efficace" da molti, quella televisiva, là dove si consacra nuovo giovane Cicerone contro il Silla dei nostri tempi. Poi, vi sarà altra gente di sinistra - e comunista, ecologista... - con qualche disagio in più. E certo per questo ci sono tutte le ragioni esposte ieri su queste colonne da Maurizio Acerbo, per motivare la sua adesione e l'auspicio di quella di molte altre «proprio perché» ritiene «limitata e inefficace un'opposizione che si riducesse all'antiberlusconismo» e che «non si possa continuare ad appaltare soltanto a Di Pietro, Travaglio, Grillo la battaglia su temi che suscitano una sacrosanta indignazione dell'opinione pubblica democratica». E va anche preso atto che nel loro appello i promotori richiamano a «testimoniare con la nostra opposizione» anche «la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista». C'è solo un altro problema: e non è semplicemente quello che tale appello «non fa riferimento ai temi sociali e del lavoro, ai diritti civili, al carattere liberticida e xenofobo dei primi passi del governo». No: è che da questi espunge la questione delle intercettazioni e delle leggi ad personam come «attacco senza precedenti ai principi della Costituzione». E non è che, in questo modo, vi sia solo o tanto il problema di costruire "accanto" e "oltre" questa piazza di «battaglia sulla questione morale» quelle, invece, dell'opposizione sociale: è che la «riduzione dell'opposizione all'antiberlusconismo» di questa piazza dell'8 non è un rischio, bensì l'orizzonte prescelto. Si può forse condividere con Fabio Mussi che questo, l'antiberlusconismo, si presenta come necessità, proprio in forza di quell'«anomalia» che sarebbe il prevalente "cemento" - come sostiene anche D'Alema - delle destre italiane vittoriose e vincenti. Si può, se ne potrebbe dibattere. Ciò che invece non si può rimuovere - lo si è fatto sin troppo sei anni or sono - è proprio la questione della «legalità democratica» impugnata da quest'appuntamento e dalla politica dei suoi protagonisti. Perché questa è la questione seria: molto più di qualsiasi tenzone sul moribondo "attesismo" veltroniano e di ogni velleità di "incanalare" il populismo. E perciò non può essere davvero "programma" e tanto meno "senso" di un'opposizione, che si continui ad additare l'ineguaglianza del potente e non la sempre maggiore disuguaglianza dei più; ad indicare il diritto nella sola integrità del potere giudiziario e non in quella dei corpi delle cittadine e dei cittadini; a far coincidere la passione per la giustizia con quella per un mancato "tintinnar di manette" e non con l'urgentissima salvaguardia della libertà e dei diritti di ognuna e di ognuno. Che, insomma, non si nomini la maggior parte delle «leggi canaglia». Che il « vulnus alle istituzioni repubblicane» si ravveda in ciò che riguarda e divide il loro "ceto", la classe dirigente: e non invece in quel che passa alle donne, ai bimbi Rom, agli operai, ai precari, alla moltitudine migrante, alle comunità resistenti. Elitismo ammantanto di populismo: non appropriazione popolare della legalità democratica. E dunque, sì: quella piazza sarà la prima "politica" d'opposizione a Berlusconi. Quella. Perché questo è lo stato attuale del discorso politico pubblico nel Paese. Prenderne atto, certo: ma per cambiarlo.

 

Il G8 a Sapporo e il fallimento delle politiche neoliberiste

Franco Berardi Bifo

Nel 1999 a Seattle cominciò una rivolta morale. Dopo l'attacco contro il summit del Wto milioni di persone in tutto il mondo dichiararono che il globalismo capitalista è un fattore di devastazione psichica e ambientale. Per due anni il movimento globale attivò un efficace processo di critica delle politiche neo-liberiste, aprendo la strada alla speranza di un cambiamento radicale. Poi, dopo la battaglia di Genova cambiò lo scenario narrativo di fondo e la guerra conquistò il posto centrale della scena. Il movimento non fermò allora la sua azione, ma la sua efficacia fu rapidamente ridotta a zero, come dimostrò l'immensa manifestazione mondiale del 15 febbraio del 2003, che non riuscì a fermare la guerra criminale lanciata dai peggiori assassini che la storia umana conosca. Il movimento non riuscì a diffondersi allora nella vita quotidiana della società di tutto il mondo, non riuscì a dar vita a un processo di autorganizzazione del lavoro tecnico-scientifico. Nove anni dopo Seattle, mentre i padroni del mondo si riuniscono a Sapporo per prendere atto di un fallimento colossale delle loro politiche, ma anche per ribadirle nonostante tutto, dobbiamo inventare una nuova strategia per il movimento, anzi forse due. Una strategia (anzi forse due) che parta dalla consapevolezza che il potere globale è oggi fondato sulla guerra, e che una dittatura militare sta prendendo forma nel mondo: una dittatura le cui radici sono profonde nei processi di produzione, nella cultura razzista e nell'odio interetnico e inter-religioso che i papi e gli ayatollah hanno seminato nella mente spaventata della maggioranza dell'umanità. La politica neoliberista ha distrutto l'idea stessa di una sfera pubblica nel campo dell'economia e in quello dei media. Ha privatizzato ogni frammento della produzione, della comunicazione, del linguaggio e perfino dell'affettività. La competizione ha preso il posto della solidarietà in ogni aspetto della vita e il crimine è divenuto la forma prevalente della relazione economica. La guerra globale è il compimento naturale di questa mutazione criminale del modo di produzione capitalista. E la devastazione sistematica dell'ambiente fisico e psichico è l'effetto naturale di questa mutazione. Le forze democratiche si aspettano qualche sollievo dalla possibile vittoria di Barack Obama alle prossime elezioni americane. Ma vediamo bene il paradosso della situazione. Gli Stati Uniti d'America hanno perduto la loro egemonia militare, perché il fanatismo religioso, il fondamentalismo islamico, il nazionalismo russo risorgente, e il terrore sono strategicamente vincenti nel territorio euro-asiatico. Dall'Afghanistan al Pakistan dall'Iraq all'Iran al Libano, dal Caucaso all'Ucraina, l'egemonia occidentale sta perdendo terreno. Inoltre, la crisi finanziaria apre la strada a un collasso del potere americano, e la recessione inflattiva che si sta diffondendo dovunque produce disordine e sfiducia nelle società occidentali, e queste, prive di una prospettiva egualitaria, si trasformano in razzismo. Nel decennio della presidenza Clinton era possibile parlare (seppure mai in maniera molto convincente) di un Impero americano, ma dopo l'inizio della guerra infinita, coloro che avevano parlato di impero americano hanno dovuto parlare di un colpo di stato all'interno dell'impero. Se le cose sono così dobbiamo ammettere che questo colpo di stato ha ottenuto il suo scopo. I guerrafondai hanno perso le loro guerre (la guerra in Iraq è stata un fallimento completo, la guerra in Afghanistan si trascina verso la sconfitta, la guerra in Iran non si vincerà mai). Cionostante hanno vinto la guerra per il profitto da petrolio e per un aumento della spesa militare, e quel che è peggio hanno vinto la loro guerra contro la pace e contro l'umanità. Oggi, mentre alla Casa Bianca si può attendere che entri una persona di sentimenti democratici, l'Impero americano cade a pezzi e il Caos è l'unico Imperatore del mondo. Che possiamo fare in un panorama distopico di questo tipo? Quale strategia possono elaborare le donne e gli uomini che vogliono la pace e la giustizia? Forse non una strategia ci occorre, ma due. Nessuna speranza è in vista, dal momento che la svolta criminale del capitalismo sta producendo effetti irreversibili nella cultura e nel comportamento della società planetaria, dividendola in tre sezioni prive di ogni universalità di ogni sentimento solidale. Un terzo dell'umanità è in pericolo di vita: la fame si sta diffondendo come mai prima. La crisi energetica diffonde aggressività, inflazione. La guerra devasta le case e le terre. Un terzo dell'umanità vive in condizioni di sfruttamento semi-schiavistico, con orari di lavoro che non hanno più miti e con salari decisi unilateralmente dai capitalisti. Ma sono talmente terrorizzati dalla precarietà, dalla paura di finire nell'abisso della fame e dell'emarginazione, che sono costretti ad accettare qualsiasi ricatto. Un terzo dell'umanità è armata fino ai denti per difendere i suoi livelli di vita e di consumo contro l'esercito dei migranti che premono ai confini della società occidentale. Io penso che dobbiamo ritirarci ed evitare ogni scontro, ogni conflitto che sarebbe oggi inevitabilmente perdente. Dobbiamo creare una sfera autonoma e sicura per quella piccola minoranza della popolazione del mondo che vuole salvare l'eredità della civiltà umanista e le potenzialità dell'intelletto generale, che sono in serio pericolo di una militarizzazione definitiva. Dobbiamo preparaci a una lunga fase di barbarizzazione e di violenza. Nel primo decennio del secolo siamo entrati in un'era che assomiglia a quella che in Europa chiamiamo Medio Evo. Mentre il territorio era devastato da invasioni e l'eredità delle civiltà antiche era distrutta, gruppi di monaci salvarono la memoria del passato e soprattutto i semi di un possibile futuro. Noi non possiamo sapere se l'epoca barbarica durerà per decenni o per secoli, né possiamo dire se l'ambiente fisico e psichico del pianeta sopravvivrà all'attuale devastazione criminal-capitalista. Ma sappiamo di sicuro che non abbiamo armi per affrontare i distruttori, e dunque dobbiamo salvare noi stessi e la possibilità di un futuro umano. Questa è la strategia che io propongo. Ma una sola strategia non è sufficiente quando le cose sono caratterizzate da un indeterminismo profondo e le prospettive sono così imprevedibili come nel momento attuale. Non possiamo al momento dire quali conseguenze produrrà la fine dell'egemonia americana, né quali sviluppi avrà la guerra che infuria dal Pakistan alla striscia di Gaza. E non possiamo immaginare quali effetti produrrà la guerra civile a bassa intensità che si sta combattendo in Europa per motivi etnici, né quali conseguenze produrrà la recessione che corrode l'economia e la sopravvivenza dei lavoratori occidentali. Per il momento abbiamo assistito ad un'evoluzione razzista e fascista della cultura operaia in Europa, ma domani chi lo sa. Bene, io penso che mentre ci ritiriamo nei nostri monasteri non dovremmo dimenticare di prepararci per un improvviso rovesciamento delle prospettive. Dobbiamo essere pronti alla prospettiva di un lungo periodo di sottrazione monastica, ma anche alla prospettiva di un improvviso rovesciamento del panorama politico globale. Provate a immaginarvi la rivolta degli operai cinesi contro il capitalismo nazional-socialista, o l'esplosione di una aperta guerra razziale in Europa, il collasso del sistema militare ameircano incapace di far fronte a una nuova ondata di terrorismo. Provate a immaginare il collasso apocalittico degli eco-sistemi di zone nevralgiche del mondo. Questi scenari sono perfettamente realistici nel prossimo futuro e potrebbero provocare un mutamento radicale dell'atteggiamento politico della maggioranza della popolazione mondiale. Dobbiamo essere preparati a questo, dobbiamo preparare la narrazione per un simile rovesciamento, e soprattutto dobbiamo creare l'esempio vivente di un altro stile di vita che non sia basato sul consumismo e sull'ossessione della crescita e sulla nevrosi della competizione. Il nostro compito centrale nel prossimo futuro è la ridefinizione dell'idea stessa di benessere, di ricchezza e di felicità. Il nostro compito è la creazione di monasteri in cui si sperimenti il benessere frugale. Critica della naturalizzazione del paradigma della crescita, elaborazione culturale di un nuovo paradigma basato sull'abbandono dell'ossessione della crescita, finalizzato alla frugalità, alla produzione ad alta intensità di sapere, alla solidarietà e alla pigrizia, al rifiuto della competizione. Il capitalismo ha identificato il benessere e l'accumulazione, la felicità e il consumo, la ricchezza e lo spreco delle risorse naturali e psichiche. Non si può contrastare questa depressione culturale generalizzata con le parole, ma solo con l'esempio. Dobbiamo diventare l'esempio vivente di uno stile di vita in cui il benessere sia unita alla frugalità la felicità alla generosità e la produzione sia unita con la pigrizia e il dolce far niente. La ricchezza non ha nulla a che fare con il consumo compulsivo e con l'accumulazione ossessiva. La ricchezza è il piacere di essere, e il godimento del tempo.

 

Repubblica – 2.7.08

 

"Eni in corsa per il greggio iracheno; via dall'Iran se vuole il governo" - MARIO CALABRESI

NEW YORK - L'Eni ha deciso di aprire un ufficio a Bagdad e cercherà di aggiudicarsi una delle nuove concessioni petrolifere irachene, resterà in Iran e considera la Libia e la Russia partner affidabili. Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni, negli ultimi mesi ha più volte dovuto spiegare le strategie della compagnia italiana all'Amministrazione Bush e agli investitori americani. Una partita delicatissima nel momento in cui il prezzo del petrolio è diventato un tema di sicurezza e di politica. Il petrolio ha raggiunto i 143 dollari al barile, fino a quando continuerà a salire? "Il prezzo continuerà a crescere finché non si vedrà una correzione della domanda in Occidente. Una parte dei Paesi produttori, quelli con meno popolazione, più sale il prezzo e meno sono spinti ad aumentare la produzione, non esiste una relazione tra la crescita dei prezzi e quella dell'offerta". Lei pensa davvero che le cifre raggiunte oggi siano dovute soltanto alla domanda e non alla speculazione? "La speculazione amplifica il fenomeno, lo cavalca, ma tutto nasce da una maggiore domanda. Sono sicuro che ugualmente accadrà l'inverso: non appena il sentimento prevalente sarà quello di una contrazione della richiesta allora la speculazione accelererà la riduzione dei prezzi. Quello che mi impressiona di più è l'incredibile trasferimento di ricchezza dal mondo occidentale ai paesi produttori: solo l'Arabia Saudita incassa un miliardo di dollari al giorno". All'inizio dell'anno si immaginava il petrolio a 140 dollari ad agosto, ci siamo arrivati a fine giugno e non ci sono state né nuove guerre né uragani. Possiamo prevedere nuovi record: esiste l'ipotesi del petrolio a 200 dollari? "Non si può escludere. Così come potremmo anche rivedere il barile a 120 dollari ad agosto, nulla è lineare e predeterminato, troppi sono i fattori in campo. La previsione dei 140 dollari è stata raggiunta in anticipo a causa del meccanismo speculativo che ha accelerato un'attesa, ma se è vero che non ci sono stati uragani è anche vero che continuano le tensioni intorno all'Iran e ci sono stati nuovi attacchi dei guerriglieri alle piattaforme nigeriane". Ma prezzi di questo tipo per quanto saranno sostenibili? "Se nel 2000, quando il barile era a meno di 20 dollari, avessimo chiesto ad un gruppo di economisti cosa sarebbe successo con il petrolio a 100 dollari ci avrebbero parlato di una situazione catastrofica: recessione mondiale e inflazione fuori controllo. Oggi l'economia non sta bene ma ha retto meglio del previsto. Di fronte a prezzi non sostenibili la domanda calerà per forza, negli Usa si vede già un cambiamento di costumi: si tagliano i viaggi, si prende il treno, si acquistano auto che consumano meno. L'efficienza energetica è la vera chiave per bloccare la crescita dei prezzi". Il governo iracheno ha indetto la gara per nuovi giacimenti che aumenteranno la produzione mondiale del 2 per cento, c'è spazio per compagnie non americane? "Sì, noi parteciperemo e abbiamo deciso di aprire un ufficio a Bagdad. La situazione attuale della sicurezza ci permette di fare ciò che un anno fa sembrava impossibile". Anche oggi si registrano nuove tensioni nel Golfo Persico tra gli Stati Uniti, Israele e l'Iran, paese in cui l'Eni è la prima compagnia internazionale presente. "In Iran abbiamo 80 espatriati e il nostro rapporto con Teheran è antico, risale ai tempi di Mattei. Oggi stiamo onorando due grandi contratti firmati nel 2001, in un momento in cui non si parlava di nucleare iraniano". Negli Usa siete continuamente sotto osservazione: oltre all'Amminstrazione Bush anche i fondi vi chiedono conto delle relazioni con il regime di Teheran. "Abbiamo investito molto nei progetti iraniani e se uscissimo oggi perderemmo tra i 2 e i 3 miliardi di dollari. Lo abbiamo spiegato all'Amministrazione Bush, agli investitori e al governo italiano, sottolineando che non intendiamo fare nuovi contratti ma che non possiamo permetterci di uscire se non facendo un grave danno agli azionisti". In nessun caso uscireste? "Solo per una "causa di forza maggiore", cioè se ce lo chiedesse il governo italiano o ci fosse una decisione in questo senso delle Nazioni Unite". Prima la Libia, ora l'Iran, è nel dna dell'Eni coltivare relazioni "pericolose"? "Iran e Libia fanno parte della nostra storia. E poi l'esperienza ci insegna che gli americani fanno la guerra, ma poi sono i migliori a fare la pace e da quel momento gli spazi si riducono. Se non siamo capaci di stare più avanti degli altri, non siamo competitivi. E l'esempio è proprio la Libia: nel momento in cui la Casa Bianca decise che si potevano riaprire le relazioni con Gheddafi, gli americani sono arrivati in gran forza e se noi non fossimo stati già lì oggi saremmo in difficoltà. Per noi invece la Libia era e resta un Paese strategico". Gli americani, che intendono sempre più le questioni energetiche come temi di sicurezza nazionale, temono un aumento della dipendenza europea dal gas russo. "Già oggi l'Europa dipende moltissimo dalla Russia. Per una decina di paesi europei il gas di Mosca è l'unica risorsa. Ma in tutta la Ue se le forniture si interrompessero in inverno rimarremmo al gelo nel giro di qualche settimana. Oggi l'Europa a 27 importa 300miliardi di metri cubi di gas, quasi metà dalla Russia, un quarto dall'Algeria. Nei prossimi vent'anni il nostro bisogno raddoppierà perché le produzioni Ue sono in declino, perché l'applicazione dei trattati di Kyoto significa più gas e meno carbone e per la prevista chiusura delle centrali nucleari tedesche. Di fronte a questo problema strategico la Ue annaspa e fatica a trovare soluzioni alternative". E l'Eni come risponde? "In Europa è mancata una strategia che avesse al centro la sicurezza energetica e ora per ridurre la dipendenza dal gas ci vorranno molti anni. Nel frattempo dobbiamo fare i conti con la realtà e per questo non possiamo fare a meno di coltivare buoni rapporti con Mosca. Noi lo facciamo: siamo i maggiori clienti di Gazprom e anche la più grande società europea del gas". Chi farà il presidente del consorzio South Stream, il gasdotto di Eni e Gazprom che attraverserà il Mar Nero? "La presidenza era stata offerta a Romano Prodi da Alexei Miller, il Ceo di Gazprom. Lui non aveva accettato, ma c'è bisogno di persone con quel profilo internazionale. E la posizione è ancora libera".

 

Metamorfosi della democrazia - GIUSEPPE D'AVANZO

Gli osservatori raccontano un vivamaria che trasfigura la crisi italiana in commedia. Soliti attori. Canovaccio arcinoto. Vi appaiono pubblici ministeri; giudici; due processi; condotte border line; conversazioni licenziose (aumentano l'audience). L'imputato Silvio Berlusconi veste i panni dell'agnello sacrificale (o del satanasso) di un corpo togato ostinatissimo a non cedere il suo potere (per alcuni abusivo, per altri benedetto). Come se la crisi italiana fosse immutabile e si potesse soltanto esplorare - oggi, come tre lustri fa - lungo la faglia che separa la politica e la magistratura; il potere sovrano dall'ordine giudiziario. Appendice abituale: il mondo diventa bianco o nero, si divide in "giustizialisti" e "garantisti", in "buoni" e "cattivi" (categorie trasmutabili). Fosse così, le lune non sarebbero poi così nere: è il passato che non passa. Questo teatro di maschere non rappresenta però la radicalità delle mutazioni che cova la crisi italiana. Berlusconi è il solito lupo dallo stomaco forte, è vero. Lavora pro se. Chiede immunità (al solito). A meno di cataclismi o errori grossolani, la otterrà presto. Se il suo problema fosse soltanto l'impunità, spento l'appetito, dovrebbe fermarsi. Tirerà diritto, invece. Governa tra le macerie e il campo è deserto. Ne è consapevole (e appagato, quale sovrano non lo sarebbe?). Si gode gli utili di una società che ha trasformato il cittadino in consumatore, i diritti in desiderio di benessere (da noi, ha contribuito a inventarla). È favorito dal fallimento del progetto (democratico-capitalistico) di eliminare, attraverso lo sviluppo, le classi povere. Osserva la fine del "progressismo" come conciliazione di capitale e lavoro; democrazia e populismo; cultura e televisione; cattiva coscienza e abiura della memoria. Scruta con compiacimento l'eclissi della politica, subalterna all'economia e perfino alla religione. Prende atto della morte del linguaggio stesso della politica: formule come popolo, nazione, democrazia, Costituzione che cosa significano oggi? Indicano, al più, realtà ormai lontane dai concetti che designavano un tempo. Deve fare i conti con il declino di uno Stato che, dagli anni Settanta, per troppo tempo dunque, ha recuperato in legalità - con un'iperfetazione di leggi, norme, obblighi, istanze di punizione che hanno rinvigorito il potere togato - quel che andava perdendo in legittimità. Il sovrano sa che - alle viste - non c'è alcuno (partito, istituzione, élite, opinione pubblica) che dia espressione e senso a questo deficit politico e culturale, attualissimo. Il Pd, se è nato, è ancora in fasce, privo di linguaggio e quindi di pensiero: si balocca, in mancanza d'altro, con totem inattuali (un "dialogo" che non c'è). Casini, residuale, non riesce a declinare, dall'opposizione, la sua grammatica della moderazione. Di Pietro, sostenuto dalle "agenzie del risentimento", si colloca tra i suoi migliori alleati con un letale "tanto peggio, tanto meglio". La sinistra radicale, suicidatasi, fatica a rinascere. Cala il capo l'establishment, incerto del suo stesso destino (non c'è posto per tutti sul carro: in tempi di stagnazione, qualcuno morirà). La società appare ammutolita in una zona opaca di indifferenza, confusa dal rumore dei media. È davvero una "crisi" che si può rappresentare nel conflitto - "novecentesco" e nazionale - di politica e magistratura? È, al contrario, il paradigma di una compiuta modernità. Pare che soltanto Berlusconi ne sia consapevole, forse per istinto di predone, forse per chiaroveggenza di mago. Dichiara lo Stato un guscio vuoto. Ne recupera la pura struttura di sovranità e dominio. Chiede di esercitarla senza limiti, in nome del "potere costituente del popolo", con una "decisione" che lascia indistinto il diritto e l'arbitrio, il lecito e l'illecito, l'umano e l'inumano, l'eccezione e la regola. È una tecnica di governo che gli permette (è cronaca) di inaugurare un "diritto della diseguaglianza"; di organizzare "campi di identificazione" al di fuori di ogni garanzia carceraria; di raccogliere le impronte di un'etnia; di trasformare i soldati in poliziotti; presto di smontare gli istituti dello stato sociale che reggono il patto costituzionale. In soldoni, di separare la legge da ogni principio costituzionale, il giudizio da ogni possibile contenuto etico. Quel che abbiamo di fronte allora non sono le "naturali" e prevedibili tensioni interne di una democrazia che fatica a trarsi fuori da una troppo lunga transizione. È, piaccia o meno, la metamorfosi di una democrazia. Bisogna comprenderla, immaginarne gli esiti e le ragioni, prima di liquidarla con qualche pittura pigra o stereotipo antico. Occorre soprattutto prendere atto che oggi il Paese fa i conti con quell'unico progetto. L'obiettivo primario e dichiarato di Berlusconi (anche i distratti lo vedono, se sono in buona fede) è la riduzione di poteri plurali e diffusi a vantaggio di una forma politico-istituzionale accentrata nella sua figura di premier e nel ruolo di garanzia del presidente della Repubblica. Berlusconi si muove "in parallelo" alla Costituzione (sospensione dei processi, lodo Alfano, detenzioni senza reato, discriminazione etniche), lungo un percorso "duale" che pretende "ordinario". Bypassa la Carta, ma senza riformarla. Intende contrattare di volta in volta le sue decisioni non nel quadro politico dove competono le forze sociali e politiche, ma in un rapporto diretto (e minaccioso) con chi - di quei principi - è custode (Napolitano). Anche così si deve raccontare la "battaglia" del Csm, come è stata definita. Il botta e risposta, che ne è seguito, tra Quirinale e Palazzo Chigi. Anche in questo caso, siamo nell'officina di una metamorfosi. Non c'è alcun dubbio che il Consiglio possa offrire al ministro di giustizia un parere sul prevedibile pandemonio provocato dalla sospensione dei processi. "È materia organicamente sua" (Cordero) offrire indirizzi, proposte, avvisi (anche non richiesti) alla discrezionalità del Guardasigilli. Napolitano lo ricorda ("Non può suscitare sorpresa o scandalo che il Csm formuli un parere"). Vuole raffreddare il clima: "Non può esservi dubbio od equivoco sul fatto che al Csm non spetti in alcun modo un vaglio di costituzionalità". Ma in ballo non è "il parere" in quanto tale, è il suo peso politico-istituzionale, è il sostegno (indiretto) che può offrire a chi avrà l'obbligo di pesarne presto la coerenza con i principi. Non c'è che dire, il terreno di scontro è ben scelto da Berlusconi. Il Csm, tra gli organi costituzionali (o a rilevanza costituzionale), è il più ambiguo: "potere dello Stato" e insieme "organo di amministrazione". Incompetente a esprimere - direttamente o indirettamente - la sovranità nazionale eppure legittimato a concorrere con le sue proposte alla formazione dell'indirizzo politico. Nella sua autonomia, protetto da divieti preventivi imposti da altri poteri (li pretendevano Schifani e Fini), ma stretto in confini costituzionali che gli impediscono interventi che interferiscono con le altrui prerogative (lo rammenta il capo dello Stato). È quest'ambiguità che consente a Berlusconi di protestare come illegittima ogni parola sui rischi di norme che possono contrastare con la prima legge dello Stato, dimentico che "l'organizzazione giudiziaria è intessuta della concretezza dei principi costituzionali" (è impossibile discutere di quella, senza interpellare gli altri). L'offensiva del premier, alla fin fine, non indebolisce la discrezionalità del Consiglio nell'esercizio delle sue attribuzioni. Esclude dal "dialogo" istituzionale il Parlamento, già consegnatosi all'impotenza, e un ministro designato al servizio del sovrano e non della giustizia. Libera il campo per quel "confronto a due" a cui Berlusconi chiede protezione per i suoi passi storti. Diventa come un "memento" al capo dello Stato, che avrebbe potuto farsi scudo anche del parere del Consiglio. Se, come dice, trasformerà in provvedimento con forza di legge il divieto di intercettazioni (il capo dello Stato ne ha già escluso l'urgenza), Berlusconi pare già pronto alla mischia. Presenza solitaria nella debolezza dei poteri dello Stato, Napolitano è destinato presto a diventare il punto di attrito e di resistenza alle pressioni del premier nella costruzione della Terza Repubblica, modernissima e inquietante creatura.

 

Corsera – 2.7.08

 

Il Cavaliere sta vincendo. L’obiettivo finale è piegare i magistrati

Massimo Franco

Il miracolo di equilibrio compiuto da Giorgio Napolitano forse non basterà. Il capo dello Stato è riuscito a mettere d’accordo quasi tutti, con una lettera calibratissima inviata ieri al Csm poco prima dell’inizio della seduta. Ma Silvio Berlusconi si prepara ad andare in tv domani sera per dire «pacatamente e serenamente» che «la giustizia è una vera emergenza». E, con parole quasi offensive, ha ridotto l’iniziativa del Quirinale ad un sì alle pressioni dei presidenti di Senato e Camera. Risultato: Napolitano ha dovuto precisare che si è mosso in autonomia; ed il fronte rimane apertissimo, perché la gaffe istituzionale rivela la strategia berlusconiana di marcare il confine fra potere politico e sistema giudiziario. Si tratta di segnali che fanno prevedere tensioni crescenti. Il presidente della Repubblica ha fatto molto per arginarle. Gli è arrivato il plauso del Pdl per avere «invitato il Csm a non esprimersi sulla costituzionalità delle leggi», riconosce il ministro della Giustizia, Angelo Alfano. Walter Veltroni ha avallato «le parole e lo spirito della sua lettera», nonostante l’imbarazzo del Pd. L’unico a masticare amaro è sembrato Antonio Di Pietro, convinto che Napolitano non dovrebbe firmare la legge con cui si sospendono alcuni processi. «Ma», concede, «rispetterò qualunque sua decisione». Sono parole un po’ d’ufficio: anche perché fra Di Pietro e il Pd si è aperto il fronte della manifestazione dell’8 luglio, bollata da Veltroni come «un regalo al premier». La loro alleanza è visibilmente in crisi. Ma il vero contrasto, seppure larvato, si delinea fra palazzo Chigi e Quirinale. Le parole di Berlusconi sull’accoglimento da parte di Napolitano delle richieste fattegli lunedì da Renato Schifani e Gianfranco Fini, tendono a mostrare un capo dello Stato accerchiato. È come se le alte cariche parlamentari adesso si muovessero apertamente come portavoci della maggioranza. E nella sua conferenza stampa ad Acerra per l’emergenza dei rifiuti, Berlusconi ieri ha accreditato le pressioni sul capo dello Stato. Ci sarebbe stato una sorta di «avvertimento» sulle conseguenze di un parere di incostituzionalità da parte del Csm: sia sul decreto che sospende alcuni processi, compreso quello che vede imputato il premier; sia sulla norma che vieta la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche: l’argomento che Berlusconi vuole affrontare domani in tv. Per di più, il Cavaliere ipotizza un decreto da fare entrare in vigore subito: ipotesi che per il Pd è una provocazione, ma porta acqua al mulino di Di Pietro, secondo il quale il Cavaliere ha fretta perché conosce il contenuto di alcune telefonate. Così, il Csm accoglie quasi all’unanimità i suggerimenti di Napolitano; e in serata boccia il cosiddetto «blocca-processi» come «irrazionale», senza pronunciarsi sulla sua costituzionalità. Ma il conflitto lievita ugualmente. Il sospetto fondato è che Berlusconi non voglia chiuderlo: almeno fino a quando non riterrà di avere vinto la resa dei conti.

 

La Stampa – 2.7.08

 

"Agnelli, patriota italiano che credeva nell'Europa" – Maurizio Molinari

ROMA - Riuscire a incontrare a tu per tu Henry Kissinger significa inseguirlo sui cieli dell’Atlantico, subire i tempi mutevoli di un’agenda disseminata di capi di Stato e leader d’industria, avere sempre in testa come unico fuso orario quello di New York e affrontare stoicamente interminabili attese per poi trovarsi all’improvviso di fronte a una mente brillante quanto provocatoria che non cessa mai di mettere alla prova l’interlocutore. L’incontro a Roma, in un hotel del centro storico, avviene a notte fonda ma l’85enne ex Segretario di Stato reduce da una mattinata a Vienna, un pomeriggio di incontri capitolini, una deposizione di fronte alla commissione Servizi Segreti e una cena ristretta a Villa Taverna non mostra stanchezza, muove in continuazione i piccoli occhi chiari e pressa i collaboratori sul «lavoro che ho da fare nella prossima mezz’ora», mostrandosi quasi divertito a trattare le tenebre come se fosse pieno giorno. Poi solleva l’indice della mano destra e tiene a precisare che se parla con la Stampa è «perché è il giornale che fu di Gianni Agnelli e oggi è di John Elkann». Dunque partiamo proprio da Agnelli. Il Convegno dell’Aspen e del Consiglio Italia-Usa verte attorno a interdipendenza, multilateralismo e legame transatlantico. Qual è la lezione che Gianni Agnelli ci ha lasciato su questi temi? «Gianni Agnelli era un patriota italiano che credeva nell’Unione Europea ed era al tempo stesso un alfiere della partnership transatlantica. Spesso nei dibattiti di politica interna si tende a contrapporre l’interesse nazionale e le motivazioni per essere uniti. Affiora anche l’opinione che l’Europa deve organizzarsi da sola, in maniera separata dagli Stati Uniti. Gianni Agnelli invece fu un patriota che lavorò profondamente per l’integrazione europea e per le relazioni transatlantiche. Individuò il sentiero che fa coincidere interesse nazionale, unione dell’Europa e legame con l’America». Papa Ratzinger è impegnato a rafforzare le radici cristiane dell’Europa, denuncia i pericoli portati dall’estremismo e si batte per la libertà religiosa in Cina come a Cuba e in Medio Oriente. Può essere un partner strategico dell’America come lo fu Giovanni Paolo II negli Anni Ottanta? «Il compito del Papa non è di essere un partner strategico degli Stati Uniti, compito della Chiesa è di avere una visione più ampia, di lungo termine, filosofica. Giovanni Paolo II visse un’epoca diversa, quando il comunismo costituiva una sfida per l’identità cattolica della Polonia. Nel secolo in cui viviamo la sfida all’Occidente non viene dal mondo islamico nel suo complesso ma dall’attivismo di un gruppo ristretto di leader estremisti. È una sfida strategica alla quale il Papa è chiamato a dare una risposta di tipo filosofico». L’Italia ha uno dei pil peggiori dell’Europa e ha da poco cambiato governo. Ritiene sia in grado di risollevarsi? «Spesso nei secoli passati ci si è chiesto se l’Italia fosse in grado di farcela, di superare le difficoltà del momento, e poi ciò è sempre avvento. Non mi chiedo neanche se l’Italia sarà in grado di risollevarsi. Un popolo come quello italiano, abile nell’arte di arrangiarsi di fronte alle più impervie difficoltà, smentirà ancora una volta chi prevede la sua inesorabile caduta. Silvio Berlusconi è certo un leader determinato e capace ma la speranza è riposta nella gente comune, nel buon senso e nelle grandi capacità degli italiani». Barack Obama è molto avanti nei sondaggi, l’America sembra essersene innamorata in fretta mentre John McCain, che lei sostiene, appare obbligato a una difficile rincorsa. La battaglia per la Casa Bianca è già finita o è ancora aperta? «Non mi sento un esperto di politica interna americana ma sarei cauto sul sensibile vantaggio che viene assegnato a Obama. Nel 1988, in questo stesso periodo, il candidato democratico Michael Dukakis aveva un simile vantaggio rispetto al repubblicano George H. W. Bush ma poi fu quest’ultimo a prevalere...». Obama come Dukakis? «Obama certamente ha molte cose che Dukakis non aveva: l’età, il senso di un cambiamento possibile che riesce a trasmettere. Ma McCain è un mio amico, lo conosco bene, non è ancora battuto. I suoi consulenti hanno dei sondaggi secondo cui la differenza fra i due è assai più ristretta di quanto si pensa. Il momento in cui si capisce l’orientamento degli elettori non è durante l’estate ma alla fine, passato il Labor Day. Obama non ha ancora vinto la presidenza». Sull’Iran che cosa pensa: le sanzioni stanno funzionando oppure l’opzione militare è diventata oramai inevitabile? «Nessuna delle due cose. Le sanzioni non stanno affatto funzionando, serve maggiore impegno e unione internazionale per renderle davvero efficaci al fine di spingere l’Iran a bloccare il programma nucleare. Ma l’opzione militare non è ancora divenuta inevitabile. L’interrogativo attorno a cui ruota intorno la crisi iraniana è quanto tempo abbiamo prima che raggiungano l’arma nucleare. L’Occidente non accetterà mai un Iran nucleare perché ciò significherebbe garantirgli la supremazia regionale, farne la potenza di riferimento degli sciiti in tutto il Medio Oriente con conseguenze di forte destabilizzazione. Per impedirlo la comunità internazionale deve impegnarsi di più, senza rifiutare alcun percorso, anche l’America dovrebbe partecipare ai contatti con l’Iran, affiancando l’Europa, nell’offrire incentivi e garanzie per convincere Teheran a bloccare il programma». Se lei fosse il consigliere per la sicurezza di Ahmadinejad che cosa gli direbbe? «Chiuda il registratore e glielo dico».

Esaudita la richiesta, Kissinger fa capire che avrebbe qualcosa di concreto da suggerire al presidente iraniano per uscire dall’impasse. Ma non lo vuole rendere pubblico, forse perché non esclude che qualcuno a Teheran possa davvero farsi vivo con il principe della Realpolitik.


Top

Indice Comunicati

Home Page