Back

Indice Comunicati

Home Page

Le parole maliziose

Repubblica – 4.7.08

 

Le parole maliziose cancellate a Milano - GIUSEPPE D'AVANZO

IL regime di Berlusconi è ipnotico. Combina l'agenda del governo come se fosse un palinsesto televisivo. Da giorni, come una giacca al chiodo, il Paese è appeso a un dilemma: che cosa dice Berlusconi nelle conversazioni privatissime registrate dalla procura di Napoli? Le sue parole sono davvero così viziose da metterlo nei guai? Addirittura da costringerlo alle dimissioni? È vero che, in un documento acustico, spiega a Fedele Confalonieri le ragioni postribolari dell'ingresso di qualche ministra nel governo (gli uomini di Di Pietro arrivano a chiederlo in pubblico)? La politica di Palazzo Chigi è soprattutto arma psicologica. Le necessità e le urgenze nascono, come nella performance di un illusionista, in un mondo di immagini, umori, riflessi mentali, paure, odio del tutto artefatti come le emozioni dinanzi alla visione di un film. Il metodo dovrebbe essere ormai familiare. Qualcuno grida qualcosa, lo grida di nuovo e ancora più forte finché non diventa un mezzo fatto, un quasi fatto. Ecco allora che cosa strilla un'aquila del Partito della libertà (Boniver): "Quelle intercettazioni private. Eccome se ci sono. E dentro c'è di tutto e di più. Le ha in mano un magistrato. Bisognerà solo capire come e quando verranno fuori". Le fa eco un'altra voce femminile del partito blu (Santelli): "Una parte della magistratura ha perso ogni pudore nell'utilizzo delle intercettazioni e ora ha la tentazione di usarle come arma finale nella guerra politica del governo". Dunque le cose stanno così, strepitano i corifei mossi dal sovrano: i magistrati spiano Berlusconi; ne registrano le conversazioni; ne raccolgono flussi verbali privatissimi e licenziosi, pronti a farne una mazzuola per ferirlo a morte. È necessario un provvedimento con immediata forza di legge che impedisca le intercettazioni della magistratura; che punisca con la galera i giornalisti che le pubblicano, che mandi in rovina gli editori. Giorgio Napolitano dovrà ricredersi e riconoscere, come non ha voluto fare finora, l'urgenza di quel decreto: ricattano il capo del governo, accidenti. Nel tableau di cartapesta, la memoria deperisce, i fatti si confondono. Nessuno si chiede se siano "fatti" o "quasi fatti", se abbiano appena un palmo di attendibilità. Il fasullo appare più vero del vero, nel regime ipnotico del mago di Arcore. Il fumo è più concreto dell'arrosto. Nel bailamme, non si ode la domanda più ragionevole e pratica: esiste a Napoli un'intercettazione telefonica tra Berlusconi e Confalonieri? Posta la domanda, si può scoprire che neppure può esistere quella telefonata a Napoli perché, nel rispetto della legge, Berlusconi non è stato mai intercettato direttamente e Confalonieri, nell'affare Saccà, è una comparsa del tutto marginale (e quindi mai sottoposto ad "ascolti" diretti). Non a Napoli, ma a Milano andrebbero cercate le conversazioni tra il presidente di Mediaset e il mago di Arcore. A Milano, nei faldoni elettronici dell'inchiesta sul fallimento di Hdc, la società di Luigi Crespi, sondaggista e fortunato inventore del "contratto con gli italiani". In quei file-audio, c'è un colloquio alquanto simile a quello che, soltanto immaginato, ingrassato dalla malafede o dall'ingenuità, ammattisce istericamente i Palazzi di Roma e ingolosisce le redazioni. "Silvio" e "Fedele" si intrattengono sulle virtù di una giovane signora planata dallo spettacolo nella politica. Ma nessuno, fortunatamente, potrà più ascoltare le loro parole. La registrazione è stata mandata al macero, il 13 giugno, per decisione del giudice delle indagini preliminari Marina Zelante: la telefonata era irrilevante per il processo. Il capo del governo, come gli avrà spiegato senza dubbio il suo avvocato-senatore-consigliere Niccolò Ghedini, può stare tranquillo: non ne esistono copie perché il software utilizzato dalla ditta milanese che lavora, in appalto, per la procura di Milano impedisce che i file-audio possano essere copiati senza lasciarne traccia elettronica. Serenità, il presidente del Consiglio, dovrebbe ricavare anche da quel che presto accadrà a Napoli. Nei prossimi giorni saranno distrutte le conversazioni di Berlusconi irrilevanti per il processo, come Ghedini sa e maliziosamente, malignamente non dice (anche se parla tanto e quotidianamente). Sono conversazioni malinconiche, a quanto pare. Il mago si protegge da ogni tentazione giovanile e pressing femminile. Appare consapevole, con qualche nostalgia, dell'ingiuria che il tempo infligge all'energia. Le soubrette ne parlano tra di loro, deluse. Ricapitoliamo. In due inchieste - a Milano, per il fallimento di una società di sondaggi legata a Mediaset; a Napoli, per i traffici di Agostino Saccà - affiora la voce di Berlusconi. Gli investigatori la raccolgono e catalogano. In alcuni casi, è utile a ricostruire i fatti. In altri, è inservibile perché parla d'altro. Nel primo caso, in contraddittorio con la difesa, dinanzi a un giudice terzo, il pubblico ministero domanda che sia chiesto al Parlamento l'utilizzo della memoria acustica. Nel secondo, alla presenza degli avvocati della difesa e dinanzi a un giudice che decide, l'accusatore chiede che quei documenti sonori siano distrutti, come prevede la legge. La procedura è lineare. Protegge gli interessi di tutti gli attori. Permette l'efficacia dell'accertamento dei fatti (che cosa è accaduto e per responsabilità di chi?). Tutela la privacy degli indagati e di chi è coinvolto nell'inchiesta, malgré lui. Se ne potrebbe dedurre che il sistema, nonostante riforme sgorbio, traffici legislativi, procedure sovraccariche, ha coerenza, appare adeguato e regolato da una magistratura equilibrata. Vediamo al contrario, che cosa accade nel regime ipnotico. Con un tramescolio di carte, notizie storte affidate a fedeli e famigli, veleni insufflati in un circo mediatico disposto a enfatizzare e credere, senza raziocinio, a qualsiasi intrigo, paradosso, salto logico, lavorando come fosse un'utile leva anche la sprovvedutezza degli avversari, il mago di Arcore confonde la scena. Anzi, la modella a mano con la sua "macchina fascinatoria". Mi spiano illegalmente, geme. Vogliono ricattarmi con intercettazioni private, raccolte illegalmente e abusivamente consegnate alla redazioni. L'anatema gli consente di non discutere delle accuse che gli sono mosse. Imperversa, allora, come ossessionato da se stesso e dai suoi fantasmi. Protesta, deplora, minaccia incursioni televisive o requisitorie parlamentari. La pantomima, che si è affatturato con la complicità del suo avvocato-consigliere, lo autorizza a chiedere alle Camere genuflesse una nuova legge cucita per la sua silhouette. Si sente abilitato a pretendere dal capo dello Stato di riconoscere l'urgenza costituzionale di un decreto legge che di necessario ha soltanto la sua personale ansia di impunità. Berlusconi, a quanto pare, avrebbe voluto già oggi un provvedimento che vieta, pena la galera per il giornalista e la disgrazia dell'editore, la pubblicazione delle intercettazioni. Non l'avrà, almeno per oggi. Il gran rumore di queste ore se l'è procurato da solo. Che buona medicina sono i fatti.

 

Industria, 300 mila posti a rischio: è boom per la cassa integrazione - ROBERTO MANIA

ROMA - Il credit crunch comincia a farsi sentire anche nelle industrie italiane e mette a rischio quasi 290 mila posti di lavoro. L'allarme è della Cgil. Nei primi quattro mesi di quest'anno c'è stato un balzo del 22,40 per cento del ricorso alla cassa integrazione rispetto allo stesso periodo del 2007. In sei mesi le aziende che hanno temporaneamente sospeso tutta o parte l'attività produttiva sono passate dalle 669 del 2007 alle 782 del 2008 con un incremento di quasi il 17 per cento. Da almeno tre anni non si assisteva a indicatori tutti così negativi, ma ora stanno arrivando gli effetti della crisi finanziaria mondiale anche sull'economia reale. E i dati del Dipartimento settori produttivi della Cgil non tengono ancora conto della decisione della Fiat di aggiungere alla ferie degli operai di Melfi quattro giorni (dal 28 al 31 luglio) di cassa integrazione, dopo il crollo del mercato automobilistico a giugno (meno 19,5 per cento). A settembre il provvedimento potrebbe estendersi anche ad altri stabilimenti del gruppo del Lingotto. Proprio l'arrivo della cassa integrazione alla Fiat è il segnale della profondità della crisi. Giuseppe Berta storico dell'industria alla Bocconi: "Siamo alla vigilia di un altro grosso scrollone. Continua la metamorfosi dell'industria italiana con un suo progressivo "asciugamento". Ma la novità sta nel fatto che sono entrati in crisi, per colpa dell'accentuazione del calo della domanda interna, anche i settori anticiclici, quelli, come l'alimentare, che non ci davano entusiasmo ma ci davano sicurezza". Le tabelle della Cgil confermano questa analisi: da gennaio a aprile del 2008 la cassa integrazione (ordinaria e straordinaria) nel settore alimentare è cresciuta di quasi il 63 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L'impennata più rilevante si è registrata nel settore del legno con un +103,22 per cento. In vetta, tra le regioni, la Basilicata (+399,80 per cento), dove pesa il declino del distretto dei divani, ma anche le Marche (+77,06 per cento), con la crisi dell'industria degli elettrodomestici. Nei primi quattro mesi dell'anno sono state autorizzate oltre 50 milioni di ore di cig che suddivise per 173, che sono poi le ore di un mese di lavoro, si arriva a quei 290 mila lavoratori "equivalenti", come dicono gli esperti di mercato del lavoro, che non sono andati a lavorare per un mese e il cui posto non è più sicuro. "Di fronte a un calo dei consumi del 2,8 per cento - sostiene Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil - è difficile non vedere la depressione. In questa crisi si sommano tante questioni: il limite dimensionale delle imprese italiane che rende complicata la loro competitività sui mercati; la carenza di investimenti in innovazione e ricerca; e poi la riduzione dei consumi con l'aumento dei prezzi delle materie prime. E il ricorso così massiccio alla cig porta con sé, da una parte il rischio per l'occupazione, e, dall'altra, una ulteriore contrazione del reddito disponibile. Diversamente dalla grave industriale crisi dei primi anni Novanta, qui non di vedono le caratteristiche di una graduale riorganizzazione produttiva. Per ora c'è solo la crisi". Che, come sempre, colpisce più gli operai che i "colletti bianchi": nei primi due mesi del 2008 - secondo i dati della Federmeccanica - l'82 per cento delle ore integrate è stata fruita dalle "tute blu".

 

Manifesto – 4.7.08

 

La Cgil boccia le misure «Non staremo fermi» - Sara Farolfi

ROMA - «Se la manovra finanziaria non cambia, la Cgil non potrà far finta di nulla». Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil, boccia senza mezzi termini i primi provvedimenti di politica economica del governo. «Sbagliati e inadeguati» perchè non affrontano le emergenze del paese - a partire dal recupero del potere d'acquisto di salari e pensioni - e ne compromettono le possibilità di ripresa. Non parla per ora, il segretario Cgil, di mobilitazioni, ma annuncia una campagna informativa nei luoghi di lavoro. Ricordando che con il precedente governo, e insieme a Cisl e a Uil, c'era in programma uno sciopero generale, e che dunque, salvo cambiamenti di sostanza, il maggiore sindacato italiano «non starà fermo». E non è solo una questione di merito, «anche il metodo è preoccupante». Punta il dito, Epifani, sulle misure di deregolazione del mercato del lavoro del ministro Sacconi, «che tagliano e riducono diritti e tutele e intervengono negativamente nelle relazioni tra le parti sociali, deregolando il ruolo del contratto nazionale». Il governo ha annunciato a breve la convocazione delle parti sociali, rispondendo alla proposta di Raffaele Bonanni (Cisl) di un «patto per la crescita». L'idea del ministro Tremonti è nota: se c'è crescita (e il Dpef prevede crescita quasi zero) ci sarà una redistribuzione verso il basso. «Noi diciamo l'esatto opposto», incalza Epifani, tornando a proporre quanto scritto nella piattaforma unitaria con Cisl e Uil lo scorso dicembre: un punto di Pil per lavoratori dipendenti e pensionati, a partire dalla detassazione secca della tredicesima 2008 (che per un reddito di circa 24 mila euro produrrebbe un beneficio di 500 euro). I rapporti con il governo mostrano tutta la fragilità dell'«unità sindacale» sul fronte della trattativa per il rinnovo del modello contrattuale. «Il governo non fa quello che deve fare, e non aiuta la trattativa», dice Epifani. Di tutt'altro segno invece quanto deciso ieri dal comitato esecutivo Cisl che ha approvato la relazione di Bonanni, dove si stigmatizza l'urgenza di un patto sociale per la crescita e per valorizzare il lavoro, rispetto al quale si apprezzano i primi segni di disponibilità del governo. Poco prima di prendere parte al terzo round di confronto con gli industriali (ieri allargato al presidente dell'Istat), Bonanni commenta le parole di Epifani: «Il compito del sindacato è quello di fare accordi. Spero facciano tutti i sindacalisti, e nessuno voglia fare un movimento politico». Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, non ha invece perso occasione anche ieri per dare una benedizione di massima alle misure del governo. Le critiche della Cgil, illustrate ieri dal neo segretario confederale Agostino Megale, sono invece a trecentosessanta gradi. E vanno dalla questione salariale all'impatto dell'accordo sui mutui sul reddito delle famiglie (una partita di giro che comporterà, a scadenza del mutuo, un aggravio di costi per i cittadini), fino alle conseguenze che avranno i tagli alle risorse economiche dei Comuni e quelli alla scuola, e anche l'allentamento sul fronte della lotta all'evasione. E ieri critiche alle misure del governo sono arrivate anche dalle regioni, dai comuni e dalla conferenza dei rettori universitari. In particolare, le regioni stigmatizzano la parte «più irrilevante e inaccettabile», ossia la sanità (per la quale si prevedono 2 miliardi di tagli nel 2010 e 3 miliardi nel 2011). Tagli che, spiegano, si aggiungono a quelli impliciti nella decisione di ancorare l'aumento della spesa sanitaria all'incremento del Pil nominale, «quando è noto che la spesa sanitaria ha tassi di crescita storici ben superiori a quelli del Pil». I comuni chiedono invece lumi sulla certezza della copertura per i mancati introiti dell'Ici (misura che, nelle stime dei tecnici del senato, costerà un miliardo circa in più di quanto preventivato dal governo). Infine, un invito a cambiare rotta, per dare ossigeno ai salari, è arrivato ieri anche dal Pd.

 

No al gossip, Silvio dà buca al video - Micaela Bongi

Entusiasta, Enrico Mentana aveva annunciato ufficialmente mercoledì notte, di fronte al suo ospite Clemente Mastella, il puntatone che si preparava a condurre per la serata successiva: Silvio Berlusconi a Matrix, un'intervista a tutto campo, i provvedimenti del governo sì certo, ma anche lo scontro sulla giustizia, le intercettazioni, i processi... Agostino Saccà, addirittura. Passa la nottata e di certo non c'è più nulla. Si accettano scommesse: Silvio andrà a Matrix? «Le possibilità sono fifty-fifty», prevede intorno a mezzogiorno il conduttore. E' poi le stesso Mentana, dopo che il Cavaliere ha annullato gli appuntamenti pubblici segnati sulla sua agenda per la mattinata - il saluto all'assemblea di Farmindustria e l'intervento a quella dell'Ance - a comunicare formalmente che il premier, fino al giorno prima determinato a andare a dire la sua in tv, proprio sulla sua Mediaset e non sulla Rai (del resto terreno scivolosissimo) ha dato forfait: «Ho saputo da palazzo Chigi che il presidente del consiglio Berlusconi ha deciso di rinunciare alla puntata di Matrix. Fra poco verrà diffuso un comunicato della presidenza del consiglio», anticipa il giornalista. Una buca, insomma, corredata da giustificazioni consegnate su carta intestata, ma pur sempre una buca. «Il governo ha lavorato tanto e benissimo in questi primi due mesi di attività», premette nella sua nota Silvio Berlusconi. Dunque «non mi pare opportuno e producente intervenire sui temi proposti da Matrix, giustizia e intercettazioni, che farebbero passare in secondo piano le tante cose realizzate dal governo per cedere il passo ad argomenti e gossip negativi, che inquinano e ammorbano il dibattito politico e parapolitico di questi giorni, deviando l'attenzione del paese dai problemi concreti e dai risultati dell'azione di governo». Se i provvedimenti del governo sono sotto gli occhi di tutti, ci sono gossip che ancora non sono arrivati alla ribalta delle cronache e che forse non ci arriveranno nemmeno, ma passano di bocca in bocca. E come sempre in questi casi, la fantasia ci mette anche del suo (e non è detto che sia all'altezza). Il premier decide di parlarne pubblicamente - seppure genericamente - nel suo comunicato, per liquidare la faccenda. Ma solo dopo aver quando ottenuto rassicurazioni sul fatto che non sarebbero imminenti colpi di scena a suon di telefonate sbobinate sui giornali. Certo, il capogruppo dell'Italia dei valori Massimo Donadi, se ne esce con un «e se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro del suo governo? Sono rispettoso al massimo della privacy, ma il dirimente tra pubblico e privato nella politica nel caso di un capo di governo è molto labile. Credo che l'informazione debba prevalere». Tutte le ministre hanno detto la loro, Dagospia impazza, Mara Carfagna, il bersaglio più facile, commenta: «Non mi occupo di intercettazioni, di gossip, di stupidaggini. Non fanno parte della delega del mio ministero, e quindi non me ne occupo». Ma non c'è altro. Dal canto suo, deluso per l'appuntamento saltato, Enrico Mentana dice la sua ai giornalisti convocati al baretto: «Lo avevamo invitato per un'intervista a tutto campo, ha dato buca all'ultimo momento, peccato. È un'occasione perduta, ma forse è meglio così se doveva essere onorata soltanto a metà». Sarebbe stato inutile, cioè, eludere gli argomenti più spinosi, come avrebbe preferito il premier. Ma per Mentana Berlusconi «ha fatto un regalo di compleanno a Walter Veltroni». Il motivo della buca del Cavaliere? «Evidentemente ha pensato che non gli convenisse», conclude il giornalista. Ma perché non gli sarebbe convenuto? Sarebbe stato Gianni Letta a convincere il premier a tirare il freno: le attese intercettazioni non si vedono, meglio non avventurarsi su questo terreno pericoloso rischiando di farsi del male da soli. Tantopiù dati i precari equilibri istituzionali: meglio evitare nuovi attacchi ai giudici, più prudente sottrarsi al rischio - altissimo, visto l'uomo - di rinfocolare lo scontro durissimo con il Quirinale, soprattutto alla luce di quanto ottenuto finora dal capo dello stato, compresa la firma - per ora solo «tecnica» - al lodo Schifani. Argomenti usati, oltre che da Letta, dal presidente della camera Gianfranco Fini intrattenutosi al telefono con il Cavaliere per ribadire che il decreto intercettazioni rischierebbe anche di non arrivare alla conversione. Per questo, almeno per ora, non sembra più una priorità. Tanto che per il momento non è stato inserito nell'ordine del giorno del consiglio dei ministri che si riunirà questa mattina alle 9.30, anche se ciò non toglie che se ne potrà discutere. Il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, vuole svelare il gioco: «Almeno adesso le cose sono chiare: loro facevano il decreto per impedire che venissero pubblicate queste intercettazioni. Hanno capito che non le pubblicano più e quindi non si fa più il decreto. Questo la dice lunga sul modo di agire dell'attuale governo, tutti se ne potranno rendere conto». «Una caccia alle streghe, Di Pietro sfida ormai il ridicolo», si fa avanti per rispondere, dal Pdl, il vicepresidente della camera Antonio Leone. Anche il Pd pare apprezzare il «moderatismo» berlusconiano, con il capogruppo alla camera Antonello Soro che definisce «legittimo» porre un argine all'abuso delle intercettazioni e invita ad «occuparsene per trovare risposte concrete». Su tutti, vigila soprattutto un Quirinale che aspetta le prossime mosse.

 

Ma D'Alema rilancia il dialogo sulle riforme: necessario - Andrea Fabozzi

ROMA - «Silvio Berlusconi non è un problema, tutt'al più è un sintomo». Massimo D'Alema corregge il direttore Antonio Padellaro che lo intervista sul palco della festa romana dell'Unità, primo e più atteso dibattito dell'appuntamento estivo del Partito democratico. Con il vecchio nome, «Festa dell'Unità», cosa che D'Alema sottolinea con molta prudenza. «Lo teniamo se va bene a quelli che non vengono dalla nostra storia, se va bene agli ex popolari, altrimenti no», dice mortificando l'applauso dei militanti. Silvio Berlusconi dunque è un sintomo «di questo paese davvero complicato». E con lui bisogna discutere di riforme istituzionali «anche se non ho mai pensato che fosse diventato buono, è stata una certa stampa compiacente a dipingerlo così». Veltroni c'è cascato, diciamo. E proprio adesso che il segretario del Pd si forza a minacciare battaglia con ogni strumento contro le leggi blocca processi e per l'immunità alle alte cariche dello stato, D'Alema recupera il suo realismo. E lancia al poco consapevole popolo ex diessino il prossimo convengo della sua Italianieuropei sulle riforme. «Il dialogo è una necessità - dice - Berlusconi rappresenta l'altra metà del paese, anzi l'altra metà più uno. Il fatto che le riforme vadano fatte insieme, altrimenti questo paese non si governa, è un nostro tratto identitario, è la destra che pensa che chi ha la maggioranza governa da sola». D'Alema ce l'ha con quel «tratto minoritario» che «a guardar bene non appartiene alla vera tradizione» di sinistra, ce l'ha con quello «snobismo di sinistra» che «segò le gambe del tavolo» già ai tempi della Bicamerale. Però, ed ecco la stoccata a Veltroni, «serve una piattaforma di politica costituzionale». Lui ce l'ha, anzi ce l'ha Italianieuropei e prevede la legge elettorale proporzionale alla tedesca. «Il dialogo non è una politica, è uno strumento - scandisce - serve una politica». Ma non è l'unico colpo che D'Alema riserva al suo segretario. Il Pd, dice all'esordio compiacendosi dei sorrisi e degli applausi della platea, «è ancora largamente un progetto. Io sono abituato a vivere con una tessera, al momento ho soltanto un attestato che è anche più scomodo da portare in tasca della tessera». Il resto è per Berlusconi. Il decreto sulle intercettazioni sarebbe «inaccettabile e gravissimo. Ho trovato incredibile che il presidente del Consiglio abbia rinunciato alla puntata di Matrix sostenendo che discutere di intercettazioni e giustizia non è interessante in questo momento: ma se è stato lui a mettere le sue vicende personali al centro dell'agenda». Il cavaliere, dice D'Alema «ha questa abilità di smentirsi che io trovo fantastica. E' persino una qualità. Magari dovrebbe fare un altro lavoro, non il capo del governo». Per quello avrebbe in testa un altro candidato.

 

«Ecco come andò al G8» Notte della Diaz al fotofinish - Sara Menafra

GENOVA - Quattro giorni di requisitoria e un'ampia memoria scritta, non ancora depositata. Al netto della norma mannaia che rischia di fermare anche questo dibattimento, la conclusione del processo per i fatti della Diaz - luglio 2001, G8 di Genova - è partita. Ieri mattina il pm Enrico Zucca ha avviato la sua ricostruzione, cominciando dal «G8 rimasto fuori dal processo», cioè da quando, la sera del 21 luglio, dopo giorni di scontri e la morte di Carlo Giuliani, la polizia italiana scelse di provare la strada dei nuovi arresti e assaltare la scuola considerata il «covo» dei black block, pestando a freddo 93 persone che poi si riveleranno dei semplici manifestanti. Ha spiegato che la ricostruzione di quella notte è difficile, come lo sono i processi per stupro o per criminalità organizzata: «Come nei primi, la violenza dell'accusa rischia di riversarsi sulla vittima e amplificarne la debolezza. Come nei processi per criminalità organizzata, la difficoltà nasce nella ricerca delle prove, perché omertà e coperture rendono difficile trovare riscontri. In tutti quei processi alle persone offese si dice "lascia perdere" ed è successo anche qui». Non ha detto, il pm, perché la legge di fatto non esiste ancora, che se la salvapremier dovesse essere approvata nei tempi previsti sarebbe a rischio anche questo processo. Col paradosso nel paradosso di bloccare tutto a dibattimento concluso e con gli inquirenti che avranno già richiesto le pene, ma prima che gli imputati abbiano lo spazio per difendersi e che il tribunale possa decidere sul da farsi. Mentre la requisitoria prosegue, tanto la corte quanto le parti civili si stanno interrogando sul da farsi. E proprio da questo confronto è emersa la possibile soluzione: se è vero che la maggior parte dei reati contestati cadono sotto la blocca processi (falso, calunnia, lesioni aggravate) ce n'è uno, il porto d'arma da guerra, che invece rimane fuori da quel colpo di spugna. E visto che le armi in questione sono le due molotov portate nella scuola dai poliziotti Troiani e Burgio, fondamentali per l'accusa di falso che riguarda molti degli imputati, il processo potrebbe salvarsi. «Attratto» dal reato più grave. Di certo, il presidente della corte ha già spiegato a tutti che non intende stralciare quel pezzo del processo dal resto. E dunque Francesco Cardona Albini, l'altro pm protagonista dell'inchiesta, è convinto che questa sia l'unica strada possibile: «La mia impressione è che il processo andrà avanti, perché non c'è modo di separare l'accusa sulle molotov dal resto della notte alla Diaz. In ogni caso, l'eventuale interpretazione sbagliata non è sottoposta a sanzione». Non la pensa così quasi nessuno degli avvocati delle difese. «Mi pare difficile che il processo non si sospenda. Non credo che la corte possa stabilire di limitare i diritti della maggior parte degli imputati, e non credo che qualcuno di loro possa, anche volendo, rinunciare alla sospensione della discussione», dice Piergiovanni Iunca, legale del funzionario Digos Carlo Di Sarro. Mentre Silvio Romanelli, avvocato dei presunti picchiatori guidati da Vincenzo Canterini, annuncia che qualunque sia la scelta della corte il processo deve proseguire: «Non ci avvarremo del blocca processi e anche in appello, se dovessimo essere condannati, rinunceremo alla prescrizione fino ad essere prosciolti». Deciderà la corte, se (com'è probabile) il decreto sarà approvato. Se il processo proseguirà, sarà stato l'ultimo ostacolo di un processo quasi impossibile. Lo racconta anche Zucca, aprendo la requisitoria: «Nel 1980 un giudice inglese, Lord Denning, molto apprezzato per il suo linguaggio chiaro, decise di bloccare la causa civile di sei persone nei confronti di alcuni poliziotti che avevano estorto le loro confessioni e manipolato prove, accusandoli di un attentato. "Se avessero ragione questi accusatori, spiega quel giudice, i poliziotti sarebbero responsabili di minaccia, violenza e falso. Sarebbe una vista così terrificante che ogni persona in questo paese penserebbe che non è giusto che succedano cose come queste". Quindici anni dopo riconobbe l'errore. Anche la pubblica accusa ha esitato a raggiungere le sue conclusioni. E il risultato che sembra sconvolgente è frutto di dubbi e analisi. Ora però siamo noi a invocare ordine e legge».

 

Ingrid dei miracoli. I buoni vincono, i cattivi perdono. È andata così? - Guido Piccoli

«Un operativo da film» ha dichiarato raggiante il ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos. La storia della liberazione di Ingrid Betancourt, dei tre agenti statunitensi e di undici militari colombiani sembra effettivamente scritta a Hollywood. Da una parte, i buoni: quindici Rambo incaricati di una missione «audace, pericolosa e senza ritorno», secondo il racconto del comandante dell'esercito, Mario Montoya. Due in particolare, capaci d'infiltrarsi nel territorio nemico e di guadagnarsi la fiducia dei guerriglieri. «Devi concentrare i prigionieri da mandare a colloquio col segretario Alfonso Cano» dicono al quarantanovenne Gerardo Antonio Aguilar, alias Cesár (messo a loro guardia direttamente dal Mono Jojoy, il capo militare delle Farc). Dall'altra parte i cattivi, e anche gonzi. Primo fra tutti proprio Cesár, che casca nella trappola e fa arrivare in un punto della selva, dalle parti di Tomachipán, nel Guaviare, all'ora stabilita i sequestrati. E, come in tutti i film, ci sono i «normali», che stanno nel mezzo. Parla la Betancourt: «Dopo la sveglia, ci hanno ordinato di fare i bagagli. Ci hanno detto che saremmo andati da un capo delle Farc. Quando sono atterrati gli elicotteri, ho visto sbarcare dei personaggi assolutamente surrealisti. Avevano degli stemmi di qualche ong sconosciuta. Mi sono chiesta chi fossero. Ho pensato che non volevo prestarmi a qualche nuova pagliacciata. Avvicinandomi, ho notato che qualcuno aveva delle magliette con la faccia di Che Guevara, e ho pensato che fosse gente delle Farc. Prima di farci salire con due comandanti guerriglieri, ci hanno incatenato le mani e le caviglie. Ero furibonda. Poi, è successo l'incredibile. In pieno volo, d'un tratto ho visto il comandante Cesár, che per tanti anni è stato il nostro guardiano, steso, legato e con una benda sugli occhi. Subito dopo il capo del commando ci ha detto: Siamo l'esercito colombiano, siete liberi! L'elicottero quasi cascava, per i salti di gioia e per gli abbracci che ci siamo scambiati!». Un finale perfetto, a sorpresa, col Bene che vince sul Male. E, dulcis in fundo, la protagonista, Ingrid Betancourt che ringrazia commossa, davanti alle televisioni di tutto il mondo, il capo dei duri, il presidente «dal pugno di ferro e al cuore grande», Alvaro Uribe Vélez, «el gran ganador», il grande vincitore di questa storia. Come quelle colombiane, una storia straordinaria, eccessiva e incredibile. Proprio come un film. Tutto vero? Fino a ieri sera, per il mondo è circolata solo la versione dei «buoni», e furbi. Quella dei «cattivi» ci metterà giorni, forse settimane o mesi prima di essere resa pubblica (ricordando, ad esempio, i tempi sovietici che sono stati loro necessari per dare l'annuncio della morte di Tirofijo). Alcuni dubbi emergono dalla semplice lettura dei giornali colombiani. Il primo: il ruolo avuto nella vicenda dagli altri governi. Usa e Israele, innanzitutto, che da tempo forniscono tecnologia e intelligence e che probabilmente hanno partecipato all'azione di martedi scorso. Mentre Santos ha giurato che «è al cento per cento colombiana», l'ambasciatore a Bogotà, William Brownfield, ha ammesso «una cooperazione molto stretta, con scambio di informazioni, di strumentazione e di esperienze» e il New York Times, citando fonti del Pentagono, ha scritto di una partecipazione diretta statunitense nel blitz. Ma ancora più incerto e importante è il ruolo avuto dalla Francia e la Svizzera. Lunedì scorso, era circolata la voce che due loro delegati, il francese Noel Saenz e lo svizzero Jean Pierre Gontard, fossero entrati in contatto proprio con Alfonso Cano. Sul quotidiano governativo El Tiempo si assicurava che i due «godono di tutte le garanzie del Palacio Nariño per un incontro positivo». Strana disponibilità! Ieri, la smentita militare: «Era una montatura per preparare la trappola in atto». Viene da chiedersi se fatta con l'assenso di Parigi e Berna. Ma c'è un'altra possibilità: la liberazione di Ingrid e degli altri potrebbe essere stata effettivamente stabilita tra le Farc e i mediatori internazionali e, all'ultimo momento, l'esercito potrebbe essersi fiondato in zona per prendersene il merito. Proprio come ha fatto altre volte, con risultati tragici. La parola ai due europei. In Colombia, e in particolare in quella di Uribe, comunque tutto è posibile. Se invece fosse vera la versione governativa (al momento la più diffusa), altri dubbi nascerebbero dalla figura del comandante Cesár che, guarda caso, è stato anche il regista dell'assurda vicenda natalizia del piccolo Emmanuel, che le Farc proposero di liberare senza averlo nelle loro mani (perché proprio Cesár l'aveva consegnato ad un contadino della zona): se errare è umano, perseverare non è diabolico? Oltretutto, la fidanzata di Cesár sarebbe da tre mesi nei bunker della polizia presidenziale, Das. E' quindi probabile che la liberazione di Ingrid non sia soltanto il frutto di coraggio, pianificazione e furbizia, ma anche di violenza d'altro tipo, corruzione e ricatti personali. Ma si sa: nelle guerre moderne (e ancora di più in un conflitto irregolare e imbarbarito come quello colombiano) il fine giustifica ogni mezzo. Anche le favole, da raccontare ad un comandante, magari solo sprovveduto, o all'opinione pubblica, facilmente condizionabile. Contano i risultati. E quello ottenuto a Tomachipán è netto, indiscutibile, quasi inesorabile. Nel momento della sua maggiore debolezza, a causa dello scandalo inarrestabile della parapolitica (nonostante siano stati estradati negli Usa i capi paras, diventati scomodi testimoni) e a causa dell'impossibilità di piegare la magistratura ancora indipendente (che ha messo recentemente in dubbio la legittimità della sua presidenza), Alvaro Uribe si è fatto forte, fortissimo, grazie alla maggiore debolezza del suo nemico dichiarato, le Farc. E' da alcuni mesi che la guerriglia riceve colpi che, senza essere mortali come proclama la propaganda governativa, la feriscono profondamente. Se è vero che la liberazione della Betancourt e degli altri prigionieri di guerra (i tre gringos e gli undici ufficiali e sottufficiali dell'esercito e della polizia) è stata salutata con gioia dalla grande maggioranza dei colombiani e nel mondo per rappresentare la fine di una crudeltà ingiustificabile, è altrettanto vero che non possa che essere accolta con disperazione dalle centinaia di ribelli, che vivono ammassati in condizioni probabilmente peggiori nelle carceri nazionali, e da Simón Trinidad, Sonia e gli altri guerriglieri, sepolti vivi nelle terribili Guantanamo sparse negli Usa. Quanto accaduto è comunque il segnale della vulnerabilità organizzativa, militare (e quindi politica) delle Farc che, fino all'anno scorso, apparivano un'organizzazione disciplinata e quasi impenetrabile. Pur contando ancora su decine di fronti sparsi in buona parte del territorio nazionale, la guerriglia sconta l'impossibilità di una sicura comunicazione interna (lo stesso comandante Cesár, secondo la versione governativa, non avrebbe chiesto conferma ai suoi superiori dell'ordine di evacuazione dei sequestrati, per il timore di essere individuato dai satelliti spia nemici). Ma, al di là della soddisfazione immediata e delle frasi di circostanza, il successo del blitz di martedì scorso è visto con preoccupazione anche dall'intera opposizione colombiana. «Il presidente può scegliere se perpetrarsi al potere, visto che non avrà contendenti a farsi rieleggere, o terminare il suo secondo mandato e passare alla storia come l'uomo che ha sconfitto le Farc» ha dichiarato Gustavo Petro, il più probabile candidato del Polo Alternativo Democratico alle elezioni del 2010. Molti altri politici e intellettuali prevedono un clima di caccia alle streghe contro tutti gli oppositori di Uribe. In realtà, l'unica speranza di bloccare il suo populismo dittatoriale (altro che Chavez) risiede proprio in Ingrid Betancourt. «Voglio servire il mio paese, magari anche da presidente» ha detto appena liberata. Nel clima euforico di mercoledì, in Colombia non l'hanno presa molto sul serio. Sicuro che Uribe, comunque, non l'abbia presa a ridere.

 

La guerra è cambiata, e per le Farc adesso è dura - Roberto Zanini

E adesso per le Farc è davvero dura. La più lunga guerriglia d'America latina ha perso il leader storico Marulanda (per malattia), il leader che trattava Raul Reyes (massacrato da un'imboscata in territorio ecuadoriano grazie a intelligence statunitense) e il suo principale ostaggio Ingrid Betancourt, che aveva eclissato tutti gli altri. E oltre a questo, sembra essersi almeno apparentemente raffreddato l'appoggio di leader tradizionalmente amici. Quello più importante, il venezuelano Hugo Chavez, ieri ha telefonato al collega colombiano Uribe per complimentarsi. Gesto normale, ma Chavez e Uribe si erano trattati più che rudemente in un passato molto recente. Bogotà ha anche annunciato con un certo entusiasmo che Uribe e Chavez si incontreranno, l'11 luglio a Caracas. Dopo quarant'anni in armi, le Farc sono molto più che un irriducibile gruppetto guerrigliero. Il cambio al vertice dopo la morte di Marulanda, con Joaquin Gomez e Alfonso Cano, indica un'evoluzione «politica» più che «militare» della leadership della guerriglia. E i duri rovesci militari subiti negli ultimi mesi indicano che Washington non è rimasta fuori dalla partita. Ieri gli Stati uniti hanno ammesso di aver saputo in anticipo dell'operazione per liberare Betancourt e gli altri, ma hanno negato qualsiasi coinvolgimento. E lo stesso ha fatto la Francia, nonostante a Parigi analisti di cose colombiane abbiano dichiarato che è «impossibile» che il governo colombiano abbia infiltrato qualcuno nelle Farc, e che nemmeno Sarkozy sarebbe estraneo al blitz scattato nella jungla del Guaviare (ad esempio facendo promesse di protezione ai guerriglieri di guardia). Me se nemici e avversari (e motivi dell'insurrezione) sono sempre lì, sono gli amici - per così dire - che sono chiamati a dire la loro. Un mese fa Chavez, nella sua trasmissione «Alò presidente», chiese alle Farc di rilasciare tutti gli ostaggi in cambio di nulla. «La lotta guerrigliera è diventata storia - disse e voi delle Farc dovete sapere che siete diventati il pretesto dell'imperialismo per minacciarci tutti». E l'ecuadoriano Correa aveva rincarato pochi giorni dopo in un appello televisivo: «Che futuro può avere una guerriglia che combatte un governo democratico, almeno in apparenza?». «Non siamo in un'epoca di lotta armata, ma di lotta democratica che libera i popoli», ha detto ieri a caldo il boliviano Evo Morales. Salutando però non il blitz militare ma «le azioni che si stanno sviluppando tra il governo e le Farc». Non è impossibile che la verità sul fantastico blitz colombiano possa essere riscritta.

 

Liberazione – 4.7.08

 

E se del G8 non gliene fregasse più niente a nessuno?

Franco Berardi Bifo

Il 29 giugno a Tokyo c'è stata la prima manifestazione pubblica contro il summit di Hokkaido, che si prepara per il prossimo fine settimana. La polizia era molta, i manifestanti non erano più di quattrocento. La stampa giapponese, come quella europea e nordamericana, sembra interessarsi poco al summit dei grandi della terra. Grandi si fa per dire. I rappresentanti delle sedicenti democrazie non sono più in grado di governare un bel niente. Quando, nove anni fa, un movimento variegato e vasto si ritrovò a Seattle, il potere politico sembrava in grado di controllare e forse anche di governare i processi di crescita, di sfruttamento e di conflitto. Il movimento globale aveva un nemico e si batteva contro una politica economica che appariva ancora capace di comprendere e governare il divenire del mondo. Poi venne George Bush, la guerra infinta, e una classe di criminali petroliferi mafiosi e mercanti d'armi si impadroni progressivamente del potere. Il movimento globale antiglobalista mise in moto un processo di critica morale della globalizzazione, mettendo in crisi il consenso. Ma oggi i termini del problema sono completamente mutati: il neoliberismo ha prodotto i suoi effetti di privatizzazione di ogni aspetto dell'esistenza umana, ma alla fine del tunnel neoliberista quel che troviamo è la devastazione di ogni centimetro quadrato dell'esistenza planetaria. Ma la capacità di governo si è dissolta. Solo la devastazione comanda. Nel frattempo è tornata la crisi alimentare che sembrava scongiurata, la guerra sta inghiottendo gran parte del continente euroasiatico, collassano interi sistemi ambientali, e alla fine il disastro finanziario provocato dalla speculazione sui mutui sembra un tunnel dal quale non si può più uscire. L'egemonia americana è in caduta libera e non basterà un nuovo presidente per invertire la tendenza. Alla catastrofe militare irachena segue oggi la disfatta afghana, e all'orizzonte si profila la disintegrazione dello stato nazionale pakistano. Nel frattempo è iniziato il redde rationem energetico. Qualcuno dice che l'aumento del costo del petrolio è dovuto alla speculazione. Ma è solo per rassicurare gli occidentali sul loro futuro, la verità è che le risorse energetiche si stanno esaurendo e non ce n’è la volontà né il tempo per convertire i sistemi di trasporto e di approvvigionamento. L'effetto di trent'anni di neoliberismo è con ogni evidenza l'avvicinarsi dell'apocalisse, e i sedicenti grandi della terra appaiono decisamente piccoletti di fronte alla catastrofe che la loro imbecillità ha provocato. La mattina del 30 giugno alle 11 alla United Nations University di Tokyo si e tenuta la conferenza stampa convocata dal forum antiG8 per presentare le iniziative di contestazione del summit G8. Molti giornalisti della carta stampata e della televisione. Ma la discussione è piuttosto striminzita. Il rappresentante di Amnesty international denuncia le intimidazioni che la polizia sta compiendo contro gli attivisti che arrivano all'aeroporto di Tokyo Narita. Go Hyrasawa, il giovane organizzatore del Forum antiG8 saluta gli intervenuti e lancia la proposta di creare un dialogo costante fra gli attivisti occidentali e gli attivisti giapponesi che finora sono rimasti un pò esterni rispetto alle contestazioni antiglobaliste, poi si susseguono cinque interventi di intellettuali e attivisti, due nordamericani, un coreano, un messicano e un italiano prendono la parola per recitare le prevedibili ragioni della contestazione. Ora cominceranno le conferenze tematiche, di cui riferirò prossimamente, poi si partirà verso l'isola di Hokkaido, amata dai turisti giapponesi perchè ci sono le stazioni sciistiche ed i centri termali. La polizia pattuglia massicciamente le strade di Tokyo, e mi dicono che Hokkaido è in stato di assedio militare. Tanto rumore per (quasi) nulla, perché il G8 è ormai un'istituzione rituale incapace di decidere qualcosa di efficace, e l'apocalisse che si prepara non ci sarà assedio militare che possa contenerla.

 

“Religione: ortodosso. Etnia: Rom”. Tornano le schedature per razza - Fulvio Fania

Religione: ortodossa. Etnia: rom di Serbia. Lo zingaro è schedato, marchiato per razza. Nulla di simile si era mai visto dall'epoca delle leggi razziali. La Comunità di Sant'Egidio mostra alla stampa la copia di quel documento di una settimana fa. Proviene da Napoli, campo rom della Centrale del latte. L'intestazione è ufficialissima: "Commissario delegato per l'emergenza insediamenti nomadi nella Campania". C'è tutto: la foto, le impronte digitali, il numero di passaporto, i dati anagrafici e due caselle che sovvertono i principi costituzionali con l'indicazione dell'etnia e del credo religioso. Non la cittadinanza, sia chiaro, ma precisamente la razza. Quelli di Sant'Egidio hanno reperito negli archivi storici un documento analogo: risale al regime fascista di Vichy in Francia. Il governo ha il coraggio di definire una tale schedatura "censimento", come se si trattasse di un'innocua e anonima rilevazione Istat. Qualche rom si è illuso che quella registrazione potesse valergli un permesso di soggiorno. E invece si è candidato all'espulsione. Così avanza minacciosa l'epoca Maroni. Nella comunità cattolica trasteverina, che da anni svolge attività sociale tra gli zingari, non escludono denunce legali contro questa pratica di polizia. Hanno deciso però di non contrapporsi pregiudizialmente a tutte le iniziative del governo confutandole piuttosto nel merito. Vorrebbero confrontarsi su una «piattaforma di buonsenso» e per questo si sforzano di prendere in parola il ministro degli Interni il quale, mentre impone le impronte digitali ai bimbi rom, sostiene di farlo nel loro interesse. La Comunità di Sant'Egidio cerca almeno di mitigare gli effetti dell'operazione anti-rom. Di questi tempi gli interlocutori "sociali" sono quelli che sono e dunque anche un buon rapporto a Roma con il prefetto Mosca pare abbia evitato - così spiegano - che nella Capitale si verificassero schedature come quella di Napoli. «La sintonia con Mosca - ci dice il portavoce Mario Marazziti - è su basi giuridiche», «non sulla simpatia personale». La decisione del governo di schedare i rom di tre città italiane «non è un censimento», attaccano Marazziti e Marco Impagliazzo, presidente della Comunità. Che censimento è una rilevazione limitata ad una porzione del territorio e solo a coloro che vivono nei campi mentre metà dei rom e sinti in Italia abita negli alloggi? Le dimensioni sono note da tempo: complessivamente i "nomadi" sono 130-150 mila, lo 0,25% della popolazione italiana. Per metà sono nostri connazionali di antico insediamento; i balcanici sono circa 70mila tra cui i romeni, ultimi arrivati e cittadini comunitari. «La prescrizione di rilievi segnaletici obbligatori su base etnica - attaccano a Sant'Egidio - è chiaramente discriminatoria». Non parliamo poi delle impronte digitali per i bambini. Chi può credere che servano ad accertare l'identità dei genitori? I casi drammatici di sfruttamento esistono, ma vanno trattati dal Tribunale dei minori, come avviene per tutti. Per l'identificazione anagrafica nei campi non c'è bisogno di pratiche umilianti e inefficaci. Invece si corre dietro alle paure irrazionali. «La questione rom non è un'emergenza nazionale», insiste Marazziti, se non sul versante opposto: la speranza di vita per un neonato zingaro è di 20-25 anni più corta rispetto ad un italiano medio. «Una condanna a morte», la definiscono i cattolici di Sant'Egidio. Domandiamo: vi risulta che il Papa abbia parlato di immigrati e rom durante i suoi incontri con Berlusconi e col sindaco di Roma Alemanno? Ovviamente non si può sapere. Si conoscono invece le dure condanne dei provvedimenti del governo espresse dalla fondazione Migrantes, dalla Caritas e dal Pontificio consiglio per i migranti. Intanto anche il presidente delle Acli Andrea Olivero denuncia la schedatura razziale dei nomadi. Ma proprio ieri il quotidiano dei vescovi Avvenire ha fatto masticare amaro questa parte del mondo cattolico. Ha pubblicato infatti una lunga intervista al ministro Maroni, ancora furioso per l'attacco al governo sferrato da Famiglia cristiana . «Non sono un Erode», ribatte il leghista generosamente evidenziato nel titolo. Il giornale, benevolo, lo descrive seduto nel suo studio «sobrio» tra statuette di elefantino - poco padane - e accanto ad un cesto di frutta fresca. Natura morta e intervista comoda in cui Maroni spiega che vuole togliere i bimbi rom dai campi-lager. Nelle gerarchie evidentemente c'è chi non sopporta certi impeti sociali contro il governo. Il vescovo di Crotone Domenico Graziani ha scelto il sito web della Milizia di San Michele Arcangelo per regolare i conti con Famiglia cristiana : «Ma che ne sanno loro?», sbotta il prelato, quello è «buonismo cattolico», dimenticano che «la sinistra cavalca la tigre dell'immigrazione clandestina» mentre le impronte ai bimbi rom «servono a dare loro un'identità chiara». Bravo Maroni. La Comunità di Sant'Egidio si preoccupa invece per quei rom nati in Italia figli o nipoti di cittadini della Jugoslavia, un paese che non esiste più. Vengono espulsi e poi rispediti indietro perché non si sa dove mandarli, non hanno cittadinanza italiana visto che la nostra normativa è ferma ancora alla discendenza di sangue. Andrebbe cambiata o si potrebbe addirittura riconoscerli come cittadini dell'Europa unita. Nel frattempo - chiede la Comunità - si conceda loro almeno lo status di apolide.

 

Roma, la prima "zona a luci rosse": piace a cittadini, lucciole e politici - Laura Eduati

E' pieno giorno e una trans sta masturbando contemporaneamente due uomini. Proprio sotto le finestre di Bruno, in mezzo alle sterpaglie. Bruno ripensa al vicino di casa Giuliano, che una sera vide un uomo nel parcheggio accoppiarsi con una trans mentre un amico riprendeva col telefonino. Giorgio, un altro condomino, si lamenta come gli altri per gli strepiti notturni, prostitute e transessuali che urlano, ridono, o vengono aggredite e chiamano aiuto. Una volta un uomo chiese a gran voce di smetterla. In risposta gli lanciarono una bottiglia sulle tapparelle. «Una sera ho chiamato la polizia e un appuntato mi disse: "E che pensava di aver comperato casa con vista sul Colosseo?"». Il dramma di Casale Rosso, agglomerato di palazzine nel quartiere romano Prenestino, è quello delle giovani coppie che quattro anni fa comperarono un appartamento rifinito e quasi lussuoso. Il giardino, l'edera rampicante, la piscinetta di plastica per i bambini. «Il sogno di una vita» commenta Bruno Cecchini, portavoce del complesso residenziale. E invece no. Davanti a quegli appartamenti si stende piazzale Pino Pascali, floridissimo mercato del sesso all'aperto. Lo spettacolo si accende specialmente la notte: centinaia di clienti in macchina percorrono il piazzale in lungo e in largo, come un rodeo. Un circo. Le trans svestite e provocanti, qualcuna accompagnata dal protettore, nell'angolo della piazza una tendina canadese circondata da uomini a petto nudo che bevono birra, accanto un rifugio di cartone come quelli nascosti nella boscaglia, per ricevere i clienti. E poi torna il sole, le prostitute dell'Est e le nigeriane si danno il cambio e punteggiano la Palmiro Togliatti, persino davanti al cancello dell'Istituto tecnico Giorgi, alla vista degli studenti. Si accucciano nello spartitraffico dalla vegetazione incolta e fanno sesso con i clienti per la gioia dei guardoni che si aggirano circospetti. «Ma dal secondo piano vedevi tutto» racconta Pietro Pacelli, ventenne, rappresentante di istituto. Ognuno prova un fastidio diverso di fronte a queste scene. Per Pietro «non va bene che le nostre compagne di classe vedano queste schifezze, noi ragazzi siamo abituati». E la mattina prima di entrare in classe sono costretti a passare sopra un tappeto di preservativi e fazzolettini usati. «I clienti spesso defecano davanti le nostre case» aggiunge Cristina Gerardo, portavoce del comitato dei residenti di via Giorgio Morandi, palazzoni popolari dove «il disagio si somma al disagio» avverte Lucio Conte, delegato al Lavoro per il Municipio VII. Mesi orsono le transessuali si erano spinte fin sotto le finestre delle case, e condomini inferociti erano scesi col bastone per mandarle via. A via Longoni la rabbia è finita sul Tg1, durante una retata a metà maggio: transessuali rincorsi e poi trascinati nelle volanti mentre i residenti applaudono e urlano insulti irripetibili. «Faremo come a Ponticelli con gli zingari» aveva avvertito un uomo sulla cinquantina. Lo show è continuato. «L'altra notte non mi facevano dormire, ho scagliato una bottiglia sul selciato per farle spostare» racconta un altro condomino, anche lui finito in televisione. Preferisce rimanere anonimo, i magnaccia che sostano nel bar del condominio l'hanno riconosciuto e hanno promesso che gliela faranno pagare. «La rabbia è tanta, molti ragazzi hanno voglia di menare le mani e fare le ronde e io non so fino a quando li potrò convincere di restare calmi» si allarma Arnaldo Vece, portavoce di via Longoni. Sono le 11 del mattino, il caldo è torrido. Un ragazzo sui 25 anni si inoltra nella sterpaglia con una transessuale. «Anche i clienti fanno schifo» continua il condomino: «Fanno sesso parcheggiati sotto le nostre case, ma ti rendi conto?». E dire che fino a pochi mesi fa le trans entravano nel giardinetto per bambini e si lavavano nella fontanella condominiale, ora chiusa col lucchetto. I residenti ormai conoscono il fenomeno meglio degli esperti, e si rendono conto che qualcosa è cambiato nelle loro strade: giovani e giovanissimi apparentemente etero preferiscono pagare una trans piuttosto che una prostituta donna. «Costano meno» ci spiega uno di questi ragazzi. «Capisco la loro protesta ma noi non abbiamo altro posto e questo è il nostro lavoro» dice Lola, trans brasiliana che vive col fidanzato militare e si prostituisce soltanto nelle ore diurne. Quasi inutili gli interventi delle forze dell'ordine: è come svuotare il mare con un cucchiaino. Dopo le retate, le lavoratrici del sesso tornano sul marciapiede e cresce il loro numero. Il Prenestino è stato ribattezzato "il quadrilatero del sesso", una delle zone più gettonate della Capitale insieme alla Salaria e la Cristoforo Colombo. Piazzale Pino Pascali è arrivato a contenere quasi 200 sex workers in una notte, negli ultimi 15 mesi sono state condotte in commissariato 1039 prostitute e 580 transex. Chi è senza permesso di soggiorno viene espulso - almeno dal punto di vista burocratico. Le minorenni vengono affidate ai servizi sociali. Più difficile punire gli atti osceni in luogo pubblico, serve una segnalazione e soprattutto bisogna cogliere i clienti in flagranza di reato. Prostitute libere si affiancano alle vittime della tratta, le minorenni con le adulte. I rappresentanti dei tre comitati di quartiere temono la guerra tra poveri. «Comprendiamo il disagio di chi si prostituisce, ma rimaniamo esterrefatti dalle modalità» spiega pacatamente Bruno Cecchini, padre di due bambini: «Modalità animalesche che tolgono la dignità a prostitute e residenti costretti ad assistere». Esasperazione a parte, il quartiere preferisce mantenere un atteggiamento ragionevole e non sopporta di essere bollato come intollerante o, peggio, razzista. I genitori sono preoccupati per i figli piccoli, li tengono lontani dalle finestre. E la sera vige il coprifuoco: proibito fare una passeggiata con la famigliola per prendere il fresco delle serate estive. «Crescono convinti che le straniere siano tutte prostitute» dice Cristina. Un ragazzino del quartiere un giorno chiese al padre: «Perché non ti metti i tacchi a spillo?». Non è un problema di moralismo, insistono. Cristina lo dice con chiarezza: «Non protestiamo contro di loro, ma non è giusto che i cittadini si vedano sottratto il territorio». E dopo petizioni, esposti, seminari sulla prostituzione, retate, incontri con Veltroni, multe ai clienti che intralciavano la viabilità e strade chiuse negli orari caldi, finalmente si sta concretizzando una soluzione: lo zoning , ovvero una zona da destinare alla prostituzione senza creare disagi ai residenti. Idea lanciata dai comitati sul modello di Venezia e finalmente raccolta dal presidente del Municipio, Roberto Mastrantonio (Pdci) che ha creato un tavolo apposito per risolvere il problema. Tra due settimane Mastrantonio porterà un progetto puntuale per la prima "zona rossa" di Roma, che dovrà essere approvato dal sindaco Alemanno e dal prefetto Carlo Mosca dopo l'ascolto dei soggetti interessati. «Un quartiere solo per noi? Una buona cosa, ma qualcuno ci deve proteggere dai clienti aggressivi» approva Julia, trans brasiliana seduta in via Longoni all'ombra di un alberello striminzito. «Finché non cambia la legge sulla prostituzione, questa mi sembra la via migliore perché crea meno conflitto sociale» commenta Vittoria Tola, membro del tavolo di Mastrantonio ed esperta del fenomeno. «Siamo favorevoli ma dobbiamo dialogare specialmente con le trans e le donne che si prostituiscono» avverte Leila Daianis, presidente dell'associazione transex romana Libellula 2001. Alla prossima riunione Leila vorrebbe portare alcune rappresentanti delle sex workers, con una avvertenza: «Non sbattiamole in luoghi isolati come succede a Ostia, altrimenti cadranno vittima di aggressioni e malavita». Per la prima volta i comitati del Prenestino hanno incontrato, ieri pomeriggio, il portavoce di Alemanno. Il neo sindaco è contrario ai "parchi dell'amore". I portavoci del quartiere insistono: «La sola repressione non basta. Gli amministratori devono risolvere il problema».

 

La Stampa – 4.7.08

 

La Lega insiste: "No ai minareti e ai campi rom" - FRANCESCO GRIGNETTI

ROMA - Alla Lega Nord, il Pacchetto Sicurezza così come è stato varato dal governo non basta mica. Troppo dolce. Anche se è un loro ministro, Bobo Maroni, uno degli ideatori. «E’ in arrivo un pacchetto di emendamenti tutto di marca leghista», gongola il presidente dei senatori Federico Bricolo. «Mentre la politica italiana si sta occupando di gossip e intercettazioni - dice ancora Bricolo, che non nasconde l’insofferenza della Lega per un dibattito polarizzato sui guai giudiziari del premier - il gruppo al Senato sta lavorando alla stesura degli emendamenti. L'obiettivo è di ripulire le città dai delinquenti, da quei campi nomadi che portano degrado e criminalità e di controllare la presenza degli extracomunitari». Hanno intenzione di presentare una raffica di nuove norme. Contro i minareti delle future moschee. «Non c’entrano con le nostre città». Contro i campi nomadi. «Prima di allestirne uno, va fatto obbligatoriamente un referendum consultivo tra i cittadini». Contro l’immigrazione islamica. «Prendiamo esempio da Australia e Gran Bretagna, che da tempo selezionano i flussi di entrata. Meglio privilegiare chi conosce già la lingua oppure chi ha la nostra stessa religione». Gli emendamenti non sono ancora stati messi per iscritto, ma al gruppo leghista del Senato si stanno preparando per il dibattito che inizierà la prossima settimana sul Pacchetto Sicurezza. Nel ddl, come si ricorderà, ci sono gli inasprimenti di pena, la prostituzione, il nuovo reato d’immigrazione clandestina. Tanti fronti caldi. Ma ai leghisti, appunto, tutto ciò non basta. Dice Bricolo: «Un emendamento riguarderà sicuramente il fenomeno delle rapine in villa. Dalle nostre parti, in Padania, è il terrore. Allora intensificheremo le pene per chi si introduce in una casa a prescindere da eventuali aggravanti di minacce o di percosse. Dobbiamo ripristinare la sacralità della casa». Farà discutere la questione delle moschee. «Servono norme urbanistiche severe. Regole ferree. Sempre nel rispetto della libertà di religione, che però non deve entrare in conflitto con la libertà degli altri. Non si può permettere che locali nati per altra destinazione siano trasformati in luoghi di culto. Serviranno spazi e parcheggi adeguati. E i minareti con il muezzin che chiama alla preghiera? Nel centro di una nostra città non c’entrano nulla. Dobbiamo impedire, attraverso norme urbanistiche adeguate, che si inseriscano in zone che storicamente sono estranee». Il referendum consultivo obbligatorio contro i campi nomadi - ciò che i leghisti chiedono ad esempio a Mestre - è l’arma finale contro gli zingari. «Presenteremo un emendamento in questo senso. Prima che un Comune investa i soldi dei cittadini nell’allestimento di un campo per i nomadi, è giusto che vengano consultati proprio i cittadini. E vogliamo vedere chi approverà un insediamento di rom sotto casa sua». I leghisti hanno spulciato poi tra le norme che riguardano la polizia locale e hanno scoperto che i vigili urbani hanno il potere di fermo «per identificazione» limitato a 12 ore mentre la polizia giudiziaria ha 24 ore a disposizione. «Con un fermo di ventiquattro ore - dice Bricolo - i vigili potranno fermare per identificazione chi fa schiamazzi di notte, chi si ubriaca, chi molesta i passanti. Magari una notte al fresco farà riflettere qualcuno che non rispetta le regole della civile convivenza». Ma per una norma del genere, quantomeno i vigili urbani dovranno dotarsi di camere di sicurezza, al pari di una questura o di una stazione dei carabinieri? «Certo».

 

Per le famiglie una stangata da 2 mila euro - SANDRA RICCIO

TORINO - Si fa sempre più dura la vita degli italiani che devono arrivare a fine mese per pagare la rata del mutuo. A complicare la giungla del caro-mutui ci si è messa la Bce, che ieri ha alzato i tassi d’interesse dal 4 al 4,25%. Per chi ha sottoscritto un mutuo a tasso fisso - oppure lo ha rinegoziato passando dal variabile al fisso - è bene dirlo subito, non cambia nulla: continuerà a pagare ogni mese gli stessi soldi. Il problema è piuttosto per chi si ritrova un mutuo variabile, che invece, dovrà pagare una rata più salata, che viene calcolata sulla base dell’andamento del tasso interbancario denominato in euro, l’Euribor a tre mesi e che si muove in anticipo per riflettere le decisioni future dei banchieri. L’Euribor era già salito un mese fa quando il presidente della banca centrale, Jean-Claude Trichet, aveva chiaramente lasciato intendere che avrebbe alzato il costo del denaro nella riunione di inizio luglio. E quindi l’effetto della stretta monetaria di ieri è stato più limitato visto che in parte era già scontato dal mercato. Ma un effetto, comunque, non da poco c’è stato; proprio ieri l’Euribor a tre mesi è schizzato al 4,97% il valore più alto degli ultimi 10 anni. Tradotto in soldoni, la mossa di Trichet ha provocato un aumento di 6 euro (da 700 a 706 euro) sulla rata mensile di un prestito ventennale da 100mila euro acceso nel settembre 2005, vale a dire alla vigilia dell’ondata di aumenti del costo del denaro decisa da Francoforte. Il conto diventa ben più salato se si guarda ai tanti aumenti che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni. L’Adusbef, una delle associazioni dei consumatori, ha stimato sulla base della media dell’Euribor un incremento di duemila euro in tre anni per circa tre milioni di famiglie italiane che hanno contratto un mutuo a tasso variabile da 100mila euro. Ma se per i mutui da 100 mila euro gli aumenti varieranno tra i 1.588 euro (per i decennali) ai 2 mila l’anno (per i trentennali), la stangata è ovviamente molto più dura per chi si è fatto prestare 200 mila. In questo caso si parla, infatti, di un aggravio minimo (per i decennali) di 3.177 euro l’anno, fino ad arrivare, per i trentennali, a un più 3.950 euro. Anche l’accordo tra governo e Abi sulla rinegoziazione dei mutui non è la panacea di tutti i mali, secondo la Cgil. Il sindacato ha calcolato che la rinegoziazione Abi-governo può costare ben oltre 7 mila euro in più a una famiglia che ha acceso un mutuo ventennale nel 2003 di 100 mila euro. Molti esperti consigliano alle famiglie che fanno fatica a pagare la rata di cercare soluzioni più vantaggiose sul mercato o di provare a rinegoziare le condizioni con la propria banca. «In generale - spiega Roberto Anedda, direttore marketing del sito MutuiOnline - nel primo semestre del 2008, la percentuale di rinegoziazioni erogate è salita del 23% dal 15% del 2007 e potrebbe salire fino al 30% entro fine anno. Per il futuro se i tassi resteranno stabili chi ha sottoscritto un mutuo variabile non avrà problemi, ma se il petrolio proseguirà la sua corsa, la Bce sarà costretta a intervenire per fermare l’inflazione. In questo brutto scenario una seppur magra, consolazione arriva dal conto corrente: ai livelli attuali i conti correnti remunerati pagheranno qualcosina in più ai risparmiatori. Per esempio Iw Bank (gruppo Ubi Banca) ha alzato oggi la remunerazione del suo Iw Power Deposito che passa dal 4% al 4,25%.

 

Italia, gli stranieri non ti amano – Flavia Amabile

'Se potessi, te ne andresti dall'Italia?' Il sito Stranieri in Italia l'ha chiesto ai suoi lettori subito dopo l'approvazione del pacchetto sicurezza. Ne è venuto fuori un sondaggio dai risultati interessanti. Oltre 4 mila risposte (tutte con numeri identificativi di computer diversi). Il 77% non ha dubbi, andrebbe via. Il 6% è indeciso. Il 17% rimarrebbe. Insomma, 17 stranieri su 100 sono contenti di vivere in Italia. Gli altri no. C'è chi ha paura dei gruppi razzisti, chi non ce la fa con i soldi, chi non può tornare a casa perché rischia la morte. C'è di tutto: basta aver pazienza e leggere i commenti del sito che è uno dei più amati dagli stranieri in Italia. Ma come sarebbe un'Italia senza stranieri? La domanda se l’è posta Stefano Molina per Newdemos. ''I lavoratori immigrati sono concentrati in alcuni settori economici: in loro assenza andrebbero in sofferenza. Ad esempio, incontrerebbero difficoltà le nicchie dell’enogastronomia italiana di qualità, che di fronte alla carenza di manodopera non possono evidentemente giocare le carte dell’automazione o della delocalizzazione: dalla raccolta delle olive taggiasche (svolta da albanesi) alla cura delle vigne nelle Langhe (macedoni) fino alla mungitura per il parmigiano reggiano (indiani). Pensiamo anche alle tensioni e ai maggiori costi nei settori dell’edilizia e della cantieristica, o ancora nella ristorazione e nei servizi turistico-alberghieri. Senza immigrati andrebbe reinventato il modello italiano di assistenza agli anziani non autosufficienti: dietro ogni badante straniera oggi impiegata in Italia – si dice siano 700.000 – sta una famiglia che da sola non ce la fa. Per molte donne italiane (e forse anche per alcuni uomini) l’abbandono del lavoro retribuito sarebbe una scelta obbligata. I robusti tassi di occupazione indicati negli obiettivi di Lisbona si dimostrerebbero ancora meno raggiungibili. In compenso i prezzi relativi dei lavori pesanti e pericolosi, quelli accettati dagli immigrati, aumenterebbero al punto da far saltare la consuetudine, già oggi non sempre rispettata, per cui il lavoro fisico è pagato meno del lavoro intellettuale. Non solo meno lavoratori: anche meno contributi, meno consumi, meno risparmi. L’Inps sarebbe uno dei maggiori perdenti nello scenario “zero immigrazione”. In questi anni i contributi pagati dai lavoratori immigrati e dai loro datori di lavoro sono una vera e propria boccata di ossigeno per i malandati conti della previdenza italiana, anche perché le prestazioni da erogare agli immigrati sono ancora poche. Un lavoratore immigrato è anche un consumatore e un risparmiatore. Senza immigrazione le banche italiane avrebbero circa un milione e mezzo di conti correnti in meno. Verrebbe meno parte della domanda di abitazioni, e con essa un sesto circa dei mutui immobiliari concessi, con conseguente effetto depressivo sul mercato. C’è poi la grande partita delle rimesse: senza l’immigrazione si esaurirebbe il maggior flusso di risorse con il quale l’Italia partecipa, indirettamente attraverso le persone che da noi lavorano, allo sviluppo dei paesi più poveri. E poi, ovviamente, non ci sarebbero nemmeno i figli degli immigrati: senza di loro le nascite dell’anno 2007 sarebbero scese, per la prima volta nella storia dell’Italia unita, sotto quota mezzo milione, meno della metà rispetto ai più prolifici anni sessanta. Sui banchi delle scuole italiane ci sarebbero quasi 600.000 alunni in meno, pari ad alcune decine di migliaia di classi: per molti insegnanti precari la prospettiva del passaggio in ruolo diventerebbe un miraggio lontano, e ne soffrirebbe il ricambio del corpo insegnante.

 

"Una farsa chiamata Onu" – Maurizio Molinari

NEW YORK - Vitaly Churkin è l’inflessibile ambasciatore russo all’Onu che più di una volta ha tenuto in scacco il Consiglio di sicurezza su Iran e Kosovo, ma è anche un accanito tifoso di calcio e quando la sua nazionale ha guadagnato le semifinali degli Europei non ha esitato a chiedere - e ottenere - il rinvio di un’importante seduta sul Medio Oriente, per potersi vedere in tranquillità il match con la Spagna. In altri tempi la diplomazia del Cremlino avrebbe fatto scelte differenti per difendere i propri interessi sullo scacchiere arabo-israeliano ma il passo di Churkin, come il fatto che nessuno si sia opposto, è la cartina di tornasole di un fenomeno che un crescente numero di veterani del Palazzo di vetro descrive parlando, con amarezza, di «irrilevanza dell’Onu». Il riferimento non è tanto al fallimento del negoziato sul Kosovo o alle trattative multilaterali sul nucleare di Iran e Corea del Nord gestite fuori dal Palazzo di Vetro quanto a una miriade di episodi che si sono succeduti a ritmo incalzante negli ultimi mesi mettendo in evidenza una lampante carenza di credibilità dell’Onu. Per accorgersene basta guardare a quanto sta avvenendo in Birmania dove l’inviato Onu, Ibrahim Gambari, nominato dopo la repressione dello scorso settembre, è da quattro mesi in attesa di un visto di entrata che la giunta di Rangoon continua a rinviare. «Non abbiamo idea di quando Gambari tornerà in Birmania», ammette il portavoce Brandon Varma. Ma ai berretti blu del contingente Onu in Darfur è andata anche peggio: senza indossarli le forze del contingente di pace africano non possono rappresentare a pieno titolo le Nazioni Unite e il governo del Sudan, che non vede di buon occhio la missione, non ha fatto altro che tenerli sequestrati per oltre tre mesi dentro un container nello scalo di Karthum. Il braccio di ferro fra Onu e governo sudanese per sbloccare circa quattromila berretti ha trasformato quasi in «farsa» - questa è l’espressione che alcune feluche adoperano - una missione umanitaria che a parole l’intero mondo afferma di volere per bloccare il genocidio di civili in Darfur. Il presidente sudanese Omar al-Bashir aveva già saggiato la vulnerabilità dell’Onu in primavera, riuscendo a bloccare con un semplice veto l’arrivo in Darfur di ingegneri scandinavi incaricati di costruire strade nel deserto, facendo invece entrare quelli cinesi dei quali si fida di più. Ma sul Darfur la vicenda più imbarazzante riguarda gli elicotteri del contingente. Il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, non riesce a trovare i 12 velivoli da pattuglia e trasporto senza i quali nessuna operazione nel deserto potrà svolgersi. Li va cercando dal luglio 2007, quando li chiese anche all’allora premier Romano Prodi durante una visita a Roma, ma tanto l’Italia quanto altri Paesi come Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania si sono tirati indietro, facendo presente che le rispettive forze impegnate in Libano, Afghanistan o altrove sono tante e tali che al Darfur dovrà pensarci qualcun altro. Se il Sudan tiene facilmente nell’angolo l’Onu pur essendo soggetto a una risoluzione redatta sotto il capitolo VII della Carta - che prevede l’uso della forza militare se il Paese in questione si oppone - l’Eritrea è addirittura riuscita a metterla in fuga. Risale a febbraio la decisione del governo di Asmara di tagliare i rifornimenti di carburante ai 1700 uomini del contingente «Unmee», schierati dal 2000 lungo i confini con l’Etiopia dopo un conflitto che fece circa 70 mila morti. Asmara rimproverava ai caschi blu di non riuscire a far rispettare il confine internazionale all’Etiopia e il taglio del carburante ha obbligato i soldati a levare le tende. Il Consiglio di sicurezza non è stato in grado di trovare altre fonti di approvvigionamento e così a fine giugno ha iniziato a discutere lo scioglimento dell’«Unmee» che sarà rimpiazzato da un «avamposto di osservatori in territorio etiope», ovvero un pugno di uomini per sorvegliare una frontiera che si estende per circa mille chilometri. A Shola Omoregie, inviato di Ban in Guinea Bissau, va anche peggio. La sua missione è combattere il traffico della droga che arriva dal Sud America e viene da lì inviata verso l’Europa o il Sud Africa. I narcotrafficanti gestiscono operazioni imponenti grazie a una flotta di barchini veloci nelle acque del Golfo e a pesanti complicità locali ma Omoregie per fronteggiarli non ha né gommoni né veicoli a motore, al punto da essere obbligato a far muovere in taxi i suoi pochi collaboratori. Pur spostandosi in quest’anomala maniera gli investigatori Onu sono comunque riusciti a intercettare un carico di droga. E c’è chi giura che se la sarebbero venduta, per comprare finalmente una macchina. «Ma ora l’auto è ferma perché non hanno i soldi per la benzina», racconta un diplomatico al corrente della vicenda, aggiungendo un ulteriore dettaglio: «Hanno i telefonini con le batterie rotte, per farli funzionare devono attaccarli alla corrente in un negozio locale».

 

Obama come una scimmia nello spot che fa infuriare l’America

L’oratore è vestito di un completo elegante, inizia a parlare e intorno a lui la folla impazzisce. Sul podio e sui cartelli bianchi e rossi nelle mani dei suoi fan, una sola parola: “Change!”. Il consueto ritratto di Barack Obama durante la campagna elettorale? No: perchè il protagonista della scena non è il giovane senatore dell’Illinois, ma la scimmia-mascotte della compagnia telefonica giapponese eMobile, impegnata nel tentativo di far cambiare operatore ai clienti delle altre compagnie. Ma la somiglianza fra la situazione rappresentata nello spot lanciato dall’azienda e l’immagine del candidato democratico è così evidente da aver scatenato le ire degli Stati Uniti: non appena il video è approdato in tv e sul web, media e blogger americani hanno accusato la eMobile di aver rappresentato in modo offensivo e razzista il senatore afroamericano, ritraendolo come una scimmia, e al grido di “Obama non è un macaco” hanno esercitato tale e tanta pressione da convincere la compagnia telefonica a ritirare lo spot. Sachio Semmoto, direttore esecutivo di eMobile, è apparso stupito e desolato per la bufera scoppiata intorno all’annuncio pubblicitario, che nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto essere semmai letto come un tributo a Barack Obama, che in Giappone gode di grande popolarità: la scimmia è infatti considerata un animale sacro in molte delle religioni diffuse nel paese del Sol Levante. Senza contare che lo stesso testimonial era già stato usato in altri spot ed è per molti giapponesi una figura familiare, che nulla ha a che vedere con la vita politica americana, né tanto meno con rappresentazioni razziste dei neri. “Non avevamo cattive intenzioni”, assicura Semmoto, “Ma c’è evidentemente un problema di distanza fra culture: visto che in Giappone esiste una comunità afroamericana, abbiamo deciso di intervenire immediatamente e oscurare lo spot”. Anzi, sottolinea ancora Semmoto, Obama e il suo progetto di cambiamento costituivano e costituiscono un esempio di spicco per la compagnia in fase di rinnovamento: “Per due anni abbiamo continuato a sostenere che Obama ha la capacità di cambiare l’America, il genere di capacità di cui anche il Giappone ha bisogno”.

 

Corsera – 4.7.08

 

Il nuovo shock petrolifero - FRANCESCO GIAVAZZI

«La penuria si fece subito sentire, e con la penuria il rincaro. Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce l'opinione che non ne sia cagione la scarsezza. Si suppone tutt'a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza. … La moltitudine attribuiva (il rincaro) alla debolezza de' rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de' più generosi e decisivi. E per sua sventura, trovò l'uomo secondo il suo cuore … il gran cancelliere Antonio Ferrer». Prima ci svegliamo dall’illusione che la crisi che ha colpito le economie dell'Occidente sia colpa di qualche «untore», meglio è. Ciò che è accaduto è purtroppo molto semplice e ha poco a che vedere con la globalizzazione, le banche, la speculazione. Il prezzo «reale» del petrolio (cioè quante ore dobbiamo lavorare per acquistarne un barile) è aumentato in un anno del 150%, più meno come ai tempi della grande crisi petrolifera alla fine degli anni Settanta. Olivier Blanchard, il capo economista del Fondo monetario internazionale, stima che l'effetto sarà un rallentamento della sola economia americana del 4% in due anni. Questo assumendo che il prezzo si stabilizzi ai livelli attuali, poco sotto i 150 dollari. Ma il signor Miller, presidente di Gazprom, uno dei maggiori produttori di gas e petrolio al mondo — quindi una persona che ha qualche influenza sui prezzi — ha detto che non sarebbe sorpreso se il prossimo anno raggiungesse i 250 dollari. Così come accadde trent'anni fa, il nuovo shock petrolifero significa che dovremo trasferire più reddito ai Paesi produttori. Allora cercammo di evitare il trasferimento con la rincorsa tra prezzi e salari spingendo l'inflazione sopra il 20%. Fu un'illusione che ci costò cara: alla fine pagammo due volte, prima per il petrolio, poi per ridurre l'inflazione. Ha fatto quindi bene ieri la Bce ad alzare il tasso di interesse e così segnalare che non ripeterà gli errori compiuti dalle banche centrali trent'anni fa. C'è un solo modo per evitare che il trasferimento ai Paesi produttori ci impoverisca: produrre di più. Ma per vendere a chi, se i nostri redditi sono destinati a scendere? Lo shock petrolifero degli anni 70 spinse il mondo in recessione perché trasferì enormi quantità di reddito a Paesi (in primis l’Arabia Saudita) che, anziché spendere la nuova ricchezza, la risparmiarono: i consumi mondiali crollarono. Oggi ci sono due differenze importanti e due motivi di speranza. Innanzitutto alcuni nuovi produttori, in primis la Russia, stanno rapidamente aumentando i loro consumi e i loro investimenti: Ikea ha recentemente aperto due grandi magazzini in Siberia. Ma la domanda cresce anche dove non si produce petrolio, o se ne produce poco. La Cina — grazie al fatto che non ha praticamente debito pubblico — sta usando il bilancio dello Stato per sostenere la domanda e assorbire l'effetto degli aumenti del petrolio su imprese e consumatori. Quello che attenuerà la recessione è la globalizzazione che in vent'anni ha consentito a un miliardo di persone di uscire dalla povertà e iniziare a consumare. Altro che colpa della globalizzazione!

 

Colpe non sue. Smettiamo di insultarlaMaria Laura Rodotà

Carfagna come Lewinsky? Carfagna troppo intercettata (si dice)? Carfagna deve dimettersi? Mah. Ieri tutti i mali del Paese parevano riconducibili a Mara Carfagna. Sospettata non di corruzione, non di associazione mafiosa, non di aver pagato testimoni ecc.; ma di aver fatto conversazioni arrischiate al telefono con l'attuale premier. Il premier l'ha nominata ministro delle Pari opportunità. Nel ruolo non ha molti fans, dicono i sondaggi, neanche tra gli etero. Tra i gay va peggio, non patrocina iniziative, ha ritirato i fondi per una ricerca sull'omofobia, sforna opinioni discutibili. Probabilmente è un ministro sbagliato al posto sbagliato. Secondo i critici del governo Berlusconi, non l'unico. Ma è un'ex ragazza tv, le sue foto osé sono ovunque, la si può sfottere, la si può insultare. Lo ha fatto tra gli altri Massimo Donadi dell'Idv, che dipietreggia senza il talento del leader: «E se Bill Clinton avesse fatto ministro Monica Lewinsky?». Risate, anzi no. «Il dirimente tra pubblico e privato nel caso di un capo di governo è molto labile», ha dipietrato Donadi. E' vero. Ma è labile anche il «dirimente» tra il fare una battaglia politica e l'offendere una donna, stavolta. Perché, se usciranno le intercettazioni, e anche se ne uscisse un Berlusca poco prestante (ma no), lui farà la figura del simpatico mascalzone. E se ha aiutato qualche ragazza ambiziosa, vabbé, si sa che capita. Non sarà mica lui a doversi dimettere, non in Italia. In caso dovrà andare via Carfagna. Anche se, in plausibile sintesi, Carfagna, come altri ministri ed esponenti Pdl, ha dato molta retta al premier e ha poi colto un'opportunità professionale. E Berlusconi è com'è. Un italiano vero; ha un debole per ragazze e bagatelle. Ma se insorgono difficoltà (una moglie, un processo) non si dispera se il pubblico ludibrio cade sulla ragazza. Anzi: la ragazza/e, in questa fase delicata tra norma bloccaprocessi e processo Mills, potrebbe servire a lui da diversione mediatica. Magari non voluta, certo seguitissima. Fornisce attenuanti, poi: se, come ha titolato Libero, per Berlusconi , rispetto al resto è un guaio veniale. Così, come in un varietà di epoca Fininvest, si distrae lo spettatore da uno show malmesso puntando sulle grazie della soubrette. Ma la colpa non è della soubrette; né della ministra. Smettiamo di insultarla; pensiamo cosa fanno tanti uomini ambiziosi, per compiacere un potente, in genere restando vestiti (in genere, di peggio).

 

Manifesto – 4.7.08

 

La politica smarrita. La rincorsa delle finzioni che ha dissolto la sinistra - Giovanni De Luna

C'è in giro un'acuta nostalgia del Pci ed è paradossale che questo sentimento prevalga in chi nel Pci non è mai stato e che, soprattutto, si è tenuto alla larga da tutte le tappe successive che - attraverso, prima il Pds poi i Ds - hanno portato all'attuale Pd, in settori quindi, che si possono collocare alla sinistra di quella traiettoria. Credo che si tratti di questo: almeno fino a tutti gli anni '70 i rapporti del Pci con quest'area erano definiti da una sorta di oscillazione del pendolo. Nella pedagogia autoritaria che ispirava il modo in cui il partito si riferiva ai suoi iscritti e al popolo di sinistra era infatti insito un continuo andirivieni tra due posizioni: nei momenti alti della mobilitazione collettiva e del conflitto sociale il Pci, per legittimare la propria funzione, doveva porsi come freno a una spontaneità troppo radicale, normalizzare la carica dirompente della spinta dal basso per capitalizzarne il valore sul piano del proprio ruolo istituzionale, come unico titolare delle interrelazioni politicamente significative; nelle pause del conflitto, ma soprattutto dopo le sconfitte più rovinose, il suo compito era invece di sostituirsi ai movimenti, di surrogarne la mancanza di slancio, indicare una linea di continuità e di resistenza che permettesse di non smarrire il filo della speranza e della militanza. Questo è stato il Pci fino alla fine degli anni '70 e questo smise di essere quando - sotto la duplice spinta della solidarietà nazionale e della lotta al terrorismo - il partito si fece compiutamente «Stato», ritirando la passerella tra le istituzioni e i movimenti, rinchiudendosi nel «palazzo» insieme all'intero sistema politico e candidandosi a essere travolto insieme agli altri dalla slavina che sancì la fine della Prima repubblica. E' interessante sottolineare oggi, quando ormai quella vicenda è del tutto conclusa, come anche durante il «lungo '68» ci fosse la sensazione diffusa che ci si potesse consentire qualsiasi «estremismo» perché poi, alla fine, comunque ci sarebbe stata la «mediazione» del Pci (e, nelle fabbriche, del sindacato) che dal tumulto ribollente della «contestazione» avrebbe poi estrapolato delle istanze in qualche modo compatibili con le regole del sistema politico. E credo che proprio quella sensazione sia alla radice delle nostalgie odierne. Ancora negli anni '90, dopo la dissoluzione del Pci, nelle varie sigle che hanno affollato la galassia dei partiti postcomunisti affioravano tracce di quell'atteggiamento, così come più recentemente nei comportamenti irresponsabili della coalizione che sosteneva il governo Prodi: richieste fatte solo per salvare la faccia o per accampare meriti venivano avanzate con la consapevolezza di avviare un gioco a ribasso in cui questa volta, però, non ci sarebbe stato nessuno a «mediare» autorevolmente e tutto si sarebbe trasformato in una litigiosità permanente che alla fine avrebbe fatto implodere maggioranza e partiti. Anche nell'ultima campagna elettorale quel remoto sentimento è entrato in campo confezionando un ulteriore paradosso: quasi due milioni di voti sono transitati dalla sinistra verso il Pd, verso un partito che aveva detto chiaramente di avere come obbiettivo quello di strappare voti al centro e di voler interpretare la sua vicenda politica nel segno di una netta discontinuità con il vecchio Pci, recidendo qualsiasi legame con quella storia e quei comportamenti anche sul piano delle alleanze e dei rapporti con i movimenti. In questo caso, però, alla nostalgia si è accompagnata la paura. Una paura che nasceva dalla possibilità che il partito liquido di Veltroni evaporasse del tutto e che a sinistra si configurasse uno schieramento di partiti dal peso elettorale più o meno equivalente, cancellando l'immagine tradizionale e rassicurante che in tutta la storia dell'Italia repubblicana aveva visto sempre un grande partito, affiancato da pochi piccoli partiti e da una vasta area movimentista. Credo che il Pd debba interrogarsi seriamente su questo paradosso e sull'horror vacui che ne emerge. Nato per stare al centro, con un processo di formazione che è sembrato una fusione burocratica tra due consigli di amministrazione, ha intercettato il voto di sinistra attraverso la proposta elettorale di «andare da solo». Come non leggervi la nostalgia di un grande partito, e anche l'insofferenza per la ridda di sigle che avevano dato vita alla dis-unione del governo Prodi? La durezza dei fatti. Adesso nostalgia e paura convivono strettamente intrecciate. E' una vecchia storia. Dopo la sconfitta c'è dapprima una sorta di intontimento, poi si aprono le cataratte delle recriminazioni, dei regolamenti di conti, delle accuse e dei rimpianti. Più che guardare al passato bisognerebbe forse cominciare a ridare un senso alle parole che abbiamo ricevuto in eredità dal Novecento e che hanno cambiato totalmente il loro significato (guerra, stato, lavoro, ....), studiando, raccontando la contemporaneità, ridefinendone i linguaggi, ridisegnando una mappa concettuale in grado di guidarci lungo rotte sconosciute in oceani tutti da esplorare. La destra non accetta la sfida della complessità, semplicemente la elude. Nel suo asse concettuale non sono c'è spazio per i «fatti» ma solo per la loro «rappresentazione». Di qui l'importanza strategica che ha per Berlusconi il controllo dei media. Ci sono alcuni espedienti che risultano particolarmente efficaci quando vengono lanciati nell'universo mediatico: per esempio quello di svincolare un argomento dal controllo del presente dicendo che solo il futuro può rivelarne i meriti. E' stato così per il milione di posti di lavoro ed è così per l'abbassamento delle tasse. E' un modo di convincere l'elettorato puntando non sulla conoscenza ma sull'immaginazione. Proprio mentre la vita e le esperienze reali della contemporaneità mettono seriamente in discussione le aspettative e i desideri di tutti, la destra si adopera per individuare alcuni elementi di realtà da usare sottraendoli all'esperienza verificabile e proiettandoli in un sistema che è tanto più granitico e seduttivo, quanto meno sottoposto al confronto con i fatti. E' il meccanismo che porta a mietere successi agitando emergenze come quelle della «sicurezza». Su un dato reale - il fastidio, l'insofferenza e la paura suscitate dal confronto quotidiano con la microcriminaliità - si innesta un armamentario propagandistico che enfatizza gli stereotipi, rifiuta ogni argomentazione che non sia un randello da calare sulla schiena delle opinioni diverse. Con i rom questo paese ha sempre convissuto attraverso un sistema di relazioni fondato sulla realtà di scambi che di volta in volta ti mettevano in contatto con ladri, ricettatori, indovini, fabbri, commercianti di cavalli, mendicanti, artigiani e maniscalchi... Ora, tutte queste figure sono precipitate nelle stereotipo del diverso e del delinquente, identificato non più nella materialità e nella concretezza dei rapporti diretti ma nei segni del corpo, nei simboli che si addensano sui suoi vestiti, sui suoi monili, sui suoi modi di vivere. E lo sradicamento sociale diventa fatto criminale. Lo stesso meccanismo, sempre legato al «sistema sicurezza», lo si vede all'opera nella scelta di usare l'esercito per l'ordine pubblico e presidiare il territorio. Qui i dati di fatto sono i 300 carri armati, i 121 Neurofighter Typhoon e i 131 F 35 che, come dice autorevolmente il generale Mini, ci dissangueranno per i prossimi decenni o le nostre belle navi con missili, aerei e siluri impegnate quasi esclusivamente nelle «visite ai porti». Nella realtà, insomma, le nostre forze armate sono costruite e gestite in funzione di una guerra simmetrica che, come sostiene lo stesso Mini, oggi è solo la «nebbia della guerra»; non si capisce quale sia il nemico di un'eventuale guerra simmetrica; ce lo si immagina come noi ma come noi - intendendo l'Unione Europea - ci sono solo gli Stati uniti, la Russia e la Cina. Ci stiamo preparando a una guerra contro uno di questi stati? I miliardi spesi per navi e aerei bellissimi, un addestramento efficiente solo per i 10 mila soldati impiegati per le missioni all'estero, le polizie che trovano difficoltà a coordinarsi e perfino a scambiarsi i dati principali sui rischi della criminalità e del terrorismo, le forze militari che non hanno nessuna idea di cosa sia una visione comune della sicurezza. Questa è la realtà. Che la destra accantona per lucrare consensi sull'immagine dei «soldati per le strade». La finzione evitabile. Questi esempi sottolineano l'urgenza di tornare ai fatti, di ristabilire il primato della realtà sulla finzione. E' l' unico antidoto alla virtualità delle rappresentazioni che oggi egemonizzano il racconto della contemporaneità. Proprio le considerazioni sulla guerra ci suggeriscono un esempio efficace di come si possa sviluppare questo percorso. Nuove figure di combattenti (il mercenario, il kamikaze), nuove strategie militari (l'opzione zero morti), nuove configurazioni dei rapporti tra stati (asimmetria e guerre civili di terza generazione) hanno disintegrato il concetto stesso di guerra così come è stato adoperato nel '900. Tutto questo ha prodotto un discorso mediatico fondato sulla finzione della negazione della guerra, su artifici lessicali che rendono possibile ogni guerra chiamandola con nomi diversi, con vere e proprie bizzarrie terminologiche, ossimori come «guerra umanitaria». Invece di conoscere la guerra ci si propone di eluderla, di cancellarne l'essenza ultima che resta quella di uccidere e farsi uccidere. Riproporre il confronto con la realtà vuole dire essere consapevoli che la guerra oggi non scaturisce più solo dalla concentrazione monopolistica della violenza nello stato nazionale ma anche da una sorta di deficit di autorità e di legittimità che ha investito il suo ruolo, proponendo da un lato la deriva privatistica che ha assunto la sua condotta (i mercenari, ma non solo), dall'altro la dimensione sempre più sovranazionale dei poteri di comando sulle forze armate che operano nei varie teatri delle guerre postnovecentesche. Le guerre postnazionali. Così, alle forme di guerra classica che ancora sopravvivono si sono affiancate quelle che possiamo definire «le guerre postnazionali», segnate dal passaggio dal monopolio della violenza al mercato della violenza e che corrispondono a situazioni di crisi del tutto diverse da quelle che comportano l'organizzazione e l'impiego statali della violenza. E sono cambiati anche gli aspetti ideologici della guerra, con una netta accentuazione della sua «confessionalità»: si combatte in nome di Dio, e la dimensione laica delle categorie «amico» e «nemico» viene dissolta in un universo in cui l'avversario diventa un alleato del diavolo, un ostacolo all'espandersi del bene da rimuovere, da cancellare. Così l'annientamento del nemico rappresenta così l'unico scopo plausibile della guerra. Questa è la novità della guerra più difficile da accettare, psicologicamente e politicamente, per noi occidentali. Non più un simmetrico esercizio di azioni e reazioni tra due contendenti giuridicamente alla pari, uno scontro carico di orrore ma a suo modo prevedibile con le sue regole e i suoi riti, ma guerra a senso unico che sempre include la possibilità di una risposta asimmetrica e irrazionale, il terrorismo, i kamikaze, la «guerra santa» propugnata dal fondamentalismo islamico. Tornando alla differenza tra destra e sinistra e al confronto con la realtà: la destra può concedersi il lusso di rifiutare la complessità della contemporaneità, svuotandola nella virtualità della rappresentazione della messa in scena mediatica; la sinistra deve ristabilire il primato dei fatti e della conoscenza. E' evidente la difficoltà che il ritorno ai fatti trova nello spirito del nostro tempo, segnato da una marcata congruenza con la rappresentazione del mondo che offrono i media. Pure invocarlo continuamente a me sembra solo un brutto alibi. Il governo Prodi è caduto sui fatti non sulle intenzioni. L'opinione pubblica ha giudicato inadeguata quella classe politica e ha votato di conseguenza. Se si va allo scontro tra due centrali propagandistiche, se si riduce la politica a problemi di comunicazione, è inevitabile la destra si dimostri più attrezzata. Pure l'opinione pubblica che noi oggi descriviamo come razzista, intollerante, egoista, solo tre anni aveva fatto vincere la sinistra in 15 regioni su 18; e due anni fa, alla fine del governo Berlusconi, la sinistra si era presentata con sette punti di vantaggio, dilapidati in quella campagna elettorale che era stata il prologo dell'insipienza e dell'incapacità che avrebbero portato alla disfatta.

L'AUTORE. Dalla storia della Resistenza alle forme della guerra - Giovanni De Luna insegna storia contemporanea all'Università di Torino. Studioso del movimento di Liberazione e del sistema politico del dopoguerra («Donne in oggetto. L'antifascismo della società italiana», 1995, «Storia del Partito d'Azione», 2005, «L'Italia del Novecento. Le fotografie e la storia», 2005-2006), si è dedicato soprattutto alla metodologia storica («Il mestiere dello storico contemporaneo», 2004) e alla ricerca nel campo della comunicazione e della memoria con trasmissioni radiofoniche e televisive. Nel 2006 ha pubblicato per Einaudi «Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea» che analizza i grandi fenomeni della violenza di massa del Novecento, nella violazione delle regole che gli uomini si sono dati, regole che costituiscono il tentativo - spesso vano - di sottrarsi alle logiche dello «stato di natura».

 

Mappamondi di classe. Reportage d’autore dal centro dell’impero

Donatello Santarone

Dopo quasi mezzo secolo dalla sua prima comparsa, nella elegante collana La Cultura de il Saggiatore, viene riproposta nei Tascabili dello stesso editore l'antologia di scritti di Karl Marx e Friedrich Engels su India Cina Russia (il Saggiatore, pp. 390, euro 13). Una ristampa che testimonia la possibilità di «usare» la riflessione marxiana sulle realtà cinese, indiana e russa in rapporto all'attualità geo-politica in cui i tre paesi svolgono un ruolo nevralgico nelle relazioni internazionali. Pagine illuminati, perché consentono di ricostruire la genealogia dello sviluppo economico, sociale di realtà nazionali che sono diventate i case studies del moderno capitalismo. L'attualità delle corrispondenza di Marx e Engels non sta, infatti, nel descrivere fedelmente i rapporti di sfruttamento vigenti, ma di offrire il loro background storico. Molti degli scritti raccolti nel volume sono apparsi tra il 1853-1860 sulla New York Daily Tribune e ricostruiscono le diverse forme di penetrazione capitalistica in paesi considerati «arretrati». In filigrana sono presenti alcuni dei temi sviluppati nel Manifesto del partito comunista, in cui Marx e Engels, analizzando lo sviluppo storico della borghesia, avevano individuato nel mercato mondiale la forma economica e sociale che avrebbe soppiantato i tradizionali rapporti economici. Rilette dopo più di 150 anni, questi scritti appaiono dunque profetici, perché «immaginano» uno scenario divenuto realtà. Come ha scritto lo storico britannico Eric J. Hobsbawm, il Manifesto «può oggi essere letto come una concisa caratterizzazione del capitalismo alla fine del ventesimo secolo». Quel che contraddistingue l'analisi di Marx ed Engels è la consapevolezza del carattere internazionale del capitalismo fin dalle sue origini, carattere che si manifesta attraverso un lungo sviluppo storico che, seppur anticipato dai molteplici scambi nell'antica Eurasia, prende compiutamente piede con la conquista dei immensi mercati americani, africani e asiatici a partire dal XVI secolo. Dal 1500 il rapporto tra Europa e Stati Uniti e, successivamente, e il resto del mondo diviene una relazione di dominio nei confronti della maggioranza dei popoli del pianeta che ha consentito di rappresentare il capitalismo come l'unico modello possibile di organizzazione socio-economica. Pagine mercenarie. Due sterline ad articolo: tanto era il compenso che Karl Marx, «il nostro corrispondente da Londra», percepiva per i suoi documentati reportage sul quotidiano statunitense New York Daily Tribune, articoli che spaziavano dalla schiavitù in America al Risorgimento italiano, dalle guerre dell'oppio in Cina al colonialismo britannico in India, dalla servitù della gleba nella Russia zarista alla guerra di Crimea, dalle dittature borghesi di Napoleone III (1808-1873) e Lord Palmerston (1784-1865) alle crisi finanziarie e commerciali dei principali paesi europei. La New York Daily Tribune era stata fondata nel 1841 come giornale della componente di sinistra del partito whig americano. Tra il 1840 e il 1850 si era contraddistinto come il quotidiano che aveva veicolato una campagna contro la schiavitù. Negli anni in cui vi collaborarono Marx ed Engels era l'organo del partito repubblicano statunitense. Il giornale contava più di 200.000 lettori ed era il quotidiano più diffuso nel mondo in quel periodo. Marx dall'inizio del 1853 scriveva gli articoli direttamente in inglese e alcuni venivano talvolta pubblicati senza l'indicazione dell'autore. Ma le indicazioni contenute nei taccuini in cui Marx e sua moglie Jenny annotavano la data di stesura o di spedizione dei singoli articoli e quelle presenti nella corrispondenza di Marx ed Engels negli stessi anni consentono di individuarne, al di là di ogni dubbio, la paternità letteraria. «I fenomeni dell'accumulazione primitiva - scrive il curatore Bruno Maffi - che il I Libro del Capitale descriverà in pagine anche letterariamente poderose, vedendoli pure in controluce sullo sfondo delle imprese di conquista transoceaniche dell'Inghilterra capitalistica, apparivano qui ingigantiti dalla virulenza raggiunta in patria dalla rivoluzione industriale e dal crollo subitaneo nelle colonie assoggettate o da assoggettare degli ultimi bastioni di un'economia arretrata ma, nei suoi limiti storici, razionale e, per antichissima tradizione, molto più sollecita del destino dei gruppi, delle famiglie e degli individui. Le artiglierie pesanti del commercio abbattevano qui non solo le sovrastrutture putrefatte del "dispotismo orientale", ma quelle piccole isole primitive di un solidarismo proto-comunista che erano le comunità di villaggio indiane, le unità domestico-patriarcali cinesi, più tardi le comuni agricole e le cooperative artigiane in Russia, tutte fondate sull'assenza di proprietà terriera privata e personale e sull'appropriazione collettiva, in varia forma, del prodotto di un'attività consociata». Per Marx la penetrazione del capitalismo in società non capitaliste, dopo una prima brutale fase di sconvolgimenti delle forme di vita tradizionali, era da considerare un processo necessario per consentire l'industrializzazione di quei paesi e la conseguente formazione di un proletariato moderno. Officina mondiale. Un dispositivo analitico, quello di Marx, non sempre efficace, specialmente quando è stato applicato in modo dogmatic. «Pensare che il materialismo storico - ha scritto lo studioso sudafricano Hosea Jaffe - implicasse un'unica sequenza lineare di modi di produzione - dal "comunismo primitivo" alla schiavitù, al feudalesimo, al capitalismo al socialismo - significa fraintendere Marx e il marxismo. La lettera a Vera Zasulic in cui Marx definiva possibile e anzi probabile che la Russia non sarebbe passata attraverso una fase capitalista e avrebbe invece compiuto un salto diretto dal feudalesimo al socialismo dimostra che il suo principio del materialismo storico era più hegeliano che cartesiano». La politica coloniale inglese, che conosce il suo apogeo nel XIX secolo, ma che durerà fino alla seconda metà del Novecento (l'indipendenza del «gigante nero» dell'Africa, la Nigeria, risale appena al 1960), ha rappresentato la più potente espansione del capitalismo su scala planetaria prima dell'inizio dell'egemonia mondiale degli Stati Uniti d'America. Negli anni dei governi liberali di Palmerston e di Gladstone (1850-1874) l'Inghilterra esercitò una supremazia assoluta nel mondo. La Grande Esposizione Industriale, inaugurata a Londra il primo maggio del 1851, rappresentò il riconoscimento mondiale dei risultati della Rivoluzione industriale inglese. L'«officina del mondo» monopolizzava quasi tutti i commerci ed esercitava un dominio sicuro sui mari del pianeta. Temi, problematiche ampiamente affrontati negli articoli di Marx e Engels e che resistituiscono un mondo già abbondantemente globalizzato al quale, per quanto concerne la Gran Bretagna (assieme ai possedimenti coloniali francesi, olandesi, belgi) hanno contribuito in maniera determinante le colonie e, tra queste, l'India, la «perla» dell'impero. Marx aveva chiara la funzione dell'Inghilterra, «rivoluzionaria malgrado se stessa», nell'espansione mondiale del capitalismo e nella distruzione di tutti gli antichi modi di vivere e produrre. «Fu l'invasore inglese a spezzare il telaio e il filatoio a mano. L'Inghilterra cominciò ad espellere le cotonerie indiane dal mercato europeo; poi introdusse nell'Indostan (l'India, ndr) i suoi filati ritorti; infine, inondò dei suoi manufatti cotonieri la patria stessa del cotone». L'oppio dei popoli. A proposito del tradizionale sistema di villaggio indiano, che scomparirà «per gli effetti del vapore e del libero scambio made in England» Marx non mostra alcuna esotica nostalgia: «Non si deve dimenticare che queste idilliache comunità di villaggio, sebbene possano sembrare innocue, sono sempre state la solida base del dispotismo orientale; che racchiudevano lo spirito umano entro l'orizzonte più angusto facendone lo strumento docile della superstizione, asservendolo a norme consuetudinarie, privandolo di ogni grandezza, di ogni energia storica. (...) Non si deve dimenticare che queste piccole comunità erano contaminate dalla divisione in caste e dalla schiavitù. (...) Il problema è: può l'umanità compiere il suo destino senza una profonda rivoluzione nei rapporti sociali dell'Asia? Se la risposta è negativa, qualunque sia il crimine perpetrato dall'Inghilterra, essa fu, nel provocare una simile rivoluzione, lo strumento inconscio della storia». Marx è naturalmente consapevole delle sofferenze del popolo indiano; così come è altrettanto consapevole che il processo di trasformazione capitalistica del pianeta è ineluttabile e necessario per consentire fasi superiori dello sviluppo storico (che egli identifica con il comunismo). «La profonda ipocrisia, l'intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude. (...) Gli effetti distruttivi dell'industria inglese, visti in rapporto all'India - un paese grande come tutta l'Europa - si toccano con mano, e sono tremendi. Ma non dimentichiamo ch'essi non sono che il risultato organico dell'intero sistema di produzione com'è costituito oggi. Questa produzione si fonda sul dominio assoluto del capitale». Per ritornare alla Cina di Marx, va segnalata la grande attenzione che egli dedica ad una delle pagine più nere della storia cinese, quelle legate alla imposizione del consumo di oppio da parte degli inglesi. A conclusione di uno degli articoli dedicati al commercio dell'oppio (25 settembre 1858), articoli nei quali si alternano il rigore documentario e la l'attenta ricostruzione storica, Marx denuncia con toni veementi le politiche monopolistiche di imposizione dell'oppio alla Cina da parte della Gran Bretagna che si vorrebbe paladina indiscutibile del libero scambio. Marx mostra inoltre uno scrupolo documentario costruito attraverso la lettura di lettere, atti parlamentari, testi di commissioni parlamentari, rapporti politici ed economici, oltreché di studi dedicati a questioni particolari. Negli scritti giornalistici è presente, inoltre, uno stile sferzante, pungente, veemente, a tratti ironico, velenoso e penetrante, che spesso ricorre alla martellante iterazione di fatti e nomi, uno stile irriverente del potere, ma mai declamatorio, con metafore, immagini, espressioni colorite, emblematiche, memorabili, con colti riferimenti storici, economici, letterari. Gli articoli di Marx restituiscono infine la vicenda storica degli anni in cui furono scritti. Ne emerge un lucido analista del capitale globale, proponendoci una chiave di lettura della compiuta unificazione planetaria ad opera del capitale.

 

Un forzato ritorno al marxiano atelier degli esordi - Benedetto Vecchi

Marx teorico della globalizzazione. È uno dei luoghi comuni della riflessione contemporanea attorno all'opera dell'autore del Capitale. Come molti dei luoghi comuni occorre una buona dose di scetticismo e disincanto quando ci si imbatte in essi. È indubbio che alcune pagine del Manifesto del partito comunista o degli altri scritti del filosofo tedesco mettendo al centro la tendenza del capitalismo ad affermarsi come modello unico di produzione della ricchezza. Così come è certo che il pensiero critico che si è considerato erede di Marx abbia «lavorato» su alcune pagine dei suoi scritti per analizzare l'imperialismo e il consolidarsi del mercato mondiale, Due nomi per tutti: Rosa Luxembourg e Vladimir Ilich Lenin. E tuttavia questa «moda» di Marx teorico della globalizzazione è quanto di più consolatorio che il pensiero di sinistra possa mettere in campo. La globalizzazione è sì la diffusione su scala planetaria dei rapporti sociali capitalistici, Ma ha caratteristiche, tendenze e «strutture profonde» che Marx non poteva certo, profeticamente, anticipare. Il capitalismo punta a includere e sottomettere realtà ai suoi rapporti sociali, ma per dare corso a questa tendenza onnivora deve continuamente mutare le forme e i modi di produzione. Da questo punto di vista la globalizzazione è, al tempo stesso, la realizzazione di un mercato mondiale, ma non coincide con l'omologazione dei modi di produzione. Semmai si assiste alla compresenza di sviluppo e sottosviluppo, di organizzazioni produttive «postmoderne» con rapporti servili di lavoro, di antico e moderno. Da questo punto di vista, l'analisi marxiana è figlia del suo tempo e non aiuta alla comprensione della realtà contemporanea, e dunque delle possibilità di trasformazione. La nuova edizione degli scritti di Karl Marx e Frederich Engels delle corrispondenze sull'India, la Cina e la Russia da parte del Saggiatore vanno quindi lette come componenti di quel laboratorio di analisi e censimento dei problemi che i due studiosi «accumulavano» prima di cimentarsi nel lavoro di produzione di concetti adeguati alla critica del regime fondato sul lavoro salariato. Con pacato realismo va detto che il mercato mondiale è ormai realtà e che l'ordine dei problemi posti dal capitalismo hanno a che fare con quell'interdipendenza tra lavoro cognitivo, servile, industriale che lo caratterizza. Sono questi i motivi che portano a dire che il Marx del manifesto del partito comunista non è un teorico della globalizzazione, quanto un militante di quella critica dell'economia politica che non poteva certo prevedere come il conflitto di classe lo avrebbe profondamente modificato. Il suo laboratorio continua a offrire materiali preziosi, ma propedeutici a una sua necessaria e radicale innovazione teorica.

 

Il prezzo del sudore di Anthony Trollope - Ivan Tassi

Henry James ebbe occasione di conoscere Anthony Trollope intorno al 1875, a bordo del Bothnia, nel corso di una «detestabile» traversata dell'Atlantico: «l'eminente romanziere - raccontò James - si rinchiudeva nella sua cabina ogni mattina con il solo scopo di essere in compagnia della sua Musa.» Chi desiderasse cercare notizie su quella Musa in Un'autobiografia - il libro che Trollope aveva iniziato proprio nel '75, e che è stato da poco tradotto per la prima volta in italiano da Antonio Manserra per Sellerio - la scoprirà molto più pedestre di quanto ci lascerebbe supporre il tono sostenuto di James. Quanti si aspettassero infatti di entrare a contatto con l'io di un sublime scrittore, e di essere trascinati nell'iperuranio delle sue elucubrazioni creative, resterebbero subito delusi da un autobiografo che si adopera con ogni mezzo per far scendere dal piedistallo la propria effigie di romanziere. La storia che ascoltiamo, al contrario, è quella di un efficiente impiegato delle poste, dileggiato sin da giovane per le proprie umili origini, che dal 1847 al 1882 decise di dedicarsi, in parallelo al proprio lavoro d'ufficio, alla produzione seriale di circa cinquanta romanzi. A consentirgli di trasformarsi in un indefesso «operaio della letteratura» fu la rigorosa applicazione del più meccanico e disciplinato dei metodi di lavoro: dopo avere immaginato una serie di personaggi, e avere studiato a fondo le molle dei loro sentimenti, Trollope - in ogni momento libero - si sedeva a scrivere le loro vicende «con l'orologio davanti», esigendo da se stesso «250 parole ogni quarto d'ora». I romanzieri - specifica Trollope - «dovranno considerare il proprio lavoro come il lavoratore comune fa con il comune lavoro». Al di là della raccomandazione di immedesimarsi nella finzione fino ad arrivare a vivere assieme ai propri personaggi, non c'è nulla nell'autobiografia di questo scrittore che riguardi i miracoli e la potenza dell'ispirazione, o la metafisica di un nobile tormento creativo: viceversa, gli assi del suo racconto, antielitario e alieno da qualsiasi forma di snobismo, sono tutti orientati verso terra, a scongiurare qualsiasi pregiudizievole accusa di demoniaca immoralità nei confronti della letteratura e del suo rappresentante. Si impegnano inoltre a dimostrare, pagina dopo pagina, una tesi precisa: il romanzo, per Trollope, non costituì soltanto un prezioso strumento di elevazione etica del pubblico, ma anche il mezzo con cui un individuo qualsiasi riuscì a riscattare il proprio nome dalla miseria, accumulando un cospicuo capitale. Oggetto di interesse dell'autobiografia, allora, non sono le testimonianze della «vita interiore», bensì la storia delle precarie condizioni di scrittura, o delle peripezie contrattuali ingaggiate con gli editori per la pubblicazione dei libri, la valutazione del successo e del fallimento ottenuto da ogni romanzo, e soprattutto i proventi ricavati dalla loro vendita. Si tratta, a tutti gli effetti, di un energico e puntuale bilancio autobiografico, capace di toccare anche vette di deliziosa sfrontatezza, quando al termine del racconto Trollope, cifre alla mano, presenta ai lettori un vero e proprio estratto conto dei guadagni riportati per ogni libro lungo l'arco della sua carriera. È facile tuttavia accorgersi che l'autobiografo, per far quadrare i conti e piegare a proprio vantaggio le linee del bilancio, sembra avere utilizzato strutture ed espedienti narrativi molto simili a quelli che intervengono nei suoi romanzi. In essi, il lettore sa già fin dal principio che si imbatterà in una rappresentazione della società vittoriana condotta in base ai moduli di un «realismo» senza slanci, dove trionfa la comprensione dell'usuale e del quotidiano, il vizio e la malvagità vengono puniti o senz'altro messi in cattiva luce dal concatenarsi degli eventi, e risultano banditi gli eroi (e gli artisti) a tinte fosche. La stessa certezza vale anche per Un'autobiografia. È come se Trollope, nel momento in cui si trovò a fare del proprio io una merce per lettori, avesse applicato a se stesso le leggi della finzione, e selezionato dalla storia della propria vita soltanto i materiali narrativi in grado di testimoniare «le opportunità economiche» della «carriera letteraria»: anche a costo di imprigionare la complessità del personaggio io in una catena strutturale destinata a falsarla, o ad appiattirla in virtù di un'eccessiva «letteraturizzazione». Ma se ci chiedessimo perché mai Trollope si sia esposto a una coincidenza tanto sospetta e rischiosa per la veridicità autobiografica, saremo costretti a riconoscere il movente commerciale della sua scelta. «Per la sensibilità inglese - aveva scritto De Quincey nel 1821 in testa alle sue Confessioni di un oppiomane - non c'è nulla di più disgustoso dello spettacolo di un essere umano che impone alla nostra attenzione le sue piaghe, le sue cicatrici morali». C'è da stupirsi allora se l'infaticabile operaio della letteratura decise di confezionare il proprio autoritratto in base a quel formato edificante che gli aveva già permesso di conquistare tante volte un pubblico così refrattario ai lineamenti dell'io? La sua - ci ha già avvertito del resto il titolo - è appunto un'autobiografia, ovvero una tra le diverse e possibili interpretazioni di un'intera esistenza, che anzi sembra lasciar trasparire in filigrana le ore di fatica, gli scoraggiamenti e i sacrifici non detti proprio nel momento in cui si ingegna a rivestirli con la patina del romanzo educativo. Nessun'altra soluzione, a ben vedere, poteva dimostrarsi altrettanto coerente con il destino che lo scrittore si era costruito, e altrettanto rappresentativa del suo marchio di fabbrica.

ANTHONY TROLLOPE, UN'AUTOBIOGRAFIA, TRAD. DI ANTONIO MANSERRA, SELLERIO, pp. 396, euro 18

 

Ménage à trois nella città bassa - Cristina Piccino

Accade a Salvador, Brasile, ma potrebbe capitare ovunque. Due ragazzi, amici da sempre, una ragazza tra loro e, all'improvviso, la «fratellanza» si sgretola trasformandosi in gelosia e reciproco sospetto. Lei gli chiede un passaggio, loro la prendono su, lei paga facendo l'amore coi due, sta per andare via ma alla fine resta ... Il viaggio continua a tre. Lower City di Sergio Machado, prodotto abile targato Walter Salles, dispiega tutti i luoghi comuni del «genere»: la marginalità, i due hanno una barca e molti trascorsi di mala, lei si prostituisce, ha vent'anni è sensuale e bionda, loro sono uno bianco, l'altro nero. Intorno malavitosi in agguato per risucchiarli di nuovo nel delitto, locali con tanto di lap dance, il ragazzo nero che fa il boxeur, lei che alla fine resta incinta.... Deve avere pensato a Jules e Jim Machado, almeno per i desideri della fanciulla che, «vi voglio tutti e due, non posso scegliere». Niente di strano, per carità, finché però si è complici e ci si diverte, qui i due maschietti sono un po' troppo competitivi e alla fine si massacreranno di botte ritrovandosi nella stanzetta di lei per farsi coccolare. Ammiccante. Sì perché il fatto di svolgersi in Brasile, nella «città bassa», i sobborghi poveri, è del tutto accessorio. Non entra nel film se non per la condizione di vita dei tre, alla continua ricerca di soldi e del mezzo più rapido per farne. Machado sceglie l'immagine patinata, persino translucida, di neon, interni squallidi di stanze d'albergo e bordelli al limite della cartolina. Così come ci si aspetta le reazioni dei personaggi, un corollario anch'esso «da manuale». Lower City vuole essere un melò di messinscena, cosa che del resto fa parte della cifra cinematografica dello stesso Salles. Però - sarà anche colpa del doppiaggio - non ci si crede mai, o pochissimo. Non c'è tensione, fisicità, erotismo nonostante le molte scene di sesso: lei nel mezzo che passa dall'uno all'altro, brava e forse non liberata nelle sue potenzialità, Alice Braga. Funziona poco, forse, per quel suo eccesso di scrittura. La presenza di una sceneggiatura la cui griglia domina tutto il resto, non permettendo i «vuoti« della visualità e dell'emozione. E non è certo solo questione di genere. Dentro al «genere» c'è infatti spazio, e persino necessità, per un continuo tradimento, per eccessi imprevisti. Che Machado non si consente proseguendo per la sua strada di una più rassicurante (?) prevedibilità. Lo stile Salles si diceva. È pure vero che questo è il cinema brasiliano che più si vede in Europa, quello che funziona: un cinema che spinge all'estremo la rappresentazione del Brasile più nota, eliminando ambiguità e conflitto - penso Città di Dio di Mereilles. Però, in Lower City, «il contesto» serve, appunto, soprattutto alla storia d'amore, non c'è nulla di dimostrativo né di strumentale. E è qui, nel rapporto a tre, che invece funziona poco, costringendolo in questo decor/immaginario che ne limita la follia. Anche quando questa cerca comunque di respirare sullo schermo.

FILM: LOWER CITY DI SERGIO MACHADO, CON ALICE BRAGA,LAZARO RAMOS, BRASILE 2006

Azione, muscoli e adrenalina - Antonello Catacchio

Quello proposto da Wanted - scegli il tuo destino è un incrocio coraggioso. Sulla carta stavano i fumetti di Mark Millar e J.G.Jones, rielaborati come sceneggiatura da Michael Brandt e Derek Haas e sappiamo che questo è un momento di grande spolvero per i comics che approdano su grande schermo. Bisognava quindi intercettare un regista dalle qualità visionarie per rendere avvincente la storia. Ecco quindi spuntare il kazako Timur Bekmambetov, che aveva realizzato gli sbalorditivi I guardiani della notte e I guardiani del giorno, due titoli che hanno fatto saltare i botteghini in Russia, accolti con snobismo provinciale dal nostro mercato. In aggiunta, in un momento in cui Hollywood sembra essere in grado di confezionare blockbuster anche senza star, vengono proposti uno dopo l'altro un talento squisito come quello di Morgan Freeman, la presenza magnetica di Angelina Jolie e il minidivo in ascesa James McAvoy. E quel che ne risulta è un film sorprendente. Certo, molte soluzioni visive erano già state sperimentate in Matrix, il clima può ricordare Il codice da Vinci, altri potranno pensare a Fight Club, ma è il mix a risultare piuttosto innovativo e decisamente intrigante. Dopo uno scontro che sembra riecheggiare quelli tra supereroi, con personaggi che arrivano quasi a volare e in grado di compiere gesta che vanno oltre l'umano ci si trova in ufficio a festeggiare il compleanno della capufficio cicciona e perfida di Wesley (McAvoy). Quello che nel linguaggio dei film americani è il prototipo del perdente. Strapazzato sul lavoro, tradito dalla ragazza col suo miglior amico, che non perde occasione per farsi beffe di lui, una casa con metropolitana incorporata, tutto concorre a inquadrare il personaggio. Bekmambetov va oltre, utilizza le scritte per sottolineare le cose, ma in termini di assoluta originalità, una tastiera da computer che si disintegra e i tasti in volo compongono scritte, il bancomat lo maltratta e lo umilia, la pubblicità al supermarket sembra riferirsi alla vita grama di Wesley, che, per inciso, lavora all'ufficio gestione clienti, non più assistenza clienti, perché i tempi cambiano e i clienti vanno gestiti a beneficio dell'azienda, mica assistiti. Poi, all'improvviso, inspiegabilmente tutto cambia. Arriva Fox (Jolie) che per salvargli la vita gli fa produrre quantità industriali di adrenalina tra sparatorie e corse in auto dal taglio inedito. La vita piatta di Wesley sta per avere una svolta, viene risucchiato in una setta, quella dei tessitori, capeggiata da Sloan (Freeman). Un telaio fornisce indicazioni su persone che devono essere ammazzate per il bene dell'umanità, loro eseguono. Il giovanotto è figlio di un importante esponente della setta, da poco defunto, quindi deve essere iniziato. Per fortuna sanno anche rigenerare piuttosto in fretta i corpi martoriati attraverso un bagno particolare capace di sistemare muscoli e ossa massacrati. Il resto è azione, sorpresa, pallottole. E Wesley conclude l'avventura spronando gli spettatori a uscire dall'apatia. Puro intrattenimento ma di altissimo livello.

FILM WANTED DI TIMUR BEKMAMBETOV, CON JAMES MCAVOY, MORGAN FREEMAN USA 2008

 

Liberazione – 4.7.08

 

L'illusione veltroniana travestita da romanzo - Angela Azzaro

Un ex comunista, confuso, che si accanisce sui fatti e i misfatti della ex Unione Sovietica. Questa, più o meno, la storia del romanzo di Cristina Comencini, L'illusione del bene . Una storia non qualsiasi, che ci riguarda. Anche come giornale. Ed è questo il primo punto da affrontare, anzi da fugare. Ecco, si penserà, i soliti comunisti che se la prendono con un romanzo perché parla male del comunismo e di quei comunisti che dicevano di voler cambiare il mondo e invece seminavano il terrore. Non è così. L'illusione del bene è un romanzo mediocre, banale, ma non certo perché parla male del socialismo reale. Su questo siamo tutti d'accordo. Se Cristina Comencini avesse scritto una lettera o un telegramma (forse meglio) in cui esprimeva sinteticamente lo stesso giudizio, in molti lo avremmo subito sottoscritto, senza nessuna obiezione. Un atto dovuto, ma abbastanza scontato, a meno che il destinario non fosse Diliberto con il suo sogno di portare le ceneri di Lenin in Italia. La scrittrice aveva però un'altra ambizione. Alta. Scrivere un romanzo, entrare nell'alveo della letteratura. Se ci soffermassimo sull'intreccio, a volte magico e insondabile, che mette insieme destini e stile, lingua e emozioni, dovremmo chiudere subito. L'atto è mancato. Il risultato da archiviare. C'è però un altro piano da sondare, anche se un po' vetero, cioè ex, come il mondo criticato dall'autrice: il piano del contenuto e del contesto. Il riferimento è preciso. C'è un inizio e una fine, un unico grande nume tutelare. E' lui, in persona. E' Veltroni. Il leader (in crisi) dell'attuale Pd non è mai nominato, ma il suo volto appare tra le righe, da una pagina all'altra, da un capitolo all'altro. Spira come un vento tra le pagine (esempio infelice e trito di metafora di cui diversi esempi si possono leggere nel romanzo). Il protagonista, Mario, non solo è incazzato con l'ex Unione Sovietica e con gli esiti della rivoluzione cubana, ma sembra non aver conosciuto altro che il Pci. La storia della sinistra italiana si contrae in un unico punto: la fine del partito comunista e la nascita di qualcosa di nuovo, dovuto. Il partito democratico. Mario è disilluso, ma non si vuole arrendere. A che cosa non si capisce neanche bene. L'autrice se la prende con i fascisti. Quali? Chi? O forse, semplicemente, se la prende con Berlusconi e non lo vuole nominare per paura che i suoi film (Comencini è anche regista) non vengano più prodotti? Il piano politico si intreccia con quello privato. Mario è separato. Ha tre figli, due dei quali sono in realtà figli della ex moglie, con cui ha poi avuto Roberto. Nel momento in cui Roberto è nato, i genitori si sono separati. Sono una famiglia allargata, tutti colti, tutti bravi, tutti carini. Immaginatevi come sarà stato contento Veltroni nel leggerlo. Mario è talmente bravo che incontra Sonja, una giovane, molto più giovane di lui, che arriva dalla Russia. Quello che ci voleva per andare a fondo della sua ossessione e incontrare un mondo che fino a quel momento aveva solo evocato. La tesi, tutta ideologica, di Comecini è chiara: finito il comunismo non resta che la democrazia targata Veltroni. E' quello il nuovo sogno, da nutrire, alimentare, perseguire, con tanto di dialogo con la destra (quel che serve per non venire tagliati fuori dal mercato). Una tesi che non convince, non solo perché cancella trent'anni e più di storia italiana non riducibile al Pci, ma anche perché non coglie la complessità del presente. Tutto questo, si obietterà, non ha a che fare minimamente con la critica letteraria. Siamo d'accordo a tal punto da dire che non c'entra niente neanche con la letteratura. A meno che le case editrici che ogni anno si spartiscono il Premio Strega non abbiano deciso il contrario.

 

Una città che è un virus, il vaccino è un libro strano - Cristiano de Majo

Napoli al centro di uno scontro tra verità e finzione. Scavando a fondo, è questo il nucleo di Napoli Ferrovia , parte conclusiva di una dilatata trilogia sulla città iniziata con Mistero napoletano e proseguita con La dismissione. Il racconto si snoda a partire da un'amicizia improbabile, quella di Rea (autore e personaggio) con un fotografo naziskin con simpatie islamiste e prossimo alla conversione che si fa chiamare Caracas. Lo scrittore è ritornato a Napoli, dopo anni di esilio, per presiedere la fondazione dell'omonimo premio e trova nello skin fondamentalista una specie di guida indigena per cercare di comprendere una città che ormai fatica a riconoscere. I due si intrattengono in lunghe conversazioni sullo sfondo di altrettanto lunghe passeggiate attraverso la città. Il risultato è un libro complesso, disomogeneo, composto per strati che si snoda attraverso le memorie famigliari, sentimentali e topografiche del narratore e l'epopea privata di amore e guerra dello skin, in un continuo intreccio di piani temporali e punti di vista. C'è la storia del legame estremo e disperato di Caracas con Rosa La Rosa, tossica bellissima e irrimediabilmente persa nelle pieghe della sua dipendenza, che Rea non esita a identificare con Napoli: «Caracas, amico mio, ma come te lo devo dire che Rosa La Rosa è Napoli. Bella e dannata alla stessa maniera. Rassegnati. Non pensarci più». C'è il lessico sentimentale dello scrittore, l'infanzia, i bombardamenti, le febbricitanti utopie di un giovane intellettuale comunista degli anni Cinquanta. C'è, infine, un presente inafferrabile e paradossalmente lontano, caratterizzato da immagini cupe e dolenti. Il palcoscenico è sempre la Ferrovia, luogo in cui tutto nasce e muore, simbolo di degrado, ma allo stesso tempo grande contenitore di storie, ricordi, vite. Con Napoli Ferrovia Rea incastra l'ultimo tassello della sua storia di fuggito e sopravvissuto, e, nel comporre la parte finale di quella che potrebbe essere definita la sua mitologia dell'esilio, si cimenta con il capitolo più difficile e doloroso, il ritorno: «Ogni tanto mi sento assalire dai sensi colpa per aver tagliato la corda, in quel lontano 1957. Mi dico che forse dovrei tornare a vivere qui in pianta stabile. Qui alla Ferrovia.». Un ritorno impossibile, letterario più che reale, che fa affiorare soprattutto le dimensioni incorporee e mentali della città. Napoli come stato d'animo, o come luogo della memoria, Napoli come malattia, batterio, virus, Napoli come organismo vivente. Non è un caso quindi se l'indagine - un metodo caro allo scrittore-giornalista napoletano - assume qui una valenza metafisica e letteraria. In Napoli Ferrovia , infatti, Rea più di tutto vuole indagare il rapporto tra distanza e memoria, tra vicinanza e verità, tra realtà e finzione. Che cosa sto scrivendo?, sembra chiedersi di continuo. Un diario? Una cronaca? Un romanzo? Un reportage di viaggio? Un memoir? E soprattutto: cosa sto cercando di fare? Voglio arrivare a stabilire una verità? La risposta, contenuta nelle ultime pagine, appare come una resa incondizionata alla forza della letteratura.

 

Lavorare e “badare alla vita, conciliare non basta - Cristina Morini

Il concetto di "cura" ha ritrovato uno spazio importante nelle analisi socio-politiche di questi ultimi anni all'interno del dibattito sull'attuale natura del welfare e sulle trasformazioni delle politiche socio-istituzionali in corso. E' una nozione adeguata per il fatto di essere una specie di "metaconcetto": attraversa l'intera esistenza delle donne e consente di connettere momenti e dimensioni diverse, dal piccolo al grande, della vita. Congiunge, inoltre, le pratiche personali con il contesto delle strutture e delle relazioni sociali. Mentre cedono i confini tra campi differenti (privato; politico; lavoro; non lavoro; mercato; dono di sé), le esperienze umane sono obbligate a frantumarsi in un caleidoscopio di casistiche individuali, rendendo difficili i collegamenti sociali tra esse. Si sente allora l'urgenza di una ricomposizione a partire, anche, da categorie diverse dall'usuale, da un nuovo lessico, da inedite metodologie di indagine. Lo scopo è provare a rintracciare, tra tanta "liquidità" esistenziale, un senso condiviso della realtà che faccia da sfondo a tutte le attività dell'essere umano. Laura Balbo lo pensa sin dal titolo del suo ultimo libro, pubblicato per Einaudi, Il lavoro e la cura. Imparare a cambiare (pp.164, euro 15). Oltre al tema delle condizioni del vivere («in questo libro c'è un filo, la vita quotidiana» e, più avanti, «penso al vivere quotidiano come spazio sociale»), strettamente legato alla "cura", troviamo un'altra parola chiave che percorre questo testo che parla di lavoro, il longlife learning : «continuare a imparare», «una sorta di permanente commento ai processi di interazione», secondo la definizione di Baumann usata dall'autrice. I due campi non sono, a mio avviso, disgiunti. E' proprio la "cura" o, detto sotto altre forme, l'attenzione che le donne hanno da sempre alla "questione della vita" - oggi più che mai scompaginata e messa sotto pressione - che invita a trarre insegnamenti, duttili e situati, dagli eventi, dai passaggi, dai cambiamenti continui di stato che il nostro presente domanda. Potremmo discenderne (ma l'autrice non lo esprime così) che la flessibilità attuale, la precarietà esistenziale che sperimentiamo quotidianamente, richieda risposte altrettanto flessibili, continuamente mobili e contestualizzate. Diremmo anche, ricordando una radice della pratica femminista, che «leggere la realtà attraverso sé», ovvero l'«aprirsi a interrogativi radicali, vivere con la testa aperta, dis-abituarsi» a cui si richiama Balbo, serva a trarre un valore utile per la sopravvivenza e per il futuro. Vedere, svelare, capire, rimodularsi, come atti di resistenza propri del vissuto delle donne, ma generalizzabili anche agli uomini. Più che per rispondere alla richiesta del capitalismo cognitivo e relazionale contemporaneo di una "formazione permanente" dell'individuo, il longlife learning non dovrebbe essere inteso in questo senso? Non dovrebbe garantire la necessità, ineludibile per i soggetti contemporanei, di ripensare la propria autonomia, in termini di autodeterminazione e di autovalorizzazione? Laura Balbo, in questo testo descritto come «costruito di pezzi diversi», che riprende molti dei temi a lei cari e dove spazio trovano anche ricordi e riflessioni personali, ripercorre il tema dal lavoro a partire dal Dopoguerra e tutte le principali questioni connesse, allora, all'obiettivo del "creare occupazione". La ricostruzione del Paese, l'immigrazione, la fabbrica e la "conflittualità permanente" dell'Autunno caldo. Poi, la crisi del modello del welfare e della società del benessere, che incarna la crisi, anche, delle istituzioni e del ruolo dello Stato nazionale. Riemergono i dibattiti francesi sul lavoro degli anni Ottanta, da André Gorz a Guy Aznar a Guy Roustang, sulla riorganizzazione di tutti i tempi del vivere. Il rifiuto della standardizzazione, il sogno dei "tempi scelti" e l'intuizione che «i giovani e le donne non vanno considerati come atipici (…) ci dobbiamo chiedere se non siano invece i lavoratori tipici del futuro» (Roustang, 1982). Lo Sweden with care , studio pubblicato nel 1984, che fa entrare il tema della "cura" nel dibattito delle scienze sociali e della politica, mettendo l'accento sul valore dei rapporti interpersonali e sull'ipotesi di una società capace di sviluppare forme di riorganizzazione dei tempi alternative a quelle tradizionali. L'attenzione all'economia "non monetaria", "fuori mercato" che, in quegli stessi anni, attraversa contesti molto diversi tra loro, l'Italia, la Spagna, i Paesi del mondo comunista, gli Usa, il Canada. Esempi molto utili a ricostruire da dove si era partiti. E, viene da commentare, a dimostrare quanta smemoratezza e disattenzione abbia colto un'Europa che oggi stabilisce la "possibilità", per ciascuno, di lavorare fino a 60 ore la settimana. Il cuore del libro, il capitolo più lungo, è, appunto, "Il lavoro e la cura". Il «nostro ieri» del mito della maternità e che assegnava alle donne esclusivamente il lavoro domestico «secondo un rigido principio di divisione sessuale del lavoro», è passato attraverso la «doppia presenza», ovvero il «riuscire far convivere ruoli che appartengono a mondi in qualche misura segregati e contrapposti». Per approdare, infine, alla «soluzione» della femminilizzazione dell'immigrazione, alle catene globali della cura, all'immagine di una società italiana che si regge sulla presenza delle assistenti domiciliari straniere per gli anziani. L'alternativa al doppio sfruttamento femminile è insomma, arrivando a sintesi, rappresentata dal ricorso a un'altra donna, dentro un meccanismo di salarizzazione e di ingresso nel mercato del lavoro domestico. Forse diversamente dagli scopi dell'autrice, queste pagine consentono di notare le lacune del discorso pubblico su molti temi, la miopia della politica, l'incapacità di farsi carico, nel corso degli anni, delle nuove complessità venute alla luce. I criteri sociali di organizzazione non sono stati messi in discussione dalle impostazioni delle politiche nazionali, incapaci di prendere spunto dalle prospettive che si andavano elaborando e di ripensare a una più aggiornata idea di welfare. Altre questioni si sono aggiunte, tra molte sordità, a complicare il rapporto delle donne (e degli uomini) con il lavoro e con il metaconcetto della cura, in tempi di globalizzazione e di precarietà. «Ci sono le persone. Non solo il lavoro: il vivere della gente» scrive a un certo punto Laura Balbo, «la centralità dell'esperienza soggettiva». Siamo d'accordo. Ma quando il «vivere della gente» tende a diventare anch'esso «lavoro vivo», attraverso l'obbligo al consumo o allo «stare bene» - come viene, per altro, sottolineato nel testo -, gli interrogativi rimangono aperti. E l'eterno ricorso all'ipotesi della «conciliazione», una specie di chimera in Italia, ci lascia francamente perplesse.

 

Rivoluzione al liceo. Basta un pronome per scardinare il genere "neutro" - Valeria Muccifora

Ci si deve presentare come un lui o una lei. Tertium non datur . E scegliere è obbligatorio anche quando non si devono riempire dei moduli: sono stati sessuati persino i Teletubbies, i pupazzi quasi informi creati per un'audience televisiva compresa fra i 12 e i 36 mesi d'età (con ipotizzata omosessualità di Tinky Winky, quello viola, in quanto maschio equipaggiato con borsa. Se ne deve dedurre che i Teletubbies siano decisamente più educativi dei loro commentatori). Ma forse il tempo dell'alternativa maschio-o-femmina volge al termine. Nei licei americani di Baltimora, nel Maryland, sta infatti prendendo piede l'uso di sostituire i pronomi he (lui, egli) e she (lei, ella) con il neutro yo : peep yo , ad esempio, significa sia "guarda quello" sia "guarda quella". Impossibile rendere l'effetto in italiano perché esso e essa, anche quando riferiti non a persone, sono comunque maschile e femminile, così come coso e cosa: "guarda coso", salvo operazioni situazioniste, è da intendersi riferito a un maschio. (Da noi si tenta di ovviare con l'asterisco, come per esempio in "ciao a tutt*!"). Ragazzi e ragazze del Maryland invece hanno deciso di eliminare del tutto il genere laddove questo risulti ignoto (e dove il linguaggio di regola piazzerebbe il maschile) o irrilevante. Ad accorgersene sono stati alcuni docenti della locale università, la Johns Hopkins, e in particolare la linguista Elaine Stotko, forse sensibilizzata al tema anche dal fatto di avere un figlio transgender, l'incarnazione, cioè, di una delle migliaia di possibili eccezioni al diktat del dimorfismo sessuale, lo schema binario, assorbito e perpetuato dal linguaggio, che vorrebbe esistessero solo due sessi, il maschile stabilito come universale e prioritario e il femminile "derivato" da quello e secondario. La portata del fenomeno analizzato e verificato da Stotko è notevole: delle/i teenager sono riusciti/e a ovviare a una falla sessista dell'uso della lingua inglese (ma anche della maggior parte delle altre), cioè l'utilizzo del maschile come genere di default (vale a dire usato in ogni caso in prima battuta salvo diversa esplicita necessità), laddove decenni di tentativi da parte di esperte/i di varie discipline (linguistica, matematica, diritto, studi femministi, filosofia, eccetera) non avevano ottenuto che scarsi risultati. Dopo lunghe battaglie, infatti, è diventato più frequente sentir dire chairperson invece di chairman per indicare il o la presidente o human kind invece di mankind per genere umano, ma è anche vero che le numerose tabelle elaborate da vari/e studiose/i per eliminare alla radice i sessismi del linguaggio tramite la sostituzione del pronome maschile o femminile con un neutro sono tutte rimaste più o meno lettera morta (vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Gender-neutral_pronoun per una tabella delle formule architettate per l'inglese). Insomma, buone e ripetute le intenzioni, scarsissimo il risultato. I liceali del Maryland, invece, si potrebbe dire che lo smantellamento del dimorfismo lo parlano quotidianamente, annullando con uno yo asimmetrie, discriminazioni e gerarchizzazioni. Non si tratta della prima offensiva contro i generi canonici, ma potrebbe preludere a quella decisiva. Un precedente risale ai primi anni '90, quando diverse community online ampliarono lo spettro delle opzioni disponibili per l'autodefinizione delle/gli utenti: non più solo donna o uomo, ma anche - ad esempio in LambdaMoo - neutro/a, entrambi, splat (cioè asterisco), plurale, egotista, regale, seconda persona e "spivak" (un omaggio al divulgatore dell'ennesima, volontaristica ma inefficace, tabella antisessista di pronomi neutri). Allora la diade maschio/femmina si sgretolava - in rete - sull'onda lunga delle riflessioni femministe (che in quegli anni approdano al cyborg), della metabolizzazione di glam, post punk e new romantic - cioè dei movimenti gender bending più influenti -, nonché della ridefinizione dei paradigmi operata da fantascienza, manga e anime giapponesi. È nel 1990 che la filosofa Judith Butler chiarisce che i generi non sono delle essenze ma delle performance. Oggi l'offensiva si ripete, ma con due importanti differenze. La prima è che - al contrario delle tabelle lasciate a impolverarsi - lo yo che neutralizza i generi nasce spontaneamente e dal basso (e si noti che yo è preso dallo slang, non è un termine colto); la seconda è che si sviluppa come pratica quotidiana del mondo reale, non più solo del metaverso (cioè dei mondi virtuali). Scende così nelle strade l'habitus di vivere migliaia di categorie identitarie differenti - paritetiche, mutabili a piacere e senza limiti neppure immaginativi - sviluppato su web grazie ad anni di familiarità con chat room, forum, Mud ( Multi User Domain ) e role playing game di ogni tipo. È il virtuale che si fa reale. Barthes parlò trent'anni fa dell'enorme potere trasformativo del neutro. La mixgenderation che oggi ha deciso di viverlo sembrerebbe confermare che yo was right , cos* aveva ragione.

 

Ken il guerriero, passione inconfessabile - Boris Sollazzo

«Fra 15 secondi sarai morto». I ragazzi degli anni '80 e dintorni non possono essersi dimenticati quel guerriero silenzioso (e non troppo intelligente) che con voce stridula infliggeva colpi ripetuti sui "punti di pressione" dei propri nemici e con presuntuosa certezza pronunciava questa frase dando loro le spalle. Il primo alfiere di quel manga pop epico e post-nucleare che dopo di lui ebbe solo pallide imitazioni, dai petulanti Cavalieri dello zodiaco all'irritante Dragonball. Tetsuo Hara lo disegnò, Yoshiyuki Okamura (in arte Buronson, in omaggio al suo "sosia" Charles Bronson) lo scrisse e insieme partorirono questo vendicatore giusto e potentissimo che ha toccato ogni media moderno, dai fumetti all'animazione, dalla tv al computer, passando per una vita altrettanto longeva in dvd (qui da noi sarà Dolmen a diffonderla). Ora arriva una nuova pentalogia cult - rimasterizzata e corretta - che dedicherà molto più spazio a tutti i coprotagonisti, vera forza di quest'opera. Ken, infatti, è il classico eroe perfetto, tagliato con l'accetta del Bene assoluto, capace a tirar calci e pugni, ottimo incassatore e (esageratamente) invincibile. Sembra la versione potenziata di Stallone, con un pizzico di Bruce Lee. Così come l'antagonista Raul, a cavallo del suo Re Nero, sembra Conan-Schwarzenegger. Potenti, commoventi e decisamente più eleganti sono gli amici e i nemici dei due, e in questo nuovo capitolo, Ken il guerriero - La leggenda di Hokuto (Director's cut) , risulta evidente. Il cristologico e intellettuale Toki, l'eroico amico Rei, il cieco ma piangente Shu, la dolcissima Lynn (interessante sovversione femminista del modello manga: la principessa da salvare è in verità la salvatrice), la new entry Reina, il piccolo guascone Bart sono il vero motore dell'epica etica ed ecologista di questo mondo imploso. Takahiro Imamura (già autore di una pentalogia su Dragon Ball Z) si è dedicato con umiltà e talento a questo remake (anche se con il lungometraggio dell'86 ha poco a che fare, nulla con il ridicolo live action Usa del'95 con Malcolm McDowell e Chris Penn), offrendoci un combinato di immagini animate ed effetti sonori che supera le piccole grandi ingenuità di antenati televisivi e cinematografici. La storia ricalca la prima parte della prima serie, dalle origini dell'erede della tradizione di Hokuto (arte marziale quasi divina come quelle Nanto e Gento) fino allo scontro con il primo vero supercattivo delle sue quasi 160 puntate, il feroce e cinico Sauzer. Tra sentimenti assoluti, vocazione al martirio, giustizia sommaria. Impossibile resistergli, anche se è preoccupante ammetterlo.

 

La Stampa – 4.7.08

 

Sulle montagne dove parlano la lingua di Gesù - FRANCESCA PACI

MAALULA (SIRIA) - Schlom aleikum», la pace sia con te. Abu George, 65 anni, baffi importanti, crocefisso d’oro al collo, accoglie i visitatori dietro il bancone del bazar zeppo di rosari, candele, magneti con l’immagine della Madonna accanto a quelli del leader di Hezbollah Nashrallah. A Damasco i suoi connazionali salutano dicendo «Salam aleikum»: lui preferisce l’antica parola «schlom», un suono remoto, meticcio, affine all’ebraico «shalom». «L’ho imparato dai miei genitori e l’ho insegnato ai miei 5 figli» racconta versando il té nero, forte, speziato. Benvenuti a Maalula, l’ultima tenace enclave della lingua di Gesù. Quassù, in questo villaggio di duemila anime e una ventina di campanili arrampicato sulle alture dello Jebel Libnan, l’inospitale e suggestiva catena montuosa sessanta chilometri a Nord della capitale siriana, gli abitanti discorrono, bisticciano, pregano in aramaico, epigoni d’un idioma inventato tremila anni fa nella regione compresa tra il Mar Mediterraneo e il fiume Tigri. Sono rimasti soli: meno di mezzo milione di persone, sparse in tutto il mondo, conosce oggi l’aramaico. Nessuno, tranne loro, lo utilizza più correntemente. Ho visto il dvd del film di Mel Gibson per ascoltare gli attori che parlavano come noi» ammette Andrea, 13 anni, i jeans abbondanti sostenuti da una cintura con la fibia Armani. Gli piacciono le pellicole adrenaliniche di Jean-Claude Van Damme tipo «The replicant» e «Derailed, punto d'impatto», ma per «The Passion of the Christ» ha fatto un'eccezione. Il reverendo William Fulco, direttore di Studi dell'antico Mediterraneo all'università Loyola Marymount di Los Angeles è stato incaricato dallo stesso Gibson di curare i sottotitoli in latino e aramaico. Un lavoro filologico certosino. Ma gli avventori seduti intorno ai tavoli del chiosco Maria, alle pendici del convento di Santa Tecla, hanno qualcosa da ridire. In aramaico. «Peccato che non siano venuti a consultarci», lamenta Saher Huri, 45 anni, scultore. Sulle ginocchia tiene la figlia di quattro anni che ripete sorridente «bonhunka», benvenuti. Secondo alcuni studiosi dell'Academy of the Hebrew Language di Gerusalemme, l'aramaico di Maalula e dei vicini villaggi di Jebadin e Sarqa sarebbe l'originale, il più puro. Nel 2005 il governo siriano ha deciso di finanziare la scuola che è oggi il fiore all'occhiello del paese, l'Institute of Aramaic Language, un'accademia con corsi estivi di tre mesi. In due anni Saher ha contato una cinquantina di studenti: «La maggior parte sono stranieri, tedeschi, inglesi, nordamericani. Noi non abbiamo bisogno d'insegnanti: ci tramandiamo il sapere da secoli». Il campanile della chiesa di San Sergio richiama la comunità alla preghiera. Padre Toufic Eid, monaco libanese arrivato da Beirut nove anni fa, recita il Pater Nostro in aramaico. I fedeli lo accompagnano in coro, eco inconsapevole della voce di Gesù. «Imparano come si impara a camminare, ma non sanno perché» spiega padre Toufic. Alla fine della Messa, il falegname Elias Sharbit e Osciam Abu Ala, proprietario dell'omonimo ristorante, si fermano sul sagrato a discutere degli anni a venire. «Nel giro di dieci, vent'anni, questa lingua sparirà» scommette Elias, 53 anni, 4 figli, 5 nipoti. A Maalula non c'è lavoro, i giovani vanno a studiare legge o medicina a Damasco e sognano di tornare a casa giusto per le vacanze, magari d'inverno, quando la temperatura scende sotto i dieci gradi e la neve ovatta romanticamente i rintocchi delle campane. Osciam non è d'accordo: «L'aramaico esisteva mille anni prima della nascita di Gesù, è sopravvissuto all'occupazione ottomana, durerà almeno altri tre secoli». Majdalina, la minore delle sue cinque figlie, insegna all'Institute of Aramaic Language. Secondo l'Unesco il 97 per cento della popolazione mondiale parla appena il 4 per cento delle lingue esistenti. Il rimanente 96 per cento degli idiomi potrebbe andare perduto entro la fine del XXI secolo. La trentacinquenne canadese Karen Weisman, scarpe da trekking e bermuda militari, si arrampica con gli amici fin sopra alla fontana del convento di Santa Tecla. «Il film di Mel Gibson non mi è piaciuto, ma almeno ha reso popolare l'aramaico» dice dopo una lunga sorsata dell'acqua che la leggenda vuole miracolosa. Negli ultimi trent'anni Abu George ha venduto più rosari che nel precedente mezzo secolo. «Aloiibammish» grida dietro ai turisti che si allontano: arrivederci.

 


Top

Indice Comunicati

Home Page