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Praga si fa scudo

Manifesto – 8.7.08

 

Praga si fa scudo - Tommaso Di Francesco

PRAGA - La dorsale collinare dei Brdy è un'area vasta a circa sessanta chilometri da Praga. Trokavec è un piccolo centro con tutt'intorno una cinta di quasi cento comuni dove abitano 160.000 persone. Qui l'amministrazione Bush vuole installare un mega radar, che chiamano Radiolocatore, una delle due installazioni del sistema di Scudo antimissile, insieme alle rampe di missili da situare in Polonia. Tra le proteste - nascoste dai grandi media nazionali e internazionali - dell'opinione pubblica e delle popolazioni locali in rivolta anche di fronte all'assenso e alle ambiguità dei governi di Praga e Varsavia. Incontriamo Jan Neoral, 66 anni, baffoni alla Walesa (o alla Stalin), sindaco di Trokavec che da un anno e mezzo guida la protesta locale e partecipa a Ne Zakladnam (No alle basi) il movimento ceco contro lo scudo oggi in piazza contro il segretario di stato Usa Condoleezza Rice a Praga per firmare l'accordo sul Radar. Come è nato questo movimento e perché siete contrari e preoccupati di questa installazione? È vero che lei è stato addetto ai radar? Dal gennaio del 2007 fino a maggio ho quasi lottato da solo contro il radar come sindaco di Trokavec, il 17 marzo dell'anno scorso abbiamo fatto il primo referendum comunale, il 100% era contro. Però era evidente che da solo non potevo continuare. Così abbiamo fondato la Lega dei sindaci contro il Radiolocatore che fa parte del sistema di Scudo antimissile. Attualmente la lega è composta da 37 sindaci e 87 sindaci che di fatto sostengono concretamente la nostra lotta. Io sono esperto di elettrotecnica e radiolocazione e ho lavorato come dipendente civile dell'esercito alla manutenzione dei radar dal 1974. Per questo so che è una porcheria. Un radar di quella potenza non può stare in una zona densamente abitata. Se andiamo a cercare altri radar dello stesso tipo li troviamo solo in Alaska e in Groenlandia. Quello che sposteranno qua è quello che si trova, sempre isolato, nelle isole Marshall in pieno Pacifico. Quel radar ha già 20 anni di età, verrà aggiornato e potenziato per diventare il radar più potente del mondo con una potenza di alcune centinaia di megawatt. Lo vogliono collocare a un chilometro e mezzo dai centri abitati, villaggi e cittadine molto popolate. Ci sono due aspetti della nostra preoccupazione che hanno la stessa importanza, il primo è quello sanitario, della ricaduta sulla popolazione e riguarda la salute delle popolazioni in un raggio di cento chilometri, e poi c'è quello della sicurezza a livello di rapporti internazionali che riguarda tutto il continente europeo. In questi giorni il premier polacco Tusk ha dichiarato che i missili antimissili che dovrebbero essere posizionati in Polonia non aumentano la difesa della Polonia ma al contrario aumentano il pericolo, la minaccia e per questo chiede agli americani strumenti di maggior difesa per potenziare l'esercito. Invece il nostro stupido premier Topolanek ha dichiarato che il nostro radar creerà un'«oasi sicura». È falso, crea solo nuove minacce per noi. Per 18 anni l'Europa era tranquilla perché c'era l'accordo sui missili a breve e medio raggio e c'era il trattato sugli armamenti convenzionali. Ora che il governo degli Stati uniti e il nostro premier hanno cominciato a parlare del radar, i russi non si sentono più vincolati da quei trattati e hanno ricominciato a far volare i bombardieri a lungo raggio. Tra l'altro nessuno al mondo può pensare di combattere il terrorismo con un radar. Quali ricatti e quali promesse avete ricevuto per cambiare idea? Come verrebbe sconvolta la vocazione dei Brdy dall'insediamento? Il premier ci ha comunicato, attraverso la stampa perché non ha mai convocato i rappresentanti degli enti locali, che siccome ha scoperto che i Brdy sono «un'area disagiata» il governo invierà un miliardo e cento milioni di corone. Abbiamo convocato una conferenza stampa, sono venuti anche giornalisti della stampa estera, e io ho detto che era un evidente tentativo di corruzione della popolazione dei Brdy e un atto assolutamente fuori luogo perché lo stato ha l'obbligo di interessarsi della nostra zona, è un nostro diritto avere quei contributi. Naturalmente l'essere umano è debole e quattro sindaci di piccoli comuni hanno accettato i contributi e si sono ritirati dal movimento. Ma è passato un anno dalla promessa e non abbiamo visto nemmeno un centesimo. C'è poi il problema della collocazione dei soldati americani legati al funzionamento e alla difesa del radar... La superficie complessiva del Radiolocatore sarà di 400 ettari e la metà sarà bosco che viene tagliato. Questi sono i dati ufficiali del ministero della difesa ceca. Sono boschi che funzionano come fornitura idrica dalla quale dipendono tutti gli insediamenti umani dei dintorni. Naturalmente se viene tagliata una superficie così vasta di bosco e se viene cementata un'altra parte così imponente questo provocherà effetti gravi a partire dal calo delle riserve d'acqua. L'importante per gli esseri umani è che la frequenza su cui trasmette quel radar è quello del forno a microonde. Questo vuol dire che quella radiazione a contatto con tessuti organici li decompone, uccide le cellule componendole devastando la circolazione sanguigna. Greenpeace ha fatto un presidio dei Brdy, per la pace e per impedire il taglio dei boschi... Sì i giovani di Greenpeace hanno occupato la sommità del sito per sei settimane e hanno proclamato lo «stato indipendente di Peaceland» emettendo anche carte d'identità (mi mostra la sua, ndr): per ora ha 960 cittadini. Poi è arrivato l'esercito per sgomberare il presidio dal luogo che è demanio militare, e per evitare il ritorno degli attivisti pacifisti hanno recintato per tre chilometri la zona non con il semplice filo spinato ma con il filo spinato «a lamette da barba». Una atrocità per gli animali. Che prova un persona come lei che ha vissuto gli anni dolorosi dell'invasione sovietica del '68 e poi la svolta democratica dell'89, con questo rischio di ritorno della guerra fredda nel cuore d'Europa a partire proprio dalla Repubblica ceca? E' una cosa che dico sempre quando parlo nelle manifestazioni e che ripeterò martedì 8 (oggi, ndr) in piazza Venceslao. Quando questo governo avrà finito il suo mandato, il nuovo governo deve trattarli da traditori della patria e dovranno essere messi di fronte alle loro responsabilità E' incredibile che dopo la dominazione sovietica eravamo così felici dell'autonomia riconquistata, eravamo tornati padroni del nostro paese. Invece il governo Topolanek invita senza nessun bisogno questi soldati stranieri. Voglio subito specificare una cosa: io non ho niente contro i soldati americani, ho uno zio che è stato pilota nella seconda guerra mondiale e vive lì, siamo alleati degli americani e se vogliono fare esercitazioni militari sono benvenuti, li invito a giocare a pallone e a prendere una birra, non c'è problema. Ma non voglio che vengano a mettere quel radar. La motivazione ufficiale del nostro governo è che serve contro la Corea del Nord e contro l'Iran. Bene, la Corea del Nord possiamo dire che si è arresa accettando la contropartita degli aiuti economici, è vero che la questione dell'Iran è aperta, anche se l'intelligence Usa ha svelato nell'ottobre del 2007 che l'Iran non ha alcun sistema atomico d'attacco. Così quando noi dicevamo che non era vero, il governo ripeteva che mentivamo. Ma il 18 novembre del 2007 il premier Topolanek al congresso del suo partito, il conservatore Ods, ha rivelato che l'unico motivo per cui c'è il radar è impedire che noi torniamo sotto l'influenza della Russia.

 

Oggi l'accordo ceco-americano - Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Il segretario di stato Usa Condoleezza Rice in corsa col tempo, mentre Bush sta per lasciare la presidenza e di fronte alla fragile maggioranza del governo ceco, arriva oggi a Praga per firmare con il ministro degli esteri ceco Karel Schwarzenberg l'accordo per la costruzione nella Repubblica ceca di una stazione radar antimissile nell'ambito dello scudo spaziale americano. Sarà firmato il protocollo principale dell'intesa, che include anche la clausola sulla possibilità di disdire l'accordo: in tal caso gli Usa avranno due anni per ritirarsi. Sarà anche concluso un accordo sulla presenza del personale militare americano (per ora, 200 soldati). La base radar sarà infatti gestita direttamente dal Pentagono. L'accordo dovrebbe essere sottoposto alla ratifica del parlamento ceco in autunno dove però il governo del premier Mirek Topolanek (Ods, Civici democratici), se sopravvivrà fino ad allora, avrà maggioranza esilissima. Subito la Russia con l'ambasciatore a Praga Alexej Fedotov, ha protestato minacciando ritorsioni. Tutto contro l'opinione pubblica e le popolazioni dei comuni legati all'installazione dei siti. Nella Repubblica ceca i tre quarti della popolazione è contro il sistema radar e l'opposizione socialdemocratica chiede un referendum popolare. Il progetto Usa prevede anche l'installazione di dieci intercettori antimissile in Polonia; il premier polacco Tusk tre giorni fa ha detto no perché non ci sono le contropartite di sicurezza: Varsavia vede - e vede bene - che le rampe di missili espongono il paese a nuove minacce. Ma domenica il ministro degli esteri Radoslaw Sikorski è volato inaspettatamente a Washington. Così Condoleezza Rice deve fare in fretta, a Praga si parla di crisi di governo imminente. E vista la rincorsa non è escluso che il 10 luglio il segretario di stato Usa arrivi suadente anche a Varsavia. A scanso di equivoci Washington ha avviato colloqui con la Lituania, disponibile ad installare i missili se l'accordo con la Polonia fallisse, senza valutare che i missili in Lituania sono considerati da Mosca ben più aggressivi. E infatti proprio ieri a margine del vertice G8 a Tokaydo in Giappone, il presidente russo Dmitri Medvedev ha detto al presidente americano George W. Bush che Mosca considera «inaccettabile» che gli Usa possano installare in Lituania elementi dello scudo spaziale, esprimendo la sua inquietudine per le notizie circolate dopo la visita a Vilnius di un inviato Usa. Peraltro, sulla questione Iran - il «pericolo» alla base dello Scudo Usa e dove la Russia sottolinea l'intenzione di cooperare strettamente con gli Usa - Medvedev ha dichiarato che Mosca intende fare tutto il possibile per stimolare il dialogo con Teheran. A Washington continuano a ripetere che lo «scudo» in Europa non è diretto contro la Russia, ma servirà a fronteggiare la minaccia dei missili balistici iraniani. A Mosca però sono convinti del contrario, soprattutto del fatto che il radar nella Repubblica ceca sarà il primo di una rete attraverso cui il Pentagono potrà monitorare il territorio russo, più efficacemente di quanto è in grado di fare oggi. A confermarlo è il fatto che Washington ha rifiutato la proposta russa di cogestire, insieme alla Russia, il radar di Qabala nell'Azerbaigian, invece di installare il radar nella Repubblica ceca. Per di più il generale Henry Obering, direttore dell'Agenzia Usa di difesa missilistica, ha parlato di «un radar a spiegamento avanzato che vorremmo dislocare in qualche luogo nella regione del Caucaso». E' il Forward-Based X-Band Radar-Transportable (FBX-T): un sistema altamente mobile, che può essere trasportato con aerei o navi e rapidamente montato nel luogo di destinazione. Nei piani del Pentagono, quelle previste nella Repubblica ceca e in Polonia sono solo le prime di una serie di installazioni radar e missilistiche in Europa. Mosca ha già annunciato che, per contrastare tale piano, adotterà «metodi adeguati e asimmetrici»: a tale scopo ha effettuato due test di missili concepiti in funzione «anti-scudo». L'Europa ritorna così in prima linea in quella che rischia di divenire una nuova guerra fredda. È la tensione necessaria perché gli Stati uniti possono giustificare la loro presenza militare in Europa: finita la guerra fredda, tale presenza non è diminuita, ma ha assunto nuove forme con la ridislocazione delle basi Usa e l'espansione della Nato (e quindi delle forze Usa) fin dentro il territorio dell'ex Unione sovietica. A questo stato di cose hanno contribuito attivamente i governi italiani sia di centrodestra che di centrosinistra. Emblematico l'accordo-quadro, firmato segretamente al Pentagono nel febbraio 2007 dal ministro della difesa Arturo Parisi con cui l'Italia ha aderito al progetto Usa dello «scudo» in Europa. L'accordo prevede non solo un contributo tecnico-scientifico italiano, ma sicuramente anche la messa a disposizione del nostro territorio per altre installazioni radar e missilistiche. Una base particolarmente adatta può essere quella di Sigonella, dove si sta realizzando una delle stazioni terrestri del sistema globale Muos della marina Usa e dove, secondo quanto proposto dal neo-ministro della difesa Ignazio La Russa, dovrebbe essere installato il nuovo sistema Ags della Nato, finalizzato al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area».

 

Un modello di sviluppo alla corda. Democratizzare il governo globale - Francesco Martone

«Le grandi teorie economiche raramente durano più di qualche decennio. Alcune, se sono particolarmente affini ad eventi politici o progressi tecnologici, possono arrivare a sopravvivere mezzo secolo. (...) Certamente le grandi ideologie raramente scompaiono da un giorno all'altro. Ma i segni del declino sono chiari, e dal 1995 questi segnali si sono moltiplicati, uno dietro l'altro, trasformando una situazione già confusa in un collasso». Così scriveva nel 2005 l'intellettuale canadese John Ralston Saul, nel suo «The Collapse of Globalism, and the reinvention of the world». Secondo Saul assisteremo ancora per qualche anno a processi ormai inadeguati alle sfide globali, quali Davos ed il G8. Così in effetti è. Da Gleneagles a Heligendamm a Tokyo sembra che questa formula sia ormai giunta al capolinea. Oggi in Giappone si fa un doppio passo indietro rispetto agli impegni presi a Gleneagles sulla lotta alla povertà in Africa. Il Commissario Barroso annuncia un Fondo di un miliardo di euro per sostenere l'agricoltura su piccola scala, ma finge d'ignorare che l'agenda commerciale aggressiva dell'Unione verso gli stessi destinatari pregiudicherebbe la sovranità alimentare. La questione della coerenza non è solo fatto puramente accademico. Mentre ci si affretta a sancire l'irrilevanza e l'inadeguatezza del G8, quegli stessi governi riescono ad eludere le proprie responsabilità, lasciandosi dietro una scia altrettanto pericolosa per il futuro. Di fronte all'incapacità di trovare percorsi di azione condivisi e di alto livello, gli 8 «grandi» scaricano altrove il burden, il peso delle scelte, facendo di alcune istituzioni gli strumenti dei propri interessi, mentre questi dovrebbero invece essere luogo di condivisione equa degli oneri tra tutti i membri della comunità internazionale. Quindi alla Banca mondiale il compito di dettare i termini del post-Kyoto (cioè le politiche necessarie a contrastare il cambiamento del clima)) attraverso i fondi di «sviluppo pulito» (ossimoro che nasconde l'insidia del carbone e dei mercati di «permessi di emissione»); ai paesi produttori di cibo l'onere di abbattere le restrizioni all'esportazione. O di riempire i nostri serbatoi di carburante, magari «agro» (o «bio», come preferiscono benignamente chiamarlo). Più che illegittimo o incapace, questo consesso di governi dimostra di non avere le chiavi di lettura della realtà dopo la fine della sbornia neoliberista. Guai però a usare questo pretesto per licenziare quei governi dalle loro responsabilità e dagli impegni presi. Guai anche a credere che un'iniezione di denaro riesca a sedare un'economia malata e le convulsioni di un modello di sviluppo ormai alla corda. Se il Giappone decide di lanciare il proprio piano Marshall per l'Africa, la cosiddetta Ticad IV, in alternativa alla Cina, mentre l'Assemblea generale delle Nazioni Unite svolge una valutazione sugli stessi temi, allora ci si trova di fronte ad un grave scollamento, che delegittima ancor di più le Nazioni Unite. Come uscirne? Non certo aspettandosi dai G8 che producano cure per le loro malattie. Potrebbe essere però utile riconsiderare alcune proposte di democratizzazione dei processi di governo globale. Piuttosto che allargare il G8 ai paesi cosiddetti 05 («Outreach Five»: Messico, Brasile, Cina, India, e Sud Africa che con la Russia compongono il gruppo dei Bric-Sam, acronimo formato dalle iniziali rispettive), in un approccio simile alla «Coalition of the Willing», si potrebbe investire il Comitato Economico e Sociale dell'Onu del ruolo di aggregatore del cosiddetto L20. Ovvero i leader di 20 paesi Ecosoc rappresentativi delle varie regioni e blocchi economici, a rotazione.
Il limite di queste proposte è che riguardano esclusivamente i governi, tralasciando gli altri attori della governance. Un'altra proposta è stata di recente formulata da un delegato cileno, Eduardo Galvez, durante i lavori preparatori alla Conferenza di Doha su Finanza per lo Sviluppo (FfD + 5), che si terrà dopo l'estate. Galvez ipotizza che quel processo esclusivamente negoziale si trasformi in un percorso plurale nel quale i vari attori della governance globale abbiano uno spazio comune di discussione e impegno sui temi dello sviluppo e dei beni pubblici globali. Non c'è tempo da perdere, per evitare di lasciare spazio a chi (basta leggere l'ultimo saggio di Richard Haas «The Age of Nonpolarity», Foreign Affairs, Aprile 2008) annunciando l'era del mondo "non-polare" ritiene che alle vecchie istituzioni internazionali si possa sostituire un multilateralismo à la carte, sempre a uso e convenienza degli interessi dei paesi più ricchi e potenti.

 

Attentato a Kabul, l'obiettivo è l'India – Marina Forti

Una potente esplosione ha scosso ieri la capitale afghana Kabul, uccidendo 41 persone e rilanciando una guerra a distanza tra potenze e influenze straniere in Afghanistan. Obiettivo dell'attacco è infatti l'ambasciata dell'India; un attentatore suicida su un'auto imbottita di esplosivo si è buttato nel cancello d'ingresso mentre stavano entrando due veicoli dell'ambasciata. Almeno due diplomatici indiani sono dunque tra le vittime, l'attaché militare e l'addetto stampa - anche se la gran parte dei morti e dei 139 feriti sono persone che erano in fila per chiedere il visto, o negozianti: l'ambasciata dell'India si trova a Shahr-e-Naw («città nuova»), zona centrale di Kabul, in un viale alberato bordato di negozi. E' il più grave attentato avvenuto a Kabul dalla fine del regime dei Taleban nel dicembre 2001 - e uno dei più gravi in tutto il paese, secondo solo a quello che ha fatto un centinaio di morti a Kandahar in febbraio. Già questo basterebbe a far salire la tensione, in una città che ostenta una relativa, apparente calma ma si sente «accerchiata» dalle forze Taleban. Ma non solo. L'attentato, avvenuto intorno alle 8,30 di ieri mattina, ha scatenato accuse che rimbalzano ora tra Kabul, New Delhi e Islamabad. Il ministro dell'interno afghano afferma che l'attacco è stato realizzato «in coordinamento e consultazione con un servizio di intelligence attivo nella regione», allusione neppure troppo velata al Pakistan e al suo Isi, servizio di intelligence militare considerato una sorta di «stato nello stato» che fa e disfa la politica estera pakistana. Il presidente Hamid Karzai ha detto che il «vile attacco» vuole minare «le amichevoli relazioni dell'Afghanistan con il resto del mondo e soprattutto l'India». Già in passato Karzai ha accusato l'Isi pakistano di manovrare in Afghanistan, accusa che Islamabad ha regolarmente respinto: anche ieri, quando ha condannato l'attentato con parole dure. A New Delhi ieri il governo indiano ha tenuto una riunione d'emergenza e inviato un team di investigatori e medici a Kabul. Sebbene il governo non abbia ancora lanciato accuse formali, la stampa indiana nelle edizioni on line di ieri puntava il dito sul Isi. Per il momento non ci sono rivendicazioni. Un portavoce dei Taleban ieri pomeriggio ha negato ogni responsabilità. Certo è che l'ambasciata dell'India a Kabul non è un obiettivo casuale. L'India ha rafforzato la sua presenza in Afghanistan dopo il dicembre 2001. Ha aperto nuovi consolati a Herat e Mazar-i-Sharif (nell'ovest e nord), e riaperto quelli di Kandahar e Jalalabad (nel sud e est) che erano chiusi dal 1979. Soprattutto è diventata uno dei principali «donatori», impegnando 750 milioni di dollari per la ricostruzione. Anche il commercio bilaterale è cresciuto in fretta, da quasi zero a 225 milioni di dollari nel 2006-2007, e l'India ha fornito aerei Airbus alle scalcagnate linee aeree afghane. Oggi circa 3.000 tecnici e ingegneri indiani lavorano in Afghanistan nei settori della sanità, istruzione, energia e telecom; stanno costruendo elettrodotti nel nord e una strada di 200 chilometri nel sud, impianti solari nei villaggi, pozzi a Kabul. E sono stati spesso oggetto di attentati. Insomma, l'India torna in Afghanistan (su cui aveva perso ogni influenza dopo aver appoggiato nel '79 l'invasione sovietica e poi il governo filo-sovietivo di Najibullah): e questo allarma il Pakistan, che dopo essere stato la retrovia della guerriglia antisovietica negli anni '90 aveva messo il suo peso a sostegno dei Taleban, la forza islamica di estrazione pashtoon che ha governato l'Afghanistan fino al 2001. I due vicini-nemici, Pakistan e India, competono insomma per l'influenza nel paese che entrambi considerano parte della propria «profondità strategica». L'attentato di Kabul segnerà una nuova escalation di tensione tra i due. L'attentato di Kabul è allarmante inoltre perché segna che quella afghana «è ormai una guerra aperta su scala regionale», ci dice al telefono Ahmed Rashid, il giornalista pakistano che più ha scritto sui Taleban in Afghanistan (il suo ultimo libro, «Descent into caos», tratta del Pakistan e della dimensione regionale della crisi afghana). I Taleban sono all'attacco in Afghanistan e Pakistan, fa notare Rashid scorrendo la cronaca delle ultime settimane, dall'evasione dal carcere di Kandahar alla ripresa di guerra nei distretti di frontiera pakistani, fino all'attacco suicida di domenica presso la simbolica «moschea rossa» di Islamabad. «In Pakistan c'è un governo debole e diviso, e così a Kabul; a Washington c'è un presidente agli sgoccioli: i Taleban e al Qaeda approfittano del vuoto di potere e sono all'offensiva». E la guerra («certo che va chiamata così, l'eufemismo "missioni di pace" non è sostenibile») ormai non è confinata al solo Afghanistan, sottolinea Rashid: «Hai Taleban pakistani, e taleban afghani, tutti sono all'offensiva. Sì, penso che sia una strategia coordinata su scala regionale, e temo ci sarà un'escalation. Ma sembra che le potenze mondiali, che pure hanno truppe in Afghanistan, possano farci molto poco».

 

«Caro Maroni, ecco il polpastrello» - Giacomo Russo Spena

ROMA - «Quale mano devo sporcare d'inchiostro?», chiede un ragazzo. «E' uguale, basta che segni le impronte di tutte e cinque le dita», risponde l'attivista seduta al banchetto che gli porge poi il modulo su cui dare le «polpastrellate» e scrivere nome e cognome. Una volta compilato, è pronto per esser mandato al ministro degli Interni Maroni. «Avanti il prossimo», urla la giovane. Alla fine saranno più di tremila i fogli compilati, con le persone che pazientemente fanno la fila aspettando il proprio turno, sotto un sole a picco che spacca i sampietrini di piazza Esquilino a Roma. Una volta sporcate le mani d'inchiostro molti vanno a casa. Qualcun'altro invece rimane a far numero e ad ammirare i discorsi dei tanti artisti, vere attrazioni della mobilitazione, accorsi per la situazione. «Siamo qui - dice Massimiliano - per esprimere solidarietà alla popolazione rom. Troviamo la proposta di prendere le impronte pienamente discriminatoria. Conosco tanti di loro che vogliono inserirsi socialmente, ciò che manca è una vera opportunità di integrazione». Gli fa eco Renata, la quale dichiara di voler lasciare le proprie impronte «per provare la stessa sensazione che hanno quelli che subiscono queste cose». Le associazioni antirazziste ieri in piazza contro il pacchetto sicurezza del governo e ogni forma di schedatura etnica, «né impronte digitali, né foto segnaletiche» dicono, si dichiarano contente per l'andamento della giornata. Non si aspettavano tanta partecipazione, in un momento di crisi della sinistra sociale e politica. «Avevamo stampato 650 moduli, siamo stati costretti ad andare a fare le fotocopie», afferma con entusiasmo l'Arci. «Questa - sostiene il presidente Paolo Beni - è una sana provocazione culturale per parlare alla città e denunciare una situazione grave». In cui il governo alimenta l'industria della paura per aumentare il consenso, alimentando inoltre pregiudizi contro i rom e sinti. Infatti i manifestanti, oltre a sottolineare il disegno «razzista» dell'esecutivo, che «discrimina una minoranza su base etnica rievocando periodi bui della storia del '900», accusano l'aspetto demagogico e populista: «Non serve a diminuire la criminalità». «Questo bisogno di sicurezza mi sembra venga dall'alto, i rom rischiano di diventare 150 mila capri espiatori», dice lo scrittore Andrea Camilleri mentre fa vedere ai fotografi la mano sporca d'inchiostro. «Qui c'è il rischio che si inizi con loro e si finisca a schedare tutti i dissidenti». E se qualcuno, di una generazione più giovane, gli fa notare che forse sta esagerando, sbotta: «Beato te, che a differenza mia non hai vissuto il fascismo». Camilleri non è comunque il solo esponente del mondo della cultura in piazza: Dacia Maraini («Ogni censimento su base etnica è un atto di razzismo», dichiara), Moni Ovadia, il sinti Antun Blasevic e i registi Virzì e Luchetti sono braccati dai giornalisti. C'è anche Ascanio Celestini, acclamatissimo, che ripete a tutti come nel paese ci sia un'emergenza democratica, non risparmiando poi critiche al centrosinistra: «La gente ha votato il governo Prodi sperando in un cambiamento che non c'è stato». E ora? «Il Pd non è opposizione» e l'ex Arcobaleno «non so dov'è». In realtà ieri Rifondazione, Verdi, Pdci e Sd hanno battuto un colpo. Presenti vari esponenti tra cui Ferrero, Giordano, Mussi, Bonelli e De Pretis (la quale lancia la «disobbedienza civile» sulla questione delle schedature). Il Pd non è rimasto a guardare. Franceschini, Bindi e Turco hanno «donato» le loro impronte contro un provvedimento criticato anche dall'Europa e dagli organismi internazionali. A sorprendere comunque, più che la loro presenza, è stata la partecipazione della gente comune e delle associazioni. All'Esquilino, a fianco allo sventolio delle bandiere dell'Arci e della Cgil, qualche signore porta al collo i fazzoletti dell'Aned (associazione nazionale ex deportati) e altri i simboli della pace. Molti anche i soggetti direttamente colpiti da Maroni. Come Nazareno Guarnieri, presidente dell'associazione «rom e sinti insieme», che fa notare come in questa fase ci sia la totale «assenza di politica»: «Con la schedatura non si risolve nulla - dice - Mancano invece gli strumenti per reali percorsi d'integrazione, come sul diritto all'abitare». Tutti d'accordo infatti nel superamento dei campi, un'anomalia italiana. «Con questo scopo, il censimento andrebbe pure bene - aggiunge Paolo Beni - ma non è così». Intanto l'attore teatrale ebreo Moni Ovadia sottolinea come sia «grave» perseguire le colpe individuali scambiandole per colpe collettive: «Se Gesù fosse nato oggi, sarebbe stato un rom». Poi lancia la proposta del nobel per la pace al popolo sinti, «l'unico in Europa a non aver né fatto né tantomeno progettato guerre». Anzi, è da un secolo che viene represso. Tante le persone che si sono presentate ieri in appena due ore al banchetto dell'Arci all'Esquilino per consegnare le proprie impronte da inviare a Maroni. Ed è solo l'inizio.

 

Arabi in divieto di sosta - Luca Fazio

MILANO - Vista dal bar La vecchia Milano dal 1936, la vicenda della mitica moschea di viale Jenner, o meglio del garage qui a fianco che è diventato luogo di culto per migliaia di musulmani disturbando gli inquilini di un palazzo durante il giorno di preghiera, è ancora più triste del previsto - senza nemmeno il brivido del terrorismo internazionale che in altre stagioni aveva mandato inutilmente in fibrillazione mezza procura di Milano. Succede che il centrodestra sta alzando strumentalmente il tiro contro gli arabi anche per regolare conti interni (nel 2009 si vota in Provincia e la Lega vuole capitalizzare il suo crescente consenso e sbarrare la strada a postfascisti e berluscones), e succede che il centrosinistra come sempre tace, perché non esiste. Quindi, acconsente. Solo la curia milanese, come sempre, ha avuto il coraggio di dire che solo uno stato fascista può impedire la libertà di culto e chiudere moschee. Sbuffa e risponde al telefonino Abdel Hamid Shaari, il direttore dell'Istituto culturale islamico. Come si dice Penati in arabo? Pe-na-ti, uguale. Ma che c'entra il presidente di ferro della Provincia di Milano? «Poteva starsene anche zitto - sbotta Hamid Shaari - lo ha fatto per cinque anni e adesso apre la bocca per dire che vuole multarci tutti perché siamo di intralcio mentre preghiamo: ma se non riescono nemmeno a multare le automobili sul marciapiede! La Provincia è proprietaria di diversi immobili, mi aspettavo che si presentasse con una proposta costruttiva, abbiamo i soldi per pagare un affitto, qui paghiamo 8 mila euro ogni tre mesi. Noi chiediamo da anni uno spazio che non sia fuori dalla città e che sia servito dai mezzi pubblici. Invece qui si sta facendo a gara a chi è più leghista dei leghisti». A (ri) aprire la questione - sbuffa ancora Hamid Shaari, «sembra di essere tornati indietro di 15 anni» - è stato il ministro degli interni Bobo Maroni. Abita a Lozza (Varese) e, per tornare a casa tutti i sabati, si è inventato la riunione straordinaria del venerdì pomeriggio per la sicurezza di Milano, il miglior palcoscenico per rilanciare i suoi tormentoni celoduristi/razzisti: zingari (fatto), Leoncavallo (fatto), viale Jenner (fatto), e venerdì prossimo chissà...Dopo, a ruota libera, è stato tutto un prendere posizione pro o contro la moschea di viale Jenner, anche se, come ha precisato Maroni, forse pensando di essere su scherzi a parte e non titolare del dicastero più delicato, «nessuno ha intenzione di chiuderla ma solo di spostarla». Ah! Troppo tardi, ormai. La peggiore delle dichiarazioni - e multiamoli tutti questi che pregano.. - è stata stoppata direttamente dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, il quale così ha liquidato la genialata di Penati (ovviamente Pd): «Impossibile, per multare 4 mila persone ci vogliono 30 mila poliziotti, e poi la multa a chi la mandiamo!?». Già. Non è stata questa l'ultima boutade. Il comune di Milano, infatti, mandando avanti il vice sindaco Riccardo De Corato, in queste ore ha provato a formulare un'altra proposta indecente, quasi quanto quella delle multe: affittare ai musulmani, una volta alla settimana, un palazzetto dello sport (Vigorelli) per qualche ora di preghiera. Come dire, niente moschea. «Una soluzione di questo tipo se la scordino», taglia corto Abdel Hamid Shaari, dando l'impressione di sapere che per una soluzione più mediata e ragionevole bisognerà attendere ancora qualche tempo. Anche nel centrodestra però qualcosa comincia a scricchiolare, e non è un caso se il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, si è allargato come fa di solito dicendo di essere pronto a dare una mano lui per primo: «Se ci fosse la richiesta di una grande moschea, credo che la città di Milano dovrebbe esaminarla». Guarda nella stessa lucrosa e intelligente direzione anche Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, e questa è l'unica notizia che poggia su fondamenta sicure: «Milano si avvia a diventare città multietnica, in questa prospettiva non può disconoscersi l'esigenza di un tempio destinato alla comunità islamica». Che ne dirà il sindaco con i super poteri destinata a rifare la città in vista dell'Expo 2015? Mistero. Oggi, forse, Moratti si degnerà di far sapere al mondo - lei gira il mondo, e le notizie sulla sua città anche... - cosa pensa di fare per evitare che l'immagine di Milano venga associata al fine Roberto da Lozza («vertice» oggi nelle stanze del Prefetto, quello delle impronte per i piccoli rom che ancora aspettano l'inchiostro). L'opposizione (quei pochi che non hanno a che fare con il Pd e che solitamente prendono la parola) ha sparato ad alzo zero contro Palazzo Marino. Dal Prc a Sd: «La lega da anni impedisce il trasferimento della moschea, e tutti fanno finta di non sapere che da sempre il centro islamico sta cercando un luogo diverso » (Luciano Muhlbauer, Prc regionale) e «Il Comune deve smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia, è necessaria la costruzione di una moschea» (Chiara Cremonesi, Sd milanese). Abdel Hamid Shaari ha già visto appartamenti, capannoni, cascine da ristrutturare, alcuni sono troppo cari, altri necessitano di un interessamento del Comune di Milano - «un affitto congruo, noi paghiamo». Altrimenti? «Voglio vedere in un paese che si dice civile chi avrà il coraggio di chiudere un luogo di culto. Ci proveranno pretestuosamente parlando di inagibilità delle strutture, già oggi hanno mandato i pompieri, ma non basta dire che non c'è un estintore, e se anche fosse lo compriamo. Mi auguro che sindaco e prefetto agiscano con saggezza, sarebbe assurdo umiliare 80 mila persone che praticano la religione islamica, mi auguro che non si arrivi a uno scontro così plateale».

 

Fiat, crisi annunciata - Loris Campetti

La cassa integrazione in tutti gli stabilimenti italiani dell'auto Fiat non è che la cronaca di una crisi annunciata. Se il mercato europeo delle quattro ruote è in rosso per la crisi internazionale e per il prezzo del petrolio volato alle stelle, quello italiano è messo ancora peggio: agli elementi globali si sommano quelli interni, primo tra tutti il forte calo dei consumi legato alla progressiva e brutale perdita di potere d'acquisto dei salari (e delle pensioni), mentre i prezzi vanno su. Dunque, ecco la cassa integrazione per alcune settimane ad agosto, settembre, ottobre e dicembre. Si salva soltanto lo stabilimento di Cassino in cui si costruiscono le vetture del segmento C. Un'altra fabbrica che non risente della crisi delle vendite è quella della Sevel in Val di Sangro a cui è assegnata la produzione dei veicoli commerciali, settore in cui la Fiat continua a crescere in un mercato che resiste ai morsi della crisi, sia in Italia (dal 41,8 al 44,4%) che in Europa (dall'11,7 al 12,4%). Il buon andamento del Ducato è confermato dalle decisione del Lingotto di trasferire 160 lavoratori di Melfi alla Sevel, comunicata dai torinesi la scorsa settimana quando sono stati annunciati i primi 4 giorni di cassa nello stabilimento lucano, attaccati alle ferie estive. A Mirafiori si fermeranno a rotazione per una settimana a settembre, ottobre e novembre tutte le linee di montaggio con l'esclusione di quella della Mito, l'ultima nata di casa Alfa. La Fiom torinese fa notare che la cassa integrazione, pur attesa, non è meno grave per le migliaia di lavoratori che per una settimana di fermo si vedono decurtato del 35% uno stipendio già debolissimo. Al taglio salariale si aggiunge quello occupazionale: i dipendenti nel perimetro dello stabilimento, quasi 16 mila, sono già diminuiti di alcune centinaia con il blocco del turnover e, in seguito alla crisi, le nuove assunzioni annunciate da Marchionne non si sono viste. E' vero che la più grande fabbrica Fiat è stata messa a valore - con la ristrutturazione di aree, il Motor Village, il Centro sperimentale all'officina 83, l'acquisizione dell'Abarth e della direzione Cnh - ma ciò non ha sortito effetti consistenti sul versante occupazionale. Una linea della Grande Punto si fermerà a Melfi per una settimana al mese da agosto a novembre, la linea della Lancia Ypsilon si fermerà a Termini Imerese per una settimana a ottobre e due a novembre e a Pomigliano, dove si costruiscono la 147, la 159 e la Gt Alfa, le settimane di cassa saranno due a settembre, una a ottobre e una a novembre. Anche gli stabilimenti Cnh a San Mauro e Imola subiranno alcune settimane di fermo produttivo. La domanda preoccupata che si pone la Fiom è se davvero si tratti di cassa integrazione «straordinaria», e cioè se la crisi dei mercati che la determina sia di natura congiunturale, come affermano al Lingotto, o non sia invece strutturale. Chi è in grado di garantire, tanto per intederci, che il prezzo del petrolio non continuerà a crescere, magari verso i 200 dollari al barile come non pochi analisti prevedono? Se fosse così, difficilmente i mercati potrebbero riprendere la corsa. La Fiat potrebbe comunque cavarsela, grazie ai risultati positivi in Brasile e in alcuni altri punti della sua globalizzazione e grazie ad altri settori non toccati dalla crisi, ma ciò non avrebbe effetti significativi sull'occupazione negli stabilimenti automobilistici italiani. Non saranno le componenti della vecchia Punto prodotte a Mirafiori e spedite per l'assemblaggio a Kragujevac, alla Zastava serba, a togliere dai guai gli operai torinesi. Né la conferma delle previsioni degli utili da parte di Marchionne. Ieri è arrivata la conferma dell'avvio dell'assemblaggio in autunno in Iran, nello stabilimento di Saveh, della Siena, uno dei modelli della world-car Fiat. Le componenti arriveranno dallo stabilimento turco di Bursa. A regime, la fabbrica iraniana dovrebbe sfornare 250 mila vetture l'anno dei modelli Siena, Palio, Palio weekend e del pick-up Strada. In futuro potrebbe aggiungersi anche l'Idea.

 

Liberazione – 8.7.08

 

Auguri (e critiche) ai girotondi - Piero Sansonetti
Ieri sera sono stato alla manifestazione dell'Arci, a Roma. Molto bella, grande, alcune migliaia di persone si sono messe in fila, sotto un sole bollente, per lasciare le proprie impronte digitali. Una protesta contro le leggi e le disposizioni razziali del governo. Magari dispiace che a questa iniziativa abbia preso parte proprio di striscio il mondo politico. Ho contato solo cinque parlamentari: Livia Turco, Dario Franceschini, Rosy Bindi, e Luigi Manconi (tutti del Pd) e Marco Perduca (partito radicale). Poi c'erano i dirigenti della sinistra, Giordano, Ferrero, Sentinelli, Russo Spena, Mussi, Bonelli, Fumagalli e vari altri. Evidentemente alla politica italiana, al Palazzo, del problema che l'Italia rischia di precipitare di nuovo in una situazione di inciviltà e di razzismo - persino di razzismo di Stato - non gliene frega niente. In Parlamento siedono quasi mille persone e di queste più di 400 fanno parte dell'opposizione. Al 99 per cento di loro - cioè al 99 per cento dell'opposizione politico parlamentare - la persecuzione dei rom e dei sinti non appare una urgenza, e neppure argomento meritevole di qualche impegno. C'è da stupirsi? No, c'è da disperarsi. Non c'è molto da stupirsi perché in realtà la campagna razziale e repressiva, in parte, fu lanciata proprio dal centrosinistra, circa un anno fa, quando al gruppo che dirige il Partito democratico sembrò opportuno assecondare una ondata un po' reazionaria e xenofoba dell'opinione pubblica e dei giornali. Il Pd pensò di poter trarre benefici elettorali da un comportamento politico che strizzasse l'occhio al leghismo. E nacque lì l'idea di rompere con la sinistra, la quale si ostinava a porre insopportabili questioni di principio e di civiltà davanti ai calcoli politici e alle esigenze del moderatismo. La politica italiana subì una svolta. Una secca svolta a destra. Proprio perché le cose andarono così, oggi ci fa un immenso piacere - vero, forte, sincero - sapere che Dario Franceschini, che di quel gruppo dirigente del Pd faceva parte, si è deciso a compiere una scelta coraggiosa e a scendere in piazza in difesa dei rom. Purtroppo, in piazza, non ha trovato quasi nessuno dei suoi. E questo è un problema gravissimo. Perché se di fronte a una spinta razzista che viene dalla destra al governo, l'opposizione non reagisce, e cede, o tratta, o prende tempo, allora davvero si profila il rischio di regime. Il regime non è una situazione politica nella quale la destra è molto aggressiva: è una situazione politica nella quale l'opposizione rinuncia alle sue funzioni essenziali, o si rifugia nell'attività politica che investe solo temi specifici e marginali. Il mio timore è che in Italia stia succedendo qualcosa del genere. E in qualche modo questo timore - paradossalmente - è confermato dalla manifestazione indetta per oggi, a piazza Navona, dai girotondi, da Flores d'Arcais, Furio Colombo, Di Pietro, Pardi e i girotondi. E' una manifestazione che probabilmente sarà molto grande, avrà una formidabile carica antiberlusconiana ed antigovernativa, porterà in piazza insieme alla componente maggioritaria ed egemone dell'opposizione - e cioè quella liberale - anche settori di sinistra, dei suoi partiti, delle associazioni e dei movimenti. Io auguro alla manifestazione di riuscire, di essere grande. Perché penso che possa aiutare a frenare il dilagare del berlusconismo. Al tempo stesso penso che sia un fatto doloroso che la prima grande prova di forza dell'opposizione - mentre è in corso una vera e propria crisi di civiltà, mentre i problemi del lavoro diventano giganteschi, mentre la crisi economica si aggrava e va a pesare tutta sui più poveri, eccetera eccetera... - la prova di forza, dicevo, avvenga su un tema che non riesco a considerare fondamentale come quello del rapporto tra politica e giustizia. Tema peraltro assai spinoso, complesso, che non può essere risolto solo con una conta tra chi sta con Berlusconi e chi coi giudici. Io, per esempio, resto tra quelli che considerano l'indulto una ottima cosa. Sono tra quelli che vorrebbero una amnistia. Sono tra quelli che giudicano positivo se un certo numero di reati minori (la cosiddetta microcriminalità) siano perdonati e cancellati. Sono tra quelli che considerano un obbrobrio la decisione di far diventare la clandestinità reato e le direttive che consentono la detenzione (senza processo) per 18 mesi in un Cpt. Capite bene che non mi riesce facile scendere in piazza con uno come Di Pietro (che considero uno degli esponenti più dignitosi e rigorosi della destra politica italiana) il quale su tutti questi argomenti la pensa in modo esattamente opposto. E che tra l'altro - è una ferita che ancora scotta - ha affossato la commissione parlamentare sui misfatti della polizia a Genova 2001. «E allora?» direte. Allora penso che la sinistra non abbia più moltissimo tempo davanti a sé. Deve spicciarsi a rimettersi in piedi e a riprendere l'iniziativa. E' morta se si accoda ai centristi, ma anche se resta con le mani in mano, se rinuncia a una politica delle alleanze, se si avvita su se stessa. Spero di poter prestissimo vedere una piazza di sinistra, piena, forte e in grado di dettare temi e tempi all'agenda politica. Spero nell'autunno caldo.

 

Tremila impronte volontarie. Camilleri: «Siamo tutti rom»

Daniele Nalbone

Oltre tremila schedati a Roma. Per la gioia del ministro Maroni che alla sua collezione di rom, ai quali vigili urbani e polizia di Stato hanno già cominciato a prendere le impronte, ora potrà aggiungere le prime migliaia di cittadini italiani, una coppia di turisti inglesi - che ha chiesto cosa accadesse e sconvolta dalla spiegazione si è messa in coda sotto il sole per farsi schedare - e, dulcis in fundo , per il gaudio del Premier ben due toghe, sicuramente "rosse": i magistrati Rita San Lorenzo, segretaria nazionale di Magistratura Democratica, e Angelo Caputo. Un successo oltre ogni previsione per "Schedateci tutti", manifestazione promossa dall'Arci a Roma, in Piazza dell'Esquilino, contro il censimento "etnico" del governo con tanto di rilevazione di impronte digitali, minori compresi, per tutti i residenti nei cosiddetti "campi nomadi". «Un gesto simbolico, provocatorio per dare visibilità all'indignazione di quella che, sono certo, è la maggioranza degli italiani» spiega il presidente dell'Arci, Paolo Beni. A farsi schedare sono accorsi molti volti noti della cultura e della politica. Tra i primi in fila, lo scrittore siciliano Andrea Camilleri, con l'immancabile sigaro in bocca: «Non avrei mai pensato di essere felice di lasciare le mie impronte digitali, ma ho sentito il bisogno di farlo perché ritengo ignobile schedare un'etnia - commenta amaro - I rom oggi sono la reincarnazione politica degli untori manzoniani: allora bisognava trovare i colpevoli della peste a Milano, oggi il governo li sta usando per trovare il "mostro" che genera insicurezza. Ebbene, posso affermare che qui, oggi, siamo tutti rom e tutti clandestini». Mentre lo dice mostra con orgoglio una maglia che recita "Siamo Tutti Clandestini" (made by Carta ). E a chi gli chiede un messaggio da mandare al ministro Maroni, il padre del più famoso commissario d'Italia si avvale della facoltà di non rispondere, «altrimenti sarei accusato di ingiurie e vilipendio della Repubblica». Hai capito Montalbano... Ascanio Celestini, mentre si fa inchiostrare i polpastrelli, la prende di petto «oggi i rom, domani potrebbe essere il momento dei grassi, dei nani... anzi, dei nani non credo (e nemmeno dei pelati)... degli anziani, di chi beve, di chi fuma... Lo Stato si arroga un diritto paternalista che non ha: dietro la formula del "se non hai niente da nascondere, non temere" si comporta come un padre che entra nella stanza del figlio senza permesso in quanto si ritiene "superiore e portatore di un interesse superiore". Dice di farlo per la famiglia, per la Patria. All'appello manca solo Dio...». Altro schedato illustre, Moni Ovadia che attacca «la falsa verginità di Maroni»: «Il suo provvedimento non è per la legge, per la gente, per la sicurezza ma contro la legge, contro la gente e genera insicurezza perché oggi, in Italia, si stanno perseguitando persone e bambini non per quello che fanno ma per quello che sono. Per questo ho reagito prima vomitando a casa quando ho saputo la notizia poi lasciando le mie impronte». Importante (e non attesa) anche la partecipazione dei politici di quel che fu il centrosinistra al governo: Paolo Ferrero, Rosi Bindi, Livia Turco, Fabio Mussi, Patrizia Sentinelli con Franco Giordano, Furio Colombo, Giovanni Russo Spena, Dario Franceschini... Ci sarà una chance d'opposizione almeno su questo? Il tutto, sotto le telecamere dell'emittente tedesca 3 Sat Tv che mentre intervista il mediatore culturale rom e sinti, Nazareno Guarnieri, non crede ai suoi microfoni: «Una reazione popolare a una governo "fuori di testa"», commenta il giornalista, «in Germania, oggi, una politica simile porterebbe a una rivoluzione». «Ma noi non possiamo fare la rivoluzione - si inserisce Tony Blazevic Antun della comunità rom della capitale - perché non siamo a casa nostra. Perché una casa non ce l'abbiamo». «Tutta questa gente è qui per questo! Per voi!» urla la signora Bianca, 83 anni, che allarga il dibattito tv. «Io sono coetanea di Camilleri e della leggenda dei rom cattiva gente e italiani brava gente ne sento parlare da quando ho cinque anni. Da quando c'era "lui". Questa di oggi è una piccola rivoluzione».

 

Sì all’immunità al posto del blocca-processi - Romina Velchi

Segnali. Tattica. Calcolo al secondo dei tempi. La partita della giustizia si gioca così, in queste ore: piccoli passi, perché il sentiero è strettissimo. Il primo di questi piccoli passi lo ha fatto ieri il governo, proponendo di accelerare l'iter del disegno di legge sul cosiddetto lodo Alfano, l'immunità per le più alte cariche dello stato, fino a "scavalcare" il decreto sulla sicurezza, il cui arrivo in Aula era previsto per domani. Una manovra chiarissima, il cui scopo è quello di incassare il provvedimento nei due rami del parlamento entro l'estate e, poi, decidere la sorte della contestatissima norma blocca-processi, contenuta nel decreto sicurezza. L'operazione è già iniziata. Le commissioni riunite giustizia e affari costituzionali, ieri impegnate nella votazione degli emendamenti al decreto sicurezza, hanno accantonato l'articolo relativo al blocca processi. E poi, in serata, la conferenza dei capigruppo ha rivoluzionato il calendario dell'Aula: il ddl, che era atteso il 28, sarà invece votato giovedì al posto del decreto sicurezza. Inoltre, il ministro della giustizia Alfano ha già incaricato gli uffici di studiare le modifiche al salva-premier: si pensa di escludere l'automaticità della sospensione e di affidarla al giudice. Un segnale "distensivo", ma non poi tanto. Certo, se le cose andassero per il verso giusto il primo ad essere contento sarebbe proprio il presidente Napolitano, che firmando il lodo ha già di fatto dato il suo assenso, mentre assai poco apprezza il "blocca-processi". Ma maggioranza e governo non si sognano di annunciare ufficialmente che la norma sarà cancellata. Anzi, Niccolò Ghedini, parlamentare del Pdl nonché avvocato del premier, parla nientemeno che di «baratto scellerato»: per lui, insomma, il blocca-processi non s'ha da toccare. Così, la norma resta lì, in stand by; garanzia per ogni evenienza. Una delle quali, per esempio, è legata alla decisione che sarà presa in settimana dal tribunale di Milano: se, cioè, sarà accettata la richiesta di ricusazione del giudice Gandus (avanzata dai legali di Berlusconi) oppure no (un segnale positivo è già arrivato da Napoli, dove è stata accolta la richiesta della difesa del premier di trasferire a Roma l'inchiesta sulle intercettazioni Rai). Il Pd, ufficialmente, non vuol sentir parlare di scambi. I capigruppo di Camera e Senato, Antonello Soro e Anna Finocchiaro, ribadiscono che, perché il dialogo possa riprendere, deve essere prima eliminata la norma blocca-processi. E poi, il partito di Veltroni è disponibile ad discutere del lodo Alfano, a patto che la norma entri in vigore dalla prossima legislatura. Il che, evidentemente, non è quello che serve al governo. Ma, fa osservare il leghista Giorgetti, la "soluzione sorpasso" «fa contenti tutti». Insomma, la maggioranza sa bene che Veltroni non può dire sì, ma il "gesto" di rinviare il blocca processi potrebbe servire al Pd per rinunciare all'ostruzionismo. C'è, infatti, un problema di tempo: il lodo deve andare in porto rapidamente, per non mettere a rischio il decreto sicurezza, che scade il 25 luglio. E bisogna considerare che, se modificato, il provvedimento dovrebbe tornare al Senato. Il Partito Democratico, comunque, ha pochi margini di manovra. Il governo in parlamento ha i numeri, come fa notare Pier Ferdinando Casini, per approvare tutto, lodo e salva-premier. Perciò, andrà avanti su questa strada, sorpasso compreso, che il Pd sia d'accordo o no. Tanto più che l'opposizione è divisa in tre. Casini, infatti, ha già detto di essere favorevole allo "scambio": «La nostra - spiega il deputato Udc Roberto Rao - è l'ultima mediazione possibile. Dopo di che non c'è più nulla». Sarebbe di nuovo muro contro muro. Un'eventualità sgradita alla Lega, che teme possano andarci di mezzo le riforme (federalismo fiscale in primis). Tanto che al Pd il ministro Calderoli manda a dire: «Non importa se nasce prima l'uovo o la gallina, ma se la gallina fa l'uovo e possiamo mangiare la frittata». Totalmente diversa la posizione dell'Italia dei valori, che con Antonio Di Pietro urla allo scandalo: «E' umiliante assistere ad un Parlamento che si piega. Non accadeva nemmeno nel Ventennio. Si sta consumando un reato gravissimo e osceno con il Parlamento posto sotto ricatto e che paga un riscatto. Il Parlamento si piega a uso e consumo del capo del governo che vuole l'impunità e compravende la legge».

Al Convention center di Sapporo si tiene l'assemblea generale del Forum contro il summit del G8 - Franco Berardi Bifo

Sapporo - Al Convention center di Sapporo si tiene l'assemblea gnerale del Forum contro il summit del G8. La sala è affollata di rappresentanti delle Ong e dei movimenti asiatici. Arrivano notizie sugli arresti del giorno precedente: quattro ragazzi finiti senza colpa sotto i manganelli della polizia alla fine di una manifestazione che più pacifica e ordinata (quasi pateticamente ordinata) non poteva essere. Il centro della discussione, qui al Convention center, è una valutazione del ruolo del G8, come istituzione e come strumento delle politiche globaliste. Parla per prima Juniko Edahiro, una rappresentante delle Ong giapponesi invitata a partecipare alla commissione sule politiche dell'ambiente del G8, alla quale alcuni rappresentanti del movimento ambientalista giapponese rimproverano una posizione di mediazione con le posizioni inaccettabili che il summit ha elaborato. Poi parla Jurgen Maier, dei Verdi tedeschi, che svolge una riflessione molto documentata sul consumo energetico nel mondo. Dalla sua analisi emerge che i paesi che partecipano al G8, pur avendo soltanto il 13 per cento della popolazione mondiale, consumano il 60 per cento delle risorse mondiali, sono responsabili del 39 per cento delle emissioni inquinanti attuali, e del 62 per cento delle emissioni inquinanti passate. Naturalmente per avere un quadro più completo della situazione presente delle emissioni inquinanti occorre considerare il fatto che al G8 non partecipano India, Cina e Brasile, i paesi che hanno una più intensa crescita in fatto di consumo delle risorse e in fatto di emissioni. Passando poi alle proposte, Meier osserva che solo una rivalutazione delle politiche di regolazione nazionale può portare ad un effettivo incremento della domanda di energia rinnovabile, perché le fonti di energia rinnovabile non possono essere gestite se non su scala locale. Interviene poi Medha Patkar, rappresentante del Save Narmada Movement. Medha Patkar è una signora dai capelli bianchi e dalla corporatura minuta che con voce fermissima e con una forza retorica impressionante denuncia gli investimenti delle potenze industriali che provocano la devastazione ambientale del suo paese, l'India. In particolare Medha attacca il Giappone, fra i principali responsabili di quella politica che minaccia di distruggere le abitazioni e la vita stessa di centinaia di migliaia di contadini della costa occidentale indiana. Il suo intervento è dedicato anche a una critica delle politiche di conversione bioenergetica. Anche queste hanno dimostrato di produrre effetti devastanti non solo sull'ambiente ma anche sulla disponibilità di risorse alimentari. E allora? Si chiede, poi la signora Patkar. E allora non resta che ripensare profondamente le scelte economiche fondamentali, prima di tutto rimettere in discussione la crescita e restituire la decisione politica ed economica alle comunità locali. Non c'è contraddizione, conclude, fra sviluppo e ambiente, a patto che con la parola sviluppo si intenda il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, e non l'aumento dei profitti delle corporation . Per finire interviene Walden Bello, il leader filippino di Focus On Global South. Il suo intervento è stato a mio parere illuminante e decisivo, perché ha costituito una messa a punto indispensabile della funzione che il G8 svolge in questo momento, e soprattutto della maniera in cui i movimenti della società civile hanno visto finora il Summit "dei grandi" e sulla scelta politica che debbono compiere oggi. Per sintetizzare il suo pensiero Bello conclude dicendo che dobbiamo chiedere l'abolizione del G8 e chiedere che quello di Hokkaido sia l'ultimo incontro di questa istituzione. Ma per giungere a questa conclusione Bello svolge una analisi storica molto interessante. Anzitutto definisce il ruolo che l'organismo internazionale dapprima chiamato G7 si è attribuito fin dalla sua origine, nel pieno della crisi energetica degli anni '70: un organo non eletto di governo sull'economia mondiale finalizzato alla privatizzazione, alla deregulation e all'aumento dei profitti delle grandi corporation internazionali. Ma qual è stato, si chiede Bello, l'atteggiamento dei movimenti della società civile negli ultimi anni, dopo la grande sollevazione spontanea del 1999 contro il Wto? Il momento di passaggio determinante è stato Genova. In quella occasione il movimento globale ha chiarito che il G8 non è affatto un organo per la soluzione dei problemi del mondo, ma la fonte di queti problemi. Per questo a Genova emerse chiaramente l'intenzione di opporsi all'azione del G8 ed alla sua stessa esistenza, in quanto illegittima e pericolosa. Dopo quel momento, dice ancora Bello, il movimento passa attraverso una fase complessa, nella quale le organizzazioni non governative svolgono un ruolo che talvolta diviene contraddittorio. Nel 2005 il summit si svolse in Inghilterra, e il leader laburista Blair in quell'occasione aiutato da personaggi come Bono e Bob Geldof, tentò di offrire un'immagine nuova del G8, e di accreditarlo come organo di mediazione e di integrazione degli organismi rappresentativi della società civile. Ma le politiche reali delle potenze occidentali non attenuarono affatto il rigore neoliberista che le aveva caratterizzate. E nel 2007, a Rostock, il movimento si propose di tornare allo stile politico di Genova, pur non avendo più la forza dei trecentomila che fecero del luglio 2001 il momento più alto della storia dell'opposizione contro il capitalismo liberista. Oggi, conclude Bello, qui in Giappone, noi dobbiamo ribadire in maniera definitiva che il movimento non nutre alcun dubbio sulla funzione di questo organismo, che peraltro è oggi rappresentato da leader screditati e privi di ogni visione innovativa. Abolire il G8 è la sola proposta con la quale il movimento si deve presentare all'appuntamento.

 

Caro fratello Barack, nel nome di Jefferson ti chiedo una rivoluzione - Lisa Clark*

Caro Fratello Barack, ti scrivo oggi, 4 luglio, Festa statunitense dell'Indipendenza. Commemoriamo la liberazione di un popolo che si impegnava a realizzare un grande sogno. «Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità». Thomas Jefferson, padre dell'Indipendenza e principale estensore della Dichiarazione, continua enunciando ciò che ormai, nella storia giuridica, è diventato "il diritto alla rivoluzione": quando un Governo non agisca più per il bene del popolo, questi ha il diritto a cambiarlo o ad abolirlo. «It is their right, it is their duty» ( è loro diritto, è loro dovere ) liberarsi da forme dispotiche di Governo. E, sempre Jefferson, ci ha lasciato un monito: «Se esiste un principio profondamente radicato nel cuore di ogni americano, è che noi non dobbiamo mai aver niente a che fare con la conquista». Caro Fratello Barack, in questo 2008 vediamo come, nei 232 anni dopo l'Indipendenza, non abbiamo seguito i principi così eloquentemente enunciati da Jefferson. Ma in questi ultimi anni abbiamo proprio esagerato nell'allontanarcene! Io spero - sono fiduciosa, anzi - che nel gennaio 2009 tutti noi potremo gioire nell'ascoltare il tuo discorso d'insediamento alla Casa Bianca, al governo della Superpotenza. Vorrei chiederti, come prima cosa, di compiere un atto speciale, un atto che è anche collegato ad una cultura che ti appartiene. Parli spesso di come sia necessario unire il popolo, troppo diviso, privo di senso di solidarietà, violento. Sono d'accordo con te, serve una grande Riconciliazione, tra statunitensi e, soprattutto, tra statunitensi e tutti gli altri popoli del mondo. Nelson Mandela e Desmond Tutu capirono che nel nuovo Sud Africa del dopo-apartheid serviva fare verità, per chiedere e ricevere perdono, per ricostruire insieme una storia condivisa guardando ad un futuro in unità, per arrivare alla Riconciliazione. Barack, istituisci anche tu una grande Commissione Verità e Riconciliazione negli Stati Uniti d'America. Comincia intanto facendo verità su Guantanamo. Oltre agli attivisti dei diritti umani, sono tanti anche gli ufficiali delle forze armate che hanno denunciato l'uso di torture, la cancellazione dei diritti umani fondamentali delle centinaia di persone rinchiuse a Guantanamo. Chiama il generale Takuba e chiedigli di formare, insieme ai coraggiosi difensori dei diritti umani, una commissione che faccia luce sugli orrori. Poi, facciamo verità sulle bugie che il tuo predecessore ha usato per aggredire l'Iraq. E riconosciamo, come statunitensi, il disastro del popolo iracheno, causato da un'aggressione militare. Chiediamo perdono, e costruiamo insieme una modalità per - non dico risarcire, forse impossibile - ma almeno alleviare le sofferenze di oggi e permettere di fare i primi passi per un futuro più umano e degno. Caro Barack, sarebbe solo l'inizio di un percorso nuovo, ma che inizio! Potremmo così sperare, noi statunitensi, di essere nuovamente accolti nella famiglia dei popoli del mondo. Sì, lo so, sarebbe un cambiamento enorme. Ci vuole coraggio. Ma, per chiudere da dove ho iniziato, ti ricordo che Jefferson disse pure che «ogni generazione ha bisogno di una nuova rivoluzione».

*Beati Costruttori di Pace

 

La Stampa – 8.7.08

 

"Italia Paese del vizio". Poi la Casa Bianca si scusa con Berlusconi

Maurizio Molinari

Seconda gaffes in meno di un mese della Casa Bianca su Silvio Berlusconi, ma questa volta è di dimensioni tali da obbligare Washington alle scuse formali a Palazzo Chigi. In occasione del recente viaggio di George W. Bush in Italia la Casa Bianca aveva distribuito ai giornalisti al seguito un «press kit» nel quale si leggeva che Romano Prodi era ancora a Palazzo Chigi. Si trattò di uno scivolone del cerimoniale sul quale l’Italia scelse di sorvolare a causa del fatto che il nuovo governo si era appena insediato, ma quanto avvenuto negli ultimi due giorni ha lasciato ben poche alternative a Roma, che ha chiesto e ottenuto da Washington un mea culpa nero su bianco. Tutto è iniziato alla partenza dell’Air Force One per il Giappone, quando l’ufficio stampa della Casa Bianca ha consegnato ai giornalisti il nuovo «press kit», questa volta con le informazioni biografiche sugli altri leader del G8. Ma le pagine relative a Silvio Berlusconi avevano contenuti talmente aspri da sembrare volutamente offensivi. «Il premier italiano Silvio Berlusconi è stato uno dei più controversi leader nella storia di un Paese conosciuto per corruzione governativa e vizio», esordiva il testo, descrivendo il premier italiano come «un uomo d’affari con massicce proprietà e grande influenza nei media internazionali» ovvero con meriti più economici che politici. Nelle righe seguenti il testo distribuito dalla Casa Bianca aggiungeva: «Berlusconi era considerato da molti un dilettante in politica che ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla notevole influenza sui media nazionali finché non ha perso il posto nel 2006». Trattandosi di un documento redatto a cura del team che prepara i viaggi presidenziali il «press kit» ha fatto sobbalzare i cronisti al seguito, soprattutto per gli accenni alla ricchezza personale di Berlusconi come volano del potere politico: «È odiato da molti ma rispettato da tutti almeno per la sua "bella figura", ha trasformato il suo senso degli affari e la sua influenza in un impero personale che ha prodotto il governo italiano di più lunga durata e la sua posizione di persona più ricca del Paese». Nelle ultime righe la biografia terminava ricordando episodi giovanili con toni macchiettistici: «Guadagnava i soldi organizzando spettacoli di marionette per cui faceva pagare il biglietto di ingresso, si era messo a vendere aspirapolvere, a lavorare come cantante sulle navi da crociera, a fare ritratti fotografici e anche i compiti di altri studenti in cambio di soldi». La protesta italiana è stata inevitabile. L’ambasciata a Washington ha fatto conoscere alla Casa Bianca tutto il proprio disappunto e Tony Fratto, vice assistente del presidente, dopo ha diffuso un formale comunicato di scuse in merito ai «documenti di background che sono stati consegnati ai reporter al seguito del presidente». «Una biografia ufficiosa del primo ministro Berlusconi inclusa nel press kit adopera un linguaggio insultante nei confronti suoi e del popolo italiano», recita il testo, sottolineando come «i sentimenti espressi nella biografia non rappresentano l’opinione del presidente Bush, del governo americano o del popolo americano». Da qui le scuse: «Chiediamo scusa all’Italia e al primo ministro per questo errore sfortunato, chiunque ha seguito Bush sa il rispetto che ha nei confronti di Berlusconi e di tutti gli italiani». Resta il giallo su chi abbia compilato, per due volte di seguito, il «press kit» della discordia.

 

Fallito il boicottaggio l'8 agosto. La Cina ha già vinto le Olimpiadi

Mimmo Càndito

Il boicottaggio della cerimonia, dunque, non ci sarà: tra un mese, l’8 agosto, la Cina riceverà davanti ad alcuni miliardi di spettatori d’ogni angolo della Terra la legittimazione definitiva del suo nuovo ruolo di Superpotenza mondiale, e il regime di Pechino potrà esaltare le ragioni della propria forza misurando la debolezza politica e la fragilità etica del mondo democratico. Nella lotta per il rispetto dei fondamentali diritti dell’uomo che il nostro tempo si mostra sempre più incapace di difendere al di là delle generiche formulazioni istituzionali, un’altra battaglia dunque si va perdendo. La chiusura definitiva sta in quanto ha detto ora il presidente Bush: “Non andare alla cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici sarebbe un affronto verso il popolo cinese”. Questa frase vale come una pietra tombale su una campagna d’opinione pubblica lanciata in tutto il mondo l’8 agosto del 2007, proprio a un anno dall’inizio dei Giochi, con una manifestazione di protesta realizzata in piazza Tien An Men da “Reporters Sans Frontières”, l’organizzazione internazionale che si batte per la libertà d’espressione dovunque.Le manifestazioni continuarono, con proteste e attacchi contro il viaggio della fiaccola olimpica, ad Atene, Parigi, Londra, in America, e si legarono alla repressione dura che Pechino aveva intanto imposto ai moti “nazionalisti” che si sono scatenati in Tibet. Sotto la pressione dell’opinione pubblica e delle drammatiche immagini tv, Brown e la Merkel annunciavano la loro intenzione di disertare l’inaugurazione dei Giochi, Sarkozy e Bush si riservavano un giudizio, e il segretario dell’Onu se la cavava diplomaticamente adducendo una sua assenza “per precedenti impegni”. La decisione ora di Bush arriva con quella di Sarkozy, che da presidente di turno dell’Ue si veste di un ruolo che pare spingerlo al di là delle proprie intenzioni, e anche il nostro governo si allinea adesso nella scelta d’una partecipazione di rango. Nessuno ignora che “il popolo cinese”, nelle parole di Bush, vedrebbe il boicottaggio come “un “affronto dell’Occidente”, ma il nazionalismo cinese è il prodotto d’una politica ideologica e culturale che il regime ha potuto condurre senza contraddittorio, nella prassi di quel “pensiero unico” che tutte le dittature esaltano e difendono. E se è pur vero che “colloqui informali” (ma null’altro) sono stati avviati tra rappresentanti di Pechino e rappresentanti del Dalai Lama, la protesta a difesa del Tibet era soltanto una parte – dettata dall’attualità – d’una più ampia e forte campagna d’opinione pubblica, che riguarda la politica cinese dei diritti umani, politica che Pechino, nel giorno stesso dell’assegnazione dei Giochi, s’era impegnata a migliorare sensibilmente, ma che dopo 7 anni non ha invece modificato in nulla e anzi, con l’arrivo dei Giochi, stringe ulteriormente in una morsa repressiva soprattutto nelle politiche dell’informazione (oggi 130 tra giornalisti e cybernauti sono in galera). Taluno sostiene che questo tipo di severo richiamo dei principi ignora il percorso compiuto dalla Cina dal suo, perfino recente, passato feudale. E che il Tibet era una teocrazia retrograda cui Pechino sta sovrapponendo un processo di modernizzazione. Anche l’Armata Rossa portava paradossalmente un principio di modernizzazione nella mummificata società feudale dell’Afghanistan, ma nessuno se ne rammentò troppo quando si appoggiarono i mujahiddiyn “difensori della libertà”. E quanto alla marcia di allontanamento di Pechino dal suo passato più violento, è certa e anche apprezzabile: ma il compito delle democrazie è di non subire in silenzio schiaffi insopportabili come quelli che il ministro cinese Yang Jiechi un paio di settimane fa dava dalla tribunetta di Roma al nostro governo, dichiarando senza opposizione alcuna che “la Cina rispetta i diritti umani” e che “il popolo cinese gode della libertà di parola”. Diceva Antonio Cassese: “Nella comunità internazionale i principi etici, quando entrano in conflitto con esigenze della Realpolitik, soccombono”. Questa dei Giochi ne è una ulteriore, amara, conferma.

 

Repubblica – 8.7.08

 

Le magie dell'Intoccabile - GIUSEPPE D'AVANZO

Il mago di Arcore pretende l'impunità e l'otterrà. Inutile girarci intorno, questo è lo stato dell'arte. E' una confessione la "via d'uscita" escogitata da Gianni Letta. Il Parlamento discuterà subito il "lodo Alfano" che offre l'immunità alle prime quattro cariche dello Stato. Votato il "lodo", l'emendamento "sospendi-processi" diventerà superfluo. Berlusconi sarà intoccabile per cinque anni, qualsiasi reato abbia commesso in passato, qualsiasi reato gli capiterà di commettere da qui fino alla fine del suo mandato. La sospensione dei processi avrebbe congelato soltanto per un anno il dibattimento di Milano ormai agli sgoccioli (Berlusconi è imputato di corruzione in atti giudiziari). Il "lodo" va oltre. Lo lascia nel freezer per l'intera legislatura come tutte le altre inchieste e processi che lo ossessionano (corruzione di un incaricato di pubblico servizio, a Roma; diritti televisivi Mediaset e appropriazione indebita, a Milano). Salvo poi una nuova proroga di sette anni, se dovesse farcela a salire al Quirinale (Dio ci scampi). Le magie dell'uomo di Arcore non mutano, da una stagione a un'altra. Si ripropongono uguali, si replicano identiche nei passi, precise nelle mosse violente che lacerano l'equilibrio istituzionale e violano il principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il suo problema non è nuovo: deve fulminare il processo che lo vede imputato e guadagnare tempo. Nel 2001 (II governo Berlusconi) il mago lavora a trucchi da fiera con una strategia definita con sapienza. Gli avvocati vanno in aula e scatenano l'inferno. Cavilli. Ricusazioni (il giudice è prevenuto; ha già manifestato il suo parere; ha un'inimicizia grave). Rimessioni (Milano è pericolosa per l'imputato e per chi lo difende). Accompagna l'ostruzionismo avvocatesco con una tempesta mediatica: pubblici ministeri "politicizzati" o mezzi matti vogliono farlo fuori e azzerare le scelte del popolo sovrano. L'assalto rabbioso deve preparare il clima per le leggi ad personam che un Parlamento obbediente gli approva sul tamburo: vengono cancellati reati (falso in bilancio); abolite fonti di prova (le rogatorie internazionali); ristretti i tempi del processo (prescrizione); mutate le condizioni del legittimo sospetto per un tribunale. Infine, lo rende immune una legge che la Corte Costituzionale, poi, gli boccia. Sette anni dopo, quando ritorna a Palazzo Chigi, l'impegno di Berlusconi si replica. Ha promesso agli italiani più sicurezza. Confeziona un decreto legge che inaugura un "diritto della diseguaglianza". Indifferente alle contraddizioni, chiede con la mano destra di aumentare le pene per reati di particolare allarme sociale, con la mano sinistra infila nel provvedimento il congelamento dei processi per quegli stessi reati. E' il cavallo di Troia utile a fermare il processo più importante, il suo, e se la sicurezza di tutti deve pagare qualche prezzo - con lo stop di 100 mila processi - che sia pagato. Il Capo dello Stato gli nega l'urgenza e la necessità di quella clausola. Non se ne cura. Due famigli in Parlamento presentano un emendamento che ferma i processi. Sostiene l'iniziativa innescando, come sempre, tensioni micidiali. La sua condizione processuale e il desiderio di impunità conquistano il primo posto nell'agenda del governo. Per più d'un mese, non si parla d'altro. Impudente, egli non parla d'altro ad ogni occasione con gli argomenti di sempre: estremisti infiltrati nella magistratura vogliono accopparlo per missione politica; sono fascisti che annunciano il ritorno del fascismo. Sa che deve scatenare il pandemonio per intascare il dovuto. Non esita a imbrogliare il presidente della Repubblica. Non si preoccupa di creare attriti con il suo maggior alleato, la Lega. Consapevolmente, distrugge ogni possibilità di dialogo con le opposizioni. Per tenere sotto pressione istituzioni e Paese decide cinicamente di mettere in piazza anche la sua vita privata. Sa che alcune sue conversazioni viziose sono state intercettate dalla magistratura. Non gli sfugge che alcune sono state già distrutte e altre lo saranno presto. Anche se nessuno potrà ascoltarle, imbraccia quelle memorie foniche come se fossero un'arma contro i suoi "nemici": vedete, mi hanno spiato e mi ricattano, vogliono costringermi alle dimissioni; bisogna fermare i processi, fermare i giudici, fermare le intercettazioni; devo essere protetto da ogni iniziativa della magistratura. Geme e strepita come un bambino viziato. Minaccia di rompere il giocattolo che gli è stato messo in mano. Il Paese in declino profondo, impoverito, impaurito, incapace di pensare al futuro, deve fare i conti con le fobie e le pretese del mago. A cui tutto si sacrifica. La leale collaborazione del governo con il Quirinale. La coesione della maggioranza. Il confronto parlamentare con l'opposizione. L'equilibrio dei poteri. Il rispetto della Costituzione. Le urgenze del Paese. E' questa la scena che abbiamo sotto gli occhi. Più o meno, una guerra del capo del governo contro tutti e tutto, a protezione del suo privatissimo interesse. Il canovaccio prevede ora che, scatenato il diluvio, si avanzi Noè con la sua arca. Noè ha il profilo di Gianni Letta, l'astuto mediatore dei conflitti creati dal suo Capo. E' il gioco delle parti, è chiaro. Sono le condizioni che creano, durante un interrogatorio maligno, il poliziotto "cattivo" e il poliziotto "buono". Letta è il "buono" e, dopo il lavoro al proscenio del "cattivo" (Berlusconi), tocca a lui. Chiama a sé gli attori e propone "la via d'uscita": cancellazione del "sospendi-processi" e immediata approvazione del "lodo Alfano". Dunque, l'impunità quinquennale per il bambino prepotente è stata, fin dal primo momento, l'unico, ineliminabile, irriducibile esito della pantomima. Agli interlocutori, appare una mediazione addirittura accettabile considerata l'avventura che promette il frastuono del capo del governo. Si evita un conflitto tra Palazzo Chigi e Quirinale. Si scongiura il rischio di un rallentamento nell'azione di un governo a favore dell'economia del Paese. Si ripristinano le condizioni per un confronto riformatore con le opposizioni. Si sfugge alla distruzione della macchina giudiziaria. Gli attori, con le spalle al muro, acconsentono. Acconsente il Quirinale, la Lega frastornata; ci pensa il Partito democratico, disorientato e diviso. Acconsente finanche l'associazione magistrati che si consola: si salva Berlusconi, ma anche la possibilità di amministrare la giustizia. Dovremmo acconsentire tutti? Non ce lo ordinano i vangeli. In nessun Paese occidentale il capo del governo è temporaneamente immune per i reati comuni. Perché dovrebbe esserlo il nostro? Il "lodo Alfano" viola l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Perché dovremmo dimenticarlo? E' incostituzionale una legge ordinaria che garantisce quell'immunità: che almeno abbia l'iter delle riforme costituzionali. Si possono chiudere gli occhi dinanzi alle obiezioni degli addetti allo studio della Costituzione? Sono già tre buone ragioni per non darla vinta a questa prepotenza.

 

L'agenda del fallimento - FEDERICO RAMPINI

Il G8, che allora era il Gruppo dei Sei, nacque a metà degli anni Settanta come risposta dei maggiori paesi industrializzati al primo choc petrolifero, l'embargo dell'Opec durante la guerra del Kippur. Più di trent'anni dopo questo embrione di governo globale si ritrova alla casella di partenza. E' di nuovo alle prese con una gravissima crisi energetica, che propaga il virus dell'inflazione su tutto il pianeta, senza aver fatto passi in avanti per ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi. L'agenda dei temi che dominano questo vertice sull'isola di Hokkaido è la fotografia di un monumentale fallimento. La mancanza di una politica per il risparmio energetico e la diversificazione delle fonti ci presenta il conto. Negli Stati Uniti la General Motors è sull'orlo della bancarotta e la sua capitalizzazione di Borsa è stata superata da una catena di caffè (Starbucks). Il crollo dell'industria automobilistica nel Paese più motorizzato del mondo è uno dei segnali di collasso di uno stile di vita, di un modello di consumi insostenibile. American Airlines e United, le due più grandi compagnie aeree, stanno licenziando migliaia di dipendenti. Insieme con l'èra dei Suv tramonta anche il periodo in cui gli americani prendevano l'aereo come un autobus. Vengono al pettine i nodi del "ventennio sprecato": a partire dalla presidenza di George Bush padre, l'America ha rinunciato a essere il laboratorio di una nuova modernità, ha scartato le strade per creare ricchezza senza distruggere le risorse naturali del pianeta. I risparmi energetici che ci furono dopo lo choc degli anni Settanta, sono stati annullati dagli anni Novanta a oggi. Ora, con il petrolio a 145 dollari a barile, George Bush è venuto a Toyako a sostenere due posizioni inconciliabili. Da una parte è contrario ad allargare in tempi rapidi il G8 per includervi Cina e India. D'altra parte lui stesso ammonisce che un'azione seria contro il cambiamento climatico è impossibile senza coinvolgere Cina e India, i nuovi giganti anche nell'emissione di Co2. Le potenze asiatiche reagiscono con fastidio. Con appena il 4% della popolazione mondiale gli Stati Uniti continuano a consumare un quarto di tutto il petrolio. A Pechino, la città con il più alto reddito pro capite della Repubblica Popolare, gli ingorghi automobilistici sono già una realtà quotidiana, e tuttavia ci sono solo 3,5 milioni di autovetture per 18 milioni di abitanti. Se avessimo noi questo tasso di motorizzazione privata, le nostre metropoli sarebbero delle grandi isole pedonali. Cina e India non accettano di essere additate come i "principali sospetti" per il terremoto inflazionistico che sconvolge i mercati di tutte le materie prime. Questa demonizzazione degli ultimi arrivati, Bush la esprime con la consueta brutalità, ma è entrata nel linguaggio comune di governi e opinioni pubbliche anche in Europa. L'aumento dei consumi asiatici - sicuramente una ragione di fondo dell'inflazione - è una causa "virtuosa" legata al progresso economico di quei Paesi. Tra le cause meno virtuose c'è l'inerzia dei Paesi maturi e post-industriali nel dirottare risorse verso nuovi modi di produrre e consumare. Un capolavoro di ipocrisia è andato in scena ieri a Toyako con l'Africa-Day: la decisione di aprire il G8 discutendo con i Paesi poveri la crisi alimentare di cui sono le vittime più vulnerabili. Molti Stati africani hanno classi dirigenti disastrose; non così ingenue però da non aver colto una singolare coincidenza: ci siamo improvvisamente ricordati di loro da quando sono attratti verso la sfera d'influenza del neo-impero cinese. Dal Sudan allo Zimbabwe, le dittature criminali che fanno notizia sono quelle che hanno stretto maggiori rapporti economici, politici e militari con Pechino. La lista di aguzzini dei popoli africani è un po' più lunga. Si parla meno di quelli che restano vassalli di Washington, Londra o Parigi. Quando i leader del G8 discutono i terribili effetti del caro-cibo, nella lista delle cause rispuntano regolarmente i "forsennati" aumenti dei consumi alimentari asiatici. Guai però a toccare i sussidi per il bioetanolo su cui Obama e McCain si giocano i voti dei farmers nel Midwest. E' sparita dall'orizzonte la famigerata politica agricola comunitaria, quasi che non esistesse più. Invece continua ad assorbire quasi metà dell'intero bilancio dell'Unione europea. La Pac resta una politica protezionista con forti effetti distorsivi sui mercati mondiali e i flussi di approvvigionamento. E' stata storicamente un ostacolo al decollo economico africano; una barriera contro l'accesso dei produttori più poveri ai consumatori europei. "L'uomo della rottura", Nicolas Sarkozy, appena divenuto presidente ha difeso lo status quo agricolo, una rendita di cui la Francia è la principale beneficiaria. Non è solo Mugabe ad accogliere le prediche europee sui diritti umani con sarcasmo. Altra caratteristica di questo G8 è l'assenza di un padrone di casa. Il governo giapponese è un fantasma. Eppure il Giappone resta una grande potenza tecnologica, all'avanguardia nel risparmio energetico: è il Paese che consuma meno petrolio in proporzione al suo Pil. Non a caso è l'invasione della Toyota Prius ibrida in California ad aver segnato la fine dello Hummer (il blindato da combattimento con cui le mamme di Beverly Hills accompagnavano i bimbi a scuola). Per capire le radici della carenza di leadership nipponica basta osservare che a Toyako i nostri cellulari non funzionano. Il Giappone è l'unico Paese, con la Corea del Nord e la Birmania, dove è inutile portarsi un telefonino europeo, americano o cinese. Rimane pervicacemente protezionista, mantiene mille barriere invisibili contro gli investimenti stranieri, cioè contro la concorrenza. Nell'attuale crisi di consenso verso la globalizzazione, la lezione del Sol levante è chiara: quindici anni di depressione economica sono il bilancio di una mentalità da fortezza insulare.


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