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Manifesto – 10

Manifesto – 10.7.08

 

«Sentenza giusta, anche Ratzinger si espresse così» - Luca Fazio

MILANO - Ignazio Marino, medico e capogruppo Pd in commissione sanità al Senato, dice «finalmente», perché il padre di Eluana ha lottato sedici anni contro tutti per far rispettare la volontà della figlia, ma non nasconde una certa amarezza. E' dura anche in Parlamento? E' triste che dopo due anni di impegno con più di 40 audizioni e dopo ben tre legislature, il Parlamento non sia ancora riuscito a formulare una legge che dia la possibilità ai cittadini di poter indicare le terapie alle quali essere sottoposti. Ci sono voluti sette tribunali per avere una sentenza, e pensare che questo è un tema molto sentito da tutti gli italiani. Vista la composizione di questo Parlamento, non si rischia una legge che vada addirittura nella direzione opposta, cioè che restringa i diritti del malato? Un problema concreto potrebbe esistere. Ma faccio un'affermazione che potrà far sorridere, io credo ancora che il Parlamento dovrebbe rappresentare il popolo italiano. Sono convinto che se la politica, oltre a continuare ad occuparsi di se stessa costruendosi leggi su misura, decidesse di legiferare in maniera restrittiva sulla vita e sulla morte, i cittadini italiani saprebbero reagire e non lo accetterebbero. Un ragionamento che lei farà fatica a far accettare anche al suo schieramento politico, il Pd. Sicuramente anche nel Pd ci sono delle difficoltà, secondo me perché non è ancora chiaro che nessuno in questo momento propone leggi che si avvicinano all'eutanasia, io sono contro come medico e come uomo. Stiamo parlando di due cose completamente diverse, tener conto delle indicazioni del paziente nel praticare una terapia è ben diverso dall'ucciderlo con una iniezione letale. E' un'associazione che fa chi non capisce o non vuol capire. Su questi temi si gioca anche una partita ideologica. La radio del Vaticano, e una serie di voci meno influenti ma altrettanto violente, parlano di grave sentenza. Dobbiamo saper distinguere tra le affermazioni di singole voci anche autorevoli della chiesa e ciò che dice, nero su bianco, il catechismo della chiesa cattolica. E cioè? Testuali parole: "L'interruzione di procedure mediche dolorose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati ottenuti, può essere legittima. Il tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente". Sa chi le ha scritte? Il cardinale Joseph Ratzinger, quando Giovanni Paolo II era papa. Sembrano riferite a Eluana Englaro. Quindi le conosce solo lei in tutto il Parlamento italiano? Non so, ma se non è un parere autorevole questo...

 

Eluana riposerà in pace. Per il Vaticano è eutanasia - Mariangela Maturi

MILANO - Inaspettata e sorprendente, ieri la Corte d'appello civile di Milano ha autorizzato con una sentenza l'interruzione del trattamento di alimentazione forzata di Eluana Englaro. Il padre della ragazza (che è in stato vegetativo permanente da 16 anni) è impegnato da anni in un'estenuante battaglia legale per la sospensione dell'alimentazione forzata, e ora sembra quasi sorpreso: «Mia figlia finalmente sarà libera». La sentenza lo autorizza a interrompere le cure che mantengono in vita il corpo di Eluana dal 1992 nonostante l'irreversibilità dello stato vegetativo. Dopo molte sconfitte, il caso era stato riaperto dalla Cassazione lo scorso ottobre: per procedere con l'autorizzazione, bisognava accertare che non vi fossero interessi egoistici da parte della famiglia nell'avanzare la richiesta di sospensione del trattamento. Al termine dell'indagine, l'avvocato Franca Alessio, curatrice speciale per il caso Englaro, ha «condiviso la scelta del tutore orientata al rifiuto del trattamento». Alla luce del «definitivo accertamento» dello stato vegetativo permanente, la Corte ha ritenuto di poter accettare le richieste dei familiari. Un altro fattore che ha influito nella decisione del giudice è stata la conferma, tramite la testimonianza di amici e parenti, che la stessa Eluana quand'era in vita avrebbe detto che mai avrebbe voluto sopravvivere in quelle condizioni. Il testo della sentenza si conclude con le disposizioni per l'interruzione, indicando che la procedura dovrà essere gestita «in hospice o altro luogo di ricovero, garantendo un adeguato e dignitoso accudimento». La clinica in cui Eluana è ricoverata, a Lecco, è gestita dalle suore Misericordine di San Gerardo, che ieri hanno diffuso ai dipendenti della casa di cura il divieto di parlare della questione; pare però che, considerato «l'affetto che le suore provano» per la ragazza, non acconsentirebbero mai alla sospensione del trattamento. In ogni caso il padre di Eluana ha già messo in conto di dover provvedere al trasferimento della figlia. Non ha paura, e le polemiche non lo interessano, perché dice che finalmente «ha prevalso la volontà di Eluana». Nel frattempo da vari ambienti ecclesiastici si lanciano prevedibili anatemi e scomuniche. Guida la crociata il neopresidente della pontificia accademia per la vita, Rino Fisichella, che usa termini come «amarezza» e «stupore» per quella che considera eutanasia. Chiamati a «rispettare il mistero della vita, non si deve cadere nella tentazione oggi diffusa di leggere la vita soltanto in maniera utilitaristica», conclude monsignore. Seguono a ruota i commenti dagli istituti di bioetica dell'università Cattolica di Roma e di Milano, che sperano si blocchi l'applicazione della sentenza, mentre da radio vaticana ci tengono a ricordare che finora «nessun tribunale aveva mai accolto la sentenza». Si accodano anche i commenti, spesso superflui, dei politici di tutti gli schieramenti: da Luca Volontè dell'Udc a Emanuela Baio del Pd (per non parlare del Pdl) si parla di «omicidio» e «sconcerto». Marco Pannella, invece, è soddisfatto dalla sentenza, perché «questa è una concreta affermazione della civiltà giuridica»; Mina Welby (moglie di Piergiorgio, che ha dovuto combattere disperatamente per poter scegliere di morire) ritorna sulla necessità di una legge sul testamento biologico. Maurizio Mori, presidente per la Consulta di bioetica, accoglie di buon grado quello che considera un momento di «crescita civile» per il paese, e l'associazione Coscioni parla di «sentenza storica». In ogni caso il dado è tratto: «Ora comincia una strada verso una dimensione umana, perché prima è stato un inferno», commenta il signor Englaro; adesso spetta a lui scegliere se procedere immediatamente con la sospensione dell'alimentazione forzata o aspettare il termine di legge di sessanta giorni durante i quali si può procedere con un ricorso alla sentenza. In ogni caso, come da sentenza, il provvedimento è immediatamente efficace e può essere attuato. Dopo 16 anni di battaglie, per il padre di Eluana questa non è una vittoria personale, «ma un passo in avanti dello stato di diritto» e un'affermazione delle volontà della ragazza. Un vero passo in avanti, forse anche per chi si ostina ad anteporre «il mistero della vita» al rispetto per gli altri esseri umani.

 

Il testamento biologico

E’ un documento scritto che ha il compito di salvaguardare la volontà del sottoscrivente in materia di trattamento medico soprattutto quando si è impossibilitati a comunicarla. Con il testamento si chiede la sospensione di provvedimenti medici definiti di «sostegno vitale» come: rianimazione cardiopolmonare, alimentazione artificiale, ventilazione assistita e qualsiasi cura attuata, a giudizio di due medici, di quali uno specialista, con il solo scopo di prolungare la vita in stato vegetativo, o al fine di mantenere uno stato di coscienza permanente o di demenza. È possibile interrompere la terapia anche nel caso di totale paralisi con incapacità a comunicare. È inoltre previsto l'utilizzo di cure palliative per le persone affette da patologie allo stadio terminale, come la somministrazione di farmaci oppiacei al fine di alleviare le sofferenze del malato e anticiparne la fine della vita. La legge italiana non ha sancito la validità del testo.

 

Non è questione di ore - Sara Farolfi

ROMA - La produttività - e dunque anche la competitività del paese - nulla ha a che fare con l'aumento dell'orario di lavoro. E' quanto emerge dallo studio dell'Istat diffuso ieri, utile a smontare, nero su bianco, il chiodo fisso degli imprenditori, insistenti nel sostenere che per aumentare la produttività del lavoro (il vero tarlo italiano) è necessario aumentare l'orario di lavoro. E magari poterlo gestire unilateralmente senza i lacci e lacciuoli della contrattazione. I dati diffusi ieri dall'Istat - nella serie storica dal 1993 al 2007 - mostrano l'esatto contrario. Nel 2007 il numero di ore complessivamente lavorate nel paese è aumentato dell'1,7% rispetto all'anno precedente, più della crescita del prodotto interno lordo (Pil) che è risultata pari all'1,5%. Ciò nonostante, la produttività (ossia il prodotto interno lordo per ora lavorata) è scesa dello 0,2%. Più in generale, dal '93 al 2007 il monte ore lavorate è cresciuto del 10,7%, mentre la produttività ha seguito tutt'altro andamento. Nella classifica dei trenta paesi più industrializzati, gli italiani sono tra coloro che lavorano di più e che guadagnano meno, secondo l'Ocse. Cosa che, secondo l'Istat, riflette alcune caratteristiche del nostro sistema produttivo: la forte presenza di piccole imprese che assorbono gran parte dell'occupazione dipendente e dove mediamente gli orari di lavoro sono superiori a quelli delle grandi imprese, come anche la modesta quota, pur se in crescita, di part time, fino alla pratica del 'secondo lavoro' che in Italia ha dimensioni rilevanti. Per la prima volta l'Istat utilizza il «monte ore complessivo» delle ore lavorate per misurare la produttività. Un indicatore «importante», perchè considera nell'insieme delle ore lavorate (retribuite e non retribuite) anche gli straordinari. Dal '93 al 2007 le ore lavorate sono passate da oltre 41 milioni a poco meno di 46 milioni, e ancora più consistente è risultato l'aumento dei posti di lavoro (+ 13,7%). Nello stesso periodo, la produttività (e cioè il Pil per ora lavorata) mostra tassi di crescita molto bassi, con variazioni negative negli stessi anni ('96, '98, 2002, 2003 e 2007) in cui invece il monte ore lavorate si attestava su tassi di crescita superiori all'1% (e pari, rispettivamente, all'1,3%, all'1,9%, all'1%, all'1,2% e all'1,7%). Scomponendo il dato per settori di attività, emerge che sono i servizi ad assorbire circa il 67% di tutte le ore di lavoro impiegate nel processo di produzione del reddito, mentre l'industria ne assorbe il 27,5% e l'agricoltura il 5,5%; nel '93, le quote risultavano pari rispettivamente al 61,9%, al 29,7% e all'8,4%. Interessante è anche il dato della pubblica amministrazione dove dal '92 diventa più vincolante il blocco del turn over e dove dunque il monte ore lavorate si contrae del 14,3%, con l'eccezione di sanità e istruzione, dove si registrano incrementi rispettivamente del 23,5% e dell'8,1%. Effetto anche, secondo l'Istat, della spinta crescente verso forme di lavoro più flessibili e verso regimi orari diversificati che interessano anche i lavoratori a tempo pieno. Osservando le ore lavorate per posizione professionale, emerge come sia il lavoro dipendente a contribuire maggiormente alla produzione del reddito. Infine, è in aumento il monte ore destinato a seconde attività (il 'secondo lavoro'), che nel 2007 è risultato pari al 5% delle ore complessivamente lavorate in posizioni lavorative dipendenti, e all'11% di quello degli indipendenti. «Le ore lavorate tuttavia non riflettono la qualità e l'efficienza del fattore lavoro», avverte l'Istat. Ma la sostanza è che per aumentare la produttività, e dunque la competitività del paese, serve innovazione, di processo e di prodotto. Non si andrà molto lontano, come i dati dell'Istat mostrano chiaramente, continuando a far leva sull'orario di lavoro (straordinari e quant'altro) come industriali e governanti sostengono ormai quotidianamente.

 

Il governo vuole autorizzare perfino il lavoro nero – Antonio Sciotto

ROMA - Tra le sorprendenti leggi proposte dal governo Berlusconi, c'è un emendamento alla manovra finanziaria - nascosto come tanti altri in un testo di inizio luglio - che andrà a legalizzare di fatto il lavoro nero. La denuncia viene da Cesare Damiano, ex ministro e responsabile del Lavoro per il Pd: si abrogherebbero le sanzioni per tutti quegli imprenditori che venissero sorpresi nel corso di una visita ispettiva con lavoratori in nero; è essenziale, però, che mostrino la «volontà di non occultare il rapporto». In poche parole: se l'ispettore trova i lavoratori non registrati, basta ammettere che lo sono per evitare le sanzioni. Secondo Damiano, si vuole affossare una norma varata dal governo Prodi che, proprio per evitare il ricorso al sommerso, imponeva alle imprese di registrare il lavoratore almeno il giorno prima dell'inizio dell'attività; in questo modo, oltretutto, si possono anche evitare il gran numero di infortuni che accadono - chissà come mai - proprio nel primo giorno di lavoro (per il fatto che l'impresa registra il lavoratore solo a infortunio avvenuto, o addirittura dopo la sua morte). Ancora, Damiano denuncia come «altrettanto grave che il governo inserisca negli emendamenti la delega per la revisione della disciplina sui lavori usuranti da adottare "entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge stessa"». «Tutto ciò - spiega - contraddice platealmente l'impegno assunto con una mozione votata recentemente da tutto il Parlamento che impegnava il governo ad attuare la delega non oltre il 31 dicembre prossimo». Insomma, i lavori usuranti rischiano ancora una volta il rinvio, e di saltare definitivamente. Come se non bastasse, ieri la Commissione Bilancio della Camera ha definito «inammissibili» quasi la metà (13) dei 29 emendamenti finora presentati dal governo al decreto legge che contiene la manovra ( e ne sono attesi in tutto un centinaio); quasi tutti presentavano problemi di «estraneità di materia», e tra questi c'è proprio l'emendamento relativo alle sanzioni contro il lavoro sommerso, ma anche quello che limitava a 120 giorni (4 mesi) il tempo massimo per impugnare un licenziamento da parte dei lavoratori; così, non è stata ammessa la possibilità per i dipendenti pubblici di avere fino a 12 mesi di aspettativa per svolgere attività imprenditoriali, l'esternalizzazione di servizi pubblici, la «territorializzazione» delle procedure concorsuali. Inoltre, la spasmodica ricerca di fondi ha spinto alla proposta di congelare per un anno gli scatti di anzianità di magistrati, professori e ricercatori universitari, dirigenti delle forze dell'ordine e ufficiali delle forze armate. E' confermato il ticket-fregatura (lo tolgono con un emendamento, ma poi con un altro lo impongono anche agli esenti) e l'altrettanta fregatura della «Robin tax», apparentemente contro i petrolieri ma che di fatto verrà scaricata sui consumatori.

Sacconi e l'operaio che non voleva il casco - Antonio Sciotto

E' indubbio che quanto più i lavoratori useranno mezzi di protezione adeguati, tanto più si potranno evitare le «morti bianche». Certo, non parliamo di «robottini» vestiti di tutto punto dalle aziende, messi in produzione con l'interruttore: forse potrà anche capitare, come lamentava ieri il ministro del Lavoro Sacconi, che qualcuno di loro ometta - per il caldo, la fretta (imposta dall'impresa), l'eccessiva confidenza - di indossare il casco o gli scarponi antinfortunistici. Ma la cultura che si va diffondendo - perlomeno tra la Confindustria e il governo - è che la gran parte degli infortuni avvengano per una «distrazione» del lavoratore, che magari è male informato o ha fretta di finire, ma tutto per colpa sua. Per i sei operai morti a Mineo, Sacconi aveva parlato di «sottovalutazione del rischio»; e ieri ha riferito di un «diffuso rifiuto del casco» nel nostro paese. Ricordiamo un altro episodio eloquente: nell'Ikea più grande d'Italia, a Corsico, ben 33 infortuni hanno colpito i lavoratori in un anno, e uno ha provocato il ferimento leggero di un bambino, figlio di clienti. Ecco la versione della multinazionale svedese, ripresa letteralmente da un comunicato di qualche giorno fa: «L'oggetto che ha colpito il bambino era stato mal posizionato su un ripiano. Rimandano invece a casualità o distrazione tutti gli incidenti accaduti ai dipendenti». Il cliente (ma solo lui) ha sempre ragione. Il problema è che anche se i lavoratori indossassero tutti il famoso casco, continuerebbero a mancare le protezioni intorno: chi dovrebbe costruire le passerelle, le ringhiere di protezione, chi dovrebbe fornire le imbragature agli operai? E i tanti immigrati che lavorano nei subappalti edili, scelgono forse di non autoapplicarsi il contratto nazionale? Quattro milioni di lavoratori sono precari, e altrettanti in nero, per «distrazione»? Chi non ha diritti contrattuali, non ha il coraggio di reclamare maggiore sicurezza, né riesce a fare sindacato: ma questo è «il grande rimosso» del governo Berlusconi, dato che il ministro del Lavoro Sacconi sta procedendo a smontare pezzo per pezzo le ultime garanzie a tutela dei lavoratori, mentre dall'altro lato si detassano gli straordinari e i premi individuali per imporre di fatto ritmi di lavoro sempre più pesanti e a rischio infortunio. E se a tutto questo aggiungiamo comportamenti imprenditoriali come quello della Thyssen, o dell'oleificio umbro che chiede il risarcimento alle famiglie delle vittime, il cerchio si chiude. Mentre Emma Marcegaglia ci dovrebbe spiegare perché non ha ancora cacciato dalla Confindustria imprese carenti su questo fronte. Il ministro che offre «più caschi per tutti», oltre a confermare le precarietà della legge 30, sta cancellando buone norme del passato governo: ad esempio le lettere certificate grazie a cui si impediva l'odiosa pratica delle dimissioni in bianco, imposte soprattutto alle donne per «tutelare» l'impresa dalla maternità. Il pretesto addotto è che si tratta di una «formalità burocratica» che rallenta: ci dica però il governo cosa sta proponendo in alternativa. Poi si cambiano le leggi sugli orari, riducendo i riposi e portando la settimana lavorativa fino a 60 ore. Immaginiamoci i grandi progressi per la sicurezza in fabbrica, in fonderia o in un cantiere. Un altro recente emendamento alla finanziaria, abroga le sanzioni a quegl'imprenditori che, sorpresi da un ispettore con lavoratori non denunciati, «non mostrino la volontà di volerli occultare». Come dire: d'ora in poi assumo tutti in nero, tanto se viene l'ispettore (e su 6 milioni di imprese italiane è davvero difficile) mi autodenuncio e non pago pegno. Eppure i dati Inail registrano una diminuzione delle morti sul lavoro dal 2006 al 2007: scenderebbero da 1341 a 1210 (quest'ultimo dato, però, attende il consolidamento a fine anno). E' triste misurare le morti sul lavoro con il pallottoliere della statistica, però questi numeri ci dicono probabilmente che alcuni provvedimenti contro il sommerso e la precarietà del passato governo - per quanto graduali - cominciavano a dare qualche frutto. Ma dalle contro-riforme Berlusconi-Sacconi, certo non basterà un casco a proteggerci.

 

Il posto di lavoro nel governo Berlusconi - Piergiovanni Alleva

Un giurista del lavoro chiamato a dare il suo giudizio sui provvedimenti del governo Berlusconi in tema di lavoro e sicurezza sociale dovrebbe dire che «la montagna ha partorito il topolino». I disposti dei due decreti legge n. 93/2008 e 112/2008 assomigliano più a uno scoppiettio di mortaretti a scopo simbolico-mediatico che a un organico attacco a quel che resta del nostro sistema di garanzie del lavoro. Altre novità più pericolose sono state annunziate e rinviate a un disegno di legge. Sarebbe però un errore sottovalutare il «messaggio» profondamente involutivo, antioperaio e antisindacale che emana da quei provvedimenti, perché una volta che fosse recepito dal senso comune, facilmente potrebbero seguire misure davvero devastanti. Cominciamo con l'art. 2 del d.lgs. n. 93/2008 consistente nella detassazione parziale, con l'aliquota ridotta al 10%, dei compensi per straordinari e dei premi aziendali di produttività e redditività. Certo, l'aliquota di favore si applica nel limite di compenso di 3.000 euro annui. Pertanto un lavoratore potrebbe ottenere un vantaggio annuo di non più di 300 euro (visto che l'aliquota normale è del 23%). Quel che conta non è l'obiettiva modestia dello strombazzato beneficio, ma i messaggi che vi sono incorporati. 1. Un assoluto rifiuto di una più equa ripartizione di ricchezza tra salari e profitti, di qualsiasi idea di solidarietà intergenerazionali. Tutti dicono che i salari italiani sono i più bassi d'Europa: ebbene il messaggio insito in quella previsione è che il reddito di lavoro può aumentare solo lavorando di più, sempre di più, ampliando il plusvalore assoluto con orari di lavoro lunghissimi, così da incrementare anzitutto i profitti, e solo alle condizioni di aumento del profitto del datore di lavoro e della fatica del lavoratore, il governo «premierà» il reddito di lavoro con un'agevolazione fiscale. Pazienza, poi, per i giovani cui l'aumentato orario di lavoro degli anziani precluderà ogni possibilità occupazionale. 2. C'è un attacco antisindacale a ogni progetto di un sistema equilibrato, su due livelli, nazionale e aziendale di contrattazione collettiva: se i soldi «veri», quelli detassati, si ricevono a livello aziendale, verrà abbandonata la contrattazione nazionale, e anzi collettiva in generale, perché i premi di produttività detassati sono anche quelli concessi unicamente, a livello individuale, dal datore di lavoro. Vero è che il padronato non ha mai accettato fino in fondo l'esistenza del sindacato, così come non la crede necessaria, l'attuale Ministro del lavoro, che desidera, anzi, la «complicità» tra datore di lavoro e lavoratore. Complicità specie nel frodare il fisco, una volta che fosse superato l'attuale «tetto» sperimentale di 3.000 euro annui. 3. L'art. 19 del d.l. n. 112/2008 ha, poi, consentito il pieno cumulo tra retribuzioni e pensioni (anche di anzianità) con un invito deteriore «a arrangiarsi». E' ovvio che chi abbia maturato i requisiti di una pensione di anzianità e avrebbe tutta la possibilità di continuare a lavorare, «correrà» invece a pensionarsi perché, ove la sua retribuzione sia oggi di «100», riceverà, da domani una pensione da «70», ma potrà subito riaccendere un rapporto di lavoro formulando al datore una proposta «irrifiutabile»: quella, di accontentarsi di ricevere solo «80» dell'apparente nuova retribuzione di «100», lasciando al datore il resto. Sempre a scapito delle speranze occupazionali delle nuove generazioni. Il nostro discorso si sta facendo lungo, e i punti da toccare sono molti: c'è da parlare del contratto a termine, che si vuole rendere più agevole e frequente; dell'apprendistato, per il quale si elimina il controllo delle regioni; del regime dell'orario di lavoro, che viene peggiorato; dell'eliminazione della normativa antifrode contro le «dimissioni in bianco»; della ridicola caccia al pubblico dipendente ammalato, che viene messo a pane e acqua e agli arresti domiciliari per la maggior parte della giornata. Speriamo che il manifesto ci dia, a breve, la possibilità di spiegare meglio questi e altri argomenti.

 

Tutti maturi e precari - Chiara Acciarini e Alba Sasso

ROMA - È un grande casermone in quartiere popolare di Roma l'Ipsia De Amicis. Milleduecento alunni, tre indirizzi: odontotecnico, ottico, meccanico. L'indirizzo meccanico tira sempre meno: «Chi vuoi che si faccia aggiustare gli orologi di questi tempi», dice malinconico uno dei docenti che abbiamo incontrato. E di fatto il prossimo anno forse la classe di meccanica non sarà autorizzata. Anche per via dei tagli alle cattedre che sempre più minacciosi si addensano all'orizzonte. E nemmeno le due classi del serale odontotecnici saranno più autorizzate. Troppo poche, a detta del ministero, le quaranta iscrizioni. Ma andiamo con ordine. Quando si entra in una scuola, come in questi giorni abbiamo fatto, impegnata nell'esame di stato il tempo sembra essersi fermato: le consuetudini, i riti, sono quelli di sempre. Nel bel cortile dell'istituto, capannelli di ragazzi. Emozionati? «Ogni giorno c'è un esame», dice sorridendo Andrea. Eppure, come da copione, una ragazza piange, anche se, girando per le commissioni, si percepiscono grande tranquillità e disponibilità dei commissari. Molti di loro sono giovani: i più anziani rinunciano e allora ecco i precari anche agli esami di stato. Il serale, dicevamo. In questa come in altre scuole professionali sono una realtà importante. Il precipitato di tanti problemi della scuola, dalla dispersione all'integrazione con ragazzi extracomunitari. Diversamente dal passato sono la strada per recuperare studenti fuoriusciti dai percorsi tradizionali, i cosiddetti «dispersi», e che attraverso questa opportunità si sono reinseriti e hanno potuto raggiungere il diploma, come ci dice Amalia Guarnaccia, presidente di commissione e docente di un altro istituto professionale. Non sono corsi «facili». Ogni giorno lezioni dalle 18 alle 23 e per chi ha già una giornata di lavoro alle spalle non è proprio una passeggiata. E non sarà facile il prossimo anno gestire una classe di 40 alunni. Molti gli extracomunitari, appunto. Ce lo conferma un ragazzo romano che però una volta declinato il suo nome - Adrian Keraoni - si rivela di origine algerina. Ascoltiamo l'esame di una ragazza rumena. Sembra preparata sulle materie professionali, anche se per ogni definizione ricorre a lunghe perifrasi. «Sì - dice la professoressa Guarnaccia - questi ragazzi si sono impadroniti di una lingua veicolare, quella che serve tutti giorni, ma avrebbero bisogno di possedere una lingua per studiare. Perciò bisognerebbe potenziare i progetti mirati per la conoscenza della lingua italiana». Si farà? si potrà ancora fare? Restiamo ancora un po' a parlare con i ragazzi. Perché il corso per odontotecnici? In realtà Adrian vuole il diploma per entrare in polizia, già fa la guardia del corpo in una struttura privata. Le due peruviane invece per andare alla facoltà di scienze infermieristiche. Sembra di tornare indietro nel tempo, quando ancora «quel pezzo di carta» valeva dei sacrifici. Parliamo col vicepreside Edoardo Cavatorta. «Certo che servono gli esami. Ma i cambiamenti continui disorientano, creano meccanismi impauriti. Rigidità. Quando si cambia bisogna farlo bene, magari ascoltando le scuole. Gli esami in fondo sono il frutto di quello che c'è stato prima». Anche all'Istituto tecnico commerciale Tommaso Fiore di Modugno (provincia di Bari) , indirizzo Iter (lingue e turismo) registriamo uno scarto tra l'itinerario di studi e i progetti personali per la maggior parte degli alunni, in prevalenza ragazze. Il diploma permetterebbe di lavorare come operatori turistici: sia come guide sia in agenzie. Le tante ragazze che abbiamo incontrato pensano di andare all'università o nella gettonatissima facoltà di scienze infermieristiche o a Scienze della Formazione. Per fare le insegnanti di scuola dell'infanzia. Ne parliamo col presidente di una delle commissioni, Vito Savino. Che mette l'accento in particolare su due questioni. In primo luogo la congruenza tra l'esame e il percorso fatto. «La terza prova ad esempio - quella preparata dalla commissione locale per verificare la preparazione degli studenti - è sempre una prova "spezzagambe". In molti casi rappresenta una frattura rispetto alle pratiche didattiche tradizionali. E perciò - perlomeno in questa scuola - è quella in cui ragazzi e ragazze sono andati peggio». La seconda questione è che, anche se ci saranno pochi bocciati, moltissimi avranno voti dal 60 al 70. «Con questi voti non si va da nessuna parte», dice il professor Savino. Non si può accedere ai concorsi pubblici e anche il settore privato chiede voti più alti, a meno che non si vada nell'agenzia di papà o di qualche amico. Insomma si è condannati all'Università». E d'altra parte anche chi frequenta i licei e non supera alla maturità il 70 avrà difficoltà negli studi universitari. E' quanto ci dice Pino Di Florio, docente di storia e filosofia, commissario interno in uno dei più prestigiosi licei classici di Bari, il Socrate. Anche qui molta serenità ai colloqui. I ragazzi, ma soprattutto le ragazze - tantissime - sembrano avere le idee molto chiare. Molti si iscriveranno a medicina, altri a giurisprudenza. Pochi a lettere e filosofia. Pochissimi alle facoltà scientifiche. Una particolarità: qui si vedono molti più genitori che altrove. A volte anche molto battaglieri. «Certo - dice Di Florio - l'esame non è selettivo, ma noi i ragazzi li perdiamo durante il quinquennio. E non pochi». Anche lui torna sulla terza prova. Nel liceo classico - a suo dire - mette in drammatica evidenza la differenza di preparazione tra area umanistica e il resto delle materie. Non si tratterà, ci chiediamo, di un problema di questo percorso di studi piuttosto che dell'esame? Alla domanda risponde affermativamente Enza Maffei, presidente di commissione nella stessa scuola e dirigente scolastica. Che evidenzia come all'esame di stato vengano al pettine tutti i nodi irrisolti di un percorso scolastico mai riformato. E anche la mancanza di criteri generali e condivisi di verifica e valutazione. Una cultura comune della valutazione non si improvvisa e non si costruisce nell'emergenza dell'esame. Infine stigmatizza la decisione di oscurare i voti finali. Sì, perché nei tabelloni finali ci sarà solo l'indicazione di chi ha superato o no l'esame. Una solenne sciocchezza e una molestia burocratica. Visto che i ragazzi affolleranno le segreterie per sapere il voto. E ci mancherebbe! Il Galileo Ferraris è il più antico liceo scientifico di Torino, situato nella zona residenziale della Crocetta, a pochi passi dal centro della città. Confina, non solo fisicamente, con il Politecnico, uno dei luoghi indiscussi di formazione della classe dirigente subalpina. Parliamo con la professoressa Sara Paolati, docente di matematica e fisica nel liceo, impegnata come commissario interno. Sara Paolati non ha dubbi: l'esame è un traguardo necessario con cui i ragazzi si devono misurare. Piuttosto, è il legislatore che si deve chiedere cosa vuole ottenere dall'esame di stato. Se manca una chiarezza di obiettivi questa carenza si riverbera sulla scuola. Rispetto alla seconda prova costituita quasi sempre dalla matematica, propone, e questo ci sembra interessante, una modifica che eviterebbe scopiazzature, informazioni, suggerimenti. La articolerebbe in due parti. Le prime tre ore dedicate al problema, un breve intervallo, le seconde tre ore dedicate ai quesiti. Sarebbe garantita una maggiore serietà all'esame. Al Galileo Ferraris gli esami non sono «facili». Un po' in tutte le commissioni il colloquio è una prova pesante, più lunga e complessa di quelle che i ragazzi sono abituati a sostenere nel corso degli anni di scuola. La tensione è innegabile, perché i ragazzi continuano a credere in questo esame, a misurarsi con esso, a considerarlo la porta da attraversare per cominciare a costruire il loro futuro. Un futuro che per le ragazze e per i ragazzi dello scientifico è un futuro universitario coerente con gli studi compiuti. Gli allievi della professoressa andranno ad ingegneria, a matematica, a fisica, a medicina. Solo due sembrerebbero puntare sulla facoltà di lingue. Prima di lasciarci, Sara Paolati ci tiene a ribadire quanto aveva già adombrato all'inizio del nostro incontro. L'esame è necessario, i ragazzi lo affrontano con serietà. Quello che non si capisce bene, ci dice, è quello che vogliono i politici. Il parlamento ha più volte modificato l'esame: dalla riforma di Berlinguer del 1998 si è passati alle commissioni tutte interne volute dalla Moratti, per poi tornare alla commissione mista. La scuola assiste a queste trasformazioni e si chiede: che cosa si vuole ottenere dall'esame di maturità? Ci vuole chiarezza, sostiene, per migliorare il lavoro degli insegnanti e degli allievi. Perché se gli obiettivi dell'esame conclusivo sono chiari, se si sa cosa valutare diviene più agevole sostenere l'utilità di una seria prova nazionale, sconfiggendo sia l'arbitrarietà delle posizioni che ne chiedono l'abolizione, sia la superficialità di scelte economiche che li riducono ad un problema di costi per la pubblica amministrazione. E, soprattutto, aggiungiamo noi, sarebbe più nitida la vocazione democratica ed egualitaria del nostro sistema di istruzione, che trova il suo fondamento nella Costituzione italiana.

 

Mille centrali? Soltanto nella testa del premier - Giuseppe Onufrio

È sorprendente come la dichiarazione di Berlusconi sia passata - nella gran parte dei media - come una dichiarazione del G8, il cui documento non contiene alcuna traccia delle 1000 centrali nucleari a cui ha fatto riferimento il premier italiano. Il documento, infatti, si limita a «notare il crescente numero di Paesi che esprimono interesse» nel nucleare. Da nessuna parte esiste un progetto per 1000 centrali nucleari. Su questo tema il governo chiama e pochi sono quelli che verificano. Oggi nel mondo esistono 439 reattori che consumano quasi 70 mila tonnellate di uranio all'anno. Secondo l'ultimo rapporto congiunto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica di Vienna (Aiea) e di quella dell'Ocse (Nea), le risorse di uranio «ragionevolmente assicurate» sono circa 3,3 milioni di tonnellate. Aggiungendo a queste le risorse stimate si arriva a poco meno di 5,5 milioni di tonnellate. A consumi costanti, dunque, l'uranio basta per 50-70 anni. Con i mille reattori di Berlusconi l'orizzonte di esauribilità scenderebbe a circa 17-25 anni. Un reattore francese Epr (1700 MW) è progettato per funzionare 60 anni. Siamo di fronte a una propaganda pro-nucleare che lascia poco spazio nei media a chi non è d'accordo. Il piano del governo - 4 reattori di nuova generazione entro il 2020 - se andasse in porto produrrebbe 50 miliardi di kWh all'anno. La stessa quantità di energia che l'Italia dovrebbe produrre con le fonti rinnovabili secondo gli obiettivi europei al 2020. L'elettricità che si potrebbe risparmiare con l'efficienza, secondo il rapporto del Politecnico di Milano commissionato da Greenpeace, è di 100 miliardi di kWh all'anno. Efficienza e fonti rinnovabili al 2020 valgono dunque energeticamente il triplo del programma nucleare annunciato dal governo. Anche sui costi è in atto una pesante operazione di disinformazione. Le cifre presentate da Enel, come già scritto su questo giornale, non sono veritiere. A fronte dei 3-3.5 miliardi di euro per un reattore di nuova generazione dichiarato dall'ad Fulvio Conti alla stampa italiana, il capo della tedesca E.On Bernotat dichiara «fino a 6 miliardi di euro» al Times. E l'azienda Usa «Florida Light and Power» ha presentato una proposta con un costo di 8 miliardi di dollari per 1000 MW, superando le stime dell'agenzia Moody's di 7 miliardi per 1000 MW pubblicata lo scorso maggio. La perdita di effluenti contenenti uranio (uno scarico 130 volte quello consentito) a Tricastin annunciato ieri è solo uno dei tanti incidenti. A Kashiwazaki ben sette reattori nucleari per quasi 8000 MW sono ancora fermi per le verifiche di sicurezza dopo il terremoto del luglio 2007, sulle cui conseguenze secondo l'Aiea «non esiste esperienza né regole per caratterizzarne con precisione gli effetti». Così il governo apre la porta a una tecnologia nucleare francese accollandosi rischi finanziari e ambientali. E senza vera discussione pubblica.

 

Test missilistico nel Golfo, l'Iran lancia un nuovo modello – Marina Forti

Non è la prima volta che l'Iran sperimenta il suo missile Shahab-3, ma il test condotto ieri mattina fa un certo scalpore. l'Iran ha lanciato nove missili, tra cui una nuova versione del Shahab-3 che può colpire in un raggio di 2.000 chilometri. La notizia è stata diffusa dal canale televisivo di stato Press Tv (in inglese), che ha mostrato i missili sulle rampe di lancio nel deserto, poi i pennacchi di fumo a lancio avvenuto. Il test è stato condotto dalle Guardie della rivoluzione, il corpo militare (parallelo alle Forze armate) responsabile tra l'altro della difesa delle frontiere; rientra nelle esercitazioni militari («Grande profeta III») in corso nel Golfo persico. E' questo quadro di manovre militari (anche le forze Usa nel Golfo stanno conducendo esercitazioni) che sottolinea il test missilistico iraniano. Gli Stati uniti hanno basi militari aeree e navali in Qatar e in Bahrein nel Golfo persico, oltre a ingenti forze in Iraq e in Afghanistan (cioè ai confini orientali e occidentali dell'Iran): tutto ricade ben all'interno dei 2.000 chilometri (in qualche caso appena 200 km) dai confini iraniani; entra nel raggio dei missili Shahab-3 anche parte del territorio (e delle basi militari) di Israele. Così il test missilistico iraniano rientra in un generale rumore di sciabole in Medio Oriente: le illazioni su un possibile attacco militare contro la Repubblica islamica sono aumentate in particolare quando, il mese scorso, il New York Times ha riferito che Israele ha condotto esercitazioni militari simulando un attacco agli impianti nucleari dell'Iran. Da allora l'escalation è proseguita con dichiarazioni bellicose (l'Iran annuncia che se attaccato risponderà bloccando la navigazione nel Golfo persico, da cui transita il 40% del petrolio esportato dalla regione; gli Stati uniti dicono che non permetteranno che ciò avvenga) e con esercitazioni militari. Il lancio dei missili, ha dichiarato ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione Hossein Salami, mostra che «siamo pronti a difendere l'integrità della nazione iraniana»: se attaccati risponderemo, l'Iran ha «migliaia di missili» puntati «su obiettivi predeterminati». Pronte le reazioni. Per la segretaria di stato Condoleezza Rice, che si trova in Bulgaria, il test dimostra «che la minaccia dei missili iraniani è reale» e giustifica pienamente lo «scudo missilistico» che gli Usa stanno dispiegando in Europa. Anche i due candidati presidenziali americani hanno alzato la voce: il repubblicano John McCain chede che gli Usa accelerino il dispiegamento dello «scudo» in Repubblica Ceca e in Polonia. Il democratico Barack Obama dice che «l'Iran è una grande minaccia» e bisogna «aumentare la pressione» su Tehran. A Gerusalemme un portavoce del premier Ehud Olmert ha dichiarato che «Israele non minaccia l'Iran, ma il programma nucleare iraniano combinato al suo aggressivo programma di missili balistici è motivo di allarme». Tutto in effetti ruota attorno al programma nucleare iraniano: non è provato che violi in alcun modo il Trattato di non proliferazione, ma il Consiglio di sicurezza Onu chiede a Tehran di sospenderlo: e poiché l'Iran rifiuta, ha già approvato tre round di sanzioni. Non che il dialogo sia chiuso. Proprio ieri il capo della diplomazia europea, Javier Solana, ha fatto sapere che incontrerà presto il capo negoziatore iraniano Saeed Jalili, anche se ha smentito che sia già fissata una data, il 19 luglio, come diceva l'agenzia semiufficiale iraniana Fars. Anche dagli Usa vengono segni possibilisti: secondo il sottosegretario di stato Usa William Burns, l'Iran ha compiuto solo «moderati» passi avanti nel dialogo (si riferiva alla risposta di Tehran alle proposte delle potenze mondiali, il gruppo «5 più 1»), ma «pensiamo che non siano ancora esaurite le possibilità della diplomazia». In un'audizione al Congresso, Burns ha detto ieri che l'Iran ha fatto in realtà progressi modesti nel suo programma nucleare: «non ha ancora perfezionato l'arricchimento dell'uranio», e questo lascia spazio di dialogo.

 

Liberazione – 10.7.08

 

Chiedete scusa a Mara Carfagna – Piero Sansonetti

Il titolo che avete appena letto, e la prima parte di questo articolo, faranno inorridire alcuni dei nostri lettori. I quali, naturalmente, protesteranno. Ma non c'è niente di male nel dissenso tra un giornale e una parte dei lettori, direi anzi che è esattamente la caratteristica originale di «Liberazione», l'originalità che fa essere questo giornale diverso dagli altri, proprio perché è scritto e letto da persone che pensano con la propria testa, che sono libere, che non hanno pregiudizi e che amano confrontarsi e discutere anche animatamente, e avere pareri diversi. Domani pubblicheremo nella pagina delle Lettere i giudizi dei lettori che dissentono. Tutta questa premessa per dirvi che sento di dovere esprimere solidarietà all'onorevole Mara Carfagna. Ho giudicato volgari, gratuiti e del tutto inaccettabili gli insulti che le sono stati rivolti dal palco di piazza Navona l'altra sera, e ho giudicato molto grave il fatto che gli organizzatori della manifestazione girotondina - molti dei quali: molti, certo non tutti - stimo e considero amici, i quali si sono scusati con Giorgio Napolitano per gli insulti di Beppe Grillo, non si siano sentiti in dovere di scusarsi in modo formale e pubblico con l'onorevole Carfagna. Sabina Guzzanti - una attrice che altre volte a me è sembrata molto brava - ha pronunciato mercoledì sera a piazza Navona, testualmente, questa frase riferita a Mara Carfagna: «Ma tu non puoi mettere alle Pari Opportunità una che ti ha succhiato l'uccello». Non la trovo affatto divertente. Trovo che sia un modo un po' fascistoide di fare polemica. Un po' barbaro. Si prende per buona una intercettazione - che se c'è stata è illegale - anzi, non una intercettazione ma le voci su una intercettazione, quasi certamente false, e si usa questa roba per gettare fango e disprezzo su una persona della quale si sa pochissimo, e lo si fa usando i più triviali argomenti sessuali. Non riesco a trovare qualcosa di bello o almeno di accettabile in questo. Credo che Mara Carfagna possa essere criticata in modo severissimo per come sta facendo il ministro (e io la critico). E che si possa fare questo senza rotolarsi nelle pozzanghere e perdere la propria dignità. Mercoledì sera sono andato a Piazza Navona. Mi ha colpito il contrasto che c'era tra la piazza e il palco. La piazza era composta quasi esclusivamente da persone di sinistra, più o meno tra i cinquanta e i sessant'anni, moltissimi ex Pci, o ex «manifesto», o ex Ds. Moltissimi sessantottini. Sul palco sentivo discorsi, alcuni anche belli - o comunque accettabili - altri fortemente reazionari (penso a quello di Di Pietro) ma comunque dignitosi. Altri ancora, fuori dalla civiltà (come quello citato di Sabina Guzzanti, ma anche, in gran parte, quello di Beppe Grillo, attore milionario anche simpatico, ma non capisco come possa fare la morale a nessuno, se si guadagna in un anno più dell'intero reparto presse della Fiat... Sarò pure un vecchio comunista a tre narici, ma resto convinto che guadagnare 5 milioni di euro all'anno sia un furto, come diceva Proudhon...). Ci tengo a porre questa questione: la civiltà. Ho la netta sensazione che tutta la politica italiana sia sull'orlo di una vera e propria crisi di civiltà. Vengono messi in discussione i valori essenziali della libertà e della tolleranza che sono stati alla base della nostra civiltà politica, vengono calpestati, vilipesi, irrisi a tal punto da mettere davvero a rischio la sopravvivenza della politica. Le leggi anti-rom, le persecuzioni contro i rumeni e gli immigrati, l'omofobia - tutte cose delle quali la destra è principalmente responsabile, ma alle quali grandi fette del centrosinistra non sono estranee - rappresentano un aspetto di questa crisi; i fenomeni di intolleranza, giustizialismo, linciaggio morale, che si registrano in settori del centrosinistra e dei girotondi, non sono molti diversi: fanno parte della stessa crisi. Con questo voglio dire che a me sembra che la natura vera dell'emergenza nella quale stiamo vivendo non sia il «rischio-democrazia» ma il «rischio-civiltà». E il rischio civiltà comporta l'estinzione della politica, perché la politica può realizzarsi compiutamente solo in presenza di una condizione di civiltà e di affermazione dei valori essenziali della convivenza, della comunità, della collettività. Come si affronta una situazione così grave? E quanto pesa in questa crisi la scomparsa della sinistra dal Parlamento (e in gran parte anche dalle piazze e dagli altri luoghi della politica?). Rispondo prima alla seconda domanda. Credo che la scomparsa della sinistra pesi moltissimo, che abbia provocato degli effetti a catena di spostamento del senso comune e della società politica verso posizioni reazionarie di vario genere. Penso che per affrontare questa emergenza occorra una grande sforzo comune e una grande alleanza, che metta insieme le forze di sinistra, quelle cristiane e quelle liberali interessate alla sconfitta del populismo, del peronismo e di tutti i loro effetti (forcaioli, maschilisti, classisti, razzisti, antifemministi, autoritari eccetera...) .Non credo che noi si possa lavorare concretamente alla ricostruzione e rifondazione della sinistra, e al suo ritorno in scena, se non lavoriamo contemporaneamente, e anche d'intesa con altre forze, alla ricostruzione della comunità politica e dei suoi principi fondamentali. Non possiamo credere che il tema della riforma della politica sia semplicemente quello che riguarda le leggi elettorali. Se crediamo questo, siamo perduti, siamo in mano a quelli - da Confindustria, a settori vastissimi sia del centrodestra che del centrosinistra - che vogliono abolire la politica, le sue ricchezze, la sua cultura, le sue capacità di promuovere e usare i conflitti. La riforma della politica vuol dire riaffermare una idea di Stato, di bene comune, di legalità, di tolleranza, di solidarietà, di libertà, di diritto e di diritti, di lotta e di conflitto, che oggi è travolta dall'invasione del campo politico da parte del potere industriale e finanziario, di quello ecclesiastico e della famosa «casta».

 

Razzismo, Maroni fa dietrofront almeno sulle impronte dei bimbi

Rina Gagliardi

In sintesi: il ministro Maroni ha fatto marcia indietro. L'«indecente proposta» (secondo la definizione di Famiglia cristiana ) di prendere le impronte digitali ai bambini rom, pluriannunciata da giorni e giorni, non avrà corso. Naturalmente, Maroni si guarda bene sia dall'ammetterlo, sia dal pronunciare un qualche accenno autocritico. Si limita a dire, l'ineffabile ministro dell'Interno, che si procederà a un «censimento» delle popolazioni rom, e che il governo si muove con l'intento di risolvere i drammatici problemi materiali (igienici e non solo) dei campi nomadi. Se così fosse, non potremmo che esserne contenti, anche se il verbo "risolvere", in bocca a un esponente della destra, ha sempre un suono inquietante. Intanto, ci pare abbastanza chiaro quello che è realmente successo: tutte le persone civili e di normale sensibilità democratica hanno sommerso di critiche la proposta maroniana. Ha messo un alt sostanziale l'Europa, con le sue istituzioni e la sua normativa. Si è indignata la Chiesa cattolica, che pure ai suoi massimi livelli non nasconde di trovarsi a suo pieno agio nel nuovo clima politico. Si è sollevata la Comunità ebraica. Si è generosamente impegnato un grande artista come Moni Ovadia. Non solo. Ha espresso la sua non convinzione a procedere il prefetto di Roma, Carlo Mosca, che per altro, nella sua qualità di commissario straordinario alla questione rom, sta per avviare un lavoro straordinario di inchiesta e di coinvolgimento, nutrito di idee molto concrete - e siamo arrivati al no, sulle impronte, del sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Infine, e non ultima, è scesa in piazza l'Arci, mobilitando il non piccolo popolo di coloro che, al grido di "siamo tutti rom", si sono volontariamente "autoimprontati". Insomma, su questa vicenda si è sviluppato un vero e proprio movimento di opposizione e resistenza, non guidato da nessuno e non particolarmente esaltato dai media. Forse, per ora, questo movimento ha ottenuto un successo che non sarebbe bene sottovalutare. Non si tratta, naturalmente, neppure di un risultato "definitivo", che ci può davvero acquietare. Nei tempi oscuri in cui viviamo, come diceva un grande poeta, di idee come quella di Roberto Maroni ne fioriscono e ne fioriranno cento al giorno: il loro brodo di coltura è la paura, l'ossessione sicuritaria, l'arroccamento su privilegi e prerogative minacciate da un Nemico immaginario. Pulsioni e sentimenti che trovano il loro sbocco naturale nel razzismo, nella repressione violenta, se non selvaggia, dei più deboli, nella ricerca (sempiterna) di un capro espiatorio da sacrificare. E un senso comune che si diffonde dovunque, anche e soprattutto nel popolo, con effetti che "macinano", all'apparenza, ogni altra appartenenza e identità. Contrastare questa devastazione, non soltanto nei termini della cultura illuministica nella quale siamo cresciuti, è forse oggi il nostro compito essenziale - anche e soprattutto per questo ci siamo impegnati con tanta convinzione a favore dei rom e contro le proposte leghiste. Non è che un piccolo inizio, certo. Ora la lotta (e la riflessione) dovranno continuare….

 

L'uomo sbagliato al posto giusto - Alfonso Gianni

Ma subito dopo Draghi si è scagliato contro la presunta rincorsa salari-prezzi, insistendo che bisogna contenere l'inflazione, il che sarebbe addirittura già avvenuto in virtù delle decisioni europee. In sostanza Draghi ha sposato per intero la tesi più volte recentemente esposta da Emma Marcegaglia, usando le identiche parole, quasi per togliere ogni dubbio sulla assoluta identità di vedute con la Presidentessa di Confindustria. E infatti anche Draghi ha ribadito che l'aumento delle retribuzioni può derivare solo da un incremento della produttività. La tesi del nostro è che la lotta all'inflazione condotta in quel modo dalla Bce servirebbe proprio a migliorare il valore reale delle retribuzioni, senza che dunque ai padroni venga chiesto di sborsare un solo soldo. Sarebbe meraviglioso, per questi ultimi, se fosse davvero così. Ma è più che lecito dubitarne e c'è da restare stupiti che simili convinzioni si facciano strada in uomo di notevole cultura economica quale indubbiamente è il Governatore Draghi. Una prova per contrario ci viene dalla storia degli ultimi venti anni. In questo periodo, ed è questo uno degli aspetti qualificanti delle dottrine e delle pratiche neoliberiste condotte dai diversi governi, si sono praticate politiche economiche che contemporaneamente hanno prodotto scelte deflative e di contenimento dei salari. Quindi la lotta all'inflazione, che in effetti è scesa da due a una cifra in tutta Europa, non ha affatto prodotto l'incremento dei valore reale dei salari, ma anzi è coesistita con il suo contrario, la compressione e la diminuzione delle retribuzioni. La maggiore ricchezza prodotta in questo periodo è andata a rendite e profitti e assai meno ai redditi da lavoro. Resta del tutto indimostrata, quindi, la tesi che la lotta all'inflazione produca di per sé un beneficio per i salari. Ma ciò che convince ancora meno è che la scelta di aumentare il tasso di interesse sia un'efficace lotta all'inflazione. Come si sa la politica della Federal Reserve americana è esattamente opposta, infatti ha diminuito il costo del denaro, eppure i livelli inflazionistici sono simili. La ragione per cui la politica della Bce è inefficace contro l'inflazione è soprattutto che quest'ultima, nel caso europeo, è soprattutto dovuta all'incremento del prezzo del petrolio e delle materie prime agricole. E' quindi un'inflazione importata, che ha cause esterne all'Unione europea e non si vede quindi come una manovra sui tassi della Bce possa essere realmente influente. La conseguenza delle decisioni di Francoforte, sono casomai opposte. Esse provocano una contrazione generale della domanda. Si riducono così tanto i consumi quanto gli investimenti. L'ulteriore flessione di questi ultimi porta con sé una riduzione dell'occupazione, di cui l'inquietante aumento del ricorso alla cassa integrazione di queste ultime settimane è un prodromo. Questa condizione toglie spazi per una lotta per aumenti salariali, specie in un quadro nel quale la moderazione rivendicativa è la parola d'ordine delle centrali sindacali. In sostanza con la decisione della Bce i salari staranno peggio e non meglio. A meno che non riprenda una lotta specifica su questo terreno. Il che non dipende certo dalla Bce, anzi può avvenire solo contro la Bce. Intanto che i grandi banchieri, i dirigenti d'industria e i funzionari europei discutono di inflazione, l'Istat ci ribadisce che per la prima volta dal 2002 i consumi degli italiani sono diminuiti in termini reali. Dell'1 per cento per la precisione, ma la tendenza è al peggioramento. Per chi lavora il mese continua ad accorciarsi in termini di capacità di spesa ma non certo di ore lavorate. Prima era la quarta settimana ad essere in sofferenza, ora anche la terza è sotto tiro. Che il problema non riguarda solo il lavoro dipendente o i pensionati ce lo dice la Confesercenti, la quale mostra come la diminuzione dei consumi e la ricerca di prezzi stracciati anche per i più semplici bisogni alimentari, costringe alla chiusura i piccoli negozi che su quel terreno non possono certo competere con la grande distribuzione. Come si vede il problema sociale si allarga. Ma Draghi sembra non accorgersene o non curarsene.

 

Genova, il pm: la coltellata fu inventata e il blitz nella sede del Gsf fu abusivo  - Checchino Antonini

Genova - La coltellata all'agente fu un'invenzione del celerino che disse di essere stato aggredito. E non fu certo un errore l'irruzione nel quartier generale del Genoa social forum di fronte alla Diaz. Il pm Francesco Cardona Albini parla con calma, senza enfasi alcuna. Ma anche senza alcuna ambiguità. E le versioni ufficiali sulla mattanza cilena nel dormitorio dei no global si sgretolano con l'avanzare della requisitoria. Ieri la terza udienza nell'aula bunker del Palazzo di Giustizia di Genova. E i tempi della richiesta delle pene, tant'è la minuziosità della ricostruzione, slittano ancora. Non prima di mercoledì prossimo sarà possibile ascoltare le conclusioni della pubblica accusa nel procedimento che vede indagati a vario titolo 29 funzionari, anche alti, della polizia di stato imputati per le violenze e gli abusi che sfociarono nell'arresto illegittimo di 93 persone (62 delle quali gravemente ferite) da esibire a un'opinione pubblica imbarazzata dall'inerzia mostrata con le scorrerie dei cosiddetti black bloc. Era la notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001. Ieri Cardona Albini ha rifatto la storia delle perizie sul giubbotto del celerino "accoltellato" e ha ricostruito l'irruzione nella scuola di fronte a quella del massacro. A caldo, l'agente, sostenuto da numerose testimonianze di colleghi, disse di essersi beccato un solo fendente. I Ris di Roma lo avrebbero smentito dicendo che c'era più di un taglio. Così il poliziotto cambiò versione ma i testimoni diretti si volatizzeranno trasformandosi in fonti indirette. E i tagli sul giubbotto non corrisponderebbero a quelli sul corpetto sottostante. Per il pm si sarebbe inventato tutto, anche se uno dei difensori, in corridoio, prova a dire che quell'agente è un «semplice, uno incapace di mentire». Il pm non sembra avere dubbi: che sia «per un'intesa istantanea coi suoi superiori, o per un'adesione spontanea, fu una simulazione» e la versione ufficiale è «colma di incongruenze». Per esempio, nulla fu tentato per identificare l'aggressore. Insomma, la simulazione «serviva a dimostrare che ci fu una qualche resistenza armata», e il suo «recepimento acritico fu funzionale all'economia dell'operazione». E chi, più del VII nucleo della Celere, i Canterini boys, aveva «esigenza di dare conto della sproporzione tra aggressori e aggrediti»? Fu una «mossa istintiva e una poco ragionata risposta a quanto accaduto, prima attività di falsa rappresentazione generata dalla consapevolezza del danno, anche per giustificare i vertici». Pure l'irruzione alla Pascoli, l'edificio di fronte, fu «funzionale all'operazione in corso alla Diaz. Non foss'altro che per impedire che dal media center si capisse tutto ciò che stava succedendo. Non potevano non sapere, almeno i capi dei 59 agenti che presero parte al blitz, che quella era la sede del Gsf. Fu anche staccata la spina di Radio Gap, è stato ricordato, nell'irruzione «determinata, che travolse agevolmente le barriere rudimentali messe per frenare l'irruenza delle guardie, con iniziale uso di manganelli». La gente fu costretta faccia a terra o al muro, mani dietro la nuca, in ginocchio o seduta dagli uomini delle squadre mobili di Genova, Roma e Nuoro (con la pettorina), uomini dell'anticrimine (con divisa atlantica) pochi minuti dopo l'irruzione alla Diaz (per questo non regge la tesi dell'errore) mentre altri in borghese arraffavano o distruggevano quello che capitava: floppy disc, macchine fotografiche, telefonini, pezzi di computer, maschere antigas. La tensione si allenterà, in un'«atmosfera surreale», solo quando si materializzerà al 2° piano l'europarlamentare del Prc Luisa Morgantini e, dopo di lei, la deputata Prc Graziella Mascia e una troupe del Tg3 tanto che l'economista filippino, Walden Bello, era euforico quando esclamava con le mani ancora alzate: «Prensa! Prensa!». Testimoni e video «consolidano il quadro investigativo» con «consistenti riscontri», secondo la pubblica accusa che spiegherà anche l'irruzione nella stanza dei legali da cui furono trafugati computer e liste cartacee. Durò almeno mezz'ora. Troppo davvero per avallare la tesi difensiva dell'errore. Non c'era sospetto della presenza di armi, non c'era alcun mandato: per il pm l'«abusività era evidente» come pure la «piena consapevolezza di un'operazione in parallelo con quella nell'altra scuola» «anche al fine di impedire di documentare quello che accadeva alla Diaz». E il catalogo dei reati è impressionante: perquisizione arbitraria, violenza privata, danneggiamenti dolosi aggravati, appropriazione indebita a seguito di danneggiamenti, peculato. Il materiale processuale è «significativo», s'è detto. «Purtroppo questo è successo».

 

Repubblica – 10.7.08

 

I padroni della vita - ADRIANO SOFRI

QUANTI modi ci sono di essere padri. C'è l'avviso terribile che il vecchio Taras Bul'ba pronuncia all'indirizzo del figlio: "Io ti ho dato la vita, e io te la tolgo". Padri cosacchi di tanti secoli fa, persuasi di aver messo loro al mondo i figli, e di dover punire il loro tradimento levandoli dal mondo. Ce ne sono ancora tanti, padri così. E madri silenziose, invisibili. Ieri, quando la sentenza di una Corte d'appello, preparata da un orientamento della Cassazione, ha liberato due cittadini italiani dall'incubo più sconvolgente che possa sperimentare persona umana, il padre di Eluana - possiamo chiamarla tutti così, con una confidenza affettuosa, almeno a questo sono serviti sedici anni di agonia - ha risposto a chi gli chiedeva che cosa sarebbe avvenuto adesso: "La medicina l'ha fatto, la medicina metterà fine". La medicina ha preteso di darle la vita, la medicina gliela toglierà. In realtà, una medicina piegata a un assolutismo dell'autorità statale e della morale dogmatica e delle procedure di routine ha finto una vita e ha negato la morte che era sua - "l'ora della nostra morte" - a una giovane donna, emulando, contro il fine cui medicina e amore per il prossimo devono ispirarsi, la ferocia patriarcale di un atman cosacco. Il signor Beppino Englaro e la sua moglie erano restati per più di due anni, giorno e notte, al capezzale della loro figlia meravigliosa, "la creatura più splendida che abbia conosciuto", come dice il padre. Poi, quando non c'è stata più speranza, per quattordici anni - quattordici anni - hanno chiesto alla società e alle sue autorità, mediche, giudiziarie, di opinione, di riconoscere due cose incontrovertibili. Che lo "stato vegetativo" di Eluana era irreversibile, e che dunque qualsiasi cura non era che accanimento straordinario, protrazione di un'agonia senza scampo. E che Eluana aveva espresso lucidamente e inequivocabilmente la propria volontà, quando il destino l'aveva portata, nella stessa rianimazione che avrebbe accolto lei, a misurarsi con la disgrazia di un giovane amico. Per quattordici anni, e una tormentosa sequela di processi e sentenze, i signori Englaro hanno aspettato che la società e le sue autorità riconoscessero la propria stessa legge, e hanno sacrificato a questa tremenda attesa la legge stessa dell'umanità, che viene prima e sopra quell'altra, e che ai loro occhi non si era mai offuscata. Ancora una volta, attraverso una famiglia, la legge dell'amore si è misurata con quella dello Stato, e di una religione che non dovrebbe essere di Stato, e la legge dell'amore ha tenacemente atteso, fino all'abnegazione. Ha voluto quello che le spettava: "la luce del sole". Non c'è stata sfida, questa volta, non il gesto comprensibile e forse perfino ammirevole che tagliasse corto e separasse le persone dallo Stato, e nemmeno il compromesso tacito e ipocrita che tanto spesso supplisce all'ottusità: c'è stata una pazienza che dovrebbe chiamarsi eroica, se le stesse parole troppo forti non le fossero estranee. Ascoltavo le risposte di Beppino Englaro ieri, sul sito di questo giornale, ed ero spaventato da una calma ragionevole e argomentante appena sotto la quale si sentiva una tempesta. ("Quando la vedo, spaccherei il mondo", aveva detto, dieci anni fa). Un importante monsignore ieri ha voluto invitare a una "minor emotività"! Ha voluto ancora evocare appelli e impugnazioni e annullamenti e ripensamenti, ha voluto ancora chiamare col nome oltraggioso di eutanasia la ratifica di una fine che si è consumata un immemorabile tempo fa. Come davanti alle porte del tempio di Welby, si sente la mancanza di quell'appello: Dio li perdoni. Per tutti questi anni il signor Englaro ha aspettato di poter usare il minuscolo avverbio "più", e ieri l'ha fatto. Che cosa pensa delle polemiche? - gli chiedevano. "Non mi toccano più. Non mi riguardano più". Più - ecco la parola della liberazione. D'ora in poi, ha detto, questa torna a essere una vicenda puramente famigliare. Gli hanno chiesto: "E chi vorrà vedere, a chi vorrà essere vicino in un momento come questo?". "Mi basta e mi avanza mia moglie". Era impressionante e grandioso il modo barbaro d'esser padre di Taras Bul'ba, è bellissimo il modo d'esser madre e padre dei signori Englaro - quel dire a voce bassa: "Io sono mia figlia". Mi auguro che la volontà di discrezione non faccia dispiacere loro il sentimento col quale tanti di noi hanno accolto la sentenza di ieri, ma è un fatto che quando il caso, e quel caso speciale e traditore che è la disgrazia, mette a fuoco persone che si sarebbero tenute nella propria cerchia privata, se ne ricava una soggezione tanto più turbante per il contrasto con lo spettacolo pubblico e le sue quotidiane lotterie di capodanno. "Siamo orgogliosi di vivere in uno Stato di diritto", ha detto ancora il signor Englaro. Anche questa è una frase da incidere, in questo momento, e a contrasto con questo momento. E si è guardato dal dire che cos'era fino a ieri, questo Stato, quando sentenziava di inchiodare senza fine al suo letto quel "purosangue della libertà" che era stata Eluana. Le questioni di vita e di morte andavano di traverso alla politica, che preferiva lasciarle a stregoni, preti e medici, salvo che nella propria versione specializzata, le questioni di guerra e di pace - cioè di guerra. Ora che non può farne a meno, ora che la vita dei vecchi non vuole più finire, e le macchine fanno miracoli, e i corpi benestanti vogliono assicurarsi corpi di scorta, la politica non può più voltare la testa dall'altra parte. Ma continua a farlo. A riconvocare certezze di preti, obiezioni d'incoscienza di medici, intime discrezioni di magistrati, unguenti di stregoni.

 

Show-business sul palco - CURZIO MALTESE

ROMA - Manifestazioni come quella di Piazza Navona dell'altro giorno sono show business. Servono a sfogare i sentimenti di un pubblico di spettatori, servono ai protagonisti a vendere merci sul mercato: libri, dvd, spettacoli teatrali. Non servono a cambiare le cose. Quindi non sono politica. I guai cominciano se si scambia lo show business per politica e lo si prende sul serio. Quando Beppe Grillo o Sabina Guzzanti o altri comici sanno di dover intervenire a una manifestazione pubblica, riuniscono i loro autori e chiedono un "pezzo" efficace. Un testo per una riunione politica è diverso da un testo comico per il teatro, ma segue regole rigide. Non dev'essere serio ma neppure troppo divertente: sarebbe un errore. Si bruciano belle battute del repertorio, che è giusto riservare al pubblico pagante dei teatri e dei palazzetti. Oltretutto, se la gente ride troppo, pensa. E se pensa non si scalda abbastanza, non urla. Bisogna dunque tenere alto il livello dell'emozione e "spararle grosse". Contro un bersaglio non scontato. Altrimenti non si fa notizia. Occorre anche valutare se alla manifestazione parteciperanno altri comici, come nel caso di piazza Navona. In tal caso il livello di fuoco aumenta, perché si corre il rischio di essere oscurati dalla concorrenza, in gergo televisivo "impallati". La logica è simile a quella che si segue per lanciare un film o un libro in una comparsata televisiva importante, uno show del sabato sera o il festival di Sanremo. È inutile parlare del prodotto in sé, perché il pubblico se lo aspetta e si perde l'effetto sorpresa. Benigni, quando doveva lanciare un film, non andava a parlare del film da Baudo o dalla Carrà ma s'inventava memorabili performances, tipo toccare gli attributi di Baudo o palpare le curve della Raffaella nazionale, con gran successo di promozione. Non tutti naturalmente, parlando di sesso o di altri temi "bassi" - penso al magnifico "Inno del corpo sciolto" - mostrano il talento di poeta contadino di Roberto. Le allusioni sessuali comunque funzionano sempre, soprattutto in Italia. Un altro trucco è attaccare un bersaglio imprevisto e in teoria intoccabile. Insomma, se Grillo o la Guzzanti si fossero limitati ad attaccare Berlusconi, nessuno ne avrebbe parlato. Per questo, hanno spostato l'obiettivo sul presidente della Repubblica e sul Papa. Nulla è lasciato al caso. Si tratta di strategie calcolate, testi scritti e riscritti, trucchi del mestiere di grandi teatranti. Stiamo parlando di professionisti. Dello spettacolo. Scambiati per professionisti della politica. Da un punto di vista morale saranno discutibili. Ma che c'entrano la morale o la politica? In Italia, nel volgere di pochi secoli, si è finalmente capito che etica e politica sono separate. Per la verità, lo si è capito fin troppo. Un giorno si capirà che anche politica e spettacolo sono campi separati. Per ora, il giorno è lontano. Gli eventi creati di Beppe Grillo, dai Vaffa Day in poi, non sono azioni politiche. Il fine non è cambiare le cose, ma accrescere la popolarità del protagonista. Basterebbe un po' di lucida attenzione per comprenderlo. Purtroppo, chi vi partecipa e chi li osteggia non brilla in lucidità. La maggior parte dei bersagli di Grillo sono irrilevanti, innocui oppure marginali. Che importanza volete che abbia la presenza di diciotto parlamentari condannati in Parlamento, su mille, quando ce ne sono stati in passato due, tre, cinque volte tanti e 200 inquisiti? D'altra parte se la presenza in politica di un pregiudicato fosse un tema così importante, i seguaci di Grillo non si affiderebbero a lui, che ha una condanna definitiva e ricopre un ruolo politico, per quanto improprio, assai più importante dei diciotto messi assieme. Lo stesso discorso vale per altri obiettivi, come il doppio mandato, l'ordine dei giornalisti, i finanziamenti ai giornali di partito. Tutte storture, tutte battaglie condivisibili, s'intende, ma quisquilie. Nel caso del referendum sulla legge Gasparri non si tratta di una quisquilia, ma è ancora peggio. È un suicidio politico. Se si votasse oggi, quel referendum sarebbe una catastrofe per l'opposizione e un trionfo per Berlusconi. Ma la cosa più probabile è che il referendum non si faccia, per fortuna. Nessuna delle altre proposte avrà poi uno sbocco politico. Che senso ha dunque sbattersi tanto? Senso politico, nessuno. Ma il comico ha enormemente aumentato il proprio seguito, pubblico, clientela. Dico subito che trovo indegno e ridicolo ogni moralismo in proposito. Grillo è un uomo di spettacolo, è grottesco giudicarlo sulla base di un metro politico o etico. In più, se guadagna tanto, se lo merita. Ha fatto scelte coraggiose che gli hanno impedito di accedere alla principale fonte di arricchimento degli attori, la televisione pubblica e privata. È giusto che si cerchi altre audience. Il blog è la principale alternativa e lui lo ha intuito fra i primi. Ma se fosse un po' più sincero, dovrebbe ammettere che il suo blog non è tanto uno strumento di lotta politica e confronto di opinioni (peraltro, sono tutti d'accordo) quanto un fenomenale punto vendita di merci autoprodotte. O quanto meno è l'uno e l'altro. Grillo è dotato di un altro talento tipico dei comici, la scelta dei tempi. I suoi interventi sono ottimamente calibrati. Non frequenti, non distanti. Appena calano l'attenzione e le vendite, ecco l'evento, il vaffanculo col botto mediatico. Nelle settimane successive, le vendite e la popolarità schizzeranno di nuovo alle stelle. Gli altri hanno capito e lo imitano. Oggi la frase che gli agenti di spettacolo si sentono ripetere più spesso dagli attori, ma ormai perfino da registi, scrittori e professori di diritto comparato col saggio in uscita, è "facciamo una cosa alla Grillo, facciamo un gran casino". S'intende, per lanciare il prodotto. I più avveduti o i più aristocratici, come Nanni Moretti, si sono sottratti per tempo alla trappola. L'interesse delle persone di spettacolo a usare eventi politici a fini di popolarità e commerciali è insomma piuttosto evidente. Come dovrebbero essere chiare le analogie di meccanismo e di linguaggio fra queste tecniche e il populismo berlusconiano. Misteriosa è invece la ragione per cui i politici e gli organizzatori si prestino a queste operazioni di marketing, dalle quali hanno tutto da perdere. Paolo Flores ha il grande merito di aver avviato con la manifestazione del Palavobis del 2002 la stagione dei movimenti che, negli anni successivi, riempì le piazze italiane di milioni di persone. Da storico e filosofo di valore, può stimare lui stesso l'abissale distanza che separa la sobria e feconda forza politica del Palavobis di allora con la sguaiata impotenza di Piazza Navona. L'ultima adunata non avvierà una stagione di protesta. Al contrario, può aver contribuito a stroncarla sul nascere. I toni, i modi, l'eco mediatica per quanto parziale e magari ingiusta dell'evento, hanno contribuito a rafforzare il disegno del "nemico" berlusconiano. Il quale da anni cerca di rovesciare la questione centrale della criminalità delle classi dirigenti italiane nel suo contrario, l'emarginazione fra gli estremisti di chi difende la magistratura e i valori della Costituzione. Con gli insulti di piazza Navona gli si è reso un enorme favore. Quanto ad Antonio Di Pietro, non gode forse degli stessi strumenti culturali di Flores, ma ha di sicuro fiuto politico. Capirà prima o poi che la strada in cui si è messo porta a un finale scontato: Grillo in cima alle classifiche dei best sellers e l'Italia dei Valori allo 0,5 per cento dei voti. Perché prima o poi gli toccherà dissociarsi, anzi ha già cominciato, e sarà bollato come codardo e venduto. Ma in questo scambio di favori ed equivoci fra primedonne, l'unico aspetto che davvero intristisce è l'inganno del pubblico. Le persone che sono andate a Piazza Navona da cittadini e si sono ritrovati spettatori, come sempre. Hanno applaudito un idolo che attaccava un altro idolo. Portando a casa la sera il tacito, amaro dubbio che le cose non cambieranno. E come potrebbero? A colpi di eventi? Gli show servono a consolare, non a cambiare la realtà. Lo show di Berlusconi, che rimane l'inventore del metodo, si rappresenta da quindici anni e l'Italia è il paese meno cambiato al mondo. Soltanto ogni giorno un po' più volgare, ignorante e incattivito. È la politica che cambia le cose, e quella non c'è più.

 

La Stampa – 10.7.08

 

La lenta fine di Eluana – Flavia Amabile

Eluana Englaro vive da 16 anni in stato vegetativo. Dopo averne trascorsi sette a sperare di poterla tenere in vita, il padre ha perso ogni speranza sapendo che la medicina è dalla sua parte e ha iniziato a lottare per veder riconoscere il diritto di morire quando la vita non è più vita. Ieri i giudici della prima sezione civile della Corte d'Appello di Milano hanno dato l'autorizzazione a papà Beppino, tutore della figlia, a interrompere, in accordo con i medici, il trattamento che tiene in vita la figlia che ha 37 anni ed è ridotta in questo stato dopo un incidente stradale avvenuto nel gennaio 1992. Quella dei giudici è una decisione storica in Italia, permette di staccare il sondino naso-gastrico che alimenta e idrata Eluana in modo artificiale. Ma non è ancora detto che la sentenza abbia un seguito immediato nè che lo abbia davvero. Il provvedimento è immediatamente esecutivo: Eluana, come hanno indicato i giudici nel loro decreto, dovrà essere trasferita dalla clinica di Lecco, quella dove è nata e che è gestita - problema non secondario in chiave obiezione di coscienza - dalle suore Misericordine di San Gerardo, in un 'hospice' o in altra struttura adatta all'interruzione (...) del sostegno vitale". Dovrà essere ricoverata in un luogo per essere seguita, anche con la somministrazione di farmaci, "con modalità tali da garantire un adeguato e dignitoso accudimento" che la accompagni "durante tutto il periodo in cui la sua vita si prolungherà dopo la sospensione del trattamento, e in modo da rendere sempre possibili le visite, la presenza e l'assistenza, almeno, dei suoi più stretti familiari". La scelta - a quanto si è appreso dalla curatrice speciale di Eluana, l'avv.Franca Alessio - è caduta sull'ospedale Manzoni di Lecco anche perché é stato preso contatto con un medico anestesista rianimatore che si è dichiarato disponibile a procedere in base al provvedimento dei giudici. E però nel mondo cattolico c'è chi pensa ad un ricorso. Monsignor Rino Fisichella, neopresidente della Pontificia accademia per la vita, avverte che la decisione dei giudici su Eluana Englaro giustifica «di fatto un'azione di eutanasia». E aggiunge che la sentenza «può essere impugnata presso una corte superiore» dove c'è la possibilità di «ragionare con maggiore serenità e meno emotività». Mentre Scienza & Vita e il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella sostengono che Eluana è la ''Terry Schiavo d'Italia". Diversa la posizione del padre di Eluana: dopo anni di battaglie e di no a ripetizione da parte della magistratura, ha visto accogliere la sua richiesta e quella che lui da sempre chiama "la volontà di mia figlia", che prima dell'incidente, quando era quella studentessa "ribelle" e "indipendente" , aveva detto, riferendosi a un suo amico caduto in coma ed allo sciatore Leonardo David, "che restare in quelle condizioni - si legge nel decreto della Corte - non sarebbe stato per lei un vero vivere", che era meglio morire "perché una vita da passare sempre in un letto, senza poter più pensare o sentire, non era vita". E sono anche queste parole, messe nero su bianco negli atti esaminati, che hanno portato i magistrati milanesi a prendere la loro decisione, "sofferta" ma "inevitabile" vista "la straordinaria durata dello stato vegetativo permanente" di Eluana e la "altrettanto straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà e la sua visione della vita". Situazioni che, come scrive Filippo Lamanna (il giudice estensore del provvedimento), mal si conciliano "con la sopravvivenza solo biologica del suo corpo in uno stato di assoluta soggezione all'altrui volere". I giudici hanno preso in considerazione anche il credo religioso di Eluana arrivando alla considerazione che possa conciliarsi "con una scelta orientata verso l'interruzione del trattamento di sostegno artificiale".

 

Sì alle prostitute, ma in casa - FRANCESCO GRIGNETTI

ROMA - È pronto e potrebbe finire all’attenzione dei ministri già domani un disegno di legge anti-prostituzione che porta la firma del ministro Mara Carfagna (Pari Opportunità). Proprio lei, la ministra attaccata così pesantemente in piazza, ci ha lavorato sodo per un mese. E non foss’altro che per solidarietà di governo, il suo ddl avrà vita facile dentro il consiglio dei ministri. In Parlamento, si vedrà. Già, perché s’annuncia una rivoluzione per il sesso mercenario. Divieto di esercitare la prostituzione in strada. Il meretricio in pubblico diventa un reato. È caduta lungo la strada, bersagliata dalle critiche del mondo cattolico ma anche dei sindaci, l’idea del ministro Maroni di realizzare i quartieri a luci rosse. Ugualmente tramontata l’idea del senatore Filippo Berselli di utilizzare lo strumento del «foglio di via» per allontanare le prostitute da una città, salvo trovarsele nella città appresso. Per la prostituzione resteranno solo le case. Ma anche qui, altre limitazioni: ad evitare l’effetto boomerang di migliaia di liti condominiali sarà sufficiente che un solo condomino sollevi obiezioni - sai che passaggio di uomini per Bocca di Rosa - perché la prostituzione diventi impossibile in quel caseggiato. Ci sono multe salate per tutti, fino a tremila euro, per prostitute e clienti che siano pizzicati dalla polizia in strada. In caso di reiterazione del reato, scatta l’arresto da cinque a quindici giorni. Per lei e per lui. Il suo obiettivo, la Carfagna l’aveva annunciato in diverse interviste: «Togliere la prostituzione dalla strada, con multe a lucciole, viados e clienti. Ma soprattutto affrontare l’emergenza delle minorenni che aumentano in maniera impressionante». Ed ecco, in quattro articoli, il suo ddl che vieta il sesso a pagamento in luogo pubblico, ma soprattutto triplica la pena per il cliente che è sorpreso con una baby-prostituta. La legge già era esplicita a questo proposito: fare sesso con una ragazza minore di 14 anni è equiparato a violenza sessuale. Ci sono precisi divieti anche se un uomo maturo si accompagna con una minorenne. Ma la norma era ben poco applicata. Ora si prova ad aumentare drasticamente la pena. E il ministero immagina anche una via per rimpatri «protetti» di baby-prostitute straniere che chiedano di essere riportate a casa. Il cuore del provvedimento, anticipato in larga parte dal quotidiano «Italia Oggi», è il rovesciamento della legge Merlin. Ovvero riportare le prostitute in casa. Non nei vecchi bordelli regolati per legge, ma a una prostituzione casalinga e discreta che non dia scandalo in strada. Quello che già succede per la maggior parte delle prostitute italiane, ma non con le straniere che hanno invaso i marciapiedi di tutt’Italia. Il nuovo reato che si prefigura è di modesta entità. Così le sanzioni. Sia il cliente che la prostituta sono multabili a partire da duecento euro. La prima volta. Con l’arresto da cinque a quindici giorni, alla reiterazione del reato. Il grave, però, per molti uomini, potrebbe essere la scocciatura di affrontare un processo, con spese legali, e pubblicità indesiderata in famiglia. A loro, le prostitute di strada, non resterà che attrezzarsi in case ospitali. «Non sono contraria a chi vuole prostituirsi per scelta - diceva ancora la Carfagna, qualche tempo fa - purché in case isolate, in modo da non dare fastidio agli altri condomini». E allora è chiaro: l’Italia si punteggerà di ville dell’amore.

 

Corsera – 10.7.08

 

Cattolici: «Ma il coma è una forma di vita»

Preoccupazione, stupore e tristezza sono i sentimenti di monsignor Fisichella. A pochi giorni dalla nomina a presidente della Pontificia Accademia per la Vita, l’arcivescovo commenta a caldo la sentenza sul caso di Eluana, «una persona» - ricorda a tutti - che «è ancora in vita: il coma è una forma di vita e nessuno può permettersi di porre fine a una vita personale». E non ha paura di usare una parola e un giudizio netti: eutanasia. Uniti alla pietà per la fine che, se verrà sospesa l’alimentazione, attende Eluana, la nuova Terry Schiavo italiana. Allo stesso tempo Fisichella reagisce con «profondo stupore» e con «tristezza» alla notizia e si chiede «come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta». Di più, «al legislatore, in quanto non risulta che in Italia ancora ci sia una legislazione in proposito, e anche soprattutto ai medici che hanno competenza specifica del caso». E invoca un giudizio più sereno e meno emotivo di un altro giudice, di grado superiore: spera insomma in una immediata impugnazione della sentenza. Tutto il mondo cattolico è sulla medesima lunghezza d’onda. Di sentenza «grave» e notizia «estremamente triste», parla il professor Gianluigi Gigli di «Scienza e vita» dai microfoni di Radio Vaticana. «Interrompere una vita non è mai in potere dell’uomo», dice monsignor Elio Sgreccia. Una sentenza «negativa» che è arrivata come un fulmine a ciel sereno in una giornata d’estate, ma al tempo stesso era attesa e temuta dopo l’intervento della Cassazione. Magari però non così, non con queste motivazioni. Per questo l’arcivescovo ha voluto reagire immediatamente, dopo poche ore dalla decisione. Soprattutto, per Fisichella non ci si può appellare a una presunta volontà di morire espressa dalla ragazza quando era ancora in salute. «È questo - spiega con forza - un argomento strumentale, perché nessuno può presentare testimonianze in proposito». In ogni caso anche «qualora ciò fosse stato detto, questo non giustifica la decisione di togliere il nutrimento: tante volte in un momento di crisi ci si lascia andare a frasi di sconforto, ma non per questo un giudice può autorizzare un’azione di morte». «Le intenzioni - conclude - si modificano nel corso del tempo e della vita, e c’è sempre la possibilità di un ripensamento».

 

Laici: «La libertà di decidere sull’esistenza»

La sentenza della Corte di appello su Eluana costituisce una svolta storica. Non solo per il suo contenuto, ma soprattutto per la sua motivazione: la ricostruzione delle volontà precedentemente manifestate. Vince l’autodeterminazione della persona, espressa nel pieno della consapevolezza e lucidità, vince il principio della libertà di decidere della propria vita, vince la possibilità di scegliere dove porre il limite fra accanimento terapeutico e cure, vince il consenso informato ai trattamenti, vince il principio del Testamento Biologico, che di questo Consenso è l’estensione, da applicare nel caso in cui non ci si si potesse esprimere di persona. L’intera vicenda Englaro è in sé una prova che il movimento a favore del Testamento Biologico in Italia, che in prima persona ho fortemente voluto e promosso, non è nato come disquisizione etica, ma come azione concreta per impedire che si consumino inutilmente drammi come quello di Eluana e di suo padre Beppe, casi che molto spesso rimangono silenti, senza comprensione e tantomeno conforto. Quindici anni fa in Italia infatti non c’era alcun modello di riferimento per formalizzare le volontà di Eluana rispetto alla vita artificiale. Chi conosceva il suo pensiero ha vissuto un vero e proprio calvario perché il desiderio di Eluana fosse esaudito. Oggi non sarebbe così: non c’è una legge sul Testamento Biologico come negli Usa e nella maggior parte dei Paesi europei, ma se ne può fare a meno. Esiste la possibilità di compilare una semplice dichiarazione che permette di esprimere la propria volontà circa le cure che si vogliono o non si vogliono ricevere in caso di perdita della capacità di intendere e di volere, e di nominare uno o più fiduciari incaricati di far eseguire le proprie volontà. Se Beppe avesse avuto questo documento tutto sarebbe stato più semplice. Per questo il mio appello è che le persone, anche i più giovani, facciano il loro testamento biologico, esprimendo la loro volontà di accettare o non accettare la vita artificiale e ogni forma di trattamento. Il Testamento Biologico è una conquista di civiltà e uno strumento di responsabilità e libertà individuale a cui nessuno dovrebbe rinunciare.

 

La Bce e il terzo shock petrolifero

Quando i prezzi delle materie prime aumentano rapidamente, come sta avvenendo attualmente, i Paesi importatori come l'Italia subiscono una riduzione del proprio reddito. La politica economica decide come distribuire l'onere dell'aggiustamento. Nei due precedenti shock petroliferi - del 1973-74 e del 1979-80 - l'Italia si illuse di poter evitare la contrazione del reddito e di scaricare l'aggiustamento su altri. Nel primo shock petrolifero si cercò di difendere il potere d'acquisto di tutti, indicizzando i salari all'inflazione. La politica monetaria accomodante alimentò la spirale prezzi-salari che in pochi mesi spinse l'inflazione oltre il 20%. Per riportarla sotto controllo fu necessario una drastica restrizione del credito, che determinò una recessione (con calo del Prodotto lordo di quasi il 4%, su base annua, nel secondo trimestre del 1975). Nei tre anni successivi la lira perse circa un quarto del suo valore nei confronti delle altre valute europee. Nel secondo shock petrolifero si cercò di stimolare la crescita con una politica di bilancio espansiva, spingendo il deficit oltre il 10% del Prodotto lordo ogni anno dal 1981 al 1993. Il risultato fu di raddoppiare il debito pubblico, da circa il 57% del Prodotto nel 1980 a oltre il 120% nel 1994. In quel periodo la lira svalutò di quasi il 70% nei confronti delle altre valute europee. Quegli errori di politica economica sono stati pagati principalmente dai piccoli risparmiatori, che hanno visto i loro averi mangiati dall'inflazione, dai disoccupati, che sono aumentati dal 4% della popolazione attiva nel 1973 al 10% alla fine degli anni Ottanta, e infine dai contribuenti che si ritrovano oggi a dover pagare tasse più alte per rimborsare il debito contratto in quel decennio. L'economia italiana è uscita indebolita da quell'esperienza, come dimostra la crescita modesta dalla metà degli anni Novanta. Alcuni di quegli errori - grazie anche alla costruzione europea - non sono ripetibili. La Banca Centrale Europea non consentirà di trasformare gli aumenti dei prezzi delle materie prime in inflazione permanente. Le politiche di bilancio, in linea con il Patto di Stabilità e Crescita, non scaricheranno sulle prossime generazioni il rincaro delle materie prime. I risparmiatori e i contribuenti sono protetti. L'aggiustamento all'attuale shock petrolifero può seguire due vie. La prima consiste nello spalmare il costo su tutti, in funzione dei consumi energetici, e concentrare gli interventi di sostegno sulle categorie più deboli, purché siano neutrali dal punto di vista del bilancio pubblico: eventuali contributi o riduzioni fiscali sono compensati con tagli di spesa pubblica o altre maggiori entrate. La seconda via è quella di cercare di proteggere indiscriminatamente tutti i redditi, indipendentemente dall'andamento della produttività, attraverso meccanismi di indicizzazione. Così facendo si aggraverebbe la perdita di competitività, con effetti negativi sull’occupazione. Il costo dell'aggiustamento verrebbe pagato dai nuovi disoccupati. Purtroppo, stanno emergendo segnali in questa direzione. Nel primo trimestre del 2008 le retribuzioni italiane hanno continuato ad aumentare in modo indipendente dalla produttività (3,7% in base annua, a fronte di un calo della produttività dello 0,9%), peggiorando ulteriormente la situazione competitiva nei confronti dei partner europei. E dopo anni di miglioramenti, in cui la disoccupazione aveva raggiunto il minimo del 6,1% nel 2007, negli ultimi due trimestri ha ripreso ad aumentare, al 6,5%. Chi non impara dagli errori del passato è destinato a ripeterli.


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