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«Con la schedatura l'Italia non rispetta la legislazione comunitaria»

Manifesto – 11.7.08

 

«Con la schedatura l'Italia non rispetta la legislazione comunitaria» - Anna Maria Merlo

PARIGI - Il ministro Roberto Maroni ha moltiplicato gli incontri per cercare di giustificare, con Bruxelles, la decisione italiana di schedare i rom, bambini compresi. Un esercizio difficile, praticamente impossibile. La giurista Virginie Guiraudon, ricercatrice del Cnrs all'Università di Lille 2 (che ha pubblicato, ultimamente, La France dans la gouvernance européenne, Presses de Sciences Po, 2008) ricorda la legislazione comunitaria, che l'Italia deve rispettare. Schedare un'etnia è proibito in modo specifico da quali testi comunitari? Prima di tutto, c'è il trattato di Amsterdam, varato nel '97 e in vigore dal '99, che all'articolo 13 impone agli stati membri di lottare contro le discriminazioni etniche, razziali, religiose, sull'orientamento sessuale. Questo testo era nato dall'esigenza di tutelare le minoranze nell'Europa dell'Ovest, ma aveva anche l'obiettivo di proteggere le minoranze rom nei paesi candidati, in vista dell'allargamento dell'Ue. La Commissione, poi, a causa dell'allargamento, precisa la posizione con due direttive che, ricordo, sono vincolanti per gli stati membri: la prima, del giugno del 2000, è molto precisa per combattere le discriminazioni, dirette e indirette, su base etnica e razziale. E' stato un grande passo avanti, soprattutto per i rom. Come sottolinea l'European Roma Rights Center, un'organizzazione di difesa dei rom, prima i ricorsi erano presentati di fronte alla Corte per i diritti dell'uomo a Strasburgo e le procedure erano lunghe. Oggi, con la direttiva «etnicità» del 2000 viene presa in conto la discriminazione strutturale, di cui sono vittime i rom: non una somma di casi individuali, ma un razzismo istituzionale. L'Italia ha integrato questa direttiva nella propria legislazione? Allora c'era già un governo Berlusconi. Il presidente del consiglio aveva peraltro firmato per la direttiva, che richiedeva l'unanimità. Ma per la trasposizione è stato fatto il minimo indispensabile. E' stata creata un'agenzia, l'Unar, l'Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali, che però non è indipendente come avrebbe dovuto essere. In Italia questa agenzia è un semplice dipartimento del ministero delle pari opportunità, a differenza di quello che succede in altri paesi, dove è una struttura indipendente. Sono venuta a sapere che qualche giorno fa è stato fatto fuori il direttore dell'Unar. Vuole dire che vogliono sbarazzarsi di questa struttura, che già era dotata di pochi mezzi. Ci sono altre norme, come la Convenzione europea dei diritti dell'uomo? Certo, c'è l'articolo 14 di questa Convenzione contro le discriminazioni. Una decisione importante del novembre del 2007. Poi ci sono le numerose protezioni dell'Unicef che riguardano i minorenni. Nell'Unione europea c'è inoltre un programma a favore dell'integrazione dei rom, nell'ambito del progetto Progress. Potrebbero venire invocate anche le norme che proteggono la privacy per quanto riguarda le impronte? Il diritto europeo difende la privacy. C'è una direttiva del '95, che impone di conoscere le finalità, chi avrà accesso e a cosa serve la raccolta di impronte digitali. Ci vuole, inoltre, il consenso degli interessati. Per i minorenni, quello dei genitori. Anche la Costituzione italiana, del resto, istituisce l'eguaglianza dei cittadini. Il governo, quindi, propone una legge sapendo che è contraria al diritto. Non a caso, i prefetti hanno detto che non l'applicheranno.

 

«Paura e razzismo, c'è una brutta aria da anni '30» - Eleonora Martini

SAN ROSSORE (PI) - «La libertà mi ha colto di sorpresa. Non me l'aspettavo e ora sto cercando di ricostruirmi una quotidianità, nuove abitudini. L'unica cosa che mi è chiara è che voglio aiutare chi ancora in Colombia vive nell'orrore che ho vissuto io. La libertà è un valore per cui vale la pena di combattere». Alle 13 in punto, poco ore dopo aver ricevuto la chiamata del presidente venezuelano Chavez, un'emozionata Ingrid Betancourt si collega telefonicamente da Parigi con il Meeting internazionale di San Rossore accolta dagli applausi della platea. Fino a una settimana fa, prima che venisse liberata, nella lista degli ospiti figurava sua madre Yolanda invitata dal comitato che sostiene la sua candidatura al Nobel per la pace, e che ha sede proprio in Toscana. E' uno dei momenti più vibranti della prima giornata di lavori della kermesse dedicata quest'anno a «riabilitare il nome della tenuta di San Rossore», dove il 5 settembre 1938 il re Vittorio Emanuele III firmò il primo regio decreto che diede il via alle leggi razziali in Italia. «Contro ogni razzismo, capire le differenze, valorizzare le diversità», è il titolo di questa VIII edizione del Meeting che ha ricevuto il messaggio augurale del presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Altri applausi e altra emozione esplodono quando Claudio Martini, presidente della Regione Toscana promotrice del Meeting, annuncia in sala la notizia della risoluzione con la quale il parlamento europeo chiede all'Italia di sospendere la raccolta e l'utilizzo delle impronte digitali dei rom. Per tutti è forte la sensazione di essere catapultati in un rigurgito della storia. Anche per questo il genetista Marcello Buiatti, la senatrice e premio Nobel Rita Levi Montalcini e altri scienziati italiani hanno voluto «ribaltare la storia» presentando proprio qui, a San Rossore, esattamente 70 anni dopo quel 14 luglio in cui venne pubblicato il «Manifesto della purezza della razza italiana» redatto da dieci scienziati, un «Manifesto antirazzista» specularmente opposto a quello del '38, in cui si smonta «l'architettura tanto accurata quanto infame che fu posta dal regime fascista a sostegno del razzismo e dell'antisemitismo italiano». Oggi, ha detto Buiatti, «avverto un aumento continuo di astio, di litigiosità e di odio individuale e collettivo» paragonabile a quello esistente in altri momenti storici come «nella crisi del '29 o nel periodo tra le due guerre». «E' la paura dell'altro - ha sottolineato - che sia l'handicappato, il folle, il povero di spirito: non a caso c'è una proposta di legge per abolire la 180 e riaprire i manicomi». «Attenzione - esorta la vicepresidente del senato Emma Bonino - il razzismo è un demone ricorrente, come ci ha dimostrato anche la guerra nell'ex Jugolavia, ma se da Strasburgo oggi arrivano segnali rassicuranti vuol dire che la storia si può cambiare». Dello stesso avviso anche Isaac Newton Farris, nipote di Martin Luther King che mostra come esempio la candidatura di Barack Obama alla presidenza Usa: «Rappresenta una parte del sogno di mio zio che si realizza». Pure il presidente dell'Ucei Renzo Gattegna, che aprendo i lavori ha portato la testimonianza delle comunità ebraiche, insiste sul punto: «Dobbiamo sempre vigilare - ha detto -: le giuste e necessarie azioni repressive verso chi viola le leggi non si devono trasformare in azioni di intimidazione o di discriminazione verso gli interi gruppi di appartenenza». Lo sa bene Valeriu Nicolae, direttore dell'ong rom romena European Roma Grassroots, che ha contribuito a scrivere la risoluzione approvata ieri a Strasburgo. «L'Italia è il peggiore paese d' Europa riguardo i diritti delle minoranze zingare». Per questo ieri a Bucarest, su iniziativa della Realitatea Tv e di alcune ong rumene, migliaia di rom hanno avviato una campagna di raccolta di impronte digitali che invieranno all'ambasciata italiana. Se devono essere schedati, sostengono, allora che siano schedati tutti.

 

La rabbia di Maroni: «È un voto indegno» - Stefano Milani

Indignato, contrariato, sconcertato. La lista degli aggettivi è lunga e i toni sono accesi. Agli esponenti del Pdl non è proprio andata giù la decisione dell'Unione europea che ha bocciato il provvedimento del governo italiano sulle impronte ai bambini rom. Una bocciatura che era nell'aria viste le anticipazioni che, nelle ultime settimane, arrivavano più o meno quotidianamente da Bruxelles. Dichiarazioni sparse, proclami di singoli europarlamentari, ma nessuna presa di posizione ufficiale. Ora invece è arrivato il voto, chiaro e schiacciante, a sancire la condanna dell'Europa e la sconfitta della linea Maroni. Ed è proprio il ministro degli Interni il più seccato di tutti: «Il voto dell'europarlamento, voluto dalla sinistra, provoca la nostra indignazione perché basato su presupposti falsi, conosciuti in quanto falsi. E noi lo contestiamo». Indignazione specie quando, prosegue, «si sfrutta il sentimento di pietà verso i bambini e le minoranze etniche per invocare un'azione in sede europea contro il governo che per primo ha deciso di porre mano alla situazione». In serata poi il ministro del Carroccio prova a smorzare un po' i toni e precisa: «Le impronte digitali per chi vive nei campi nomadi, anche minori, sono uno strumento che viene utilizzato solo in quei casi in cui non sia possibile una identificazione certa attraverso i documenti disponibili». La sostanza non cambia di molto perché il capo del Viminale è deciso ad andare avanti e rilancia le operazioni di censimento dei campi nomadi (già cominciate a Milano e Napoli e che lunedì partiranno anche a Roma) per le quali, dice, «c'è un'atmosfera quasi festosa» da parte di chi «finalmente sa di poter essere identificato e di poter ottenere i diritti civili» al punto che «se le istituzioni europee studiassero perbene questo provvedimento, potrebbero adottarlo come best practice per risolvere il problema dei campi nomadi». Deluso su quanto deciso a Strasburgo è anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, che rimanda al mittente l'accusa di razzismo nei confronti del governo italiano perché «totalmente infondata» e «basata su motivazioni politiche e non sostanziali». La critica del titolare della Farnesina non è solo nel merito del provvedimento ma anche nel metodo, per come si sono svolte le operazioni di voto. «L'Europarlamento ha adottato questa risoluzione senza attendere che fosse iniziato il confronto con la Commissione europea - prosegue Frattini - il che vuol dire che non c'è stato alcun interesse sostanziale ad ascoltare dalla Commissione le valutazioni sul punto di compatibilità con l'ordinamento comunitario». A rincara la dose ci pensa Andrea Ronchi, ministro per le Politiche comunitarie: «Siamo molto contrariati. È una delle pagine peggiori della politica europea». Ad esultare è invece il Pd. Per Marco Minniti, ministro ombra degli interni, la risoluzione «conferma che la raccolta delle impronte per i bambini rom evoca odiose discriminazioni». Dello stesso avviso l'ex prefetto di Roma e senatore del Pd Achille Serra, che osserva: «Sorprendente come neanche il pronunciamento del Parlamento europeo riesca a scalfire le assurde certezze della destra». Secondo l'ex ministro della solidarietà sociale ed esponente del Prc Ferrero «è ora che Maroni si rimangi la sua folle decisione e, soprattutto, che i prefetti di tutt'Italia fermino immediatamente la schedatura dei bambini rom». Ma a gioire di più per questo voto è il mondo dell'associazionismo. «Nessun dubbio sulla decisione dell'Ue» aveva Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi. Soddisfazione anche da parte dell'Unicef e del Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) che saluta come «opportuna e necessaria» la risoluzione approvata ieri dall'Europa in quanto «censura la misura presa del governo italiano». Per l'Arci è «una risoluzione importante per la salvaguardia dei diritti dei rom - dice Filippo Miraglia, responsabile immigrazione - e che corrisponde al sentire di gran parte delle cittadine e dei cittadini italiani». E dopo il successo dell'iniziativa organizzata dall'Arci lunedì scorso con oltre 3000 impronte raccolte in poche ore a Roma, l'associazione annuncia nuovi banchetti in giro per l'Italia.

 

Una libera scelta per Eluana - Enzo Mazzi

È un annuncio di liberazione e di resurrezione la sentenza della Corte D'Appello di Milano che accoglie il reclamo del padre di Eluana, la ragazza in coma irreversibile da sedici anni. Lo è per lei e per tutti noi che amiamo la vita e amiamo quindi la sua intrinseca finitezza. Scusate l'enfasi che mi è suggerita dal clima regressivo in campo etico che stiamo vivendo in Italia da molti anni senza un barlume di speranza. E insisto. Beppino Englaro potrà dare di nuovo la vita a sua figlia, quasi generarla di nuovo. Sospendendo l'alimentazione forzata potrà compiere nei confronti della figlia il gesto generativo più forte. E sarà anche la scelta più densa di fede cristiana. Sarà come un secondo battesimo, non in senso ritualista, ma come immersione nella dimensione della resurrezione, cioè della vita che perennemente rinasce. L'impietosa e ottusa intransigenza delle gerarchie vaticane è ancora una volta il segno di una inadeguatezza di fronte alle grandi trasformazioni che investono ormai tutti i campi del vivere ed evidenzia una forte contraddizione dal punto di vista della stessa fede cristiana. Ma può essere anche il segno della estrema debolezza in cui si trova il sistema del dominio del sacro, mi scuso per l'approssimazione, che fin dagli inizi della storia è fondato sull'ancestrale paura della morte. Tutti i sistemi di potere per affermarsi e mantenersi hanno sfruttato a piene mani la paura della morte. A cominciare dal potere attribuito a Dio in quasi tutte le religioni e culture. Dio e morte sono considerati da sempre nemici inconciliabili fra loro, ma in un certo senso anche alleati perché Dio usa la morte come strumento di condanna per il peccato. E è proprio questo binomio di opposti, Dio/morte, che forse è in crisi, già dal tempo di Francesco d'Assisi che cantava la morte-sorella. Su di esso occorre lavorare per portare un po' avanti la nostra liberazione dalla paura. Sul tema dell'eutanasia molto si parla in termini politici, biologici, medici, giuridici. E già questo è un segno di maturazione della coscienza collettiva. Poco si è parlato e si parla però delle radici inconsce che condizionano le nostre scelte, fra cui certamente il binomio Dio/morte. Al fondo dei problemi etici che agitano il nostro tempo c'è questo Dio tenero per certi aspetti e terrificante per altri; c'è questo Dio che ci ama fino a incarnarsi e sacrificarsi per salvarci dal peccato ma ci condanna a assaporare fino in fondo la sofferenza, anche se si fa insopportabile, una sofferenza si badi bene che lui stesso ci manda e ci impone finché lui vuole, nella sua imperscrutabile volontà e provvidenza. E se pretendiamo sostituirci a lui nel decidere, sostenuti e moderati dalla rete delle relazioni affettive e tecniche, quando è il momento di rifiutare una sofferenza il cui scopo è solo la tortura per se stessa, ci condanna alla seconda morte, cioè a quella eterna dell'anima. Della paura sono vittime preti, medici, cattolici in genere. Ma anche tanti laici. La paura del binomio divinità/morte è sepolta da millenni nell'inconscio collettivo, nella zona più oscura della vita individuale e sociale. Quella paura non basta esorcizzarla con esercizi puramente mentali; non ritengo sufficiente ad esempio il negazionismo ateista. Perché dal profondo emerge in forme mascherate. La paura, sepolta nella zona più oscura della vita, ha bisogno innanzi tutto di essere riconosciuta, narrata e analizzata. Le emergenze etiche posso essere l'occasione per dare finalmente cittadinanza a esperienze essenziali del vivere umano. Il problema è che da soli non ci si riesce e mancano luoghi per socializzare tali elaborazioni e esperienze. O forse non si cercano.

 

Primo sì per il lodo Alfano, ma non c'è il «salta premier» - Sara Menafra

ROMA - Il lodo Alfano va, con un unico emendamento, quello che impedisce di conservare il privilegio saltando da una all'altra delle prime quattro cariche dello stato. Modifica proposta dal Partito democratico e approvata da quasi tutta la camera dei deputati. Voto senza ombra di dubbi, finisce tutto alle sette e mezza di sera: 309 voti favorevoli da Pdl e Lega, 236 contrari tra Pd e Italia dei valori, 30 astenuti dell'Udc. La discussione in aula è accesa, non barricadera. Il Partito democratico sin dal mattino sceglie di abbandonare la tecnica degli interventi fotocopia con cui aveva accolto la discussione parlamentare di due giorni fa, lasciando la parola ai leader del partito. Linea dura, contro il premier e contro una legge che per tutta la legislatura impedirà che quattro alte cariche dello stato siano sottoposte a processo per qualunque genere di reato, dallo stupro all'aggiotaggio. Tra i primi a prendere la parola c'è Massimo D'Alema. Invita Berlusconi a «rinunciare» al lodo Alfano: «Affronti i giudizi che lo riguardano a testa alta e lasci al parlamento il compito di affrontare questioni di fondo come quella della giustizia in quel clima di confronto sulle riforme prima auspicato e poi compromesso da scelte autoritarie che hanno creato imbarazzo» anche «in parte della maggioranza». L'ex presidente dei Ds si prende l'incarico di aprire la discussione sulla ventina di emendamenti messi in votazione dai democratici (su 280 presentati in aula). Dice di considerare questa legge, «pasticciata e confusa», un errore politico anche del presidente del consiglio: «Mi chiedo se davvero faccia l'interesse dell'onorevole Berlusconi, innanzitutto come capo del governo, che si espone indubbiamente al dibattito umiliante di questi gironi e si espone anche sulla scena internazionale come capo di governo che violenta la sua maggioranza, cambia i calendari delle camere per imporre un provvedimento rozzo e frettoloso di questo tipo». Prende le distanze da piazza Navona «virulenta, volgare, senza regole», ottenendo applausi anche dal centrodestra. Ma poi ripete: «Questa legge serve solo a bloccare in modo sbrigativo e rozzo il processo per corruzione in cui il presidente del consiglio è coinvolto e forse per evitargliene un altro, spiega l'ex premier. Che a conclusione si appella ai riformisti, perché seguano il sentiero stretto tra piazza e arroganza del potere, «l'unico che porta ad affrontare e risolvere i problemi del nostro paese». Nel pomeriggio, l'intervento di Walter Veltroni riprende i passaggi fatti da D'Alema uno ad uno, tanto che quest'ultimo a fine giornata non manca di sottolineare di essere contento per la comunanza di vedute. Il voto fila liscio, senza particolari sorprese. Delle proposte di modifica avanzate dal Pd ne passa solo una, sostanziale, firmata da Pierluigi Mantini: chiarisce che lo scudo per tutti i processi è valida una sola legislatura, senza eccezioni. Se, ma è ovviamente un assurdo, il presidente del consiglio dovesse essere nominato presidente della Repubblica in questa stessa legislatura, la protezione cadrebbe. La vota il Partito democratico, ma non l'Italia dei valori che, tramite Massimo Donadi, spiega di non condividere «l'intero impianto» del lodo Alfano. Tra i dipietristi e i democratici è maretta per tutto il giorno. Con Antonio Di Pietro che prende la parola per attaccare il governo e difendere la procura di Milano e lo stesso Veltroni che sottolinea la mancata presa di distanza dalla piazza: «Mi sarei aspettato che il distinguo fosse ripetuto anche in quest'aula». Sul complesso della legge la maggioranza parlamentare di chiude a riccio. Vota compatta, anche se la Lega nord ammette di doversi turare il naso, «con atteggiamento disincantato ma assolutamente trasparente» nella consapevolezza che bisogna trovare una soluzione «ai difficili rapporti tra politica e giustizia», confessa Carolina Lussana. Si va. Già questa mattina Montecitorio passerà all'esame del pacchetto sicurezza e della modifica della norma blocca processi. Il voto è previsto per lunedì, anche se il presidente della camera Gianfranco Fini sottolinea più e più volte che per la discussione potranno essere usate anche le giornate di «sabato, domenica, con seduta notturna». Per ora, niente fiducia. Non è chiaro se il Pd accetterà l'offerta.

 

Industria giù a picco - Carlo Leone Del Bello

Maggio terribile per l'industria italiana: crolla del 6,6% l'indice Istat che ne misura l'andamento. E nel resto d'Europa, di certo non va meglio. Con i portafogli sempre più leggeri a causa di rincari energetici e alimentari, la produzione non può che stentare, in previsione di una domanda debole. Anche la Bce non lascia scampo: bisognerà «rassegnarsi al trasferimento di reddito» verso i paesi produttori di materie prime. La brusca diminuzione dell'indice della produzione industriale, se corretta per i giorni lavorativi, risulta comunque notevole: -4,1%. Il dato congiunturale, ovvero la variazione rispetto ad aprile, mostra una flessione dell'1,4%. Le industrie più colpite sono quelle che producono beni durevoli (-3,7% nel complesso), mentre i settori più in sofferenza sono i soliti: industria del legno (-8%) e industria delle pelli e calzaturifici (-7,1%). In crescita invece la produzione di apparecchi meccanici (+3,5%) e mezzi di trasporto (+3,2%). Alla vicina Francia intanto va peggio, con una diminuzione del 2,6% della produzione rispetto ad aprile. Le previsioni dell'Isae (istituto di analisi economica) per l'area euro rimangono pessime. Nel secondo trimestre la produzione industriale non crescerà affatto, mentre un tiepido miglioramento è previsto per il terzo e il quarto trimestre (+0,4% e +0,3% rispettivamente). Per l'istituto di ricerca, la frenata della produzione industriale «risentirebbe del deterioramento delle condizioni macroeconomiche». Tradotto, questo significa che la crisi è da imputare al rallentamento della domanda interna ed estera, a condizioni creditizie sfavorevoli, al boom dei prezzi petroliferi e all'apprezzamento dell'euro rispetto al dollaro. Il centro studi di Confindustria invece non si spinge così in avanti nelle previsioni, e pronostica un «rimbalzo» congiunturale dello 0,9% in giugno. Ieri la leader confindustriale Emma Marcegaglia si è detta «preoccupata», mentre per la segretaria confederale Cgil Susanna Camusso il crollo della produzione sarebbe causato dai bassi consumi interni. Diventerebbe quindi fondamentale una «massiccia redistribuzione su salari e pensioni», proprio per rilanciare gli acquisti. Anche il basso livello degli investimenti renderebbe urgenti interventi di politica industriale da parte del governo, cosa di cui si è invece finora disinteressato. La Banca centrale europea, come è noto, non è dello stesso avviso. Secondo l'istituto con sede a Francoforte infatti, aumenti salariali in linea con l'inflazione sarebbero non solo inutili, in quanto i prezzi salirebbero ulteriormente una volta aumentati i salari, ma anche dannosi, dato che andrebbero in questo modo a fissarsi delle aspettative inflazionistiche molto difficili da domare. Questa volta però l'Eurotower, nel bollettino mensile, si è spinta oltre, facendo intendere che i rincari petroliferi sono qualcosa di molto serio. Nel medio-lungo termine bisognerà infatti «accettare la variazione dei prezzi relativi e il connesso trasferimento di reddito dai paesi esportatori ai paesi importatori di materie prime, il che richiede un mutamento del comportamento di famiglie e imprese». Insomma, secondo questa inedita (da parte della Bce) e allarmante visione, l'aumento dei prezzi sarebbe reale e strutturale, quindi la politica economica, monetaria e fiscale, non potrà annullarne gli effetti.

 

La nuova strategia del petrolio. Fuga dall’Iran - Roberto Tesi

La conferma «ufficiale» ieri sulla prima pagina del Financial Times: la Total abbandona l'Iran. Il giorno prima il quotidiano londinese aveva rivelato la disponibilità della stessa Total e dell'Eni a fornire ai paesi mediorientali produttori di petrolio impianti nucleari. Che c'è di vero dietro questi scoop? Tutto, anche perché i diretti interessati non smentiscono. Il quadrante mediorientale è in ebollizione: il paese canaglia preso di mira dagli Stati uniti è ora l'Iran, mentre, seppure molto lentamente, la situazione in Iraq è in via di normalizzazione. Neppure a dirlo a suscitare gli appetiti è il petrolio. Soprattutto quello dell'Iraq: di buona qualità e facilmente estraibile. Certo, necessitano forti investimenti per arrivare a un raddoppio (5 milioni di barili al giorno) della produzione. Ma i soldi non sono un problema, visto quello che è stato già speso per l'invasione. Per capire il perché dell'addio della Total all'Iran, bisogna partire dall'Iraq. A Baghdad da mesi stanno cercando di mettere a punto una legge sulla privatizzazione del petrolio. Fino a un anno fa, sicuramente, non ci sarebbe stata la fila per ottenere concessioni, ma ora - dicono i servizi di tutto il mondo - la situazione sembra molto più tranquilla, tale da consentire una ripresa - con rischi bassi - degli investimenti. In attesa della legge, Baghdad ha deciso di aprire una «prequalifica» per indentificare le società, alle quali in seguito saranno concessi i diritti di sfruttamento, che da subito possono cominciare a operare. A farsi sotto è stata l'elite mondiale del petrolio, con in testa la Exxon, ma anche società russe e giapponesi. E, naturalmente, la Total e l'Eni che da circa un anno ha aperto un ufficio di rappresentanza nella capitale. Di più. Anche nel periodo di Saddam l'Eni aveva delle buone relazioni con l'Iraq: non estraeva petrolio direttamente, ma formava (anche in Italia) tecnici addetti all'estrazione. Ma che c'entra la Total che se ne va dall'Iran? Semplice: l'Iran è sotto tiro, non è escluso che possa diventare un nuovo Iraq e che al paese vengano applicate pesanti sanzioni. E quindi i francesi, per farsi belli con gli Usa, hanno deciso di abbandonare il paese, sperando di ottenere in cambio ricche concessioni in Iraq. Oltretutto si fanno belli con poco: gli scorsi anni c'era stato un contenzioso sui prezzi con le autorità iraniane che si sta trascinando anche oggi. Senza contare che la produzione della Total in Iran è abbastanza limitata e i francesi sembra abbiano già ammortizzato gli investimenti effettuati. Insomma, andandosene dall'Iran non perderebbero molto. Per l'Iran non sarebbe un gran danno, visto che un gruppo russo (Lukoil) è pronto a prendere il posto della Total sviluppando nuovi campi petroliferi. In Iran è impegnata anche l'Eni, presente nel paese dal 1957. Nel 2007 (le cifre sono riportate dall'ultimo Fact book aziendale) la produzione in quota Eni è stata di 26 mila boe al giorno. L'attività è concentrata nell'offshore del Golfo Persico e nell'onshore prospiciente per una superficie complessiva di 1.456 chilometri quadrati. La produzione è fornita principalmente dai due giacimenti offshore (i South Pars 4 e 5) e a Darquain, un giacimento che ha cominciato a produrre nel luglio del 2005 e dal quale si attende una forte crescita del petrolio estratto, attualmente circa 60 mila barili al giorno che diventeranno 160 mila prossimamente. Complessivamente arriva da qui l'88% della produzione Eni che partecipa anche allo sfruttamento di petrolio Dorood. Nel 2007 l'Italia è stato il primo partner commerciale della Ue nell'interscambio con Tehran: 3,9 miliardi di importazioni (per l'80% petrolio e gas) e 1,8 miliardi di euro le esportazioni. I programmi di esportazione verso l'Iran sono coperti dalla Sace e ammontano a 4,5 miliardi. In Iran l'Eni non ha mai avuto problemi e molti dipendenti del gruppo italiano fanno la fila per poter andare a lavorare nel paese. Per l'Eni in Iran le prospettive sono molto buone: non caso è nella short list di società alla quali verrebbe affidato lo sviluppo di nuovi campi petroliferi. Quelli conosciuti come South Part 19-21. Insomma, motivi per andarsene dall'Iran, l'Eni non ne ha nessuno. Il 13 novembre dello scorso anno, Paolo Scaroni, l'amministratore delegato del gruppo petrolifero italiano, ha dichiarato «ci auguriamo che la situazione in Iran migliori: siamo molto ben posizionati per crescere in quel paese». E il 2 luglio ha precisato che l'Eni non andrà via dall'Iran se non «per una causa di forza maggiore, cioè se ce lo chiedesse il governo italiani o ci fosse una decisione in questo senso della Nazioni unite». Scaroni ha anche spiegato che l'Eni ha investito molto in Iran «e se uscissimo oggi perderemo tra i 2 e il miliardi di dollari». Insomma, situazione diversa da quella della Total. Ma che faranno il governo italiano e le nazioni unite? Le prime dichiarazioni di Frattini non sono favorevoli. Certo, ha parlato di necessità di dialogo, ma ha anche criticata l'eccessiva tolleranza del governo Prodi con Tehran e ha promesso un allineamento servile alla posizione statunitense che potrebbe decidere unilateralmente sanzioni all'Iran, mentre è improbabile che il Consiglio di sicurezza dell'Onu raggiunga l'unanimità. In questo quadro si inserisce marginalmente la proposta di fornire centrali nucleari a paesi dell'Africa e del Medio Oriente. Proposta apparentemente bizzarra, visto che la produzione di energia nucleare viene negata all'Iran. Tuttavia coerente: la formula usata, infatti, è quella di «chiavi in mano», compresa la fornitura delle barre di uranio. All'Eni fanno notare che molti paesi hanno problemi energetici e di raffinazione che richiederebbero spese enormi per centrali e raffinerie. La casa «più semplice» è aggirare questi problemi con l'energia nucleare in cambio di una fornitura di petrolio sicura. Da sottolineare che l'Eni ha già costruito due enormi centrali elettriche in Congo e in Nigeria. La differenza è che non sono nucleari, ma a gas.

 

L'aborto resta illegale, il papa strabatte Lula - Roberto Zanini

Il governo Lula ha perso, anzi straperso. E il papa ha vinto, anzi stravinto. La commissione giustizia e costituzione della camera del Brasile ha seppellito l'altra sera con 57 voti contro 4 il progetto di legge numero 1135 sulla decriminalizzazione dell'aborto. La scorsa settimana un'altra commissione parlamentare, quella per la sicurezza sociale e la famiglia, aveva anch'essa votato contro il progetto di legge, in proporzioni piuttosto simili. In Brasile l'interruzione volontaria della gravidanza è un reato penale, prevede da uno a tre anni di detenzione, è depenalizzato soltanto in caso di stupro o di pericolo di vita della madre. Il Brasile, è utile ricordare, è il paese in cui vive il maggior numero di cattolici del mondo: 127 milioni di brasiliani si dichiarano cattolici (nel numero due, il Messico, ci sono 80 milioni di cattolici, il terzo è l'Italia con 56 milioni). Era datato nientemeno che 1991, il progetto di legge affondato ieri definitivamente - se nessun deputato lo rilancerà entro cinque sessioni del parlamento o se almeno 51 deputati non lo riproporranno alla camera, cosa che appare improbabile. Da diciassette anni faceva la spola tra le varie istanze del potere legislativo brasiliano, sollevando emozioni a ogni passo. Una delle più nette l'aveva regalata lo stesso Benedetto XVI in occasione del suo primo viaggio in Brasile, nel maggio del 2007. Sull'aereo gli chiesero che ne pensava dei vescovi messicani che proprio il giorno prima avevano minacciato di scomunicare i parlamentari che avessero votato a favore dell'aborto. «La scomunica è prevista dal diritto canonico», rispose il pontefice, e prima che il portavoce papale potesse farci qualcosa, tutti i media mondiali riportavano la stessa notizia: il papa pronto a scomunicare chi vota per l'aborto. Un anno dopo il Vaticano ha raccolto il frutto dei suoi fulmini preventivi e la legge che avrebbe reso possibile abortire viene soffocata sul nascere appena prima di diventare maggiorenne, con l'esplicita - e rumorosa - soddisfazione dei gruppi cattolici che hanno affollato il luogo del dibattito prima pregando e poi cantando. Anche alcuni deputati si sono presentati all'appuntamento con foto di feti abortiti appese al collo, il più fantasioso Carlos William del Ptc (Partido trabahalista cristiano), arrivato con una piccola bara con un bambolotto incorporato. La Conferenza episcopale brasiliana ha fatto lobby aperta e pesante, fino a fermare di fatto il ministro della salute Jose Temporao e il suo progetto di referendum sull'aborto. Tra i pochi deputati che hanno votato a favore del progetto di legge c'è Jose Genoino «Non si può trattare questo argomento come un problema religioso: questo è un problema di salute pubblica» ha detto l'ex capo del Pt, il Partido dos trabalhadores di Lula nonché principale partito di governo. Entusiasta invece il relatore della proposta, Eduardo Cunha, del governista Pmdb: «E' il mio giorno più felice da quando sono parlamentare, se anche avessi fatto solo questo ne sarebbe valsa la pena». Viene stimato che, nonostante il carcere, siano almeno tre milioni le donne brasiliane che abortiscono ogni anno, e almeno duecentomila l'anno sono costrette al ricovero in ospedale per le conseguenze di un aborto clandestino. La sorpresa statistica è in uno studio dell'Università di Brasilia: un buon numero di esse sono donne tra i 21 e i 29 anni che lavorano, usano contraccettivi e sono cattoliche, spesso già madri.

 

Paura di vincere - Marco d'Eramo

Se i repubblicani sembrano attanagliati dall'angoscia di perdere, i democratici sembrano posseduti dalla paura di vincere: dati largamente per favoriti sia alle politiche (per Camera e Senato), sia per la presidenza, rivelano invece debolezze, divisioni imprevedibili. Ultimo esempio del nervosismo è un attacco di Jesse Jackson contro Barack Obama. A microfoni spenti, il reverendo e primo candidato nero credibile alla nomination democratica, ha accusato il suo concittadino chicagoan Obama «di trattare i neri dall'alto in basso», affibbiandogli anche una bella parolaccia che la rete di destra Fox News ha minacciato di mandare in onda nella trasmissione di estrema destra «The O'Reilly Factor». Jackson se la prendeva con la tesi di Obama secondo cui buona parte dei mali che affliggono la comunità nera è dovuta ai maschi neri che non si assumono le proprie responsabilità di padri e che lasciano i bambini a se stessi, alla vita di strada e in definitiva alla delinquenza: «Abbiamo bisogno di padri che si rendano conto che la loro responsabilità non finisce col concepimento», ha detto Obama in un recente discorso a Chicago. Ignaro di essere registrato mentre pronunciava l'attacco a Obama, Jackson ha poi dovuto scusarsi e subire persino i rimproveri di suo figlio, Jesse Jr., deputato di Chicago, assai obamiano, che ha detto: «Il reverendo Jackson è mio papà e lo amerò sempre. Però rigetto con forza e ripudio la sua brutta retorica. Dovrebbe tenere viva la speranza e tenersi per sé ogni attacco e insulto». Se il nervosismo serpeggia persino nella comunità nera, immaginiamoci cosa succede tra i clintoniani. Perché la ritrovata unità del partito, con l'assai scenografica riconciliazione celebrata il 28 giugno a Unity (il nome del luogo non è casuale) in New Hampshire, è solo una pudica facciata di coltellate alla schiena, con Obama che sembra deciso a schiacciare una volta per tutte la fazione clintoniana. Hillary non può non aver preso come uno schiaffo la nomina da parte di Obama di Patti Solis Doyle a capo dello staff incaricato della scelta del vicepresidente: Patty Solis aveva a lungo diretto la campagna di Hillary, che l'aveva cacciata dopo l'ondata di sconfitte a febbraio (oltre tutto i Clinton avevano fatto più di un pensierino alla vicepresidenza). Altro chiaro segno di «vendetta» è la riluttanza dei finanziatori di Obama a venire in soccorso economico alla Clinton, che ha chiuso le primarie con un debito di 20 milioni di dollari che Obama aveva promesso di contribuire a estinguere. Ma finora le sono arrivati solo 100.000 dollari, un'elemosina, offensiva per di più. Ancora i soldi sono al centro di un'altra lotta sotterranea, quella del gruppo di Obama per prendere il controllo totale del partito e scalzare dalla presidenza (o almeno imbavagliare) Howard Dean, che pure l'ha aiutato non poco contro Clinton (soprattutto con le controverse decisioni sui delegati di Florida e Michigan, due grandi stati che avevano votato Clinton ma che per ragioni «disciplinari» si sono visti dimezzare i delegati con diritto di voto alla Convention). L'organizzazione della Convention sta sforando tutti i preventivi, al punto che partito democratico ha già ridimensionato il programma. Al momento mancano all'appello ben 11 milioni di dollari sui 41 inizialmente previsti, anche senza considerare la successiva, enorme lievitazione dei costi. Anche in questo caso il partito ha chiamato in soccorso Obama e la sua rete di finanziatori; anche in questo caso Obama ha mandato una sua squadra a Denver a prendere il controllo totale delle operazioni, come condizione per salvare la cerimonia. Che il senatore di Chicago sia molto attento alla dimensione finanziaria lo dimostra anche il suo voltafaccia sul tema del finanziamento della campagna elettorale. Dopo essersi presentato per mesi come un moralizzatore, contrario ad accettare i soldi delle lobbies e di quelli che qui si chiamano gli «special interests», a giugno ha invece rifiutato il finanziamento pubblico della sua campagna presidenziale, finanziamento che avrebbe posto un tetto ai contributi privati. La ragione del voltafaccia è che allo stato attuale Obama dispone del doppio di fondi di John McCain, mentre col finanziamento pubblico si sarebbero trovati in parità (per inciso, le primarie sono costate finora 900 milioni di dollari, 400 milioni in più rispetto al 2000, l'ultima volta in cui ci fu vera competizione anche tra i repubblicani). Non è il solo tema su cui negli ultimi tempi Barack Obama ha cambiato posizione, deludendo i suoi fedeli progressisti. Ha cominciato il 4 giugno, appena dopo aver dichiarato vittoria, intervenendo alla conferenza annuale dell'American Israel Public Affairs Committee, la più importante lobby filo-israeliana negli Usa, dove ha parlato in termini durissimi contro l'Iran, garantendo l'appoggio militare americano a Israele, e dicendo di essere «pronto a tutto» pur d'impedire all'Iran di accedere alla bomba atomica, e affermando che Gerusalemme dovrà restare indivisa e capitale dello stato ebraico. Obama sa di essere oggetto di una violentissima ostilità da parte della comunità ebraica conservatrice (in particolare quella newyorkese) e sa bene che tra neri ed ebrei negli Stati uniti non c'è mai stata molta comprensione (mentre la forte sinistra ebraica newyorkese si è tutta schierata con lui). Ma anche così, impressiona il voltafaccia rispetto alla posizione filopalestinese tenuta durante le primarie. E il 10 giugno ha tenuto una riunione a porte chiuse con 30 evangelici, tra cui il reverendo Franklin Graham, figlio del più famoso telepredicatore Usa, Bill Graham, e sostenitore della guerra di religione contro l'Islam definito come «il male assoluto». Lo scopo di Obama era di assicurarsi l'appoggio di quella nuova generazione di fondamentalisti evangelici che sono più ecologici e un po' meno reazionari dei loro genitori. E poi il candidato presidenziale Obama ne ha inanellate una dopo l'altra. Prima ha approvato la sentenza della Corte suprema che di fatto impedisce ai comuni di limitare il porto delle armi sul proprio territorio, quindi a favore della lobby delle armi. Poi si è detto favorevole alla pena di morte per gli stupratori di bambini; poi di è detto d'accordo con Bush nell'estendere il ruolo delle organizzazioni caritatevoli perché assolvano compiti dello stato sociale. Tanto che persino il moderatissimo New York Times gli ha osservato in un editoriale che forse si sta spostando a destra troppo e troppo presto. Ma il malumore cresce anche tra la base degli internauti che finora hanno costituito la fanteria corazzata di Obama. È il caso di un certo Stark, ex programmatore di computer che ha deciso di usare la rete, e il sito stesso di Obama, per impedirgli di scivolare a destra: «Perché non usiamo la socializzazione in rete per far sapere a Obama che non può mettersi a cacciare a calci nel sedere fuori dalla tavola politica la sua base progressista, quella stessa che gli ha fatto vincere la nomination»?

 

Liberazione – 11.7.08

 

La Costituzione ha salvato Eluana - Maria Luisa Boccia

La sentenza Englaro non è la prima che legittima la scelta di metter fine a terapie e macchine che tengono in vita. In Italia vi sono state quelle per Vincenza Santoro Galani, che ha chiesto ed ottenuto dal giudice di rifiutare terapie che non le avrebbero evitato la morte. Quella che ha legittimato "a posteriori" l'intervento dell'anestesista Riccio per Piergiorgio Welby. E quella che ha prosciolto Carlo Sini il medico curante di Giovanni Nuvoli, che come Welby non voleva più vivere attaccato al respiratore e al sondino. Ma la sentenza dei giudici di Milano è forse la più importante. Almeno dal punto di vista del diritto. E' nota la lunga e tormentata vicenda giudiziaria. Sedici anni e numerose sentenze che respingono la richiesta del padre di Eluana Englaro di rispettare la sua volontà di non essere tenuta in vita con le macchine. Poi la svolta, con la sentenza della Cassazione nell'ottobre '07 che rinvia al giudice di merito, con precise motivazioni. Una è quella decisiva. Afferma la Corte che «la dignità della persona» va rispettata, quale che sia il modo di intenderla e di viverla della singola donna o del singolo uomo. Per alcuni/e questa dignità è legata ad un vissuto di esperienze e coscienza, per altri/e degna è la vita biologica in se stessa. Quello che conta, per la Corte, è acquisire «elementi chiari, concordanti, convincenti» che diano voce alla persona. E' questo che il tribunale di Milano era chiamato a fare. Ha accertato qual era la dignità della vita per Eluana e ha autorizzato a sospendere ogni trattamento. Non si apprezza a pieno l'importanza di questa decisione se non si considerano insieme le due sentenze, quella di legittimità e quella di merito. Non solo perché senza la prima non vi sarebbe stato modo di procedere sul piano giudiziario. Almeno in Italia. Ma perché è la Corte che ha fornito i riferimenti giuridici, grazie ai quali il giudizio di merito è stato favorevole alla scelta di Englaro. La decisione della Corte va oltre il caso specifico. Secondo la massima autorità il nostro sistema di norme riconosce già l'autodeterminazione soggettiva in questa materia. Per renderla effettiva, e dunque per autorizzare chi ha in cura ad operare in tal senso, è sufficiente accertarla. Non solo. Questo è possibile farlo, anche nelle situazioni più delicate e controverse, come è quella del coma vegetativo. Per ultimo. Le norme sulle quali poggiano la sentenza della Corte, e poi quella di Milano, sono di rango costituzionale, quindi non possono essere disattese o violate da leggi ordinarie. Cosa dire, allora, dei due anni di discussione in Parlamento, finiti nel nulla, sul testamento biologico? Colpisce, soprattutto, la strumentalità del conflitto sui valori. Che piega, strumentalizza appunto, la legge ad una concezione etica. A partire dal valore della vita, indisponibile anche - soprattutto? - per chi la incarna. A seguire su cosa è eutanasia e cosa accanimento terapeutico. Su cosa rientra nel diritto soggettivo e cosa nella responsabilità del medico. Etc, etc… E' strumentale, perché ignora le vicende concrete, umane, attorno alle quali pure si accende la contesa. E perché ignora i principi e le norme che vi sono e che potrebbero e dovrebbero orientare l'opera del legislatore. Si è discusso infatti come se fossimo in un vuoto legislativo. Come se le frontiere inedite delle tecnologie e della medicina, ci trovassero del tutto sguarniti. Privi di ogni riferimento, di ogni principio. Invece non è così. Il principio dell'autodeterminazione comprende anche la scelta di non essere sottoposto/a a trattamenti sanitari che non si vogliono. E' garantito dalla Costituzione. E può dare risposta anche a problemi e situazioni fino a ieri impensabili. Basta saper leggere la Carta con gli occhi del presente. E non ossificarla nel passato, per svuotarla. Ha ragione Umberto Veronesi: della legge si può anche fare a meno. Basta compilare una dichiarazione sulle cure che si vogliono o no ricevere, in caso di perdita della capacità di intendere e volere. La sentenza di Milano dimostra che si può giudicare nel merito, perfino in assenza di questa carta. Ma se non si vogliono impiegare decenni, carichi di sofferenze, di energie e di risorse, la legge può servire. Se non altro come stimolo ad ognuno/a a mettere nero su bianco qual è la sua scelta. E però, visto il Parlamento che abbiamo, ci dà forza sapere che vi è già modo di far valere una scelta come quella di Eluana Englaro. «Mia figlia è libera». In queste parole di Beppino Englaro è racchiuso il senso di quello che nei tanti discorsi sulla bioetica si tende a coprire. Libera di morire come avrebbe chiesto, se avesse potuto farlo. Sì, ma non solo questo. Libera, senza aggiunte, specificazioni, contenuti che definiscono e limitano. Libera di essere e pensare da sé. Senza dover ritagliare il senso e l'esperienza della libertà, secondo una concezione imposta dall'alto e dall'esterno della vita e della dignità umana.

 

Moralismo di stato. La prostituzione si fa ma non si deve vedere

Vladimir Luxuria

In barba alla legge Merlin la prostituzione torna a essere reato tranne se di lusso. Roberto Mastrantonio, presidente del VII Municipio di Roma ad alta densità di prostituzione può mettersi il cuore in pace: stava considerando come soluzione per la prostituzione lo zoning , una zona da destinare all'esercizio della prostituzione con l'accordo degli stessi residenti. A livello parlamentare nazionale si spazzerà di un solo colpo qualsiasi tentativo di rendere più dignitosa la prostituzione volontaria sia per chi la esercita, sia per chi ne usufruisce sia per i residenti che vogliono vivere più tranquilli. Secondo il Ddl sarà consentita la prostituzione solo in ville con ingresso indipendente (e perché no con viale alberato e arredamento stile liberty con tanto di vestaglia di seta). Devi essere proprietaria e non affittuaria della villa perché altrimenti te la potrebbero togliere perché hai violato la destinazione d'uso dell'immobile. Per la quasi totalità delle prostitute che lavorano in casa all'interno di condomini c'è una nuova regola: basterà che un solo condomino si opponga al fatto che ci sia una vicina di casa che fa il mestiere più antico del mondo che quella casa chiusa diventerà chiusa per davvero. Badate bene, non ci sono regole per giustificare l'opposizione, anche un residente che si sente semplicemente infastidito da chi si prostituisce potrà deciderne l'espulsione, anche per motivi moralistici, tanto peggio se si tratta di una prostituta transessuale. Gli effetti di questa legge saranno una criminalizzazione maggiore a cui saranno costrette tante lavoratrici del sesso ridotte in clandestinità, soprattutto chi esercita la professione in maniera part time e non vuole o non ha la possibilità di acquistare la villa. Così come fece Mussolini anche il governo Berlusconi vuol dare l'esempio dell'ordine apparente di città libere dal mercato del sesso. Attenzione questo disegno di legge colpirà anche i luoghi di rimorchio all'aperto, il cosiddetto cruising gay dove anche se non c'è scambio di soldi il semplice fatto di essere avvicinati in macchina potrà far scattare le stesse sanzioni previste per le prostitute. Il reato di prostituzione su strada dal 1999 è in vigore in Svezia, dove però si puniscono solo i clienti mentre le prostitute possono passeggiare con l'effetto di contrattazioni più veloci, ricerca di luoghi di consumo lontanissimi e l'impennata di casi di violenza sulle prostitute stesse. In Cina nella città di Shenzhen la polizia ha costretto un anno e mezzo fa 42 prostitute e 58 clienti a indossare tute gialle e bianche metterle in piazza con le manette ai polsi alla pubblica gogna come esempio di "morale armoniosa". E' un pericoloso disegno di legge che riprende il sogno di don Benzi di estirpare del tutto la prostituzione rendendola praticabile solo in pochissimi casi per la minoranza straricca del paese. Nel disegno di legge è prevista la criminalizzazione della prostituzione solo nei casi in cui c'è scambio di denaro e non nei casi di scambio di favori. Mi auguro che un impeto di ribellione libertaria possa ostacolare l'approvazione di questa legge.

 

Diaz: i poliziotti si sono dedicati prima alla mattanza e poi alla falsificazione delle prove - Checchino Antonimi

Genova - «Dal fiume delle testimonianze alle acque paludose delle dichiarazioni degli imputati». L'immagine scelta dal pm Enrico Zucca per descrivere il sommario della quarta udienza dedicata alla requisitoria Diaz, è una rara concessione all'eloquenza dopo ore e ore dedicate alla puntigliosa analisi di testimonianze e prove per ricostruire la mattanza cilena avvenuta tra il 21 e 22 luglio di sette anni fa nella scuola genovese dove dormivano alcuni dei partecipanti alle giornate del social forum. Riassunto delle puntate precedenti: 93 persone, 62 delle quali pestate di botte con lesioni gravissime, furono arrestate per devastazione, saccheggio e resistenza nell'ambito di quella che venne definita una «normale perquisizione». Quegli arresti non sarebbero mai stati convalidati e 29 tra pezzi grossi e semplici agenti finiranno sotto processo per le violenze e gli arresti. La totalità dei picchiatori in divisa, che agirono travisati, la farà franca grazie alla copertura offerta dal Viminale che non ha collaborato alle indagini. Candidamente lo stesso Manganelli, successore di De Gennaro, risponderà a un legale delle difese che non ci fu alcuna indagine interna per individuare gli aggressori. I 29, addirittura, sono stati tutti promossi. De Gennaro, accusato di aver indotto il questore di Genova dell'epoca a testimoniare il falso, è divenuto il Negroponte italiano capo dei servizi segreti. E tutto ciò senza alcuno scandalo da parte della politica (anzi uno dei ministri di Berlusconi, La Russa, è nel collegio difensivo) che sembra non prestare alcuna attenzione (con l'eccezione dei soliti rifondaroli) alla requisitoria-fiume pronunciata nell'aula bunker del palazzo di giustizia genovese. Ieri, la pubblica accusa è tornata sulla «normale perquisizione». In particolare sulla fase finale, la "bonifica" (termine mutuato dall'arte militare), che è stata definita tutt'altro che quell'«atto di polizia giudiziaria» millantato dalle versioni ufficiali ma un vero e proprio «inquinamento di prove», «corruzione e pervertimento delle funzioni di polizia». Sconcertante la mancanza di attribuzione dei reperti probatori - è stato ricordato l'ammasso di zaini, vestiti e attrezzi trafugati al cantiere aperto nella scuola - agli arrestati che, almeno quelli in grado di farlo - furono ammassati anche loro, gambe incrociate e sguardi bassi, se no altre manganellate. Sconcerta i pm anche la devastazione, da parte dei pubblici ufficiali, di vetrine, materiale didattico e computer. Queste le premesse per introdurre il «percorso non agevole tra le dichiarazioni dei sottoscrittori dei verbali». Ne furono redatti 2, uno per gli arresti firmato da 15 poliziotti e l'altro per la perquisizione siglato da 9 di loro. Poche firme rispetto alla dimensione del blitz. La «valutazione di sintesi» che ne fa Zucca «sta tutta nella sconcertante constatazione che nessun elemento è stato fornito a sostegno delle operazioni descritte». Quei verbali sarebbero un cumulo di bugie sottoscritte da funzionari che non avrebbero mai confermato quanto descritto in quelle carte, personaggi marginali o addirittura estranei a quelle operazioni, uno dei quali - «macchia indelebile» nemmeno sarà mai identificato, Tanto che il capo della mobile di Spezia prenderà le distanze da un atto di cui i suoi ragazzi sono il gruppo più numeroso di firmatari. Verbali fatti anche male, scorretti: «Irrecuperabile la personale attribuzione delle fasi dell'operazione». Ma, come non fu un errore l'irruzione abusiva nella scuola di fronte, la sede del Gsf, anche qui fu «armonica la convergenza delle alterazioni dei dati». Fu un falso in atto pubblico. E neppure è vero che gli arrestati furono presi tutti nella scuola, e che sarebbero stati edotti del diritto di scegliere tra i presenti una persona di fiducia che li assistesse nella perquisizione. Suona paradossale che avrebbero dovuto scegliere uno dei robocop che li aveva pestati pochi istanti prima. Ai cancelli, negli stessi momenti, il portavoce del capo della polizia dell'epoca sbarrava «bruscamente» la strada a legali e parlamentari. E nella scuola di fronte uomini in borghese trafugavano i computer dei giuristi democratici. Oggi il capitolo dedicato alle false molotov mentre lunedì ci sarà la richiesta pene per Bolzaneto e, il giorno successivo, inizierà la settimana di iniziative per il settimo anniversario dell'omicidio di Carlo Giuliani e delle violenze inaudite sui trecentomila che contestavano il G8. Proprio in questo incrocio di scadenze, mercoledì, sapremo le pene che i pm chiederanno per i 29 imputati della Diaz.

 

Repubblica – 11.7.08

 

Il privilegio che fa del leader un sovrano - EZIO MAURO

Mancava, Silvio Berlusconi, nell'aula di Montecitorio radunata ai suoi ordini, ieri, per votargli l'immunità disegnata su misura per la sua persona, consentendogli di evitare in extremis la sentenza nel processo per corruzione in atti giudiziari in corso a Milano, dove il Cavaliere è accusato di aver spinto l'avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri Fininvest all'estero. Penso che l'imbarazzo - politico, morale, istituzionale - lo abbia tenuto fuori dalla Camera dove, a due mesi dalla nascita del suo governo, l'abuso della forza ha ieri raggiunto il culmine, rivelando una debolezza che peserà come un destino sul resto della legislatura. Nel Paese che continua a proclamare la legge uguale per tutti, dopo il voto di ieri e in attesa urgente di quello del Senato il Cavaliere si avvia a diventare "più uguale" dei suoi concittadini, sottraendo l'imputato Berlusconi al suo legittimo giudice che lo sta processando per reati comuni, per nulla legati all'attività politica. Per fare questo, l'imputato ha dovuto chiedere soccorso al premier Berlusconi, che non ha esitato a usare fino in fondo il potere esecutivo per imporre al legislativo una norma capace di bloccare il giudiziario. Anzi, di più. Finché non è stato sicuro dell'approvazione del "lodo", predisposto dal ministro-ombra della Giustizia Alfano (il vero Guardasigilli è l'avvocato del Cavaliere, Ghedini), il premier ha mandato avanti come norma d'urgenza un emendamento che fermava 100 mila procedimenti giudiziari pur di arrestare il suo. Ieri, avuta la sicurezza che l'immunità diventerà subito legge, Berlusconi ha acconsentito a disfare la norma blocca-processi, dimostrando così platealmente che la norma non aveva alcuna urgenza reale ma era solo strumentale alla sua difesa, in una combinazione legislativa meccanica che piegava due volte la procedura penale e l'uguaglianza dei cittadini per costruire un salvacondotto personale su misura ad un imputato eccellente. Qui sta l'imbarazzo della democrazia italiana, in questa concatenazione tra l'interesse privato e la legislazione pubblica, che forma un abuso, deforma l'imparzialità della giurisdizione, trasforma la separazione dei poteri. Le tre funzioni (legiferare, amministrare, rendere giustizia) nello Stato moderno sono affidate a organi distinti in posizione di reciproca indipendenza e autonomia proprio per garantire che anche l'esercizio delle attività sovrane è sottoposto al diritto. Montesquieu ha spiegato una volta per sempre che "tutto sarebbe perduto se il medesimo uomo facesse le leggi, ne eseguisse i comandi e giudicasse delle infrazioni". Ma che accade quando il medesimo uomo fa le leggi, ne esegue i comandi e così fa in modo che nessuno possa giudicare delle sue infrazioni? Quanto è "perduto" in questo uso abusivo del potere? Naturalmente questo ragionamento viene evitato dai costruttori del nuovo senso comune berlusconiano. Si prescinde dai fatti (un'ipotesi di reato, un'inchiesta, un processo, e la corsa politica a bloccarne l'esito) e si preferisce ragionare in termini generali: qui - si dice - non si discute di Berlusconi, ma di un sistema di guarentigie, che esiste anche altrove e riguarda le quattro principali cariche della Repubblica. Con ogni evidenza è una mistificazione. A parte il fatto che l'immunità del Capo del governo non esiste nelle democrazie europee, si può discutere in astratto di immunità se e in quanto serva a disegnare un sistema generale di garanzie, non quando urga la necessità di sottrarre un imputato al suo giudizio, strappandolo all'aula del Tribunale che sta per concludere il processo. Questo anzi è il caso in cui la garanzia si trasforma in privilegio, e l'immunità studiata dalla dottrina costituzionale in considerazione della funzione pubblica e della sua tutela - nell'interesse non già del singolo, ma della collettività -, si riduce a impunità costruita nell'interesse esclusivo non di una carica ma di una persona, che con un vantaggio improprio viene sottratta ad oneri e responsabilità che valgono per tutti gli altri cittadini. Qui sta tutta l'eccezionalità (uso la parola in senso tecnico) di ciò che sta accadendo in un parlamento ridotto a collegio di difesa di un imputato di corruzione, costretto a votare leggi speciali a sua tutela, impegnato a costruire un regime esclusivo di salvaguardia per un leader a cui non basta la politica, il trionfo elettorale, la forza della maggioranza, la dignità della funzione che ricopre nel nostro Stato. Sul piano culturale, c'è qualcosa di più. Una forzatura nella costituzione materiale del Paese, nella struttura politica del sistema, per cui da questo eccesso d'autorità scaturirà una nuova concezione dello Stato, con la supremazia del Leader che ha vinto le elezioni e per questo è intoccabile perché è un tutt'uno con la volontà dei cittadini, in un'unione sacra al punto che nessuna legge, nessun diritto, nessun potere può intervenire a sindacarla. Attraverso questa concezione, il leader legittimo del Paese diventa sovrano di fatto, perché si appropria di una sovranità che per Costituzione appartiene al popolo: non "emana" dal popolo verso qualche potere come oggi si vuole far credere e come pretende la teoria del moderno populismo, ma nel popolo risiede perché è il popolo che la esercita, "come contrassegno ineliminabile - si disse nella discussione in Costituente - del regime democratico". Questa è la posta in palio negli eventi a cui stiamo assistendo, nonostante la riduzione interessata a stanca contesa tra politica e magistratura, nonostante la banalizzazione accurata della sostanza politica, istituzionale e costituzionale di questa vicenda: non per caso immersa in un grande pettegolezzo sessuale su presunte intercettazioni in parte già distrutte dai magistrati e in parte prossime alla distruzione e tuttavia evocate e sceneggiate senza posa dai costruttori del paesaggio politico berlusconiano, secondo la modernissima strategia feticista che - come spiega la psicanalista Louise J. Kaplan - "mette in rilievo un dettaglio particolare per poter distrarre l'attenzione da altre caratteristiche considerate inquietanti", "per immobilizzare e ammutolire, vincolare e dominare". Proprio per questo, a mio parere, è importante e significativo che migliaia di persone abbiano sentito il bisogno martedì scorso di uscire dalla solitudine repubblicana in cui viviamo per andare nella piazza di Roma dov'era annunciata una manifestazione di testimonianza e di protesta per le leggi ad personam predisposte dalla destra berlusconiana. Nella nuova egemonia culturale che domina l'Italia e che mette l'azione e le decisioni del governo al primo posto, trasformando la legittimità in nuova sovranità, e chiedendo alla legalità di non intralciarla, la vera domanda è se c'è una capacità di reazione liberale e democratica, costituzionale e repubblicana. Quella piazza, fatta di cittadini sconosciuti che hanno voluto riconnettersi al discorso pubblico in un momento delicato (e in molti casi hanno dovuto farlo da soli, senza il tradizionale canale dei partiti) è appunto un principio di reazione. Ma alla domanda tutta politica - finalmente - che veniva dai cittadini in piazza (e dai molti altri che non hanno partecipato per molte ragioni, ma anche perché non si riconoscevano nelle forme, nei modi e nel programma dell'organizzazione) è stata servita una risposta di segno opposto, tutta impolitica. Anzi, antipolitica. Con un crescendo da "Corrida" che mescolava denunce planetarie e racconti da Calandrino sul Cavaliere, accuse a Napolitano (come se fossero le istituzioni di garanzia il vero problema del Paese), e al Pd come principale nemico, secondo la tradizione consolidata della peggior sinistra, per cui il vero avversario è il tuo compagno. Attraverso questo meccanismo che ha sostituito gli "idoli" dello spettacolo ai leader, trasformando il loro linguaggio in discorso politico e riducendo i cittadini a spettatori che applaudono, si è rotta la cornice istituzionalmente drammatica in cui si sta compiendo la prova di forza di Berlusconi. Anzi, si è persa l'"eccezionalità" di quanto la nuova destra berlusconiana sta facendo, l'unicità di questo passaggio, smarrito nella denuncia antipolitica grillina che urlando vuole tutti uguali: dunque Berlusconi è come gli altri e tutti insieme sono "un comitato d'affari", col risultato che lo show convince il cittadino della sua impotenza, lo depriva della sua scelta di partecipare, depotenzia la sua reazione di ogni qualità politica, infine lo restituisce al privato con la convinzione che ogni azione pubblica collettiva è impossibile, peggio, inutile. Salvo battere le mani all'idolo che urla a vuoto, contro tutti e nessuno. Si possono recuperare le ragioni che hanno portato quei cittadini in piazza, provando a dar loro un indirizzo politico, un percorso democratico, uno sbocco possibile? Molti "girotondi" hanno capito i limiti dell'antipolitica, che probabilmente ha consumato qui la sua stagione. Il Pd dovrebbe aver compreso che il vuoto della politica, anche lui genera mostri, e bisogna costruire un orizzonte riformista che sappia mobilitare e rispondere, dando radicalità ai valori e ai diritti, soprattutto quando sono sotto attacco. La sinistra sparsa, il centro cattolico, i moderati che non accettano il passaggio di sovranità hanno a disposizione un'idea semplice e necessaria: la democrazia come idea comune, nell'Italia sfortunata del 2008.

 

Carfagna chieda un giurì - FRANCESCO MERLO

Stiamo assistendo al tracciato di un destino drammatico che ci piacerebbe interrompere, un destino inedito in Italia. Al ristorante, in un museo, in qualsiasi occasione pubblica, nel bel mezzo di una cerimonia istituzionale, all'estero, nel fuoco di una polemica, in ogni sguardo distratto, e anche nell'intimità dei suoi affetti, il ministro Mara Carfagna sarà sempre e comunque minacciata dalla calunnia che lei stessa ha giustamente definito "la schifezza"; inchiodata a quelle chiacchierate intercettazioni dove ormai fermenta la verità. Una ministra della Repubblica italiana ha il diritto di essere bella, di non essere spiata attraverso il buco della serratura, di avere una vita privata articolata, tormentata e trasgressiva anche con chi non piace a noi. Sicuramente non bisognerebbe permettere che venga insultata da tutta l'Italia, anche da destra, visto che persino i suoi compagni di partito la "elevano" - con sordidezza improvvida, goffa e, speriamo, non voluta - a prima cortigiana del Reame. Nulla infatti è più squallido dell'offesa orientata sessualmente, delle metafore di genere, ma soprattutto della trivialità dei sorrisetti e degli ammiccamenti degli amici dai quali "ci guardi Dio". Valuti, per esempio, il ministro Mara Carfagna, le esternazioni "solidali" delle sue colleghe di area (una per tutte: "un po' di castità in più di questi tempi non guasterebbe") . E legga gli articoli che i fedeli giornali della destra le stanno dedicando per difendere in lei - citiamo testualmente - "il regime della seduzione fondato sulla gnoccherria" "la fell... al potere", "l'uso del Viagra e il disuso di Habermas". Chiunque capisce che, indipendentemente dai fatti ormai documentabili solo nelle famose intercettazioni, è proprio qui che si dà per certo, esaltandolo come modernità e addirittura "come civiltà marcusiana", che "Berlusconi è un apprezzatore, seppure settantatreenne, dei piaceri di una magnifica ragazza che fa parte della squadra di governo". Eccola dunque finita - "la magnifica ragazza" - tra i due fuochi, il nemico (scontato) e l'amico (imprevisto), che sempre convergono quando un intero paese si accanisce contro una donna della quale si sospetta e si denuncia il possesso di una sola virtù, quella estetico-sessuale che la degraderebbe a Favorita, ministro per meriti sessuali, ministro in cambio di prestazioni sessuali. Non c'è dubbio che il ministro Carfagna è bella, di una bellezza moderna e dunque, fra i tanti pesantissimi scandali del governo Berlusconi, non ci sembrò uno scandalo che la sua bellezza fosse riconosciuta e premiata come valore. Ovviamente sapevamo di non essere in presenza di una nuova Nilde Jotti o di una Levi Montalcini o di una Yourcenar. Ma fra tanti brutti ceffi di stallieri spacciati per ministri competenti ci metteva di buonumore l'idea che un soffio di grazia potesse alimentare le Pari Opportunità. E invece oggi la si accusa - e la si difende sino alla teorizzazione di una nuova era politico istituzionale - di Impari Opportunità, di oltraggio oltre che alla Repubblica all'idea stessa di Pari Opportunità, di cicisbeismo femminile, di essere stata appunto scelta perché è la Favorita di talamo. Diciamo la verità: quel che ci si aspetta è che sia lei a svincolarsi dalla morbosità dei guardoni d'Italia e dunque a liberarsi per liberarci tutti: i viziosi sessuomani, gli amici-nemici, i nemici-amici, le invidiose, le santarelline, i lapidatori, i professionisti dell'indignazione... Dunque la Carfagna quereli pure, se le pare giusto. E si batta contro la violazione della privacy. E stia in prima linea contro l'uso canagliesco e ricattatorio delle intercettazioni. Ma, su un punto, se ama se stessa, se ama l'Italia, se ama le Istituzioni delle quali ormai fa parte, il ministro Mara Carfagna non può più transigere: deve essere lei a battere i pugni in Consiglio dei ministri, in televisione, sui giornali, per chiedere la pubblicazione di quelle parti delle intercettazioni che la riguardano. Solo la divulgazione di quegli 'aforismì telefonici può smontare l'infamia della quale si dice vittima. La nostra lunga "spy-storia" ha convinto gli italiani che siamo il paese nel quale si distruggono solo le prove. D'altra parte il nulla non si annulla. E una cosa è essere assolti per insufficienza di prove e un'altra cosa è essere assolti per distruzione di prove. Perciò in Italia, alla fine, più si distrugge e più si costruisce la prova. Ecco perché, al punto in cui siamo, alla Carfagna non rimane che porre appunto l'esibizione della prova come condizione della propria permanenza al governo. Siamo tutti felicemente circondati da sorelle, figlie, amiche, colleghe, insomma da donne che hanno (e praticano) la loro sessualità. Nessuna persona normale, incontrandole al lavoro o davanti al frigorifero di casa, al bar o sul treno, le associa alle loro pratiche sessuali, presenti, passate e future. Per questa "magnifica ragazza" sarà invece normale venire inchiodata al presunto, preprovato sudiciume istituzionale che è la sola cosa che scandalizza anche noi, la sola vergogna che ci parrebbe irredimibile, l'avere cioè ottenuto un ministero come 'dono del mattino', come il "Morgensgabe" del signorotto medievale: tu mi dai in dote la tua avvenenza e io in controdote, al risveglio, ti faccio scegliere nel mazzo dei ministeri, ti do un pezzo della Repubblica Italiana. La ministra Carfagna chieda dunque un Giurì che esamini quei nastri. Sia irremovibile nel pretendere che sia pubblicato l'impubblicabile.

 

Corsera – 11.7.08

 

«Critico chi voglio. E la gente applaude» - Sabina Guzzanti

Caro Direttore, per tutti quelli scioccati dalla stampa di questi giorni, voglio rassicurare: non siete impazziti e non sono nemmeno impazziti i giornali. La questione è molto semplice, questo sistema fradicio e corrotto vede nell'eliminazione del dissenso l'unica possibilità di salvezza. Scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica in relazione al mio intervento a piazza Navona: «Nulla del genere si era mai visto e ascoltato a memoria di osservatore». Questa cosa, Ceccarelli, si chiama libertà. Non hai mai visto una persona che chiama le cose col suo nome, anche quelle di cui tutti convengono sia assolutamente vietato parlare, come l'ingerenza inaccettabile del Vaticano nella vita politica del Paese e nelle vite private dei cittadini italiani. Caro Ceccarelli, hai fatto un'esperienza straordinaria. Col tempo apprezzerai la fortuna di esserti trovato lì l'8 luglio. Quello che hanno visto i presenti e gli utenti di internet è una piazza ricolma di gente, che è stata in piedi per tre ore ad ascoltare e ad applaudire entusiasta. Gli interventi più criticati dai media sono quelli che hanno avuto indiscutibilmente più successo. Nel mio intervento, al contrario di quello che tanti bugiardoni hanno scritto, gli applausi più forti sono stati sulle critiche alla politica del Vaticano e le frasi più forti fra quelle sono state applaudite ancora di più. Questa manifestazione è stata il giorno dopo descritta come un fallimento, un errore, un autogol. Stampa e tv hanno tirato fuori il manganello e con i mezzi della diffamazione, della menzogna e dell'insulto stanno cercando di scoraggiare chi ha partecipato, a continuare. Alcune ovvie piccole verità: - A sinistra si lamentano del fallimento della manifestazione quando l'unico elemento di insuccesso è costituito dai loro stessi interventi. Se non avessero parlato in tanti di insuccesso a dispetto dei fatti, la manifestazione sarebbe stata percepita per quello che è stata: un successone. - Berlusconi e i suoi sono furiosi per quanto è accaduto e il sondaggio che direbbe che Berlusconi ci ha guadagnato lo ha visto solo Berlusconi. Quello che dice potrebbe non essere vero. - L'intenzione di espellere Di Pietro era già evidente da parte del Pd e non è per me e Grillo che i due si sono separati. Pare che Veltroni gli preferisca Casini. Non è una battuta. - Le parlamentari che hanno difeso la Carfagna sostenendo che io in quanto donna non posso attaccare un'altra donna, insultando me sono cadute in contraddizione. - Pari opportunità e Carfagna sono due concetti incompatibili come Previti e giustizia. - È falso che non si possa criticare il presidente della Repubblica. Si può e ci sono buone ragioni per farlo ad esempio impugnando il parere dei cento costituzionalisti sul Lodo Alfano. — È falso che non si possa criticare e attaccare il Papa. Si può e ci sono buone ragioni per farlo. Ho letto un po' dappertutto che il Papa sarebbe una figura super partes. Super partes non è uno che si schiera con tutte le sue forze su ogni tema, dalla scuola ai candidati alle elezioni, alla moda e alla cucina, con interventi spesso molto al di sotto delle parti, cosa su cui anche la Littizzetto, esimia collega, ha efficacemente ironizzato. - La reazione furibonda di tutto il mondo politico alle parole di alcuni liberi pensatori, dimostra che gli interventi fatti sono stati importanti ed efficaci. La repressione dei media rivela la debolezza politica di una classe dirigente che in entrambi i poli è nata a tavolino. Gli unici elementi che hanno una oggettiva radice popolare e sono rappresentati in Parlamento allo stato attuale, sono Lega e Di Pietro. E crescono. Berlusconi e Pd calano vertiginosamente. - C'è un partito finto, il Pd, nato senza idee, tranne quella di fondere due partiti per ingrandirsi con lo stesso criterio con cui si accorpano le banche per essere più forti. Questo partito votato controvoglia dalla maggioranza dei suoi elettori si è rivelato fin dai primi passi un soggetto politico artificiale, che somiglia più a un «corpo diplomatico» che altro. Molti dei vip che lo hanno sostenuto ora sono colti da attacchi isterici constatando che non sta in piedi. Dall'altra parte ci sono delle idee che vogliono essere rappresentate e discusse. Idee davvero alternative a quelle del centrodestra. La qual cosa, nel momento in cui si cerca di costruire un'alternativa, ha la sua porca importanza e fa sì che queste idee vengano considerate oggettivamente interessanti dall'opinione pubblica. Per quanto riguarda l'annosa questione: «Può un comico fare politica?», si tratta anche qui di una domanda che non esiste in natura. È ovvio e tutti sanno che chiunque parli a un pubblico fa politica. È ovvio che la politica in una democrazia la fanno tutti. Ma la vera domanda che si pone è: può un comico ottenere molto più consenso politico di un politico? Può il discorso di un comico essere molto più politico di quello di un politico? I fatti dicono di sì e tocca abbozzare. Potete anche continuare a menare le mani, ma sarebbe meglio fare uno sforzo di comprensione. D'altra parte parlo per me ma credo anche a nome degli altri, le nostre idee sono lì e si possono usare gratuitamente. Approfittatene.

 

Timori e sospetti di manovre - Massimo Franco

Il sospetto di un attacco strumentale è forte. E lo alimenta il modo plateale col quale i socialisti europei hanno chiesto al francese Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell’Ue, di premere su Silvio Berlusconi. Ma le accuse di razzismo arrivate ieri dal Parlamento di Strasburgo contro il governo italiano che prende le impronte digitali ai bambini rom sono comunque un segnale. Dicono che l’idea lanciata dalla Lega e fatta propria dal centrodestra offre un pretesto facile agli avversari della maggioranza berlusconiana. La misura presa in Lombardia, Lazio e Campania in nome dell’«emergenza nomadi» mette il governo sotto una lente di ingrandimento negativa. I numeri della votazione all’Europarlamento confermano un blocco di centrosinistra pronto a materializzarsi su temi sui quali l’Ue si mostra inflessibile: forse perché vuole esorcizzare i fantasmi xenofobi che aleggiano su tutto il Vecchio Continente; o più semplicemente perché teme che la «ricetta italiana» diventi contagiosa. Ma alcune defezioni che ieri si sono registrate nello stesso Ppe suonano come elemento di riflessione per Palazzo Chigi. L’altolà di Strasburgo non è vincolante. Sa di manovra politica. Ed è stato deciso senza aspettare il parere che avrebbe dovuto dare la Commissione Ue. Per questo i ministri degli Esteri, Franco Frattini, e dell’Interno, Roberto Maroni, hanno reagito stizziti, dicendo che andranno avanti «fino in fondo». Il responsabile al Viminale arriva a prevedere che presto la prassi sarà imitata altrove. Sul piano internazionale, tuttavia, il contraccolpo c’è. Ad allungare un’ombra sono le riserve esplicite di molti esponenti cattolici, prima ancora che dell’opposizione. Gli episodi di intolleranza che si sono registrati nel recente passato, insieme con le dichiarazioni sbrigative di qualche alleato berlusconiano, all’estero accreditano il profilo di un governo più estremista di quanto non sia. D’altronde, nello stesso centrodestra non tutti sembrano convinti dell’efficacia dell’operazione. Ma per la Lega, soprattutto, la scelta è irreversibile. Risponde all’esigenza di placare la domanda di sicurezza di un elettorato spaventato non solo al Nord. È una bandiera controversa issata davanti al Paese con un obiettivo insieme ideologico e mediatico. Per questo, sebbene divida, difficilmente sarà ammainata. Il «censimento», come viene chiamato eufemisticamente dai promotori, è una sorta di trincea che promette protezione contro i criminali e visibilità politica ad alcune forze della coalizione. Le impronte digitali dei bambini rom segnano dunque il recinto culturale della maggioranza, o almeno di una sua porzione. Debbono segnare la discontinuità di un centrodestra guidato da un Berlusconi votato per la terza volta come premier dagli italiani, ha obiettato ieri Sarkozy alle rimostranze socialiste. L’osservazione è ineccepibile. Rimane da capire se anticipa un appoggio politico di altri Paesi; oppure se il governo è avviato all’ennesimo braccio di ferro con l’Europa, in una solitudine che qualche avversario conta di trasformare in isolamento.


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