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Impunità per le torture

Manifesto – 15.7.08

 

Impunità per le torture - Sara Menafra

GENOVA - Scarnificata, privata dei particolari più raccapriccianti. La storia delle torture della caserma di Bolzaneto che nelle notti del G8 genovese coinvolsero quasi trecento persone (209 sono le parti civili che hanno partecipato al processo) emerge ripulita e stravolta dalla sentenza che ieri sera ha assolto la maggior parte degli imputati e condannato quindici persone su quarantasei ad un totale di ventiquattro anni di carcere, contro i 76 e quattro mesi chiesti dai pm Patrizia Petruziello e Ranieri Miniati. E anche se i magistrati che hanno seguito l'inchiesta per sette anni si dicono «soddisfatti» perché «l'impianto accusatorio ha retto, nonostante alcune valutazioni differenti del tribunale», basta scorrere le condanne per capire che il collegio presieduto da Renato Delucchi ha creduto solo parzialmente alle accuse delle parti civili che in questi anni hanno ripercorso le notti di Bolzaneto cercando di ricordare volti e torture. Assolti tutti i carabinieri, quelli che, dopo la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, erano stati dirottati a Bolzaneto ad occuparsi dell'«accoglienza» ai manifestanti arrestati e fermati . Via gli agenti della polizia penitenziaria Oronzo Doria, Ernesto Cimino e Bruno Pelliccia. E a casa anche i poliziotti che si occupavano dell'«ufficio matricole», gli unici per i quali i pm avessero chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche. La condanna più grave, a cinque anni, contro i 5 anni 8 mesi e 5 giorni chiesti dalla procura, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, l'ispettore della polizia penitenziaria responsabile dell'intero «sito penitenziario». Quello che, secondo le testimonianze delle vittime, introdusse a Bolzaneto la «posizione del cigno» decidendo che la maggior parte dei detenuti dovessero attendere in piedi, faccia al muro con gambe divaricate e braccia alzate (la cosiddetta «posizione del cigno», appunto) per tutto il tempo della detenzione, fosse anche un giorno intero. Alfonso Sabella, coordinatore di tutte le attività dell'amministrazione penitenziaria durante il G8 (archiviato alla fine delle indagini preliminari), raccontò ai pm: «Gugliotta mi fece capire che la polizia di stato teneva gli arrestati in quel modo e dunque poteva essere visto come una sorta di delegittimazione operare una scelta differente». Decisamente ridimensionata la posizione di Giacomo Toccafondi, il medico «in tuta mimetica», per il quale i pm avevano chiesto tre anni e mezzo di carcere e che è stato condannato a un anno e due mesi. Evidentemente - ma saranno le motivazioni a chiarire quale sia stata la ratio - i giudici non hanno creduto ai racconti delle tante vittime passate in infermeria, che hanno parlato delle minacce del medico, di come costringesse le ragazze a spogliarsi e girarsi e rigirarsi nude davanti a lui. O di come abbia ricucito senza anestesia la mano strappata di Giuseppe Azzolina. Per quel taglio in due parti, che ha danneggiato in modo irreparabile il giovane genovese, il responsabile, Massimo Luigi Pigozzi, 44 anni, assistente capo di polizia ancora in servizio a Genova, è stato condannato a tre anni e due mesi. Una punizione a metà: la corte ha deciso che quel gesto, quello strappo, non era aggravato dall'aver agito con «crudeltà nei confronti della vittima». Anche lui, come tutti gli altri, potrà beneficiare di una rapida prescrizione, a gennaio del 2009. Perché la beffa nella beffa, più crudele delle condanne fortemente ridimensionate, è proprio questa. L'incapacità della giustizia italiana di riconoscere che quel che accadde a Bolzaneto era tortura ha fatto in modo che i responsabili della caserma che accoglieva i detenuti fermati durante i cortei fossero accusati di abuso d'ufficio (art. 323 del codice penale, pena massima 3 anni), solo in alcuni casi di lesione personale (art. 582, 3 anni) o di falso (art. 479, 6 anni) perché nel nostro paese il reato di tortura non esiste. E non c'è norma che riconosca i calci, i pugni, l'attesa per ore in piedi, il passare tra due ali di agenti che picchiano, il dover cantare «Uno due tre, viva Pinochet» o «duce duce». E nei prossimi mesi prescrizione e indulto cancelleranno tutto il resto. Con l'incubo lasciato appena dietro l'angolo di un decreto «blocca processi» che poteva fermare persino questa sentenza. Serve a poco pensare che i giudici abbiano riconosciuto anche le responsabilità dell'ex numero due della Digos genovese, Alessandro Perugini, vicequestore e dirigente più alto in grado presente a Bolzaneto, condannato a due anni e quattro mesi (invece di tre e mezzo) insieme ad Anna Poggi, vice di Canterini all'interno della struttura. E le parole del pm Vittorio Ranieri Miniati, «nella sostanza l'accusa di abuso d'autorità (e dunque di tortura, ndr) è stato riconosciuta», lasciano l'amaro in bocca.

 

La delusione in aula: «Una presa in giro» - Alessandra Fava

GENOVA - Alla lettura del dispositivo è venuto con madre, padre e fidanzata. Luca Arrigoni, 27 anni, savonese, studente e commesso in un negozio video, dopo la lettura del dispositivo non si capacita: «E' uno schifo, voglio andarmene dall'Italia. E' la fine della pantomima che pensavo fosse questo processo. I responsabili pagano un prezzo irrisorio. E' un messaggio anche a chi non c'era: la prossima volta sapranno che potranno agire impunemente». Sua madre accanto è ancora più arrabbiata: «Una presa in giro. Mio figlio nel 2004 ha dovuto essere operato per un calcio nel sedere ricevuto a Bolzaneto. Questa è la giustizia italiana». Se l'avvocato Vincenzo Galasso parla di «pena molto mite», Vittorio Agnoletto allora portavoce del Genoa Social Forum sostiene che «è positivo il riconoscimento dei reati e delle vittime attraverso i risarcimenti e il fatto che i ministeri siano chiamati in solido a rispondere e che le assoluzioni per insufficienza di prove riconoscono la gravità dei fatti anche se si tende a diminuire la portata delle responsabilità individuali». Contenti sono gli avvocati dei 45 imputati tra poliziotti, penitenziaria, carabinieri dei quali solo 15 condannati. L'avvocato Giovanni Scopesi che difende Alessandro Perugini il massimo grado per la polizia a Bolzaneto, allora vice della Digos, dice che: «Il tribunale ha cassato tutte le tesi dell'accusa, condanna solo ai risarcimenti dei detenuti, risarcimenti che saranno comunque fatti dai ministeri e bisognerà vedere quando». «Delusa», lo dice con rabbia e stupore, Arianna Subri, anche lei passata per la caserma, «mi aspettavo un sacco di condanne, forse ero troppo ottimista, mi sembrava che le cose fossero state ampiamente appurate». Uno dei pm, Vittorio Ranieri Miniati che con Patrizia Petruziello ha fatto tutta l'indagine e la costruzione delle accuse, salendo le scale dell'aula bunker si chiede «come mai hanno cancellato il 323, l'abuso d'ufficio», anche se è soddisfatto delle condanne per abuso d'autorità, «sulle posizioni dei singoli mai fatte questioni», assicura anche se del fatto che si sia cancellato l'unico reato che non sarebbe finito in prescrizione nel gennaio del 2009, il falso ideologico (473) non vuole commentare. Sono state lunghe per tutti le ore d'attesa. Alle cinque una piccola folla si era già riunita nella sala bunker del Tribunale. Un pubblico folto di genovesi rappresentanti di associazioni, ambientalisti, pacifisti, molti pezzi dell'allora Social Forum erano già in aula. «Di Bolzaneto non voglio parlare - mette le mani avanti Francesco, studente universitario - Penso che sia un processo troppo mediatizzato. Non avviene lo stesso nei cpt, nelle caserme o negli arresti e nessuno se ne occupa? chi ha preso le botte per strada magari poteva prevederlo ma chi è stato coinvolto alla Diaz si è trovato spiazzato come trovarsi un ladro in casa mentre dormi». Siccome di giornali è un appassionato lettore pensa anche che sulla comunicazione si sia sbagliato e parecchio: «Certo se avessero fatto comunicati diversi sin dall'inizio i processi sarebbero stati meno politicizzati. Avremmo dovuto far capire alla gente che le cose sono andate veramente come le abbiamo descritte e non è la tesi di una banda di comunisti». Se c'è emozione è certo tra gli avvocati delle parti civili, alcuni giovani. Elena Quartero che con l'avvocato Lerici assiste quattro francesi tra cui Valerie Vie (che in all'inizio del processo si chiedeva come infondere speranza ai suoi figli dopo le porcate viste nella caserma) commenta che «è il primo processo che porta la polizia italiana a giudizio». «Non ho nessun fiducia spero solo che esca fuori chi ha dato gli ordini e chi comandava», è il commento di Norma Bertullacelli della rete per la globalizzazione dei diritti - in ogni caso archiviato il caso Giuliani penso che nessun processo sia sufficiente a ristabilire che cosa successe nel 2001. E paradossalmente si prospetta il G8 alla Maddalena finanziato nuovamente dal centro-sinistra». Sarà per questo che Norma veste una maglietta nera con «Genova 2001, niente da archiviare».

 

La sanità in tangenti - Serena Giannico

PESCARA - Il bubbone era marcio. Le tangenti hanno ghigliottinato la giunta regionale d'Abruzzo. E screditato il Partito democratico. L'altra notte la malasanità ha portato 10 arresti. In cella - con le accuse di associazione per delinquere, concussione, corruzione, riciclaggio, truffa, falso e abuso d'ufficio - sono stati rinchiusi il governatore Ottaviano Del Turco (Pd), ex ministro delle Finanze ed ex presidente della Commissione antimafia; il segretario generale della Presidenza della Giunta ed ex segretario regionale socialista, Lamberto Quarta; il neo assessore alle Attività produttive, Antonio Boschetti (Pd); il capogruppo regionale del Pd, Camillo Cesarone; l'ex manager della Asl di Chieti, Luigi Conga, che si è sentito male mentre veniva prelevato dalle forze dell'ordine ed è stato accompagnato in ospedale dove è piantonato; e Gianluca Zelli, presidente dell'agenzia di lavoro Humangest di Pescara e sponsor del Pescara Calcio, del Frosinone Calcio, del team ciclistico Acqua e Sapone-Caffè Mokambo, dell'Aquila rugby e di alcune squadre di pallanuoto. Ai domiciliari l'assessore alla Sanità, Bernardo Mazzocca (Pd); il suo segretario particolare Angelo Bucciarelli; l'ex presidente della Finanziaria regionale (Fira), Giancarlo Masciarelli, già in manette nel 2006; e l'ex assessore alla Sanità del centrodestra Vito Domenici, un tempo nelle fila di Forza Italia e oggi consigliere regionale Pdl. Emesso, inoltre, un provvedimento di divieto di dimora a Pescara nei confronti del direttore generale dell'Azienda sanitaria regionale, Francesco Di Stanislao, che è stato responsabile dell'Agenzia sanitaria delle Marche ed è docente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'università Politecnica delle Marche ad Ancona. Ci sono altri 25 inquisiti eccellenti, anche del precedente esecutivo con a capo Giovanni Pace (An). La seconda tranche dell'inchiesta sulla cartolarizzazione di un miliardo di euro dei debiti della sanità regionale, da mesi al centro di scontri tra partiti e vicende giudiziarie, scuote così la politica. La cartolarizzazione è stata una manovra di «finanza creativa» avviata per la prima volta da Masciarelli, che era ai vertici Fira, per «fare cassa» e creare la liquidità necessaria alla Regione per fronteggiare il deficit accumulato dal 2001 al 2004. I crediti certificati sono stati ceduti in un primo momento alla Fira che poi li ha venduti a un pool di banche incaricate di monetizzarli attraverso l'immissione di titoli sul mercato. Sono state due le cartolarizzazioni effettuate: una, tra il 2004 e l'inizio dell'anno dopo, di 336 milioni di euro e con durata decennale. L'altra deliberata il 9 dicembre 2005 è di 328 milioni di euro e durata di 15 anni. Tra i soggetti incaricati della ristrutturazione e del collocamento dei titoli figurano istituti come Deutsche Bank, Barclays Bank, Ubs, Banca Intesa e Dexia Crediop. L'operazione prevedeva, concretamente, che la Finanziaria regionale acquistasse i crediti dai fornitori al valore nominale, non scontati, per poi cederli alla D'Annunzio srl, società-veicolo della cartolarizzazione, appositamente costituita. Il finanziamento ponte di 328 milioni - erogato da un pool di banche, tra le quali Carichieti, Banca Caripe, Carispaq e Tercas - doveva servire per pagare i creditori delle Asl, in attesa dell'emissione dei titoli. Ma dietro la «manovrina», secondo la magistratura, c'erano mazzette e illegalità. E spartizioni effettuate in una cena a base di capretto nell'abitazione di Masciarelli. In quella circostanza si sarebbe stabilita la divisione del denaro della seconda cartolarizzazione: 200 mila euro per Del Turco e Cesarone; 5,8 milioni per Del Turco, Cesarone e Quarta - oltre ad un tentativo per altri 250 mila euro; 110 mila per Cesarone e Boschetti; 15 mila per Cesarone, 500 mila per Domenici e Masciarelli - oltre al tentativo per altri 500 mila; 6,25 milioni per Conga, oltre a 550 mila promessi ma non versati. Complessivamente vi sarebbero stati movimenti di denaro per quasi 15 milioni di euro, di cui 12,8 già consegnati. A far scattare i provvedimenti restrittivi, emessi dal gip Maria Michela Di Fine, sono state le rivelazioni di uno degli indiziati, l'imprenditore Vincenzo Angelini, amministratore della casa di cura Villa Pini d'Abruzzo di Chieti e proprietario della clinica Sanatrix dell'Aquila. «Egli - spiega il procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi, insieme ai pm Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli - ha confessato di aver ricevuto pressioni forti, sia da rappresentanti della precedente giunta che da quella attuale, sia dai loro entourage. Ci sono prove del pagamento di una di una marea di soldi, circa 30 miliardi di vecchie lire. I mandati sono stati spiccati perché stavano per essere approvati provvedimenti che avrebbero sotterrato la sanità. La vicenda è documentata da intercettazioni: subito dopo ogni richiesta c'era una nuova riunione di Giunta». Del Turco, eletto per lo Sdi nelle liste dell'Unione nel maggio 2005, ex segretario generale della Cgil, ex sindacalista Fiom, dirigente del Psi all'epoca di Craxi e Martelli, ex parlamentare europeo, è stato fermato nella sua villa di Collelongo (L'Aquila), paesotto del Parco nazionale d'Abruzzo. Le finanza ha passato al setaccio tutte le stanze prima di condurlo nel carcere di Sulmona. Perquisiti anche altri appartamenti del presidente, tra cui quello di Roma. Nel mirino gli uffici della Regione a L'Aquila e nella capitale. Il Pd travolto, di nuovo: avvisi di reato erano già stati recapitati, a più tranche, a diversi componenti dalla Giunta regionale per altre questioni sanitarie; a esponenti del gruppo per la megadiscarica ai veleni di Bussi sul Tirino (Pescara) e a Luciano D'Alfonso, segretario regionale del partito e sindaco di Pescara, sospettato, assieme al suo collaboratore Guido Dezio, di aver chiesto denaro a costruttori in cambio di favori amministrativi.

 

Cambio di stagione. Ja, wir können es - Ida Dominijanni

«E' maturo ormai un bilancio del quindicennio che abbiamo alle spalle. Negli anni '90 bisognava impiantare in Italia il bipolarismo. Adesso bisogna interrogarsi severamente sulla qualità del bipolarismo che è stato impiantato». Cambio di stagione. Massimo D'Alema motiva così, sul piano storico e politico, la netta sterzata a favore del «modello tedesco» che ha preparato il seminario sulle riforme organizzato al residence Ripetta da 12 fondazioni e centri studi non solo di centrosinistra (diventati 15 in corso d'opera), che dal seminario risulta confermata e che rilancia con un evidente successo di partecipazione politica e intellettuale la sua personale capacità di iniziativa politica. Il ragionamento non fa una piega: il bilancio istituzionale del quindicennio è in rosso. Diventato bipolare, il sistema si è irrigidito senza produrre le innovazioni sperate, e quel che più conta si è evoluto verso un presidenzialismo di fatto all'interno di una cornice di diritto rimasta parlamentarista. I cittadini votano pensando di eleggere il capo del governo ma non è - e non dev'essere - così, il capo del governo si sente investito di una legittimazione popolare che lo mette sopra la legge ma non è - e non dev'essere - così, il potere del governo e del premier è aumentato ma senza i contrappesi e i controlli che nei sistemi presidenziali pure esistono, il parlamento s'è ridotto a essere solo «il personale seguito» del premier. Il risultato è un divario crescente fra regole scritte e regole di fatto, nonché una generale delegittimazione delle istituzioni. Bisogna arrestare questa deriva e invertire la rotta. Con una decisa opzione per una forma di governo parlamentare - che vuol dire, nella definizione che ne dà Onida, «l'esclusione del conferimento al presidente del consiglio di una legittimazione elettorale autonoma e indipendente da quella della maggioranza parlamentare» -, con l'adozione del sistema elettorale tedesco, con tutte le altre riforme (del bicameralismo, del processo legislativo, della funzione di controllo del parlamento, dei sistemi elettorali «incoerenti» dei comuni, delle province, delle regioni)) prospettate dalla bozza introduttiva al seminario illustrata da Bassanini, la deriva si può arrestare e la rotta si può invertire. Ja, wir können es, versione tedesca del più noto yes, we can. Sia pure, ed è un bene finalmente, con la consapevolezza che non tutto si può chiedere alle riforme delle regole, perché il pallino ce l'ha sempre in mano la politica. Si può obiettare, ovviamente, che lo si sapeva da tempo, e che gran parte della cultura costituzionalista convocata al seminario di Ripetta non ha mai mancato, nel corso del quindicennio, né di denunciare la deriva presidenzial-plebiscitaria del sistema, o l'incoerenza dei sistemi elettorali locali regionali e nazionali, o lo squilibro fra i poteri dello stato che cresceva di giorno in giorno sotto gli esausti duelli sul rapporto fra politica e giustizia, o la progressiva sparizione dei rappresentati nei discorsi degli stessi riformisti di sinistra sui rappresentanti (Mario Dogliani). Ma certo il tempo fa più chiarezza di quanto ne facciano le argomentazioni, e dunque ha ragione Tabacci nel rilevare, alla fine della giornata, che «la tentazione presidenzialista è meno forte di qualche anno fa». Perché se lui stesso parla della necessità di una «resistenza in difesa della democrazia parlamentare» contro la deriva plebiscitaria berlusconiana, se Casini strappa l'applauso dicendo «il plebiscitarismo populista e autoritario non è una soluzione per l'Italia», Violante parla di presidenzialismo di fatto, Fassino vede i rischi che il sistema sta correndo pur continuando a invocare più velocità di decisione, Rutelli dice che il seminario non solo è tempestivo ma è perfino tardivo, Nicola La Torre sottolinea che se negli anni 90 si trattava di destrutturare il sistema oggi si tratta di ricostruirlo, Roberto Gualtieri invoca la fine della religione del maggioritario. Per non parlare di Giordano, o di Salvi, o di tutti quelli che sulla linea del modello tedesco erano attestati da tempo. E della stragrande maggioranza dei giuristi intervenuti, da Capotosti a Luciani, Dogliani, Ferrara, Pinelli. Resta il fatto che le condizioni politiche sembrano proibitive. Per la chiusura netta di Cicchitto, e per la barra decisa, sia pur dialogante, piantata da Veltroni: dal bipolarismo non si torna indietro, dalla semplificazione operata con le ultime elezioni nemmeno, nessuna nostalgia per la prima repubblica. L'ennesima puntata del duello interno al Pd, certo. Purché si ricordi che si tratta di un duello molto antico, sulla via che la democrazia italiana doveva prendere dopo l'89 e Tangentopoli. La partita è ancora quella, ed è ancora aperta.

 

Lo scambio ineguale - Luciana Castellina

Per prendere una stretta di mano fra Olmert e Abu Mazen come il segno che la pace è vicina non ci vuole scarsa memoria, ci vuole mala fede: non solo perché leader israeliani e palestinesi, peraltro tutti ben più credibili dei due attuali, si sono ormai stretti la mano decine di volte e nelle più disparate capitali del mondo senza che poi nulla accadesse, ma soprattutto perché mai come ora, con l'attacco all'Iran incombente, lo scenario mediorientale è apparso altrettanto cupo. Come del resto quelli analoghi, anche questo vertice destinato a battezzare la ex iniziativa euromeditterranea con cui Sarkozy sperava di rilanciare un ruolo centrale della Francia (ex, da quando Angela Merkel gli ha ricordato il senso delle proporzioni), è spettacolo da baraccone. Persino un passo indietro rispetto al passato perché di un accordo generale regionale ha solo il nome, consistendo in realtà solo nella proposta - a chi vuole e su cosa vuole - di accordi bilaterali, su un vastissimo menu, che va dalla polluzione al turismo. Non una iniziativa «comunitaria» come era, almeno nelle intenzioni, l'accordo di Barcellona, dunque, ma a geometria variabile, in cui il «comune» sarà poco più che formale: anziché delegare tutto il potere decisionale alla burocrazia di Bruxelles, ci sarà ora un segretariato con due co-presidenti, uno europeo e uno extracomunitario. In continuità col passato c'è invece il fatto che si prevede di tutto, meno, anche questa volta, l'essenziale: la libera circolazione di merci capitali e servizi, non di quelle merci particolarissime che sono i prodotti agricoli, perché le sole competitive con le nostre; e perché, per motivi non certo commerciali, noi preferiamo la «banana atlantica» (quella della United Fruits), a quella pur buonissima dell'Africa del nord. E, naturalmente, non prevede nemmeno la libera circolazione degli umani. (Come ha detto Roland Henri, che dirige il Centro di ricerca dell'Institut du Monde Arabe et islamique, «Gli europei ci vogliono come loro, con loro, ma non da loro»). Imponderabile «Ufficio Gioventù». Previsto nel menu di Parigi c'è persino anche un immancabile Ufficio Gioventù, che non si capisce bene cosa potrà fare in queste condizioni, il problema dei giovani della sponda sud essendo essenzialmente solubile per un tempo prevedibilmente lungo soltanto con una libera circolazione: metà della popolazione ha meno di 30 anni e per mantenere la percentuale di disoccupazione al già altissimo livello attuale bisognerà, nei prossimi 15 anni, creare 23 milioni di nuovi posti di lavoro. L'inutile iniziativa Sarkozy è l'approdo di 36 anni di mediocri tentativi euromediterranei, sulla cui inefficacia tutti concordano. Dalla «Politica Mediterranea globale», lanciata nel 1972 e rinnovata nel 1990, consistente in accordi commerciali; al «Dialogo 5+5» (Maghreb e europei vicini), anch'esso, nel 1990; al «Forum mediterraneo sulla sicurezza», nel 1994, stabilito fra 11 paesi, che ha avuto come effetto il coinvolgimento degli eserciti turco e marocchino nell'avventura del Kosovo; all' «Accordo di partenariato», firmato nel 1995 a Barcellona. Praticamente annullato dalla brusca inversione di tendenza impressa nel 2003 quando, sotto la presidenza Prodi, venne varata la Pev (Politica europea di vicinato), che ha affogato il Mediterraneo nel calderone, marginalizzandolo rispetto all'est, cui sono state indirizzate il grosso delle risorse, non solo perché l'operazione appariva economicamente più promettente, ma perché quell'orizzonte geografico assecondava la tentazione di un'Europa pan Cristiana. Come in un recente convegno a Tangeri ha detto l'ambasciatore Huitzinger - uno dei diplomatici incaricati da Sarkozy di seguire il suo piano - la politica mediterranea dell'Unione europea assomiglia alla torta millefoglie: una serie di strati diversi, posti l'uno sopra l'altro. Così collocati senza mai riflettere criticamente sulle iniziative precedenti, senza tracciare un bilancio su ciò che è realmente accaduto o meglio non accaduto. E così anche ora, con il nuovo progetto di Unione per il Mediterraneo. Nell'affrontare con qualche serietà il problema Mediterraneo, che ha riacquistato una grande centralità, non si può far finta di non sapere che attraverso il Mediterraneo passa la frontiera più drammatica del mondo, molto più drammatica di quella che separa il Messico dagli Stati Uniti: lì il rapporto è di 1 a 6 nel reddito procapite, invece da noi è di 1 a 14. E che la dipendenza dei paesi del sud dall'Europa è totale: quasi tutte le loro esportazioni vanno verso l'Ue ma per l'Ue sono niente, in compenso quasi tutte le loro importazioni provengono dall'Ue. In queste condizioni la zone di libero scambio non è solo inutile, può essere solo fonte di ulteriore degrado. Lo squilibrio non è solo economico. È anche politico. Da una parte l'Europa unita, che agisce attraverso istituzioni comuni; sull'altra sponda un fronte frammentato e diviso da ostilità non sanate. Le sigle unitarie sono solo etichette. E poi sul fallimento del dialogo euromediterraneo - così occorre chiamarlo - pesa come un macigno l'accresciuta diffidenza politica generata dalle ferite aperte in questi 30 anni - la guerra all'Iraq - o non chiuse, anzi ulteriormente approfondite: l'occupazione israeliana della Palestina. L'Europa avrebbe potuto contribuire alla soluzione. Non l'ha fatto perché gli Stati uniti glielo hanno impedito. Ci aveva provato con un'iniziativa un po' più autonoma nel 1973, in occasione della prima crisi petrolifera, quando aveva preso apertamente posizione in favore dell'Opec e aveva proposto il riconoscimento dell'Olp. Fu bloccata da un intervento di Kissinger che, con sarcasmo, chiese all'Europa di sottoscrivere una nuova Carta Atlantica che conteneva l'obbligo di consultazione preventiva su tutto. L'asimmetria con il Nord Africa. L'intervento Usa si è ripetuto negli anni, sicché l'Ue ha finito per delegare a Washington la politica, ritagliandosi libertà per qualche accordo commerciale. I negoziati fra Israele e l'Autorità palestinese, come è noto, non prevedono nemmeno la presenza europea. Ma ora sta accadendo una cosa molto grave. Una mossa europea che non potrebbe essere più in linea con la peggiore politica Americana: si sta procedendo, attraverso l'up grading dell'accordo di associazione di Israele con l'Ue, ad un mutamento qualitativo dello status di questo paese. Che potrebbe persino preludere ad un suo isolato ingresso nella stessa Unione. Per ora si tratta solo di manovre, di ballon d'essai. Ma è proprio così che di solito si procede in Europa. L'ideologia mediterranea - l'aspirazione a ricercare l'unità fra nord e sud del Mediterraneo non è - bisogna tenerne conto - innocente. Non lo è mai stata. Oggi c'è chi, a giusta ragione, teme che sia un modo per separare il nord Africa dal suo continente, un pretesto per dissimulare - scrive Danilo Zolo - l'asimmetria. Il dialogo euromediterraneo è intasato da quintali di detriti, di incomprensioni, non ha toccato la società araba reale, ha al massimo coinvolto le elites. La società araba è certo cambiata. Le emittenti locali si sono moltiplicate e sui tetti di in ogni villaggio fiorisce una selva di parabole. Ma attenti: stare alle finestre dell'Europa ma non poter stare alle sue porte, guardarci da lontano fidando in una vicinanza che è solo virtuale, può aver effetti perversi. La circolazione delle immagini e delle merci, e non quella degli umani, è uno squilibrio avvertito come insulto, come una ingiustizia suprema, come una beffa. Perché tutti sanno ormai che l'Europa non può far a meno degli immigrati, che sono già il 10% della nostra forza lavoro. Ma questa fetta di popolazione non ha rappresentanza, non ha diritti politici, non vota. Sono come gli schiavi nell'antica Roma. Peggio della casta degli intoccabili in India. Da noi il lavoro più umile e mal pagato, viene politicamente sottratto alla democrazia. Un'Europa che nega questi diritto è un vulno intollerabile.

 

Se l'Unione è vuota - Slavoj Zizek

Ci sono momenti in cui siamo così imbarazzati dalle dichiarazioni pubbliche dei leader politici del nostro paese da vergognarci di essere loro connazionali. A me è successo leggendo come ha reagito il ministro degli esteri sloveno quando gli irlandesi hanno votato no al referendum sul Trattato di Lisbona: egli ha dichiarato apertamente che l'unificazione europea è troppo importante per essere lasciata alle persone (comuni) e ai loro referendum. L'élite guarda al futuro e la sa più lunga: se si dovesse seguire la maggioranza, non si otterrebbero mai le grandi trasformazioni, né si imporrebbero le vere visioni. Questa oscena dimostrazione di arroganza ha raggiunto l'apice con l'affermazione seguente: «Se avessimo dovuto aspettare, diciamo così, una iniziativa popolare di qualche tipo, probabilmente oggi francesi e tedeschi si guarderebbero ancora attraverso il mirino dei loro fucili». C'è una certa logica nel fatto che a dirlo sia stato un diplomatico di un piccolo paese: i leader delle grandi potenze non possono permettersi di esplicitare la cinica oscenità del ragionamento su cui poggiano le loro decisioni - solo voci ignorate di piccoli paesi possono farlo impunemente. Qual è stato, allora, il loro ragionamento in questo caso? Il no irlandese ripete il no francese e quello olandese del 2005 al progetto della Costituzione europea. Esso è stato oggetto di molte interpretazioni, alcune delle quali anche in contraddizione tra loro: il no è stato un'esplosione dell'angusto nazionalismo europeo che teme la globalizzazione incarnata dagli Usa; dietro il no ci sono gli Usa, che temono la competizione dell'Europa unita e preferiscono avere rapporti unilaterali con partner deboli... Tuttavia queste letture ad hoc ignorano un punto più profondo: la ripetizione significa che non siamo di fronte a un fatto accidentale, ma con un'insoddisfazione perdurante negli anni. Ora, a distanza di un paio di settimane, possiamo vedere dove sta il vero problema: molto più inquietante del no in sé è la reazione dell'élite politica europea. Questa non ha imparato niente dal no del 2005 - semplicemente, non le è arrivato il messaggio. A un meeting che si è tenuto a Bruxelles il 19 giugno i leader dell'Ue, dopo avere pronunciato parole di circostanza sul dovere di «rispettare» le decisioni degli elettori, hanno presto mostrato il loro vero volto, trattando il governo irlandese come un cattivo insegnante che non ha disciplinato ed educato bene i suoi alunni ritardati. Al governo irlandese è stata offerta una seconda chance: quattro mesi per correggere il suo errore e rimettere in riga l'elettorato. Agli elettori irlandesi non era stata offerta una scelta simmetrica chiara, perché i termini stessi della scelta privilegiavano il sì: l'élite ha proposto loro una scelta che in effetti non era affatto tale - le persone sono state chiamate a ratificare l'inevitabile, il risultato di un expertise illuminato. I media e l'élite politica hanno presentato la scelta come una scelta tra conoscenza e ignoranza, tra expertise e ideologia, tra amministrazione post-politica e vecchie passioni politiche. Comunque, il fatto stesso che il no non fosse sostenuto da una visione politica alternativa coerente è la più forte condanna possibile dell'élite politica: un monumento alla sua incapacità di articolare, di tradurre i desideri e le insoddisfazioni delle persone in una visione politica. Vale a dire, c'era in questo referendum qualcosa di perturbante: il suo esito era allo stesso tempo atteso e sorprendente - come se noi sapessimo cosa sarebbe successo, ma ciononostante non potessimo davvero credere che potesse succedere. Questa scissione riflette una scissione molto più pericolosa tra i votanti: la maggioranza (della minoranza che si è presa la briga di andare a votare) era contraria, sebbene tutti i partiti parlamentari (ad eccezione dello Sinn Fein) fossero schierati nettamente a favore del trattato. Lo stesso fenomeno si sta verificando in altri paesi, come nel vicino Regno Unito, dove, subito prima di vincere le ultime elezioni politiche, Tony Blair era stato prescelto da un'ampia maggioranza come la persona più odiata del Regno Unito. Questo gap tra la scelta politica esplicita dell'elettore e l'insoddisfazione dello stesso elettore dovrebbe far scattare il campanello d'allarme: la democrazia multipartitica non riesce a catturare lo stato d'animo profondo della popolazione, ossia si sta accumulando un vago risentimento che, in mancanza di una espressione democratica appropriata, può portare solo a scoppi oscuri e «irrazionali». Quando i referendum consegnano un messaggio che mina direttamente il messaggio delle elezioni, abbiamo un elettore diviso che sa molto bene (così egli pensa) che la politica di Tony Blair è l'unica ragionevole, ma nonostante ciò... non lo può soffrire. La soluzione peggiore è liquidare questo dissenso come una semplice espressione della stupidità provinciale degli elettori comuni, che richiederebbero solo una migliore comunicazione e maggiori spiegazioni. E questo ci riporta all'improvvido ministro degli esteri sloveno. Non solo la sua dichiarazione è sbagliata fattualmente: i grandi conflitti franco-tedeschi non esplosero per le passioni delle persone ordinarie, ma furono decisi dalle élite, alle loro spalle. Essa sbaglia anche nel rappresentare il ruolo delle élite: in una democrazia, il loro ruolo non è solo governare, ma anche convincere la maggioranza della popolazione della giustezza di ciò che vanno facendo, permettendo alle persone di riconoscere nella politica di uno stato le loro aspirazioni più profonde alla giustizia, al benessere, ecc. La scommessa della democrazia è che, come disse Lincoln molto tempo fa, non si può ingannare tutti per sempre: sì, Hitler andò al potere democraticamente (anche se non proprio...), ma nel lungo periodo, nonostante tutte le oscillazioni e le confusioni, bisogna avere fiducia nella maggioranza. È questa scommessa a tenere viva la democrazia - se la facciamo cadere, non stiamo più parlando di democrazia. Ed è qui che l'élite europea sta miseramente fallendo. Se essa fosse veramente pronta a «rispettare» la decisione degli elettori, dovrebbe accettare il messaggio della persistente sfiducia delle persone: il progetto dell'unità europea, il modo in cui esso è formulato attualmente, è viziato in modo sostanziale. Gli elettori stanno scoprendo la mancanza di una vera visione politica al di là della retorica - il loro messaggio non è anti-europeo, anzi, è una richiesta di più Europa. Il no irlandese è un invito a cominciare un dibattito propriamente politico su che tipo di Europa vogliamo veramente. In età ormai avanzata, Freud rivolse la famosa domanda Was will das Weib? - Cosa vuole la donna? - ammettendo la sua perplessità di fronte all'enigma della sessualità femminile. Il pasticcio con la Costituzione europea non testimonia forse lo stesso smarrimento? Cosa vuole l'Europa? Che tipo di Europa vogliamo?

 

Così l'Africa sforna i suoi comodi mostri - Giampaolo Calchi Novati

Una volta si era soliti dire: «Dall'Africa sempre qualcosa di nuovo». Le ultime novità hanno però un sapore stantio di antico. Stando agli indizi che trasmette la grande politica, l'Africa produce «mostri». L'unico caso singolo, salvo errore, su cui il vertice dei G8 si è dilungato è stato Zimbabwe. Nessun altro regime autoritario ha meritato la censura delle potenze. Ora è intervenuta anche la giustizia. Dopo le inchieste e i procedimenti, sia pure in consessi diversi, su Ruanda, Sierra Leone, Liberia e Congo, la Corte penale internazionale, silente o impotente in tante altre fattispecie criminogene, ha chiamato alla sbarra Omar al-Bashir, presidente del Sudan. Al di là delle verità e delle mezze verità sui suoi progressi, l'Africa è ancora teatro di situazioni critiche. I processi di democratizzazione sono difficili e pieni di contraddizioni. La guerra è uno strumento corrente di politica. Vulnerabile e senza coperture, l'Africa paga tutto: così debole da aggiungere la sua voce alle condanne per non essere delegittimata in toto. L'incriminazione di Bashir è un brutto colpo per i tentativi dell'Unione africana di gestire in proprio l'emergenza in Darfur inseguendo una riconciliazione che diventa sempre più aleatoria. La giustizia, si sa, non è tenuta, se è giustizia, a osservare i tempi della politica. Un eventuale processo contro il capo dello stato in carica stride intanto con i tentativi già stentati per allestire un corpo delle Nazioni unite che, integrando i reparti forniti dall'Ua, avrebbe dovuto porre un freno alle violenze nel Darfur. Per molto tempo si è deprecato che l'opposizione dei soliti «riluttanti» impedisse una risoluzione. Poi, quando la risoluzione è stata adottata dal Consiglio si sicurezza, addirittura un anno fa (con presidenza cinese), gli stati non-africani che dovevano fornire truppe, logistica e fondi hanno cominciato a tirarsi indietro dando qualche alibi all'ostruzionismo del governo sudanese. Forse si è perso troppo tempo a perseguire una soluzione militare o para-militare anche da parte dell'Onu. Forse la politica ha esaurito le sue chances o non è interessata a risolvere i «buchi neri» in periferia visto che possono essere strumentalizzati per finalità che nulla hanno a che vedere con la democrazia, la pace e lo sviluppo. Nel Darfur c'è un'insorgenza provocata da cause remote come l'esercizio della sovranità, l'etnia (non la religione), il controllo delle risorse e da cause più contingenti che si riallacciano agli assetti di un paese instabile come pochi. La contro-insorgenza si è fatta più accanita mentre si stava chiudendo il conflitto «storico» fra nord e sud. Di per sé il Darfur è parte del nord ma è una sezione marginale, fuori dell'asse del Nilo su cui si è costituito lo stato sudanese, e ha vissuto quasi sempre in una condizione di irrequietezza e turbolenza. Bashir non voleva perdere anche su questo fronte? I ribelli hanno sperato di strappare concessioni simili a quelle date ai sudisti? Sullo sfondo, accanto al grado maggiore o minore di autonomia delle regioni «esterne» rispetto a Khartoum, hanno giocato fattori come la desertificazione, la sedentarizzazione dei nomadi, la dislocazione di popolazioni verso terre migliori. Che un processo così complesso sia destinato a essere aggravato da una gestione autoritaria e cruenta del potere è sicuro, ma è a dir poco improbabile che possano avere un esito migliore le interferenze dall'esterno, operazioni militari con mezzi pesanti, atti d'imperio decretati a distanza da forze che hanno altre mire. Il paradosso della politica e della giustizia internazionale, ma anche delle reazioni a livello di media e opinione pubblica, è che si sanzionano più gli abusi commessi all'interno che non le aggressioni e occupazioni di territori di altri stati. È come se la guerra fra stati o contro uno stato (purché nella direzione centro-periferia) sia malgrado tutto una soluzione accettata o accettabile. Tutti diventano implacabili non solo davanti alle discriminazioni o alle violazioni dei diritti dell'uomo o delle minoranze ma anche alla repressione di un movimento di insubordinazione o di una rivolta aperta. Va tenuto presente ovviamente, per realismo, il doppio standard che beneficia le potenze al vertice del sistema, garantiti loro e i loro protetti da una sostanziale impunità a prescindere dalle loro trasgressioni, e che penalizza i paesi minori, per non parlare dei paesi che a torto o a ragione sono iscritti nella «lista nera». Il Sudan figura da anni fra i «cattivi» perché ha un governo che ha praticato l'integralismo islamico ma alla fine soprattutto perché occupa una posizione nevralgica sul confine della barriera di contenimento dell'islam politico. È un dato di fatto tuttavia che la Cecenia, il Tibet e appunto il Darfur colpiscono l'attenzione - oltre che la macchina farraginosa dell'azione internazionale - come non avviene per l'Iraq o l'Afghanistan o la Palestina. Anche in Africa, d'altronde, l'Etiopia ha potuto portare a termine e continuare quasi inosservata la sua invasione della Somalia. A peggiorare la pagella del non innocente presidente Bashir ci sono le tanto propagandate buone relazioni fra Cina e Sudan. Il Sudan è uno dei paesi in cui la Cina è andata a cercarsi energia e altre risorse, compresa terra coltivabile. È penetrata sfruttando il vuoto lasciato dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, con il conseguente ritiro delle imprese americane e occidentali. La Cina non ha invaso il Darfur, non occupa il Darfur, non combatte nel Darfur. Da sola, non può risolvere la questione del Darfur anche se ha inviato e invia armi al Sudan aggirando i moniti dell'Onu. Nonostante il principio molto caro a Pechino della non-ingerenza, Pechino ha richiamato con durezza il governo sudanese a moderare la sua linea repressiva e ha aperto un canale privilegiato con Juba (il governo delle province del sud). Di più, da qualche tempo il governo cinese sta valutando se i vantaggi che si è guadagnato in Sudan valgano la perdita di immagine che ne è derivata.

 

Israele e/o Usa attaccheranno l'Iran? No - Uri Avnery

Se volete capire la politica di un paese, guardate la carta geografica, come raccomandava Napoleone. Chiunque voglia indovinare se Israele e/o gli Usa attaccheranno l'Iran, dovrebbe guardare la mappa dello stretto di Hormuz tra l'Iran e la penisola arabica. Attraverso quest'angusto corso d'acqua, largo solo 34 km, passano le navi che portano tra un quinto e un terzo del petrolio mondiale, compreso quello proveniente da Iran, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e Bahrain. Molti dei commentatori che parlano dell'inevitabile attacco americano e israeliano all'Iran non tengono conto di questa mappa. Si parla di un attacco aereo «sterile», «chirurgico». La potente flotta aerea Usa decollerebbe dalle portaerei di stanza nel golfo Persico e dalle basi aeree americane disseminate nella regione, bombarderebbe tutti i siti nucleari iraniani - e coglierebbe l'occasione per bombardare anche qualunque altra cosa capitasse a tiro. Semplice, veloce, elegante - una botta e bye bye Iran, bye bye ayatollah, bye bye Ahmadinejad. Se Israele dovesse agire da solo, l'attacco sarebbe più modesto. Il massimo sarebbe distruggere i principali siti nucleari e tornare a casa sani e salvi. Per favore: prima di cominciare guardate un'altra volta sulla mappa lo Stretto che (forse) ha preso il nome dal dio di Zarathustra. La reazione inevitabile al bombardamento dell'Iran sarebbe il blocco dello stretto che l'Iran domina per tutta la sua lunghezza. Grazie ai suoi missili e all'artiglieria può sigillarlo ermeticamente. Se così fosse, il prezzo del petrolio schizzerebbe alle stelle, ben oltre i 200 dollari al barile che i pessimisti temono ora. Questo causerebbe una reazione a catena: depressione mondiale, crollo di intere industrie, aumento catastrofico della disoccupazione in America, Europa e Giappone. Per evitare questo pericolo, gli americani dovrebbero conquistare alcune parti dell'Iran, o forse tutto. Gli Usa non dispongono nemmeno di una piccola parte delle forze necessarie. Tutte le loro truppe di terra sono già impiegate in Iraq e Afghanistan. La loro potente marina è una minaccia per l'Iran, ma nel momento in cui lo stretto fosse chiuso, assomiglierebbe ai modellini di navi in bottiglia. Questo lascia aperta la possibilità che gli Usa agiscano per procura. Israele attaccherà, senza coinvolgere ufficialmente gli Usa. Davvero è così? L'Iran ha già annunciato che considererebbe un attacco israeliano come un'operazione americana, e agirebbe come se fosse stato direttamente attaccato dagli Usa. Logico. Nessun governo israeliano considererebbe mai la possibilità di lanciare una simile operazione senza l'assenso esplicito e incondizionato degli Usa. Cosa sono dunque tutte queste esercitazioni, che generano titoli così eclatanti nei media internazionali? L'aviazione israeliana sta tenendo esercitazioni a 1500 km dalle nostre coste. Gli iraniani hanno risposto con lanci di prova dei loro missili Shihab, che hanno una gittata simile. Una volta, tali attività venivano chiamate «tintinnio di sciabole», oggi il termine preferito è «guerriglia psicologica». Ma buon senso ci dice che chiunque pianifichi un attacco di sorpresa, non lo grida ai quattro venti. Sin dai tempi del re Ciro il Grande - il fondatore dell'Impero persiano circa 2500 anni fa, che permise agli esuli israeliti a Babilonia di tornare a Gerusalemme e costruire lì un tempio -, le relazioni tra israeliani e persiani hanno avuto i loro alti e bassi. Fino alla rivoluzione di Khomeiny, l'alleanza era stretta. Israele addestrava la temuta polizia segreta dello Shah, la Savak. Lo Shah era partner dell'oleodotto Eilat-Ashkelon, progettato per aggirare il canale di Suez, e aiutò a infiltrare ufficiali israeliani nella parte kurda dell'Iraq. Nel corso della lunga e crudele guerra Iran-Iraq (1980-1988), Israele sostenne segretamente l'Iran degli ayatollah. Oggi l'Iran è una potenza regionale. Negarlo non avrebbe senso. L'ironia è che per questo gli iraniani devono ringraziare il loro principale benefattore in tempi recenti: George W. Bush. Se avessero un minimo di gratitudine, dovrebbero erigere una statua dedicata a lui nella piazza centrale di Tehran. Per molte generazioni l'Iraq è stato il guardiano della regione araba. È stato il bastione del mondo arabo contro i persiani sciiti. Quando Bush ha invaso l'Iraq distruggendolo, ha aperto tutta la regione alla forza crescente dell'Iran. In futuro gli storici si interrogheranno su questa azione, che merita un capitolo a sé nella «Marcia della follia». Oggi è già chiaro che il vero obiettivo Usa era impossessarsi della regione petrolifera Mar Caspio/Golfo Persico e collocarvi al centro un presidio americano permanente. Questo obiettivo è stato raggiunto - ora gli Usa parlano di far restare le loro truppe in Iraq «per cent'anni» - e sono occupati a dividere le immense riserve petrolifere irachene tra le 4-5 gigantesche oil companies americane. Ma questa guerra è stata cominciata senza una riflessione strategica più ampia e senza guardare la mappa geopolitica. Il vantaggio di dominare l'Iraq può essere superato dalla crescita dell'Iran come potenza nucleare, militare e politica in grado di oscurare gli alleati dell'America nel mondo arabo. Dove ci collochiamo noi israeliani nella partita? Da anni siamo bombardati da una campagna propagandistica che dipinge lo sforzo nucleare iraniano come una minaccia all'esistenza di Israele. Certo la vita è più piacevole senza una bomba nucleare iraniana, e Ahmadinejad non è molto carino. Ma, nella peggiore delle ipotesi, avremmo un «equilibrio del terrore» tra le due nazioni, molto simile all'equilibrio del terrore tra Usa e Urss che salvò l'umanità dalla terza guerra mondiale, o l'equilibrio del terrore tra India e Pakistan che fa da cornice a un riavvicinamento tra quei due paesi che si detestano profondamente. In base a tutte queste considerazioni, mi spingo a prevedere che quest'anno non ci sarà un attacco all'Iran, né da parte degli americani, né da parte degli israeliani. Mentre scrivo queste righe mi sovviene un ricordo: in gioventù ero un avido lettore degli articoli di Vladimir Jabotinsky, che mi colpivano per la loro fredda logica e il loro stile chiaro. Nell'agosto '39, Jabotinsky scrisse un articolo in cui affermava categoricamente che la guerra non sarebbe scoppiata, nonostante tutte le voci in senso contrario. Il suo ragionamento: le armi moderne sono così terribili che nessun paese oserebbe cominciare una guerra. Pochi giorni dopo la Germania invadeva la Polonia, dando avvio alla guerra più terribile (finora) della storia umana. Il presidente Bush sta per concludere la sua carriera in disgrazia. Lo stesso destino attende impazientemente Olmert. Per politici di questo tipo, è facile essere tentati da un'ultima avventura, un'ultima chance per aggiudicarsi un posto dignitoso nella storia. Ciononostante, mi attengo alla mia previsione: non accadrà.

 

Liberazione – 15.7.08

 

Bolzaneto, giustizia negata: nessuna tortura nella caserma

Checchino Antonini

Genova - Quindici condannati e 30 assolti dopo 11 ore di Camera di consiglio. Quando il giudice Delucchi legge la lunga sentenza sono in molti a scuotere la testa nei banchi occupati dalle parti civili e dai loro legali. Un calcolo sommario arriva a contare 24 anni complessivi comminati a un terzo dei 45 imputati, pene quasi tutte condonate, aggravanti tutte escluse. E nessuno è stato condannato per falso ideologico, l'unico reato che avrebbe resistito alla prescrizione. Una sentenza che nei fatti non riconosce le torture ma soltanto alcuni maltrattamenti specifici. «Ma le torture ci sono state - spiega Sara Busoli, uno dei legali di parte civile - lo dimostra il fatto che sono stati trasmessi alla Procura gli atti delle testimonianze di alcuni poliziotti e di alcuni sanitari dell'Amministrazione penitenziaria». Insomma le torture ci furono, le polizie e il Dap hanno provato a coprirle. La concessione delle provvisionali, ossia l'anticipo del risarcimento danni che dovrà essere deciso in separato giudizio, stanno a significare che questa è una sentenza complessa da leggere a vari livelli. Il primo è certamente legato alla lunghezza della Camera di consiglio. Per molti osservatori è stato un modo per eludere i Tg di prima serata. Il Tribunale era sorvegliato da decine di poliziotti e carabinieri con i blindati posteggiati in maniera discreta, ma pronti a fronteggiare ogni evenienza. Poche le parti civili presenti visto che la sentenza è stata repentinamente anticipata - era prevista per lunedì prossimo - per scampare all'emendamento ammazzaprocessi in aula, tra il pubblico, molti genovesi che hanno preso parte alle iniziative di questi anni per verità e giustizia. Tra gli altri il consigliere comunale Prc Antonio Bruno, il neosegretario Paolo Scarabelli e l'eurodeputato Vittorio Agnoletto all'epoca portavoce del Genoa Social Forum. La lettura della sentenza è stata seguita in assoluto silenzio e senza reazioni da parte del pubblico. Se il pubblico ministero, sostiene a denti stretti che l'accusa principale, comunque, ha retto, per Agnoletto è un passo avanti «ma non sufficiente: un tipico caso che al secondo grado di giudizio avrebbe permesso di scavare meglio». Naturalmente nessuno degli imputati avrebbe mai fatto un giorno di carcere, grazie all'indulto, e la prescrizione, all'inizio del 2009, gli avrebbe perfino tolto il disturbo di ulteriori gradi di giudizio. Ma la sentenza penale apre la porta alle cause civili per i risarcimenti. Per questo l'avvocatura dello Stato aveva provato a defilarsi dalle responsabilità dei singoli, come a dire che avrebbero agito spontaneamente. Una mossa che non ha convinto né i legali delle parti civili, né il tribunale e neppure la politica, almeno quella minoranza che segue le vicende genovesi. «Comportamento vergognoso», quello dell'Avvocatura, per Agnoletto: «Lo Stato poteva costituirsi parte civile oppure venire incontro alle vittime con un meccanismo risarcitorio perché, se non ti dissoci costituendoti parte civile, o hai garantito l'impunità o, addirittura, hai ordinato certe condotte». «Di fatto - osserva Emanuele Tambuscio, avvocato del legal forum - il segnale è chiarissimo: s'è puntato alla prescrizione e non è stato attuato alcun procedimento disciplinare». Ricapitolando, dall'ottobre del 2005, sono state oltre 180 le udienze di questo processo. I testi sfilati sono stati circa 360 e 155 le parti civili. Circa 50 sono gli avvocati di parte civile ed una sessantina i difensori degli imputati. 45 gli imputati tra generali, ufficiali, funzionari e guardie di polizia, carabinieri e polizia penitenziaria, più un drappello di medici e operatori sanitari dell'amministrazione penitenziaria. La richiesta di pene a marzo scorso, al termine di una requisitoria durata cinque udienze e dopo le testimonianze delle oltre 209 vittime su un totale di 252 arrestati, gran parte illegalmente. I pm Patrizia Petruziello e Vittorio Ranieri Miniati avevano chiesto complessivamente 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione. Le richieste di condanna erano contenute in 23 pagine e per leggerle il pm ha impiegato circa un'ora. La pena più alta (5 anni, 8 mesi e 5 giorni) era stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, responsabile della sicurezza del centro di detenzione provvisorio. Era il responsabile della sicurezza, ossia il capo delle guardie carcerarie, stesso mestiere che continua a svolgere a Taranto. E' stato condannato a 5 anni. Non avrebbe avuto nulla da ridire che i detenuti fossero costretti dai suoi uomini faccia al muro, in piedi: la cosiddetta posizione del cigno. Di suo si sarebbe pure levato lo sfizio di prendere a calci, pugni e manganellate alcuni degli arrestati nel corso dell'identificazione. Tra gli imputati figura, tra gli altri, Alessandro Perugini, all'epoca dei fatti vice capo della Digos di Genova, per il quale i pm avevano chiesto 3 anni e 6 mesi. E' stato condannato a 2 anni e 4 mesi. Perugini è più famoso per il cortometraggio di cui è protagonista assoluto: lui, in borghese, che prende un paio di volte la rincorsa per sfigurare meglio un minorenne di Ostia tenuto fermo da alcuni robocop travisati. Nel carcere provvisorio, Perugini, nel frattempo promosso vicequestore, era responsabile della polizia di Stato. Assolto Oronzo Doria, che era colonnello della polizia penitenziaria, ora generale. 3 anni e 2 mesi (i pm aveva chiesto 9 mesi in più) per Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo della polizia di Stato, accusato di aver lacerato la mano a Giuseppe Azzolina, uno degli arrestati. I medici Giacomo Toccafondi e Anna Poggi sono stati condannati rispettivamente a 1 anno e due mesi e 2 anni e 4 mesi. Nella richiesta di pene erano stati definiti «degradanti e inumani» i trattamenti per gli ospiti di Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001. Si sbattevano teste contro i muri, si spezzavano dita, s'infilava la testa di detenuti nel buco del water, si manganellavano persone inermi, si minacciavano le ragazze di stupro. Nella caserma della Celere di Genova, tramutata in carcere provvisorio per le retate di no global con un decreto del Guardasigilli Castelli, furono adoperati almeno quattro dei cinque trattamenti considerati inumani e degradanti, ossia tortura, dalla Corte europea di giustizia che s'è occupata della repressione britannica nell'Ulster. Toccafondi, coordinatore dei medici, era accusato di abuso di atti d'ufficio e di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata. Se fosse passato in Senato un disegno di legge varato a Montecitorio, per il reato di tortura e per il trattamento inumano e degradante sarebbe prevista l'imprescrittibilità e le pene varierebbero da 4 a 10 anni.

 

La sfida di D’Alema a Veltroni - Stefano Bocconetti

Nato per governare. Di più: immaginato solo per governare. Ministri, sottosegretari, presidenti e vicepresidenti di qualcosa. Ma se per caso - meglio: se per volontà degli elettori - si trova lontano dalla stanza dei bottoni, allora resta il nulla. Il vuoto. Resta solo un grande spazio. Dove, chi può, prova a metterci qualcosa. Sarà sicuramente una lettura un po' primitiva, ma la vicenda del piddì, le ultime storie, quelle di queste ore, raccontano esattamente questo: nato e pensato esclusivamente per andare al governo, lontano da Palazzi Chigi - solo dopo tre mesi di lontananza - già annaspa, si lacera. Rischia di implodere. Esagerazioni? Basta vedere quel che è accaduto nelle ultime quarantotto-settantadue ore, basta rileggersi l'elenco di convegni e di interviste per avere il quadro esatto di quanto profondo sia il terremoto che investe i democratici. Con una semplice - e modesta - osservazione iniziale. Che sa molto di grottesco la brevissima storia di un partito che s'è voluto sempre e solo accompagnare ad un aggettivo: «nuovo». Nuova forma partito, nuova politica, nuove alleanze. Nuovo tutto. Dopo un ampio giro, però, tutto questo «nuovo» è approdato al passato. Al passato remoto, al Medio Evo. E' approdato ai vassalli, ai valvassori. Ognuno col suo piccolo territorio, col suo spazio, ognuno pronto a fare accordi con i vicini per conquistare un altro po' di territorio. Qualunquismo? Forse no, perché qui non si è alle correnti, alle componenti. Si è già un po' più in là. Così c'è Rutelli che ha riunito i suoi «coraggiosi» per dire che Veltroni faccia quel che vuole di Di Pietro, lui d'ora in poi guarderà solo a Casini. Al centro. Poi c'è Parisi, il solito Parisi. Che alle spalle sembra non avere proprio più nulla, neanche una piccola pattuglia. Ma che forse prova a riorganizzare ciò che resta dei prodiani doc, denunciando i complotti dei dalemiani e invocando un altro passo verso il bipolarismo. In un Parlamento che su tante cose la pensa alla stessa maniera, che su tante cose esprime una sola voce. E poi ci sono gli «ulivisti della prima ora», rancorosi da sempre e che si sentono soffocati da una burocrazia troppo invadente. C'è anche Rosi Bindi. Che in un'intervista a Repubblica , risponde per le rime a Rutelli, dice chiaro e tondo che l'idea dell'ex ministro della cultura di rompere definitivamente a sinistra per rincorrere l'Udc non porta da nessuna parte. Anzi, la Bindi accusa esplicitamente Rutelli di preparare una scissione a destra nel piddì. Ma anche lei, poi, si abbandona all'elogio di un sistema bipolare che certo nella sua idea non è il bipartitismo veltroniano ma che comunque non fa i conti col disastro delle ultime elezioni. E poi, c'è D'Alema. Ieri è stata la sua giornata. E' stata un'altra delle giornate segnate dalla sua immagine, dal suo ruolo. Dal suo prestigio. Quel che è avvenuto al Residence Ripetta, certo, non riguarda solo le vicende del piddì ma è destinato ad avere conseguenze dentro il piddì. Lì, a quel convegno s'è trovato un accordo vastissimo, su un progetto di ripristino di legalità elettorale. S'è trovata un'intesa larga su una riforma alla tedesca del sistema di voto, che torni a garantire la rappresentanza delle culture, dei bisogni, degli interessi che si muovono in questo paese. Idea che non piace, si sa, al segretario dei democratici. Ma conta poco questo, ora. Di più, pesa il fatto che un po' tutti - ex alleati, avversari, amici - l'abbiano indicato come l'interlocutore privilegiato. Si parla con D'Alema, insomma, per le cose importanti. Ovviamente tutto ciò non avviene per caso. D'Alema in questi tre mesi s'è dovuto misurare con un segretario che ha fatto la voce grossa solo su Rete4 e ha balbettato qualcosa sul lodo Schifano. Ha detto qualcosa di ancora più blando quando s'è trattato di schedare i rom, non ha detto nulla quando i sindaci - tutti i sindaci - li hanno cacciati, s'è dissociato da Di Pietro per piazza Navona, ma poi ha deciso di raccogliere le firme - naturalmente sul tema della giustizia - salvo poi dire che, in fondo in fondo, Di Pietro non aveva torto. E naturalmente, per tutti, a questo punto D'Alema è diventato un interlocutore. L'interlocutore. Ma pure in questo caso c'è di più. Perché gli ondeggiamenti di Veltroni raccontano soprattutto di un segretario che non sa nemmeno cosa sia l'opposizione. Che non ne conosce il valore, l'efficacia, il ruolo democratico. Perché aveva immaginato che, male che fosse andata - ed è andata male - avrebbe co-governato. Solo che la destra, almeno in quest'avvio di legislazione, s'è accorta che non ha più tanto bisogno di larghe intese sotterranee. Magari verranno fra un po', ma per ora ne possono fare a meno. E oggi Veltroni non sa nemmeno come immaginare un'opposizione. D'Alema, invece, ha ricominciato discutendo di un tema apparentemente lontano: le riforme, le riforme istituzionali, la riforma elettorale, la rappresentanza. Simbolicamente - ma neanche solo simbolicamente - sono temi che rimandano ad un'idea della politica, della lotta politica, dei partiti dove è chiaro cosa debba fare una maggioranza, dove è chiaro cosa debba fare un'opposizione. Rimanda ad un'idea dove le forze politiche, i partiti - nuovi, vecchi o ancor da costruire - sono definiti nella loro collocazione. C'è chi governa e c'è chi si oppone. Nel vuoto del piddì, è un'idea. Forte o no, per ora è la sola. Ma tutto questo parla anche alla sinistra? Alla sinistra che non è più in Parlamento? Da tempo, gli osservatori hanno smesso di parlare dello scontro fra i due come di una lotta per il potere, o come di un dissidio caratteriale. Lo scontro è leggibile, è alla luce del sole: c'è Veltroni che col suo piddì, nonostante gli schiaffi elettorali, continua a volersi «fare centro». E c'è D'Alema, invece, che col centro vorrebbe allearsi. Per farlo, per allearsi da una posizione di autonomia, ha bisogno di un partito meno finto, un pochino più a sinistra, magari ancora vagamente socialdemocratico. Il resto è tattica: perché è vero che oggi D'Alema parla della necessità di un'interlocuzione anche a sinistra, Ma la sua storia, la sua storia politica, dice anche che questa scelta non è data una volta per sempre. Resta il dissidio - vero, profondo - su cosa debba essere un partito riformista. Se un'indistinta coalizione moderata o una forza politica «vera». Con un suo orientamento e anche - perchè no? - un suo radicamento. Per ora lo scontro è fra i due leader. Ma prima o poi investirà il partito. E quella discussione potrebbe diventare interessante per la sinistra.

 

Baby-gang. Brown scegli la linea dura - Francesca Marretta

Londra - Carcere, lavori socialmente utili, coprifuoco e «supervisione» di centodiecimila famiglie a rischio. Sono alcune delle misure annunciate ieri dal premier britannico Gordon Brown per fronteggiare l'emergenza criminalità giovanile. Il Premier ha dichiarato che il piano della strategia della rieducazione- shock precedentemente annunciato dal ministro dell'Interno Jaqui Smith e fortemente criticato dall'opposizione perché ritenuto una «mezza misura», inadeguata ad affrontare la piaga degli accoltellamenti, rappresenta uno dei diversi aspetti di un progetto più ampio del governo. La strategia annunciata da Jaqui Smith, prima donna a capo del dicastero dell'Interno, prevede che i giovani trovati con un coltello siano condotti in ospedale per vedere con i propri occhi cosa significa ritrovarsi in fin di vita per ferite da arma da taglio, incontrare le famiglie delle vittime e visitare in carcere ragazzi condannati a pene pesanti. Nei giorni scorsi Smith aveva dichiarato che «è semplicistico e falso credere che la prigione sia la risposta a tutti i problemi della società» e che l'idea del coprifuoco per i minorenni a partire dalle venuto in alcune zone è sbagliata. Pare dunque che debba mettersi d'accordo col capo del suo Governo. L'accoglimento da parte di Brown delle istanze per l'inasprimento delle misure punitive, che ridimensiona di fatto la strategia di Smith, ridicolizzata dall'opposizione conservatrice, è con stata con ogni probabilità influenzata dall'ondata di accoltellamenti dello scorso week-end, che ha fatto registrare episodi in diverse aree del paese, a Londra, Manchester, Bristol, Perth, Cleveland e Tyneside. Secondo dati che il ministero dell'Interno pubblicherà in settimana, l'anno scorso vi sono stati in media settanta accoltellamenti al giorno nel paese. «Voglio vedere chiunque usi un coltello andare in prigione», ha dichiarato ieri Brown, illustrando altre misure come i lavori sociali non retribuiti fino a un massimo di trecento ore da svolgere anche di venerdì e sabato. Da ora in poi chi porta un coltello, anche non commettendo crimini è un «presunto colpevole» e non potrà più essere punito con una semplice multa. Tuttavia, ha spiegato Brown, sarebbe «inappropriato» mandare in carcere un ragazzino di quattordici anni trovato per la prima volta con un coltello in tasca o costringerlo a severo lavoro comunitario. Per il Governo le famiglie dei ragazzi che creano problemi a scuola e nelle strade vanno «duramente sanzionate» se non prendono provvedimenti per il comportamento dei ragazzi, anche con l'espulsione dalle abitazioni assegnate loro tramite l'assistenza sociale. Il fatto che l'emergenza criminalità giovanile sia diffusa tra famiglie disagiate non suggerisce al Premier, ricordiamolo, alla guida di un esecutivo laburista, che forse il problema affonda le radici in più complesse questioni di questioni di disagio sociale. Ma dev'essere difficile affrontare la qeustione in tali termini per Brown, dato che le statistiche più recenti mostrano che nell'era del New Labour è aumentata la ricchezza nel paese, ma il divario sociale non si è accorciato. Anzi, i ricchi sono diventati piú ricchi e i poveri più poveri, come ha spiegato al quotidiano progressista The Guardian la direttrice del Centro Nazionale di Statistica Karen Dunnell ad aprile scorso: «L'uguaglianza è riconosciuta a livello nazionale e internazionale come un aspetto chiave del progresso di una società. Per quanto riguarda il Regno Unito negli ultimi vent'anni, nonostante un aumento della ricchezza, persiste una evidente ineguaglianza nel reddito, che risulta aumentata». Secondo Scotland Yard il paese non è affetto da una «epidemia da coltello». L'uomo nominato dal governo a capo della task-force anti-criminalità giovanile, Alf Hitchcock, ha dichiarato in un'intervista pubblicata ieri da The Times che per risolvere il problema ci vuole almeno «una generazione». Contemporaneamente all'annuncio delle misure anti-criminalità giovanile, uno studio dell'Università di Manchester diffuso ieri ha dimostrato che le politiche adottate in materia dal governo britannico hanno fallito perché spesso basate su informazioni sbagliate. Più di cinquanta persone nel Regno Unito hanno perso la vita dal 1 gennaio 2008 per ferite da arma bianca.

 

La Stampa – 15.7.08

 

"Non può essere una sentenza a porre termine alla vita"

SYDNEY - «Anche se a tanti chilometri di distanza, purtroppo in questo momento viviamo tutti sentimenti di partecipazione, di dolore, di preoccupazione e di rispetto per una situazione di sofferenza, ma non possiamo tacere che è un momento delicato e drammatico se si dovesse procedere alla consumazione della vita con una sentenza»: è netto il giudizio del cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, sulla sentenza che permette di staccare il sondino per l’alimentazione a Eluana Englaro, la ragazza in coma dal 1992. «È un momento che fa veramente preoccupare - ha detto Bagnasco -e che deve far preoccupare tutti noi». Il presidente dei vescovi ha incontrato questa mattina i giornalisti in una conferenza stampa a Sydney, dove si trova per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù che si apre ufficialmente oggi nella città australiana. «Togliere idratazione e nutrimento nel caso specifico è come togliere da mangiare e da bere a una persona che ne ha bisogno, come ne ha bisogno ognuno di noi». Si tratta dunque, ha concluso di un «momento di forte preoccupazione, che deve far preoccupare e riflettere seriamente tutti noi e tutte le persone di buona volontà». Se c’è una certezza nel caso di Eluana Englaro è che la famiglia, anzi il papà-tutore Beppino, ha intenzione di andare sino in fondo con in mano il provvedimento che consente di staccare il sondino della nutrizione alla donna, da 16 anni in stato vegetativo. Il padre ha già chiesto il ricovero della donna all’hospice Il Nespolo di Airuno, in provincia di Lecco, dove dovrebbe passare i suoi ultimi giorni una volta staccato il sondino per la nutrizione. La Procura generale di Milano ha fatto sapere che entro la metà della settimana prossima deciderà se impugnare o meno la decisione della Corte d’Appello. In una nota Gianfranco Montera, procuratore generale facente funzione, ha sottolineato il bisogno di «un adeguato approfondimento delle complesse problematiche giuridiche» nella convinzione che «da parte di tutti i protagonisti di così dolorosa e problematica vicenda ci si ispiri alla massima cautela e ponderazione».

 

La Stampa – 15.7.08

 

Obama truccato da Osama. E' bufera sul "New Yorker" – Maurizio Molinari

Barack con turbante, tunica e sandali assieme a Michelle vestita da guerrigliera con tanto di kalashnikov a tracolla: così il magazine «New Yorker» mette in copertina i coniugi Obama, raffigurandoli mentre si salutano battendo i pugni chiusi l’uno contro l’altra dentro uno Studio Ovale dove la bandiera americana brucia nel caminetto e alle pareti campeggia il ritratto di un imam che assomiglia a Osama Bin Laden. Si tratta di un disegno-shock per l’America con oltre 200 mila soldati impegnati in Iraq e Afghanistan per dare la caccia ai seguaci di Al Qaeda e pubblicandolo il «New Yorker» mette a nudo i tabù della campagna elettorale, scatenando un putiferio. Il candidato democratico ha saputo della copertina nella notte di domenica, quando una giornalista gli ha fatto vedere l’immagine al computer. Vi sono stati lunghi attimi di imbarazzo, poi Obama ha detto: «Non ho una risposta da dare». Ieri mattina il commento è arrivato, con una condanna senza appello: «E’ senza gusto e offensiva». Il portavoce Bill Buton ha chiamato il magazine rovesciando sul direttore David Remnik tutta l’indignazione di Obama e poi ha spiegato che «sebbene chi l’ha pubblicata si difenda parlando di satira a nostro avviso si tratta dello specchio dei pregiudizi più odiosi» nei confronti del candidato afroamericano, accusato dalla destra conservatrice di essere un musulmano nascosto e un leader debole contro il terrorismo. La protesta del popolo dei fan dei Obama si è riversata sul web, inondando i siti della galassia liberal con migliaia di messaggi di condanna accompagnati da annunci di boicottaggio del magazine, che peraltro è una bandiera degli intellettuali liberal di New York. Il popolare «Huffington Post» ha dato voce alla rivolta online imputando a Remnik di aver «creato l’immagine che mancava a chi vuole dipingere Obama come un musulmano e Michelle come una rivoluzionaria nascosta, mettendone in dubbio il patriottismo». Il direttore si è difeso con grinta, spiegando che il disegno di Barry Blitt punta a irridere e denunciare proprio la «politica della paura» che i repubblicani stanno usando contro Obama. «Non siamo nuovi a copertine satiriche, chiedete all’amministrazione Bush quante ne abbiamo fatte», ha aggiunto Remnik, difendendo il diritto di farle nei confronti di chiunque: «E’ un caso di satira politica come quella di Art Spiegelman e Jon Stewart». Ma la differenza sta nel fatto che Obama considera tale tipo di satira nociva. Bernard Parks, ex capo della polizia di Los Angeles e superdelegato democratico alla Convention di Denver, lo spiega così: «E’ un passo indietro di qualche decennio verso gli odiosi pregiudizi razzisti del passato». Come dire: scherzare sul colore della pelle di Michelle o sulla fede di Obama significa fomentare l’intolleranza e favorire i repubblicani. John McCain ha sentito puzza di bruciato e si è schierato contro il «New Yorker»: «E’ una copertina di cattivo gusto ed offensiva», ha dichiarato un portavoce del candidato repubblicano. A far trapelare l’approccio negativo a questo tipo di satira politica era stato, venerdì sera, lo stesso Barack riprendendo il comico afroamericano Bernie Mac per quanto aveva detto durante uno show organizzato per raccogliere fondi proprio per il senatore democratico. «Essere una First Lady nera è tutt’altra cosa perché bisogna continuare a fare i piatti e il bucato», aveva detto Bernie per ironizzare sul razzismo di chi non vuole una coppia afro nello Studio Ovale. Ma la battuta - accompagnata da espressioni oscene su infedeltà e promiscuità - non è stata gradita dai donatori e Obama si è affrettato a riprendere il comico, facendogli sapere l’indomani che con lui aveva chiuso. A sfuggire alle proteste è stato invece il comico Jon Stewart - non a caso citato da Remnik - che durante un recente show tv ha ironizzato sul fatto che «tanto McCain che Obama tentano di conquistare elettori demograficamente diversi da loro» sottolineando come «per Obama significa volersi accattivare donne lavoratrici bianche non-musulmane che amano l’America». Riguardo al principe dei comici americani, David Letterman, la sua scelta è stata di restare alla larga da razza e fede, concentrandosi piuttosto sulla frase simbolo della campagna «Yes We Can» per ricordare: «Anche Bill Clinton la usava, a proposito delle stagiste».

 

Repubblica – 15.7.08

 

La volontà di dominio - GIUSEPPE D'AVANZO

Le idee di rifondazione della Repubblica, nelle parole di Berlusconi, affiorano sempre in modo graduale, ma assolutamente esplicite e manifeste. Arrestano il governatore della Regione Abruzzo, e molti dei suoi, per corruzione. Il processo ci dirà se con fonti di prova solide o dubbie. Il mago di Arcore non si cura di attenderne l'esito. Non ha alcuna prudenza. Sa di che cosa si tratta, nella sua chiaroveggenza. Due sole parole - corruzione (il reato contestato), politici (gli indagati) - gli sono sufficienti per sentenziare che si tratta di un "teorema". Che poi in matematica vuol dire "proposizione dimostrabile", ma nelle parole del mago di Arcore il significato si capovolge nel suo opposto e "teorema" diventa una costruzione artificiosa, infondata, priva di fatti e prove. E' ai "teoremi" della magistratura che bisogna tagliare definitivamente la strada modificando radicalmente la magistratura ab imis fundamentis, dice, dalle più profonde fondamenta. Chi governa, di qualsiasi area politica sia (la giunta regionale abruzzese è di centro-sinistra), non deve più temere l'intervento della magistratura. Bisogna allora separare le carriere?, gli chiedono. "Di più, molto di più" risponde. Forse per la prima volta, Berlusconi dichiara senza trucchi quel che intende fare. Separare la funzione requirente e giudicante non gli basta più. Il "di più" che invoca non è soltanto la riforma del Consiglio superiore della magistratura. Il "molto di più" che annuncia è il pubblico ministero diretto dall'esecutivo. Il pubblico ministero, infatti, o è indipendente, come il giudice, o è alle dipendenze del ministro. Non ci sono alternative. Solo con un pubblico ministero scelto, arruolato, orientato e gestito dal governo, il potere politico sarà protetto da quel "controllo di legalità" che comprime e umilia - per Berlusconi - la legittimità di chi governa. Il presidente del Consiglio non si è lasciato allora sfuggire l'occasione per riproporre il conflitto legittimità/legalità nel giorno in cui un'inchiesta giudiziaria non colpisce lui o uomini del suo partito, ma gli avversari in una regione governata dal centro-sinistra. Come a dire: cari signori, vedete, la magistratura non è una mia ossessione, ma l'ostacolo che tutti dovremmo avere interesse a rimuovere se vogliamo davvero governare. In questa "chiamata alle armi" della politica non appare in gioco soltanto il terzo dei macro-poteri dello Stato (art. 104 della Costituzione: "la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"). Non si tratta della pur consueta polemica tra Berlusconi e le toghe, tra la politica e la magistratura. Questo è soltanto il terreno dello scontro, non il senso del conflitto. Berlusconi ha cominciato a mettere a riparo se stesso con la "legge Alfano" ma cova un processo riformatore e l'avventura appare soltanto all'inizio. Se ne possono rintracciare gli indizi e la "filosofia" nelle decisioni dei primi cento giorni; nei provvedimenti con immediata forza di legge approvati dal governo; come anche nel voto di fiducia che ha spento ogni confronto parlamentare su un "decreto sicurezza" che inaugura un diritto della diseguaglianza e, con il reato di immigrazione clandestina, trasforma una semplice condizione personale in reato. Questa piena volontà di comando e dominio, che Berlusconi pretende libera da ogni discussione parlamentare, controllo di legge, verifica di costituzionalità, mortifica la legalità. E' una modificazione dell'architettura istituzionale che il mago di Arcore sta preparando con cura, passo dopo passo, iniziativa dopo iniziativa. Annuncia una forma di "Stato governativo" che dovrebbe - nei prossimi anni - ridurre al silenzio lo "Stato legislativo parlamentare", lo Stato di diritto disegnato dalla Costituzione. Si comprende perché Berlusconi senta lo Stato parlamentare come un vestito stretto, soffocante. Nello Stato legislativo parlamentare governano le leggi, non gli uomini né le autorità né le magistrature. E' un sistema che attribuisce al legislatore il compito e il potere, nell'interesse generale, di varare norme "impersonali, generali, prestabilite e perciò pensate per durare". E' un sistema che separa. Chi decide della legge, non la applica. Chi legifera, non dà esecuzione alla norma. Chi esercita il potere e il dominio agisce "in base alla legge", "in nome della legge". Il principio costruttivo di fondo dello Stato legislativo, in cui "non sono gli uomini a governare ma le norme ad avere vigore", è il principio di legalità. Berlusconi non accetta di essere l'anonimo esecutore di leggi e norme. Vuole disfarsi del "principio di legalità" e con esso dello Stato legislativo. Ciò che nello Stato legislativo è separato, egli vuole unirlo nella sua persona. Un passo in avanti già può vantarlo. Un parlamento di nominati e non eletti, quindi Camere obbedienti e genuflesse. Il secondo passo "naturale", quasi obbligato, è quel che annuncia da Parigi: il pubblico ministero alle dipendenze del governo. Non c'è più nulla, quindi, che abbia a che fare con il braccio di ferro tra politica e magistratura del decennio scorso. Siamo di fronte a una strategia riformatrice e come tale va osservata. Berlusconi non vuole governare in nome della legge, ma in nome della "necessità concreta", in nome della "cogenza della situazione". Non vuole che il suo governo sia orientato dalle norme, ma pretende che si muova dietro lo stato delle cose, le "situazioni" che egli ritiene che siano prioritarie (altra cosa è che lo siano davvero). Lo "Stato governativo" si definisce appunto per la qualità particolare che riconosce al comando concreto, "eseguibile e applicabile immediatamente". Lo Stato governativo, scrive Carl Schmitt, "riconosce un valore giuridico positivo al decisionismo della disposizione prontamente eseguibile. Qui vale il detto: "Il meglio al mondo è un comando". Berlusconi chiede che il suo governo, sia suo davvero, chiuso nella sua volontà personale, affidato al suo comando di capo che governa, che dispone di tutti i requisiti della legittimità, della piena rappresentanza. E' un sistema che ha la necessità di liberarsi della "dittatura" della norma, del controllo della magistratura, delle discussioni parlamentari. Se tutto questo è vero, vale la pena capire se - quando si parla di "dialogo" - si ha chiaro che Berlusconi accetterà di discutere soltanto se le cose muoveranno nella direzione in cui è già in movimento.

 

Le foto che incastrano Del Turco Carlo Bonini

PESCARA - Scrive nelle 420 pagine della sua ordinanza il Gip Maria Michela Di Fine che, il 31 ottobre del 2007, Vicenzo Angelini, Grande Elemosiniere della sanità abruzzese, Grande Pentito di questa inchiesta, fece le cose con metodo e maligna astuzia. Perché c'era da salire ancora una volta a Collelongo per saldare il Presidente. Il presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco. E Angelini, questa volta, non voleva restare a mani vuote. Era un mercoledì, il 31 ottobre del 2007. E, come sempre, Angelini chiese alla filiale della Banca di Roma su cui erano appoggiati i conti delle sue cliniche, di predisporre un prelievo contante per 200 mila euro. "In banconote di grosso taglio". Quattro mazzette fascettate da 50 mila euro l'una in biglietti da 500. Ritirò il denaro chiedendo "la stampa di una contabile" e di "un estratto conto" che conservò con cura. Una volta nel suo ufficio, quindi, dispose le quattro mattonelle di bigliettoni in buon ordine. Con una macchina digitale ne fotografò i numeri di serie, zoommò sulle fascette che documentavano il nome del servizio di vigilanza che aveva assicurato il trasporto nel caveau della Banca di Roma, scattò un'istantanea al sacchetto di carta da shopping, sul cui fondo il denaro era stato pigiato. Quarantotto ore dopo, il 2 novembre, un venerdì, ponte di Ognissanti, Angelini si infilò nella sua Audi spiegando all'autista dove erano diretti e quale sarebbe stato il suo lavoro. A questo giro, gli disse, non avrebbe dovuto dimenticare come la prima volta che erano saliti in montagna dal Presidente ("un giorno compreso tra il 10 e il 26 marzo del 2006", scrive il gip). A questo giro, avrebbe dovuto fotografarlo mentre, a piedi, varcava la soglia della casa di Ottaviano Del Turco. E, quindi, fotografarlo ancora quando ne fosse uscito. Il 2 novembre, l'Audi di Angelini entrò dunque al casello del raccordo autostradale Chieti-Pescara e dopo neppure un'ora di A25 in direzione Roma, uscì a quello di Aielli/Celano. Scrive il gip: "I riscontri effettuati sulle macchine Telepass confermano gli spostamenti di quel giorno". Il resto, lo documentano le foto, il racconto di Angelini e quello del suo autista, le quattro fascette in cui i 200 mila euro erano avvolti. Nelle foto, il Grande Elemosiniere è sull'uscio della casa di Collelongo. Stringe nella mano destra il sacchetto di carta con il contante. "L'incontro con il Presidente dura pochi minuti". "Misi come avevo fatto la prima volta il denaro sulla libreria del salone. Riuscendo a sfilarlo dalle fascette, che conservai come prova. Rimasi poi brevemente a chiacchierare di quadri e di pittura e, prima di uscire, mi raccomandai genericamente per le mie cose. Quindi il Presidente mi congedò". Ricorda Angelini: "Del Turco mi chiese se ero venuto o meno da solo e quando gli dissi che mi aveva accompagnato il mio autista, si preoccupò del fatto che avrebbe notato che il sacchetto con cui ero entrato in casa era vuoto. Per questo, vi infilò dentro quattro mele". Delle mele ha un ricordo vivo anche l'autista di Angelini. E le mele, il loro "costo nominale" (50 mila euro l'una), diventano metafora della qualità della corruzione, dei suoi modi, anche nella stigmatizzazione sarcastica che ne danno il procuratore capo Nicola Trifuoggi e i suoi sostituti Bellelli e Di Florio nella loro richiesta di custodia cautelare. "Angelini è attendibile", scrive il gip. "È attendibile - aggiunge il procuratore Trifuoggi - perché dalle sue ammissioni accusatorie e auto accusatorie ha tutto da perdere e nulla da guadagnare" (la Procura aveva chiesto anche per lui una misura cautelare, che il gip ha respinto). E la prova, scrive ancora il gip, "è, tra l'altro, non solo nei riscontri documentali e testimoniali, alle sue dichiarazioni, ma anche nell'esame tecnico disposto dal consulente del pubblico ministero sui file digitali che ritraggono il viaggio a Collelongo. Non sono alterati e sono compatibili con la data del 2 novembre". A sentirlo, tra la primavera del 2006 e il febbraio scorso, il Grande Elemosiniere sale a Collelongo non una, non due, ma almeno sei o sette volte (in qualche occasione, la consegna è a Pescara). E ogni volta, con il sacchetto da deporre sulla libreria del salone di casa, fino a raggiungere i 6 milioni di euro. Gli appuntamenti - si legge nell'ordinanza - non glieli li dà il Presidente (intercettato per sei mesi sulle sue utenze, Del Turco non fa mai nessun riferimento specifico utile a una prova diretta della concussione) ma Lamberto Quarta, capo della segreteria del Governatore ed ex segretario regionale dello Sdi. E, a quanto pare, come aveva fatto con il centrodestra, non chiede quasi mai a cosa serva quel fiume di denaro, perché, almeno in un caso (una tangente da 1 milione di euro su cui ottiene uno sconto di 250 mila), è proprio Quarta a spiegarglielo. "Mi disse che Del Turco aveva bisogno di quei soldi per mettere in difficoltà Boselli e portare con sé 8 senatori dello Sdi nel Pd". In cambio, Angelini dovrebbe avere vita facile con le convenzioni con la Regione e con il buon esito dei crediti cartolarizzati vantati sempre nei confronti della Regione per prestazioni gonfiate. Crediti che sono l'unico ossigeno che tiene in vita le sue società. Qualcuno nell'entourage del governatore, millantando, lo rassicura anche nei confronti della pressione che sente ormai addosso di Guardia di Finanza e Procura della Repubblica. Ma è un bugia, meglio, "un ricatto", che, scrivono il gip e la Procura, serve a tenere l'imprenditore in una condizione permanente di debolezza, convincendolo a pagare nel tempo circa 14 milioni di euro quando e a chi gli viene indicato. Fino a quando, Angelini non è sul punto di vendere. Il suo gruppo dovrebbe essere rilevato da Nicola Petruzzi, altro imprenditore abruzzese della sanità, ma l'uomo non ha i soldi ed è allora - documenta la Procura - che Del Turco e Quarta incontrano a Roma l'ingegner Carlo De Benedetti per convincerlo all'acquisizione. Non se ne farà nulla, ma per i magistrati, quell'interessamento in prima persona del governatore per le vicende del gruppo Angelini sarebbe "l'ennesima evidenza" di un rapporto inquinato. Che del resto - scrive ancora il gip - lo ha ossessionato nei suoi giorni da libero, quando nel tentativo di "proteggersi dall'inchiesta contattò il procuratore generale dell'Aquila e tentò di agganciare alti gradi delle forze di Polizia".

 

Corsera – 15.7.08

 

Eluana, giudici frenano: «Il padre aspetti» -  Giuseppe Guastella

MILANO - La Procura generale di Milano invita alla «massima cautela e ponderazione» Beppino Englaro prima che interrompa, come gli consente la legge, l'alimentazione forzata che mantiene in vita sua figlia Eluana, da 16 anni in stato vegetativo permanente. I magistrati hanno bisogno di una decina di giorni prima di decidere se ricorrere contro il decreto della prima sezione civile d'appello che ha autorizzato l'uomo a far morire la donna togliendole il sondino nasogastrico che la nutre e la idrata. Almeno per ora, ai magistrati non sembra impossibile bloccare il drammatico succedersi degli eventi. Le iniziative da prendere dopo il decreto d'appello sono state in Procura generale al centro di una riunione tra il sostituto Procuratore generale Maria Antonietta Pezza, che ha seguito il procedimento, il procuratore generale facente funzioni Gianfranco Mottera e il procuratore generale Mario Blandini, formalmente in ferie. Al termine, Montera ha diffuso una nota in cui, parlando di una «dolorosa e problematica vicenda», dice che c'è bisogno di un «adeguato approfondimento delle complesse problematiche giuridiche poste dal caso» e conclude che l'ufficio «si impegna» a prendere una decisione «entro metà della prossima settimana». La Corte d'appello, percorrendo la strada indicata da una sentenza senza precedenti della Cassazione, aveva stabilito in sostanza due cose: lo stato di Eluana, «vegetativo permanente e persistente», non consente speranze; le prove raccolte hanno dimostrato che Eluana, quando era in possesso delle facoltà psichiche ormai definitivamente perdute, aveva espresso la volontà di morire piuttosto che vivere una vita come un vegetale. Per ricorrere contro questa decisione, la Procura deve sostenere che in appello non hanno applicato, o lo hanno fatto in modo scorretto, un qualche principio giuridico e/o che le prove sono state valutate in modo errato. Poi potrà chiedere di sospendere l'esecutività della tragica autorizzazione e bloccare Beppino Englaro il quale, fino ad allora, potrebbe agire liberamente. Ma se lo facesse, e dopo la Cassazione annullasse l'appello, si verrebbe a trovare in una situazione paradossale: perché, con la figlia morta, non potrebbe restituire indietro ciò che ha ottenuto dopo anni di battaglie. Per questo Montera invita Beppino Englaro a non agire: «Se dovesse farlo, se ne assumerebbe la responsabilità». È evidente che la procedura, delineata per questioni civilistiche, mal si attaglia a una vicenda di questo tipo. «La nota della Procura è un atto che non ha effetto giuridico e non cambia nulla» dice Vittorio Angiolino, legale della famiglia Englaro, che non immagina «cosa potrebbero scrivere nel ricorso, dato che questa vicenda è passata attraverso otto gradi di giudizio, due in Cassazione ». Ieri, papà Beppino è andato a trovare la figlia ricoverata. A sera è in casa con il professore Carlo Alberto Defanti, presidente della consulta bioetica, autore delle perizie alla base delle sentenze. «È stata una giornata da incubo», dice, «si avverano le pressioni cui avevamo pensato ». Le aveva previste dopo l'ultimo appello, quando si disse «pronto ad assistere Eluana» nei momenti finali. E che la strada che potrebbe portare alla fine terrena di Eluana sia ormai definitivamente stata intrapresa lo ribadisce l'avvocato Franca Alessio, curatrice speciale della donna: «Si procederà, ma non diciamo nulla sulle modalità e i tempi».

 

Ferrero: si è scelto di non fare chiarezza – Andrea Arachi

ROMA - Paolo Ferrero ha sentito la sentenza su Bolzaneto? Il suo partito, Rifondazione, si era occupato molto dei fatti del G8 di Genova... «Già e posso dire che da questa sentenza è impossibile riconoscere che cosa sia successo dentro quella caserma: è scandalosa, non mi viene un'altra parola per commentarla. Si perpetua la tradizione italiana da piazza Fontana ad oggi: la non volontà di fare chiarezza sugli episodi realmente accaduti». Quarantacinque imputati, quindici condanne per un totale di 24 anni di carcere, 5 anni l'accusa più grave... «Non hanno voluto riconoscere le responsabilità. Hanno trovato solo qualche capro espiatorio». L'accusa aveva chiesto quasi 80 anni di carcere per 44 imputati: le sarebbe sembrata una condanna equa? «Non voglio fare i conti con la giustizia. Di certo con queste richieste perlomeno ci sarebbe stata una qualche relazione tra i reati commessi e le pene». Invece? «Dentro quella caserma c'è stata una tortura organizzata da un pezzo di forze dell'ordine. E questo non è stato riconosciuto. Spero che almeno le stesse forze dell'ordine vorranno prendere provvedimenti». In che senso? «Tra i condannati ci sono alcuni dirigenti: mi auguro che vengano allontanati».

 

Tra Lama, Mogol e Bettino Craxi – Paolo Franchi

Per carità, bisognerà leggere bene le carte, vedere, cercare di capire. Di fronte all'evidenza, se mai evidenza dovesse essere, non resterebbe che alzare sconsolati le braccia. Ma intanto, almeno per chi, ed è il mio caso, Ottaviano Del Turco lo conosce da una vita, la prima reazione è di sconcerto e di stupore. L'idea di un Del Turco che, assiso al vertice di un'associazione a delinquere, intasca tangenti milionarie, no, onestamente non ci è mai passata per la testa e, per quanto Antonio Di Pietro gridi alla nuova Tangentopoli, fatica assai ad entrarci anche adesso. Tra sindacato, Psi, Sdi e, adesso, Partito democratico, è in politica da quando portava i calzoni corti, Ottaviano. E ha ricoperto incarichi di primo piano. Segretario generale aggiunto della Cgil ai tempi di Luciano Lama. Segretario del Psi nel disastro di Tangentopoli. Presidente dell'Antimafia. Ministro delle Finanze nel secondo governo Amato. Parlamentare europeo. Infine, e mal gliene ha incolto, presidente della Regione Abruzzo, unico socialista, seppure ormai aderente al Pd, ad occupare una carica di qualche rilievo. Inutile girarci attorno. Una carriera così, passando indenne e anzi avanzando in mezzo a tante bufere, significa anche mediazioni di incerto profilo, compromessi non sempre commendevoli, magari pure una certa quantità di pelo sullo stomaco. Mai pensato che fosse una mammoletta, Del Turco, mai creduto che della sua immagine si potesse fare un santino. Nemmeno quando, al congresso di Rimini del Psi, correva l'anno 1987, fu il primo socialista di peso a conquistare i titoli dei giornali denunciando l'esistenza, nel partito, di una questione morale che non era possibile liquidare soltanto come odiosa propaganda nemica. Ma che, con tutta la sua dichiarata e sincera fedeltà di vecchio autonomista a Bettino Craxi, il personaggio fosse diverso, e parecchio, dal cliché a torto o a ragione incollato addosso al socialista cosiddetto rampante dell'età craxiana, questo lo riconoscevano un po' tutti, avversari compresi. Uno così, vero o falso che fosse, ti dava e ha continuato a darti l'impressione di vivere di politica, sì, ma con un reddito non troppo distante dal tuo. Collelongo, per cominciare. Del Turco, buon frequentatore di salotti romani, avrà pure esagerato a rappresentare la sua famiglia come il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, e la sua casa avita come l'incrocio tra una modestissima abitazione familiare, una sezione socialista e una Camera del Lavoro, ma certo il fatto che ci andasse tutte le volte che poteva, e si portasse appresso compagni, amici e giornalisti a mangiare polenta, salsicce e spuntature di maiale, negli Ottanta una qualche impressione la faceva. E poi l'amore per la pittura, le ore trascorse a scegliere vernici e a discutere con il corniciaio. E la passione per il calcio, segnatamente, ahimè, per la Lazio, di cui da qualche parte devo ancora avere un gagliardetto con dedica e autografo donatomi dopo una vittoria laziale in un derby, gol di Di Canio. E l'amicizia con Mogol e il culto per la canzone italiana. E l'orgoglio per essere andato avanti nonostante i suoi studi si fossero interrotti alle scuole medie, perché per campare gli era toccato lavorare già da ragazzo. Ma soprattutto, si capisce, il sindacato, prima la Fiom, poi la Cgil: la Cgil di Luciano Lama, certo, ma pure di una quantità di dirigenti e militanti (comunisti, socialisti e, come si diceva allora in un linguaggio di derivazione sovietica, «senza partito») di cui Del Turco ti raccontava, e tuttora ti racconta, vita morte e miracoli con affetto intessuto di ironia. Vissero momenti difficili e anche drammatici, Luciano Lama e la Cgil, alla metà degli anni Ottanta, al tempo del decreto del governo Craxi sulla scala mobile e del referendum (fallito) per abrogarlo, stretti com'erano tra il Pci di Enrico Berlinguer, che li chiamava allo scontro frontale, e il Psi dove cresceva la tentazione di abbandonarli al loro destino, per costruire qualcosa di simile a un sindacato socialista. Se nonostante tutto ressero la prova, fu anche perché il segretario generale aggiunto socialista e autonomista che con i comunisti teneva botta, ma temeva la guerra civile a sinistra, non lasciò solo, anzi, il segretario generale comunista e riformista che, unico nel suo partito, aveva salutato come un evento storico il fatto che, a Palazzo Chigi, ci fosse per la prima volta nella storia repubblicana un socialista. Ai funerali di Berlinguer, di fronte a una folla sterminata e a dir poco ostile nei confronti di Craxi e del suo partito, fu Del Turco il solo socialista a parlare. Ascoltato con attenzione e rispetto. E anche applaudito. Naturalmente è difficile spiegare a chi non c'era che cosa c'entrino, tutti questi ieri, con lo scandalo della sanità abruzzese e l'arresto del presidente della Regione. Magari nulla, perché ogni stagione della vita, di quella politica come di quella personale, fa storia a sé. E però ieri mattina sono tornati, alla rinfusa, alla memoria non soltanto di chi scrive, ma di un sacco di gente. Lasciandola amaramente stupita, o per meglio dire incredula, di fronte a quello che stava capitando.


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