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Inflazione record, ai massimi dal 1996

La stampa – 16.7.08

 

Sprechi e scandali in corsia: una torta da cento miliardi - PAOLO BARONI

ROMA - Più denaro gira, più potere c’è da spartire e più il crimine impazza. Corruzione, tangenti, scandali politici, infiltrazioni mafiose e camorristiche nella sanità sono all’ordine del giorno. E di pari passo crescono l’inefficienza e gli sprechi, le assunzioni clientelari sono la prassi, i diritti diventano favori mentre tra organizzazioni criminali e mondo politico nascono (o si consolidano) nuovi legami. I magistrati, in più occasioni, questo rapporto di scambio lo chiamano «coabitazione». Tra ospedali, esami, cure e terapie varie, il business oggi vale 100 miliardi di euro, quasi il 7% della ricchezza del Paese, in media il 53% della spesa delle regioni con punte del 70-80%. Insomma è il naturale terreno di coltura della corruzione. «Appalti e convenzioni - denuncia Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanza Attiva - scatenano appetiti incredibili». Sarà un caso ma la fotografia delle regioni dove i conti della sanità sono in rosso, con poche eccezioni, è praticamente identica a quella dove si sono registrati gli scandali più vergognosi. Tangenti e sprechi, sprechi e tangenti vanno quasi di pari passo. Il pizzo si sposa alla raccomandazione, e fa un tutt’uno con l’eccesso di posti-letto e gli abusi sulle degenze. La Sicilia di Totò Cuffaro, che ancora l’anno passato perdeva mezzo miliardo di euro, la Campania degli ospedali controllati dalla camorra (-697 milioni), il Lazio di «Lady Asl» (-1,4 miliardi, su un bilancio di 9,3), ovviamente l’Abruzzo dove è appena scoppiato il caso Del Turco (-117 milioni), in prima fila. Secondo la relazione presentata a fine 2007 dal Commissario anticorruzione tra il 2006 ed il 2007 su 6.752 persone denunciate per corruzione nella pubblica amministrazione ben 3.219 operavano nel campo della sanità. Il record spetta alla Calabria con 1.491 denunce su 1.759, ed una quota del 22% sul totale delle segnalazioni raccolte dalla guardia di Finanza. La Regione dove ancora si ricorda l’omicidio Francesco Fortugno, che le indagini legano agli interessi della criminalità locale al business sanitario, spende ogni anno circa 3,1 miliardi di euro con un disavanzo di 24 milioni. Tutt’altra situazione in Lombardia, dove il bilancio della sanità supera quota 16,1 miliardi di euro su un totale di 40 ed i conti sono in attivo (+9 milioni): nonostante questo, però, ben l’83% dei denunciati (622 persone su 745) ha commesso reati in campo sanitario. E anche qui gli scandali continuano a susseguirsi: da quello storico di Poggi Longostrevi, l’ex «re Mida» delle cliniche milanesi, che nel ‘97 coinvolse 300 persone, a quello di poche settimane fa che ha visto protagonista la clinica Santa Rita (14 arresti per 90 operazioni sospette e 5 pazienti morti). Negli ultimi sei anni i bilanci regionali hanno prodotto almeno 30 miliardi di deficit solamente a causa degli sprechi prodotti negli ospedali e nelle cliniche, in pratica il valore di un’intera finanziaria. L’anno scorso solo otto regioni sono riuscite a chiudere con i conti in attivo: le più virtuose sono state Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. Tutte le altre sono finite in rosso. Tra il 2004 ed il 2007 il Lazio ha accumulato 7,5 miliardi di debito, 4,5 la Campania di Bassolino, 3 la Sicilia di Cuffaro ed oggi di Lombardo. Che non a caso come assessore alla Sanità nelle passate settimane si è scelto un magistrato, l’ex pm Massimo Russo. Nel 2007 la Regione Sicilia ha speso la bellezza di 8,5 miliardi di euro per la sanità (su un totale di 14,6), un miliardo in più dell’anno prima. In pratica 1.711 euro per ogni abitante, 6.850 euro a famiglia. «E’ imbarazzante osservare che si tratta del 30% in più di quanto spende la Finlandia, uno Stato più grande dell'Italia e con un sistema sanitario pubblico tra i più efficienti al mondo» ha denunciato giorni fa il procuratore generale della Corte dei Conti, Giovanni Coppola. Un bilancio che dovrebbe assicurare un servizio di qualità svizzera, mentre invece i soldi vengono dispersi in mille rivoli: mantengono un esercito di dipendenti (47.970, di cui ben 12.800 dirigenti, e 11 addetti per ognuna delle 269 ambulanze in servizio) e soprattutto alimentano una marea di convenzioni esterne: 1.844, con un costo per le casse pubbliche di 1 miliardo e 100 milioni di euro. Nell’isola risale ormai agli Anni Ottanta la «decisione strategica» di Cosa Nostra di indirizzare sempre di più le proprie attenzioni al comparto della sanità. Un’infinità di medici sono coinvolti in inchieste di ogni tipo sino ad arrivare al caso limite, quello dell’ex presidente della Giunta Totò Cuffaro condannato a 5 anni per favoreggiamento aggravato nell’inchiesta che ha visto come protagonista Michelangelo Aiello, imprenditore del ramo costruzioni sospettato di essere il prestanome del boss Provenzano, e titolare della clinica Santa Teresa. Il processo contro «le talpe» ha rivelato che Aiello e Cuffaro si incontrarono in un retrobottega di Bagheria per concordare assieme le tabelle dei rimborsi per i diversi tipi di prestazione. Tra il 2003 ed il 2006 sono stati 15 i consigli comunali e le Asl sciolte in Sicilia per infiltrazione mafiosa, 12 in Calabria e 14 in Campania. Regione che vanta il primato assoluto: visto che è stata la Asl4 di Pomigliano ad essere decapitata per prima a fine 2005. Stessa sorte è toccata alla Asl9 di Locri, in Calabria. Di scandalo in scandalo si arriva alla Puglia, dove l’ex presidente Raffaele Fitto è indagato assieme all’editore di «Libero» e del «Riformista» Gianpaolo Angelucci per una presunta tangente da 500 mila euro versata dal gruppo Tosinvest in cambio di un appalto da 55 milioni di euro e dove un direttore generale dell’Asl, quello di Taranto, è stato da poco condannato in primo grado per uno scandalo legato agli appalti. «E’ una questione di ambiente: il pubblico diventa ad uso dei privati - spiega Petrangolini -. Spesso si dice che lo sforzo più grande un funzionario lo fa per ottenere l’assunzione, dal quel momento in poi non lavora più, si dedica solo a riempirsi le tasche. Il caso di Lady Asl è significativo: con le tangenti si arricchiva il singolo funzionario e poi veniva finanziato un intero sistema di potere». Passano gli anni, cambiano le giunte, ma il malaffare continua: nelle stesse ore in cui in Abruzzo arrestavano Del Turco nella capitale lunedì finivano in manette 5 tra imprenditori e funzionari dalla AslRmC, quella dove nel 2006 aveva colpito proprio Anna Giuseppina Iannuzzi. Allora si trattava di false prestazioni, oggi l’inchiesta riguarda un appalto da 21 milioni per il servizio informatico.

 

Croce Rossa e mafia per i soldi di Saddam - MASSIMO NUMA

TORINO - Nell’intrigo internazionale legato all’ultimo tesoro di Saddam - centinaia di milioni di dinari stampati in Svizzera, prima dell’invasione Usa nel marzo 2003 - c’è di tutto: Croce Rossa, spie, persino riciclatori delle cosche calabresi. Il denaro doveva tornare a tutti i costi in Iraq per essere convertito nella nuova valuta emessa dal neo-governo. Speculazione da capogiro: in gioco una posta da milioni. In euro. E un problema: trasportare le banconote dall’Austria e dalla Svizzera in Iraq. Meta finale, i forzieri della nuova Banca Nazionale, che operava sotto il protettorato delle autorità Usa. Come? Utilizzando i voli della Croce Rossa, diretti a Baghdad, e i convogli umanitari, con la difesa di contractors locali. Operazione pirata, da brivido. Gli inquirenti della Dda di Torino, Sandro Ausiello e Claudia Gabetta che hanno chiuso le indagini sulla tranche italiana, non sanno se, alla fine, i milioni di «tagli» iracheni siano stati poi trasferiti o no in Iraq. Resta, tuttora, una pesante incertezza. Gli investigatori del Gico (Gruppo investigativo criminalità organizzata) della Finanza avevano intercettato i mediatori italiani, che trattavano un rivolo importante di questo colossale business, attentamente monitorato dai Servizi. Era stato persino individuato l’«Uomo d’oro», un alto ufficiale della Croce Rossa, di Zurigo. Nome in codice «Emanuele». Era lui a disporre del denaro, custodito da anni nelle Security Bank svizzere e austriache. Se è certo che furono i banchieri di Saddam ad affittare i caveau della Matt Security Aeg, della Amerey ZWG e della Zuercher Freilager, in attesa di trasferire in patria il denaro, è molto meno chiaro «come» siano uscite le banconote proprio dai quei forzieri, dopo il crollo del regime (aprile 2003), tra l’altro anche sotto il diretto controllo delle autorità monetarie elvetiche. Un autentico mistero, che getta un’ombra lunga sulle complicità, a livelli impensabili, di cui hanno potuto disporre i trafficanti. Gente accorta. Nei dialoghi intercettati dai Gico (sotto controllo c’erano una trentina di persone) si parlava di «bottiglie», invece che di denaro e, quando si passava ai particolari dell’operazione «White Horse», il progetto di trasloco del denaro tra Zurigo-Baghdad, utilizzavano solo speciali telefoni criptati. Gli 007 italiani sono riusciti a individuarne il modello, prodotto da una società israeliana, e venduto dalla filiale milanese: Snap Cell. Basta inserire un chip mentre gli apparecchi stanno comunicando tra loro per rendere impossibili, o comunque più difficili, le intercettazioni. E poi Skype, via Internet, che, tra il 2005 e il 2006 era ancora una novità e relativamente sicura. Le vecchie banconote da convertire avrebbero dovute venire caricate «su piattaforme di legno» (pallet), chiuse in grandi container, poi imbarcati sugli aerei della Croce Rossa (ovviamente o in teoria, del tutto all’oscuro del traffico), dentro false confezioni di medicinali o di altro materiale umanitario. Solo così, con la complicità dei contractors che in Iraq proteggono le banche e il trasporto-valori, l’operazione avrebbe potuto concludersi con i ricavi milionari in euro. Perché una banconota da 25 Swiss dinar (valore 2 euro al cambio 2006) veniva convertita con una nuova da 150, in corso legale. Gli inquirenti svizzeri hanno collaborato con i colleghi italiani, ma non è affatto sicuro che siano stati individuati i responsabili del traffico, che ha goduto di evidenti protezioni, anche di altri Paesi, tutti interessati a riciclare i milioni di Saddam nel massimo riserbo. Sandro Ausiello e Claudia Gabetta, i pm della Dda di Torino, hanno accertato che i mediatori svizzeri avevano avuto contatti anche con elementi della Croce Rossa italiana, (forse) al corrente del progetto. Lo stretto confine tra fiction e realtà cadde di schianto a fine 2006: oltre alle intercettazioni, spuntarono le banconote vere: 30 mila esemplari sequestrati a Napoli. Agli altri mediatori, un circuito illegale che trattava anche valute di altri Paesi, venivano mostrati solo esemplari-campione. Ognuno di loro avrebbe acquistato una parte del tesoro e il dividendo sarebbe arrivato alla fine dell’operazione «White Horse». Indagine-matrioska. Tra gli indagati spunta un noto imprenditore calabrese, molto interessato agli Swiss-dinar. Il sospetto, poi confermato, è che l’acquisto di valuta fosse un modo per riciclare i proventi illegali delle cosche dell’ndrangheta. Riciclavano denaro croato e iracheno. Un’efficiente lavatrice made in Zuerich. Tra gli italiani in stretto contatto con «Emanuele», un ex dirigente della Banca Credem di Parma e altri soggetti, tutti broker clandestini, non iscritti nell’albo professionale. In mano, avevano certificati svizzeri a garanzia della provenienza legale. Tutto falso.

 

Manifesto – 16.7.08

 

I fuorilegge del Guangdong – Angela Pascucci

Shenzhen – Altro che Olimpiadi. In Guangdong è già Natale. Ma il brivido che percorre la provincia meridionale cinese, sommersa da piogge torrenziali come non si vedevano da un secolo, non è da maltempo. Gli ordinativi dagli Stati uniti, che sempre arrivano a luglio per poter rispettare le scadenze natalizie, tardano ad arrivare. I migranti, andati a casa per i raccolti estivi, stanno tornando. Centinaia di migliaia di braccia aggiuntive pronte a turni di lavoro di 12/14 ore e oltre. Segno dell'incertezza globale e della crisi che morde, il ritardo si aggiunge alle ansie che da qualche tempo angosciano la «fabbrica del mondo» e mette a rischio il progetto di ripulire questo ventre oscuro che da quasi tre decenni ingurgita forza umana, materie prime, energia restituendo veleni, corpi e anime sfiniti, e merci il cui prezzo mai rispecchia il valore di quel che è stato necessario distruggere per produrle. La recessione Usa arriva buona ultima, dopo una raffica di «contrattempi» che hanno trasformato la corsa in discesa in una competizione ad ostacoli: l'aumento dei costi delle materie prime e dell'energia, la rivalutazione dello yuan, gli argini posti all'inquinamento più devastante, la fine delle esenzioni fiscali che avevano reso tanto «speciale» la regione e, ultimo ma non certo meno importante, l'aumento dei salari minimi accompagnato da una nuova legge sui contratti di lavoro, entrata in vigore dal primo gennaio, che doveva mettere fine allo sfruttamento più brutale. Doveva. Perché intanto 200 aziende di Taiwan hanno lasciato Dongguan, contea sweatshop al confine con Shenzhen, il 5% delle imprese coreane in Cina ha traslocato e il 25% ci sta pensando su, la Federazione delle industrie di Hong Kong ha previsto che 10mila compagnie del Territorio chiuderanno presto se il «clima imprenditoriale» del Guangdong non cambierà. I governanti della provincia fino a qualche mese fa inneggiavano a un modello di produzione più avanzato (meno inquinante e predatorio, meno giocattoli e più hi tech) e invitavano alla porta chi non ci stava. Oggi, con la crisi sul collo, ci stanno ripensando e davanti alle minacce di trasferimento nei più promettenti Vietnam, Cambogia o India, o nelle province cinesi ancora così arretrate da vendersi a prezzi stracciati, promettono «nuova collaborazione». I padroni e padroncini del Guangdong piangono miseria e, pur consapevoli che le cause della moria delle vacche grasse sono altre, e strutturali, se la prendono soprattutto col costo del lavoro e le nuove rivendicazioni degli operai che hanno finalmente avuto, per grazia governativa, una legge con cui difendere i propri diritti. Pensano, forse non a torto, che questo sia l'unico fronte che è possibile travolgere. E l'attacco è già in corso. Come, ce lo racconta Pun Ngai, vice direttrice del Centro di ricerca China Social Work di Hong Kong, che fa capo all'Università di Pechino e al Politecnico di Hong Kong. Lo scontro, spiega, si è oggi concentrato nella discussione non ancora conclusa sulle linee guida dell'applicazione (parte integrante della legge) e si dà ormai per scontato lo stravolgimento dei punti più forti, come l'assunzione a tempo indeterminato dopo 10 anni di attività nella stessa impresa, le maggiori difficoltà a licenziare, i limiti imposti agli straordinari. La donna più ricca della Cina. In prima fila, racconta Pun, la regina del cartone riciclato, Zhang Yin, salita agli onori delle cronache occidentali come la donna più ricca di Cina, che ha avuto una reprimenda persino dai sindacati ufficiali per il modo vergognoso con cui tratta i propri dipendenti nella sua Nine Dragons Paper. Anche se la Confederazione sindacale (Acftu, All China Federation of Trade Unions, 150 milioni di iscritti dichiarati) è dovuta intervenire sotto la pressione di una dura campagna di denuncia della Sacom, (Students and Scholars against Corporate Misbehavior) organizzazione di studenti e professori fondata nel 2005 con base a Hong Kong che, come dice il suo acronimo, è impegnata attivamente a denunciare le violazioni delle multinazionali. Pun Ngai è tra i professori che animano il gruppo e che sollecitano i propri studenti a mettersi al fianco degli operai. Chi lo fa, non torna mai indietro. Il punto è proprio questo. Lo dicono gli stessi operai e gli attivisti delle organizzazioni: lo scontro non è iniziato il primo gennaio e questa legge, pure buona, è una carta che vola col vento che tira. Se non si combatte per trasformarla in diritti reali, resta carta straccia, sotto gli occhi impassibili del governo e del sindacato. Gli stessi che avrebbero dovuto imporre anche l'osservanza della legge sul lavoro del 1994, rimasta in gran parte lettera morta, anche perché le aziende non erano punite quando la infrangevano. Ma, come spiega Pun Ngai, le organizzazioni di difesa dei diritti operai sono ancora poche e deboli. Anche se tutto indica che un movimento di base per la difesa dei lavoratori e la giustizia sociale, inedito per la sua ampiezza, sta nascendo in Cina. Ancora agli albori ma in rapida crescita. Lo strumento più vasto e capillare, il sindacato ufficiale, unico ammesso, è controllato dai governi locali che, tra corruzione e ossessione della crescita economica diventata ormai problematica, vedono i lavoratori come dei nemici. E quando, appellandosi alla legge, gli operai si fanno avanti da soli, rischiano licenziamenti e pestaggi. E' un quadro oscuro ma qualcosa si sta muovendo e la sociologa prevede che in cinque/dieci anni i lavoratori saranno in grado di far valere i propri diritti in modo più organizzato e forte. I tempi dipenderanno dalla dinamica dello scontro, che oggi si sta accelerando. D'altra parte se il governo centrale ha varato questa legge è perché non poteva più ignorare le proteste e gli scioperi in costante aumento. Così argomenta Robin Munro, direttore della ricerca e della comunicazione del China Labour Bulletin (Clb), storico organismo del sindacalismo alternativo, che ha sede nel quartiere di Central, sull'isola di Hong Kong. Secondo Munro oggi la situazione è così esplosiva che il governo ha persino rinunciato alla repressione più dura e tenta di mediare, forse consapevole che bisogna affrontare i problemi creati dalla riforme, altrimenti la società diventa sempre più instabile. E allora addio «armonia»... Gli stessi sindacati ufficiali, che un tempo filmavano i rivoltosi e consegnavano le cassette alla polizia, sembrano aver capito che è un sistema controproducente (anche se in galera ancora oggi qualcuno ci finisce). Da qui a dire che la legge è risolutiva ce ne corre, però. In ogni paese, ricorda Munro, le leggi impongono obblighi ma per essere applicate vogliono controllo e soprattutto coercizione, che in Cina non ci sono. I lavoratori sono deboli, spiega, perché non possono organizzarsi in modo autonomo al di fuori del sindacato unico. Lui definisce il problema «l'elefante nel salotto», e tuttavia il China Labour, che in passato propugnava la formazione di sindacati alternativi, ha deciso di passare al pragmatismo e al grido: «E' il nostro sindacato, riprendiamocelo» oggi consiglia ai lavoratori di fondare cellule sindacali ufficiali all'interno delle compagnie e controllarle. E' una logica di razionalizzazione capitalistica, quella che ispira il Clb. Il governo ha sempre temuto fenomeni di sindacalismo politico tipo Solidarnosc che mettevano in discussione la sua esistenza, argomenta Munro. Non capisce che ormai, con il prevalere delle imprese private, può evitare di farsi coinvolgere e assumere al più il ruolo del mediatore. L'indipendenza del migrante. Gli elementi per una simile svolta ci sono tutti, spiega. C'è una buona legislazione e una classe operaia meno ideologica. Nel senso che i mingong, i 200 milioni di migranti arrivati dalle campagne che oggi costituiscono il nerbo della forza lavoro attiva, non sono gli operai delle danwei, le unità di lavoro di una volta, che si identificavano con la fabbrica, il partito e lo stato. Il migrante, argomenta il dirigente di Clb, è più indipendente, più «laico» abituato com'è a contare solo sulle proprie forze. E non ce la fa più. Oltre ai soprusi, ora è anche l'inflazione che morde la sua paga. Anche se nel Guangdong il salario minimo è stato portato a 1000 yuan (100 euro) dal primo luglio, il più alto del paese, la grande ricchezza prodotta viene ridistribuita in un modo che ormai è tra i più ineguali, e sprezzanti, del mondo. Il vero punto di forza della nuova legge, per Munro, riguarda però il futuro. Il dispositivo introduce per la prima volta nel settore privato il contratto collettivo, che domina nell'industria pubblica dove ne sono in vigore circa 190mila. Una pletora senza senso che impone la ricontrattazione. Chi la farà? E come? È il grande orizzonte che si dischiude nei prossimi due-tre anni davanti ai lavoratori cinesi e a organizzazioni come il China Labour. Se il futuro è tutto da costruire, la battaglia infuria nelle trincee quotidiane. Come sa l'avvocato che vuole restare anonimo e che chiede di incontrarci al Dafen Oil Painting Village di Longgang, uno dei distretti di Shenzhen. Lavora per un grande studio civilista che cura anche cause di lavoro. Non ha storie clamorose da riferire ma racconta la dura materialità dello scontro che un lavoratore deve ingaggiare prima col datore di lavoro e poi con il sistema legale quando decide di intraprendere questa via crucis. Il primo effetto della nuova legge è stato proprio l'aumento esponenziale delle cause ma il legale ricorda che le linee guida dell'applicazione ancora non ci sono, il che rende incerto l'esito dei procedimenti in corso e dà adito a nuovi fenomeni di corruzione all'interno delle agenzie pubbliche che dovrebbero invece vigilare sull'applicazione della legge. Gli organismi governativi che dovrebbero far rispettare le nuove regole abbondano, spiega l'avvocato. C'è quello che deve controllare se la compagnia è in regola col rispetto dei regolamenti (da quelli del lavoro a quelli ambientali), c'è poi il dipartimento che deve fornire assistenza legale gratis ai lavoratori infine i sindacati che oltre a rappresentare i lavoratori e informarli delle normative dovrebbero anche ispezionare le aziende. La paura di sbagliare. Eppure il caso che lui tratta più spesso è quello del lavoratore che, da solo, decide di denunciare l'azienda. E per giungere fino al suo studio, ha dovuto scalare montagne. La prima è stata la propria paura di sbagliare, di mettersi in una situazione di scontro con qualcuno molto più forte e dal quale comunque dipende. I migranti sono i più indifesi. Quando vengono calpestati e si ribellano, i padroni li dissuadono dall'andare dalle autorità: stanno dalla nostra parte, gli dicono, e tu ti metti nei guai. Oppure ci sono le minacce e le botte. Le aziende individuano gli operai più consapevoli e istruiti e li colpiscono duramente. Quanto al nostro avvocato, racconta come ogni giorno sperimenti la sproporzione di forze tra il padrone di un'azienda e gli operai. Che si traduce spesso nell'impossibilità di ottenere i documenti necessari come prove. Problema che gli richiede non la conoscenza della legge, dice, ma una grande capacità di relazioni a tutti i livelli. L'aspetto più grave è però la durata delle cause, ta volte così lunghe che quando si arriva all'ultimo appello le prove sono state tutte distrutte. Da qualche tempo però le sentenze sembrano più favorevoli ai lavoratori: più del 50% la spunta, rispetto al 30% di qualche anno fa. E poiché le corti non sono indipendenti, sembra evidente che l'ordine è venuto dall'alto. Un altro modo di allentare le tensioni, anche se poi il giudice decide spesso il risarcimento minimo e non è detto che l'azienda pagherà. E' anche per l'impervietà della via legale che gli operai scelgono più spesso come arma di difesa le proteste e gli scioperi (non consentiti) oppure semplicemente di andarsene. Ci sono fabbriche in cui il turn over raggiunge ogni anno il 90%. La classe operaia cinese, il 30% delle forza lavoro mondiale, è però cambiata, dopo quasi trent'anni di riforme che ne hanno degradato il ruolo sociale e politico proprio quando ponevano sulle sue spalle il peso più gravoso dello sviluppo del paese. Una contraddizione su cui non pochi da tempo hanno cominciato a riflettere. Così la consapevolezza cresce e lentamente una nuova coscienza si sta formando.

(1 - Continua)

 

Panico made in Usa – Carlo Leone Del Bello

George W. Bush crede che il sistema finanziario americano sia «fondamentalmente solido». Lo crede davvero, ha aggiunto, come se ci fosse stato bisogno di una ulteriore rassicurazione. Tuttavia, la chiave per la risoluzione della crisi, per il presidente, è nell'approvazione in tempi brevi, da parte del Congresso, del piano d'emergenza per Fannie Mae e Freddie Mac, oltre al solito appello per la fine del divieto di estrazione petrolifera lungo le coste statunitensi. Peggiora nel frattempo la situazione del settore bancario, a quasi un anno dallo scoppio della crisi, iniziata con le sofferenze dei mutui subprime. Le scene delle code agli sportelli della Indymac, banca californiana fallita venerdì scorso, e le crescenti preoccupazioni circa la solvibilità delle banche, rischiano infatti di innescare una reazione a catena fra tutte le istituzioni di deposito, soprattutto quelle locali. Il presidente degli Stati uniti ha riconosciuto, in una conferenza stampa tenuta ieri, che è un «periodo difficile» per le famiglie americane. Due le cause: crisi del credito e prezzo della benzina alle stelle. Per il secondo problema, come va ripetendo da mesi, la soluzione è una sola: permettere nuove perforazioni lungo le coste e specialmente in Alaska, nonostante le opposizioni degli ambientalisti. Di utilizzare le riserve strategiche (che attualmente ammontano a oltre 700 milioni di barili, sufficienti un mese di consumo, agli attuali standard) invece, non se ne parla neanche: «sono per le emergenze», ha detto Bush. Per il credito, l'amministrazione avrebbe già fatto la sua parte, approntando, nel fine settimana, un piano di salvataggio «morbido» per i giganti del mutuo Fannie Mae e Freddie Mac. Ora tocca infatti al Congresso approvare il piano, che dovrebbe essere sulla scrivania del presidente, pronto per la firma, entro la prossima settimana. Le misure delineate dal segretario al tesoro Hank Paulson, prevedono l'istituzione di una «linea di credito» di cui beneficerebbero le due istituzioni gemelle. Alle Gse (government sponsored enterprises, come si chiamano in gergo), sarebbe inoltre garantito l'accesso allo sportello di rifinanziamento della Federal Reserve, proprio come se fossero delle vere e proprie banche. L'ammontare del tetto massimo di queste linee di credito non è tuttavia stato dichiarato, ma dovrebbe assumere la forma di prestiti o addirittura di immissioni di capitale di rischio. Immissioni che però, secondo quanto dichiarato da Bush, non altereranno la natura di società private delle Gse. Tali interventi sarebbero comunque temporanei (si parla di 18 mesi), e non si tratterebbe quindi di un «salvataggio fatto con il denaro dei contribuenti», cosa che preoccupa particolarmente l'opinione pubblica americana. Intanto una nuova minaccia incombe sui precari equilibri del sistema bancario americano: il virus della corsa agli sportelli, eterno spauracchio del capitalismo. Ieri lunghe code si sono formate alle filiali di Indymac, grossa banca californiana fallita venerdì e immediatamente posta sotto il controllo della Fdic, agenzia federale di assicurazione sui depositi. In generale, nonostante il fatto che per le altre banche non si stia verificando una vera e propria «corsa agli sportelli», ci sono segnali di un lento quanto inesorabile allontanamento dai conti correnti, soprattutto quelli nelle piccole banche regionali. Il Wall Street Journal la chiama «walk on the bank», in contrapposizione al «run on the bank», la vera e propria corsa agli sportelli. In tempi di prosperità infatti, in pochi si preoccupano della sorte dei propri risparmi, ma in tempi di crisi di liquidità, tende ad aumentare la consapevolezza dei risparmiatori circa il fatto che i loro soldi, di fatto, non sono nei forzieri della banca. Questo provocherebbe quel tipo di crisi autorealizzantesi, tante volte osservata nella storia economica: gli investimenti fatti dalle banche non sono facilmente smobilizzabili, e un numero sufficientemente alto di correntisti che ritira il denaro può bastare a provocare un rapido fallimento. Dal singolo episodio di bank run alla crisi sistemica, il passo potrebbe essere breve; per questo i conti correnti americani sono assicurati dalla Fdic fino all'ammontare di 100 mila dollari (250 mila per i conti di risparmio pensionistico). Per l'ex presidente dell'associazione bancaria americana, Donald Ogilvie, quella attuale è «senza alcun dubbio una crisi bancaria molto seria». Quando si era in pieno boom immobiliare, e le banche facevano immensi profitti nella concessione di mutui, con rischio virtualmente nullo, le banche facevano a gara a chi si aggiudicava più correntisti, potendo in questo modo concedere più mutui. A quell'epoca (solo due anni fa, anche se sembra una vita), si diffondeva l'offerta di conti di risparmio ad alto rendimento con zero spese, utilizzabili solo via internet, con modalità molto simili a quelle di conti correnti «mordi e fuggi» ampiamente pubblicizzati in Italia. La settimana prima del collasso, Indymac offriva un tasso annuale del 4,35%, il doppio di un titolo del tesoro americano. Della salute dell'economia americana ha parlato anche il presidente del board della Federal reserve, Ben Bernanke, in un discorso al senato giudicato «tetro e pessimista» da molti osservatori. Il copione è lo stesso: le cose vanno male per via della crisi finanziaria e del rialzo dei prezzi delle commodities (merci primarie, tra cui alimentari, petrolio e minerali). La chiave di tutto però rimane il mercato del credito immobiliare, al quale la Fed dà una mano garantendo liquidità, da ora anche alle Gse. Una vera ripresa però non si verificherà fintantoché i prezzi degli immobili non riprendono a salire. Per il banchiere centrale, il mercato rimarrà depresso almeno fino alla fine del 2008.

 

Il generale Barack valla alla guerra (fredda) – Marco d’Eramo

Il candidato democratico alla presidenza degli Stati uniti, il senatore dell'Illinois Barack Obama, ha tenuto ieri a Washington un ampio discorso di politica estera, discorso che era stato preceduto lunedì da un intervento sullo stesso tema pubblicato dal New York Times. Quest'offensiva internazionale precede un suo viaggio in Iraq e Afghanistan, le cui date non sono state rese note per ragioni di sicurezza. Obama ha precisato nel discorso di ieri le sue intenzioni sull'Iraq, dopo le oscillazioni e le retromarce delle ultime settimane che gli erano costate parecchi punti in popolarità. Un mese fa i sondaggi gli davano un vantaggio di 15 punti sul candidato repubblicano, il senatore dell'Arizona John McCain, ma da allora si è ridotto a 3 punti (44 contro 41) secondo Newsweek e Gallup, e addirittura a due soli punti (47 a 45) secondo il rilevamento Rasmussen di sabato scorso. Ecco i punti salienti della «dottrina Obama»: 1) riarmo: le forze armate statunitensi dovranno arruolare 65.000 fanti e 27.000 marines in più rispetto ai livelli attuali; 2) ritiro prudente («dobbiamo essere tanto cauti nell'uscirne quanto fummo incauti nell'entrarvi») e non totale dall'Iraq entro il luglio 2010 (due anni a partire da adesso, 16 mesi dopo il suo eventuale insediamento alla Casa bianca): in Iraq sarà lasciata solo «una forza residua con compiti specifici: colpire i resti di Al Qaida; proteggere i nostri uomini e diplomatici; addestrare e appoggiare le forze di sicurezza irachene, fintanto che gli iracheni compiono progressi politici»; 3) concentrare in Afghanistan le forze sganciate dall'Iraq: «(vi) manderò almeno due brigate da combattimento in più, e userò quest'impegno per chiedere maggiori contributi, con minori restrizioni, ai nostri alleati Nato»; 4) un'offensiva generalizzata contro le basi di al Qaida e dei taleban nelle regioni tribali del Pakistan: «Abbiamo bisogno di un'alleanza più stretta e coordinata tra Afghanistan, Pakistan e Nato per rendere sicuro il confine, spazzare via i campi di terroristi e sgominare gli insorti trans-frontalieri. Abbiamo bisogno di più truppe, più elicotteri, più satelliti, più droni Predator (aerei di ricognizione senza pilota) nella regione al confine con l'Afghanistan. E dobbiamo chiarire che se il Pakistan non può o non vuole agire, saremo noi a puntare e colpire i bersagli terroristi di alto livello, come Bin Laden, se li abbiamo nel mirino». A queste misure militari, Barack Obama vuole associare un'azione politica pensata a partire dell'esempio della guerra fredda, della dottrina Truman e del Piano Marshall (il piano di aiuti allo sviluppo con cui gli Stati uniti premiarono i paesi che entrarono nella loro sfera d'influenza contro l'Unione sovietica). L'idea di fondo di Obama è infatti che la guerra in Iraq ha distolto risorse preziose - economiche, militari e umane - dalla guerra contro i terroristi, ha frenato e sabotato le operazioni in Afghanistan e Pakistan, ha indebolito la lotta contro i «paesi canaglia» che vogliono procurarsi armi atomiche e finanziano i terroristi. Ma se la guerra contro i terroristi (Obama non usa mai l'espressione, cara a George Bush, «guerra al terrore») è l'equivalente odierno della guerra fredda, Obama intende usare l'equivalente moderno della dottrina Truman: in primo luogo ricostruire le grandi alleanze che permisero di vincere la guerra fredda e anche la prima guerra in Iraq, attraverso un nuovo multilateralismo, dopo otto anni di unilateralismo sfrenato: «È tempo di una nuova cooperazione internazionale. Per l'America e l'Europa è ora di rinnovare di rinnovare il nostro impegno comune di fronte alle minacce del XXI secolo proprio come raccogliemmo le sfide del XX. È tempo di rafforzare la nostra partnership con Giappone, Corea del Sud, Australia e con la più grande democrazia del mondo - l'India - per creare un'Asia stabile e prospera. È tempo di rafforzare la Nato chiedendo di più ai nostri alleati, ma accostandoli sempre con il rispetto dovuto a un partner». In questo scenario da guerra fredda, l'azione militare va accompagnata da incentivi economici: Obama promette all'Afghanistan un miliardo di dollari l'anno in aiuti non militari, mentre al Pakistan promette di triplicare gli aiuti non militari e ai paesi poveri più fondi di assistenza fino a un livello di 50 miliardi di dollari nel 2012. In questo contesto si situa la sua posizione sull'Iran, insieme dura ma senza precludersi l'opzione diplomatica e neanche un suo incontro con i dirigenti iraniani: «Non possiamo tollerare che armi nucleari cadano in mano di una nazione che appoggia i terroristi. Evitare che l'Iran possa sviluppare armi nucleari è vitale interesse per la sicurezza degli Stati uniti. Nessuno strumento può essere escluso». «Userò tutti gli elementi del potere americano per premere sul regime iraniano - prosegue Obama - a partire da una diplomazia, aggressiva, diretta, e di principio, sostenuta da forti sanzioni e senza precondizioni. Apprezzo il lavoro dei nostri alleati europei su quest'importante materia, e dovremo essere soci a pieno titolo in questo sforzo... Ecco perché dobbiamo proseguire questi duri negoziati in pieno coordinamento con i nostri alleati, mettendo in campo il peso di tutta la nostra influenza - incluso, se ciò avvantaggerà i nostri interessi, un mio incontro con l'appropriato leader iraniano a una data in un luogo di mia scelta».

 

L’Union Sacrée di Nicolas Sarkozy – Danilo Zolo

Nonostante l'attivismo del presidente francese, il vertice euro-mediterraneo che si è tenuto a Parigi il 13 luglio non ha ottenuto i risultati auspicati. L'abbraccio che si sono scambiati il premier israeliano Ehud Olmert e il leader palestinese Abu Mazen ha autorizzato proclamazioni ottimistiche. Si è solennemente dichiarato che «la pace non è mai stata così vicina». Ma la realtà è che nel Medio Oriente e nel Mediterraneo la pace non è mai stata così lontana, e che il vertice parigino non sembra aver contribuito ad avvicinarla. L'incubo di un attacco israeliano contro l'Iran sembra farsi sempre più incombente, come provano fra l'altro le minacciose esercitazioni militari delle due parti. Il progetto mediterraneo di Sarkozy era tanto ambizioso quanto improvvisato, velleitario e ambiguo. Era la pretesa di dar vita ad una «Unione mediterranea» che, pur usufruendo del sostegno economico dell'intera Europa, avrebbe dovuto essere limitata ai soli paesi rivieraschi ed essere guidata dalla Francia. Si trattava dunque di un progetto inaccettabile per i paesi mitteleuropei e nordeuropei, e altrettanto inaccettabile per i paesi arabo-islamici, fatti oggetto di una operazione neocoloniale. Ancora una volta si è trattato infatti di una iniziativa europea unilaterale, segnata da una netta asimmetria fra le due parti: da un lato una delle maggiori potenze del mondo, l'Unione Europea, e dall'altro i singoli Stati arabi, economicamente e politicamente molto deboli, identificati sulla base della loro semplice posizione geografica. A guardar bene, il tentativo di Sarkozy di rilanciare il «processo di Barcellona», avviato nel 1995, ha ereditato di quell'importante iniziativa euromediterranea gli aspetti meno felici e che sono stati la causa della sua crisi. L'aspetto più grave è stata la pretesa di realizzare l'unificazione politica del Mediterraneo senza porsi il problema del conflitto israelo-palestinese. Ancora una volta l'Europa ha lasciato l'infelice destino del popolo palestinese nelle mani di un dishonest broker, un «mediatore disonesto» come gli Stati Uniti d'America. Trascurare che questo conflitto oggi rischia di aggravarsi sino ad assumere le dimensioni di una guerra globale è una prova di eccezionale miopia. Ma nel caso di Sarkozy si è trattato più probabilmente di una diretta complicità con le potenze occidentali favorevoli alla guerra. Si tratta di Stati pronti a schierarsi in ogni caso con Israele: è giusto che la quarta potenza nucleare del mondo non tolleri che in Medio oriente altri paesi dispongano di centrali nucleari anche per semplici fini civili. Un secondo tema - quello economico - è stato appena sfiorato dal summit parigino. Si è trattato di un certo numero di proposte per le quali non esiste alcun finanziamento. Sono proposte poco originali, come la costruzione di autostrade marittime, la creazione di una università mediterranea, il sostegno della piccola e media impresa. Sono idee lontanissime dall'ambizioso progetto di Barcellona che intendeva realizzare entro il 2010 una 'Zona di libero scambio' (Zls) tra l'Unione Europea e i paesi mediterranei. Si sa, del resto, che nel periodo 1980-2005 la differenza di reddito tra i paesi mediterranei e i paesi dell'Unione Europea è costantemente cresciuta, e che il Pil dei paesi arabi è rimasto stabile solo grazie alle rimesse degli emigrati. Il Mediterraneo è un prezioso patrimonio storico e politico che oggi rischia di essere cancellato. Una realistica politica mediterranea dovrebbe contrastare l'espansionismo neo-imperiale degli Stati Uniti che si propongono di recidere ogni rapporto fra le due rive del Mediterraneo, subordinando l'Europa allo spazio atlantico e sottoponendo il mondo arabo-islamico ad una crescente pressione politica e militare. L'etichetta «Unione mediterranea» rischia altrimenti di essere usata come un escamotage ideologico-politico per celare la pesante discriminazione fra le due sponde. E può servire a ignorare le ragioni del crescente flusso di migranti irregolari, che tende a trasformare le coste europee, in particolare quelle italiane, in un cimitero marino.

 

In Italia la paura della crisi – Maurizio Galvani

Bankitalia e Istat concordano sul fatto che l'economia italiana vive un momento di stagflazione. Nel suo Bollettino mensile (il primo dopo la Relazione annuale del governatore Mario Draghi) Palazzo Koch tratteggia il quadro di «un'economia ferma» e lancia «l'allarme su prezzi e consumi». Mentre l'Istat denuncia un'accelerazione dell'inflazione al 3,8% a giugno (dal precedente 3,6%), come non accadeva dal 1996. «Nel 2008, è scritto nel Bollettino, la crescita del pil sarà inferiore allo 0,5% (0,4%) e si manterrà così per tutto il 2009». Previsioni ancor più fosche: «Per due anni consecutivi - tra il 2008 e 2009 - il pil non potrà essere più alto del +0,4% contro l'ipotesi, pur magra, di un +0,5% nel 2008 e di un +0,9% nel 2009 come è scritto nel Dpef». Bankitalia, perciò, sconfessa l'ottimismo manifestato dall'amministrazione Berlusconi che avanza la possibilità che il pil possa crescere, nel trienno 2009-2011, a più 1,2%». Una previsione fatta dal ministro Giulio Tremonti per giustificare le «sue» linee programmatiche di politica economica. La debolezza è strutturale e si accompagna a «una situazione internazionale difficile e il balzo del costo della vita è già vicino al 4%», secondo via Nazionale. In realtà è a più 3,8%, dichiara l'Istituto centrale di statistica, rispetto allo stesso mese di un anno fa (a giugno 2007 era pari a 3,7%) comunque superiore al 3,6% registrato in maggio. L'incremento non risparmia nessuna voce: sono saliti i prezzi dei prodotti energetici, dell'acqua, dei trasporti e degli alimentari. Se vuoi comprare il pane lo devi pagare il 22,3% in più, se vuoi acquistare la pasta devi sborsare il 22,3%; tutti i prodotti alimentari sono aumentati dello 0,4% mensile e del 6,1% tendenziale. Non cambia «musica» per altri settori quali i trasporti (+6,9%), l'elettricità e i combustibili (più 7,2%), le bevande alcoliche (più 6,1%). Le vacanze saranno sempre più difficili: si prevede che il 50% degli italiani rinunceranno a farle visto l'aumento dei costi degli stabilimenti balneari (più 9% su base annua), dei trasporti marittimi (più 9,3%) e aerei (più 13,4%) solo per fare alcuni esempi. Soluzioni, per ora, non se ne vedono. Piuttosto si fanno i conti su quanto peserà la situazione sulle tasche degli italiani. Viene fuori un quadro drammatico che dipinge la Cgil, denunciando - per il biennio prossimo - che «i salari dei lavoratori varranno 1.570 euro in meno». «Per alcune categorie, come coloro che percepiscono 800 euro, l'inflazione peserà molto di più, a fine anno, al 4%». Le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori parlano di tasche vuote e di una spesa maggiore di 1.813 euro a famiglia. Inoltre, Banca d'Italia avverte che «la situazione finanziaria pesa di più sulle famiglie che al 70% possiedono mutui al tasso variabile». Sulle soluzioni da adottare c'è molta confusione e approssimazione. Lo stesso Bollettino di Bankitalia adombra l'ipotesi che «l'impatto della manovra finanziaria sarà modesto ed irrilevante. Una finanziaria da 35 miliardi di euro - leggera rispetto al passato - serve solo a mantenere una politica di bilancio stabile». Si potrà, ovvero, mantenere un equilibro tra spesa e recupero del deficit pubblico ma non sarà utile per rilanciare la competitività e la domanda. Sul fronte delle entrate, si manterrà l'attuale prelievo fiscale che non scende oltre il 43%. Questo controllo della spesa pubblica non sarà affiancato da un rilancio della domanda e dei consumi; tranne nell'ipotesi di una restituzione del fiscal drag, come chiede da tempo la Cgil, oppure attraverso la sterilizzazione delle accise sull'Iva di luce, gas, carburanti e riscaldamenti, come sostengono le organizzazioni dei consumatori. Infine, ieri è stata una giornata nera per le borse europee: sono stati bruciati 147 miliardi, e Piazzaffari ha chiuso a -2,5%.

 

“Lì scoprii la banalità del male” – Alessandra Fava

Genova – Nell'unico sopralluogo fatto dai magistrati genovesi alla caserma di Bolzaneto l'8 agosto 2001 c'erano tre savonesi, tra i primi a denunciare gli spruzzi col gas urticante alle finestre, le botte e gli inni fascisti e far aprire un fascicolo in procura. Il sopralluogo fu fissato il giorno successivo alle dimissioni imposte dall'allora ministro Claudio Scajola ad Ansoino Andreassi, Arnaldo La Barbera e il questore genovese Francesco Colucci. Agli occhi degli avvocati che assistevano i pestati la visita a Bolzaneto sarebbe stato un punto fermo per le indagini che s'arricchivano giorno dopo giorno delle prime denunce che arrivavano per telefono, perché gli stranieri usciti dagli ospedali o dalle carceri furono subito allontanati dal territorio italiano. L'edificio in cui erano state detenute e picchiate decine di persone era talmente piccolo che sembrava impossibile dire: non sapevo. Invece ci vollero più di tre anni per arrivare all'inizio del processo. Uno dei tre savonesi era Luca Arrigoni, ora 27enne, studente di scienze della comunicazione e lavoratore part-time in un negozio video. Non erano passate neppure tre settimane. Che cosa ricordi? Avevamo sporto denuncia, perciò ci avevano chiamato. Non avrei mai voluto tornare in quel posto. Mi metteva un'ansia tremenda. Era come aprire una scatola che volevo chiudere e invece tutto era chiarissimo, ci ricordavamo dove ci avevano visitato, dove ci identificavano, dove erano successe le violenze. La cosa più tremenda è stato ritrovare là anche uno di quelli che mi avevano portato nelle celle, uno con la mascella pronunciata che si occupava della spola e ci aveva letteralmente lanciato fuori dal pullman. Insomma due settimane dopo in servizio a Bolzaneto c'erano gli stessi, con lo stesso atteggiamento strafottente. Perciò all'angoscia si univa la paura. Ma il magistrato mi disse che non era il momento di procedere ai riconoscimenti. Tante malizie forse le ho capite già allora. Come mai eri a Genova? Avevo vent'anni, non ero particolarmente schierato anche se arrivo da una famiglia di sinistra ma moderata. Ero venuto a Genova per caso, per sfida contro i miei. Esperienza di manifestazioni zero. Era il sabato del G8, siamo andati a Boccadasse e ci siamo uniti al corteo. Quando siamo arrivati a piazzale Kennedy c'è stata una carica, abbiamo cercato di fuggire e una genovese ci ha aperto un garage. E' stato là che la finanza e la polizia ci ha arrestato, messo in ginocchio per la strada e ritirato i documenti. Ma non ci perquisirono e io che avevo ancora il cellulare riuscii a chiamare mia madre e dirle che stavo bene, ero in arresto ma non avevo fatto niente. Per questo lei poi attraverso delle conoscenze seppe che ci avevano portato a Bolzaneto e venne fuori della caserma nella notte. Due poliziotti le dissero che era tutto a posto, che era già passato il carrello delle vivande e di star tranquilla perché avevamo anche le coperte e lei tornò a casa. Che cosa è cambiato da allora? Ho cambiato idea sullo stato e i suoi apparati. Mi sono chiesto che cosa poteva essere calcolato, previsto. Ho aperto gli occhi su tante questioni. Intanto prima del G8 studiavo ingegneria e pensavo di entrare nell'esercito. Dopo, sono passato a scienze della comunicazione e forse anche grazie ai miei studi ho trovato la ragione storica di quello che mi era successo e seguendo il processo sui giornali e in aula ho capito che ogni sforzo era teso a non delegittimare lo stato. In qualche modo la sentenza dell'altro ieri è consequenziale a questo. Insomma è stata una delle questioni centrali della mia vita per tanto tempo. Come ne sei uscito? Grazie agli amici. Anche quello che era con me a Bolzaneto. Così ho superato le violenze fisiche perché nella caserma ho preso anche un calcio fortissimo nel coccige, che mi sono fatto operare tre anni dopo. Mentre per rimettermi in sesto dal punto di vista psicologico è stata più lunga, forse ne sono uscito solo da pochi anni. Allora mi sentivo una bestia dentro che mi mangiava di continuo. Non ho voluto chiudermi in un centro sociale, non ho voluto frequentare solo gente che potesse comprendere. Ho continuato a parlarne con tutti, ma la reazione della persona media era di trattare il fatto come una disattenzione, un incidente, mentre penso che Bolzaneto sia uno dei fatti più gravi degli ultimi anni, anche se tutta la storia italiana è piena di macchie. O forse c'è da pensare che si vive meglio nell'ignoranza, nell'ignorare di essere ignoranti. In effetti prima ero più spensierato e meno consapevole, anche se, tornassi indietro, scapperei a Genova di nuovo. Siccome poi nella vita ci sono sempre dei paradossi, uno dei miei migliori amici era entrato in polizia mentre io uscivo dalla prigione di Alessandria. Che cosa pensi della sentenza di primo grado? C'è un clima di tensione in questo paese che pochi percepiscono. Speravo che la sentenza facesse un passo verso la giustizia. Eppure se guardo il governo, guardo la crisi, mi rendo conto che era assurdo sperare. La battaglia si gioca sull'autorità. Vedi, quello che mi ha ferito di più è la facilità con cui venivano commesse delle cattiveria. Atti di violenza gratuita a persone inermi. A vent'anni scoprire un lato dell'essere umano che ignoravo è stato allucinante. E se poi queste violenze arrivano da un mio coetaneo, riesco a capacitarmene ancora meno. Ho visto bruciare le sigarette sul corpo di qualcuno, buttare il gas lacrimogeno alle finestre, ho sentito gli inni fascisti e gli sfottò contro gli arrestati. Direi, un quadro che diventa tipicamente italiano.

 

Abruzzopoli, l’affaire della psichiatria – Eleonora Martini

Avezzano (AQ) - Trovare la sofferenza psichica in Abruzzo è facile. Molto più difficile è trovare una persona che abbia conosciuto la malattia psichica e sia disposta a raccontare la propria storia. Non c'è da stupirsi, è solo un altro sintomo di quanta poca strada i servizi psichiatrici territoriali abbiano fatto in questa regione dalla chiusura dei manicomi, voluti dalla legge Basaglia 30 anni fa, in poi. Di quanta poca capacità di cura e riabilitazione siano in grado mediamente di produrre, quanto siano inesistenti le politiche per la salute mentale. Un dato per tutti: l'Abruzzo detiene il triste primato del più alto tasso di ricoveri ospedalieri in reparti psichiatrici d'Italia. Eccezioni alla regola ce ne sono, eccome: a L'Aquila, per esempio, o in modo puntiforme in altre zone. Ma sono poche oasi costantemente a rischio in un mare burrascoso, costruite con fatica da piccoli Davide che combattono dentro il sistema pubblico contro i Golia del convenzionato privato, particolarmente ingrassato in terra abruzzese. Spesso però combattono anche contro la loro stessa inadeguatezza, la mancanza di formazione professionale degli operatori dei Centri di salute mentale (Csm), l'indifferenza, la corruzione. Cliniche private e corruzione, sono queste le piaghe su cui si inserisce l'inchiesta sulla sanità che ha portato lunedì all'arresto del governatore Ottaviano Del Turco e di molta parte della giunta di centrosinistra. Fondamentali le rivelazioni di Vincenzo Maria Angelini, amministratore di Villa Pini d'Abruzzo, la regina della residenzialità privata psichiatrica e non solo, nata dalle ceneri di un vecchio manicomio di proprietà della sua famiglia. Incontrare malati che abbiano raggiunto un buon livello di coscienza di sé e responsabilizzazione da queste parti è un terno al lotto, mentre sono a portata di mano le persone che «non hanno avuto risposte adeguate» e che spesso «sono andate incontro a destini di rifiuto della vita», come racconta uno dei pochi psichiatri illuminati, non a caso oggi «emigrati» altrove. Eppoi, per raccontarsi bisognerebbe aver superato la paura dello stigma della follia che qui resiste inalterato come le montagne. O essersi liberati dal «ricatto emotivo» che il malato subisce dal medico di riferimento, da cui si sente «completamente dipendente». In questo deserto, in questa «povertà dei servizi che corrisponde ad una povertà di coscienza politica», dove il peso della malattia è tutto scaricato sulle spalle delle famiglie, non ci si può nemmeno stupire che in alcune zone particolarmente arretrate proprio dai parenti dei malati venga la più forte richiesta di controriforma psichiatrica, come conferma Gemma Carlucci, dell'associazione di familiari Percorsi. «Non ce la faccio più, mio figlio schizofrenico deve essere rinchiuso perché anche il resto della famiglia si sta ammalando assieme a lui - si sfoga M., una madre che, come tutti gli altri che abbiamo incontrato, vuole rimanere anonima - Ogni volta che necessita di un Tso (trattamento sanitario obbligatorio, ndr) non so perché ma i medici scaricano su di noi la responsabilità della richiesta, così quando torna a casa è più arrabbiato con noi e più violento di prima». La signora che parla ha tutta l'aria di essere una persona benestante, nella media qui ad Avezzano, una cittadina di 30 mila abitanti capoluogo della Marsica che negli ultimi venti anni ha visto sbocciare come funghi banche, negozi e centri commerciali. Uno sviluppo economico che però non si è mai accompagnato ad un pari progresso culturale e del welfare. In compenso invece oggi dilaga la cocaina, una sostanza che facilmente sviluppa psicosi ma che al contempo non raramente conquista un certo tipo di malati cronici che, abbandonati a loro stessi, la sostituiscono agli psicofarmaci ottenendone, oltre ai benefici apparenti, lo «status» di «normalità». P. ha 42 anni, vive in un paese della Marsica. Fino a 10 anni fa aveva una vita realizzata, felice. Una moglie, un figlio, un lavoro importante che gli permetteva di viaggiare e conoscere il mondo. Poi d'improvviso una tragedia lo devasta: la morte di suo figlio ancora bambino. P. ha gli strumenti culturali per capire che da solo non ce la può fare, così si rivolge agli psichiatri del Csm di Avezzano. Qui, come è accaduto a centinaia di persone negli ultimi 20 anni, la risposta che ha ottenuto «non è stata una presa in carico complessiva, ma un rinvio all'ospedalizzazione nella casa di cura privata di Villa Pini, dove complessivamente ha trascorso più di 100 giorni, con alcune brevi interruzioni». Si apre insomma per lui quello che viene chiamato il meccanismo della porta girevole. «A Villa Pini sperimenta tutte le cattive pratiche della psichiatria, dalla contenzione fisica a quella farmacologica. In realtà le subisce personalmente solo dopo averle viste applicate su altri pazienti ed essersi ribellato». A raccontare è il dottor Alessandro Sirolli, ex direttore del Centro diurno psichiatrico de L'Aquila attualmente trasferitosi in Sardegna, ma ancora portavoce del Forum di salute mentale abruzzese. Sirolli conosce P. tardi, ma l'incontro permette all'uomo di uscire dal circolo mortale. Tornato a casa, infatti, il calvario di P. continua nel rapporto disastroso con il Csm di Avezzano, da cui riceve solo risposte di tipo farmacologico, e in particolare con lo psichiatra che lo dirige da tantissimi anni, Angelo Gallese. Ma la storia di P. è simile a quella di centinaia di altre persone. C'è H., originario di un paese arabo, che di giorni a Villa Pini ne ha trascorsi 400. C'è L., una donna di 45 anni istruita e intelligente ma sofferente dall'adolescenza, che vive con un'anziana madre che non riesce a tener testa alle sue crisi schizofreniche. A casa loro, però, un medico, un operatore o un assistente sociale, non l'hanno mai visto malgrado la famiglia abbia chiesto aiuto in tutti i modi, perché L. spesso diventa molto violenta con se stessa e con gli altri. Nei momenti di maggiore lucidità, quando qualcuno riusciva a convincerla, L. stessa si rivolgeva al Csm. Dall'«ambulatorio» - così lo chiama con molte ragioni L. - ha ricevuto però solo ricoveri, soprattutto a Villa Pini, psicofarmaci, qualche colloquio con psicologi e assistenti sociali, e i documenti per ottenere la pensione d'invalidità di 270 euro circa al mese. Che, sommate con le 550 di sua madre, fanno tutto ciò di cui si può nutrire per tentare di costruirsi un'alternativa di vita. Sono molti quelli che lamentano di aver chiesto invano un intervento domiciliare al Csm di Avezzano. Il sito del Forum di salute mentale abruzzese riporta ancora la triste storia di un giovane morto suicida nel 2004 dopo che i familiari avevano richiesto per mesi l'aiuto del Csm. E qualcuno invece accusa il direttore Gallese di «favorire uno stile privatistico di lavoro», dove cioè non si costruisce alcuna relazione tra servizi territoriali, né tanto meno tra operatori medici e psicologi. In questo puzzle della psichiatria abruzzese ci sono poi alcuni protagonisti d'eccezione. Chiunque viva in Abruzzo ha perlomeno sentito parlare di Villa Pini, a Chieti, come di Villa Serena, a Città Sant'Angelo (Pe). Villa Pini è una mega clinica privata convenzionata che, oltre alla struttura residenziale protetta (sbarre alle finestre, porte serrate) gestisce anche una comunità alloggio, alcuni gruppi appartamento, un'azienda agricola e una Rsa (residenza sanitaria assistita) esterni alla clinica. In tutto più di 320 posti. Dello stesso tipo, anche se un po' più piccola (intorno ai 200 posti letto nella residenzialità), è Villa Serena che nel solo reparto per acuti ha 60 posti letto con possibilità di ricoveri in Tso. Tanto per capire le proporzioni, l'Spdc dell'ospedale di Pescara, il servizio psichiatrico pubblico, può arrivare a un massimo di 20. Da notare che, almeno negli anni che vanno dal 2005 al 2008, le cliniche private venivano pagate, attraverso la Fira (Finanziaria regionale abruzzese, a capo della quale c'è Giancarlo Masciarelli, arrestato lunedì), dalle aziende sanitarie locali, a "pacchetto", conoscendo cioè solo il numero e non l'identità dei pazienti per i quali la regione rimborsava le cure convenzionate. Complessivamente, la capienza regionale della residenzialità è di 807 posti, la stragrande maggioranza in cliniche private. Ma il piano sanitario da poco approvato (predisposto da Francesco Di Stanislao, direttore dell'Agenzia regionale di sanità, anche lui indagato e con il divieto di dimora a Pescara) prevede di ridurre questo numero entro il 2009-2010 a 520 posti e distribuirli maggiormente sul territorio. Anche i fondi per la riabilitazione residenziale diminuiscono: si passa da 28.600.000 euro (stanziati nella delibera 207 del 2005 firmata dall'allora assessore Domenici, arrestato lunedì) a circa 26 milioni. «Nessuno - dice Sirolli - ci spiega come con meno soldi la sanità pubblica intenda curare nei Csm quei 300 pazienti in più che "escono" dalle strutture residenziali». I finanziamenti pubblici per questo tipo di strutture sono distribuiti, nel nuovo piano sanitario, distinguendo la residenzialità psichiatrica in quattro tipologie: le case famiglia, i gruppi appartamento, le residenze protette e quelle «riabilitative post-acuzie» a cui va la maggior parte dei fondi (9.674.379 euro) e che, racconta Sirolli, «non esistono nelle regioni dove la psichiatria è al servizio della salute mentale pubblica». «Non potevano inventarsi uno strumento migliore per togliere le castagne dal fuoco ai Csm - continua Sirolli - sono luoghi dove si viene ricoverati dopo un Tso o dopo una riacutizzazione dei sintomi e vi si può rimanere anche fino a 12 mesi». Dopo, se i sintomi persistono, per il paziente si aprono le porte delle strutture di degenza protetta (a cui va la seconda fetta dei finanziamenti), senza alcun limite massimo. Anche le case famiglia, il cui costo è di 120 euro al giorno a persona, «sono considerate, nelle regioni dove esistono da anni come in Emilia Romagna, luoghi di cronicizzazione e quindi in fase di destrutturazione», come racconta Lucia D'Alfonso, del centro diurno psichiatrico di Chieti. Infine, il problema per eccellenza, in Abruzzo: il lavoro. Senza un'occupazione, senza un ruolo sociale, si perdono anche gli amici e gli interessi, e per il malato psichico non c'è guarigione. Qualche sforzo in questo senso la Regione lo ha fatto: ha istituito un fondo per finanziare borse lavoro con le quali si sperava di garantire un reinserimento lavorativo dei malati. Ma finite le borse lavoro (250 euro di stipendio per 20 ore settimanali), le aziende pubbliche e private non rinnovano i contratti. E allora, non rimane che la pensione e chiudersi in casa. In questa terra, dopo la 180, i manicomi hanno solo cambiato nome e ubicazione.

 

Liberazione – 16.7.08

 

Bolzaneto – Piero Sansonetti

E' una questione morale. Anzi, più precisamente: questa è la questione morale, è il fondamento politico di ogni questione morale. Il fondamento di ogni questione morale è la credibilità dello Stato, della «cosa pubblica». La sua rettitudine. La credibilità dello Stato, persino la sua dignità, sono state sgretolate da una sentenza che liquida come cosa di poco conto l'orrore avvenuto nella caserma di Bolzaneto, luglio 2001, ad opera della polizia e delle autorità. Centinaia di ragazzi, italiani e stranieri, torturati per decine di ore. La magistratura (cioè il potere giudiziario ) chiude un occhio o si dice impotente. Il governo, cioè il potere esecutivo (a prescindere dal suo colore politico, perché da allora si sono alternati molti governi) non solo sorvola, ma addirittura in varie forme «promuove» i responsabili (leggetevi l'articolo bellissimo di Giuliano Giuliani pubblicato domenica su questo giornale). Il Parlamento, cioè il potere legislativo e rappresentativo , si rifiuta di assumersi le sue responsabilità, nega la via della commissione d'inchiesta, cancella la possibilità che siano trovate responsabilità politiche. I tre poteri, spesso in lotta tra loro, si ritrovano, si alleano, si proteggono l'uno con l'altro, e vincono la sfida contro la certezza del diritto. Si dichiarano al di sopra di tutto, intoccabili. E così ci troviamo di fronte ad una formale dichiarazione di impunità della polizia, dei carabinieri, dei settori politici che hanno offerto una protezione; e di conseguenza di fronte a una dichiarazione di «illimitatezza» dei poteri discrezionali della forza pubblica su qualunque nostro diritto individuale o collettivo, su ogni momento della nostra vita. La tortura viene legalizzata, o comunque derubricata a «intemperanza del potere». Il mondo politico non reagisce, si allinea, approva. Assolve i ministri che ebbero responsabilità dirette e immediate in quella carneficina. Assolve il capo della polizia e tutti gli altri. La legalità? Nessuno più osa neppure parlare di legalità, la legalità è sospesa. A voi non sembra che tutto questo sia la prova della degenerazione del nostro sistema liberale e del mondo politico che lo difende? Mi spiego meglio: quale autorità morale può avere, per dire, un leader politico come Antonio Di Pietro che denuncia il regime e il berlusconismo per una questione, certo rilevante - come il processo Mills - ma assolutamente inconsistente se messa a paragone con il massacro di Genova 2001, e poi però si oppone con fermezza all'istituzione di una commissione di inchiesta del Parlamento sul comportamento di polizia e carabinieri a Genova 2001? Nessuna credibilità. Di Pietro ha portato in piazza migliaia di persone, dicendo: uniamoci a difesa della legalità. Li ha semplicemente imbrogliati. Lui è contro la legalità. Lui, semplicemente, è a favore del potere della polizia e della magistratura, e ritiene che debba essere al di sopra di tutto, anche al di sopra della politica, e chiama tutto questo legalità. Perciò si oppone a Berlusconi. Ma la sua idea di società è autoritaria, violenta e illegale. Il fatto che si opponga a Berlusconi non lo sottrae alla questione morale, non lo assolve. C'è una questione morale che oggi investe tutto il Parlamento, e che affratella Di Pietro e Veltroni, e Berlusconi, perché nessuno di loro ha davvero la forza e l'interesse di schierarsi con la legalità e dunque con la credibilità dello Stato, e dunque contro la polizia e la magistratura (cioè contro quei settori della polizia e della magistratura violenti, illegali, antidemocratici, e contro quei settori, vastissimi, che non osano opporsi). Torna a emergere, in tutta la sua evidenza, la questione di civiltà che ponemmo giorni fa, dopo la manifestazione di piazza Navona. Qualcuno ha pensato che parlando di degrado della civiltà politica noi parlassimo dei modi bruschi e volgari di alcune polemiche politiche. No, non c'entra niente. Parlavamo della rinuncia ai principi fondamentali della civiltà politica moderna (il diritto, la libertà, l'aspirazione all'uguaglianza, il garantismo, la moderazione del potere) che ci pare sta avvenendo a destra come nel centrosinistra. Nessuno ci convincerà che l'arroganza di Silvio Berlusconi, il quale non vuole rispondere davanti alla giustizia per alcuni reati dei quali è accusato (corruzione e cose analoghe) sia meno grave dell'arroganza del potere poliziesco che ottiene impunità per i reati di tortura e pestaggio. Se non siamo in grado di affrontare l'insieme di queste affermazioni di «divinità» del potere, di superiorità, non siamo in grado di affrontare la crisi di civiltà che è in corso. L'opposizione parlamentare non è in grado, attualmente, di fare questo. Per questo noi diciamo che, al momento, non esiste una opposizione parlamentare. Né di sinistra né liberale. E siamo convinti che sia urgente ricostruire una opposizione vera nella società. Non ci aiuterà il girotondismo, perché è stato egemonizzato - lo vede chiunque - da idee e organizzazioni autoritarie. Bisogna ripartire proprio da lì: dalla questione morale. Come scriveva Rina Gagliardi (sempre domenica su Liberazione ) citando Kant, dobbiamo cercare di ricostruire il «politico morale», liberandoci dalla tentazione di seguire il «moralista politico», che è il vero nemico della questione morale.

 

«Subito il testamento biologico. L'Italia non può aspettare oltre»

Tonino Bucci

Dopo la sentenza sul caso Eluana via libera al testamento biologico? La Chiesa si infuria. Le reazioni sono su tutti i giornali. Un commento lo chiediamo a Demetrio Neri, membro del comitato nazionale di bioetica. Potrebbe essere il momento buono per avere il testamento biologico anche in Italia. O no? Lo spero. Da un punto di vista storico il testamento biologico - che è legge in California fin dal 1976 - è nato per affrontare questi casi in cui altrimenti noi dovremmo cercare di ricostruire attraverso le testimonianze la volontà delle persone, come è stato fatto nella vicenda di Eluana. Con tutte le difficoltà e i dubbi del caso. Oppure dovremmo fare come in Inghilterra. C'è stato il caso famoso di Tony Bland. Lì la Corte dei Lords ha giudicato sulla base del principio del migliore interesse della persona senza ricostruire la volontà del paziente. Si è chiesta: ma noi tenendo in vita il corpo in queste condizioni stiamo realmente facendo l'interesse migliore della persona? Sono procedure che da un punto di vista giuridico suscitano entrambe perplessità. Il testamento biologico è stato fin dall'inizio consigliato per poter avere una testimonianza di prima mano della persona stessa. Se in futuro vogliamo avere meno casi come quello di Eluana, dobbiamo favorire questo strumento. Se il nostro parlamento riprendesse la discussione che si è interrotta nella precedente legislatura, farebbe una cosa ottima. Quale sarebbe una buona legge? Ce l'hanno già in Francia e in Spagna. Sarebbe augurabile anche da noi. Non possiamo pensare che sia la magistratura a decidere su ogni singolo caso. Ci vuole una legge che permetta a ognuno di noi, quando è ancora in buona salute, di lasciare delle disposizioni. Il problema che nella scorsa legislatura ha intralciato i lavori riguarda quali trattamenti si possano rifiutare. Se per ipotesi fosse passata la legge Binetti il caso di Eluana sarebbe rimasto comunque fuori - a prescindere dal fatto che Eluana non ha lasciato alcun testamento. Prevedeva che il paziente non potesse dare disposizioni riguardo all'idratazione e all'alimentazione artificiali. E' un errore gravissimo. A una persona adulta e consapevole non si possono imporre divieti su quali trattamenti voglia o non voglia rifiutare. Dire poi che l'idratazione e l'alimentazione artificiali non siano trattamenti medici è una sciocchezza dal punto di vista scientifico. I malumori della Chiesa possono mettere in discussione la sentenza? Da un punto di vista giuridico credo di no. Di queste reazioni mi meraviglia il carattere ideologico. Si fa della questione un problema generale di confine della libertà. C'è gente che non vuole un allargamento della libertà. Nella guida per operatori sanitari del Pontificio consiglio della pastorale degli operatori sanitari del 1994 c'è scritto che anche l'idratazione e l'alimentazione artificiale possono diventare un trattamento gravoso per il paziente e che quindi l'interruzione, in questo caso, non configura eutanasia. Quando i cattolici dicono che questa è eutanasia, è segno che non hanno letto i documenti della loro Chiesa che su questa materia è probabilmente molto più umana di quanto loro stessi suppongano per ragioni puramente di schieramento ideologico.

 

Repubblica – 16.7.08

 

"Il petrolio è troppo caro, fermiamo gli speculatori"

ALIX VAN BUREN e ANDREA BONANNI

BUSKURA (CASABLANCA) - "Ascoltatemi bene, io vi parlo sia a titolo personale sia a nome del Regno dell'Arabia Saudita. Quando il prezzo del greggio ha sfiorato i 100 dollari al barile, eravamo già contrariati. Figuratevi adesso, che si parla di 200 dollari". Accomodato su una poltrona di sete azzurre e dorate, chi parla non è uno dei tanti leader occidentali con il petrolio alla gola, ma Sua Maestà Abdullah Bin Abdul Aziz Al-Saud, Custode delle Due Sante Moschee e re dell'Arabia Saudita, primo Paese esportatore di petrolio al mondo. Il suo trono poggia su un quarto delle riserve mondiali di greggio; dispone dei due terzi di tutta la capacità aggiuntiva esistente sul pianeta: è il forziere energetico del mondo industriale. Re Abdullah ha ricevuto la Repubblica nella sua "fattoria" di Buskura, alle porte di Casablanca dove ha trascorso un periodo di riposo, ospite del sovrano marocchino Mohammed VI. A lui l'affratellano la discendenza diretta dal Profeta Maometto, e la sintonia sui grandi temi del momento: la lotta contro il terrorismo, la promozione dell'Islam moderato, lo sviluppo economico e la ricerca della stabilità. Oggi Abdullah sarà a Madrid per la Conferenza sul dialogo fra i credenti delle diverse religioni e culture che egli stesso ha patrocinato. A 83 anni, il monarca saudita passa, nel suo Paese, per un progressista. In questa intervista, una delle rare concesse alla stampa occidentale, oltre ad affrontare l'emergenza-petrolio, re Abdullah lancia anche un monito all'Iran, perché non approfitti di un futuro disimpegno americano a Bagdad. Ed esprime il proprio scetticismo sulle recenti dichiarazioni di apertura al negoziato di pace da parte di Israele. Maestà, se il re saudita si inquieta per il caro-petrolio, qualcosa non quadra. Si direbbe che voi abbiate tutto da guadagnare col greggio che vola verso i 200 dollari al barile. Lei invece sta dicendo che l'Arabia vuole moderarne il prezzo? "Certo, che è così: noi non volevamo e non vogliamo che il prezzo salga tanto in alto. Non è nel nostro interesse perché non è nell'interesse del resto del mondo. Il nostro interesse e quello mondiale sono strettamente legati". E allora perché il petrolio è alle stelle? "Perché il petrolio è diventato una commodity, quasi al pari di una valuta. Qui entra in campo l'avidità speculativa di certi personaggi, di certe imprese. Questi hanno sfruttato il rialzo nelle quotazioni del greggio per accumulare ricchezze, per avvantaggiarsene personalmente. Non si curano affatto dei danni inflitti all'umanità". Che cosa si può fare per arrestare la spirale? "La stabilità del mercato petrolifero mondiale è un obiettivo condiviso sia dai produttori sia dai consumatori. E ci battiamo per raggiungerlo. Però, malgrado noi abbiamo aumentato assieme ad altri Paesi dell'Opec la capacità di produzione, il mercato non ha risposto in maniera positiva. Come vedete, questo dimostra quanto influisca sui prezzi l'effetto di altri fattori che sfuggono alla semplice equazione di base della domanda e dell'offerta. In particolare la speculazione, come ho già detto. Ma anche l'imposizione di tasse addizionali all'importazione in alcuni Paesi consumatori". Vuol dire che il caro-petrolio è colpa dei consumatori? "Partendo da questa analisi, l'Arabia Saudita ha indetto un vertice straordinario tra Paesi produttori e consumatori a Gedda. A nostro avviso, si deve rafforzare la collaborazione tra le due parti per affrontare la situazione complessiva del mercato: questa è la garanzia necessaria per stabilizzare il prezzo del petrolio, ed è un obiettivo comune. Faccio un esempio. Abbiamo seguito da vicino i lavori del G8; tra le raccomandazioni c'è quella di aprire un dialogo tra produttori e consumatori. Ebbene io vorrei ricordare che noi abbiamo già creato il World Energy Forum per facilitare il dialogo, e il segretariato generale è a Riad. Insomma vorremmo che il G8 appoggiasse i programmi già esistenti, anziché duplicare gli sforzi per progetti analoghi". Sulla febbre dei mercati pesa anche l'incognita di un attacco militare contro l'Iran. Che conseguenze avrebbe un conflitto Israele-Iran? "Chi agita simili minacce, deve assumersene l'intera responsabilità. Le affermazioni fatte da certi Paesi sono la responsabilità di quegli stessi Paesi. Detto questo, finché proseguono gli sforzi diplomatici, non credo via sia spazio per discutere di altre opzioni". Come trattare con l'Iran? Teheran ha il diritto di dotarsi di un programma nucleare? "Se parliamo del dossier nucleare, noi chiediamo di abbandonare il linguaggio della tensione e dell'escalation, e di adottare una soluzione diplomatica. Quanto poi alla proliferazione nucleare, questa non favorisce né la sicurezza né la stabilità della regione. Mi auguro che tutti i Paesi dell'area si adeguino alla politica del Consiglio di cooperazione del Golfo (di cui fa parte anche l'Iran, n. d. r.) e della Lega araba, il che significa liberare l'intero Medio Oriente e il Golfo dalle armi di distruzione di massa e nucleari". L'Iran ha ambizioni egemoniche sulla regione e in particolare sull'Iraq. Non teme che un eventuale ritiro della forze americane da Bagdad possa trasformare il Paese in un bastione iraniano? "L'Iraq ha un bisogno estremo di liberarsi dalle interferenze esterne, di qualsiasi provenienza esse siano. Soltanto così potrà ottenere la sicurezza, la stabilità e la prosperità, e riuscirà a preservare la propria unità, sovranità e integrità territoriale. In Cha Allah, il popolo iracheno potrà ottenere questi risultati guidato da una seria e sincera volontà nazionale, salvaguardando l'ideale di un solo Paese per tutti iracheni, a prescindere dalle etnie e le affiliazioni politiche o religiose". Ma se l'Iran dovesse prevalere? "Tutto è possibile. Se io lo temo? No, non abbiamo paura di nulla e di nessuno. Una cosa però è certa: se l'Iran dovesse interferire in Iraq, nel tentativo di dominarlo, questo non servirebbe gli interessi di nessuno. Tantomeno dell'Iran. Infatti se ciò accadesse, si solleverebbe una nuova ondata di resistenza popolare in Iraq, stavolta contro l'Iran. E si creerebbe ulteriore instabilità nella regione". Sua Maestà, lei è autore del piano di pace comprensivo fra il mondo arabo e Israele: il suo è l'unico progetto rimasto sul tavolo, a eccezione dei negoziati di Annapolis. Quali erano le sue intenzioni iniziali? E sessant'anni dopo la creazione dello Stato di Israele c'è speranza che possiate finalmente vivere in pace? "Il mio piano voleva e vuole ancora esprimere la seria e sincera volontà del mondo arabo di arrivare a una pace equa, duratura e complessiva della crisi mediorientale, in base al diritto internazionale. Quell'iniziativa è uno dei fondamenti di pace essenziali, riconfermata al summit arabo di Riad. Ci sono poi altre proposte internazionali. Ma tutti questi sforzi continuano a scontrarsi con una politica del rifiuto da parte di Israele". Vale a dire? "Israele continua a impossessarsi di terre palestinesi, a costruire nuovi insediamenti e ad ampliare quelli esistenti. Impone ai palestinesi ogni genere di ingiuste restrizioni, compreso l'assedio, sfidando il diritto internazionale e i principi morali. E più gli arabi e il mondo compiono passi verso la pace, più Israele si lancia in atti di aggressione e di violenza verso i palestinesi". Eppure a Parigi il premier israeliano Olmert ha detto che, mai come adesso, la pace è vicina. Lei non gli crede? "Questo gli israeliani lo dicono da sempre, però quel che conta sono i fatti sul terreno. E alle loro parole non seguono mai azioni concrete. Perciò è assolutamente urgente che la comunità internazionale, oggi più che in passato, s'impegni, se vogliamo che la più lunga crisi della storia moderna possa trovare soluzione". Lei, Sua Maestà, non lo dice, ma tralascia di accennare al ruolo del mediatore americano. Il suo regno è un tradizionale alleato degli Stati Uniti. Si ha l'impressione che la luna di miele sia finita? "Le nostre amicizie si basano soltanto sulla difesa dei diritti e degli interessi della regione e dei suoi popoli, e su null'altro". I suoi viaggi storici a Pechino e a Mosca sono segno di un mutamento negli equilibri del potere mondiale? "A mio avviso, la crisi in cui versa la regione è a tal punto grave da richiedere ogni sforzo e ogni sostegno internazionale, che sia americano, russo, europeo, islamico o arabo. Noi non esiteremo a sostenere qualsiasi tentativo di soluzione, purché sia serio e sincero, e ottenga sicurezza, stabilità e prosperità per la regione garantendo i legittimi interessi dei popoli che la abitano". Lei è impegnato anche sul fronte della lotta al terrorismo. Con quali risultati? Ritiene di essere riuscito a ripulire il paese da al-Qaeda? "Chi ha osservato l'impegno del Regno nel combattere la piaga del terrorismo, sa che sono stati raggiunti risultati significativi negli ultimi anni. Questo è stato possibile grazie all'aiuto di Dio, al coraggio dei nostri servizi di sicurezza e al fronte unito che il popolo saudita ha formato contro il terrorismo. Il terrorismo ci è estraneo: è estraneo alla nostra religione, alla nostra società, alla nostra cultura. Ma non basta ricorrere all'azione di polizia. Abbiamo affrontato il problema dei finanziamenti, delle sue radici intellettuali attraverso un programma integrato per contrastarne le deviazioni ideologiche. Continueremo fino al giorno in cui il fenomeno sarà completamente eliminato, finché le sue fonti saranno prosciugate così come le idee devianti che lo alimentano". Lei ha criticato il mondo perché non fa abbastanza? "La comunità internazionale potrebbe fare meglio e di più, anche per restringere il cerchio attorno alle reti terroristiche dovunque esse siano. Noi abbiamo convocato a Riad una conferenza internazionale per la lotta al terrorismo, abbiamo invitato la comunità mondiale a creare un centro apposito internazionale per scambiarci informazioni con rapidità, prevedere ed evitare in tempo gli attacchi. Eppure, nonostante i pareri favorevoli, quel Centro non ha ancora visto il giorno. Noi dobbiamo privare il terrorismo di qualsiasi santuario da cui possano minacciare il resto del mondo". C'è un'altra emergenza mondiale ed è quella del cibo, la salita dei prezzi non conosce più freni. L'Arabia Saudita sta comprando terreni fertili in altri Paesi per garantirsi la sicurezza alimentare? "Non basta acquistare o affittare terreni. Questa crisi dovrebbe essere in cima alle priorità mondiali, bisogna raddoppiare gli sforzi perché riguarda l'intera umanità. Noi nel Regno ci siamo mossi su tre fronti. Primo: stanziando 500 milioni di dollari in favore del programma alimentare delle Nazioni Unite, per fronteggiare l'innalzamento mondiale dei prezzi del carburante e delle derrate alimentari. Secondo: lanciando investimenti agricoli tesi a migliorare e ad aumentare la produzione agricola in Paesi dotati di terreni fertili e carenti sotto il profilo economico. Noi abbiamo una notevole esperienza nella tecnologia legata all'agricoltura, e i capitali per investire in questo settore. Trasferiamo tecnologie, sviluppiamo imprese agricole per contribuire ad aumentare i raccolti e fornire cibo all'umanità. Il terzo approccio è quello di appoggiare tutti gli sforzi internazionali tesi a risolvere la crisi alimentare".

 

"Case e soldi alla compagna: così il presidente riciclò tangenti"

CARLO BONINI e GIUSEPPE CAPORALE

PESCARA - Racconta il Grande Elemosiniere Vincenzo Angelini che furono diciannove le volte in cui si chinò "a baciare la pantofola" del Presidente Ottaviano Del Turco. Che per diciannove volte, pacchetti da 100 a 750 mila euro, passarono dalle sue mani allo scaffale di una libreria, al tavolo di una pasticceria, al ripostiglio di una cucina. Sei milioni di euro, si è detto. Ma in una Cabala dove ora anche i numeri acquistano una loro forza suggestiva, dove sono finiti questi denari? Detta altrimenti: quali i riscontri? E le fonti di prova? I bonifici per le case di famiglia. Scrive il gip Michela Di Fine (pagina 317 dell'ordinanza): "Le indagini non hanno sin qui evidenziato situazioni atte a riscontrare incassi diretti di denaro contante in conseguenza delle dazioni effettuate da Angelini. Ma tale circostanza non è assolutamente idonea a inficiare l'ipotesi accusatoria. Apparendo evidente come la prova della destinazione delle somme di persone operanti nel settore istituzionale non è agevole, potendo esse contare su rapporti personali che certamente consentono la gestione del denaro anche per interposta persona". Dunque? Davvero c'è il nulla? In realtà qualcosa c'è, annota il gip. "Operazioni di acquisto immobiliari non del tutto trasparenti". "Il 17 marzo 2006, in coincidenza con la prima dazione di denaro da parte di Angelini, l'indagato Del Turco Ottaviano operava una sospetta operazione di giroconto dell'importo di 269 mila 498,89 euro presso la Banca Toscana di Collelongo in favore della convivente Davanzo Marie Christine. A fronte di tale operazione, la Davanzo acquistava cinque assegni circolari da euro 50 mila cadauno, verosimilmente utilizzati per l'acquisto, con rogito del 21 marzo 2006, di un immobile in Roma di ex proprietà dell'Inps sito in via Crescenzio al costo di 259 mila 800 euro". Ancora: "Del Turco Ottaviano effettuava sistematici bonifici a favore della Davanzo per un importo complessivo calcolato in euro 576 mila 498,89", mentre, "con rogito del 25 gennaio 2007, lo stesso Del Turco Ottaviano effettuava a nome del figlio Guido un acquisto immobiliare per l'importo complessivo di 453 mila euro". "Un'operazione alquanto strana - scrive il magistrato - perché nella circostanza Guido Del Turco risultava coaffittuario dell'appartamento acquistato a Roma dal padre unitamente a Pignatelli Maria Jasmine, legata sentimentalmente all'indagato Lamberto Quarta (capo della segreteria del Governatore ed ex segretario regionale dello Sdi ndr.)". Senza contare - conclude l'ordinanza sul punto - un'ulteriore ""misteriosa" e prestigiosa abitazione acquistata in Roma cui faceva riferimento non solo Angelini, ma anche il contenuto di qualche conversazione telefonica intercettata dello stesso Del Turco". L'acquisto di 3 case a Roma e bonifici per oltre mezzo milione di euro a favore della propria convivente, sono un indizio sufficiente? Il gip Di Fine, e con lei la Procura, ne sembrano convinti. Esattamente come della genuinità della confessione che, il 12 aprile, il Grande Elemosiniere comincia a verbalizzare. "Sono un pollo lento a capire". Vincenzo Angelini dice di se stesso: "Sono un pollo lento a capire, ma ad un certo punto mi sono rotto. Perché mi sono accorto che questa Giunta mi ha ucciso più di tutti in trent'anni. Loro erano i primi nemici". Loro, sono Ottaviano Del Turco, Lamberto Quarta, il suo uomo più fedele, Camillo Cesarone, il capogruppo del Pd in consiglio e Giancarlo Masciarelli, ex presidente della Fira, uomo di Forza Italia che lui chiama "il conte di Cavour", l'architetto del "Sistema" nato con la giunta di centro-destra e cooptato da quella di centro-sinistra. Di questa "associazione per delinquere" - scrive il gip - Angelini diventa la vacca da mungere. "Gli viene imposto di tutto". Anche "rapporti privilegiati con Deutsche Bank", con cui "è costretto a scontare i crediti vantati con la Regione" (risulta indagato "un funzionario" della stessa Deutsche "in via di identificazione"). Per carità, l'uomo non è nuovo a dare. Perché ha già dato con il centro-destra. Per dire: "Giovanni Pace (ex presidente di An della giunta ndr.) mi chiese 200 mila euro che io diedi a Masciarelli. Mi ruppero i coglioni per tutto il 2005". E ancora: "L'onorevole Sabatino Aracu voleva 2 milioni di euro per un appartamento alla figlia o al figlio. E io gli dissi: "Vattene a fare in culo tu e chi ti ci ha messo"". Con l'arrivo del centro-sinistra, è diverso. Si può mandare affanculo chi non c'è più, non chi lo ha sostituito: "Cesarone mi disse che per loro era molto difficile potermi difendere, perché presentavo un sacco di problemi, braccato come ero da Procura, Finanza, Nas e quant'altro. Che anche il resto della politica voleva "rompermi le gambe" (...) Finché Cesarone mi disse che era inutile che andassi da Del Turco a parlare soltanto. Che Del Turco si era incazzato e che in cambio di protezione volevano somme di denaro". La musica della politica e le 19 volte. In principio, fu nel marzo del 2006, a Collelongo. 200 mila euro. "Cesarone mi disse. Vai a trovare Ottaviano e fai un po' tu: 100, 200. Lui prese i soldi senza fare domande e li mise nello scaffale della libreria". Quindi, il 3 maggio 2006. "100 mila. A Collelongo, o forse nella sede della Regione all'Aquila o a Pescara". Tre settimane dopo, il 31 maggio, "150 mila euro a Cesarone. A casa sua, o forse a "Villa Pini"". A metà ottobre, ancora nella libreria a Collelongo. "100 mila euro". Questa volta Angelini fa qualche domanda. E Del Turco, almeno così racconta, lo liquida: "Io non mi voglio sforzare a parlare di sanità, perché io amo la musica della politica. Per cui dimmi quale è il problema e poi magari parla con Quarta". Il 16 novembre 2006, "altri 100 mila a Collelongo", quindi due mesi di tregua. Il 16 gennaio 2007, "Chiama Cesarone e mi dice: "Ottaviano è incazzato perché non ti sei fatto più vivo. E la passeggiata mi costò altri 100 mila". Il 23 maggio, ancora Cesarone. Questa volta, dice Angelini, ha un tono tra il mellifluo e il minaccioso: "Decidi tu che fare, perché io ho a chi chiederli". Fanno "220 mila consegnati nella sede della giunta a Pescara". Otto giorni dopo, il 31 maggio, "altri 200 mila a Collelongo. Cesarone mi aveva detto: "Mò ci stanno le vacanze, Ottaviano c'ha la corrente". Insomma Un bacio di pantofole in piena regola". Non passa indenne neppure giugno. "100 mila a Cesarone, a Chieti, e 500 mila a Del Turco, non ricordo se a Collelongo o a Pescara". Il 4 luglio, "250 mila a Del Turco e, alla fine del mese, il 26, "750 mila a Cesarone, a casa sua a Francavilla". I pagamenti si interrompono solo ad agosto. "Il 10 settembre, 100 mila a Cesarone" e il 20 di quel mese, "con la solita procedura, 200 mila a Del Turco, presi dalla mia cassaforte". Il 9 ottobre, "100 mila a Francavilla, a casa di Cesarone" e il 24, "100 mila a Quarta, nella saletta della pasticceria Veronese a Chieti scalo". Il 2 novembre, i 200 mila di Collelongo (la consegna delle mele in cambio del contante) viene fotografata, ma non sarà l'ultima. "Il 9 novembre consegnai 300 mila a Cesarone e, il 27, 200 mila a Del Turco, a Collelongo". Questa volta, non più sulla libreria. "Eravamo in cucina e chiesi a Del Turco: "Dove li metto? E lui mi disse: "Fai un po' tu. Mettili lì dentro". E così li infilai in un ripostiglio che c'ha sotto una specie di scala circolare". "C'erano altre persone?", chiede il pm? "No. Qualche volta è venuta la moglie, la titolare del ristorante di Roma "Il Bolognese", dove personalmente ho sempre mangiato pesante e anche pagato caro. Ma prima che mi costasse questo...".

 

Corsera – 16.7.08

 

Il superministro e lo spettro del ’29 – Francesco Verderami

La crisi delle relazioni con il Pd non gli ha fatto cambiare idea né strategia e, nonostante la stagione del dialogo sembri accantonata, Tremonti ha intenzione di rilanciarla in vista di settembre, per «lavorare alla riforma del federalismo fiscale con l’obiettivo di vararla grazie anche al consenso dell’opposizione». Nessun pregiudizio, nessuna chiusura, «nonostante la materia - sottolinea il titolare dell’Economia - riguardi il settore tributario e dunque non potrebbe essere oggetto di referendum». Insomma, è chiara la volontà di non fare da soli. Le parole di Tremonti sono un messaggio rassicurante rivolto anzitutto alla Lega, prima che un segnale distensivo inviato al Pd. E tendono a stemperare il grado di tensione tra Berlusconi e Bossi, in una fase segnata da ripetute stoccate tra i due alleati. Il superministro è in mezzo, tocca a lui mediare. Sarà lui di qui in avanti al centro della scena, perché è sull’economia che si addensa quella «preoccupante nuvola» che - secondo Fini - «potrebbe avere effetti sul quadro politico» in autunno. Ecco perché Tremonti ha deciso di giocare d’anticipo con la manovra, e sa di dover sopportare pressioni nella maggioranza, che diventano di ora in ora sempre più forti: «Ma per capire quanto sia profonda la crisi - diceva ieri - basta guardare in tv le immagini che arrivano dagli Stati Uniti, la gente in coda davanti agli sportelli... Al contrario di altri, per tempo parlai dei rischi di un nuovo ’29». Nel governo c’è chi - come Brunetta - contrasta «la tesi catastrofista»: «Non facciamo i piagnoni, per favore. Non diciamo che le famiglie in Italia non arrivano a fine mese. Evitiamo una crisi di fiducia, perché l’economia reale va, c’è dinamismo nel Paese. Non sottovaluto i segnali critici ma non drammatizzerei. Basta guardare le piccole aziende e il dato dell’aumento dei posti di lavoro». È scontato che Tremonti non abbia intenzione di cambiare la linea, a lui si è affidato Berlusconi, «e a lui è necessario che la maggioranza dia piena fiducia», commentava il forzista Bruno prima della riunione dei deputati del Pdl con il Cavaliere. Nei gruppi la tensione è altissima, e proprio durante la riunione di ieri un parlamentare del Pdl ha avvisato il premier che il Cocer starebbe pensando a una manifestazione per protestare contro i tagli al comparto della sicurezza. Raccontano che Tremonti si sia infuriato: «Ma di cosa stiamo parlando... Di quali tagli... Non è vero». «Se non è vero allora comunichiamolo», lo ha esortato Berlusconi. Tremonti conosce i numeri e la Lega, si muove da politico oltre che da ministro dell’Economia. Perciò ha deciso di agire su un doppio binario: da una parte assicurando il varo del federalismo fiscale e garantendo una salvaguardia per il Sud; dall’altra blindando la manovra su cui verrà posta la fiducia. Nelle scorse settimane aveva avvisato colleghi di governo e parlamentari che non avrebbe tollerato un assalto alla diligenza, «perciò è inutile che vi rivolgiate a Gianni Letta o a Berlusconi. Per me non cambierebbe nulla». Ha accettato invece la proposta del titolare per le Infrastutture Matteoli - la sua «idea di buon senso» come l’ha definita il premier - di un tavolo tecnico per verificare dove e come possibilmente intervenire. Numeri e Lega è il doppio binario di Tremonti. E c’è un motivo se arrotonda gli spigoli con il Carroccio, se dice che «con Umberto va tutto bene, anzi benissimo»: «Dovevo andare con lui in Lapponia a seguire le partite di calcio della Padania». È vero che il Senatùr fa affidamento su di lui, è con il Cavaliere che si è fatto sentire fin dall’estremo nord con alcune ruvide sortite. E ancora ieri Bossi indirettamente ha assestato una stoccata a Berlusconi, annunciando che Veltroni l’ha invitato - guarda caso insieme a Tremonti - a un convegno che si terrà a Firenze: «Siamo pronti a trattare su tutto, dal federalismo alla legge elettorale. Anche sulla giustizia». Ecco il punto dolente. La Lega teme che la guerra sul fronte giudiziario radicalizzi lo scontro con il Pd e provochi la balcanizzazione del Parlamento, rendendo arduo il percorso della riforma a cui tiene più di ogni altra cosa. Ieri l’ennesimo affondo di Berlusconi contro la «magistratura politicizzata» e l’anticipazione del Guardasigilli Alfano - che per settembre prevede di presentare una profonda riforma della giustizia - hanno messo in fibrillazione i dirigenti leghisti. D’altronde è proprio sul federalismo fiscale (e sulla sicurezza) che Bossi sta guadagnando credito nell’opinione pubblica. Lo conferma un sondaggio riservato del Pd secondo il quale il Carroccio ha sfondato questa settimana di un decimale il muro del 10%, a fronte di un nuovo calo nei consensi del governo e del premier, di un Pdl che fluttua intorno al 37,5%, e di un Pd ancora in discesa, accreditato del 31,1%. Onori e oneri, Tremonti è consapevole di giocare due partite contemporaneamente, ma è fiducioso di vincerle entrambe. Da politico apre sul federalismo fiscale all’opposizione, da ministro dell’Economia sembra tenere in serbo una sorpresa. «Nessuno si aspetti in autunno la solita Finanziaria», mette sull’avviso. Però qualcosa in mano deve avere se sussurra che «sebbene la crisi sia profonda, l’Italia ha la possibilità di sopportare meglio di altri l’onda d’urto».


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