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Miseria politica

Manifesto – 17.7.08

 

Il diritto di Eluana – Gianni ferrara

Impressiona non poco la notizia che il senato della Repubblica si appresti a sollevare conflitto di attribuzione innanzi alla Corte Costituzionale assumendo che, sul caso Eleana, la Corte di Cassazione abbia invaso il campo delle attribuzioni spettanti all’organo Parlamento di cui è un ramo. La Corte di Cassazione ha emesso una sentenza. Si è espressa cioè con un atto tipico, il più tipico, della funzione giurisdizionale. Lo ha motivato. Rientrava esattamente nelle sue funzioni. Non poteva non esercitarle. Si sarebbe macchiata del più alto misfatto concepibile in uno Stato di diritto, quello di denegata giustizia. Dove è il conflitto? Nei confronti di chi? In base a quali prinicipi lo si può configurare? Sono domande alle quali una risposta in termini giuridici non può essere data. Tanto non può essere data in quanto non si può immaginare che il senato possa intervenire con un suo atto sugli effetti che specificamente derivano dalla sentenza. Porrebbe in essere una legge-sentenza. E questa sì che, invadendo l’ambito della giurisdizione, si porrebbe in modo esemplare come violazione del principio e delle norme relative alla divisione dei poteri. Sia chiaro: si può certo immaginare che si approvi una legge che, ad esempio, sostituisca i dati normativi da cui la Cassazione ha tratto i presupposti della motivazione della sentenza che tanto sembra impressionare gli organi del senato che agiscono per sollevare il conflitto. Ma questa legge non potrebbe precludere gli effetti della sentenza  configurando come reato gli atti che ne conseguono dei medici o dei familiari, stante e vigendo, per fortuna, l’irretroattività della legge penale. Dove è il conflitto se a fronte della sentenza e di ogni sentenza la funzione legislativa deve arrestarsi, appunto perché, ancora, il nostro è uno Stato di diritto? Di che cosa mai si duole il senato, il parlamento, il legislatore italiano per il ritardo anzi per l’inerzia dimostrata in materia «eticamente sensibile» come quella oggetto della sentenza in discussione? Nessuno ostacolo li derivava e li deriva a legiferare se non quello della subordinazione ad un potere altro da quello di tutti quelli che spettano ad uno Stato sovrano, nel suo ambito, «nel suo ordine» come recita l’art. 7 della Costituzione. E che di abdicazione alla sovranità dello stato italiano si tratta quando si omette di legiferare in materie che attengono al «rispetto della persona umana» di cui all’art. 32 della Costituzione. E si omette per obbedire a visioni, a ideologie che in nome della persona umana la riducono ad entità inumana, a vegetale, a protesi di macchine. Ma, questa volta, di fronte alla diserzione del potere legislativo il diritto al rispetto della persona umana ha trovato nella giurisdizione, nella Cassazione italiana, la sua garanzia.

 

Schifani scatena il Senato: «Bloccate la Cassazione» - Mariangela Maturi

«Noi abbiamo sempre agito con rigore, e con lo stesso rigore andremo fino in fondo, abbiamo sempre rispettato tutti e vorremmo lo stesso rispetto. Il prezzo della libertà è terribile, ma le libertà fondamentali non le può sopprimere nessuno, e nostra figlia era libera». Il padre di Eluana è esausto, e questa volta è costretto a sopportare gli attacchi non del Vaticano, di Ferrara o Celentano, ma direttamente del presidente del Senato. Un’ingerenza senza precedenti, non è mai successo che il potere legislativo abbia aperto un simile conflitto di attribuzione con il potere giudiziario. Mai una sentenza della Cassazione era stata messa in discussione dal Parlamento, ma gli attacchi furibondi della Chiesa hanno trasformato in conflitto istituzionale la tragedia della famiglia Englaro. «Il Parlamento faccia quello che crede», replica duramente Maria Gabriella Luccioli, presidente del collegio di Cassazione di Milano. Secondo il presidente Schifani, una sentenza della Cassazione non sarebbe sufficiente per giudicare e «legiferare» in materia di vita e di morte, potere che sarebbe solo del Parlamento: per questo ha proposto di deferire alla commissione Affari costituzionali del Senato la questione di un eventuale conflitto di attribuzione tra Senato e Cassazione che dovrebbe poi essere sciolto dalla Corte costituzionale. Con questo clamoroso intervento non si potrà comunque rendere inapplicabile la sentenza già emessa sul caso Englaro. L'obiettivo è un altro: esercitare una pressione sulla Procura generale di Milano, che ha il compito di decidere se fare ricorso o meno contro quella sentenza (il procuratore deciderà la prossima settimana). La presidente del collegio di Cassazione per ora si difende così: «Alla Cassazione era stata posta una domanda di giustizia e noi l'abbiamo resa. I politici assumano tutte le determinazioni che ritengono così come sta facendo la Chiesa». Il Vaticano, intanto, continua la sua campagna politica contro la sentenza che permette al padre di sospendere l’alimentazione forzata di Eluana, mentre il movimento «Scienza e vita» ha lanciato l'appello per dire «No alla condanna a morte di Eluana Englaro ». Fa parte della crociata anche il settimanale Famiglia Cristiana, contro «la prima esecuzione capitale della storia della Repubblica Italiana». Oltre ad aver organizzato una manifestazione, gli affiliati a «Scienza e vita» partecipano all'iniziativa lanciata a Milano da Giuliano Ferrara: oggi porteranno bottiglie d'acqua contro l'interruzione dell'idratazione ad Eluana anche in Campidoglio. Il giudice Filippo Lamanna, firmatario della sentenza, si difende: «Un giudice quando assume una decisione non deve preoccuparsi di alcuna reazione, da parte di chicchessia, ma deve solo rispondere alla legge e alla propria coscienza». Pur considerando lecito e normale l’intervento della Chiesa, non nasconde però «la sorpresa nel notare una reazione forse a tratti eccessiva, e che peraltro appare anche parzialmente in contraddizione con altre prese di posizioni della stessa Chiesa». Per il ministro del Welfare Sacconi, invece: «Ha oggettivamente ragione il cardinale Bagnasco. Credo non si possa non avvertire l’esigenza di non affidare alla magistratura un compito improprio che non le spetta di fronte ad un problema di carattere etico». Ammette di essere sempre stato contrario a una legge a riguardo, ma ora «dobbiamo interrogarci se non sia meglio che si esprima il Parlamento invece di rischiare un florilegio di sentenze della magistratura». Anche la senatrice Emanuela Baio del Pd si schiera a favore dell’appello di «Scienza e vita», mentre il sottosegretario al welfare Francesca Martini è preoccupata per il rischio di una «deriva di tipo economicista della visione del paziente». Intanto la famiglia Englaro continua la sua battaglia per Eluana. La libertà ha davvero un prezzo terribile.

 

Non sono razzisti: impronte a tutti - Carlo Lania

Roma - Il governo nasconde le accuse di razzismo dietro dieci dita. Quelle che presto tutti noi saremo obbligati a porgere per farci prendere le impronte digitali se vorremo avere una carta di identità. Una schedatura di massa che, per una volta, mette d’accordo maggioranza e opposizione, con quest’ultima convinta che rilevare le impronte a tutti gli italiani sia un buon modo per impedire la discriminazione verso i rom. La decisione di rendere obbligatorio il prelievo delle impronte è contenuta in un emendamento presentato la scorsa notte al decreto legge sulla manovra finanziaria da alcuni deputati del Pdl in commissione Bilancio e Finanze. La modifica riguardava il prolungamento della validità delle nuove carte di identità, che viene estesa dagli attuali 5 anni a 10. Con in aggiunta anche l’obbligo – da parte di chi richiede il documento - di rilasciare le impronte digitali. Per il centrodestra l’emendamento è un modo per aggirare le accuse di razzismo con cui l’Unione europea, ma non solo, ha bollato la decisione del ministro degli Interni Maroni di prendere le impronte ai rom, bambini compresi. Per il centrosinistra, invece, l’allargamento della schedatura è visto come una vittoria. In questo modo, spiega infatti Antonio Misiani, del Pd, «si disinnesca la questione rom. Ora le impronte saranno prese a tutti». «Abbiano tolto una misura oggettivamente discriminatoria», aggiunge il collega di partito Giulio Calvisi. «Non dimentichiamo che oggi le impronte vengono prese ai richiedenti asilo, agli immigrati rinchiusi nei Cpt, a quelli espulsi e a quanti chiedono di entrare nel nostro Paese per lavorare». Esulta anche il ministro Maroni, per il quale il voto bipartisan delle commissioni «conferma che è giusta la strada» intrapresa dal Viminale. L’estensione del rilevamento delle impronte, prosegue Maroni, «aumenta il livello di controllo e la sicurezza». Proprio ieri il garante della privacy Francesco Pizzetti, nel presentare l’annuale relazione al parlamento, aveva chiesto una maggiore prudenza nel rilevare le impronte sottolineando il pericolo di possibili discriminazioni. Anche se, aveva poi aggiunto, il discorso cambia «se il prelievo riguarda tutti, con regole stabilite dal parlamento e adeguate garanzie». Un via libera di fatto alla decisione presa durante la notte dalle commissioni. Così come un via libera è arrivato questa volta anche dall’Unione europea che ha ricordato come, trattandosi di una misura generalizzata e riguardante un documento di identità nazionale, la questione non riguarda Bruxelles. Va detto che già oggi a chi chiede di sostituire la vecchio documento di identità con un nuovo elettronico viene chiesto di lasciare l’impronta del dito indice. Si tratta, però, di una scelta facoltativa. Chi si oppone può lo stesso rinnovare il documento, ricevendo però la vecchia versione cartacea. E anche all’estero non mancano esperienze simili. In Spagna, ad esempio, le impronte fanno già parte del documento fin dal 2002, mentre in Germania è allo studio un progetto analogo in cui però il rilascio delle impronte è facoltativo. Discorso diverso per i passaporti, per i quali una direttiva dell’Unione europea impone a partire dal 2009 le impronte su tutti i documenti validi per l’espatrio. La vittoria ottenuta in commissione esalta il centrodestra, al quale non sembra vero di essere riuscito a scrollarsi di dosso le accuse di razzismo. A esultare sono, in particolare i tre deputati del Pdl autori del provvedimento, Marco Marsilio, Fabio Rampelli e Massimo Corsaro: «Grazie a questa norma - dicono - è stata spazzata via la strumentale e demagogica polemica montata contro il governo in merito alla vicenda delle impronte ai minori nomadi». Allineato anche Gianni Alemanno: «Quello delle impronte - dice infatti il sindaco di Roma - è un tentativo i creare un’unica spinta verso l'identificazione di tutte le persone, a prescindere dalla nazionalità». Decisamente contrario Antonio Di Pietro. Per il leader dell’Idv, quella di inserire le impronte digitali nella carta di identità «è una proposta scioccante e provocatoria per attenuare altre scelte razziste e xenofobe fatte dal governo». Ma per l’ex pm sarebbe anche un metodo ormai superato per identificare le persone: «Quella delle impronte è ormai l’ultima soluzione adottata dappertutto - dice - è un meccanismo che non serve, antiquato».

 

Quattro ruote e una crisi – Loris Campetti

Torino – I miracoli riescono raramente. A Sergio Marchionne ne è riuscito uno, qualche anno fa, quando la multinazionale italiana delle quattro ruote era data da tutti per spacciata per effetto della crisi esplosa nel 2002. Una ventina tra presidenti e amministratori delegati della Fiat e della Fiat Auto si erano succeduti alla guida di un’automobile impazzita, a cui non erano bastati il monopolio nazionale e i ripetuti sostegni pubblici per mantenere una qualche rotta. I lutti e le risse nella famiglia proprietaria, la perdita di quote di mercato e di redditività, l’esplosione dei debiti, l’evidente fallimento del matrimonio con una General Motors che da big mondiale stava iniziando una discesa che l’avrebbe fatta precipitare sull’orlo della bancarotta, l’espansionismo insensato a 360 gradi che aveva indebolito fino all’infarto il core business – l’auto -, lasciavano ben poche possibilità di sopravvivenza autonoma alla maggiore industria italiana. Alla fine era arrivato lui, l’uomo dei miracoli, amministratore delegato con ampi poteri: Sergio Marchionne. Come ben sintetizza Sergio Cusani, il consulente finanziario che per conto della Fiom ha condotto a partire dal 2001 un’analisi attenta e talvolta spietata della situazione eco-finanziaria della Fiat, il nuovo a.d. è riuscito a sfilare il Lingotto dalla trappola (una «vendita differita») in cui Gianni Agnelli e Paolo Fresco avevano gettato l’azienda con l’accordo con la Gm. Marchionne aveva poi valorizzato il gruzzolo sganciato dagli americani per ottenere il divorzio ed evitare l’acquisto a costo zero di un moribondo, ingestibile per un gigante dai piedi d’argilla già sotto osservazione medica. Un utilizzo serio del danaro Gm, insieme a una politica di risanamento dei conti e a un rapporto agevolato con le banche che hanno concesso alla Fiat quel che nessuna banca avrebbe mai garantito ad alcun cliente (il convertendo), hanno riportato l’auto italiana sul mercato. Senza licenziamenti e chiusura di stabilimenti, senza rapporti duramente conflittuali con i sindacati. Uno dopo l’altro, ha portato a casa 34 accordi internazionali sui prodotti e sulla loro distribuzione, joint-venture, pianali e motori comuni, sinergie, avevano fatto balzare il titolo in borsa sopra i 21 euro. L’auto aveva ripreso a tirare, anche grazie alla droga delle rottamazioni che non rappresenta che una delle tante forme di sostegno dei nostri governi all’industria automobilistica. Dunque, onore a Marchionne, a cui si deve anche un recupero d’immagine dei marchi rendendo l’azienda più presentabile. Il motore batte in testa. I venti di crisi che soffiano dall’Atlantico, passando per i pozzi di petrolio del Golfo, in pochi mesi hanno costretto tutti i costruttori di automobili a ridimensionare i propri progetti, a rivedere le previsioni e occuparsi del pessimo stato di salute del malato grave. La malattia è più pericolosa delle tante che l’hanno preceduta, dalla crisi del Kippur a oggi. I costi dei carburanti alle stelle mandano in tilt lo stesso modello americano, finora indifferente ai consumi automobilistici come ai danni ambientali, figuriamoci se potevano risparmiare la vecchia Europa. La crisi - economica, ambientale, culturale - delle quattro ruote non grazia alcuno dei mercati ricchi del Nordamerica, dell’Europa e del Giappone dove si scatena la più feroce delle competizioni tra le multinazionali delle quattro ruote. In palio ci sono pochi posti numerati nel futuro mercato. Sono in molti, per ora, a salvarsi la pelle grazie ai mercati emergenti: la vivacità della domanda brasiliana e di una parte dell’America latina (in Argentina l’auto gode di buona salute) e l’avvio della motorizzazione nei giganti asiatici (l’India e, tra mille contraddizioni, la Cina), non fa che estendere la guerra tra i produttori in questi paesi, con i grandi marchi giapponesi ed europei pronti a gettarsi come avvoltoi sulle quote eventualmente lasciate libere dalla precipitazione dei conti delle tre big americane, Chrysler, Gm e Ford. La Fiat risente come tutti i suoi concorrenti della crisi. L’avvio di un ciclo che non sarà breve di cassa integrazione in tutti gli stabilimenti italiani, con l’eccezione di Cassino, ne è il segno più evidente perché coinvolge decine di migliaia di lavoratori il cui salario inadeguato sarà ulteriormente decurtato. E’ da alcuni mesi che ogni occasione per ridurre la produzione viene accolta malcelata soddisfazione dal Lingotto, che sia dovuta allo sciopero dei camionisti, alla ristrutturazione di uno stabilimento, al mancato arrivo di componenti. Qui a Mirafiori, dicono i delegati della Fiom, si passa più tempo a fare corsi che a costruire macchine. Anche perché la Punto che si doveva in parte costruire a Torino in cambio del sostegno garantito al Lingotto dagli enti locali torinesi, è stata riportata per intero a Melfi. Piange la Borsa. L’altro segnale rosso arriva dalla borsa, dove il titolo del Lingotto ha subito un tracollo dai 21 agli attuali 10 euro: non bastano gli annunci di nuove alleanze, l’ultimo quello con Bmw, a invertire la tendenza al ribasso. Analisti e operatori sanno che la crisi non è passeggera e che l’auto è la prima delle vittime designate. Anche la decisione della Fiat di rivedere al rialzo i listini dei prezzi delle vetture non lascia presupporre alcunché di buono. Neppure la promessa di Sergio Marchionne che conferma i dati previsionali relativi agli utili dell’azienda può tranquillizzare, in particolare i lavoratori. Il mantenimento e persino il miglioramento della quota Fiat nel mercato italiano e solo in parte in quello europeo avviene in una rincorsa al ribasso della domanda. E’ vero che Marchionne si salva con i nuovi mercati, in particolare in Brasile e in prospettiva in India grazie all’accordo con Tata, ma proprio per questo le nuvole sono destinate ad addensarsi sui cieli italiani, dove fabbriche, linee di montaggio e posti di lavoro cominciano a tentennare. Del nuovo ciclo aperto in Fiat dalla crisi dell’auto si è discusso venerdì scorso a Torino per iniziativa della Fiom. Più che un’assemblea, un seminario, una scuola quadri per i delegati del gruppo industriale torinese, presenti il segretario generale dei metalmeccanici Cgil Gianni Rinaldini e Sergio Cusani. La crescita di una cultura ambientalista mette alle corde un modello di sviluppo incentrato sul trasporto privato e su motori alimentati con i derivati del petrolio, inquinanti e sempre più costosi. Si riapre dunque a sinistra un sano confronto sul modello, tra chi teme come il demonio il petrolio a 200 dollari e chi invece vi legge una possibilità, una speranza per ripensare al modo in cui muoversi e, soprattutto, in cui vivere. Dubbi, questi, che attraversano gli stessi delegati operai, che sono anche cittadini, prima ancora che produttori e consumatori. Secondo Cusani la Fiat ha perso un’occasione rinviando all’infinito la quotazione in borsa dell’Auto che avrebbe consentito l’afflusso di capitali freschi da destinare ai nuovi prodotti. Con il risultato che la Fiat è indietro rispetto alla concorrenza e troppo legata a un’idea vecchia di trent’anni di automobile, intesa come bene di consumo veloce. Oggi, dice Cusani, bisognerebbe tornare agli anni Cinquanta, quando l’auto era un bene durevole che non si cambiava ogni due o tre anni ma ogni otto o dieci. E’ questa la scelta fatta dalla Toyota che arriva a offrire garanzie per 9 anni e per 5 sull’auto elettrica, mentre il Lingotto continua con la politica dei restyling dei modelli ogni due anni, fidando su un mercato drogato dalla politica delle rottamazioni. I dati di realtà – costi economici e ambientali – spingono nella direzione di un consumo critico crescenti soggetti impoveriti dalla crisi e dalle politiche liberiste. La Fiat è in ritardo sul terreno dell’innovazione di prodotto, e questa è un’opinione comune dal segretario all’ultimo delegato della Fiom. La concorrenza è lanciata ormai da tempo sul versante dei motori ibridi, sull’auto elettrica, sull’idrogeno e già si parla di propulsori trifuel. E pensare che per decenni la multinazionale torinese ha investito invece sull’innovazione di processo, ammaliata dall’illusione del miracolo pantecnologico che avrebbe emancipato la produzione dal lavoro umano. L’unico terreno su cui la Fiat è all’avanguardia è quello del metano, in un paese però che non investe sulla rete distributiva, rendendo le vetture alimentate con questo gas, se non inutilizzabili, quasi. Non sarebbe più sensato, sia pure in una prospettiva immediata e non strategica perché il futuro viaggia a idrogeno e a elettricità, fare quella lobbyng di cui la Fiat è maestra da oltre un secolo, per spingere il governo a investire (e far investire i petrolieri) sulla distribuzione del metano, invece che spargere i fondi della collettività a pioggia con le rottamazioni? Che la Fiat sia brava a incidere sulle scelte politiche è testimoniato dall’andamento della mobilità nel nostro paese, l’unico al mondo che nell’ultimo decennio è riuscito ad aumentare dal 70 all’80% la quantità di merci trasportate su gomma. Innovazione di prodotto vuol dire investimenti, ricerca, vuol dire ripensare all’oggetto automobile che in passato si è salvato dalla crisi grazie alla quantità di tecnologia incorporata. Siamo arrivati alle utilitarie munite di ogni confort, navigatore satellitare compreso,mentre a conquistare i mercati impoveriti dalla crisi sono oggi vetture sobrie, «risparmiose», senza troppi fronzoli. Il divorzio tra auto e petrolio. Un primo elemento di riflessione, per chi ha a cuore il futuro, più ancora che dell’auto privata dei lavoratori che la fabbricano, è l’esigenza di separare il destino delle macchine da quello del petrolio, investendo ogni risorsa, come si diceva, su nuovi propulsori più compatibili, sia da un punto di vista ambientale, che economico, che politico, considerando quel che il petrolio riesce a mettere in movimento. A partire dalle guerre. A che serve ingaggiare battaglie durissime per rinviare e mitigare le riduzioni di emissioni di Co2 da parte dell’Unione europea? Che scelta miope è questa, che ha visto tra i suoi maggiori protagonisti proprio Sergio Marchionne, in qualità di presidente di turno dell’Acea, la potente associazione europea di costruttori di automobili? Meglio  sarebbe tentare di recuperare il ritardo nella ricerca e nella sperimentazione sull’auto elettrica, ammesso che per la Fiat non sia già troppo tardi. E ammesso che il Lingotto abbia le risorse necessarie. Questo dubbio ne lascia trapelare un altro: non si tornerà a parlare di vendita dell’automobile italiana, magari a un soggetto in grado di investire le risorse necessarie per essere competitiva sul mercato che, molto presto, verrà? Qui in Europa, come negli Usa, non c’è più spazio per nuove automobili, un ormai ipotetico mezzo di locomozione che invece di garantire la mobilità condanna all’immobilismo. Si può pensare solo a un mercato di sostituzione, sapendo che nell’arco di pochi anni le vetture, dice Rinaldini, saranno ben diverse da quelle che conosciamo, per materiali e soprattutto motori. Bmw va avanti con l’idrogeno, e non è su questo versante che si basa l’accordo stipulato dalla Fiat; Toyota con la Prius si permette di perdere soldi perché può permettersi di investire sull’innovazione di prodotto. E la Fiat dov’è? E fino a quando potrà salvarsi senza prodotti competitivi, puntando sul Brasile, o sui camion e le macchine movimento terra? C’è chi teme l’estensione della crisi anche a Iveco e Cnh. Ci sono tanti modi per far tornare i conti. Il più semplice e miope sembra conquistare anche Marchionne: bassi salari, orari allungati e straordinari alternati alla cassa integrazione, aumento della prestazione e della flessibilità delle tute blu, circostanziano i delegati di Mirafiori. Ma se è vero che la crisi riguarda (anche) l’intera Europa, al punto che per la prima volta in Germania è in forte rallentamento la produzione manifatturiera, mentre tutta la produzione di elettrodomestici si è trasferita o sta trasferendosi nell’est europeo, si può pensare di far tornare i conti aumentando lo sfruttamento? La globalizzazione è un affare serio, e la crisi generale dei sindacati sta proprio nel fatto di non aver saputo costruire un’idea diversa di globalizzazione. Senza un passo avanti in questa direzione, non potrà che imporsi il trasferimento del conflitto dal livello classico tra capitale- lavoro a quello tra stati, tra aziende, tra stabilimenti e, alla fine, tra lavoratori. Con politiche sociali al ribasso che cancellano i diritti nei punti alti dello «sviluppo», agitando il ricatto delle delocalizzazioni. Anche i sindacati si adattano a questo trend, come avviene in Germania. O come testimonia la fusione dei sindacati siderurgici – minacciata anche nell’auto – negli Usa, Canada e Gran Bretagna che ha generato la rivolta dei paesi poveri contro il protezionismo dei ricchi. Sempre negli Usa, molte imprese si trasferiscono al sud degli States dove non c’è sindacato, e in Brasile le aziende pensano di trasferire la produzione di automobili dallo stato di San Paolo, dove l’orario di lavoro è di 40 ore, a quello del Minas Gerais, dove di ore se ne lavorano 44 alla settimana. Il mese scorso, durante una riunione mondiale dei sindacati metalmeccanici, i brasiliani che si battono per le 40 ore hanno accolto con disperazione la direttiva dell’Unione europea che porta a 60 ore il lavoro settimanale. E chi si batte nel mondo per conquistare il contratto nazionale (che sopravvive a fatica sono in Italia e in Germania, dove però si rischia di ripiegare sul salario minimo) non è certo sostenuto dall’orientamento, prevalente in Italia, a liquidarlo. Si può affrontare il futuro dell’auto senza un’ipotesi globale, forte, alternativa a quella culturalmente egemone della globalizzazione neoliberista? Così conclude Rinaldini, senza trascurare il fatto che la crisi strutturale dell’automobile impone un ripensamento generale di modello nei punti alti dello sviluppo: o si sogna forse di scaricare il problema sulle economie emergenti, convincendo i cinesi che per salvare il pianeta devono rinunciare a quel che abbiamo noi, e a cui non siamo disposti a rinunciare? Neanche a San Sergio Marchionne riuscirebbe un miracolo del genere. 

 

La Cgil contro il governo prepara un autunno caldo - Antonio Sciotto

Roma - Era da tempo che si scaldavano i motori, ma finalmente, con tutte le cautele del caso, in Cgil si comincia a rompere la lastra di ghiaccio che immobilizzava il conflitto: il governo ne sta facendo troppe, si passa all’azione. Nessuna data, per il momento, visto che il segretario della Cgil Guglielmo Epifani vorrebbe coinvolgere anche Cisl e Uil, poco propense però a iniziative di lotta. Ieri lo diceva chiaro: la Cgil è pronta alla piazza, «non può stare ferma». Ma con una precisazione: «La nostra non sarà solo protesta, come è successo a Piazza Navona. Lì si è ottenuto l’effetto contrario: per una settimana non si è parlato di salari e inflazione. Noi invece porteremo avanti delle proposte». Pare di sentire le critiche del Pd alla piazza di Di Pietro & Grillo, ma forse dietro queste parole c’è piuttosto il tentativo di rendere chiaro a Cisl e Uil che la Cgil non vuole più incarnare il classico ruolo del «sindacato del no», come lo disegnano i suoi antagonisti, ma è sempre pronta a trattare e concertare, e che resta in piedi la piattaforma sugli sgravi ai salari che si concordò unitariamente ai tempi di Prodi. Ma ormai è sempre più chiaro, al contrario, che questo governo viaggia su ben altra strada, e la convergenza con Cisl e Uil sul purché minimo conflitto contro la finanziaria sembra davvero impraticabile. Tanto che ieri il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che ha una vera «passione» per la Cgil e sa mettere zizzania, ha ammonito: «Il sindacato di Epifani mediti sull'isolamento in cui si pone dando pregiudizialmente un giudizio negativo su tutto quello che facciamo - ha detto - La Cgil deve riflettere sulle norme della manovra rispetto alle quali Cisl e Uil danno un giudizio completamente diverso». Sacconi, sostenuto da un’indubbia posizione di forza rispetto a un sindacato debole e diviso, si è anche spinto oltre, con un ottimismo che appare quasi come una provocazione: «Sono fiducioso che l’accordo sui contratti tra Confindustria e sindacati si possa raggiungere entro settembre». Come dire: vedrete che quelli della Cgil abbasseranno la cresta. Il pubblico in quarta E comunque, nonostante tutte le cautele del caso e il freno imposto dalla ricerca dell’unità, sembra proprio che l’autunno caldo ci sarà, almeno per quanto riguarda il pubblico impiego: la categoria potrebbe fare da «avanguardia» per un conflitto nelle piazze, anche se nella fase attuale non è affatto scontato - anzi è parecchio improbabile - un travaso diretto da uno sciopero di categoria a uno generale, appunto contro la manovra finanziaria. I pubblici, dal canto loro, sono incavolatissimi contro la manovra, dato che impone solo tagli e non prevede aumenti salariali (e in fase di inflazione più che galoppante basta poco per chiamare allo sciopero). Ieri le segreterie confederali di Cgil, Cisl e Uil, insieme alle categorie del pubblico impiego e della scuola, hanno emesso un lungo comunicato in cui fanno intendere che le distanze con l’esecutivo nella trattativa sui rinnovi sono abissali, e concludono affermando che «laddove non vi saranno risposte adeguate del governo che producano il cambiamento della manovra, settembre sarà caratterizzato da iniziative di lotta di tutti i lavoratori pubblici». Riferendosi alla proposta del ministro Renato Brunetta di dare il la ai contratti regionali, i sindacati parlano di «grave manomissione della struttura nazionale del sistema contrattuale». Le risorse stanziate per il rinnovo vengono definite «risibili, tali da coprire solo l’inflazione programmata definita nel Dpef» (che sappiamo essere all’ 1,7%, mentre oggi viaggiamo – dato di giugno - su un 3,8% reale). Infine «si taglia il salario di produttività, si riduce l’occupazione scolastica e si licenziano i precari». Insomma, la piazza è proprio un obbligo. Ieri comunque un anticipo di protesta il governo lo ha già assaporato, con la manifestazione dei lavoratori pubblici delle Rdb. Una serie di cortei molto partecipati a Roma e in tante altre città, con fischi al ministro Brunetta, che per un attimo ha attraversato piazza di Montecitorio, dove era allestito il presidio di protesta. E intanto Sacconi precarizza «Un taglio di 600-800 euro sui salari accessori vuol dire difficoltà ad arrivare anche alla metà del mese – spiegano le Rdb - Il decreto 112 conduce a una progressiva privatizzazione dei diritti sociali: basti pensare alla proposta di reintrodurre i ticket sulla sanità». Dall’altro lato, le agenzie riportano anche di «una ventina di passanti che ha applaudito il ministro»: evidentemente anche Brunetta ha il suo piccolo fan club, e va rispettato. Ieri la Cgil ha lanciato anche un altro allarme, quello sulla riforma del lavoro targata Sacconi: studiando i vari emendamenti presentati, ogni giorno emergono sempre nuove sorprese, tutte spiacevolissime. Il segretario Cgil Fulvio Fammoni denuncia un altro pezzo di smantellamento delle attuali tutele: «Si smonta la norma per cui bisognava registrare il lavoratore il giorno prima dell’inizio dell’attività, per introdurre la comunicazione al quinto giorno successivo l’instaurazione del rapporto di lavoro: torneranno così i tanti infortuni sempre denunciati nel primo giorno di lavoro». E ancora: «Si continua l’intervento per legge sulla derogabilità rispetto ai contratti nazionali su riposi giornalieri, pause e lavoro notturno». Anche Fammoni conclude che «a questo punto è urgente e necessaria una mobilitazione unitaria». 

 

Mutui mai così cari - Sara Farolfi

Roma - Pessime notizie sul fronte del caro vita. I tassi d’interesse sui prestiti contratti per l’acquisto di una casa si sono attestati a giugno al 5,85%, toccando il valore più alto dal 2002. Lo ha reso noto ieri l’Abi (l’associazione delle banche italiane) nel suo bollettino mensile, aggiungendo che, depurato dall’inflazione, il tasso reale risulta pari al 2%, un valore inferiore a quello del 2002, quando il tasso reale era al 3%.Ma la precisazione dell’ufficio studi poco consola. L’inflazione infatti, pur se esogena - dipendente cioè dall’aumento esponenziale dei costi delle materie prime, come anche ieri ha sottolineato la commissione europea - si scarica direttamente sulle striminzite buste paga italiane. In Italia i prezzi sono aumentati a giugno del 3,8% (del 4% secondo Eurostat, che si avvale di un differente metodo di calcolo rispetto agli istituti statistici nazionali). Secondo l’ufficio statistico europeo, sempre a giugno, l’inflazione è aumentata del 4% nell’eurozona, il livello più elevato dalla creazione dell’unione monetaria nel ’99. Ma torniamo ai mutui. Il dato reso noto dall’Abi sintetizza l’andamento dei tassi d’interesse fissi e di quelli variabili. I maggiori imputati però sono i secondi. E la tendenza che in Italia vede nettamente più numerosi i prestiti a tasso variabile sembra destinata a invertirsi. Nei primi cinque mesi del 2008, dice l’Abi, il 70% dei nuovi mutui erogati è stato a tasso fisso (dal 22% del 2003),mentre l’incidenza dei mutui a tasso variabile è passata dal 78% del 2003 al meno del 30% nei primi cinque mesi dell’anno. L’incubo si chiama euribor, il tasso d’interesse con cui le banche si prestano vicendevolmente i soldi. L’euribor a tre mesi, a cui sono agganciati la maggior parte dei mutui italiani, è pari al 4,95%, e viaggia ben al di sopra del tasso di riferimento della Banca centrale europea (che è pari al 4,25%). La crisi dei mutui subprime ha gettato sui mercati del credito una lunga ondata di sfiducia, le banche si prestano sempre meno soldi, e i tassi di interesse interbancari (come l’euribor) salgono di conseguenza. Il fatto è che a pagare, alla fin fine, finisce per essere chi ha contratto un mutuo. Secondo una stima riportata qualche settimana fa dal Sole 24 Ore, per un prestito ventennale da centomila euro contratto nel 2005, le rate sono aumentate di oltre il 25%. Perciò la richiesta di nuovi mutui ha segnato un marcato rallentamento nei primi cinque mesi dell’anno. Secondo il bollettino mensile dell’Abi, i flussi dei nuovi finanziamenti per l’acquisto di abitazioni – cresciuti dai 31 miliardi di euro del 2003 ai 53 miliardi del 2007 - sono scesi nei primi cinque mesi del 2008 a 18,4miliardi di euro. L’inflazione, d’altro canto non dà tregua. L’ufficio statistico europeo ha confermato per l’eurozona le stime già diffuse il 30 giugno scorso. Dal 3,7% di maggio, i prezzi sono aumentati del 4% a giugno. Alimentari, case e trasporti, oltre all’energia, sono tra le voci che hanno registrato gli aumenti più sensibili. Al netto di energia e alimentari, la crescita è più moderata: 2,5%. Ma come per i mutui, poco incide questo sulle tasche dei cittadini. A fare di conto ci pensano come sempre le associazioni dei consumatori. Secondo l’Adoc, due famiglie su tre in Italia hanno problemi di indebitamento. Mediamente - tra mutui, carte di credito rateali, credito al consumo, fido e prestiti - per una cifra di 24 mila euro.

 

Scambio di prigionieri, a Israele solo due bare – Michele Giorgio

Gerusalemme - Due modi opposti di vivere lo stesso momento. Rabbia su di un versante del confine, felicità sull’altro. Era ampiamente previsto ma in Israele al dispiacere per la morte dei due soldati, Eldad Regev e Ehud Goldwasser, catturati dalla guerriglia di Hezbollah il 12 luglio 2006 sul confine, si aggiungono anche la frustrazione e la delusione per l’operato dei servizi segreti, incapaci di entrare in possesso di notizie certe sulle condizioni dei due militari e quindi non in grado di orientare la trattativa con Hezbollah sullo scambio di prigionieri. I due soldati erano morti immediatamente dopo la loro cattura, ha rivelato ieri sera il canale televisivo israeliano Channel 1. Goldwasser è stato colpito all’addome e Regev alla testa. Hezbollah aveva provveduto a una prima sepoltura dei due corpi, poi riesumati un anno dopo e nuovamente risepolti in una località diversa. Della morte di Goldwasser e Regev – i funerali si svolgeranno oggi – in effetti pochi dubitavano, ma la certezza si è avuta soltanto ieri mattina, quando al valico di frontiera di Rosh Hanikra-Naqura, Hezbollah ha consegnato alla Croce Rossa le bare nere con dentro i corpi dei due soldati. Solo in quel preciso momento è apparsa evidente a tutti gli israeliani, incollati agli apparecchi televisivi, la portata del nuovo successo ottenuto dal movimento sciita - già vincitore ai punti della guerra di due anni fa in Libano del sud - e che ha inflitto un’altra sconfitta a Israele nel negoziato per lo scambio dei prigionieri. E oggi, terminati i funerali dei due soldati, avranno inizio con ogni probabilità le polemiche. Il premier Olmert, sempre più vacillante, sperava di poter vedere almeno uno dei militari rientrare vivo in Israele, in modo da giustificare uno scambio che l’opinione pubblica ha sempre ritenuto troppo sbilanciato a favore di Hezbollah. Il primo ministro ha stigmatizzato le feste organizzate ieri in Libano, ha espresso vicinanza e solidarietà ai familiari dei soldati morti ma non ha trovato spiegazioni convincenti per chi non dimentica il fallimento dell’offensiva militare di due anni fa costata la vita a 164 israeliani, molti dei quali colpiti dai katiusha di Hezbollah. Ben di più hanno da recriminare i libanesi per quella guerra che ha ucciso 1.200 persone nel Paese dei Cedri, in gran parte civili, senza dimenticare le devastazioni provocate dai bombardamenti dell’aviazione israeliana a sud di Beirut e nei villaggi nelle regioni meridionali del paese. Olmert nel 2006 scelse la logica della forza ma poi è stato costretto ad intavolare, attraverso la Germania, quella trattativa con Hezbollah per la liberazione dei soldati catturati che aveva escluso categoricamente nei giorni successivi al 12 luglio 2006. Non sorprendono perciò le celebrazioni eccezionali organizzate in Libano, dove ieri è stato proclamato un giorno di festa nazionale in onore, in modo particolare, di Samir Kuntar, il più noto dei cinque prigionieri libanesi scarcerati, profondamente odiato in Israele per aver ucciso nel 1979, quando aveva 17 anni, tre persone tra cui una bimba di quattro anni in una azione a Nahariya. Kuntar, un druso originario di Aley (a sud di Beirut), ha rimesso piede in Libano, nel tardo pomeriggio, accolto da centinaia di militanti e simpatizzanti di Hezbollah, che gridavano «Allah Akbar», e da Wafik Safa, che per conto del movimento sciita ha negoziato lo scambio. Poi assieme agli altri quattro ex detenuti – tutti catturati durante la guerra del 2006 - è salito a bordo di un elicottero, ha indossato una uniforme militare ed è partito per l’aeroporto di Beirut dove ha trovato ad accoglierlo il presidente Michel Suleiman, il premier Fuad Siniora e l’intero nuovo esecutivo di unità nazionale che si era riunito per la prima volta qualche ora prima nella capitale. «Ringrazio tutti coloro che hanno lavorato per il ritorno in patria dei nostri eroi, sia in vita che martiri...Dico a Samir Kuntar e ai suoi compagni: è vostro diritto essere orgogliosi della vostra nazione e del vostro esercito», ha detto il capo dello stato cercando di descrivere lo scambio dei prigionieri come una operazione condotta dallo Stato più che da Hezbollah. In quelle stesse ore Israele completava la restituzione dei resti di circa 200 combattenti libanesi e palestinesi – tra cui la guerrigliera palestinese Dalal Mughrabi, uccisa nel 1978 - mentre Hezbollah da parte sua consegnava parti di corpi di militari dello Stato ebraico caduti nei combattimenti di due anni fa. Poco dopo, tra due ali di folla entusiasta, in un tripudio di bandiere gialle di Hezbollah, in una atmosfera da festa popolare, Kuntar e gli altri prigionieri liberati si sono diretti verso il vicino stadio di Rayeh, nella Beirut meridionale roccaforte di Hezbollah. La presenza del leader del movimento sciita, Hassan Nasrallah, che non appariva in pubblico dal dicembre 2006, è rimasta in dubbio per ore. Poi, all’improvviso Nasrallah, è apparso per salutare decine di migliaia di sostenitori che scandivano il suo nome e quello di Kuntar. Un saluto veloce perché dopo qualche minuto il leader sciita è andato via per ragioni di sicurezza promettendo però di leggere il suo discorso di «gioia» e «vittoria» su Israele attraverso il sistema televisivo a circuito chiuso. «Come avevo detto nel 2000 (dopo il ritiro israeliano dal Sud del Libano, ndr), l’epoca delle sconfitte è finita ed è iniziata quella delle vittorie», sono state le poche parole pronunciate sul palco da Nasrallah che ha abbracciato a lungo gli ex prigionieri, e poi si è scomparso tra l’ovazione della folla.

 

Repubblica – 17.7.08

 

"Così cedevo ai ricatti di An e FI" - CARLO BONINI

PESCARA - A stare a quel che si legge, il Sistema era uno e, nel tempo, sarebbe rimasto lo stesso. Le associazioni per delinquere, al contrario, "sono state due". Nera la prima, rossa la seconda. Perché in principio, in un tempo non troppo lontano, il biennio 2003-2005, il Grande Elemosiniere della sanità, Vincenzo Angelini, si genuflesse ai capi bastone del Centrodestra abruzzese, ungendo le ruote della macchina elettorale di Forza Italia e Alleanza Nazionale. Scrive il gip Michela Di Fine nella sua ordinanza: "Vito Domenici, ex assessore regionale alla Sanità (oggi consigliere Pdl, ndr), Giancarlo Masciarelli, ex presidente della finanziaria regionale (Fira), ottenevano, con l'avallo dell'allora presidente della Regione Giovanni Pace (An), il pieno controllo della sanità, grazie all'accentramento dei poteri in capo a Masciarelli ed agli uomini Fira, alla sistematica sottrazione di poteri, funzioni, competenze ed informazioni agli uffici ed ai funzionari della Regione, delle Asl e dell'avvocatura (...) Nell'ottobre 2003, Domenici e Masciarelli promuovevano e costituivano insieme a Pace, all'ex vicepresidente della Fira e genero di Pace, Vincenzo Trozzi, all'avvocato romano Pietro Anello, a Luigi Conga, ex direttore generale della Asl di Chieti, e all'avvocato Antonio Boschetti, un'associazione per delinquere finalizzata a deviare e condizionare illegalmente l'attività amministrativa e negoziale della Regione". "Così la destra mi ha inc...". Interrogato il 6 maggio scorso dal procuratore Trifuoggi e dal sostituto Di Florio, Vincenzo Angelini non ci gira intorno. Chiedono i magistrati: "L'ex presidente Pace le ha avanzato richieste di denaro?". "Ah sì, altro che. Per essere esatti, io da quella gente sono stato inc...". "Allora ci dica". "Pace mi chiede 200 mila euro, che io do a Masciarelli, pardon al genero di Pace, Vincenzo Trozzi della Fira, che poi provvedeva a darli a quel poveretto del tesoriere di Alleanza Nazionale". "Perché poveretto? È morto?". "No, poveretto perché io gliene ho dati solo 100 mila. E questo tesoriere è andato rompendomi i coglioni per tutto il 2005 e parte del 2006. Mi rompeva le scatole una volta al mese e diceva: "Sai, nei nostri conti di An siamo scoperti di 100 mila e non so come fare"". "Soldi regolari?". "No. In nero. Perché così me li hanno chiesti". Ce n'è, a quanto dice il Grande Elemosiniere, anche per Forza Italia. Per Domenici, che ne è il coordinatore a Pescara. Chiedono i pm: "A Domenici ha dato qualcosa?". "A Domenici ho dato 500 mila euro. Durante la campagna elettorale del 2005. Glieli ho consegnati al casello autostradale di Avezzano. Lui voleva 1 milione". "Ed era un finanziamento regolare?". "No. Ho fatto anche un finanziamento ufficiale, ma quello è un altro discorso". "Fu sempre Masciarelli a chiederle i soldi per Domenici?". "Sì. Continuavano a ossessionarmi. Un giorno chiamo Masciarelli e gli dico: "Avete rotto il cazzo. Che cosa volete da me?". E lui: "Lo so, ma sai, ci devi dare una mano". Allora io faccio: "Scusate tanto, ma perché? Io sono già a posto con la cartolarizzazione (dei crediti sanitari, ndr). E Masciarelli: "Lo so, ma se poi questi vincono le elezioni tu sei un uomo morto". Io risposi: "Va a dire a quello stronzo (Domenici, ndr) che gliene do la metà". Aracu e la corrente di Cicchetto. Non è il solo Domenici a bussare a denari per Forza Italia. Nella primavera del 2005, con Angelini si fa vivo il deputato azzurro Sabatino Aracu, ex della diaspora socialista. Chiedono i pm nell'interrogatorio del 6 maggio: "Anche Aracu ha fatto richieste?". "Si. A cui non ho dato corso. Dopo la cartolarizzazione, ci vedemmo a Pescara, in piazza Salotto, e chiese 2 milioni di euro per l'acquisto della casa della figlia o del figlio e io gli dissi vattene a fanculo te e chi ti ci ha messo". "Mi scusi, ma come si fa a chiedere in regalo 2 milioni di euro?". "Aracu è una delle persone più spudorate che io conosca". "L'ha minacciata? Le ha promesso qualcosa?". "Il suo discorso è stato: "Noi ti abbiamo dato quello che hai chiesto per la prima cartolarizzazione, ma adesso ci devi tu". E io: "Che cazzo mi avete dato? Un paio di palle! Se io avanzavo 110 milioni, voi me ne avete dati 76. Che cavolo racconti?". E lui: "Guarda che per te abbiamo fatto. Devi stare attento"". "Aracu che funzioni aveva?". "Lui era il capo di Forza Italia in Abruzzo per delega fondamentalmente della corrente di Cicchitto. Tanto per essere chiari, Cicchitto era stato il suo grande protettore. Anche quando voi gli avete scoperchiato qualche pentolina che non riguardava me e che in quella circostanza lo ha blindato, come voi sapete...". Interrogati come indagati, Giovanni Pace e Sabatino Aracu hanno negato ogni singola circostanza riferita da Angelini. Ed è verosimile che altrettanto faranno Domenici e Masciarelli. Anche se il centrodestra sembra messo a rumore. E in qualche apprensione. Alimentata anche dalle allusioni di Carlo Taormina, che dal centrodestra è stato scaricato e che di Masciarelli è stato avvocato nell'inchiesta Fira (per la quale venne arrestato nell'ottobre 2006). Dice oggi Taormina: "Le parole di Angelini sono oro colato. In questa vicenda è coinvolto l'intero arco costituzionale e sarei in grado di provarlo, se fossi svincolato dal segreto professionale".

 

La Stampa – 17.7.08

 

Miseria politica - EMANUELE MACALUSO

La bufera giudiziaria che in Abruzzo ha coinvolto il presidente della Regione Ottaviano Del Turco, assessori e molti amministratori della Sanità ha scatenato un dibattito sui rapporti tra politica e giustizia per molti versi ripetitivo. Berlusconi ha colto l’occasione per dire, senza leggere le carte, che i magistrati abusano del loro potere e Di Pietro per ripetere che le toghe hanno sempre ragione. Sul piano giudiziario la cosa che trovo sconcertante è il fatto che i media hanno avuto un’informazione sulla vicenda solo attraverso quello che dicono i magistrati, mentre Del Turco è in isolamento, non può parlare col suo avvocato e non si conoscono le sue ragioni se ne ha di valide. Voglio dire che quando l’azione penale per reati che hanno carattere altamente infamante coinvolge un uomo politico nell’esercizio delle sue funzioni, il giudizio della pubblica opinione, degli elettori è decisivo. E allora è giusto che l’accusato possa difendersi non solo nelle aule giudiziarie, ma anche attraverso i canali d’informazione che hanno diffuso le valutazioni e i giudizi dei magistrati che lo accusano. Fatte queste osservazioni e in attesa degli sviluppi dell’azione giudiziaria, da ciò che si legge e si capisce emerge una questione politica: cosa sono e come operano i gruppi dirigenti dei partiti nelle regioni del Sud? Parlo del Sud non per dire che nel Nord tutto è trasparente e limpido, ma perché nel Mezzogiorno il problema della formazione delle classi dirigenti ha una storia particolare e si intreccia strettamente con quella che è stata definita «questione meridionale»: da Giustino Fortunato a Guido Dorso, da Luigi Sturzo ad Antonio Gramsci. E mi interessa parlare della sinistra, del centrosinistra, non perché la tempesta si abbatte in una Regione amministrata dal Pd, ma perché questo tema oggi sembra estraneo alla destra berlusconiana. Insomma, ancora una volta dopo la vicenda dei rifiuti in Campania, dopo le traversie giudiziarie che hanno interessato il Pd calabrese, dopo il risultato elettorale siciliano, una domanda si pone: cos’è il Pd nel Mezzogiorno? Una domanda che io stesso posi nel momento in cui questo partito nasceva da una fusione a freddo dei gruppi dirigenti locali della Margherita e dei Ds. Partiti che nei loro congressi non si erano mai posti questo problema. Eppure, esso emergeva non solo in rapporto a vicende giudiziarie, ma per il fatto incontestabile che i gruppi dirigenti si formavano, si dissolvevano e si riformavano attorno alla gestione dei poteri locali: Comuni, Province, Regioni. E alla miriade di società pubbliche e semipubbliche, ai consulenti e agli assistenti che popolano tutte le strutture, politiche e amministrative. Il Pd è nato con progetti ambiziosi, con dichiarazioni di intenti roboanti, accompagnati da analisi generali, a volte ricche di spunti culturali interessanti, di adesioni disinteressate ed entusiaste. Quel che mancava e manca ancora è un’analisi di ciò che in concreto è quel partito nella realtà in cui opera nel governo locale e dove dovrebbe svolgere l’opposizione come in Sicilia. Realtà in cui non c’è più un dibattito e una lotta sociale, politica e culturale tale da attrarre i giovani in un impegno nel volontariato politico. Di fronte alla vicenda abbruzzese non basta certo dichiarare che in ogni caso il Pd sta con i magistrati o di giurare sull’onestà e la correttezza di Del Turco. Sulla questione giudiziaria abruzzese è giusto discutere e, via via, i fatti ci diranno come, su questo versante stanno le cose. Ma il risvolto politico c’è tutto. La miseria politica di quel gruppo dirigente è evidente. Che la sanità sia oggi la fascia ricca dei bilanci regionali e il rapporto tra pubblico e privato in questo campo il più inquinato, è un fatto. Che la sua gestione transiti dalla destra alla sinistra con un continuismo impressionante è un altro fatto. È su questo che occorre discutere nel Pd se si vuole coniugare, come è necessario, etica e politica. Richiamare la necessità dell’etica come fa ora Veltroni senza una politica è solo un gesto velleitario. Così come richiamare le dure regole della politica senza l’etica significa scadere nel cinismo della gestione intrecciando affari privati e iniziativa pubblica prescindendo dagli interessi generali. Ecco perché in questa situazione le dichiarazioni generiche lasciano le cose come stanno.

 

Suicidi e boom di divorzi. La crisi sconvolge gli Usa - MAURIZIO MOLINARI

NEW YORK - Un suicidio e molti divorzi: l’onda lunga della crisi dei mutui invade le famiglie dei manager dell’alta finanza, scatenando danni a catena. La crisi dei mutui ha la sua prima vittima, nel senso letterale del termine con il top manager Scott Coles, 48 anni, brillante titolare di una importante società di mutui in Arizona, che si è suicidato lasciandosi alle spalle una bancarotta valutata in diverse centinaia di milioni di dollari. Al momento in cui si tolse la vita, circa un mese fa, gli inquirenti avevano immaginato un atto di disperazione dovuto all’improvviso divorzio dalla moglie neanche trentenne ma gli accertamenti eseguiti portano ora a disegnare ben altro scenario. All’origini del gesto disperato c’è il fatto che la Mortgages Ldt di Coles non trovava più capitali a causa della crisi dei mutui e le esposizioni accumulate avevano portato a porre le premesse di una bancarotta, poi puntualmente dichiarata il 24 giugno, che neanche il ricorso al Chapter 11 - l’amministrazione controllata - avrebbe consentito di gestire o superare. Da stella del gotha economico dell’Arizona, Coles stava per precipitare nella miseria. Da qui la scelta del proprietario di scrivere una lettera d’addio, indossare un elegante smoking e impiccarsi sopra il letto ex-matrimoniale come scelta estrema per non dover assistere all’inesorabile crollo dell’impero immobiliare che aveva contribuito a creare facendo crescere di molto la piccola azienda ereditata dal padre, che l’aveva fondata nel 1963. «Scott Coles era molto ambizioso, voleva essere più grande della sua stessa vita, si considerava il creatore di Phoenix» ha detto di lui al «Wall Street Journal» Malcom Jozoff, che gli fu amico e anche partner in molti investimenti di successo. L’ambizione di Coles è lo specchio di quanto avvenuto in Arizona negli ultimi venti anni: Phoenix si è trasformata in uno dei polmoni della crescita economica nazionale grazie al massiccio arrivo di cittadini da altri Stati, che hanno fatto lievita a dismisura il mercato immobiliare portando al boom dei mutui. La drammatica scomparsa trasforma ora la sua parabola nello spettro che assilla numerosi manager alle prese con il crollo del mercato nazionale dei mutui. Se lui ha perduto la vita a causa della crisi finanziaria, altri manager stanno perdendo le mogli. A rivelarlo sono le notizie che rimbalzano da Wall Street conquistando i titoli dei tabloid di Manhattan, secondo i quali il crollo del credito e la diminuzione dei profitti hanno portato negli ultimi 12 mesi ad un significativo aumento del numero dei divorzi, soprattutto nelle aree della Grande Mela dove si concentrano i redditi più alti. Un avvocato di New York ha rivelato di aver ricevuto dalla moglie la richiesta di separazione a seguito del crollo del reddito annuale da 20 milioni a 8 milioni. Per arginare la situazione questo manager ha da un lato chiesto all’avvocato di guadagnare tempo e dall’altro ha preso soldi in prestito per regalare alla moglie abiti e vacanze di lusso. Uno dei principi del foro di Manhattan, l’avvocato Raoul Felder che rappresentò Larry Fortensky nel divorzio da Elizabeth Taylor, afferma che le «separazioni dei super ricchi» sono aumentate da 250 a 300 nell’ultimo anno, registrando il maggiore balzo in avanti dal 1980. A confermare i guai famigliari dei residenti più ricchi di New York è anche Kenneth Muellen, psicoterapista dell’East Village molto popolare fra banchieri e magnati, secondo il quale «la crisi del credito sta diventando per loro qualcosa di molto serio, come il gioco d’azzardo, il bere o il sesso, in grado di distruggere vite e famiglie». Ciò che colpisce, aggiunge Nancy Chemtob, altro avvocato esperto di cause matrimoniali, è come la «crisi del credito» si sia trasformata in una delle «motivazioni portate da un coniuge per separarsi dall’altro», spiegando che provoca malumori, violenze casalinghe e «abbandoni» creando una spirale che distrugge la vita coniugale. Essendo venuti meno i molti milioni dollari che finora la sostenevano.

 

Primi sei mesi di economia cinese, 10+ - Francesco Sisci

PECHINO -- L’economia cinese continua a galoppare nonostante la crisi americana e il petrolio ormai carissimo. Ma ci sono nuove ombre che si stagliano all’orizzonte. Secondo le cifre rilasciate oggi dall’ufficio statistico centrale nei primi sei mesi dell’anno il Prodotto interno lordo è salito del 10,4%, 1,8% in meno rispetto allo stesso periodo del 2007. Il totale per i primi sei mesi è stato di 1,30619 trilioni di yuan, circa due trilioni di dollari al cambio attuale, cifra che alla fine dell’anno potrebbe portare l’economia cinese a solo una incollatura di distanza rispetto a quella giapponese che l’anno scorso aveva un Pil di 4,384 trilioni di dollari. La crescita continua a essere trainata dagli investimenti fissi, cresciuti del 26,3%, lo 0,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2007 anche grazie alle spese di ricostruzione per la grande nevicata straordinaria in primavera e i primi provvedimenti per il terremoto nel Sichuan. Ma il nuovo protagonista dello sviluppo sono stati i consumi interni. Le spese al dettaglio sono aumentate del 21,4%, il 6% in più rispetto alla crescita in questo periodo del 2007, per un totale di 5,104 trilioni di yuan. Rallentano le esportazioni, cresciute del 21,9%, il 5,7% in meno rispetto al 2007, che pure raggiungono la cifra colossale di 666,6 miliardi di dollari. Le importazioni sono state di 567,6 miliardi di dollari, con una crescita del 30,6%, il 12,4% in più. L’attivo commerciale è stato di 99 miliardi di dollari, 132 miliardi in meno rispetto all’anno scorso. In altre parole sta continuando il lento processo di riallineamento dell’economia cinese, finora trainata dal commercio estero, e ora sempre più diretta verso i consumi interni. Quindi la straordinaria crescita delle riserve che hanno appena toccato i 1800 miliardi di dollari è dovuta a fondi speculativi che si rifugiano in Cina in attesa di una rivalutazione dello yuan e di lidi più caldi mentre ovunque nel mondo si allunga il gelo della recessione. Una parte però di questi rialzi è dovuta anche all’adozione di nuovi, più rigorosi criteri di contabilità pubblica. Questi fondi sono comunque tra i maggiori colpevoli dell’inflazione che rimane la bestia nera del Paese. I prezzi nei primi sei mesi sono aumentati del 7,9%. In particolare, i prezzi industriali all’uscita delle fabbriche sono cresciuti a giugno dell’8,8%, a causa certamente dei rialzi delle tariffe elettriche e delle impennate del prezzo del petrolio. L’inflazione è il pericolo più importante per gli economisti cinesi. Per questo lo M1, la misura della circolazione monetaria più indicativa, ha subito una dura frenata. La crescita è stata del 14,2%, per un totale di 15,5 trilioni di yuan, il 6,7% in meno rispetto al 2007. Contemporaneamente sono di minuti i prestiti e sono aumentati i depositi. Il totale di tutti i prestiti finanziari è stato 28.619,9 miliardi di yuan2.452,5 miliardi in più, 89,9 miliardi di aumento in meno rispetto allo stesso periodo del 2007. Allo stesso tempo il monte depositi è stato di 43.898,9 miliardi4.964,9 miliardi in più, con un aumento di 1.577,4 miliardi. Le banche hanno quindi un monte di depositi che eccede la propria esposizione di 15.279 miliardi di yuan, di oltre un terzo. Questo può essere un pesante esborso per gli istituti di credito. Ma è anche un segno della loro grande solidità rispetto a eventuali crisi che potrebbero profilarsi in futuro. Proprio oggi la Bank of China, la maggiore banca commerciale cinese per rapporti con l’estero ha dichiarato di possedere 20 miliardi di dollari di debito rilasciato da Fannie Mae and Freddie Mac, le aziende finanziarie americane travolte dalla crisi dei subprime. Questo debito rappresenta 2 terzi del totale degli asset posseduti dalle sei maggiori banche commerciali cinesi. Il debito con Fannie Mae and Freddie Mac rappresenta il 2,6% degli asset totali della Bank of China. La Industrial and Commercial Bank of China possiede circa un miliardo di dollari di altri debiti dei due istituti americano, la China Construction Bank Corp, dovrebbe averne per 7 miliardi e la China CITIC Bank Co dovrebbe averne 1,4 miliardi. È improbabile che la Cina si trovi travolta dai subprime americani, ma il calo delle esportazioni e degli investimenti immobiliari potrebbe mietere molte vittime tra le aziende più deboli di questi due settori.

 

Corsera – 17.7.08

 

D’Alema: colpo di reni sulle riforme – Maria Teresa Meli

ROMA - Onorevole D’Alema, lei ripropone il sistema elettorale tedesco e tutti pensano male. Un sistema contro Veltroni? «Innanzitutto non sono io: sono 15 istituzioni e fondazioni culturali, con il concorso di prestigiosi giuristi e costituzionalisti, tra cui tre ex presidenti della Corte, che hanno elaborato una proposta organica di riforma della legge elettorale e della forma di governo, allo scopo di disegnare un assetto più efficiente e democratico per le nostre istituzioni. È ridicolo che tutto questo venga letto nella chiave di un conflitto D’Alema- Veltroni». Dicono che lei usi la riforma ai fini congressuali... «Non ci sarà alcun congresso né alcuna resa dei conti, ma una conferenza programmatica per mettere a punto le nostre proposte ed è esattamente a questa riflessione che io cerco di dare un contributo». Fatto sta che il Pd non si è schierato per il tedesco. «Noi non abbiamo scelto un sistema. Abbiamo sempre detto che preferiremmo il sistema francese a doppio turno, ma sappiamo anche che in Italia nessuno lo sostiene. Il francese è una posizione di scuola». Anche il tedesco. «Non è così. Nella scorsa legislatura abbiamo partecipato a un confronto parlamentare sulla base di proposte di tipo proporzionale a partire dal modello tedesco o dal modello spagnolo: non mi pare che ci siano diversità tali da giustificare una guerra di religione». A Forza Italia non piace... «Quel che noi abbiamo proposto ha trovato il consenso di tutte le forze di opposizione: è una proposta condivisa dalla sinistra e dall’Udc, e accettata da Di Pietro. Se è vero che è venuta una reazione negativa da parte di Cicchitto, è anche vero che la Lega ha detto: "Noi non siamo contrari". Allo stato delle cose nessuna proposta è condivisa in modo prevalente, ma il tedesco è quello che ha il maggior numero di consensi o di accettazioni. Potrebbe essere veramente la riforma che alla fine si fa». Sicuro che il tedesco non serva a destabilizzare il Pd? «La verità è l’opposto. Del resto, il 24 febbraio del 2007, quando non c’era il Pd e Veltroni non era il leader, io feci una lunga intervista per spiegare perché il sistema tedesco poteva essere un modo per portare a compimento la transizione italiana. Quindi pensare che io lo abbia tirato fuori adesso strumentalmente per dare fastidio a Veltroni è evidentemente falso». Insomma, non sta pugnalando alle spalle il segretario? «Non ho alcun interesse a mettere in discussione la leadership di Veltroni, né sono candidato a nessuna leadership. Non pugnalo alle spalle: posso apparire spigoloso ma sono diretto e leale: se pensassi che ci deve essere un cambio di gruppo dirigente e di leadership lo direi innanzitutto al diretto interessato. Ma non è questo il problema, abbiamo semmai il bisogno di rafforzare la leadership, di coinvolgere più persone rispetto al rischio di un certo restringimento...». Tornando al tedesco, nel Pd c’è chi ha storto il naso. «Il Pd deciderà quel che deve fare nelle sedi proprie, le fondazioni culturali non sono un partito ma servono per approfondire i problemi e mettere la politica in contatto con il mondo della cultura e con la società civile: guai se un partito come il Pd non interloquisse in modo aperto con questa proposta. E non mi riferisco a Veltroni che comunque ha interloquito, e non in modo negativo». Be’, questo lo dice lei... «No, è quello è quello abbiamo ascoltato al convegno di lunedì». Il tedesco non dispiace alla sinistra. Come sono ora i rapporti con Rifondazione? «Vedo che stanno discutendo e spero che escano da questa riflessione critica e autocritica rinnovandosi e mettendo in campo una proposta politica compatibile con una prospettiva di governo». Ferrero non sembra volere questa prospettiva, mentre Vendola non la esclude. «Non voglio entrare nel merito della loro discussione ma auspico che si possa riaprire un dialogo tra la sinistra e i riformisti. Tra di loro ci sono alcuni che lo vogliono fare, vedremo chi prevarrà...». Ma questa riforma, secondo lei, aiuta il dialogo con il centrodestra? E questo dialogo è poi tanto necessario? «La parola dialogo è foriera di equivoci. Il problema è che noi siamo in Parlamento e dobbiamo confrontarci per trovare soluzioni ai problemi del Paese. E la legge elettorale è un problema: è un sistema cattivo, incostituzionale e oggetto di un referendum popolare, perciò va cambiata. Quindi non si tratta di volere l’inciucio. Facciamo un esempio che non riguarda il centrosinistra: il federalismo fa parte del programma di governo, ma mica si può pensare di innestarlo su questo sistema, senza che prima sia stato fatto un riordino completo del sistema istituzionale ed elettorale. Che ci si confronti su questi problemi è la normalità della vita democratica. Non so se si raggiungerà un accordo, perché questo non dipenderà solo da noi. Ma se Berlusconi dovesse impedirlo si assumerebbe un’ulteriore, grave, responsabilità di fronte al Paese». C’è chi sostiene: «Si dice tedesco perché si pensa alla grande coalizione»... «La grande coalizione è una scelta politica che si può realizzare con qualsiasi sistema elettorale. Comunque oggi in Italia non ci sono le condizioni per una coalizione di questo tipo, anzitutto per responsabilità della destra e delle sue scelte per il governo del Paese. Anziché fantasticare sulle grandi coalizioni sarebbe necessario cercare di trovare un accordo per le riforme indispensabili al Paese». Il tentativo di riformare il sistema istituzionale ed elettorale va avanti da anni senza risultati. «Il fatto è che l’enormità della crisi del Paese viene sottovalutata. O noi usciamo con un colpo di reni da questa situazione, creando le condizioni, sia pure nella diversità dei ruoli, per dare risposte e dimostrare che siamo in grado di tirare l’Italia fuori da una fase drammatica, o rischiamo alla fine di pagare tutti un prezzo. La destra si illude se pensa che ci sarà solo la crisi della sinistra e la sinistra si illude se pensa che ci sarà soltanto la crisi della destra. Lo ripeto da tempo: siamo di fronte a una crisi ben più profonda e complessiva del sistema politico. L’Italia sta male e vede che la politica è incapace di accordarsi per trovare soluzioni utili: se andiamo avanti così la gente reagirà mandandoci tutti a quel paese. Ci si adopera più a distruggere quel che propongono gli altri che a cercare prospettive su cui ci può essere una ragionevole convergenza, come è giusto fare in una situazione come questa». Fa la Cassandra, onorevole D’Alema? «Voglio mettere in guardia dal rischio di far fallire di nuovo un disegno di riforma costituzionale ed elettorale perché questo darebbe veramente il senso dell’impotenza del sistema politico. E siccome stavolta ci misuriamo con una crisi economica e sociale molto grave, come dimostra anche l’analisi di Bankitalia, questo fallimento potrebbe avere effetti molto pesanti nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Tant’è che vedo il calo della popolarità di Berlusconi nei sondaggi, che potrebbe farmi contento in quanto esponente dell’opposizione, come un ulteriore elemento di scollamento del Paese, perché alla fine la gente dirà: «La sinistra non ce l’ha fatta, Berlusconi pensa agli affari suoi»... Il rischio è che si determini veramente una frattura nel rapporto tra cittadini e sistema politico». Nel frattempo il Pd torna ad agitare la questione morale proprio quando esplode il caso Del Turco. «Per quanto riguarda le concrete vicende giudiziarie, come lei sa, sono garantista e nello stesso tempo rispettoso della magistratura e del suo lavoro. Tuttavia è evidente che questi scandali, in particolare quando toccano il sistema sanitario, creano un grande e comprensibile turbamento tra i cittadini e un grande allarme sociale. Anche in questo caso è la politica che deve tornare a dare delle risposte, mettendo mano a tutto il meccanismo del rapporto tra il pubblico e il privato nel sistema sanitario. Altrimenti, poi, non ci si lamenti della pervasività del potere giudiziario».

 

Dietro gli scandali. Il pantano della sanità – Gia Antonio Stella

Per favore, lo stupore no. Almeno quello ci sia risparmiato. I nuovi scandali che squassano il mondo della sanità dall'Abruzzo alla Lombardia, al di là delle responsabilità delle persone coinvolte cui auguriamo di dimostrare una cristallina innocenza, sono frutti di un pantano da tempo sotto gli occhi di tutti. Ma certo, esistono straordinarie professionalità, ospedali eccellenti e migliaia di medici e infermieri che lavorano benissimo. E ignorarlo sarebbe ingiusto. La ripetitività con la quale scoppiano certi bubboni, anche in realtà complessivamente virtuose, segnala tuttavia un'infezione profonda. Dal famoso pouf riempito di banconote e gioielli dalla moglie di Duilio Poggiolini alle migliaia di analisi-fantasma pagate a Giuseppe Poggi Longostrevi, dai rimborsi a Villa Santa Teresa di Bagheria pagati 21 volte più che a Milano fino ai polmoni asportati a ignari pazienti della «Santa Rita» solo per aumentare il fatturato, un filo conduttore c'è: il caos. Il modo disordinato e spesso indecente col quale alcune Regioni hanno usato la crescente autonomia ottenuta nella gestione della Sanità. Un caos dentro il quale è successo e può succedere di tutto. Il Libro Verde dell'Economia di qualche mese fa è ricco di esempi sconcertanti. Com'è possibile che un dipendente prenda in media 38 mila euro in Friuli Venezia Giulia e 51 mila in Campania? Che un posto letto costi 455 euro al giorno negli ospedali lombardi e 897 (quanto una suite al Plaza di New York) al San Camillo di Roma? Che i parti cesarei siano il 23% in Alto Adige e il 59% in Campania? Che la Sicilia abbia da sola un quarto di tutti gli ambulatori e i laboratori privati accreditati? Che ci siano reparti, come chirurgia vascolare a Catanzaro, che vengono tenuti in vita anche se in un anno occupano il 4% dei posti letto? I grandi buchi nascono da lì. Dal caos anarchico e clientelare che in questi anni, nel nome di una autogestione male intesa, ha consentito a ciascuno di fare come gli pareva. Al punto che solo in queste ultime ore e solo dopo durissime polemiche i manager delle Asl campane hanno sospeso (per adesso) la decisione di auto- aumentarsi di 30 mila euro l'anno la propria busta paga. Un aumento indecoroso. Tanto più perché parallelo all'arrivo dei nuovi dati sul buco sanitario regionale. Sprofondato ormai a circa dieci miliardi di euro. Per non dire degli abissi finanziari del Lazio o della Sicilia, dove pochi giorni fa la Corte dei Conti ha demolito il bilancio consuntivo regionale sottolineando che con i suoi 8 miliardi e mezzo di euro la Sanità isolana pesa «il 30% in più di quanto si spende per la Sanità in Finlandia». «Lei è un irresponsabile », ha detto gelido Giulio Tremonti a Roberto Formigoni che contestava i tagli imposti da Roma. L'impressione, però, è che sia tutto il sistema a non volersi assumere fino in fondo le proprie responsabilità. Basti ricordare che alla Sanità (il cui ministero è evaporato nella ridistribuzione dei posti di governo) erano dedicate sette righe nel programma elettorale del Pdl, sei in quello del Pd. Tutti e due centrati su una promessa: l'eliminazione delle liste d'attesa. Forse, con una spesa salita a oltre 102 miliardi di euro e uno scandalo al giorno, c'è da fare qualcosa di più.

 

Liberazione – 17.7.08

 

Berlusconi: «Immunità». Di Pietro: «Piduista!» - Frida Nacinovich

Un solo grido, un solo allarme: immunità parlamentare. Silvio Berlusconi batte sempre sullo stesso tasto, lì dove il suo dente duole. La priorità - l'unica - è quella di riformare la giustizia: «Un'emergenza nazionale». Il presidente del Consiglio sembra Ivan Drago, pronto a prendere a pugni chiunque gli sbarri il passo sul ring della politica. Nessuna eccezione, neppure per Umberto Bossi. «Non mi fermerà nessuno», avverte Berlusconi. Non passa molto tempo prima che Antonio Di Pietro gli dia in risposta del piduista, numero di tessera compreso. Intanto il Consiglio superiore della magistratura esprime preoccupazione per l'ennesimo attacco di Berlusconi. Siamo alle solite. Il più esplicito è Livio Pepino, togato di Magistratura democratica: «Lo avevo detto quando il ministro Alfano era stato qui: non facciamoci troppe illusioni. I fatti ci stanno dando ragione. C'è una mancanza di volontà di dialogo reale». «Qualche preoccupazione dal punto di vista costituzionale», secondo Fabio Roia di Unicost ("Unità per la Costituzione"), la pone l'ipotesi anticipata di istituire «due Csm e quindi una conseguente separazione delle carriere, anche con interventi sull'obbligatorietà dell'azione penale». «Il problema vero è l'efficienza della giustizia, mentre qui - dice ancora Roia - si vuole ritoccare lo status dei magistrati per arrivare a una magistratura più controllabile dalla politica». Re Silvio è nudo, e non è un bello spettacolo. La Lega frena: «C'è tempo, prima di riformare la giustizia serve il federalismo fiscale». Berlusconi accelera: «La riforma si fa adesso». Chi vincerà? Non si accettano scommesse, non è come nel calcio quando giocano Milan contro Atalanta. Dopo gli annunci del presidente del Consiglio e del suo ministro Guardasigilli sulla necessità di una riforma «radicale» del sistema giustizia e dei poteri dei magistrati, il Carroccio punta comunque i piedi. Non se ne parla, c'è altro da fare prima, ovverosia - come dice il programma del Pdl - il federalismo fiscale. «Abbiamo fatto una tabella temporale delle riforme e in quella tabella la riforma della giustizia non c'è. Questo non vuol dire che non si farà, ma viene dopo», dice Roberto Calderoli, ministro della semplificazione. Invece. Incurante di tutto, forte dei suoi sondaggi («solo il 6% degli elettori del Pdl ha ancora fiducia nella magistratura»), agli eurodeputati riuniti in un albergo della Capitale, il Cavaliere dice: «Non sono mai stato più determinato». Alcuni presenti all'incontro riferiscono che «il primo punto della riforma della giustizia sarà l'immunità parlamentare». A seguire poi la riforma del Csm, la separazione delle carriere tra giudici e pm e la riforma dei codici penali e di procedura penale. Punti di vista diversi tra Lega e Berlusconi anche sulla legge elettorale per le elezioni europee nel 2009. Il premier vorrebbe uno sbarramento del 5% e liste bloccate, senza preferenze, con un collegio unico nazionale. «La proposta di Calderoli non mi convince», precisa Berlusconi riferendosi alla preferenza unica. Staremo a vedere. Il premier parla lungamente del processo Mills. «Se io mi devo dare una colpa è quella di non essermi mosso prima». Visto che non è possibile fare la riforma della giustizia con l'opposizione, noi andremo da soli. «La gente - ribadisce il Cavaliere - è tutta con me». Berlusconi pensa ad un "comitato di saggi". Magari Francesco Rutelli li avrebbe chiamati "coraggiosi". Tant'è. Secondo alcune indiscrezioni, Berlusconi avrebbe già in mente alcuni nomi, tra questi l'ex giudice costituzionale Vaccarella. «È l'affondo finale della P2 di ritorno». Antonio Di Pietro non ci va tanto per il sottile nello stroncare le proposte di Berlusconi sul fronte giustizia: «All'indomani di quella che è una nuova Tangentopoli- attacca il leader dell'Italia dei valori - l'unica cosa che sa fare il capo del governo è avere l'immunità, bloccare l'azione penale e criminalizzare l'organo di autogoverno della magistratura. Questo era il progetto della P2, un progetto criminogeno e politicamente criminale». Berlusconi risponde a stretto giro di Posta: «Di Pietro mi fa orrore». E sì che ai tempi di "Mani pulite" lo voleva ministro.

 

Caso Englaro, Senato contro giudici: «Deve decidere il Parlamento». Il medico: «Eluana non soffrirà» - Laura Eduati

«Eluana non soffrirà poiché il suo stato vegetativo le impedisce di sentire la fame e la sete». Carlo Alberto Defanti, il medico che si è reso disponibile a interrompere l'alimentazione e l'idratazione a Eluana Englaro, è categorico. Preferisce tenersi in disparte e non rilasciare dichiarazioni, rispettando così il desiderio di privacy espresso dal padre Beppino. Una battaglia persa. Politici, giudici e prelati esprimono opinioni furenti sulla vicenda, la prima di questo genere in Italia. Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, parla di «consumazione di vita per una sentenza». Il comitato "Scienza e Vita" ha lanciato un appello contro «la prima esecuzione capitale della storia repubblicana», appello firmato anche da Famiglia Cristiana . I parlamentari cattolici dichiarano con orrore che quella di Eluana sarà una terribile fine per fame e per sete, ed è per questo che Giuliano Ferrara ha chiesto di depositare simbolicamente delle bottiglie di acqua sul sagrato del Duomo di Milano. «Se fosse cosciente morirebbe in modo orribile» spiega Defanti, ex primario di neurologia. Ma la donna, ormai trentottenne, non può sentire nulla. Sarà ricoverata nei prossimi giorni nella clinica per malati terminali "Il Nespolo di Airuno" in provincia di Lecco e qui le verrà tolto il sondino che la alimenta. Non saranno sospesi i farmaci anti-epilettici per impedire le convulsioni, verranno somministrati oppiacei per la sedazione, il personale infermieristico le bagnerà le mucose quando si seccheranno. Dieci, quindici giorni al massimo e poi Eluana se ne andrà. Nulla sembra convincere il padre a fermare il destino scritto dai giudici della Corte d'Appello di Milano che la settimana scorsa gli hanno concesso finalmente di sospendere l'alimentazione alla figlia. Non lo fermerà probabilmente nemmeno l'iniziativa del presidente del Senato, Renato Schifani, e cioè aprire un conflitto di attribuzione con la Corte di Cassazione per dimostrare che quei giudici non potevano e non dovevano decidere sulla morte della donna di Lecco, in quanto spetterebbe soltanto al Parlamento il compito di legiferare sulla questione. Se la commissione Affari costituzionali del Senato approverà la mozione, per la prima volta la Corte costituzionale dovrà decidere sul conflitto tra il potere legislativo e la Corte di Cassazione, che nell'ottobre 2007 accolse le ragioni di Beppino Englaro rimandando la decisione alla Corte d'Appello di Milano. Questo però non porrebbe ostacoli alla decisione dei giudici milanesi. «Il Senato non ha alcuna chance di vincere», commenta Giuseppe Rossodivita, avvocato dei Radicali. E spiega perché: «La Corte di Cassazione ha emesso una sentenza applicando gli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione che esprimono diritti soggettivi immediatamente applicabili ai cittadini anche se il legislatore non ha ancora approvato leggi a riguardo». Ovvero: il Parlamento italiano non ha mai legiferato sul testamento biologico e gli ultimi stadi della vita delle persone, ma la Carta costituzionale prevede comunque il rifiuto delle cure. Di parere opposto Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte costituzionale e tre volte ministro della Giustizia. In un articolo sul Foglio , Vassalli avverte che «non esiste» nell'ordinamento giuridico italiano «un fondamento positivo» alla sentenza che consente al padre di Eluana di staccare il sondino. Non esiste, insomma, un diritto alla morte bensì un diritto alla vita sancito dalla Costituzione. E rimangono nel codice penale, continua Vassalli, i reati di suicidio assistito e omicidio del consenziente. Nemmeno sarà risolutivo il testamento biologico finché non verrà affrontata la materia nella sua completezza. Come invece ha fatto la Francia nel 2005 con la legge Leonetti, che permette ai malati gravi di sospendere le cure - compresa l'alimentazione artificiale - ma soltanto se il medico è dello stesso parere e soltanto se il malato si trova nello stadio terminale e/o è cosciente. In realtà la normativa francese non chiarisce se l'alimentazione e l'idratazione siano assimilabili alle terapie, l'interpretazione corrente è che l'alimentazione sia una terapia mentre l'idratazione fa parte delle cure palliative indispensabili anche per chi sceglie di morire. Ad ogni modo, Leonetti ha scritto chiaramente che l'accanimento terapeutico avviene quando la vita viene prolungata artificialmente. E non c'è dubbio che quella di Eluana è vita artificiale senza possibilità di recupero. Surretizio allora paragonare il suo stato con quello di un neonato che non può nutrirsi da solo ma che ha bisogno di cure altrimenti morirebbe - paragone utilizzato negli ultimi giorni dal Vaticano: il neonato crescerà e diventerà autonomo, Eluana non avrà mai questo privilegio. E' legittimo chiedersi perché una persona debba morire lentamente, pur senza sofferenze. L'Olanda e il Beglio, con l'eutanasia sotto forma di iniezione letale, hanno risolto il dramma. Il Lussemburgo si appresta ad approvare una legge simile. In Francia, dove pure il governo prevede di rendere pù permissiva la legislazione vigente, l'iniezione letale non riscuote consenso. L'Italia ha una lunga strada da percorrere.

 

«Sinistra, lo scontro è duro. Allora perché censuri la satira?»

Simone Carletti

«La satira non sta né alle regole della politica né a quelle del perbenismo». Lo sa bene Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura, che di quest'arte ha sempre fatto un suo cavallo di battaglia in ogni scritto o spettacolo. E lo ribadisce in questi giorni in cui sui giornali si è acceso un forte dibattito proprio sui rapporti tra satira e politica, a seguito degli avvenimenti dell'8 luglio a piazza Navona. Per Dario Fo in Italia si vive in una fase di grande disinformazione, per cui ogni linguaggio innovativo, compreso quello tagliente della satira, permette al cittadino di ottenere strumenti di conoscenza imprescindibili, quali non fornisce ad esempio la televisione, più piatta ed omologata. È per questo che la satira va difesa e perpetuata senza bavagli o costrizioni di alcun genere. Solo attraverso di essa, per il premio Nobel Fo, si è in grado di «mettere in mutande» un potere corrotto o contrastare il Vaticano che con la sua ingerenza nella politica italiana «cerca di buttare all'aria dei momenti importanti della vita civile». Come giudica gli avvenimenti dell'8 luglio e quale ruolo crede debba rivestire la satira in una democrazia? Mi sono stupito sentendo il direttore di Liberazione , Piero Sansonetti, parlare dopo piazza Navona. Si è lasciato sfuggire un sacco di luoghi comuni sulla satira: il suo valore, il peso, il rapporto fra la politica e l'ironia, il grottesco. Bisogna mettere in chiaro una cosa: da che mondo è mondo la satira è sempre stata qualcosa di irruente dentro la società. Proprio perché essa è la struttura fondamentale che capovolge la realtà, non sta alle regole né della politica né tanto meno del perbenismo e del moderatismo comune. Il fatto di stupirsi che si arrivasse dentro a piedi giunti in certi argomenti anche a proposito del Papa, non parliamo poi dell'atteggiamento di certi uomini politici… Siamo in un momento in cui la democrazia sta andando a picco, lo dice pure Scalfari. C'è un governo che interviene su tutto: giustizia, onestà, correttezza, difesa dei diritti dell'uomo, libertà, cultura e via dicendo, massacrando ogni principio del vivere civile, soprattutto il rispetto per le minoranze, per i poveri, per i deboli. L'affare è l'affare ad ogni costo. Che cosa l'ha infastidita di più ultimamente? C'è un'imbecillità orrenda e incosciente per cui si usa, ad esempio, nella questione Alitalia come promessa per far voti, una soluzione immediata, tirando fuori l'orgoglio dell'Italia ad avere una compagnia di bandiera. A questo punto si distrugge completamente ogni possibilità di avere una soluzione dell'ultimo istante, quella che offriva la compagnia francese. Adesso ci si trova a perdere miliardi, che poi vengono pagati naturalmente dai cittadini. Davanti a queste persone che distruggono le regole, l'andamento, che liberano completamente dei poliziotti che si sono comportati come dei criminali, che distruggono così la credibilità e il lavoro condotto da poliziotti onesti per tutta l'Italia da anni e anni, ebbene, per questa cosa così bisogna essere pure eleganti, pure delicati, pure di grande stile? Lei che cosa pensa? Mi viene in mente una favola, quella araba della zebra che viene aggredita dal leone e che sgambettando gli spacca la faccia e poi non contenta, mostrandogli il sedere, gli scaraventa in faccia uno "scrignazzo" di merda. Tutte le scimmie e gli altri animali le dicono: «Non si fa così, c'è modo e modo. Si può anche salvarsi, sì, ma per Dio, rispettando le regole del vivere civile». Così la zebra la seconda volta che incontra il leone cerca di essere elegante e tutti applaudono le sue trovate. Però alla fine il leone le salta sulla schiena e la squarcia ammazzandola. Allora le scimmie commentano: «È morta, ma per Dio, con che stile!». Questo è il tormentone che tirano fuori da anni ormai tutte le volte che un comico indignato mette il potere in mutande. Il potere, per capire la gente di che si tratta, deve essere messo in mutande e non c'è regola di stile davanti a degli scellerati». Al giorno d'oggi le manifestazioni di piazza che importanza hanno? Grande importanza, perché coinvolgono la gente, la fanno partecipare. Soprattutto le persone possono così sentire finalmente dei discorsi che non ascoltano attraverso la televisione o durante i comizi degli uomini politici normali. Ma possono ancora influenzare le decisioni politiche? Certo. Ogni discorso che venga fatto con un linguaggio nuovo, un andamento nuovo, dà la possibilità di ottenere il momento più alto per un cittadino: la conoscenza, essere informati. Siamo in un tempo di disinformazione totale. Se tutti gli intellettuali civili onesti e corretti non decidono di informare la gente attraverso ogni mezzo, compresa anche la satira, non si riuscirà mai a ricostruire qualche cosa in questo Paese. Perché la gente ancora oggi attraverso la televisione è stordita. Tutti tirano fuori la difesa, la sicurezza, e per dimostrare che vogliono la sicurezza premiano con l'intoccabilità non soltanto Berlusconi, ma anche quella polizia che si comporta come Berlusconi. Tra i temi affrontati da Sabina Guzzanti a piazza Navona c'è stato quello dell'ingerenza del Vaticano nella vita politica e sociale italiana… Fosse niente. Il Vaticano non soltanto ha ingerenza, ma cerca di buttare all'aria dei momenti importanti della vita civile e soprattutto esterna alla struttura di opposizione che per secoli la Chiesa ha portato avanti attraverso la sua politica e i suoi interessi l'aborto, il diritto a scegliersi il proprio uomo, a sposarsi o non sposarsi: una misoginia folle che viene avanti. E non c'è il diritto di trattarla? Ma scherziamo. Io facevo un pezzo su Bonifacio VIII, dove ricordavo che Dante, il più grande nostro poeta, aveva preso un Papa del suo tempo e lo aveva scaraventato addirittura all'Inferno a testa in giù prima che morisse. Nel suo pensiero c'era l'invito a prepararsi perché c'era già il posto pronto nel fuoco e a testa in giù. E poi parliamo sempre della cultura. Questa gente che si offende non ha alcuna cultura perché non ha i canoni della conoscenza. Qual è la vera emergenza che l'attuale governo dovrebbe affrontare per migliorare la situazione in Italia? La prima grande emergenza è il problema della sopravvivenza della gente, il diritto che sta nella Costituzione ad avere un lavoro. Guadagnare il sufficiente, lo dice pure il Vangelo, per sopravvivere, non dico vivere. E poi la dignità, la libertà, una giustizia uguale per tutti. Siamo in una nazione dove chi comanda ha dei privilegi ed è intoccabile e gli altri non solo possono essere toccati, ma massacrati, ridotti a delle polpette, insanguinati, uscire con le teste rotte. E poi la beffa alla fine che tutti quelli che hanno compiuto questo massacro, che si conoscono uno ad uno, siano intoccabili. La sicurezza è lì, il permettere ad un cittadino che è stato pestato a sangue di vedere quanto meno che quelli che l'hanno pestato siano colpiti dalla legge. Nossignore, invece c'è la beffa. Il modo migliore di indurre la gente a non credere in questa società è essere beffati e sfottuti, cornuti e mazzolati, come dicono i napoletani.


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