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Il processo che non si farà mai, quello per l'uccisione di Carlo Giuliani - Antonella Marrone

Liberazione – 20.7.08

 

Il processo che non si farà mai, quello per l'uccisione di Carlo Giuliani - Antonella Marrone

Oggi è il 20 luglio 2008. Il caso ha voluto che proprio in questi giorni l'eco del G8 genovese di sette anni fa si sia fatta sentire più forte. Il caso è a volte una brutta bestia che rimescola le carte e che fa pensare. Le coincidenze sono porte che si aprono e si chiudono. Si è chiuso il processo per Bolzaneto, sulle atrocità nella caserma degli orrori. Sono stati condannati 15 aguzzini su 45, i ragazzi e le ragazze offesi ed umiliati, evidentemente hanno fatto molto da soli. Due giorni fa la requisitoria durissima, dei Pm, sull'irruzione alla Diaz, l'altro grande processo che riguardava il G8. 109 anni e 9 mesi sono stati chiesti per 28 dei protagonisti di quella notte di massacro e di bugie. In autunno si chiuderà anche questo caso. Il terzo processo, quello per le violenze di strada, si era concluso alla fine dello scorso anno: condannati i manifestanti, 25, per essersi inflitti calci e manganellate. I poliziotti, non identificabili, sono risultati innocenti nonostante le cariche fossero state riconosciute illegali. Come si sa le ricorrenze sono i momenti della memoria, dei ricordi, delle emozioni. Il G8 di Genova è un grande mosaico di memoria, ricordi ed emozioni ed è destinato a rimanere così nel tempo. In questo mosaico si vedono chiaramente scene di sangue, notti bianche, fumi, urla, spari e poi processi, requisitorie, indagini. Eppure manca, per noi, la tessera che da sola avrebbe rivelato il tessuto autentico di questo arazzo. La porta che non si è aperta e che in questi giorni, per la coincidenza con Bolzaneto e Diaz, appare con tutta chiarezza come quella più importante. Il processo che non si farà mai. Il reato che resterà impunito: l'assassinio di Carlo Giuliani, 20 luglio 2001. Il processo negato. Negato per paure, per superficialità, per negligenze. Negato perché sarebbe stato difficile contrastare la documentazione, le prove che gli avvocati e i periti della famiglia Giuliani avevano accumulato per dimostrare che Carlo non fu ucciso da un sasso, che lo sparo era ad altezza uomo, che si trattò di una discutibilissima autodifesa. Un caso frettolosamente archiviato, imbarazzante per forze dell'ordine e giudici. Un caso che andava discusso, un'indagine che andava approfondita. Quel processo ci manca. Comunque così è andata a finire. Pronti anche all'amarezza che ci hanno lasciato le sentenze di "strada" e di Bolzaneto. Ma avrebbe avuto la dignità di un processo vero. Non hanno voluto farlo. E mentre il carabiniere Placanica vivacchia tra scheletri nell'armadio, rimpianti e paure, la famiglia di Carlo non avrà mai la verità su quanto accaduto, Non l'avremo neanche noi. Questo resterà il grande vuoto di quelle giornate genovesi. Un vuoto che inghiotte delusioni e rabbia. Incolmabile senza quel processo.

 

«Troppe speculazioni su Eluana: giornalisti, aiutateci a informare»

Maria Antonietta Farina Coscioni*

Caro Direttore, si sta facendo un gran chiasso, attorno a una vicenda, quella di Eluana Englaro, che invece meriterebbe rispetto e discrezione; perché è grande la sofferenza dei genitori di Eluana che conosco e mi onorano della loro amicizia; e vivono il dramma che li ha colpiti con grande, straordinaria dignità ed equilibrio. Sono d'accordo con Beppino Englaro: "Sono legittime le opinioni di tutti, ma quando le situazioni sono così intime ed estreme, il parere che conta è quello di chi le vive sulla sua pelle". Molti hanno accusato i giudici della Corte di Cassazione e della Corte d'Appello di Milano di "invasione di campo". No, quei giudici - e li ringrazio per questo - ci hanno consentito di "conoscere" la volontà di Eluana, una volontà che va difesa e tutelata, perché troppi sono gli anatemi che in queste ore vengono scagliati contro la "persona" e proprio da chi si erge a difesa della "vita". Una sentenza che molti commentano evidentemente senza saper bene di che cosa parlano. Purtroppo Eluana si trova in stato di coma vegetativo. Che senso ha, dunque, ipotizzare che un giorno si possa "risvegliare", e sostenere - lei che non è cosciente di nulla - che risponde e reagisce alle sollecitazioni che vengono fatte? Perché insinuare il sospetto di una sua sofferenza, quando sappiamo tutti che è assolutamente insensibile? Di tutte le speculazioni, quella sul dolore è la più odiosa, inaccettabile. Credo sia davvero venuto il momento di dire Basta! Tacete, abbiate rispetto! Eluana è il paradigma di tante altre persone che, come lei, sono vittime di decisioni imposte e non volute; e non è accettabile alcuna discriminazione per effetto della attuale incapacità a pronunciarsi e del mancato riconoscimento di volontà precedentemente espresso sulla base di prove. Per questo ho deciso di promuovere una mozione " a sostegno della volontà di Eluana",alla Camera dei deputati, che impegna il Governo a fare in modo che siano adottate in tempi brevi misure volte al riconoscimento legale dello strumento della dichiarazione anticipata di volontà in ambito sanitario (il cosiddetto "testamento biologico") con la nomina di un rappresentante fiduciario, in caso di incapacità, a tutela volontà e della libertà di scelta della persona. Si impegna inoltre il governo ad attivarsi perché la sanità pubblica non frapponga ostacoli al rispetto della volontà di Eluana, come indicato nella sentenza della Corte di Appello di Milano. Ho inoltre depositato una proposta di legge in materia di "consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari". Perché c'è chi non vuole pronunciarsi sulla propria morte, né scegliere in alcun modo, affidandosi a quello che sarà; una scelta rispettabile, e che - ovviamente - va rispettata. Ma va rispettata anche la volontà di chi non accetta di dover continuare a vivere in situazioni di coma vegetativo. Penso che si debba consentire la possibilità di scegliere tra le due opzioni: non un obbligo, ma una facoltà. Si tratta di questioni urgenti e importanti, certo dolorose e laceranti, da trattare con rispetto e senza strumentalizzazioni; di interesse collettivo, più diffuse e frequenti di quanto si possa immaginare. E' del 2005 una commissione istituita dal ministero della Salute che ha reso noti i risultati di un'indagine dalla quale emergeva che "nel nostro paese erano circa 2000-2500 i pazienti che, come nel caso di Eluana, si trovano in una condizione di coma vegetativo. La stima della commissione era che il numero di pazienti di questo tipo oscillava tra i 3,5 e i 5 ogni 100mila abitanti; e che erano necessari 3-4 posti letto in strutture specializzate ogni 100mila abitanti. Situazioni "al limite", vengono definite; e si sottolinea che in Italia esistono pochissime strutture specializzate, e pochissimi i medici preparati ad affrontare casi con patologie complesse. Un'adeguata informazione può fare molto perché su queste vicende torni a calare il silenzio. Caro Direttore, cara "Liberazione", vi chiedo esplicitamente di darmi una mano. Ci conto.

*deputata radicale e co-presidente dell'Associazione "Luca Coscioni" per la libertà di ricerca scientifica

 

Testamento biologico in video con un euro

Un euro (simbolico) per fare testamento biologico in video: per rifiutare cure invasive e affermare il diritto a morire. Ieri lo ha fatto un malato trevigiano affetto da sclerosi laterale amiotrofica (Sla). L'uomo, 48 anni, immobilizzato da tempo in un letto di una casa di cura a Monastier (Treviso), ha voluto evitare che il suo potesse diventare un nuovo caso Welby, o Eluana Englaro. E così davanti ad una telecamera, nel pieno possesso delle proprie facoltà, ha voluto mettere le cose in chiaro: nel caso le sue condizioni peggiorassero da non consentirgli più di nutrirsi ha scelto di rifiutare l'accanimento terapeutico. «Nel momento in cui non fossi più in grado di mangiare o di bere attraverso la mia bocca - ha detto il paziente trevigiano - oppongo il mio rifiuto ad ogni forma di alimentazione e di idratazione artificiali sostitutive della modalità naturale». «Spero - ha aggiunto - che il mio caso sia da stimolo alla politica affinché si legiferi al più presto sul tema della libertà di chiunque di accettare o meno le cure mediche». Ma non è l'unico. In Veneto infatti dall'altro ieri i notai hanno cominciato a registrare i primi testamenti biologici al costo simbolico di un euro per far valere le volontà dei cittadini nel caso di impossibilità a decidere su eventuali cure invasive.

 

Ciao fratello Ivan - Stefania Podda, Daniele Zaccaria

Ci hai lasciati così, Ivan, amico e fratello. Ci hai lasciati soli e muti. E le parole, tutte le parole, non ci bastano per raccontare il dolore, lo smarrimento, la rabbia. Vorremmo scrivere qualcosa per ricordare l'affetto profondo che ci lega a te da tanti anni. Non riusciamo, proprio non ci riusciamo, a parlare di te al passato. Non sappiamo se sia troppo sentimentale, ma la verità è che vorremmo solo spegnere il computer e piangere. Solo questo. Stiamo facendo una fatica immensa per resistere e a questo punto non sappiamo nemmeno se riusciremo a scrivere qualcosa che tu avresti apprezzato, tu che detestavi la retorica e il sentimentalismo meschino. «Paragiornalismo», quante volte hai usato questa espressione, scagliandoti contro i luoghi comuni e le frasi fatte che abbondano sfrontate dalle colonne dei giornali. Il giornalismo per te invece era passione e studio, soprattutto studio: «Prima di commentare, analizzare e sproloquiare, bisogna studiare, altrimenti dici solo cazzate», dicevi. E tu studiavi, amico Ivan, arrivavi in redazione con i tuoi volumoni in inglese sulla storia del Medio Oriente. Altro che ricerche e copia-incolla da Google. Eri una persona preparata, di grande intelligenza. Avevi idee brillanti, non seguivi mai percorsi scontati, niente giudizi o pensieri automatici. Ti ricordi quando hanno eletto Papa Ratzinger? Avevi tirato fuori dal cilindro un titolo geniale che resterà nella storia del giornalismo italiano: "Il pastore tedesco". Lo avevi proposto per la prima di Liberazione, ma non è passato, fu giudicato poco conforme allo stile prolisso dei nostri titoli. Ti sei detto, ci siamo detti: è un peccato buttare via quel capolavoro. allora hai chiesto il premesso di "passarlo" agli amici del Manifesto, che ancora oggi ti ringraziano. Come ti ringraziano i tuoi amici animali che amavi oltre ogni limite. Eri un buongustaio, e però eri diventato vegetariano. Un vegetariano laico, non facevi prediche a nessuno, non sindacavi sulle bistecche altrui. Ti sentivi un po' solo in quella battaglia per i diritti di tutti gli esseri viventi, così lontana dalle dottrine e dai riflessi ideologici di gran parte della sinistra. E difendevi, più di ogni altro, la causa dell'ambiente, una causa dimenticata dai pettegolezzi politici della stampa italiana. Dicevi sempre: «Guardate il Guardian, l'Independent, loro hanno capito che la politica del futuro si giocherà tutta sulla difesa dell'ambiente». Non era una frase fatta, sapevi di cosa parlavi: anche in questo caso prima studiavi, poi giudicavi, spesso scuotendo la testa. In un ambiente conformista come il nostro, eri un eretico, un uomo e un giornalista libero e non allineato. E avevi un gran coraggio. Sei stato l'unico nella storia di questa redazione che sia stato sfiorato dalle pallottole in Medio Oriente, eri uno che si andava a cercare la notizia nei vicoli di Gaza, odiavi le bombe ma non ti facevano paura, il tuo più grande desiderio era fare l'inviato di guerra, per capire, conoscere questo nostro mondo impazzito, altro che cronache dalle camere d'albergo. Non sopportavi il fanatismo militante, anzi «militonto», come ci dicevi sempre. Un neologismo azzeccatissimo che ci siamo sempre rivenduti alle tue spalle, niente copyright. Ci stupiva sempre la combinazione di leggerezza e passione, di pragmatismo e sogno, con cui vivevi. Quante cene abbiamo fatto a parlare del giornale, a scrivere su un tovagliolo le proposte per organizzare il servizio esteri, a discutere delle possibilità che avevamo di fare questo lavoro sempre meglio. Noi due più perplessi, tu pronto a metterti in gioco per l'ennesima volta. Quando proprio eri esasperato, quando ti sembrava di girare a vuoto, dicevi: basta, ci rinuncio, adesso mi faccio solo gli affari miei. Durava un giorno, e nemmeno. Non eri proprio capace di ripiegamenti egoistici o di convenienza, niente imboscamenti per te. Te lo dicevamo sempre, prendendoti in giro: inutile che minacci di abbandonare la baracca, tanto ci crederai sempre. Perché eri fatto così, sei fatto così. Amavi la vita più di chiunque altro ed eri la persona più generosa che abbiamo mai conosciuto. Eri capace di farti 1500 chilometri su un pulmino scassato per aiutare un amico che avevi visto appena quattro volte a traslocare dalla Francia all'Italia (a proposito, grazie ancora). Impossibile offrirti, anche semplicemente un caffé, non si faceva in tempo a ordinarlo e tu avevi già pagato. Ti piacevano le cose semplici, fratello Ivan, lo sport, il calcio e la tua adorata Roma. Avevi un sacco di amici, alcuni dai soprannomi improbabili. Oggi i nostri telefoni squillano in continuazione, tutti quelli che ti vogliono bene non si rassegnano ad averti perso, alcuni non ci credono ancora. Non riusciamo a rassegnarci nemmeno noi, ci sembra impossibile che tu, così forte e giovane, non sarai più qui al lavoro, con le tue battute e la tua gioia di vivere. Con chi parleremo del nostro futuro? Con chi progetteremo improbabili rivoluzioni giornalistiche, con chi condivideremo le incazzature quotidiane? Te ne sei andato via così, fratello Ivan. Per noi niente sarà più come prima.

Ps: Ivan Bonfanti, 37 anni, caposervizio Esteri di Liberazione è morto ieri improvvisamente a Vienna, stroncato da un malore. Al papà e alla mamma di Ivan, e alla sua compagna Laura, l'abbraccio e il pianto di tutti gli amici di Liberazione.

 

Manifesto – 20.7.08

 

Ballando sul corpo delle personeAlessandro Robecchi

Grande e glorioso è lo spettacolo del ritorno del sacro, l’attivismo frenetico dei laici devoti. Come si sa, una grande multinazionale che perde clienti si circonda di avvocati e consulenti, ed ecco qui la pattuglia dei devoti accorrere presso la chiesa cattolica con il suo zelante aiuto. Sarà la ressa per iscriversi ai neo-integralisti, sarà che la troppa devozione acceca, sta di fatto che si sfiora la commedia all’italiana. Esempio illuminante: mentre Daniela Santanché tentava di incatenarsi al Vigorelli di Milano e strepitava contro le donne musulmane con il velo (che devono toglierlo), un rubrichista della pattuglia del Foglio implorava il direttore di Famiglia Cristiana di allegare alla rivista un velo, per le donne cattoliche (che devono metterlo). Si dirà che non siamo proprio ai vertici del pensiero moderno, piuttosto in mezzo al guado tra il baciapile e il sadomaso. Salendo un pochino di livello, ecco finalmente sul Corriere una risposta all’inchiesta di Maltese (Feltrinelli) sui 4 miliardi e mezzo di euro che ci costa ogni anno il Vaticano. Nemmeno una riga per contestare le cifre; piuttosto un argomento strabiliante: forse gli italiani preferiscono «l’oculata gestione ecclesiastica allo sperpero pubblico». E poi: «Non è più tempo di distinguere tra denaro delle tasse e denaro delle questue». Liberismo assai devoto. Ad altri, quelli «che volevano fare il ministro della sanità e hanno raccolto meno voti degli spettatori di un derby, non pare vero di avere anche in Italia un caso Terry Schiavo, un argomento delicato e doloroso da trasformare in poltiglia mediatica, e autopromozione. Ancora una volta, è sul corpo vero delle persone che si svolge il balletto: ieri la donna di Napoli interrogata dalla polizia dopo un aborto, oggi Eluana e l’assalto alla sua dignità. Questo sposta tutta la faccenda dal grottesco al tragico e del resto è un vecchio vizio: dissertare di etica sul corpo degli altri è un passatempo di gran moda, riempie i tg ed è facile, basta un po’ di cinismo, è un caso di devozione in cui essere cattivi aiuta.

 

La memoria tradita - Giuseppe Di Lello

Subito dopo la strage di Capaci, con quella di Via D’Amelio del 19 luglio ’92 la mafia raggiungeva l’apice dell’attacco alla magistratura italiana, non potendosi catalogare come «conti» riduttivamente siciliani quelli saldati con giudici dello spessore di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Di Paolo Borsellino, del suo impegno civile e professionale, altre volte abbiamo scritto su questo giornale nelle ricorrenze dell’eccidio e ne abbiamo sottolineato la consapevolezza del destino di morte cui andava incontro e al quale non si era voluto sottrarre. Per questo ci era parso ovvio definirlo «un eroe borghese» come Giorgio Ambrosoli, dato che con tale espressione venivano accomunati quanti, in questa Italia delle mafie e del malaffare, avevano sacrificato la vita per onorare fino in fondo la loro fedeltà allo Stato di diritto. Paolo Borsellino, almeno per un lungo periodo della sua vita, in politica aveva scelto la destra, mentre come magistrato, e fino alla fine, aveva scelto di battersi contro il potere mafioso. In questo suo impegno professionale, assolutamente non scindibile da quello civile, aveva incontrato il vasto movimento palermitano antimafia e con questo, accanto a Nino Caponnetto, si era «mischiato» anche con rabbia, specie dopo la strage di Capaci. Si sentiva, soprattutto, un magistrato: pienamente attivo nell’Anm e nella sua corrente di Magistratura indipendente, legato ai valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, nonché all’etica del lavoro cui dedicava un tempo spropositato della sua giornata. In questi giorni viene commemorato ufficialmente - e legittimamente -. dalle personalità politiche e istituzionali di un centrodestra in piena azione di smontaggio dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario così come delineate dalla Costituzione con, in più, una recente denigrazione del Csm ridotto dal senatore Gasparri a «cloaca» e una meno recente esaltazione del mafioso Mangano beneficiato del titolo di «eroe» da Berlusconi. Cosa potesse pensare oggi Paolo Borsellino di questa situazione istituzionale non è lecito immaginare dato che per i morti vale solo quello che hanno detto e pensato in vita. Noi, però, possiamo dirlo contrastando innanzitutto questa subdola opera di isolamento di giudici come Falcone e Borsellino dal resto dell’ordine giudiziario per poter più facilmente commemorare per un giorno i morti e denigrare per tutto l’anno i magistrati al fine di facilitare la soppressione della loro indipendenza. Non abbiamo attitudini reverenziali verso i magistrati e la inaccettabile sentenza per i fatti di Bolzaneto docet. Il problema, però, è la tenuta democratica dell’amministrazione della giustizia nel suo complesso che questo governo ha deciso di smontare per asservirla all’esecutivo: non saranno certo i discorsi di rito e i volti compassati dei suoi rappresentanti nelle commemorazioni a sanare queste contraddizioni.

 

A piazza Alimonda, sette anni dopo

Genova - Il 20 luglio 2001 la morte di un genovese di 23 anni, Carlo Giuliani, a piazza Alimonda. Il 21 l’assalto di decine di poliziotti ai comandi dei vertici della polizia di Stato alla Diaz di notte che si concluse con 98 feriti alcuni a rischio vita, tutti comunque agli arresti: è per ricordare questi eventi che oggi si va a piazza Alimonda con un corteo che parte da piazza De Ferrari nel primo pomeriggio per essere là, ancora una volta, alle 17,27 il momento esatto in cui sette anni fa partì il colpo da un Defender che uccise Carlo Giuliani ragazzo, come fu scritto sulla targa dell’insegna stradale. E’ per questo che domani sera dal quartiere di San Fruttuoso si sale per via Tolemaide e piazza Alimonda sino alla scuola in via Cesare Battisti ad Albaro. Le due manifestazioni sono ormai un appuntamento fisso delle giornate a ricordo del G8 che ogni anno rilanciano nuovi temi di riflessioni attraverso dibattiti, incontri e mostre. Quest’anno però c’è una variante importante: il sindaco Marta Vincenzi riceverà le vittime della Diaz e Bolzaneto oggi alle 13 a Palazzo Tursi.Un recupero dell’immagine pubblica dopo la scelta dell’amministrazione precedente di non costituirsi parte civile ai processi Diaz e Bolzaneto contro gli imputati e di comparire tra le parti offese solo marginalmente per la rottura di alcuni telefoni nella scuola Pascoli sede del Media center. Le ferite delG8 non sono rimarginate. C’è ancora il buco nero della caserma di Bolzaneto dove non si sono mai fatte marce e manifestazioni perché in quei giorni nessuno sapeva quel che avveniva là dentro. La sentenza di primo grado per Bolzaneto ha aperto un dibattito acceso, tanto che alcuni intendono presentare ricorso alla Corte di Strasburgo. E siccome tanti transitarono dalle botte alla Diaz ai soprusi a Bolzaneto, le vittime della scuola hanno chiesto di entrare per qualche ora nella palestra della Diaz. Soli, senza giornalista.Ma nonostante il parere favorevole del prefetto, le pressioni del sindaco Vincenzi, il nulla osta persino della Questura e le pressioni dell’associazione dei presidi, la direttrice della Diaz s’appiglia all’autonomia scolastica: «Continuiamo a sperare che la situazione si sblocchi – dice il consigliere comunale Antonio Bruno - si tratta solo di un incontro privato chiesto dalle vittime». Paradossalmente il direttore scolastico della media Pascoli, di fronte alla Diaz, ha dato invece l’autorizzazione per ospitare lunedì sera la proiezione di un video di ricostruzione dell’assalto. Intanto proseguono in questi giorni gli incontri. Sia quelli a margine della mostra «Al lavoro- Genova chiama» allestita da Progetto comunicazione a Palazzo Ducale che quelli organizzati dal Comune. Stamattina al Munizioniere di Palazzo Ducale si parla di tortura insieme al presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura Mauro Palma e diversi altri. Domani alle 18 al circolo Arci conversazione con chi il G8 non l’ha visto perché troppo giovane. Alle 18,30 al teatro Garage di via San Fruttuoso Gloria Bardi presenterà il dossier Genova G8. Martedì pomeriggio tornando al Ducale, dibattito sul meccanismo repressione-violenza e la collaborazione fra le polizie europee con i sociologi Salvatore Palidda dell’università di Genova e Jean-Pierre Masse di Scienze politiche di Parigi e Matthias Monroy di Gipfelsoli Infogruppe. Martedì pomeriggio, Mario Portanova presenta a Palazzo Rosso «Inferno Bolzaneto» sulla requisitoria dei pm. E per chiudere un altro ritorno, quello dell’ex voce della Mano Negra, Manu Chao sabato 26 luglio alla Fiera del mare, a pochi metri da dove aveva tenuto il concerto nel 2001.

 

Statali verso lo sciopero - Mauro Ravarino

Statali sotto attacco. Il mirino di Brunetta è puntato, da tempo. Si grida ai fannulloni ma si spara nel mucchio. E come se non bastasse arriva l’annuncio che la manovra economica taglierà 400 milioni di euro destinati ai rinnovi contrattuali. Una gogna. Il sindacato non ci sta e rompe gli indugi, parlando esplicitamente di sciopero. «Il re è nudo» commenta Carlo Podda, segretario generale della funzione pubblica Cgil, che aggiunge: «Se l’esecutivo continua su questa linea a settembre lo sciopero sarà inevitabile». I toni tra i confederali sono diversi, ma la critica è serrata. L’autunno che arriverà sarà sicuramente bollente. La notizia o meglio la batosta di giornata è questa: ci saranno 400 milioni di euro in meno per i rinnovi contrattuali e gli adeguamenti retributivi del personale delle amministrazioni statali per il triennio 2009-2011. Un taglio inserito nel maxiemendamento alla manovra economica: «Il fondo per interventi strutturali di politica economica - si legge nel testo - è integrato dell’importo di 500 milioni di euro per l'anno 2008 e di 2.340 milioni a decorrere dall’anno 2009». Ma come è possibile? Nella stesura originaria del decreto legge erano stati previsti 2.740 milioni. Dove sono finiti? Andranno in un fondo del ministero dell’Economia «per il finanziamento di misure di proroga di agevolazioni fiscali», rivolte al settore agricolo. Scoppia subito la polemica e il governo corre ai ripari. Prima con il sottosegretario Vegas che nega i tagli: «Il decreto conteneva per il 2009 non solo le somme per i contratti del pubblico, ma anche 500 milioni per altri interventi. Dopo l’esame delle commissioni della Camera, 400 milioni di questi sono stati ridestinati ad agevolazioni fiscali, senza però intaccare il rinnovo». Poi con il ministro Brunetta che precisa: «C'è l'impegno del governo a mettere i soldi in finanziaria per il rinnovo del contratto, in linea con quanto previsto in base all’inflazione programmata». Ed è proprio sui numeri dell’inflazione che si annidano i giochetti più insidiosi. Quella effettiva è del 3,8% (dati Istat, giugno), quella programmata dal governo è dell’1,7%. Mentre quella secondo cui era stato stabilito lo stanziamento originario per il rinnovo era del 3,2%. «Che significa - si domanda Michele Gentile, Fp Cgil - hanno ancor più abbassato il dato inflattivo? Già erano pochi prima i fondi, con tutto il potere d’acquisto perso dai lavoratori, ora fanno pure marcia indietro». Stando così le cose, la mobilitazione sarà d’obbligo. Per Carlo Podda, segretario della categoria in Cgil, questi tagli non ricadranno solo sugli stipendi dei pubblici che si vedranno, con lo stanziamento di 2,8 miliardi di euro, 8 euro lordi in più al mese per il 2008 e 60 per il 2009. Ma ci saranno anche meno servizi per i cittadini: «Meno fondi per l’apertura dei musei la domenica e per le mostre speciali. Ci saranno - spiega Podda – anche meno servizi nella sanità, come ha detto Formigoni, che non può certo essere tacciato di ostilità politica, e non saranno più finanziati progetti per ridurre l’evasione, né quelli dell’Inps per quella contributiva». Attualmente, gli incrementi salariali previsti sono per i sindacati insoddisfacenti, a fronte di un aumento delle bollette, del prezzo del petrolio e del costo della vita. «I soldi stanziati per quest’anno valgono lo 0,3% di inflazione» precisa Gianni Baratta, segretario confederale Cisl, che però considera lo sciopero «un’extrema ratio», ma allo stesso tempo aggiunge: «Stando a questi numeri il confronto sarà molto complicato». Più in sintonia con la posizione della Cgil è la Uil che con il segretario confederale Paolo Pirani precisa: «Senza contratti l’unica strada è la mobilitazione. Posso capire un confronto su come distribuire le risorse puntando a produttività e merito, ma non ci si può basare solo su tagli indiscriminati». Dopo la decurtazione del «salario accessorio» (fino a 9 mila euro), è arrivata un’altra patata bollente per i dipendenti pubblici.

 

Lavoro nero. Un tesoretto da 90 miliardi l’anno

Supera i 90 miliardi di euro all’anno, pari al 6,5% del Pil, il valore economico del lavoro irregolare in Italia. Lo rileva l’associazione degli artigiani di Mestre (Cgia), secondo la quale il lavoro nero sottrae all’erario un gettito fiscale di 33,5 miliardi di euro, tra contributi e imposte non versate, pari a 573 euro pro capite. Altrochè «tesoretto», a scavare anche solo un pochino nel nero del sommerso si potrebbe arrivare a trovare moneta per qualche finanziaria. E dire che invece il governo Berlusconi sta facendo di tutto per smantellare misure e leggi precedentemente prese dal governo Prodi. Che, va riconosciuto, iniziavano a dare i risultati sperati.  Complessivamente, secondo lo studio della Cgia, l’economia sommersa vale la cifra record (in Europa) di oltre 254 miliardi di euro (il 17,8% del prodotto interno lordo nazionale), un terzo della quale sarebbe rappresentata appunto dal lavoro nero. A fare la parte del leone, secondo lo studio, sono le regioni del Mezzogiorno. In testa, la Calabria, dove il lavoro irregolare costituisce il 17,4% del Pil. Segue la Basilicata (con il 13,5%), la Sicilia (con il 12,8%), e la Campania (12,3%). Chiudono la drammatica classifica il Veneto (con il 4,6%), la provincia autonoma di Trento (4,5%), l’Emilia Romagna (4,2%) e la Lombardia (3,7%). Gli artigiani di Mestre calcolano anche gli effetti del lavoro nero sulle imposte evase per ogni singolo residente di ciascuna regione. In Calabria, il dato record, con 990 euro per residente che ogni anno mancano all’appello. Chiude la classifica la Lombardia con 422 euro all’anno per ciascun residente.

 

La Turchia sospesa. “O prendiamo il volo o ci schiantiamo”

Orsola Casagrande

ISTANBUL - Entrando nella redazione di Taraf si passa attraverso un metal detector che sembra quello di un aeroporto. E’ l’aspetto più evidente delle condizioni di pericolo in cui vivono questi 80 giornalisti capitanati da un coraggioso scrittore e intellettuale turco, Ahmet Altan. In Italia è appena uscito per i tipi di Bompiani un suo affascinante romanzo, «L’amore è come la ferita di una spada». Ma oggi Altan non ha molto tempo per i romanzi. E’ stato lui nelle scorse settimane a denunciare l’affaire Ergenekon. Ogni giorno Taraf (che significa “parte” perchè come recita il sottotitolo pensare significa schierarsi) pubblica nuovi documenti che rivelano la complessità e la collusione tra i vari poteri della vita politica turca. E per questo è sotto i riflettori. Partiamo da Taraf. E’ un giornale indipendente, l’unico del suo genere nel panorama dei media turchi con una simile tiratura. Attualmente tiriamo65mila copie. Non abbiamo connessioni né con partiti né con altri media. Siamo un giornale democratico fatto da giornalisti di sinistra democratici. Copriamo le notizie che altri giornali non coprono in Turchia, scriviamo dell’esercito, di Ergenekon. Siamo nati a ottobre. Il comando generale dell’esercito vi ha spedito un fax chiedendovi di consegnare i documenti sul presunto piano di golpe. La pressione è tanta… Siamo sempre sotto processo, abbiamo seri problemi finanziari: le banche ci hanno tagliato praticamente ogni forma di credito. Ci aspettiamo una perquisizione in qualunque momento. La Turchia sta attraversando un momento di crisi particolare: da una parte Ergenekon e dall’altra i processi che chiedono la chiusura dell’Akp e del Dtp. Diciamo che siamo al momento del decollo, il momento più difficile per un aereo. Siamo di fronte a uno scontro molto duro tra democratici e antidemocratici con questi ultimi che cercano di impedire il decollo. Perchè decollo per la Turchia significherebbe diventare membro dell’Unione europea, con leggi conformi a quelle europee. Ci sarebbe democrazia e gli antidemocratici in questo paese non lo vogliono. Se riusciranno a impedire il decollo diventeremo una sorta di dittatura. Un incubo. Purtroppo ancora non è chiaro se decolleremo o ci schianteremo. Eppure se da una parte l’esercito è contrario all’Europa dall’altra non disdegna fare affari con l’Europa. Pensiamo a Oyak (società dell’esercito). E’ vero. Dalla nascita della repubblica l’esercito è sempre stato al centro della politica turca, a volte apertamente a volte dietro le quinte. Se la Turchia entrerà nella Ue i militari dovranno tornare nelle caserme, non potranno più intervenire nella vita politica del paese. Non è ovviamente l’esercito nel suo complesso a agire così ma una parte a livelli alti che vuole ancora la vecchia Turchia non la nuova parte dell’Europa. Si fa spesso un paragone tra Ergenekon e la Gladio italiana. Però la Gladio italiana aveva un nemico preciso, i comunisti. Le cose sembrano meno definite qui in Turchia. E’ certamente così: il nemico qui è il popolo, la società civile. La gente oggi in Turchia vuole eleggere il partito che vuole, dire la sua nella vita politica del paese. Ergenekon cerca di impedirlo. Non vuole che la popolazione scelga. E’ contro la democrazia. Vuole controllare la gente, dominarla. Quanto è importante ancora la guerra contro i kurdi? L’esercito ha bisogno di un nemico oltre che della guerra. E se non lo trova all’esterno lo trova internamente. Prima erano i comunisti, poi i kurdi e adesso gli islamici. I militari sostengono che l’Akp introdurrà la sharia in questo paese. E addirittura che lo farà con il sostegno della gente. Dicono che la gente non è intelligente, non sa chi scegliere e per questo la democrazia non va bene per la Turchia. Vogliono costruire una nuova repubblica che è ancora peggiore della vecchia. In altre parole lo scopo è impedire alla gente di diventare protagonista della vita politica del paese. L’Akp saprà rispondere all’attacco dell’esercito? Non penso che l’Akp sia forte ma ha una base potente, per esempio in Anatolia. Lì la gente vota Akp perchè rappresenta la democrazia. In Anatolia oggi si produce ricchezza, si esportano merci e la gente si   arricchisce. E siccome ha soldi pensa di potere avere il suo partito al governo. Se l’Akp verrà chiuso rinascerà con un altro nome. Ci saranno nuove elezioni, un nuovo partito e nuove risposte ai militari. Del resto hanno provato a cancellare Akp l’anno scorso e la risposta della gente è stata chiara. La gente ha votato per Akp ma è stato un voto anche contro l’esercito perché vuole democrazia e libertà e vuole dire che questo paese appartiene a loro. Non sono ospiti qui e hanno il diritto di dire la loro. Vogliono potere politico, il loro partito. E l’avranno perchè nessuno può fermare la gente. Quanto influisce questa situazione sull’economia? L’economia turca è meglio della politica. Prima o poi arriveranno allo stesso livello, nel senso che o la politica diventerà parte dell’economia o sarà l’economia a prendere fattezze politiche. Fra poco sapremo chi prevarrà. E poi c’è il ruolo dei media. I media tradizionalmente sono stati una sorta di portavoce dell’esercito, hanno sempre applaudito ai discorsi dei generali e cercato di portare la gente dalla loro parte. Ma ora sono divisi e credo di poter dire che noi siamo il terzo partito. Possiamo esercitare una certa influenza. Quando hanno mentito abbiamo mostrato la verità. Se prima mentivano sulla realtà o la nascondevano ora non possono più farlo. Che cosa pensi della questione kurda? Sono stato condannato a un anno e mezzo di prigione per il mio pensiero in proposito. Avevo scritto in un articolo intitolato «Atakurt» (gioco di parole tra Ataturk padre dei turchi e Atakurt padre dei kurdi) che ogni turco dovrebbe mettersi nei panni di un kurdo e riflettere su cosa proverebbe. Penso ancora la stessa cosa. I kurdi devono avere la libertà, la democrazia, il diritto di parlare la loro lingua, di insegnarla ai loro figli. Devono essere parte di questo paese, alla pari. Se no i problemi continueranno. Finiamo con lo stato della sinistra… La sinistra ha problemi seri in Turchia come nel resto d’Europa. Il capitalismo ha saputo trovare una nuova via e si è reinventato. Ironia della sorte, lo ha fatto diventando internazionalista mentre la sinistra è diventata sempre più locale. Abbiamo lottato e siamo morti per l’internazionalismo. Oggi vediamo che è il capitalismo a perseguire questo modello, con fini e modi diversi. La sinistra deve trovare nuove risposte. Mi dispiace dire che in Turchia la sinistra somiglia sempre di più al fascismo, si sta chiudendo in un pericoloso nazionalismo.

 

Grande poker costituzionale – Anna Maria Merlo

Parigi - La partita si giocherà su tre-quattro voti di differenza. Domani, il Congresso (Assemblea e Senato riuniti) vota sulla riforma costituzionale voluta da Nicolas Sarkozy, che ha l’obiettivo di rafforzare ancora i poteri del presidente, a scapito di quelli del primo ministro. Per bilanciare, concede maggiore spazio al parlamento che però, vista la sua composizione, di fatto non è che la camera di registrazione delle volontà dell’Eliseo. Sarkozy ha bisogno di una maggioranza di tre quinti per riformare la Costituzione. Il partito socialista e i residui amici del centrista François Bayrou voteranno contro (forse con la sola eccezione dell’ex ministro Jack Lang) e il presidente teme defezioni nella sua stessa maggioranza, da parte dei gollisti storici e dei deputati rimasti fedeli al suo rivale Dominique de Villepin. Per questo nelle ultime ore Sarkozy ha moltiplicato le pressioni. E’ riuscito a convincere i radicali di sinistra, facendo loro balenare una possibile introduzione di una dose di proporzionale nel modo di scrutinio, in un prossimo futuro. Ieri, due fedeli di Villepin si sono a malincuore schierati con Sarkozy. «La nostra astensione – hanno spiegato Hervé Mariton e Georges Tron – era un’espressione moderata del nostro scetticismo,ma un rigetto, possibile, della riforma al Congresso si tradurrebbe in una trappola per la maggioranza e in un’impasse per le riforme di cui il paese ha bisogno». Tra i convinti dell’ultima ora anche Bernard Debré, parlamentare dell’Umo, figlio del padre della Costituzione gollista, Michel Debré, che obtorto collo ha promesso voto a favore. Bayrou ha denunciato ieri il «ricatto a cielo aperto», le «pressioni senza precedenti col bastone e la carota» esercitate sui parlamentari dubbiosi da Sarkozy, che ha trasformato la riforma della Costituzione in un «bluff di poker». La 23esima riforma della V Repubblica. Nel suo cinquantesimo anno di vita, la Costituzione del ’58 subisce la 23esima riforma. Si tratta, per quantità di articoli ritoccati, della più importante di tutte. Sarkozy vuole rivedere 33 articoli su 89. Ma, come spiega il costituzionalista Pierre Avril, «molte disposizioni sono essenzialmente di natura simbolica». La riforma non farà transitare la Francia verso una VI Repubblica, perché il progetto di legge costituzionale, secondo Avril, «è poco coerente». La sola coerenza è scrivere nero su bianco quello che già si verifica di fatto da quando Sarkozy è presidente: la marginalizzazione della figura del primo ministro, con un iper-presidente che, di fatto, conduce la politica della nazione. Il premier, François Fillon, in questi giorni è assente dalla scena politica perché affetto da una sciatica. Malattia altamente simbolica, nel momento in cui si sta per istituzionalizzare la sua marginalizzazione. L’ex ministro della giustizia socialista, Robert Badinter, afferma: «Revisione sì, monocrazia no. La V Repubblica è malata e la malattia si chiama monocrazia. Ne soffre dal ‘62», anno in cui De Gaulle istituì l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Per Badinter, la malattia «si è aggravata con l’istituzione del quinquennio» nel 2002, che ha ridotto da sette a cinque anni la durata del mandato presidenziale e ha invertito l’ordine delle votazioni – prima il presidente, poi l’Assemblea - trasformando di fatto il parlamento in una camera di registrazione del volere dell’Eliseo (anche se, sulla carta, non è esclusa la coabitazione, resa nei fatti però molto improbabile, visto che l’Assemblea è eletta sull’onda della vittoria presidenziale e, come si vede ora con Sarkozy, gli elettori concedono al neo-presidente i numeri per governare). Per Badinter, con la riforma presentata da Sarkozy 1siamo lontani» dalla guarigione della malattia della monocrazia. Anzi. Più poteri al presidente. «Questa riforma non è più una questione tecnica ma politica – insiste Sarkozy – io non sarò il solo ad approfittarne». Il ministro dell’ambiente, Jean-Louis Borloo ha vinto quest’anno il premio del Press Club per una battuta: «Nicolas Sarkozy è il solo ad essere stato obbligato a passare per l’Eliseo per diventare primo ministro». La battuta riassume bene la nuova situazione: Sarkozy non ha potuto andare fino in fondo, come avrebbe voluto, nella marginalizzazione del ruolo del primo ministro, ma con la riforma il presidente potrà esprimersi solennemente di fronte ai parlamentari riuniti in Congresso, prerogativa finora riservata al capo del governo. Dietro questa misura tecnica, c’è un senso politico: «Il pubblico vedrà il presidente della Repubblica fisicamente come capo della maggioranza – spiega Robert Badinter – Cosa diventerà allora il primo ministro, seduto tra i ministri, silenzioso e rimpicciolito?». Non avendo potuto accentrare su di sé tutti i poteri, vista la resistenza dei vecchi gollisti, Sarkozy ha tolto prerogative al primo ministro per darle al parlamento. Il premier non avrà più il controllo dell’ordine del giorno parlamentare, ma dovrà condividerlo con i presidenti dei gruppi parlamentari. Non saranno più i progetti di legge del governo a venire discussi, ma i disegni riscritti dalle commissioni parlamentari. Fino all’ultimo, per paura di mancare di qualche voto, Sarkozy ha cercato di convincere l’opposizione. Ci è riuscito con i radicali di sinistra, facendo balenare una dose di proporzionale. Ha fallito con il Ps (unica eccezione Jack Lang), che considera le proposte fatte al diritto dell’opposizione «assolutamente soddisfacenti» e critica i suoi, che «storcono il naso». Sarkozy ha promesso all’opposizione una commissione mista per stabilire le nuove circoscrizioni elettorali, ha concesso il controllo di parte dell’ordine del giorno parlamentare e la possibilità di «rispondere sui media tutte le volte che il presidente si esprimerà sulla politica francese», con un tempo di parola equilibrato. Ma per il segretario del Ps, François Hollande, si tratta «più di un’elemosina democratica che di vere concessioni». Sarkozy, per di più, non ha concesso nulla sulla composizione del Senato, da sempre feudo della destra, grazie all’elezione indiretta.

 

Il silenzio dei non innocenti

Ginevra - Un altro round dell’interminabile saga sul nucleare iraniano, ieri a Ginevra. Concluso, come quasi tutti i precedenti capitoli, con un nulla di fatto. E l’impegno a rivedersi di qui a un paio di settimane. Tuttavia l’incontro di ieri nella città svizzera non è stato come gli altri. Perché per la prima volta intorno al tavolo c’erano anche gli americani. E non di basso rango. Accanto a Saed Jalili, il capo-negoziatore iraniano, Javier Solana, il responsabile della politica estera dell’Unione europea, e ai rappresentanti dei paesi con seggio permanente (e diritto di veto) al Consiglio di sicurezza - Gran Bretagna, Francia, Cina e Russia, oltre agli Usa - e della Germania, aggregata al gruppo 5 più 1 dei negoziatori occidentali, c’era anche l’americano William Burns, il numero tre del Dipartimento di stato. Burns non ha fatto dichiarazioni ma la sua presenza era vista come una novità significativa in questo tipo di incontri e, forse, è stato il vero risultato «tangibile». Perché per il resto tutto è rimasto come prima o quasi. Alla fine Solana ha definito «costruttivo» l’incontro e ha detto di «sperare» di potersi incontrare di nuovo con Jalili «entro un paio di settimane» per avere in quell’occasione la «risposta chiara» da parte di Tehran che ieri «non c’è stata». Più secche le parole di Sean McCormack, il portavoce del Dipartimento di stato: l’Iran ha due settimane per dare «una risposta chiara» o trovarsi a fronteggiare un isolamento sempre più forte (e forse anche qualcos’altro). Secondo McCormackanche se Burns non ha parlato, il suo messaggio agli iraniani è stato «chiaro e semplice»: l’amministrazione Bush è «seria» nella proporre un pacchetto «di incentivi» ma la proposta potrà essere discussa solo se e quando l’Iran accetti di sospendere il suo programma nucleare. La proposta di scambio è stata chiamata «freeze-for-freeze» e significa che l’Iran dovrebbe interrompere il processo di arricchimento dell’uranio e i 5 più 1 dell’occidente dovrebbero non presentare nuove sanzioni contro l’Iran in Consiglio di sicurezza. Dopo di che, terzo tempo con l’avvio di un negoziato per cercare un accordo a lungo termine sul riconoscimento del diritto iraniano a sviluppare l’energia nucleare per propositi civili e arrivare alla revoca delle sanzioni già esistenti contro Tehran. Finora i negoziati sono sempre andati a infrangersi sul punto della sospensione del programma iraniano di arricchimento dell’uranio. L’Iran del presidente Ahmadinejad sostiene il suo buon diritto a portare avanti lo sviluppo del nucleare, difendendone il carattere «pacifico» e l’assoluta liceità nei termini del Trattato di non proliferazione nucleare (di cui Tehran è firmatario). Jalili dopo l’incontro ha detto che anche lui ha messo sul tavolo «idee positive» che le potenze occidentali non dovrebbero lasciar cadere nel prosieguo dei negoziati. Ma un esponente anonimo della delegazione iraniana ha gelato le speranze affermando - anzi ribadendo - che «non ci sono possibilità» che l’Iran congeli il programma di arricchimento dell’uranio. Necessario, ha aggiunto, per soddisfare bisogni energetici del paese a parte e oltre il petrolio. Non è chiaro se qualcosa si stia muovendo sullo scacchiere diplomatico, in particolare fra i due principali protagonisti della contesa. Gli Stati uniti, spinti da un Israele che la debolezza del premier Olmert rende ancor più pericoloso, sono fermi alla posizione di sempre: «cooperation» o «confrontation». Mala presenza di Burns al tavolo di Ginevra - è la prima volta dopo l’incontro dell’anno scorso a livello di ambasciatori sulla sicurezza dell’Iraq - potrebbe indicare qualcosa. L’Iran dal canto suo era impensabile potesse dare una risposta immediata al pacchetto «freeze-for-freeze» ma non è chiaro se Tehran voglia solo guadagnare tempo o se debba fronteggiare divisioni al suo interno. Sullo sfondo rimangono sempre le minacce di un intervento militare. Dell’America o di Israele o dell’America e di Israele. Mentre i negoziati vanno avanti e dovrebbero proseguire, secondo gli impegni e gli auspici, nelle prossime settimane, le parti in causa non cessano di flettere i muscoli e di mandarsi segnali bellicosi. Israele ostenta manovre aeree a 1500 km dal suo territorio, gli Stati uniti allertano la flotta nel golfo Persico, l’Iran testa missili in grado di raggiungere il territorio israeliano e minaccia di colpire le decine di basi Usa in Medio Oriente.

 

Repubblica – 20.7.08

 

La spazzatura di Napoli e quella del governo - EUGENIO SCALFARI

Napoli restituita all'Occidente è uno slogan enfatico che Berlusconi ha usato per celebrare lo sgombero dei rifiuti dopo 56 giorni dall'inizio dell'operazione. Un po' enfatico ma tuttavia adatto alla circostanza. Erano infatti sette od otto anni che il problema dei rifiuti, con alti e bassi, affliggeva la città e la provincia. I responsabili sono molti: il governo di centrodestra 2001-2006, il governo Prodi 2006-2008, il sindaco Russo Jervolino, il presidente della Regione Bassolino, la società Impregilo, alcuni dei commissari che si sono succeduti, Pecoraro Scanio ministro dell'Ambiente. E soprattutto la camorra. Ma il culmine del disastro è avvenuto nel biennio prodiano e il centrosinistra ne porta la responsabilità. Berlusconi da quel grande comunicatore che è l'ha capito al volo, ci ha impostato la campagna elettorale e poi i primi atti del suo governo. Dopo due mesi ha risolto il problema. Non era poi così difficile ma segna la linea di confine tra chi privilegia il fare sul mediare, tra chi ha carisma e chi non ce l'ha. Dopodiché Berlusconi resta quello che è, un venditore al quale il successo ha dato alla testa, un egocentrico, un populista, un demagogo. Ma se non gli riconosciamo i pochi meriti che ha e soprattutto i demeriti dei suoi avversari su questo specifico tema diventa difficile criticarlo come merita di esserlo e con la durezza che la situazione richiede. Quanto a tutto il resto, dare consigli al nostro presidente del Consiglio su come dovrebbe governare è tempo perso: lui, come scrisse Montanelli quando lasciò la direzione del "Giornale", si ritiene un incrocio tra Churchill e De Gaulle. Dare consigli a Tremonti è addirittura patetico: il pro-dittatore della nostra economia pensa e dice che Berlusconi gli è spesso d'impaccio. Tra i due s'è aperta negli ultimi tempi una gara di megalomania di dimensioni patologiche che dovrebbe seriamente preoccupare i loro collaboratori, i loro alleati e soprattutto i cittadini da loro sgovernati. Personalmente credo che la cosa più utile sia quella di filmare, fotografare, raccontare alcuni passaggi significativi dei due "statisti" con l'intento di risvegliare la pubblica opinione; tentativo che ha già avuto qualche successo se è vero che i più recenti sondaggi registrano un calo di dieci punti nei consensi del capo del governo tra giugno e luglio. Per quanto riguarda il pro-dittatore dell'economia non si hanno ancora dati ma il mugugno cresce e si diffonde. La polizia di Stato scende in piazza, famiglie e lavoratori sono sempre più incattiviti, tra gli imprenditori grandi e piccoli preoccupazione e malcontento si tagliano a fette, i leghisti scalpitano, Regioni e Comuni sono sul piede di guerra. Non è propriamente un bel clima e molti segnali dicono che peggiorerà. La fotografia più tragica di Berlusconi (tragica per il Paese da lui rappresentato) ci è arrivata dal G8 di Tokyo. Terminate le riunioni di quell'ormai inutile convegno di impotenti, il nostro "premier" ha dato pubblicamente le pagelle agli altri sette protagonisti come fanno i giornali sportivi dopo le partite di Coppa e di Campionato. Con i voti e le motivazioni. Il nostro ha dato le pagelle sul serio. Poi, con appena un pizzico di ironia, l'ha data anche a se stesso concludendo che il migliore era lui. Tre giorni dopo, parlando ai parlamentari del suo partito, ha ricordato che quello di Tokyo era il terzo G8 cui partecipava e saranno quattro l'anno prossimo. "Non merito un applauso?" ha detto ai suoi deputati. Naturalmente l'ha avuto. Come si fa a giudicare un uomo così, che arriva al punto di tirare in ballo Maria Goretti quando parla della Carfagna? Che ha immobilizzato la politica per sfuggire ad un suo processo? Che per bloccare il prezzo del petrolio propone una riunione dei paesi consumatori per determinarne il livello massimo? Che accusa di disfattismo tutti quelli sono pessimisti sull'andamento dell'economia internazionale e italiana? E il pessimismo di Tremonti allora? Non è il suo superministro dell'economia? Siamo nel più esilarante e tragico farnetico. Di Giulio Tremonti, tanto per cominciare, voglio ricordare tre recentissimi passaggi. Il primo riguarda i condoni da lui effettuati durante la legislatura 2001-2006. Qualche giorno fa la Corte di Giustizia dell'Unione europea ha condannato l'Italia per il condono sull'Iva del 2002 e per il condono "tombale" del 2004. La motivazione è durissima: "Richiedendo il pagamento di un'imposta assai modesto rispetto a quello effettivamente dovuto, la misura in questione ha consentito ai soggetti interessati di sottrarsi agli obblighi ad essi incombenti. Ciò rimette in discussone la responsabilità che grava su ogni Stato membro di garantire l'esatta riscossione dell'imposta. Per questa ragione la Corte dichiara che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi degli articoli..." eccetera eccetera. Stupefacente il commento di Tremonti con una nota ufficiale del suo ministero: "Messaggio ricevuto. Per il futuro c'è un esplicito impegno del governo ad evitare nuovi condoni". Bene. I lettori ricorderanno che in tutto quel quinquennio la politica economica di Tremonti fece dei condoni lo strumento principale insieme ad altri trucchi della cosiddetta finanza creativa. La ragione di questa bizzarra e bislacca strategia fu quella di invogliare i contribuenti disonesti a patteggiare su una base minimale che procurasse tuttavia entrate capaci di far cassa fino al mutamento congiunturale che Tremonti dava per imminente. Ma poiché quel mutamento tardava, l'evasione aumentava e il debito pubblico anche, il risultato fu che nel 2006 Tremonti consegnò a Padoa-Schioppa un'economia a crescita zero, un deficit del 4,6 del Pil, l'Italia sotto inchiesta europea per infrazione degli accordi di stabilità e l'avanzo primario tra spese e entrate annullato. Spettò a Padoa-Schioppa e a Visco di raddrizzare quella catastrofe, cosa che riuscirono a fare in meno di un biennio senza imporre alcuna nuova tassa né aumentare alcuna aliquota ed anzi abbassando di 5 punti le imposte sulle imprese e sul lavoro. Messaggio ricevuto, dice oggi Tremonti. Il quale ovviamente sapeva di violare con i suoi condoni le regole della Comunità europea e di fare contemporaneamente un enorme favore agli evasori. Secondo passaggio. Tremonti ha presentato lo sgravio dell'Ici indicando una copertura di 2.600 miliardi. Successive analisi della Commissione bilancio e del servizio studi del Senato hanno accertato che il costo di quella misura era di un miliardo e mezzo in più. Un ministro-statista del calibro di Tremonti non dovrebbe presentare provvedimenti scoperti per oltre un terzo. Adesso comunque la copertura è saltata fuori. Da dove non è chiaro. Perciò domando: da dove? Mi si dice: nelle pieghe del bilancio c'è sempre qualche riserva. Qualche tesoretto? O che cosa? Terzo passaggio. Polizia e Carabinieri stanno facendo il diavolo a quattro per i tagli al ministero dell'Interno e della Difesa. Hanno ragione. Anche Berlusconi, anche Maroni, anche La Russa stanno strepitando. Ed ecco la brillante idea: ci sono caserme e immobili del demanio da vendere. Vendiamole e col ricavato diamo un po' di soldi alla Polizia e ai Carabinieri. In realtà quando si vende un bene del demanio, cioè del patrimonio dello Stato, il ricavato dovrebbe andare a diminuzione del debito pubblico. Non è così, onorevole ministro? Non a spese correnti, tanto più che i ricavi di una vendita sono "una tantum" e allora? Tre passaggi, tre fotogrammi, un personaggio. Un po' bugiardino. Con poca coerenza e molta "volagerie" negli atti e nelle opinioni. A lui sono affidati i nostri destini economici, mi viene la pelle d'oca al solo pensiero. Tralascerei il capitolo che i giornali hanno intitolato: "Brunetta e i fannulloni". Se non per dire che gran parte delle regole sulle visite fiscali e le sanzioni contro gli assenteisti risalgono al 1998. Non furono applicate perché per effettuare seriamente i controlli previsti ci voleva (e ci vorrà) un apparato organizzativo più costoso dei vantaggi di efficienza da conseguire. Brunetta però ha ragione: lo sconcio dell'assenteismo e ancor più del doppio lavoro dovrebbe esser represso. Ma la faccia feroce serve a poco. Ci vuole un approccio appropriato. Per esempio la responsabilità dei dirigenti. Basterebbe controllarli da vicino e stabilire per loro premi o sanzioni sulla base dei risultati. Quanto all'idea di azzerare i premi esistenti incorporati negli stipendi, tutto si può fare salvo schierare un ministro contro al categoria da lui amministrata. Si finisce con lo sbatterci il muso e farsi male. Scusatemi se torno su Tremonti ma il personaggio merita attenzione. Dice che quella che stiamo attraversando è la crisi internazionale più grave dal 1929 e forse peggio di allora. Dice che fu il solo ad averlo capito fin dal giugno 2007. Veramente in quegli stessi giorni lo scrisse anche Stiglitz, premio Nobel per l'economia, lo scrisse anche Nouriel Roubini, docente alla New York University e, assai più modestamente, anche il sottoscritto. Comunque Tremonti capì e me ne rallegrai a suo tempo con lui. Ma visto che aveva capito, sapeva fin da allora che soldi da buttar via non ci sarebbero stati. Perciò avrebbe dovuto fermare la mano di Berlusconi quando promise in campagna elettorale l'abolizione dell'Ici e l'effettuò nel suo primo Consiglio dei ministri. Avrebbe risparmiato 4 miliardi di euro, un vero tesoretto da destinare alla detassazione dei salari. Invece non l'ha fatto. Quattro miliardi buttati al vento. Non va bene, onorevole Tremonti. So che lei ha in mente di utilizzare la Cassa depositi e prestiti, il risparmio postale e le Fondazioni bancarie per finanziare le infrastrutture. E' un progetto ardito, soprattutto ardito usare il risparmio postale. Comunque, di quali infrastrutture si parla? Quelle disegnate col gesso da Berlusconi nel 2001 sulla lavagna di Vespa e rimaste al palo? Vorremmo un elenco, le priorità, il rendimento e l'ammontare delle risorse. Si tratta comunque di progetti ad almeno tre anni. Nel frattempo dovranno intervenire le banche. Sempre le banche. Per Alitalia, per le infrastrutture, per gli "swap", per i mutui immobiliari. Intanto i tassi salgono, gli oneri per il Tesoro aumentano, la pressione fiscale non diminuirà. La sua Finanziaria è piena di buchi e dove non ci sono buchi ci sono errori di strategia. Lei ha gratificato D'Alema con l'appellativo di statista. D'Alema se lo merita immagino l'avrà ringraziata. Ma non s'illuda con questo di averne fatto un suo "supporter". D'Alema è amabile ma molto mobile, cambia spesso scenario. E poi, se lei ha bisogno dell'opposizione per discutere di federalismo fiscale, non le basterà D'Alema. Ci vorrà tutto il Partito democratico, ci vorranno le Regioni e Comuni, ci vorranno le parti sociali. Non credo che il vostro federalismo diventerà legge in nove minuti e mezzo. Giorni fa ho rivisto dopo cinquant'anni sulla tv "La7" il film "Accattone" di Pier Paolo Pasolini che fu presentato a Venezia suscitando allora vivaci discussioni. E' un film di un'attualità sorprendente e sconcertante. Racconta di un "magnaccia" che ne fa di tutti i colori fino al punto di rubare la catenina d'oro dal collo di suo figlio, un bambinetto di quattro anni, per sedurre una ragazza e poi avviarla sulla strada della prostituzione. Il tutto sullo sfondo delle baraccopoli della Roma degli anni Cinquanta, una desolazione e un degrado senza limiti tornato oggi di tremenda attualità, campi nomadi e povertà straniera e nostrana. Il ministro Maroni dovrebbe vederlo quel film, ne trarrebbe grande profitto. Fa bene a preoccuparsi dei bambini "rom", che rappresentano tuttavia una goccia nel mare delle violenze contro bambini e donne all'interno delle famiglie. Delle famiglie italiane, quelle degradate ma anche quelle apparentemente non degradate. Comunque, prendere impronte a bambini è violenza. Magari a fin di bene ma sempre violenza. Uno stupro dell'innocenza. Maroni l'ha promesso ai suoi elettori ma questo non lo assolve perché uno stupro è pur sempre uno stupro. Stuprare l'innocenza d'un bambino è un fatto gravissimo. Questo sì, è un tema che vale una piazza, cento piazze, mille piazze.

 

La Stampa – 20.7.08

 

Boom dei prezzi col trucco - MARCO SODANO

L’estate 2007 sarà ricordata come quella dei subprime e il via alla corsa del carogreggio. L’estate 2008, di conseguenza, si prepara a diventare quella dell’austerità e del boom dei prezzi col trucco. I commercianti faticano a portare gli italiani nei negozi anche nella stagione dei maxisconti: sei su dieci dicono che i saldi vanno male, le famiglie non spendono più. Nel frattempo è arrivata sul tavolo di Mister Prezzi la relazione sull’attività di controllo della Guardia di Finanza. Risultato? Nei primi sei mesi del 2008 si sono impennate le infrazioni alla legge sull’esposizione dei prezzi al pubblico scovate dalle Fiamme gialle: su 10.100 controlli gli agenti hanno compilato 1.150 verbali, il 45% in più dell’anno scorso. I controlli - spiega il generale della Gdf Giuseppe Vicanolo, in servizio al Comando generale - si fanno sulle merci «su cui registriamo dinamiche anomale». L’indagine è minuziosa: «Rileviamo il prezzo esposto, lo confrontiamo con quello pagato al fornitore leggendo la fattura. Calcolato il guadagno del commerciante, scegliamo le categorie su cui concentrare i controlli». Lo scopo dei controlli è mettere insieme i dati per gli studi di settore che determinano il reddito di alcune categorie di lavoratori autonomi in automatico. Dopodiché, continua Vicanolo, «ci imbattiamo sempre più spesso in violazioni della legge sull’esposizione dei prezzi». I commercianti furbetti, insomma, non mettono il cartellino regolamentare (che la legge vuole «chiaro e ben leggibile»), in qualche caso non lo mettono per niente perché - commenta l’alto ufficiale - «è ovvio che alla cassa diventa più facile chiedere quel che si vuole», sforando dai ricarichi legittimi. E dal momento che nei casi singoli si tratta di cifre minime, facile farla franca. Il consumatore si troverà la stangata solo a fine mese, quando calcolerà quanto ha speso al mercato nelle quattro settimane. Guadagnare sì, straguadagnare no: «quest’anno - conclude Vicanolo - il numero di infrazioni s’è impennato». La lista dei prodotti soggetti a verifica, insomma, è lo specchio fedele delle categorie più tartassate dai prezzi col trucco scoperti dai finanzieri: in testa alla classifica ci sono i generi alimentari, a cominciare da pane, latte, formaggi e carne. Seguono bar e ristoranti. Non c’è da meravigliarsi se gli italiani hanno preso i provvedimenti del caso. Secondo l’ultimo rapporto dell’Isae quest’anno si sono ridotti proprio i consumi di carne bovina (del 3,%), di frutta (-2,6) e olio d’oliva (-2,8%). E l’ultimo sondaggio Fipe (l’associazione che raccoglie i ristoratori) dice che il 44% dei consumatori non è andato neppure una volta a mangiare fuori nell’ultimo mese: il 24,5% è riuscito ad andarci una volta. Italiani prudenti, insomma, quando portano il portafogli alla mano. Si torna così ai saldi: Federmoda Italia racconta «un clima di prudenza negli acquisti che risente inevitabilmente della bassa crescita e dei consumi che non ripartono», parola del presidente Renato Borghi. Senza dimenticare che «circa i 2/3 dei commercianti puntano sui saldi per recuperare una parte di fatturato, certo non marginale, che hanno perso durante l’anno con la crisi dei consumi». Altrimenti, neppure loro andranno più al ristorante. O per saldi.

 

Guerra agli sprechi - LUCA RICOLFI

Tagli alla sanità. Tagli alla scuola. Tagli all’università. Tagli alla giustizia. Tagli alle forze dell’ordine. Tagli agli enti locali. La manovra per il triennio 2009-2011 che il governo sta completando in questi giorni sembra un bollettino di guerra. E come una guerra, infatti, la vivono gli interessi colpiti: le università protestano, medici e magistrati minacciano scioperi, i governatori litigano con il ministro dell’Economia, i sindaci si arrabbiano, i poliziotti manifestano contro il governo. Per le opposizioni è una pacchia: finalmente tutti in piazza. Alla manifestazione delle forze di polizia persino Di Pietro e Veltroni - giusto freschi di divorzio - si ritrovano di nuovo insieme, o «uniti nella lotta» come si diceva una volta. Però c’è qualcosa che non torna. Prima delle elezioni Veltroni aveva promesso (o minacciato...) di ridurre la spesa pubblica a un ritmo di 15 miliardi l’anno, oggi il governo sta intervenendo a un ritmo un po’ più lento. In poche parole, il governo di centro-destra sta facendo meno di quel che il Partito democratico aveva intenzione di fare se avesse vinto le elezioni. Piacerebbe sapere se il Pd ha cambiato idea sui conti pubblici. O se Veltroni protesta perché - secondo lui - bisognerebbe tagliare ancora di più (ma allora perché manifesta con chi si oppone ai tagli?). Si potrebbe obiettare che, in realtà, il Partito democratico non è contrario ai tagli in sé, ma vorrebbe che andassero a colpire gli sprechi e solo gli sprechi, lasciando invariati i servizi ai cittadini. Benissimo, ma allora non capisco perché, anziché indicare con precisione i settori su cui intervenire e gli strumenti per farlo, si preferisce cavalcare la protesta delle categorie colpite. Perché l’opposizione non dà battaglia sulla struttura dei tagli, anziché fomentare la naturale resistenza delle corporazioni toccate dalla manovra? Dico questo perché, purtroppo, da questo punto di vista la manovra del governo di limiti ne ha molti. Andando all’osso, direi che il difetto di fondo della manovra è che inizia la guerra contro gli sprechi senza aver predisposto i mezzi per vincerla. Quindi, probabilmente, finirà per perderla, con vantaggio (immediato) per le opposizioni, e danno permanente per il futuro dell’Italia. Per capire che cosa manca all’azione di governo bisogna prima fare un passo indietro e dire qualcosa sull’entità e la distribuzione degli sprechi. Una valutazione molto prudente degli sprechi della Pubblica Amministrazione suggerisce che essi siano pari ad almeno 80 miliardi di euro l’anno, ossia circa dieci volte i tagli previsti per il 2009 in tutti i ministeri. Tali sprechi, tuttavia, non sono distribuiti in modo uniforme né per funzione né - soprattutto - per territorio. Non solo ci sono territori virtuosi e territori inefficienti, ma la graduatoria di efficienza cambia da settore a settore. Nella regione in cui abito (il Piemonte), ad esempio, ci sono pochi sprechi nella scuola, pochissime pensioni a falsi invalidi, ma grandi sprechi nella sanità. In altre regioni (ad esempio la Lombardia) gli sprechi sono al minimo in quasi tutti i settori. In altre ancora (ad esempio la Calabria) sono enormi un po’ in tutti i settori. Conclusione: le differenze fondamentali sono di natura territoriale, specie fra Centro-Nord e Mezzogiorno, ma a seconda degli ambiti la graduatoria degli sprechi può variare sensibilmente. Per aggredire le inefficienze della Pubblica Amministrazione occorrono dati di sfondo analitici e condivisi, e obiettivi di riduzione degli sprechi differenziati almeno per settore e per territorio. Sulla sanità, ad esempio, è perfettamente ragionevole che le regioni che hanno meglio amministrato pretendano premi (più risorse per investimenti) e non abbiano alcuna intenzione di pagare per i disastri delle regioni in dissesto. Ma non basta. Anche se il governo avesse la capacità di localizzare con esattezza i punti di massimo spreco, resterebbe il problema di dare agli amministratori periferici - siano essi il governatore di una regione, il direttore di una Asl o il preside di una scuola - gli strumenti politici, amministrativi e giuridici per rimettere le cose a posto in un tempo ragionevole. Per fare un esempio: va bene imporre risparmi alle Università, magari non rimpiazzando tutti i professori che vanno in pensione, ma è iniquo imporre una regola uniforme su tutto il territorio, visto che ci sono università (relativamente) virtuose e università che hanno irresponsabilmente dilapidato le risorse pubbliche. Queste cose molti ministri le sanno perfettamente, e le hanno spesso ripetute. Fu Tremonti, in campagna elettorale, a parlare di obiettivi di risparmio differenziati territorialmente. Ed è stato il medesimo Tremonti, pochi giorni fa alla Camera, a dire a proposito del futuro assetto federale: «Non partiamo dalla spesa storica, che contiene le distorsioni storiche». Così come si potrebbero citare innumerevoli interventi di Brunetta, Sacconi, Gelmini, Calderoli, che vanno nella medesima direzione. Il problema, però, è che un conto sono i principi, un conto è la loro traduzione concreta in leggi, norme, regolamenti, circolari. È su questo secondo piano che la manovra mi pare insoddisfacente, per non dire improvvisata. Senza obiettivi di risparmio disaggregati per territorio e per settore, senza nuovi strumenti di governo della Pubblica Amministrazione, i tagli - specie quando intervengono sui consumi intermedi, dalle stampanti per i tribunali alla benzina per le volanti della polizia - rischiano di mettere altra sabbia negli ingranaggi di una macchina già fin troppo arrugginita e logora. Né si dica che, tanto, in autunno è in arrivo il federalismo: il problema è precisamente il raccordo (anche tecnico) fra manovra centrale e federalismo, sempre che quest’ultimo non si areni nelle secche delle discussioni parlamentari. La manovra c’è ma il suo impianto resta prevalentemente macro-economico, il federalismo le affiancherà micro-meccanismi territoriali (si spera) virtuosi, ma non è ancora nato. Spero di sbagliarmi, ma la mia impressione è che - nonostante l’introduzione di alcuni incentivi e disincentivi, ad esempio in materia di sanità e di costi della politica - i tagli restino poco selettivi e i premi alle amministrazioni virtuose decisamente inadeguati, se non altro perché spesso non sono premi ma «sconti di pena» (minori tagli). Può sembrare soltanto una questione di «giustizia territoriale», ma non è così. Esaurite quasi del tutto le armi della politica monetaria e della politica fiscale, per far ripartire l’Italia ci resta una sola carta importante: rendere molto più efficiente la Pubblica Amministrazione, eliminando gli sprechi e solo gli sprechi. Solo così sarà possibile ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese, solo così sarà possibile completare lo stato sociale, dagli asili nido agli ammortizzatori sociali. E poiché gli sprechi variano enormemente da territorio a territorio, un po’ di «giustizia territoriale» è precisamente quel che ci serve.

 

Telecom, per il processo serve stadio

MILANO - Si profila anche l’ipotesi di dover affittare uno stadio e occupare parecchie pagine di quotidiano per la convocazione, per pubblici proclami, delle almeno 5 mila parti lese che sono state al centro dei dossier illegali che sarebbero stati commissionati dagli ex vertici della security di Pirelli e Telecom e dei quali ora la Procura di Milano, contestualmente alla notifica della chiusura dell’inchiesta per 34 persone chiederà al gip Giuseppe Gennari la distruzione. Da quanto si è saputo, in attesa che la Consulta decida sull’eccezione di legittimità costituzionale sollevata nei confronti legge varata due anni fa quando esplose lo scandalo, sono moltissime le pratiche che dovrebbero andare al macero. Moltissimi sono anche i problemi che ciò comporta. Si inizia dalla fissazione dell’udienza da parte del giudice per le indagini preliminari. La stima delle persona da convocare è grosso modo di oltre 5 mila (un calcolo per difetto). Per avvisarle una per una si ravvisa la necessità di procedere per pubblici proclami, cioè acquistare pagine e pagine sui principali quotidiani. Poi bisogna trovare un’aula che abbia le dimensione per ospitarle tutte: un’arena o come qualcuno nei corridoi del palazzo di Giustizia di Milano ha sottolineato «uno stadio». In più, tra l’altro, è necessario trovare una stanza dove custodire tutto quanto è da distruggere: non solo le pratiche cartacee ma tutto il materiale informatico da cui provengono e sequestrato nel corso delle indagini. Insomma la richiesta di distruzione dei documenti illegali, oltre a i costi di giustizia che comporterà, si porrà, a meno che non ci sia una diversa soluzione, come una sorte di zeppa che rallenterà l’iter del procedimento. Telecom «darà mandato ai propri legali di intraprendere tutte le azioni necessarie contro tutti coloro che risulteranno a più vario titolo responsabili per il grave danno patrimoniale e non patrimoniale arrecato al gruppo» per il caso delle attività dell’ex settore Security allora alle dipendenze di Giuliano Tavaroli. Lo rende noto la società in un comunicato in cui precisa di «risultare nel contempo persona offesa da reato per i comportamenti ascritti ad alcuni degli indagati». Telecom Italia provvederà inoltre «a costituirsi parte civile nel procedimento in corso».

 

Corsera – 20.7.08

 

Robin Hood alla rovescia - Francesco Giavazzi

Giovedì scorso in Parlamento il ministro dell'Economia ha descritto con tinte particolarmente fosche i mesi che ci attendono. Ma quando è venuto al dunque dei provvedimenti per fronteggiare la crisi, non ha potuto citare altro che la Robin tax, un'imposta che potrebbe finire per essere pagata dai consumatori tramite aumenti di prezzi, e il cui gettito comunque sarà usato solo in piccola parte (meno del 10% quest'anno) per «togliere ai ricchi e dare ai poveri». Inoltre dal prossimo anno la nuova imposta non servirà semplicemente a rimpiazzare l'Ici: contribuirà ad aumentare la pressione fiscale complessiva che nel 2010 (dati del Dpef) tornerà al 43,2%, il massimo storico cui l'aveva lasciata il governo Prodi (più sceriffo di Nottingham che Robin Hood). Le difficoltà che ci attendono non dipendono dalla finanza e dalla speculazione ma semplicemente da un aumento straordinario del prezzo di gas, petrolio e alcuni beni agricoli. Il problema è come attenuare l'effetto di questi aumenti sul potere d'acquisto delle famiglie, in una situazione in cui da 15 anni il reddito reale medio non cresce, il che significa che una famiglia su due è oggi più povera di quanto non fosse allora. Nell'introdurre la Robin tax il governo ha scritto: «L'Autorità per l'energia vigilerà onde impedire che l'onere della tassa sia traslato sui prezzi al consumo». Lo strumento per impedire traslazioni sui prezzi sono la concorrenza e le autorità indipendenti che debbano farla rispettare. Nei giorni scorsi la Lega ha cercato — tramite un emendamento al decreto economico — di decapitare l'Autorità per l'energia. L'emendamento è poi stato ritirato (pare grazie a un intervento del sottosegretario Gianni Letta), ma chi si oppone alle liberalizzazioni e all'indipendenza delle Autorità rimane in agguato. Con un altro emendamento (questo ritirato per l'opposizione di An) la Lega ha cercato di rendere facoltative (anziché obbligatorie) le gare per la gestione dei servizi pubblici locali. L'opposizione della Lega a queste liberalizzazioni è storica («Giù le mani, è roba nostra»). Le ragioni dell'attacco all'Autorità per l'energia sono, temo, meno nobili: la difesa del posto che la Lega occupa da anni nel consiglio di amministrazione dell'Eni (rivelatore è l'attacco velenoso della Padania contro un corsivo di Sergio Rizzo sul Corriere della scorsa settimana). La soluzione che si prefigura per Alitalia (una maledizione dalla quale sembriamo incapaci di liberarci) è la fusione con AirOne e la ricapitalizzazione dell'azienda da parte di alcuni imprenditori italiani. Intravedo due rischi per le famiglie: innanzitutto un rischio per la concorrenza, dato che su molte rotte nazionali (ad esempio fra Roma e Catania) la nuova compagnia non avrà concorrenti e quindi potrà far pagare quello che vuole. Vigilare sarà compito dell'Antitrust, se non verrà anch'essa decapitata. Ma c'è un rischio più insidioso. Gli imprenditori cui il governo si è rivolto per salvare Alitalia hanno una caratteristica comune: come osserva Franco Debenedetti sul Sole 24 Ore sono o concessionari dello Stato o costruttori. Non sarà che per convincerli a investire in Alitalia il governo ha promesso loro qualcosa? Se così fosse le famiglie pagherebbero due volte: voli più cari e pedaggi più salati.

 

Pedofilia e chiesa. Il record americano e i 17 casi italiani

M.Antonietta Calabrò

L’ ultimo maxirisarcimento per le vittime dei preti pedofili americani lo ha deciso l’arcivescovado di Denver (Colorado) il 2 luglio 2008 versando 5,5 milioni di dollari per risolvere in via amichevole 18 denunce presentate contro tre preti, ormai morti. È di venerdì, 18 luglio, invece, l’ultima denuncia per un prete americano accusato di aver molestato una minorenne a bordo di un aereo partito da New York. Il prete è tornato in libertà su cauzione (10mila dollari), ma non può avvicinare minorenni per ordine del Tribunale. Due casi che da soli illustrano il dramma della Chiesa americana dove per prima è esploso lo scandalo pedofilia che ha contagiato la Chiesa cattolica fino in Australia. Ma anche in Italia l’ultimo arresto clamoroso risale a non più di venti giorni fa, il primo luglio, quando in carcere finisce un prete romano di 55 anni, Ruggero Conti, parroco della Natività di Maria Santissima: è accusato di aver ripetutamente abusato di minorenni negli ultimi dieci anni. Sette, al momento, le sue vittime accertate (tutti maschi). Durante l’ultima campagna elettorale, il prete era stato uno dei cinque testimonial («garante per la famiglia») per il candidato, e poi sindaco, Gianni Alemanno che ha chiesto «ai magistrati e agli inquirenti tutta la chiarezza possibile e di non fare sconti a nessuno». Nel nostro Paese nel 2000 si segnalano casi di arresti o di condanne di sacerdoti a Foggia, Ferrara, Napoli, Torino, Modena, Milano. Nel 2001 a Genova e a Milano, nel 2002 ancora a Napoli e Milano. Nel 2003 a Bergamo, Milano, Teramo, Palermo, Cuneo, Oristano. Nel 2004 la lista delle città colpite si allunga: Forlì, Torino, Roma, Varese, Grosseto, Nuoro, Agrigento Alessandria, Bari, Savona. Nel 2005 Como, Cuneo, Arezzo e ancora Napoli. Nel 2006 di nuovo Roma, Ferrara e Lecce. In tutto 17 condanne (dal 1991 al 2006) e 22 incriminazioni. Ma per avere un termine di confronto va tenuto presente che in Italia i sacerdoti diocesani nel 2003 erano in tutto 35.019. Negli Stati Uniti la Conferenza episcopale nel 2004 ha pubblicato un documento ufficiale che si è avvalso di uno studio statistico del John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, che è unanimemente riconosciuta come la più autorevole istituzione americana di criminologia. Queste statistiche dicono che dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani (su oltre 109.000) sono stati accusati di relazioni sessuali con minorenni. L’81% dei sacerdoti accusati erano omosessuali. Il record assoluto dei risarcimenti si è verificato nella diocesi di Los Angeles (660 milioni di dollari alle circa 500 vittime accertate a partire dagli anni Quaranta) e di Boston. Già lo studio del John Jay College notava però il «declino notevolissimo» dei casi negli anni 2000: le nuove inchieste sono state poche, e le condanne pochissime (un effetto delle politiche di «tolleranza zero» dei vescovi seguite alle direttive del cardinale Ratzinger prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede). In Brasile a cavallo tra il 2005 e il 2006 sono stati denunciati 1.700 preti per violenze, orge e uso di droga nei confronti di bambini piccoli, per lo più estremamente poveri. In almeno due casi a testimoniare la veridicità dei racconti delle vittime sono stati gli stessi violentatori che hanno riportato le loro esperienze su un inquietante diario. Il quadro mondiale, insomma, è allarmante. Numerosi casi anche in Inghilterra, Francia, Croazia e Irlanda. Quasi 150 preti cattolici e religiosi di Dublino sono stati coinvolti negli ultimi 67 anni. Tra spese legali e indennizzi il costo è stato di 7,8 milioni di euro.

 

Le banche senza soldi fermano Ground Zero - Massimo Gaggi

Privati sette anni fa del loro simbolo, le Torri Gemelle, i newyorchesi aspettano con crescente insofferenza che almeno la ferita di «Ground Zero» venga rimarginata. Aspetteranno ancora a lungo, almeno altri sette anni. Dopo dispute infinite tra le varie amministrazioni pubbliche, le società assicurative e i costruttori privati dai quali dipende la rinascita della punta sud di Manhattan, l’anno scorso, finalmente, i progetti erano stati definiti. E i cantieri erano stati aperti, almeno per la costruzione del monumento che ricorda le 2750 vittime dell’11 settembre e della Freedom Tower, il più alto dei cinque grattacieli che dovrebbero sorgere in un’area che oggi è solo un’immensa voragine. Ma quando finalmente si è sbloccata la burocrazia, si sono aggravate le difficoltà economiche che coinvolgono banche e società finanziarie: proprio quelle che dovrebbero rivitalizzare l’area di «Ground Zero» riportando qui, a due passi da Wall Street, le loro sedi. Ma la Merrill Lynch, l’unica che aveva preso un impegno in questo senso, l’altro giorno ci ha ripensato: la banca d’affari vive una crisi assai profonda, secondo alcuni è in gioco la sua stessa sopravvivenza. In queste condizioni i suoi capi non se la sentono di imbarcarsi in un trasloco che costerebbe due miliardi di dollari. Dubbi ce ne sono anche per il gigante del credito JPMorgan Chase. La banca dice ancora che in futuro sposterà alcuni suoi uffici in questa zona di Manhattan, ma ormai, dopo il salvataggio della Bear Stearns, si trova proprietaria, oltre che della banca d’affari, del suo enorme, modernissimo grattacielo di uffici in Madison Avenue. Che, probabilmente, diventerà il nuovo quartier generale di JPMorgan. L’unico, vero interlocutore, in questo momento, è Goldman Sachs che, comunque, non andrà a «Ground Zero», ma sta costruendo un grattacielo nella vicina zona di Battery Park. Comunque utile per rivitalizzare una zona nella quale avevano cominciato ad aprire nuovi negozi e boutique esclusive. Di recente, però, le autorità, che per attirare la banca d’affari avevano concesso uno straordinario pacchetto di agevolazioni e incentivi fiscali, si sono accorte con imbarazzo che rischiano di dover pagare alla Goldman anche un indennizzo di centinaia di milioni di dollari. Il contratto stabilisce, infatti, che se i lavori nella zona non saranno completati entro il 2010-2011 lo Stato dovrà pagare una multa salata, visto che la banca non vuole ritrovarsi a operare nel bel mezzo di un cantiere. Ma proprio qualche settimana fa Christopher Ward — il nuovo sovrintendente della Port Authority, appena nominato dal governatore Paterson che è subentrato tre mesi fa a Eliot Spitzer — ha avvertito che i lavori di ricostruzione dell’area di «Ground Zero» stanno procedendo con anni di ritardo, mentre i costi stanno andando alle stelle. Ward non è ancora in grado di fissare nuovi obiettivi (fornirà elementi più precisi a settembre), ma ha già detto che il Memorial e il relativo museo non saranno pronti nel settembre del 2011, decimo anniversario della tragedia, come era stato più volte annunciato. Sono in ritardo anche le torri 2, 3 e 4, quelle che dovrebbero essere realizzate e gestite dal costruttore Larry Silverstein che, però, non ha ancora trovato un solo grosso cliente privato disposto ad occuparle. L’unico grattacielo per il quale sono partiti i lavori è proprio la Freedom Tower, progetto che è nelle mani di un’agenzia dello Stato di New York. Ma anche questo edificio-simbolo — che secondo i piani iniziali doveva sorgere entro il 2006 e il cui completamento è man mano slittato fino al 2011 — ora ha accumulato almeno un altro anno di ritardo. E, se nel frattempo non arriveranno la ripresa economica e una nuova «primavera» per la finanza di Wall Street, il rischio è di veder sorgere un’unica torre occupata solo da impiegati comunali e statali, circondata da una trincea. Sarebbe la sconfitta dei piani di rinascita e un’altra vittoria per i terroristi, scrive il New York Times che invita Silverstein a comportarsi da imprenditore coraggioso, assumendosi comunque il rischio dell’investimento. Ma, a giudicare da anni di trattative all’ultimo sangue con la Port Authority, la società pubblica proprietaria del suolo, il vecchio immobiliarista non è il tipo che getta il cuore oltre l’ostacolo.

 

«Antisemita su Sarko jr». Vignettista licenziato - Massimo Nava

Pare che i giornali satirici francesi facciano notizia non quando fanno ridere, ma quando le sparano grosse. Charlie Hebdo, che ebbe notorietà per aver ripubblicato le vignette «blasfeme» su Maometto, è tornato alla ribalta per una rubrica dal contenuto giudicato antisemita. L’articolo chiama in causa Jean Sarkozy, figlio del presidente della Repubblica, e accenna a una presunta conversione di comodo all'ebraismo per convolare a nozze con Jessica Sebaoun, figlia del fondatore dei grandi magazzini Darty. «Farà molta strada nella vita questo ragazzo, tutto suo padre», ironizzava l'autore, Siné, settantenne firma storica di Charlie Hebdo. Nel caso delle caricature sul Profeta, il giornale fece quadrato, si difese in tribunale, si attirò il sostegno di Sarkozy, all'epoca ministro dell'Interno, il quale disse di preferire «qualsiasi tipo di satira alla censura». Oggi il direttore del settimanale, Philippe Val, ha deciso il licenziamento di Siné, ritenendo la sua satira «antisemita» e lesiva dell'immagine del giornale: «Siné ha superato ogni limite; il suo testo diffonde una voce falsa (circolata da tempo su blog e siti) stabilisce un legame fra conversione all'ebraismo e successo sociale. Inaccettabile». In primo momento, Val si era limitato a proporre a Siné di presentare scuse pubbliche. Richiesta rifiutata: «Se la fidanzata di Jean Sarkozy fosse stata la figlia di un emiro avrei scritto la stessa cosa. E così se fosse stata cattolica. Non sono antisemita, è una vita che mi batto per la tolleranza e contro ogni forma di razzismo. Porterò in tribunale chi mi accusa di antisemitismo», ha promesso il disegnatore, accusando fra l'altro il direttore e i colleghi che non gli hanno dato solidarietà di essere «dei leccapiedi». Ovvio il sospetto, da parte del vignettista, che dietro il suo licenziamento ci sia un altro genere di opportunismo: l'ossequio a Sarkozy. Non risulta che ci siano state pressioni da parte dell'Eliseo, nemmeno per smentire la vicenda matrimoniale di Jean, oggi impegnato in politica con un posto di responsabilità a Neully-sur-Seine. Ma essendo noti i rapporti non proprio idilliaci del presidente con le redazioni, le dichiarazioni di Siné hanno fatto lievitare polemiche. Il caso è stato sollevato da un giornalista del Nouvel Observateur , Claude Askolovitch, il quale, come riferisce il direttore di Charlie Hebdo , avrebbe fatto presente l'«amarezza» del figlio di Sarkozy, adombrando l'ipotesi di una querela: «Jean si è sentito ferito, così come sua madre e i parenti della ragazza, ti faranno un processo». Sulla questione, si è anche espressa la Lega internazionale contro razzismo e antisemitismo ritenendo: licenziamento «perfettamente» giustificato da «frasi indegne». Il disegnatore sembra piuttosto isolato all'interno della redazione, ma ha ricevuto il sostegno di altre penne della satira. Val gli ha mosso un altro appunto: «L'aver toccato la vita privata dei due giovani». Una conversione, vera o presunta, dovrebbe essere considerata un fatto privato. Altrimenti si rischia, anzi si perde, il posto.


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