Back

Indice Comunicati

Home Page

Contratti, scontro finale sull’inflazione

La Stampa – 21.7.08

 

Contratti, scontro finale sull’inflazione - STEFANO LEPRI

ROMA - La differenza sta in pochi decimali, ma importanti. Su come recuperare il potere d’acquisto dei salari, giovedì Confindustria e sindacati avvieranno un negoziato a oltranza. L’obiettivo è stabilire prima delle vacanze le regole per i rinnovi contrattuali nazionali. Per il 2009 di sicuro la cifra sarà più alta dell’1,7% (inflazione programmata) che il governo offre agli statali. La Confindustria sta sul 2%. Cgil, Cisl e Uil, in ordine sparso, chiedono di più; servirebbe almeno il 2,5% per metterle d’accordo. Deve passare per questi numeri la riforma della contrattazione, necessaria a sbloccare i rinnovi contrattuali di molte categorie, fermi da molto tempo. In prospettiva si avrà un ruolo più ristretto per la contrattazione nazionale, allargato, e mirato alla produttività, per la contrattazione aziendale. Ma per discutere un ridimensionamento dei contratti nazionali non ci poteva essere, forse, un momento peggiore; dato che l’inflazione incide sui salari di tutti. Per di più, i rapporti tra le tre confederazioni sindacali da qualche giorno si sono inaspriti. Per un dissenso sul lavoro domenicale, la Cgil ha rifiutato di firmare il rinnovo contrattuale del commercio; è irritata che Cisl e Uil abbiano accettato un accordo separato. Di questo anche si discuterà oggi alla segreteria confederale della Cgil. Cisl e Uil in risposta sottolineano che l’aumento ottenuto è consistente, 150 euro, e ricordano che la trattativa si trascinava da 18 mesi. Cruciale sarà l’incontro di mercoledì fra le tre segreterie sindacali, nel quale la Cgil intende anche valutare la politica del governo. Luigi Angeletti, leader della Uil, insiste sulla necessità di tornare compatti e rassicura la Cgil: «sulle regole per i contratti intese separate non avrebbero senso». Solo se si risolve la questione dell’inflazione prima dell’estate, dice Angeletti, «si potrebbe arrivare a un accordo entro al fine di settembre; oltre quella data non avrebbe più senso». La Confindustria, ha detto il vicepresidente Alberto Bombassei, vorrebbe chiudere entro luglio un’intesa sui tre punti principali, inflazione e contenuti del primo e del secondo livello di contrattazione entro la pausa estiva, per lasciare il resto a settembre. La novità offerta dagli imprenditori è un clausola di salvaguardia per le aziende dove il secondo livello di contrattazione non si fa. Ma la Cgil la respinge come troppo ristretta, perché basterebbe qualsiasi tipo di premio oltre i minimi contrattuali perché un’azienda ne sia esclusa. Quanto all’inflazione, la Confindustria sostiene che non si può chiedere alle imprese di compensare i alvoratori rincari provenienti da oltreconfine, come quelli delle materie prime, che esse stesse subiscono e non possono pagare due volte. Ci si richiama ai moniti della Banca centrale europea, di non moltiplicare l’inflazione cercando di scaricarla da una categoria all’altra. I sindacati ribattono che le imprese sopportano sì il maggior costo del petrolio, ma non quello degli alimentari. Si cerca una formula tecnica che possa accontentare tutti; recupero sulle medie del passato o anticipazione dell’inflazione futura secondo previsioni, includendo alcune voci o escludendone delle altre. Si discute attorno all’indice armonizzato europeo dei prezzi al consumo (Hipc in sigla inglese, Iapc in sigla italiana). In concreto, la Confindustria offre il 2% o poco più, è difficile che la Cgil si contenti di meno del 2,5-2,6%. Si prevedono notti in bianco.

 

Al Wto per l’Italia partita da 5 miliardi - MARCO ZATTERIN

big asiatici hanno un’idea del tutto personale della geografia. Sono convinti che patate, riso e pomodori siano prodotti tropicali e, pertanto, nel rispetto dello spirito di apertura dei mercati che ha lanciato la trattativa commerciale nel quadro del Doha Round, chiedono che possano essere venduti ovunque nel globo senza pagare dazio. Gli italiani qualche perplessità ce l’hanno, eccome. Se passasse il principio sostenuto dagli emergenti del Far East, non solo Vercelli si scoprirebbe gemellata con Bangkok, ma nella nostra penisola potrebbero entrare fiumi di prodotti alimentari in concorrenza con i nostri, a prezzi più contenuti anche se a qualità più bassa. L’industria tricolore, leader europeo quanto a chicchi e San Marzano, subirebbe un duro colpo. «A Ginevra mi porto un mappamondo così gli faccio vedere che siamo mediterranei» scherza Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo coi galloni di negoziatore alla tornata di colloqui a 152 che, dopo sei anni di stasi, riparte oggi in riva al lago Lemano nella sede del Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio. È una storia vecchia, mai conclusa. Nel 2001 l’emozione del post 11 settembre ha spinto i protagonisti dell’economia globale a studiare un modo per sostenere i poveri togliendo i dazi d’ingresso ai mercati alimentari dei ricchi. Con l’occasione, si è deciso di abbassare le barriere anche per i prodotti non agricoli, dalla scarpe alle auto, prospettiva che - se realizzata senza squilibri - potrebbe aumentare di 5 miliardi di dollari il fatturato internazionale delle nostre imprese. Mica poco. Mica facile. Il dossier industriale è al palo, il capitolo agricolo trabocca di insidie. Mentre Ue e Usa cercano a fatica di smantellare i sussidi alle politiche verdi (Bruxelles vuol concedere un taglio del 75-85% entro il 2013; Washington offre il 66-73%), sul tavolo italiano è esplosa la grana dei «prodotti tropicali» a tariffa annullata. Privo del mappamondo promesso da Urso, il Wto ha messo nella lista esotica anche riso, agrumi, frutta, zucchero, patate e pomodori. A Roma hanno reagito con un fragoroso «cosa c’entriamo noi coi Tropici?». Gli uomini del ministero dell’Agricoltura hanno avviato un fitto carteggio coi servizi della commissario Ue Mariann Fischer-Boel, che alla fine pare abbia convinto Ginevra. Il risultato è che riso, arance, frutta e zucchero risultano fuori dalla lista, mentre per tuberi e pomodori la partita è aperta. Se si chiudesse così, il che è comunque poco probabile, il primo effetto stimato sarebbe un aumento del 20% delle importazioni dei rivali cinesi e nordafricani di pachini, di cui siamo produttori numeri uno in Europa. Togliete questi ricavi a un industria che già dovrà rinunciare a tre quarti dei sussidi Ue in un clima congiunturale asfittico e tirate le conseguenze in termini di posti e fatturati. Un disastro. Il discorso vale anche per le patate, così l’Italia non ha scelta se non prepararsi alla guerra, anche se gli spiriti belligeranti cambiando a seconda dei ministeri, visto che l'aria è parecchio tesa all’Agricoltura e meno pessimista allo Sviluppo: «I segnali su riso e agrumi e ortofrutta dicono che non siamo poi messi così male», ragiona Urso. Si vedrà, lo scontro sarà lungo. Di contorno si potrà partecipare alla schermaglia sull’elenco delle delizie alimentari non clonabili finito nel calderone del Doha Round per mitigare l’iniezione da cavallo di globalizzazione nell’agricoltura. A Ginevra si è arrivati con una lista composta da 41 prodotti, 14 sono nostrani. C’è il meglio della Penisola, come Chianti, pecorino romano, prosciutto di Parma, Asiago, Grana Padano, Bufala, Gorgonzola, varie grappe, il Marsala. Il Wto li vuole sacri e inimitabili. È il volto buono del negoziato, che però non va giù ai copioni, come Australia, Nuova Zelanda e Usa. Gli sherpa considerano possibile un’intesa. Se ce la caviamo, avremmo di che farci la bocca buona. Altrimenti, non ci sarà leccornia che possa consolarci.

 

Rotelli, il Re delle cliniche e lo scivolone sui rimborsi – F. MANACORDA

Per farlo innervosire - lui che solitamente è persona affabilissima - bastano tre paroline: «Re delle cliniche». Il professor avvocato Giuseppe Rotelli non ama infatti che il suo impero sia confuso con il circoscritto mondo delle cliniche private, sebbene proprio sulla sanità privatizzata abbia costruito le proprie fortune. Basta comunque una scorsa ai dati del suo gruppo San Donato - «il primo gruppo ospedaliero in Italia» recita il sito aziendale - per essere investiti da una valanga di numeri che, cliniche o meno, ne confermano il ruolo forte nella Sanità italiana e centrale in quella lombarda. Ad esempio 2,2 milioni di pazienti transitati dai suoi 18 ospedali nell’anno appena passato, 4000 posti letto e cinque milioni di prestazioni ambulatoriali, quasi 10 mila dipendenti e 101 sale operatorie.... L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma la sostanza è che in mano al professore pavese di 63 anni - nato come giurista, cresciuto come esperto di diritto sanitario e dal 1980 trasformatosi in imprenditore rilevando l’attività paterna - c’è un impero che è al primo posto in Italia nella salute privata e addirittura, lo certifica una ricerca di Goldman Sachs, al quinto in Europa. Un impero che dall’iniziale lascito del padre Luigi cresce di colpo quando nel 2000 Rotelli rileva da Antonino Ligresti, ancora scottato dalla tragedia del Galeazzi, tre ospedali e due cliniche tra cui la celebre Madonnina. Oggi l’imprenditore fattura 725 milioni di euro ed ha ambizioni di crescita anche oltreconfine, visto che in queste settimane sostenuto da Intesa-Sanpaolo, è stato in gara per aggiudicarsi in Francia il gruppo Vitalià, titolare di ben 50 cliniche. Perché stupirsi di tanta forza, del resto, se come ama spiegare lui stesso, «la Lombardia è la seconda Regione più ricca d’Europa dopo l’Ile de France»?. Ricca e anche generosa, visto che tra le attività del gruppo San Donato ci sono anche quelle nella cardiochirurgia infantile in Africa, di cui Rotelli ha appena festeggiato il quindicesimo anniversario, annunciando l’apertura di dieci centri nel continente. Altri numeri sono quelli che invece hanno attratto l’attenzione della Procura milanese che il 15 luglio ha chiesto e ottenuto il sequestro preventivo di 2 milioni di euro che la Asl di Melegnano avrebbe dovuto versare proprio al Policlinico San Donato. Questo perché il pm considera che che la stessa cifra sia stata conseguita dal gruppo di Rotelli come «ingiusto profitto», derivante dai reati di falso in atto pubblico e truffa aggravata. E del resto già da gennaio lo stesso Rotelli e altri dirigenti del suo gruppo sono indagati per presunti rimborsi gonfiati richiesti al servizio sanitario. Accuse, ovviamente respinte al mittente dal diretto interessato, che esprime fiducia di prammatica nella magistratura, ma ricorda anche come un’analoga inchiesta del 1992 si sia conclusa con la piena assoluzione di tutti gli imputati. Così come Rotelli respinge le critiche al sistema dei Drg, in pratica il tariffario delle prestazioni rimborsate dal settore pubblico agli operatori privati. Ne ha parlato pubblicamente a metà giugno, mentre esplodeva a Milano lo scandalo della clinica Santa Rita: «I Drg sono scelti dal singolo medico ed è lui che ne risponde. Non si deve criminalizzare un’intera categoria, una Regione o un modello». E ancora: «Il precedente modello era scandaloso. Le prestazioni si pagavano a “piè di lista”», mentre quello attuale «è virtuoso perché si paga la prestazione». L’imprenditore sa bene quello di cui parla, visto che le regole del sistema sanitario lombardo sono anche frutto del suo lavoro. Nel 1972 l’allora presidente della regione Lombardia Piero Bassetti lo chiama nel gruppo di esperti che dà vita all’ufficio legale della giunta regionale: ricopre per due mandati la presidenza del Comitato regionale per la programmazione sanitaria oltre a collaborare alla stesura del piano ospedaliero regionale del ‘74. Dunque, le regole che segue adesso il Rotelli imprenditore derivano da quelle norme che il Rotelli studioso ha contribuito a scrivere. Del resto è proprio nel sistema sanitario lombardo - vero marchio di fabbrica del governatore Roberto Formigoni - che il suo impero è saldamente radicato. A parte un ospedale a Bologna tutti gli altri «stabilimenti ospedalieri» del gruppo sono in Lombardia. E anche qui i numeri spiegano perfettamente chi sia e quanto pesi Rotelli: sono suoi l’8% dei posti letto della regione, va nelle sue casse il 9,2% del valore di ricoveri, con punte che superano un quinto del totale - il 21,65 a essere precisi - in comparti quali la cardiochirurgia o l’ortopedia. La proprietà è privata - in testa a tutto c’è la holding Papiniano di cui Rotelli è amministratore unico - ma il fatturato di tutto rispetto viene in gran parte dalle casse pubbliche che pagano le prestazioni convenzionate. Inevitabile, in questa situazione, coltivare rapporti con la politica. Negli Anni ‘80 era vicino a Bettino Craxi, «un uomo molto intelligente, ma il suo grande difetto fu la mancanza di morale», ha detto proprio a La Stampa. Adesso sta ben attento a non farsi marchiare politicamente anche se è oggettivamente legato alla giunta Formigoni. Del resto il modello lombardo secondo Rotelli si può migliorare ancora, e molto. In maggio, appena entrato in carica il governo Berlusconi, ha pubblicato un intervento sul Sole 24 Ore nel quale spiega che «per la Sanità è tempo di iniziative serie e concrete, dopo un lungo periodo di chiacchiere ispirate a visioni ideologiche e propagandistiche». Novità che, secondo l’imprenditore, dovranno essere sostanzialmente la trasformazione degli ospedali in società per azioni «pur mantenendone la proprietà totalmente pubblica» anche in modo da «adottare modelli di organizzazione più flessibili, più adatti alla competizione, abbandonando l’uniformità imposta dal principio di legalità, che imprigiona la Pubblica amministrazione». E poi, spiega, serve un rinnovamento profondo delle vecchie strutture ospedaliere, visto che «oltre il 60% dei 750 ospedali italiani ha più di 60 anni». La soluzione, qui, sarebbe il «project financing», nel quale i privati si accollano le spese e «consentirebbe anche la gestione economica di alcuni ospedali che per i successivi 30 anni potrebbero essere gestiti dai promotori». Accanto al Rotelli imprenditore e a quello che programma le politiche pubbliche c’è poi una terza e più recente incarnazione. Il Rotelli editore, già coinvolto nell’avventura della Voce di Indro Montanelli e che adesso, raccattando dal Banco Popolare i resti della disastrosa avventura di Stefano Ricucci dalle parti di via Solferino, ha messo insieme una quota - tra partecipazione effettiva e opzioni d’acquisto - che lo proietta al secondo posto tra i soci della Rcs con quasi l’11%. Sarà l’anticamera obbligatoria all’ingresso nel tempio dei «poteri forti» finanziari, ci si interroga da mesi a Milano? No, è pura passione per l’editoria, assicura lui che però a causa di quella passione e del crollo dei titoli Rcs ha perso finora perso 200 milioni. E mentre risponde gentilissimo alle curiosità dei cronisti senza mai schierarsi per l’uno o l’altro dei grandi protagonisti della finanza - in primis Giovanni Bazoli - ai quali lo si vorrebbe vicino, le sue cliniche - pardon, ospedali - continuano a fatturare e l’impero della sanità «made in Lombardia» a crescere.

 

Ah, la cattedra – Mattia Feltri

Cuore di babbo sa tutto: se il suo ragazzo crolla, la colpa è della storia. Non tanto della materia - magari anche - ma specialmente della povera storia nostra, dell’Unità d’Italia imposta e vessatrice. La Padania versa uova d’oro a Roma ladrona, e ne riceve insegnanti meridionali. Insegnanti che tutto conoscono di Luigi Pirandello e nulla di Carlo Cattaneo; chi si ribella, muore. I nostri giovani, per esempio, dice Umberto Bossi. Uno osò, giustappunto, presentare all’esame di maturità una tesina sul gran federalista, e ne guadagnò una bocciatura. Quell’uno è Renzo, figlio di Bossi, al secondo fallimento consecutivo. Per quest’anno ha redatto uno studio titolato su «La valorizzazione romantica dell’appartenenza e delle identità». Non era un somaro, sostiene Bossi, ma una vittima del centralismo. Renzo non si affligga. Ha un ottimo avvocato, e non sempre la scuola sa misurare la gente d’ingegno. L’esempio più illustre, il giovanotto l’ha in casa. La carriera da studente del padre è qualcosa di spettacolare. Frequentò le medie e si iscrisse allo “Stanislao Cannizzaro” di Rho, istituto tecnico per periti chimici. Sono gli anni in cui - come scrisse Gianantonio Stella in «Tribù» - Bossi si allontanò dall’etica severa dei genitori e dalla weltanschauung del mondo agricolo. Anni da scapestrato e donnaiolo. Tanto è vero che non si diplomò. Ma siccome i ciuchi finiscono in catene, Bossi non abbandonò l’idea di scalare le vette del sapere: «La prima tappa della mia marcia d’avvicinamento alla cultura fu la scuola Radio Elettra di Torino». La tappa determinante fu la successiva: venticinquenne, si iscrisse a una scuola privata, e quasi trentenne intascò il diploma scientifico. Non soddisfatto, Bossi provò a diventar dottore, e si cimentò nei corsi di Medicina. Nell’aprile del 1975, l’attempato studente potè infine calzare l’alloro: «Decidemmo di sposarci in agosto. In aprile Umberto diede a tutti la grande notizia: mi sono laureato, presto avrò un impiego come medico. Non facemmo nessuna festa, ma corsi a comprargli un regalo, la classica valigetta in pelle marrone», ricordò intervistata da «Oggi» la prima moglie, Gigliola Guidali. La qual Gigliola, tempo dopo, fiutò la balla. E Umberto, che tutte le mattine usciva di casa destinato allo stetoscopio, confessò: «E’ vero, ma è questione di sei mesi. Poi sarò dottore». I mesi diventarono anni, e sette per la precisione. Trascorsi i quali, perduta la moglie causa divorzio, Bossi condusse la madre a Pavia per la trionfale discussione della tesi; la genitrice, però, attese in auto e le parve sufficiente. Insomma, il babbo di Renzo fece prima a guadagnarsi il titolo di senatore, nel 1987, quando risultava ancora iscritto all’Università. Ma siccome non sono i pezzi di carta a fare la caratura, non è in ragione della tormentata avventura scolastica se a Bossi capita di sostenere, per esempio, che Giulio Cesare fu il primo padano. Le responsabilità risiedono nello slancio politico del gran capo nordista, che qualche volta evolve in orgasmo oratorio. Gli capitò, infatti, di addebitare a Giuseppe Garibaldi la tragica annessione del Lombardo-veneto al Regno d’Italia. Ernesto Galli della Loggia (ma sarebbe bastato un maestrino qualsiasi, e di qualsiasi provenienza) gli fece notare che la faccenda era dipesa dalla Prussia, alleata dei Savoia e vincitrice sull’Austria. Fa niente. Un inciampo capita a chiunque. Il punto è che la famiglia Bossi certe questioni le ha nel sangue. E infatti la seconda sposa di Umberto, la calabrese Manuele Marrone, ha fondato a Calcinate del Pesce, in provincia di Varese, la scuola lombarda «Bosina», che significa «varesina». E’ una elementare e media con tutti i crismi, e i programmi seguiti sono quelli ministeriali. Ma con un deciso scrupolo nell’insegnamento del dialetto e delle tradizioni locali. La matematica si chiama etnomatematica, e la pedagogia si chiama etnopedagogia. Gli scolari vanno nei boschi a conoscere le specie di alberi del varesotto. E quando sono sui banchi, studiano la Seconda guerra d’indipendenza, la Prussia e Garibaldi.

 

"Stop allo stile anglosassone". È rivoluzione nelle news Usa

Maurizio Molinari

New York - È tempesta al 1100 della 13° Strada. Nel palazzo dove ha sede la più grande e influente redazione dell’Associated Press, l’agenzia giornalistica americana di punta, tutto è iniziato quando Sandy Johnson - storico capo a cui si dovette la decisione di non dichiarare un vincitore nella notte delle presidenziali del 2000 fra Al Gore e George W. Bush - è stata rimossa in poche ore dal presidente Tom Curley e dal direttore Katheel Carroll per sostituirla con il reporter che lei stessa aveva aiutato a creare: Ron Fournier. Johnson non ha avuto che poche ore per raggruppare carte e oggetti personali e quando si è chiusa la porta dell’ufficio alle spalle è stata travolta dall’applauso dei redattori, che hanno così voluto far capire alla proprietà come la pensavano. Fournier ha risposto per le rime, spiegando agli stessi redattori che da quel momento in poi avrebbero cambiato metodo di scrittura. Nato come reporter a Little Rock, Arkansas, Fournier ebbe la fortuna di seguire la prima campagna di Bill Clinton. Quando vinse nel 1992, il giovane cronista lo seguì alla Casa Bianca per l’Ap. Per otto anni Clinton gestì l’America e Fournier consolidò una rete di conoscenze che ne hanno fatto un protagonista dei salotti di Georgetown. Sandy Johnson fece di tutto per farlo crescere, arrivando ad offrire la sua stessa casa per un raro party fra vip dei media. Ma Fournier nell’ultimo anno ha giocato un’altra partita, convincendo i capi di New York che l’Ap sarebbe stata destinata alla bancarotta in assenza di una drastica riforma. Ha trovato ascolto e ora le innovazioni sono a raffica. Ruotano attorno al rovesciamento del tradizionale approccio del giornalismo anglosassone. «Eravamo abituati a descrivere i fatti per far trarre le conclusioni a chi legge - spiega un redattore assai scontento - ora invece ci chiede prima di dichiarare un fatto e poi di avvalorarlo con le notizie». Il vademecum della rivoluzione è un saggio che lo stesso Fornier ha scritto, intitolato «Liberare i giornalisti e la verità», nel quale sostiene che per restare competitiva l’Ap deve esprimere forte identità e non avere più la «faccia di pietra» dello stile anglosassone che si insegna nelle aule della Columbia University. La mutazione è stata immediata. Un dispaccio di pochi giorni fa iniziava con «Mi manca Hillary», mentre un altro partiva dalla frase-shock «McCain si definisce sfavorito, ma è un eufemismo». David Bailey, direttore dell’«Arkansas Democrat-Gazette», dove Fournier lavorò negli anni Ottanta parla di «una nuova filosofia dove gli abbagli contano più della sostanza» e Sandy Johnson ha affidato il proprio graffio al sito «The Politico»: «Ho amato l’Ap, spero che Fournier non la distrugga». Quello che il nuovo capo della redazione di Washington vuole realizzare - con l’assenso dei responsabili editoriali - è un progetto di largo respiro: poiché il bilancio dell’Ap, che è una cooperativa fra i maggiori giornali, soffre per una diminuzione delle entrate dei media nazionali attorno al 20 per cento l’unico modo per salvarla è farle produrre articoli personalizzati, brillanti e, perché no, con qualche elegante forzatura, al fine di siglare nuovi contratti con i giganti del web, come già fatto con Yahoo. Su Internet i contratti e la pubblicità premiano le storie senza «la faccia di pietra» e dunque Fournier naviga nella stessa direzione dell’editore di News Corp, Rupert Murdoch, che il magazine «New Yorker» ha definito l’alfiere del «giornalismo europeo in America» per via del fatto che le sue testate - dalla Fox tv al New York Post - danno le notizie badando poco ad essere imparziali, portando la stampa liberal a imitarli. L’interrogativo è se la ricetta Fournier diventerà un esempio o meno anche per blasonati quotidiani come Los Angeles Times, Washington Post, New York Times e Chicago Tribune, obbligati negli ultimi mesi a tagli e ristrutturazioni per far fronte all’inesorabile calo delle copie e della pubblicità.

 

Assedio olimpico a Pechino – Francesco Sisci

PECHINO - A mezzogiorno nello spiazzo che annuncia “hengjiezi cun”, il villaggio con la strada sbilenca, alla periferia di Pechino, sono parcheggiati ordinatamente almeno cento taxi lucidi e puliti dentro e fuori come fossero appena usciti dal concessionario. Intanto lunedì a Kunming nella provincia dello Yunnan dei contadini hanno fatto saltare due autobus, uccidendo almeno tre persone e ferendone almeno 14. Non sono chiari i moventi e l'identità degli attentatori al momento. Gli autisti sono riuniti per prepararsi alle prossime settimane fatali. Da domenica 20 comincia il regime delle targhe alterne e milioni di turisti cinesi e non piomberanno nella capitale per i giochi. Loro faranno più affari, con più clienti, ma soprattutto saranno i primi ambasciatori, il primo volto della città davanti al Paese e al mondo. “È una grande responsabilità” dice teso, compreso nel suo nuovo ruolo Wang Xiaosun, tassista da dieci anni, tirando un sospiro di sollievo perché non deve sforzarsi di smozzicare il poco inglese che è riuscito a digerire. “Dobbiamo far fare una bella figura alla città,” racconta convinto, prima di cedere al tipico sarcasmo locale: “eh certo che ‘ste olimpiadi sono ‘na stancata. Voi pure fate così per le Olimpiadi? Per noi è la prima volta abbiamo paura di sbagliare. Eh! La prossima volta sarà più facile.” Sarà anche uno stato d'assedio necessario, sopportato olimpicamente da tutta la popolazione, ma stato d'assedio è. Domenica, primo giorno di regime di targhe alterne e di inizio ufficiale della stagione dei giochi di Pechino, le auto erano quasi sparite dalle strade, tornate per una volta percorribili senza il solito traffico infernale. In compenso, negozi, incroci, sottopassi, grandi magazzini, uscite degli uffici erano popolati da un arcobaleno di divise. C'erano quelle solite di blue e nere della polizia, quelle verde oliva della polizia armata (i carabinieri cinesi), quelle grigie delle guardie giurate autorizzate, quelli “in borghese”, in giacca e cravatta con aria circospetta e il microfono attaccato all’orecchio, e in più c'erano anche un esercito di ragazzini e ragazzine semplicemente con la fascia rossa al braccio. Sono sorridenti, gentili, annuiscono, sono in gran parte disarmati, ma sono onnipresenti. Hanno costruito guardiole in panelli prefabbricati sulle strade secondarie. Su quelle principali c’è l’osservazione diretta dei guardiani delle olimpiadi e quella delle telecamere schierate ad ogni angolo. La sera, intorno alle nove, l’orario di dopo cena qui, già da qualche settimana agenti sorridenti ma inesorabili fanno controlli a campione. Fermano le auto, fanno abbassare il finestrino e chiedono di soffiare in una specie di pistola conta-alcol. Chi ha bevuto troppo perde la patente, la macchina gli viene sequestrata e può passare anche una notte in gattabuia. Sembra uno stato di polizia, o almeno di paranoia, ma la gente per strada sbuffa un po’ ma corre a comprare per 5 o 10 yuan le bandierine della Cina e delle olimpiadi danzanti. Le infilano in cima al tettuccio della macchina e corrono, targa permettendo, per la città come fosse una festa. Quasi sono in vacanza, tutti sono incoraggiati a non andare al lavoro in questo mese. L’80 per cento delle auto blu degli uffici governativi è consegnato in garage. Le auto con targhe forestiere non possono entrare a Pechino. I visti per gli stranieri, si sa da mesi, sono una rarità. Il messaggio è semplice: state a casa, o lontano, per limitare i bersagli di possibili attentati, o anche limitare la confusione in caso di disordini. In ogni caso 100mila agenti sono pronti. Hanno corazze e scafandri che sembrano buone per viaggi nello spazio, fanno acrobazie armati o a mani nudi a piedi, su auto o su dei bipattini elettrici importati direttamente dall’America. Ma almeno loro, per ora, non sono scesi in campo e si vedono solo in televisione, su internet o sui giornali.

 

Repubblica – 21.7.08

 

"E Tronchetti mi disse: Le abbiamo chiesto troppo" - GIUSEPPE D'AVANZO

A leggere i giornali, e qualche anticipazione del documento che annuncerà oggi la chiusura delle indagini del pubblico ministero di Milano, l'affaire Telecom sembra essersi sgonfiato come un budino malfatto. Più o meno, si sostiene che fossero all'opera, in Telecom, soltanto un mascalzone (Giuliano Tavaroli) e un paio di suoi amici d'infanzia (Emanuele Cipriani, un investigatore privato, e Marco Mancini, il capo del controspionaggio del Sismi). La combriccola voleva lucrare un po' di denaro per far bella vita e una serena vecchiaia. I "mascalzoni" avrebbero abusato dell'ingenuità di Marco Tronchetti Provera (presidente) e di Carlo Buora (amministratore delegato). Tutto qui. L'affaire Telecom è stato dunque, secondo quest'interpretazione, soltanto un bluff mediatico-giudiziario utilizzato (o, per alcuni avventurosi osservatori, organizzato) da circoli politici per sottrarre al "povero" Tronchetti la società di telecomunicazioni. La ricostruzione è minimalista. Evita di prendere in esame, anche soltanto con approssimazione, la sequenza dei fatti accertati (a cominciare dalla raccolta di migliaia di dossier illegali); la loro pericolosità; i protagonisti (alcuni mai nemmeno nominati); un multiforme network di potere che condiziona ancora oggi un'imprenditoria debole senza capitali e una politica fragile senza legittimità: imprenditoria e politica sorrette, protette o minacciate - secondo convenienza - da alcune burocrazie della sicurezza. È nelle pieghe di questi deficit e contraddizioni italiani che è fiorito l'affaire, uno scandalo che nessuno - a quanto pare - ha voglia di affrontare. Vedremo se lo farà la prudente magistratura di Milano. Per definire almeno la cornice del "caso" e gli attori e un metodo e qualche fondo fangoso, Repubblica - nel corso del 2008 - ha avuto sei colloqui (a Bereguardo, Milano e Albenga) con un Giuliano Tavaroli convinto già da tempo (e quel che accade sembra dargli ragione) che "nessuno avrà interesse a celebrare il "processo Telecom". Nessuno: né i pubblici ministeri, né gli imputati, né la Telecom vecchia, né la Telecom nuova. Ma io non sono e non farò né accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare. Io vorrò con tutte le mie forze il processo e nel processo vorrò vederli in faccia ripetere quel che hanno riferito ai magistrati. Il mio vantaggio è che tutti - tutti - hanno mentito in questa storia, e io sono in grado di dimostrare che le informazioni che ho raccolto sono state distribuite in azienda perché commissionate dall'azienda e nel suo interesse... Ne ho sentite di tutti i colori. Come Marco Tronchetti Provera che nega di aver mai avuto conti all'estero, come se non sapessi che per lo meno fino al 2006 i suoi conti erano a Montecarlo". Tavaroli lamenta di essere stato "messo in mezzo" per aprire la strada all'inchiesta Abu Omar. E' il "signore della sicurezza" Telecom. I pubblici ministeri devono intercettare gli uomini del Sismi che hanno cooperato con la Cia per sequestrare illegalmente il cittadino egiziano, sospettato di essere un terrorista. Con i buoni rapporti di Tavaroli con il Sismi, l'operazione sarebbe stata a rischio. "Così - dice Tavaroli - hanno cominciato a indagare su di me in modo strumentale. Sì, strumentale. Potrei farvelo leggere nelle carte. Nelle carte c'è scritto. Dispongono la perquisizione nel mio ufficio con un unico obiettivo: rimuovermi dal mio posto nella convinzione che, se non lo avessero fatto, non avrebbero avuto campo libero per le intercettazioni dell'inchiesta Abu Omar e quindi per l'ascolto decisivo dei funzionari del Sismi. Pensavano: questo Tavaroli se ne accorge e avverte il suo amico Mancini (era il capo del controspionaggio dell'intelligence) e noi non caviamo un ragno dal buco. Così sono finito nel tritacarne...". Sarà, quel che è saltato poi fuori giustificava l'iniziativa penale, ma qui conta altro. E' vero o è falso che, nel tempo, si è creata una sovrapposizione operativa, una contiguità d'interessi tra l'intelligence di Stato, le security delle grandi aziende al servizio di obiettivi ora istituzionali ora politici ora economici, ora l'uno e l'altro? Un "sistema" che per alcuni anni ha avuto il suo centro nella Telecom di Marco Tronchetti Provera? Tavaroli dice che, se si vuole davvero capire che cosa è accaduto in Telecom, bisogna andare indietro nel tempo. Una data d'inizio. "Questo metodo ha, se si vuole, una data d'inizio con la nascita del nucleo speciale di polizia giudiziaria a Torino, un gruppo che non aveva alcuna corrispondenza nell'Arma dei carabinieri. Esisteva soltanto lì a Torino, dove il generale Dalla Chiesa era comandante (Tavaroli lo chiama sempre il Generale, e sembra di vedere la maiuscola). E' nel "nucleo" che nascono l'operazione di Frate Mitra che conduce all'arresto di Renato Curcio o all'arresto di Patrizio Peci. In quest'occasione furono "infiltrati" in Fiat - con l'assenso e la collaborazione della "sicurezza" dell'azienda - cinque operai "collaborazionisti": uno di essi fu poi reclutato dalle Brigate Rosse; fu l'uomo che indicò al Generale il "covo" di Peci. Dopo questi successi il metodo trovò una "natura giuridica", una sistematizzazione legislativa. Non è che le nuove leggi lo prevedessero esplicitamente, ma rendevano possibile - meglio, tolleravano - quei sistemi se, in qualche modo, "controllati" dall'autorità giudiziaria. Diciamo che le linee di collaborazione con la magistratura si accorciarono e capitava che il pubblico ministero lavorasse gomito a gomito con il sottufficiale operativo senza la mediazione delle gerarchie. Nacquero le sezione speciali anticrimine. Con l'assassinio di Guido Rossa, comincia la collaborazione anche del Pci e dei sindacati. Ugo Pecchioli offre tutte le informazioni che i militanti e i sindacalisti raccolgono nelle fabbriche. Indicano tutti i nomi di coloro che, in fabbrica, sono o paiono essere vicini al terrorismo. Ci sono ancora in giro ex-sindacalisti che possono essere buoni testimoni di questo lavoro". (Dunque, vediamo integrati in una sola "piattaforma", l'Arma dei carabinieri con un suo nucleo speciale, le procure alle prese con un "diritto speciale di polizia", le attività informative della più grande impresa privata del Paese, la Fiat, e del maggior partito di opposizione, il Pci, presente in modo massiccio nel sindacato e nelle fabbriche. Lo schema è destinato a riprodursi e, con la sconfitta del terrorismo, a deformarsi, a "privatizzarsi"). "Diciamo che nella lotta al terrorismo nacque un "sistema" e fu selezionata un'élite di professionisti, che è o è stata al vertice della security delle maggiori imprese italiane. Con i pool di magistrati, operavamo a stretto contatto, avevamo molte responsabilità anche di decisione. Accadde quello che nelle aziende si sarebbe chiamato "accorciamento della catena decisionale". Gli ufficiali in parte partecipavano e comprendevano l'importanza dell'esperienza, in parte avvertivano di avere meno potere: contavano le competenze e non il grado sulla spalla. Si forma così una generazione di uomini che emerge per il merito, la competenza. Siamo in un periodo di "leadership situazionali", ovvero di persone che prendono la leadership a seconda delle situazioni e delle circostanze, con grande flessibilità. E' in questo periodo che si afferma "la dittatura della conoscenza". Conta chi ha competenza e conoscenza e capacità di analisi. Ecco perché io e Marco Mancini ci affermammo nonostante fossimo soltanto dei sottufficiali: noi avevamo competenza e conoscenza. I generali avevano i gradi, ma né l'una né l'altra. Nel dicembre del 1988, quasi con un colpo di testa - decisi d'istinto, dalla mattina alla sera, appena mi arrivò la proposta - lasciai l'Arma per l'Italtel. Ormai noi dell'Antiterrorismo ci giravamo i pollici. Molti si decisero a riciclare i loro metodi nella lotta alla criminalità organizzata. Non era per me. Io penso che la mafia ti rovini la testa, ti avveleni. Quando mi chiudo alle spalle la porta di casa, voglio poter lasciare fuori anche il pensiero del lavoro. Ma quando hai a che fare con gente che scioglie un bambino nell'acido, come fai a dimenticartelo? Te lo porti a casa, il lavoro. Andai via". "Lo scambio delle figurine". "Per il mondo della sicurezza privata, quelli, sono anni decisivi. Nel 1989 cade il Muro, implode l'Unione Sovietica. Le ragioni costitutive di una cultura della sicurezza, della sua organizzazione, metodo, visione del mondo vengono meno. Io ho 30 anni e sono consapevole che devo trasformarmi in un uomo di business. Comprendo subito che la sicurezza deve diventare una funzione dell'azienda, non restare - come era allora - un corpo separato dell'impresa. Tra il 1991/1992 nascono business intelligence, market intelligence, competitive intelligence... Un vecchio mondo si frantuma, prestigiosi "salotti" diventano polverosi e inutili. Mondi che prima erano separati da ostacoli, più o meno, invalicabili - o valicabili a prezzo di grandi rischi - entrano in costante comunicazione. A quel punto i servizi segreti che, con il mondo diviso in blocchi, erano monopolisti dell'informazione perdono, nello spazio di un mattino, la loro supremazia. E' uno scettro che passa nelle mani dell'impresa privata. Italtel, per dire, aveva dopo il 1989 150/200 uomini in Urss e agiva con i governi delle singole repubbliche dell'ex-blocco sovietico mentre il Sismi faticava per infiltrare anche soltanto un uomo oltre le linee. Chi contava di più? Chi poteva avere più informazioni? Queste condizioni creano un nuovo mercato. Comincia lo scambio delle figurine tra security private e servizi segreti. La parola d'ordine convenuta è "diamoci una mano". E' una collaborazione che cresce, si allarga e sviluppa senza uno straccio di protocollo, senza rendere trasparente e condiviso che cosa è lecito, che cosa non lo è. In ogni altro paese - Stati Uniti, Inghilterra, Francia - ci sono protocolli che regolano i rapporti tra imprese, sicurezza privata e servizi. Da noi, c'è un vuoto che ciascuno occupa come crede. Nel 1996, aprile, vado in Pirelli. A quel punto le aziende che agiscono sul mercato globale hanno già una sovranità superiore a quella degli Stati. I governi hanno abdicato. L'11 settembre, se riproduce nel mondo una nuova logica bipolare Occidente contro Islam, esalta le potenzialità e il protagonismo delle imprese multinazionali o plurinazionali. Con in più lo straordinario e inedito potere della tecnologia. Cambia di nuovo tutto. Cambiano la cultura e i players dell'informazione. Tutti affidano tutto all'indagine elettronica: tracce elettroniche, carte di credito ecc. ecco che le telecomunicazioni diventano appetite, sempre più strategiche. Le indagini si fanno con le intercettazioni. Di nuovo: difficile dividere lecito e meno lecito. In Francia, la polizia fa le intercettazioni legali; la Direction de la Surveillance du Territoire (Dst) fa quelle illegali. Tutto normale, in Italia no". "Tronchetti voleva il Corriere". "Poi Pirelli acquista la Telecom. E' per tutti noi una sorpresa. Forse non tutti sanno che Tronchetti Provera non aveva alcuna intenzione di entrare in Telecom, in realtà. In quel 2001, stava scalando Rcs. Ha sempre avuto una passione non nascosta per il Corriere della Sera che riteneva, e forse ritiene, un'istituzione essenziale per la democrazia italiana. In quei mesi stava acquisendo posizione e posso credere che si preparasse a lanciare un'offerta pubblica di acquisto. Fu Buora a proporre il dossier Telecom. Tronchetti gli diede fiducia. Le cose, per noi, non stanno per niente messe bene nel 2001, quando Berlusconi e i suoi si insediano a palazzo Chigi. Era al potere una famiglia impenetrabile, gente che è insieme, gomito a gomito, dai banchi di scuola, gente che pensa soltanto agli affari e all'assalto alla diligenza e tutti - dico, tutto l'establishment - sono "fuori asse". A chi rivolgersi? Come scegliere gli interlocutori "giusti"? E ci sono davvero, in quella compagnia, gli "interlocutori giusti"? Per dirne una. Telecom aveva un contenzioso per un centinaio di miliardi di lire con il ministero della Giustizia. Come venirne a capo? Chi era Roberto Castelli? E quel Brancher lì (era l'"ambasciatore" di Forza Italia presso la Lega di Bossi), che "pesce" era? La verità è che noi in quell'avvio avevamo soltanto pochissimi interlocutori. Ad esempio, Pisanu (ministro per l'attuazione del programma). Vecchia scuola. Formazione politica solida. Interlocutore affidabile. Con lui, Tronchetti filò subito d'amore e d'accordo. Con gli altri soltanto guai. E i guai toccava a me affrontarli. In quel periodo accade qualcosa che mi fa capire. Accade che dovevamo rivedere gli organici e le responsabilità negli uffici di Roma. Una persona, di cui non voglio dire per il momento il nome, mi sollecita a "salvare", negli uffici della capitale, la signora Laura Porcu. La cosa mi convince e la Porcu viene "salvata". Dopo qualche tempo, la Porcu mi chiede se voglio essere messo in contatto con personalità influenti del mondo romano. Accetto". "Il network eversivo". "La Porcu organizza un giro delle sette chiese, un'agenda di incontri con Nicolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Enzo De Chiara (uno strano personaggio, finanziere italo-americano, vicino alle amministrazioni Usa, già finito in qualche inchiesta giudiziaria), Pippo Corigliano (Opus Dei) che a sua volta mi presenta Luigi Bisignani che già aveva chiesto di incontrarmi (se fosse stato siciliano, dopo averlo conosciuto, avrei pensato che fosse un mafioso) e la Margherita Fancello (moglie di Stefano Brusadelli, vicedirettore di Panorama), che a sua volta mi riportò da Cossiga, Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, il generale Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Insomma, dai colloqui, capisco che questi qui sono in squadra. (Tavaroli annuncia in settembre una memoria difensiva molto documentata e comunque va ricordato qui che la sua è la ricostruzione di un indagato). Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l'uno stretto all'altro, a diversi livelli d'influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. E' il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l'amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo. Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava. Che quei segreti potevano distruggere la reputazione di chiunque e la vera sicurezza è la reputazione. C'era insomma, tra la Telecom di Tronchetti e quell'area di potere, un disequilibrio informativo che andava affrontato subito e nel miglior modo da noi, riequilibrandolo o addirittura annullandolo con la creazione, a nostra volta, di altri segreti. C'era bisogno di coraggio. Che è proprio la virtù che manca a Marco Tronchetti Provera. Ha il culto di se stesso. Non decide mai. Non se la sentiva di attaccare frontalmente, magari pubblicamente, quel network né voleva "sporcarsi le mani", cioè entrare nel club pagandone il prezzo in opacità, ma incassandone i vantaggi lobbistici. Non prende posizione. Non si "compromette" né in un senso né nell'altro. Per questo quella "compagnia" lo scarica. Come, lo spiegherò presto. Il fatto è che quando Tronchetti si insedia in Telecom è debole. Debole non per l'indebitamento, come tutti pensano. Ma per il suo isolamento nel mondo politico, economico. Tronchetti non piace alla politica. Ne è distante e questo non è gradito. Non capisce la politica di Roma e questo è un problema. Non piace agli industriali. La Confindustria è guidata da Antonio D'Amato, espressione della media industria, e questo è un altro problema. E' su questa zona di confine che mi dicono di "ballare". E io ballo. Me ne ha dato atto, quando mi ha liquidato, anche Tronchetti. Mi ha detto papale papale: "Forse le abbiamo chiesto troppo". E' vero, mi chiesero molto. Forse troppo".

(1. Continua)

 

Lo sconcerto di Ciampi: "Che errore colpire i simboli"

GIORGIO BATTISTINI

ROMA - L'uomo che ha fatto risvegliare negli italiani i valori patriottici, l'inno di Mameli, la bandiera tricolore, la sfilata ai Fori imperiali per il due giugno, il Vittoriano, l'invito a "fare sistema" per potenziare il senso nazionale ben oltre il solito tifo calcistico, Carlo Azeglio Ciampi, è sconcertato, infastidito dall'ultima boutade di Umberto Bossi. Quel beffardo, oltraggioso, dito medio esibito per mandare a quel paese, e anche oltre, l'inno di Mameli quando parla dell'Italia "schiava di Roma". Un greve "toh" destinato a galvanizzare i leghisti veneti e i loro capi rinfrescandoli nell'afa estiva, disturbando gli italiani veri. Presidente, la scandalizza un'uscita del genere da parte del capo leghista che già in passato, a Venezia, esibì "sentimenti" analoghi verso il tricolore? "Come ben si sa io sono orgoglioso di essere italiano. Sento molto il peso e il ruolo delle istituzioni, e l'inno nazionale è parte integrante di queste. Poi, si sa, gli inni nazionali non sono opere d'arte...". Nel senso che le parole dell'inno di Mameli hanno tratti oggi discutibili? "Beh insomma, sono le parole di un giovane morto oltre due secoli fa, riflesso delle emozioni e dei valori di quella stagione della storia d'Italia. Se qualcuno scrivesse oggi certo userebbe altre parole. Schiava di Roma per intendere che l'Italia è al servizio della grandezza secolare della sua capitale". Per un partito che usa come simbolo il Carroccio, le ampolline del Dio Po e quant'altro e che sogna a giorni alterni un'Italia del nord separata dal resto (Roma inclusa) l'idea d'una storica "schiavitù" può risultare pesante? "Ma l'inno nazionale rispecchia sempre le condizioni del Paese nel momento stesso in cui è stato scelto e scritto. L'inno di cui si parla è stato composto due secoli fa. Certo, il tempo passato può aver lasciato qualche segno, ma nulla che meriti la contestazione dei leghisti". Trova eccessivo il gesto fatto da Bossi nei confronti dell'Italia creata da Dio schiava di Roma? "Più che altro mi pare controproducente". Lei lo conosce bene, le pare sensato quel l'aver "sfregiato" così un simbolo dell'unità Nazionale, simbolo peraltro che la lega ha sempre esplicitamente snobbato, preferendogli il Va pensiero del Nabucco di Verdi? "Conosco Bossi come persona politicamente avvertita, sono sorpreso". Pensa che si sia trattato d'un gesto ingenuamente provocatore, una strizzata d'occhio alle truppe leghiste senza ulteriori significati? "Questo ho qualche difficoltà a crederlo. In politica sprovveduto posso esserlo io, non loro...". E quindi come spiegare una bravata del genere? "Bisognerebbe chiederlo a lui, chissà se ha una risposta valida. Credo invece che sia necessario per tutti fare i conti con la propria storia, difendere la storia comune. Penso ad esempio al 2000, a quando decisi di valorizzare il 2 giugno riprendendo la sfilata militare (alleggerita rispetto al passato) in via dei Fori imperiali, a Roma. Una parata di forze armate come simbolo di pace. Ricordo bene che non pochi erano freddi, addirittura contrari e tentarono di dissuadermi. La gente no, invece. La gente era entusiasta, rivedo gli applausi, i volti allegri della folla su su fino al Quirinale". Intende dire che gli italiani sono realmente affezionati alla simbologia della loro storia patria? E dunque non ci sono da temere forti adesioni alle uscite dei leghisti? "Io credo che occorre avere rispetto delle istituzioni nelle loro forme. Sempre. Penso al Vittoriano. E' vecchio, sì. E allora? A molti piace molto. Ad altri niente. E allora? Vogliamo buttarlo giù? Sarà appena il caso di ricordare che della tour Eiffel, quando nacque, si disse che era brutta ma provvisoria (per l'Esposizione universale), sarebbe stata presto abbattuta. Poi invece con gli anni è piaciuta sempre di più. E adesso nessuno saprebbe immaginare la capitale francese senza la torre". E l'Italia senza Mameli?

 

Corsera – 21.7.08

 

Il teorema smontato - Sergio Romano

Siamo abituati agli atti d'accusa che coinvolgono numerose persone e alle sentenze, soprattutto in Appello e in Cassazione, che riducono considerevolmente il numero e le responsabilità degli imputati. Nel procedimento che concerne dal 2005 Telecom, Pirelli e il responsabile dei loro servizi di sicurezza, Giuliano Tavaroli, sembra che stia accadendo esattamente l'opposto. Durante lo «scandalo dei dossieraggi» (un gigantesco mercato di controlli telefonici e spionaggio informatico che coinvolse, come vittime e clienti, parecchie migliaia di persone) avemmo tutti l'impressione che le indagini avrebbero inevitabilmente trascinato sul banco degli accusati il presidente e l'amministratore delegato dell'azienda, rappresentati come registi dell'intera operazione. Ebbene, no. Dopo tre anni di indagini, la Procura della Repubblica di Milano starebbe per incriminare una trentina di persone, fra cui Tavaroli, e per rinviare a giudizio le società Telecom e Pirelli, ma avrebbe implicitamente scagionato Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora. Il «teorema», come direbbe Berlusconi, è stato smontato. Ma questo non è accaduto alla fine di un sofferto tragitto giudiziario, costellato di sentenze e di appelli. È accaduto grazie a una Procura che, occorre riconoscerlo, non ha fatto nulla, nella fase calda dello scandalo, per alimentare sospetti e supposizioni. Forse è giunto il momento di chiedersi come e perché l'Italia sia particolarmente vulnerabile a questo tipo di vicende. Quando esplodono, gli scandali italiani cadono su un terreno pronto ad accoglierli. Una parte importante della pubblica opinione è convinta che la sua classe dirigente (politici, imprenditori, finanzieri) sia avida, corrotta, profondamente immorale, instancabilmente indaffarata ad arricchire se stessa e a derubare i suoi connazionali. La battuta di Giulio Andreotti («a pensare male s'indovina») è diventata un motto nazionale. In molti Paesi la possibilità che una truffa o un complotto siano stati orditi da personalità eminenti suscita generalmente sorpresa, sconcerto, incredulità. Da noi suscita una specie di trionfale compiacimento e ribadisce convinzioni diffuse. Le assoluzioni, quando arrivano, dimostrano soltanto che anche la giustizia, in ultima analisi, è al servizio dei potenti. Il sospetto che diventa una patologia nazionale crea un ingranaggio inarrestabile, un ciclo continuo, difficile da interrompere. Non è necessario costruire teoremi. Esistono già, depositati nel profondo della diffidenza e della sospettosità nazionali. Attenzione, non vorrei essere frainteso. In un Paese afflitto da corruzione, conflitto d'interessi, spirito mafioso e criminalità organizzata, gli scandali, purtroppo, sono spesso reali. Ma se è sciocco negarne l'esistenza, è altrettanto sciocco pensare che tutti gli amministratori pubblici siano ladri e tutti gli imprenditori sospettabili delle peggiori nefandezze. Il Paese, nonostante tutto, è molto meglio di quanto pensino i suoi cittadini. Esiste naturalmente una responsabilità dei mezzi d'informazione. La stampa, nel senso più largo della parola, è lo specchio che riflette i sentimenti, gli umori e le idiosincrasie della società. Ma quella italiana non si limita a registrare gli umori del Paese. In molti casi li amplifica e li rilancia. Le ragioni sono in parte antiche e in parte nuove. Là dove non esiste una netta distinzione tra stampa d'informazione e stampa popolare, il giornale è spesso condannato a essere contemporaneamente l'uno e l'altro per cercare di raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Questa ambivalenza tende a diventare ancora più evidente in una fase in cui i giornali sono insidiati da nuovi mezzi d'informazione, moderni, aggressivi e destinati a conquistare una parte crescente della società. Esiste la concorrenza, beninteso, ma vi sono circostanze in cui costringe i concorrenti a rincorrersi verso il basso piuttosto che verso l'alto. Temo che nella vicenda dei dossier illeciti l'informazione abbia avuto, quasi senza eccezioni, le sue responsabilità. Per «servire» il lettore e non restare indietro rispetto alla concorrenza, ha finito per somministrargli ogni giorno una dose crescente di sospetti. E ha dimenticato che certe vicende, anche quando sono destinate a ridimensionarsi, possono avere conseguenze micidiali per la sorte dei protagonisti dello scandalo. Nel Sole 24Ore di ieri Franco Debenedetti ha intravisto una relazione tra lo scandalo dei dossier e le sorti di Telecom nei mesi successivi. Per Debenedetti in questa vicenda vi sarebbe anche lo zampino della politica. Può darsi. Ma vi è certamente una responsabilità della informazione di cui noi tutti dobbiamo essere consapevoli.

 

Scalfaro: «Lo fece già Berlusconi. E' lo stile governativo»

Marzio Breda

ROMA - L'eterno Bossi double face, che alterna panni barbarici e grisaglia da ministro, morsi e carezze, stavolta oltraggia uno dei simboli nazionali più cari: l'Inno di Mameli. Carlo Azeglio Ciampi, che ha investito molte energie del suo settennato proprio per rianimare quei simboli, è avvilito. «Il Canto degli Italiani - dice - è uno dei modi che abbiamo per esprimere l'amore di patria e l'orgoglio dell'appartenenza. Va onorato e rispettato assieme alla bandiera, al 2 giugno, a certi spazi pubblici consacrati al ricordo comune e a ogni altro segno esteriore dedicato alla nostra identità di popolo». E va respinta, aggiunge, la pretesa di derubricare l'insulto a una, sia pur rozza, critica del testo. Ammette che «sì, le parole possono suonare magari troppo enfatiche, oggi. Ma non si può discuterne seriamente senza riflettere anche sulla retorica e sul clima di passione civile del 1847, quando Goffredo Mameli le scrisse». Discorso chiuso, per Ciampi, che non ha «alcuna intenzione di entrare nelle polemiche» e che perciò si limita a bocciare questi comportamenti in quanto «mettono a rischio la dignità delle istituzioni». Quasi la stessa indignata laconicità di Oscar Luigi Scalfaro. Ha appena visto alla tv il servizio sulla performance del ministro leghista e quel dito medio agitato come estremo sfregio gli ha fatto affiorare alla memoria un «sottovalutato» precedente. «Mi ricordo che un gesto identico lo fece il presidente del Consiglio, qualche anno fa, in una pubblica piazza. Si tratta dunque di una "gestualità governativa", chiamiamola così». Allude al famoso comizio del 29 maggio 2005, a Bolzano, nel quale Silvio Berlusconi, festeggiando una vittoria elettorale, rafforzò in quella maniera il solito anatema verso gli avversari politici. Una scena immortalata dai fotografi e poi trionfalmente riprodotta in migliaia di manifesti di Forza Italia. Sono gli effetti di una comunicazione politica ormai scivolata nel trash (vedi la recente metafora di Gasparri sul «Csm-cloaca »), per contrastare la quale «dovrebbero parlare i responsabili, cioè coloro che hanno potere sul serio», sbotta Scalfaro. Per lui, insomma, «non si possono chiamare in causa i vecchi dinosauri per difendere la vernice, quando c'è da difendere la sostanza». È una questione di fondo, di fronte alla quale, secondo l'ex presidente, ormai non basta più la speranza che una semplice alfabetizzazione patriottica o qualche vago appello alla buona creanza si riveli determinante. «Mi viene in mente ciò che ha detto il Papa in Australia, a proposito dello scandalo pedofilia: non si può fare il prete quando il comportamento è totalmente contraddittorio con la missione che si è scelto. Ecco, qualcuno dovrebbe forse sollevare il problema di un'analoga incompatibilità in politica».

 

«Addio alla Notte bianca. A Roma la Notte futurista» - Aldo Cazzullo

ROMA — Addio Notte bianca. Con la destra, Roma avrà la Notte futurista. Lo annuncia il nuovo assessore alla Cultura, Umberto Croppi. «E' esaurita la vecchia formula, per cui si riversavano in centro a centinaia di migliaia, non certo per fare spese o visitare musei. Meglio tante notti. Una dedicata all'arte contemporanea, con le gallerie aperte. Una pensata per i bambini. E, il 20 febbraio 2009, centenario del Manifesto di Marinetti, la Notte futurista. Si inaugurerà la mostra, ma soprattutto si terranno eventi di tipo futurista. Giochi di luce nel cielo della capitale. Un dirigibile che passa sulla città spandendo musica. Animazione teatrale in galleria Colonna. Performance al mattatoio del Testaccio...». Non è un caso che l'idea sia di Croppi, da sempre affezionato al «fascismo rosso», alla destra che confina con la sinistra, alle contaminazioni culturali. «Il momento è propizio. A Roma, in Italia. La sinistra vive il suo 8 settembre. E' crollata, non ha più linea di comando, il gruppo consiliare in Campidoglio va per conto proprio. E la sconfitta romana non è di Rutelli; è di Veltroni. La destra deve aprirsi. Imparare a distinguere: il Macro è un oggetto sconosciuto, i romani non sanno che esiste un museo di arte contemporanea, e quindi il suo direttore Danilo Eccher sarà sostituito; l'Auditorium funziona, Gianni Borgna non è in scadenza, e quindi resta. C'è una crisi di consenso, di cui la destra deve approfittare. Parlando non solo ai suoi, ma rivolgendosi a loro. Sparigliando le carte; un po' come fece Togliatti quando dopo la caduta del Duce si rivolse ai giovani fascisti. Rispetto a lui, non abbiamo il problema delle ideologie e delle tragedie esistenziali della guerra». Croppi le conosce bene, per averne una in casa. «Mio padre fu ufficiale della Rsi. Fascista di sinistra, anticlericale. Scampò alle vendette, ma si fece un paio d'anni in carcere. Era la persona più buona, colta, liberale che abbia mai conosciuto. E mi regalò il Capitale di Marx. Per questo non ho mai creduto alla retorica antifascista. Anzi, a 14 anni ero molto più a destra di papà. Lefevriano. Ma cambiai in fretta. Tifavo per i marines; cominciai a tifare per i vietcong. La prima tessera fu quella del Msi. Nel '75, a 19 anni, fui il più giovane consigliere comunale d'Italia, a Palestrina, la città di mia madre. Divenni dirigente del Fronte della Gioventù: il capo era Buontempo, c'era anche Fini ma un po' isolato, distante nel suo impermeabile bianco, infatti lo prendevamo in giro. Buontempo portava l'eskimo, io avevo i capelli lunghi e gli scarponi comprati a Porta Portese, sembravamo punkabbestia, non a caso Almirante ci chiamava castristi. Per lui provavo un misto di odio e amore: ne ammiravo il coraggio, ma avevo idee e gusti opposti. Nei cineforum di destra davano solo L'assedio dell'Alcazar. E poi La battaglia di Algeri, per rivedere la scena di Massu con gli occhiali scuri che entra nella casbah alla testa dei parà; e ogni volta scoppiava l'applauso. Io simpatizzavo per gli algerini, e amavo Bergman e Porci con le ali: i film e i libri dei miei coetanei. Leggevo Kerouac e Tolkien. Ho visto tutti i grandi concerti degli Anni '70, da Santana ai Jethro Tull». «Mi pestarono in quaranta. Quaranta contro uno. Mi massacrarono. Due costole rotte, una lesione al nervo ottico. Mi ero candidato alle prime elezioni universitarie, nel Fronte anticomunista. A giurisprudenza prendemmo la maggioranza, ma per entrare in università bisognava passare tra due fila di autonomi: una forca caudina. Il peggio avveniva dentro, dove c'erano quelli del Manifesto e della Fgci. Tanti pestaggi, tutti individuali. Cominciò il terrore. Dopo Primavalle si erano rifugiati a Palestrina i Mattei, divenni loro amico. Vivevo con i miei genitori anziani, la sera ogni rumore diventava un allarme. Comprai una pistola, poco più di uno scacciacani. Poi pensai: ma sono diventato matto? E la buttai in una fogna». «La voce della fogna era il giornale di Marco Tarchi, che leggevo con passione. Nasceva la nuova destra. Alla scuola quadri del Msi — Istituto studi corporativi — incontrai Gabriella Alemanno, la sorella di Gianni, che era più piccolo di noi. Gasparri? Figura minore. Dialogavamo con intellettuali di sinistra: il primo fu Mughini, poi Cacciari, Marramao. Dopo l'arresto solidarizzai con Sofri, insieme con Beppe Niccolai, missino non rosso ma proprio comunista, "bombacciano", che aveva sempre vissuto come un peso l'uccisione di Serantini, l'anarchico morto dopo gli scontri per impedire un comizio di Niccolai a Pisa. La leggenda di Battiato fascista nacque per causa mia: una sera cercai di intervistarlo dietro il palco, non ci riuscii ma qualcuno ci vide insieme; e poi a Battiato ci univano gli autori prediletti, da Guénon a Gurdjieff. Nel '90 il mio leader di riferimento, Pino Rauti, divenne segretario. Ma già l'anno dopo compresi che era tutto finito. E cercai la mia strada a sinistra». «Partecipai alla fondazione della Rete, con Fabio Granata, oggi parlamentare di An; ma le vecchie barriere erano troppo forti. Avevo condiviso le battaglie radicali degli Anni '70, sostenni la candidatura di Rutelli a Roma: da primo dei non eletti del Msi in Regione subentrai come consigliere dei Verdi. Vidi il congresso fondativo dei Democratici: scene allucinanti, i delegati arrivavano in pullman, votavano e ripartivano, Rutelli arruolava ciellini contro le truppe di Di Pietro. Lasciai la politica. Ho diretto la casa editrice Vallecchi e collaborato con la fondazione di Alemanno. Oggi la speranza è il Pdl. Su Berlusconi ho cambiato idea: gli devo riconoscere una vitalità eccezionale. Il nuovo partito va fatto: perché rompe le cristallizzazioni, semplifica, riapre la politica».

 

l’Unità – 20.7.08

 

La giustizia come intrusa - Furio Colombo

Il problema giustizia viene avanti in molti modi e molti episodi, quasi sempre per dire che la giustizia circola fuori posto, come un guidatore che - per ragioni non accertate - invade la corsia opposta. Altri episodi, pur avendo peso e drammatica risonanza nella storia (non di una provincia italiana, nel mondo) sono ignorati del tutto. Al momento solo Marco Pannella - fra l’indifferenza generale - sta facendo lo sciopero della fame nel tentativo di salvare una vita (si veda l’intervista di Umberto De Giovannangeli su l’Unità del 18 luglio). Impegno meritevole e irrilevante, direte voi, perché dove è ancora in vigore la pena di morte non fanno caso a Pannella. O forse - diranno altri - perché perdere tempo a occuparsi di una storia lontana, con tutte le gatte da pelare che abbiamo qui? Il fatto è che, con un certo istinto, Pannella ha visto qualcosa che forse merita attenzione: l’imminente condanna a morte di Tariq Aziz, unico non islamico nel cerchio di Saddam, ultimo a venire a Roma e a vedere il Papa (Giovanni Paolo II) un giorno prima della guerra che quello stesso Papa ha supplicato in tutti i modi di evitare, seppellirebbe per sempre una fonte essenziale di fatti veri. Per esempio: è vero che Saddam stava per accettare l’esilio? Qualcuno forse ricorda la follia radicale dello slogan «Iraq libero». Proponeva una di quelle cose semplici e assurde che a volte evitano le catastrofi: rimuovere Saddam (che voleva un miliardo di dollari per andarsene) e lasciare intatto e libero dal dittatore il Paese, in cui la distruzione, a un costo immenso, dura ancora. Ma qui non si tratta di rimpiangere, visto che almeno la storia ha corretto i suoi verbali, e si sa con certezza (testimone chiave l’ex primo ministro spagnolo Aznar) che una guerra così spaventosa era davvero evitabile. Si tratta di fermare un processo finto, di invocarne uno vero, in nome dei princìpi in cui crediamo (o diciamo di credere) e impedire l’esecuzione dell’ultimo membro di governo colpevole, certo, ma anche ultimo testimone. E fermare un’altra esecuzione capitale in un mondo già spaventosamente insanguinato. Su tutta questa questione non si muove una foglia negli illustri e storici parlamenti europei. È attivo, vivo e nervoso, invece, il Congresso americano. La Speaker (Presidente della Camera) Nancy Pelosi ha dato il via libera alla Commissione giustizia del suo ramo del Parlamento. In quel Paese la Commissione giustizia di una Camera non si occupa di bloccare il tentativo di un padre disperato di porre fine all’orrore della morte di una figlia che dura da 16 anni. In quel Paese la Commissione giustizia si riunisce per ascoltare il deputato Kucinich che, sulla base di una sua dettagliata inchiesta, vuole confrontare il Presidente degli Stati Uniti con l’accusa di avere dirottato stampa e opinione pubblica usando fatti non veri pur di cominciare la guerra che non finisce. Un libro americano appena uscito in Italia ("The Italian Letter" di Peter Eisner e Knut Royce, distribuito in edicola dalla rivista "Il Mucchio") racconta l’intera storia e la parte italiana della vicenda (visto che politica e servizi americani non si prestavano). Pannella però punta più alto, con il rischio di colpire nel vuoto, ma anche con un pragmatismo davvero di tipo americano. Dice: «Intanto salviamo la vita di Tariq Aziz e sentiamo che cosa ha da dire, ora che è senza potere ma non senza memoria». Ecco dunque una questione di giustizia che in luogo del silenzio meriterebbe un forte attivismo giornalistico e politico. Invece, silenzio. Capisco i media, che non possono montare retroscena. Ma le Commissioni Giustizia ed Esteri di Camera e Senato? Domina invece, dai titoli agli editoriali, dalle interviste alle ricostruzioni cronistiche, il rapporto politica-giustizia in Italia. Non parlo di uno specifico evento, come quello del Presidente della Regione Abruzzo Del Turco, per il quale è doveroso l’augurio che possa dimostrare la sua estraneità ai fatti, la sua innocenza, nella più limpida delle inchieste, e nella più persuasiva delle difese possibili. La questione italiana è unica e segnata da una profonda diversità rispetto al resto del mondo. Quella italiana non è una discussione tra esperti o un dibattito tra politici competenti su aspetti e modalità del rapporto fra i due poteri. Vantare l’indipendenza del potere giudiziario di un Paese è privilegio delle democrazie. Dovunque, scorrendo i giornali del mondo, dalla Scandinavia all’India, trovate notizie del ministro sotto inchiesta (di solito dimissionario) del parlamentare indagato, di azioni probabilmente indebite compiute nell’ambito di uno degli altri due poteri, legislativo ed esecutivo, e perseguite dai procuratori e dai giudici del potere giudiziario. Poiché nel mondo del diritto la responsabilità penale è personale, ciascuno risponde in proprio, ci sono assolti e condannati (pochi, molto pochi restano o rientrano nella politica) e nessun Paese si spacca, nessun lavoro parlamentare si ferma, nessuno si esporrebbe al ridicolo di dichiararsi perseguitato, e anzi di esibire il numero delle inchieste e dei processi che lo riguardano come se fossero le decorazioni commemorative di valorose battaglie. L’idea stessa che qualcuno manovri i giudici per i fini politici di un partito o di un gruppo, quando quell’idea torna ad essere dichiarata, come una denuncia rivelatrice, per decenni successivi, mentre intanto tutte le forze politiche (e il peso di quelle forze politiche) sono profondamente cambiate, è una denuncia malata. Oppure è la denuncia di un attentato, di un golpe. Va dimostrato con fatti, nomi, date, circostanze. Non è ammesso, non dal diritto e non dalla psichiatria, di dire: "Ce l’hanno con me". Un momento di particolare, stridente contraddizione con la realtà, di nuovo in ambito dubbio sulla tenuta psichica o almeno la buona fede di chi fa la dichiarazione, viene raggiunto quando un inquisito assolto dichiara la sua assoluzione non la prova della giustizia che funziona, ma la prova del complotto. «Vedete? Mi perseguitano, tanto è vero che sono stato assolto». Il lettore ha già capito che stiamo parlando sempre e solo di Berlusconi. Si può anche non nominarlo, ma la maledizione non se ne va. E’ lui che dichiara, in un mondo in cui si stanno incrinando le travi di sostegno di grandi Banche, in cui la paura è un ghibli che attraversa le Borse, in cui prezzi e inflazione salgono di giorno in giorno e anche di ora in ora, in cui il Governatore della Banca centrale americana non esita dichiararsi: «molto preoccupato», lui - Berlusconi - dichiara e ripete: «Nessuno mi fermerà; la priorità è la giustizia». Sentite i suoi rimedi alla crisi che scuote il mondo dalla City a Pechino: «1. Ritorno all’immunità per i parlamentari (segue smentita, seguirà conferma). 2. Carriere separate per i giudici. 3. Frantumazione del Consiglio superiore della magistratura. 4. Misurare la produttività dei giudici (notare la parola da Confindustria applicata alla giustizia, ovvero la sovrapposizione di un potere sull’altro). 5. Vietare e punire tutte le intercettazioni eccetto per mafia e terrorismo» (con il problema di stabilire quando e dove una questione di mafia o terrorismo comincia o finisce). Il problema si fa più grave quando illustri commentatori di grandi giornali seguono scrupolosamente il percorso indicato dal Capo che dice: se si verifica una interferenza, per qualsiasi ragione, fra giustizia e politica, il solo rimedio è “riequilibrare i poteri” ovvero tagliare le unghie alla giustizia. Sentite l’opinione autorevole (e osservate lo snodo logico) espresso in un editoriale di Angelo Panebianco: «L’inchiesta su presunte tangenti nella sanità (dell’Abruzzo, ndr) ricorda a tutti che i problemi fra giustizia e politica non riguardano solo Berlusconi». E anche (sentite bene): «È lecito chiedere al Partito democratico: come pensate di essere di nuovo forza di governo se non avete una vostra posizione sulla giustizia che non si limiti a essere fotocopia di quella dell’Associazione magistrati?». (Corriere della Sera, 15 luglio). Il senso di questo ammonimento è piuttosto offensivo per il nuovo Pd. L’editorialista sta dicendo: «Come pensate di governare se lasciate liberi i giudici di indagare?». Credo di poter dire che, offensive o no, le frasi fin qui citate siano intraducibili per il New York Times. I due candidati dei due grandi partiti americani non hanno alcuna “posizione sulla giustizia” salvo le garanzie e i diritti umani e civili di tutti i cittadini. Non l’hanno e non devono averla perché tutto è già stato stabilito dalla Costituzione. E inoltre perché i candidati delle elezioni americane sono in corsa per ottenere il potere esecutivo, non quello giudiziario. Quando il Presidente e la signora Clinton sono finiti sotto inchiesta per bancarotta (una piccola proprietà dell’Arkansas gestita insieme con soci infidi), l’America non si è fermata un istante, non c’è stato alcun convegno e il Presidente ha fatto la spola fra la Casa Bianca e il Gran Jury (organo istruttorio) senza denunciare persecuzioni. Quando i Clinton sono stati assolti nessuno ha parlato di “teorema svuotato come una bolla di sapone” (sto citando l’estroso portavoce Bonaiuti). Si è limitato a dire: «È finita bene». I due Clinton, Presidente e First Lady, si sentivano protetti, come tutti i cittadini, dalla loro Costituzione. Anche noi lo siamo dalla nostra. Ma c’è ansia e allarme quando un personaggio che ha peso, storia, rilievo politico come Massimo D’Alema dice al Corriere della Sera (15 luglio): «Sulle riforme serve un colpo di reni. Sì a ragionevoli convergenze». Convergenze con chi? Non sarebbe meglio tentare, tutti insieme, di salvare la vita a Tariq Aziz? L’ex ministro degli Esteri sa che valore non solo simbolico avrebbe quel salvataggio.


Top

Indice Comunicati

Home Page