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La strage dei diritti - Piergiovanni Alleva

Manifesto – 22.7.08

 

La strage dei diritti - Piergiovanni Alleva

Lo spirito che anima la prima produzione normativa del governo Berlusconi in tema di lavoro e sicurezza sociale (DL n. 93/2008 e 112/2008) può ben essere definito «controriformista», teso, cioè, a disfare e annullare quelle modeste garanzie che il governo di centrosinistra aveva introdotto, per arginare almeno alcuni dei guasti della «legislazione della flessibilità». Vediamo alcuni esempi, che rendono evidente questo intento di rivalsa, miope e protervo. La legge 188/2007 (tra l'altro approvata all'unanimità) imponeva procedure specifiche, sotto controllo pubblico, per la validità delle dimissioni. Aveva posto fine alla vecchia pratica truffaldina e ricattatoria delle lettere di dimissioni «in bianco» strappate al lavoratore all'atto dell'assunzione: ora l'art. 39 del DL 112/2008 l'ha abrogata, dopo pochi mesi, rendendo di nuovo possibili inganni e ricatti. Ancora - ed entriamo nel tema drammatico del precariato - la legge finanziaria 296/2006, all'art. 1 comma 1173 e 1174 aveva cercato di stabilizzare il lavoro in agricoltura introducendo gli indici di congruità della mano d'opera. Adesso non soltanto questo intelligente esperimento viene cancellato, (art. 39) ma il precariato in agricoltura viene portato all'estremo, classificando (art. 22) le attività agricole di carattere stagionale come lavoro occasionale accessorio, che potrà essere acquistato e retribuito tramite «buoni». Sulla stessa lunghezza d'onda viene poi reintrodotto il lavoro «a chiamata», che la legge n. 247/2007 (protocollo welfare) aveva abolito, mentre con riguardo all'istituto cardine del precariato, ossia al contratto a termine, vengono formulate (art. 24) delle modifiche peggiorative esattamente mirate contro le misure di garanzia faticosamente introdotte dal protocollo welfare. Laddove quest'ultimo ribadiva che il contratto a tempo indeterminato è il modo normale della prestazione di lavoro, l'art. 21 del DL 112/2008 ribatte invece che il contratto a termine può essere utilizzato anche per esigenze riferibili «alla ordinaria attività del datore di lavoro». Dove il protocollo welfare stabiliva un «tetto» di durata cumulativa di 36 mesi (superabile al massimo per una volta sola) e un diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato nei 12 mesi successivi, il suddetto art. 21 si affretta a consentire che discipline diverse, ovviamente anche peggiorative, possono essere dettate dai contratti collettivi anche aziendali - si noti - purché stipulati con organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. E qui si rende palese un altro «ritorno» all'esperienza del precedente governo Berlusconi del 2001-2006, perché diverse altre disposizioni si ritrovano nel DL 112/2008, che prevedono l'utilizzo della contrattazione collettiva, anche aziendale, in funzione di deroga peggiorativa di garanzie di legge. Così ad esempio, in tema di apprendistato (art. 22) ove contratti collettivi, anche aziendali, possono escludere qualsiasi controllo della regione sulla formazione fornita in concreto ai giovani in azienda, o in tema di orario di lavoro (art. 41), dove tutta la materia dei riposi giornalieri, delle pause, del lavoro notturno può essere oggetto di deroghe da parte di contratti collettivi anche territoriali o aziendali. E' per noi evidente che il governo di centrodestra spera in nuovi «Patti per l'Italia», in accordi separati con alcune confederazioni sindacali soltanto, che consentano, in piena autoreferenzialità, di compiere ogni genere di manomissione di diritti e garanzie, all'insegna di quella «concertazione subalterna» di cui è ancora vivissima la memoria. Si ritorna, dunque, a quello che, da più di 20 anni costituisce il problema di fondo del diritto del lavoro italiano, che i governi di centrosinistra non hanno mai avuto la forza, - e quelli di Centro Destra la volontà -, di risolvere. Il problema, cioè, di una legge su rappresentatività e democrazia sindacali, senza la quale gli accordi sindacali con valore materiale di legge, finiscono con il costituire (per mancanza di controlli su misura della rappresentatività e consenso dei rappresentati), non già espressioni di partecipazione democratica, ma del suo contrario, ovvero di autoreferenzialità corporativa ed appropriazione privata di interessi generali. Mentre scriviamo, in Parlamento la maggioranza sta - ça va sans dire - «migliorando» il testo governativo in maniera da renderlo un monumento «aere perennius» che certamente gli storici del diritto apprezzeranno come espressione massima, nella versione italiana, della civiltà giuridica nell'epoca della globalizzazione.

 

Colpo al cuore della stampa - Giancarlo Aresta

Giulio Tremonti, commercialista cattedratico (divenuto filosofo del capitalismo globalizzato, alla vigilia delle elezioni, con la pubblicazione di un felice e molto interessante libretto, La paura e la speranza), tornato ministro, sulle ali della speranza, ha lasciato a se stessa la filosofia e si è impegnato a trovare un marchingegno per far pagare «lacrime e sangue» a un paese ormai allo stremo. E' il dominio della paura. E per agire sulla paura ci vogliono tempi assai stretti, ansia, affanno, capacità di condizionamento (della maggioranza, oltre e prima ancora dell'opposizione). Nasce di qui, l'idea di anticipare a luglio e in un decreto la Finanziaria 2009. Sembra un'idea geniale. E i cretini, a partire da quello che si definisce «il maggior quotidiano italiano», gli vanno dietro. Meno di sette minuti per approvare la manovra in Consiglio dei ministri. Solo 60 giorni per il voto definitivo in Parlamento: dal 25 giugno al 24 agosto. Ma i 60 si ridurranno a 40, perché nessuno mai riuscirà a far sedere nelle Camere i deputati e senatori italiani dopo il 5 o 6 agosto. E così comincia la storia di una legge, che cambierà in profondità la costituzione materiale del paese (sanità ridotta in pezzi, welfare dei comuni cancellato in parti importanti - ma la Lega dov'è? a difendere il bidone che si svuota del federalismo? -, riduzione dell'obbligo scolastico a 14 anni, in un paese che sta regredendo in modo impressionante, attacco alla libertà di stampa). Attacco feroce. Dovendo trovare soldi a destra e a manca, con una recessione da far paura e in un paese che ha un capitalismo da burletta, l'ingegnoso Tremonti - insieme a tanti altri - ha puntato il suo occhio acuto sul fondo dell'editoria della presidenza del Consiglio dei ministri (sono 414 milioni per il 2008, ma 387 per il 2009 e 387 per il 2010). Con un colpo di forbice, risulta facile tagliare 83 milioni per il 2009 e 100 per l'anno successivo. Forse, al Tesoro sfugge che il fabbisogno di questo settore, tutelato da riserva di legge, è di 580 milioni circa per il 2008, e altrettanti, più o meno, per gli anni successivi? No, credo che non «sfugga», tanto che nel Decreto 112/2008, all'art. 44, si scrive - in un testo di semplificazione legislativa, che impropriamente coinvolge anche materie coperte da norma primaria, come i «criteri di erogazione» dei contributi all'editoria - che i decreti relativi alla «semplificazione normativa sono emanati senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica e tenuto conto delle somme stanziate nel bilancio dello stato per il settore dell'editoria, che costituiscono limite massimo di spesa». La nuova norma sostiene, pertanto, limitatamente ai contributi diretti, poiché a quelli si rivolge il testo legislativo, che «lo stanziamento» è «limite di spesa», pur parlando di un fondo già - per opera del precedente governo - sottostimato di 170 milioni, che oggi viene quasi raso al suolo. Ma vediamo come stanno le cose. Nel 2008, i contributi postali, che si danno a tutte le imprese editoriali e si concentrano pericolosamente nelle mani dei grandi gruppi, rappresentano un costo di 305 milioni; i contributi diretti - che dovrebbero andare alle società non profit, cooperative e fondazioni, e ai giornali di partito, ma finiscono anche nelle mani del gruppo sanitario Angelucci (con due testate diversamente orientate, Libero e Il Riformista), delle tante cooperative un po' fasulle (che non sono cooperative di lavoro), ad esempio quelle inquisite di Ciarrapico o di proprietà di società quotate in borsa, come Class Editori - impegnano circa 190 milioni. Dopo, con lo stesso fondo, bisogna finanziare le radio e pagare le Poste italiane per un vecchio debito consolidato. L'addio al diritto. Ora, se limitatamente ai contributi diretti, si riduce quello che nella legislazione attuale era il diritto soggettivo ai contributi, cioè a ottenere dallo stato risorse certe, commisurate alla tiratura e alla diffusione dei giornali non profit e di partito, siamo alla catastrofe. E al rischio di chiusura di testate come il manifesto, Il Corriere mercantile, Il Corriere di Romagna, Bari Sera, La Voce di Mantova, La Cronaca di Cremona, L'Unità, Liberazione, La Padania, Il Secolo, L'Avvenire. Una cosa assurda, in un paese, tra i pochi al mondo, in cui esiste una intollerabile anomalia televisiva, dove le Tv concentrano la maggioranza delle risorse pubblicitarie, e il presidente del Consiglio è un monopolista televisivo. Non scherziamo. L'antefatto. Per la verità, negli ultimi anni, la carta di ridurre i contributi all'editoria tagliando pro-quota i contributi diretti, l'hanno tentata un po' tutti. Prima il governo di centro-destra nell'autunno 2005, con la Finanziaria 2006, poi quello di centro-sinistra, con il primo decreto legge Bersani sulle liberalizzazioni. E' ovvio che si faccia così. E' la via più facile. Togliere un tanto a testa alle testate che ricevono i contributi diretti, mettendo sullo stesso piano le cooperative di giornalisti e i giornali editi da cooperative fatte da «signori», che non scrivono un rigo. I giornali che vanno ogni giorno in edicola e quelli distribuiti per vie misteriose. Quelli sostenuti nell'acquisto dai loro lettori e i quotidiani, la cui diffusione (e i contributi che ne discendono) vengono gonfiati da «vendite in blocco», a prezzi irrisori, ad acquirenti di comodo. I giornali di quarantaquattro pagine, come L'Avvenire, e quelli di quattro (Il Foglio e Il Riformista, ad esempio), che tutti ricevono gli stessi contributi sulla base delle copie tirate e diffuse. Si potrebbe ridurre questo costo con una riforma seria, che intervenga su queste patologie del sistema. Ma sarebbe doloroso, e costringerebbe a dire dei no anche alla propria parte politica, ad aprire «liti in famiglia». La via più facile, che è anche la più ingiusta, è quella di fare parti uguali tra diseguali, abolendo il diritto soggettivo. Ora, contro misure analoghe, il Parlamento si è opposto anche nel 2005 e nel 2006, con l'impegno di tutte le forze politiche e facendo sentire alta la sua voce. Per la verità, la Camera dei deputati ha sbarrato la strada a questo obbrobrio anche nella discussione del Decreto legge 112, presentando 69 emendamenti convergenti di tutti i gruppi politici, firmati da 73 deputati. Ma questa volta ha sinora prevalso la dittatura dei tempi. E sappiamo che al Senato si chiederà alla maggioranza una disciplina ferrea, mentre si mette un morso all'opposizione, nel nome del completamento del nuovo miracolo italiano: fare la Finanziaria vera in tempi record, riducendo la sessione autunnale di bilancio a un nuovo Carosello, in cui il Parlamento si occuperà di veder pascolare le pecore. Gli effetti possibili. Se questo testo legislativo dovesse restare in piedi alla fine dell'iter, ingiustizia sarebbe fatta. Decurtando un fondo già pesantemente inadeguato e colpendo il diritto soggettivo, le testate vedrebbero messi in discussione i propri bilanci e, ancor prima, i propri rapporti bancari. E parliamo di giornali, come quelli cooperativi, che subiscono una profonda discriminazione sul mercato della pubblicità. E vedremmo scomparire dallo scenario dell'informazione italiana decine di testate non profit, nazionali e locali, e diversi giornali di partito. Il paese, la sua democrazia, possono permettersi una tale, drastica riduzione del pluralismo, mentre lo scenario televisivo è dominato da un oligopolio e anche nella carta stampata si afferma una tendenza alla concentrazione dell'informazione in pochi grandi gruppi, dopo una lunga stagione di vero ed articolato pluralismo? Può permetterselo questo governo, capeggiato da Berlusconi, proprietario di aziende, che fatturano da sole di pubblicità circa il doppio di tutti i quotidiani italiani messi insieme? Sinceramente, crediamo di no. La speranza. La cancellazione dei contributi diretti colpisce tanti giornali cooperativi e di partito. Ma resterebbero intatti i contributi indiretti. Pochi sanno che il maggiore percettore di aiuti statali tra gli editori è il gruppo Mondadori, con oltre 20 milioni di euro l'anno (dati 2005), come contributi postali. E seguono a ruota Il Sole-24 Ore con oltre 17 e il gruppo RCS con 13. I grandi gruppi, tutti insieme, la fanno da padrona. E' sostenibile una situazione così indecorosa, che farebbe morire qualche decina di testate, mentre si danno fior di soldi a gruppi quotati in borsa, che vanno ad arricchire i dividendi versati agli azionisti? Sarebbe un mostruoso paradosso, di cui potrebbe gioire solo il giullare genovese, autore dei referendum sui contributi alla stampa. Non crediamo che questa scelta, che stralcia in un decreto il contenuto sostanziale di qualsiasi riforma dell'editoria - rendendola inutile e persino beffarda -, possa essere accettata e condivisa dall'onorevole Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega all'editoria, che pochi giorni fa ha rassicurato la Commissione cultura della Camera sui contributi diretti. Né che possa vedere passivo il Senato, che con tutti i suoi gruppi, per due volte negli ultimi tre anni ha impedito che dai governi venisse un colpo mortale al pluralismo dell'informazione a stampa. Lo stesso governo deve acquistare consapevolezza della ferita democratica di cui sarebbe responsabile diretto, se si verificasse la crisi di tante testate, anche storiche, che danno sostanza alla democrazia dell'informazione. I tempi, in un percorso di guerra come quello del decreto finanziario, sono un capestro. Ma occorre che la saggezza prevalga, se non si vuole chiudere una pagina importante della storia culturale del paese.

IL «FONDO» - Per l'anno in corso è previsto un esborso di circa 580 milioni di euro. Di questi 305 vanno ai contributi postali, di cui 101 all'associazionismo e al volontariato, e 204 agli editori, largamente concentrati nei gruppi maggiori. 190 circa vanno, come contributi diretti, all'editoria non profit, cooperativa e di partito (circa 229 testate). Tra queste testate ci sono vere imprese autogestite in forma cooperativa, ma anche testate edite da cooperative spurie (gli ex giornali di movimento politico, tra cui Libero, il Foglio e il Riformista: e si tratta di 10 testate) o da queste controllate (sono 19 quotidiani, tra cui quelli di Ciarrapico). Il contributo pubblico interviene in rapporto a parametri definiti sulla base dei costi di testata, della diffusione e della tiratura.

I BENEFICIARI - A percepire maggiori finanziamenti pubblici sono i grandi gruppi, spesso quotati in borsa. Ad esempio (Indagine conoscitiva dell'Autorità garante della concorrenza e il mercato del luglio 2007, riferiti al 2005) il primo è il gruppo Mondadori con oltre 20 milioni; segue Il Sole-24 Ore con 17,822 milioni; poi Rcs con 13,793. Mentre il gruppo l'Espresso ne riceve 4,689. A questi vanno sommati i contributi agli investimenti. Per capirsi, il gruppo Mondadori riceve contributi pubblici per 20 milioni, mentre tutti i 27 quotidiani editi da cooperative di giornalisti costano allo Stato 44 milioni (fonte: Presidenza del Consiglio).

 

Vacanza universitaria - Alberto Burgio

La destra attacca a testa bassa. La sceneggiatura inventata qualche mese da Walter Veltroni per aprire la crisi di governo non lo prevedeva. Fantasticava di una destra ormai civilizzata. Come stessero in realtà le cose è oggi sotto gli occhi di tutti: razzismo di stato; leggi ad personam come a bei vecchi tempi; attacco contro quanto resta dell'unità sociale e istituzionale del paese; guerra senza quartiere contro il lavoro pubblico e privato, e una politica economica fatta di frodi sull'inflazione reale e di tagli alla spesa e alle retribuzioni. Come sempre. Solo che adesso si infierisce su un popolo di poveri già super-indebitati. CONTINUA|PAGINA12 Difficile dire che succederà alla ripresa autunnale. C'è da augurarsi che, incalzata dalla sinistra sindacale, la Cgil dia finalmente segnali di resipiscenza, ma dovrà vedersela con le altre confederazioni, tentate da una replica in pejus del famigerato Patto per l'Italia. Per parte sua, il Partito democratico si interroga se perseverare nella ricerca del dialogo o impegnarsi nell'opposizione, naturalmente «costruttiva». Intanto vengono giù interi pezzi della Costituzione materiale e formale della Repubblica, trascinando con sé le sorti della nostra democrazia. Un'ennesima picconata la dà in questi giorni il decreto legge 112, la «lenzuolata» scritta da Tremonti in combutta con Sacconi e Brunetta sulla quale il governo ha posto la fiducia temendo di non ottenerne, altrimenti, la conversione in legge entro il 24 agosto. Tra privatizzazioni, tagli alla spesa e agli organici pubblici, nuove misure precarizzanti e ricatti contro i «fannulloni» del pubblico impiego, il provvedimento contiene misure devastanti in materia di scuola e di università. Il manifesto ha già messo in evidenza i pericoli che incombono sul sistema scolastico, già stremato da una politica di lesina che da anni colloca l'Italia agli ultimi posti in Europa quanto a spesa per l'istruzione pubblica. Sarà ulteriormente ridotto l'organico docente e ausiliario e si ridurrà il tempo pieno. Al contempo si riprenderà il progetto morattiano del doppio binario (scelta tra istruzione e formazione professionale già a 14 anni) teso a reintrodurre la logica classista dell'«avviamento» cancellata nei primi anni Sessanta con l'istituzione della scuola media unica. Dopotutto, non aveva detto chiaramente Berlusconi che non sta né in cielo né in terra che il figlio dell'operaio possa avere le stesse ambizioni di quello dell'imprenditore o del professionista? L'università non è messa meglio. Le Disposizioni per lo sviluppo economico (questo il titolo del dl nella beffarda neolingua governativa) prevedono tagli alle già misere retribuzioni del personale docente e amministrativo; tagli agli stanziamenti (in aggiunta ai 500 milioni già decurtati nello scorso triennio); limiti al turn over (nella misura massima del 20% dei pensionamenti per il trienno 2009-2011); massicci trasferimenti a favore di pretesi «centri di eccellenza» (a cominciare dall'Istituto Italiano di Tecnologia, guarda caso presieduto dal Direttore generale del Ministero dell'Economia) e, dulcis in fundo, la possibilità che le università pubbliche si trasformino in fondazioni, spianando anche di diritto la strada a un processo di privatizzazione dell'università italiana che da anni - grazie alle sciagurate riforme uliviste - marcia già speditamente di fatto. Si presti molta attenzione. Quest'attacco brutale non colpisce soltanto chi lavora nell'università né solo chi vi trascorre alcuni anni della propria vita, peraltro pagando tasse sempre più salate in cambio di un sapere sempre più parcellizzato e disorganico. Il progetto del governo ha un respiro ben più complessivo, una portata in senso proprio costituente. Ridurre al minimo il reclutamento di nuovi ricercatori significa precarietà a vita per quasi tutti coloro che ancora attendono di entrare in ruolo ed esasperazione delle logiche oligarchiche e baronali. Privatizzare il patrimonio degli atenei significa consolidare le propensioni e le pratiche neofeudali di ristretti gruppi di potere, sempre più insofferenti al controllo democratico. E significa accrescere il potere di condizionamento del capitale privato (impresa e credito) sui percorsi di ricerca e sulla stessa didattica. Destinare risorse crescenti ai sedicenti centri di eccellenza significa promuovere un sistema di università di serie A (per chi potrà permettersele) e di serie B (per tutti gli altri), secondo il pessimo modello castale degli Stati Uniti. Per l'ennesima volta la nostra «classe dirigente» conferma la propria levatura strapaesana, non esitando a sacrificare le prospettive di sviluppo del paese all'interesse di chi gode di posizioni privilegiate. Ma in questo caso l'attacco colpisce un fondamento della cittadinanza democratica. La scuola, l'istruzione, la cultura e la critica sono strumenti essenziali di partecipazione e di mobilità sociale. Per questo la Costituzione ne preserva libertà e pubblicità. E per questo la destra al governo intende cancellarne il carattere di massa. Viene insomma al pettine uno dei nodi della primavera vissuta anche in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta. C'è chi, per fortuna, se n'è accorto in tempo. Nelle università si moltiplicano in questi giorni agitazioni, appelli alla mobilitazione e assemblee di studenti, docenti e precari. Ma non è ancora abbastanza. Occorre saldare al più presto un fronte ampio che coinvolga massicciamente il corpo docente e tutti i dipendenti del sistema universitario pubblico. Questa controriforma non deve passare: dov'è scritto che agosto non possa essere tempo di lotta?

 

Più delle molotov - Ida Dominijanni

«I fatti addebitati minacciano la democrazia più delle molotov lanciate durante i cortei di quei giorni». Posso sbagliarmi, ma a mia memoria è la prima volta che nell'aula di un tribunale si dice a chiare lettere, nella requisitoria di un pubblico ministero, che certi atti eversivi delle forze dell'ordine sono più pericolosi per l'assetto democratico dei gesti «sovversivi» di un movimento di contestazione. «I fatti addebitati» sono quelli perpetrati dagli agenti di polizia durante il massacro alla scuola Diaz di Genova la notte fra il 21 e il 22 luglio 2001. Non c'è bisogno di dire, dopo l'ignobile sentenza di una settimana fa sulle torture nella caserma di Bolzaneto, che nulla, ma proprio nulla ci fa sperare in una meno ignobile sentenza sulla carneficina della Diaz. Ma quelle parole della requisitoria restano, consegnate a una memoria che sta a noi, più che alle sentenze, tenere viva. Ci piacerebbe averle sentite dire, o almeno riprendere con vigore, da una qualche forza politica, o da uno solo di quei politici che un giorno sì e l'altro pure, a sinistra e a destra e al centro, disquisiscono di giustizia avendo in testa soltanto le immunità castali da una parte e la lotta alla microdelinquenza dall'altra. Ma la politica, non da oggi, su Genova tace, e anche quando ha parlato non ha mai capito, e quando ha capito ha voluto archiviare, il valore paradigmatico che quei due scempi della Diaz e di Bolzaneto avevano e hanno per le sorti del nostro stato di diritto. Forza bruta contro legalità. Eccezione contro regola. Sospensione dei diritti fondamentali in uno spazio affrancato da ogni garanzia e ogni convenzione. A Genova non fu questione di un po' d'eccesso nella repressione di un movimento. A Genova fu sospeso lo stato di diritto, anzi, fu sperimentato che sospendere lo stato di diritto è possibile, senza che il potere politico sia chiamato a risponderne e senza che ne paghi alcuna conseguenza. Immunità per tutte le alte cariche dello Stato, conquistata sul campo molto prima che in parlamento. Qui in Italia, un anno prima che il paradigma del campo, con annessa sospensione dei tribunali ordinari e istituzione di quelli speciali agli ordini dell'esecutivo, venisse glorificato in quel di Guantanamo. Sono cose che abbiamo scritto più d'una volta, ma che non ci stancheremo di scrivere e di riscrivere ancora. Non solo perché quello sfregio allo stato di diritto resti lì, esposto alla coscienza pubblica, e non venga cancellato dai colpi di spugna e dai mucchietti di sabbia. Ma perché c'è qualcosa, nel regime della visibilità politica e nel regime politico della visibilità, che sistematicamente lavora a depistare l'attenzione e a distrarre la memoria. Di seduta in seduta parlamentare, di tg in tg, di prima pagina in prima pagina, la soap italiana gira e rigira su se stessa con poche variazioni sul tema, ed eccoci qua di nuovo alle prese, esattamente come ai tempi di Genova, con le vendette di Berlusconi contro i giudici, con i gesti trash di Bossi contro il tricolore, nonché con i deboli argomenti dell'opposizione contro Bossi e contro Berlusconi. E' un teatro delle marionette che sistematicamente manda dietro le quinte e occulta tutto ciò che nel male e nel bene non fa parte della recita o la eccede e la sovrasta. Il massacro della Diaz e le torture di Bolzaneto sovrastarono, sette anni fa, la recita politico-mediatica sul G8 di Berlusconi e Fini - pur essendone, s'intende, autorizzati o almeno legittimati -, rivelando la sostanza della deriva di decostituzionalizzazione che la nostra democrazia aveva preso. Per questo segnale sostanziale e imprescindibile che mandavano bisognava velocemente derubricarli o rimuoverli; e per questa stessa ragione bisogna invece tenerli vivi nella memoria collettiva. «Abbiamo memorie di farfalle ormai, altro che elefanti», ha scritto pochi giorni fa sul «manifesto» Roberto Ferrucci - l'autore di «Cosa cambia», uno dei libri che hanno raccontato Genova - , incerto se abbandonarsi al disincanto nei confronti di una politica in cui nulla cambia o affidarsi alla scrittura per mettere almeno a disposizione di altri l'indignazione. E concludendo a favore della seconda ipotesi, perché «le parole dei libri tengono vivo il sentimento dei fatti che raccontano, e rimangono per sempre». Più forti delle sentenze vili e finanche dei diritti negati. Perfino a Guantanamo, al grado zero della sopravvivenza, ai bordi dello statuto dell'umano, sono nate delle poesie: scritte sulla carta, o scolpite nelle scodelle, ovunque la vita potesse lasciare il suo segno. A futura memoria.

 

Se crolla la casa Usa - Guglielmo Ragozzino

Fannie Mae e Freddie Mac sono nomi divenuti popolari fuori dagli Stati uniti, in molti paesi del mondo, anche in Italia, perfino sul nostro giornale. 7 milioni di citazioni Google lei, 8 milioni lui. Le due società, sono assai importanti perché intervengono su una buona metà dei mutui edilizi erogati negli Usa. Sono entrambe quotate alla borsa di New York e sono un po' disastrate. Procedono, anzi arretrano di conserva. Il massimo di Freddie nell'ultimo anno è stato di 64,89 dollari e mercoledì valeva 5,74; quello di Fannie che era di 69,38, si è ridotto, alla stessa data a 7,94. Le due società si collocano al 53mo e al 54mo posto nella classifica di Fortune delle 500 maggiori imprese Usa, con 43, 355 miliardi di dollari Fannie e 43,104 miliardi Freddie. L'anno 2007 è andato storto. la prima perde 2,050 miliardi e la seconda 3,094. Fannie è un'impresa nata dalla testa di Franklin Delano Roosevelt nel 1938, per sconfiggere la grande depressione. Era un'agenzia del governo e aveva il compito di aiutare le famiglie americane ad avere una casa decente. Trent'anni dopo, al prevalere del liberismo, Fannie fu trasformata in una società di capitali privati, quotata in borsa. Le venne affiancata Freddie Mac (1970). Le due agenzie comprano i mutui dalle banche che li erogano e li rimettono sul mercato. In altre parole esse non hanno rapporti diretti con chi compera le case; e d'altro canto rispondono al mercato per le insolvenze che si dovessero verificare dal lato dei debitori. Il governo americano e le altre autorità come la Federal Reserve, traduzione americana delle banche centrali europee, hanno da sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo a proposito di Fannie e Freddie. Le ha indicate come imprese di interesse pubblico (Gse, Government Sponsored Enterprises). Insomma, ha sempre negato che fossero strutture pubbliche, ma contemporaneamente ha sempre fatto l'occhietto. E chi doveva capire, capiva. Comprare titoli emessi dalle due agenzie, o società, era come comprare titoli di stato Usa. L'affidabilità, per il mercato, era la stessa, e d'altra parte esse pagavano un interesse lievemente maggiore. Così i risparmiatori o gli investitori in cerca di interessi supersicuri e un po' più generosi di quelli del Tesoro americano sapevano dove guardare. Si è verificato in tal modo un andamento divaricato, quasi strabico da parte di solide e apprezzate case finanziarie di tutto il mondo. Mentre il corso delle azioni di Fannie e Freddie crollava, il corso degli altri loro titoli, legati al mercato immobiliare, teneva senza mutamenti. Anche se nelle stesse settimane, negli stessi mesi, il mercato immobiliare propriamente detto, cioè il prezzo delle case e la prospettiva di costruirne delle altre, scendevano a rotoloni. Ieri l'Herald Tribune ha pubblicato in prima pagina un grafico e una tabella che in parte almeno davano una spiegazione. Erano indicati i detentori della carta emessa da «imprese sostenute dal governo come Fannie Mae e Freddie Mac». Su 7,5 mila miliardi di dollari, il 20% era in mano a stranieri, governi, banche e così via, un altro 20% era di banche Usa e intermediari finanziari, poi seguivano fondi pensione con 12%, privati con 11%, altri con 31% e infine la mano pubblica, con il restante 6%. Sotto il grafico, la tabella elencava i titolari di quel 20% in mani estere, pari a 1.500 miliardi di dollari. Al primo posto naturalmente la Cina con 376 miliardi; seguiva il Giappone con 228 e poi la Russia con 75 e la Corea del sud con 64. Dopo Taiwan con 55 miliardi e le isole Cayman e il Lussemburgo che con 52 e 39 miliardi rappresentavano evidenti luoghi di deposito per capitali alieni. Il governo Usa ha ottenuto che il Parlamento di Washington accettasse di finanziare, molto al di fuori dei limiti del liberismo, Fannie e Freddie. Il pericolo da evitare era quello di un crollo di tutto il mercato immobiliare degli Usa, anzi di tutti i valori immobiliari , quindi dell'intera società americana come la conosciamo.

 

Spiagge a uso Nato. «Gli Usa ci rubano il mare» - Astrit Dakli

MOSCA - Sotto la cappa afosa che schiaccia la grande città, e che neanche i temporali di questa breve estate servono a mitigare, a prima vista nessuno fa caso agli eventi insoliti in corso sulle coste del Mar Nero. Al massimo le signore bene, davanti a un gelato o a un cocktail, si scambiano informazioni su com'è il tempo «laggiù», e come sono gli alberghi, e gli uomini - per «laggiù» intendono Yalta, Evpatorija, Pitsunda, le località balneari ex sovietiche dove stanno per recarsi o da dove sono appena tornate sfoggiando perfette abbronzature. Per la maggioranza dei moscoviti middle-class, che pure ormai frequentano Grecia e Thailandia, Porto Cervo e Biarritz - o quantomeno Cipro e Rimini - il Mar Nero è ancora «il» mare per eccellenza, quello conosciuto da sempre, dove andavano in vacanza, o lo sognavano, genitori e nonni. Del fatto che in questi giorni proprio lì si svolgano massicce manovre militari americane e della Nato, nessuno sembra interessarsi molto. Anche i media, nel complesso, riportano distrattamente le notizie del quasi simultaneo inizio delle esercitazioni «Immediate response 2008» e «Sea Breeze 2008»: le prime coinvolgono oltre mille soldati statunitensi insieme a reparti georgiani, le seconde vedono impegnate una quindicina di navi e migliaia di uomini Usa e Nato insieme alla flotta ucraina, a Odessa e davanti alle coste crimeane. Mai prima l'apparato militare occidentale era stato dispiegato così massicciamente lungo tutto l'arco delle frontiere meridionali russe, senza qualche reazione da parte di Mosca. A ben guardare, però, non è vero che i moscoviti non fan caso a quel che succede. Al contrario, anche le signore bene si rivelano informate. E battagliere: un amabile cicaleccio tra due di esse, tranquille ed eleganti, tutte battute e risatine finché l'argomento sono uomini, vacanze, amiche e vestiti, trascende subito in litigio quando, passando dal football, arrivano a parlare di politica estera. Una è russa, l'altra georgiana: «Gli americani vi stanno usando per circondarci, mia cara. Non so come fai a non capirlo» - «Ma no, sei tu che non vuoi capire, loro ci difendono dall'Iran!» - «Chissà com'è che adesso stanno facendo le manovre sui nostri confini, allora» - «Sei una paranoica, lo siete tutti, vedete nemici ovunque». Vanno avanti qualche minuto a baccagliare, poi finiscono tranquillamente il loro gelato e se ne vanno a braccetto per un altro po' di shopping pre- o post-vacanziero. La conversazione, rubata in un caffè, dice una cosa: che chi in occidente spera in un «ammorbidimento» della Russia nel passaggio da Putin a Medvedev, come se fosse una questione di leader, giustapposti a un popolo che aspira solo a vivere in una «democrazia occidentale», non sa di cosa parla. Perché se perfino le signore che vestono e si truccano con prodotti occidentali, che girano quanto più possono per l'Europa, che sognano di far studiare i figli a Londra o a Harvard, che dalla politica internazionale vogliono sopra ogni cosa l'abolizione dei visti e temono sopra ogni cosa una nuova guerra fredda, se perfino loro parlano di «accerchiamento» (e figuriamoci cosa possono pensare i meno fortunati, tuttora - a ragione - nostalgici dell'Urss) significa che le radici nazionali dell'attuale politica russa sono davvero forti; e che non sarà certo Dmitrij Medvedev, che di quelle signore è il perfetto portavoce, a scostarsene. D'altra parte, anche il punto di vista delle signore serve a cogliere meglio la complessità del problema. C'è lo scudo antimissile americano, certo. Una faccenda sgradevole, «perché questi polacchi e questi cèchi ce l'hanno su tanto con noi, chi glielo fa fare di mettersi in questa storia?». Ma in fondo, di loro chi se ne importa, «la questione riguarda i militari, è un problema strategico, ci penseranno loro. E gli taglieremo le forniture di gas, visto che gli stiamo tanto antipatici se lo procurino altrove». Alla resa dei conti, alle signore l'eventualità di una guerra nucleare sembra così remota da non meritare poi troppa attenzione. Ben più grave appare loro la storia dell'allargamento Nato: perché se Ucraina e Georgia entrassero nell'alleanza atlantica, la Russia (cioè le nostre signore) perderebbe il «suo» mare e le «sue» spiagge, restando solo con quei brutti posti sporchi di carbone e petrolio, come i porti di Taganrog o Novorossijsk. O Sochi, sovraffollata cittadina del Mar Nero dove si faranno le Olimpiadi invernali fra sei anni. Oggi le località balneari della Crimea sono piene, d'estate e non solo, di turisti e vacanzieri russi. Sono loro a fornire il 90% dei clienti ad alberghi, pensioni, ristoranti e negozi; i quali, d'altra parte, sono a loro volta posseduti e gestiti da russi. In tutto ciò l'Ucraina, di cui la Crimea fa parte come repubblica autonoma, appare quasi un'estranea. Si aggiunga la presenza a Sevastopol della flotta da guerra russa, in base a un accordo che scadrà nel 2017, e si capirà perché nessuno a Mosca riesca a familiarizzarsi con l'idea che la Crimea diventi, con tutta l'Ucraina, un luogo controllato dalla Nato. E' un pensiero semplicemente intollerabile, una perdita culturale, sentimentale, economica: gli occidentali (e gli stessi ucraini, che in Crimea sono una modesta minoranza) dovrebbero prenderne atto, capire che le minacce ventilate da qualche politico moscovita («se Kiev entra nella Nato, appoggeremo una secessione della Crimea») non sono vuote boutades ma un'opzione tutt'altro che remota. I sondaggi dicono che almeno l'80 % della popolazione di Crimea è contraria alla Nato (del resto lo è anche la maggioranza della popolazione dell'intera Ucraina) e vedrebbe volentieri l'indipendenza o un ritorno alla Russia. Non è solo bullismo la frase che Putin disse a Bush questa primavera, «tieni presente che l'Ucraina non è nemmeno un vero Stato». E la Georgia? Lì il problema è più netto e chiaro, reso drammatico da una guerra che ha fatto migliaia di morti solo 15 anni fa: la secessione degli abkhazi e dei sud-osseti, la cacciata dei georgiani, l'arrivo dei «pacieri» russi, il congelamento del conflitto, tra continue scaramucce, attacchi, vittime. Tbilisi rivuole le due regioni secessioniste ad ogni costo, i loro abitanti respingono l'idea e si appellano alla Russia perché li protegga, Mosca ha dato a gran parte di quegli abitanti il passaporto russo come garanzia del proprio impegno. Tutto stava più o meno fermo, in uno di quegli equilibrismi impossibili che sa inventarsi la politica, finché la Georgia, presa in mano da un presidente troppo amico degli americani e da questi appoggiato in modo spudorato, non ha pensato di coinvolgere Usa e Nato nella questione e farsi «coprire» da loro nella prospettiva di una reconquista delle due regioni. Usa e Nato, allettati dall'idea di metter piede stabilmente in un luogo strategico alle frontiere russe, non si sono tirati indietro, e Mosca anche qui reagisce con un appoggio de facto alla secessione delle due province. Ma così rischia di impelagarsi in un grossissimo guaio, esponendosi a serie tensioni internazionali: perché? Motivi strategici e di principio non mancano, ma un ruolo lo hanno anche le signore del caffè: l'Abkhazia è una regione bellissima di spiagge e montagne, la perla del Mar Nero, la meta di vacanze più prestigiosa dell'Urss, uno dei pochi posti al mondo dove d'estate si può sciare in quota guardando il mare dove andare a tuffarsi poco dopo. Le signore - cioè la middle class che ha sempre più voce in capitolo nelle scelte dell'establishment russo - hanno approfittato di questo paradiso anche dopo la fine dell'Urss, negli ultimi quindici anni; hanno comprato case, alberghi, messo in piedi strutture turistiche e negozi (in modo sostanzialmente illegale, è vero, visto che quelle terre sono formalmente georgiane: ma questo modo di costruire un'economia extra leges è stato la regola per anni in tutta l'ex Urss). Adesso le signore sono terrorizzate all'idea di lasciare tutto questo dietro il filo spinato di un confine Nato, e non vogliono che il Cremlino si tiri indietro - un sentimento paragonabile, forse, a quel che molti americani dovevano provare quando Cuba divenne una stretta alleata dell'Urss. Allora, ricordiamocene, si sfiorò la terza guerra mondiale prima di trovare un fragile equilibrio di compromesso...

 

Liberazione – 22.7.08

 

E' confermato: a Genova nel 2001 agenti Usa con le armi in pugno

Graziella Mascia

Qualcuno aveva dato l'ordine di sparare, nel luglio 2001 a Genova? L'interrogativo torna con tutta la sua drammaticità, perché Carlo Giuliani è stato ucciso e non ha avuto neanche un processo, perché furono almeno 20 i colpi di pistola sparati in quei giorni, e messi a verbale dai carabinieri, e perché la domanda è di nuovo d'attualità. Infatti, il quotidiano la Repubblica ha riportato, in questi giorni, stralci di un documento nelle mani della magistratura genovese, secondo il quale, durante i giorni del G8, un contingente di militari e agenti dei servizi statunitensi era stato autorizzato all'uso della armi sul territorio italiano, ed era pronto a sparare per fermare eventuali aggressioni ai propri rappresentanti istituzionali. Tale documento verrebbe utilizzato dal procuratore generale di Genova, Ezio Castaldi, per ricorrere contro alcuni dei 25 manifestanti, accusati di devastazione e saccheggio e infliggere loro condanne più dure. Il tribunale aveva infatti riconosciuto loro di essersi trovati, allora, in via Tolemaide, in una situazione di guerriglia, causata da un plotone dei carabinieri che caricò all'improvviso le tute bianche, mentre era diretta in altra parte della città. Secondo il procuratore, invece, l'intervento dei carabinieri in tale circostanza, non fu determinato da un errore, ma dalla necessità che «entrassero in azione, e con mezzi estremi, le forze di sicurezza degli stessi stati partecipanti al G8». Il procuratore precisa inoltre che «dette forze di sicurezza, per lo più statunitensi, erano infatti dislocate ampiamente nella zona rossa.... ed erano pronte alla reazione immediata ed armata...». Mi è tornata immediatamente alla memoria l'audizione svolta al Senato il 21 febbraio 2002, dall'allora ministro dell'Interno Scajola, con i parlamentari della commissione Affari costituzionali di Camera e Senato. In quell'occasione Scajola si era scusato, e aveva dovuto chiarire alcune dichiarazioni "in libertà", rilasciate a giornalisti, nelle quali aveva detto tra l'altro: «..fui costretto a dare l'ordine di sparare se avessero sfondato (o violato) la zona rossa.... presto forse sapremo quali disposizioni qualcuno aveva avuto». Naturalmente l'audizione non chiarì a chi si riferisse il «qualcuno» e il ministro smentì le sue stesse parole, riconoscendo che nessuno, secondo le leggi italiane, può dare l'ordine di sparare, poiché questa estrema ed eccezionale scelta attiene all'esclusiva responsabilità di chi opera in una determinata circostanza. Precisò, inoltre, che il riferimento all'uso delle armi riguardava le preoccupazioni di quei giorni per gli attacchi terroristici al presidente Bush. Aggiungo che, nel corso dell'indagine parlamentare svolta dopo i fatti del luglio 2001, l'allora questore di Genova ha sostenuto tenacemente che il corteo delle tute bianche non era autorizzato, fino a quando gli esponenti del Genova social forum non hanno esibito le carte prodotte proprio in questura. Non solo, dunque, ogni particolare che viene disvelato dovrebbe essere usato a difesa dei 25 manifestanti, ma dovrebbe spingere a fare davvero piena luce su una vicenda che ancora ci inquieta e ci indigna, e che offre un'immagine dubbia della democrazia nel nostro paese. Queste limitate, ma importanti, notizie confermano, tra l'altro, quanto sostenni nella relazione di minoranza in parlamento, e cioè che il G8 di Genova non fu un affare solo italiano, e che la gestione delle forze dell'ordine, fin dalla preparazione, ebbe una regia internazionale. In questi giorni, per la prima volta, ho pensato che forse non ci sarà mai giustizia per chi, alla scuola Diaz, nelle vie di Genova, o a Bolzaneto è stato picchiato o torturato. Sul piano delle responsabilità individuali, infatti, la magistratura ha fin qui dimostrato tutti i suoi limiti, sia per le difficoltà oggettive di riconoscere gli autori dei reati, sia per la reciproca copertura tra esponenti delle forze dell'ordine presenti in quelle occasioni. Anche per questo, rimane particolarmente insopportabile la bocciatura della proposta di legge per l'istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare, che almeno ricostruisse i fatti, e ci restituisse un riconoscimento collettivo su quanto effettivamente avvenuto. Quel voto non ha solo archiviato le vicende di Genova fra i tanti misteri italiani, ma ha probabilmente impedito definitivamente a molti ragazzi che da anni chiedono giustizia di recuperare la fiducia nella politica e nelle istituzioni. Ora non ci si attende neanche più il risarcimento morale di conoscere la verità circa le responsabilità politiche e istituzionali, e per questo sono suonate particolarmente apprezzabili le parole del procuratore Zucca nel processo della Diaz, quando ha sostenuto che «le colpe di chi porta la divisa sono molto più gravi di qualunque azione dei black bloch». Contro questa condizione di impunità di poliziotti, carabinieri, ecc. non ci si può rassegnare. Perciò, questo ennesimo squarcio che ci offre il documento depositato presso l'ufficio impugnazioni del tribunale di Genova, deve essere l'occasione per tornare ad interrogare chi occupa rilevanti incarichi istituzionali. Non si può pensare di ospitare nel 2009 una riunione del G8 in Italia, quando sono ancora aperte ferite così profonde nella nostra memoria e nella nostra democrazia.

 

Paolo Ravasin, 48 anni: «lasciatemi morire» - Maurizio Mequio

«La mia ferma, convinta e documentata volontà è la seguente: nel momento in cui non fossi più in grado di mangiare o di bere attraverso la mia bocca, oppongo il mio rifiuto ad ogni forma di alimentazione e di idratazione artificiale sostitutive della modalità naturale. Tale rifiuto è da ritenersi efficace anche nella circostanza in cui perdessi qualsivoglia capacità di esprimere e ribadire la mia volontà. Inoltre, a partire dal momento in cui non fossi più in grado di nutrirmi e idratarmi attraverso la mia bocca, rifiuto la somministrazione di qualsiasi terapia medica destinata a trattare la malattia da cui sono affetto e, oltre altre patologie sopravvenienti intese come complicazioni. Accetto unicamente i farmaci necessari a trattare i sintomi dolorosi derivanti, in particolar modo dalla disidratazione nella modalità di somministrazione che il mio medico - Guido Zerbinati o i suoi sostituti - riterrà appropriata». Questa la coraggiosa risposta di Paolo Ravasin alla sua malattia, la sclerosi laterale amiotrofica, e a tutti coloro sentissero il bisogno di non rispettarlo. Dal letto della casa di cura di Monastier, dove da tempo è immobilizzato, il quarantottenne veneziano ha affidato il suo testamento biologico all'Associazione Luca Coscioni. Un videomessaggio che da ieri è su internet, accessibile per tutti. Occhi lucidi, deciso, in pieno possesso delle facoltà mentali, dice di essere «stato informato dai medici curanti dell'evoluzione della sua malattia e dei trattamenti conseguenti». Rifiuta il ricovero in strutture ospedaliere e segna il suo confine tra la vita e la morte. Traduce la sua sofferenza in un esempio. «Spero - ha detto ai cronisti - che il mio caso sia da stimolo alla politica affinché si legiferi sul tema della libertà di chiunque di accettare o meno le cure mediche, e perché siano realizzate strutture adeguate ad ospitare casi come il mio, che oggi possono ricorrere solo alle case di riposo per anziani». Di persone che rischiano di entrare in uno stato di apparente equilibrio, tra il sonno incosciente e la morte, in Italia ce ne sono circa 5mila, ma nessuna legge in materia tutela la loro volontà. Anche se la Costituzione afferma che «nessuno» può «essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge» e la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo - ratificata dall'Italia con la Legge 145 del 2001 - stabilisce che «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento non è in grado di esprimere la propria volontà, saranno tenuti in considerazione», ancora non sono stati messi in atto provvedimenti che traducano il dettato della Costituzione in un testo di legge applicabile. La sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Eluana Englaro - resa attuativa da un decreto della Corte d'Appello secondo il quale il padre potrà sospendere ogni trattamento e favorire così la morte della figlia - ha monopolizzato le giornate estive di Parlamento e Chiesa cattolica, rischiando di soffocare la dignità dei malati con il proliferare di violente prese di posizione e con minacce di interventi burocratico-istituzionali. Ieri, ad esempio, il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini (Pdl), è arrivato ad affermare che la Cassazione avrebbe invaso il potere delle Camere. «Il potere giudiziario - ha dichiarato Vizzini - sembra essersi sostituito materialmente al potere legislativo, al quale solo spetta la funzione di produzione delle norme». La senatrice Laura Bianconi ha contestato ai giudici «di voler permettere che una ragazza in uno stato vegetativo permanente venga fatta morire perché privata della forma minima di sostentamento, quello appunto fornito tramite l'alimentazione e l'idratazione». Domenica scorsa, durante la messa, i parroci romani hanno invitato i fedeli a «invocare il Signore perché illumini le coscienze sul valore intangibile di ogni vita umana», Il quotidiano Avvenire si è appellato a "Le ragioni del cuore" e le suore Misericordine hanno chiesto che la ragazza sia lasciata a loro. Voci che aumentano le sofferenze dei malati e dei familiari e confondono ancora di più la posizione dell'opinione pubblica italiana sull'argomento. Significativo è invece il successo che iniziative come quella di Paolo Ravasin stanno ottenendo in questi giorni. In Veneto, ad esempio, dal 18 luglio alcuni notai stanno registrando testamenti biologici al costo simbolico di un euro. Vogliono far valere - almeno loro - le volontà di questi cittadini.

 

Autunno caldo in netto anticipo - Fabio Sebastiani

«Oltre alla manovra che si vede - sottolinea Beniamino Lapadula, economista della Cgil, c'è una manovra che non si vede. I tre miliardi che il governo incassa con il drenaggio fiscale, per esempio, sono contenuti nella seconda, come anche tutte le risorse che arriveranno dalla partita di giro della Robin Tax perché chi verrà colpito non farà altro che rivalersi sui cittadini». Insomma, il sindacato viene messo di fronte al fatto compiuto. A settembre i margini di scelta saranno strettissimi. E lo sciopero sarà inevitabile. Molto, quindi, dipenderà dal come verranno effettuate le iniziative. Perfino l'Ugl annuncia che la mobilitazione contro la politica del governo proseguirà fino a settembre con tutte le altre categorie e, «in assenza di segnali concreti», culminerà in una manifestazione nazionale nel mese di ottobre, senza escludere anche azioni di sciopero. Per domani l'Ugl ha previsto una manifestazione del pubblico impiego davanti il ministero della Funzione Pubblica. La lista delle mobilitazioni, in realtà, è molto lunga. Oggi si mobiliteranno gli addetti agli uffici giudiziari. Domani toccherà agli insegnati precari. A mobilitarli davanti Montecitorio sarà il Cip, Comitato insegnanti precari. Dopodomani sarà la volta dei sindacati del settore Finanze. Cgil, Cisl e Uil piazzeranno le loro bandiere anche loro direttamente in piazza Montecitorio. In un comunicato parlano di «norme anacronistiche e dal carattere punitivo e criminalizzante». In effetti, che senso ha tagliare i fondi alle agenzie fiscali visto che è proprio dalla lotta all'evasione che arrivano i famigerati "tesoretti"? Tra i contestatori questa volta figurano anche i rettori. La Sapienza è stata la prima ad organizzarsi, ieri, con una assemblea a cui hanno partecipato il personale docente, quello tecnico-amministrativo e gli stessi studenti. Alla fine è stata votata una mozione che chiede la revoca del decreto 112 «relativamente alle misure per l'Università». Nel corso della manifestazione è stato realizzato un collegamento telefonico con un'altra assemblea, in corso a Bologna, dei Senati accademici e dei Consigli d'amministrazione delle università dell'Emilia Romagna. Secondo il Senato accademico dell'Università di Torino, «la diminuzione significativa del Fondo ordinario per le Università sull'arco di tre anni disegna difficili prospettive. Non solo di sviluppo, ma anche di mantenimento degli attuali standard». Scioperi, manifestazioni di piazza, occupazione degli atenei e addirittura blocco dell'anno accademico 2008-2009 è quanto invece prevedono i ricercatori. «La situazione è talmente grave e netta - ha sottolineato il loro portavoce Marco Merafina - che dobbiamo essere in grado di dare risposte nette. È necessario che non parta il prossimo anno accademico». «La manovra è sbagliata e inadeguata. Penalizza lavoratori, pensionati e il futuro del paese. Per questo va cambiata. E per farlo è necessario ricorrere urgentemente alla mobilitazione», ha detto il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni. «Una manovra che non fornisce alcun sostegno alla domanda interna - ha concluso - e che, quindi, produrrà ulteriore depressione».

 

Più Bush che De Grulle. Nuovi poteri a Sarkozy – Guido Caldiron

Sono più di quaranta gli articoli della Costituzione del 1958 che sono stati sottoposti a revisione da parte del voto parlamentare di ieri. Tra le modifiche più rilevanti quelle che consentiranno al Presidente di intervenire davanti al Parlamento riunito, la possibilità di decisioni dell'Eliseo in materia di politica estera e di difesa, oltre all'eliminazione della grazia collettiva tradizionalmente concessa in occasione della festa nazionale del 14 luglio, che ricorda proprio la liberazione dei prigionieri della Bastiglia. Fin qui, in questo mezzo secolo, le novità più significative erano state introdotte proprio dal padre della V Repubblica, quel Generale De Gaulle che nel 1962 aveva appoggiato con forza la modifica che avrebbe portato all'elezione diretta del Presidente della Repubblica. Con un linguaggio che è oggi divenuto abituale, ma che all'epoca segnò una rottura nel dibattito pubblico francese, il simbolo della rinascita democratica del paese dopo la vergogna del collaborazionismo di Vichy, aveva sostenuto la novità come l'avvento di una nuova politica che permettesse ai cittadini di operare «una scelta tra uomini con le loro caratteristiche personali e la linea politica che rappresentano, non più una scelta tra partiti». A De Gaulle ha fatto del resto riferimento lo stesso Sarkozy parlando della Francia come di una «democrazia impeccabile» che deve dotarsi di regole sempre più efficienti, sulla scorta della lezione del Generale che aveva voluto delle istituzioni forti, uno Stato efficace e responsabilità chiare per chi gestisce la cosa pubblica. In realtà la riforma non rende solo più forte il Presidente della Repubblica, l'obiettivo di Sarkozy non era infatti soltanto questo. Ad uscire malconcia da questo voto è soprattutto la figura del Premier, è il Presidente del Consiglio che vede ridotte le sue funzioni in favore di quelle dell'inquilino dell'Eliseo. E' per questa via che Sarkozy vuole arrivare ad una modifica profonda delle istituzioni francesi che sembra guardare con attenzione al modello d'oltre Atlantico, con il risultato che pur evocando De Gaulle la sua riforma sembra rifarsi piuttosto all'esperienza di George W. Bush e al presidenzialismo americano in cui i ruoli del Premier e del Presidente della Repubblica sono concentrati in quest'ultima funzione. Non a caso la riforma di Sarkozy, che ha potuto contare sui voti della destra ma anche su quello del socialista e ex ministro Jack Lang, è stata presentata come l'ultima tappa di un «colpo di stato permanente» da Edwy Plenel, già giornalista d'inchiesta a le Monde e oggi sorta di coscienza critica della gauche come del governo di destra attraverso il sito Mediapart . Per Plenel con questo voto si è compiuto «un altro passo verso un'iperpresidenza onnipotente e onnipresente, senza veri contro-poteri e che continua invece a costruire il potere monocratico di uno solo che, per cinque anni finirà per non dover rendere conto che a se stesso». Per questo Plenel considera la decisione di Versailles come l'ennesimo «attacco allo spirito pubblico francese che sta conoscendo una deriva crescente proprio in nome del continuo riferimento al presidenzialismo». Allo stesso modo l'ex Ministro della Giustizia, il socialista Robert Badinter, aveva parlato nei giorni scorsi di un'aggravarsi della crisi della V Repubblica, minacciata dalla "monocarzia" che si è insediata nel paese fin dalla riforma costituzionale voluta da De Gaulle nel 1962 e che ha trovato oggi la sua massima espressione nella figura di Nicolas Sarkozy. Con la riforma voluta da quest'ultimo, si interrogava Badinter, «il pubblico vedrà il Presidente della Repubblica fisicamente come capo della maggioranza. Cosa diventerà allora il primo ministro, seduto tra i ministri, silenzioso e rimpicciolito?».

 

Repubblica – 22.7.08

 

Tavaroli: "Tronchetti mi ordinò un dossier sui soldi ai ds"

GIUSEPPE D'AVANZO

Giuliano Tavaroli dice: "Quando Pirelli acquisisce Telecom Italia, agosto 2001, Marco Tronchetti Provera mi annuncia: "Lei verrà con me a Roma". Poi mi chiama Carlo Buora. Lo incontro a Milano in trasferimento dalla montagna al mare - ero in vacanza con i miei - e quello mi dice che non se ne fa più nulla. Mi spiega: "Contrordine, lei resterà in Pirelli, Enrico Bondi (all'epoca, amministratore delegato) vuole con sé in Telecom un altro. Naturalmente ne parlo con Tronchetti Provera che mi rassicura: "Lei si occuperà delle mie cose romane". Le sue "cose romane" erano i suoi guai romani. E c'erano guai dappertutto, in quel momento". "Gasparri (il ministro delle Telecomunicazioni) non gli piaceva e Tronchetti non piaceva a Gasparri. In estate, al festival dell'Unità di Rimini, Massimo D'Alema lo attacca a testa bassa... Ho già detto che una concezione moderna della sicurezza (che è reputazione, soprattutto) deve fronteggiare anche - o soprattutto - quella roba lì, gli attacchi politici, le ostilità di parte, i pregiudizi, i veleni. Deve saper leggere e anticipare le iniziative avverse, condizionare le mosse dei rivali o ridurli al silenzio. E' un lavoro che si nutre di conoscenza. Conoscenza dell'avversario, delle sue ragioni più autentiche e nascoste, ma è anche "sapere" e dunque capacità di adattarsi a quella "emergenza" o sventandola o ridimensionandola. In gergo, le chiamiamo "analisi del rischio" e "analisi di scenario". In quell'avvio di gestione della Telecom, ne avevamo bisogno come dell'aria. Il momento intorno a noi era sconfortante. Non c'era stato soltanto l'11 settembre, c'erano ancora le macerie dello sgonfiamento della bolla speculativa, la catastrofe dei bond argentini". (Tavaroli qui svela - e nemmeno troppo velatamente - il lavoro di spionaggio a cui, sostiene, "nessuna azienda rinuncia". Lo riduce a raccolta di informazioni, a "mappatura" - diciamo così - dei caratteri, delle opinioni, delle forze e delle debolezze dei potenti, vecchi e nuovi, che, di volta in volta, Tronchetti deve fronteggiare, rassicurare, tenere alla larga. La "conoscenza", come la definisce, è soltanto il punto di partenza del suo lavoro. Per questi giocatori, per questo gioco, è la mossa d'apertura, il livello minimo richiesto per poter entrare in campo. La differenza vera la fa il "sapere", la combinazione di competenze multiple che rende possibili scambi, pratiche, compatibili assunzioni di rischi, la creazione di qualche minacciosa favola da diffondere. Tavaroli adopera un altro vocabolario, un'altra sintassi. Parla di "analisi delle forze in campo", di "amici/nemici" ma, in soldoni, non è che l'esito sia diverso. Sempre di spionaggio si parla. La scena pare questa. Marco Tronchetti Provera, arrivato in Telecom, è consapevole di essere uno "straniero" nella geografia del potere. Le leve del comando - i primi governi Berlusconi hanno un peso politico debole, frammentato, privi di una strategia di lungo periodo, stretti intorno a un uomo solo interessato esclusivamente al proprio destino personale e imprenditoriale - sono custodite e sostenute da uno schema "antico" che Tavaroli, come ambasciatore di Tronchetti, ha incontrato nel giro delle sette chiese romane. "Un network eversivo", lo definisce. Ne indica qualche nome: Letta, Bisignani, Cossiga, Scaroni, Elia Valori, Pollari, Speciale, Corigliano. E' un'area di potere che costringe un estraneo come Tronchetti in un disequilibrio informativo che lo condanna a subire, sopportare; a essere condizionato. Essere consapevoli di quell'asimmetricità è il punto di partenza. Sapere è allora il terreno della risposta. Come affrontare l'avversario? Come rendergli conveniente venire a patti o rinunciare a ogni ostilità? Come guadagnare un margine di inviolabilità? E' un confronto sotterraneo e senza esclusione di colpi. A sentire Tavaroli - che va ripetuto non è un testimone neutro, ma il principale indagato dell'affaire - è questo il mestiere che Marco Tronchetti Provera gli affida). "Di volta in volta bisogna adattare le proprie iniziative all'avversario. D'Alema, per esempio. Penso di contattare Lucia Annunziata, allora direttore dell'agenzia Apcom. Ha buoni rapporti con D'Alema. Scelgo lei come canale per entrare in contatto con il presidente dei Ds. Con Lucia si parla anche di futuro. Lei mi prospetta l'acquisizione dell'agenzia, me ne mostra i vantaggi e le opportunità. Non era una cattiva idea, in fondo. Non avevamo in pancia contenuti e ne avevamo bisogno. Peraltro, saremmo entrati in contatto con il mondo Associated Press, il meglio. L'affare poi si fece, come si sa. Comunque, l'incontro D'Alema/Tronchetti si organizzò e Lucia divenne consulente della Telecom. Racconto un altro episodio dello stesso tipo. Un giorno mi chiama Buora. Nel suo ufficio ci sono tutti quelli che contano e sembrano sull'orlo di una crisi di nervi. Buora mi dice che Giulio Tremonti (ministro dell'Economia), soffia ai banchieri, in ogni occasione, che Telecom è prossima al fallimento. La voce diffusa in ambienti qualificati da una fonte così autorevole è per noi una sciagura. Mi metto al lavoro. Tra Tremonti e Tronchetti non ci sono rapporti. Ho come la sensazione che Tremonti, da sempre consulente dei maggiori imprenditori italiani, diventato ministro, stia scaricando sui suoi antichi assistiti una ruggine velenosa. Decido di mettermi in contatto con il capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Milanese, che poi lascerà le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello studio di Tremonti. Contattare Milanese, proprio lui e non altri, è un modo per dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e interpreta, da dove possono venirti le informazioni - vere o false - che possono danneggiare la mia azienda. Non c'è bisogno di molte parole. Quelle cose lì, si capiscono al volo nel nostro mondo. I due - Tronchetti e Tremonti - si incontrano. I problemi si risolvono. Nessuno parlerà più di fallimento con i banchieri. Altro episodio. Il Dottore (Tronchetti) mi chiede di dare uno sguardo a Finsiel, allora amministrata da suo cugino Nino Tronchetti Provera. Perché non si vince una gara, perché si perde sempre? Gli appronto una rete di relazioni e qualche "analisi". Ancora. La Kroll, la maggiore agenzia d'investigazione del mondo, riceve da Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) l'incarico di rintracciare il tesoro segreto di Calisto Tanzi (Parmalat). Nell'autunno del 2004, l'uomo in Italia della Kroll, un belga d'origine italiana che si chiama Nunzio Rizzi, incontra Gianni Letta e gli chiede "se il governo ha nulla in contrario che l'agenzia organizzi un'azione di discredito contro Marco Tronchetti Provera". Sorprendentemente, invece di metterlo alla porta, Letta (ha anche la delega ai servizi segreti) prende tempo: "Le farò sapere!". Letta avverte Tronchetti. Che, allarmatissimo, mi spedisce a Roma in tutta fretta. E' il mio primo incontro con Gianni Letta. Mi tiene lì per quaranta minuti. Beviamo un caffè. Mi dice: noi abbiamo un amico in comune, "il nostro Marco" (Mancini). Letta mi spiega le intenzioni di Rizzi. Organizzo una contro-operazione di discredito ai danni della Kroll. Il 6 novembre 2004, faccio pubblicare che c'è "un mandato d'arresto per l'uomo della Kroll, Nunzio Rizzi". La notizia è del tutto falsa, ma alla Kroll capiscono che gli è andata male. E noi, in Telecom, capiamo il senso di quella storia: hanno mandato a dire a Tronchetti che non si fidano di lui, che la sua reputazione può essere sporcata se gli ambienti politici non fanno barriera e quindi è meglio andare d'accordo". (Tavaroli chiarisce che dal suo orizzonte di lavoro - e intende la rete di rapporti e liaison che possono rendere trasparenti o protette le intenzioni di Tronchetti - nessuno è escluso. Nemmeno la magistratura). "Era più o meno il settembre del 2001. Mi chiama Armando Spataro, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Mi dice: "Il tuo capo ha risolto i problemi di Berlusconi". Era accaduto che Pirelli Real Estate avesse rilevato Edilnord di Berlusconi che navigava in cattive acque. Per Pirelli era un affare, per Spataro un favore. Nel 2003 Armando ritorna a Milano come procuratore aggiunto. Ho l'idea di farlo incontrare con Tronchetti. Organizzo il meeting. Ma, quel giorno, commetto un errore grave. Invece di andare via, come facevo sempre, rimango nella stanza e sono testimone della loro conversazione. Che non va per nulla bene. Quasi al termine, Tronchetti chiarisce che magistratura e politica devono reciprocamente rispettarsi e che il lavoro dei giudici non può pregiudicare le responsabilità della politica. E' più o meno una banalità, ma detta in quel momento suonò alle orecchie di Armando come una difesa pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura. Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli interessi di Berlusconi. Nessuno gli ha tolto più quell'idea dalla testa. Questo era il mio lavoro: creare una rete di protezione personale intorno a Tronchetti e di sicurezza per l'azienda, rimuovere le inimicizie preconcette, le ostilità, il malanimo, le presunte incompatibilità. Non è sempre affare per deboli di stomaco. Ecco che cosa intendo quando dico che il perimetro della security si era di molto allargato. Ecco che cosa intendeva Marco Tronchetti Provera quando mi diceva: "Le abbiamo chiesto troppo". Se avevo bisogno di informazioni sugli antagonisti mi rivolgevo a Emanuele Cipriani (investigatore privato della Polis d'Istinto). Che me le procurava. Sono pronto ad ammettere che ci sono state - ma questi sono affari di Cipriani - indagini illegali. Ammetto che bisognerà spiegare le intrusioni informatiche ai danni di Massimo Mucchetti e Vittorio Colao (vicedirettore del Corriere e amministratore delegato di Rcs). Ma non ci sono state intercettazioni abusive né ricatti. Nell'indagine della procura di Milano, non ce n'è traccia. Il mio lavoro non si è mai arricchito di quella roba lì. Le cose andavano così. Fino a quando sono stato in Pirelli, sono stato più o meno un "centro di servizi". Tronchetti Provera, da Telecom, aveva bisogno di informazioni. Mi chiamava e io provvedevo a raccoglierle. Nessuno si dovrebbe meravigliare. Le aziende vivono di informazioni fino alla raffinatezza delle "analisi predittive". E non esitano a sporcarsi le mani. Un esempio? Per quel che so, l'"Operazione Quattro Gatti", lo sganciamento di Mastella dal centro-destra organizzato nel 1998 da Cossiga, fu finanziato per intero dai gestori della telefonia: Sentinelli (Tim), Novari (3), Pompei (Wind), con il sostegno della Ericsson. Quando arrivo in Telecom, il lavoro cambia. Agisco "di iniziativa" sulle analisi tipiche della sicurezza. Attenzione, però, il "sistema Tavaroli" non era e non è mai stato il "sistema Cipriani"". (Tavaroli non ammette che l'uno integrava l'altro, che l'uno sosteneva l'altro e mai parla del ruolo di Marco Mancini, il capo del controspionaggio. Lo ripetiamo ancora: questa è soltanto la verità di un indagato). "E' a questo punto che arrivano i primi segnali dal "network eversivo". Si fanno sotto quelli che io chiamo "i massoni". Cominciano a scorgere, avvertendole come una minaccia, tutte le potenzialità di quel lavoro, della mia presenza a Telecom, del mio legame con Marco Mancini in ascesa nel Sismi, delle opportunità di integrazione in un unico "nastro" delle informazioni in possesso per motivi istituzionali di una grande azienda di telecomunicazioni e di un servizio segreto. Lo avevate capito anche voi a Repubblica, ma immaginavate che Telecom fosse il centro del "sistema" e non solo un segmento, il più fragile. Arriva il primo segnale e non faccio fatica a "leggerlo". Le manovre compromettenti (è sospettato di essere coinvolto in un traffico d'armi) di Slaedine Jnifen, fratello di Afef (la moglie di Tronchetti) con uno dei figli di Gheddafi mi sono segnalate prima da Nicolò Pollari. Mi dice: i servizi libici minacciano di ucciderlo. Poi da Luigi Bisignani che aveva avuto l'informazione dalla Guardia di Finanza. Capii la musica. Anche Afef parve a rischio". (Tavaroli non dice né vuole dire se il dossier raccolto anche sulla moglie di Tronchetti sia stato una sua personale iniziativa o un'operazione commissionata da altri o addirittura concordata con il presidente della Telecom). "E' un fatto che Afef si porta dietro tutte le amicizie romane del primo marito, Marco Squatriti (Andreotti, Bisignani, Letta). Ricordo che, quando Squatriti finisce in carcere, il primo che gli va a fare visita, come avvocato anche se non era il suo avvocato, è Cesare Previti. L'uomo deve essere finito al centro di una faccenda molto seria. Perché nessuno s'incuriosisce al finale della storia di Italsanità (era la società dell'Iri che aveva affittato dai privati 28 immobili da destinare a residenze per anziani, impegnandosi a pagare affitti per 1.000 miliardi in nove anni, di cui 572 a Squatriti, titolare degli 11 contratti più consistenti)? Sono stati rimborsati a Squatriti un centinaio di miliardi di lire. Oggi Squatriti non ha più un soldo. Dove sono finiti i denari? E, soprattutto, di chi erano? Forse per tenersi buono questo giro, il Dottore ingaggia Maurizio Costanzo (P2, tessera Roma 152), tutt'uno con Previti, Squatriti, Gianfranco Rossi (il faccendiere romano, arrestato nel giugno 1994, è l'intestatario del conto corrente "coperto" FF 2927 presso la Trade Development Bank di Ginevra, conto sul quale sono affluiti 2 milioni e 200 mila dollari fornitigli da Bisignani e parte della maxitangente pagata dall'Enimont ai partiti di governo), Luigi Bisignani (P2, tessera Roma 203). Tronchetti retribuisce Costanzo con 3 milioni di euro all'anno soltanto, in definitiva, per costruire l'immagine di Afef. Ma, in realtà, Tronchetti vuole tenerlo buono e, nel contempo, alla larga. Costanzo non aveva nemmeno il numero diretto del suo cellulare. Si ripetono i segnali negativi. Salvatore Cirafici, capo della sicurezza di Wind, un massone, mi racconta che è stato interpellato da un giornalista del Giornale che sta preparando un articolo contro di me, ispirato da Luigi Bisignani. Che ci fossero fibrillazioni in corso, lo deduco anche da altri episodi. Poco dopo il Natale del 2002, diciamo nel gennaio del 2003, Berlusconi convoca Pollari a Palazzo Chigi e gli chiede a brutto muso: "Chi è questo Tavaroli?", "E' vero che Mancini è un comunista"? Pollari replica, difende Mancini e comunica che sta per nominarlo capo della 1° Divisione. Berlusconi abbozza. Non poteva dire di no a Pollari. Come non glielo ha potuto dire poi, con il governo successivo, Romano Prodi, che ha sempre difeso il direttore del Sismi. La faccio breve, nel 2004 fonti della Guardia di Finanza fanno sapere in Telecom che "Tavaroli, da punto di forza, è diventato un punto di debolezza". A maggio mi convoca Tronchetti e, alla presenza di Buora, mi consiglia di accettare una aspettativa di tre mesi per far calare il polverone su di me e la società. Accetto, non ho alternative. Per tre mesi, il telefono si fa muto. Non mi chiama più nessuno, se si esclude Adamo Bove (il dirigente della security governance della Telecom precipitato il 21 luglio 2006 da un cavalcavia della tangenziale di Napoli: suicidio o istigazione al suicidio?). Vado in Romania. Mi richiamano in Italia dopo l'attentato al Tube di Londra del 7 luglio 2005. Tronchetti chiede a Letta se può darmi una consulenza antiterrorismo. Letta si dice d'accordo "nell'interesse del Paese". A fine anno, il Dottore mi dice: devi rientrare. Nel gennaio 2006, quando sono pronto a rientrare, Cipriani si fa abbindolare dai carabinieri di Firenze che non hanno mai smesso di blandirlo: "Vuota il sacco e le tue responsabilità saranno ridotte al minimo...". Quello ci casca e trovano il dvd con i file illegali, peraltro già in possesso di Emilio Ricci, avvocato, romano, comunista, amico mio, di Pollari, di D'Alema. Cipriani consegna la password ai pm. In tempo reale la notizia arriva a Tronchetti - penso attraverso l'avvocato Mucciarelli. Il Dottore mi convoca. Mi dice: hanno il dvd; l'hanno aperto; lei non può più tornare in azienda. Io mi mostro preoccupato. Gli dico: su quel dvd ci sono i file di Brancher, e di Cesa, e la faccenda di D'Alema e dell'Oak Fund. Inizialmente, Tronchetti finge di non ricordare. "D'Alema? - dice - e che c'entra, io non so nulla...". Poi, qualche giorno dopo, gli torna la memoria e ammetterà che era stato lui a commissionarmi quel lavoro per verificare se, nell'acquisizione di Colaninno, fossero state pagate tangenti. Qualche mese dopo, in maggio, Tronchetti alla presenza del solito Buora mi chiede le dimissioni. Fu un lavoraccio, l'inchiesta "Oak Fund". Per quel che poi ha scritto Cipriani nel dossier chiamato "Baffino", ora nelle mani della procura di Milano, i soldi hanno viaggiato nella pancia di trecento società in giro per l'Europa per poi approdare a Londra nel conto dell'Oak Fund, a cui erano interessati i fratelli Magnoni (Giorgio, Aldo e Ruggiero, vicepresidente della Lehman Brothers Europe) e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino. Queste cose le ho dette anche ai pm che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo "esponenti politici...". Formalmente perché è necessario attendere la sentenza della Corte Costituzionale per sapere se quei dossier raccolti illegalmente sono utilizzabili nel giudizio. Ma, dico io, se mi prendi a verbale non hai più bisogno della Corte Costituzionale, hai il mio verbale che contiene la notizia di reato. E allora? Sono assolutamente convinto che Tronchetti sapesse in tempo reale quali fossero le intenzioni e le mosse della procura. Credo che egli abbia lasciato esplodere il "caso Rovati" al solo scopo di anticipare il governo e trovare una dignitosa e sdegnata via d'uscita. Con quel che sarebbe successo di lì a un paio di mesi, il governo avrebbe potuto dirgli: non hai l'autorità né la credibilità per governare le reti. Ora Tronchetti Provera lascia dire e scrivere che sono stati Romano Prodi, Giovanni Bazoli e Guido Rossi a sottrargli la Telecom senza dire una parola su quel network di potere, eversivo che io, nel suo interesse e su sua richiesta, ho fronteggiato e da cui sono stato distrutto; quell'area di potere che decide le nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece, ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l'idea che la si stia sfidando. Genio dell'opportunismo qual è, Tronchetti vuole ritornare sulla scena forte della liquidità incassata in uscita dalla Telecom, candido e senza un'ombra. Solo io dovrei pagarne il prezzo, ma gli è capitato il peggiore cliente possibile. Non ho nulla da perdere. Mi hanno già tolto tutto. Devo soltanto dimostrare ai miei cinque figli che il loro papà non è il mascalzone che raccontano, che il loro papà ha concesso soltanto fiducia a chi non la meritava. Per questo ripeto: non accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare".

(2. Fine)

 

Una funivia sulle Cinque Terre. "Fermatevi, è uno sfregio al parco"

MARCO PREVE

GENOVA - Il messaggio è a dir poco chiaro: le funivie fatele a Cervinia ma per piacere lasciate stare gli ultimi paradisi naturali. Destinatario, Franco Bonanini, il "presidente custode" del Parco delle Cinque Terre, eccellenza italiana del turismo compatibile. Mittente, il Consiglio Nazionale di Italia Nostra. La clamorosa bocciatura riguarda un progetto che dovrebbe concretizzarsi il prossimo anno e che prevede la realizzazione di un "ascensore-funicolare". Dovrà collegare uno dei sentieri più affollati dai turisti - la via dell'amore o sentiero azzurro - sopra il comune di Riomaggiore, alla cima del monte Parodi, ad un'altezza di 600 metri dove si trova il forte di Bramapane. Bonanini difende la scelta del Parco e della Regione Liguria (che per l'opera stanzierà in totale un milione di euro) di un "ascensore che unisce, come un'opera d'arte e che avrà una sola campata, quindi un impatto assolutamente minimo". Anzi Bonanini rilancia e annuncia che il Parco ha già presentato ricorso nei confronti del Genio Militare che un anno fa ha venduto ad una società privata di Pavia, la Cinque Forti srl, l'ex forte militare di Bramapane "senza rispettare l'opzione di prelazione che ci spettava e che non ci è stata neppure offerta". Ma partiamo dalla funivia che potrebbe essere lunga circa due chilometri. E dalla delibera del Consiglio Nazionale di Italia Nostra dopo la segnalazione del presidente regionale dell'associazione, Giovanni Gabriele. "Una struttura di questa natura - dicono da Italia Nostra - determinerebbe l'occupazione di spazi attualmente liberi nel luogo di partenza e in quello di arrivo con la inammissibile alterazione della delicata morfologia del territorio e dunque con lesione della stessa integrità fisica di aree protette". Nel mirino la visibilità della struttura: "L'impianto, con la realizzazione delle invasive stazioni a valle e a monte e la successione dei piloni di sostegno, altererebbe l'immagine del parco, interferendo nelle molteplici visuali da terra e dal mare". In conclusione, secondo l'associazione Italia Nostra, ci si trova di fronte all'"introduzione di un sistema artificiale di mobilità dentro il parco e in zona di protezione naturalistica sul modello, del tutto estraneo al paesaggio costiero, delle attrezzature a servizio delle zone sciistiche di montagna". "Non capisco la critica perché il progetto definitivo ancora non c'è - replica Bonanini che è anche il presidente dell'Agenzia Turistica regionale - L'idea in ogni caso è quella di realizzare una funivia che parta da mezza costa, ad una sola campata, senza piloni intermedi e con strutture necessarie solo ad ospitare i macchinari meccanici. Tra l'altro il percorso è in una valle chiusa, senza vista sul mare. È una scelta per alleggerire la costa. Attualmente le migliaia di visitatori, quasi tutti escursionisti, si concentrano in una porzione minima di territorio, il 4 forse il 5%. In più, con la funivia, si potranno offrire opportunità turistiche anche ai comuni e ai borghi dell'altro versante della val di Vara". Il dibattito sulla futura funivia conferma l'altissimo livello di sensibilità ambientale che circonda il Parco delle Cinque Terre, patrimonio Unesco. E che, se da un lato costringe Bonanini alla difesa, dall'altro lo vede all'attacco, impegnato a sua volta in una battaglia contro il Genio Militare che ha venduto il forte Bramapane ad un'immobiliare di Pavia. "Vogliamo bloccare tutto - spiega Bonanini - . Non ci è stato permesso di esercitare la nostra prelazione per acquistare l'area. È chiaro che i vincoli impediscono tentativi di speculazione, ma se hanno acquistato qualche speranza devono averla e noi certo non vogliamo far loro un regalo portando la gente con la funivia. Noi su quelle aree vogliamo ci siano biciclette e cavalli, non alberghi esclusivi".

 

La Stampa – 22.7.08

 

L’arresto di Karadzic. Onu: "Momento storico"

Le madri di Srebrenica - «Finalmente giustizia è stata fatta, ciò che è accaduto questa sera dimostra che un criminale non può nascondersi per sempre. Ora si troverà di fronte ai suoi crimini». Lo ha dichiarato questa sera a Sarajevo Kada Hotic, una delle rappresentanti dell’associazione della madri di Srebrenica. Le donne, mogli madri e figlie degli otto mila uomini uccisi nel 1995 a Srebrenica, da 13 anni l’11 di ogni mese, hanno manifestato in piazza, portando le fotografie e i nomi ricamati dei loro congiunti, chiedendo l’arresto di Karadzic e dell’allora comandante militare Ratko Mladic. Usa - La Casa Bianca si è congratulata con la Serbia per la cattura del criminale di guerra Radovan Karadzic, affermando che questo arresto rappresenta il miglior ’omaggiò alle vittime delle atrocità perpetrate. «Il momento dell’arresto, avvenuto qualche giorno dopo la commemorazione del massacro di più di 7.000 bosniaci a Srebrenica, è particolarmente appropriato e non c’è un regalo migliore che si potesse fare alle vittime dei crimini commessi che di portare i loro autori davanti alla giustizia» ha sottolineato il comunicato diffuso dalla Casa Bianca. Thaci, primo ministro del Kosovo - È soddisfatto della cattura di Radovan Karadzic, ma la Serbia deve fare di più. Nel giorno dell’incontro nello Studio Ovale con il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, il primo ministro del Kosovo - proclamatosi indipendente poco più di 4 mesi fa - Hashmin Thaci ha espresso alla Cnn il suo giudizio sulla cattura di uno dei principali ricercati per genocidio e crimini di guerra nella ex Jugoslavia, in particolare per il massacro di Srebrenica. «È una notizia positiva, importante per la Serbia, per il Kosovo e per il raggiungimento della pace. Ma la Serbia deve fare di più: deve per esempio catturare Ratko Mladic - l’ex generale serbo-bosniaco accusato dal Tribunale penale internazionale degli stessi crimini attribuiti a Karadzic - se vuole davvero guardare al futuro» ha affermato Thaci. Ban Ki-moon - Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha definito l’arresto di Radovan Karadzic «un momento storico per le vittime». In un comunicato diffuso dal suo ufficio stampa, Ban ha dichiarato che si tratta «di un momento storico per le vittime, che hanno atteso 13 anni per vedere Karadzic portato di fronte alla giustizia». «Questo arresto consentirà al Tribunale penale internazionale (Tpi) di avvicinarsi al completamento del suo mandato e di portare giustizia alle vittime degli atroci crimini commessi» si legge ancora nella nota. «Porre fine all’impunità è un elemento essenziale per raggiungere la pace nella regione e avere giustizia. Anche se si è trattato di una pietra miliare, il lavoro del Tpi non sarà completo finché non saranno catturati e processati tutti i fuggitivi» conclude il comunicato. Con Ratko Mladic, Karadzic sarebbe responsabile del massacro di Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono massacrati 8.000 uomini. Il Tribunale penale internazionale lo ha incriminato per genocidio e crimini di guerra.

 

Tra scuola e sballo, la doppia vita di Nicole - ANNA SANDRI

Chi era davvero Nicole, morta a 16 anni per una pastiglia di ecstasy comprata e consumata su una spiaggia del Lido di Venezia nella notte del Redentore? Una sedicenne modello, figlia unica di genitori perbene, due impiegati che le avevano trasmesso ogni valore con l'esempio prima che con le parole. Una studentessa puntuale, «forse ingenua» come la ricordano i professori del liceo linguistico che frequentava a Rovigo. Scrupolosa: in vacanza per pochi giorni con mamma e papà a Sottomarina, sul litorale veneziano, si era portata lo zaino con i libri di scuola e dedicava allo studio almeno un'ora al giorno, anche se non ne aveva bisogno: era stata promossa. Questa era Nicole, vita trasparente e regolare. Poi c'era la sua camera, e lì - davanti al computer - diventava Ladybaby: nel suo blog una foto la mostra con un ciuffo di capelli neri che cade deciso a tagliare la fronte, «adolescente - nelle sue stesse parole - con tanta voglia di vivere al massimo la vita, di divertirsi, di fare tutte le esperienze possibili». Una ragazzina che era stata «bambina ribelle» capace di «odiare tutti», e che oggi fumava «molto», soprattutto «quando mi annoio»; che non beveva alcolici, detestava la birra ma adorava le bevande energizzanti, che amava la musica techno e i rave e, con la stessa intensità, l'alba e il tramonto. Una che a gennaio voleva morire per essere stata lasciata da un ragazzo; ma poteva bastare un abbraccio con i suoi idoli, «Luca Dorigo e Jack di Uomini e Donne», per farle pensare che forse la vita aveva ancora un senso. E un altro ragazzo era arrivato, un amore breve: è davanti ai suoi occhi che è crollata, sulla spiaggia del Lido; è lui che con un sms ha avvisato le altre due amiche, perse tra il buio e la folla e già in stato confusionale; è lui che non l'ha lasciata sola nell'ambulanza, anche se lei non poteva più sentire. Le passioni di Nicole, come lei stessa le raccontava nel blog, non erano in fondo così trasgressive: lo shopping, il Capodanno, la voglia di girare il mondo, il sogno di avere un giorno la patente e poter guidare una Mini, magari cabrio. La trasgressione era il suo segreto più profondo, confinato nel fine settimana e fuori città: perché era sempre lei, sempre Nicole, la ragazzina che la domenica pomeriggio con gli amici in una discoteca di Ferrara lo sballo lo aveva già provato prima dell'incontro fatale sulla spiaggia. Lo fa capire un coetaneo, parlando con i giornalisti; e si dice divorato dal rimorso, perché sapeva di quelle pasticche e adesso si chiede se non avrebbe dovuto avvisare i genitori dell'amica. Ermes Pasetto è un padre distrutto, ha perso la sua unica figlia: l'ha vista andarsene in modo atroce in dieci ore di agonia, l'organismo devastato, disfatta dentro e irriconoscibile fuori, gonfia e sfigurata, a tratti scossa da reazioni nervose come se fosse stata in overdose da cocaina. Quando è stato evidente che non c'era proprio più niente da fare, i medici hanno lasciato che i genitori entrassero nel reparto di Rianimazione: Nicole è morta tra le loro braccia. E questo padre, che vive la vita sospeso tra il tramonto e l'alba - tra la casa di riposo comunale dove lavora e i ragazzini dilettanti della squadra di calcio che ha allenato per anni - non vuol fare la parte di quello che non vede, che non sa, che non capisce. Non vuole altari di ipocrisia per sua figlia. Io non credo, dice adesso, che fosse la prima volta che Nicole prendeva quella roba. Pensa che non l'abbia fatto spesso, ma a chi gli sta vicino confida che da come sono andate le cose - il genere di festa, le tre amiche esperte abbastanza da sapere che se i soldi non li hai basta fare una colletta e si trovano - capisce all'improvviso tante cose. Distrutto, ma non più cieco: quello che è accaduto non getta ombre su sua figlia, la figlia che lui conosceva. Getta un'ombra su se stesso: si chiede come ha potuto non capire, adesso che ogni cosa gli appare chiara. Come ha potuto pensare che questo accada solo ai figli degli altri. Questo è il suo dolore: è cominciato all'alba di domenica, quando la polizia è riuscita a rintracciarlo a Sottomarina, a farlo arrivare fino a Dolo. In quelle dieci ore, mentre Nicole se ne andava, suo padre non si è raccontato bugie e ha accettato di conoscerla per la prima volta fino in fondo: figlia sua e figlia, insieme, di questo tempo. L'ha stretta più forte ma non è bastato: se n'è andata, senza più segreti.

 

"O ti licenzi, o salti l’esame" - GIULIA VOLA

TORINO - Problema numero uno: studiare e dare gli esami; problema numero due: lavorare e mantenersi; problema numero tre: al Politecnico di Torino studiare e lavorare «sono quasi completamente incompatibili». O almeno questo pensa un professore e questo ha scritto il Garante per gli studenti a Eleonora Ferrarese, 24 anni, universitaria e lavoratrice, al terzo anno di Ingegneria delle Telecomunicazioni. Risultato: «Signorina, è inutile che si presenti all’appello, sprecherebbe solo del tempo». Parola di accademico. Guida dello Studente alla mano, la frequenza sarebbe obbligatoria, con le modalità concordate tra studente e professore. Il fatto è che Eleonora ha già dato 36 esami, gliene mancano quattro e ha già pronto il titolo della tesi. L’odissea inizia il primo aprile e assomiglia a un «pesce». Quattro mesi dopo lo scherzo non è finito, gli appelli quasi. «Il punto è - spiega -, che il professore non ha voluto darmi il materiale per studiare». Prende fiato, ordina i pensieri, riparte: «Lavoro a tempo pieno, spesso fuori città, non posso seguire le lezioni. Quindi gli ho scritto una e-mail prima che iniziasse il suo corso chiedendogli il programma e se fosse necessario frequentare, come ho sempre fatto. Un mese e mezzo dopo mi ha risposto che avrebbe inserito dei documenti online, ma che le lezioni erano importanti. Come se non lo sapessi, ma io ho bisogno di lavorare». Si ferma, incrocia le braccia, si mordicchia il labbro, è spaventata ma anche stanca. «Mi ha rovinato la vita. Dicevo, ho creduto alla sua buona fede. E ho aspettato». Nel frattempo ha dato un altro esame e lavorato per l’agenzia di moda che le dà uno stipendio. Il 6 giugno ha fissato un incontro con il professore: «La prima domanda è stata sul mio lavoro e alla mia risposta ha storto il naso. Mi ha detto che visto che non avevo seguito le lezioni, di fatto avevo scelto tra studio e lavoro e non potevo pretendere di sostenere l’esame come i frequentanti. Peccato che la frequenza qui non la attesti nessuno». Non pago, il professore le suggerisce «caldamente» di non presentarsi agli appelli del 30 giugno e del 18 luglio «poiché del tutto inutile, secondo il docente non avrei avuto le basi per sostenerlo». Al primo ha rinunciato, al secondo è andata con tanto di statino in mano: «Se avesse avuto ragione, il Politecnico non me lo avrebbe stampato». Uscita dall’aula credeva di aver messo un punto «e invece il professore mi ha detto che avrei dovuto sostenere anche un orale». Arrivata a casa, stessa solfa: scrive al professore, gli chiede il programma, riceve il silenzio. Mentre parla sfoglia il dossier che ha preparato, infilando una dopo l’altra le e-mail al Garante degli studenti, al preside di Facoltà e al suo rappresentante legale. Alza lo sguardo, ricomincia: «Non volevo arrivare fin qui, ma non è giusto. Io ho diritto a studiare. E mi viene bene: ho preso 30 di Fisica e 29 di Analisi Matematica». Il nodo si stringe quando il professore, su «ordine» del Preside, indica a Eleonora una serie di siti per prepararsi: «Peccato che mi abbia segnalato il Centro Nazionale per l’Informatica nella pubblica amministrazione e il Garante per la Privacy, l’universo mondo, milioni di dati, casi specifici. Gli ho chiesto precisazioni ma è stato inutile». D’altronde si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e i carteggi raccontano il tentativo del Preside di risolvere la questione senza alzare i toni. «Il professore ha sbagliato - dice Claudio Beccari, Garante per gli studenti - ma non credo l’abbia discriminata perché lavoratrice. Piuttosto, essendo un esterno che arriva da Giurisprudenza, non conosce le dinamiche del nostro ateneo, che prevedono una bibliografia chiara e a disposizione degli studenti». Incalzato, Beccari va oltre: «È certo che la ragazza è stata danneggiata. Se il professore continua a rifiutarsi e se il preside riterrà che non è più in grado di soddisfare la qualità della didattica, si farà in modo che non gli venga rinnovato il contratto». Interpellato, il professore non risponde. Così come il Politecnico, che preferisce non prendere le parti di nessuno prima che l’orale sia concluso. E intanto Eleonora aspetta che qualcuno le stacchi il pesce d’aprile dalla schiena.

 

Corsera – 22.7.08

 

Lo psicologo-poeta regista dei massacri – Massimo Nava

Adesso si può dire che la guerra nei Balcani è davvero finita. La cattura di Radovan Karadzic (cui dovrebbe seguire, molto probabilmente, quella del generale Radko Mladic) è importante per le migliaia di vittime che attendono giustizia da troppi anni, ma è ancora più importante che sia stata opera della polizia serba: un fatto che chiude il capitolo degli alibi e dei vittimismi storici per aprire quello della definitiva riabilitazione di un popolo e del suo ingresso in Europa, finora condizionata anche alla consegna dei criminali di guerra al tribunale dell' Aja. Perché la vicenda di Karadzic, grottesca e letteraria, se non fosse anche e soprattutto criminale, si lega inevitabilmente al destino del popolo serbo e del vecchio regime di Slobodan Milosevic. Il professore di Sarajevo, nato in Montenegro, di professione psichiatra, intellettuale e poeta di basso livello (per quanto a suo tempo le sue poesie per bambini vennero elogiate dagli accademici di Belgrado) riuscì ad inventarsi una professione politica, a calarsi nei panni del capopopolo e a costruirsi un ruolo fondamentale (peraltro redditizio, grazie alla corruzione dei traffici di guerra) nella crisi della Repubblica di Bosnia che, nel 1992, dette inizio al martirio di Sarajevo. Karadzic, a quel tempo osannato dalle folle, rappresentava la parte serba minoritaria e dal suo quartier generale, all'Hotel Holiday Inn di Sarajevo, preparava la pulizia etnica e la costruzione di un'improbabile entità statuale, la Repubblica dei serbi di Bosnia, con capitale il villaggio di Pale. Lui riuscì a mobilitare per la causa nazionalista tutte le frustrazioni ed esasperazioni etniche della sua gente e a ottenere la protezione di Belgrado, trascinando inevitabilmente la Serbia nella guerra. Del presidente serbo Milosevic, il piccolo boss di Pale fu nello stesso tempo l'alibi (del nazionalismo), il sicario (dei massacri) e l'ingombrante alleato da scaricare e poi nascondere per rifarsi una verginità politica. Il gioco riuscì alla conferenza di Dayton, quando Milosevic, allora utile alla stabilità e alla pace anche agli occhi della Casa Bianca, riuscì a prendere le distanze dai «guerrieri» di Sarajevo e a porsi come interlocutore indispensabile per la spartizione dei Balcani. Il prezzo fu il tribunale dell'Aja (nella cui rete Slobo rimase impigliato) e la consegna dei criminali di guerra come Karadzic, rimasta per troppo tempo una vergognosa lettera morta. Certamente Karadzic ha goduto in questi anni di insospettabili protezioni, dentro e fuori la Serbia, forse anche internazionali, per il periodo in cui - da presidente dei serbo bosniaci - poteva parlare da pari a pari con la diplomazia internazionale, sedersi al tavolo delle conferenze di Ginevra e ricevere all'aeroporto di Sarajevo qualche grande della terra : ministri e presidenti, fra i quali il francese Mitterrand. Certamente custodisce molti segreti di una vicenda in cui resta ancora difficile stabilire una gerarchia storica del crimine e delle responsabilità. Certamente è auspicabile che il suo processo all'Aja non finisca come quello di Milosevic senza sentenza, ma sia un vero squarcio di luce sulla tragedia balcanica, di cui, lui stesso non fu certamente il solo colpevole, nemmeno per il capitolo più ignobile: il massacro di ottomila musulmani bosniaci a Srebrenica, compiuto dalle sue milizie, agli ordini del generale Mladic, ma tollerato e favorito da diversi altri attori mai portati sul banco dell'accusa : dai comandi dell'Onu allo stesso governo bosniaco. Ma soprattutto rimane da spiegare come uno psichiatra senza arte ne parte, un piccolo Hitler senza personalità e carisma, sia riuscito ad arrivare così in alto — nel crimine e nel potere — vendendo alla sua gente e all'opinione pubblica internazionale bislacche teorie della razza e manipolando più o meno giustificati torti etnici. E certamente restano ancora oggi un mistero, le tolleranze, gli aiuti militari, i sostegni diretti della chiesa ortodossa, le protezioni di questa lunga latitanza, vissuta quasi sempre nei paraggi della sua casa, protetto da un nugolo di guardie del corpo assoldate. A Sarajevo, al numero 2 di Sutjeska Ulica, c'è ancora la sua casa, il salotto buono dove riceveva amici e intellettuali di tutte le etnie, parlando di letteratura, di donne (ebbe molte amanti, anche musulmane) di calcio (fu psicologo della squadra di Sarajevo, mentre dalla Stella Rossa di Belgrado lo cacciarono come un ciarlatano). Aveva una moglie, diventata presidente della Croce Rossa bosniaca, di cui era notoriamente succube, una figlia cantante rock e un figlio rimasto estraneo alla politica, ma molto attento agli interessi di famiglia, nel piccolo regno di Pale, da dove Karadzic e il suo generale governavano con pugno di ferro il loro piccolo popolo affamato, decidevano i bombardamenti, le postazioni dei cecchini, i lanci di granate mirati persino sulle case degli amici e sull'ospedale in cui aveva lavorato come dottore. E poi si spartivano la ricostruzione. Gli inviati dell'epoca che poterono incontrarlo, sotto quel ciuffo grigio in disordine, scoprirono una vena d'ironia tutta balcanica, un discreto livello di visione politica e un inglese fluente. Eppure era la stessa persona che sosteneva la superiorità della razza montenegrina, gente alta e forte, per la "lunghezza della tibia". C'è da sperare che all'Aja, parlando dei crimini, ci illumini anche sulla sua follia.

 

La giustizia, la privacy e l'equilibrio dei diritti - Vittorio Grevi

Nel messaggio di saluto indirizzato ieri al convegno in memoria di Vittorio Chiusano, valoroso avvocato di grande equilibrio e non dimenticato presidente dell'Unione delle Camere penali, il capo dello Stato ha toccato (non soltanto di striscio) uno dei temi più delicati della giustizia penale, sempre più spesso ridotta a «giustizia spettacolo ». E lo ha fatto con grande chiarezza e intensità di accenti. Si tratta del tema relativo alla garanzia della privacy delle persone coinvolte nel processo, e prima ancora nelle indagini, sotto il particolare profilo del rapporto tra tale garanzia e l'esercizio del diritto di cronaca. Tema delicato e complesso, di cui per certi aspetti già il codice si fa carico, ad esempio in materia di ripresa televisiva delle udienze dibattimentali (attraverso una disciplina volta comunque a tutelare i soggetti che non vi consentano), e di cui sovente si torna a discutere. Specialmente di fronte a certe esorbitanze dei salotti televisivi, nei quali troppo spesso si disputa di giustizia, senza l'osservanza — ovviamente — delle regole e dei limiti propri della legge processuale: con il duplice rischio di ingenerare errati convincimenti nell'opinione pubblica (anche per la mancanza di contraddittorio), e di pregiudicare indebitamente l'immagine delle persone di cui si parla (non di rado anche in loro assenza). E questo senza dire di altre, e ben più gravi, esorbitanze verbali di uomini politici nei confronti di singoli magistrati, o dell'intera magistratura. È chiaro tuttavia — sebbene il presidente Napolitano non lo dica espressamente — che i rilievi contenuti nel suo messaggio sono riferibili anche, anzi soprattutto, al problema delle intercettazioni telefoniche, o meglio al fenomeno della pubblicazione sui giornali (ma spesso anche nei ben noti salotti televisivi, con l'aggravante della simulazione sonora dei dialoghi captati) dei risultati di tali intercettazioni. È proprio con riferimento a questo fenomeno, ed alle sue più clamorose degenerazioni, infatti, che negli ultimi tempi è apparsa sempre più urgente l'esigenza di realizzare «con responsabilità e senso del limite», il contemperamento di due valori solo in apparenza contrapposti: da un lato la «difesa del diritto alla informazione» (come diritto sia di informare, sia di essere informati), e, dal-l'altro, la «tutela del diritto dei cittadini a vedere salvaguardata la loro riservatezza». E non c'è dubbio, come sottolinea ancora Napolitano — stigmatizzando una innegabile, quanto deplorevole, tendenza alla «spettacolarizzazione dei processi» — che il momento di maggiore criticità riguardi la «divulgazione di notizie attinenti a terzi estranei alle vicende» oggetto di tali processi. Il discorso, a questo punto, si riallaccia inevitabilmente alle proposte di politica legislativa ancora di recente formulate (attraverso il disegno di legge presentato dal ministro Alfano) in materia di riforma delle intercettazioni telefoniche. Perché, a ben vedere, come ha ricordato da ultimo anche il Garante della privacy Francesco Pizzetti, la vera «anomalia tutta italiana» dell'attuale disciplina risiede non già nella quantità o nella durata (valutazioni quanto mai opinabili, da parte di chi non conosca in concreto le esigenze delle indagini) delle intercettazioni ammesse, bensì nella circostanza che (attraverso l'abusiva pubblicazione dei colloqui intercettati) si pervenga a sacrificare «il rispetto della dignità e del decoro delle persone coinvolte», per usare ancora le parole di Napolitano. Sia delle persone estranee al processo, sia anche degli indagati o degli imputati, con riferimento a conversazioni non concernenti la vicenda processuale. È questo, dunque, il versante su cui dovrà intervenire il legislatore, del resto lungo la strada segnata dal progetto Mastella (approvato dalla Camera, pressoché all'unanimità, nell'aprile 2007), sulla scia delle indicazioni già contenute nel progetto Flick di oltre 10 anni orsono, oggi recepite anche nel progetto della Repubblica di San Marino. Si tratta, in sintesi, di stabilire — predisponendo allo scopo opportuni filtri di controllo, anche da parte dei difensori — che i risultati delle intercettazioni concernenti persone, fatti o circostanze estranei alle indagini non debbano nemmeno venire depositate tra le carte processuali, essendo essi irrilevanti, ma debbano rimanere custodite in un apposito «archivio riservato», con il vincolo del segreto, e sotto la responsabilità di un magistrato della procura. Inutile dire che di queste ultime intercettazioni (in quanto segrete, e come tali destinate ad essere distrutte) dovrà essere rigorosamente vietata la pubblicazione, con la previsione di sanzioni anche gravi in caso di violazione del divieto. Mentre, per quanto riguarda i risultati delle intercettazioni acquisite al processo, in quanto riconosciute rilevanti, non si vede la necessità di vietarne la pubblicazione (almeno nel loro contenuto), una volta caduto il segreto sulle medesime.


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