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IL SOVRANO E L'IDEOLOGO

Manifesto – 23.7.08

 

Il sovrano e l’ideologo - Ida Dominijanni

La forma della Repubblica cambia nell'aula del senato alle 20 in punto, 171 sì 128 no e 6 astensioni al lodo Alfano che rende Silvio Berlusconi immune dal virus della giustizia. Lo spettro del Sovrano Assoluto si materializza, rigurgito di premodernità che scava la democrazia postmoderna. Ma è di prima mattina, ore 10.30, seduta appena iniziata, che entra in scena l'intendenza, addetta alla divisione ideologia. La guida Gaetano Quagliariello, professione storico, senatore da due legislature, vocazione intellettuale organico. Non nega, non sdrammatizza, non derubrica: rivendica, «a testa alta». Altro che interessi personali del premier, dice: il lodo rende uno storico servigio al paese. Il paese, argomenta, soffre da sempre di una malattia, che si chiama «illegittimità del potere politico» e si manifesta nel fatto che l'esercizio del potere viene vissuto come un'usurpazione, fino a che il potente di turno non dà segni di cedimento e diviene oggetto di spietata crudeltà popolare. Con scientificità, diciamo, opinabile lo storico cita vittime illustri, da De Gasperi a Fanfani, da Moro a Craxi; con furbizia da guitto si annette l'idea dell'autonomia della politica di Togliatti, perché risalti di più l'ignavia dei suoi eredi che a un certo punto presero a considerare la magistratura «una casamatta gramsciana da conquistare per derivarne il potere sullo stato». Poi arriva al punto: dopo l'89, la storia d'Italia è storia del doppio conflitto fra potere politico e potere giudiziario, e fra giudici militanti e giudici «servitori (o servi?) dello stato». Sì che tre vittorie elettorali non sono bastate a togliere ai giudici il vizio di provare a delegittimare Berlusconi. È tempo di voltare pagina: si sappia d'ora in poi «che un risultato elettorale è definitivo fino alla successiva elezione», perché chi è legittimato dal popolo deve poter fare quello che vuole senza sottostare a legge alcuna. E l'opposizione ringrazi, perché il lodo le dà la storica occasione di liberarsi da quella «sindrome di superiorità morale» che un altro storico, com'è noto, le rimprovera un giorno sì e l'altro pure dalle colonne di un grande quotidiano. Applausi. L'intellettuale organico ha svolto bene il suo compito. Ha preso i fatti e li ha messi a testa in giù e piedi in aria, come si conviene a una buona ideologia. Ha preso le carte e le ha mischiate col trucco, come si conviene a un mediocre illusionista. Ha scambiato lo storico deficit di legalità che affligge in Italia potere politico, potere economico e società civile e l'ha ribaltato in un deficit di legittimità. Ha preso l'equilibrio fra i poteri, che in Costituzione vincola il principio della legittimità politica al principio della legalità, e l'ha trasformato in «due legittimità concorrenti, quella dell'autorità giudiziaria e quella che deriva dalla sovranità popolare», rivoltando la tragedia in farsa. La tragedia, per dirla con le parole di Gustavo Zagrebelsky, è il rischio assai prossimo che lo scarto che si sta spalancando tra legalità e legittimità si trasformi nel conflitto insanabile «tra una legittimità illegale e una legalità illegittima». La farsa è il banale quadretto sempreverde di Silvio Berlusconi rincorso da frotte di toghe rosse. Da ieri però c'è anche una farsa che può rivoltarsi in tragedia. Finora troppo pop, troppo cheap, troppo naïf, Silvio Berlusconi ha capito che gli serve un apparato ideologico, un pennacchio intellettuale, una rilettura della storia nazionale adatta allo scopo. E' l'ultima casamatta da espugnare all'egemonia che fu della sinistra. Lo spettro della sinistra ci rifletta e riemerga anch'esso da dov'è nascosto. È ora di ritrovare quantomeno una propria versione dei fatti e dei misfatti.

 

Attacco al cuore del pubblico - Sara Farolfi

ROMA - «Forse qualcuno si era illuso, aveva pensato a un Popolo delle libertà espressivo di una posizione dialogante. Non scherziamo, questa è una maggioranza di destra che esprime gli umori peggiori del paese, con l'idea di fondo che il supremo principio regolatore debba essere il mercato». Un'analisi senza sconti è quella che il giuslavorista Massimo Roccella, decente di diritto del lavoro all'università di Torino, offre sul decreto legge che anticipa la finanziaria. Protezionista all'esterno e liberista in casa propria, questa l'anima di questo governo secondo Roccella - che oggi partecipa in qualità di relatore all'assemblea pubblica organizzata dalla sinistra Cgil. Perfettamente esemplificata da quel mosaico di norme e provvedimenti di cui è intessuto il decreto legge. Ma anche il fatto che l'opposizione sia così «flebile», non è frutto del caso: «Chi ha letto i programmi elettorali non può dimenticare che quello del Partito democratico, sulle questioni di politica economica, era molto simile a quello del Popolo delle libertà». Cosa l'ha maggiormente colpita del decreto? Il dato che emerge con più chiarezza mi sembra l'attacco a tutto ciò che è pubblico. Colpisce l'accanimento con cui si continua a tagliare sulle voci di spesa che riguardano scuola, ricerca e università, in un paese tra l'altro dove le imprese fanno pochissima ricerca e dove la spesa in ricerca, anche quella pubblica, in rapporto al prodotto interno lordo è molto al di sotto di quella europea. Perciò sono privi di fondamento tutti i discorsi sulla produttività del lavoro e sui salari che devono aumentare in rapporto alla produttività stessa. Quando le produzioni sono di bassa qualità, è evidente che la produttività del lavoro non può che essere altrettanto bassa. La verità è che si continua a puntare su un modello di sviluppo, magari molto produttivo per le imprese, ma tale da collocarci nella fascia bassa della divisione internazionale del lavoro. L'attacco ai dipendenti pubblici nasconde un attacco al servizio pubblico? L'idea di fondo è che il supremo principio regolatore debba essere rappresentato dal mercato. In questo senso si spiega l'attacco a tutto ciò che è pubblico, alla spesa pubblica e al pubblico impiego. Da mesi assistiamo ad un attacco nei confronti dei dipendenti pubblici «fannulloni», cominciato per la verità da altra parte politica. Non c'è dubbio che nella pubblica amministrazione ci sia un problema di assenteismo patologico, e che questo vada colpito. Ciò detto però, e preso atto che la manovra contiene aspetti che proprio per questo possono risultare molto popolari e condivisi, bisogna spiegare che la misura immaginata dal ministro Brunetta è intrinsecamente irrazionale e iniquamente punitiva perchè se da una parte si intensificano le visite di controllo, dall'altra invece si stabilisce che i dipendenti pubblici ammalati, nei primi dieci giorni di malattia, avranno un trattamento economico molto punitivo. E questa misura, che per come è scritta è a forte rischio di incostituzionalità, colpirà tutti, non soltanto i falsi ammalati ma anche gli ammalati veri. A questo si aggiunge l'ennesimo blocco del turn over. Al fondo c'è l'idea di stato minimo, con il minimo di funzioni pubbliche anche di carattere essenziale. E questo in un paese dove, contrariamente alla vulgata propagandata dalla destra, il numero dei dipendenti pubblici è inferiore a quello dei più avanzati paesi europei. «Mercato fin dove è possibile», dice il ministro Tremonti. Questo è molto evidente proprio nel caso dell'università, con quell'ambigua norma sulle fondazioni universitarie che, unitamente al taglio delle risorse per il fondo di finanziamento ordinario delle università e a quello delle retribuzioni dei docenti universitari - che colpisce soprattutto i docenti più giovani e i ricercatori e che disincentiva ulteriormente i giovani dall'investire nell'università pubblica - completa il quadro. Privatizzazioni e welfare compassionevole per i più bisognosi. Modello statunitense? Contrariamente a quanto alcuni, anche a sinistra, hanno pensato, Tremonti è sempre Tremonti. E nonostante qualche idea critica espressa sulla globalizzazione, appartiene a quel genere di politici in salsa leghista, protezionisti all'esterno e liberisti in casa propria. A leggere attentamente il provvedimento sulla «Robin tax» si scopre che dei proventi della tassa, solo una piccola parte sarà utilizzata per finanziare la social card, una sorta di mancia per i più poveri. Si tratta di meno di 40 euro al mese, di un'idea di welfare neppure tanto compassionevole, una presa in giro. Nessuna risposta invece alla questione salariale... Le misure sulla detassazione dello straordinario e delle parti variabili del salario contengono un messaggio preciso. Da una parte si dice che per guadagnare di più bisogna lavorare di più - spacciando questo come incremento di produttività mentre al più potrebbe esserci un incremento di produzione - dall'altra si vuole fare passare l'idea che le retribuzioni possono aumentare solo per via fiscale. Non c'è dubbio che la tassazione incida sul livello di reddito di chiunque, ma è evidente che c'è qualcosa che non va nel volere spingere questo discorso fino al punto da mettere tra parentesi la necessaria azione di redistribuzione del reddito tra salari e profitti, e quindi fino al punto di deresponsabilizzare le imprese su una questione fondamentale. Cosa pensa della deregolamentazione del mercato del lavoro? Colpisce l'abrogazione di provvedimenti che, per il loro risvolto etico, dovrebbero essere condivisi a prescindere dalle appartenenze politiche, come la legge sulle dimissioni in bianco. Sul mercato del lavoro in senso stretto invece, riemerge un orientamento già manifestatosi ai tempi della legge 30, e cioè l'uso strumentale della contrattazione collettiva, con cui si può intervenire sulla disciplina dei contratti a termine per renderli più flessibili. Una contrattazione, in definitiva, a perdere. Dietro alla quale c'è l'idea che se non sarà possibile raggiungere intese unanimi, resta la via, non sgradita al governo in carica, dell'accordo separato.

 

Perché assecondare i bassi salari? - Riccardo Realfonzo

L'assemblea pubblica convocata oggi dalla sinistra Cgil contro la bozza di riforma del modello contrattuale proposta dalla maggioranza della stessa Cgil, assieme a Cisl e Uil, è una buona notizia. La bozza di riforma rappresenta un testo discutibile, nelle premesse logiche e nelle conseguenze politiche. Ed è un bene che all'interno del maggiore sindacato italiano si compattino forze tese a contestarla. Naturalmente, bisogna essere realisti e pronti a qualsiasi evenienza. La battaglia per la difesa del contratto nazionale si annuncia in salita. Eppure occorre mobilitarsi per impedire il depotenziamento di quello che è stato, in Italia, tra tante difficoltà, uno strumento fondamentale di salvaguardia del lavoro e di coesione sociale. Tuttavia è bene anche chiedersi come mai la parte finora preponderante della Cgil intenda avallare ancora la politica dei bassi salari. Perché - è meglio sottolinearlo ancora una volta - non c'è dubbio alcuno che il depotenziamento del contratto nazionale a favore della contrattazione di secondo livello avrà esattamente il seguente effetto: una maggiore divaricazione dei differenziali salariali in un quadro di stagnazione del monte salari reali complessivo, a tutto vantaggio dei redditi da capitale. Tutte le ricerche economiche e le serie storiche confermano questa conclusione, e nessuno del resto si è mai azzardato a dimostrare il contrario. Allora: perché dovremmo ancora assecondare la politica dei bassi salari? La domanda non è oziosa considerato che non bisognerebbe mai smettere di chiedersi, soprattutto nei momenti più difficili, cosa occorrerebbe fare per evitare di accettare il reale, e piuttosto per plasmarlo, per immaginarlo diverso. Per cominciare bisognerebbe ricordare ai fautori del depotenziamento del contratto nazionale che sui bassi salari bisogna imparare a ragionare contro corrente, cioè contro l'economia politica dei padroni. Chi non ricorda l'insegnamento impartito da Keynes ne Il problema degli alti salari del 1930? Un testo problematico, da cui tuttavia scaturiva una riflessione netta: alla crisi non si può rispondere tagliando i salari e comprimendo i diritti dei lavoratori, perché ciò determina una caduta dei consumi e della domanda aggregata, deprimendo ancora di più l'economia. Alla crisi occorre piuttosto rispondere sostenendo i salari e rilanciando l'intervento pubblico in economia. Neanche a dirlo, il governo Berlusconi ignora la lezione keynesiana e si è messo nel solco ampiamente battuto negli ultimi quindici anni, fatto di contrazione dei salari e restrizione dell'intervento pubblico in economia. C'è da attendersi che, come è sistematicamente accaduto in tutti questi anni, percorrendo questo solco, non prestissimo, ma nemmeno troppo tardi, pure il Cavaliere si imbatterà in una crisi di consenso. Il combinato disposto di stagnazione salariale e politiche di bilancio restrittive è infatti troppo indigesto anche per un governo che salpi col vento in poppa. Ma l'aspetto più triste è che se per pura ipotesi, qui e adesso, la crisi portasse alla caduta del governo Berlusconi, è evidente a tutti che un eventuale governo alternativo si metterebbe sempre e comunque lungo il medesimo solco della deflazione da salari e da domanda, purtroppo con il placet di larga parte della Cgil. Assisteremo cioè a un film già visto sui nostri schermi. Con Repubblica che invece di sbattere in prima pagina la gravità della crisi sociale - come fa oggi - probabilmente si metterebbe a ritessere le lodi dell'ipotetico governo alternativo, magari citando qualche buon rating delle agenzie. Insomma, occorre essere consapevoli che il problema non è solo questo governo o in particolare il suo premier. Il problema è che siamo sul medesimo tracciato di sempre. Il problema è che anche il centrosinistra al governo ha avallato la politica di sempre. Chi avesse qualche perplessità a riguardo dovrebbe ricordare, per fare l'esempio più recente, che la politica economica di Padoa Schioppa - tristemente noto ministro dell'economia nell'ultimo governo Prodi - si è caratterizzata esattamente per le politiche di bilancio restrittive associate alla stagnazione salariale. Insomma, le politiche del governo Berlusconi assomigliano tragicamente a quelle varate dai governi di centrosinistra, molto più di quanto tanti, anche nella Cgil, comprendano o almeno siano disposti ad ammettere. Eppure le politiche di deflazione salariale e «risanamento» del bilancio pubblico, condotte senza soluzione di continuità dal 1992-1993, hanno registrato fallimenti clamorosi. Queste politiche hanno portato i salari reali progressivamente ai livelli più bassi in Europa. E ciononostante il costo del lavoro per unità di prodotto continua ad aumentare rispetto agli altri paesi europei. Infatti, mentre in Italia si è agito sui salari, gli altri hanno scommesso molto più efficacemente sugli incrementi di produttività e le politiche relative. La conclusione è che, nonostante la deflazione salariale, l'Italia continua a perdere competitività, a vedere compresse le quote di mercato nel commercio internazionale e a registrare un passivo tendenziale della bilancia commerciale. Al tempo stesso, le strette di bilancio che via via sono state implementate hanno sfasciato la pubblica amministrazione, ci hanno fatto accumulare sempre maggiori ritardi nelle dotazioni infrastrutturali e hanno impedito l'adozione di serie politiche industriali. E non è un caso che nonostante le politiche di bilancio restrittive il rapporto tra il debito pubblico e il Pil stenti a diminuire. Potremmo dire, paradossalmente, che in Italia si è quasi perseguita una involontaria politica di stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil: ma non nel senso positivo ed attivo di chi consapevolmente non teme di ricorrere alla spesa per far crescere il Pil; bensì nel senso negativo e passivo di chi a furia di colpi di scure ha finito per deprimere totalmente l'economia nazionale, incagliando il denominatore di quel rapporto. Occorrerebbe insomma uscire dal solco della deflazione salariale e del cosiddetto, finto, «risanamento» della finanza pubblica. Bisognerebbe passare a una politica di segno opposto, che scommettesse sulla crescita salariale e sulle politiche espansive. Sarebbe essenziale che nella Cgil ci si rendesse conto di ciò, perché se non si comincia a rileggere il passato in chiave critica non c'è speranza di dare al futuro un'impronta nuova e diversa. Soltanto chi avrà il coraggio di uscire dal solco degli ultimi quindici anni forse avrà qualche chance concreta di salvare l'Italia. A destra costui non c'è. Possiamo ancora sperare che esista a sinistra?

 

«Libertà di stampa in pericolo» - Carlo Lania

ROMA - Oggi daranno voce alle loro preoccupazioni nella maniera che conoscono meglio, cioè attraverso una serie di editoriali e articoli. Per il futuro, invece, non escludono iniziative comuni. Sì perché una cosa è sicura: a prescindere dalle diverse posizioni politiche, spesso contrapposte, in Italia una serie di giornali rischiano di chiudere a causa dei tagli ai contributi statali per l'editoria, decisi dal governo con il decreto legge sulla manovra fiscale approvato dalla Camera. Testate storiche o più giovani, di destra o di sinistra, legate a partiti politici o a cooperative di giornalisti, ma anche all'editoria no-profit, la cui sopravvivenza è messa a rischio dalla soppressione voluta dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti del cosiddetto diritto soggettivo a ricevere i contributi. Una decisione che subordina la certezza di avere finanziamenti quasi sempre vitali a una generica disponibilità delle risorse messe a disposizione ogni anno dal governo. Una vera mannaia per testate come il manifesto, l'Unità, il Secolo d'Italia, Liberazione, il Corriere Mercantile, l'Avvenire e per decine di giornali minori. I cui direttori, tutti giustamente preoccupati, in queste ore ragionano sulle possibili conseguenze che la riduzione dei finanziamenti potrebbe portare. «Se anche il Senato approverà il decreto legge così com'è chiudiamo, c'è poco da dire», spiega senza mezzi termini il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti. «Certo che siamo preoccupati anche noi», gli fa eco dal fronte opposto il direttore del Secolo Flavia Perina, mentre Mimmo Angeli, direttore del Corriere Mercantile, definisce «una tragedia» la sola idea di dover rinunciare a finanziamenti indispensabili. Oggi con un breve editoriale Sansonetti spiegherà ai suoi lettori la situazione, che riassume così: «Chiudere per decreto i giornali più deboli è un colpo alla libertà di stampa, resterebbero praticamente solo i giornali di Confindustria. Ma non solo: significherebbe anche abolire allo stesso tempo la sinistra politica, visto che dopo il risultato elettorale non avrebbe più alcun modo per esprimersi». Particolare che non sfugge a Perina: «Il centrodestra ha un problema in più, che è quello di tutelare le fonti di informazione politica dopo che l'espulsione di una parte della sinistra dal parlamento ha dato vita a una sorta di democrazia limitata». Per il direttore del Secolo, però, c'è solo un modo per uscire dalla crisi: «Occorre costruire un recinto di tutela per i quotidiani di informazione politica che hanno un ruolo reale. Non si possono mettere sullo stesso piano, manifesto, Secolo, Liberazione, oppure Europa e la Padania con organi di stampa legati a organizzazioni di categoria, e lo dico con tutto il rispetto per queste testate». Una parte importante della partita si giocherà a ottobre, quando la discussione su come riformare la legge sull'editoria entrerà nel vivo. «E' chiaro che qualcosa va fatto», spiega il direttore di Avvenire, Dino Boffo. «Come giornale non abbiamo alcun problema a discutere di nuovi criteri di razionalità per i contributi. Chiediamo solo che sia rispettata la dignità dei soggetti coinvolti e che ci vengano fatte delle proposte presentabili». Come altri direttori, anche Boffo contesta i criteri che oggi governano la distribuzione dei contributi. «Trovo inaccettabile - dice - che i soldi destinati alla libertà di stampa finiscano anche a società quotate in borsa, che poi distribuiscono i dividendi ai soliti ricchi». Anche l'Avvenire oggi dedicherà al problema un editoriale e una pagina interna. «Il sistema è iniquo», prosegue Boffo. «Occorre salvaguardare i diritto soggettivo di chi è in regola e controllabile secondo parametri oggettivi». Un concetto che trova d'accordo anche il direttore del Corriere Mercantile. «Bisogna recuperare risorse che fino a oggi sono state buttate al vento finanziando giornali fantasma, cooperative fasulle e editori che rappresentano solo se stessi», spiega infatti Mimmo Angeli. Ma può esserci una volontà politica dietro la decisione del governo? Angeli non crede: «Penso piuttosto che sia tutta opera di Tremonti, non credo che Berlusconi sia d'accordo. Se il decreto dovesse essere approvato senza modifiche rischieremmo di ritrovarci in un regime di quasi monopolio, con solo poche testate: Corriere delle sera, Repubblica, Stampa, Sole 24ore e poche altre». «Bisogna concentrare i finanziamenti sui giornali che producono davvero informazione e non sono solo macchine per fare affari», aggiunge Perina. «Credo che bisogna impegnarsi a gestire in maniera bipartisan la riforma che il governo ha promesso di presentare entro al fine dell'anno. E quel giorno - conclude il direttore del Secolo - ciascuno sarà chiamato a fare le sue scelte».

 

Passo doppio per la Cgil - Loris Campetti

Che scandalo: in Italia ci sono 700 mila delegati, Rsu per chiamarli con il loro vero nome. Recenti inchieste sul sindacato che mirano a dimostrarne la natura di casta - pezzo di ceto politico, assistito, parassitario - denunciano questo presunto scandalo. E inoltre, continuano le intemerate a cui ben si associano i feroci ministri del governo Berlusconi, questi 700 mila «privilegiati» hanno diritto a un certo numero di ore di permesso per svolgere il loro lavoro sindacale. Come gli Rls, i rappresentanti per la sicurezza sul lavoro che con la scusa di garantire il rispetto di normative considerate troppo penalizzanti dagli imprenditori, riducono la loro prestazione e mettono lacci e lacciuoli al flusso produttivo. Per non parlare dei distacchi, garantiti sia dalle imprese private che dai settori pubblici (sui quali, però, un qualche approfondimento sarebbe meritorio). Ebbene, la nostra inchiesta sulla Cgil va nella direzione opposta: i delegati sono il principale, talvolta unico, rapporto tra l'organizzazione sindacale, la confederazione, la categoria e i lavoratori. Insomma, l'ultimo legame tra rappresentanti e rappresentati. Semmai si potrebbe riflettere sui 14 mila funzionari sindacali e sulla qualità del lavoro svolto in rapporto con i lavoratori e la materialità della loro condizione. Potremmo dire che le Rsu, con tutti i limiti di cui ci occuperemo, sono una delle poche resistenze allo snaturamento della rappresentanza sociale del lavoro, se non proprio nella direzione della casta, certamente in quella cara alla Cisl del sindacato dei servizi. Un sindacato, cioè, che non costruisce vertenze e conflitti dal basso, che non trova il suo sostentamento e la sua legittimazione nel rapporto con i lavoratori (garantito economicamente dall'automatismo del rinnovo delle tessere), ma piuttosto con le controparti, con la politica, i governi, le amministrazioni locali. I servizi svolti sono spesso sostitutivi del welfare pubblico e rischiano di trasformare il sindacato in un pezzo dello stato, pagato per questo scopo e così percepito. Più patronato, Caf, assistenza, enti bilaterali e minor conoscenza e rapporto con la condizione di lavoro. Autonomia limitata. Fatta questa premessa - dovuta nel clima di restaurazione imperante - ne è necessaria una seconda: il passaggio dalla centralità della solidarietà al dominio della competitività mina i valori fondativi del movimento operaio, sempre in un cocktail di antico sfruttamento e antisindacalità e moderno assetto dei poteri; si snatura il conflitto di classe attraverso la produzione di nuovi conflitti, non più tra capitale e lavoro ma tra stati, aziende, stabilimenti, tra gli stessi lavoratori. In questo contesto e di conseguenza, procede a livello mondiale l'indebolimento del ruolo sindacale che si rapporta alla frantumazione del lavoro luogo per luogo, paese per paese e senza un progetto alternativo alla globalizzazione data. In Italia, come in Germania, tentennano i contratti collettivi di lavoro e l'obiettivo del salario minimo si fa strada nel dibattito tra le residue forze di sinistra e all'interno degli stessi sindacati, come risposta alla spinta verso l'individualizzazione dei rapporti di lavoro. Se la prospettiva è il «contratto su misura», la prima conseguenza è che ogni lavoratore si troverebbe solo davanti al potere del padrone, pubblico o privato che sia. E' quel che in molti casi sta già avvenendo. Per questo diventa fondamentale la rottura di quella rete diffusa di democrazia che è costituita dai rappresentanti sindacali nei luoghi di lavoro. Come si attrezza la Cgil in questo nuovo, pericoloso scenario? Partiamo dal vertice, dunque dal centro nazionale di corso d'Italia, per arrivare alle Camere del lavoro e alle Rsu, passando attraverso le categorie. Il punto di riflessione più diffuso al vertice come alla base è che in presenza di un mutato scenario anche la politica sindacale deve cambiare. Il congresso di Rimini del 2006 non ha messo al centro i nodi strategici della fase che interrogano sulla natura stessa del sindacato, al contrario ha investito tutte le sue azioni sul governo Prodi («Il mio programma è il vostro programma», e viceversa). Con la conseguente perdita di autonomia della Cgil, ribadita nella campagna elettorale di quest'anno, sempre più spesso identificata dai lavoratori con quel ceto politico di centrosinistra che ha deluso ogni aspettativa, abbandonando il mondo del lavoro ai venti liberisti. E' quel che sostiene chi non ha condiviso questa scelta, dalla Fiom alle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 aprile. Anche chi, come il segretario della Funzione pubblica Carlo Podda, pur negando che la Cgil abbia «perso le elezioni» ammette l'errore congressuale - «un abbaglio collettivo» - giunge con toni e motivazioni diverse alla stessa conclusione del segretario Fiom Gianni Rinaldini e di Nicola Nicolosi (Lavoro e società) e Giorgio Cremaschi (Rete 28 aprile): il governo Prodi ha finito la sua corsa e oggi al governo è tornato Berlusconi con Tremonti, Sacconi e Brunetta. La Cgil deve prendere atto del cambiamento e ripensarsi in grande, e in autonomia. Come si ripensa la Cgil, come affronta il nodo dell'autonomia? A che punto sono democrazia interna e partecipazione, cioè il rapporto con la propria base sociale? Si ripensa nel modo peggiore secondo molti, collocati alla sinistra come alla destra (è il caso della segretaria dei tessili Valeria Fedeli) del segretario generale Guglielmo Epifani, a cui non risparmiano critiche per il metodo scelto per rinnovare la segreteria confederale - una rottura della tradizione, un vulnus, nella direzione della democrazia maggioritaria in base alla quale chi ha il 51% dei consensi comanda tutto e forma i gruppi dirigenti a sua immagine e somiglianza. Nessuna rappresentanza alle minoranze e neppure alle diverse articolazioni della maggioranza, chi ieri non condivideva il protocollo sul welfare e oggi quello sulla riforma del sistema contrattuale non ha voce, mentre all'interno dell'unico partito «di riferimento» - il liquido Pd - rafforzano la loro influenza i dirigenti di tradizione socialista, così almeno denuncia chi dai tempi del Pci è stato sempre fedele alla linea senza mai recidere il cordone ombelicale e oggi si sente emarginato. Si costringe la vecchia segreteria a rassegnare le proprie dimissioni a costo di trovarsi contro mezzo direttivo nazionale, poi si scelgono i nuovi segretari uno a uno, in base al principio della massima fedeltà al capo che giunge a scegliere come rappresentante di Lavoro e società una segretaria che non rappresenta più quell'area. Anche chi ha sempre praticato una certa autonomia - come il segretario della Flc Enrico Panini - viene scelto per la segreteria confederale come individuo e non come rappresentante di una cultura interna all'organizzazione. Non è escluso che da lui possa arrivare qualche sorpresa a chi paventa il monocolore di Epifani. Forse il segretario generale temeva un'ipotetica alleanza tra un'area già di sinistra come quella guidata da Paolo Nerozzi e finita con lui nel calderone veltroniano e una di destra come quella guidata da Passoni, ben più organicamente interna al Pd. Fatto sta che entrambi le ali sono state tagliate e sia Podda che Fedeli sono fuori dalla segreteria. Ciò fa dire alla destra che si è rotta una tradizione pluralista che aveva sempre visto, dopo lo scioglimento delle componenti di partito deciso da Trentin, il segretario generale affiancato da rappresentanti delle varie culture interne. Oggi siamo alla «segreteria del segretario». Dal lato opposto, il bresciano emarginato ante litteram dal nuovo corso, Dino Greco, denuncia la centralizzazione, il leaderismo e l'autoreferenzialità, l'esclusione del dissenso dentro una pratica di «ossequiente ossessione all'accomodamento alla volontà del capo». Siamo alla democrazia plebiscitaria? Movimenti al vertice. Ma le destre non mancano in Cgil, cosicché non restava che l'imbarazzo della scelta. Dentro Agostino Megale, proveniente dall'Ires-Cgil in via di fusione con la Di Vittorio, dentro il segretario dei trasporti Fabrizio Solari. La scelta più netta compiuta da Epifani riguarda il delfino, anzi la delfina (socialista) Susanna Camusso, portata a Roma dalla Lombardia per prendere la guida dell'organizzazione quando, forse già tra un anno in occasione delle elezioni europee, il primo segretario generale di marca socialista lascerà il sindacato. Scelta mal digerita da molte anime, dalla Fiom che in passato ha avuto modo di conoscere la Camusso, fino alle principali categorie dell'industria e dei servizi. Solo i potenti pensionati dello Spi, oggi diretti da Carla Cantone, non hanno mai alcuna critica da avanzare al segretario, qualunque esso sia. Epifani è andato avanti senza ripensamenti, fino ad assegnare alla delfina la responsabilità dell'industria che in Cgil vuol ancora dire qualcosa. Nella segreteria non sono rappresentate né la Fiom né la Funzione pubblica. Le scelte del gruppo dirigente procedono di pari passo con la formazione della volontà politica. La lente attraverso cui vengono selezionati gli orientamenti è l'unità con Cisl e Uil. Sognando un Pd vincente si era andati oltre l'unità strategica: il fantasma del sindacato unico si agitava sui cieli sopra corso d'Italia. Infranto il sogno del partitone, resta l'obiettivo se non dell'unificazione, dell'unità a ogni costo con Cisl e Uil, accompagnato da un tentativo di normalizzazione moderata delle Camere del lavoro e delle categorie. Ciò comporta una modifica delle scelte politiche della Cgil e una riduzione del tasso di democrazia interna e nel rapporto con i lavoratori. Il nodo contratti. Prendiamo il caso del protocollo confederale sulla riforma del sistema contrattuale con cui Cgil, Cisl e Uil si sono presentate al confronto con Confindustria. Il documento è stato redatto da Epifani, Bonanni e Angeletti, quindi presentato agli organismi dirigenti: prendere o lasciare, con una sorta di voto di fiducia sul segretario. Una volta approvato dal direttivo, il documento è legge nell'organizzazione in cui vige un ferreo centralismo democratico, con la differenza che ai tempi della Terza internazionale tale regola non era che il punto di arrivo di un percorso che coinvolgeva l'intera rete degli iscritti, dei dirigenti locali e delle categorie. Ora non resta che l'ordine finale a cui tutti devono adeguarsi. E del referendum sull'eventuale accordo che modificasse il sistema contrattuale, sterilizzando il contratto nazionale e vincolando gli aumenti salariali di secondo livello alla dilatazione dell'orario di lavoro e agli utili d'impresa, neanche si parla. Un vulnus, la messa in mora della partecipazione dei lavoratori nella formazione delle scelte strategiche, come ci raccontano i metalmeccanici torinesi. E dire che il protocollo sul welfare aveva lanciato segnali chiari di critica e di rabbia, ma i fischi di Mirafiori sono stati rapidamente archiviati, come la promessa dei tre segretari generali di tornare presto nella fabbrica più difficile. Poi ci si interroga sul «riflusso» dei lavoratori, sul loro allontanamento dal sindacato, sui voti che se ne vanno a destra. C'è chi la racconta così: «all'evanescenza della rappresentanza politica si sta affiancando l'evanescenza della rappresentanza sociale». La motivazione che spinge Epifani a rinsaldare il rapporto con Cisl e Uil è ragionevole e per molti aspetti condivisibile: siamo sotto l'attacco più sfrontato ai diritti dei lavoratori e ai sindacati, da cui ci si può difendere solo con l'unità. Effettivamente l'attacco è inedito ed è condotto contemporaneamente dal governo e dai padroni (anche, va detto, gli strali di Epifani si sono concentrati solo sul governo, e questo è stato notato nell'organizzazione, al di là delle rituali alzate di mano nelle votazioni degli organismi dirigenti). Persino l'articolo 18 torna a sollecitare molti palati, in modo trasversale nei banchi di Montecitorio. Sotto botta sono finite le poche norme non regressive varate da Prodi e quelle regressive vengono ulteriormente peggiorate. Il lavoro straordinario costa il 20-30% in meno del lavoro ordinario, si ripristina il job on call, si mette sotto accusa la nuova normativa per la sicurezza del lavoro. Al punto che la legge 30, contro cui la Cgil aveva mobilitato da sola milioni di lavoratori, appare rose e fiori. Dall'altro lato, la Confindustria vuole stravincere sui contratti, sulla flessibilità, sulla messa in mora del primo livello e, nel secondo livello, vuole cancellare la trattativa con le Rsu. Unità, dunque. Peccato che Cisl e Uil, cofirmatarie della legge 30, siano molto più possibiliste verso le politiche economiche e sociali del governo e con l'idea padronale di controriforma contrattuale.

(1-continua)

 

«L'agricoltura dello sviluppo capitalista genera povertà e ignora i contadini che nutrono il mondo» - Geraldina Colotti

All'analisi del mondo contadino e a quella delle devastazioni sociali e ambientali provocate dall'industrializzazione dell'agricoltura, Silvia Perez-Vitoria - economista, sociologa e documentarista - ha dedicato vari libri (fra i volumi tradotti dal francese da Jaca Book, Disfare lo sviluppo per rifare il mondo e Il ritorno dei contadini). Ma se cominci una domanda dicendo: «Lei è un'economista...» ti blocca subito per dire: «Sì, ma sto guarendo». Una battuta che - come preciserà nel corso dell'intervista e come chiariscono i suoi studi - riassume l'intento di mettere al centro della critica «alla mercificazione del vivente» l'essere umano nella sua complessità. «A Doha - afferma infatti - i grandi del pianeta parlano di agricoltura, ma i contadini non esistono, anche se sono loro a nutrire il mondo. I burrascosi negoziati del Wto mostrano i rapporti di squilibrio che esistono fra gli stati ma non affrontano il problema di fondo. Le ricette che propone Doha non regolano i problemi del pianeta, ma li moltiplicano. L'agricoltura per come viene intesa nel modello di sviluppo capitalista (ottusamente industrialista, produttivista ecc.) non porta più cibo e lavoro per tutti, ma impoverisce gli umani e l'ambiente. In questa prospettiva la battaglia del Brasile, che dedica grandi superfici meccanizzate alla produzione di soia, appare più quella di contrastare la concorrenza del mercato europeo piuttosto che vincere la fame nel proprio paese». L'alternativa, per la studiosa, risiederebbe invece in «un altro tipo di agricoltura che favorisca i piccoli produttori e i saperi locali. Non sono gli ingegneri agronomi che regolano i problemi, ma i contadini che conoscono il loro territorio. La biodiversità non si protegge con gli Ogm, ma proteggendo le sementi locali. Sono stata di recente in Toscana - racconta Silvia Perez - nella valle di Garfagnana c'è un tipo di mais, il formentone ottofile, che si dice sia stato importato da Cristoforo Colombo e che i contadini hanno preservato». Cosa diversa, invece, è per la studiosa, «la banca mondiale dei semi che tra poco verrà aperta in Norvegia con il finanziamento delle multinazionali che, dopo aver distrutto le varietà, dicono di volerle preservare artificialmente». I negoziati di Doha hanno ripreso quota dopo la gravissima crisi alimentare. Il protezionismo proposto da alcuni governi africani, sarebbe allora una soluzione? «Un certo livello di protezionismo è necessario - risponde la studiosa - ma bisogna distinguere fra protezionismo dei governi e del mercato e protezionismo di chi produce ciò di cui abbisogna ed eventualmente mette in commercio le eccedenze. In questo sistema di mercato, l'agricoltura industriale è estremamente dipendente non solo dalle sovvenzioni, ma dal petrolio, dai prodotti chimici eccetera. Questo vale persino per un paese come la Francia». L'integrazione del mercato mondiale, invece «rende gli agricoltori incapaci di controllare le condizioni di vendita dei propri prodotti, i prezzi imposti da un insieme di agenti definiti forze di mercato, e da numerosi intermediari quali centrali d'acquisto, grossisti, aziende multinazionali. Più la vendita si allontana dai luoghi di produzione - sostiene la studiosa - più si moltiplicano i mediatori e diventa impossibile controllare il prezzo, e i venditori sono i primi a dettare legge». Tutti i lavori di Silvia Perez, ruotano intorno alla ricerca di nuovi modelli e dei soggetti in grado di imporli a una realtà che mette al centro gli interessi dei grandi potentati. Dopo le rivolte contro il caro cibo, le chiediamo, quali sono i soggetti del cambiamento? «I 2/3 delle persone che hanno fame nel mondo sono contadini - riprende la studiosa - la risposta delle Nazioni unite e del Wto dice che bisogna inviare più sementi e qualche finanziamento che viene condizionato all'imposizione del solito modello di sviluppo. Invece organizzazioni come Via Campesina o i Sem Terra in Brasile indicano un'altra via». Quale? «Quella di una nuova solidarietà e di una nuova ridistribuzione delle risorse. Spero - dice Perez - in un cambiamento di rapporti di forze, in India, in Africa ci sono movimenti importanti che riflettono e cercano di far passare una nuova visione dell'agricoltura. Si potrebbe dire - aggiunge - che in Brasile esistano due ministeri dell'agricoltura: uno quello ufficiale e l'altro quello che, dal basso, costruisce alternativa e nuovi rapporti di forze. I contadini sono una risorsa fondamentale». L'alternativa, quindi è ancora una volta «far prendere coscienza a tutti che l'agricoltura è una questione che riguarda il futuro del pianeta e non solo quello dei contadini. E la proposta che dovremo riprendere forte e chiaro nei confronti di questi vertici, è quella avanzata da Via Campesina: imporre ai governi dei paesi non avanzati di uscire dall'Organizzazione del commercio».

 

La svolta in serbo - Tommaso Di Francesco

Era ora. L'arresto del superlatitante Radovan Karadzic, ex presidente dei serbi di Bosnia, è una buona notizia. Soprattutto per le vittime. Naturalmente una buona notizia balcanica. Nelle pieghe nasconde almeno il suo doppio ambiguo, basta vedere le reazioni da Sarajevo, sempre più povera ma in festa già nella notte di ieri, e quella da Banja Luka e Pale, sempre più ricche e piene d'affari, in silenzio timoroso. Viene voglia di tirare un profondo sospiro di sollievo. Anzi due. Karadzic, incriminato dal Tribunale dell'Aja, è stato arrestato da forze serbe e - anche se Karadzic appare, tra i due, come il sacrificato - lo stesso può accadere all'altro superlatitante, il generale Ratko Mladic, responsabile non unico dell'eccidio di Srbrenica. Non è insomma accaduto quell'intervento esterno che portò all'arresto nel 2002 di Slobodan Milosevic, morto poi oscuramente nel carcere di Scheveningen. Ed è augurabile che non faccia la stessa fine. Perché da Karadzic, l'uomo che accarezzava cuccioli di cane mentre i suoi cecchini sparavano sul centro di Sarajevo e che ora ricompare in veste di «dropout bene» a Belgrado, come da Mladic, possono venire illuminazioni sul disastro della guerra nazionalista in Bosnia Erzegovina. La Serbia, che già da tre anni ha avviato l'incriminazione di serbi responsabili di eccidi contro musulmani, croati e kosovaro albanesi, è capace di fare piazza pulita al suo interno. Ora che, singolarmente, il socialista Ivica Dacic, erede somigliante, «figlioccio» di Milosevic siede alla carica di ministro degli interni di una coalizione che si dice «filoeuropea» guidata politicamente non dal premier Cvetkovic, ma dal presidente Boris Tadic, erede dell'ex premier Zoran Djindjic che permise la consegna di «Slobo» all'Aja e che poi venne ucciso. Lo stesso Zoran Djindjic che nel 1995 e 1996 era vicino, incredibilmente, proprio allo stesso Karadzic ora agli arresti e allora in disparte per la pace di Dayton che lo escludeva. Probabilmente siamo alla svolta per uscire dal groviglio tra crimine, aggressore-vittima e vittimismo che è parte, ahimé, inalienabile della storia serba. L'arresto appare come un annuncio che quella storia comincia a passare. Ed ecco il secondo motivo di compiacimento. Adesso l'Europa che finora ha giocato al gatto col topo con Belgrado, arrivando ad aprile ad un teatrale quanto inconsistente Trattato d'adesione, non ha più argomenti per escludere la Serbia dall'agognato ingresso nell'Unione europea. Né per continuare a legittimare lo «scippo», l'indipendenza unilaterale del Kosovo invece di una co-sovranità come la Serbia ha ripetutamente chiesto. Girava la battuta a Belgrado, prima della proclamazione unilaterale di Pristina del 17 febbraio, che Karadzic e Mladic erano tenuti ben nascosti in Kosovo, non nei monasteri ortodossi, nelle case della leadership ex Uck. Essendo quella inarrivabile latitanza la vera arma in mano all'Europa per riconoscere l'indipendenza del Kosovo. Resta un interrogativo. Il Tribunale dell'Aja, organismo ad hoc ma strumento dell'Onu e invece di fatto attivato dal protagonismo della Nato, chiuderà i battenti nel 2010. L'ex procuratore Carla Del Ponte, che incriminò nel 1995 Karadzic, ha più volte ammesso i limiti dell'assise, lamentandosi di non avere fatto in tempo ad incriminare le altre parti coinvolte nel massacro bosniaco. Vale a dire l'ex presidente croato Franjo Tudjman e l'ex presidente musulmano bosniaco Alja Izetbegovic - perché c'era il sanguinoso assedio di Sarajevo da parte delle milizie serbo-bosniache, ma anche il doppio assedio delle milizie musulmane ai civili serbi, e la guerra in Erzegovina, a Mostar tra croati e musulmani non fu meno mostruosa. Così come ha denunciato le connivenze occidentali che hanno mandato assolto il «gangster in divisa» Ramush Haradinaj, ex premier del Kosovo. Se ora il tono sull'arresto di Karadzic, come appare dalle reazioni occidentali, dovesse diventare l'enfatico e fumettaro gingle «quando alla fine il cattivo va in prigion», non avremmo fatto giustizia alla verità storica delle guerre fratricide e soprattutto avremmo dimenticato il dato che più ci preme. Dietro l'esplodere della guerra nel cuore d'Europa c'è certo la «follia del nazionalismo», scrive Danilo Kis, e delle varie milizie armate, ma anche la mano di quella Europa che solo nel 1991 andava costituendosi in unità. Dopo tanti anni il vecchio continente resta con le tasche piene di euro, ma senza anima e nemmeno carta costitutiva. Quei valori li ha persi nei Balcani, legittimando con i riconoscimenti dei vari stati le proclamazioni d'indipendenza fatte su base etnica. Soffiando sulla guerra con il miraggio dei riconoscimenti di statualità, senza mai pronunciare la parola che era necessaria e che avrebbe fermato la violenza: «Entrerete nell'Europa unita solo se resterà unita la Jugoslavia». L'unico modo per soccorrere alla rottura di quella solidarietà politica e sociale intervenuta di fronte alla profonda crisi economica della metà degli anni Ottanta, che mise alla prova definitiva i vari popoli costitutivi e le promesse del socialismo realizzato balcanico, fino ad allora così diverso e prossimo all'Occidente. Così tutto andò in pezzi. Proprio quando ancora esisteva all'Onu la Federazione jugoslava quei riconoscimenti avallarono la nascita dello stato di Slovenia e di Croazia. Che altro poteva accadere in Bosnia Erzegovina, che racchiudeva tutte le entità jugoslave, è facile capire. È stato tragico testimoniarlo. Ma è stato ben più doloroso per quelle vite a quel punto scaraventate nel grande precipizio. Ue, Usa e Onu parlano di «momento storico». Sì. Ma lo sarà davvero quando riconosceremo le nostre responsabilità di fronte a tutte le vittime. Solo allora l'ultima guerra balcanica sarà davvero finita.

 

Liberazione – 23.7.08

 

Aumenti produttivi così spartiti: 87% ai profitti, 13% ai salari

Stefano Bocconetti

C'è una data simbolo da cui far cominciare i bui, difficili anni '80. E' la sconfitta alla Fiat. Sconfitta sindacale che è ben presto diventata sconfitta politica, sociale, culturale, che ha segnato un intero decennio. Anche oggi si fanno i conti con un'altra sconfitta. Forse ancora più dura, più lacerante. E pure qui, forse, si può far risalire tutto ad una data: il 23 luglio del '93, quindici anni fa esatti. Quando il sindacato, tutto il sindacato - al più con qualche «mal di pancia» - firmò quell'accordo che introdusse il principio della «concertazione». E che cioè le trattative sindacali si potevano fare, ma solo dentro una cornice prefissata. Quella decisa dalle imprese. E si stabilì che il contratto nazionale doveva essere progressivamente svuotato, a favore dei contratti aziendali. Dove, dissero un po' tutti, si sarebbe redistribuita meglio la produttività. Come sono andate davvero le cose? Rifondazione Comunista nei giorni scorsi ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati un dossier dettagliatissimo che contiene una fotografia oggettiva (sulla base di dati ufficiali, dell'Istat e degli altri principali istituti di studi e di statistica) della situazione economica italiana e di come il prezzo della crisi sia stato tutto pagato dai lavoratori dipendenti, e in particolare da alcuni di loro. Nel dossier, che è stato assunto come materiale di lavoro dalla Commissione, è contenuto un pacchetto di proposte molto articolato. Partiamo dal contratto di lavoro, e dalla scelta di puntare tutto sui contratti aziendali. A conti fatti, è stata tutta una gigantesca bugia. Un'orrenda bugia. Il 95 per cento dei lavoratori non sa neanche cosa sia la contrattazione di fabbrica. Lavora in imprese troppo piccole, dove è consentito ignorare il sindacato aziendale. Non solo, ma anche il sindacato delle grandi fabbriche non ce la fa più. Visto che l'intensità della contrattazione aziendale s'è ridotta anche lì. E di tanto. Ai lavoratori, allora, restava solo il contratto nazionale per difendersi. Restava, al passato. Perché i numeri ci dicono che in appena cinque anni, gli ultimi cinque anni, la perdita del potere di acquisto è, mediamente, attorno a mille e duecentodieci euro. Ogni dipendente ha perso, insomma, uno stipendio all'anno. Il risultato della crisi economica? No, anche questa è stata un'altra gigantesca bugia. E' stato solo il risultato delle scelte - politiche, economiche - imposte dalla Confindustria nostrana. A tutti i governi. La controprova è in quel che è avvenuto nel resto d'Europa. Nell'area dell'euro, le retribuzioni sono cresciute, nello stesso periodo, mediamente del dieci per cento, in Francia del 15, in Germania del cinque. E dove sono finiti allora gli aumenti di produttività? Sono qui forse le cifre più spaventose, la fotografia del disastro. Quel disastro che il voto del 12 aprile si è limitato a fotografare. Dal 2003 al 2006, la produttività è cresciuta del 16,7 per cento. Non sono ritmi da Cina ma siamo da quelle parti. Bene, di questa crescita gigantesca, al lavoro è andato il tredici per cento, nulla. Alle imprese l'87. Ogni cento euro di ricchezza in più, ottantasette se le sono intascate le aziende. La lotta di classe c'è stata insomma. Solo che l'hanno vinta loro, le imprese. Ecco perché in cinque anni, i lavoratori hanno perso uno stipendio. Che diventa di più se ci si mettono anche i seicento euro di mancata restituzione del fiscal drag. Ecco perché un milione e settecentomila giovani - e in questa categoria rientra anche chi ha 34 anni - è «povero». Ufficialmente «povero», visto che questa è la definizione che usa anche l'Istat. Resta da chiedersi due cose. Oggi in Parlamento c'è un'opposizione ufficiale che ha teorizzato e teorizza la fine dei conflitti nel lavoro. Veltroni quando esordì da segretario del piddì al Lingotto disse che non era più tempo di ideologie novecentesche, disse che gli interessi dell'impresa e dei lavoratori ormai coincidevano. Entrambi uniti dalla richiesta di maggior sviluppo. Loro, però, si sono presi l'87 per cento delle risorse. Ed è facile proporre una «tregua» quando si è preso tutto. L'altra domanda è davvero molto generica. Generica esattamente però come tanti commenti che si leggono qui e là sull'esaurimento del ruolo della sinistra. C'è chi arrivato addirittura a teorizzarne il superamento, l'inutilità. Discorsi da editoriali. Perché c'è una sinistra che, certo, paga il prezzo di non essere stata più capace di parlare alla sua gente. Ma di sinistra c'è bisogno. Lo dicono i numeri. E' poco ma è abbastanza per ricominciare.

 

Manovra, la Cgil stima un taglio di 3 miliardi nel pubblico impiego

Fabrizio Salvatori

Tra tagli alle retribuzioni e blocco del turn over la manovra triennale del governo peserà sui lavoratori pubblici e sulle pubbliche amministrazioni per oltre 3 miliardi di lire. A fare i conti è la Cgil che calcola il totale dei tagli: 940 milioni nel 2009, 871 milioni nel 2010 e 1.407 milioni nel 2011 per complessivi 3 miliardi 218 milioni di euro. La RdB-Cub del Pubblico Impiego i conti li ha già fatti. E per oggi ha deciso di indire due ore di sciopero, dalle 10 alle 12, negli Enti Pubblici Non Economici con una manifestazione a Roma. «Individuiamo nello sciopero l'adeguata risposta allo scontro aperto dal governo. I lavoratori degli Enti previdenziali sono poi tra i più colpiti dai tagli agli incentivi, visto che un dipendente dell'Inps o dell'Inpdap perderà circa 6mila euro annui di salario accessorio», si legge in un comunicato. Che il terreno sindacale diventi il fulcro dello scontro tra il Governo e il paese, più ancora del Parlamento, ci sono pochi dubbi ormai. La conferma arriva dal deputato del Pd Pierluigi Bersani. «Da domani dobbiamo chiedere un pacchetto di interventi sul potere d'acquisto», che contenga «detrazioni fiscali sui salari e pensioni», ma anche «rinnovi contrattuali nei tempi, rivisitazione del modello contrattuale, investimenti pubblici e il trasferimento di soldi dai settori protetti ai cittadini», ha detto il ministro ombra dell'Economia Pierluigi Bersani. «Tutti i ministri si affannano a dire che non ci sono tagli ma, allora, delle due l'una: o hanno ragione i ministri e, di conseguenza, la manovra è falsa, oppure ciò che dicono semplicemente non è vero», sottolinea Michele Gentile coordinatore del dipartimento Settori Pubblici della Cgil Nazionale, che ha cercato di fare il punto con alla mano cifre e tabelle della manovra. I tagli al settore pubblico contenuti nel decreto legge 112/08 toccano diversi aspetti. A partire dalle Forze armate, che subiscono un taglio di 52 milioni per il 2009, di 340 per il 2010 e di 296 nel 2001. Per il blocco annuale degli scatti di anzianità (categorie ex art. 3 del dl 165/01) l'ammontare è di 49 milioni per il 2009. Alla contrattazione integrativa, poi, si tagliano 720 milioni nel 2009 e 296 milioni sia per il 2010 che per il 2011. Inoltre, continua Gentile, sempre sulla contrattazione integrativa, è previsto per il 2008, e per il solo ministero dell'Economia e delle Finanze, un ulteriore taglio di 38 milioni di euro. Una decurtazione è prevista anche per i trattamenti aggiuntivi in dipendenza da causa di servizio di 27 milioni per il prossimo triennio mentre il trattamento economico delle assenza per malattia subirà un taglio di 30 milioni nel 2009 e altrettanti per il 2010 e il 2011. La somma delle voci sopra elencate è di 860 milioni nel 2009, 675 milioni nel 2010 e 631 milioni per il 2011. Quanto al blocco del turn over, aggiunge Gentile, «si prevedono tagli per 80 milioni per il prossimo anno, 196 milioni per il 2010 e 776 per il 2011». Da queste cifre il totale dei tagli al lavoro pubblico, alle retribuzioni e del blocco delle assunzioni ammonta, perciò, a 940 milioni nel 2009, a 871 milioni nel 2010 e a 1.407 milioni nel 2011. «A queste voci - continua - vanno aggiunti i circa 15 miliardi di tagli che la manovra triennale applica alle spese delle amministrazioni nei settori: sanità, sicurezza, istruzione, università, investimenti. Mentre per il solo settore della scuola il taglio sarà di circa 7,5 miliardi». Un effetto, quello dei tagli, stima ancora la Cgil che non avrà come sola conseguenza la riduzione delle retribuzioni reali dei lavoratori ma produrrà «un attacco diretto al sistema dei servizi pubblici e, di conseguenza, ai suoi fruitori, ovvero i cittadini». Sul piano delle mobilitazioni, che crescono di ora in ora, c'è da segnalare che le segreterie lombarde di Cgil, Cisl e Uil hanno indetto per venerdì 25 luglio una iniziativa di protesta e di informazione. Nel documento i sindacati chiamano alla mobilitazione tutte le segreterie territoriali, per supportare quanto già deciso dalle categorie del pubblico impiego e dei pensionati, e chiedono che le eventuali proposte siano concentrate tutte nella giornata di venerdì prossimo. A questo proposito Cgil, Cisl e Uil «ribadiscono la validità e la necessità - si legge nel documento - di sostenere la Piattaforma unitaria "Per valorizzare il lavoro e far crescere il Paese"», presentata nel novembre scorso. Già oggi, però, per iniziativa della Cgil Funzione Pubblica della Lombardia, si terranno volantinaggi e presidi in numerose città lombarde per spiegare le ragioni della protesta contro i provvedimenti governativi.

 

Se chiudono il manifesto e Liberazione... - Piero Sansonetti

La manovra economica che è stata votata in blocco - senza emendamenti - lunedì sera alla Camera, e che ora andrà al Senato, conteneva una norma che taglia - e praticamente azzera - i finanziamenti ai giornali politici. Questa norma può essere corretta dal Senato, oppure lasciata così com'è. Se sarà lasciata così com'è provocherà la chiusura - nel giro di un paio di mesi al massimo, ma forse anche prima - di alcune decine di testate giornalistiche, tra le quali il manifesto , L'Unità , Liberazione , il Secolo , la Padania , Europa , Avvenire . Alcuni di questi giornali sono sostenuti da gruppi editoriali privati potenti e ricchi, altri da partiti robusti e in grado di finanziare, altri ancora per vivere contano soltanto sulle proprie forze, sulle vendite, sul finanziamento pubblico. Se si chiude il rubinetto del finanziamento pubblico e si stabilisce che è giusto che il diritto ad informare sia riservato a chi possiede i capitali necessari, almeno due di questi giornali, e cioè il manifesto e Liberazione , dovranno dichiarare fallimento e sparire dalla circolazione. Con la conseguenza che l'Italia - unico paese in Europa a non disporre di una rappresentanza parlamentare della sinistra tradizionale (socialista, o comunista, o ambientalista) si troverà anche senza giornali di sinistra. E paradossalmente questa scomparsa dei giornali di sinistra - che dal 1945 sono presenti senza interruzione, e per molti anni anche in gran numero, nelle edicole - sarebbe la conseguenza diretta di una legge dello Stato. Cioè potremmo dire, senza alcuna forzatura, che la stampa di sinistra, la stampa di opposizione, è stata chiusa per legge. Questa legge non prevede tagli indiscriminati all'editoria, ma tagli miratissimi: si annulla il finanziamento ai giornali di partito e si mantiene intatto il finanziamento ai grandi giornali. Per capirci bene, qualche cifra: il manifesto e Liberazione , attualmente, ricevono dallo Stato un finanziamento che complessivamente arriva a circa 7 milioni all'anno (tra tutti e due, naturalmente). Il Corriere della Sera - che è un giornale largamente in attivo, e che dispone di sconfinate risorse pubblicitarie - riceve ogni anno circa 13 milioni di Euro. Il Sole 24 ore , quotidiano di Confindustria - che distribuisce svariati milioni di utili ai suoi azionisti - riceve 17 milioni di finanziamento. Tutti questi finanziamenti alla grande impresa non vengono tagliati. I fatti sono questi. Se non ci saranno correzioni, la nostra condanna a morte è segnata. Non so se poi si potrà dire con leggerezza che l'Italia comunque resta un paese libero, che in ogni caso qui la democrazia è padrona. E siccome noi siamo convinti che l'Italia sia davvero un paese libero, siamo anche convinti che il Senato cambierà la legge approvata alla Camera.

 

Repubblica – 23.7.08

 

Quando l'orrore diventa spettacolo - FRANCESCO MERLO

Se anche i luna park di Milano sono finiti in mano ai necrofori e se i carabinieri non li chiudono per indecenza, per favore non prendetevela con i ragazzi che li frequentano non certo per educarsi ma per svagarsi, per dimenticarsi, per trasgredire e anche per insanire. E dunque non sputate la solita vecchia bile reazionaria sui 'giovani d'oggì che ridono nervosamente davanti all'agonia, all'odiosa caricatura dell'agonia, che, con dettagli iperrealisti, è stata messa in scena in un parco-giochi milanese, trasformato per l'occasione in un retrobottega di macelleria. È infatti molto probabile che anche voi e anche noi, a quindici anni, avremmo infilato le nostre preziosissime monete in una fessura di quella sedia elettrica che è stata montata nel luna park come fosse l'autoscontro, o le montagne russe o un cavallino a dondolo. Insomma anche i migliori di noi, da ragazzi avrebbero azionato il congegno che fa partire l'avvilimento di un corpo d'uomo che muore strascinando e dondolando il suo busto voluminoso, l'esecuzione di un manichino a torso nudo bombardato di scariche che, per trenta secondi, lo scuotono, lo piegano e, infine, in mezzo al fumo dell'arrosto, lo finiscono. E anche noi avremmo raccontato lo spettacolo agli amici, lo avremmo descritto e ne avremmo parlato, non per superare l'ultimo tabù al di là della morte, quello appunto dell'agonia, ma per l'inclinazione verso l'eccesso che nei giovani è sempre naturale, da Lesbonico, che fu uno degli scapestrati plautini, a James Dean; dai sessantottini che si strafacevano di ideologia a quelli che, di questi tempi, si strafanno di alcol; dalle emozioni di Battisti che correva "a fari spenti nella notte per vedere se è poi così difficile morire" ai giovanotti che trovano al luna park di Milano uno sballo a poco prezzo. La sola differenza è che adesso i ragazzi hanno sostituito l'occhio alla parola, ne hanno fatto il principe degli organi, il più importante dei cinque sensi, e dunque hanno filmato il macabro gioco e lo hanno trasferito su Youtube che è il pozzo dove si buttano i malesseri, le stranezze, le bizzarrie, gli azzardi. E nel filmato, che su Youtube è spavaldamente presentato come "divertente", ci sono infatti le risate, non di un riso pieno e sociale, ma nevrotico, di malcelata paura. Perché è difficile dire cosa resta nella mente di un ragazzo davanti allo "schifiamento" di un uomo al luna park, nel luogo gioioso dove la sedia elettrica mai dovrebbe stare. La reazione di un adulto è il raccapriccio, il nostro primo pensiero è stato "che schifo, non lo voglio vedere". Ma, nelle risate dei ragazzi, al di là della sbruffoneria, si percepisce un'inquietudine acida. Sono infatti gli stessi ragazzi ai quali noi cerchiamo di nascondere lo strazio dei corpi malati, noi che col pudore della morte coltiviamo immagini allegre e vitali, noi che vogliamo che i nonni vengano ricordati non nell'agonia deformante ma nell'eleganza e nel sorriso. Attenzione: noi non pensiamo che il luna park debba essere educativo. Andarci non è come andare in chiesa o a scuola. Ci sono nei luna park le stanze degli orrori, gli scheletri dei pirati, la violenza e la crudeltà che emanano da certe riproduzioni di creature mostruose. Ma nel concetto di parco-giochi non può entrare il rantolo. La sofferenza e la tortura non sono lecite spettacolarizzazioni di pulsioni giovanili. Non pretendiamo che il gestore di un luna park sia un istitutore, un aio, un precettore, un prete. Ma la mascalzonate vanno perseguite e punite con i vigili urbani, negando permessi, ritirando licenze, inviando la buoncostume... E diciamo subito che questa volta non staremo neppure a sentire i soliti cretini sapienti o magari qualche sindaco di Salemi che ci spiegherà che in fondo anche qui c'è la trasgressione creativa, come nello sporcare di rosso l'acqua della fontana di Trevi, perché sulla decontestualizzazione si fonda il surrealismo, e la sedia elettrica al luna park educa "contro" la pena di morte e comunque è arte, come i baffi alla Gioconda o la rasoiata di Breton o come Dalì... No: da lì a qui c'è la solo volgarità. C'è il fuori posto. Fuori posto, come una sedia elettrica al luna park, nel nostro paese c'è il dettaglio morboso nella cronaca televisiva. Fuori posto è il dito medio di un ministro d'Italia contro l'Italia. Fuori posto è la scienza criminologica che si esibisce su Cogne. Fuori posto è tanto l'accanimento terapeutico sui corpi malati quanto l'esibizione "a fin di bene" di quegli stessi corpi malati. Fuori posto è il nudo femminile tanto nella formazione ministeriale quanto nell'informazione televisiva. Fuori posto è parlare in nome di Dio. Fuori posto non sono i nostri ragazzi e il loro geniale 'You tube'. Il fuori posto è ormai la cifra del nostro smarrimento. Il fuori posto come mancanza di regole e di responsabilità.

 

Gli scenari dello scandalo - GIUSEPPE D'AVANZO

Si sente dire spesso che in quei luoghi, in quelle istituzioni, in quei paesi dove non soffia alcun venticello di critica pubblica, cresce come un fungo una corruzione senza colpa. Non c'è dubbio che l'informazione sia e debba essere, per mestiere e dovere, un alimento di critica pubblica. C'è il giornalismo che pretende di ricostruire la verità. C'è un altro giornalismo che sa di non poter afferrare con una presa sicura l'intera storia che racconta. E' un giornalismo consapevole di un limite e accetta di lavorare a una continua approssimazione della verità, cosciente che non saprà mai davvero che cos'è la verità, ma saprà che cos'è la menzogna. La indicherà ai suoi lettori. Vi si opporrà, per quel che poco o molto che è in grado di fare. E potrà ripetere ai pochi o ai molti che gli concedono ogni giorno fiducia: "Non vi abbiamo mentito". Avremmo mentito ai nostri lettori se avessimo accettato le conclusioni minimaliste dell'affaire Telecom. In questi giorni si è andata disegnando, da più parti e anche con voci autorevoli, una scena capovolta, fuori da ogni cardine. Scomparivano i protagonisti e i comprimari, le loro condotte e responsabilità, la lunga scia di illegalità, abusi e ricatti. Come d'incanto, soltanto distrattamente si ricordava al lettore (e c'è chi non ha fatto nemmeno questo) che, nella maggiore società di telecomunicazioni del Paese, la Telecom Italia di Marco Tronchetti Provera, sono stati raccolti migliaia di dossier illegali in collaborazione con l'intelligence italiana, in violazione di ogni privacy con finalità ancora tutta da chiarire. In occasione della conclusione delle indagini, l'imputazione di una responsabilità oggettiva di Pirelli e Telecom in capo al suo presidente (Tronchetti) e amministratore delegato (Buora) è apparsa diventare, a leggere alcuni commenti e bizzarre dichiarazioni, un'assoluzione piena: un esito da esibire come un fiore all'occhiello. Per farlo, bisognava lavorare a una cosmesi dei fatti. Un annuncio di fine indagine è stato presentato come un proscioglimento definitivo come se si trattasse di una sentenza assolutoria e conclusiva, prima di leggere la richiesta di rinvio a giudizio che ancora non c'è e la decisione del giudice dell'udienza preliminare che un giorno verrà. Si è scritto che Tronchetti è stato "scagionato". Il primo a crederci è stato il presidente di Pirelli. Si è detto "contento e molto soddisfatto perché è emersa con chiarezza la verità". La verità provvisoria è che due società Pirelli e Telecom (con Tronchetti legale rappresentante) non hanno impedito ai propri dipendenti di commettere reati nell'interesse delle società. Tronchetti non avverte la responsabilità di quella omissione. Non crede di dover chiedere almeno scusa, con umiltà, agli spiati o almeno agli azionisti Telecom: già provati dalla sua gestione, dovranno presto mettere mano al portafoglio per pagare centinaia di miliardi di risarcimento alle vittime dello spionaggio fiorito per la trascuratezza di un presidente e di un amministratore delegato. Non è nemmeno il peggio. Il peggio è l'acquerello a tinte tenui che vuole rappresentare l'affaire. Tre amici d'infanzia (Tavaroli, Mancini, Cipriani) fanno carriera partendo dal fondo della scala. Conquistano la potente e ricca security della Telecom (Tavaroli), il controspionaggio militare (Mancini), un'importante agenzia d'investigazione (Cipriani). Incrociano le informazioni in loro possesso. Formano dossier spionistici in libertà con le risorse della Telecom e dello Stato. Lucrano profitti e potere personali. Fine dell'affaire. Avremmo mentito se avessimo accettato senza un dubbio, senza un interrogativo questo tableau piccino, semplificatorio. E non per un pregiudizio sfavorevole alla Telecom o a Tronchetti Provera. Ma per quel che già si è potuto leggere nelle cinque ordinanze dei giudici milanesi. La security di Tavaroli disponeva di risorse finanziarie senza limiti, alimentate in parte dal "fondo personale" del presidente. Nessun controllo aziendale di audit. Dipendenza diretta dal presidente. Quattro diversi "sistemi" capaci di rubare informazioni riservate senza lasciare traccia. Una piattaforma di hackeraggio ("zone H") nei paesi dell'Est, utilizzata per intrusioni informatiche, finanziata dalla Telecom e posta in bilancio come "investimento per immobilizzazione materiale" (poteva dare benefici a lungo termine). Una rete di pubblici ufficiali sparsi su tutto il territorio nazionale, ""sensori" per ogni indagine o accertamento che potesse interessare la Telecom-Pirelli". Collegamenti con l'intelligence francese, inglese, americana, israeliana e naturalmente italiana. Una pericolosissima "macchina da guerra". In due occasioni, il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Gennari ne indica esplicitamente il beneficiario. Ordinanza 18 gennaio 2006, pag. 188: "... che Tavaroli gestisse pratiche di questo genere nel suo singolare interesse è altamente improbabile. Ci troviamo di fronte a una gravissima intromissione nella vita privata delle persone e a un tentativo di captazione occulta di dati e notizie riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra blocchi di potere economico e finanziario. Logiche che tendono a beneficiare non già l'azienda come tale, ma colui che, in un dato momento storico, ne è il proprietario di controllo". Ordinanza 20 marzo 2007, pag. 168: "Osserviamo anche il riemergere di una tipologia di investigazioni che, in modo difficilmente revocabile in dubbio, rispondevano a esigenze dei vertici e della proprietà aziendale". La convinzione del giudice quasi imponeva a un autonomo lavoro giornalistico di cercare Giuliano Tavaroli. Di chiedergli un colloquio. Di raccogliere la sua versione dei fatti. Era il diavolo. Era descritto come l'artefice e il conduttore di quella "macchina da guerra". Si diceva che avesse lavorato nel suo esclusivo interesse gabbando il suo padrone. Che cosa aveva da dire? Qual era la sua verità? E questa verità non era, pur nella sua parzialità, di interesse pubblico in un affaire dove tutti avevano avuto possibilità di accusare o difendersi e che aveva provocato anche un decreto di legge del governo approvato dalle Camere (la distruzione dei dossier raccolti illegalmente)? Sono queste le ragioni che hanno convinto Repubblica a pubblicare l'ampio resoconto dei colloqui con Giuliano Tavaroli. Abbiamo ritenuto che l'inedita ed esclusiva ricostruzione del principale indagato (anche con le possibili manipolazioni di cui abbiamo avvertito il lettore) potesse dare al quadro un tassello in più e una profondità, una concretezza, un profilo che le anticipazioni giudiziarie annunciavano piatto, senza asperità, quasi neutro con la storia assai poco credibile dei "tre amici intraprendenti". Comprendiamo l'irritazione di chi, proclamandosi estraneo a quei fatti, ne è stato coinvolto. Ma oggi abbiamo sotto gli occhi, con i nomi, i cognomi, qualche circostanza e dettaglio, quella "contrapposizione tra blocchi di potere" già intuita dal giudice nel gennaio del 2006. Vi affiorano figure che decidono della cosa pubblica senza alcuna responsabilità istituzionale; una filiera di immarcescibili massoni che lo scandalo della P2 non ha eliminato dalla scena; comportamenti obliqui di governanti; ricatti; corruzione piccola e grande; debolezze della magistratura, dell'informazione, delle amministrazioni dello Stato e, al centro, una sorda lotta per il potere che non si fa mai trasparente. Non ci appare la verità. Ci appare uno scenario più vicino alla realtà dello scandalo Telecom.

 

La Stampa – 23.7.08

 

"Anche Mladic e sarete in Europa" – Marco Zatterin

BRUXELLES - La testa di Radovan Karadzic vale un deciso colpo di accelerazione nel negoziato per l’avvicinamento della Serbia all’Unione Europea. «Una felice notizia che dà ragione a chi ha sostenuto il governo di Boris Tadic», riassume Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese e guida di turno dei 27. Con qualche piccola variazione, la quasi totalità dei capi delle diplomazie comunitarie riuniti in Consiglio si è espressa su una lunghezza d’onda analoga, regalando parole di giubilo sull’arresto del sanguinario ex leader di Belgrado. «Dobbiamo dare una risposta immediata», ha auspicato l’uomo della Farnesina Franco Frattini. Il primo passo toccherà alla Commissione che dovrà scongelare l’accordo interinale sul libero scambio e sui visti. Sarà l’anticamera dell’associazione e, in un prospettiva ora più vicina, della futura adesione. Se la cattura del barbuto ex premier è una mossa studiata a tavolino, o se veramente si tratta solo dell’effetto di una migliore azione investigativa nella caccia ai criminali di guerra voluto dal nuovo governo di Tadic, è presto per dirlo. Il risultato, però, non cambia. «Saremo candidati all’Ue entro giugno 2009», assicura il ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic, scaltro e rapido nel presentarsi a Bruxelles per incassare gli onori del caso. L’Europa aspettava questa svolta, voleva la mente Karadzic e il suo braccio Ratko Mladic. Ha ottenuto un mezzo boccone che, fra i distinguo, a taluni sembra bastare. Anche se Belgio e Olanda nicchiano (come Finlandia e Svezia) e insistono che una trattativa piena si potrà avere soltanto quando anche il boia di Srebrenica sarà consegnato al tribunale dell’Aja. Niente Asa dunque, ovvero niente accordo di associazione. È un passo che richiede una intesa politica che per ora non c’è. Su mandato della presidenza i rappresentanti permanenti dei Ventisette, insieme con la Commissione, lavoreranno per formalizzare il patto interinale d’inizio anno, in pratica un Asa in formato ridotto. L’Italia spinge in questo senso e Frattini sottolinea di aver trovato numerose sponde istituzionali nel Consiglio. «Non farlo sarebbe un errore politico», ha precisato. Per questo, ha aggiunto, «da qui alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva avanzeremo una proposta di ratifica dell’Asa da parte del Parlamento». E in settembre ci sarà una visita ufficiale a Belgrado. Kouchner, sempre a nome dell’Unione, dà un colpo alla botte e uno al cerchio. «Sono quasi 13 anni che quest’uomo è ricercato per i suoi crimini. Oggi abbiamo un solo arresto, ne aspettiamo altri. È un segnale, ma con un governo come quello che c’è ora in Serbia auspichiamo di vederne ancora». La pressione, per farla breve, non deve venire meno. Nessuno vuole far passare il messaggio che i serbi possono cavarsela solo con questo. Senza contare che fra la Serbia e l’adesione all’Ue rimane il non piccolo nodo delle riforme istituzionali bloccate dal «no» irlandese al Trattato di Lisbona - tutti convengono sul fatto che senza la nuova Carta non si può decidere alcun allargamento -, sul tavolo del negoziato bilaterale fra Bruxelles e Belgrado rimane anche la questione kosovara. «Non intendiamo concedere neanche un millimetro», ha ribadito ieri Jeremic. Ciò non toglie che Frattini sia persuaso che la Serbia abbia capito che «è interesse reciproco avere flessibilità» nei confronti di Pristina. Dove, per inciso, le cose non vanno bene e la missione civile europea Eulex non riesce a decollare. Doveva diventare operativa in giugno, poi è slittata all’autunno. «Ora parlerei piuttosto di inverno», ammette il nostro ministro degli Esteri. Se tutto va bene, naturalmente.

 

In arrivo il film che distrugge l'Obama-mania – Maurizio Molinari

NEW YORK - Barack Obama? Si considera una sorta di Messia e la popolarità è frutto di un’eccitazione collettiva dei media: il siluro della destra conservatrice contro il candidato democratico arriverà sul grande schermo il 1 settembre, con il lancio del documentario «Hype - The Obama Effect» (Eccitazione, l’effetto Obama) accompagnato da una valanga di sottoprodotti: dagli spot ai dvd. Si tratta di un’operazione milionaria confezionata da David Bossie, che deve la sua fama ad essere stato a capo dell’indagine sullo scandalo Whitewater che mise in seria difficoltà Bill e Hillary Clinton negli anni ‘90. Bossie ha condiviso con Newt Gingrich, già presidente repubblicano della Camera dei Rappresentanti, la crociata per demolire i Clinton ed ora con l’organizzazione senza fini di lucro «Citizens United» (Cittadini uniti) si propone di fare lo stesso con Barack e Michelle Obama. Gli americani hanno saputo di «Hype» lunedì sera quando, alla fine del Bill O’Reilly Show sulla tv Fox, è stato mandato in onda il primo spot, segnale di inizio di una campagna pubblicitaria che solo nei primi giorni costerà 250 mila dollari. Lo spot mostra Barack ripreso mentre loda se stesso: «Siamo noi il cambiamento che noi cerchiamo». Subito dopo si alternano sul video un raffica di volti, afroamericani e bianchi, che lo demoliscono. Ken Blackwell, Segretario di Stato dell’Ohio, decisivo nel voto del 2004: «E’ solo quando si va in profondità che si vedono i comportamenti più inquietanti». Il commentatore della tv Msnbc Tucker Carlson: «La stampa è innamorata di Obama, è invaghita di lui come avviene per gli adolescenti». Dick Morris, stratega clintoniano della prima ora: «Obama rappresenta l’estrema sinistra del partito democratico, persegue un vasto aumento delle tasse». Il commentatore afroamericano Joe Watkins: «Persegue il potenziamento del governo ma ciò non aiuta la gente nè ha aiutato la mia congregazione». Alla fine torna ancora il volto di Obama che ripete, con enfasi: «Siamo noi coloro che stavamo aspettando». E’ solo un assaggio del documentario che si propone di «raccontare la verità» demolendo l’immagine pubblica di Obama, come riuscì ai veterani del Vietnam della «Swift Boat» nei confronti di John Kerry nel 2004. Il sito Internet della «Citizens United Productions» definisce così la minaccia che incombe sull’America: «Un movimento dilaga nella nazione, l’entusiasmo di giovani e donne avanza, Barack Obama chiede di credere, i suoi fan affermano che è un nuovo Martin Luther King e il John F. Kennedy della nostra generazione». Ovvero, l’Obamamania è un’intossicazione (altro termine per «Hype») collettiva che impedisce agli americani di vedere davvero chi è Barack: un politico spregiudicato, ultraliberal sui valori ma travestito da moderato, ambizioso al punto da dire tutto e il contrario di tutto pur di scalare il potere. E’ una tesi convergente con quella esposta sul Washington Post dal conservatore Charles Krauthammer in un articolo intitolato «L’Audacia della vanità» nel quale si legge: «La sua opera più memorabile è una biografia di se stesso». «Siamo al debutto del film anti-Obama», assicura Jonathan Martin sul sito «The Politico», facendo capire che è l’inizio della fase dura della campagna, mentre sui siti conservatori lo spot dilaga, accompagnato da indiscrezioni sul viaggio in Medio Oriente, come quella relativa a un portavoce che avrebbe definito Barack «presidente» lasciando di stucco più di un reporter. A Washington è già partito il tam tam sulle rivelazioni che «Hype» farà. E’ il sito ad annunciarle: «Andremo oltre l’adulazione dei media, racconteremo storie di cui nessuno parla». Fra queste vi sarebbero testimonianze dirette dei legami ambigui con il sottopotere di Chicago e l’intervista rilasciata da Obama a Nicholas Kristof del New York Times nel 2006 - mai apparsa integralmente - nella quale definì il canto del muezzin «la musica più soave mai ascoltata». Secondo altri invece «Hype» porterà gli americani dentro la scuola indonesiana dove il giovane Barack Hussein Obama sarebbe stato iscritto dai genitori «come musulmano» mentre il 15% degli alunni era cristiano, smentendo così la tesi di Barack di «non essere mai stato» un seguace di Maometto.

 

An, il cono d’ombra e l’asse Bossi-Tremonti - AMEDEO LA MATTINA

ROMA - Berlusconi sistema la Giustizia, Bossi il Federalismo e Fini che fa? «Il problema di Fini è come spegnere la luce di casa An senza diventare invisibile dentro il Pdl e garantire ai suoi disperati dirigenti locali la sopravvivenza». Si può sintetizzare così la discussione in un capannello di senatori leghisti mentre in aula si discute del Lodo Alfano. Ogni tanto qualcuno ride e gode per il fatto che An stia perdendo colpi in periferia, soprattutto al Nord. «In effetti - spiega a Montecitorio il piemontese Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del Pdl - ci sono due An: quella del Sud che sta bene e quella del Nord che non esiste. Ma Fini ha scelto il ruolo di presidente della Camera e la sua visibilità istituzionale va a discapito di quella politica». Non c’è dubbio che in periferia la fusione Fi-An farà soffrire più gli uomini dell’ex Msi che dovranno rispettare le quote stabilite a Roma (70 a 30) per la composizione degli organi del futuro Pdl. E che dovranno fare politica dentro un partito dove i congressi sono un optional e i berlusconiani sono il doppio, se non il triplo. Quel partito inventato da Berlusconi sul predellino sarà tra qualche mese la loro nuova grande casa e il prossimo anno tutti insieme allegramente finiranno nel Ppe. Detto questo, però, i capi della destra non sono preoccupati. «La nostra è una strada obbligata», è il concetto che ripete Fini. Il quale lavora da anni per entrare nel salotto buono dei conservatori europei e non vede l’ora di portare An in un grande partito che stabilizzi il bipolarismo in Italia. E che ponga lo stesso Fini sulla rampa di lancio della successione a Berlusconi. Il suo problema, semmai, è come bilanciare dentro il Pdl e nella coalizione di governo l’asse federalista e nordista del tandem Bossi-Tremonti. E allora, l’altro ieri ha cercato di rimettere a posto (senza riuscirci per la verità) quel dito medio che il Senatur ha agitato sull’Inno di Mameli. Ha avvertito che il rispetto dell’unità nazionale è la «condizione imprescindibile» per le riforme e il federalismo fiscale che, in ogni caso, non deve penalizzare il Sud. Soprattutto deve essere compreso dentro una riforma istituzionale più ampia. «L’elezione diretta del capo dello Stato può essere un fattore di bilanciamento al federalismo». Insomma, il presidente della Camera non vuole farsi imbalsamare nel suo ruolo istituzionale e lancia a Berlusconi segnali di irritazione per come si stanno muovendo Bossi e Tremonti. Teme che la soluzione dell’Alitalia scarichi i suoi effetti negativi sulla Capitale amministrata da Alemanno, che i tagli del ministro dell’Economia si trasformino in un boomerang elettorale. E che il federalismo di Bossi si pappi i fondi che l’Europa ha messo a disposizione del Sud. Non è un caso che ieri mattina, in una riunione riservata con Tremonti e Calderoli, La Russa abbia detto che sul testo del federalismo dovrà essere coinvolto anche il ministro di An per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi. Nella stessa riunione La Russa ha detto di non essere d’accordo sul passaggio automatico degli immobili dello Stato agli enti locali che «non hanno dimostrato di saperli gestire bene». «Non è vero - spiega il reggente di An - che noi soffriamo il problema della visibilità. Abbiamo ottenuto molte cose, ad esempio siamo riusciti a reintrodurre nel maxiemendamento la liberalizzazione dei servizi degli enti locali. Ma, a differenza della Lega, non viviamo sempre in campagna elettorale. Bossi ha il problema di mantenere la sua forza contrattuale e non può perdere nemmeno un voto. Noi - puntualizza il ministro della Difesa - stiamo andando verso un grande partito che al Nord è il doppio della Lega. Oscurare Fini significa oscurare Berlusconi». E tanto per essere ancora più chiaro, aggiunge di condividere il 90% della bozza di federalismo fiscale, ma «si tratta di una legge ordinaria che dovrà passare dalle Camere e ci sarà tempo per migliorarla...». Sembra di rivivere il vecchio duello Fini-Tremonti del 2001-2006, quando il ministro dell’Economia fu costretto a dimettersi. E’ vero che molte cose sono cambiate e Fini, dallo scranno più alto della Camera, non ha la stessa libertà di manovra politica. Ma non è disposto a farsi stritolare. Ieri il Secolo d’Italia titolava «Bossi oscura il dialogo». E l’editoriale mandava un messaggio: «L’escalation delle nevrosi dei “partiti identitari” - Lega e Italia dei valori - è destinata a crescere man mano che si avvicina la scadenza delle Europee e della relativa riforma elettorale, probabilmente con uno sbarramento piuttosto alto». Se Bossi dovesse perdere mezzo punto alle Europee, può dimenticarsi la candidatura alla presidenza della Lombardia e del Veneto.

 

Corsera – 23.7.08

 

L’Italia e la sfida nucleare - ALBERTO RONCHEY

A causa degli ultimi rialzi nei prezzi del petrolio, si calcola che in Italia 300 milioni di euro in più siano andati a gravare sull’agricoltura, oltre agli aggravi crescenti per l’industria e per i trasporti aerei, ferroviari, su strada, dunque per tutte le merci. Si deve anche aggiungere che l’importazione di petrolio e gas rende l’economia italiana dipendente da fornitori come la Russia, l’Iran, l’Algeria e la Libia, con qualche incognita. Numerose nazioni hanno subito danni rilevanti da questa crisi energetica, ma il caso italiano è diverso. A parziale difesa da ogni oil shock , operano in Europa 141 centrali elettronucleari, malgrado rischi e incidenti come in Francia quello di Tricastin. Risultano attive nel mondo 439 centrali e se ne costruiscono ancora 36, malgrado la controversa questione delle scorie. In Italia, dopo il ripudio del nucleare nel 1987, dobbiamo anche importare a costi elevati energia elettrica da centrali prossime ai nostri confini, localizzate in Francia, Svizzera, Slovenia. Le società industriali, come ha confermato il G8 di Hokkaido, tendono a un sistema energetico misto, che tra le alternative parziali agli idrocarburi comprende con il nucleare fonti rinnovabili come il solare fotovoltaico, l’eolico, i biocarburanti. Per esempio, il Texas già soddisfa con l’eolico un terzo della domanda energetica. La Germania ricava dal solare il 16 per cento del suo consumo di elettricità. Ma tuttora, in Italia, ritardano anche le sperimentazioni su quelle fonti. Si può supporre, per i prossimi tempi, che vengano moderate le quotazioni petrolifere? In larga misura, il divario tra domanda e offerta che muove i prezzi al rialzo è dovuto ai crescenti consumi della Cina, dell’India e d’altre nazioni superpopolate in via di sviluppo industriale. Se l’espansione dell’economia in quelle nazioni continuerà, la domanda crescente potrà dilatare il divario, con l’ulteriore ascesa dei prezzi e le speculazioni che sul mercato dei futures scommettono al rialzo. Beninteso, tutto è opinabile su materie tanto complesse. In Germania, Die Zeit ha pubblicato affiancate due opposte argomentazioni. Ora in Italia, dinanzi al progetto di tornare all’elettronucleare, le contestazioni avanzano motivi di portata considerevole oppure discutibili. Spesso concludono che l’intento, in ogni caso, è realizzabile solo a tempo troppo differito. Dunque, «ormai è tardi». No per sempre al nucleare in Italia? Eppure, come segnalano autorevoli analisti attenti anche alle ragioni dell’ambientalismo, il nucleare non contribuisce all’inquinamento da «effetto serra» e anzi lo riduce. Il direttore dell’agenzia russa Rosatom , Sergej Kirjenko, calcola che in Europa la produzione dei reattori ha evitato l’emissione annuale d’anidride carbonica per 700 milioni di tonnellate, in Giappone per 270 milioni. Dati affidabili o forse no. Intanto, anche se il ritorno italiano all’atomo è tardivo per fronteggiare in parte l’attuale crisi energetica, dovremmo con il nucleare o il «verde» farci carico almeno di problemi e sorti della posterità. Sempreché non si voglia ricorrere al cinico paradosso: «I posteri? E cosa mai hanno fatto i posteri per noi?».

 

Lo sfogo di Piero – Maria Teresa Meli

Sveglia pessima per Piero Fassino, ieri mattina. L’ex segretario ds era «incavolato nero», come ha detto lui stesso senza troppi giri di parole. Fassino per qualche minuto è stato costretto a far sbollire la rabbia per «quell’immondizia disgustosa». Giusto il tempo di rassicurare la madre, che ha 84 anni e che alla 7 di mattina aveva già sotto gli occhi Repubblica . «Compra sempre i quotidiani a quell’ora. È una donna anziana, pensate come ci è rimasta, che colpo ha avuto a vedere suo figlio sbattuto in quel modo sul giornale, ha raccontato poco dopo Fassino a qualche compagno di partito. La calma raggiunta dal ministro degli Esteri del governo ombra per parlare con la madre e toglierle ogni inquietudine è durata poco. Quando si è presentato al coordinamento ristretto del Pd Fassino era ancora furibondo: «Io per me sono tranquillo perché so di avere la coscienza a posto, ma vi pare possibile che esca una simile schifezza senza nessun problema!? È una vera e propria vergogna, una provocazione». Nessuno gli ha dato torto. «Una follia», per Walter Veltroni, una «mascalzonata» per qualche altro. Quello su cui però al Pd si sono interrogati per tutto il giorno è se dietro tutto ciò ci sia un disegno. Fassino non crede «alle dietrologie»: «Sono stati mandati alcuni segnali trasversali al mondo dell’economia e della finanza e facendolo hanno stritolato anche un poveretto come me». Ma c’è chi pensa che, in fondo in fondo, il Pd sia un obiettivo. Il vice capogruppo a Palazzo Madama, il dalemiano Nicola Latorre, tra un’osservazione e l’altra, parlando con alcuni compagni di partito al Senato, spiegava: «Non si può neanche escludere l’ipotesi che dietro questa vicenda, che chiaramente non sta in piedi, ci sia il tentativo di condizionare il Pd perché scelga la linea giustizialista di Antonio Di Pietro». Pensieri non dissimili da quelli del deputato Francesco Tempestini, un tempo capo della segreteria politica di Fassino: «Se si pensa di far svolgere così il confronto tra politica e magistratura, allora non si va avanti. Anzi, la situazione si incancrenisce. E di questo passo, alla fine, vincerà la linea dura contro i giudici che ha adottato Silvio Berlusconi». Nel Partito democratico che ha già i suoi problemi si cerca comunque di limitare i danni. Perché è chiaro che questa vicenda non investe il solo Fassino ma tutto il Pd. Arturo Parisi, in genere assai poco tenero con i compagni di partito, questa volta non ha avuto dubbi: «E’ una storia che non è plausibile». Intanto per tutta la giornata si sono rincorsi i comunicati di solidarietà, mentre all’ex segretario dei Ds arrivano sms ed email di solidarietà. Veltroni, com’è nel suo stile, ha invitato gli esponenti del Pd a tenere la bocca cucita: solo dichiarazioni ufficiali, niente interviste improvvisate che alla fine possono recare danno invece di aiutare. Con il far della sera l’arrabbiatura di Fassino scemava un po’. Nella sala Berlinguer, al gruppo della Camera, dopo aver ascoltato l’intervento in aula di Veltroni, Fassino, un sospiro dietro l’altro, spiegava: «La comunicazione diventa ogni giorno più importante e quindi quelli che se ne occupano dovrebbero seguire un principio di responsabilità, come è richiesto a tutti i cittadini e anche a noi politici. E’ normale che tra l’informazione e la politica ci sia una dialettica anche molto dura, questo è fisiologico, invece stavolta la storia è assai diversa. Tavaroli è un indagato ed è chiaro che dice di tutto, ma perché pubblicarlo senza prendere le distanze e anzi prendendo per oro colato tutto quel che dice? I giornali non possono travalicare il loro ruolo e condizionare la politica». Quel che più ha amareggiato Fassino è la sequenza delle vicende in cui il suo nome è stato tirato in ballo a sproposito: «Prima c’è stato il caso Unipol, ora questo. E’ vero che lo capiscono tutti che si tratta di una scemenza, di una cosa senza il minimo fondamento e che non starà sui quotidiani per giorni e giorni come è avvenuto per altre storie, ma io vorrei capire perché uno come me deve essere sputtanato in questo modo. E’ profondamente ingiusto. Si è veramente sorpassato ogni limite». Sì, ogni limite. Al Pd ne sono tutti convinti e incrociano le dita sperando che abbia ragione Fassino quando dice che questa vicenda «non starà sui quotidiani per giorni e giorni».


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