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Manifesto – 25

Manifesto – 25.7.08

 

La scure sulla sanità - Sara Farolfi

ROMA - Una scure sulla sanità pubblica. Ventiquattr'ore prima dell'approvazione, alla camera, del decreto legge che anticipa la manovra finanziaria, arrivano altri tagli. Il governo ritira il decreto con cui il governo Prodi rifinanziava i livelli essenziali di assistenza (Lea). Ma non è che l'ultima sforbiciata. I tagli alla sanità ammontano complessivamente a 8-9 milioni di euro. Fino al 2010 saranno in vigore i trasferimenti (che per la sanità sono triennali) già decisi dal precedente governo. Dal 2011, hanno lanciato l'allarme le regioni, «non potremo garantire nulla». Il decreto legge 112 che anticipa la legge finanziaria (35 miliardi in tre anni, 13 circa per il 2009) ieri è stato approvato dalla camera (305 voti a favore, 265 contrari e 3 astenuti). Passerà ora al vaglio del senato e, per evitare modifiche e affrettare i tempi, sembra probabile la sua blindatura con il voto di fiducia. Metodo e merito procedono, nel primo scorcio di questa legislatura, di pari passo: tempistica da record che esautora di fatto il lavoro del parlamento («semplificazione», dice il governo) e una miriade di articoli e misure che in comune hanno la volontà di fare piazza pulita di tutto ciò che resta del servizio pubblico. Tagli, e consistenti, dalla scuola all'università, alla pubblica amministrazione, fino a regioni e enti locali. Tagli alle risorse che si tradurranno in tagli ai servizi erogati. Mentre dal punto di vista sociale l'unica misura prevista (e spacciata, con abilità mediatica senza pari, come una misura di redistribuzione dai ricchi ai poveri) è quella misera (e quasi offensiva) social card, poco più di 1 euro al giorno con cui gli anziani più bisognosi - ma rigorosamente italiani - potranno fare la spesa. Per la sanità il decreto legge si presenta come una vera mannaia. Rossana Dettori, della funzione pubblica Cgil, non ha dubbi in proposito: «Il governo mette il cappio al collo del servizio sanitario nazionale - dice - e l'impressione è quella che si voglia tornare alla situazione ante '78, quando il servizio pubblico non esisteva e con il sistema delle mutue ciascuno accedeva alle prestazioni che poteva permettersi». L'ultima sforbiciata, come si diceva, è quella sul rifinanziamento dei Lea, dopo i rilievi sulla mancata copertura finanziaria da parte della corte dei conti. Salta così la gratuità per una serie di misure previste nella scorsa legislatura, dal vaccino per prevenire il tumore alla cervice uterina, alle cure odontoiatriche per bambini e indigenti, all'anestesia epidurale per il parto indolore. «Anziché aprire un confronto per valutare come superare i rilievi della corte dei conti - dicono al dipartimento welfare Cgil - il governo ha preferito fare tabula rasa dei diritti dei cittadini, rendendo evidente la sua reale intenzione di non riconoscere molte prestazioni sanitarie, tra cui quelle per la non autosufficienza». Ma non è tutto. Per coprire la spesa per i ticket sanitari che sarebbero scattati dall'anno prossimo (per la diagnostica e specialistica) il governo ha stanziato 400 milioni di euro (decurtando del 20% gli stipendi dei dirigenti Asl). Ne servivano il doppio, e dunque «è probabile che una qualche forma di partecipazione alla spesa, magari 5 euro e non 10, venga chiesta ai cittadini», dice ancora Dettori. Non solo, perchè per le regioni in disavanzo, sarà chiamato a compartecipare alla spesa anche chi prima ne era esentato (cioè i cittadini più poveri). Complessivamente i tagli al settore sanitario, che saranno effettivi a partire dal 2010, ammontano a 8-9 milioni di euro. Tagli ai posti letto negli ospedali, al personale in servizio e, soprattutto, alla prevenzione. Tagli anche al salario accessorio per i dipendenti del servizio sanitario nazionale (come per tutti i dipendenti pubblici), che riceveranno una busta paga decurtata fino a 800 euro all'anno. Scorrendo gli altri capitoli di intervento le cose non vanno molto meglio. Tra le novità dell'ultima ora figura anche un inasprimento - che andrà a colpire soprattutto gli immigrati - dei requisiti per beneficiare dell'assegno sociale. Per quanto riguarda regioni e enti locali, con il rinnovato patto di stabilità, le decurtazioni ammonteranno a circa 3 miliardi nel 2008, 5 nel 2009 e 9 nel 2010. Sulla pubblica amministrazione si annuncia un giro di vite (con i sindacati che promettono battaglia), con la riduzione di collaborazioni e consulenze, un'ulteriore stretta del turn over e un attacco ai diritti del lavoro (come la decurtazione della busta paga nei primi dieci giorni di malattia e la revisione di distacchi, aspettative e permessi sindacali). E ancora. Le università pubbliche potranno trasformarsi in fondazioni di diritto privato. La scuola pubblica si vedrà decurtata di circa 87 mila docenti. Viene innalzata dal 27,5% al 33% l'aliquota Ires per le società energetiche (la cosiddetta Robin tax), ma ad alimentare la social card saranno i conti bancari dormienti. Non si tratta che di alcune delle misure previste. Il decreto passa oggi alla commissione bilancio del senato. E non sono da escludere ulteriori sorprese.

 

«Tagliare l'Ici è come chiudere i Comuni» - Luca Fazio

MILANO - Allora, si taglia? «Le richieste contenute in questa finanziaria sono inaccettabili, così come sono formulate non le prendiamo nemmeno in considerazione, daremo battaglia perché in questo modo i Comuni chiudono». Fabio Sturani, sindaco di Ancona (Pd), e vice presidente dell'Anci - l'associazione dei comuni italiani - è abituato a confrontarsi sui numeri ed è convinto che ci sia la possibilità di opporsi per evitare di tagliare i servizi ai cittadini. Anche con un governo così? Credo di sì, non è possibile fare muro contro muro con tutte le regioni e tutte le comunità italiane. I sindaci del centrodestra sono arrabbiati tanto quanto noi, penso a Letizia Moratti. Lavoreremo per migliorare il testo al Senato, non credo ai miracoli ma non possiamo fare altro che combattere, non ci siamo ancora arresi. E' incredibile prendersela con i Comuni, considerato che sono l'unico comparto della pubblica amministrazione che tra il 2004 e il 2007 ha migliorato il saldo passando da un deficit di 3 miliardi e 700 milioni a un attivo di 325 milioni. Noi abbiamo già migliorato i conti dello Stato. Devo ancora analizzare le ultime modifiche contenute nel testo, ma per quanto ci riguarda questa manovra continua a non essere sostenibile. Cosa non è sostenibile? L'eliminazione dell'Ici sulla prima casa costerà ai Comuni italiani 1 miliardo e 340 milioni, si verrà a creare una situazione molto pesante, siamo preoccupati anche perché secondo i nostri conti si tratta di una cifra sottostimata. Il governo ha stanziato 1 miliardo e 700 milioni come compensazione, ma mancano all'appello circa 1 miliardo e 100 milioni per il 2008. Con il governo Prodi era diverso? E' stata pesante anche con il centrosinistra, il ruolo dei Comuni è stato sottovalutato dal Parlamento e dai governi. A proposito dell'Ici, servivano più serietà da parte di tutti e meno campagne elettorali: negli ultimi due anni i Comuni avevano già ridotto l'Ici sulla prima casa. Non solo. I Comuni, per rispettare il patto di stabilità, nel 2006 hanno già ridotto gli investimenti del 50%, e nel 2007 di un ulteriore 27%; eppure, nonostante questi sforzi, continuano ad essere ancora oggi i soggetti che investono di più rispetto ad altri comparti della pubblica amministrazione. Non si considera che i Comuni oggi rappresentano il livello più credibile della politica e sono più vicini ai bisogni dei cittadini. Cosa sarete costretti a tagliare? Diminuiremo gli investimenti, saremo costretti a ridurre il personale per i servizi ai cittadini, verrà penalizzata la cultura, poi lo sport, più in generale le politiche sociali. Non possiamo fare altro, perché il decreto ci impedisce di aumentare le tasse. E tutto ciò in un contesto che si annuncia molto difficile dove alcune Regioni saranno costrette a reintrodurre i ticket sanitari per rimediare ai pesanti tagli imposti da questa finanziaria. Alla faccia del federalismo... Siamo di fronte a un attacco all'autonomia politica dei Comuni, altro che il ruolo della Lega...qui sta tornando il centralismo dello Stato. Questo è il federalismo al contrario, qui sono i Comuni che finanziano lo Stato... Sembra Calderoli... Ma no! Dico solo discutiamo seriamente di federalismo fiscale, perché altrimenti corriamo il rischio di creare 20 neo-federalismi regionali che di fatto aumenteranno i disequilibri nei territori che in Italia già ci sono. In che senso i Comuni finanziano lo Stato? Tre esempi. Le spese di manutenzione dei tribunali (che competono allo Stato) vengono rimborsate ai Comuni solo al 60%. Capitolo immigrazione: per i minori stranieri non accompagnati assistiti dai Comuni (sanità, scuola, alloggio...) lo Stato non mette un euro dei 250 milioni stanziati. E ancora: la legge dice che le spese per l'edilizia scolastica competono allo Stato, e invece la realtà degli ultimi dieci anni ci dice che su 100 euro spese 85 escono dalla casse comunali.

 

Tra destra e sinistra, il nodo dell'Altro - Giovanni De Luna

Il mercatismo, il '68 e «l'Altro»; sono questi, per Giulio Tremonti, i nemici da combattere (La paura e la speranza, Mondadori, 2008). Il mercatismo viene definito attraverso una serie di coppie di opposti (il mercato vince contro la società, gli interessi contro le idee, i desideri contro i bisogni), indicando nell'uomo consumatore, nell'uomo a taglia unica, il suo modello esistenziale ispirato a «un tipo umano che non solo consuma per esistere, ma che esiste per consumare». Quanto al '68, Tremonti lo accusa di aver azzerato una serie di «valori», in particolare quelli legati all'autorità e alla responsabilità, alla morale e al dovere, attraverso la «sublimazione dei diritti rispetto ai doveri». CONTINUA|PAGINA12 Per giustificare la pericolosità dell'Altro, infine, propone una sorta di schema evolutivo («le prime generazioni accettano per bisogno, le seconde per indifferenza, le terze reagiscono») che nella sua eccessiva linearità - oltre a essere inadeguato - risente evidentemente dell'effetto distorsivo operato dalle recenti rivolte delle periferie parigine e non prende in considerazione altre situazioni dove sono state le terze generazioni a integrarsi compiutamente (gli italoamericani, ad esempio). Ed è proprio sul confronto con l'Altro e sullo slogan «ciascuno è padrone a casa propria» che vale la pena soffermarsi. Nell'indicare le armi con cui combattere i «tre nemici» Tremonti sottolinea infatti non solo la necessità di strappare lo scettro del comando all'economia per restituirlo finalmente alla politica, ma anche quella di riscoprire la forza delle identità e delle appartenenze, accentuando il valore delle «radici giudaico-cristiane dell'Europa» lungo un percorso di questo tipo: la nostra identità collettiva si costruisce per differenza dall'Altro (che tale è per colore della pelle, religione, sistema economico e giuridico, appartenenza di classe, tradizioni culturali); scaturisce «non solo da ciò che siamo, ma anche dalla differenza da ciò che non siamo»; si riferisce a un'alterità minacciosa che assume il conflitto con «gli altri sistemi» come cardine concettuale di una nozione binaria bene/male e che si fonda su un meccanismo di «esclusione» più che di «inclusione». Contrapporre il «noi» agli «altri», non è una novità per la destra. Ma sono nuovi i termini della sfida lanciata alla sinistra. Nella seconda metà del '900 si era soliti rimproverare agli intellettuali di sinistra un «terzomondismo compassionevole» (Pascal Bruckner, Il singhiozzo dell'uomo bianco. Il terzomondismo storia di un mito duro a morire, Guanda, 2008), fondato su una visione dell'altro che era solo una proiezione del proprio narcisismo («io sono l'altro, ma un altro fatto a mia immagine»), in cui le culture e le tradizioni reali dei vari popoli venivano trascurate per lasciar emergere solo quello che nella dimensione della politica li avvicinava a «noi». Oggi bisogna riconoscere che c'era qualcosa di vero in quelle accuse: ci ostinavamo a leggere nelle rivolte del Terzo Mondo quello che ci faceva comodo e cancellavamo tutto il resto (per alcuni di noi fu così, ad esempio, per la rivoluzione khomenista). Soprattutto Bruckner coglieva nel segno quando sottolineava la subalternità di quelle posizioni alla rappresentazione mediatica della realtà: anziché sforzarci di guardare da vicino quello che succedeva, spesso ci si adagiava in un senso comune televisivo in cui l'altro o era una vittima o era un ribelle, o era un corpo straziato dalla violenza e disidratato dalla fame, o un machete e un mitra che ammazzavano e squartavano. Il passaggio da una realtà rappresentata a una realtà vera è l'unico antidoto a questa sorta di voyeurismo. Questo passaggio è un momento cruciale nel confronto con l'Altro e ci restituisce anche il senso della sfida proposta oggi dalla destra. Averlo in casa, per la prima volta nella nostra storia ci costringe a confrontare gli stereotipi con la realtà, i pregiudizi (buoni o cattivi che siano) con la conoscenza. Come suggeriva Bobbio ( Elogio della mitezza e altri scritti morali, Linea d'ombra, 1994), se l'etnocentrismo è una sorta di «predisposizione mentale e culturale», è solo dal «contatto materiale», dalla convivenza negli stessi spazi pubblici e privati che nasce la pulsione della xenofobia, il desiderio di cacciare l'Altro fuori da casa propria: «l'etnocentrico si chiude nel suo ghetto, lo xenofobo difende a oltranza questa chiusura, il primo sta bene solo a casa sua, il secondo vorrebbe che anche gli altri stessero a casa loro». Più di un decennio fa, Bobbio aveva lucidamente intravisto quello che adesso sta succedendo. Sulla constatazione puramente fattuale della diversità che esiste fra uomo e uomo, si sovrappone un giudizio di valore per cui uno è buono l'altro cattivo, uno è superiore l'altro inferiore, in un percorso che si sviluppa attraverso prima la segregazione, poi il rifiuto di ogni forma di comunicazione o contatto, la discriminazione, per arrivare al dileggio verbale, all'aggressione e alla violenza. Alla base di tutto questo c'è il pregiudizio, che non solo provoca opinioni erronee, ma è difficilmente vincibile perché l'errore che esso determina deriva da una credenza falsa e non da un ragionamento errato, né da un dato falso che tali possono essere dimostrati empiricamente. Indicare nel pregiudizio le radici dell'intolleranza consente - con un ragionamento tipicamente bobbiano - di delimitare con sufficiente nettezza il confine tra destra e sinistra e ci indica anche i termini in cui può essere accettata la sfida dell'ognuno è padrone a casa propria. Non si tratta di opporre pregiudizio a pregiudizio, uno stereotipo all'altro (questo vale ad esempio per il discorso pubblico sui rom), quanto di attingere alle potenzialità di una doppia risorsa: una è una virtù sociale, la mitezza, l'altra politico-istituzionale, la democrazia. La prima, per Bobbio, è infatti una disposizione d'animo che rifulge solo alla presenza dell'Altro: «siamo umili e modesti per noi stessi, siamo miti di fronte al nostro prossimo». Il mite è l'uomo di cui l'altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé e la mitezza consiste proprio nel lasciare essere l'altro quello che è. Bobbio ci tiene a distinguere la mitezza dall'umiltà, insiste sul carattere attivo di questa virtù; nessuna rassegnata condiscendenza, nessun pacifismo contemplativo. Il mite si propone di incidere sulla realtà, di costruire un progetto di inclusione, di delimitare uno spazio pubblico in cui la sua virtù possa operare e dare frutti. Presupposto individuale perché la mitezza possa esercitarsi è appunto la conoscenza, la capacità di restare ancorati alla prova dei fatti, di rifiutare le scorciatoie offerte dal pregiudizio e dal senso comune, di relazionarsi con un Altro che non sia inventato o virtuale. La democrazia è quindi anche l'ambito in cui la mitezza può dispiegare con più efficacia i propri effetti. Bobbio ne sottolinea la dimensione inclusiva, («una democrazia non può essere esclusiva senza rinunciare alla propria essenza di società aperta»), la sua tensione continua «a far entrare nella propria area gli altri che stanno fuori per allargare anche a loro i propri benefici, dei quali il primo è il rispetto delle fedi». «Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso a oggi, è stato un processo graduale di inclusione di individui che prima erano esclusi»: è stato così, per intenderci, nel 150 anni della nostra storia unitaria. Quella che si delinea rispetto alla destra è quindi una frattura culturale prima ancora che politica. Il confronto non è tanto tra la legge Turco-Napolitano e la Bossi-Fini, quanto sul modo di intendere una democrazia ridisegnata in funzione dell'accoglimento e del rispetto per l'Altro e fondata su una tavola di valori. In Francia li chiamano «valori repubblicani».

 

Il caso francese - Rossana Rossanda

Malgrado gli ori della reggia di Versailles e picchetti d'onore a spada sguainata, il varo delle camere unite della riforma costituzionale in Francia è stato assai poco glorioso. Promessa da Nikolas Sarkozy, elaborata da una commissione diretta da Edouard Balladur, vicepresidente il socialista Jack Lang, la riforma è passata per due soli voti, uno dei quali appunto di Lang, fra i tumulti del Partito socialista, che ha votato contro. Ma tutti i gruppi, partito del presidente compreso, hanno avuto i loro voti contrari, per cui lo scrutinio è stato preceduto da un frenetico mercato, la riforma ha rischiato di colare a picco e l'ha sfangata per miracolo. Si trattava di correggerne il carattere «monocratico» impresso da Charles De Gaulle nell'emergenza della guerra in Algeria e rafforzato dalla più recente e fatale decisione di livellare i tempi dei mandati, presidenza e Camera, eleggendo a suffragio universale per cinque anni il capo dello stato subito dopo le legislative, con il risultato di corazzarlo di una maggioranza di ferro. Senza indicare nessuno dei contropoteri che nelle repubbliche presidenziali vengono di solito attentamente calibrati. Nulla di questo è stato fatto. Il capo dello stato resta dunque un super primoministro, nomina o cambia il governo, compreso il premier ormai azzoppato. I suoi mandati non potranno essere più di due, ma tutti i poteri sono nelle sue mani. La pretesa riforma consiste solo in qualche piccolo rattoppo: d'ora in poi la Camera potrà decidere l'ordine dei lavori due settimane su quattro (salvo le prioritarie leggi di bilancio) mentre all'opposizione viene elargito ben un giorno al mese. Il cumulo dei mandati (frequente quello di ministro più sindaco) non è soppresso. Né il sistema di voto al Senato, congegnato in modo da dare sempre la maggioranza alla destra. Il Consiglio superiore della magistratura non sarà più presieduto dal capo dello stato e dal ministro della giustizia (come piacerebbe a Berlusconi!) ma composto la maggior parte da consiglieri non togati. Quanto ai pubblici ministeri, essi dipendono dal ministro della giustizia. Addio a ogni pretesa di indipendenza. Le grandi nomine sono di pertinenza del capo dello stato ma potranno essere contestate da una maggioranza di ben tre quinti della Camera... dunque non senza il partito del presidente. E simili. I socialisti, salvo Jack Lang pronto ad accettare da Sarkozy un incarico di governo al primo rimpasto ministeriale, hanno votato contro, condotti da quel Robert Badinter che aveva abolito la pena di morte sotto Mitterrand. Ah, ah - ridacchiano Sarkozy e la stampa, tutta allineata - perché non hanno cambiato loro il sistema durante i quattordici anni della presidenza Mitterrand e i cinque di Jospin premier? Confidavano in una certa decenza del Presidente della Repubblica? Adesso si tengano un iper presidente, come lo chiamano tutti, dotato di un presenzialismo frenetico, che decide tutto, anche senza interpellare i suoi ministri e non esita a smentirli. «I francesi mi hanno eletto perché sono uno che decide» ribadisce Sarkozy a ogni passo. In comune con Berlusconi ha la certezza che la sola vera legittimazione viene dal voto popolare; e come il cavaliere è il solo convinto di sapere e potere, prerogativa che esercita immune da ogni senso del ridicolo. E' fin stupefacente che gran parte del Pd italiano abbia guardato in tema di riforme al sistema francese. Il pericolo maggiore sta in un presidenzialismo strisciante e senza contropoteri, coperti da maggioranze di ferro, decretazioni e fiducia, come quello che funziona di fatto anche da noi, isolando il Quirinale, deprivando le Camere di ogni vera possibilità di contare. Il vero e profondo guaio sta nell'essere divenute delle società senza un'idea di sé, prive di legame sociale, addizioni rissose di interessi individuali e di ceto, tutti malcontenti e tutti disposti a dare deleghe a qualcuno, che eventualmente puniranno alla prossima tornata elettorale. Che intendiamo ormai per democrazia, se questa è ridotta a votare ogni cinque anni un capo e la sua banda? L'agitazione sui diritti umani sta andando di pari passo con l'oscuramento dei diritti politici. Anche qui la critica del parlamentarismo che era propria della sinistra si è ribaltata nel contrario del suo intento; lungi da allargare i poteri fuori dal palazzo, gioca per la manovra della destra: il governo faccia presto e nessuno disturbi. A chi si preoccupa in Italia di riforme istituzionali raccomandiamo caldamente di studiare il caso d'oltralpe.

 

Ingordigia occidentale – Galapagos

C'è chi sostiene che la colpa sia della speculazione, chi di una offerta scarsa, puntando il dito contro l'Opec. E c'è anche chi incolpa grandi paesi in via di sviluppo (come Cina e India) che crescono troppo e troppo in fretta e rastrellano fonti energetiche a qualsiasi prezzo, forti dei loro enormi surplus commerciali. «Congiunturalmente» tutte queste ipotesi hanno qualche piccolo fondamento, ma la realtà è un altra: i prezzi salgono per le enormi sperequazioni nei consumi di energia. Il che significa che c'e chi consuma e spreca energia e ci sono miliardi di persone che non ne consumano quasi per nulla, ma sono costrette a pagare a caro prezzo quella che importano. L'ottava edizione della Word Oil and Gas Review, pubblicata ieri dall'Eni fornisce dati che fanno molta chiarezza sui responsabili della crescita dei prezzi. Gli Stati uniti, ad esempio: con circa il 5% della popolazione mondiale, bruciano il 24,6% del petrolio consumato nel mondo. Ma anche il 21% del gas. Per dare un'idea più precisa, ogni cittadino degli States e del Canada consuma in media più del doppio di petrolio dei cittadini della Ue, 12 volte in più di un cinese e 37 volte quello che viene consumato in un grande paese produttore come la Nigeria. Le cifre sono spietate: la media del fabbisogno di energia di ciascun abitante del pianeta è di 4,9 barili di petrolio e 454 metri cubi di gas, ma è una media «del pollo», per dirla con Trilussa. Nei paesi ad alto reddito il consumo di petrolio pro-capite è di 18,3 barili e 1.481 metri cubi di gas, mentre in quelli a basso reddito ogni cittadino (anche questa è una media «del pollo») deve accontentarsi di 0,74 barili di petrolio e 66 metri cubi di gas. L'unico dato positivo che segnala l'Eni è che i paesi industrializzati stanno continuando a ridurre il proprio fabbisogno di energia. Per gli alti prezzi che riducono il potere d'acquisto e quindi i consumi, ma anche per una maggiore efficienza energetica. Che rimane sempre bassa, perché la società dello spreco non può permettersi risparmi eccessivi.

 

La presidenta a un bivio - Sebastián Lacunza

BUENOS AIRES - A una settimana dal durissimo colpo sofferto dal governo, quando è stato bocciato dal senato l'aumento delle imposte sulle esportazioni delle granaglie, la presidenta Cristina Fernandez de Kirchner non dà ancora segnali di quale sarà la strada che prenderà. La proposta dell'aumento delle imposte sulle esportazioni agricole, specialmente quelle della iper-redditizia soja, è stata al centro di un dibattito che ha monopolizzato quasi tutto il primo semestre dell'anno ed è stato uno spartiacque dell'Argentina. All'alba di giovedì 17, con il senato sul 36 a favore e 36 contro, il vice-presidente della repubblica Julio Cobos (un presunto alleato di Cristina) ha sparigliato votando no al progetto del governo. «Uno dei più grandi tradimenti che si ricordino», hanno detto i kirchneristi; «un vero patriota che si è dimostrato responsabile e ha pacificato il paese», hanno replicato i giubilanti oppositori. Da quel momento, che è stato la peggior sconfitta da quando nel 2003 si insediò alla presidenza Nestor Kirchner, il predecessore di Cristina fino al dicembre scorso, la Casa rosada ha preferito la cautela. Secondo gli analisti più lucidi, l'alternativa è chiara. O Cristina esce «in avanti» da questo scenario, radicalizzando le misure di redistribuzione delle entrate e di ossigenazione della politica - ciò che non sarà facile davanti a un'opposizione ringalluzzita che cercherà di debilitare il governo -, o chiude i giochi e fa appello ai sindacati e alla struttura del peronismo più arcaico. L'opzione di blindarsi nell'entourage più stretto e negli alleati più tradizionali potrebbe essere l'anticamera di quel che è capitato a tutti gli ultimi governi argentini, che sono finiti nella crisi e nel discredito. Quando non ancora peggio. «Il governo di Cristina è finito», ha detto drasticamente un'esponente del movimento Carta Abierta, un gruppo di intellettuali e artisti che, da una posizione critica, ha appoggiato il governo davanti a quello che hanno definito un «clima destituente» alimentato dai gruppi economici dominanti e dai media. L'appoggio deve essere letto come «quello che c'è altrimenti il peggio», come ha titolato su Pagina 12, il quotidiano di sinistra, il filosofo José Pablo Feinmann, uno dei firmatari della Carta Abierta. Nonostanti gli errori che denuncia, Carta Abierta ricorda la politica dei diritti umani, la formazione di una Corte suprema di giustizia irreprensibile, la riduzione della povertà dal 52 al 25% in quattro anni e della disoccupazione dal 20 all'8%. Tutto ciò con una politica economica condannata da Wall Street, dall'Fmi e dagli economisti neo-libersti locali. Più di un esponente del governo appare logorato, per via delle denunce di corruzione, del maneggio discrezionale di un colossale sistema di sovvenzioni ai servi pubblici - in cambio di tariffe basse - o della distruzione del prestigioso istituto pubblico di statistiche, l'Indec. Per quanto le voci e le pressioni per le dimissioni si rincorrano, i Kirchner hanno finora dimostrato di essere refrattari all'agenda che, secondo la loro interpretazione, pretendono di «dettare i media». Per il momento, dopo il ministro dell'agricoltura, mercoledì si è dimesso una figura-chiave: il capo di gabinetto Alberto Fernandez, uno dei principali sostenitori dell'apertura del governo a partiti e organizzazioni del centro-sinistra non peronista. Anche la sua immagine pubblica, dopo cinque anni in quella carica, aveva sofferto il discredito, tuttavia era sempre considerato un contrappeso al discusso super-ministro che maneggia il poderoso ministero delle Opere pubbliche, Julio De Vido. Fernandez è stato sostituito dal giovane Sergio Massa, che a soli 36 anni è già passato per quasi tutto lo spettro ideologico: nella prima gioventù era ultra-liberista e ora sembra essersi convertito in convinto sostenitore del ruolo decisivo dello Stato. Non è un buon segnale.

 

Coloni israeliani all'ennesimo attacco contro i villaggi palestinesi

Michele Giorgio

GERUSALEMME - Coloni israeliani hanno vendicato ieri lo sgombero, da parte dell'esercito, di un avamposto attaccando il villaggio palestinese di Burin, vicino Nablus. Un raid vero e proprio contro gente indifesa che, solo per un miracolo, si è concluso senza feriti. Tuttavia sono state solo le ultime violenze di cui si sono resi protagonisti i coloni in queste ultime settimane in Cisgiordania, in particolare a sud di Hebron dove non cessano aggressioni ed intimidazioni contro agricoltori e pastori palestinesi. Tutto è cominciato quando i soldati hanno rimosso dall'avamposto di Adei Ad (illegale anche per la legge israeliana e non solo per quella internazionale) un autobus trasformato dai coloni in una casa mobile. La reazione è stata immediata e contro i palestinesi. Quando i militari si sono allontanati, oltre cento coloni, in maggioranza provenienti dall'insediamento di Yitzhar, hanno raggiunto Burin e attaccato e danneggiato decine di case e automobili. Infine hanno dato fuoco ad una dozzina di alberi. Gli abitanti erano barricati in casa cercando di evitare il peggio. L'esercito è arrivato dopo molti minuti e, secondo i testimoni, i soldati hanno dovuto sparare in aria per allontanare gli aggressori. Non si è avuta notizia di arresti a conferma che i coloni continuano a godere di una ampia immunità. Yizhar è, assieme alle vicine colonie di Itamar ed Elon Moreh, una roccaforte dell'estremismo più violento. I suoi abitanti considerano la Cisgiordania occupata militarmente nel 1967 parte della biblica Terra di Israele, promessa da Dio al popolo ebraico, e si oppongono a qualsiasi restituzione territoriale, anche minima, ai palestinesi. I coloni di Yizhar minacciano con regolarità i contadini palestinesi «colpevoli» di possedere terre «troppo vicine» all'insediamento. La stessa motivazione che i coloni di Susiya, Havat Maon e di altri insediamenti a sud di Hebron usano per allontanare, talvolta con violenza, non solo gli agricoltori e i pastori (di una delle aree più povere della Cisgiordania) ma anche i bambini palestinesi. Ne sanno qualcosa i 14 piccoli di Tuba - con una età tra i 5 e 12 anni - che tre giorni fa, mentre si recavano a piedi al campo estivo di Tuwane, sono stati minacciosamente seguiti da tre coloni di Havat Maon con al guinzaglio due cani. «I soldati israeliani avevano garantito una scorta ma quel giorno non si sono presentati e i bambini sono stati costretti ad andare da soli al campo estivo. I coloni li hanno seguiti per un lungo tratto», ha riferito un volontario di Operazione Colomba, associazione che offre protezione passiva ai civili palestinesi. Nel novembre 2004 era stata la stessa Knesset ad ordinare all'esercito di scortare fino a Tawane i bambini palestinesi di Tuba e di altri villaggi minacciati dai coloni di Havat Maon perché, per andare a scuola, transitavano a breve distanza dall'insediamento. La presenza dei soldati però non è costante. Domenica scorsa peraltro una volontaria dell'associazione Zaatar di Genova era stata arrestata per qualche ora mentre accompagnava con altri internazionali alcuni pastori ai pascoli vicini alla colonia di Susiya. Proseguono nel frattempo le proteste degli abitanti del villaggio di Niilin (Betlemme) e dei pacifisti israeliani contro la costruzione del muro di separazione. Ieri sette manifestanti e due militari sono rimasti stati feriti in tafferugli e scontri. Nei giorni scorsi avevano fatto il giro del mondo le immagini girate a Naalin di un soldato israeliano che, a sangue freddo e da distanza ravvicinata, ha sparato un proiettile rivestito di gomma alla gamba di un dimostrante palestinese.

 

Liberazione – 25.7.08

 

Repubblica, il Corriere e la guerra su Telecom - Claudio Jampaglia

Un misero sputtanamento calunnioso e fosco, all'italiana. Così sembra dover finire la vicenda della "Spione SpA" cresciuta dentro Telecom per volontà di Tavaroli e all'ombra di Tronchetti Provera. Da giorni su questo sputtanamento si scontrano le due corazzate quotidiane. Repubblica (o meglio D'Avanzo) se la prende con i magistrati colpevoli di codardia per non aver portato a fondo l'inchiesta giudiziaria (e quella parallela e spesso anticipatoria giornalistica) scoperchiando il più pericoloso tentativo di contropotere degli ultimi vent'anni, tra nuove P2, servizi segreti, potenti security, dossieraggi, ecc. Il Corriere con un paio di giorni di ritardo riporta fedelmente e a puntate la difesa di uno dei suo azionisti, Tronchetti Provera, che non sapeva, non dirigeva, non ordinava ma anzi era una vittima del sistema di sicurezza della sua azienda. Due ricostruzioni opposte "ad arte", sibilline e omertose allo stesso tempo. Nel caso di Repubblica (o meglio di D'Avanzo) perché le conclusioni sono indimostrabili e aleatorie. Tavaroli avrebbe costruito una rete di contropotere per Tronchetti per permettergli di combattere la lobby che gestisce il potere berlusconiano a lui inviso, e già che c'era avrebbe dossierato migliaia di persone in tutte le direzione possibili e immaginabili: dall'alleanza con il Sismi dell'amico d'infanzia Mancini, agli affari privati di Tronchetti (il cognato e l'Inter) a giochi alquanto pericolosi di scontro col ministero dell'Interno e più precisamente con Gianni De Gennaro. Una raccolta di informazioni illegali senza precedenti che c'è stata e il cui fine è difficilmente riconducibile per intero a Tronchetti (e forse anche a Tavaroli) per la sua enormità. Gli attori in realtà sono tanti e il puparo non è uno. Ma la crociata di Repubblica va in una sola direzione - sarà perché le fonti arrivano tutte da una direzione sola, ostinata e contraria? - ed evoca, suggerisce, ma non dimostra. Dall'altra parte, versione Corriere , ci sarebbe stato un grande imprenditore asfissiato dal capo della sua security (se l'era scelto lui) che lo infastidiva col suo zelo e la sua passione per le trame. E ogni settimana se ne inventava una nuova, nemici aziendali, intrighi esteri, persino i suoi guai familiari voleva prevenire. Un vero scocciatore a cui lui non dava peso: «vadi, vadi» come con un Fracchia qualsiasi. E poi, dice l'imprenditore, quali tornaconti avrei avuto? E qui si esagera. Perché ad esempio avrebbe dovuto spiare il giornalista del Corsera che "scriveva sempre male di lui"? Appunto. O quale interesse nel conoscere il budget di Colao (allora amministratore delegato di Rcs) se pochi giorni dopo l'avrebbe ascoltato in Consiglio? Ma ci crede tutti scemi il dottor Tronchetti? Se fossero vere le versioni di Tavaroli e Tronchetti veicolate dai quotidiani dovremmo dedurre che: 1) c'è un megalomane della sicurezza che ha capito la potenza di saldare tecnologie e informazioni, con attività operative aggressive, con lo stesso schema delle squadra antiterrorismo in cui è cresciuto, ma con la libertà di non dover rispondere a nessuno e la potenza della più grande azienda di telecomunicazioni del paese. Senza un disegno chiaro questo megalomane serviva il suo padrone, molti altri e faceva tanti favori senza alcun tornaconto personale (né denaro, né carriera). Il gusto del suo potere occulto. 2) c'è' un ingenuo che affida a tal uomo la più potente piattaforma di ascolto e raccolta dati esistente. E non si accorge di 34 milioni spesi (per lo più dai suoi fondi) in depistaggi e dossieraggi. Non vede, non ascolta quello che il megalomane gli dice, non lo controlla non gli viene nemmeno un dubbio. Per lo meno ingenuo, per non essere più indelicati. Quindi di cosa si sta parlando? Di un vuoto di potere e di uno scontro tra poteri, agito da tanti per scopi diversi e tra loro intrecciati. Perché alla fine a nessuno frega dei controlli fiscali, patrimoniali, anagrafici. Gli imprenditori hanno sempre avuto ex poliziotti e carabinieri in grado di fare piccoli favori (dalla fedina penale dei familiari della colf a quella dei dipendenti e su questo gravissimo atto l'indignazione è en passant ). Solo che con i mezzi attuali di una multinazionale il gioco si può fare in grande stile e con un po' di competenza ci si diverte anche un sacco. Morale: i poteri istituzionali del nostro paese sono debolissimi e l'intreccio tra denari, piattaforme tecnologiche, interessi di aziende e imprenditori possono competere con servizi segreti e apparati dello Stato che a loro volta agiscono e rispondono a logiche multiple di questo tipo. Tutti si conoscono, tutti si marcano a vari livelli e gradi di pericolosità. La seconda cosa che ci dice questa storia è che la politica non conta un fico secco. Vedete come hanno travolto Piero Fassino (indipendentemente dal merito). Repubblica non ha avuto un dubbio, l'ha sommerso di fango. Perché la politica può agire e mediare i poteri (finanziari, industriali, corporativi, clericali ecc.) ma deve stare agli ordini di scuderia. A cuccia. E' la decadenza della res publica che da sola non è più niente e ha bisogno più di prima di banchieri finanzieri e imprenditori per servirli. Incredibilmente i politici di sinistra teorizzano questo scenario ma in concreto l'hanno capito meno di tutti. E allora come se ne esce? Fra poco ci saranno meno giornali da leggere, meno partiti da votare, più mano libera per pochi, controllori e controllati "imparentati" e tutto sarà compiuto. Se poi nei salotti vincerà De Benedetti, Tronchetti, Berlusconi, Montezemolo o De Gennaro o Letta o Veltroni o l'Opus Dei... ce lo faranno sapere.

 

Manovra, i dipendenti pubblici assediano palazzo Chigi - Fabio Sebastiani

Dipendenti pubblici in movimento a Roma. Smentendo la vocazione "feriale", si sono presentati sia sotto le finestre di Montecitorio che in via XX settembre, dove c'è il ministero dell'Economia. Nel primo caso, migliaia di lavoratori e lavoratrici delle Agenzie Fiscali (Cgil, Cisl, Uil e Confsal/Salfi) hanno protestato contro i tagli della manovra che di fatto immiseriscono proprio quella funzione della lotta all'evasione fiscale così importante per le casse dello Stato. Altrettanti dipendenti dei ministeri romani hanno voluto ricordare a Tremonti che i tagli indiscriminati previsti dal oltre ad abbassare i loro salari, affossano la possibilità di migliorare la Pubblica Amministrazione «per renderla sempre più utile al Paese ed ai cittadini». Alle manifestazioni, a cui hanno partecipato i segretari generali di Fp Cgil, Carlo Podda, della Cisl Fp, Rino Tarelli, e della Uil Pa, Salvatore Bosco, - come si legge in una nota - hanno portato la loro solidarietà, molti esponenti delle forze politiche di opposizione tra i quali Damiano, Lanzillotta, Mussi, Baretta, Nerozzi, Di Pietro, Pezzotta. Oggi è in programma un altro presidio, questa volta davnti al ministero del Lavoro. Altre centinaia di dipendenti pubblici hanno manifestato di fronte alla Prefettura di Ancona per rivendicare il rinnovo del contratto nazionale di lavoro e protestare anche loro contro i tagli «a partire dai premi per la produttività». I medici, intanto, sempre contro la manovra, «fortemente punitiva», e per il rinnovo del contratto in attesa da più di trenta mesi, hanno indetto tre giornate di sciopero ad ottobre con una manifestazione nazionale a Roma. «Siamo consapevoli - hanno sottolineato ieri i responsabili sindacali in una conferenza stampa - del disagio che arrecheremo ai cittadini, ma saremo costretti ad adottare iniziative pesanti se il governo non ascolterà le nostre richieste». Il lavoro dei medici, è l'allarme dei sindacati, «è infatti messo a repentaglio dalle norme punitive contenute nella manovra che il governo si appresta a varare; norme che, inoltre, rischiano di sottrarre ai cittadini-utenti il diritto alla qualità e alla sicurezza delle cure». I sindacati di categoria (Anaao, Cimo, Civemp, Cisl Medici, Medici Uil Fpl, Fesmed, Fp Cgil Medici, Umsped) hanno anche annunciato ulteriori iniziative di protesta: il ricorso per alcune disposizioni contenute nella manovra alla Corte europea, al tar e alla Corte Costituzionale; la stretta osservanza dell'orario di lavoro (38 ore settimanali comprensive della formazione); il blocco dello straordinario ad un massimo di 250 ore l'anno, con eventuali denunce al Tribunale del lavoro in caso di esubero; l'utilizzo delle ferie maturate nel corso dell'anno come previsto dal contratti di lavoro.

 

Afghanistan, si combatte per il distretto di Ghazni

In Afghanistan si continua a fare la guerra. Ieri le forze di sicurezza afghane e le truppe Isaf (International Security Assistance Force) hanno lanciato un'operazione per riprendere il controllo di un distretto nella provincia di Ghazni, a sud di Kabul. Questo era stato occupato una settimana fa da militanti talebani. «Operazioni combinate sono iniziate oggi con un attacco aereo sugli insorti armati di Kalashnikov Ak-47 e di lanciatori di granate a razzo», si legge nel comunicato dell'Isaf. Obiettivo dei militari, la ripresa del controllo del villaggio di Ajiristan, una località isolata nella provincia centrale di Ghazni. L'operazione è iniziata la sera precedente, quella di mercoledì, con un bombardamento aereo contro gli insorti nel villaggio, armati di fucili mitragliatori kalashnikov e granate Rpg. «Da ieri almeno 15 taleban sono stati uccisi e diversi altri feriti», ha detto alla France Presse Ismail Jahangir, portavoce del governo provinciale. In un comunicato, l'Isaf ha detto che «diversi insorti sono stati uccisi e feriti». Jahangir ha detto che il villaggio è stato riconquistato e che ieri le operazioni sono proseguite per allargare la zona sotto controllo delle forze di sicurezza afghane nel distretto. La provincia di Ghazni, a due ore di automobile da Kabul, è meno instabile delle province più meridionali di Helmand e Kandahar. Tuttavia diversi villaggi intorno alla storica città di Ghazni negli ultimi due anni hanno visto un aumento delle attività dei talebani. Intanto, sempre ieri, 70 talebani sono rimasti uccisi in scontri con i militari dell'Esercito nazionale afghano nella provincia meridionale di Zabul. Ne ha dato notizia il ministero degli Interni di Kabul, secondo cui i combattimenti sono scoppiati dopo che i militanti hanno assaltato un convoglio dell'esercito lungo la strada che collega la capitale a Kandahar. Dopo intensi scontri, sono stati uccisi «70 militanti nemici, quattro sono stati arrestati» e sono state sequestrati molte armi, si legge in una nota del ministero. Infine, l'Ungheria non si ritirerà dalla missione Nato in Afghanistan nonostante la morte di due artificieri in un recente agguato. Lo ha deciso ieri la commissione difesa del Parlamento con il consenso di tutti i cinque partiti parlamentari, dopo la relazione del ministro della difesa Imre Szekeres e del capo dello stato maggiore Andras Havril sulle circostanze della morte dei soldati ungheresi in Afghanistan. I due artificieri hanno perso la vita in un agguato mentre stavano disinnescando esplosivi e guerriglieri talebani hanno fatto esplodere una bomba col telecomando. L'opposizione conservatrice ha chiesto al governo di mettere mezzi più efficienti a disposizione alla missione.

 

Doha round, sindacati contro il taglio delle tariffe sui prodotti

Monica Di Sisto

«L'ultima volta che il Brasile, nel corso del vecchio ciclo dei negoziati, l'Uruguay round, ha accettato dei tagli sensibili alle tasse sulle importazioni dei prodotti industriali stranieri, abbiamo perso un milione e 300 mila posti di lavoro. Siamo riusciti da poco a riprenderci, ma se lo rifacciamo tutto ciò che abbiamo guadagnato lo perderemo senza appello». Felipe Saboya, brasiliano della Central Única dos Trabalhadores (Cut), lo ha chiesto senza giri di parole. Se l'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) "romperà" le barriere protettive con cui le economie emergenti stanno proteggendo le loro industrie, di chi saranno i cocci? La domanda è di quelle che valgono diversi milioni di posti di lavoro, e l'ha posta ai ministri riuniti in questi giorni a Ginevra per il vertice Wto un gruppo di sindacati che mettono insieme un bel po' di quei lavoratori sotto pressione e mal pagati che già fanno la fortuna delle corporation di mezzo mondo. La Cut, l' Argentine Federation of Commerce and Services Workers, l' UNI-Americas, il Congress of South African Trade Unions (Cosatu) e il Southeast Asia Fishers for Justice (Seafish) hanno unito forze e voci per lanciare un grido d'allarme contro la partita che si sta giocando in queste ore sulle sponde del lago Lemano. «Siamo davvero preoccupati di questa corsa forsennata a chiudere i negoziati di Doha - ha detto ai giornalisti a Ginevra Ruben Cortina, dell'Argentine Federation of Commerce and Services Workers e presidente di UNI-Americas -. Se il mio Paese, l'Argentina, firmerà questo accordo, in base ai nostri calcoli perderemo 200mila posti di lavoro solamente nel settore tessile abbigliamento. Mi sono riunito con la mia delegazione la scorsa notte e credetemi, siamo angosciati di non vedere luce alla fine di questo tunnel». Qual è il rischio secondo i sindacati? Nel capitolo dell'accordo in discussione che riguarda il commercio internazionale dei prodotti industriali, si discute di portare le tariffe sulle loro importazioni nei Paesi industrializzati all'8% del loro valore, che si tradurrebbe in un taglio del circa il 28% medio delle barriere esistenti. Per i Paesi in via di sviluppo, però, il limite più basso di imposizione sarebbe fissato al 19% del valore dei prodotti industriali, con un taglio tra il 55 e il 65% degli importi delle tariffe applicate oggi. Una prospettiva che mette il terrore nei rappresentanti sindacali di questi Paesi, ma anche dalle imprese e dai sindacati dei nostri, per l'attuale moria di capannoni e posti di lavoro cui stiamo assistendo a causa della delocalizzazione delle nostre imprese in lidi più convenienti e per l'invasione dei nostri mercati di auto, macchine industriali, manufatti e simili a prezzi stracciati e a bassissima qualità sociale ed ambientale. La International Trade Union Confederation (Ituc) ha fatto ieri un po' di conti spannometrici: «alla faccia degli impegni formali dei nostri Governi sul lavoro dignitoso - ha sottolineato il segretario generale Guy Raider - tra i nostri gruppi affiliati di tutto il mondo sono ore di paura perché milioni lavoratori rischiano davvero il posto, con gravissime conseguenze per le loro famiglie e per il futuro economico dei loro Paesi». A conti fatti, ad esempio, nel settore dell'automobile si potrebbero perdere circa mezzo milione di posti formalizzati a testa tra India e Indonesia, e circa 400mila nelle Filippine. In Tunisia per settori come il tessile, l'abbigliamento e le calzature i tagli alle tariffe previsti, che si tradurrebbero a livello nazionale in riduzioni tra il 30 e il 70% delle protezioni in vigore che potrebbero mettere in gioco - tra tessile, metalmeccanici, gomma, legno e macchine - più di 150mila tempi pieni. Poi c'è tutta un'altra area, quella dell'America Centrale e Latina, nella quale l'industria rischia letteralmente il collasso. Messico, Perù, Colombia, Costa Rica e Cile sono in bilico. In Messico, in particolare, alcune stime sindacali vogliono che un milione e mezzo di posti andrebbero persi dentro e fuori le maquiladoras . In Colombia si teme per 150mila addetti alle linee e anche in Perù per oltre 100mila. A Doha, dopo lo scacco di Seattle, per infondere maggior fiducia nei negoziati in quei Paesi in via di sviluppo che rappresentano la maggioranza dei Paesi membri, avevano chiamato questo ciclo di trattative "il Round dello sviluppo". «In Sudafrica abbiamo già un tasso di disoccupazione generale al 42% - ironizza Rudi Dicks di Cosatu - e ci trattano come un Paese esportatore forte ed emergente. In realtà abbiamo messo da poco la testa fuori dall'acqua e ci sono oltre 650mila posti di lavoratori a rischio impiegati nei settori direttamente coinvolti dai tagli». La scommessa del giorno è su chi resisterà in questa gara d'apnea che ci colpisce tutti, ma non possiamo non chiederci perché stiamo giocando.

 

Repubblica – 25.7.08

 

L'Europa sedotta da Barack Obama - ANDREA BONANNI

Come capita a certe zitelle un po' inacidite, questa Europa che ha paura di cambiare e di sognare in proprio si è perdutamente innamorata di Barack Obama. Si è invaghita della sua capacità visionaria, della sua leadership, della sua giovinezza, della sua voglia di novità. Di tutto ciò che, in fondo, manca così dolorosamente a noi europei. Il discorso di ieri a Tiergarten, di fronte a una marea di berlinesi entusiasti, suggella un amore che era nell'aria da tempo. Può darsi che Obama diventi il nuovo Kennedy americano: di certo, da ieri, è il nuovo Kennedy europeo. Neppure Bill Clinton, che all'Europa ha dato molto guidandola con mano ferma nel labirinto delle guerre balcaniche, era riuscito a suscitare tanto entusiasmo. Neppure Reagan e Bush padre, che avevano reso possibile la riunificazione delle due Europa. Qualche settimana fa gli osservatori atlantici notavano con sorpresa che se gli europei potessero votare alle elezioni USA, Obama avrebbe già comodamente in tasca la vittoria. Si potrebbe aggiungere che, se gli europei potessero eleggere un proprio presidente, probabilmente il candidato americano straccerebbe tutti i rivali europei. L'ultimo sondaggio Gallup condotto in Europa rivela che il sessanta per cento degli inglesi, il sessantaquattro per cento dei francesi e il sessantadue per cento dei tedeschi sperano che Obama vinca le elezioni. Il povero McCain è surclassato: lo vogliono solo il quindici per cento dei britannici, il quattro per cento dei francesi e il dieci per cento dei tedeschi. Oltre alla straripante popolarità di Barak, queste cifre confermano che l'opinione pubblica europea è ormai di gran lunga più omogenea e coesa di quella americana. Anche se il momento in cui potremo eleggerci un presidente appare ancora lontano. Ma l'innamoramento degli europei non è senza motivo. Non si tratta solo dell'infatuazione per un candidato bello, giovane e visionario. Se indubbiamente pre-esisteva un fattore immagine, ieri Obama lo ha riempito di sostanza, con una abilità e una sottigliezza che sembrano smentire quanti gli rimproverano mancanza di esperienza e ingenuità nelle questioni internazionali. Innanzitutto, dalla tribuna berlinese, Obama non ha parlato ai tedeschi, come avrebbe fatto qualsiasi altro presidente americano (e come in parte fece lo stesso Kennedy nel suo famoso "ich bin ein Berliner"), ma ha parlato agli europei. Tutti i messaggi che ha lanciato, dalla necessità di abbattere i muri a quella di ricostruire una vera solidarietà atlantica, dalla richiesta di aiuto in Afghanistan all'apertura verso la Russia, dalla costruzione di una società aperta e globale all'impegno per combattere il riscaldamento del Pianeta, avevano come interlocutori l'America e l'Europa, intesa in modo quasi naturale come quell'"unicum" che vorrebbe essere, e che non è. Il secondo regalo che Obama presenta agli europei, è un atto di umiltà assortito al riconoscimento esplicito degli "errori" di George W. Bush. E' vero che l'uomo dell'Illinois parlava da candidato, e non ancora da presidente. Ed è ovvio che certe ammissioni sono più facili in questa veste. Ma ci vuole comunque coraggio sul fronte interno, e un notevole carisma, per permettersi in piena campagna elettorale di andare all'estero a dire: "So che il mio Paese non è perfetto. Ci sono state occasioni in cui abbiamo dovuto lottare per i nostri diritti. Abbiamo fatto degli errori", e per ammettere che l'invasione dell'Iraq è stata "ingiusta". Il terzo gesto di seduzione di Obama verso gli europei è certamente nel riconoscimento che la lotta al cambiamento climatico deve essere una priorità condivisa anche dagli Stati Uniti. L'inizio del divorzio tra Bush e l'Europa avvenne con il rifiuto americano di ratificare il protocollo di Kyoto. Un gesto che a molti parve l'atto di tracotanza di una iper-potenza che non vuole pagare il conto dei danni che produce, proprio mentre gli europei si sobbarcavano l'onere gravoso di tagliare le emissioni e di intraprendere in solitudine la strada in salita della terza rivoluzione industriale. Il discorso di ieri sembra promettere la ricomposizione di una ferita strategica che non è stata meno dolorosa dei quella irachena. Obama seduce. L'Europa è sedotta. Non resta che rispondere all'eterna e banale domanda: ma sarà poi vero amore? Da parte europea, ci sono tutte le premesse per rispondere di sì. Da parte americana, ammesso che Obama vinca davvero le elezioni, probabilmente la risposta è più complessa e legata a molti fattori: una crisi economica che naturalmente alzerà il tasso di protezionismo e di egoismo nazionale, una "costituency" democratica che tradizionalmente è più sensibile alle spinte isolazioniste; la difficoltà di creare un legame privilegiato con la vecchia Europa a scapito delle nuove e rampanti potenze orientali; la oggettiva divergenza di interessi su temi cruciali, non ultimo il rapporto euro-dollaro. Di certo, se c'è un uomo che promette di saper volare alto, sopra l'orizzonte accidentato di tante contingenze avverse per affermare una visione comune, quello è Barak Obama. E in fondo è proprio perciò che gli europei, non potendo votarlo, lo sognano.

 

"Macché boia, era un santo". Parla l'amica di Karadzic - RENATO CAPRILE

BELGRADO - E' furente e non certo per le bugie raccontatele dal sedicente dottor Dabic. "No, non ce l'ho con lui. Per me era e rimane una persona eccezionale, ma per l'uso improprio che la stampa ha fatto del mio nome e della mia faccia. Non ero l'amante di Dragan - continua a chiamarlo così, ndr - ero una sua collaboratrice. O meglio una sua allieva". "L'allieva - prosegue - di un uomo a cui devo molto e da cui ho molto imparato. Le bugie dei giornali, quelle sì, mi hanno sconvolto la vita e mi hanno messo in grave imbarazzo con la mia famiglia". Mila Damianov, belgradese, 53 anni, divorziata, un figlio, non smentisce di aver in qualche modo fatto parte della seconda esistenza di Radovan Karadzic. E' lei la bella bruna ritratta più volte insieme al finto guru. Ma niente flirt, niente storie sentimentali. "Stavo svenendo l'altro ieri quando mi sono riconosciuta nella copertina di Blic (quotidiano serbo, ndr) spacciata per la "moglie" di una persona alla quale ero legata solo da affinità elettive". Quali? "Il grande amore per l'esoterismo, per la medicina alternativa, per il quantum, il potere della mente che può guarire ogni male". Come vi siete conosciuti? "Sette-otto mesi fa a un convegno sull'altra medicina qui a Belgrado. Dobic parlava con competenza assoluta di argomenti che mi affascinano da sempre. Mi sono presentata ed abbiamo cominciato a chiacchierare. Mi ha detto che aveva in cura un bambino autistico. Gli ho chiesto se in qualche modo potevo dargli una mano come assistente. E lui ha acconsentito. Grazie alla sua energia quel bambino ha fatto enormi progressi". Ha mai avuto il sospetto, per l'accento o per qualcosa d'altro che non fosse quello che diceva di essere? "Mai. Parlava con lo stesso accento di tutti qui a Belgrado. Mai, nemmeno per un momento, ho dubitato di lui. Lo vedevo come una specie di santo, un apostolo. Uno che aveva a cuore i problemi di coloro che soffrono". Signora Damianov, si rende conto che stiamo parlando di quel Radovan Karadzic sulla cui coscienza ci sono migliaia di cadaveri? "Guardi che ancora adesso stento a crederci. Ho pensato a un errore, a uno scambio di persona, succede, no? Ma poi mi sono dovuta rendere conto che era la verità". Delusa? "No. E perché? Non mi piace giudicare gli altri. E poi ciascuno è responsabile della propria vita. Io al dottor Dabic gli ho solo visto fare del bene". Lei lo accompagnava in giro qua e là per il paese per convegni e lo aiutava nella sua attività di "guaritore". Il vostro rapporto si limitava davvero soltanto a questo? "L'ho già detto e lo ripeto per l'ultima volta: tra noi non c'è mai stato niente. E chi sostiene di averci visti mano nella mano, se non addirittura abbracciati per le strade di Belgrado, mente sapendo di mentire. Sì, ci sono foto che ci ritraggono seduti dietro a un tavolo in occasioni pubbliche. Quella che per poco mi faceva svenire ricordo che è stata scattata a Pancevo, più o meno nell'aprile scorso. Sfido chiunque ad esibire altre istantanee che ci ritraggono negli atteggiamenti su cui la stampa in questi giorni sta ricamando. Non ce ne sono perché tra noi non c'è mai stato niente". Nel corso dei tanti viaggi che avete fatto insieme avrete anche parlato d'altro che non fosse il "lavoro"? "Certo. Di tanti argomenti. Delle cose della vita. Mai di politica, se si riferisce a questo. Gli ho fatto qualche domanda sulla sua vita privata, sul suo passato ma lui si è soltanto limitato a dirmi che era stato sposato e che aveva figli e nipoti in America. Non mi ha detto altro e io non ho insistito". E' mai stata nel suo appartamento in via Juri Gagarin? "Nemmeno sapevo dove abitasse". Ora che conosce la verità, sarebbe disposta a rivederlo? "Certamente. Perché no?".

 

Maledetti professori - ILVO DIAMANTI

Il "Professore", ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all'università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un'immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a "modello" dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E' almeno da vent'anni che tira un'aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza. Siamo nell'era del "mito imprenditore" . Dell'uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l'artigiano e il commerciante. L'immobiliarista. E' "l'Italia che produce". Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie. Competenze apprese "fuori" da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la suola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli. Si pensi all'invettiva contro i "professori meridionali" lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato "suo figlio" agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli). Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l'insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste. Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per "progetto" - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all'università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all'insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D'altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali. Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica. Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell'informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare "opinionista" anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una "pupa ignorante", un tronista o un "amico" palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza "studenti". Perché dovrebbe aver bisogno di docenti? Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.

 

La Stampa – 25.7.08

 

Il grande poltronificio dei parchi - GIUSEPPE SALVAGGIULO

TORINO - «Se n’è andato in Svizzera, che ci resti: è un ospite sgradito», tuonava Ferruccio Tomasi, presidente del Parco nazionale dello Stelvio, alla notizia del ritorno dell’orso nella zona. Mentre Gianfranco Cualbu, a capo del Parco dell’arcipelago della Maddalena, esternava «grande perplessità ed enorme preoccupazione» per lo smantellamento della base militare Usa con i sommergibili nucleari.
Forse pensava anche a loro, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, quando ha denunciato che «i parchi sono diventati un poltronificio». Perché Tomasi, maestro di sci e cacciatore ma soprattutto amico dell’altro ministro di Forza Italia Franco Frattini, occupa la poltrona pur senza un adeguato curriculum, come ammesso dalla stessa Lega in Parlamento. E Cualbu è un dirigente nuorese di An. Nominati entrambi da Altero Matteoli (An), quando era ministro dell’Ambiente. Tomasi è ancora in carica, Cualbu è stato cacciato al cambio di governo dal successore di Matteoli, Alfonso Pecoraro Scanio, lesto nello spoil system al contrario. Costi e personale. I 23 parchi nazionali sono l’eccellenza di un sistema di oltre mille aree protette (zone marine, riserve naturali, parchi regionali) che comprende un Comune italiano su tre. Quanta gente ci lavora? Alle dipendenze degli enti di gestione ci sono 4 mila persone, in media 4 per ogni area protetta. Le strutture più grandi sono i parchi nazionali, dove lavorano in media 45 persone, 1 ogni 1400 ettari di territorio protetto. Nei parchi regionali gli impiegati scendono a 12, uno ogni 1000 ettari. In Spagna, la media è di 23 persone al lavoro in ogni parco, cifra che sale a 108 in quelli nazionali: un impiegato ogni 235 ettari. In ogni caso più che in Italia. Non si può dire che gli enti di gestione dei parchi siano elefantiaci. Prendiamo il Parco del Gran Sasso: ha un bilancio di circa 6 milioni di euro e 34 dipendenti (con la stabilizzazione dei precari raddoppieranno) per 160 mila ettari. Nella stessa regione, per esempio, l’Agenzia ambientale ha circa 400 dipendenti. Né si può dire che le poltrone ai vertici di un ente parco siano cosparse d’oro. La struttura prevede un presidente e un direttore generale nominati sostanzialmente dal ministro dell’Ambiente, oltre a un consiglio direttivo di dodici componenti: due scelti dallo stesso ministro, uno da quello delle Risorse agricole, cinque dagli enti locali, due dalle associazioni ambientaliste, due da enti accademici. Gli stipendi: il presidente guadagna 1500 euro netti al mese, il direttore il doppio. Per i componenti del consiglio direttivo c’è un gettone di presenza per ogni riunione mensile: in genere varia da 30 a 65 euro, più rimborsi benzina. Al più, il presidente può concedersi l’autista. Qualche consulenza. La nomina di un revisore dei conti. Una certa discrezionalità nella gestione dei fondi e nei rimborsi spese. Poca roba: niente a che vedere con Asl o municipalizzate. Gli appetiti. Eppure anche sugli enti parco si sono scatenati, negli ultimi anni, gli appetiti dei partiti. Che occupano presidenze, direzioni generali e consigli direttivi (complessivamente oltre 300 poltrone) con periodici e selvaggi spoil systems, piazzando esponenti locali ai quali non sono in grado di garantire un seggio in Parlamento o che vogliono premiare per decennali militanze. Se necessario, anche violando la legge che prevede specifiche competenze per accedere a quelle cariche (in questo caso, segue puntuale il ricorso al Tar). Così, tra il 2001 e il 2006, si assiste a una conversione ambientalista di massa tra i dirigenti di An e Forza Italia, nominati dal ministro Matteoli ai vertici dei parchi: candidati trombati, portaborse, ex deputati, ex sindaci, semplici compagni di partito. Con casi di accanimento parossistico, come per il Parco del Cilento: il ministro per due volte aveva rimosso l’ambientalista Giuseppe Tarallo e per due volte era stato sconfessato dal Tar. E prolungati doppi incarichi: da quattro anni Gianfranco Giuliante guida il parco della Majella ed è presidente provinciale di An a L’Aquila. Poi, dopo le elezioni del 2006, altro ministro e altro giro di poltrone. Nonostante la breve permanenza dell’Unione al governo, Pecoraro Scanio ha fatto in tempo a «verdizzare» qualche ente. Al Parco dei Monti Sibillini - tra Marche e Umbria - ha piazzato prima come commissario l’ex parlamentare Sauro Turroni e poi come presidente Massimo Marcaccio, assessore provinciale. Entrambi dei Verdi (con qualche malumore della Margherita). Giuseppe Bonanno, fedelissimo di Pecoraro, è stato insediato al vertice del Parco della Maddalena, al posto dell’avvocato di An Cualbu, quello che difendeva la base Usa nell’arcipelago. «Stesso metodo, nomine clientelari - protesta il Pdci - con poltrone di consiglieri distribuite a Verdi, Rifondazione e Udeur». Al Pollino, Pecoraro Scanio ha nominato Domenico Pappaterra, socialista confluito nel Pd, ex deputato, consigliere e assessore regionale, sfortunato candidato al Senato nelle ultime elezioni. Al Circeo il suo vicecapo di gabinetto al ministero, Gaetano Benedetto. All’Aspromonte il leader dei Verdi calabresi, Leo Autelitano. Ma, si sa, il vento politico cambia. E la Prestigiacomo ha appena nominato il nuovo commissario del Parco del Gran Sasso. Si chiama Donato Morra e il ministro spiega in un comunicato di averlo scelto per la «vasta esperienza nelle tematiche ambientali del territorio abruzzese». Oltre a essere coordinatore provinciale di Alleanza Nazionale a Teramo.

 

Angelucci, la famiglia azienda che unisce Fini e D’Alema

PAOLO BARONI

ROMA - Certo il capostipite, il dominus indiscusso del gruppo, è Antonino, ma a Roma tutti li chiamano al plurale: gli Angelucci. Ovvero l’onorevole Tonino, eletto la scorsa primavera in Lombardia tra le fila del Pdl, ed i suoi tre figli: Giampaolo, classe 1972, il più attivo nel gruppo, ed i gemelli Alessandro e Andrea di due anni più grandi. Loro sono i «re» della sanità romana, titolo che da anni si contendono con altri big del settore, da Ciarrapico ai Garofalo. Oggi il gruppo, che fa capo ad una società domiciliata in Lussemburgo, la Tosinvest sa, vale 500 milioni di euro di fatturato di cui 200 arrivano dal settore della sanità, dalle cliniche alle residenze per anziani. La storia di questa famiglia-azienda inizia all’incirca una trentina di anni fa quando Angelucci senior dismette i panni di portantino dell’ospedale San Camillo per rilevare assieme ad altri soci una casa di cura a Velletri. Di lì in avanti è tutto un crescendo. Sul fronte degli affari come delle amicizie politiche. Che spaziano da An (il fratello di Fini, Massimo, è da oltre 20 anni ai vertici di Tosinvest Sanità) agli ex Ds, a cominciare da Massimo D’Alema. Una relazione questa che risale ai tempi dell’ingresso nel capitale dell’«Unità» in tandem con Alfio Marchini e dell’operazione che portò la Tosinvest a rilevare debiti e palazzi dell’allora Pds salvando Botteghe oscure dal crack. Al centro dell’impero c’è la cassaforte domiciliata nel Principato che mantiene la denominazione storica del gruppo, Tosinvest, sigla formata dalle prime due lettere (To e Si) dei nomi del fondatore Tonino e della sua prima moglie, Silvana Paolini. In Italia operano invece 5 sub-holding: una per le attività finanziarie, due società immobiliari, una nel settore editoria ed una per le attività sanitarie. Quest’ultimo, da sempre, è il core business del gruppo che in tutto conta su 25 strutture (13 nel Lazio, 11 in Puglia ed una in Abruzzo), 3000 posti letto, 2300 dipendenti (sui circa 4000 dell’intero gruppo) e 1000 medici. A guidarlo sono due manager esterni: Carlo Trivelli (presidente del Gruppo San Raffaele) e l’ad Antonio Vallone. «La nostra idea - spiegava tempo addietro Gianpaolo Angelucci - è gestire le sanità come un’impresa». Cercando di crescere di dimensioni per aumentare le sinergie ed i margini di guadagno e partecipando «a tutte le gare per l’affidamento ai privati della conduzione dei centri di cura». Quella per una serie di residenze per anziani in Puglia, però, ad oggi si è rivelata un boomerang: Angelucci jr. è stato infatti accusato di aver versato una tangente da 500 mila euro («un contributo elettorale, è tutto in regola» spiegarono i legali del gruppo il giorno dell’arresto) all’allora presidente della Regione Raffaele Fitto. In più la magistratura, che ha da poco chiuso le indagini, ha disposto il sequestro di beni della Tosinvest per 55 milioni di euro, poi ridotti a sei. Per crescere ed espandersi, decisivi sono stati gli investimenti finanziari. Una attività, questa, che è servita a cementare il rapporto con un banchiere del calibro di Cesare Geronzi, ma soprattutto a produrre ricche plusvalenze. Il primo passo è stato l’acquisto di Cofiri in tandem con Merloni, quindi l’ingresso nel capitale del Mediocredito centrale e poi, quando questo è stato assorbito da Capitalia, l’ingresso nel patto di sindacato della banca romana. Ed infine l’ingresso nel capitale di Unicredit in seguito alla fusione Unicredit/Capitalia. Al momento di liquidare la sua quota la Tosinvest si è così ritrovata con ben 430 milioni di euro di liquidità in più in cassa. I giornali sono un’altra grande passione di famiglia. «Per quanto mi riguarda - ha dichiarato nel 2003 Giampaolo a “Prima Comunicazione” - personalmente cerco i giornali perché mi piacciono, mi interessano». Come dire: chi ci accusa di usare la stampa per entrare nelle grazie dei politici si sbaglia di grosso. Dopo una prima puntata nel capitale dell’Unità, da cui sono usciti nel 2000, sotto l’ombrello della Tosinvest oggi troviamo due testate: «Libero», il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, che ogni giorno vende in media 130 mila copie, ed il più piccolo, ma non meno dinamico, «Riformista». Risale allo scorso anno il ritorno di fiamma per il quotidiano dei Ds, per il quale Tosinvest aveva messo sul piatto ben 17 milioni di euro. Sfumata questa operazione, per l’ostilità manifesta della redazione e le tante pressioni politiche, gli Angelucci hanno deciso di puntare tutte le loro carte sul «Riformista» senza escludere però l'apertura di nuovi dossier. Dopo l’estate, intanto, partirà il rilancio del giornale diretto da Antonio Polito, che aumenterà foliazione ed organici e per il quale è previsto un investimento di circa 10 milioni di euro. Il gruppo in questi anni è cresciuto in maniera vorticosa e per certi versi anche un poco disordinata. Per questo dall’inizio dell’anno gli Angelucci hanno deciso di razionalizzare la struttura societaria, procedendo ad una serie di fusioni e a ridenominare alcune delle società più importanti. L’obiettivo, spiegano nel quartier generale di via Marche, è quello di snellire l’intera struttura, renderla più flessibile e ottimizzare l’apporto dei vari rami. Oggi le attività italiane sono ripartite in 5 distinte società alcune delle quali hanno perso per strada il riferimento a Tosinvest (così come dalla cassaforte lussemburghese è scomparso il cognome di famiglia): l’ex Tosinvest Italia, proprietaria di cliniche, appartamenti e terreni a Roma, Viterbo, Cassino e Sulmona) è così diventata «Ti sas» e la Tosinvest Immobiliare si è trasformata in «Sviluppo e investimenti immobiliari». A queste si aggiungono la «Tosinvest Real Estate spa», nata nel 2007 per gestire strutture sanitarie, immobili di pregio e uffici, e «Tosinvest editoria». L’obiettivo, adesso, è quello di arrivare a quotare il gruppo in Borsa. Se ne era parlato del 2008, ma poi non se ne è fatto nulla. Questo però assicurano al quartier generale di via Marche resta «nell’ordine delle cose».

 

Corsera – 25.7.08

 

E i berlinesi urlarono «Yes, we can» - Paolo Valentino

BERLINO - Il Muro abbattuto e i muri da abbattere. Le sfide vinte insieme e quelle da affrontare e vincere ancora insieme. I bombardieri che lanciavano caramelle sulla città assediata, le guerre necessarie e quelle da concludere. Il riscatto di Berlino a esempio di come muoversi nel nuovo secolo. La catarsi della capitale tedesca come simbolo di una storia e un destino comuni, di un luogo nel quale si fondono le aspirazioni di libertà e democrazia dei popoli del mondo. Davanti a più di duecentomila persone entusiaste venute da ogni parte della Germania, Barack Obama ha forgiato nuovamente le ragioni di un’alleanza. Più Ronald Reagan che John F. Kennedy, il candidato democratico alla Casa Bianca ha scelto le metafore dei muri e dei ponti, per ricordare che «gli Stati Uniti non hanno miglior partner dell’Europa» e che questo è il tempo per entrambi di riconoscere errori e superare incomprensioni tra le due sponde dell’Atlantico, per costruire legami altrettanto forti sul piano globale: «Il maggior pericolo sarebbe quello di consentire che nuove barriere ci dividano». Obama aveva incontrato nel pomeriggio la cancelliera Angela Merkel e il ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier. Colloqui rituali, forse più caloroso quello con il capo della diplomazia. Ma colloqui importanti nell’iconografia di un viaggio, tutto teso a costruire le sue credenziali di politica estera. Il clou della giornata era altrove. C’era qualcosa di dolce e di elettrizzante, nel caldo pomeriggio di Berlino, mentre una folla incredibile camminava lenta e ordinata verso la Siegessäule, la Colonna della Vittoria, già simbolo del militarismo prussiano, dov’era stato allestito il palco. Metà concerto rock, metà appuntamento politico, lo show di Obama non ha smentito la forza magnetica del suo fascino. La Porta di Brandeburgo, alla quale il suo staff aveva rinunciato dopo le obiezioni di Angela Merkel, si stagliava a quasi un chilometro di distanza, in fondo al viale denso di persone. Intere famiglie, gente di ogni età, di ogni abbigliamento, di ogni ceto. Come Mark Raab, pastore protestante che aveva guidato quasi quattro ore da Braunschweig, in Bassa Sassonia, per portare e la moglie Tania e le due figlie studentesse universitarie a vedere e ascoltare Obama: «Ero curioso. Qualsiasi possibile presidente americano suscita il mio interesse. Ma lui è come un appuntamento con la Storia. Non parlo solo dei contenuti. Obama sta già cambiando la politica, allargandone i confini, coinvolgendo nuovi soggetti. E questo discorso me lo conferma. Spero che vinca». Non ha concesso nulla, Obama. Né al suo Paese, al quale ha addebitato la sua «quota di errori» e al quale ha rammentato che nessuna nazione, per quanto potente e grande, «può da sola far fronte alle sfide del ventunesimo secolo». Né agli europei, ai quali ha ricordato con garbo e fermezza che «abbattere i muri non è mai stato facile», che una «vera partnership richiede lavoro e costante sacrificio», domanda di condividere i pesi. Ma l’architettura del suo discorso è quella di chi, a dispetto delle differenze, crede «che le responsabilità globali continueranno a unirci» e che «un cambio della guardia a Washington non le diminuirà». Anzi: «In questo nuovo secolo, America ed Europa dovranno fare di più». Passaggi coraggiosi e difficili, nel corso di una mezz’ora scandita dagli applausi, che sbiadivano e perdevano calore quando Obama ha citato l’Afghanistan, ricordando ai tedeschi che la lotta contro i talebani richiede «le nostre e le vostre truppe». Ma che sono scrosciati a lungo, quando il senatore ha parlato del ritiro dall’Iraq, del clima, del rifiuto della tortura, della pace in Medio Oriente, di un mondo senza più armi nucleari, della lotta alla povertà e alle grandi epidemie. Più che nei dettagli delle politiche, la forza del discorso è stata tutta nell’aver saputo innescare la vicenda della città nella sua promessa di una nuova visione, di una nuova stagione di dialogo e cooperazione, di un nuovo patto transatlantico e globale. Così, è lo spirito che guidò il ponte aereo con cui nel 1948 gli americani soccorsero e salvarono Berlino dal blocco sovietico, a mostrare la strada dell’unità contro il terrorismo. E’ la caduta del Muro a dirci oggi che nessun muro può più essere tollerato: «Quelli tra vecchi alleati, quelli tra Paesi ricchi e poveri, quelli tra razze, tribù, nativi e immigrati, cristiani, musulmani ed ebrei». Come già Ronald Reagan rivolto a Michail Gorbaciov, Barack Obama parla al mondo e dice: «Questi sono i muri da abbattere oggi». Ma Obama ha ricordato anche che la Guerra Fredda fu più di una vittoria militare. I bombardieri che volavano su Berlino non sganciarono bombe, ma cibo, carbone e dolci, vincendo la battaglie delle idee, conquistando i cuori e le menti non solo dei berlinesi, ma anche di tutti coloro che nel mondo ascoltarono la storia di quanto era successo. Fu quello il momento nel quale le comuni aspirazioni alla libertà e alla democrazia ci resero tutti cittadini berlinesi. Che ieri, alle lodi di Obama, hanno risposto in coro «Yes, we can».


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