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Manifesto – 26

Manifesto – 26.7.08

 

L'allarme e il pericolo - Valentino Parlato

Il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro dell'Interno, Roberto Maroni «l'estensione all'intero territorio nazionale della dichiarazione dello stato di emergenza per il persistente ed eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari, al fine di potenziare le attività di contrasto e di gestione del fenomeno». Nell'attuale contesto del regime berlusconiano questa decisione del governo è gravissima e anche di estremo allarme, tanto che anche il pur prorompente La Russa ha sentito la necessità di ridurre l'effetto dicendo che il suo ministero e i suoi soldati non c'entrano per niente. Mi rifaccio al contesto: dopo gli attacchi indiscriminati agli immigrati, il varo del reato di immigrazione clandestina, le impronte digitali, la irresponsabile campagna contro i rom e tutti gli immigrati in genere, questo provvedimento è non solo allarmante, ma anche pericoloso. E' evidente che tutti gli immigrati, anche quelli regolarizzati, che ieri sera o stamane, dai giornali o da radio e Tv, verranno a conoscenza di questo diktat saranno vieppiù allarmati e risentiti: cominceranno a odiarci, e con ragione. E poi ancora. Tutte le norme di emergenza (a meno che non siano per terremoti ed altre disgrazie) sono di per sé antidemocratiche: se c'è l'emergenza le autorità (oggi il governo Berlusconi) potrà fare quel che in tempi normali non gli sarebbe consentito. E l'emigrazione non è certo il terremoto di Messina. E come si sa dalla storia, l'emergenza può estendersi, tende ad allargarsi, anche ai cittadini italiani. Questo bisogna sapere, questo deve essere chiaro anche a quell'ombra di governo ombra, che ieri il cavaliere ha potuto abilmente sfottere fino a dire che è lui che fa politica di sinistra. Certo questa emergenza antimigranti fu decisa dal governo Berlusconi già nel 2002, ma solo per quattro regioni. Certo è - La Russa lo ha ricordato - che questa norma fu prorogata da un governo Prodi, ma questo precedente non è certo giustificante. Il governo Prodi commise allora un grave errore e viene quasi da dire che «chi semina vento raccoglie tempesta». Non capire che in questo secolo, appena iniziato, la questione dell'emigrazione è un dato storico di civiltà e non di ordine pubblico è un ulteriore segno della nostra crisi, non solo di democrazia, ma anche di civiltà.

 

Emergenza securitaria - CARLO LANIA

ROMA - Chiuso il capitolo giustizia e fatto felice il premier, si ricomincia con gli immigrati. Ieri il governo ha proclamato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale per gestire i flussi di clandestini che arrivano sulle nostre coste, a partire da quelle siciliane. Il bel tempo e la ripresa dei viaggi da parte di centinaia di disperati preoccupano infatti il ministro degli Interni Roberto Maroni, che ieri ha proposto e ottenuto dal consiglio dei ministri il provvedimento. Una misura che allarma l'opposizione, che chiede immediatamente conto delle ragioni che avrebbero spinto il governo a prendere la decisione. Ma anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, che invita il governo a riferire al parlamento (cosa che avverrà martedì pomeriggio) e lo stesso Quirinale, al punto che nel pomeriggio Maroni è costretto a spiegare telefonicamente a Napoltano il perché di tanto clamore. Ad allarmare il Colle non è solo il provvedimento, ma anche le tante versioni con cui dal centrodestra viene giustificata la proclamazione dello stato di emergenza. Presa dalla foga di adottare sempre e comunque provvedimenti clamorosi, la maggioranza va infatti a ruota libera. Così mentre Maroni spiega come dietro la decisione ci sia soprattutto il «persistente ed eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari», il capogruppo del Pdl alla Camera Maurizio Gasparri ritiene che il provvedimento serva «per permettere alle strutture di organizzarsi per l'accoglimento e l'identificazione» degli immigrati, per il ministro della Difesa Ignazio La Russa lo stato di emergenza «serve solo per accelerare le procedure per la costruzione dei centri di espulsione» e, infine, per il capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota si tratta «di un segnale forte per far capire che l'immigrazione clandestina non è più tollerata». Insomma, confusione totale. Al punto che, infastidito dalla critiche che piovono da tutte le parti. Maroni convoca una conferenza stampa che dovrebbe essere chiarificatrice. Le polemiche sorte in seguito all'annuncio della proclamazione dello stato di emergenza, dice il titolare del Viminale, «sono basate su pregiudizi e falsità». «Un clamore infondato, senza motivo», si lamenta Maroni, che fornisce le cifre degli immigrati sbarcati a Lampedusa nei primi sei mesi di quest'anno: «10.611 contro i 5.378 arrivati nel primo semestre del 2007. Noi vogliano garantire a tutti un trattamento umano - prosegue - e non ci sarebbe stato posto per ospitare tutti questi extracomunitari essendo i centri di accoglienza pieni». «C'è una disonestà intellettuale e politica - conclude infine maroni -: chi oggi si strappa i capelli non ha detto nulla quando Prodi prorogò nel 2007 lo stato di emergenza. Sono le solite insinuazioni destituite di ogni fondamento». Va detto che su questo punto Maroni non ha tutti i torti. E' dal 2002 che in Italia ogni anno viene proclamato lo stato di emergenza per affrontare i problemi legati all'immigrazione, senza che per questo si sollevino troppe polemiche. Al punto che i decreti che di anno in anno si sono susseguiti sono uguali perfino nelle virgole, con la sola eccezione della firma che portano in fondo, di volta in volta quella di Silvio Berlusconi o di Romano Prodi. L'ultimo, nel marzo del 2007 e anch'esso valido su tutto il territorio nazionale, lo firmò proprio l'ex leader del centrosinistra che il 14 febbraio di quest'anno lo ha rinnovato limitandolo alle sole Sicilia, Calabria e Puglia. Il tutto nel silenzio generale. Rispetto al passato, però, il contesto politico in cui la misura viene presa è notevolmente diverso, perfino dai precedenti del centrodestra. Fatta eccezione per le leggi salvapremier, fino a oggi il governo si è infatti caratterizzato quasi esclusivamente per i suoi interventi contro gli immigrati, dall'istituzione dell'aggravante di clandestinità, alle impronte digitali per i rom, dal prolungamento dei tempi di detenzione nei Cpt, all'annuncio di voler istituire, dopo l'estate, il già contestato reato di clandestinità e ulteriori restrizioni per i ricongiungimenti familiari. Chiaro dunque, che se questo è lo scenario, al di là delle parole di Maroni ben poco di umanitario si può intravvedere dietro lo stato di emergenza. «Siamo purtroppo davanti a un governo che affronta questioni serie e importanti con pressappochismo e demagogia, dando un'immagine dell'Italia non corrispondente al vero», commenta la capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro. «Se il provvedimento rientra in una normale procedura già sperimentata in passato - prosegue la senatrice - non si spiegano davvero alcune dichiarazioni urlanti e sopra le righe di esponenti del centrodestra che finiscono solo per spaventare il nostro paese».

 

Duelli di cifre sui censimenti e sgomberi a go go Da destra a sinistra

Confusione a Roma sulla questione nomadi. A sentire Massimo Converso dell'Opera Nomadi sembra che i rom stiano scappando dalla capitale. «Centinaia di Rom che vivono nei campi abusivi sono andati via da Roma per paura di un censimento che non è stato loro spiegato» afferma Converso. «Torneranno quando il censimento sarà finito», continua, «questo dimostra che l'operazione voluta da Maroni è inutile». Di tutt'altro avviso Jean Leonard Touadì del Pd che dice: «Aumenta a Roma la presenza dei nomadi: stanno affluendo dalla Campania». Touadì ha citato una lettera scritta dal XV gruppo della polizia municipale lo scorso 22 luglio secondo cui nelle aree della Magliana e di via Mazzacurati ci sarebbe stato «un incremento di tende e baracche» che avrebbe portato «alla presenza di circa 120 persone alla Magliana e 90 in via Mazzacurati». Il deputato, a margine del discorso, ha ipotizzato che la causa dello spostamento sia da ricercare nei «fatti di Ponticelli». Dopo i roghi ai campi, i rom sarebbero fuggiti verso la capitale.

Padova, sgombero a tempo record. Sicurezza è fatta. Il sindaco di Teolo (Padova) non ha perso tempo e appena è stato possibile ha applicato il pacchetto sicurezza approvato pochi giorni fa in Parlamento. Vittime del provvedimento, un'ordinanza di sgombero con effetto immediato, una carovana di rom ferma da domenica scorsa nella zona industriale del paese. Gli indesiderati ospiti non se lo sono fatto ripetere due volte e quando le forze dell'ordine sono andate al campo per controllare erano già andati via.

Sgombero a Napoli. Comune cerca rimedio. Lo chiamano da sempre T1 e chissà se quella «t» sta per tugurio. L'edificio che è stato sgomberato nel tardo pomeriggio di ieri nel quartiere Pianura a Napoli è stato abitato per oltre dieci anni da 44 famiglie e circa novantadue di immigrati del Burkina Faso, Capo Verde e Polonia. Mentre scriviamo il Comune di Napoli sta provvedendo ad allestire un centro d'accoglienza di cui non vuole rendere nota l'ubicazione, nel quale verranno sistemati i migranti. Per lo stabile - una scuola - saranno investiti i fondi per la protezione dei rifugiati del ministero dell'Interno, la maggior parte degli immigrati sono infatti richiedenti asilo. Per le famiglie italiane si sta trovando una soluzione simile, anche perché tra loro ci sono 16 nuclei familiari in attesa di vedersi assegnata una casa. Il motivo ufficiale dello sgombero sarebbe l'incendio sviluppatosi nella notte tra mercoledì e giovedì in uno sgabuzzino dello stabile rendendolo ulteriormente invivìbile. La zona però da almeno un anno è soggetta ad attacchi di stampo razzista e solo ad ottobre scorso gli esponenti locali di An fecero affiggere manifesti contro gli abitanti del T1.

 

Welfare privatizzato - SARA FAROLFI

ROMA - Il futuro del modello sociale italiano è privato. A fugare ogni dubbio sulle intenzioni del governo Berlusconi in tema di welfare è arrivato ieri il Libro verde del ministro Sacconi. Ventiquattro agili paginette dense di indicazioni - nei prossimi tre mesi oggetto di consultazione con parti sociali e enti locali - e pronte a trasformarsi in un più sintetico Libro bianco entro l'autunno. Sulla base del quale il governo formulerà le proposte in materia di lavoro, salute e politiche sociali per l'intera legislatura. Conviene partire dalle ultime pagine dove, senza tante tabelle e tabelline di mezzo, si arriva diritti al sodo. Citiamo testualmente. «Il finanziamento dei servizi di protezione sociale è già oggi caratterizzato da un significativo concorso dei soggetti privati. Essi tuttavia vi concorrono spesso in modo disordinato e alla lunga insostenibile... Il principio ispiratore deve essere lo stesso che ha già trovato ampi consensi e qualche positiva realizzazione nel caso del sistema previdenziale». Forse, restando al tema della previdenza complementare, Sacconi non ha letto gli ultimi dati resi noti sul rendimento dei fondi pensione, nettamente inferiori a quelli del Tfr. Cosa persino scontata del resto, date le condizioni comatose dei mercati finanziari. Continuamo a leggere: «A questo proposito appare opportuna una riflessione circa gli strumenti più appropriati per una maggiore diffusione della previdenza complementare e dei fondi sanitari complementari». Pensioni e sanità privatizzate dunque. Gradualmente. In effetti le indicazioni aiutano a comprendere meglio quanto già palesatosi nel decreto legge che anticipa la manovra finanziaria, approvato dalla camera e ora all'esame del senato. Sulla sanità in particolare, a proposito della quale si dice: «Il criterio della spesa storica, alla base del Fondo sanitario nazionale, risulta sempre più insopportabile per gli equilibri della finanza pubblica e per i cittadini che vivono nelle aree caratterizzate da maggiore efficienza. Essi non sono più disponibili a finanziare a piè di lista l'inefficienza. Ne va della stessa coesione nazionale». Persino «l'ammodernamento e la riconversione della rete ospedaliera si potrebbe soddisfare con il project financing, il leasing immobiliare, le società miste». Si partirà perciò, per quanto riguarda la sanità ma non solo, dal federalismo fiscale, che sarà l'oggetto della finanziaria vera e propria di settembre. L'età pensionabile, una volta entrati a regime gli scalini di Prodi, salirà ulteriormente. E sembra di capire che i coefficienti già previsti dalla legge Dini (ossia il meccanismo di calcolo dell'importo pensionistico nel sistema contributivo) verranno ulteriormente ritoccati. Ma non si può tirare un sospiro di sollievo neppure quando ci si imbatte nella frase, «a differenza che nel caso di pensioni e sanità, negli altri comparti della spesa sociale non è necessario ridurre la dimensione del pilastro pubblico». Non si può, semplicemente per la ragione che praticamente null'altro rientra nel capitolo welfare. Si riconosce che «deficitarie» sono le tutele per i disoccupati, ma la soluzione prospettata sembra quella di revocare l'indennità a chi rifiuti «un'occasione congrua di lavoro o di riqualificazione professionale». Si riconosce persino che è mancata una specifica politica per la povertà, ma si scopre che sono in pochi coloro per i quali il governo si muoverà (si parla categoricamente di «povertà assoluta»). Con provvedimenti magari del tenore della social card: un euro al giorno per fare la spesa. E arriviamo alle relazioni industriali, di cui una «moderna» politica di welfare ha bisogno. Tralasciando le parole sulla fine del conflitto e sulla nuova era della «complicità» tra capitale e lavoro, il libro verde parla espressamente di un welfare negoziale gestito dai sindacati. Un sindacato dei servizi, variabile d'impresa esso stesso. In pratica, la Cisl.

 

Com'era bello il mio delegato - Loris Campetti

La rottura si consumò in una grigia giornata d'autunno, a Torino. Ai quadri operai che riempivano il cinema Smeraldo, i dirigenti nazionali di Cgil, Cisl e Uil spiegarono che la partita era chiusa. Finita. Aveva vinto la Fiat, il padrone. Il più grande corteo antisindacale e antioperaio della storia aveva riaperto con la forza i cancelli di Mirafiori, non restava che prenderne atto e togliere l'incomodo blocco. L'accordo che sanciva la capitolazione venne imposto alla rete di delegati che per 35 giorni avevano condotto la lotta più dura e disperata, e l'indomani a tutti i lavoratori di Mirafiori che, con una selva di braccia alzate per dire no alla svendita, si sentirono dire dal palco: «L'accordo è approvato a larga maggioranza». Per giorni, e ancora per mesi e per anni, il gruppo dirigente di Cgil, Cisl e Uil finse che si fosse trattato di un buon accordo, l'unico possibile, cosicché a quelle «avanguardie» (si chiamavano così il secolo scorso) non fu concesso neanche l'onore delle armi, neanche la possibilità di prendere atto della sconfitta e di elaborare collettivamente il lutto per poi ripartire un'altra volta. Fu l'ultima grande lotta del Novecento, un anticipo in fabbrica dell'89 politico: anche nell'80 operaio crollò un muro, quello dei diritti collettivi. Così finì un decennio di egemonia operaia e, insieme, l'esperienza dei delegati unitari di gruppo omogeneo fu mandata in soffitta insieme al sogno, mai realizzatosi compiutamente, di estendere l'esperienza dei consigli di fabbrica al territorio: chi si ricorda dei consigli di zona, delle vertenze sulla salute a partire dal rischio zero in fabbrica, dai questionari sull'ambiente di lavoro di Ivan Oddone che si intrecciavano con l'elaborazione di Maccacaro e di Medicina democratica? E finì, in quell'autunno, anche l'anomalia della Flm. I delegati di gruppo omogeneo, eletti su scheda bianca dai lavoratori che vivevano la stessa condizione materiale, avevano una delega con un mandato preciso, revocabile in qualsiasi momento. Potevano essere ma anche non essere militanti di uno dei sindacati, tra i metalmeccanici potevano avere la tessera Flm, ma anche Fim, o Fiom, o Uilm. Rappresentavano la loro stessa condizione che dunque ben conoscevano. Le vertenze partivano dal basso e al basso tornavano per l'approvazione o la bocciatura. Dai consigli alle Rsu. Questa non è nostalgia, è solo un frammento di storia. E siccome non è vero che la storia va sempre avanti e chi vince ha sempre ragione, ci assumiamo la responsabilità di dire che la storia, in quel giorno di autunno torinese, è andata indietro. Oggi le Rsu - Rappresentanze unitarie di base - assomigliano più alle commissioni interne degli anni Cinquanta che ai delegati unitari di gruppo omogeneo. Sono in parte elette e in parte nominate dalle organizzazioni sindacali a cui devono rispondere in tutto e per tutto, come fossero dei peones politici. Ci sono gruppi di lavoratori senza delegato e delegati senza gruppo, non portano nelle vertenze e nel conflitto (quando ci sono) le rivendicazioni di una linea di montaggio, di una squadra, di un ufficio, portano invece sul posto di lavoro le scelte decise centralmente dalle organizzazioni d'appartenenza. Una rappresentanza che va dall'alto verso il basso. Nel contratto dei chimici è scritto a chiare lettere. Persino le vertenze legate alle prestazioni lavorative, ai carichi e ai turni vengono spesso costruite dai sindacati esterni. Le Rsu prendono atto di scelte fatte altrove, nell'empireo sindacale, e prendono fischi dal basso, che si tratti degli scalini pensionistici di Damiano, di lavori usuranti non riconosciuti dal governo amico, di riforma del welfare o di protocolli. Poi ti chiedi perché, nell'evanescenza della politica di governo e nella verticalizzazione del sindacato, gli operai votino o non votino in libertà, fuori dal tracciato. Magari per chi predica «arricchitevi» e «fatevi furbi». O magari, in assenza di politiche concrete per il recupero del potere d'acquisto dei salari, siano pronti a fare straordinari su straordinari. Obtorto collo, ma li fanno per arrivare a fine mese. E in mezzo stanno le Rsu. Forse questa rappresentazione è troppo drastica, giacché la memoria degli anni Settanta non è andata completamente distrutta e in parte continua a vivere nella storia e nella pratica dei delegati più anziani, soprattutto nella rete di piccole e medie fabbriche metalmeccaniche sindacalizzate dove alla fin fine il delegato non è molto diverso del vecchio capo operaio. Mutazioni sindacali. Che c'entra tutto questo con la nostra inchiesta sulla Cgil? C'entra, perché il maggior sindacato italiano, oggi, è il prodotto delle grandi trasformazioni iniziate con la rottura torinese di 28 anni fa. Se la centralizzazione delle decisioni è l'elemento caratterizzante di questa stagione, se la democrazia si riduce a un voto (ed è grasso che cola, quando si vota) e non inizia più dalla costruzione dal basso delle scelte sindacali, se le Camere del lavoro non sono case aperte ai lavoratori, ai pensionati, alla società e ai movimenti ma luoghi di prestazione di servizi «alla persona», se tutto questo è vero è difficile capire il presente senza liberarsi dalle amnesie. Dunque, torniamo alle Rsu, che con tutti i loro limiti strutturali restano il solo punto di rifondazione possibile per restituire un senso al sindacato, alla Cgil. Il delegato svolge un ruolo di supplenza, più che negoziale con la controparte e di coordinamento dei lavoratori. Supplenza al vuoto lasciato dalla politica: con le sinistre che hanno disertato i luoghi di lavoro, nonché il territorio, il delegato è l'unico interlocutore per l'operaio lasciato solo. Supplenza a un welfare in ritirata. Secondo il segretario della Fiom torinese Giorgio Airaudo, il delegato rappresenta comunque l'ultimo legame tra l'operaio e il sindacato. Ma non è quasi mai soggetto negoziale. Al punto che nella terra della Fiat si è deciso di passare all'adozione di gruppi omogenei da parte dei delegati, nel tentativo di «reipiantare un qualche germe consiliare dentro un'organizzazione sindacale centralizzata, autoreferenziale». Airaudo ci prova anche con una scuola quadri settimanali per le Rsu e ipotizza un ritorno al passato, al mutualismo: «Sarebbe più utile fare uno spaccio in Camera del lavoro che contrattare un paniere con gli enti locali». E qui si apre un discorso complicato a sinistra, tra chi guarda soprattutto al territorio, a una confederalità capace di costruire vertenze «sociali» (casa, servizi collettivi, asili, pendolarità, sostegno agli ultimi, iniziative per gli immigrati) aprendo le Camere del lavoro alla società abbandonata dalla politica, e chi invece pensa che senza il lavoro delle categorie «queste sono solo chiacchiere» (Gianni Rinaldini), roba da Spi - il potente sindacato pensionati che storicamente opera sul sociale e il territorio ed ha come interlocutori gli enti locali. Insomma, si giocano le proprie carte nella ricostruzione della presenza sindacale nel posto di lavoro (Fiom), oppure per fermare il rinsecchimento della contrattazione e il rischio di corporativizzazione delle categorie il reimpianto sindacale va fatto nella società, puntando sulla democrazia partecipata (come sostiene da tempo Dino Greco), legando diritti del lavoro e diritti di cittadinanza? Non si tratta di presidiare il territorio, mica la Cgil è la Benemerita, ma di costruirvi vertenze aggiuntive, non sostitutive di quelle sul lavoro, e conflitto sociale. Sapendo che il biennio rosso 2001-2002, quando la Cgil si era meticciata con i movimenti sociali e il pacifismo, si è chiuso (Claudio Stacchini, Camera del lavoro di Torino). Democrazia cercasi. Anche Carlo Podda, alla guida della Funzione pubblica, teme la chiusura corporativa nei posti di lavoro dove si finisce inevitabilmente per scambiare salario con straordinari, come capita non solo tra i meccanici ma anche nella sanità. Il rischio del trasferimento della vertenzialità dalla fabbrica e dai servizi verso il territorio è la riduzione del ruolo della Camera del lavoro a puro soggetto di erogazione di servizi, terminali retribuiti dell'apparato statale, mentre i suoi gruppi dirigenti si trasformano in lobbies politiche che discutono i bilanci comunali. Rovesciando così l'antico sogno dell'estensione al sociale del modello di democrazia costruita collettivamente sul lavoro. Democrazia diventa parola vuota, se non si associa a partecipazione attiva, a crescita collettiva: questo è il nodo irrisolto, anche nella Cgil. La preoccupazione serpeggia in molte categorie del sindacato di Epifani, e rende fragile il «monocolore» della sua segreteria. Non tutti i critici del segretario hanno a cuore allo stesso modo l'autonomia politica e sociale del sindacato e, al suo interno, il protagonismo di ogni livello organizzativo. Tra chi dissente e chi mugugna c'è chi organizza la battaglia contro la liquidazione del contratto nazionale e chiede la ripresa del conflitto contro il governo e la Confindustria, ma c'è anche chi semplicemente rivendica per sé il ruolo di primo attore nella trasformazione in senso cislino del maggior sindacato italiano.

(2-fine. La prima puntata è uscita mercoledì 23 luglio)

 

L'Argentina dopo i militari. La lenta marcia verso la giustizia

BARBARA MEO EVOLI

BUENOS AIRES - «L'11 ottobre 1976, quando avevo 17 anni, ci hanno bloccato per la strada, ci hanno infilato una busta in testa e ci hanno sequestrato - racconta Fatima Cabrera con la voce tremante - hanno messo Patricio nel portabagagli della macchina e mi hanno piazzato sul sedile di dietro fra due dei sequestratori. Ci hanno portato al commissariato di zona, ci hanno picchiato a sangue e poi sempre con gli occhi bendati ci hanno condotto alla Centrale della polizia di Buenos Aires (oggi Sovrintendenza degli interni). Lì sono stata torturata tutta la notte e mentre soffrivo potevo ascoltare le grida di tante altre persone che stavano subendo i miei stessi supplizi». Così ricorda ancora oggi una delle poche persone sopravvissute alle torture inflitte nei circa 520 campi di detenzione clandestina sparsi in tutta l'Argentina a partire dai primi anni '70 e fino alla fine della dittatura militare. In queste carceri illegali, in cui ogni cella aveva una superficie di 2 metri quadri e non vi era quasi luce, venivano rinchiusi i cosiddetti «sovversivi», appellativo dato a qualsiasi persona che, dagli anni precedenti al colpo di stato del 24 marzo 1976 appartenesse all'Esercito rivoluzionario del popolo o al gruppo guerrigliero Montoneros, ma anche a qualsiasi persona che non appoggiasse esplicitamente il regime. Ma chi erano questi sovversivi? Fatima spiega che negli anni '70 «vi era un grandissimo fervore politico in Argentina. Tutti i settori della società volevano partecipare alle decisioni politiche del paese. I potenti e le grandi imprese proprietarie di quasi tutte le risorse del paese avevano opinioni diverse, così come molti militari. E il 19 agosto 1976 trenta «sovversivi» vennero prelevati dalla Sovrintendenza degli Interni e fatti saltare in aria con la dinamite in un terreno nella località di Fatima, a Pilar, nei pressi della capitale. Dei 16 corpi che si riuscì ad identificare, quattro avevano un cognome italiano (Frontini, Argente, Cirullo de Carnaghi e Vera). L'11 luglio scorso due degli imputati, i poliziotti Carlos Enrique Gallone e Juan Carlos Lapuyole, sono stati condannati all'ergastolo. Un terzo poliziotto, Miguel Angel Trimarchi, è stato invece assolto grazie a un solerte certificato medico. Due gocce di giustizia e un ceffone in pieno viso, per l'ultima sentenza contro i torturatori prima di quella di ieri a carico dell'ex generale Menendez. Ma i torturatori erano molti più di tre: un testimone del processo, Armando Victor Luchina, custode della Sovrintendenza degli interni e dei detenuti tra il '71 e il '76, oltre ai tre imputati ha indicato altre 30 persone complici delle torture applicate nel secondo e terzo piano della centrale della polizia. Tra i torturatori più spietati Luchina ricorda «il sottocommissario Icely, e gli agenti di polizia Block e Horacio Danotti (soprannominato nientemeno che Sangue)». Luchina ricorda chiaramente, poco dopo il massacro di Fatima, le parole del commissario Cogorno quando canticchiava in ascensore il motto «per ogni militare argentino ucciso, saranno assassinati 30 sovversivi, nessuno rimarrà vivo!». L'ex-agente della polizia denuncia l'esistenza a partire dal '71 della famosa lista Raf (da Royal Air Force) che conteneva coloro che «erano nell'aria», ossia i detenuti che non apparivano nel registro legale tenuto dalla Soprintendenza ma che venivano torturati di notte e poi assassinati o spostati in altri centri di detenzione clandestini dove sarebbe continuate le torture. «Nell'edificio della Soprintendenza ci sono 9 piani, quindi vi lavoravano circa 900 persone - dichiara oggi Luchina - possibile che nessuno abbia visto le torture? Vi erano 8 brigate che lavoravano di notte ed erano incaricate dei sequestri, ognuna era composta da 8 persone, ma adesso sono solo 3 gli imputati per le atrocità commesse. Nelle celle saranno passate circa 4 mila persone e di tutte vi è traccia nei registri». Anche se i responsabili del genocidio impuniti sono ancora centinaia, non bisogna dimenticare gli enormi passi avanti fatti dalla giustizia argentina a partire dal 2003, da quando l'ex-presidente Néstor Kirchner promosse l'annullamento delle leggi «Punto final» e «Obediencia debida» emanate dall'ex-presidente Alfonsin. Dal 2003 si sono infatti riaperti i processi sospesi e attualmente sono in corso procedimenti penali a Buenos Aires e in altre quindici province argentine. «All'epoca della dittatura - afferma l'attuale sottosegretario alla protezione dei diritti umani Luis Alen - tutte le forze dell'ordine erano complici del terrorismo di stato: la Marina, l'Esercito, l'Aeronautica, la polizia delle città e delle province, la polizia penitenziaria. Si calcola che il personale delle forze dell'ordine ammontasse a circa 200 mila unità». Secondo i dati del Cels, lo Studio che ha portato avanti la querela nel giudizio sul massacro di Fatima e molti altri processi sui crimini della dittatura, fino ad oggi sono state condannate in Argentina 17 persone, sono imputate 460, di cui 345 sono in custodia cautelare e 46 sono profughe. La strada per la giustizia resta lunga. Alen evidenzia l'enorme importanza delle sentenze dei tribunali europei, in Spagna, Francia, Germania e Italia (l'ultima nell'aprile 2008) in cui si sono condannati dei militari argentini, in quanto «queste sentenze hanno costituito una forte pressione affinché si riaprissero i processi in Argentina». «Uno dei motivi della lentezza delle attuali cause - prosegue Alen - è costituita dai ben 17 anni di assenza di indagini, anni che pesano sull'Argentina». Inoltre in tutti questi anni i repressori sono stati in libertà, hanno proseguito con le loro attività e hanno occupato anche posti di rilievo, questo è il caso per esempio dello stesso imputato assolto per il «massacro di Fatima», Timarchi, che fino a poco prima del giudizio era incaricato del servizio di sicurezza della Biblioteca nazionale. Moltissimi dei repressori al termine della dittatura abbandonarono l'uniforme ma non le armi, spesso iniziando a lavorare nelle compagnie private di sicurezza che hanno proliferato in tutta l'Argentina a partire dagli anni '80. Ma perché anche in Italia si è dovuto aspettare il 2000 per la prima sentenza in merito? Vera Vigevani, membro del movimento Madres de la Plaza de Mayo - Linea Fundadora, con una figlia desaparecida all'età di 18 anni nel 1976, ha affermato nel suo libro che durante la dittatura «l'ambasciata italiana ostentava una complicità e un'acquiescenza al regime pressoché totali», sottolineando che «secondo l'ambasciatore italiano la situazione politica non era così drammatica come noi, parenti delle vittime, la dipingevamo». Enrico Calamai, console d'Italia a Buenos Aires dal '72 al '77, che ha salvato di nascosto decine di argentini facendoli partire per l'Italia con passaporto italiano, conferma la versione di chi, come Vigevani, aveva chiesto aiuto all'ambasciata, dichiarando che «il sistema produttivo italiano, e con esso le forze politiche al governo e l'amministrazione dello stato, collaborarono di fatto ad oscurare il massacro che veniva portato avanti in maniera sistematica dai militari argentini. Ciò, al fine di mantenere rapporti economici e politici privilegiati con i militari stessi».

 

Mao in salsa Deng - ANGELA PASCUCCI

NANJIE (HENAN) - «Solo i folli salveranno la Cina» è scritto sui muri di Nanjie Cun. I detrattori più astiosi la definiscono «l'ultima fattoria degli animali» e una volta l'anno ne predicono il collasso sotto una montagna di debiti. Ma l'unica vera comune maoista risuscitata dell'era Deng prospera e vive ancora, a modo suo, nel cuore dell'Henan. Una lucida e razionale follia, a ben vedere. Sulla grande piazza d'ingresso un Mao di pietra bianca alto più di 10 metri indica con la mano sinistra tesa il mondo esterno. Gesto da icona che qui ha il sapore di un atto d'accusa, accentuato dai grandi ritratti di Stalin, Lenin, Engels e Marx schierati intorno come una giuria. Il Timoniere impietrito, e guardato a vista giorno e notte da un picchetto d'onore, domina su 2 chilometri quadrati di vasti viali silenziosi e immacolati, aiuole perfette curate da pensionati alacri, schiere di palazzine bianche e basse, una moschea per 300 anime islamiche, allevamenti di anatre, galline, maiali e 26 fabbriche da cui esce di tutto: birra, spaghetti, medicinali, imballaggi, dolci. Grande è l'ordine sotto il cielo. Non si vede un'automobile, perché il possesso e l'uso privato non ne sono consentiti. Solo fruscianti biciclette e qualche motoretta. I mototaxi del villaggio vicino ogni tanto squarciano il silenzio mentre passano strombazzando, profani e irridenti. A ore prestabilite irrompono gli altoparlanti del villaggio: «L'Oriente è rosso» al mattino, «Solcando i mari con la guida del Timoniere» al tramonto, notiziari durante la giornata . Li trasmette la radio del villaggio, che ha anche una televisione, un giornale e un sito web. Così è scandita la vita dei 3.500 residenti e dei 10mila migranti che lavorano nelle fabbriche. Per questi ultimi Nanjie è solo un luogo come un altro. Meno barbaro, più rispettoso dei loro diritti se paragonato alla giungla che divora l'esterno, ma anch'esso interessato solo alle loro braccia. Prendono salari stabiliti dai contratti, ricevono vitto e alloggio in dormitori, lavorano sette giorni su sette e hanno due giorni di riposo al mese. Così è per il giovane operaio che controlla le rotative della stamperia dove si producono le carte da imballaggio. No, lui non è stato attirato dagli aspetti ideologici. Lì ci lavora e basta, per un salario di 1000 yuan. Altro non gli interessa, dice. Tutto come fuori, eppure diverso. Perché la vita dei residenti del villaggio scorre su altri binari, avendo loro scelto di suddividere equamente i profitti, retribuendosi con poco danaro e un generoso welfare. Lo stipendio si abbassa tanto più alta è la posizione gererchica e il contenuto intellettuale del lavoro (chi sta al vertice prende 250 yuan, 25 euro) ma il pacchetto dei beni necessari e garantiti è uguale per tutti: casa, istruzione, assistenza sanitaria, alimentari distribuiti sulla base di razioni trascritte su un libretto. La comunità si fa carico di tutto, della vita e della morte: dal matrimonio (collettivo, celebrato una volta l'anno con relativo viaggio di nozze a Pechino) al funerale (compresa l'urna per le ceneri). La comunità fornisce tutto: dall'arredamento agli elettrodomestici, dalle pentole alle stoviglie. Lo standard dei consumi è stabilito da una trimurti costituita da Partito, governo del villaggio e management della struttura produttiva, che tutto governa. I santi di Pechino. L'ultimo aggiornamento del livello risale al 1993 e tutto è come allora. Nessun interno è diverso dall'altro e chi di solito apre la porta di casa ai visitatori curiosi è il signor Huang Zunxian, pensionato di 71 anni, che vive con figli e nipoti in una grande casa di tre camere, soggiorno e cucina. Le poltrone e i mobili di legno chiaro, la stoffa dei cuscini, i lampadari, i quadri, le tendine, il grande orologio digitale con l'immagine di Mao giovane che si illumina di colori psichedelici alla musica di «L'Oriente è rosso», tutto è come già visto nell'unico albergo del villaggio, nell'unico ristorante, nella sala riunioni. Nella Cina di oggi che celebra il culto della ricchezza personale, qui nulla appartiene al singolo. Né soldi né beni. Il motto è «promuovere il pubblico, eliminare il privato». Passare da migrante a residente è possibile, anche se difficile. Dopo sei anni di lavoro condotto in modo irreprensibile si può fare domanda e se per tutti sei un lavoratore modello la domanda è accolta. In dieci anni solo 200 famiglie sono state accolte. Ma non è chiaro se ci sia la fila per entrare mentre il turn over degli operai è alto. Il deus ex machina della situazione è Wang Hongbin, 58 anni, volto da adolescente invecchiato, dal 1977 alla guida della comune. E' lui che nel 1984 ha deciso di invertire il corso della storia, ricollettivizzando terre e industrie frammentate le une dal sistema di responsabilità familiare e le altre dalle privatizzazioni introdotte dalle riforme di Deng. I risultati del nuovo corso erano stati pessimi per la comunità, ma gli ci vollero cinque anni per ottenere il consenso di tutti. Alla fine, nel 1989, c'è riuscito anche grazie agli aiuti venuti da Pechino. Voglia di sperimentare più strade, fede, effetto Tian 'Anmen? Fatto sta che qualcuno che poteva ha dato un decisivo sostegno politico che si è tradotto in pressioni sulle banche affinché finanziassero generosamente l'audace esperimento, in sgravi fiscali e facilitazioni. Ne è venuto fuori un intreccio assai ardito, fra una struttura economica e produttiva pienamente inserita nella nuova Cina delle riforme, e che di questa non potrebbe fare a meno, e un'organizzazione sociale che nei suoi principi la ripudia. Più che una comune agricola, una corporation dall'anima rossa difficilmente riproducibile su vasta scala. Ma, come dice Wang Hongbin «solo molti soldi possono rendere il comunismo migliore» e c'è chi pensa che sia questo il vero «socialismo dalle caratteristiche cinesi» inseguito dal Pcc. Chissà che direbbe Mao a vedere il proprio pensiero cucinato in questa salsa così denghista. Shen Ganyu, responsabile della comunicazione, sorride all'osservazione ma non risponde direttamente. Lo incontriamo in una grande sala riunioni dove campeggia un gigantesco «Servire il popolo» scritto nell'inconfondibile corsivo di Mao. Per spiegare come tutto ciò funzioni espone la teoria del «cerchio all'esterno, quadrato all'interno». L'immagine richiama la cosmogonia cinese, con la sfera del cielo che circonda la terra quadrata in una suprema armonia, ma quel che viene in mente è il più occidentale «quadrare il cerchio». La circonferenza, spiega il funzionario, è il rapporto con il resto della Cina, di cui Nanjie fa parte, dove domina l'economia di mercato che consente di sfruttare lo sviluppo economico del paese per produrre con profitto. A vantaggio del quadrato interno, la collettività, gestita secondo principi comunisti e governata in modo ferreo. Chi comanda a Nanjie Cun è una cupola ristretta costituita da 18 uomini: sette rappresentano il Partito (che li designa), quattro il governo del villaggio (nominati dal sindaco), sette la holding industriale (e sono scelti dai manager delle fabbriche). E' questo organismo che decide tutto: strategie di impresa, investimenti, campagne politiche, standard dei consumi. Wang Hongbin è sia segretario del partito che capo supremo del conglomerato industriale. Ha uno stipendio di 250 yuan al mese e gode di grande autorevolezza e stima. Per molti è la grande forza che sostiene la Comune, e forse tutto potrebbe finire con lui. Il sistema ha funzionato, finora. Nanjie è uno dei villaggi più prosperi dell'Henan. Era, dicono i detrattori. L'esperimento avrebbe ormai i giorni contati perché le sue industrie sono in declino e le banche, in particolare l'Agricoltural Bank of China, non potranno intervenire come in passato per ripianare i debiti: norme di bilancio più severe in vista delle privatizzazioni impediscono di chiudere un occhio, anche se lo chiede qualche potente di Pechino. Il cerchio si sta incrinando e il quadrato rischia di essere spazzato via, se i profitti non affluiranno per pagare i beni che cementano la comunità. Shen Ganyu respinge critiche e illazioni. Non nega i consistenti debiti con le banche, ma asserisce che la comune è in grado di farvi fronte. Non esalta i risultati economici delle 24 imprese, cinque delle quali sono joint ventures con società giapponesi, ma afferma che alla fine di ogni anno, al netto delle tasse, i profitti assommano a 40 milioni di yuan (circa 4 milioni di euro). L'età degli abbandoni. Ma quanto attrae un simile modello nella Cina di oggi? Ed è in grado di riprodursi? Secondo alcuni studi Nanjie ha difficoltà ad attirare e trattenere quadri qualificati. Quanto al futuro, affidato alle nuove generazioni, l'istruzione scolastica garantita dal villaggio arriva fino alle superiori ed è nelle scuole che i ragazzi ricevono un'educazione politica mirata, che inizia con le canzoncine alla scuola materna e finisce con il marxismo leninismo e il Mao pensiero al liceo. L'università è la prova del fuoco. Secondo Shen Ganyu, mediamente il 20% delle ragazze non torna mentre solo il 10% dei maschi decide di allontanarsi dalla fin troppo tranquilla esistenza della Comune. Che ignora crimine e disoccupazione ma non ammette bar, né pub, né karaoke, né discoteche. I soli negozi sono quelli che vendono i prodotti locali ai turisti. Quando cala il buio l'unica luce visibile anche da lontano viene dalla statua bianca di Mao illuminata a giorno, nelle strade non gira un'anima e per incontrare un po' di gente bisogna andare al Centro sociale, dove ci si sfinisce in accaniti scambi di ping pong o in interminabili partite a scacchi. Certo ci si può sempre spingere fino alla vicina e tentacolare Linying ma una frequentazione troppo assidua di profani divertimenti non deporrebbe in favore dell'impegno ideologico. E il controllo della comunità è assai stretto. Nella Cina lacerata dalle ineguaglianze sociali non meraviglia che Nanjie sia oggetto di studio e persino meta di turismo. L'anno scorso sono arrivati 400mila visitatori e i vertici stanno investendo nel settore. Ne viene fuori un curioso mix tra agrituristico e politico. C'è lo sterminato giardino botanico dalle enormi serre corredate da dinosauri di gesso (spaventosi solo per kitch) che si ergono fra palme nane e banani, cascate e ponticelli. Ma anche la ricostruzione della casa natale di Mao a Shaoshan, con tanto di mobili originali, foto di famiglia e albero genealogico. Sullo sfondo, colonna sonora che esce senza soluzione di continuità dalle casse acustiche sparse tra la vegetazione, inni epici, cori baldanzosi, canzoni popolari e melodie struggenti ispirati al Presidente, che presto sarà celebrato anche da un grande museo in costruzione. Il buon esempio. E tuttavia dire che Nanjie ferve di passione politica sarebbe troppo, al di là delle adunate mattutine coi cori di prammatica, prima di iniziare il lavoro. Difficile anche dire con quali sentimenti chi ci abita viva un'esperienza così unica. La comune, ma sarebbe meglio definirla comunità, somiglia piuttosto a un laboratorio in cui si cerca di far convivere il diavolo del libero mercato e l'acqua santa dell'uguaglianza. Intanto due villaggi vicini hanno deciso di ispirarsi a Nanjie e stanno prendendo lezioni mentre nella Cina infiammata dalle rivolte contadine si contano almeno 1700 casi di ricollettivizzazione parziale delle terre e 8000 «comunità industriali» che agiscono sul principio della proprietà collettiva e della ripartizione egualitaria dei profitti. Nessuna però applica i principi comunisti di Nanjie alla propria organizzazione sociale. Ma «l'intenzione da sola non basta» afferma Shen Ganyu. «Bisogna capire tutte le variabili di un simile processo e per poterlo intraprendere devono esserci veri motivi di comunione, un obiettivo condiviso». Lei Xiujuan è la nostra guida. Con una navetta elettrica ci conduce tra fabbriche e serre. E' nata in un villaggio dell'Henan, povero, sporco e arretrato, secondo la sua descrizione. Qui è arrivata 10 anni fa, con una laurea in Scienze delle comunicazioni, attirata dalle condizioni di vita. Ha un marito e una figlia, come lei residenti a tutti gli effetti. Prende l'equivalente di 45 euro al mese. Più che sufficienti, sostiene. Quel che la comunità assegna le sembra del tutto adeguato alle necessità e non desidera altro. Parla dello spirito collettivistico del comunismo, così raro oggi in Cina, e ammette che non è facile vivere in un luogo come Nanjie. «La gente che viene da fuori pensa che siamo strani». Eppure, osserva, non siamo diversi dagli altri: abbiamo un modello di governo verticistico basato sul Partito e pensiamo che al primo posto debba esserci il benessere economico, che le riforme hanno reso possibile, da ripartire in modo egualitario. Ci ispiriamo a Mao, dice, ma certo non possiamo definirci maoisti. Quelli erano altri tempi e bisognerà studiare ancora per capire come quel pensiero possa essere adattato ad un'epoca tanto diversa. Per ora, come si legge, rosso e grande, sui muri di Nanjie Cun, «Seguiamo la nostra strada, e lasciamo che gli altri ne parlino".

 

Trattative a oltranza, a Ginevra accordo più vicino - Geraldina Colotti

I negoziati di Doha in corso a Ginevra nell'ambito del Wto avrebbero dovuto concludersi oggi, invece potrebbero protrarsi oltre il fine settimana. Dalla riunione ristretta, svoltasi ieri tra i ministri di sette potenze commerciali (Usa, Unione europea, India, Brasile, Cina, Australia e Giappone) sarebbero infatti emersi nuovi margini di trattativa per raggiungere un'intesa sulla liberalizzazione degli scambi tra Nord e Sud. «Ci sono segni molto incoraggianti, nuove idee e spirito di cooperazione - ha detto ieri il direttore generale del Wto, Pascal Lamy, le discussioni saranno ora allargate al gruppo di oltre 30 ministri» dei 153 paesi membri coinvolti nel «Doha round». Il «ciclo di Doha» ha preso avvio nel 2001, dopo l'attentato alle Torri gemelle. Allora, i grandi potentati economici decisero di negoziare qualche briciola col sud del mondo previa accettazione dei piani di liberalizzazione di beni e servizi e del supporto alla «guerra al terrorismo». Dopo sette anni di alterni fallimenti, i negoziati hanno ripreso abbrivio a seguito delle rivolte contro il caro cibo. Proprio ieri, il portavoce del Programma alimentare mondiale (Pam) per l'Africa dell'est, lanciava da Nairobi un ennesimo allarme: se «i donatori» non fanno in fretta, abbandoneranno alla rovina 14,6 milioni di persone. In ballo, al Doha round, la liberalizzazione di beni e servizi, la questione dei sussidi agli agricoltori dei paesi avanzati, che strangolano le economie dei paesi in via di sviluppo, e le condizioni di accesso ai mercati per i prodotti agricoli e industriali. «La questione del cotone non è ancora stata affrontata, gli africani stanno perdendo la pazienza», aveva detto giovedì sera a Jeune Afrique il ministro del commercio del Burkina Faso, Mamadou Sanou, coordinatore del gruppo C-4, che riunisce i quattro principali paesi produttori di cotone dell'Africa dell'ovest (Mali, Benin, Burkina Faso e Ciad). «Non si parla ancora di cifre - aveva aggiunto Sanou - e noi invece vogliamo che si parli di cifre». Martedì, gli Usa avevano offerto di ridurre i sussidi agricoli ai loro produttori di cotone a meno di 15 miliardi di dollari all'anno, migliorando leggermente la loro precedente offerta di 17 miliardi: una proposta che, per Sanou, «non obbligherà affatto gli Usa ad abbassare di un solo cent i loro sussidi al cotone, che creano distorsioni commerciali». Nei quattro paesi africani, l'esportazione di cotone fornisce di che vivere a circa 20 milioni di persone, ma questo non è problema che riguardi i governanti dei paesi europei che, di fronte all'opposizione del Brasile e dell'India, rilanciano proposte al ribasso. Ieri, il presidente francese Nicolas Sarkozy continuava a ritenere inaccettabili i margini di trattativa di Lamy, mentre per l'Italia, il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia ieri commentava così il proseguo dei negoziati: «Per il nostro Paese resta prioritario difendere l'agricoltura italiana da un'illogica inclusione di alcuni prodotti nelle liste di quelli tropicali, così come resta irrinunciabile ottenere l'estensione della protezione per le indicazioni geografiche». Per mantenere aperti i negoziati, Pascal Lamy ha messo così sul tavolo della trattativa altre cifre nella speranza di trovare un compromesso.

 

Liberazione – 26.7.08

 

«Caccia al negro». Emergenza (finta) per giustificare lo stato di polizia - Monica Di Sisto

Ha ragione il Governo: c'è un'emergenza che riguarda tutte le persone che approdano nel nostro Paese senza avere un soldo in tasca, più morti per la paura di quello che si lasciano alle spalle che per quello che vivono stretti nei camion o stipati nei barconi. Per capirlo basta guardare con gli occhi di Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas, il centro di prima accoglienza di Crotone dove è stato pochi giorni fa. Garantisce da solo circa un terzo dei posti disponibili per chi sbarca: «A malapena potrebbe reggere mille presenze - spiega - invece il campo di calcio è invaso di tende e tra dentro e fuori, sotto al sole cocente e nelle condizioni che si possono immaginare, di persone ce ne stanno più di 1.800». Filippo Miraglia dell'Arci racconta che «a Caltanissetta, siccome lo Stato non ha strutture, le forze dell'ordine fanno firmare a chi arriva la richiesta d'asilo e poi li buttano fuori, senza garantirgli né il vitto né l'alloggio che gli dobbiamo prima di quel responso che spesso aspettano per più di 16 mesi». Il ministro degli Interni Maroni ha proclamato lo stato d'emergenza in tutta Italia, non solo nelle zone d'approdo, per «il persistente ed eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari». Dietro al provvedimento, un teorema: il Paese è stretto da una massa di loschi figuri che vogliono approfittare di noi, intimidirci, delinquere. Per questo minimizza quando gli chiedono se siano tanti quelli spinti dal rischio della vita, i rifugiati: «la richiesta d'asilo è modesta e non desta una particolare sensibilità», risponde. Invece Forti ci spiega che «tra gli immigrati che ho incontrato a Crotone almeno il 90% avrebbe tutti i diritti di chiedere rifugio. L'effetto deterrente cui il Governo diceva di puntare con tutte le "strette" annunciate non c'è stato, e manca una strategia di fondo per cui ci è molto difficile lavorare». Teme anche che il nostro Paese, dopo essere stato senza una disciplina per l'asilo politico fino all'anno scorso, faccia dietrofront sulle due direttive europee che ha recepito, rendendolo nei fatti impossibile. A sostenere, dati alla mano, un principio di realtà ci pensa Medici senza Frontiere, che a Lampedusa ci sta dal 2002 e giudica gli arrivi «stabili, in media 15 mila all'anno. E' vero - precisano - che da gennaio a luglio di quest'anno gli sbarchi sono aumentati del 30% circa rispetto allo stesso periodo del 2007, ma rispetto al 2002, 2003 e 2004 i numeri sono più o meno gli stessi e non si puo' parlare di emergenza». Dal Governo si prova a ridimensionare. Il capo dipartimento immigrazione del Viminale, il prefetto Mario Morcone, parla di un provvedimento tecnico che serve ad adottare procedure accelerate per la gestione di nuovi centri d'accoglienza e interventi di manutenzione ordinaria in strutture soggette a quotidiano degrado». La trafila, sottolinea Morcone, ha avuto inizio nel marzo 2002 ed e' stata ripetuta ogni anno fino al 2007 compreso. Nel 2008 era stata limitata a Puglia, Sicilia e Calabria. Il presidente Prodi, sottolinea ancora Morcone, decretò l'ultima proroga il 14 febbraio scorso. E smentendo un po' il titolare degli Interni spiega che sono gli arrivi dalla Somalia e dall'Eritrea, zone di guerra, a rendere necessaria la distribuzione delle persone sbarcate a Lampedusa in altre realta' nazionali e con procedure d'urgenza, allestendo centri di raccolta ad Aviano, a Castiglione delle Stiviere, a Settimo Torinese, a Castelnuovo di porto e ad Ancona. Secondo il Viminale ad oggi gli immigrati sparpagliati sono 7359. E il titolare della Difesa assicura che i soldati saranno tenuti fuori almeno da questa semina. Rosi Bindi, vicepresidente della Camera riporta i fatti fuori dalla burocrazia: «di emergenza in emergenza, il Governo continua ad alimentare la paura anziché risolvere i problemi». La realtà non conta quanto gli annunci che servono, secondo Bindi «a giustificare un clima da Stato di polizia, piu' o meno palese». Fini si fa interprete delle proteste dell'opposizione e chiede al Governo di riferire entro martedì. Dal Congresso di Rifondazione, che approva un Ordine del giorno contro il decreto, Nichi Vendola bolla la decisione del Governo come «un pezzo di fascismo» e come presidente della Puglia proporrà alla Conferenza dei Governatori di impugnare il provvedimento davanti alla Corte costituzionale meritando l'appoggio del contendente ed ex ministro competente in materia Paolo Ferrero. Se il decreto nasconde, come teme Msf, «una cinica scorciatoia politica per far funzionare meglio il pacchetto sicurezza», i veri problemi dei migranti restano tutti aperti. Se è vero che sulla carta l'emergenza potrebbe servire a umanizzare i centri, potrebbe moltiplicare al contrario, sulla spinta dell'urgenza, i luoghi di para-detenzione. E' vero anche che il decreto porta fuori da regole e controlli ordinari gli appalti, i servizi e fondi necessari, con tutti i dubbi di trasparenza del caso. E' vero, poi, che permette alle forze dell'Ordine di spostare chiunque in giro per l'Italia senza grandi garanzie (deportazioni?). E' vero anche che, come ci ricorda Miraglia, il decreto flussi, che decide al fotofinish chi è regolare e chi clandestino, è in ritardo di 3 anni. E' vero che il Poligrafico dello Stato si rifiuta di stampare i rinnovi dei permessi di soggiorno perché sa che arriveranno a chi li aspetta già scaduti. E' vero che a Firenze, per ovviare, hanno preteso che i migranti ripagassero la tassa annessa, consegnando loro in cambio un tagliandino fai da te. Ma tutta questa realtà non fa ascolto, mentre i reality di Maroni e Berlusconi si.

 

Berlusconi trionfa e Rifondazione? - Piero Sansonetti

A che serve dichiarare lo stato di emergenza contro il pericolo-immigrati? Sul piano pratico probabilmente serve a poco. Sul piano ideologico è un provvedimento potentissimo. Sposta i "paletti" della normalità democratica. Modifica l'idea di libertà, l'idea di emergenza, l'idea di straniero. Quello che sta facendo il governo Berlusconi è esattamente questo: una azione costante e organica - legislativa e ideologica - che modifica il senso comune e lo abitua ad accettare tante piccole svolte autoritarie, o classiste, o xenofobe, come necessarie e moderne. Avete notato il tono delle dichiarazioni di ieri del ministro Maroni, per giustificare il provvedimento speciale assunto dal governo? Un tono tranquillizzante: «Niente di grave - ha detto - solo una cosa utile, la prosecuzione della politica del governo Prodi». Il progetto del centrodestra è chiarissimo: presentare la sua politica di violenta restaurazione come semplice sviluppo della politica moderata del precedente governo Prodi. E dunque come via serena e moderata per il ristabilimento dell'autorità politica.

Naturalmente nelle dichiarazioni di Maroni c'è qualcosa di vero. La sterzata a destra, reazionaria - ad esempio sui problemi dell'immigrazione e del popolo dei clandestini - è stata preparata e agevolata dalle sbandate politiche del precedente governo. Non possiamo nasconderci il fatto che la politica anti-rom e anti-romeni è stata inaugurata personalmente da Veltroni.

Questo però non vuol dire che ci sia continuità. La svolta a destra - per motivi elettoralistici - del partito democratico non aveva in sé la struttura del disegno reazionario. In cosa consiste invece il disegno reazionario? Nel mescolare con sapienza una politica economica e sociale ispirata dalla Confindustria, e che indebolisca i sindacati e riaffermi il pieno e incontrastato potere dell'impresa sul lavoro, con una politica ideologica che consenta la raccolta di un consenso di massa intorno a scelte xenofobe, o classiste, o autoritarie, repressive, forcaiole. In questo il governo Berlusconi è maestro. E il fatto che la sua affermazione sia stata fortemente agevolata dagli errori e dagli arretramenti del Pd, non vuol dire che in fondo il berlusconismo è semplice attuazione del prodismo. Il problema vero è il seguente: chi si oppone? Il Pd non ce la fa, proprio perché è stremato da un anno di iniezioni potenti di moderatismo veltroniano. Il dipietrismo non è intressato, anzi è abbastanza favorevole a una politica emergenziale e autoritaria. E la sinistra dov'è? Da ieri sto assistendo - qui a Chianciano - al congresso di Rifondazione comunista. Non posso nascondervi il terrore che in questo partito finisca per prevalere una tendenza "politicista" e identitaria che si accontenta soddisfatta dalla sopravvivenza del comunismo e ritiene superflua l'analisi, la lotta politica, la capacità di costruire alleanze. Se le cose andranno così, se la sinistra sceglierà di diventare "residuo", Berlusconi può stare tranquillo per dieci anni, e l'Italia perderà pezzi molto significativi della sua libertà, della sua cultura, della sua civiltà democratica.

 

Lombardia, è allarme: a rischio chiusura quasi 400 stabilimenti

Anna Bonni

L'ultima che riportano le cronache è proprio la chiusura dell'azienda Carlo Colombo di Agrate Brianza che ha comunicato, proprio ieri, ai lavoratori e alla Rsu la chiusura dello storico stabilimento produttivo adibito alla lavorazione del rame: una decisione che mette a rischio concreto e immediato il posto di lavoro di 120 dipendenti. Dopo un incontro, che si è tenuto ieri pomeriggio, nella sede di Confindustria Monza e Brianza, le assemblee di lavoratori e i sindacati hanno deciso di proclamare quattro ore di sciopero per la giornata di lunedì con presidio davanti ai cancelli dello stabilimento. Eppure, si tratta solo dell'ennesima notizia di uno stabilimento che chiude nella ricca Lombardia. L'allarme, ieri, è stato lanciato dalla Fim Cisl. Sono quasi 144 le aziende in crisi, per un totale di più di 4mila operai in mobilità, cassa integrazione o con una lettera di licenziamento pronta a partire. E stiamo parlando solo del comprensorio di Milano. Se lo sguardo si dirige su tutta la Regione Lombardia si va a scoprire che sono ben 327 imprese che, a livello produttivo, stanno praticamente boccheggiando e a rischio cassa integrazione e mobilità sono, in tutto, più di 11mila lavoratori. A denunciare la grave situazione è il sindacato dei metalmeccanici: «Si profila un autunno caldo, anzi caldissimo». Anche perché dai dati risulta con tutta evidenza che, negli ultimi sei mesi circa, il ricorso alla Cigs si è attestato al 48% in più, quello alla Cig del 24%, con una mobilità pari al 44%. Il tutto è contenuto in un voluminoso rapporto presentato dalla Fim Cisl lombarda, il 23esimo, sul comparto metalmeccanico. Una crisi che va a colpire quello che resta il settore più produttivo del Paese, al quale i più guardano come la punta di lancia di un intero sistema industriale. Il che, è facile da dire, fa presagire una situazione ben peggiore di quanto le stesse cronache economiche descrivono in questi ultimi tempi. Eppure, la notizia di per sé non riesce neppure a centrare la vera situazione di recessione di cui dà conto la Fim Cisl: «Per gli operai non specializzati over 40, è molto difficile ricollocarsi sul mercato - spiega Roberto Benaglia, il segretario della Fim Cisl lombarda che ieri ha presentato il rapporto. Ancora più critica - aggiunge - sarà la ricaduta sugli impiegati che lavorano nelle aziende metalmeccaniche». E, ancora, i dati supportano meglio la descrizione di questo fosco scenario. Fino al primo semestre 2007 c'era stato un recupero degli addetti fino a circa 20mila occupati attuali in Lombardia. Dunque, oggi, un terzo di questi, ben 11mila operai stanno per essere licenziati. E anche quelli che vengono definiti i «distretti d'acciaio» come Bergamo, Brescia e Lecco subiranno le conseguenze di questa recessione. Le ragioni di questa situazione, spiega ancora Benaglia, sono chiare, e determinate in gran parte dal costo delle materie prime (mettali e petrolio primariamente) dalla delocalizzazione e dalla congiuntura economica negativa. Senza aggiungere a questo gestioni imprenditoriali sbagliate, in gran parte dovute ad incapacità - denuncia ancora la Fim - oltre che lo scarso accesso al credito. «L'aumento del ricorso agli ammortizzatori sociali - continua Benaglia - è netto e questo ci allarma. Spesso, oltretutto, si fa ricorso a questi per decidere la vera e propria chiusura di interi stabilimenti. Senza contare anche veri e propri fallimenti e liquidazioni volontarie delle piccole e medie imprese. La ricetta per uscire dalla crisi? Benaglia suggerisce di ripartire dall'innovazione con un servizio di sostegno al sistema di credito delle pmi maggiori stanziamenti per gli ammortizzatori sociali e innovazione: le aziende che più hanno speso per innovarsi - conclude ancora il sindacalista - non hanno infatti mai smesso di crescere. E sono le più tutelate dall'autunno che ci attende.

 

Contratti, sinistra sindacale contro l'ipotesi di sindacati e imprese

Fabio Sebastiani

Sindacati, Confindustria e Governo al lavoro per il taglio artificioso delle buste paga. Lo schema su cui si sta ragionando nel confronto sulla revisione dei modelli contrattuali prevede un intervento su più aspetti: un indice di inflazione nettamente sottostimato rispetto a quello reale, prendendo come riferimento l'indice armonizzato europeo; la detassazione e la decontribuzione del secondo livello di contrattazione da parte del Governo. Insomma, tutto fuorché un "grande accordo" sul rinnovo dei modelli contrattuali. La sinistra sindacale grida al "golpe". Lavoro Società parla di «svuotamento del contratto nazionale» e del rischio, «nemmeno troppo remoto», che gli aumenti contrattuali di secondo livello coincidano con l'alleggerimento fiscale. Nel metodo, l'ipotesi di accordo non saraebbe basata sulla piattaforma unitaria ma su una "riformicchia" con indici di inflazione più o meno limati e dai nomi incomprensibili. «La riforma del modello contrattuale per parti o avvisi comuni, sempre per parti, significa lo svuotamento di qualsiasi ipotesi di politica dei redditi a favore del lavoro dipendente, oltre all'impossibilità di una verifica complessiva», si legge ancora nella nota. Lavoro Società chiede che venga riconvocato il Comitato direttivo nazionale «per una discussione di merito puntuale». Ancora più netto il giudizio del leader della "Rete 28 aprile" Giorgio Cremaschi. «Non si capisce quali accordi di principio si possano fare, a meno che l'unico principio concordabile sia la programmazione della riduzione dei salari». Il prossimo round sarà martedì: all'ordine del giorno: l'area di competenza della contrattazione di secondo livello, il recupero salariale per chi non accede al secondo livello, un avviso comune rivolto all'esecutivo sulla decontribuzione per le imprese, ancora non operativa, e sulla detassazione degli accordi di secondo livello, rendendo entrambe le agevolazioni cumulabili e strutturali.

 

Batosta scozzese per Gordon Brown. Nei laburisti si prepara la successione - Martino Mazzonis

Stavolta giocava in casa, ma ha perso lo stesso. Gordon Brown sta maledicendo il giorno in cui ha dato il colpo finale a Tony Blair, ieri il suo partito è stato sconfitto nella terza elezione suppletiva consecutiva. Nella circoscrizione di Glasgow est, bastione laburista nella Scozia di cui il premier britannico è originario. Sotto il profilo strettamente elettorale la poltrona appartenuta al deputato David Marshall, che ha lasciato per ragioni di salute, era considerata finora il 25mo collegio più sicuro di tutto il Paese per la formazione che controlla il governo. Nel maggio 2005, alle elezioni politiche generali, i laburisti avevano stravinto. Questa volta sono letteralmente crollati: la loro candidata Margaret Curran è stata infatti battuta da John Mason dell'Snp, il Partito Nazionalista Scozzese che ormai sembra in grado di conquistare consensi e vittorie a ogni appuntamento con le urne. Mason ha raccolto il 26 per cento di voti in più di tre anni fa, mentre la sua avversaria laburista ha lasciato per strada il 19 per cento. Secondo stime dell'agenzia di stampa Press Association of Britain , se si votasse ora su scala nazionale sarebbe verosimile una replica dello scarto del 22,54% registrato ieri: il premier in tal caso perderebbe addirittura il proprio seggio, e il suo partito rimedierebbe un fallimento memorabile. La crisi economica, che colpisce la Gran Bretagna in maniera più diretta e pesante che non il resto d'Europa - niente euro e mercato immobiliare più legato a quello americano - è un fattore che pesa nel disastro del partito al governo da tre legislature. Il costo della vita è in aumento e lo scontento acculmulato con Blair e non smaltito da Brown, rendono stretta la strada per il primo ministro. In questi giorni l'ex ministro delle Finanze ed eterno numero due di Blair, dovrà fare i conti con i colloqui con le Trade Unions. I sindacati non sono sul piede di guerra, ma neppure contenti. Le sconfitte di questi mesi in diversi bastioni tradizionalmente fedeli indicano che lo scontento viene dagli elettori tradizionali del Labour. La perdita della poltrona di sindaco di Londra è poi stato uno smacco di immagine enorme. La lettura più diffusa e le fonti anonime del partito indicano chiaramente che le pressioni sul primo ministro sono destinate ad aumentare in maniera insopportabile. Tutti interpretano infatti le sconfitte di questi mesi come punizione riservate al governo e non a una crescita dei consensi tanto consistente di nazionalisti scozzesi, conservatori o liberal democratici. Per Broown, hadunque l'esigenza di immaginare un nuovo cammino, un nuovo messaggio e un'inversione di tendenza o può prepararsi a fare le valigie dal numero 10 di Downing street. In molti, anche tra i fedelissimi, sono pronti a mollarlo e David Milliband, attuale giovanissimo e talentuoso ministro degli Esteri, potrebbe essere l'iniezione di freschezza che serve ai laburisti. Ai quali servirà pure una buona dose di immaginazione per cambiare le politiche del governo e trovarne di più convincenti. Il leader dei conservatori britannici, David Cameron, ha chiesto di convocare elezioni generali anticipate. «Credo sia bene che il primo ministro si goda le sue vacanze», ha ironizzato Cameron, conversando con i giornalisti sulla porta di casa a Londra. «Dopo, però, penso ci sia bisogno di elezioni. Penso che in questo Paese occorra un cambiamento, e che il cambiamento debba avvenire per tale via». Il numero uno dei tories ha quindi ricordato come il Partito Laburista abbia rimediato batoste in tutte le occasioni, successive al voto del 2005. A Glasgow però i conservatori si sono piazzati solo terzi. E questo pone un'altra questione interessante. Il successo dei nazionalisti scozzesi e quello relativo dei liberaldemocratici complicano il quadro politico britannico. Se in eventuali elezioni politiche anticipate scozzesi e libdem andassero bene, i conservatori, sebbene primo partito, potrebbero non avere maggioranze disponibili. Sarebbe un fatto inedito.

 

La Stampa – 26.7.08

 

Stati Uniti, Ubs sotto accusa - MAURIZIO MOLINARI

NEW YORK - «L’accusa è truffa». Il procuratore generale di New York, Andrew Cuomo, ha avviato una causa contro il colosso bancario Ubs (che in Borsa perde il 6,1%) per una gestione delle obbligazioni a lungo termine Ars, il cui tasso viene stabilito in brevi intervalli nell'ambito di aste, che avrebbe danneggiato almeno 50 mila clienti per un ammontare stimato in 37 miliardi di dollari. Il sospetto nei confronti dell’Ubs è di «aver ingannato gli investitori» nel momento in cui venivano venduti i bond Ars. Andrew Cuomo è arrivato a tale conclusione indagando sul collasso, avvenuto in febbraio, del mercato degli Ars, valutato in circa 300 miliardi di dollari. Le testimonianze raccolte hanno permesso di ricostruire come la banca continuò a suggerire agli investitori questi bond anche quando alcuni dei suoi top manager già li consideravano dei «totali perdenti», come dimostra il fatto che sette di loro se ne liberarono del tutto incassando 21 milioni di dollari. «Appena si resero conto che i bond Ars stavano cadendo, questi manager tolsero i soldi loro e dell’azienda dalle periodiche aste - ha affermato Cuomo presentando l’atto di citazione - mentre continuavano a spingere i consumatori a partecipare alle medesime aste». Il risultato di tale comportamento è che molti investitori non hanno più rivisto il loro denaro perché il 13 febbraio Ubs bloccò le aste lasciando i 50 mila titolari di obbligazioni «nell’impossibilità di accedervi». Fra questi 50 mila vi sono almeno settemila residenti di New York oltre a enti pubblici cittadini e aziende private. La decisione dell’Ubs in febbraio fu di offrire la possibilità di prendere in prestito il cento per cento del valore delle obbligazioni fino a quando non sarà possibile ricominciare le aste, ma per il procuratore generale di New York la banca dovrebbe fare ben altro: «Restituire i soldi liquidi corrispondenti al totale valore dei bond acquistati da ogni singolo investitore». Di fronte alle accuse sollevate da Cuomo la banca ha replicato con un comunicato nel quale ha promesso una «difesa vigorosa» nelle competenti sedi legali. «È mortificante osservare che il procuratore generale di New York ha aperto una causa contro di noi nonostante il nostro impegno per assicurare la disponibilità di liquidi per i clienti che detengono i bond-asta» si legge nel documento. L’impressione è che si tratti solo dell’inizio di una lunga battaglia legale. Andrew Cuomo ha aperto un terzo fronte contro la Ubs, affiancandosi alle cause già intentate dalle autorità del Massachusetts e del Texas, ed è destinato ad avere un impatto considerevole in ragione del fatto che la sede dell’ufficio obbligazioni della banca si trova a New York e ciò gli assegna l'autorità di difendere tutti i 50 mila clienti. Le accuse sollevate si fondano in particolare sui testi di alcune email scambiate fra top manager della Ubs sui bond-asta perché, secondo gli investigatori, dimostrano con sufficiente chiarezza che la banca era a conoscenza dei rischi di questo mercato sin dal dicembre 2007 ma non fece nulla per proteggere il denaro dei clienti. In alcune di queste email uno dei manager, in gennaio, scrisse che sarebbe stato «delicato e inquietante» sollevare il velo sul nascente problema finanziario con chi gestiva le aste mentre in febbraio altri manager descrissero la condizione dei bond con il termine «una totale tortura», lasciando intendere che erano ben al corrente di quanto stava maturando sui mercati.

 

Obama a Londra vede Brown e Blair - LONDRA

Barack Obama ha incontrato stamani l’ex-primo ministro britannico Tony Blair in un grande albergo nel centro di Londra, all’inizio dell’ultima tappa del suo viaggio all’estero come candidato democratico alle presidenziali Usa. Dopo Blair, con cui ha discusso di Medio Oriente e di cambiamento climatico, il senatore dell’Illinois si è recato al numero 10 di Downing Street, dal traballante primo ministro Gordon Brown, a forte rischio di defenestrazione dopo la devastante sconfitta all’elezione suppletiva di giovedì a Glasgow est. Nè Blair (mediatore internazionale per il Medio Oriente e di recente molto attivo sul tema del cambiamento climatico) nè Obama hanno rilasciato dichiarazioni dopo aver fatto assieme la prima colazione: hanno entrambi lasciato l’albergo da un’uscita di servizio. Obama concluderà la breve tappa londinese (in tono minore rispetto all’oceanico bagno di folla a Berlino e all’entusiasmo con cui è stato ricevuto ieri all’Eliseo dal presidente francese Nicolas Sarkozy) incontrando il leader conservatore David Cameron nella pittoresca cornice del parlamento di Westminster. Nessuna conferenza-stampa alla fine dei colloqui con Brown, incentrati su Iraq e Afghanistan: il primo ministro ha deciso di riservare a Obama lo stesso trattamento protocollare che ha avuto il candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain, quando ha compiuto a marzo un’analoga visita a Londra. Ieri invece l'incontro con Sarkozy. Il presidente francese ha affrontato anche il tema che più gli stava a cuore, quello dell’integrazione e della rappresentanza nel governo del paese da parte di persone dalle storie «multiple», proprio come accade con Obama in America. «Qui in Europa, in Francia - ha insistito Sarkozy - guardiamo con grande interesse a quello che fate. In Europa, caro Barack Obama, ci sono persone che hanno tante storie dietro, magari non sono dei francesi non classici». Si è interrotto per un attimo, poi ha ripreso: «Qui non tutti si chiamano Sarkozy - ha detto alludendo alle sue origini ungheresi - così come non tutti negli Stati Uniti si chiamano Obama. La tua è un’avventura che parla al cuore dei francesi, degli europei». Sarkozy ha poi insistito, auspicando che «l’avventura politica del senatore Obama non resti riservata soltanto a quel grande paese che è l’America». In un’intervista a Le Figaro il presidente francese, si era vantato di essere «il solo francese a conoscerlo». «Obama? - ha detto il presidente - È un mio amico. Contrariamente ai miei consiglieri diplomatici non ho mai creduto nelle possibilità di vittoria della Clinton e ho sempre pensato che sarà lui a essere eletto». «Sono ormai tre decenni - ha poi spiegato Sarkozy rivolgendosi all’ospite - che tutti i vostri ministri degli Esteri non hanno nomi americani...la signora Albright, Colin Powell, la signora Rice...è per questo che amo gli Stati Uniti. Ed è per questo che nel governo della Francia ci sono Rachida Dati, Fadela Amara, Rama Yade. Perchè ognuno abbia la sua chance». Il capo dell’Eliseo ha concluso la sua lode all«’avventura» del candidato democratico, auspicando che «ciò che gli Stati Uniti hanno fatto, con quelle persone di cui ho parlato, con Barack Obama oggi, è quello che vogliamo fare qui».

 

Libano sull'orlo della guerra civile

BEIRUT - È salito a nove morti il bilancio dei violenti scontri tra militanti sunniti e alawiti, avvenuti ieri a Tripoli, nel nord del Libano, e continuati nella notte nonostante il cessate il fuoco. Questa mattina in città regna una calma precaria, interrotta di tanto in tanto da colpi di arma da fuoco, mentre l’esercito, schierato sulla linea di demarcazione tra il quartiere sunnita di Bab al-Tebbaneh e quello alawita di Jabal Mohesen, non ha ancora dispiegato i rinforzi inviati nella città settentrionale. Ieri erano stati annunciati due cessate il fuoco, ma i combattimenti hanno conosciuto una nuova fiammata con una giornata segnata da violenti scontri con fucili automatici, mitragliatrici e lanciagranate. Circa una cinquantina di persone sono rimaste ferite e sono molte le famiglie dei due quartieri teatro dei combattimenti che hanno lasciato le loro abitazioni per rifugiarsi in zone più sicure. I sunniti di Bab al-Tabbane sostengono la maggioranza parlamentare antisiriana appoggiata da Usa e Arabia Saudita, mentre gli alawiti fanno parte della coalizione libanese guidata dal movimento sciita Hezbollah, alleato di Iran e Siria. I combattimenti erano scoppiati nella notte tra giovedì e venerdì. Teatro delle ostilità, ancora una volta, i sobborghi adiacenti di Bab al-Tebbaneh e di Jabal Mohsen, abitati in prevalenza rispettivamente da sunniti, fedeli alla coalizione anti-siriana che detiene la maggioranza nel Parlamento centrale, e da alauiti, gruppo sciita alleato di Hezbollah, la principale forza di opposizione. Le due fazioni si sono affrontate anche a raffiche di mitragliatrice pesante e con ripetuti lanci di bombe a mano, mentre sui tetti delle case i cecchini sparavano persino sui semplici passanti. Anche quando le ostilità si sono ridotte i miliziani di ambedue le parti sono rimasti schierati nelle strade dei propri quartieri, presidiandole in massa per la prima volta dalla metà del mese, quando vi si dispiegarono le truppe regolari, che pure hanno minacciato la repressione di qualsiasi tentativo di turbare l’ordine pubblico. La presenza dei militari non ha peraltro sostanzialmente impedito il periodico riesplodere dei combattimenti, che dal mese scorso sono già costati nel complesso non meno di sedici morti e oltre cento feriti. L’ennesima battaglia rischia di mettere a repentaglio la sempre più fragile tenuta degli accordi raggiunti dopo mesi di violento confronto, che il 25 maggio scorso condussero all’elezione del nuovo presidente, generale Michel Suleyman, e l’11 luglio alla formazione di un governo di unità nazionale, i cui ministri sono tuttavia già ai ferri corti non solo per la spartizione dei portafogli ma anche sulla stessa linea programmatica, a cominciare dalla sorte degli ingenti arsenali di Hezbollah. Gli alauiti legati al Partito di Dio sono una setta di origini segrete che nel IX secolo dopo Cristo si distaccò dal ramo principale dello sciismo. Venerano come massima autorità spirituale l’imam Ali, cugino e genero del profeta Maometto. Poco numerosi nel Paese dei Cedri, vi hanno peraltro conquistato maggiore importanza politica durante il periodo del ’protettorato di fattò esercitato su Beirut dalla Siria, dove invece tale culto è molto diffuso: il leader di Damasco, Bashar al-Assad, è tra l’altro un loro correligionario.

 

Quel pezzo di Italia salvato dal petrolio - GIUSEPPE ZACCARIA

POTENZA - Dopo una vita dura trascorsa a Calvello, alle falde del monte Volturino, Assuntina Muccia, che ha superato gli ottanta, oggi vive due grandi consolazioni. La prima è che i tre figli emigrati sono tornati in Basilicata («perché alla fine qui si sta meglio»), la seconda è legata ai record quotidiani del prezzo del petrolio. Ogni volta che il greggio sfonda la quotazione precedente Assuntina si sente un po’ più rassicurata. Di benzina lei non ne compra, d’inverno si riscalda col camino, e dunque il caro-petrolio la tocca relativamente. In compenso però, i continui rialzi del greggio le fanno apprezzare sempre più l’idea di vivere a un passo dalla Val d’Agri, che assomiglia al Kurdistan anche per i panorami. E visto che in questo Kurdistan la sola cosa vagamente assimilabile a un’arma di distruzione di massa è un peperoncino piccante, dinanzi a un presidente di Regione che batte cassa con lo Stato ci si può soltanto accomodare in attesa di nuovi benefici. Come in Kurdistan. In un’Italia che trema per il caro-petrolio comincia invece a prosperare grazie agli aumenti la sua ex regione più povera. Fino ad oggi grazie a un accordo con il governo Prodi a titolo di «royalties», per un anno di estrazioni la Basilicata ha ricevuto 105 milioni di euro che diventeranno 120 l’anno prossimo. La produzione si avvia a raggiungere i 32 milioni di barili, poco più del 4 per cento del fabbisogno italiano. Ma la vecchia massima che vede gli orbi beati nella terra dei non vedenti oggi fa in modo che anche quel 4 per cento valga di più. «Con quella che è stata battezzata “Robin Tax” - spiega Vito De Filippo, capo della giunta regionale di centro sinistra - si prevedeva di aumentare dal 6 al 19 per cento le imposte contro le società petrolifere con un extra introito che soltanto per quanto concerne i greggio lucano avrebbe potuto andare ai 270 ai 570 milioni di euro. Poi, dopo la donazione di 200 milioni da parte dell’Eni, l'idea sembra decaduta ma per noi non cambia nulla. Vogliamo partecipare alla ricchezza prodotta nel nostro territorio. Il 74 per cento del greggio italiano viene estratto in Basilicata, ma in base al vecchio accordo questa regione riceve solo il 7 per cento del valore di greggio e gas. E’ tempo di rivedere queste percentuali - propone - magari di raddoppiarle». Il governo e le royalties. La Conferenza delle Regioni appoggia la richiesta, prima o poi Tremonti dovrà prenderla in considerazione e se davvero si avvicina l’era del federalismo fiscale, il futuro di 600 mila lucani che vendono acqua alla Puglia e petrolio al resto del Paese si annuncia abbastanza roseo. Il presidente ha idee chiare: «In tutto il mondo - argomenta De Felippo - le regioni nelle quale si estrae petrolio ricevono “royalties” molto più alte delle nostre. La Basilicata ormai segue una politica energetica a tutto campo e distribuisce i benefici ottenuti dal greggio in maniera equilibrata, perchè non dovremmo continuare su questa strada?». Ogni anno sei dei milioni che provengono dalle «royalties» vanno all’università di Basilicata. Dieci giorni fa la Regione ha ridotto le bollette del gas, abbassando del dieci per cento per tutti (e del quaranta per i non abbienti) l’addizionale sull’energia. Nella Val d'Agri, dove sorge la maggior parte dei pozzi, un comitato di sindaci decide gli investimenti utili paese per paese. Dopo l’Eni, anche Total, Shell ed Exxon hanno ottenuto concessioni per nuovi pozzi nella Val d’Agri e nella zona di Tempa Rossa è stato individuato un altro giacimento da 130 milioni di barili. Con le compagnie straniere la Regione ha cambiato registro, firmando un accordo che le assicura la disponibilità di tutto il gas estratto assieme al petrolio: si parla di un miliardo di metri cubi l’anno che poi, unica in Italia, la Basilicata venderà direttamente attraverso una società appena costituita che si chiama Sel, Società energetica lucana. Al suo direttore, l’ingegner Massimo Scuderi, il compito di piazzare forti quantitativi di gas sul mercato per fare sì che nelle casse della Regione i milioni si moltiplichino. Nuovi scavi. Non è ancora molto chiaro a quanto possano ammontare le riserve petrolifere lucane. «I vincoli posti alle trivellazioni hanno finora impedito una valutazione esatta - spiega un esperto del mercato petrolifero - ma è molto probabile che qui si possano indivuare altri giacimenti di grande interesse». Uno pare sia stato trovato a Brindisi di Montagna, appena otto chilometri da Potenza: una società di cui fa parte l’Eni ha ottenuto il permesso di «riterebrazione», ovvero di scavare più profondamente lì dove il greggio era stato cercato senza successo. Sembra si stia per mettere le mani su un giacimento ancora più ricco di quelli della Val d’Agri, ma in questo caso la città rischierebbe di vedere un orizzonte punteggiato dai «derrick», che poi sono le torri in cui s’infilano le trivelle. Nel Kurdistan italiano dunque le prospettive continuano a migliorare come se la storia o la sorte stessero restituendo alla Basilicata quello che per secoli le era stato negato. Le cose marciano, nonostante qualche intoppo e l’immancabile inchiesta del giudice Woodkock sull’oleodotto di 163 chilometri che unisce i pozzi alle raffinerie di Taranto e un calcolo un po’ pedestre dice che raddoppiare le «royalties» porterebbe 200 euro in più (o 200 euro in meno) nelle tasse per ciascun cittadino lucano, senza contare gli introiti della vendita diretta del gas. E se a Brindisi di Montagna i nuovi scavi dovessero far scoprire un nuovo giacimento, cosa accadrebbe coi tanti vincoli paesaggistici? «Continuando a seguire la via dell’equilibrio - conclude il presidente - penso che si debba sfruttare il terremoto dei mercati intorno al petrolio senza sprecare nessuna risorsa».

 

Repubblica – 26.7.08

 

L'ultimo insulto a Napolitano - MASSIMO GIANNINI

Un destino ineluttabile accomuna i presidenti della Repubblica che hanno avuto la ventura di condividere la difficile "coabitazione" istituzionale con un premier come Berlusconi. Per un pezzo d'Italia che considera il Cavaliere un «golpista», e non un presidente del Consiglio scelto democraticamente dai cittadini attraverso il sacro rito repubblicano delle libere elezioni, gli inquilini del Quirinale non fanno mai abbastanza per combattere o abbattere il Tiranno. È toccato a Carlo Azeglio Ciampi, che nonostante abbia bocciato e rinviato alle Camere le due leggi più politicamente «sensibili» della seconda legislatura dell'uomo di Arcore (la riforma delle tv e la riforma dell'ordinamento giudiziario) ha subìto più di un assedio dagli estremisti del girotondismo e patito più di un'accusa dai professionisti dell'antiberlusconismo. Oggi tocca a Giorgio Napolitano, che nonostante l'impeccabile gestione dei passaggi più delicati dell'innaturale metamorfosi del bipolarismo italiano (la crisi del governo Prodi, il fallimento delle riforma elettorale e l'avvento del terzo governo Berlusconi) subisce i soliti strattoni da un'opposizione di palazzo che non si rassegna alla sconfitta e pretende il sovvertimento dei principi della sovranità parlamentare. E patisce le offese da un'opposizione di piazza che non conosce le regole ed esige la battaglia tra le istituzioni al di fuori dei paletti dell'architettura costituzionale. L'offensiva è partita con il «vaffa-day» grillista dell'8 luglio, che ha preso a pretesto (giusto) le leggi-canaglia del premier per sviluppare una forsennata (e insensata) batteria di «fuoco amico»: contro il Pd, contro Veltroni, e soprattutto contro il Quirinale. Poi è toccato a Di Pietro, che ha cavalcato Piazza Navona con una disinvoltura a dir poco irresponsabile, all'insegna del nuovo motto consolatorio e pre-rivoluzionario: «Il regime non passerà!». Poi è stata la volta dell'Unità, che sia pure con tutto il garbo possibile ha spiegato comunque al capo dello Stato che promulgare la legge sulle immunità delle quattro alte cariche dello Stato è come apporre la firma su quello che Guido Carli, in altri tempi, avrebbe chiamato un «atto sedizioso». Infine, in un crescendo di qualunquismo e di pressappochismo, è Beppe Grillo a tornare sul «luogo del delitto». E stavolta non con la critica politica, ma con l'insulto personale. «Napolitano è in salute?», si chiede il nuovo Torquemada della mediocrazia italiana sul suo blog. Si fa la domanda, e si dà la risposta. «La salute può essere l'unica giustificazione del suo comportamento. Vorrei essere rassicurato se è in grado di esercitare ancora il suo incarico e per quanto tempo. Se possibile disporre della sua cartella sanitaria...». Sono parole che si commentano da sole. E non meriterebbero neanche una replica. Dopo la manifestazione dell´8 luglio avevamo parlato di "subcultura", suscitando su Internet la reazione sdegnata dei grillisti. Di fronte alla nuova invettiva del Grande Imbonitore, non sapremmo trovare una definizione migliore. Ma una replica s'impone, perché queste parole riflettono una malattia diffusa, che è nata in una certa destra ma ormai sembrano attecchita anche in una certa sinistra: l'uso congiunturale della Costituzione e l'abuso conflittuale delle istituzioni. Nel caso di specie (il lodo Alfano) Napolitano ha fatto il suo dovere. Ha firmato una legge varata dal Parlamento. Poteva respingerla, se vi fossero emerse antinomie palesi e profili di manifesta incostituzionalità (combinato disposto degli articoli 74 e 87 della Carta fondamentale). Ma nella legge sull'immunità queste «falle» pregiudiziali non compaiono. Il governo ha persino recepito alcuni rilievi con i quali la Corte costituzionale aveva decretato nel gennaio 2004 l'illegittimità dell'analogo Lodo Schifani. Vogliamo rassicurare Grillo e i grillisti: il presidente della Repubblica non solo è in ottima salute sul piano fisico e mentale, ma è anche in perfetta forma sul piano politico e istituzionale. I militanti del «vaffa» dovrebbero sapere che Napolitano non è Sarkozy o Bush e che il nostro capo dello Stato non può prevaricare le Camere, senza trasformare la repubblica parlamentare in regime presidenziale. E dovrebbero sapere che il sindacato definitivo sulla costituzionalità delle leggi non spetta al Quirinale, ma compete invece alla Consulta. Non capire tutto questo, e continuare a sparare a casaccio sul Quartier Generale, per certa sinistra barricadera è un errore uguale e contrario a quello che sta compiendo la destra egemone. È un altro modo per snaturare la dialettica democratica, e per alterare il fisiologico bilanciamento dei poteri. La critica al Colle non configura di per sé un reato di «lesa maestà». Ma andrebbe per lo meno ben motivata, e ben argomentata. A chi giova, invece, l'ingiuria gratuita? A chi conviene trascinare anche Napolitano dentro la palude indistinta del senso comune dominante, dove tutto è sempre e solo «casta», dove si annacquano i distinguo e si accorciano le distanze, dove tutti sono uguali e ugualmente meritevoli di sberleffo satirico, di disprezzo pubblico, di condanna morale? La vera, subdola insidia del berlusconismo, l'ossimoro della «rivoluzione istituzionale» che incarna, la deriva di «autoritarismo plebiscitario» che rappresenta, meritano risposte diverse, più forti e più alte. E regalare Napolitano al solo Popolo delle Libertà, invece che lasciarlo a rappresentare tutto il popolo italiano, non è solo un clamoroso svarione tattico, ma è anche e soprattutto un rovinoso errore politico.

 

Quel dossier in mano ai magistrati e il ruolo della libera stampa

Giuseppe D'Avanzo

Non sorprende che l'affaire Telecom abbia provocato una contesa molto aspra. Quel che delude e confonde i lettori è come se ne parla e di che cosa si discute. C'è chi si industria a disegnare scenari - senza capo né coda - alimentati dalle pigre chiacchiere di Transatlantico. Lungo il corridoio di Montecitorio, i "nominati" in Parlamento almanaccano, congetturano, epperò accusano. Non sanno niente. Non hanno letto niente (non le carte dell'affaire e nemmeno con cura le cronache), ma dell'ultimo capitolo del "caso" (l'intervista di Tavaroli) spiegano la genesi, gli attori, trame e intrighi immaginati spesso confondendo la notte con il giorno, il sopra con il sotto, nella convinzione che le loro dicerie, ripetute tre o quattro volte, assumano la qualità di prove storiche. Quelle parole libere sono presentate al lettore addirittura come "retroscena" e chi le combina finge di non sapere che, lontano dai fatti, i quadri si possono comporre a mano libera sostenendo una cosa e il suo contrario e il contrario del contrario in un caleidoscopio di luci sempre ingannevoli e mai veritiere. Lo spettacolo, pare, si riconosce soltanto un obbligo: "far conoscere il mondo noioso dell'incomprensibile obbligatorio". C'è poi chi (il Corriere della Sera) si trova nelle mani l'ambiguità dell'affaire e ne è spaventato, intimorito. Vuole soprattutto aggirare ciò che è accaduto. Per farlo, ha bisogno di qualche cosmesi per censurare quel che ritiene una lettura gonfia di pregiudizi e scettica perché non vede nella polvere, come vorrebbe, l'avversario (Marco Tronchetti Provera). In questo quadro manipolato, chi sospende ogni giudizio (come Repubblica) avrebbe per l'avventuroso critico un "doppio standard": i pubblici ministeri sono "buoni" se azzoppano l'antagonista, "cattivi" se lo scagionano. È una soporifera litania, molto datata. Per rendersi oggi decente ha bisogno di una falsificazione e di due omissioni. Deve attribuire, a chi racconta il "caso", "un avversario". Deve rappresentare Tronchetti Provera come target di un'aggressione mediatica. E' falso. Tronchetti non è l'obiettivo di nessun assalto. E' purtroppo il presidente di Telecom e Pirelli negli anni in cui nasce e prospera, nel corpo di quelle società, un abusivo "servizio segreto di un paese di media potenza" che compila migliaia di dossier illegali contro "i nemici" e anche "gli amici" (politici, economici, finanziari, istituzionali) delle due aziende. Tronchetti era consapevole di queste pratiche o gli "spioni" hanno approfittato della sua trascuratezza? Non si può omettere di ricordare ai propri lettori che la questione, per il momento, divide il pubblico ministero dal giudice per le indagini preliminari. Per il pm, la responsabilità di Tronchetti è soltanto "amministrativa" (è stato negligente, si è lasciato prendere la mano da quei ceffi). Per il giudice, va valutata anche una sua diretta responsabilità penale (il lavoro di Tavaroli e delle sue spie "tende a beneficiare non già l'azienda, ma il proprietario di controllo"; i dossier "rispondevano a esigenze della proprietà aziendale"). Non c'è un pregiudiziale "doppio standard". La doppia lettura degli avvenimenti è interna al processo, è nelle "carte". Non è sollecitata da un malanimo contro Tronchetti. È, come si dice, un fatto. Sono proprio i fatti che, in questa storia, si preferisce omettere. Anche chi non li nasconde sembra concludere che non abbiano poi molta importanza. Come se non ci fosse più bisogno di accertare che cosa è accaduto, di riflettere su quel che è accaduto. Come se non fosse necessario o doveroso, se vuoi informare, sapere e raccontare come nel nostro Paese si formano le decisioni; chi decide; perché; dove; dietro a quali interessi, con quale volontà di potenza e metodi. È questa del "caso Telecom" la sola cosa importante, la sola di cui valga la pena occuparsi (ce ne scuseranno Tronchetti e Fassino) perché è una storia che parla della natura del potere italiano. Come hanno osservato analisti più acuti dell'avventuroso critico, anche la "verità" di Giuliano Tavaroli può essere, a questo proposito e nonostante l'ambiguità della sua testimonianza, utile a rappresentare l'affresco di quel potere, i protagonisti e le figurine, la tavolozza dei colori, il teatro, il canovaccio. Vi si colgono una geografia e paradigmi che dimostrano quanto concreta sia diventata oggi la profetica chiaroveggenza di Guy Debord, la sua analisi lucida e severa delle miserie e della servitù di una società moderna (La società dello spettacolo). In questa storia si vedono all'opera "un numero sempre maggiore di uomini formati per agire nel segreto; istruiti ed esercitati a non far altro. Sono distaccamenti speciali di uomini armati di archivi segreti riservati, cioè di osservazioni e analisi segrete. E altri sono armati di varie tecniche per lo sfruttamento e la manipolazione di questi affari segreti". Si scorgono in controluce ovunque "reti di influenza" coerenti con le nuove condizioni di una proficua gestione degli affari economici, la naturale conseguenza del movimento di concentrazione dei capitali. L'affaire Telecom è, allora, una domanda a cui nessuno vuole dare una risposta: come si formano, nel cuore del potere italiano, i "legami di dipendenza e di protezione"? È bizzarro che nessuno si chieda perché il piduista Luigi Bisignani, ancora oggi, possa attraversare la scena pubblica e decidere (come tutti nelle consorterie del potere sanno e dicono) delle nomine più prestigiose. In base a quale autorità? E' curioso che nessuno si sorprenda che Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) accetti di discutere con un dirigente della Kroll (la più grande agenzia d'investigazione privata del mondo) "un'operazione di discredito contro Tronchetti" e non lo sbatta fuori dal suo studio, non inviti subito il ministro dell'Interno ad annullare la licenza di quell'agenzia. Perché? "Il vero è sempre un momento del falso" in questo mondo di spie e di aziende che li lasciano fare per distrazione o li utilizzano con sapienza. Come non sappiamo ancora quali siano le responsabilità di Tronchetti, noi non sappiamo se i Ds abbiano mai avuto conti all'estero con la firma di Piero Fassino, come sostiene Tavaroli. L'affermazione ha provocato un putiferio e qualche questione di metodo. Quale controllo è stato effettuato? Quel che dice Tavaroli è sostenuto da un dossier a disposizione della magistratura? Quei dossier saranno usati nel processo oppure ritenuti inammissibili come prove? Sono interrogativi ragionevoli. Il dossier esiste - alto una spanna, contiene i nomi dei beneficiari (non solo quello di Fassino), i cognomi dei prestanome - ed è nelle mani dei pubblici ministeri (naturalmente l'esistenza di un dossier non è l'automatica conferma di un reato). Altra questione è se potrà essere utilizzato in un'indagine. Con un decreto legge del 22 settembre 2006, convertito in legge due mesi dopo, il governo Prodi ha disposto che "il pubblico ministero disponga la secretazione dei documenti formati attraverso la raccolta illegale di informazioni. Il loro contenuto non può essere utilizzato. Entro quarantotto ore, il pubblico ministero chiede al giudice per le indagini preliminari di disporne la distruzione". La legge è apparsa dubbia da un punto di vista costituzionale al giudice di Milano (lede i diritti della vittima dello spionaggio) e sarà ora la Consulta a decidere l'utilizzabilità o la distruzione di quel dossier. Come ha spiegato una fonte vicina all'inchiesta a Repubblica, già il 26 gennaio del 2007 il dossier sui Ds è ora un "fascicolo in C". La formula è criptica, ma la cosa non è poi molto complicata. Dal troncone d'una inchiesta si stralciano alcune posizioni aprendo un fascicolo di "Atti relativi a...". Questo è il fascicolo in C: permette al pubblico ministero di tenere in parcheggio l'iniziativa penale senza pregiudicarla con i tempi stretti dell'istruttoria, del processo e della prescrizione. Sono atti che, in qualsiasi momento, a ogni occasione utile, possono uscire dal parcheggio con un'ipotesi di reato quando questa viene individuata e sostenuta da un'apprezzabile fonte di prova. Il dossier è già stato materia di interrogatorio per indagati e testimoni. Sorprende, allora, la sorpresa di Fassino e in generale del Partito democratico. Marco Mancini, capo del controspionaggio, il 14 dicembre del 2006, ha riferito alla procura di Milano che "nel 2003 seppe che Cipriani (investigatore privato pagato da Telecom) era in condizione di avere concretamente nomi di società all'estero riconducibili a personaggi della sinistra specificatamente ai Ds". Mancini corse da Pollari (allora direttore del Sismi) che lo "invitò a parlare con il senatore Nicola Latorre (Ds) il quale mi disse che erano fesserie". Consideriamo le parole di Mancini bubbole (Latorre nega di aver mai saputo di un dossier). In ogni caso, i leader della Quercia, se leggono i giornali, hanno saputo di quelle accuse 17 mesi fa, quando Repubblica ne ha dato conto. Non si ha notizia che, in quel tempo, si siano mossi gli avvocati di partito. Come, oggi, non si ha notizia di una querela per diffamazione di Tronchetti contro il capo della sua security, che lo accusa di aver commissionato lo spionaggio dei leader dei Ds. Aggiustata qualche data e qualche ricordo, si può concludere che l'ira furibonda provocata dall'intervista di Giuliano Tavaroli non riguarda il suo racconto (della cui ambiguità, Repubblica ha avvertito i lettori), ma la stessa possibilità di raccontare, la stessa possibilità di lasciare accesa una luce su un affaire che disegna le debolezze del nostro capitalismo, i deficit della nostra politica, l'opacità del loro intreccio, le "reti d'influenza" e i "legami di dipendenza e di protezione" del potere italiano. Da questo punto di vista, l'applauso corale che ha accolto Fassino alla Camera è degno di attenzione. Annuncia una brutta stagione per l'informazione imputata di essere, quando fa il suo lavoro, soltanto "disinformazione". Era già accaduto quando Repubblica svelò lo scandalo di "Telekom Serbija" e poco dopo quando svelò la maligna macchinazione di una commissione parlamentare contro Prodi e Fassino. Anche in questo caso ci aiuta Debord. "La disinformazione è nominata soltanto dove occorre mantenere la passività. Dove la disinformazione è nominata, non esiste. Dove esiste, non la si nomina".

 

Corsera – 26.7.08

 

Ma Obama corre in salita - MASSIMO GAGGI

Mentre «Berlino incorona Obama», come titolano alcuni giornali europei, in Ohio — uno degli Stati decisivi per la corsa alla Casa Bianca — John McCain mangia wurstel e crauti in mezzo alla gente alla Casa della Salsiccia, una trattoria tedesca di Columbus. «Vorrei fare anch'io un discorso politico in Germania — spiega ai cronisti che lo seguono — ma preferisco parlare ai nostri alleati da presidente degli Stati Uniti, anziché da semplice candidato». È il primo pugno della nuova e più aggressiva strategia elettorale scelta dal «mastino» Steve Schmidt, l'allievo di Karl Rove al quale McCain ha appena affidato la regìa della sua campagna: si cerca di dare agli americani l'irritante sensazione che Obama «voli alto», che consideri ormai scontata la sua vittoria a novembre. L'altro colpo arriva qualche ora più tardi quando il candidato repubblicano si presenta a un evento dell'organizzazione anti-cancro di Lance Armstrong. Il campione del ciclismo Usa aveva invitato anche Obama «ma lui preferisce girare per l'Europa» commenta con finta costernazione McCain. E, poi, velenoso: «D'altra parte lì ha dei fan adoranti... anche se credo che in realtà si tratti dei giornalisti americani». Il senatore dell'Arizona sa di avere davanti un'impresa difficilissima: riconquistare la Casa Bianca dopo la disastrosa presidenza Bush (indici di popolarità ai minimi storici) e mentre il suo stesso partito perde colpi. Nelle intenzioni di voto per il Congresso i democratici sono nettamente avanti ai repubblicani, in alcuni sondaggi anche di 13 punti. Accusato di essere troppo ripetitivo e di mancare della brillantezza oratoria di Obama, McCain vuole passare al contrattacco tirando fuori tutta la sua grinta: quella che gli ha già consentito di capovolgere una corsa per la «nomination» che, proprio un anno fa, per lui sembrava finita ancora prima di cominciare. Ma i grandi giornali americani — dal New York Times al Los Angeles Times — che ieri, anziché sui trionfi europei, hanno titolato in prima pagina sulle difficoltà di Obama, l'hanno fatto non perché intimiditi dal sarcasmo di McCain, ma perché vari segnali indicano che per il senatore nero le cose si stanno facendo più difficili. Se il sondaggio Zogby continua a dare Obama nettamente favorito su McCain, sia pure con un margine un po' ridotto, quello della Cnn ridimensiona a tre punti (44 a 41) il vantaggio del candidato democratico mentre quello quotidiano della Gallup restringe la «forbice» a due punti (45 a 43) rispetto ai sei (47 a 41) di una settimana fa. Un quarto poll , quello condotto dalla Nbc e dal Wall Street Journal , mantiene, invece, i sei punti di distacco (di nuovo, 47 a 41) di un mese fa. Ma, interrogati su quale sia il candidato col quale si identificano di più, gli stessi partecipanti a questo sondaggio scelgono McCain con un margine dell'11 per cento. Un'indagine della Quinnipac University su quattro degli Stati «in bilico» (Michigan, Minnesota, Wisconsin e Colorado) segnala, infine, un netto recupero di McCain. Dopo settimane di grande visibilità mediatica, insomma, Obama non solo non ha aumentato il distacco dal suo rivale, ma sembra avere qualche difficoltà. Per gli strateghi repubblicani è la conferma che la partita del 4 novembre è ancora apertissima e che il senatore dell'Illinois va attaccato sul suo punto debole: la difficoltà a entrare in sintonia con l'elettorato degli Stati interni, con gli anziani e con gli operai bianchi della «pancia» dell'America. Un trattamento non molto diverso da quello riservato, quattro anni fa, a John Kerry, messo sulla graticola anche per la sua popolarità in Europa. Alla convention repubblicana Rudy Giuliani andò giù duro: disse che l'appoggio degli europei in realtà indeboliva Kerry perché, nel momento delle decisioni difficili, il democratico sarebbe stato tentato di compiacere gli amici di Oltreatlantico, anziché fare gli interessi del suo Paese. Un assist per il vicepresidente Dick Cheney, pronto a spiegare che «invece Bush non chiederà mai il permesso a nessuno per difendere gli americani». McCain non è Bush, non apprezza i metodi di Cheney, non dimentica di essere stato vittima dei colpi bassi dell'attuale presidente nelle primarie del 2000. E, vista la centralità della politica estera nella sua piattaforma elettorale, non può insistere più di tanto nel criticare i contatti internazionali di Obama. Al tempo stesso il senatore nero è molto più capace dell'algido Kerry di interpretare gli umori delle diverse platee, da un angolo all'altro del Paese. Ma anche per lui sarà difficile evitare di ritrovarsi etichettato come un intellettuale supponente, poco in sintonia col Paese: uno che dialoga coi giovani e con l'aristocrazia tecnologica ma ha poco da dire agli umili, quelli che cercano un presidente nel quale si possono identificare. Fin qui Obama ha dimostrato capacità politiche straordinarie, ma ha ancora molta strada davanti a sé. La frattura col mondo di Hillary Clinton, ad esempio, è stata sanata solo a parole. Ci vorrà qualcosa di più della colonna della Vittoria di Berlino per esorcizzare il fantasma di Dukakis: il liberal che vent'anni fa, di questi tempi, era dato dai sondaggi per vincente, ma che a novembre fu superato in volata dal modesto Bush «senior».


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