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Manifesto – 27

Manifesto – 27.7.08

 

Sherwood all'italiana  - Alessandro Robecchi

Nella speciale lettura tremontiana, Robin Hood è un bello stronzo. Un conto infatti è rubare ai ricchi per dare ai poveri, e un altro conto è farci la cresta. Nella vera foresta di Sherwood un Robin Hood così sarebbe durato cinque minuti (ops! Freccia vagante!), mentre qui il signor Tremonti rischia persino di esser preso sul serio. Illuminanti le cifre che circolano sull'attività del Tremonti in calzamaglia. Quanto al rubare ai ricchi, pare che la tassazione sui petrolieri ammonterà nel 2008 a 2.260 miliardi di euro. E' un rubare per modo di dire: le società del settore energetico si rifaranno sul consumatore e quindi anche ammettendo che si rubi ai ricchi, non si impedirà ai ricchi di ri-rubare ai poveri. A fronte di questo grosso saccheggio ai ricchi (wow!), i poveri riceveranno sotto forma di social card (la tessera annonaria di Tremonti) la bellezza di 200 milioni di euro. Insomma, la redistribuizione del malloppo al popolo della foresta sarà appena dell'otto per cento: in quanto a divisione del bottino, Gambadilegno era più onesto. Oltre al coerentissimo disegno di impoverire sempre di più il paese, che sembra il vero mandato di Giulio Tremonti e dei suoi soci, quel che stupisce è l'uso lisergico delle parole. Maurizio Sacconi vuole alzare (di nuovo) l'età pensionabile e come si chiama questo? Si chiama «La vita buona nella società attiva» (satira pura). Silvio Berlusconi vuole rafforzare il suo disegno piduista di una società con ceti sempre più subalterni ed élites sempre più impunite, e come la chiama? La chiama «economia sociale di mercato». Certo, nessuno è mai onesto fino in fondo con le parole, nessuno si presenta dicendo «bongiorno, sono una bella merda», ma forse qui si sta esagerando con il mimetismo. Risultato: per decenni ci hanno bombardato con «la crisi delle ideologie», poi - rimasti ormai senza più nessuna ideologia - si sono fregati le parole. Poi hanno appiccicato alcune parole sulle ideologie loro. E alla fine - chiusura del cerchio - ecco Tremonti che fa Robin Hood. Le tivù dello sceriffo di Nottingham battono le mani. Pubblicità.

 

Al finir dei congressi – Gabriele Polo

Il comunismo italiano non ha fatto nulla per meritarsi l'epilogo cui sembra costringersi in questo inizio di secolo. Non i crimini e le illibertà staliniane, né le burocratiche oligarchie del grande Est. Anzi - in tutte le sue articolazioni, dal gigante Pci al più piccolo gruppo «eretico» - era riuscito a rinnovare se stesso, a condizionare la politica nostrana migliorando la vita a milioni di persone e aveva mantenuto aperto il rapporto con i conflitti sociali, con i movimenti, pur con tutti gli inevitabili attriti. E proprio grazie a quegli «attriti» era stato anche un grande soggetto di alfabetizzazione culturale di massa e, persino, uno strumento in cui potevano confluire non solo le passioni, ma anche le energie e le idee. Tutto questo era stato reso possibile non solo da una composizione sociale che dava vita alla rappresentanza di interessi contrapposti a quelli del modello dominante, ma anche da una dialettica continua con le altre parti del «movimento operaio» mai chiusa nel guscio istituzionale o in pulsioni settarie. Ciò aveva permesso d'affrontare ogni sconfitta, ogni mossa sballata, ogni analisi errata (che non furono poche). Dall'89 in poi queste virtù sono progressivamente sfumate per poi essere gettate via dall'arrendersi alle ragioni dell'avversario, evitando di sfidare il cambiamento epocale della globalizzazione e riducendolo a spinta verso una politica minimizzata in tattica, sempre più costretta sul terreno amministrativo e istituzionale. Del passato è sopravvissuto intatto solo il peggio: i pericoli di autoreferenzialità dei gruppi dirigenti e il ricadere nelle guerre intestine. Che hanno il «pregio» di potersi svolgere liberamente, in piena autonomia da ciò che accade nel paese reale (o nella sua completa indifferenza). Certo, quanto accade qui da noi non ha la drammaticità delle rese dei conti di altre «famiglie comuniste»: niente a che vedere con le purghe sovietiche, con i deliri polpottiani o con le autodistruzioni degli anni '30 nella Terza internazionale. Ma lo «spettacolo», se meno cruento, non è bello. Soprattutto se di fronte a esso si staglia la drammaticità - politica, economica, culturale - di un potere monocratico e autoritario. Oggi si conclude a Chianciano il congresso di Rifondazione comunista, l'ultima delle assise nazionali dei partiti usciti battuti dalle elezioni politiche. Le sconfitte non producono mai nulla di buono, soprattutto in assenza di una dinamica sociale che distolga i protagonisti politici dal ripiegare su se stessi. Tantopiù è importante la volontà soggettiva di uscire in mare aperto. Operazione che sembra non essere riuscita a nessuno dei congressi svolti. C'è un dato, su cui nessuno sembra essersi soffermato, che dà il vero tono al congresso di Rifondazione comunista. Vi hanno partecipato - votando, non sappiamo quanto discutendo - meno della metà degli iscritti al partito. Un po' poco per un'assise considerata vitale. Il paradosso è che sul numero dei votanti si è innescato uno scontro di legittimità. Le due cose insieme - numero e scontro - dovrebbero spingere a interrogarsi sulla crisi che sta a monte, quella dell'assenza di una risposta alla banale domanda: a chi si rivolge la sinistra? e per fare che cosa? Su questi dilemmi la discussione (non solo dentro il Prc, ma anche nel Pdci, tra i Verdi, in Sd) si è svolta solo sulla «discriminante» del rapporto con il Pd e, quindi, sul «nodo» della partecipazione a un ipotetico futuro governo di centrosinistra. Su questo ci si è divisi. Troppo poco per smuovere passioni e attenzioni. Non dovrebbe poi sfuggire a nessuno la sostanziale «indifferenza» che queste discussioni hanno raccolto in chi si considera di sinistra ma non ha una tessera in tasca. Di conseguenza, le passioni di chi ha partecipato ai confronti congressuali si sono lacerate su appartenenze di campo (sintomatica quella sui simboli) e, alla fine, sulle leadership. Questo ci sembra lo stato delle cose, con tutto il rispetto per chi getta se stesso nella partecipazione politica, arrivando a giocarsi amicizie e affetti. Chiunque «vincerà» oggi a Chianciano erediterà un partito lacerato e ai minimi termini, in una sinistra ripiegata e che fatica a farsi capire, in un contesto segnato dal dominio incontrastato della destra berlusconiana. Quindi non sarà un vincitore. Avrà la responsabilità di contribuire a una difficile ricostruzione di senso e di coerenza tra parole e pratiche. Dovrà considerarsi solo «una parte» e non il tutto (dove «il tutto» non è la somma della sinistra attuale) di una politica alternativa al capitalismo globale del lavoro frantumato e precario, della guerra costituente, dell'individualismo imperante, degli integralismi. Prima ancora di pensare ad alleanze e tattiche istituzionali dovrà convincersi che tutte le soluzioni oggi in campo (o le organizzazioni, o le associazioni, o i giornali) sono inadeguate e insufficienti. Perché da solo - o con i consimili - non riuscirà nemmeno a resistere. A guardar bene, per quanto impegnativa dovrebbe essere una sfida entusiasmante.

 

Arrivano gli immigrati, rivolta ai Quartieri spagnoli - Ilaria Urbani

NAPOLI - Vedendo dormire in strada i figli dei migranti sfrattati dallo stabile in via Trencia a Pianura venerdì pomeriggio, viene da chiedersi qual è lo stato di emergenza nazionale cui fa riferimento il governo quando parla di pericolo immigrazione. Addentrandosi in quello che nel linguaggio comune non può che definirsi ghetto, ci si domanderà se non sono forse questi richiedenti asilo che vivono in Italia da anni e i loro figli bambini nati sul suolo italiano la vera emergenza. I migranti, quasi ottanta, la maggior parte burkinabe, capoverdiani e polacchi, sono rimasti in strada l'altra notte, a nulla è servito preparare in tempo le proprie cose pensando di essere sistemati in un centro di accoglienza come gli altri residenti italiani dello stabile accolti nella municipalità di Pianura. Per loro infatti non c'è stata nessuna soluzione. Per meglio dire l'edificio ai Quartieri Spagnoli - una scuola in via Pasquale Scura individuata dal Comune di Napoli - è stato reso inaccessibile dalla protesta razzista di militanti di destra che insieme con alcuni residenti del posto hanno alzato barricate contro la possibile «invasione» degli stranieri. A guidare la cacciata sembra che ci fosse anche un consigliere municipale, Salvatore Lezzi, ex di Forza Nuova ora tra le fila di Forza Italia. Quando tutto era pronto e i pulmini stavano per portare i migranti al centro d'accoglienza improvvisato, anche la Questura è dovuta intervenire perché in quelle condizioni non si poteva garantire l'ordine pubblico. Ma nulla è cambiato. Ormai si era già sparsa la notizia che gli immigrati si sarebbero impossessati della scuola. «Siamo al paradosso: il Comune non può entrare in un locale di sua proprietà - spiega l'assessore alle Politiche sociali del Comune di Napoli Giulio Riccio - una trentina di persone bloccano l'assistenza a quasi un centinaio di immigrati bisogni d'acqua, cibo e letti. Azioni del genere rientrano in pieno nella carrambata approvata l'altra notte dal governo sull'immigrazione. Ora stiamo provvedendo ad allestire un nuovo stabile dove contiamo di trasferire a breve i migranti». L'edificio in questione dovrebbe essere nella zona di Scampìa all'ombra delle Vele, probabilmente in via Fratelli Cervi, anche se non è escluso che il Comune di Napoli potrebbe sistemare una parte dei malcapitati temporaneamente a Ponticelli, in locali utilizzati dai lavoratori del Consorzio di Bacino Napoli 5. I migranti oramai esasperati da questo tira e molla denunciano un clima di discriminazione non solo da parte da parte della popolazione, ma anche da parte delle istituzioni che hanno preferito gestire la vicenda dello sfratto separando gli italiani dagli stranieri. «Non si capisce perché per i napoletani è bastato l'intervento dell'assessore alla protezione civile - spiega Mohamed, da dieci anni residente dello stabile T1 - per noi è stato necessario anche quello dell'assessorato alle Politiche Sociali. Per di più gli italiani sono stati sistemati, per noi chissà quanto ancora ci vorrà. Questa è un'altra vera e propria discriminazione e se ne capisce anche il motivo: gli italiani servono perché hanno il diritto di voto, noi invece no». La notte all'addiaccio degli sfrattati di via Trencia è trascorsa lenta, tra venerdì e sabato mentre la città si preoccupava a trascorrere i bagordi dell'ultimo venerdì di luglio. Alla dura vita di stenti e degrado, venerdì sera per gli immigrati si è aggiunta l'ennesima mazzata. Tutto è iniziato mercoledì in tarda sera quando nello stabile T1 di via Trencia, quartiere Pianura con un incendio in uno scantinato. Lo stabile, un raro caso di melting pot con 44 le famiglie italiane (sedici di queste in attesa di una casa, pare, sin dal lontano terremoto dell'80) e il resto oltre 80 persone migranti, è diventato più pericoloso di quanto non lo fosse già. E' ormai nota da tempo che la palazzina di quattro piani è fatiscente, anche ad ottobre scorso la campagna di manifesti anti -immigrati di An per cacciare gli "stranieri" dal quartiere pose all'attenzione il problema. Ma se allora per gli ex missini si trattava solo di una questione di convivenza, il dramma dell'abbandono è rimasto. La città di Napoli ha a disposizione pochissimi centri di accoglienza ed è sembrato azzardato, o almeno inopportuno, procedere ad uno sgombero senza aver approntato prima una soluzione -paracadute. «Come è possibile che il Comune di Napoli abbia pensato di risolvere una situazione così difficile in pochi giorni - si chiedono gli attivisti della Rete Antirazzista di Napoli - sono ormai dieci anni che non si trovano soluzioni per quel posto». I migranti di Pianura, quartiere con una delle più grandi comunità di immigrati soprattutto africani, intanto rivendicano il diritto alla casa per tutti senza confini e differenze e hanno già annunciato una manifestazione domani mattina alle ore 9 davanti al Comune di Napoli in piazza Municipio. «E' assurdo arrivare a questo punto - spiega Aboubakar Soumahoro del Comitato Immigrati di Napoli - qui ci sono delle responsabilità istituzionali gravi, bambini di due o tre anni di vita hanno dormito di notte in strada senza avere una colpa. I responsabili di questa vicenda farebbero bene a pensare a dimettersi».

 

Precari permanenti - Sara Farolfi

ROMA - Senza nominarlo, e con un blitz dell'ultima ora passato inosservato, il governo torna all'attacco dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Lo fa con un emendamento approvato dalla commissione bilancio della camera e recepito dal maxiemedamento alla manovra finanziaria, che preclude in sostanza ai lavoratori precari (con contratto a tempo determinato) la possibilità di ottenere dal magistrato, nel caso di contratti «irregolari», la stabilizzazione del rapporto di lavoro. A darne notizia è stata ieri l'agenzia stampa Agi. Immediata la condanna da parte dei sindacati (Cgil, Cisl e Uil). Altrettanto immediata, per ragioni opposte, quella di Confindustria che parla di una norma «che va nella giusta direzione». In serata fonti del governo tentano la rettifica, parlando di una misura nata in ambito parlamentare e non per volontà del governo, e comunque valida «soltanto» per le cause ancora aperte. Una specie di sanatoria, di questo si tratterebbe, che si aggiunge alla lunga lista di deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro inaugurata con la prima finanziaria. Proprio sui contratti a tempo determinato (una delle cause più frequenti di precarietà) il governo aveva già introdotto la possibilità di utilizzarli anche per l'attività ordinaria d'impresa, aveva abolito il diritto di precedenza nell'assunzione a tempo indeterminato per i lavoratori con contratto a termine nella stessa azienda, e aveva aperto alla possibilità di derogare a livello aziendale la durata massima di 36 mesi. La novità emersa ieri tocca però quello che può considerarsi un simbolo (già sotto attacco nella scorsa legislatura targata Berlusconi) dello statuto dei lavoratori. La protezione (e dunque il reintegro) dal licenziamento senza giusta causa. Fino ad oggi infatti un datore di lavoro che voglia stipulare un contratto a tempo determinato deve dimostrare l'esistenza di ragioni organizzative e produttive che rendono necessario un limite temporale al contratto. Questo costituisce uno dei principali motivi di 'vertenza' per i lavoratori precari, perchè spesso i contratti a termine vengono stipulati per svolgere funzioni che in realtà non hanno nessun carattere di straordinarietà o temporalità. Se un lavoratore a termine riesce a dimostrare questo, il giudice dispone che il contratto si trasformi immediatamente in un contratto a tempo indeterminato. In questo senso si parla di «articolo 18 per i precari». Ed è proprio qui che si inserisce il blitz del governo. Stabilendo che, se il lavoratore ha ragione, il giudice non dispone il reintegro, ma un semplice indennizzo (da 2,5 a 6 mensilità per il precario che poi si troverà senza lavoro). Non solo. Il governo ha fatto sapere ieri che la norma si applicherà «solo» alle vertenze in corso e non sarà valida per il futuro. Cosa succederà dunque - si chiedono nel sito precaridellaricerca.it - se un lavoratore ha vinto una causa del genere in primo grado di giudizio e nel frattempo ha ripreso servizio secondo la vecchia norma? «Dovrà lasciare il lavoro, e persino restituire i soldi guadagnati se superano i limiti massimi dell'indennizzo». Immediata la reazione dei sindacati. Di una misura «molto negativa», parla Fulvio Fammoni (Cgil): «Si aumenta la disparità tra lavoratori e imprese, dando a queste ultime mano libera sull'utilizzo dei contratti a termine». «Il senato corregga la lacuna», chiede Giorgio Santini (Cisl). Mentre secondo Guglielmo Loy (Uil) si tratta di una norma oltre che sbagliata, «incostituzionale». Di un provvedimento «inaccettabile» parla anche l'ex ministro del lavoro, Cesare Damiano (Pd). Confindustria invece canta vittoria, con le parole del direttore generale Maurizio Beretta: «Un po' di semplificazione e di minor rigidità è quello che serve al mercato del lavoro. In questo, come in altri casi, non è di sanzioni che abbiamo bisogno ma di norme praticabili».

 

Le chiavi della Casa - Andrea Rocco

La statistica, insieme all'uso delle armi e al baseball, è uno sport nazionale americano. L'idea che tutto possa essere ridotto a numeri e che quei numeri possano predire il futuro è molto radicata e applicata in molti campi, dallo sport al destino delle unioni matrimoniali. La corsa alla Casa Bianca non fa eccezione. In queste settimane sono usciti allo scoperto esperti di «storia statistica presidenziale» (ultimo, Alan Abramowitz sul Financial Times) con previsioni sul voto di novembre. Quasi tutti, con più o meno cautela, predicono la vittoria di Obama. Sulla stessa linea è Allan Lichtman, professore alla American University di Washington, con cui abbiamo avuto un colloquio telefonico. Allan Lichtmanè l'autore di libri considerati caposaldi della scienza che predice i risultati elettorali. In The Thirteen Keys To The Presidency (1990) e in The Keys To The White House (1996), Lichtman ha messo a punto un sistema, apparentemente quasi infallibile, per prevedere l'esito del voto. «Il metodo serve a predire l'andamento del voto popolare - esordisce Lichtman - , ma con l'eccezione, molto dubbia, del 2000, voto popolare e voto del collegio elettorale non sono mai stati divergenti in 120 anni. Il metodo si chiama «Le Chiavi per la Casa Bianca». Ed è basato sulla premessa, verificata storicamente, che le elezioni presidenziali non sono una battaglia tra partiti politici, non sono una battaglia tra candidati, non sono una lotto tra liberal e conservatori, ma rappresentano piuttosto un referendum sul partito che ha controllato la Casa Bianca nel quadriennio precedente. Se quel partito ha avuto una buona performance verrà riconfermato per altri quattro anni, altrimenti sarà il partito sfidante ad avere una opportunità di governare. Quello che accade durante la campagna elettorale in realtà ha poca influenza sul risultato finale. Questa teoria si concretizza in 13 indicatori-chiave, che possono predire il risultato del voto popolare, di solito ben prima che sia persino iniziata la campagna elettorale. Anche quest'anno ho fatto per tempo le mie previsioni che vedono una vittoria dei Democratici». Le chiavi riguardano lo stato del partito del Presidente in carica, i suoi successi in politica interna ed estera, il successo di eventuali azioni militari, lo stato a breve e a medio-lungo termine dell'economia e infine il «carisma» del candidato del partito al potere e quello dello sfidante. Ma come funziona il metodo? «Le 13 chiavi - spiega Lichtman - sono semplici domande con risposta sì/no che in misurano prevalentemente la forza, l'unità e i risultati ottenuti dal partito che controlla la Casa Bianca. C'è soltanto una chiave che ha a che fare con il Partito sfidante. Se il partito che controlla la Presidenza perde 6 o più chiavi, ovvero se le risposte ad almeno sei domande sono dei No, il partito del presidente in carica perderà le elezioni. Il partito al potere, i repubblicani, già da tempo hanno perso sette delle tredici chiavi, una più del necessario per predirne la sconfitta. Ed è molto probabile che stiano per perderne altre due. Nove a quattro è un risultato che prepara una chiara sconfitta del candidato repubblicano». Obiettiamo a Lichtman che la storica candidatura di un afro-americano potrebbe far crollare tutte le sue teorie. «C'è ovviamente un solo elemento di cautela - risponde - appunto quello che per i democratici abbiamo un candidato che apre un terreno assolutamente nuovo, non c'è infatti mai stato un candidato afro-americano alla presidenza o alla vice-presidenza. Questo potrebbe alterare tutti i sistemi di previsione. Ma devo anche dire che le Chiavi hanno funzionato bene per così tanto tempo, applicandole retroattivamente si può vedere come avrebbero potuto predire correttamente il voto fino alle elezioni del 1860, che sono fiducioso che persino la storica candidatura di un afro-americano non cambierà il risultato finale. E' ovvio che il fattore-Obama è difficile persino da misurare, la gente su di lui e in generale sul fattore razziale non è affatto sincera nei sondaggi, non dice quello che pensa realmente». Lasciamo un attimo da parte le famose «Chiavi», per cercare di capire come si sta sviluppando la corsa alla Casa Bianca in quegli Stati che passando da un candidato all'altro potrebbero decidere il vincitore, anche a prescindere dall'andamento del voto popolare. Per Lichtman questo andamento conferma le previsioni teoriche che si hanno applicando la «teoria delle Chiavi». «Per avere una smentita al sistema delle chiavi bisogna che il voto sia davvero in bilico, come è successo nel 2000 o nel 1888, in un'altra elezione dall'esito incertissimo. Quest'anno non sembra che la situazione si orienti verso un testa a testa ravvicinato. In realtà Obama ha molti vantaggi anche sul piano dei numeri del Collegio Elettorale, rispetto a Gore o a Kerry, perché sembra essere competitivo anche in Stati come Virginia, Iowa, Colorado, New Messico e Nevada. Non ha bisogno di vincere in Florida o in Ohio come i suoi predecessori democratici. Persino il Texas in alcuni sondaggi sembrerebbe in bilico». Florida e Ohio fanno venire subito in mente la questione-brogli, di cui Lichtman si è occupato in un documentatissimo studio statistico sull'esclusione degli elettori di colore dal voto in Florida nel 2000. E' possibile che questo si ripeta? «Il rischio c'è, assolutamente. In Florida nel 2000 ci sono state irregolarità incredibili, che hanno toccato il voto espresso da decine di migliaia di elettori afro-americani e determinato il risultato finale dell'elezione. La cosa ancora più incredibile è che nessuno è andato veramente a fondo nell'indagare quelle irregolarità. Le condizioni che hanno consentito quelle irregolarità non sono state sanate. E sono assolutamente sconcertato dal comportamento troppo debole e timido del Partito democratico: avrebbero dovuto avere un approccio strategico e pensare al futuro, anche dopo aver ammesso la sconfitta in Florida. Invece ora siamo al punto di prima».

 

Gaza, rispunta la guerra civile - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Le bombe e i morti di venerdì sera a Gaza city non potevano non lasciare il segno. Nelle ultime ore i rapporti tra Hamas e Fatah hanno toccato il punto più basso, a danno del «dialogo nazionale» ripreso nei mesi scorsi tra i due movimenti politici rivali allo scopo di mettere fine alla spaccatura profonda che da oltre un anno vede Gaza nelle mani di Hamas e la Cisgiordania sotto il controllo di Fatah e dell'Anp di Abu Mazen. Gli islamisti puntano l'indice contro Fatah per l'attentato sulla spiaggia di Gaza city, in cui sono morti cinque suoi militanti (tutti delle Brigate Ezzedin Qassam) e una bambina di sei anni. Ieri all'alba la milizia islamica ha arrestato almeno 120 attivisti del partito di Abu Mazen, incluso un giornalista, Sawah Abu Saif, e perquisito oltre 40 sedi di Fatah, dove sono stati sequestrati computer e documenti. Scontri a fuoco tra le due parti sono esplosi a Tel Hawa. Gli agenti di Hamas hanno poi devastato l'ufficio e sequestrato l'automobile di un deputato, Ziad Abu Amr, eletto con il sostegno del movimento islamico ma poi avvicinatosi a Fatah. Perquisito anche l'ufficio della «North Society for Social Devolpment», il cui direttore Ihab Nasser ha detto di non aver nulla a che fare con la politica e di gestire un campo estivo per bambini sponsorizzato dall'Onu. Ad aggravare la tensione sono state altre due esplosioni, sempre venerdì sera. La prima è avvenuta davanti al Caffè al-Jazeera (è morto l'attentatore), la seconda ha fatto a pezzi l'automobile di un dirigente di Hamas, Marwan Abu Ras. «Questi atti criminali provano che l'appello al dialogo lanciato da Ramallah costituisce una menzogna per gettare fumo negli occhi e dissimulare un complotto mirante a uccidere e terrorizzare le nostre forze di sicurezza - ha protestato un alto dirigente di Hamas, Khalil al Hayya -. Abbiamo informazioni che alcuni elementi stanno progettando di compiere attentati contro gli interessi e i leader di Hamas per seminare anarchia». Fatah da parte sua smentisce qualsiasi coinvolgimento e sostiene che l'attentato sarebbe il risultato di «faide interne» ad Hamas. «Il movimento islamico usa queste accuse per coprire quanto accade al suo interno», ha denunciato il portavoce di Fatah, Nayef Shtawi ma altri esponenti del suo partito hanno preso le distanze da queste affermazioni e condannato gli attentati che, hanno detto, «colpiscono anche civili innocenti». La popolazione ha le idee chiare: le esplosioni di venerdì sera sono il risultato del fallimento delle trattative tra Hamas e Fatah e, soprattutto, della decisione di andare ad una escalation da parte di quei settori del partito di Abu Mazen che rifiutano qualsiasi possibilità di intesa e riconciliazione con gli islamisti. Settori che sentono forti le pressioni degli Stati Uniti e di Israele e considerano la tregua tra il movimento islamico e lo Stato ebraico a Gaza solo un «passaggio» verso la resa dei conti definitiva con i rivali. A capeggiare queste correnti, spiegano fonti ben informate, è in particolare Tayyeb Abdul Rahim, del Comitato centrale di Fatah, che, peraltro, sarebbe contrario allo svolgimento del congresso del partito (in preparazione da mesi) senza aver prima garantito la riconferma dell'attuale gruppo dirigente. Anche per questa ragione è stato emarginato Nasser Qidwa, nipote del presidente scomparso Yasser Arafat ed ex ministro degli esteri e ambasciatore all'Onu, che insiste per il rinnovamento della leadership e per l'adozione di una politica di maggiore fermezza nei confronti del negoziato, senza risultati, in corso con Israele. E ora si fanno sempre più insistenti le voci che vorrebbero Abu Mazen vicino ad accettare un accordo non definitivo ma «provvisorio» con Israele (soluzione che sino ad oggi ha sempre respinto) pur di soddisfare la linea del Segretario di stato Condoleezza Rice la quale continua a ripetere che un'intesa tra israeliani e palestinesi è ancora possibile entro la fine dell'anno, come indicato all'incontro di Annapolis dello scorso novembre. Un esito temuto da gran parte dei palestinesi, inclusa la base di Fatah, perché non cambierebbe nulla sul terreno, ma che la leadership dell'Anp forse ritiene necessario per garantire la sua sopravvivenza politica.

 

Europa. Fuori budget - Tommaso Rondinella

Il dibattito attorno alla legittimità delle istituzioni europee e al relativo deficit democratico dell'Unione accompagna l'Europa quale soggetto politico fin dalla sua creazione. Negli ultimi anni abbiamo osservato bassi livelli di partecipazione alle elezioni  europee, la presenza al parlamento Europeo di formazioni politiche esplicitamente anti-integrazione e sondaggi d'opinione di distanza dalle istituzioni comunitarie. Poi sono arrivate le vere e proprie opposizioni ad un processo di costruzione dell'Europa politica che non si era posto il problema della partecipazione dei cittadini. I «no» alla costituzione europea di Francia e Olanda e il più recente «no» irlandese al trattato di Lisbona possono essere interpretati anche come una rivendicazione dei cittadini a partecipare alla definizione del modello di Europa che si sta costruendo. Le istituzioni europee operano senza un mandato chiaro e trasparente che i cittadini possano riconoscere facilmente, in questa maniera legittimando almeno in parte le istituzioni stesse. Il deficit d'informazione. Ma il deficit più grande del procedimento decisionale comunitario è forse il deficit informativo. L'informazione che arriva ai cittadini europei riguardo le decisioni prese a Bruxelles è costantemente mediata dal punto di vista dei Governi nazionali. Quando si tratta di decisioni che vanno a vantaggio dei propri elettori sono frutto del lavoro fatto dai nostri rappresentanti a Bruxelles, quando si tratta di misure possibilmente invise, allora sono prese dagli «euroburocrati». Questa è un'asimmetria informativa preziosa per i politici ma che allontana tremendamente i cittadini dalle istituzioni comunitarie. I «no» alla costituzione prima e al trattato di Lisbona poi sono in qualche maniera frutto di quest'Europa costruita solo a Bruxelles. Il testo del trattato non è mai stato soggetto ad una discussione pubblica sui mezzi d'informazione, la Convenzione preposta alla redazione del testo «costituzionale» non è stata eletta, bensì designata, e i parlamentari che ne facevano parte non potevano proporre testo ma solo emendare quello redatto da Giscard d'Estaing e i suoi vice-presidenti. Il Trattato modificativo, quello di Lisbona, che doveva recuperare il no franco-olandese è addirittura stato redatto in segreto. A seguito di un percorso tanto lontano da qualsiasi discussione pubblica e pratica partecipativa, il fatto che la ratifica del testo non sia sottoposta a referendum in nessuno Stato Membro (tranne l'Irlanda!) è semplicemente coerente con l'impostazione di fondo. Di fronte ad un quadro desolante dei rapporti tra l'Unione e i cittadini, le istituzioni europee in alcuni casi si danno da fare per recuperare la distanza esistente ed incrementare almeno in parte la propria legittimità. Uno degli esempi più emblematici è la consultazione aperta per discutere della riforma del bilancio comunitario. La discussione sul bilancio avviene fondamentalmente in seno al Consiglio ed è questo che raggiunge l'accordo definitivo (benché debba essere approvato anche dal Parlamento). Nel caso delle Prospettive Finanziarie 2007-2013 il Consiglio non ha raggiunto l'accordo su diversi punti, in particolare la riforma della politica agricola, l'incremento delle risorse per la Strategia di Lisbona e una maggiore coerenza dell'azione esterna. Buoni propositi che si sono scontrati con la richiesta di una riduzione del volume complessivo del bilancio da parte di Francia, Germania e Regno Unito all'1% del reddito dell'Unione. Non essendo riusciti a chiudere le trattative nei tempi utili per l'inizio della nuova gestione finanziaria, si è proposta una revisione del bilancio di medio periodo per il 2009. La Commissione ha allora lanciato una consultazione pubblica sulla riforma del bilancio in modo da arrivare alla mid-term review con un processo partecipativo: alla consultazione hanno risposto 250 tra istituzioni nazionali ed europee, enti locali, centri di ricerca, imprese private, organizzazioni non governative e singoli cittadini. Considerando che la consultazione è stata aperta per circa 8 mesi in 27 paesi l'adesione appare ridicola. Questo è dovuto principalmente a due fattori: il primo è il deficit informativo di cui sopra, per cui l'esistenza della consultazione è resa nota solo all'interno dei circoli di Bruxelles e non è mai diventata dibattito pubblico negli Stati Membri. Democrazia e sistemi complessi. Il secondo motivo sta nella complessità delle questioni che si richiedeva di affrontare come ad esempio: come conciliare stabilità e flessibilità all'interno dei quadri finanziari pluriennali? Come migliorare l'efficacia e l'efficienza dei sistemi di esecuzione del bilancio? Come garantire che le priorità di spesa rispettino gli obiettivi politici? Ad alcune questioni il trattato di Lisbona stava già dando risposta definendo gli ambiti di azione dell'Unione. I processi che le istituzioni europee creeranno affinché si tratti di una riforma partecipata non sono però affatto chiari e la società civile europea si sta già muovendo per proporre delle alternative concrete all'attuale budget. Costruendo un network di organizzazioni in grado di coprire tutti gli aspetti rilevanti nella definizione del bilancio comunitario è possibile proporre una valutazione organica delle politiche comunitarie e una vasta gamma di raccomandazioni. La campagna Sbilanciamoci! - che già da diversi anni promuove in Italia la redazione di una finanziaria della società civile - ha iniziato un lavoro di questo tipo con alcune delle reti attive nel continente. Le analisi e le proposte alternative, provenienti da venti organizzazioni, reti e think tank che seguono costantemente le politiche di Bruxelles, sono stati raccolte nel volume «Budgeting for the future, building another Europe». Il punto di partenza affinché i cittadini europei siano inclusi nei processi decisionali sta nella trasparenza delle procedure e dell'informazione. Sapere che tra i beneficiari compaiano ricchi latifondisti come la regina Elisabetta II, il Duca di Westminster e la duchessa di Alba o multinazionali alimentari come Nestlè o Tesco è essenziale per farsi un'idea di come i fondi comunitari debbano essere spesi. La lotta alla povertà è considerata effetto collaterale di occupazione e competitività. L'inclusione sociale, che costituiva uno dei pilastri fondamentali della Strategia di Lisbona, dal 2005 non compare più quale obiettivo prioritario. Le politiche estere mostrano un'incoerenza di fondo tra commercio e aiuti allo sviluppo. L'esempio più lampante sono gli Accordi di Partenariato Economico (EPAs) con i Paesi ACP, accordi che per ora sono stati bloccati ma che sono in grado di destabilizzare gravemente l'economia degli stessi paesi africani che si presume l'Europa debba aiutare. Il bilancio è uno strumento attraverso il quale i governi hanno il potere di decidere come generare risorse pubbliche e dove e come spenderle ogni anno.Anche nel caso dell'UE il budget è lo strumento chiave  per soddisfare i bisogni della società: sono dati che ci riguardano pertanto da vicino, parlano di noi, delle esigenze, dei diritti e del futuro di ognuno di noi. Restare al di fuori di tali questioni significa lasciare il nostro futuro nelle mani di pochi.

 

Liberazione – 27.7.08

 

Il governo demonizza i migranti e il Vaticano benedice l'emergenza - Enzo Mazzi

Provo un acuto senso di disgusto a rimestare nella melma maleodorante delle decisioni di questo governo sulla cosiddetta sicurezza, ultima la estensione a tutto il territorio nazionale dello stato di emergenza per l'afflusso di immigrati clandestini. Argomentare critiche o chiedere spiegazioni è già un riconoscere a tali decisioni uno statuto di dignità. La vera gravissima emergenza nazionale è questo governo autoritario che fomenta la paura per alimentare un senso comune reazionario e così scaricare col consenso della maggioranza le pesanti contraddizioni della globalizzazione liberista sul capro espiatorio di turno invece che assumersi il gravoso compito di governarle. Il fascismo nacque così, con strategie analoghe, passo dopo passo, decisione aberrante dopo decisione aberrante, dettate da emergenze sbandierate, enfatizzate e spesso inventate. Mussolini divenne in tal modo il salvatore della patria agli occhi di una società che fu indotta a vedere nella dittatura, piuttosto che nella lotta sociale e nell'organizzazione di classe, la soluzione agli angosciosi problemi del dopoguerra e delle trasformazioni indotte da un industrialismo inumano e oppressivo. Il baratro si aprì a poco a poco con dosi progressive di una droga che addormentò ogni senso critico nella maggioranza degli italiani. Quando ci svegliammo eravamo già all'inferno. Il "Duce" fu anche riconosciuto "uomo della Provvidenza" da un vertice ecclesiastico che vide nella dittatura la soluzione ai problemi della secolarizzazione e alla perdita del controllo totale sulla società da parte del sistema del sacro. Fu un elemento determinante per l'affermazione del fascismo e del nazismo. Sembra che la storia si ripeta anche su questo capitolo penoso e inquietante dell'alleanza fra l'autoritarismo del potere ecclesiastico e l'autoritarismo del potere politico. L'inusuale duplice bacio all'anello pontificio da parte di Berlusconi nella recente udienza in Vaticano viene ricambiato ogni giorno con attestazioni di consenso ecclesiastico, più o meno esplicito, verso l'attuale governo italiano. Va proprio in questo senso, mi sembra, la dichiarazione di monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, sulla estensione nazionale della emergenza clandestini, dichiarazione emanata ieri a volo in senso proprio, cioè mentre stava per partire per una Conferenza internazionale negli Stati Uniti: tempismo sospetto! «Anche una padrona di casa - ha detto monsignor Marchetto - si trova in emergenza se arrivano due ospiti imprevisti, ma cercherà di provvedere nel migliore dei modi alla loro accoglienza». E' un lapsus, una leggerezza, oppure va visto come un ulteriore indice di apprezzamento del Vaticano per questo "governo padrone di casa"? Un ricambio del duplice bacio? E poi l'auspicio che «nell'attuazione delle disposizioni sia salvaguardato il rispetto dei diritti umani di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie». Ma in questo modo il monsignore dà un implicito riconoscimento alla estensione nazionale dell'emergenza clandestini. Mentre è proprio quella disposizione che offende i diritti umani, che sancisce il principio della discriminazione, che alimenta la guerra fra poveri, che incunea la paura fra la soggettività dei cittadini indotti a rinunciare a diritti fondamentali per gettarsi nelle braccia dei salvatori e l'assenza di soggettività dei migranti spinti ad accettare come paria qualsiasi condizione di vita e di lavoro. Dobbiamo svegliarci prima che sia troppo tardi.

 

Morti 2 bimbi nel canale di Sicilia. Ecco l'emergenza - Luca Marcenaro

L'emergenza immigrazione sbandierata dal ministro dell'Interno Maroni come pretesto per le nuove politiche razziali volute dal governo, ha le sembianze dei due bambini morti ieri, probabilmente di fame e di stenti, e gettati in mare durante la traversata del canale di Sicilia di un gommone carico di migranti. 75 persone partite dalle loro case con la speranza di lasciarsi alle spalle guerre e miseria, che adesso si ritrovano a piangere altre 2 piccole vittime innocenti e domani con ogni probabilità saranno sbattute in qualche galera temporanea in attesa di espulsione. Sopraffatte da ingiustizie sociali e tirannìe politiche, si accorgeranno presto che il loro status è di fatto cambiato appena varcato il confine: da vittime, nell'italica considerazione, sono già diventate carnefici. Eppure, nonostante le vigorose proteste dell'opposizione parlamentare che per una volta si accoda a quelle indignate di quella "extra" in buona parte riunita a Chianciano Terme, il giorno dopo l'estensione dello stato di emergenza sull'immigrazione a tutto il territorio nazionale, dalla maggioranza continuano a fare orecchie da mercante. «Tanto rumore per nulla», sostiene il presidente dei deputati del Pdl Cicchitto, che minimizza: «Si tratta - dice - di un provvedimento che avevano già preso sia il precedente governo Berlusconi che il governo Prodi». «La sinistra evoca immediatamente situazioni da dittature e altre castronerie simili. Roba da non credere», gli fa eco Isabella Bertolini. Ma se il responsabile dell'Ufficio Immigrazione della Caritas Oliviero Forti si era detto a caldo «preoccupato dall'innalzamento dei toni e dell'allarme sociale», il giorno dopo a lasciare spiazzati è la presa di posizione ufficiale del segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale delle migrazioni, monsignor Agostino Marchetto. «Per giudicare sulla bontà del governo italiano che ha definito "emergenza" la situazione dell'immigrazione in Italia - afferma - bisognerà considerare i contenuti delle decisioni e verificarne la coerenza riguardo all'auspicato equilibrio tra accoglienza e sicurezza». Cautela, dunque, perché (insiste il Vaticano) «di per sè, emergenza non è termine negativo. Anche una padrona di casa si trova in emergenza se arrivano due ospiti imprevisti - conclude l'arcivescovo - ma cercherà di provvedere nel migliore dei modi alla loro accoglienza». Ed è proprio il profilo del padrone di casa a preoccupare per il destino di uomini e donne che agli occhi della nostra opinione pubblica diventano nel migliore dei casi numeri da parcheggiare e rispedire al mittente senza ricevuta di ritorno. Dopo le impronte ai bimbi rom pretese da Maroni, dopo l'aggravante razziale (aumento di un terzo della pena se a delinquere è un clandestino) contenuta nel decreto sicurezza convertito in legge da pochi giorni, dopo le accelerazioni delle destre sul reato di immigrazione clandestina che da amministrativo potrebbe presto diventare penale, infatti, nulla lascia immaginare che l'intenzione dei nuovi padroni sia quella di aggiungere un posto a tavola. Anzi. Adesso, aspettando martedì, quando su richiesta del presidente della Camera Fini il governo riferirà sulla natura del provvedimento, i politici fanno a gara per accaparrarsi la costruzione dei nuovi centri, manco fossero appalti. «Il fenomeno dell'immigrazione clandestina - sottolinea il sindaco di Lampedusa Bernardino de Rubeis - è diventato un business e come tale è stato trattato dai governi sia di destra che di sinistra. A questo punto mi auguro che, se fosse necessario costruire 10 nuovi centri per lo smercio di carne umana, si facciano in Sicilia, almeno diamo lavoro ai disoccupati». Intanto, mentre la politica parla, i disperati disperano. E gli immigrati che occupavano lo stabile di Pianura andato a fuoco mercoledì notte, si sono riversati in strada portando con sé materassi ed altre masserizie. Secondo un loro portavoce, Aboubakar Soumahor, il Comune di Napoli avrebbe infatti sistemato solo i senza tetto italiani, senza però preoccuparsi di loro, tra i quali risultano rifugiati e bambini.

 

«Le emergenze inutili servono a moltiplicare i ghetti cambiandogli i nomi e non la sostanza»

La parola emergenza gli fa «tristezza, perché dai primi barconi carichi di albanesi ad oggi il fenomeno è diventato ormai strutturale, e i molti anni che ci siamo lasciati alle spalle urlando, stanno a dimostrarci che non vogliamo proprio affrontarlo». E denuncia anche «la schizofrenia raffinata della politica, che da una parte con i suoi esponenti più in vista, tra sindaci e Governo, alza il tiro, urla "al lupo al lupo", ma sottobanco ci chiede aiuto, ci segnala quel caso o quel gruppo che gli interessa facendo leva sul nostro senso di responsabilità, ma anche sui nostri scrupoli». Una strada pericolosa, «perché nessuna delle nostre reti di solidarietà può reggere e risolvere una complessità simile». Monsignor Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, da oltre quarant'anni nella frontiera dell'accoglienza degli "ultimi", racconta gli ultimi dieci anni di immigrazione in Italia come una storia di straordinario cinismo: «è un cinismo studiato, quello di popoli vecchi che chiudono un occhio quando l'irregolarità si traduce in forze giovani, vigorose, da sfruttare per bene, come badante o come operaio. Anzi, quella che oggi diventa un'invasione, ieri la si è benedetta perché la popolazione è ricominciata a crescere e lo spettro del declino demografico sembra allontanarsi». Quando, però, tra barconi e tragedie annunciate, l'altra faccia della quotidiana immigrazione «si fa vedere, esce dall'ombra ipocrita, fa emergere tutte le contraddizioni, allora l'Italia si scandalizza, si indigna - continua Albanesi - dichiara emergenze inutili che servono solo a sprecare tempo in chiacchiere, a moltiplicare i ghetti cambiandogli i nomi e non la sostanza, a emettere fogli di via che tutti sanno che non verranno eseguiti». Manca una riflessione «seria e ponderata», sostiene Albanesi. Si sottovaluta «la portata, la gravità e l'impatto del traffico di esseri umani sulla nostra stessa umanità. Non si colpisce quasi mai chi si arricchisce grazie a quelle che sono ormai vere e proprie filiere che producono schiavi. Queste organizzazioni sono, infatti, in grado di procacciare in tutto il mondo la mano d'opera richiesta e, nel paradosso, caricano su quest'ultima i costi del loro servizio». Quello che fa più male e fa più riflettere, attacca Albanesi, in questa brutta pagina della cronaca italiana, è che ci sono dei grandi assenti. «Né le famiglie né le imprese vogliono assumersi la responsabilità di un'analisi seria delle proprie azioni. Non se lo vogliono sentir dire, ma sono le imprese e le nostre famiglie i diretti beneficiari del lavoro dei migranti. Li tengono in casa propria, gli affidano il loro reddito, o i loro vecchi, ma si disinteressano totalmente del loro diritto ad avere una casa, una famiglia, all'integrazione». Assenti le istituzioni nazionali e locali, «che nella migliore delle ipotesi ondeggiano incerti sui massimi sistemi e poi non li traducono in interventi sensati, finanziamenti, progetti, azioni conseguenze». Dalle grandi alle piccole cose: «tutto è lasciato non soltanto al libero mercato, quanto al caso, al caos e all'improvvisazione - continua Albanesi -. Nessuno sa o vuol sapere che fine fa un ragazzo che arriva in Italia non accompagnato, e che pure, ad esempio, è stato sostenuto dai nostri servizi fino a 18 anni anche grazie ai soldi dei contribuenti. Nessuno si domanda, o lo aiuta a scegliere se far parte di una banda o se andare avanti negli studi e diventare imprenditore, professionista, come pure spesso succede». E' un'irresponsabilità assoluta, diffusa e senza appello, quella del Belpaese ed è, «questa sì - conclude Albanesi - un'emergenza grave e pericolosa. Parliamo di 3-5 milioni di persone vive, sempre più deluse, che sperano ancora che qualcosa cambi. Ma noi restiamo fermi al pezzo di carta che la Questura rilascia o non rilascia, e non guardiamo oltre».

 

I sindacati bocciano l'aumento dell'età pensionabile. Sacconi corregge ma non convince - Fabrizio Salvatori

Sindacati sul piede di guerra contro l'ennesimo innalzamento dell'età pensionabile contenuto nel Libro verde sul Welfare del ministro Sacconi, che se da una parte introduce una piccola correzione - «il mio voleva essere solo uno stimolo a una discussione sincera e senza pregiudizi» - dall'altra ripropone in pieno la filosofia generale dell'iniziativa: privatizzazione quasi totale dello Stato sociale attraverso un forte ridimensionamento delle prestazioni. Sullo sfondo, poi, quel tentativo di isolare la Cgil che ormai sta diventando una costante della sua azione politica. E' in questa chiave che va letta quindi la reazione di apertura da parte della Cisl. «Le proposte del Libro Verde sul Welfare - si legge in una nota di via Po - possono diventare una occasione di riflessione e di dialogo costruttivo e responsabile tra governo, opposizione forze sociali». L'Ugl, al contrario, è pronta a mettersi di traverso. «Ci riserviamo di analizzare in maniera approfondita le linee guida del Libro verde. Ad oggi appare prematuro dibattere su eventuali provvedimenti relativi all'età pensionabile che già con l'ultimo protocollo sul Welfare è stata oggetto di una riforma dopo un lungo e faticoso confronto». Secondo Fulvio Fammoni, segretario nazionale della Cgil, la prefazione del Libro verde è la manovra appena approvata piena di tante pagine scure». «Il libro verde parla di confronto tra le parti - continua polemicamente Fammoni - ma finora è stato negato». «Il libro parla di innalzamento dell'età pensionistica oltre i limiti pensati dal centrodestra, ma non dice che nei mesi scorsi il governo ha parlato di una diminuzione del valore dei coefficienti del sistema contributivo». Sulla stessa lunghezza d'onda la Uil che, con il segretario confederale Antonio Foccillo esige spiegazioni dal ministro del Lavoro: «Sacconi ci dovrebbe spiegare perché in questo momento vuole innalzare l'età pensionabile: non è, infatti, né necessario, né opportuno. Che ci sia l'esigenza di riformare lo Stato sociale - aggiunge - non ci sono dubbi, ma bisogna vedere come. E certo è che per fare questo occorre un confronto più che ampio». «In ogni caso - conclude - non si può andare al ritmo di un intervento l'anno. Da parte nostra, comunque, non c'è nessun pregiudizio a discutere nel merito. Resta il fatto che aumentare l'età pensionabile ora è un non senso». Il segretario generale della Uil Luigi Angeletti, sembra ignorare la proposta di Sacconi. «È inutile parlare e fare commenti su ipotesi che resteranno tali per anni. Lo stesso ministro ne parla come possibilità fra 5-6 anni», dice. Più drastico, infine, il giudizio di Morena Piccinini, anche lei nella segreteria nazionale della Cgil. Il Libro verde, «è molto più profondo e distruttivo di ciò che a prima vista è stato tradotto solo come intenzione di innalzare ulteriormente l'età pensionabile, misura peraltro iniqua e inutile. E' la proposta di smantellare dalle radici le regioni stesse di un welfare della solidarietà tra generazioni, tra persone con diverse condizioni economiche». Secondo la Piccinini, «il filo conduttore è l'intenzione di abbassare tutte le protezioni, dalla sanità alla assistenza, dalla previdenza agli ammortizzatori sociali, e di dire al cittadino arrangiati». Insomma, prosegue il segretario confederale della Cgil, «un grande progetto di privatizzazione del rischio e delle risposte ai bisogni, naturalmente solo per chi potrà permetterselo, per il quale chiede pure la complicità delle parti sociali attraverso un uso distorto della bilateralità».

 

Teheran, record di impiccagioni: trenta in un giorno

Pronta un'esecuzione di massa in Iran. Stamani all'alba saranno giustiziati trenta condannati a morte. Diversi i capi di imputazione, c'è un po' di tutto: omicidio, traffico di droga, manifesta ubriachezza» e altri reati definiti "relazioni sessuali illecite", tra cui l'adulterio. Una decisione che fa allungare ancora di più la lista delle persone giustiziate nella Repubblica islamica, nel 2007 almeno 355 secondo l'associazione italiana Nessuno tocchi Caino, 317 per Amnesty International. «Dieci dei condannati hanno commesso omicidi e venti sono stati riconosciuti colpevoli di fare parte di bande di trafficanti di droga», ha reso noto la procura di Teheran, sottolineando - precisa la Reuters - che alcuni degli imputati sono responsabili di più di un crimine. Nel paese, dove vige la legge islamica (Sharia), la pena di morte è comminata per i reati di omicidio, stupro, adulterio, rapina a mano armata, apostasia e traffico di droga. Trenta impiccagioni rappresentano il numero maggiore di esecuzioni in solo 24 ore negli ultimi anni in Iran, dove sono frequenti le esecuzioni di gruppo, che però in genere riguardano al massimo una ventina di persone. Dallo scorso luglio le esecuzioni, molte delle quali pubbliche, sono aumentate sull'onda di una campagna lanciata dalle autorità per combattere comportamenti «immorali». Qualche giorno fa tre uomini condannati per uno stupro nel 2005 sono stati impiccati a Boucher, nel sud del paese. L'annuncio di ieri conferma quanto scritto nel rapporto sulla pena capitale nel mondo presentato giovedì a Roma da Nessuno tocchi Caino, secondo la quale nel 2007 (così come era avvenuto l'anno precedente) l'Iran si è piazzato al secondo posto quanto a numero di esecuzioni, dopo la Cina. Lo scorso anno almeno 355 persone sono state messe a morte, un terzo in più rispetto al 2006, ricorda il rapporto, rilevando che «l'escalation non sembra destinata a diminuire tenuto conto che, al 30 giugno, le esecuzioni nel 2008 erano già almeno 127». «L'impiccagione, più usata per gli uomini ma che non risparmia le donne, è spesso eseguita in pubblico e combinata a pene supplementari come la fustigazione e l'amputazione degli arti prima dell'esecuzione», afferma il documento, rilevando che alla base delle condanne a morte «ci sono essenzialmente motivi politici: la magistratura ha infatti continuato a trattare come "mohareb" (nemici di Allah) gli arrestati durante le proteste anti-regime che si sono svolte nella capitale e in altre città». «Nel corso del 2007, conclude il rapporto, in Iran sono stati giustiziati 4 donne e almeno 7 minori di 18 anni (al tempo del crimine), fatto che pone il paese in aperta violazione della Convenzione sui Diritti dei fanciulli, che pure Teheran ha ratificato». Intanto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha annunciato che la Repubblica Islamica può contare, oggi, su circa 6mila centrifughe nucleari per l'arricchimento dell'uranio. Si tratta di una conferma, neanche indiretta, che Teheran ha esteso il suo programma nucleare, malgrado la richiesta di congelamento da parte della comunità internazionale che ha proposto di negoziare un pacchetto di incentivi. «Oggi l'Occidente ha concordato che, se non aumentano le attuali centrifughe, che sono tra le 5mila e 6mila, non ci saranno problemi», ha detto Ahmadinejad, le cui dichiarazioni, rese davanti ad un gruppo di docenti dell'Università di Mashhad nel nordest del Paese, sono state riprese dalla radio di Stato. La cifra aggiornata ieri dal leader iraniano a quota 6mila, rappresenta un raddoppio rispetto alla precedente, fornita lo scorso aprile, che dava conto di 3mila centrifughe in funzione presso gli impianti nucleari di Natanz. L'annuncio, in sostanza, significa che Teheran ha raggiunto l'obiettivo prefissato di contare, entro la fine dell'estate, su un totale di 6mila centrifughe per l'arricchimento dell'uranio a Natanz. E lunedì sera gli americani potranno sentire dalla viva voce di Ahmadinejad i suoi programmi e proclami. Il network americano NBC trasmetterà infatti un'intervista esclusiva al presidente iraniano. Sarà il noto anchorman Brian Williams, conduttore del contenitore d'approfondimento NBC Nightly News, ad incalzare il leader della Repubblica Islamica sui dossier internazionali che interessano Teheran. Alcuni estratti dell'intervista registrata a Teheran -secondo quanto si apprende dalla NBC- saranno mandati in onda già nella mattinata di lunedì, all'interno della trasmissione d'informazione Today, e ritrasmessi anche dal canale MSNBC.

 

Libano, nuovi scontri a Tripoli Il governo schiera l'esercito

Unità dell'esercito libanese sono state dispiegate ieri con l'ausilio di mezzi blindati nei sobborghi della città di Tripoli, nel Nord del Libano, dove violenti scontri tra attivisti sunniti e alawiti hanno causato ieri la morte di nove persone, tra cui un ragazzino di 10 anni e una donna. Almeno altre 50 persone sono rimaste inoltre ferite e molti residenti hanno abbandonato le loro case per sfuggire alle violenze, che hanno avuto luogo nel sobborgo sunnita Bab Tabbaneh e in quello alawita Jabal Mohsen, a circa 90 km a Nord di Beirut. L'esercito ha ammonito di essere pronto ad usare la forza contro chiunque violerà il cessate il fuoco annunciato alle 10:00 locali. Dopo una riunione di alti funzionari della sicurezza a Tripoli, il comandante delle forze di sicurezza interne generale Ashraf Rifi ha affermato, citato dalla Nna, che «l'esercito risponderà ad ogni fonte di fuoco e ogni uomo armato verrà arrestato». L'emittente tv Lbc ha mostrato le immagini dei militari che aprivano il fuoco in direzione di un cecchino che continuava a prendere di mira la strada principale che collega i due sobborghi teatro della battaglia, e di residenti che applaudivano al fuoco dell'esercito. Un precedente dispiegamento in zona dell'esercito lo scorso maggio non aveva portato la pace nei due sobborghi, soprattutto a causa della mancanza di un accordo politico tra i sunniti filogovernativi e la minoranza alawita, cui appartiene anche il presidente siriano Bashar al Assad. Intanto la questione delle armi di Hezbollah sta bloccando il governo di unità nazionale del premier Fuad Siniora che non riesce ancora a presentarsi in Parlamento per il voto di fiducia.

 

Repubblica – 27.7.08

 

Oak Fund, Tavaroli ai pm: "Cercavamo illeciti dei manager"

EMILIO RANDACIO

MILANO - L'indagine illegale su "Oak Fund" aveva uno scopo molto preciso. Si doveva scoprire se "manager della nuova e della passata gestione Telecom" si fossero arricchiti con operazioni illegali. Così Giuliano Tavaroli inquadra il report che ha innescato polemiche sulle presunte disponibilità di conti esteri da parte del defunto partito dei diesse. Un'indagine, tiene a precisare a verbale l'ex responsabile Security Telecom, "che peraltro aveva finalità squisitamente aziendali". Versione, questa che però entra in rotta di collisione con la tesi, resa lo scorso 27 giugno in veste di testimone, dall'ex numero uno del gruppo. "Non è mai stato dato nessun input di questo genere a Tavaroli - replica Tronchetti Provera ai pm Napoleone e Piacente - c'erano problemi non solo di costruire il futuro ma anche di fare pulizia con il passato". Tronchetti si riferisce al caso Telekom Serbia e alcune operazioni di insider trading legate alla scalata su cui indagavano Parlamento e magistratura. "Il compito di Tavaroli doveva essere quello di mettere in sicurezza la rete". Punto. Eppure, l'ex brigadiere dà la sua spiegazione di questo report effettuato illegalmente dal suo ufficio. "L'indagine - racconta il 12 aprile 2007 - nasce quando si profila l'ipotesi che in occasione dell'acquisto Olivetti presso la Bell fosse presente un componente del management Telecom che attraverso Oak fund avesse lucrato sull'operazione". Questo sospetto fa commissionare all'ex carabiniere quel dossier dai contorni oscuri e il cui utilizzo finale fino ad adesso non è ancora stato chiarito. Tavaroli minimizza, specificando che "gli accertamenti di Cipriani si fermano nel momento in cui viene accertato che il fondo Oak riguarda esponenti di un partito dell'attuale maggioranza (siamo nel 2007, ndr). Sono stato io stesso - conclude - a dare questa comunicazione a Cipriani ritenendo che un ulteriore approfondimento dell'indagine non fosse più giustificato dagli interessi aziendali". Le conclusioni restano però molto fumose. "In base a quello che venne appurato nell'indagine posso ritenere fondatamente che non vi fossero interessi di una parte del management dell'azienda in qualche maniera coinvolti con gli esponenti politici di cui ho appena parlato. La decisione che ritengo di aver adottato da solo di fermare l'indagine di Cipriani è legata pertanto alla circostanza che vi erano fondate ragioni per non ritenere coinvolti nel fondo esponenti di vertice sia in carica che passati". Il magistrato Stefano Civardi però, non è convinto delle ricostruzioni che sono state date sul report Oak found. Le versioni dei tre principali indagati dell'inchiesta, non combaciano. A Tavaroli vengono lette quelle fornite dal numero tre del Sismi, l'amico d'infanzia Marco Mancini e dall'investigatore privato Emanuele Cipriani, e a quel punto dichiara: "Non ho mai trasferito le informazioni presenti nel dossier a Mancini; se lo ha fatto Cipriani lo ha fatto tradendo la fiducia che l'azienda aveva riposto in lui". Poi, l'ex potente numero uno della Security telefonica, puntualizza un dato importante: "Non ho mai riferito al presidente Tronchetti Provera in ordine ai risultati delle investigazioni effettuate su Oak found". E ricorda come a inchiesta già esplosa, nel gennaio del 2006, venne convocato dal presidente "nel suo ufficio di piazza Affari". "Il presidente mi chiese conferma del fatto se nei dossier vi fossero indagini riguardanti politici. Risposi che mi ricordavo dell'operazione Oak fund. Il presidente si inquietò chiedendomi conto di questo incarico". La reazione di Tavaroli è stupita: "Gli rammentai che si trattava di un'operazione nata nel 2001 dalla necessità di conoscere gli azionisti di Bell".

 

La Stampa – 27.7.08

 

I democratici e la sindrome del rospo – Luca Ricolfi

Forse è colpa del clima vacanziero, ma l’impressione è che stiamo diventando un Paese senza opposizione. Nel giro di soli due mesi il governo è riuscito a intervenire sulla giustizia (lodo Alfano, sospendi-processi), sull’immigrazione e la sicurezza (impronte digitali, poteri ai sindaci, stato di emergenza), sulle tasse (Robin tax, soppressione dell’Ici), sulla spesa pubblica (manovra finanziaria). E, ora si scopre, anche sul precariato. In autunno si ripromette di intervenire sulle intercettazioni, sulla magistratura, sul federalismo, sui servizi pubblici locali, sullo Stato sociale (è di ieri la pubblicazione del Libro verde sulla «vita buona» del ministro Sacconi). Berlusconi si è liberato dei magistrati e, con i suoi ministri più attivi, sta per rivoltare l’Italia come un calzino. E il principale partito di opposizione che fa? Il Partito democratico sembra affetto dalla sindrome del rospo. Avete presente il rospo, che resta fermo e immobile mentre il bimbo lo prende a sassate? E più viene colpito più si pietrifica, tentando (invano) di rendersi invisibile? Non c’è atto del governo che non susciti il dissenso o la preoccupazione del partito di Veltroni, ma ciononostante il massimo di opposizione che il Pd riesce a immaginare è una «grande manifestazione» in autunno, quando tutti i buoi saranno scappati dalle stalle. Nel frattempo, non passa giorno senza che qualche esponente del partito di Di Pietro, dei girotondi, della «società civile» o di qualche minoranza interna dello stesso Pd non riversi la sua ira e la sua amarezza sulla non conduzione politica del nuovo (?) partito. La gente di sinistra si chiede dove la stia portando Veltroni, e la risposta che si sente ripetere è la solita: noi non siamo giustizialisti, né moralisti, né massimalisti, noi siamo riformisti e la nostra opposizione è seria e responsabile. Ma è davvero così? Secondo me no, l’opposizione del Pd non è seria bensì inesistente. Se fosse seria dovremmo osservare cose che invece non accadono, e non dovrebbero accadere cose che invece osserviamo. Fra le cose che ci piacerebbe osservare c’è, ad esempio, la costruzione di un partito davvero nuovo. E’ mai possibile che, dopo aver affermato di non volere i voti della mafia, dopo avere invocato fino alla noia l’esigenza di rinnovare la politica, di restituirle moralità e purezza di intenti (ricordate i discorsi alati sulla «bella politica»?), Veltroni non abbia mai pensato di cominciare a fare un po’ di repulisti in casa propria? Non voglio togliere a Marco Travaglio il suo mestiere, e quindi non elencherò le decine e decine di casi, individuali e collettivi, nei quali esponenti di Ds e Margherita sono tristemente coinvolti in brutte storie di corruzione, affarismo, clientelismo, mala sanità, pessima amministrazione. Mi limito a poche e semplici domande: possibile che il nuovo partito non senta anche sulla propria pelle il bruciore della questione morale? O basta a consolarlo il fatto che i partiti di centro-destra abbiano ancora più inquisiti e condannati ? E’ mai possibile che, anziché prendere solennemente le distanze dalle molte storie di cattiva politica che coinvolgono il Pd, si stia discutendo se salvare Bassolino dai suoi guai giudiziari con un seggio al Parlamento europeo? Possibile che non ci si renda conto che la magistratura tende a esondare dai suoi limiti anche perché la politica non fa nulla per autocorreggersi? Ma supponiamo per un attimo che queste siano domande ingenue, dettate da moralismo o «dipietrismo latente». Veniamo alla politica vera, quella che si occupa di riforme, economia, Stato sociale, sicurezza. Qui, più che le omissioni, è quel che osserviamo che lascia interdetti. Il Partito democratico per ora non vuole scendere in piazza, ma in compenso non manca di dare la sua solidarietà a tutte le categorie in lotta contro la manovra finanziaria, un po’ come Alleanza nazionale due anni fa, quando aizzava i taxisti contro il ministro Bersani. La critica principale del governo ombra alla manovra è che ci sono troppi tagli, mentre non c’è nulla per salari, stipendi, pensioni, quando proprio la crisi economica suggerirebbe politiche anticicliche, di sostegno ai redditi delle famiglie. Incredibile. Il partito di Veltroni, che pure aveva provato a prendere le distanze dal governo Prodi, finge irresponsabilmente che due anni di centro-sinistra abbiano lasciato al governo entrante un margine (extragettito, o tesoretto) per aumentare i redditi fissi, e così alimenta le illusioni di famiglie e sindacati. Critica la manovra non per la struttura dei tagli alla spesa pubblica, ma per la loro entità, sorvolando sul fatto che in campagna elettorale il Pd aveva promesso tagli ancora più pesanti. Sostiene che le riforme vadano fatte con le categorie interessate, ma dimentica che, se una parte delle resistenze al cambiamento è guidata da preoccupazioni del tutto ragionevoli, un’altra parte è puramente corporativa, ossia dettata dalla difesa di abusi, storture e privilegi. E dire che di critiche riformiste e costruttive alla linea del governo vi sarebbe un immenso bisogno. Non solo sul versante delle mancate o troppo timide liberalizzazioni, ma sul terreno fondamentale della riduzione e ricomposizione della spesa pubblica. Qui il problema vero è che i tagli finora varati dal governo non sono abbastanza selettivi: nonostante alcune lodevoli eccezioni, molti di essi colpiranno troppo le amministrazioni più virtuose e non colpiranno abbastanza quelle più dissennate. Un vero partito riformista non cavalcherebbe demagogicamente la protesta delle categorie, ma premerebbe sull’esecutivo per rendere i tagli più profondi e più giusti, nonché per usare al meglio le risorse così liberate: abbiamo un disperato bisogno di asili nido, ammortizzatori sociali, politiche contro la povertà. Ma una linea del genere richiederebbe forse una dose eccessiva di onestà intellettuale: al partito nuovo spetterebbe anche riconoscere di aver sbagliato negli anni scorsi quando, per tenere in piedi un governo paralizzato dai suoi contrasti interni, i dirigenti di Ds e Margherita permisero a Prodi e Padoa-Schioppa di sprecare l’unica vera occasione - la congiuntura favorevole del 2006-2007 - per incidere davvero sulla voragine della spesa pubblica. Se lo si fosse fatto allora, oggi il deficit sarebbe più vicino a zero che al limite del 3%, e l’invocazione di misure a sostegno delle famiglie suonerebbe meno ipocrita.

 

Raffica di attentati, 45 morti in India

AHMEDABAD - L’ultimo bilancio dei 17 attentati di ieri ad Ahmedabad, nell’ovest dell’India, vede salire a 45 il numero delle persone rimaste uccise, dopo il decesso questa notte di nove persone che erano rimaste gravemente ferite. Un gruppo estremista islamico definitosi «Mujaheddin indiani» ha rivendicato con una email la catena di attentati, preceduta da una serie di esplosioni simili, il giorno prima, a Bangalore, nel sud del Paese, che avevano causato la morte di una persona e sette feriti. Non è chiaro se gli episodi siano collegati. In precedenza, anche un gruppo terrorista del Bangladesh denominato Harkat-ul-Jihad-al Islami aveva inviato una rivendicazione. Secondo la polizia la prima esplosione si è verificata attorno alle 18 ora locale su un ponte della città che nel 2002 era stato teatro di violenti scontri tra hindu e musulmani. Due delle esplosioni sono avvenute nel quartiere residenziale di Maninagar, dove risiede il governatore locale, sotto accusa per aver chiuso gli occhi di fronte a quelle violenze che avevano causato oltre 2.000 morti. Secondo le prime analisi della polizia gli ordigni artigianali erano stati riempiti di chiodi e bulloni, per provocare il massimo danno possibile. Il primo ministro Manmohan Singh ha condannato gli attentati e ha chiesto alla popolazione di Ahmedabad di mantenere la calma.

 

Messe in italiano a Pechino – Francesco Sisci

PECHINO -- L’11maggio del 1610, sotto l’imperatore Wanli della dinastia Ming, moriva a Pechino il gesuita italiano Matteo Ricci. Era l’inizo di una epoca, quella della storia moderna del cattolicesimo in Cina. Prima di lui c’erano stati altri cattolici, nel 13° secolo sotto la dinastia mongola degli Yuan, c’era stato anche un arcivescovo di Pechino, il francescano Giovanni da Montecorvino, e dall’ottavo secolo, con la dinastia Tang, c’erano stati nestoriani, e forse anche cattolici caldei. Ma ai tempi di Ricci queste eredità si erano estinte, assorbite nel calderone onnivoro della cultura cinese. Così la vera storia della chiesa cattolica e dei sacerdoti italiani in Cina comincia con lui. E fino a ieri finiva con il Nunzio della Santa Sede Antonio Riberi, nato quasi in Italia, a Montecarlo, cacciato nel 1951 dalle autorità nella neonata repubblica popolare con l’accusa di spionaggio. Dal 27 luglio 2008, quasi quattro secoli dopo la morte di Ricci, però un sacerdote italiano torna ufficialmente a celebrare messa a Pechino in un segno importante di ulteriore riavvicinamento tra Cina e Santa Sede. Ogni domenica almeno fino al 20 settembre, quindi per tutta la durata delle olimpiadi e paraolimpiadi, don Carlo dirà messa in spagnolo alle 17 e in italiano alle 18. Le messe saranno nella chiesa di San Giuseppe, la Cattedrale dell’Est, nella centralissima strada dello shopping di Pechino, la via Montenapoleone della capitale, a Wangfujin, a 500 metri dalla Casa Bianca della Cina, Zhongnanhai. La chiesa fu donata nel 1655 al gesuita tedesco Adam Schall von Bell dall’imperatore Qing Shunzhi. Shunzhi promosse Schall come suo maestro e questi fu il cattolico che riuscì a salire più in alto nella gerarchia imperiale cinese servendo con un grado di ministro. Altri tre sacerdoti stranieri celebreranno messe cattoliche in altre due chiese di Pechino, la Cattedrale del sud e quella del Nord, in tedesco, francese e coreano. Ci saranno poi anche due messe in inglese ogni giorno, celebrate da sacerdoti cinesi. Non è escluso che le mese possano continuare anche dopo il periodo olimpico. Finora le singole comunità linguistiche cattoliche di Pechino celebravano messa all’interno delle ambasciate. Secondo questi sacerdoti si tratta di un segno di fiducia da parte del governo cinese verso la chiesa cattolica. Pechino ha invitato alla apertura delle olimpiadi anche il vescovo ausiliare di Hong Kong Dong e il vescovo di Macao Lai, cittadini cinesi. Il cardinale di Hong Kong Joseph Zen, non è stato invitato. Ma in quanto cardinale Zen è cittadino dello stato Vaticano, e ancora non ci sono relazioni diplomatiche con la Cina. Da un punto di vista religioso le messe sono un passo importante, poiché il governo cinese riconosce implicitamente l’appartenenza religiosa della Chiesa cinese alla ecclesia cattolica universale. Inoltre, dal punto di vista della Santa Sede si riconosce che la chiesa cattolica cinese ufficiale è in comunione con il Papa. Il vescovo della capitale Li Shan è stato scelto l’anno scorso attraverso consultazioni di comune accordo tra il governo e il Papa.

 

Internet parla cinese

ROMA - Era forse inevitabile date le cifre della popolazione, ma la soglia del numero di utenti di internet in un paese rappresenta un indice di sviluppo tecnologico, e ieri la Cina ha annunciato che ormai 253 milioni di abitanti usano la grande rete. Più che negli Stati Uniti dove gli americani che navigano sono 220 milioni. Naturalmente i cinesi sono molti di più degli statunitensi, e in percentuale la differenza si vede: il 19% dei cinesi naviga su Internet contro il 70% degli statunitensi (una cifra attorno al 70% si riscontra anche in Giappone). Ma questo segnala solo le enorme potenzialità del mercato cinese. Tanto più che impressionante è la crescita degli internauti del paese: un aumento di 90 milioni cioè del 50% nell’ultimo anno, secondo le cifre fornite dal Centro di Informazione su Internet di Pechino e basate su un sondaggio telefonico. Lo riferisce oggi il "New York Times". Il Centro di Pechino lavora sotto controllo della Accademia delle Scienze cinesi, a sua volta controllata dal governo. Dal punto di vista meramente commerciale, il mercato cinese della telematica è ostacolato dalla pesante censura effettuata a monte sui siti che gli utenti cinesi possono effettivamente raggiungere. In altri termini i siti stranieri devono accettare numerose restrizioni e il periodico oscuramento quando pubblicano articoli considerati pericolosi, soprattutto per lo sviluppo delle coscienze degli adolescenti cinesi. Sono difatti i teenager i protagonisti del balzo in avanti dei navigatori del web. Ma proprio l’estrema giovinezza dei nuovi utenti fa sperare che Internet sia impossibile da bloccare e diventi una delle leve cruciali per aprire la scatola del regime. Quasi il 70% degli internauti cinesi ha meno di 30 anni. Nel primo semestre 2008 su 43 milioni di nuovi utenti, 39 milioni sono studenti liceali. Esplode anche la pubblicità sul web: la società di investimento Morgan Stanley parla di una crescita dal 60 al 70% all’anno del settore, che entro la fine dell’anno potrebbe rappresentare un mercato di 1,7 miliardi di dollari. Le compagnie di Internet cinesi (Baidu, Sina, Tencent, Alibaba) in molti casi superano il giro d’affari in Cina di giganti come Google, Yahoo, eBay. La Baidu ha visto salire i suoi profitti nel secondo trimestre 2008 dell’81%: con una fetta del 63% del mercato dei motori di ricerca, mentre Google si è accaparrato solo il 26% e Yahoo è rimasto molto indietro. Tencent, sito di chat e giochi, oggi ha un valore in Borsa di 15 miliardi di dollari: a titolo di paragone, Amazon vale circa 30 miliardi. Misura della crescita di internet è la popolarità dei blog, guidati dal sito della popolare attrice Xu Jinglei. Ma anche i blogger sono un fattore di rischio per la censura cinese. Che si preoccupa non solo strettamente di politica (video di protesta, articoli critici) ma anche di pornografia e scommesse online. D’altronde la rete è uno strumento a doppio taglio e si trovano in giro anche blog con campagna nazionalistiche che criticano i media occidentali e le compagnie straniere (è successo dopo la rivolta tibetana, in particolare con la campagna di boicottaggio dei prodotti francesi).

 

Camerieri di tutto il mondo, unitevi - MATTIA B. BAGNOLI

LONDRA - Sottopagati, sovraimpiegati, superlicenziabili: ecco la vita grama dei camerieri che lavorano in Gran Bretagna - molti dei quali si concentrano nella ricca e scintillante Londra. Tenuti sotto scacco da una politica «mangia la minestra o salta la finestra», ai 231 mila e rotti «waiters» del Regno Unito non viene neppure riconosciuto il più sacrosanto dei riti: la mancia. E allora ci pensa il quotidiano «The Independent» a suonare la riscossa: camerieri di tutto il Regno unitevi, per giuste paghe e giuste mance. L’inchiesta del giornale londinese ha scoperchiato i pentoloni ai ristoratori più floridi e celebri in Inghilterra. Un business da 47 miliardi di euro all’anno. Poiché la mancia in Gran Bretagna è di norma calcolata intorno al 10-12%, circa 6 dovrebbero finire nelle tasche dei camerieri. Ma no. Il cospicuo extra lasciato dai diligenti avventori, secondo l’Independent, se lo intascano i «padroni». Funziona così: da questo lato della Manica vige uno stipendio minimo di Stato - minimum wage - pari a 5,52 sterline all’ora (7 euro): sotto quella cifra non si può andare. Ma, sfruttando certe ambiguità della norma, i ristoratori hanno messo le mance tra gli «integratori» dello stipendio. Morale? Salari «legali» molto più bassi del dovuto. In questo British Job architettato ai danni degli impiegati sono coinvolti nomi come Carluccio’s - catena di ristoranti italiani di grande successo -, Café Rouge, Chez Gerard, Strada, Café Uno e PizzaExpress. «Alcuni di noi - ha detto un cameriere - hanno due lavori e stanno in piedi 80 ore alla settimana week-end inclusi: se poi prendi cinque sterline all’ora e le mance vanno alla direzione non sei molto incentivato a offrire un buon servizio». Lo staff dell’ultra esclusivo ristorante giapponese Nobu ha confessato di non aver visto un centesimo della super-mancia da 100 sterline al termine di una cena costata ai commensali mille sterline. Il gruppo D&D - posseduto da Sir Terence Conran, gran guru dei ristoranti più esclusivi di Londra - nonostante abbia fatto segnare l’anno passato utili per 71 milioni di sterline, paga i suoi camerieri, mance escluso, solo 1,88 sterline l’ora (2 euro e 30 centesimi). Una miseria. Certo, se si aggiunge quello che i consumatori credono sia un extra, il salario cresce a fino a toccare le 6,29 sterline. Ma, sostiene l’Independent, così si frodano i clienti. «Mi hanno detto che avrei ricevuto 17 mila sterline all’anno, ma quando ho letto il contratto non ci volevo credere - ha rivelato un cameriere del Paternoster Chop House, ristorante chic a due passi dalla cattedrale di Saint Paul -. Sarà anche legale, ma ho detto loro che è immorale pagare la gente 1,88 sterline all’ora». Anche il Loch Fyne Group, padrone di 44 ristoranti, che si pubblicizza come «un’impresa ecologica, rispettosa degli animali e delle persone», è stato pizzicato a pagare i suoi camerieri meno del salario minimo. L’Independent ha lanciato la campagna di sensibilizzazione «Fair Tips, Fair Pay» («giusta mancia, giusta paga»). Suscitando il plauso di sindacati e politici - di entrambi gli schieramenti. «Bisogna fare qualcosa - ha tuonato Stephen Byers, creatore del salario minimo quando era ministro laburista al Commercio e all’Industria -. I clienti devono sapere a chi davvero lasciano la mancia». Una visione condivisa anche dai Conservatori, che per bocca di Peter Luff, presidente della commissione Affari e Impresa, hanno definito «sfruttamento» il torto imposto ai camerieri: «Nessuno - ha dichiarato Luff - dovrebbe essere pagato meno del salario minimo». La questione è arrivata al governo. «L’esecutivo crede sia il caso di rendere più giusto e trasparente il sistema delle mance - ha detto il portavoce del primo ministro Gordon Brown -. Stiamo studiando tutte le opzioni possibili». I camerieri aspettano, l’Independent vigila.

 

La paziente rimonta della camicia a quadri – Maurizio Molinari

NEW YORK - Barack Obama con camicia bianca, colletto aperto e sguardo verso l’orizzonte mentre John McCain con camicia a quadretti, in mano un microfono anni Ottanta e intento ad ascoltare i pensionati di Pike County. Il viaggio all’estero del senatore afroamericano mette in risalto i contrasti con il concorrente repubblicano tanto sul piano dell’immagine personale che del tipo di campagna elettorale, proiettando nelle case americane la sovrapposizione di modelli opposti di leader: uno molto attento al look e impegnato a «salvare il Pianeta», come detto da Barack a Berlino, e l’altro proteso a immergersi fra gli elettori fino al punto da ironizzare sui propri 72 anni. Quando domenica Obama era a Baghdad facendosi fotografare in camicia bianca dentro un elicottero a fianco del generale David Petraeus con la divisa impolverata, McCain entrava nello Yankee Stadium del Bronx in compagnia di Rudy Giuliani con in testa il cappello della squadra di baseball più popolare. L’indomani le cronache su Obama erano sulle prime pagine dei maggiori quotidiani ma le foto di McCain campeggiavano in quelle sportive dei tabloid. Martedì Barack si immergeva nella crisi arabo-israeliana con il solenne abito scuro dei senatori di Capitol Hill mentre McCain sbarcava in New Hampshire, uno degli Stati in bilico, per un “town hall meeting” in cui discutere del caro-benzina. Mercoledì Obama era ancora fra Gerusalemme e Ramallah mentre McCain si era spostato nella Pike County, Pennsylvania, per parlare ad un gruppo di pensionati alle prese con i risparmi travolti dai crolli finanziari. Ventiquattrore dopo il contrasto diventava incontenibile: Obama si rivolgeva a 200mila berlinesi invocando l’«alleanza globale» mentre McCain consumava bratwurst nel ristorante tedesco “Schmidt’s Sausage Haus” di Columbus, Ohio, per poi all’uscita graffiare il rivale: «È meglio fare discorsi in Germania quando si è presidenti, io sono impegnato a parlare con gli americani». Quella sera Barack cenava (un martini e un’insalata) all’esclusivo “Borchardt” con il guru David Axelrod e l’avvenente columnist Maureen Dowd, mentre il repubblicano finiva la giornata con il super-ciclista Lance Armstrong raccogliendo fondi anticancro sempre nell’Ohio rurale, dove nel 2004 Bush mise ko Kerry. Se a tutto ciò aggiungiamo che ieri l’”Obama Force One” non è riuscito a portare Barack a salutare i soldati feriti in Iraq mentre McCain è arrivato a Denver per un “forum con i soldati” non è difficile capire l’esito del sondaggio Wall Street Journal-Nbc secondo cui il 58 per cento degli elettori si «identifica con i valori» di McCain e solo il 47 per cento con quelli Obama. È una tendenza ribadita dai recuperi dell’ex pilota in Stati decisivi come Minnesota, Michigan, Colorado e Wisconsin. Per il favorito Obama si tratta di campanelli d’allarme. Il New York Times lamenta «contenuti vaghi», il Los Angeles Times lo avverte che «in America perde terreno» e il New York Sun lo irride: «Si sente un cittadino del mondo? Si candidi a Segretario dell’Onu, non a presidente». In tale cornice per la conservatrice Fox tv - primo network nazionale - è facile infierire, rammentando che a finanziare Obama «dieci volte più di McCain» sono gli “euro-yanks”, gli americani espatriati in Europa dal patriottismo assai dubbio. Per il veterano del Vietnam col gusto della battuta irlandese tutto ciò significa che vestire i panni dell’outsider gli consente di tenere la sfida aperta. E anche di mettere a segno colpi inattesi: come l’incontro col Dalai Lama sui diritti in Cina, alla vigilia delle Olimpiadi, mentre Barack era sui gradini dell’Eliseo a scherzare con Sarkozy di fronte a decine di paparazzi.

 

Corsera – 27.7.08

 

La doppia morale - ANGELO PANEBIANCO

Ma perché la cifra stilistica della sinistra italiana deve essere per forza il doppio standard, la doppia morale? Prendiamo l'ultimo caso in ordine di tempo. Il governo utilizza una norma vigente per dichiarare lo stato d'emergenza di fronte all'afflusso dei clandestini. Dalla sinistra partono bordate: razzismo, xenofobia, autoritarismo, intollerabile clima emergenziale. Quella norma però è stata in passato utilizzata anche dal governo Prodi. Come mai all'epoca nessuno fiatò? Come mai nessuno di quelli che oggi strillano accusò quel governo di razzismo e xenofobia? Perché i «sacri principi», quali che essi siano, devono sempre essere piegati alle esigenze politiche del momento? Non è forse un modo per dimostrare che in quei principii, utili solo come armi da brandire contro l'avversario, in realtà, non si crede affatto? La spiegazione più ovvia, più a portata di mano, quella che rinvia l'esistenza della doppia morale, del doppio standard, alle persistenti scorie lasciate in eredità al Paese dalla vecchia tradizione comunista, è insoddisfacente: spiega troppo o troppo poco. Certo, è vero, nella tradizione comunista il doppio standard era la regola. Per i comunisti esisteva un fine superiore, una nobile causa al cui raggiungimento tutto doveva essere subordinato e piegato. Il ricorso continuo alla menzogna, ad esempio, era giustificato dal fine superiore. Così come il doppio standard. Si pensi alla sorte di certi leader democristiani: Fanfani, Andreotti, Cossiga. Su di essi il Pci riversò a più riprese ogni genere di accuse, spesso anche quella infamante di essere registi di trame paragolpiste. Però, se il vento cambiava , quei registi occulti delle peggiori trame si trasformavano in amici e «compagni di strada»: il giudizio politico-morale su di loro dipendeva dall'utile politico del momento. E la capacità di intimidazione culturale del Pci e delle forze che lo fiancheggiavano era tale da non rendere necessario rispondere a una domanda che, del resto, solo pochi osavano porre: ma come è possibile che oggi strizziate l'occhio a un tale che fino a pochi mesi fa accusavate dei più infami misfatti? Qualcosa del genere, d'altra parte, accade ancora. Si pensi al caso di Umberto Bossi del quale non si è ancora capito se si tratta di un leader xenofobo e parafascista, praticamente un delinquente, una minaccia per la democrazia, oppure di una costola della sinistra, uno con cui, magari, si può essere disposti a fare un po' di strada «federalista» insieme. O meglio, abbiamo capito benissimo: Bossi continuerà ad essere, alternativamente, l'una o l'altra cosa a seconda di come evolveranno nei prossimi anni i suoi rapporti con Berlusconi. Dicevo che non ce la possiamo cavare tirando in ballo solo la tradizione comunista. Sarebbe sbagliato e anche ingiusto verso molti ex comunisti. Tra i comunisti c'erano molte persone serie, rigorose, di qualità. Queste persone, quando presero atto che la superiore causa era un vicolo cieco, o un'impostura, cambiarono registro. Misero da parte quella doppia morale che, ormai, ai loro stessi occhi, non aveva più alcuna giustificazione morale e politica. Spesso, questi ex comunisti, rimasti all'interno dello schieramento di sinistra, sono tra le persone migliori in cui ci si può imbattere, quelle con cui anche liberali come chi scrive possono trovare punti di incontro e affinità, con le quali, comunque, non capita mai di provare quel fastidio che si può invece provare quando si incontrano certi esponenti, politici o intellettuali, della sinistra mai-stata-comunista. I quali, spesso, continuano, imperterriti, a usare il doppio standard e la doppia morale. La sinistra attuale è un amalgama informe che mescola brandelli della vecchia tradizione comunista con tic e cliché culturali di derivazione azionista e del cattolicesimo di sinistra. Queste ultime due componenti sono, forse, ancor più responsabili della prima nell'alimentare oggi quel mito della superiorità antropologico-morale della sinistra che continua a giustificare il ricorso al doppio standard e alla doppia morale. Tutto ciò è bene esemplificato dagli atteggiamenti dominanti a sinistra sulle questioni di giustizia. Il «pieno rispetto» per la magistratura e la regola secondo cui «ci si deve difendere nei processi e non dai processi» sono nobili principi che vengono sempre invocati quando nei guai ci sono gli avversari di destra. Ma se in graticola finiscono esponenti della sinistra (a patto, naturalmente, che non siano «ex socialisti») la musica improvvisamente cambia. Diventa legittimo attaccare i magistrati e persino difendersi «dai processi». Personalmente, ho forti perplessità sui comportamenti tenuti, nell'esercizio delle loro funzioni, da magistrati come la Forleo e, soprattutto, De Magistris, ma non sono affatto sicuro che ad essi si possano attribuire più scorrettezze di quelle imputabili a certi magistrati che in passato si occuparono di Berlusconi e di altri nemici della sinistra. Si guardi a come opera il doppio standard nelle valutazioni di processi e procedimenti giudiziari a seconda che vi siano coinvolti amici o nemici. Se, poniamo, viene scagionato un imprenditore «amico» si plaude all'impeccabile comportamento dei magistrati e non ci si impegna certo in «analisi» minuziose con lo scopo di fare le bucce ai risultati delle inchieste. Altrimenti, come ha giustamente osservato Pierluigi Battista sul Corriere due giorni fa, lo spartito cambia, il doppio standard impera. Questi signori, sempre impegnati a stilare pagelle e ad assegnare brutti voti a quelli che definiscono «sedicenti» liberali, non hanno mai capito che indice di liberalismo è usare un solo criterio, un solo metro di giudizio, sempre lo stesso, per gli amici e per gli avversari, e che fare un uso così platealmente strumentale dei principi significa non avere alcun principio. Quando qualcuno di loro finalmente lo capirà, avremo, e sarà un bene per il Paese, qualche esponente in meno della genia dei «moralmente superiori» e qualche liberale in più.


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