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L'attacco ai precari è solo l'inizio

Manifesto – 29.7.08

 

L'attacco ai precari è solo l'inizio - Loris Campetti

Ha ragione il presidente dei deputati leghisti, Roberto Cota: la cosiddetta norma anti precari non toglie diritti, li ripristina. Tutto sta a intendersi sui soggetti a cui i diritti vengono «ripristinati». In questo caso i beneficiari sono gli imprenditori che giustamente plaudono all'ultimo assalto ai diritti dei lavoratori sferrato dal governo. Ai padroni viene restituito il potere assoluto sulla forza lavoro, arginato dallo Statuto e dalle successive conquiste strappate dal movimento operaio negli anni Settanta. La contestata norma collegata alla manovra economica, infatti, concede ai datori di lavoro il diritto a licenziare i propri dipendenti. Per ora le vittime sono i precari, domani chissà. Possono licenziare anche in violazione delle normative vigenti, rischiando al massimo una multarella di qualche migliaio di euro, qualora il giudice ritenga illegittimo il provvedimento. Insomma, nessun obbligo al reintegro e, dato che stiamo parlando di lavoratori precari, alla stipula di un contratto a tempo indeterminato. Dopo la conquista di Palazzo Chigi, la destra aveva giurato che l'articolo 18 non sarebbe stato toccato, certo memore di quei tre milioni di persone che avevano invaso il Circo Massimo appena sei anni prima - sembra passato un secolo - e invece ci ripensa, usando la più infame delle strategie. Cominciano la strage scatenandosi contro i più deboli, poi ce ne sarà per tutti. I precari occupano nel mercato del lavoro la stessa collocazione assegnata ai rom nella scala sociale. La filosofia di Berlusconi è lineare: abbiamo vinto le elezioni conquistandoci il consenso della maggioranza degli italiani e la delega a governare. E noi governiamo, senza dover più rispondere ad alcuno, o alla legge. Te la do io la concertazione con le parti sociali, l'unico interlocutore riconosciuto dall'esecutivo è la Confindustria. O forse è ancora peggio: la mente è Emma Marcegaglia e i ministri il braccio (armato). La norma anti-precari, si è scritto in questi giorni, «non ha padri» e molti anche nella maggioranza e nello stesso governo tendono a chiamarsi fuori, della serie «io non c'entro». Eppure la norma è stata partorita nella commissione bilancio della Camera, dunque in molti sapevano e l'hanno decisa. Ma allora, come mai la cosiddetta opposizione del Pd, o Di Pietro, sono caduti dalle nuvole? E' istruttiva una dichiarazione attribuita all'ex ministro del lavoro Cesare Damiano, che rivendica alla propria parte politica il fatto che la norma sia solo una sanatoria rispetto alle vertenze già aperte dai precari, e non abbia valore per i contratti futuri. Ammesso e non concesso che sia così, come mai Damiano e i suoi non hanno gridato allo scandalo, trovandosi di fronte a quella norma, e perché solo ora Walter Veltroni si indigna e annuncia battaglia in Parlamento? Non ci si venga a dire che siamo maldisposti, pregiudiziali nei confronti del Pd. Solo due giorni fa il Corriere ha pubblicato un ficcante intervento firmato dal «responsabile per il Lavoro e il Welfare nel governo ombra» Enrico Letta e dall'immarcescibile senatore e giuslavorista Pietro Ichino, titolato «Non solo precari, flessibilità per tutti». Nell'articolo si esalta il «drastico allargamento della possibilità di assumere lavoratori a termine» contenuto nell'emendamento aggiuntivo al decreto legge n. 112, quello che condanna i precari ad accontentarsi della paghetta impedendo invece la loro regolarizzazione. I due avanguardisti ombra contestano il metodo (l'emendamento aggiuntivo), ma al tempo stesso cantano «si può dare di più», si può estendere questa meraviglia ai lavoratori a tempo indeterminato. Va dato atto alla Cgil di Guglielmo Epifani di aver preso una posizione netta contro il metodo (l'autoritarismo) e il merito (antisindacale) di quest'ultima aggressione del governo, e più in generale contro le politiche economiche e sociali di Berlusconi. Logica vorrebbe che alle parole il maggior sindacato italiano facesse seguire i fatti. E' quel che si aspettano in molti, dentro e fuori dalla Cgil. Quel che non si capisce è perché in corso d'Italia ci si ostini a salvare la Confindustria, che è il vero mandante delle politiche governative, il killer dei contratti nazionali.

 

Precari, nessuna modifica Il governo tira dritto - Sara Farolfi

ROMA - Il governo tira dritto sulla norma che preclude ai lavoratori precari (con contratto a tempo determinato) la possibilità di ottenere da un magistrato la stabilizzazione del rapporto di lavoro. E' una nota di Maurizio Sacconi, nel tardo pomeriggio di ieri, a fare luce: «Nell'interesse del paese», il decreto è bene che viaggi spedito, e la sede idonea per «eventuali» correttivi sarà il disegno di legge da approvare entro la fine dell'anno. Eventuali, appunto, perchè ora a difesa di quello che il giuslavorista Piergiovanni Alleva definisce, «un monumento equestre all'incostituzionalità», si levano alti gli scudi di chi lo ha, se non suggerito, sicuramente molto caldeggiato. «La norma è coerente con la direttiva europea, alla base della nuova disciplina del contratto a termine, che vuole innanzitutto contrastare le eccessive reiterazioni», dice Confindustria. «Una stupidaggine», ribatte Claudio Treves (Cgil). Ma senza pudore alcuno, gli industriali entrano nel dettaglio. Sarebbe cioè una questione di forma e non di sostanza: «Nei casi di violazioni più di natura formale che sostanziale - come ad esempio è l'impropria indicazione della causale che giustifica il contratto a tempo determinato - è corretto limitare la sanzione ad un indennizzo di natura economica». Già in mattinata Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil, non aveva usato mezze parole nel definire la norma, «un'evidente azione di lobby, un segno della riduzione dei diritti delle persone, per giunta incostituzionale». Nel pomeriggio, rincara il segretario confederale Cgil, Fulvio Fammoni: «Confindustria condivide scelte non previste dal protocollo e dimentica di dire che, sempre nel decreto, sono state modificate molte altre parti dell'accordo sul tema del tempo determinato». Industriali e sindacati saranno oggi seduti fianco a fianco di fronte al governo per l'apertura di quello che è stato definito «il tavolo sui redditi». Che già, a valle del decreto, non partiva sotto i migliori auspici, figuriamoci ora. Dal parlamento invece è il partito democratico a promettere battaglia su una norma «immorale», «incostituzionale», «rocambolesca». Ma il presidente della commissione bilancio del senato, Antonio Azzolini, è sorpreso, anzi «siamo sorpresi dal clamore suscitato da una norma presentata oltre 20 giorni fa, votata in commissione bilancio alla camera, e dunque già nota all'opposizione». Il polverone in effetti si è sollevato sabato scorso. Quando la norma capestro - che fa carta straccia di ciò che per i precari può considerarsi una sorta di 'articolo 18', ossia della stabilizzazione del rapporto di lavoro, qualora il contratto a tempo determinato si dimostri irregolare - era stata già bella che recepita dal maxiemendamento che accompagna la manovra finanziaria. E su cui ora il governo - che invece, sempre ieri, ha presentato un emendamento di modifica, espressamente richiesto dal presidente della repubblica, alla norma sulla gestione dei bilanci dei ministeri - non sembra avere intenzione alcuna di fare marcia indietro. Due pesi e due misure? «Ci sono cose che vanno valutate approfonditamente e che andranno migliorate - risponde il sottosegretario all'Economia, Vegas - ma attendere il miglioramento potrebbe pregiudicare l'approvazione tempestiva del decreto». In attesa di tempi migliori, insomma, la norma sarà approvata, «e se il disegno di legge dovesse apportare modifiche, è chiaro che si farà carico anche del periodo transitorio», conclude Vegas. Il ministro Sacconi ribadisce che il provvedimento riguarda «una platea limitata di destinatari, interessati quasi esclusivamente a controversie con la società Poste Italiane». Certo il caso Poste è quello più clamoroso, con almeno 14 mila vertenze (sollevate a causa dall'utilizzo 'improprio' di contratti a tempo determinato) già passate in primo grado di giudizio e molte ai nastri di partenza. E dove tra l'altro, ricorda Emilio Miceli (Slc Cgil), l'ultimo accordo tra azienda e sindacati (sostanzialmente la rinuncia alla causa legale, a fronte dell'impegno a una stabilizzazione del rapporto di lavoro) risale a 10 giorni fa. La norma del governo, corretta in extremis (e nel silenzio generale), riguarda chi ha un contenzioso aperto - che si dice, potrà avere un indennizzo economico, da 2,5 a 6 mensilità, e non più la stabilizzazione - e, secondo Miceli, «concede un'arma di pressione in più all'azienda, che potrebbe sempre decidere di revocare gli accordi sindacali». Ma non ci sono solo le Poste. In Rai, ad esempio, risale a pochi mesi fa l'accordo tra azienda e sindacati per la stabilizzazione di 3 mila contrattisti a tempo determinato, con numerosi contenziosi giuridici aperti. «Di persone che hanno avuto un contratto a termine anche per 15 o 20 anni», aggiunge Miceli. E che dire di Alitalia, o del settore del turismo (in particolare, l'alberghiero), o ancora di quello del commercio. Del resto, come certifica l'Istat, il contratto a tempo determinato è la forma più frequente di precarietà. La norma del governo si presenta come un mostro anche dal punto di vista della giurisprudenza. I giuslavoristi sono già al lavoro. Su due punti in particolare che, per come scritti, si prestano ad ambivalenti letture. Il risarcimento potrebbe persino considerarsi come «aggiuntivo, e non sostitutivo, alla stabilizzazione». Mentre per i contenziosi futuri non è chiaro se, qualora un giudice dichiari la nullità del contratto, si intenda che tutto il contratto è nullo (e dunque addio anche ad eventuali rivendicazioni di straordinari o ferie non pagate) o se lo sia solo parzialmente, ossia nella sua clausola di temporaneità, che dunque lo trasformerebbe in contratto stabile.

 

Sinistra Cgil: «Nessuna intesa. Ora lo sciopero» - Antonio Sciotto

ROMA - «In queste condizioni nessun accordo è possibile. Dobbiamo preparare una mobilitazione in settembre, fino allo sciopero generale». Un'assemblea molto affollata, quella di ieri al Centro Congressi Frentani di Roma, con quadri e delegati Cgil provenienti da tutta Italia: e il documento finale non lascia spazio a dubbi. Convocata da 31 componenti del direttivo, dal segretario generale Fiom Gianni Rinaldini, dall'area Lavoro e società, dalla Rete 28 aprile, ha raccolto un interesse molto ampio. Era presente il segretario generale della Funzione Pubblica Cgil, Carlo Podda, ed è intervenuta a titolo personale Morena Piccinini, segretaria confederale del sindacato. Ma soprattutto c'era il cuore della Cgil, fatto di tantissimi delegati che non ne possono più di rimanere «congelati» in una trattativa - quella con le imprese - che non annuncia sbocchi, e che ormai è evidentemente a perdere. Né tollerano il freno a mano rispetto alle politiche del governo. Il messaggio al segretario Guglielmo Epifani è chiaro: è arrivata l'ora della piazza. A spiegare il perché del no all'accordo con Confindustria, e insieme la necessità di mobilitarsi, stando esclusivamente sul merito, è Gianni Rinaldini: anzi, il segretario generale della Fiom non usa neppure i propri argomenti, ma parte dalla piattaforma sui contratti di Cgil, Cisl e Uil che la sinistra Cgil non ha condiviso. «Già quel testo - afferma - è ampiamente superato dallo stato attuale della trattativa. All'inizio del documento - dice Rinaldini - si parla di "regole universali sulla contrattazione" da decidere con governo e parti datoriali: ma è più che evidente che l'esecutivo sta riscrivendo da solo le regole, con il decreto 112. In secondo luogo, la Confindustria è disponibile a riconoscere aumenti dell'1,7-1,8%, togliendo l'inflazione importata, e Bonanni ha già dato disponibilità a discutere. Infine, con l'accordo separato del commercio, abbiamo visto che mancano regole per superare le divisioni tra le sigle». «Allo stato attuale, quindi, - conclude il segretario Fiom - o accettiamo qualsiasi accordo, anche pessimo, o usciamo all'ultimo momento, ma quando saremo impreparati al conflitto. Dunque bisogna preparare ora la mobilitazione, anche perché l'autunno è già affollato di manifestazioni, c'è perfino l'Ugl, e tutti si chiederanno: la Cgil dov'è? Così rischiamo di sparire». Morena Piccinini spiega di non avere le stesse opinioni dell'assemblea sulla piattaforma contratti, ma nota che l'analisi sulle politiche del governo è comune a tutta la Cgil. Solo che «non basterebbero oggi i 3 milioni in piazza del 2002, il cambio dell'Italia è profondo e dobbiamo smontare le ragioni che hanno portato tanti lavoratori a votare a destra. Tentiamo unitariamente, e solo se Cisl e Uil non ci staranno, certo, agiremo da soli». «Ma per ora - è il messaggio - nessuno si tiri indietro prima, perché se saremo sconfitti, lo saremo tutti: le maggiori difficoltà potrebbero venire più dalle nostre divisioni interne che da quelle con Cisl e Uil». L'analisi su come agire però non è condivisa dall'assemblea, seppure tutti apprezzino il «segnale di apertura e confronto» mostrato da Piccinini. Per Giorgio Cremaschi, Rete 28 aprile, «l'attacco è doppio, viene da governo e Confindustria: dicono che la lotta di classe è finita, ma invece la combattono eccome, con rigidi criteri marxisti, mentre noi sembra che non la facciamo più. E anzi per loro non va più bene neppure la concertazione, chiedono "complicità": vogliono che li amiamo». Dunque «la Cgil non firmi», «e non segua Bonanni e Angeletti, che anzi vanno combattuti, perché accettano la fine dell'uguaglianza garantita dal contratto nazionale». «D'accordo - replica a Piccinini - forse non basteranno 3 milioni di persone, ma intanto andiamo a chiedere ai lavoratori se vogliono andare in piazza. Se si comincia poi si prende coraggio: basta stare dietro alla Cisl, la Cgil deve fare la Cgil». La platea apprezza, tanti gli applausi. Nicola Nicolosi, Lavoro e Società, spiega che «finalmente abbiamo ricominciato a parlare: e qui si sta insieme sul merito, si ragiona sulla strategia del sindacato». Perché «cambiare il modello del contratto, vuol dire cambiare modello di sindacato: io non sono d'accordo con Epifani quando dice che dobbiamo metterci alle spalle il sindacato del Novecento. Il conflitto tra capitale e lavoro non è finito». Anche per Nicolosi «l'accordo con le imprese non si può fare, e dobbiamo avviare la mobilitazione, che deve arrivare fino allo sciopero generale». Conclusioni condivise da tutta l'assemblea, tanto che chiudono il documento finale.

 

Napoli non vale una messa - Francesca Pilla

NAPOLI - Gli occhi sono lucidi, per la stanchezza e per il pianto: «I cani li trattano meglio». Nonna e mamma, I.S., capoverdiana da 28 anni in Italia, una figlia di 22 nata italiana ma senza cittadinanza e una nipotina di due anni e mezzo: tutte da giovedì a dormire in strada. «Nonna, perché hanno chiuso la mia casa?», si domanda la bimba, portata in fretta da amici prima di occupare il Duomo nella speranza di essere ascoltati. Sul sagrato della cattedrale l'odore dell'incenso si mischia al sudore, le vetrate filtrano il sole e una miscela di colori si stampano su una cinquantina di visi spaventati, su sguardi che chiedono aiuto, nemmeno chissà cosa, un ricovero come il comune di Napoli ha provveduto per i 40 italiani dopo lo sgombero dello stabile di via Trencia a Pianura. «L'hanno appiccato quelli del quartiere il fuoco. Questo è uno stato razzista», I.S. si torce le mani e poi se le passa sui capelli. Tanto tempo fa si bussava alle porte di una chiesa e si urlava «asilo», oggi i celerini entrano e ti portano in una camionetta, «per identificarti», e il vicario Gennaro Matino ti spiega che il cardinale Sepe non permetterà occupazioni. Così mentre Abou Soumahoro, della Lega antirazzista, dice in francese che le cose si stanno mettendo per il verso giusto, che il sindaco Rosa Russo Iervolino a momenti riceverà una delegazione, che è solo una questione di ore, la scuola di via Pasquale Scura o il centro per migranti di via Vertecelli gestito dall'assessorato alle politiche sociali, dall'entrata si sentono delle urla. Pochi secondi, il gruppo di migranti si stende sui banchi per le preghiere e una ventina sono fuori circondati dalle forze dell'ordine. Foto e filmati testimoniano che gli agenti prelevano un ragazzo, Musa Bouré, ivoriano: «Lo stanno pestando in quel furgone», urla un suo amico. Scatta un parapiglia, gli italiani, gli esponenti delle associazioni, tentano di fare scudo, spintoni, qualche manganellata e vengono trascinati via anche un altro uomo e una donna capoverdiana, Celeste Ramos, sindacalista della Uil-Immigrati. Eppure si era a un passo così dal chiudere la cosa, i migranti avrebbero lasciato il Duomo dopo l'incontro con il sindaco, che aveva intenzione di trovare una sistemazione. Perché? «Volevano lo scontro. Questo governo conferma che sulle questioni simboliche usa la forza, anche sulla pelle di esseri umani solo in cerca di aiuto», è incredulo uno degli attivisti no global di lungo corso. Ma fuori dalle porte della cattedrale su questo concordano in molti, mentre le trattative con la Digos si fanno difficili. Per la Cgil che per tutta la mattina, attraverso un rappresentante dello sportello immigrati, Jamal Qaddarah, ha condiviso il tira e molla istituzionale, si tratta di «una aggressione premeditata e violenta contro poveri e disperati, l'ennesimo atto autoritario da parte del prefetto di Napoli». Sul posto si precipitano gli esponenti di Rifondazione. «Gli immigrati, che oggi hanno occupato pacificamente il Duomo per chiedere di avere, per un loro diritto, un alloggio dignitoso, sono stati aggrediti e selvaggiamente pestati dalla polizia. Vanno subito individuati e puniti i responsabili», dichiara l'assessore Giulio Riccio, che deve anche provvedere a risolvere l'emergenza abitativa. Gli stranieri si stringono tra gli inginocchiatoi, fuori c'è il cordone di polizia che pretende di identificarli. Ma in maggioranza si tratta di richiedenti asilo, o immigrati con regolare permesso di soggiorno, che in questi giorni sono andati a lavorare, a pulire le case dei napoletani, o i bar e i negozi, a scaricare mobili e pacchi per poi tornare a dormire in strada. I sans papier sono una manciata: «Ma questa conta è inaccettabile», dice ai suoi Abou. Si parte con le telefonate per i tre fermati. Si mobilitano gli avvocati; Celeste e un suo connazionale vengono rilasciati, il ragazzo pestato no. «Hanno continuato a picchiarlo mentre ci portavano negli uffici», dice la sindacalista, mentre mostra un ematoma al braccio, segno delle percosse. Si teme che non vogliano rilasciarlo anche se Musa è un richiedente asilo, e secondo la normativa regolare fino all'udienza di accettazione. «E' messo male, per questo non lo liberano», conferma chi l'ha visto. Bisogna muoversi a tentoni, cercando di trovare soluzioni una per volta, senza peggiorare la crisi. Alle cinque, dopo una assemblea per contarsi, si decide di liberare la cattedrale. La Digos assicura che non ci saranno identificazioni, né fermi. La curia tira un sospiro di sollievo e solo dopo essersi sincerato che i turisti possano tornare a visitare la casa del signore, Matino, il vicario rilascia un comunicato alle agenzie di stampa contro l'assessore Riccio: «Nessuno ha chiesto lo sgombero del Duomo. Chi ha fatto tali dichiarazioni, in qualche modo contravvenendo al suo ruolo istituzionale, deve poter dire quando Sua Eminenza ha chiesto o quando avrebbe chiesto di sgomberare la Cattedrale». Ma chi c'era all'incontro ha sentito con le proprie orecchie toni duri: non si ammettono occupazioni. E conta poco la volontà della chiesa di fare da tramite con un sindaco, tra l'altro, già disponibile e impegnato nella faccenda. «E' inaccettabile che la chiesa non abbia condannato la carica», taglia corto Abou, indaffarato a dirigere gli immigrati verso Palazzo San Giacomo, sede del comune. Ansia e una breve riunione con la Iervolino, poi finalmente i volti si rasserenano: l'ipotesi è una prima soluzione di cinque giorni, nella quale metà delle famiglie saranno spostate in una pensione a carico del comune, i restanti sistemati in una struttura della Provincia. Ma la buona notizia è che il sindaco farà attrezzare uno stabile, sulla cui individuazione, viste le proteste dei giorni scorsi ai Quartieri spagnoli, sobillate da una certa destra che pure ieri ha urlato alla violazione della libertà di culto per l'occupazione del Duomo, si mantiene il riserbo. Per gli italiani sgomberati, famiglie di senza casa dai tempi del terremoto, la gestione è stata invece «separata» e affidata alla Protezione civile. Ora resta solo Musa Bouré, che in serata è ancora in stato di fermo, ufficialmente per verificare la sua richiesta presentata alla questura di Bari. Gli immigrati sono soddisfatti a metà: «Ora bisognerà affrontare una questione seria. La Campania non è più un'isola felice, ma sta affondando in una deriva culturale e di razzismo molto pericolosa. E Musa ne sta pagando le prime conseguenze», è l'ultimo commento di Abou.

 

L'assessore Riccio (Prc): «Lo sgombero è stato voluto dalla Curia»

Ilaria Urbani

NAPOLI - «I funzionari di polizia hanno preso ordini direttamente dalla Curia di Napoli per sgomberare il Duomo». Giulio Riccio, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, è arrabbiato, deluso e sconfitto dopo i momenti di tensione di ieri mattina nella cattedrale della città. Riccio, a capo di un assessorato che viene comunque accusato dai richiedenti asilo e associazioni per non aver saputo creare centri di accoglienza, ieri si è battuto fino alla fine insieme ai ragazzi africani capoverdiani, ghanesi e burkinabe affinché venissero eliminati i muri della discriminazione. Assessore, perché si arrivati a questo punto e ieri la polizia era quasi in assetto da guerra? Fino a poche settimane fa la Questura di Napoli ha mantenuto un ottimo dialogo con il Comune e la società civile, evidentemente i provvedimenti anti-immigrati del governo stanno contribuendo a cospargere tensione nel Paese. Si inizia ad avere un'idea davvero singolare di legalità. La polizia venerdì notte è stata particolarmente zelante a verificare se gli abitanti dello stabile sgomberato fossero regolari ma non è stata altrettanto attenta a identificare chi ha lanciato bottiglie incendiarie e alzato barricate prima dell'arrivo dei migranti. C'è un'emergenza democratica, questi fatti sono connessi con l'ultima boutade del governo in tema di immigrazione che funge da moltiplicatore mediatico e genera solo paura nella popolazione. La Santa Sede ha mandato un monito perché siano rispettati i diritti degli immigrati. L'intervento della polizia sembra averlo chiesto prima di tutti il cardinale Sepe che evidentemente, non trovandosi davanti fedeli cattolici, e dimenticandosi dell'articolo 3 della Costituzione, non ha ritenuto opportuno dargli aiuto. Ha saputo offrirgli solo il manganello delle forze dell'ordine. Sepe è un bravo comunicatore, esprime spesso buoni intenti dal megafono dei media, ma quando si tratta di aiutare i deboli agisce così. Secondo lei c'è un legame diretto tra la bandiera dell'emergenza nazionale per gli immigrati agitata dal governo, la cacciata dello straniero ai Quartieri Spagnoli l'altra notte e le tensioni ieri al Duomo? C'è l'intenzione di far percepire al Paese che c'è un'emergenza stranieri a tutti i costi. La stessa Questura ieri era alla ricerca di un'azione esemplare per dimostrare i muscoli. E' saltato il quadro dei rapporti sul territorio. L'atteggiamento delle forze dell'ordine prima era conciliatorio, ora è violento e brutale. Il governo deve abbassare i toni se non vuole far precipitare il paese nel baratro più di quanto non lo abbia già fatto. C'è ancora un ragazzo ricoverato all'ospedale e, se le immagini registrate, le testimonianze e le diagnosi dei medici dovessero confermare che è stato colpito duramente dalla polizia, ricorreremo alla vie legali. Saremo al fianco di questi cittadini per garantire loro diritti e dimora. Le famiglie migranti sfrattate hanno rifiutato di essere trasferite a Scampìa, ipotesi alternativa alla scuola individuata a via Pasquale Scura. Cercherete di riportarli ai Quartieri Spagnoli, nonostante l'opposizione dei residenti? Probabile. Quella di venerdì è stata una protesta xenofoba organizzata da esponenti politici di destra. I Quartieri Spagnoli da anni sono un esempio di integrazione, oltre il 30% dei residenti è immigrato e non si registrano problemi. A crearli sono solo i razzisti pronti a fare caroselli e lanciare molotov contro gli stranieri, atteggiamento sostenuto da un governo che ama alimentare lo scontro.

 

Turchia ad alta tensione - Orsola Casagrande

ISTANBUL - Si è aperta in un clima di tensione altissima la seduta della corte costituzionale che dovrà decidere la chiusura o meno del partito di governo Akp. Le due bombe che domenica sera hanno sconvolto la passeggiata e lo shopping estivo serale nel quartiere di Gungoren a Istanbul, provocando 17 morti e oltre 150 feriti, hanno ieri impegnato il primo ministro e le massime autorità politiche del paese spostando l'attenzione da quello che accadeva in tribunale. La corte costituzionale dovrebbe decidere in tre o quattro udienze quale sarà il destino del partito del premier turco Recep Tayyip Erdogan. L'accusa rivolta all'Akp è quella di minare la laicità dello stato attraverso l'adozione e la pratica di leggi e provvedimenti di natura religiosa. In altre parole, secondo l'accusa l'Akp avrebbe come obiettivo quello di islamizzare la Turchia. Erdogan e i suoi hanno ottenuto alle scorse elezioni politiche il 47% dei voti e tutti concordano nel dire che, se la corte costituzionale decidesse di chiudere il partito, alle elezioni anticipate che il governo dovrebbe annunciare l'Akp otterrebbe un consenso ancora maggiore. Che verrebbe ulteriormente rafforzato dal voto amministrativo previsto per il prossimo anno, elezione che che il governo sarebbe certo tentato di accorpare a quelle politiche anticipate in modo da ottenere una sorta di doppio mandato. E' con questa consapevolezza, che un voto anticipato andrebbe a favorire il successore dell'Akp, che i massimi giudici turchi si sono riuniti ieri pomeriggio. Gli undici magistrati che compongono la corte costituzionale hanno fatto sapere che rimarranno riuniti fino a quando non saranno in grado di pronunciare il verdetto finale. Ma se gli occhi di tutti fino a domenica sera erano puntati sulla corte di Ankara, ora l'attenzione è tutta su Istanbul. Un attentato per molti versi strano, quello di domenica sera. Strano l'obiettivo. Ammesso che si possa trovare un obiettivo in una strada affollata di gente normale che dopo una torrida giornata estiva decide di passare la serata mangiando un gelato e facendo shopping tra i negozi aperti fino a tardi. Strano il luogo dell'attentato. Un quartiere dove vivono anche molti kurdi, il che ha in qualche modo escluso fin dall'inizio un coinvolgimento del Pkk. Anche se il governo e la polizia hanno puntato l'indice contro il partito dei lavoratori già poche ore dopo le esplosioni. Il Pkk ha comunque smentito ogni coinvolgimento di sue unità nell'attentato. «Siamo di fronte a un attentato dai contorni oscuri - ha dichiarato all'agenzia di stampa Firat news Zubeyir Aydar, a nome del Pkk - Questo tipo di azioni nulla hanno a che vedere con la lotta per la libertà e la giustizia portata avanti dal popolo kurdo». Sulle montagne del Kurdistan iracheno cosi come nelle zone kurde della Turchia le attività militari e gli scontri tra esercito turco e guerriglieri continuano. «Ritengo - ha concluso Ayidar - che non si possa fare alcun collegamento tra quanto accaduto domenica sera e l'attività del partito dei lavoratori». Una dichiarazione importante, arrivata poche ore dopo l'attentato, contrariamente a quanto avvenuto per esempio nell'esplosione a Diyarbakir nel dicembre scorso, dove persero la vita sei giovani studenti. L'annuncio del Pkk. In quel caso il Pkk aveva annunciato qualche giorno dopo l'attentato di aver aperto una indagine interna per capire se in qualche modo l'attacco avesse qualche collegamento con il partito. L'inchiesta aveva portato il Pkk a riconoscere che una sua unità aveva effettivamente portato avanti l'azione senza il consenso dell'organizzazione. Ma in questo caso il rapido diniego di qualsiasi coinvolgimento dei ribelli kurdi riporta in primo piano l'organizzazione paramilitare e segreta Ergenekon, l'inquietante Gladio turca che in queste settimane sta emergendo come una potente organizzazione in grado di decidere e compiere azioni destabilizzanti per il paese. Gli arresti eccellenti di ex generali, uomini d'affari, mafiosi, giornalisti e intellettuali hanno consentito di mettere a fuoco una organizzazione capillare capace di commissionare attentati ma anche di stringere patti più o meno «reali» con forze di destra e di sinistra pur di ottenere il suo scopo - cioè il controllo della vita politica del paese. Ergenekon potrebbe essere dietro l'attentato di domenica: lo pensano in molti, e in qualche modo le bombe potrebbero essere il colpo di coda di un'organizzazione messa alle strette, se non ferita praticamente a morte, dalle retate delle settimane scorse, la mossa imprevista di un'organizzazione alla fine, ma ancora viva. Se qualche collegamento con Ergenekon venisse provato la cosa getterebbe una luce oscura e inquietante su uno scenario che in qualche modo si riteneva appartenente al passato. Ergenekon, la «gladio» turca. Il premier Recep Tayyip Erdogan è rientrato ieri e si è recato a visitare le decine di feriti ancora ricoverati in ospedale. La strada dove sono avvenute le esplosioni ieri mattina aveva un'apparenza spettrale: vetrine rotte negozi deserti. Nel pomeriggio invece centinaia di persone si sono riunite per dare l'ultimo saluto ai morti. Il presidente della repubblica Abdullah Gul ha inviato un messaggio di cordoglio. «Condanno - ha scritto Gul - questi atti disumani che mostrano la brutalità del terrorismo». Dal premier Erdogan, invece, un invito al paese perché «sappia essere unito in questo momento tragico. Non è importante - ha detto Erdogan - la chiusura o meno dell'Akp. La cosa importante è che il paese sappia rimanere unito nella lotta contro il terrorismo». Erdogan ha puntato il dito contro il Pkk, pur senza citarlo, affermando che «l'incidente di domenica è il prezzo pesante delle operazioni militari turche» al confine tra Turchia e Iraq. Unanime la condanna dell'attentato. Tutti i partiti hanno usato toni duri contro un'azione definita «vigliacca». Ahmet Turk, da una settimana rieletto presidente del partito kurdo Dtp (che come l'Akp rischia la chiusura e quindi l'esclusione dal parlamento) ha ribadito che questo tipo di azioni non fanno altro che allontanare le prospettive di pace nel paese. L'affaire Ergenekon ha fatto emergere ancora una volta la complessità della Turchia. E' chiaro che a qualcuno - interno alle forze armate o anche al derin devlet, il «governo profondo» al quale la stessa Ergenekon apparteneva - faceva comodo rendere pubbliche una serie di cose. Il problema è capire perché e soprattutto che cosa succederà adesso. E' anche sempre più evidente che l'accordo tra l'establishment militare e il governo dell'Akp ha trovato il suo punto di equilibrio sui kurdi. In altre parole, i militari hanno chiesto e ottenuto dal governo mano libera in nord Iraq e più in generale contro i kurdi. In cambio l'Akp ha ottenuto rassicurazioni sulla non-interferenza dei militari nella vita politica e sociale del paese. Ergenekon ha rivelato anche questo: che lo scontro è anche interno all'establishment militare. E questo significa che il futuro prossimo è assai poco prevedibile. Anche perché restano ancora secretati cinque nomi che dovrebbero essere quelli dei capi dell'organizzazione. Le speculazioni su chi potrebbero essere sono tantissime: si parla di esponenti dell'esercito tuttora in carica, politici in attività e uomini d'affari tra i più importanti del paese.

 

«Macché Pkk, è il colpo di coda di Ergenekon» - Orsola Casagrande

ISTANBUL - Ertugrul Kurkcu è il direttore e fondatore dell'agenzia Bianet, importante punto di riferimento e di analisi quotidiana della vita politica e culturale della Turchia, in particolare dal punto di vista dei diritti umani. Ma oltre che un acuto giornalista e profondo conoscitore della Turchia, Kurcku è anche stato uno dei protagonisti della vita politica turca, in particolare dell'incredibile e turbolenta stagione tra le fine dei '60 e la fine dei '70, con il drammatico epilogo del colpo di stato del 12 settembre 1980. Un golpe che aveva come scopo ultimo l'eliminazione totale della sinistra. Kurkcu ha passato sedici anni in carcere. Partiamo dalle due esplosioni di domenica sera. Difficile stabilire gli esecutori. L'indice di media e politici è puntato contro il Pkk ma un coinvolgimento del partito dei lavoratori sembra da escludere, lo stesso Pkk l'ha ieri fermamente negato. I giornali avevano titoli come «Il massacro del Pkk» o «Pkk assassino». Gli stessi toni sono stati usati dai politici turchi. Il leader dell'opposizione Deniz Baykal ha detto chiaramente che i colpevoli sono da ricercare nel Pkk e ha chiesto al paese di mobilitarsi: affermazioni e richieste - quella di scendere in piazza - molto pericolose. Il Pkk ha negato in toni categorici e a più livelli ogni coinvolgimento e sono convinto che dobbiamo credergli. Non mi pare si possa vedere alcun motivo per cui il Pkk dovrebbe intraprendere simili azioni. Non è oggettivamente nello stile del movimento kurdo. Questo va detto con forza. Allora la domanda che si pone è naturalmente una sola: chi sono i responsabili? Proviamo a ipotizzare una risposta: un colpo di coda di Ergenekon, la «gladio» turca, ferita a morte ma non ancora disposta a soccombere? Per quanto inquietante, per i risvolti evidenti che la cosa potrebbe avere, temo che l'ipotesi di una sorta di reazione a quanto sta accadendo da parte di Ergenekon sia fondata. Mi sembra che questo attentato sia la risposta di una organizzazione di estrema destra ferita a morte ma appunto non ancora disposta a cedere. E stiamo parlando di una organizzazione i cui vertici sono stati in parte arrestati e comprendevano ex generali e grossi nomi nella vita politica di questo paese. Alcuni degli arrestati sono accusati di avere preparato un nuovo colpo di stato, per fortuna abortito. L'attentato di domenica è una risposta in qualche modo disperata, ma come abbiamo visto anche estremamente violenta. Possibile pensare che altre azioni del genere possano accadere in un futuro non troppo lontano? Purtroppo penso di sì. Finché non ci sara il verdetto sulla chiusura o meno dell'Akp, e quindi finché non si raggiungerà un nuovo equilibrio politico, credo sia legittimo e anche di buonsenso pensare che quanto accaduto a Istanbul domenica possa ripetersi. Alla fine la lotta non è solo per il potere ma anche per l'eliminazione dell'Akp dalla scena. Certo c'è una parte che vorrebbe eliminare il partito di Erdogan dalla politica turca. E oggi l'Akp è attaccato su più fronti: dai giudici e da un fronte di organizzazioni clandestine e paramilitari legate all'estrema destra. Credo che la lotta contro l'Akp continuerà a essere senza esclusione di colpi. Tornando all'attentato, ci sono diverse cose strane, dal luogo scelto al tipo di esplosioni. L'area di Gungoren è una scelta difficile da comprendere: gente comune, nessuna particolarità. Ci sono voci che dicono che in realtà l'area scelta dagli attentatori era il quartiere di Bakirkoy e la polizia avrebbe intensificato i controlli in quel quartiere proprio nelle ultime settimane. Il premier Erdogan ha parlato a Bakirkoy proprio domenica e quindi l'area era molto controllata, il che avrebbe indotto gli attentatori a cambiare luogo. Gungoren è adiacente a Bakirkoy. Per quanto riguarda la modalità dell'attentato direi che è piuttosto sofisticata, anche questo un indicatore che fa escludere un coinvolgimento del Pkk. La prima bomba era una sorta di bomba civetta: tanto rumore per attrarre la gente e scatenare il panico. La seconda invece era devastante, come dimostra il numero elevato di vittime. La corte costituzionale dovrebbe decidere la prossima settimana sulla chiusura o meno dell'Akp. Cosa pensi? Il relatore si è espresso per l'assoluzione. Un parere non vincolante ma molti dicono che la corte potrebbe optare per una terza via. Né assoluzione né condanna ma la sospensione dei finanziamenti pubblici al partito di Erdogan, finanziamenti che vengono dati in base ai voti. In più ci potrebbe essere una forte reprimenda per i vertici. Staremo a vedere. Quello che è certo è che ci aspetta una nuova risposta da parte delle forze della destra oltranzista e paramilitare. Quella parte che non vuole accettare la fine di un'era nella politica di questo paese, quella delle gang che dominavano la scena. Dall'altra parte penso che l'esercito sia oggi meno interessato a intervenire militarmente con un golpe perché in fondo ha ottenuto ciò che voleva, cioè mani libere in nord Iraq.

 

Obama in the street. Un poster rispolvera il sogno americano

Luca Celada

Los Angeles – È l’immagine del momento; fai appena a tempo ad atterrare in una grande città americana, per esempio Los Angeles, che la vedi attaccata alla parete dell’ascensore o sulla bacheca dei taxi. Poi, al semaforo, appare sul paraurti della Prius che ti sta davanti e ancora sul finestrino della Volvo che passa sulla freeway; si scorge con la coda dell’occhio nella finestra di quel bungalow a Silverlake, campeggia sulle t-shirt nelle bancarelle di Venice. L’effigie di un Barack Obama con lo sguardo volto ad un avvenire lievemente oltre la cornice in alto a sinistra, in una posa fra il social-realista e il santino. Se c’è un’immagine definitiva di quest’estate, questa calda vigilia delle convention e poi dell’elezione d’autunno, è questa. La si scorge ubiqua, ripetitiva, virale, col suo semplice slogan a caratteri cubitali: Hope, come un’invocazione, una rappresentazione grafica del nuovo, del possibile, almeno negli «stati blu», sulle coste, le sponde liberal di quest’America di fine regime. Di sicuro in California e l’epicentro, Los Angeles, la metropoli che è la base operativa del suo autore: Shepard Fairey. Nel suo studio di Echo Park racconta i retroscena dell’immagine più «forte» di questa stagione politica americana. «alla vigilia del super tuesday ho messo per la prima volta l’immagine su internet. La versione cartacea doveva essere un’edizione limitata, destinata ai muri di LA, non mi sarei mai immaginato che avesse potuto avere una simile diffusione, ma proprio dalla rete si è sparsa ovunque». Trentottenne, originario del South Carolina, «emigrato» sulla Left Coast dopo aver frequentato il Risd (Rhode Island School of Design), fra i più prestigiosi incubatori di design dell’est, Fairey di immagini «virali» ne sa qualcosa visto i trascorsi come guru dello stickeraggio da skate - noto soprattutto come l’autore dell’onnipresente adesivo «obey» («obbedisci! »), sotto l’effigie stilizzata di André the Giant, eroe kitsch del wrestling del passato, visibile tutt’oggi su migliaia di skateboard e bagni di locali notturni. La vera fama di Fairey proviene in seguito dalla street art, quando comincia ad affiggere grafica ai muri di Los Angeles, New York, Parigi, Londra, distinguendosi per immagini graficamente molto connotate, un tratto di stile e di stencil che rimanda alle propagandistiche e all’agit prop, dall’avanguardia russa a Weimar, ai protest poster del ‘68, uno stile per cui mostra istinto naturale. Come Obey, la specialità di Fairey sono i messaggi ambigui che citano ironicamente le ideologie e le loro degenerazioni orwelliane, utilizzando un libero mash-up di stili e correnti – uno spregiudicato remix di punk, manifesti, copertine rock - il jihadista con la bomboletta spray, i kalashnikov da cui spuntano i garofani, la guerrigliera ibridata con l’icona induista, contaminazioni incrociate di idoli, pop art, pubblicità per creare immagini calibrate e riverberare nelle banche della memoria stoccate di mezzo secolo di immagini- simbolo, commentando con ironia sui loro meccanismi impliciti... Alla street art affianca oggi anche l’attività commerciale di successo: il suo studio grafico Studio number one ad Echo Park fabbrica immagini che tengono fede ai suoi slogan: «Engineering propaganda» e «Manufacturing dissent». L’Obama poster è l’apoteosi della campagna-immagine in cui il branding è di suprema importanza, mentre il riposizionamento centrista del candidato Obama ha provocato non poca disaffezione fra coloro che lo avevano entusiasticamente appoggiato all’inizio. Rappresenta anche alcune problematiche basilari della street art, cugina virtuosa della pubblicità che ne assume tuttavia alcuni meccanismi. Il problema è anche di Fairey, specie dopo i megasuccessi commerciali di Banksy di cui l’artista è amico: nella misura in cui la street art è un esercizio di branding, ha una parentela stretta col marchio commerciale e ne spartisce necessariamente l’ambiguità. Per Fairey le contraddizioni si ripropongono con la fama e col successo del suo studio di grafica commerciale. Cosa intende per «icona»? Credo che si possano rendere molte cose «iconiche» stampandole in una certa maniera, ma solo alcune lo meritano davvero. Obama per me rappresenta un certo idealismo in politica che è mancato del tutto negli ultimi otto anni. Questa immagine assume uno stile «propagandistico» e cita certe raffigurazioni sovietiche per mostrare Obama come candidato forte usando semplicemente lo stile che meglio comunica questo messaggio. Lui è stato contro la guerra in Iraq sin dall’inizio, da quando era una posizione molto impopolare e questo secondo me lo rende uno statista più che un semplice politico, un iconoclasta ed un’icona; chi è disposto a sostenere le proprie idee, anche quando queste non sono popolari, può essere un’icona. Perché pensa che il suo stile si addica particolarmente ad Obama? Trovo l’iconografia politica ufficiale incredibilmente noiosa, incapace di esprimere lo spirito intenso della sua candidatura. Non avevo alcuna esperienza in campo politico, provengo dalla grafica punk della street art, ma mi sembra che le immagini politiche ufficiali sottovalutino il proprio pubblico. C’è un sacco di gente che reagisce istintivamente a questo tipo di immagine perché conoscono la cover art delle copertine dei dischi e la grafica dello skateboard e tutta l’arte grafica prodotta dalla cultura pop antagonista, non allineata col minimo comune denominatore. Un pubblico abituato a fruire di immagini forti graficamente, com’è per i giovani la celebre rappresentazione del Che in posa ribelle... Ha discusso il suo manifesto con la direzione della campagna? Non volevo finire per danneggiare la campagna a causa dei miei trascorsi e della mia reputazione. Sono stato spesso arrestato per le mie opere «street». Il New York Post ha scritto che la campagna di Obama aveva «assoldato gli street artist». Nessuno è mai stato «assunto», semplicemente non riescono a concepire che un candidato possa generare una spontanea passione nei supporter. Ho voluto chiedere il beneplacito della sua organizzazione e, dopo il successo del primo manifesto, me ne hanno commissionato un secondo, basato sulla stilizzazione di una foto di cui avevano i diritti. L’ho donata alla campagna e l’hanno commercializzata sul sito ufficiale per generare fondi per la campagna. Dopo tanto lavoro «ironico» sulla propaganda, si è finalmente cimentato in una propaganda effettiva? La gente crede che quando ho realizzato ritratti di personaggi come Mao, Nixon e Stalin, io abbia voluto implicitamente appoggiare la loro politica. È ridicolo. A me interessava sottolineare l’influenza di questi personaggi sulla storia, anche quella negativa. Quando ho fatto serie su Stalin, Nixon e Mao ho chiamato in causa l’idea astratta che viene propinata in America del dittatore malefico, sempre come estraneo e comunque straniero, «altro». È utile rammentarci di Nixon, come di Reagan e di Bush, per confutare questo mito. Ha citato il Che. Crede che un’immagine possa diventare vittima del proprio «successo»? Quando un’immagine viene «sovresposta», come il ritratto del Che, al punto di perdere la propria «potenza», ciò costituisce un’opportunità per commentare i meccanismi che diluiscono le idee. L’immagine che ho prodotto io del Che, ibridata con quella di André the giant, personaggio kitsch del wrestling, voleva fare proprio questo. È un modo per dire che nulla è sacro e tutto può essere travisato e inflazionato, compresa l’idea di «ribellione».Mi hanno criticato per aver «dissacrato » un’icona,ma l’idea era esattamente questa. È un discorso applicabile anche a Obama? Cerco di produrre immagini che celebrino qualcosa di positivo o chiamino in causa qualcosa di negativo, immagini di «propaganda» che stimolino ad interrogarsi sulla vera propaganda da cui siamo inondati quotidianamente. La mia intenzione non è mai di chiedere al pubblico di accettare ciecamente qualcosa. Spero che le mie immagini sollevino quesiti, compresa quella di Obama; non voglio che la gente lo appoggi perché è un poster «cool». Però il problema dell’immagine-pubblicitaria è una questione che le è stata rinfacciata a più riprese… Il senso della pubblicità capitalista è di incoraggiare la gente a non porsi domande, sentirsi bene e consumare, cioè la manipolazione e la truffa. Io voglio che la gente sia scettica e attenta ai meccanismi del potere. Qualcuno mi ha accusato di arricchirmi con la mia arte. Per me va bene, basta che ci si renda conto con la stessa intensità di come stiano scomparendo i nostri diritti civili, nel nome della lotta al terrorismo o della guerra al nemico, o di come si stia nascondendo subdolamente l’effetto serra. Non credo che il capitalismo sia un sistema intrinsecamente malvagio. Certo,molti suoi aspetti favoriscono i potenti, ma questo non vuol dire che non sia possibile lavorare al suo interno, in modo etico, per migliorare le cose. Quello che guadagno lo uso a beneficio di una cultura libera e pensante. I soldi sono uno strumento e ci sono molte cose costruttive che ho potuto fare grazie ai proventi dei miei lavori commerciali, al mio giornale, la mia galleria. Intende continuare a produrre street art? Il valore della «street» è che permette di comunicare col pubblico direttamente, senza intermediari. Il problema principale del sistema capitalista, per riprendere quel discorso, è che concentra il potere in poche mani mentre la massa è impotente. Con la street art puoi comunicare con la massa, anche se non hai i soldi o il potere di una corporation. Un metodo clandestino che provoca molte polemiche.. Credo che sia un atto di democratizzazione dello spazio pubblico. È come la libertà d’espressione. È preferibile sentire qualcosa che ti offende che non poter esprimere un pensiero perché qualcuno ha deciso di censurarti.

 

Liberazione – 29.7.08

 

Soldato, se non massacri i nemici sei uno squilibrato... - Piero Sansonetti

Due soldati italiani, anzi due ufficiali, si sono rifiutati di mitragliare un gruppo di talebani, in Afghanistan, per ucciderli. Forse nel gruppo di talebani c'erano anche diversi civili. I due soldati italiani erano alla guida di un elicottero corazzato Mangusta a qualche chilometro da Herat. I talebani stavano fuggendo, dopo uno scontro a fuoco con un blindato italiano, nel corso del quale erano stati feriti altri due soldati del nostro contingente. Le autorità italiane - che non sono più le feroci autorità guidate dal generale Cadorna, quelle che durante la prima guerra mondiale disponevano la fucilazione dei traditori, dei disertori e dei disfattisti - hanno stabilito che i due ufficiali sono semplicemente due persone «stressate mentalmente», e dunque da curare. Hanno disposto il loro ricovero in una apposita struttura psichiatrica (una volta si sarebbe detto: in manicomio), e poi li hanno mandati a casa in licenza. L'episodio, rivelato dal quotidiano Il Tempo , ci pone tre domande. La prima domanda (anzi, la prima serie di domande) è di carattere politico. Quante volte i soldati italiani, nei mesi scorsi, sono stati impegnati in vere e proprie azioni di guerra? Quante volte hanno sparato, hanno ingaggiato combattimenti? Quante volte hanno attaccato? Quante persone hanno ucciso? Hanno ucciso anche dei civili? Sono domande importanti. Visto che la Costituzione dice che l'Italia non può fare guerra a nessuno, si tratta di capire se quella in Afghanistan è davvero una missione di pace. Sicuri che in una missione di pace gli elicotteri si alzano in volo per mitragliare il «nemico» in fuga? La seconda domanda riguarda la dinamica dei fatti. Le autorità dicono che i nostri due ufficiali si sono rifiutati di sparare per via di un «blocco psicologico» a loro giudizio inspiegabile. Dovuto appunto a momentanea - diciamo così - pazzia. Secondo Il Tempo la versione dei due dell'elicottero è diversa. Loro dicono: non abbiamo sparato perché nel gruppo c'erano dei civili. Dunque per rispettare il diritto internazionale. Se fosse così sarebbe ancora più grave. E sappiamo che in altri paesi l'uso della formula «sindrome da stress» è stata spesso usata per coprire episodi di obiezione di coscienza. La terza domanda è di buon senso. Vi rendete conto che ci è stato comunicato che se una persona umana vede un gruppo di persone umane - assai simili a lui - e decide che non se la sente di ucciderle tutte con la mitragliatrice, le autorità italiane decidono che questa persona è mentalmente squilibrata? Cioè che la persona normale, equilibrata, se ha una mitragliatrice in mano la usa e uccide più gente che può...

 

Le battaglie, gli uomini e le armi delle truppe italiane in Afghanistan – Davide Varì

L'ultimo bollettino è di ieri: il comando della missione Nato in Afghanistan (Isaf) ha infatti riferito che due soldati hanno ucciso due bambini che si trovavano a bordo di un auto, nella provincia meridionale di Kandahar. I militari hanno aperto il fuoco, riferisce un portavoce, poiché il veicolo non si è fermato a un posto di blocco e non ha rispettato le procedure di sicurezza previste. Un altro uomo è rimasto gravemente ferito. L'episodio segue un altro simile verificatosi sabato scorso, quando alcuni soldati britannici hanno ucciso quattro persone a bordo di un auto che non si è fermata a un controllo. Ma qual è la composizione dell'Isaf, l'International Security Assistance Force che, su mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu dovrebbe vigilare sul mantenimento della pace in Afghanistan? E quali le forze in campo? 32mila militari Usa, 8mila inglesi, 3mila tedeschi e 2mila 800 italiani. Poi francesi, polacchi, rumeni e così via. Per quel che riguarda la presenza italiana in Afghanistan, Peace reporter ha più volte riportato e denunciato le "battaglie italiane" ed il silenzio del ministero della difesa. Ben undici di queste battaglie sono state combattute solo nel 2006 e2007. Del resto, fino al maggio 2006 un italiano, il generale Mauro del Vecchio, ha ricoperto l'incarico di coordinamento dell'intero contingente Isaf. Nel settembre 2006, rivela la stessa Peace reporter, le forze speciali italiane della Task-Force 45 e i paracadutisti del 66° reggimento di fanteria Trieste della Brigata Aeromobile Friuli della Forza di Reazione Rapida (Qrf) italo-spagnola presero parte (assieme a forze afgane e Usa) all'operazione ‘Wyconda Pincer' nei distretti di Bala Buluk e Pusht-i-Rod, provincia di Farah. Almeno una settantina i talebani uccisi in combattimento dalle forze italiane. Con il ministero della difesa ordinò il silenzio-stampa sull'operazione. L'ultima azione nota, resa pubblica sempre da Peace reporter, risale al novembre dello scorso anno quando le forze speciali italiane della Task-Force 45 e i bersaglieri della Forza di Reazione Rapida, con l'appoggio di cinque elicotteri Mangusta e per la prima volta anche di otto cingolati Dardo, prendono parte (assieme a forze afgane e Usa) alla battaglia del Gulistan, nella provincia di Farah, per riprendere il controllo di questo distretto caduto nelle mani dei talebani alla fine di ottobre. Nei combattimenti vennero uccisi decine di guerriglieri. «La situazione in Afghanistan - fanno sapere da Peace Reporter - è drasticamente peggiorata nell'ultimo anno. Il 2007 (chiusosi con oltre 7mila morti, di cui almeno 1.400 civili uccisi in gran parte dai bombardamenti aerei della Nato) è stato l'anno più sanguinoso dalla caduta dei talebani (anche per la stessa Nato: 232 i soldati occidentali morti). Secondo un recente rapporto del Senlis Council intitolato "Afghanistan sull'orlo del precipizio" i talebani controllano il 54 percento del territorio afgano, sono attivi in un altro 38 percento (compresa la provincia "italiana" di Herat) e minacciano ormai la stessa capitale Kabul (la cui difesa è ora responsabilità dei soldati italiani)». Una situazione che ha indotto i due ministri italiani Franco Frattini e Ignazio La Russa a rivedere le regole di ingaggio dei militari italiani presenti sul territorio. Frattini ha parlato di «flessibilità geografica» nello schieramento delle truppe italiane in modo da consentire loro di coprire la provincia di Helmand dove più duri sono i combattimenti contro la guerriglia dei talebani.

 

Miracolo a Milano: ieri angeli oggi soldati - Monica Di Sisto

Città deserte per l'esodo dei vacanzieri? Niente paura: a presidiare il senso di solitudine di chi resta dal 4 agosto ci saranno 3mila militari. Oggi il ministro dell'Interno Roberto Maroni passerà dagli annunci ai fatti siglando con il collega della Difesa Ignazio La Russa un apposito decreto. Ben 31,2 milioni di euro dei contribuenti porteranno un migliaio di giovani in mimetica a «pattugliare a piedi» le strade di Milano, Roma, Napoli, Padova e Verona con poliziotti e carabinieri. Un altro migliaio andrà negli ex cpt, il resto in imprecisati "luoghi sensibili". I militari gireranno appiedati perché, «c'é maggiore visibilità», ha spiegato La Russa, che ha aggiunto che a Milano, Roma e Napoli «ce ne sarà un numero più alto», tra i 200 e i 300. Eppure il Viminale lo scorso anno assicurava che nelle grandi città la paura cresceva, ma i reati no. I soldati dovranno «garantire la sicurezza ai cittadini che devono sentirsi padroni a casa propria», precisa Maroni. Il loro valore aggiunto? «Fanno anche missioni di pace», chiosa La Russa. E se è vero che a Milano tra le zone-target potrebbe esserci via Padova, casbah tranquilla di call center e negozietti etnici, come possiamo ignorare l'utilità di una specifica competenza in blindati e check point? Fa impressione la sinistra coincidenza dell'annuncio di Maroni di ieri, con l'ennesimo incidente occorso alle truppe Nato cosiddette "di pace" a Kandahar, in Afghanistan, dove hanno ucciso un uomo e due bambini per errore, civili che andavano per i fatti loro in macchina e hanno compiuto l'unico sbaglio di avvicinarsi troppo a una colonna militare che camminava sulla stessa strada. E' vero: le mimetiche italiane sono associate nell'immaginario collettivo, all'estero ma non solo, a interventi umanitari, utili, prime tra tutti le vaste operazioni di mafia in stato d'emergenza, negli anni più sanguinosi delle guerre tra clan. Ma è singolare che alcuni territori comincino ad avere un po' paura di questo virile spiegamento di forze, e che anche rilevanti esponenti del Governo assumano posizioni meno definite di quelle dei colleghi del Nord. Ieri, ad esempio, il sottosegretario all'Interno, Francesco Nitto Palma, parlando con i giornalisti a Perugia dove si e' svolta una visita istituzionale con i Prefetti di Perugia e Terni, ha escluso l'impiego di militari per sovrintendere alla tranquillità dei cittadini. «Questo non vuol dire che in Umbria non vi siano fatti criminosi - ha tenuto a precisare il sottosegretario - alcuni anche di notevole gravità, che in una regione fin qui felice possono creare una percezione d'insicurezza da parte dei cittadini». Francesco Nitto Palma, in premessa aveva infatti operato la distinzione «tra la sicurezza reale e la sicurezza percepita» elementi che supportati anche da quanto prospettato dai prefetti avvicinano l'Umbria ad altre regioni d'Italia. «Sicuramente - ha proseguito Nitto Palma - occorrerà cercare di operare per comprimere la percezione di insicurezza, ma dai dati di cui siamo in possesso - ha concluso - non possiamo parlare di emergenza sicurezza in Umbria».Quando si vuole insomma, a piacere, si torna ai dati di realtà, spariti da tempo dal dibattito italiano sulla sicurezza. Il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, ad esempio, ha accusato ieri la destra di essere «drogata di paura». Peccato che anche Roma, retorica a parte, oggi firma il suo Patto per la sicurezza. Chi farà fare pace a parole e fatti?

 

Curdi e sciiti nel mirino dei kamikaze

Sciiti e curdi nel mirino. Come nei giorni più bui e duri di quella guerra civile sotto traccia che si è combattuta per un paio di anni in Iraq. Una nuova serie di attacchi kamikaze torna ad insanguinare la città di Kirkuk e i pellegrinaggi sciiti, facendo almeno 55 morti. I feriti sono molti di più. Gli attentati tornano a scuotere il Paese in una fase di relativa calma, rischiando di riaccendere le polveri della guerra sporca tra i tre gruppi che costituiscono la larga maggioranza degli abitanti del Paese. Nessuno ha rivendicato gli attentati e neppure le autorità hanno lanciato accuse. Di certo, i gruppi sunniti rimasti fuori dalle trattative con Washington hanno interesse a riaccendere le polveri del conflitto interetnico. La prima carneficina del giorno è quella di Baghdad, dove diverse donne kamikaze si sono fatte esplodere tra la folla durante una processione sciita a Baghdad e hanno ucciso almeno venti persone. Le decine di feriti, così come le vittime, sono soprattutto donne e bambini. I fedeli si trovavano nel quartiere di Karrada, nel centro della capitale irachena ed erano in marcia verso Kadhimiyah, a nord, per partecipare alla commemorazione religiosa dedicata al settimo imam sciita Mussa Kadhim, scomparso dodici secoli fa. La celebrazione attira ogni anno oltre un milione di pellegrini e le donne si sono mischiate tra questi, cominciando a farsi saltare in aria la mattina alle otto e poi, in serie, una dopo l'altra, davanti al Teatro nazionale e dentro una tenda che offriva riparo alle donne in pellegrinaggio. Nel quartiere dove sorge la moschea erano state rafforzate le misure di sicurezza proprio nel timore di attentati. Già domenica scorsa sette pellegrini sciiti erano stati uccisi da uomini armati a Madin, a sud di Baghdad. Quello di ieri è l'attentato più sanguinoso dal 17 giugno scorso. Il secondo attacco terroristico aveva come obbiettivo una manifestazione curda a Kirkuk, seconda città petrolifera dell'Iraq già teatro di scontri, violenze attentati e pulizia etnica. Il bilancio delle vittime è di almeno 36 morti. La manifestazione colpita dall'attentato era organizzata per protestare contro la legge elettorale di recente approvata dal Parlamento. La legge regola le prossime elezioni provinciali e aveva incontrato una forte opposizione dei rappresentanti cittadini curdi e non è stata contro firmata dal presidente iracheno (curdo) Talabani, né dal suo vice sciita. Secondo il testo approvato dal Parlamento i seggi del consiglio locale sarebbero stati assegnati per il 32 per cento ai tre maggiori gruppi etnici mentre un 4 per cento sarebbe stato affidato alle altre minoranze. I curdi, che da tempo cercano di annettere Kirkuk alla loro regione autonoma, si contendono questo centro petrolifero con le minoranze locali turcomanna e araba. Con la legge approvata, dunque, i curdi si troverebbero eletti dei turcomanni che si opporrebbero all'annessione di Krkuk al Kurdistan autonomo. La città è teatro di scontri fin dall'inizio dell'occupazione dell'Iraq, con i sunniti a farla da vittime. Saddam, infatti, spostò decine di migliaia di appartenenti alla sua minoranza a Kirkuk, cacciando dalle case i curdi, che una volta caduto il dittatore hanno cominciato la loro pulizia etnica al contrario. Ieri, le autorità curdo iracheno hanno immeiatamente provato a calmare le acque, chiedendo alla popolazione di non «bloccare la strada ai terroristi». Il presidente del Kurdistan, Massoud Barzani, ha avuto a Baghdad una riunione d'emergenza col presidente Talabani e con gli uffici politici dei due principali partiti curdi - l'Unione Democratica e l'Unione Patriottica. Al termine degli incontri Barzani ha lanciato un appello «ai fratelli ed alle sorelle di Kirkuk a mantenere la calma e a bloccare la strada ai terroristi». Dopo l'attentato di ieri, infatti, la rabbia dei curdi si era diretta contro le due sedi cittadine del Fronte Turkmeno. La gente ha accusato le guardie agli edifici di aver aperto il fuoco sulla folla dei dimostranti ed ha appiccato il fuoco ad una delle due sedi, mentre l'altra è stata teatro di scontri per ore. A nulla sono valse le prese di posizione dei rappresentanti turckmeni, che hanno negato in maniera categorica qualsiasi legame con l'attentato.

 

Olimpiadi, è sempre più grigio il cielo sopra Pechino

Quando un paio di giorni fa hanno inaugurato il Villaggio Olimpico, ben pochi tra gli atleti e i giornalisti presenti sono rimasti colpiti dall'imponenza del complesso creato ad hoc per le Olimpiadi. In realtà, erano tutti piuttosto impressionati dalla cornice in cui si svolgeva la solenne cerimonia di inaugurazione della struttura. Una cornice quasi surreale, con quel cielo grigio piombo e l'aria irrespirabile e pesante che gravava come una cappa su Pechino. Non era solo un'impressione, ieri è arrivata la conferma ufficiale: da giovedì il livello di qualità dell'aria si aggira intorno a quota 124, ben oltre gli standard consentiti. A dieci giorni dall'inizio dei Giochi olimpici, si può dunque dire che la corsa contro il tempo per ripulire l'aria e renderla un po' più respirabile per gli atleti in gara e per gli addetti ai lavori sembra definitivamente persa. I livelli di smog, pur migliorati, restano comunque molto alti. Nove anni di provvedimenti, comunque parziali, e adesso qualche settimana di rigore contro l'inquinamento non sono dunque bastati a fronte di decenni di assoluta indifferenza al problema. Il che potrebbe compromettere lo svolgimento dei Giochi, visto che i rischi per la salute degli atleti sono altissimi in queste condizioni. Per non parlare del danno di immagine per la Cina che sulle Olimpiadi ha investito politicamente ed economicamente e che si ritroverà con una vetrina piuttosto appannata. Ma mentre le delegazioni internazionali cominciano ad arrivare a Pechino, accolte da una grigia cappa di smog, il governo cinese fa sapere di essere intenzionato a utilizzare i dieci giorni che restano prima dell'inaugurazione per un'ulteriore stretta sull'inquinamento. Le autorità cittadine avevano già varato un piano, anche se un po' troppo a ridosso della scadenza. Dal 20 luglio, infatti, alcune fabbriche hanno chiuso o sono state costrette a ridurre la produzione e a Pechino si circola solo a targhe alterne. Un buon rimedio, quest'ultimo, per il traffico cittadino, che in effetti è stato alleggerito dai quotidiani ingorghi, ma non risolutivo per abbassare il livello di polveri sottili nell'aria. Per un paio di giorni il sole è tornato a occhieggiare, ma poi la nube grigia è tornata. Così, ora, le autorità hanno annunciato nuove misure, ventilando l'ipotesi di un blocco quasi totale delle auto e la chiusura di altre fabbriche considerate inquinanti. «Confidiamo nel fatto di riuscire a mantenere l'impegno di migliorare la qualità dell'aria durante le Olimpiadi. Nel caso in cui le condizioni meteorologiche non fossero buone - ha detto un funzionario della protezione ambientale - adotteremo ulteriori misure. Tali interventi sono già previsti e saranno adottati». Certo, l'arrivo delle delegazioni olimpiche in una città in cui la visibilità è ridotta a poche centinaia di metri, non è un buon viatico per l'immagine della Cina e di questa edizione delle Olimpiadi. Gli australiani hanno già fatto sapere che sceglieranno di volta in volta, con un occhio ai valori delle polveri sottili, se gareggiare o meno. Altre delegazioni hanno annunciato che arriveranno a Pechino solo all'ultimo momento, per evitare di inalare smog senza motivo. E uno degli atleti più attesi, l'etiope Haile Gebreselassie, ha già comunicato che non correrà la maratona. L'asma di cui soffre e l'inquinamento che troverà ne farebbero un'impresa impossibile.

 

Repubblica – 29.7.08

 

Rom, l'Europa contro l'Italia. "Ignorati i diritti umani" – STRASBURGO

"Le misure attuate in Italia non tengono conto dei diritti umani e dei principi umanitari e potrebbero fomentare altri episodi xenofobi". E' durissimo il giudizio espresso da Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, in occasione della diffusione del suo rapporto sulla visita compiuta in Italia il 19 e 20 giugno scorsi per discutere della nuova politica italiana in materia di immigrazione e della situazione dei nomadi. Hammarberg si è detto "estremamente preoccupato" per tutti gli episodi di violenza avvenuti nei campi nomadi italiani. Il commissario Ue ha denunciato come durante gli episodi di violenza "non vi sia stata una effettiva protezione da parte delle forze dell'ordine che a loro volta hanno condotto raid violenti contro gli insediamenti di questi gruppi". Hammarberg pur riconoscendo gli sforzi delle autorità italiane ha sottolineato che al momento "sono stati fatti pochi progressi nell'effettiva protezione dei diritti umani dei Rom e dei Sinti" e ha ammonito la classe politica: "L'approvazione, diretta o indiretta, di questi atti da parte di certe forze politiche, singoli politici e da parte di alcuni organi di informazione è particolarmente preoccupante". Nel rapporto, che è stato reso noto oggi, si sottolinea come il ripetuto ricorso a misure legislative d'emergenza "per affrontare i problemi legati all'immigrazione sembra indicare un'incapacità di affrontare un fenomeno non nuovo e che "la decisione di rendere la presenza illegale in Italia un'aggravante nel caso in cui la persona commetta un reato, potrebbe sollevare serie questioni di proporzionalità e di discriminazione". Sotto accusa anche la possibilità, contenuta all'interno delle nuove norme sulla sicurezza, di espellere cittadini comunitari sulla base di motivazioni di pubblica sicurezza. Secondo il commissario queste leggi "pongono seri dubbi di compatibilità con la Convenzione dei diritti umani", su cui si basano le sentenze della Corte di Strasburgo. Hammarberg che durante la sua ispezione ha visitato alcuni insediamenti ha definito "inaccettabili" le condizioni del campo nomadi Casilino 900 di Roma, esistente da quarant'anni e definito semiregolare dove però "la situazione è rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi tre anni". Positiva invece la situazione a Pescara dove "le autorità locali hanno saputo rispondere al problema abitativo".

 

Incubo traghetto, viaggio in prima con le zecche - FRANCESCO OLIVO

La prima classe non è più quella di una volta. Lo sta pensando da giorni Cristina Sassudelli, 41 anni, che, dopo essersi addormentata su una poltrona della categoria principale nel traghetto per Olbia, si è svegliata ricoperta di zecche «dalla testa ai piedi». La donna era appena partita per le vacanze, venerdì sera si era imbarcata a Genova su un traghetto della Tirrenia con destinazione Olbia, per trascorrere qualche giorno in un villaggio con le amiche a Portisco. L’episodio lo racconta la stessa protagonista, che ha denunciato la compagnia di navigazione: «Mi sentivo prudere su un braccio e alle sei e mezzo del mattino mi sono svegliata accorgendomi di essere completamente piena di zecche». I particolari sono piuttosto raccapriccianti: «Ce n’erano centinaia, di tutte le dimensioni. Ho sempre avuto cani e ho capito subito che non erano insetti qualunque». Terrorizzata dall’invasione animale Cristina Sassudelli chiama il capitano che la manda immediatamente dal medico di bordo: «Mentre mi spogliavo per la visita nello studio, mi sono cadute le zecche dai pantaloni - prosegue la donna -. La visita è stata superficiale e, nel certificato, il medico ha scritto che non sono stata punta. Io, però, non ne sono affatto certa». La disavventura prosegue: «La nave era ormai arrivata a Olbia, così ho chiesto l’intervento della Asl, mi hanno risposto che era chiusa». La Tirrenia cerca di mettere una pezza alla brutta figura, ma gli effetti, secondo la denuncia, hanno persino qualche risvolto comico: «Mi è stato concesso di fare una doccia, mi hanno preso gli abiti, dicendomi che li avrebbero portati a disinfettare. Il commissario di bordo mi ha dato i suoi vestiti, il problema è che lui porta la cinquanta e io la quaranta! Stringendo una cintura sono riuscita a chiudere i pantaloni e, conciata così, sono scesa dal traghetto». La compagnia di navigazione improvvisa un risarcimento alla donna, facendola accompagnare da un addetto per uno shopping riparatore in un negozio di abbigliamento e di indumenti intimi. Secondo la Sassudelli, però, la Tirrenia ha fatto di tutto per insabbiare l’imbarazzante vicenda: «La nave è ripartita per Genova -racconta scandalizzata - come se nulla fosse, non mi hanno nemmeno rimborsato il biglietto». Insomma pantaloni nuovi, ma niente soldi indietro. La Tirrenia si giustifica: «Siamo molto dispiaciuti per quanto successo alla passeggera. E’ la prima volta che, in tanti anni di navigazione, capita una cosa del genere». La compagnia ritiene, comunque, di aver agito correttamente: «La signora è stata visitata prontamente dal medico di bordo, che dopo la visita non ha riscontrato punture di insetto. La zona incriminata è stata chiusa ed è stata avviata subito la disinfestazione. L’episodio è avvenuto in un momento particolare di grande traffico e di caldo umido». Parole che non placano l’indignazione della signora. Dopo l’assalto delle zecche non riesce a darsi pace e non è nell’umore giusto per godersi le vacanze in Sardegna sognate da mesi. Il corpo interamente ricoperto dagli insetti è un’ossessione dalla quale è impossibile liberarsi: «Sono tre giorni che non dormo, non mi siedo più da nessuna parte e appena torno a casa, farò tutti gli esami per vedere se ho preso la richeziosi». La denuncia «serve ad evitare che altre persone possano passare questo incubo che è capitato a me» conclude. La prossima volta, forse, meglio prendere il posto ponte, il sacco a pelo non sarà comodo, ma ripara.

 

L'esorcismo della ragazza finisce alla Corte Suprema – Maurizio Molinari

I nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti dovranno presto cimentarsi su un terreno giuridico insolito: il diritto di un sacerdote di praticare l’esorcismo. A sollevare la questione sono stati gli avvocati di Judy e Tom Schubert, genitori di Laura che nel 1996, quando aveva 17 anni, venne sottoposta a un esorcismo da parte del pastore della Chiesa che frequentava a Colleyville, in Texas. All’epoca la giovane frequentava i corsi per giovani nella Pleasant Glade Church delle Assemblee di Dio, era ben voluta dal pastore e ben inserita nel gruppo di adolescenti coetanei. Il padre Tom era un ministro di culto delle Assemblee di Dio, che erano l’universo di fede nel quale la famiglia viveva. Tutto iniziò a cambiare il giorno in cui Laura cadde improvvisamente in terra esausta, facendo suoni gutturali, piangendo, strillando e digrignando i denti. I dottori ipotizzarono che fosse ipoglicemica ma il pastore diede un’altra spiegazione, affermando che era «posseduta dai demoni». Lo stesso pastore prese la giovane, la portò dentro la Chiesa e la tenne ferma sul pavimento per oltre due giorni praticando l’esorcismo in presenza dei compagni di corso della ragazza, alla quale fu consentito di rialzarsi solo dopo aver pronunciato la parola «Jesus». A tenerla ferma sul pavimento furono i cortanei convinti che attraverso di lei fosse il diavolo a parlare. La ragazza subì violenti colpi, percosse e bruciature che le causarono non solo ferite e lividi ma anche uno shock di lunga durata, come dimostrò il fatto che nei due anni seguenti non uscì di casa, facendosi da sola un centinaio di tagli su corpo, inclusa una ferita al polso che svelò tentazioni suicide. Le venne diagnosticato uno stress post-traumatico e dimagrì fino a pesare 45 kg. Nel 1998 la famiglia decise di lasciare il Texas trasferendosi in Georgia, il padre Tom diede le dimissioni da ministro delle Assemblee di Dio diventando agnostico e Laura prima si sposò avendo un figlio, poi divorziò, e quindi è riuscita con il secondo marito a ritrovare una qualche stabilità restando comunque sempre assillata dagli incubi. Determinata a farsi riconoscere i danni per le violenze subite, Laura era riuscita ad avere da un tribunale di primo grado del Texas il diritto a danni civili per 300 mila dollari «perché la libertà religiosa non include abusi intenzionali in nome della fede». Ma la Corte Suprema dello Stato, con 6 voti contro 3, le ha dato torto, affermando di «non essere competente» su una questione che ha a che vedere con la libertà religiosa. Il giudice texano David Medina nel verdetto ha scritto: «Una sentenza contro la Chiesa avrebbe effetti agghiaccianti contro la Costituzione perché la obbligherebbe ad abbandonare dei principi fondanti del suo credo». Da qui la scelta di Laura di rilanciare e presentarsi di fronte alla Corte Suprema di Washington, la più alta istanza negli Stati Uniti, alla quale chiederà non solo di riconoscerle i danni ma anche di dare una spiegazione del «perché persone buone compiono azioni tanto cattive». Proprio la ricerca di tale risposta ha spinto Laura, che di cognome ora fa Pearson, a laurearsi in diritto criminale: «Ho molte domande legittime che aspettano ancora di ricevere risposte davvero oneste». Il caso dell’esorcismo texano potrebbe avere ripercussioni sull’attuale campagna presidenziale perché il governatore della Louisiana Bobby Jindal - possibile vice del candidato repubblicano John McCain - non solo difende questa pratica ma ha scritto nel 1994 un saggio raccontando di averla eseguita egli stesso su un’amica di nome «Susan».

 

Bush, sì all'esecuzione di un soldato

WASHINGTON - Per la prima volta da oltre mezzo secolo un presidente degli Stati Uniti ha autorizzato l’esecuzione di un militare americano, condannato a morte dalla corte marziale: George W. Bush ha infatti accolto la richiesta dello stato maggiore dell’Esercito e relativa al soldato semplice Ronald A. Gray, riconosciuto colpevole nell’88 di imputazioni multiple per omicidio e violenza carnale, reati commessi mentre era in servizio. Il soldato è stato condannato a morte dal tribunale militare nel per lo stupro e l’omicidio di due donne, una soldatessa e un’autista di taxi, e il tentato omicidio di un’altra soldatessa. Un tribunale civile lo ha condannato all’ergastolo per altri due omicidi e cinque stupri. Tutti i crimini sono avvenuti fra il 1986 e il 1987 nel North Carolina. E' stata la portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, a comunicare la decisione del Presidente: Bush «si è convinto che i fatti non lasciano dubbi sulla fondatezza e la legittimità della sentenza», e ha dunque firmato il relativo ordine; pur restando la sua, ha sottolineato Perino, «una decisione grave e difficile per un comandante in capo delle Forze Armate». L’ultimo caso del genere risaliva al 1957, quando fu Dwight D. Eisenhower ad avallare l’impiccagione di un coscritto condannato a morte per stupro a danno di minori; l’uomo fu giustiziato quattro anni dopo. Analoga richiesta fu presentata nel ‘62 a John F. Kennedy, l’episodio più recente prima di quello attuale, ma l’allora presidente optò invece per commutare la pena capitale in ergastolo. A differenza di quanto la legge Usa prevede per i civili sui quali, fatti salvi eventuali provvedimenti di grazia, a decidere è unicamente la magistratura, tra i militari nessuno può essere giustiziato senza la previa approvazione del comandate in capo, appunto il Presidente.

 

Corsera – 29.7.08

 

La vittoria dell'asse Lega-Tremonti – Enrico Marro

ROMA - A un certo punto, ieri mattina, sembrava che la norma sui precari potesse essere corretta. Maggioranza e opposizione si erano scambiate segnali che lasciavano ben sperare. Il ministro ombra del Lavoro, Enrico Letta, che nei giorni scorsi ha espresso disponibilità a contribuire al Libro Verde, il disegno riformatore del ministro del Welfare, aveva sollecitato lo stesso Sacconi a cancellare la norma incriminata. Pietro Ichino, giuslavorista del Pd, membro della commissione Lavoro del Senato, aveva parlato con Giuliano Cazzola del Pdl, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, anche lui all'opera per correggere la misura che in caso di contratto a termine irregolare non obbliga più le aziende ad assumere il lavoratore, ma prevede un semplice indennizzo. Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, si dava da fare su entrambi i fronti, contattando Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, e alcuni parlamentari dell'opposizione ex cislini mentre la leader dell'Ugl, Renata Polverini, spingeva su An, ricevendo rassicurazioni niente di meno che dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. La correzione della norma sembrava insomma matura. Tanto che Maurizio Sacconi, irritato per il blitz della Lega (pare partito da Mauro Michielon, ex parlamentare del Carroccio ora nel consiglio di amministrazione delle Poste), aveva chiesto a due senatori del Pdl a lui molto vicini, Anna Cinzia Bonfrisco della commissione Bilancio e Maurizio Castro della commissione Lavoro, di studiare la possibilità di un emendamento all'articolo 21 della manovra, che poi il governo avrebbe fatto suo. Ma, subito dopo pranzo, è arrivato il brusco stop da parte del ministero dell'Economia, con una nota del sottosegretario Giuseppe Vegas, che ha escluso ripensamenti, mentre il relatore alla manovra in Senato, Antonio Azzollini, spiegava che a eventuali correzioni si provvederà successivamente con il disegno di legge che accompagna la manovra. Agli sconfitti, dell'uno e dell'altro fronte, non restava che prendere atto della vittoria dell'asse Tremonti-Lega. Un asse che si è compattato sulla questione precari quanto più nella maggioranza i settori tradizionalmente antitremontiani, come la destra sociale di An, ma non solo, hanno cercato una rivincita, magari strizzando l'occhio all'opposizione. Così come l'uscita del ministro rivale di Tremonti, Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) a favore della modifica della norma anti-precari, non ha fatto che rafforzare la determinazione di Tremonti a non cedere. È stato facile per l'Economia sostenere che altrimenti si sarebbe aperta la porta a una serie incontrollabile di richieste durante la terza lettura alla Camera. Anche perché col passare delle ore nuovi casi vengono fuori. Altrettanto clamorosi. Come quello dell'assegno sociale che rischia di saltare per le casalinghe ultrasessantacinquenni. Anche qui per gli effetti (si suppone indesiderati) di una norma voluta dal Carroccio. Oltretutto, il governo, sempre in materia di lavoro, giusto qualche settimana fa, aveva dovuto rimangiarsi un emendamento, anche quello frutto di un blitz leghista, che aveva suscitato scandalo: l'abolizione dell'obbligo di denunciare le assunzioni un giorno prima così da evitare il fenomeno dei lavoratori in nero messi in regola il giorno che subiscono un infortunio sul lavoro. Anche allora la norma era passata senza che il Welfare se ne accorgesse, ma era così indifendibile che il governo vi aveva posto rimedio, cancellandola. Non era stata una bella figura. Adesso si replica. E tra l'Economia e il Welfare comincia ad affiorare un certo nervosismo. Dice Cazzola, che ha seguito da esperto di previdenza e lavoro l'iter della manovra alla Camera: «Queste sono materie molto tecniche, vanno valutate in tutte le loro conseguenze, e i colleghi della commissione Bilancio non possono pensare di essere onniscienti». Fatto sta che i blitz leghisti sono appunto passati, guarda caso in sedute notturne, nella commissione Bilancio, presieduta da un leghista di grande esperienza e abilità come Giancarlo Giorgetti. Sia come sia, per Tremonti non si può riaprire la «sua» manovra per questioni che considera tutto sommato secondarie e alle quali si potrà sempre provvedere con successivi provvedimenti. Agli altri non resta che abbozzare e stare più attenti la prossima volta. Certo è che il caso precari e gli altri che lo hanno accompagnato rinfocolano le tensioni tra la Lega e alcuni settori di Forza Italia, tra la Lega e la destra sociale di An. E lasciano l'amaro in bocca a chi nel centrosinistra non ha rinunciato all'idea di una politica bipartisan su alcune grandi questioni, compreso il mercato del lavoro. «Peccato - si rammarica Ichino - è stata davvero un'occasione persa».

 

Governare senza sondaggi - GIOVANNI SARTORI

Tra poco anche la politica andrà in vacanza. Sarà, per Silvio Berlusconi, la prima vacanza tranquilla. Perché ha finalmente sistemato tutti i suoi interessi privati (da quelli del suo impero mediatico a quelli delle sue residue pendenze giudiziarie). Finalmente il Nostro è un uomo libero, libero di mostrare la sua bravura come uomo di governo, la sua statura di statista. Finora Berlusconi si è molto regolato, nel suo passato governare, sui sondaggi di opinione. Così fanno un po' tutti; ma nessuno quanto lui. Ecco allora la domanda: un governo molto (moltissimo) guidato dai sondaggi può essere un buon governo? Dipende da come i sondaggi vengono letti. Il più delle volte, male. E il punto è che il territorio coperto dai sondaggi è molto più piccolo del territorio, dell'ambito, che i governi debbono coprire. Che lo vogliano o no. I sondaggi rilevano - tra le tante cose - i pareri e le priorità dell'«uomo comune» difeso e elogiato negli anni Quaranta da Karl Friedrich (un importante costituzionalista di allora). Il che già indica quale ne sia la gittata. Ma vediamo meglio distinguendo fra tre contesti. In primo luogo il contesto dei tutti . In questo contesto i sondaggi mettono in evidenza l'esperienza quotidiana, e quindi più frequente, dell'uomo comune: la spesa per mangiare, il costo della vita, il peso delle tasse e simili. Queste priorità sono ovvie; ma i sondaggi le misurano, e per ciò stesso ne precisano l'importanza, il «peso». In secondo luogo ci sono le cose che fanno infuriare soltanto porzioni (più o meno estese) della popolazione: la lentezza della burocrazia, la paralisi della giustizia, lo sfascio della scuola e della sanità, l'insufficienza delle infrastrutture e simili. Ma siccome non si dà mai il caso che tutti abbiano cause in corso (anche se gli italiani che aspettano giustizia sono più di 7 milioni), che non tutti sono simultaneamente a scuola, che non tutti sono malati, ecco che i valori percentuali di questi casi scendono. Ma sarebbe una cattiva lettura dei dati ricavarne che per gli italiani quei problemi siano poco rilevanti. La differenza rilevata dai sondaggi riguarda solo la frequenza con la quale ciascuno di noi «batte la testa», in concreto, in queste disfunzioni. In terzo luogo ci sono i problemi che per il grosso pubblico sono «astratti», e che non capisce finché la tegola non gli cade sulla testa. L'uomo comune non afferra che le disfunzioni di cui sopra dipendono da una macchina istituzionale che a sua volta non funziona. E afferra ancor meno i problemi in arrivo, i problemi del futuro (anche se prossimo). L'acqua, la benzina, l'elettricità e anche i prodotti alimentari stanno già diventando insufficienti; ma acqua, benzina, energia gli mancano soltanto quando di fatto mancano; non prima e purtroppo non a tempo. Dal che consegue che i sondaggi sottostimano alla grande il problema ecologico che è, invece, il più grave di tutti. E' proprio per questo che un governante che asseconda e ascolta soltanto i sondaggi è un pessimo governante. Il non-fare perché «tanto agli italiani non interessa» è un non-fare vergognosamente irresponsabile. Ci sono tantissime cose che un buon governo deve fare (per essere buono) a prescindere dai sondaggi.


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