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Altro che Robin Hood

Liberazione – 31.7.08

 

Sacconi: «Abrogate il '68». Così smantellano lo stato sociale

Rina Gagliardi

Il ministro Sacconi, questa volta, fa sul serio: vuole, nientemeno che «abrogare il ‘68», come annuncia una sua fluviale intervista al Foglio . Quando abbiamo letto il titolo (anzi il titolone), siamo state assalite da mille domande: che cosa si proporrà mai di fare il ministro ex-socialista ed ex-"demichelisiano" (a sua volta ex-lombardiano) poi redento dal berlusconismo? Un emendamento che cancella quell'anno (straordinario) dal calendario storico del Novecento? Un ddl che, d'intesa con Gelmini, istituisca corsi obbligatori, in tutte le scuole del regno, per apprendere tutte le nequizie compiute allora dagli studenti di Palazzo Campana e dagli operai di Mirafiori? Un provvedimento d'urgenza che toglie i diritti civili e politici ai sessantottini non pentiti? Con l'aria che tira, non si sa mai… Poi, per scrupolo, ci siamo inoltrate nel Sacconi-pensiero. Più che di un'intervista, si tratta di un manifesto ideologico molto ambizioso, ancorché, in diversi punti, alquanto pasticciato. E, prima ancora che di un anatema contro il '68 - definito, pensate un po', come il padre della "irresponsabilità", del "nichilismo" e del "cinismo" oggi così diffusi - si tratta di una proposta di fortissima regressione democratica e civile. Molto berlusconiana - e poco "tremontiana". Molto liberista - e un po' neocon, in salsa italiana, anzi veneta. Una vera utopia reazionaria. Ma vediamo. In primis, dicevamo, c'è un'operazione ideologica davvero di bassa lega: quella che scarica addosso al '68 (e agli anni Settanta che ne furono l'onda lunga) la responsabilità di tutti, ma proprio tutti, i mali attuali della società italiana - dalla disgregazione sociale alla crisi dei valori, dalla stagnazione economica alle inefficienze della pubblica amministrazione. Certo che il Sacconi le spara davvero grosse, nemmeno fosse in campagna elettorale. Possibile che al nostro ministro del Welfare non sia arrivata la più vaga notizia di ciò che è successo, in Italia e nel mondo, negli ultimi quarant'anni? Che non abbia mai sentito parlare di globalizzazione e degli effetti devastanti da essa prodotti, nonché descritti dal fior fiore di politologi nient'affatto di sinistra? Che non legga un libro (serio) da almeno trent'anni? In verità, non ci pare possibile - Sacconi è certo un politico di destra, che si diletta a imitare gli apologeti della Restaurazione (quella del Congresso di Vienna del 1815, che tentò di spazzar via in un colpo la Rivoluzione francese e Napoleone), ma forse non è né uno sciocco né un analfabeta. Ora, piuttosto, è un ministro che si è autoattribuito una "missione impossibile": distruggere quel che resta dello Stato sociale italiano, non solo in termini di diritti e garanzie sociali universalistiche, ma in termini culturali. Distruggere il Welfare, cioè, non solo nelle sue prestazioni, ma nei suoi fondamenti, nella sua ispirazione democratica, nella sua (residua) funzione uguagliatrice - per aprire all'impresa nuovi fruttuosi terreni di speculazione e profitto. Per rilanciare una nuova stagione di neoliberismo, sull'onda del blairismo e del modello britannico. E qui la condanna apocalittica del ‘68 torna propria. Se si punta a legittimare un "nuovo modello sociale" a misura degli interessi d'impresa (del capitalismo), diventa essenziale la criminalizzazione di quella stagione di speranze e di pratica rivoluzionarie che fu il ‘68. E se si ipotizza un'idea di società fondata sull'individualismo, sull'assistenzialismo, sul volontarismo, sul ruolo determinante della famiglia, ovvero sul ritorno a casa forzato delle donne, bisogna sgombrare definitivamente il campo (il clima, il senso comune, le aspirazioni, l'immaginazione) anche da quel simbolo. Del '68-69 non deve restare traccia: giacché è una data che sintetizza e simboleggia che, al contrario del Sacconi-pensiero, la trasformazione del mondo è pensabile, l'agire collettivo è possibile, l'eguaglianza dei diritti è realizzabile. Giacché il '68, per quanto lontano sia, per quanto sconfitto e silente esso appaia, "ci sta addosso" - come ebbe a dire Cesare Luporini. E' stato e resta il punto più alto, nella seconda metà del secolo scorso, della critica di massa del capitalismo. E ha davvero cambiato in profondità la faccia della società italiana. Che Sacconi lo sappia o lo abbia capito? Che ne abbia ancora paura? Ma quanto sta in piedi una società che funziona sulla logica pura dell'impresa e del mercato e ad esse subordina ogni altro principio politico? Nulla, o quasi nulla - "funziona" a costi sociali pesantissimi negli Usa ma solo sulla base della gigantesca (e infragilita) potenza dell'impero nordamericano. E quindi? Quindi Sacconi estrae dal suo cilindro l'ultimo coniglio: il "modello veneto". Al posto del Welfare non solo la famiglia, cioè le donne, ma una rete "pratico-ideologica" di servizi "sussidiari": il volontariato, le parrocchie, le farmacie, i carabinieri. L'Italia dei preti e dei marescialli (non solo veneta, si pensi alla fortunata serie di Don Matteo ). L'Italia dello strapaese di Pane, amore e fantasia . L'Italia "comunitaria" degli anni Cinquanta, segnata dal fascismo, fatta di lavoro senza fine, senza diritti, senza salari decenti - ancora lontana dalla modernità e dalla libertà. Così l'utopia reazionaria del ministro Sacconi si completa con questo pizzico di pensiero neocons: l'alleanza organica tra capitalismo - il più deregolato, sfrenato, arrembante - e cultura tradizionale, clericale, bigotta, conservatrice. In piccolo, è la ricetta di George W, Bush: se ha funzionato là, perché non dovrebbe funzionare qui da noi? Ma - ancora e sempre torniamo al '68 - una delle condizioni determinanti è, appunto, l'abrogazione, politica, culturale e concettuale, di quel tentativo: infatti, a coerente corollario del suo programma, il ministro infila la proposta di «affidare all'impresa e alla centralità dell'impresa tutta la formazione», nonché la verifica della conoscenza. In modo che nessuno possa sapere, mai più, che il '68 c'è stato - e come se c'è stato. Insomma, forse in un punto soltanto ha ragione il blasfemo ministro che vuol mettere le parrocchie al servizio del profitto, e della Restaurazione: no che non è morto, il Sessantotto. Fino a quando qualcuno troverà la forza di pensare la trasformazione, di organizzare l'agire collettivo nei luoghi di lavoro e nelle scuole, di gridare nelle piazze che "ribellarsi è giusto", il Sessantotto - statene certi - continuerà a vivere. Alla faccia di Sacconi….

 

Berlusconi, per favore, ri-caccia Scajola - Piero Sansonetti

Scusate se mi limito a trascrivere alcune notizie diffuse dalle agenzie di stampa. Senza cambiare una virgola. Prima notizia. «Inaugurando la centrale elettrica di Torrevaldaliga a nord di Civitavecchia, il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola ha dichiarato: "Dopo tanti sacrifici, anni di lavoro e qualche vita umana perduta, si è costruita questa modernissima..."». Seconda notizia. «Un uomo di 35 anni è stato trovato morto sul ciglio della strada da un passante. E' successo a Campomarino, in provincia di Campobasso. Si è poi saputo che l'uomo era rumeno, e che era morto qualche ora prima del ritrovamento, schiantato dalla fatica mentre svolgeva il suo lavoro di raccoglitore di ortaggi. Si chiamava Radu Gheorche». Terza notizia. «Un operaio di 44 anni, Placido Fusco, di Cermenate (provincia di Como) è stato travolto e ucciso da una pala meccanica in movimento nei locali della ditta di legnami Bellotti». Quarta notizia: «Un ragazzo moldavo di 22 anni è morto a Romanengo, in provincia di Cremona, mentre lavorava in un cantiere per la costruzione di un impianto sportivo. Il ragazzo è stato schiacciato da una betoniera». Vogliamo commentare questi brevi dispacci di agenzia? Vediamo un po'. Se non ci è sfuggito niente vuol dire che i morti sul lavoro ieri sono stati solo tre (spesso sono quattro, talvolta anche cinque). Di questi due erano stranieri. Un moldavo e un romeno. Due morti sul lavoro su tre costituiscono un discreto tributo dei lavoratori stranieri allo sviluppo dell'economia italiana. Restando sul piano freddissimo delle statiche possiamo anche dire che ieri non sono stati segnalati delitti commessi dai rapinatori o dai piccoli criminali. E siccome non ne erano stati segnalati neppure il giorno precedente (e il giorno precedente c'erano stati altri tre morti sul lavoro, tra i quali un ragazzino di 18 anni a Gardaland), sorge il dubbio che il governo, se proprio vuole usare l'esercito per migliorare la sicurezza, farebbe bene a mandare i soldati non per strada, ma nei cantieri edili, nelle fabbriche, nei campi di frutta e verdura. Nessuna ideologia, per carità: solo buonsenso e un po' di «matematica». E visto che parliamo di buonsenso, vorremmo capire a quale fonte raccolga il buonsenso questo ministro Scajola. E' quello che dopo la morte d Marco Biagi, ucciso dalle Br, disse ai giornalisti che questo Biagi «era un rompiscatole che chiedeva sempre la scorta...». Per quella gaffe fu dimissionato. Ora dice pubblicamente di considerare qualche vita umana nient'altro che il giusto prezzo da pagare per migliorare la politica energetica italiana. Così come fece nel 2003 con la vicenda Biagi, Berlusconi farebbe bene a metterlo alla porta. Se lo farà lo applaudiremo.

 

Revelli: «Che brutta la contesa di Chianciano...» - Davide Varì

Marco Revelli è riluttante, proprio non ha voglia di parlare dell'epilogo del congresso di Chianciano. «Conosco e stimo molti dirigenti di Rifondazione - spiega - ma ho un'idea davvero negativa di quel che ho visto in questi ultimi due mesi». Alla fine Revelli cede e accetta di essere intervistato. Lui, intellettuale storico della sinistra, sa forse che non può sottrarsi in un momento così delicato. E' un atto di responsabilità il suo, «quella stessa responsabilità che è invece mancata ai protagonisti di Chianciano». «E dire - spiega sorridendo - che sono tra i pochi folli che ha votato per la Sinistra Arcobaleno. Mi viene il dubbio di non aver capito nulla, di non aver colto l'animo profondo di questo partito. Parlo dell'animo degenerato che si è manifestato in quel congresso». Ha i toni pacati della rassegnazione Revelli, ma non risparmia critiche, anzi, vere e proprie bordate a nessuno. «Nessuno dei contendenti di Chianciano - spiega infatti sereno - è riuscito a sollevare la testa dalle proprie miserie». Un'analisi impietosa quella di Marco Revelli, un'analisi che parla di «distanza dalla vita dei cittadini» e di totale incomprensione del momento storico e sociale che stiamo vivendo: «Fuori da quelle stanze - dalle chiuse stanze di Rifondazione, s'intende - c'è una società in frantumi, c'è un incendio sociale che divampa e che si estende. E in tutto questo i dirigenti del partito pensano solo a tirarsi addosso le macerie di quel palazzo in frantumi». E in questo scenario apocalittico, ci sono due grandi questioni che secondo Revelli la "sinistra" non riesce proprio a cogliere: i limiti della forma partito, «quella stessa forma che forse ha generato i demoni di Chianciano», ed i limiti di questo sviluppo. Anzi, il vero e proprio esaurirsi dello sviluppo economico e sociale per come lo abbiamo conosciuto in questi ultimi due secoli. «Ecco - spiega Revelli - finché la sinistra non si doterà degli strumenti necessari a comprendere il mondo che ci troviamo a vivere e finché non avrà la forza di spiegare che questo modello di vita andrà sempre più esaurendosi, non nascerà alcun progetto politico credibile». Impietoso, si diceva, il giudizio di Revelli sugli attuali ed i vecchi dirigenti di Rifondazione: «Conosco e stimo molti di quelli che si sono affrontati a Chianciano. Conosco Nichi Vendola e conosco Paolo Ferrero. Nessuno di loro è riuscito però ad affrontare il congresso per come doveva essere affrontato. E' incredibile che dopo una sconfitta elettorale così pesante, l'unico obiettivo e l'unica preoccupazione fosse il controllo del partito». Ed ora? Quale futuro per questa sinistra? O meglio, c'è un futuro per questa sinistra? «L'unica strada - conclude Revelli - è quella di iniziare a guardarsi intorno. Ma le "riterritorializzazione" di cui molti parlano non nasce per decreto, non vorrei che qualcuno pensasse che sia sufficiente mandare i funzionari di partito in giro per i territori». La prima domanda è d'obbligo: cosa pensi dell'epilogo del congresso di Chianciano? Sono amico e rimarrò amico di molti dei protagonisti del congresso. Sono amico di Paolo Ferrero e di Nichi Vendola. Li conosco da molti anni eppure, in questa battaglia politica non sono proprio riuscito a riconoscerli. E questa è la premessa, manca il giudizio su quanto accaduto... E' come se ognuno di loro fosse preso dai propri demoni. Non riesco ancora a credere che, dopo una sconfitta politica tanto severa e netta, nessuno di loro sia riuscito a guardare le cose per quelle che sono nella realtà. Nessuno di loro ha capito, né si è sforzato di farlo, la società italiana e i profondi cambiamenti che la stanno attraversando. Ognuno di loro si è rinchiuso nella sede di partito per prepararsi alla resa dei conti finale. Una resa dei conti, vorrei dir loro, che ai più è apparsa del tutto incomprensibile e distante. I dirigenti di questo partito hanno pensato bene di tirarsi addosso le macerie di una casa in frantumi. Macerie che sono franate su di noi che stavamo in basso, ignari di quanto stava accadendo. Eppure c'erano 5 mozioni diverse che, almeno in teoria, avrebbero dovuto rappresentare almeno 5 letture diverse della realtà italiana... Nessuna lettura, nessuna comprensione del Paese. E' come se nel corso della vicenda congressuale tutte le componenti di Rifondazione fossero impegnate a legittimare le ragioni della sconfitta elettorale. Una sconfitta che, a questo punto, era forse giusta. Quello che voglio dire è che a Chianciano Rifondazione si è presentata come un'accozzaglia di schegge autoreferenziali. Io sono tra quelli che hanno votato per la Sinistra Arcobaleno ma, a questo punto, mi viene il dubbio di non aver capito la degenerazione di quel partito. Forse chi non l'ha votato l'ha capito prima di me. E' un giudizio molto duro. Davvero non vedi tracce di "redenzione"? Nessuna. L'unico problema era il controllo del partito. Ma un dubbio mi è venuto. Visto che conosco e stimo molte di quelle persone che si sono affrontate a Chianciano, allora, forse, il problema è nello strumento. Intendi dire che la forma partito è il vero ostacolo? Certo. Se il problema non sono le persone, allora il vizio sta nello strumento. Una prova evidente di quanto dico sta nel fatto che c'è stata una enorme divaricazione tra i contenuti espressi ed i mezzi utilizzati per ottenere il controllo del partito. Io ho notato una plateale schizofrenia tra i contenuti delle proposte politiche - ognuna delle quali apprezzabile per la propria onestà - che venivano però contraddetti dallo stile e dal metodo con cui venivano affermati. La mozione Ferrero che teorizzava l'iniziativa dal basso veniva affermata con una pratica che più di vertice non potrebbe essere, senza che nessuno all'esterno se ne sentisse coinvolto; d'altra parte la proposta di Vendola di partito aperto avveniva nel chiuso di un ristretto cerchio di partito. Di qui l'idea che sia proprio la forma partito ad alimentare i demoni. Tanto più che non stiamo parlando del controllo di un grande partito comunista. Nella realtà questo congresso ha mobilitato poche decine di migliaia di persone. Ma io dico: almeno tenetevi segreti questi dati, questi numeri ridicoli. Non siamo mica all'XI congresso del Pci che ha mobilitato milioni di iscritti. Capisco la passione, ma dividersi un guscio vuoto con uno scontro cosi feroce è davvero difficile da comprendere. In molti hanno criticato l'incapacità di guardare fuori dalle stanze di partito...

Certo, senza considerare che ciò che accade fuori non è certo ordinaria amministrazione. Fuori da quelle stanze c'è infatti un Paese in fiamme, una società incandescente che accusa processi di degenerazione davvero allarmanti. Fuori c'è un incendio. Non c'è solo una maggioranza politica oscena, c'è una situazione sociale e culturale in caduta libera e l'emergere di un modello politico e culturale feroce. Io vedo tutti i segni di un'apocalisse culturale. Bene, allora proviamo a metterlo noi il naso fuori dalle "stanze" di partito. Quali sono le questioni più urgenti? Innanzi tutto c'è da dire che siamo di fronte ad una trasformazione genetica dei soggetti e della stessa classe operaia. Il tutto dentro un quadro internazionale molto preoccupante che lascia intravedere cedimenti strutturali della democrazia. Insomma, una vera e propria mutazione antropologica. Ecco, io dentro quel dibattito non ho visto quasi nulla di tutto ciò. Di fronte a questo quadro ci si aspetterebbe un livello altissimo di responsabilità prima di rompere alcunché, prima di darsi battaglia senza esclusioni di colpi. Io vedo una mancanza assoluta di consapevolezza di tutto questo. Ecco l'assenza di questa consapevolezza è la questione delle questioni. Un'assenza che spiega la mancanza di una reale opposizione. Al di là delle colpe soggettive di Veltroni ,del Pd e di Rifondazione, oltre a tutto questo, il vuoto di opposizione deriva da questo vuoto di consapevolezza. Poi c'è una altra questione fondamentale: la fine dello sviluppo. Parli del nostro modello di sviluppo economico? Certo, questo è il nodo intorno al quale dipanare la matassa dei progetti politici. Noi siamo di fronte alla fine di una lunga epoca, la fine di un lungo ciclo dominato dalla logica dello sviluppo. Per decenni la rappresentazione complessiva del mondo si basava sull'assunto che le risorse andavano crescendo. Ecco, quel mondo non ci sarà più ma nessuno ha il coraggio di dirlo e di spiegarlo. A dirla tutta, una parte della destra, pensiamo a Giulio Tremonti, lo dice molto più che la sinistra... E' vero, ma la destra lo spiega a modo suo. Parla di crisi e di fine delle risorse per gestire l'allarme da essa procurato e si candida a governare l'esclusione e l'inclusione dal nostro mondo. Taglia a fette la società e decide chi sta dentro e chi sta fuori. Il compito della sinistra è quello di spiegare che ci sono limiti insuperabili. Deve trovare la forza di dire che alla decrescita non c'è alternativa e che l'unica alternativa è data dal fatto che questa decrescita si può subire oppure governare. La crisi energetica e quella alimentare rappresentano l'orizzonte dei prossimi decenni. Ma questa cosa qui, a quanto pare è indicibile. Non lo dice e non lo spiega Veltroni ma neanche il tardo-marxismo di Rifondazione che continua a predicare stancamente la redistribuzione. Siamo fermi al Keynes degli anni '30. Finché non si dichiara questa cosa qui non potrà nascere nessun progetto politico. Per questo le logiche identitarie diventano formalistiche; e le pseudo aperture appaiono virtuali e meramente mediatiche visto che non hanno alcuna sostanza storica. Quando non c'è più rapporto con la storia ci si affida alla retorica. Dunque è questo l'orizzonte della sinistra? Bisogna liberarsi degli occhiali dell'illusione sviluppista e mettere le mani in questo sporco contesto sociale che è la materialità dell'ultimo secolo. Un'operazione nella quale non ci aiutano né Lenin né Trotsky. Bisogna fare da noi.

 

Rifondazione senza tregua. E' sfida anche sul dialogo col Pd

Angela Mauro

La coda è sempre velenosa. Quella di Chianciano non sfugge alla regola, anche se più che coda appare come l'inizio di una "nuova era". Non si abbassa nel Prc il livello delle accuse tra vendoliani e ferreriani. «Ha assorbito un'identità extraparlamentare», tuona Nichi Vendola, in un'intervista al Riformista , contro il neoeletto segretario Paolo Ferrero. Il congresso «non è la fine del partito», reagisce l'ex ministro che insiste sulla necessità di «una gestione unitaria» di Rifondazione e spera che i vendoliani «abbassino i toni». Ma la minoranza di Vendola costituitasi in area, "Rifondazione per la sinistra", continua a respingere al mittente l'offerta di posti in segreteria, mentre parteciperà alla vita degli organismi parlamentari del partito (comitato politico nazionale e direzione). Nulla di nuovo dunque sotto il sole d'agosto (di organismi dirigenti si discuterà solo a settembre), anche se questi sono giorni cruciali per il primo test sulle alleanze con il Pd nella "nuova era" di Rifondazione. Martedì scorso, il comitato politico regionale (cpr) calabrese ha approvato il documento dell'area vendoliana del partito a favore del rientro nella giunta Loiero, lasciata un anno fa perchè "chiacchierata" dal punto di vista giudiziario. Ma la maggioranza ferreriana emersa da Chianciano è contraria al rientro nel governo regionale, Ferrero nei giorni scorsi ha inviato una lettera ai livelli territoriali del partito per spiegare il nuovo corso. «Io resto dell'opinione che ci sia stata un'inversione di tendenza politica tale da giustificare il rientro in giunta - dice il segretario regionale calabrese, Pino Scarpelli, vendoliano - Abbiamo inviato al nuovo segretario il documento approvato e incontreremo Ferrero nei prossimi giorni per decidere il dafarsi». Intanto, i ferreriani in Calabria hanno presentato un ricorso al collegio nazionale di garanzia, denunciando l'illegittimità del voto in cpr in quanto «non era in numero legale». Insomma, Calabria al centro della scena nelle vicende rifondarole dell'ultimo periodo: sul congresso di Reggio Calabria, annullato in toto dietro ricorso dei ferreriani, si è consumato uno degli epicentri di scontro tra le due maggiori anime del partito. Ma stavolta il centro della questione è il rapporto con il Pd. «Valuteremo le alleanze caso per caso - insiste Ferrero - Se in autunno il Pd farà opposizione seriamente al governo, noi saremo collaborativi. Ma Veltroni deve aprirsi ad un altro tipo di politica. Il problema non è ideologico, ma pratico». E quando (nella serata di ieri) il leader del Pd boccia le modifiche del governo alla Finanziaria e alle norme sui precari, Ferrero plaude: «Mi sento per una volta in totale sintonia con Veltroni: si tratta di modifiche insufficienti e incostituzionali. Mi auguro che il Pd le faccia anche con noi queste battaglie, nelle aule e nelle piazze, oggi e in autunno». Quanto alla "croce" piantata da D'Alema sul destino della sinistra dopo Chianciano (nell'intervista di ieri a Liberazione ), Ferrero non si meraviglia. «Capisco che l'esito del congresso scompigli il suo schema - dice il segretario - Quella "luce" che lui vede spuntare da Chianciano, la questione sociale, è per me una "grande luce"». Dialogo con D'Alema? «Sembrava che dalla crisi di società si uscisse solo partendo dal piano istituzionale. Concordo sulla necessità delle riforme, sul modello tedesco di legge elettorale, ma il problema della sinistra è tornare nella società. Lo dico anche a D'Alema: la destra non ha aumentato il suo bacino elettorale, sono i nostri che sono rimasti a casa. E' un problema anche per la sinistra moderata far tornare al voto qualche milione di persone, o no?». Per Vendola invece «Ferrero non vede l'egemonia della destra. Si limita a enfatizzare il tradimento e la subalternità della sinistra moderata ma non analizza come sono mutati i rapporti di forza in Italia e nel mondo. Col Pd si deve parlare: con Bersani, con Veltroni. La politica è fatta di interlocuzione, di valutazione lucida e laica delle alleanze da fare. Non capisco il feticismo delle formule magiche. Dire "mai al governo" è una formula simmetrica a quella degli pseudoriformisti che dicono "mai all'opposizione", quasi fossero scelte di fede e non politiche». Ferrero dà il via alle sue attività da segretario proprio nella Puglia di Vendola: oggi incontra gli operai dell'Ilva di Taranto. E sulle polemiche di questi giorni, stigmatizza: «Ho letto di attacchi alla mia persona e alle mie scelte personali. Mi viene il dubbio che democrazia e non violenza restino parole e non elementi concreti del nostro agire». Scontro frontale e coabitazione. E' da vedere come la partita si giocherà sui livelli territoriali e nei rapporti tra questi e Roma. Il caso Calabria, dove la questione del rientro in giunta sembra essere diventata quasi un pretesto per marcare l'autonomia dei vendoliani dal nuovo segretario, non è isolato. Diverse infatti sono le regioni in cui il partito è governato dall'area finita in minoranza a Chianciano.

 

Usa, Cina, India: i veleni del giorno dopo - Martino Mazzonis

L'unico a minimizzare è il ministro indiano che ha puntato i piedi. Gli altri, i ministri del commercio delle grandi potenze economiche mondiali, sono tutti preoccupati. Nessuno ha voluto mettere la firma su un accordo che non piaceva, ma dopo anni nei quali le trattative sul commercio e la progressiva apertura dei mercati erano la bussola per tutti, il fallimento del Wto lascia tutti disorientati. Un dato certo è che India e Cina, che hanno sostenuto il libero commercio per gli ultimi dieci anni, ora cominciano ad avere le stesse remore a spalancare le frontiere di settori che mettono a rischio le parti deboli della loro società. Difendere l'agricoltura significa questo. E, in parte, è la stessa scelta fatta da Paesi ad agricoltura non intensiva come Francia e Italia. Il ministro indiano del Commercio Kamal Nath ha chiesto al Direttore generale della Wto Pacal Lamy di proseguire negli sforzi per giungere ad un accordo nei negoziati per la liberalizzazione degli scambi, dopo il fallimento dell'appuntamento di Ginevra. «Esorto il Direttore generale a considerare la situazione come una pausa e non un fallimento e a tenere quel che c'e' sul tavolo», ha detto Nath stampa. Tornando sulle cause del collasso ed il braccio di ferro con gli Usa sui meccanismi della clausola di salvaguardia agricola per i Paesi in via di sviluppo, Nath ha difeso le richieste indiane criticate dagli Usa ed affermato che «erano in gioco la sicurezza mezzi di sopravvivenza di un miliardo di persone». Gli americani, che hanno preso la decisione di far saltare il tavolo, usano toni forti, con l'India e con la Cina. «Siamo particolarmente delusi dell'assenza di un'intesa», ha detto la rappresentante Usa al commercio Susan Schwab. «Tutti i Paesi hanno dato prova di flessibilità tranne uno». L'India, appunto. Ostacoli sono però giunti anche dalla Cina: il pacchetto di compromesso presentato da Pascal Lamy era stato accettato da «cinque su sette», ha detto Schwab riferendosi ai negoziati a Sette tra Usa, Ue, Cina, India, Brasile, Australia e Giappone, il gruppo ristretto creato da Lamy per accelerare le discussioni. Per Schwab le richieste di alcuni Paesi in materia avrebbero di fatto creato «uno strumento per chiudere i mercati». Le analisi americane sono giuste: l'India vuole proteggere i propri mercati, perché i suoi contadini, sindacati, ma anche il suo mondo imprenditoriale, lo chiedeva con forza da mesi. I cinesi non ci stanno a fare la parte dei cattivi e rispediscono le accuse nel campo avverso: il ministro del Commercio cinese, Chen Deming, ha dichiarato «i maggiori beneficiari del fallimento del vertice sono stati i Paesi sviluppati, che hanno mantenuto grandi margini di azione in tema di sussidi all'agricoltura». Secondo il ministro cinese, «il tragico fallimento dei negoziati rappresenta un duro colpo per la problematica economia mondiale», specie in questo momento di crisi. La palma per la battuta migliore spetta al negoziatore europeo, l'elegante ex ministro britannico Mandelson. Con il fallimento dei negoziati del Wto '«abbiamo perso l'occasione di forgiare il primo patto ispirato dal nuovo ordine mondiale» ha detto. In anni attraversati dalla crescita impetuosa di alcuni grandi Paesi, della lenta costruzione europea, della crisi energetica, delle guerre in Iraq e Afghanistan, Mandelson parla di ordine mondiale. Come se fossimo ancora al post '89, agli anni del boom della new economy e dell'asse Clinton-Blair. Parlando con Le Monde , Mandelson ha anche attaccato i Paese europei, le loro divisioni e pressioni. Il riferimento, fatto a un quotidiano francese, è a Parigi (con Roma di scorta). Il negoziatore sostiene che le prese di posizioni francesi e italiane non avrebbero indebolito la sua posizione: «avevo un appoggio 'senza ambiguità da parte di 19 dei 27 paesi membri, e del presidente della commissione Manuel Barroso» ha spiegato. La risposta al negoziatore Ue viene dal ministro dell'agricoltura francese Michel Barnier i negoziati sono falliti in quanto non si è riusciti a «costruire un accordo in cui tutti erano vincenti». A suo avviso «la lezione da trarre è che i prodotti agricoli non sono dei beni come gli altri» ma «un asset strategico». L'Europa divisa è una notizia pessima per Bruxelles. Il negoziato del Wto era un ambito classico nel quale l'Ue camminava compatta, difendendo interessi talvolta poco onorevoli, con alcuni Paesi e settori che ci perdevano e altri che ci guadagnavano. ora non è più così e sebbene meno appariscente, la divisione sul Wto è importante come quella sull'Iraq nel 2003. Che poi Parigi - per non parlare di Roma - scoprano che l'agricoltura è un asset strategico, un bene speciale come l'acqua e altre merci, è un bene. C'è da domandarsi come mai non lo avessero scoperto prima, quando gli accordi con i Paesi del Sud erano a tutto vantaggio loro. Chi, infine, non risce a farsi una ragione del fallimento, sono i brasiliani. La grande potenza agricola, scatenata sui biocombustibili, aveva messo sul tavolo una puntata alta. Ed ha perso. Ora Brasilia si rammarica e punta agli accordi bilaterali e al rilancio del Wto. Ma per quello, ci vorranno anni e prima, bisognerà che il Mercosur riprenda le trattative bilaterali per un accordo di libero commercio con l'Unione Europea.

 

Repubblica – 31.7.08

 

Passera: “Nessun euro nella vecchia società” - EUGENIO SCALFARI

CONOSCO Corrado Passera da una vita. Da quando lavorava alla Olivetti a fianco di Carlo De Benedetti. Poi all'Espresso dove si innamorò del mestiere di editore di giornali. Poi capo delle Poste italiane, dove riorganizzò un servizio pubblico in stato comatoso e ne fece un'azienda moderna. Infine alla guida di Banca Intesa chiamato da Giovanni Bazoli ormai "grande vecchio" del sistema bancario italiano. In quest'ultima carica, la più importante di una fulminante carriera, Corrado ha vissuto e gestito le tappe essenziali delle trasformazioni bancarie italiane, della nascita di Banca Intesa Sanpaolo, di una serie di interventi in sostegno di grandi e medie imprese dalla Fiat alla Piaggio, da Luxottica a Telecom. Ora è la volta di Alitalia. Non è quantitativamente parlando un'iniziativa da farlo tremare, ne ha gestite di ben più impegnative. Ma questa è la prima (probabilmente anche l'ultima perché di rogne gliene sta dando un bel po') nella quale si trovi alle prese direttamente con il potere politico e per di più su un tema che non è soltanto di mercato: risuscitare la compagnia di bandiera del trasporto aereo, dove alla parola bandiera si dà anche un significato simbolico e cioè la nazionalità della compagine azionaria. Passera sa che Repubblica ed io personalmente tutte le volte nelle quali ho scritto sull'argomento Alitalia, abbiamo visto nella fusione con Air France il modo migliore per evitare il fallimento della società e limitarne il più possibile i danni per il personale, gli azionisti, i creditori, i contribuenti e gli utenti, perché queste sono le categorie professionali e sociali che compongono il complesso mondo toccato dal fallimento Alitalia. Uso la parola fallimento non a caso perché, allo stato dei fatti, Alitalia è già fallita. Se entro novembre non sarà nata al suo posto una nuova entità societaria, il fallimento sarà inevitabilmente dichiarato per totale mancanza di fondi in cassa. Ma quand'anche il miracolo del salvataggio avvenga, la vecchia Alitalia sarà oggetto d'un fallimento pilotato, cioè morbido, graduale, attraverso una legge Marzano resa più adatta a guidare aziende decotte verso il cimitero degli elefanti senza impiegare inutili brutalità. Insomma un'azienda sostanzialmente fallita dalla quale estrarre, prima che si necrotizzino, le parti ancora vitali, da riorganizzare con un consono piano industriale affidandole ad una cordata (orrenda parola) di imprenditori italiani disposti a metter sul tavolo complessivamente da settecento a ottocento milioni di finanziamento e di gestire la nuova compagnia di bandiera. Passera voleva incontrarmi e raccontarmi. Ci siamo dati appuntamento nella casa di campagna di Carlo Caracciolo e lì abbiamo passato la serata tra vecchi ricordi e il problema che oggi occupa l'amministratore delegato di Banca Intesa. Non ho chiesto a Corrado se potevo riferire la nostra serata. L'esperienza mi ha insegnato ciò che posso raccontare e ciò che appartiene alla riservatezza. Spero di saperne fare anche questa volta buon uso. "Non sono qui per fare "lobbying" con te" mi ha detto dopo che ci siamo salutati e abbracciati come un tempo. "Desidero che tu sia informato del mio lavoro al punto in cui è arrivato. Così, se dovrai scriverne, non dovrai usare voci più o meno attendibili ma fatti veri e previsioni autentiche. Su questi elementi potrai formati un'opinione, quale che sia". Dal canto mio l'ho avvertito (ma lo sapeva già) che l'operazione Alitalia a lui affidata in qualità di "advisor" mi pareva partita col piede sbagliato, messa in pista da chi aveva fatto di tutto per far fallire la fusione con Air France con la prospettiva di una cordata tricolore e l'obiettivo di far passare una lucciola per una lanterna. Fatte queste dichiarazioni iniziali la nostra conversazione è cominciata. Con una prima sorpresa per me: Passera considera importante l'esistenza di un compagnia di bandiera con un azionariato e un management italiano e radicato in Italia. "In Europa" mi ha detto "non c'è nessun paese di vasta estensione che non abbia la sua compagnia di bandiera. E' una sicurezza per gli utenti ed anche per i ricercatori nel settore aerospaziale. Le compagnie aeree degli altri paesi gestiscono tra il 70 e l'80 per cento del traffico nazionale. La nuova Alitalia, se nascerà, dovrebbe arrivare al 65 per cento. Abbastanza per essere vitale lasciando spazio alla concorrenza interna ed estera. Per le tratte a traffico più intenso c'è anche la concorrenza delle Ferrovie. Da questo punto di vista il punto di equilibrio mi sembra raggiunto". Ho chiesto quale sarebbe stato il ruolo di Air One in questa operazione. Una fusione? Air One si sarebbe portata appresso tutti i suoi debiti che ammontano ad oltre un miliardo di euro? Mi ha risposto che non è prevista alcuna fusione con Air One ma semplicemente l'acquisto da parte della nuova Alitalia di alcune attività di Air One. Per esempio tutta la flotta aerea, tutte le autorizzazioni di cui dispone sulle varie rotte, tutti i contratti di acquisto di nuovi aerei. I debiti e ogni tipo di obbligazione di Air One sarebbero rimasti nel perimetro societario di Toto, le attività da lui vendute alla nuova Alitalia sarebbero state pagate con azioni della nuova società. "Ma Toto ce la farà a sopravvivere a questo scorporo?" ricordo che ha fatto un gesto con la mano per dire "Non è affar mio". Poi ha aggiunto: "Penso di sì, penso che ce la può fare". L'attuale consiglio d'amministrazione di Alitalia non vuole la nascita d'una nuova società ma suggerisce di proseguire con la struttura attuale utilizzando i meccanismi e i benefici della legge Marzano. Ma dal seguito della nostra conversazione ho capito che quest'ipotesi è esclusa: nessun imprenditore metterebbe un centesimo nella vecchia struttura Alitalia. A quel punto ci sarebbe il fallimento puro e semplice senza alcuna garanzia né per il personale dipendente né per i creditori. Per di più l'Alitalia cesserebbe per qualche tempo di volare con un collasso vero e proprio dell'economia italiana. E' naturale che di fronte a queste prospettive lo schema di due società - la società-rottame e quella rigenerata da una sapiente chirurgia plastica - sia il solo sbocco possibile. Il problema contiene a questo punto due domande ed esige altrettante risposte: chi è il responsabile di questa catastrofe, annunciata da circa dieci anni e precipitata proprio durante la campagna elettorale del 2008? E, seconda domanda, quale sarà la sorte dei creditori e del personale in soprannumero? Le risposte a queste due domande non rientrano nei compiti dell'"advisor" e quindi non le ho poste a Passera. Me le sono fatte da solo ma ad alta voce e ad alta voce mi sono risposto. I responsabili della catastrofe sono numerosi. I governi che si sono alternati dal 2001 ad oggi, perché la privatizzazione della compagnia aerea era all'ordine del giorno da allora e anche da prima. Il governo Prodi del 2006-2008 che avrebbe potuto vendere all'esordio e non lo fece per i soliti interni contrasti. Quel medesimo governo che si impigliò in un'asta disadatta e in successivi estenuanti tentativi. Silvio Berlusconi, che utilizzò il tema Alitalia, lo slogan patriottardo della cordata tricolore, la necessità di non cedere ai francesi di Air France un bene pubblico della patria, per alimentare l'animosità dei sindacati e mobilitare gli elettori di Forza Italia e della Lega. Ci furono in quelle settimane sbalzi enormi nelle quotazioni in Borsa del titolo Alitalia, in corrispondenza con le quotidiane dichiarazioni berlusconiane. Una vera turbativa di mercato sotto gli occhi della Procura di Roma ma senza conseguenza alcuna per il turbatore. I sindacati che, eccitati all'intransigenza dal leader della destra, risposero negativamente all'ultima offerta di Spinetta, consigliere delegato di Air France, e poserò così la parola fine al negoziato. Secondo me i sindacati e Berlusconi sono i principali responsabili; segue con i suoi non lievi errori di gestione il governo Prodi. Comunque i cocci sono ancora lì e ingombrano il terreno. Mentre facevo queste riflessioni con Caracciolo, guardavo Passera di sottecchi. Ma lui, all'enumerazione di quegli errori e di quelle responsabilità, aveva assunto la posizione della sfinge: mani sulle ginocchia e sguardo nel vuoto. Solo quando nominai i sindacati si lasciò sfuggire un'esclamazione e un gesto delle braccia verso il cielo. Poi si ricompose subito né io sollecitai un suo commento. Gli posi però la terza domanda perché quella rientrava nel perimetro del suo lavoro. Una volta creata la nuova Alitalia, con 800 milioni di finanziamento ma nessun vettore internazionale coinvolto, quale sarà il futuro? Soltanto voli nazionali e qualche rara puntata nel perimetro europeo e transatlantico? Bisognerà rinnovare la flotta? Con quali soldi? Avete messo su un giardinetto di azionisti che hanno però anche altre attività. Forse si aspettano di esser trattati con particolare riguardo dal governo. Pagheremo anche questo noi contribuenti utenti cittadini per salvare il "nano" Alitalia e il "nano" Air One in un mondo dove ormai resteranno soltanto i colossi? La parola "nano" applicata alle due società destinate a diventare una sola, non piace a Passera. Certo sa bene che la nuova Alitalia avrà un perimetro limitato. Non minore però di quello che ebbe l'Alitalia dei tempi d'oro negli anni Sessanta-Settanta, prima delle grandi crisi petrolifere. Anche allora la compagnia di bandiera volava sulle tratte nazionali ed europee con qualche collegamento con le zone di presenza italiana nel mondo: America Latina, Australia, New York. Più o meno sarà così. Per un'azienda fallita, risorgere con questo perimetro non è tanto male. Per svecchiare la flotta si prenderanno gli aerei in "leasing". E poi ci sono le banche di sostegno, a cominciare dalla sua ma non soltanto e non soltanto italiane. Il complesso di queste operazioni richiede una disponibilità e un'affidabilità di almeno cinque miliardi. Il "nocciolino duro" che avete messo insieme vi seguirà? E che cosa domanderà in cambio al governo? Due giorni fa Benetton in una lunga intervista al "Sole 24 Ore" ha già messo le mani avanti, è stato molto chiaro, anzi onestamente chiaro sul "do ut des" in proposito di Alitalia. Ma Passera su questa mia terza domanda ha ripreso la posizione dello sguardo in alto e mani sulle ginocchia (si fa per dire). Ha ripetuto che se gli aerei della compagnia volano la cassa necessaria c'è, il resto riguarda il management, gli azionisti e le banche. Si era fatto tardi, ci accomiatammo dal nostro ospite e andammo verso le auto. Il cielo era terso, splendeva sulle nostre teste il carro dell'Orsa e le luci di Cori sulla collina di fronte. Ci abbracciammo. Corrado era contento della lunga rimpatriata e io pure. Ti auguro il successo che ti meriti, gli dissi montando nella mia auto. Lui agitò il braccio e chiuse lo sportello della sua. Gli passai accanto sulla strada sterrata e gli dissi ancora: era meglio vendere ad Air France. Lui rispose: "Può darsi, ma a noi ci hanno chiamato dopo".

 

Israele. Livni e la sfida per la successione - VINCENZO NIGRO

GERUSALEMME - "Voglio essere primo ministro e lavorerò per questo obiettivo: dobbiamo cambiare le cose, perché la gente non ha più fiducia nei politici e bisogna ripristinare tale fiducia". La sfida di Tzipi Livni a Ehud Olmert era partita da tempo, da più di un anno, quando aveva criticato il suo premier per la guerra in Libano, salvo rimanersene al governo sulla poltrona di ministro degli Esteri. Ma queste parole, chiare, aperte, definitive, sono arrivate solo martedì sera, 24 ore prima che Olmert gettasse la spugna. "Sono pronta per essere messa alla prova non solo per quanto ho detto, ma anche per quanto ho fatto: ho tutte le carte per diventare primo ministro". Con Olmert fuori gioco, la macchina delle primarie di Kadima ormai è in piena corsa. Il partito fondato nel novembre del 2005 da Sharon dopo il ritiro da Gaza sceglierà il suo nuovo leader il 17 settembre. In Parlamento l'alleanza tra Kadima, il Labor e alcuni partiti religiosi e nazionalisti sostituirà Olmert con il nuovo capo di Kadima. E allora il nuovo premier potrà essere lei, Tzipi, o uno degli altri tre contendenti. Il più forte dei tre è Shaul Mofaz, ministro dei Trasporti dopo essere stato capo delle forze armate e poi ministro della Difesa. Gli altri due, Avi Dichter e Meir Shetrit, corrono per contare il loro peso nel partito, per strappare una poltrona migliore nel governo che verrà. Il vero problema di questa corsa è che i due front runner, Livni e Mofaz, vengono considerati quasi unanimemente leader incerti, mediocri, inadatti a guidare uno stato come Israele, che alla lotta politica della democrazia spesso associa il peso pauroso della guerreggiata contro i suoi nemici. Il vero mistero è quello di Tzipi, la favorita: "Un terzo dell'elettorato sarebbe pronto a votare quello che sarebbe il primo ministro di Israele più oscuro e sconosciuto nella storia del nostro paese", scrive Anshel Pfeffer sul Jerusalem Post, "con un programma che nessuno conosce, forse neppure lei stessa". Figlia di due militanti dell'Irgun, avvocato, deputato dal 1999, Tzipi è stata sempre nella scia di Sharon. L'altro ieri ha confermato di essere stato "agente operativo" nel Mossad. Ma non ha detto che il suo fu un lavoro di seconda fila: a 20 anni fu mandata per 4 anni a Parigi a tenere "in caldo" un appartamento che il servizio avrebbe potuto utilizzare per le sue operazioni, e che quindi andava affidato a una "studentessa straniera". L'altro difetto è che "Tzipi non decide". Chi ha lavorato con lei lo dice apertamente: "Non decide, non guida, non comanda: annusa l'aria e prova ad adattarsi". Non è migliore l'opinione su Mofaz. Anzi. Il generale che guidò l'esercito contro la seconda Intifada, ministro della Difesa con Ariel Sharon come Tzipi è un candidato dalle "mani pulite". Ma la stragrande maggioranza lo giudica poco accorto, se non del tutto stupido come possibile leader: un duro, un "macho", ma senza intelligenza politica. Quando Sharon, il suo creatore, gli chiese di lasciare il Likud per aiutarlo a formare Kadima, Mofaz rispose baldanzoso "non si lascia mai la casa in cui è nati!". Proprio lui, un militare, che una casa politica non l'aveva mai avuta e, che anzi nella casa del Likud era stato tirato dentro proprio da Sharon. Pochi giorni, e capii che gli conveniva rimanere con Sharon. Ciliegina finale: Tzipi e Mofaz già si detestano, e a questo si aggiungerà l'odio, il rancore e la vendetta che coverà Olmert, che comunque nel partito ha una corrente forte e organizzata. Un pantano di rivalità in cui forse si perde di vista l'unica cosa che conta: qual è il cammino che questi leader indicheranno per il paese più a rischio del mondo.

 

La Stampa – 31.7.08

 

Il mercato che divora se stesso - DOMENICO SINISCALCO

Il negoziato sulla liberalizzazione del commercio estero, noto come Doha Round, è fallito nella notte di martedì. La trattativa è deragliata per lo scontro tra Paesi ricchi e Paesi emergenti in tema di agricoltura. Il fallimento trascina con sé accordi provvisoriamente già raggiunti anche su industria e servizi. A prima vista, la questione potrebbe sembrare poco rilevante o comunque molto distante da tutti noi. Al contrario, gli accordi del Wto (organizzazione mondiale del commercio) sono stati un fattore rivoluzionario nella storia economica dell’ultimo decennio e hanno influito fortemente sulla vita di miliardi di cittadini, avvantaggiati dalle merci a basso costo, ma colpiti dalla rilocalizzazione delle produzioni. Lo scontro sull’agricoltura, che ha portato al fallimento del negoziato, è della massima rilevanza. Il cibo, ancor più dell’energia, non è una merce qualsiasi. Nei Paesi emergenti, dove l’alimentazione assorbe una quota molto ampia dei bilanci delle famiglie, il controllo sull’agricoltura è cruciale per la stessa stabilità sociale. Negli Stati Uniti e in Europa, ridurre i sussidi agricoli all’alba di un periodo di gravi difficoltà economiche sarebbe stato politicamente suicida. In questo contesto il fallimento del negoziato non stupisce. Meraviglia, piuttosto, che in lunghi anni di intensa trattativa non si sia modificato l’impianto del negoziato. Il Doha Round, disegnato sette anni fa, dopo il fallimento di un analogo tentativo a Seattle, è figlio di un mondo che non esiste più. Un mondo nel quale si pensava che la globalizzazione avrebbe aperto i cancelli dell’Eden. Ma in questi sette anni è successo di tutto. I Paesi emergenti sono entrati nel grande gioco dell’economia mondiale e il polo dello sviluppo si è spostato in Asia, dove sta crescendo una grande classe media. I prezzi agricoli sono andati alle stelle e con essi i prezzi dell’energia: per questo la pressione sui poveri del mondo si è fatta intollerabile e scatena sommosse in più di un Paese. Il sistema finanziario globale è in una crisi profonda, che si sta propagando alle economie reali. Su tutte queste variabili, che non sono soltanto finanziarie, ma alterano drammaticamente il benessere dei cittadini, un grande volume di trading sposta i prezzi in materia repentina. Come conseguenza della crisi, la fiducia dei cittadini è scossa e il modo di regolare la nostre economie nella globalizzazione appare inadeguato. Fallisce, in particolare, il tentativo di governare le grandi questioni globali, dal clima al commercio estero, con mega-negoziati multilaterali ove si discute di tutti i dossier con tutti i Paesi, nell'illusione di tenere tutto sotto controllo. Di fronte al fallimento del Doha Round (e di negoziati analoghi), la politica internazionale si trova davanti a un dilemma fondamentale. Attendere, come propongono i «veri credenti» della globalizzazione, che la crisi si risolva, che vi sia un nuovo presidente americano, e che il negoziato riparta con minimi aggiustamenti. Oppure, all’opposto, prendere atto in modo più pragmatico che il Doha round è figlio di un mondo che non esiste più e ridisegnarlo in modo più adatto alla mutata situazione, ricercando con umiltà un esito comunque preferibile rispetto a una miriade di accordi bilaterali tra Paesi. L’alternativa, che ho esposto in termini necessariamente semplificati, non è lo scontro tra due dottrine, né una questione di tecnica negoziale. La globalizzazione, che nelle premesse e nelle promesse doveva favorire tutti, ha finito per escludere molti dai propri benefici, con ampliamento dei divari e delle disuguaglianze nei Paesi ricchi come in quelli emergenti. Più di recente, a fianco della questione distributiva ha mostrato gravissime pecche sul piano dell’efficienza, generando crisi finanziarie e reali in pieno dispiegamento. Tutto questo, pur nell’inevitabilità delle crisi, mostra l’insostenibilità del modello di sviluppo che è stato adottato nell’ultimo decennio. Se vogliamo salvare la libertà degli scambi, con i vantaggi che comporta, occorre rivederne le istituzioni economiche e finanziarie. La sfida, per i liberali, è impegnativa: occorre salvare il mercato da se stesso.

 

Gaffe di Scajola sulla nuova centrale: "Eccola, dopo qualche vita umana"

CIVITAVECCHIA - "Dopo tanti sacrifici, anni di lavoro e qualche vita umana si è costruito questa modernissima centrale dove tutto è controllato e tutto è sicuro". Questa l'ultima gaffe di Scajola nel corso dell’inaugurazione della centrale a carbone Enel di Civitavecchia. Immediate le reazioni di protesta. Di fronte alle agghiaccianti e scioccanti parole, rilasciate in occasione dell’inaugurazione della centrale elettrica , dal ministro Scajola non si può che consigliare al ministro, oltre che di fare le sue immediate scuse alle famiglie dei due operai caduti nel cantiere della centrale - e oltre, naturalmente, di cercare di evitare di continuare a collezionare macabre gaffes - di trasferire al più presto la sua abitazione privata molto vicino a una centrale elettrica, nucleare o termonucleare. Lo afferma il segretario del Prc Paolo Ferrero: in questo modo capirà, forse - aggiunge - quanti dolori, sacrifici e problemi comporta vivere «sotto il vulcano» o con un vulcano nucleare sotto casa. Magari, così facendo, la prossima volta scenderà in piazza con noi contro il ritorno al nucleare. O, semplicemente, starà zitto. «Qual è il numero di vite umane sacrificabili per il ministro Scajola per la costruzione di una centrale elettrica, di una strada o di un ponte? ». Lo chiede Antonio Boccuzzi, ex operaio ThyssenKrupp vittima del rogo e oggi deputato del Pd. «Proprio oggi, una giornata nera per il mondo del lavoro in cui si registrano tre nuovi morti, ai cui familiari va tutto il mio cordoglio - afferma Boccuzzi - il ministro dello Sviluppo economico saluta la nuova centrale di Torrevaldaliga Nord, parlando di un successo raggiunto dopo tanti sacrifici e qualche vita umana. La forma in politica è molto importante perché rivela la sostanza: le parole di Scajola sono emblematiche. Infatti, stiamo assistendo sul fronte della sicurezza sul lavoro ad una progressiva riduzione delle norme conquistate con sacrifici e sofferenze dai parte dei lavoratori. Il governo purtroppo è protagonista negativo di questa tragica vicenda». Ma c'è chi sta dalla parte del ministro. «Scajola è un signore e di certo non voleva offendere nessuno. Strumentalizzare un passaggio del suo intervento a fini politici mi sembra fuori luogo», afferma il segretario della Dca-PdL, Gianfranco Rotondi, ministro per l’Attuazione del programma. Il Ministero dello Sviluppo Economico smentisce le affermazioni di Orazio Licandro, responsabile Organizzazione del Pdci, secondo cui «per il ministro Scajola una centrale elettrica è più importante di qualche vita umana». Il Ministero precisa in una nota che «durante il suo intervento all’inaugurazione della centrale Enel di Civitavecchia, questa mattina, il ministro Scajola si è limitato a ricordare i due operai che hanno perso la vita durante i 4 anni di cantiere, come aveva già fatto l’amministratore dell’Enel Fulvio Conti che aveva detto ’sudore, intelligenza, esperienza e, purtroppo, anche dolore hanno costruito questo impiantò citando i nomi delle due vittime. È seguito un grande applauso della platea in un clima di intensa commozione». «Tutto il contrario - conclude la nota - del significato che il signor Licandro cerca strumentalmente di attribuire alle parole del ministro Scajola».

 

Turchia. La resa dei conti è solo rinviata - CARLA RESCHIA

Un’assoluzione risicata – per un solo voto è stato mancato il quorum dei sette necessari – una diffida esplicita per il futuro – il presidente della Corte, Hasim Kilic, l’ha definito un «grave monito» - e il taglio della metà dei fondi. L’AKP, l’Adalet vel Kalkinma Partisi, ovvero il Partito per la giustizia e il progresso di Erdogan esce con le ossa rotte ma salvo dall’imboscata della Corte di Cassazione. Com’è noto il 14 marzo scorso il procuratore presso la Corte di Cassazione, Abdurrahman Yalcinkaya, aveva chiesto alla Corte la messa al bando dell’Akp per attività anti-laiche, l’interdizione dall’attività politica per cinque anni di 71 dei suoi esponenti (fra i quali il premier, Recep Tayyp Erdogan, e il presidente della Repubblica, Abdullah Gul) e il sequestro dei beni del partito. Un ‘offensiva in grande stile che aveva riproposto il conflitto fra le due anime della Turchia. Un conflitto non sempre di perfetta leggibilità secondo i canoni occidentali dal momento che vede le ragioni della democrazia e della libera espressione interpretate dagli islamici e la laicità dello stato fondato da Ataturk difesa con mezzi non sempre cristallini dall’esercito. L’Akp, fondato nel 2001 da un gruppo di esponenti moderati dell’ex Partito del benessere (formazione islamica a sua volta messa al bando nel ’98 dalla Corte Costituzionale) e del successivo Partito della virtù, è stato dall’inizio un tentativo di aggirare la dicotomia e l’allergia dei generali all’Islam politico, ispirandosi idealmente ai partiti democratici cristiani europei: grande attenzione ai temi economici e dello sviluppo, ispirazione religiosa ma moderata, politica del buon vicinato con i paesi confinanti, europeismo esibito. A fare da garante l’allora sindaco di Istanbul, Recep Tayyp Erdogan, classe 1954, studi di economia, moglie casalinga e velata, un passato da calciatore e una precoce vocazione politica e islamica. Sindaco di Istanbul dal ’94, nel ’98, arrestato con l’accusa di incitamento all’odio religioso, per aver letto in pubblico una poesia islamica e fautore della scissione dell’ala moderata del Partito della Virtù, a capo del suo Partito per la giustizia e lo sviluppo, Erdogan nel 2002 ha vinto le elezioni col 34,4% e nel 2007 ha raddoppiato spuntando il 47,8% e conquistando anche la presidenza della Repubblica con Abdullah Gul, malgrado l’opposizione dei militari. Erdogan alla resa dei conti si è rivelato un premier moderato e pragmatico, capace di guidare e indirizzare il boom economico e di interpretare i sentimenti e gli umori della nuova borghesia imprenditoriale venuta dall’Est, come lui religiosa e pragmatica. Ma non è mai riuscito a espugnare le tradizionali elite laiche e nazionaliste della burocrazia e delle imprese pubbliche, baluardo della Turchia forgiata da Ataturk. Elite pronte a reagire al minimo segno di devianza con l’accusa di islamizzazione strisciante. Qui, nel conflitto fra le promesse fatte all’elettorato islamico ansioso di introdurre più sharia nel diritto turco e la necessità di non allarmare i laici, si è creato il nodo che ha rischiato di soffocare Erdogan. La miccia sono state le riforme filo-islamiche che l’Akp ha infine proposto, rivelando la sua vera natura: penalizzazione dell’adulterio, proibizione della vendita di alcolici e abolizione del divieto di portare il velo all’università. Che tutte siano fallite e/o abortite non è bastato a tranquilizzare l’esercito e le sue emanazioni. Il salvataggio di Erdogan, premier nelle grazie dell’Occidente, zittisce gli euroscettici, rilancia il sempre rinviato ingresso della Turchia nella comunità degli stati europei e fa in definitiva tirare all’Ue un sospiro di sollievo, sia per le conseguenze che una messa al bando dell’Akp avrebbe potuto avere sul piano dei rapporti con Bruxelles, sia sotto il profilo dei delicati rapporti tra Oriente e Occidente. Ma la resa dei conti forse è solo rinviata. Anche se Erdogan si è affrettato ad assicurare che «L’Akp continuerà a difendere i valori repubblicani, il cui pilastro è la laicità dello Stato». L’esercito e la magistratura restano potenti, così come la pressione di un Paese che, una volta usciti da Istanbul e dalle sue sfavillanti attrattive, assomiglia più all’Asia che all’Europa e guarda con nostalgia ai valori di una tradizione non certo illuminista. Il tutto nello scenario di un Paese di feroce nazionalismo, diventato negli ultimi anni bersaglio di un terrorismo elusivo e sfuggente, che il governo tenta, non sempre correttamente, di mettere in conto ai curdi del Pkk. Confidando sempre e solo nell’esercito per risolvere il problema.

 

Diario di una bulla. "Picchio dunque sono" - ELENA LISA

MILANO - Do il tormento alle mie compagne, così si faranno furbe e la pianteranno di subire». Che Chiara, 15 anni, seconda superiore, occhi azzurri e capelli biondi, abbia istinti filantropici, è difficile da credere: lei il tormento, e anche qualche cosa in più, lo dà perchè è una bulla. Lo sa, lo ammette e cerca alibi per continuare a esserlo. Si vanta del ruolo da leader che si è conquistata sul campo, in aula e nei corridoi di scuola, con dispetti e carognate. Nome di battaglia «regina di Biancaneve». Dice di averlo trovato su Internet e di averlo scelto perché «spiega bene chi sono, una matrigna crudele che però insegna a vivere». Tradotto: è una che ammette di rubare nei negozi per mostrare il suo coraggio, minaccia e insulta le ragazze a scuola oppure inventa su di loro storie infamanti per umiliarle e farle soffrire. Ancora, se non veri pestaggi, organizza aggressioni a chi è più debole solo per il gusto di deriderlo. Chiara ottiene così quello che cerca: il centro dell’attenzione e il rispetto che meritano i capo banda. Il suo racconto aiuta a capire il codice di comportamento di chi ammette di esserne un protagonista. Anche se le sue imprese ancora non hanno portato a una denuncia penale, ma a problemi disciplinari con insegnanti e preside. Rispetto alla declinazione maschile, è un bullismo più di prevaricazioni quotidiane che di violenza fisica, ma altrettanto angosciante. Tanto per cominciare, la regina di Biancaneve non va mai in giro da sola. Vuole intorno le seguaci più fedeli, che la ammirano e le obbediscono ciecamente. Compagne dello stesso liceo di Milano, zona Brera. Sono fiere di essere state accolte a corte e a scuola dicono di essere le più ammirate: «Ci invidiano anche quelle che criticano, perchè in realtà vorrebbero far parte del nostro gruppo». Il club non è aperto a tutte, prima bisogna dimostrare di saperci fare: «Andiamo il sabato, nei negozi pieni di gente, una di noi tiene impegnata la commessa e le altre mettono in borsa. Prendiamo trucchi e magliette». Furti per passare un pomeriggio diverso, ma il meglio, Claudia e le sue amiche lo danno a scuola. «Ho capito che avrei potuto fare ciò che volevo - racconta Chiara - in terza media. Ho fatto piangere una compagna, una perdente. Le avevo preso il diario e l’ho letto in classe. Lei ha passato l’intervallo a frignare e io non provavo nessuna pena». Viso d’angelo, pantaloncini neri, camicia bianca e borsa Louis Vuitton («Guarda che è originale, mica una copia»), Chiara ride mentre imita le lacrime della «perdente»: «Non serve fregare diari, quello che le ragazze ci scrivono dentro sono cazzate. Meglio i cellulari. Li rubo nelle giacche o negli zaini lasciati negli spogliatoi durante l’ora di ginnastica. Se quella a cui l’ho preso non fa quello che dico io, allora glielo faccio trovare rotto». Ricatti, minacce, ma per cosa? Chiara ha bisogno di soldi? «Ma va’, mia madre è un’insegnante e mio padre un architetto, soldi ne ho a sufficienza. Voglio vedere fino a che punto arriviamo io e le mie prede». Ha bisogno come l’aria della sua vittima che a volte sembra volersi immolare: «C’era una che non ha mai reagito. Sono arrivata al punto di farla sgridare dal fratello di un compagno, anche lui uno sfigato. Le ho detto che avrei raccontato a tutta la scuola che non si lavava se non fosse andata da lui a prendergli i soldi per la colazione per portarli a me. Il mio compagno ha raccontato tutto al fratello e quando lei ha cercato di spiegare, io ho negato tutto, le mie amiche mi hanno difesa e quella è rimasta isolata». Nessuna distinzione di sesso, nessuna paura, maschio o femmina, se il compagno è uno sfigato è uno sfigato. Sulle scale, quando ci si accalca per uscire, volano spinte e schiaffi. «Non è una cosa elegante, lo so, ma a volte sputo la gomma da masticare tra i capelli di quelle che li hanno lunghi». E’ l’ultima prodezza prima di arrivare a casa, fare un break per il pranzo, davanti al televisore, e nel pomeriggio proseguire il gioco. La regina si trasforma in una «cyberbulla»: «Spedisco sms con delle minacce. A una di seconda, ho scritto che avrei raccontato alla professoressa di lettere di averla vista nei bagni fumare una canna». Messaggi anonimi. Chi li riceve sa chi li manda, ma non può dimostrarlo. E Chiara, così, si sente sempre più forte. Temuta, certo, ma per spadroneggiare a scuola serve la scorta delle ancelle: «Non scherziamo, non faccio mai un passo da sola. Non sembra, ma sono molto meno sicura di quanto credano gli altri».

 

Corsera – 31.7.08

 

Nuovo balzo dell'inflazione, a luglio +4,1%

Lo comunica l'Istat aggiungendo che su base mensile i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,5%. Alimentari e carburanti, ma anche tabacchi e servizi turistici. Sono queste le voci che fanno da base alla nuova accelerazione dell'inflazione nel mese di luglio. Secondo quanto comunica l'Istat, il prezzo di pane e cereali è cresciuto a luglio del 12,1%, con un +13% per il pane ed un +25% per la pasta, che accelera ancora rispetto al +22,3% di giugno. In forte tensione anche il comparto energetico, dove la crescita è del 2% su base mensile e del 16,6% su base annua. Non si ferma infatti la corsa del diesel, che dopo il +31% di giugno registra un +31,4% (+1,3% sul mese), mentre la benzina aumenta del 13,1% (+1,3% sul mese). È boom anche per il prezzo dei tabacchi, che hanno registrato un aumento congiunturale del 2,6% e annuo del 5,4%, mentre si fa sentire il «caro-ombrellone». Per i servizi balneari la crescita dei prezzi è arrivata all'8%, per i camping al 4% e per i pacchetti vacanza al 5%. Non va meglio per chi sceglie di rimanere a casa e consolarsi con la televisione, perchè gli abbonamenti alle pay-tv sono aumentati del 5,1%. Nel mese di luglio anche l'inflazione nella zona dell'euro ha fatto registrare ancora un aumento, arrivando al 4,1%. Lo indica la stima flash diffusa da Eurostat, l'ufficio europeo di statistica. Il dato definitivo sarà reso noto il 14 agosto prossimo. In giugno invece l'inflazione si era attestata al 4%, dopo il 3,7% di maggio.

 

In difesa dell’Europa - MASSIMO FRANCO

Un tempo si diceva che gli italiani erano europeisti ma non europei. Adesso, sembrerebbe che il nostro amore per il Vecchio Continente si stia progressivamente raffreddando; e che le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo, alle quali si guardava come fonte di sostegno e perfino di identità, siano diventate distanti e ostili: il sospetto dichiarato del governo è che stiano congiurando contro il Bel Paese berlusconiano. Il risultato è una sorta di braccio di ferro permanente fra Roma e Ue. Si tratti di Parlamento, Commissione o Consiglio d’Europa, che pure non ha legami istituzionali con i primi due e si occupa di diritti umani, lo scontro è garantito. Da quando il centrodestra è tornato al potere in Italia, sta calando una coltre di diffidenza reciproca alimentata dai primi provvedimenti in materia di immigrazione e di sicurezza. In passato, anche con la coalizione di Romano Prodi, i contrasti si consumavano in prevalenza sui temi economici. Ora si registrano su un piano più delicato e scivoloso perché mettono in discussione il livello di democrazia del nostro Paese. A volte, le critiche riflettono un buon tasso di pregiudizio. Vengono suggerite e gonfiate da alcuni settori della sinistra, che brandiscono l’antiberlusconismo come una bandiera della libertà. Ma liquidare il problema così sarebbe miope.     Anche perché le reazioni indignate del governo italiano alla reprimenda del Consiglio d’Europa sul trattamento riservato ai rom si sono indirizzate subito ai «burocrati di Bruxelles». Che si tratti della Corte europea dei diritti dell’uomo, della Commissione o del Parlamento, evidentemente basta la parola «Europa» a far scattare nella maggioranza una reazione che finisce per risultare pregiudiziale almeno quanto alcune delle critiche rivolte al governo di Roma. È come se l’Italia fosse convinta di essere diventata una sorta di capro espiatorio continentale. Forse nelle file dell’opposizione qualcuno vede in questo pericoloso avvitamento una prospettiva da incoraggiare: la quarantena italiana sarebbe la conferma del «male» rappresentato dal Cavaliere. E chissà, magari un calcolo simile viene fatto anche in settori della maggioranza: si pensa che fomentare l’ostilità contro l’Europa serva a costruire un’identità conflittuale con un potere sovranazionale ritenuto incombente e impopolare. Ma di tensione in tensione, si perde la dimensione europea dei problemi. Si pratica un’autarchia legislativa che ha come unico referente e giudice il consenso elettorale. Il risultato è che lo status di Paese «sorvegliato speciale» viene alimentato proprio dal modo sbrigativo col quale è rifiutato dal governo italiano. Pochi sembrano consapevoli che uno scontro del genere può delegittimare l’Europa; ma indebolisce soprattutto l’Italia, non riducendo ma dilatando la percezione di una nostra «anomalia». Per questo, conviene ancorarsi all’Ue nonostante le difficoltà vistose; e tentare di ricucire strappi politici e insieme culturali, figli di stereotipi inaccettabili ma anche di scelte discutibili che non si possono difendere solo con l’idea del complotto antiitaliano. Altrimenti, si risponde ad un’immagine falsata dell’Italia con luoghi comuni speculari.

 

D’Alema: «Non siamo né stupidi né ladri»

ROMA - «È tutta una montatura. Per essere detentori di un fondo chiamato "Quercia" bisognava essere stupidi oltre che ladri. Noi non siamo né ladri né stupidi». Lo dice, in una intervista al settimanale "Tempi", il presidente della Fondazione Italianieuropei e dirigente del Pd Massimo D'Alema, a proposito delle rivelazioni dell'ex capo della security di Telecom Giuliano Tavaroli sull'esistenza di un fondo segreto, l'Oak Fund, il fondo "Quercia" che sarebbe stato nella disponibilità dell'ex segretario dei Ds Piero Fassino e del senatore Ds Nicola Rossi. «Quindi - aggiunge D'Alema - si tratta di una montatura che è stata costruita da qualcuno. Vorremmo capire chi è. Vorremmo anche che la magistratura facesse luce su queste indagini illegali». «Sicuramente - prosegue D'Alema - hanno operato spie, provocatori, hanno cercato in vari modi di danneggiare la nostra immagine, infangarci, colpirci, anche perchè quella vicenda ha toccato interessi forti nel Paese. C'era volontà di vendetta, senza che mai si concretizzasse nulla. Perchè non c'è nulla da trovare e non c'è nessun particolare retroscena da scoprire. Adesso però vogliamo che sia chiarito molto bene chi ha messo su questi dossier, chi ha fatto queste indagini, chi ha concepito questa aggressione mediatica. Perchè, ripeto, sul piano giudiziario non c'è nulla di nulla. Si tratta di un'operazione non dissimile a quella che fu fatta per Telekom Serbia. Probabilmente, ambienti analoghi, o dello stesso genere». «Intendo che c'è naturalmente da capire - continua l'ex ministro del Esteri - perchè questa robaccia che era già uscita, che girava da tempo, in questi giorni è stata riproposta con tale clamore dal quotidiano "Repubblica". Una operazione che trovo molto grave sul piano professionale. Sul significato politico per adesso sospendo il giudizio. Anche se qualche idea mi viene in mente». «Tutta questa storia -afferma D'Alema- è rivelatrice di diverse cose preoccupanti e negative. La prima riguarda il fatto che con tutta evidenza sono state fatte, e non è la prima volta che viene alla luce, indagini illegittime sul nostro partito. Noi abbiamo avuto la percezione di essere oggetto di indagini illegali, tanto è vero che presentammo un esposto denuncia due anni fa alla Procura della Repubblica di Milano». «Esposto - prosegue D'Alema - che non ha avuto seguito e che prendeva spunto dalla circolazione illegittima di intercettazioni telefoniche, che all'epoca non erano nemmeno state trascritte dai magistrati, ma che vennero pubblicate dai giornali. Parte di queste cose raccolte attraverso indagini illegittime furono pubblicate dal quotidiano "La Stampa". Li ho denunciati e sono in attesa ormai da più di un anno, per un articolo in cui si parlava di conti esteri, che noi non abbiamo mai avuto e non abbiamo. Perciò, noi vogliamo capire...». Quanto all'Oak Fund, al fondo "Quercia", il presidente di Italianieuropei ribadisce: «sono stupidaggini. Fra l'altro, i legittimi proprietari di questo Oak Fund si sono manifestati e la cosa non ha nessuna consistenza. È tutta una montatura».

 

Il ritorno di Minà e le nostalgie kitsch – Aldo Grasso

MILANO - Non c'è dubbio, si prova un certo rammarico a rivedere La stagione dei Blitz, l'antologia curata da Gianni Minà e tratta dall'omonimo programma in onda 25 anni fa su Raidue, la domenica pomeriggio. Nostalgia per il tempo che fu, rimpianto per una Rai che non era ancora così appiattita sugli ascolti, stupore per la presenza in video di personaggi che ora sarebbero rigorosamente tenuti alla larga, ma lo sconcerto più grande è rivedere all'opera Gianni Minà. Minà, al di là del suo pensiero ideologico, del suo amore per Fidel Castro, della sua passione irrefrenabile per gli anni '60 è il più grande esempio di giornalismo kitsch. Kitsch è ben altro che una semplice propensione al cattivo gusto. Esiste l'atteggiamento kitsch. Il comportamento kitsch. Il giornalismo kitsch. Secondo Harmann Broch, il kitsch è il bisogno di guardarsi allo specchio dell'inganno che abbellisce e di riconoscervisi con commossa soddisfazione. La tv è piena di giornalisti kitsch, come Red Ronnie o Gigi Marzullo. È vero, possono incontrare i più grandi come Federico Fellini, Robert De Niro o Cassius Clay ma l'immagine che ti restituiscono è inesorabilmente kitsch, la creazione di un effetto sentimentale, la necessità impellente di piacere ai più, anche a coloro che non hanno confidenze estetiche. Minà, l'altra sera (Raitre, martedì, ore 23.35) faceva rivedere immagini di Gino Paoli e Bruno Lauzi e parlava della scuola genovese dei cantautori e l'impressione che se ne ricavava era quella di una lunga sfilza di luoghi comuni. Per non parlare di Arnaldo Bagnasco (non il sociologo, l'ex funzionario Rai) che del gruppo voleva essere l'intellettuale. Minà, a differenza di tanti altri suoi colleghi, sa essere sulla notizia, conosce un'infinità di gente, sa intrufolarsi, ma è prigioniero del suo luogocomunismo e del suo kitsch. Non come un bel tramonto, ma come la cartolina di un bel tramonto.


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