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DISCIPLINA D'ASSEDIO

Manifesto – 2.8.08

 

Disciplina d’assedio - Marco Bascetta

In divisa a pattugliare le strade delle città, in divisa sui banchi di scuola. La passione per l'obbedienza e il conformismo fa un altro insidioso passo avanti con il decreto legge, proposto dal ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini e approvato ieri dal consiglio dei ministri. Non avremo più nulla da invidiare alle coreografiche scolaresche dell'Iraq di Saddam Hussein, che per giunta non potevano contare sull'eleganza del made in Italy, in fermento, si dice con soddisfazione, per aggiudicarsi l'appalto dello scolaro modello. E siccome all'abito deve corrispondere il monaco, torna il 7 in condotta ad assicurare la bocciatura a chi non onorerà disciplinatamente la divisa che indossa (reale quella dei più piccoli, simbolica quella degli studenti delle superiori). Non saranno più tollerati talenti e intelligenze che neghino il proprio ossequio alle gerarchie, per quanto ottuse e incapaci possano rivelarsi. Non c'è sapienza senza obbedienza. Il tutto perfettamente coerente con una riorganizzazione degli studi che, accorciando l'obbligo scolastico e banalizzando i contenuti dell'insegnamento, bandisce capacità critica e indipendenza di giudizio. Il pretesto è lo stesso applicato alla stretta sull'ordine pubblico: lì la microcriminalità qui il «bullismo». Emergenza del tutto immaginaria di un fenomeno riscontrato fin dai tempi del libro Cuore, e che solo negli anni della contestazione studentesca fu pressoché cancellato dall'azione collettiva e dall'impegno politico, il quale mise, fra l'altro, fuori gioco quella forma di «bullismo» rituale, caro alla destra, che andava sotto il nome di goliardia. I feroci contestatori non malmenavano portatori di handicap, non stupravano compagne di scuola, non discriminavano nessuno. La vecchia retorica intorno al grembiule, che lo voleva strumento di eguaglianza, almeno nelle apparenze, tra studenti ricchi e poveri (sebbene la distinzione di classe abbia sempre saputo mostrarsi anche attraverso le divise e il grembiule nero fosse imposto nelle superiori alle sole ragazze fino al 1968), torna grottescamente invariata in un mondo dove tutti i ragazzi e le ragazze scelgono liberamente abbigliamenti piuttosto omogenei e negli stessi grandi magazzini. Ma quel che conta è che l'eguaglianza non deve essere quella di gusti e modi di vita condivisi dai giovani, bensì quella imposta per decreto dall'ideologia livellatrice della signora Gelmini e dal sadismo moraleggiante dell'ineffabile «Movimento genitori italiani». La convivenza civile, sottratta all'autorevolezza della ragione e del confronto, passa, anche nella scuola, all'autorità dei regolamenti e delle sanzioni. E torna anche l'«educazione civica», ma con un inquietante slittamento semantico: si chiamerà «Cittadinanza e Costituzione». Cosa significa? Si tratterà di un catechismo di obblighi e doveri che gronda «valori occidentali e cristiani»? E della Costituzione italiana qualcuno si prenderà la briga di spiegare quanto venga calpestata e disattesa dai «bulli» in giacca, cravatta e auto blu?

 

«Via ai lavori tra sei mesi». I no dal Molin protestano

Orsola Casagrande

VICENZA - Breve conferenza stampa ieri mattina del commissario straordinario per il Dal Molin Paolo Costa. Il commissario ha confermato che giovedì è stato firmato il verbale di consegna dell'area ovest dell'aeroporto Dal Molin alla Setaf. «Dopo la firma di giovedì - ha detto Costa - quell'area è a disposizione degli Stati uniti. Va da sé che quindi potranno riprendere i lavori di bonifica dagli ordigni bellici». Mentre in prefettura si svolgeva l'incontro, fuori un centinaio di cittadini ha cercato di manifestare il più vicino possibile al commissario il dissenso della città. Ma la polizia aveva praticamente bloccato ogni via di accesso. Così i no Dal Molin, «armati» di sacchetti pieni di polenta, hanno dovuto sistemarsi in una via adiacente. Già giovedì sera migliaia di cittadini avevano risposto all'appello del presidio permanente ed erano scesi in piazza per una fiaccolata attraverso le vie del centro. Alla stazione molti manifestanti hanno deciso di bloccare i binari simbolicamente per una decina di minuti. Le forze dell'ordine non si sono risparmiate nell'uso dei manganelli e questo nonostante i cittadini avessero le mani alzate. Un salto di qualità in linea con il nuovo governo e con quanto si era visto in val Susa tre anni fa. Come i valsusini, per nulla intimorito il popolo dei no Dal Molin ribadisce che «se qualcuno pensava che dopo il pronunciamento del consiglio di stato ci saremmo semplicemente e silenziosamente ritirati evidentemente sbagliava». La strada per gli americani è tutta in salita. Il commissario Costa, che ieri ha incontrato in prefettura anche il comandante delle truppe di stanza nella caserma Ederle, ha chiarito che il progetto definitivo sarà pronto fra sei mesi. Se qualche lavoro inizierà per il momento si tratterà dunque di lavori di bonifica. Quegli stessi lavori che erano stati interrotti proprio per le pressioni e le manifestazioni dei cittadini di Vicenza. Il presidio permanente sottolinea che «ormai sono due anni che ci dicono che fra un mese o fra due il progetto definitivo è pronto. E' evidente che finché si continua a rinviare l'avvio di qualunque cantiere è la città di Vicenza a vincere». La polenta di ieri è «solo un anticipo. La nostra prossima visita di cortesia - dicono ironicamente al presidio - sarà sotto le sue finestre. Gli porteremo una quantità di polenta sufficiente a sfamarlo per i prossimi cinque anni in modo che non dovrà più andare alla ricerca di incarichi e poltrone». Per discutere delle prossime iniziative il presidio si riunirà in assemblea anche martedì prossimo. Intanto sono certe le date della seconda edizione del festival e campeggio No Dal Molin. Dal 3 al 14 settembre, come l'anno scorso, dieci giorni di festa, dibattiti, concerti, mobilitazione. Ospiti di eccezione e di calibro internazionale. Dagli amici più cari dei no Dal Molin come Dario Fo, a Caparezza e Piero Pelù, tanto per citarne solo alcuni. Costa ha ancora ribadito che «la capacità di mantenere gli accordi internazionali è un bene essenziale, in questo momento, così come la continuità istituzionale e la corretta interpretazione dei livelli di governo». Il commissario ha quindi commentato la decisione del comune di Vicenza di indire una consultazione popolare a ottobre sulla costruzione della nuova base. Per Costa il referendum non incide in nessun modo sul procedimento che porterà alla realizzazione della base. «Se si chiedesse ai cittadini di dire se sono favorevoli o contrari alla base - ha affermato - si tratterebbe di un tipo di referendum illegittimo. Il comune non può consultare i cittadini su argomenti che sono sottratti alla sua possibilità decisionale. Chiedere ai vicentini - ha aggiunto - se vogliono che il comune provi a comprare una area che lo stato non vuol vendere, e anzi ha già destinato ad altri scopi, è appunto indifferente dal punto di vista della realizzazione della base». Di diverso parere il sindaco Achille Variati, che ripete come sia «doveroso permettere alla comunità di esprimersi democraticamente, indipendentemente dalla sentenza del consiglio di stato». Intanto il comitato per il sì alla base ha inviato una lettera al prefetto Piero Mattei per chiedergli di valutare la possibilità di chiedere al governo di mandare l'esercito in appoggio alle forze dell'ordine. «Gli avvenimenti degli ultimi giorni - afferma Cattaneo - segnalano come la questione Dal Molin sia passata da un argomento su cui discutere democraticamente come è successo negli ultimi due anni ad un occasione per frange estremiste di protestare violentemente».

 

G8 a Napoli, il sogno di Silvio - Sara Menafra

Ci pensa, ci ripensa e non può far a meno di parlarne ogni volta che capiti l'occasione. Silvio Berlusconi vorrebbe spostare il G8 dalla Maddalena all'amata Napoli. L'ha ammesso sorridendo anche ieri, durante la seconda conferenza stampa post emergenza rifiuti: «Immagino che sarebbe bello far vedere la Napoli civile di sempre attraverso il G8: sto coccolando questo sogno». E ancora: «E' un desiderio, è un sogno, ma ci sto lavorando», perché «servirebbe per attirare l'attenzione degli stati stranieri su Napoli». La decisione lo tenta, nel suo entourage si sa da giorni, e lui stesso non l'ha nascosto ai cronisti parlando pure di un vertice galleggiante, dal capoluogo campano alla Sardegna. Eppure, per una volta, il premier è costretto a prendere tempo. Non troppo, dovrà dire l'ultima parola entro settembre, se davvero vorrà dare alla Campania il tempo di approntare tutto per la seconda metà del luglio 2009. Più dei dubbi della Lega, a frenarlo c'è soprattutto il «no» netto ricevuto dal Viminale. Il capo della polizia Antonio Manganelli ha fatto sapere le sue ragioni qualche giorno fa. Due, fondamentalmente: la prima è che a Napoli i problemi di ordine pubblico crescerebbero esponenzialmente, rispetto alla tranquilla isola nel mezzo del Mediterraneo. Non a caso, tutti i vertici seguiti alla tragedia di Genova, nel 2001, sono avvenuti in località isolate, per non dire impervie. Quello del 2002, a Kananakis, fu convocato sulle Montagne rocciose, in una delle località più inaccessibili del Canada, tanto che il controvertice «no-global» riuscì ad arrivare solo a 100 chilometri dal luogo dell'incontro. Poi ci fu Evian, in Francia (2003), col lungo lago interamente blindato, Gleneagles nelle lande scozzesi (2005). Le uniche parziali eccezioni sono state Heiligendamm in Germania, nel 2007 - e infatti durante i cortei di Rostock ci furono mille feriti - e San Pietroburgo nel 2006. Col piccolo particolare che la Russia chiuse le frontiere e che i pochi contestatori che riuscirono a giungere a Leningrado furono chiusi in uno stadio per il controvertice. Proprio «chiusi», con le porte sbarrate dalla polizia, i lucchetti e i pochi fuggiaschi arrestati nel centro cittadino. La Maddalena è isolata e controllabile, spiegano gli analisti della Polizia. E' vero, c'è il problema della Costa azzurra, Olbia (residenza estiva di Silvio Berlusconi e possibile obiettivo per le contestazioni) e i tanti villaggi di lusso, ristoro dei potenti del mondo. Ma non è un caso se da quelle parti è stato spedito l'ex questore di Roma, Marcello Fulvi, ora prefetto a Sassari, che sulla gestione dell'ordine pubblico ha una lunga esperienza (se sia stata davvero una promozione, lo si capirà presto). Eppoi Napoli è complicata anche dal punto di vista politico. Perché nelle contestazioni i gruppi politici si mischiano alle labirintiche sigle dei disoccupati organizzati, quelli contro le discariche e gli interessi della Camorra. Se metropoli deve essere meglio Milano, dove è tutto ugualmente pericoloso, ma più semplice. Berlusconi, però, ha almeno tre ragioni per insistere sulla città del sole. La prima è che alla Maddalena i lavori procedono a rilento. L'avviso di procedura di valutazione dell'impatto ambientale (Via) è stato pubblicato solo ieri sui quotidiani. E i cantieri sono quasi fermi, sebbene proprio ieri Roberto Maroni sia arrivato all'ex Arsenale della Marina militare forse proprio per dar ragione a quanti nel suo ministero insistono sulle ragioni dell'isola o a chi nel suo partito non gradirebbe l'«ennesimo» finanziamento a Napoli. Poi, Berlusconi vorrebbe togliere dalle mani del governatore sardo Renato Soru, l'aiuto giunto da Romano Prodi con la scelta della Maddalena. E infine sa che se tutto andasse per il meglio, il vertice perfetto sarebbe l'ultima spallata alla sinistra campana, ad Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino. Per buttarli giù basta poco, che ce vò?

 

Meloni resuscita le «Comunità» Balilla

Era un vecchio sogno anche della camerata Giorgia Meloni, attuale ministra della Gioventù, e da ieri è diventato disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri. Nascono i centri sociali di stato. Il ddl, sul quale sarà chiamata ad esprimersi la Conferenza stato-regioni, detta principi fondamentali e norme a cui dovranno attenersi le costituende «Comunità giovanili», ossia, come ha spiegato la ministra «spazi di aggregazione dedicati ai giovani e organizzati da giovani che non abbiano superato i 35 anni», dove si promuovono attività ricreative e culturali. La ministra ha spiegato che ci sarà un dettagliato elenco di vincoli statuari essenziali per iscriversi al registro nazionale e conseguentemente per usufruire del fondo messo a disposizione: 5 milioni di euro l'anno. Tra i quali «l'indicazione della finalità della comunità». Il ddl prevede poi la nascita di un Osservatorio nazionale che vigili sulle Comunità giovanili «con il compito di promuovere e valorizzare il ruolo di sviluppo e integrazione sociale svolto dalle Comunità». Il ritorno dei Balilla, 71 anni dopo?

 

Crisopoly, profondo rosso Usa - Galapagos

«Nervi saldi: l'economia è sana», ha ripetuto due giorni fa Bush per cercare di spargere un po' di ottimismo e risollevare un'economia sempre più depressa. Sono passate appena 24 ore e il presidente statunitense è stato clamorosamente smentito da una ondata di pessime notizie. Due su tutte: il profondo rosso dei conti della General motors e la nuova distruzione di posti di lavoro con conseguente aumento del tasso di disoccupazione. A risollevare un po' le sorti della economia Usa non sono serviti gli assegni fiscali (per oltre 100 miliardi di dollari) inviati negli scorsi tre mesi via posta a decine di milioni di famiglie per cercare di dare ossigeno ai consumi. La perdita di posti di lavoro in luglio, in cifra assoluta, non è enorme: 51 mila su circa 145 milioni sembrano poca cosa. Ma sono 9 mesi di fila che l'occupazione diminuisce e in dodici mesi oltre 1,6 milioni di persone hanno perso il lavoro. E il tasso di disoccupazione è al livello più alto degli ultimi 4 anni. Di più: secondo gli esperti ogni mese negli Usa dovrebbero essere creati almeno 100-120 mila posti di lavoro per mantenere il tasso di attività inalterato. Ma questo non sta succedendo: dall'inizio del 2007 il paese è avviato lungo una china pericolosa. La mancata creazione di lavoro, anzi la distruzione, sta producendo una forte contrazione dei redditi e, di conseguenza, dei consumi privati. La crisi, insomma, si auto alimenta: la stagnazione dei consumi produce caduta degli investimenti e nuove espulsioni nel mercato del lavoro. Anche in un paese dove la flessibilità e la mobilità sono sacre e accettate. L'intera struttura produttiva è in sofferenza e nei prossimi mesi lo sarà anche in Italia e in Europa. I segnali si avvertono in due settori maturi come l'edilizia e l'industria automobilistica che in quasi tutti i paesi contribuiscono quasi al 20% del Pil. Un po' di cementificazione in meno e un parco auto più sottile non possono che fare piacere. Il problema è che non si tratta di scelte imposte dalla politica economica dei governi, ma frutto o dello scoppio di una bolla (quella edilizia) o di una crisi di sovraproduzione nel settore auto nel quale l'innovazione è praticamente assente nell'elemento fondamentale. Cioè il propulsore. Per la Gm il motivo della crisi (15,5 miliardi di perdite solo nel secondo trimestre) è tutto in questi fattori: motori divoratori di energia e pochissima ricerca su propellenti alternativi. Salvo i biocarburanti che hanno contribuito al boom dei prezzi delle materie prime alimentari, dando un contributo non secondario alla crescita dell'inflazione. Che, a sua volta, riducendo il potere d'acquisto di una larga fetta della popolazione, provoca una ulteriore contrazione dei consumi e, quindi, fa da freno alla crescita. E bassa crescita significa anche bassi salari, scarsa capacità di contrattazione da parte dei lavoratori. Unico aspetto della crisi che agli imprenditori non dispiace. La politica economica e finanziaria degli Stati uniti è una lezione - di quello che non si dovrebbe fare - per tutti i paesi. Bush e la Fed si sono mossi lungo una linea di liberismo sfrenato inteso solo a salvare l'attuale sistema produttivo e soprattutto finanziario. E' stato accuratamente evitato ogni intervento diretto dello stato nell'economia. Ogni dollaro è stato speso per rilanciare i consumi privati in base all'ideologia che sono i cittadini con le loro scelte individuali a determinare la «ricchezza della nazione», come avrebbe detto Adam Smith. Di qui i 100 miliardi per interventi di alleggerimento fiscale; ma anche la politica del basso costo del denaro seguita dalla Fed per cercare di far costare meno il consumo che negli Usa per la stragrande maggioranza é basato su quelle che noi definiamo «vendite rateali». Ma questo tipo di politica ha finito per indebolire il già vacillante dollaro. Certo, le esportazioni ne hanno tratto un po' di beneficio, ma la crescita dei prezzi all'importazione (petrolio su tutti) ha gettato altra benzina sul fuoco dell'inflazione. Infine i salvataggi bancari: la logica non è difendere i consumatori e i mutuatari, ma bruciare risorse per non far crollare il sistema finanziario, unico colpevole della crisi.

 

Le ong: inferno afghano - Fausto Della Porta

Troppo pericoloso. L'Afghanistan è diventato un paese dove le organizzazioni non governative (ong) non si sentono più in grado di svolgere il loro lavoro e per questo minacciano di andarsene. «Dall'inizio di quest'anno il numero degli attacchi della guerriglia, dei bombardamenti e degli altri incidenti violenti è aumentato di circa il 50% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno», denuncia Acbar, l'agenzia che coordina oltre 100 ong. A essere diventate quasi impraticabili sono non solo le aree del sud e dell'est del paese asiatico - quelle in cui è più forte la presenza di talebani e combattenti di Al Qaeda - ma anche le altre zone, che fino a qualche mese fa erano considerate «sicure». Nel mirino delle agenzie umanitarie «soprattutto l'aumento dell'impiego degli attentati suicidi e altri attacchi indiscriminati in aree civili e l'uso di proprietà di civili come basi da cui lanciare gli attacchi». Nei mesi di maggio e giugno questi attentati sono stati rispettivamente 463 e 569. Ma anche gli attacchi aerei della Nato e della missione Enduring freedom (nell'est del paese) sono aumentati del 40% e hanno contribuito ad aumentare il numero delle vittime civili. La violenza ha anche costretto diverse scuole e ospedali nel sud del Paese a chiudere. Allo stesso tempo, siccità e aumento del prezzo delle derrate alimentari hanno messo oltre 4 milioni di afgani in una «situazione estremamente difficile». Acbar lancia infine un appello a tutte le parti a «rispettare i principi umani fondamentali» e le «le norme di guerra riconosciute sul piano internazionale», in particolare, la distinzione tra civili e combattenti. Ma proprio quello appena passato è stato il mese più sanguinoso dalla cacciata dei talebani nel 2001: 260 civili uccisi, e per il secondo mese consecutivo, i soldati stranieri uccisi sono stati più numerosi che in Iraq. E sul primo fronte della cosiddetta «guerra al terrorismo», dove il candidato democratico Barack Obama promette di mandare rinforzi se a novembre sarà eletto presidente degli Stati Uniti, i soldati continuano a morire più che in Iraq. Ieri due attentati ne hanno ammazzati cinque, tutti nella parte orientale del Paese, al confine con il Pakistan. A Kunar quattro militari e il loro interprete sono stati investiti in pieno dall'esplosione di una bomba piazzata sul ciglio della strada. L'azione è stata rivendicata dai talebani, che hanno fatto sapere di aver azionato l'ordigno a distanza, con un telecomando. Un altro soldato è stato ucciso a Khost. La Nato non ha ancora reso note nazionalità e generalità dei caduti, ma quella orientale è la zona dove operano soprattutto le truppe statunitensi. E secondo Washington ci sarebbero i servizi segreti del Pakistan dietro l'attentato all'ambasciata indiana a Kabul, il 7 luglio scorso, in cui sono morte 54 persone. Lo ha scritto ieri il New York Times, citando fonti ufficiali americane. Dura la risposta di Islamabad che parla di accuse infondate. «Lo respingiamo», ha detto alla Reuters il portavoce del ministero della difesa pachistano, Mohammad Sadiq, riferendosi al rapporto citato dal quotidiano Usa. «Non ci sono prove», ha aggiunto, «sono accuse infondate». Nello stesso tempo però il governo di Islamabad ha ammesso ufficialmente per la prima volta che all'interno del suo servizio segreto, l'Isi, ci sono frange che «simpatizzano» con la guerriglia afghana. Il portavoce dell'esecutivo, Sherry Rehman, ha dichiarato che «individui» all'interno dell'Isi probabilmente perseguono una propria agenda, senza rispettare le direttive del servizio. Secondo Rehman, il governo dovrà «identificare questi elementi e cacciarli». E ammontano a 70 le vittime causate da violenti combattimenti scoppiati negli ultimi quattro giorni nella valle di Swat, nella regione tribale nordoccidentale del Pakistan. «Le nostre forze di sicurezza hanno ucciso almeno 45 militanti durante l'operazione militare», ha detto un portavoce dell'esercito di Islamabad. In separati incidenti avvenuti nella regione di Ucharai Sar, 300 chilometri ad ovest di Islamabad, sono morti altri 5 soldati e 18 civili, tra cui donne e bambini. Gli scontri sono iniziati martedì in seguito all'uccisione di tre agenti dell'intelligence pakistana da parte di un gruppo di ribelli filo-talebani.

 

L'antrace colpisce ancora. Uno scienziato suicida, era lui il sospetto - Marco d'Eramo

Sette anni dopo aver gettato nel panico l'America intera, l'antrace continua a mietere vittime. Stavolta a soccombere è stato uno scienziato che del bacillo del carbonchio era uno dei massimi specialisti: Bruce Ivins, 62 anni, un dottorato in microbiologia presso l'università dell'Ohio alle spalle, per 18 anni impiegato civile del centro militare di guerra biologica degli Stati uniti (Us Army Medical Research Institute of Infectious Deseases, ovvero Usamriid) nei laboratori ultrasegreti di Fort Detrick in Maryland. Figlio di un farmacista laureato a Princeton, Ivins è morto martedì nel Frederick Memorial Hospital (Maryland) dopo aver ingerito una dose massiccia di Tylenol (potente antidepressivo) e codeina. Secondo il Los Angeles Times, Ivins si sarebbe suicidato perché stava per essere incriminato per l'ondata di lettere al carbonchio che dal settembre al novembre 2001 avevano fatto cinque vittime e avvelenato altre 17 persone. La prima vittima era stata il responsabile fotografico di un tabloid (il Sun) di Boca Raton, in Florida: era il 5 ottobre 2001, solo 24 giorni dopo l'attentato al World Trade Center dell'11 settembre. Poi l'antrace fece la sua apparizione in lettere indirizzate a due noti presentatori televisivi, di cui uno era Tom Brokaw delle Nbc News. Lettere arrivarono anche a Patrick J. Leahy, senatore democratico del Vermont, e al capogruppo dei senatori democratici Tom Daschle (del sud Dakota). Tutte e due le buste erano accompagnate da un identico messaggio: «Abbiamo quest'antrace. Adesso sarete voi a morire. Siete spaventati? Morte all'America. Morte a Israele. Allah è grande». Oggi facciamo fatica a ricordare il clima di terrore che queste buste provocarono negli Stati uniti. Fu chiuso il Parlamento e tutti gli uffici statali di Washington furono evacuati. Nessuno aveva più il coraggio di aprire la propria posta. Anche perché i destinatari del veleno sembravano casuali. Comprensibilmente due delle cinque vittime furono postini, ma morirono di antrace anche un infermiere 61-enne di New York e una 94-enne vedova in un paesetto del Connecticut che il 21 novembre del 2001 fu l'ultima vittima. Antrace fu trovato in uffici postali in California, Utah, Missouri, nell'ufficio del governatore dello stato di New York, George Pataki, e nell'ufficio del cancelliere tedesco Gerhard Schroeder a Berlino. La stampa era scatenata. Le consegne a domicilio, il nucleo pulsante del commercio al dettaglio statunitense, erano bloccate. La multinazionale farmaceutica Bayer chiedeva cifre folli per accelerare la fabbricazione del suo vaccino Cipro. Naturalmente, investito della sua funzione di comandante in capo nella «guerra al terrore», il presidente George Bush tuonava contro al Qaida ritenuta responsabile di questo attacco biologico: «Siamo vigilanti, siamo determinati». Ma non c'era nulla che Bush potesse fare. L'antrace può essere prodotto a casa con materiale comprabile in qualunque supermercato. Finché un bel giorno le lettere all'antrace smisero di arrivare (e non sono mai più tornate). Placata l'isteria, l'Fbi si decise a usare per una volta il rasoio di Occam, e cioè a cercare la soluzione concettualmente più semplice: in fin dei conti l'istituzione che produce più carbonchio al mondo a scopi militari è proprio l'esercito statunitense nel suo dipartimento di guerra biologica. Non solo, ma tutti i dipendenti dell'Usamriid erano stati vaccinati contro l'antrace già nel 1999 ed erano quindi tra coloro che potevano maneggiarlo senza timore. Fu così che nel febbraio 2002 l'Fbi lasciò filtrare alla stampa (al Baltimore Sun e al columnist del New York Times Nicholas Kristof) il nome di un sospetto, Steven Hatfill, un personaggio che sembra uscito di sana pianta da un film di spionaggio: addestrato nei commandos, laureato in medicina, specializzato in guerra biologica (vedi articolo accanto), il suo profilo combaciava perfettamente con quello dell'ipotetico attentatore. Durante tutta l'indagine Hatfill fu l'unico a essere definito dall'Fbi «persona d'interesse». Però gli anni passavano e i sospetti su di lui non si concretizzavano mai e la sua pista si rivelava un binario morto. Così a fine 2006 l'Fbi decise di riesaminare da capo tutta la documentazione, prendendo in considerazione tutti gli altri 125 ricercatori di Fort Detrick. Fu allora che cominciarono a saltare fuori incongruenze su Bruce Ivins, uno dei più stimati scienziati al servizio della guerra biologica, autore di numerosi articoli sull'antrace (l'ultimo è apparso il 7 luglio scorso sulla rivista Antimicrobial Agents and Chemiotherapy), che nel 2003 aveva addirittura ricevuto, insieme a due colleghi dell'Usamriid, la più alta onorificenza attribuita dal Pentagono ai suoi impiegati civili, per aver contribuito a risolvere problemi tecnici nella produzione di un vaccino contro l'antrace. Risultò che già prima del maggio 2002 Ivins aveva ammesso con gli ispettori dell'esercito di aver trovato nel proprio ufficio tracce di contaminazione di arsenico, di avere passato allo strofinaccio e alla candeggina più di 20 aree che sospettava fossero state contaminate da un trascurato tecnico di laboratorio e di aver taciuto questa contaminazione per più di due mesi. Il problema è che qualunque specialista di guerra batteriologica sa che un'area contaminata va disinfettata due volte, mentre Ivins dichiarò sotto giuramento che non ricordava di averla ripassata una seconda volta come da manuale. All'epoca Ivins non fu punito per questa omissione (l'esercito non voleva incoraggiare rapporti su fuoriuscite accidentali di sostanze tossiche). Ma nel 2006 le lacune del racconto di Ivins apparvero molto più sospette. L'Fbi cominciò a interrogare colleghi e parenti, compreso, l'anno scorso il suo fratello minore. Nel frattempo nuove analisi di laboratorio dell'antrace trovato sulle lettere avevano raffinato la sua struttura e ristretto le possibili aree di provenienza. Fattostà che una settimana fa il direttore dell'Fbi, Robert Mueller, aveva annunciato alla Cnn «grandi progressi nell'indagine»: apparentemente un controsenso, visto che il 27 giugno il ministero della Giustizia aveva appena accettato di pagare a Steven Hatfill ben 5,82 milioni di dollari come risarcimento per aver invaso la sua privacy e rovinato la sua carriera: ed è rarissimo che lo Stato americano acconsenta a risarcimenti in casi giudiziari. Ma proprio il concordato con Hatfill ha segnato l'inizio della fine per Ivins: secondo quanto riferisce il Los Angeles Times, fu allora che la sua depressione si aggravò. Gli fu comunicato che sarebbe stato messo in pensione anticipata a settembre. Poco dopo gli fu negato l'accesso alle aree segrete e gli fu tolta la security clearance (l'accesso ai documenti e ai dati riservati). Confessò al suo terapista di pensare al suicidio. Fu ricoverato nella clinica interna a Fort Detrick per il trattamento della depressione. Il 24 luglio fu dimesso dalla clinica. Cinque giorni dopo Burce Ivins, specialista di antrace per l'esercito americano, moriva. Non sapremo mai se era davvero lui il responsabile delle morti di sette anni fa, e soprattutto ignoreremo per sempre il perché.

 

Liberazione – 2.8.08

 

Ma che razza di Dio è il vostro? - Piero Sansonetti

Ieri l' Avvenire , cioè il giornale dei Vescovi, ha dedicato il titolo di testata della prima pagina al caso di Eluana Englaro, la ragazza che ha trascorso 18 anni - cioè la metà esatta della sua vita - in coma profondo, ridotta a un vegetale, e che le autorità ecclesiastiche non vogliono lasciar morire, nonostante le preghiere del padre, la volontà espressa dalla stessa ragazza prima dell'incidente, le decisioni dei tribunali. L' Avvenire titola così: «Eluana, svolta di speranza». E nel sommario di prima pagina spiega - soddisfatto - di avere trovato un costituzionalista, Gianfranco Iadecola, il quale «rilancia un interrogativo di fondamentale importanza: è certo che Eluana abbia espresso la sua volontà di morire se si fosse trovata in uno stato vegetativo?». Ho messo le virgolette alla frase trascritta dall' Avvenire perché altrimenti voi avreste pensato che questa espressione fosse il mio modo fazioso per riassumere un pensiero più complesso. No, non c'è niente di complesso nella tesi dell' Avvenire , e nella sua incontenibile gioia per avere scovato un costituzionalista il quale, di fronte all'infinita sofferenza di una ragazza, riesce a spremersi il cervello per trovare un cavillo che possa permettere la prosecuzione della tortura. Vi ricordate l'azzeccagarbugli di Manzoni? Quell'avvocato che tra grida, leggine e codicilli trovava sempre il modo per piegare la legge dalla parte sua, anche di fronte all'evidenza plateale di un torto? Be', qui è la stessa cosa, con una aggravante: che azzeccagarbugli almeno aveva una ragione per comportarsi in quel modo: proteggere un potente. Qui no. E' sadismo puro. E' il gusto di fare soffrire una ragazza, di torturarne e punirne il padre e la famiglia. Punto e basta. E l' Avvenire , la Chiesa, gli azzeccagarbugli hanno avuto gioco facile perché hanno trovato un Parlamento per metà formato da bacchettoni come loro, e per metà dai don Abbondio del Partito democratico, che il coraggio di mettersi contro don Rodrigo non lo hanno mai avuto «e non possono darselo»: e quindi, di fronte ai Vescovi, o al Papa o a non so quale diavolo di congregazione della fede, chinano il capo e se ne fottono del buonsenso e della pietà. Ora io chiedo una cosa. Ma questi cattolici che continuano con grande zelo a perseguitare Eluana e suo padre, perché lo fanno? C'è una sola risposta: perché così vuole Dio. Loro pensano di essere custodi di una legge superiore, divina, che rende sacra la vita, in qualunque forma, in qualunque condizione, a qualunque grado di conoscenza e consapevolezza. Io non credo in Dio da molti, molti anni. Sono stato religioso da ragazzino. E negli anni della mia gioventù, che erano gli anni '50 e '60, ho anche frequentato il catechismo, letto - e amato - il Vangelo, ascoltato prediche e discorsi, seguìto il Concilio Vaticano. Mi è rimasta di quegli anni l'idea di un Dio buono, intelligente, pieno di ottimi principi e di gigantesco amore per noi donne e uomini. Sono sicuro che quel Dio che ho conosciuto io, nemmeno si sognerebbe di negare a Eluana il diritto di morire, dopo 18 anni di agonia. Anzi, sono sicuro che se avessero chiesto a lui il permesso, lo avrebbe accordato 18 anni fa, appena ci si rese conto che per Eluana non c'era nessuna possibilità di tornare alla vita. Possibile che quel Dio che conoscevo io non esiste più e che sia stato sostituito da un nuovo Dio, gelido, rigido, perfido, che brama solo l'idea di punizione, che considera la religione un rituale macabro e feroce, che intende il suo rapporto con l'umanità in puri termini di potere, di sopraffazione e di ritualità, e che pretende dolore, sofferenza, pianto e nient'altro? Possibile che i cattolici si siano convinti che alla sommità dell'universo si sia insediato un Dio odioso e sadico, e al quale bisogna obbedire ciecamente? E' questo l'aspetto che più mi colpisce e mi terrorizza nella vicenda di Eluana e dell'impossibilità per questa ragazza di ottenere la fine di quello che lo stesso papa Wojtyla considerava «accanimento terapeutico». Il fatto che la comunità cattolica italiana sia giunta a un punto di «apatia» e «afasia» tale da non essere più in grado di ribellarsi a questi orrori. Non è forse un orrore scrivere a caratteri cubitali - come ha fatto l' Avvenire - «svolta di speranza», usando la parola «speranza» (magnifica, dolcissima parola) per indicare la condanna alla perpetuazione della tortura di Eluana Englaro? In che dovrebbe consistere la speranza? Nel miracolo, nella possibilità che Eluana torni a vivere e ad essere cosciente 18 anni dopo l'incidente? Be', neanche uno squilibrato può pensare una cosa del genere. La speranza consiste solo nella gioia del «sacrifico umano» sull'altare della gloria di Dio. Cattolici - scusate la bruschezza - svegliatevi! Fate presto. L'ultima volta che il cattolicesimo italiano finì in letargo, una settantina di anni fa, quando salì al papato Pio XII, vi ricordate come andò a finire?

 

Meno scuole, meno insegnanti più disciplina: ecco la riforma

Antonella Marrone

Grande giornata - si fa per dire - ieri per le nostre istituzioni scolastiche. Il Senato ha votato il disegno di legge 112, collegato alla manovra finanziaria 2009, in cui tra le tante voci, si parla di un cospicuo taglio alla scuola. E il Consiglio dei Ministri ha approvato la proposta della ministra Gelmini su voto in condotta e grembiuli. «I ragazzi potranno differenziarsi tra loro per come profittano dello studio». Provate a ripetere questa frase con una certa enfasi: suona antica, severa, paternalistica. "Profittare dello studio": parole desuete dette da un campione del nuovo e della modernità come Silvio Berlusconi (laddove la derivazione di profittare da profitto non è affatto sospetta). Una frase che è anche, nella sua rigida formalità, tutto un programma: il programma scolastico del governo. Si può discutere per ore sull'efficacia o meno del 7 in condotta, sulla necessità del grembiule, sulla "reintroduzione" dell'educazione civica tra le materie di insegnamento. E' un pacchetto di discussioni piuttosto rituale, sia nei salotti che nelle cucine, sulla necessità di essere severi, sulla maleducazione dei giovani e sull'ignoranza dei prof. Tra tante chiacchiere la scuola, negli ultimi decenni, è stata oggetto di riforme e controriforme che si sono dimostrate sostanzialmente atti persecutori e vandalici. È stato cancellato tutto e il contrario di tutto senza mai riempire il vuoto. Così la scuola si è messa al riparo in un misero guscio di noce per non naufragare sull'isola degli ex famosi. Perché, va detto, la scuola italiana è stata alquanto famosa, nel passato, per essere una delle migliori nel mondo. Poi lentamente ha lasciato il posto ad altro. A qualcosa di informe che oggi si barcamena tra test di cultura generale, competenze specifiche, formazione al lavoro, managerialità, fino alle nuove funzioni dei presidi ormai assimilati ai responsabili marketing di una grande azienda. In questo mesto e confuso paesaggio che cosa volete che conti il 7 in condotta, che cosa qualche ora di educazione alla cittadinanza se, tanto per dirne una, i ministri e i parlamentari di questo governo non sono in grado di dare un esempio che vada al di là di qualche inarticolata espressione fonetica, molti gestacci e molte parolacce? Ben poco conta la lavagna quando dietro, oltre allo scolaretto con la divisa, non c'è niente: futuro, emozione reali, relazioni tra essere umani, solidarietà... come dire, quei quattro/cinque principi che nella vita aiutano a stare con il prossimo, aiutano a riflettere sul fatto che "avere" è un verbo ed "essere" un altro verbo e che entrambi si dicono ausiliari. Ci sarà pure un motivo. Ma abbandoniamo il campo pedagogico per occuparci di economia. Ossia dei tagli che, dietro alla intransigente riforma del voto in condotta, sono passati con la manovra finanziaria votata ieri dal governo. Meno soldi, meno scuole, meno insegnanti: in tre anni la scuola deve rinunciare a 87 mila docenti e a 42 mila e 500 lavoratori del settore amministrativo, tecnico e ausiliario. E si prevede una "razionalizzazione" della rete scolastica ovvero accorpare scuole, togliere di mezzo quelle con pochi alunni e, dove sarà possibile, utilizzare mezzi pubblici per portare i bambini da un paese all'altro. Ma attenzione: se il comune non può sostenere lo sforzo economico, non resta che l'antico adagio: «Aiutati che Dio ti aiuta». Secondo una legge che cerca di ottimizzare anche i sentimenti e i cervelli, il numero giusto di alunni in un istituto scolastico deve essere tra i 500 e i 900 alunni. Non stupisce il fatto che la signora Moratti, in una sconsolante lista nera, individuò ben 2000 istituzioni scolastiche con meno di 500 alunni. Non le ha potute radere al suolo, nonostante il suo piglio bellicista, perché non ne ha avuto tempo, o perché molte sono al Nord e avrebbe dovuto vedersela con gli eredi di Barbarossa. Sta di fatto che Gelmini ha trovato parte del lavoro già fatto. Non c'è bisogno di essere geografi per avere un'idea di come sia fatto il nostro paese, della quantità di piccoli comuni spesso, nel Nord, isolati tra loro. Sono circa 6000 e nessuno potrà mai raggiungere la cifra di 500 ragazzi ad istituto, perché alcuni non raggiungono neanche 500 anime in tutto. Una scuola elementare e una scuola media, aiutano, nel paese: le famiglie prima di tutto, quelle famiglie di cui tutti nel governo si fanno fautori, ma che sembra non interessino nessuno. Aiutano l'alfabetizzazione collettiva, visto che il maestro Manzi non c'è più e che in tv il massimo dell'istruzione pubblica è rappresentato dal logo di Rai Edu accuratamente mandato in onda quando nessuno può vederlo. Insomma con questo disegno di legge si inserisce un'altra pericolosa tessera nel puzzle della questione morale in Italia. Perché eliminare le scuole è un atto di altissima immoralità che richiederebbe dieci, cento, mille piazze navona.

 

«Istituzioni, politici e intellettuali, in tanti contro la verità sulla strage» - Vittorio Bonanni

I numerosi, purtroppo, anniversari delle tante stragi che hanno insanguinato l'Italia sono sempre occasione di polemiche politiche. Questa volta è toccato all'attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che provocò 85 morti e oltre duecento feriti. L'assessore agli affari generali e istituzionali al comune felsineo, nonché ex magistrato, Libero Mancuso ha accusato il governo di essere rappresentato alla commemorazione della strage da un esponente minore come il ministro per l'Attuazione del programma Gianfranco Rotondi, che aveva preso il posto del ministro per la Giustizia Alfano, la cui presenza era stata a sua volta fortemente contestata soprattutto da Rifondazione comunista. L'ex Presidente della Corte d'assise di Bologna, chiamato da Liberazione , preferisce non tornare su una polemica che ritiene ormai chiusa e superata. Ho sempre ritenuto che la commemorazione del 2 agosto rivestisse un interesse nazionale - ha detto Mancuso - accanto al dolore che ci unisce alle vittime, alla riconoscenza che tutti dobbiamo all'Associazione dei Familiari di tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro Paese, senza la cui forza, come di recente ci ricorda Giovanni Moro in un suo prezioso scritto, tante verità non sarebbero venute alla luce, il 2 agosto di ogni anno celebriamo il valore della Memoria, il dovere per ogni cittadino che intenda fino in fondo esercitare i suoi diritti, di conoscere i tanti misteri che hanno avvolto la nostra storia repubblicana. Non tutti sembrano però orientati in questa direzione? Purtroppo è così. Sono tuttora impegnati in un'opera di occultamento pezzi delle nostre istituzioni, esponenti della politica nazionale, persino, sovente in buona fede, stimabili intellettuali che hanno il difetto di saper poco di ciò di cui parlano. A tutti costoro voglio ricordare che comunque la pensino su molteplici decisioni dei nostri Tribunali e delle nostre Corti di Cassazione, dovrebbero approfondire il quadro storico che accompagna la ricostruzione di eventi drammatici come le stragi, i tentativi golpisti, l'intossicazione delle indagini che hanno puntualmente contrassegnato le relative vicende giudiziarie. Un tema affascinante che stranamente tutti si guardano bene dal percorrere perché comporterebbe analisi ben più impegnative e dolorose per i tanti soloni che inanellano anno dopo anno ricostruzioni giudiziarie d'accatto che si distinguono per la loro mutevolezza ed irrilevanza. Assessore, a questo proposito la sentenza che ha portato il 23 novembre del 1995 alla condanna di Fioravanti e Mambro è stata spesso contestata. Viene considerata, non solo dai diretti interessati, ma anche da soggetti diversi, una sentenza basata su un teorema piuttosto che su delle prove. Un ragionamento condiviso anche da settori della sinistra. Malgrado ci sia una verità giudiziaria anche su questo caso rischiamo dunque di non avere una verità storica assoluta una volta per tutte. Qual è la sua opinione? Quanto alla verità sulla strage di Bologna, ripeto ciò che dico da anni, da quando cioè, subito dopo le sentenze definitive, si è preannunciato il ricorso ad una istanza di revisione finora mai praticata. Per quel che mi riguarda, non ho mai preteso che verità giudiziaria e verità storica coincidessero ma ho sempre sostenuto che, allo stato degli atti, quella giudiziaria rappresentasse la più corretta e giusta delle soluzioni possibili. Dall'altro lato non è mai stata offerta una alternativa credibile come ho avuto modo di riferire anche ai più accaniti sostenitori di tesi avverse, ai quali ho contrapposto l'insufficienza e la plateale infondatezza delle loro ricostruzioni. Purtroppo senza esito. Proprio in un'intervista rilasciata oggi (ieri per chi legge ndr) all'Ansa Fioravanti si dice vittima della ragion di stato. Sostiene, come Cossiga, che la loro colpevolezza è servita a coprire altre verità, come l'esplosione del carico di plastico palestinese o piuttosto una punizione contro un'Italia troppo filoaraba. Non sono certo delle novità e in ogni caso tutto sembra servire a rendere più torbida ed incomprensibile alla gente la storia di questa terribile vicenda. Non ne usciamo insomma. Voglio limitarmi a dire una cosa, a dare insomma un'indicazione: che se si volesse davvero ricostruire la verità, bisognerebbe fare riferimento al più completo documento pubblicato in questi anni rappresentato dal libro di Riccardo Bocca, dal titolo significativo Tutta un'altra Strage . Di fronte al silenzio che accompagna le aggressioni a quelle verità giudiziarie, mi dichiaro disponibile, ove Liberazione intendesse farlo, ad un esame serio della vicenda del 2 agosto, peraltro ignota anche ai tanti detrattori di quelle carte processuali.

 

Ferrero: «Avanti con la linea decisa al congresso» - Romina Velchi

Un partito che vuole rimettersi in cammino; che vuole gettarsi alle spalle le tensioni del congresso e riprendere in mano il filo della politica; che ancora crede, nonostante tutto, di poter cambiare le cose e vorrebbe iniziare subito, oggi, adesso. E' "l'effetto Ferrero", che per la prima volta da segretario di Rifondazione comunista, risponde alle domande di compagni e compagne nel forum on line sul sito del partito. E gli tocca raffreddare gli entusiasmi: un partito spaccato a metà non lo si ricostruisce dalla sera alla mattina e c'è agosto di mezzo: occorrerà aspettare l'autunno, che si tratti di una manifestazione con le altre forze della sinistra o di riorganizzare la vita interna del partito. Non c'è argomento che sfugga agli attenti (e qualche volta critici) partecipanti al forum: dall'immigrazione al giudizio storico sul comunismo, dai rapporti con gli altri partiti della sinistra radicale all'assistenza pubblica, dalla scuola (gettonatissima) alla spaccatura interna. «Caro segretario, cosa intende fare il Prc per fermare i 150.000 tagli nella Scuola che la destra ha inserito nella Finanziaria?» chiede per esempio "rosso69"; una «vera e propria macelleria sociale» concorda "dantedinanni". «Scuola pubblica per tutti, insegnanti di sostegno per rendere il diritto allo studio effettivo per tutti, stipendi decenti per gli insegnanti, aumento dell'età dell'obbligo, nessuna confusione tra scuola dell'obbligo e formazione professionale, etc etc etc», prova ad elencare Ferrero. Sapendo che si tratta di obiettivi tutti da conquistare, magari con «una grande manifestazione unitaria in autunno che sto cercando di concordare già in questi giorni tra tutte le forze di opposizione» per rimettere la «scuola al centro dell'iniziativa: quel milione di insegnanti sono, come gli operatori sociali, i nostri interlocutori privilegiati». Già, l'assistenza sociale. C'è "Renato" «operatore "Adest"» (Assistente domiciliare e servizi tutelari, ndr) che lamenta la scarsa professionalità e se la prende con le Coop rosse; e c'è il 19enne portatore di handicap, che si firma "socialismo o barbarie", che al Prc non chiede altro che un po' di «attenzione ai disabili nel quadro della più complessiva attenzione all'emarginazione sociale che riguarda rom, migranti, disoccupati, cassintegrati, abitanti delle degradate periferie». Se «gli operatori sociali sono oggi una risorsa incredibile nella battaglia per la trasformazione sociale» e costituiscono un «tessuto di massa di intellettuali che conoscono la realtà sociale meglio di molti sociologi», risponde Ferrero, con loro dovremo «costruire una proposta politica» anche per evitare che essi diventino l'«anello precarizzato e sfruttato della catena del controllo sociale», tra tagli al welfare e politiche securitarie. E siccome «il grado di civiltà di una società si misura da come stanno coloro che sono maggiormente emarginati e la disabilità è oggi fonte di emarginazione» il segretario del Prc promette «impegno» e «ricerca di forme universali e democratiche di lotta per i diritti di tutte le persone con disabilità, superando particolarismi che spesso dividono per categorie le persone portatrici di handicap e depotenziano il valore politico della loro lotta». Tutto questo Rifondazione lo farà da sola? «Pensate ad un'intesa con gli altri gruppi della sinistra?»; ad una «costituente comunista insieme al Pdci di Diliberto?», chiedono "Renato" e "ferdinand.bardamu". «Io penso - risponde Ferrero - che oggi dobbiamo rimettere in piedi Rifondazione e che nella costruzione dell'opposizione occorre costruire percorsi comuni che aiutino il dialogo»; all'intesa con altre forze della sinistra «ci lavoriamo a partire dalla costruzione dell'opposizione e dal lavoro di radicamento sociale della sinistra». E non mancano le proposte concrete: "Elena e Renato" propongono la «costruzione di Dipartimenti d'area» per meglio coordinare livello nazionale e livello territoriale; "FrancescoP" consiglia un «vademecum commentato (da diffondere con "Liberazione") per raccogliere tutto quello che fino ad oggi è stato fatto dalle destre»; "Andrij83" invita a «dotare il partito di una struttura, anche telematica, che permetta di mettere in comune le buone pratiche amministrative» per aiutare nel loro lavoro i nostri amministratori locali. «Giusto, giustissimo - risponde a tutti il segretario - Dovremo reinventare molto del funzionamento del partito per costruire delle strutture di direzione più funzionali al lavoro politico. A settembre ci si prova». Anche l'attualità va bene per incalzare il segretario del Prc: "Andrij83", per esempio, giudica «imbarazzante il silenzio che nel partito si è fatto attorno al tema del Trattato di Lisbona». E' palpabile, però, tra i "forumisti", la preoccupazione per il futuro del partito. Qualcuno, come "Antiglobal", «semplicemente», dice, «non siete più il mio partito. Non vi voterò mai più»; meno drammatica ma sempre forte la delusione di "Attilio Galmozzi": «Caro Paolo, lontani dai riflettori di Chianciano volevo augurarti buon lavoro» ma «la prospettiva di questo partito mi pare molto limitata. Non vi vedo la capacità né la volontà di andare oltre la crisi del partito post-elettorale, che pure è reale, per calarsi dentro il buio nel quale tutta la sinistra s'è infilata». La maggior parte chiede uno scatto verso una ritrovata unità: «La tua elezione è legittima e concreta - osserva per esempio "conques" - ma non puoi non vedere quante divisioni si stanno approfondendo giorno dopo giorno, da ormai tre mesi». Aggiunge "danales": «Da quello che si comincia a vedere sembra proprio che "Rifondazione per la sinistra" abbia intenzione di costituire "un partito nel partito", una specie di "partito ombra" e di perseguire la propria linea politica a prescindere dal documento politico uscito dal congresso. Ho paura che, a medio termine, questo potrà provocare un logoramento del partito tutto e che, alla fine, i percorsi politici siano comunque destinati a dividersi». «Ricostruire la cultura di una comunità condivisa non è il frutto di una scelta congressuale ma un impegno collettivo - è l'opinione di Ferrero - Spero che i compagni della mozione due non scelgano la strada dell'arroccamento anche perché sarebbe contraddittorio che chi vuole unire la sinistra partisse dalla divisione del proprio partito. Per quanto mi riguarda la proposta di gestione unitaria e la pratica della nostra linea politica non settaria mi paiono le due gambe su cui procedere nel modo più efficace per ricostruire l'unità del partito». In ogni caso, aggiunge il segretario del Prc «dopo il disastro elettorale occorreva fare due cose: darsi una linea politica chiara, da perseguire e su cui rimettere il partito al lavoro. In secondo luogo affermare chiaramente la dignità della nostra esistenza. Questo il congresso lo ha fatto e a mio parere questo permetterà di uscire dalla palude». Qualcuno ci crede: «Il documento approvato al congresso, e la tua elezione, mi ha ridato un nuovo e rinnovato entusiasmo di militanza in questo momento difficile a dir poco per il Prc e la sinistra tutta». Firmato: "iscritto stradeluso".

 

La Stampa – 2.8.08

 

Violentate per giorni, poi l’imbarco - LIRIO ABBATE

Per tentare di alleggerire il centro di prima accoglienza di Lampedusa, e portar via 501 immigrati, dei circa 1700 presenti nella struttura, ci sono voluti ieri due Ercules C130 e una nave traghetto. La struttura può contenere non più di 850 persone. E già oggi, come annunciato dal Viminale, verranno trasferiti altri 500 migranti. Uomini, donne e minorenni vengono dirottati in altri centri in Italia: si tratta per la maggioranza di richiedenti asilo o protezione che hanno detto di essere perseguitati nel loro paese, provenienti da Paesi in guerra. Ma quello che si apprende alla fine di questi sbarchi è ancora più triste: le donne che affrontano questi «viaggi della speranza» subiscano violenze sessuali. Dal Corno d’Africa all’Italia è un tragitto costellato di abusi da parte degli uomini che gestiscono la tratta di esseri umani e organizzano le traversate, prima via terra, nel deserto del Sudan, poi nel Canale di Sicilia a bordo di imbarcazioni di fortuna. A Lampedusa, negli ultimi due anni l’80% delle donne sbarcate sono state vittime di violenze sessuali e alcune volte sono anche rimaste incinta. «Una notte sono arrivati due uomini nella casa abbandonata al confine fra la Libia e la Tunisia in cui ci avevano fatto sistemare in attesa di partire per il mare. Eravamo una quarantina e queste persone che indossavano una divisa mi hanno preso e portata via con la forza. Sono stata condotta in una casa disabitata dove hanno iniziato a violentarmi». E’ il racconto che Blessing, una ragazza di 18 anni, Eritrea, fa nel Centro di prima accoglienza di Lampedusa. Le vittime di queste atrocità parlano di violenze di gruppo subite anche per giorni e giorni durante i tragitti o in attesa di essere imbarcate sulla prima carretta del mare diretta a Lampedusa. Nessuna di queste ragazze vuole però denunciare per paura di ritorsioni che possono subire i familiari rimasti nel paese d’origine. Ma a volte le lacerazioni sono evidenti, com’é accaduto pochi mesi fa, a un’altra ragazzina somala violentata utilizzando una bottiglia di vetro che si era rotta provocandole tagli e curata dai medici del Poliambulatorio dell’isola. Ieri si sono registrati sono due sbarchi: il primo in nottata con 24 persone e il secondo nel pomeriggio con 33. La prima imbarcazione era stata avvistata giovedì sera da un Atr del Gruppo esplorazione aeromarittime (Gea) della Guardia di Finanza, in servizio di pattugliamento marittimo anti-immigrazione nel Canale di Sicilia. Era un gommone localizzato a 64 miglia a sud di Lampedusa che sfrecciava sulle acque internazionali puntando dritto verso l’isola. Ci sono volute quasi otto ore da quel momento per approdare sulle coste italiane. L’aereo della finanza che l’aveva avvistato è uno dei gioielli tecnologici delle nostre forze dell’ordine, perché con il suo potente radar, i suoi sensori e le apparecchiature elettroniche sembra un Awacs in miniatura, capace di individuare anche piccole boe a centinaia di miglia di distanza sorvolando in alta quota. Dentro la fusoliera sono sistemati monitor, computer e apparecchiature di controllo sui quali lavorano quattro finanzieri che fanno parte dell’equipaggio guidato dal tenente colonnello Stefano Bastoni. Così, a bordo di questo piccolo Awacs si sorvola il mare per tentare di salvare la vita a decine di persone che tentano di attraversare il Mediterraneo che ogni tanto travolge imbarcazioni e miete vittime che gran parte delle volte restano ignote.

 

Il no di Silvio alla grande marmellata - AUGUSTO MINZOLINI

Giovedì sera i Tg hanno mandato in onda il tramestio dei Palazzi romani. Il capo dello Stato da Strasburgo ha lodato ai microfoni del Tg1 l’incontro tra il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il deputato Massimo D’Alema. Il presidente del Senato, Renato Schifani, sempre al Tg1, ha annunciato il pranzo di ieri con il segretario del Pd, Walter Veltroni e il capogruppo dei senatori, Anna Finocchiaro. Colloquio che si è svolto puntualmente ieri. E sempre ieri Veltroni ha annunciato che vedrà presto anche Fini. Tutti hanno parlato di dialogo, confronto e riforme. Di quali riforme, naturalmente, si è detto ben poco. C’è stato un riferimento abbastanza generico alla “bozza” Violante. Niente di più. L’unico che si è distinto da quella che può essere definita una sorta di “marmellata istituzionale” è stato Silvio Berlusconi che giovedì al Tg5 e ieri a Studio Aperto e in tutte le conferenze che ha presenziato ha mostrato un “pragmatico” scetticismo. «Il dialogo è auspicabile - ha spiegato - ma non vedo il rispetto e comportamenti leali da parte dell’opposizione. Se l’opposizione non si aggregherà, la maggioranza andrà avanti da sola per mantenere gli impegni presi in campagna elettorale, per ammodernare il paese. Se l’opposizione si aggregherà noi saremo felici ma temo che questo non possa succedere». Un’analisi che Veltroni ha subito colto al balzo per dire che «le parole di Berlusconi non aiutano a che si avveri l’auspicio di Napolitano». In fondo il leader del Pd sta facendo questo gioco non per convinzione ma solo perché il Capo dello Stato glielo ha chiesto. Insomma, si va avanti per inerzia e l’unico a parlare chiaro è il Cavaliere. Il balletto istituzionale a parte la retorica obbligata («le cariche istituzionali - osserva in proposito il ministro Gianfranco Rotondi - per il loro ruolo a volte sono obbligate a dire delle banalità»), nasconde propositi diversi. Ognuno recita la sua parte, ma pensa ad altro. E sui comportamenti pesa il passato dei protagonisti, l’insofferenza per le condizioni di oggi e la difesa del proprio ruolo. «In tutto questo lavorio - spiega uno dei consiglieri più ascoltati del Cavaliere - c’è il giusto tentativo di Napolitano di approvare delle riforme condivise, ma anche dell’altro. Guardate alla girandola di incontri degli ultimi due giorni: Fini è insoddisfatto del ruolo che ricopre ora, ha capito che il vero palcoscenico di questa legislatura è il governo e tenta di riportare i riflettori sul Parlamento; D’Alema è andato da lui perché è senza ruolo e vuole ricoprirne uno quasi antagonistico a quello di Veltroni; Veltroni, da parte sua, ha pranzato con Schifani per ricordare a tutti che il segretario del Pd è lui. Infine a Schifani che negli anni passati è stato accusato di ogni nefandezza dalla sinistra piace essere corteggiato dai detrattori di ieri. Insomma, tutti vogliono un ruolo di primo piano e una completa legittimazione. Solo Berlusconi se ne infischia, lui è stato legittimato dal successo elettorale». La ritrosia e l’insofferenza con cui il Cavaliere si accosta all’argomento è proprio dettata da questa convinzione: il premier è convinto che la “marmellata” istituzionale lo coinvolga in un confronto che porterà ad un compromesso a ribasso sulle riforme, a cominciare dalla giustizia; e, contemporaneamente, affievolisca il carattere fondativo di questo governo e della sua maggioranza, ”il decisionismo”. Quello che lo ha fatto volare nei sondaggi per la campagna sui rifiuti, per il decreto sicurezza, per l’abolizione dell’Ici, per l’intervento sui mutui e che potrebbe ripetersi su Alitalia, giustizia, federalismo fiscale se saranno fatte delle scelte chiare. Tanto più che il tentativo di instaurare un rapporto sistematico con l’opposizione, che pure il Cavaliere cercò all’indomani del voto, si è rivelato deludente. Prima sulla vicenda di Retequattro, poi sulla giustizia, Veltroni si è fatto puntualmente risucchiare da Di Pietro. Tanto che all’epoca il ministro dell’Economia in più di un’occasione pose una domanda pungente: «Ma di che hanno discusso in tanti incontri Letta e Veltroni?». Se il Cavaliere si muove secondo una rotta politica precisa, gli altri, invece, sono spesso condizionati da un senso di insoddisfazione. In Parlamento molti sono convinti, ad esempio, che Fini si sia pentito della scelta “istituzionale” che ha compiuto. «Si è imbalsamato» osserva il segretario del Pri, Francesco Nucara. «Ha sbagliato tutto - si sbilancia Benedetto Della Vedova -: nel governo sarebbe stato il giusto contrappeso a Tremonti». «Si è accorto - sintetizza Osvaldo Napoli - che in questa fase politica, con una maggioranza forte, il ruolo del presidente della Camera è ridotto». Solo che la ricerca di un nuovo “protagonismo” istituzionale di Fini rischia di confliggere a volte con gli interessi del governo. «Schifani dice che il Csm va riformato - elenca Gaetano Quagliarello - e lui il giorno dopo esprime qualche riserva. Il governo è impegnato su una difficile trattativa su Alitalia e lui lo chiama a riferire alla Camera...». Si tratta solo di piccole incomprensioni che, però, qualcuno già interpreta come segnali di insoddisfazione. Solo che la politica degli ultimi otto mesi - e Fini dovrebbe essere il primo a saperlo - dimostra che il pallino è nelle mani di Berlusconi. Il quale può anche accettare un dialogo ma solo su basi chiare. Il premier non è più disposto a subire meline sia pure “istituzionali”. Anche perché a volte le basi parlamentari spesso sono più avanti dei vertici. Sulla giustizia, ad esempio, circola alla Camera e al Senato un documento presentato da due esponenti radicali, Emma Bonino e Rita Bernardini, e che porta le firme di esponenti della sinistra come l’ex-portavoce di Prodi, Sircana,e Cesare Marini e Franca Chiaromonte e del Pdl che propone una profonda riforma del sistema giudiziario che non dispiacerebbe affatto al Cavaliere: prevede l’abolizione della obbligatorietà dell’azione penale; la separazione della carriere; la reponsabilizzazione dei pm; la riforma della composizione e del sistema elettorale del Csm e della sua sezione disciplinare; la reintroduzione del vaglio di professionalità dei magistrati; una più severa legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Se le proposte fossero così esplicite il premier non avrebbe nulla da obiettare sul dialogo. Altrimenti, ispirandosi ai grandi di Francia, andrà avanti da solo aspettando che gli altri, maggioranza e opposizione, lo seguano: «l’intendance suivra, l’intendenza seguirà».

 

Bentornato sette in condotta - ANTONIO SCURATI

Si biasima sempre la violenza della corrente ma non si osserva mai la violenza degli argini. Da quarant'anni la pedagogia progressista si sforza di mettere in pratica questo monito di Bertolt Brecht. E a lungo, va detto, ha avuto ragione di farlo. A partire dagli Anni 60, ogni riforma della scuola, ogni svolta pedagogica, ogni innovazione didattica è stata rivolta a mitigare la «violenza degli argini». La didattica ha dovuto inchinarsi all'espressione della libera soggettività del discente, la scuola si sarebbe dovuta sviluppare all'insegna di una crescente autonomia. La disciplina doveva essere rigorosamente distinta da ogni criterio di merito. Ma il risultato finale è stato, indubbiamente, che il fiume ha esondato. Oggi abbiamo studenti che si diplomano o si laureano senza sapere niente, ragazzi che scivolano verso comportamenti sfrenati, una scuola che sembra consegnata a un destino non di crescente autonomia ma d'irreversibile entropia. Si potrebbe, dunque, anche salutare con favore la decisione del Ministero di ripristinare il valore dirimente del voto in condotta, di reintrodurre l'insegnamento dell'educazione civica e perfino l'uso del grembiule. A una condizione: che non si dimentichi la violenza della corrente. E in questo caso la metafora tiene: si tratta, infatti, della corrente sociale. Una scuola che si abbandoni alla forza rovinosa del mainstream sociale è una scuola superflua, uno sciocco pleonasmo, ma una scuola che debba nuotare contro quella corrente è destinata ad affondare. «La società contro la scuola» Da troppi anni nel nostro Paese si è creata una paradossale situazione: se negli Anni 70 il motto dei giovani rivoluzionari fu «la società contro lo Stato», a partire dagli 80 quei giovani, una volta divenuti pubblicitari e comunicatori di grido, hanno urlato «la società contro la scuola». Tutti i grandi valori e sani principi che la scuola di tradizione umanistica avrebbe dovuto coltivare e trasmettere non solo venivano sistematicamente disattesi un metro fuori il perimetro scolastico, ma anche sonoramente smentiti dal discorso sociale promosso da mezzi ben più potenti della voce tenue degli insegnanti. In questo modo la scuola era comandata a compiere una missione suicida, a combattere su posizioni perdute. E i poveri insegnanti finivano per apparire dei disadattati, quando non degli alienati mentali. A che cosa varrà reintrodurre l'educazione civica in un Paese in cui il disprezzo di ogni civismo paga preziosi dividendi politici? Che senso avrà per delle sedicenni uniformarsi indossando un grembiule se saranno le loro madri per prime a insegnar loro che la distinzione sociale si conquista con una griffe e una scollatura vistosa? Il messaggio contraddittorio dei padri Perché un ragazzo dovrebbe educarsi attraverso la disciplina quando gli uomini delle istituzioni che gliela impongono devono il potere all'ostentato rifiuto d'ogni disciplina? Il rischio è quello di una tremenda situazione da doppio legame: il padre che intima al figlio «imitami!», ma, al tempo stesso, gli ingiunge «non m'imitare!». Il risultato è, come sappiamo, la schizofrenia. Personale e sociale. Ci si potrebbe consolare, e perfino esaltare, all'idea di una scuola «isola felice», extraterritoriale rispetto alla ferinità della vita sociale. Ma solo a condizione che sia un'isola nella corrente. Altrimenti quella legione d'insegnanti mandati a far valere la disciplina, a insegnare l'educazione civica, a far indossare il grembiule, finiranno come una retroguardia massacrata in un'imboscata. Suoneranno il loro corno, sputeranno il loro sangue. Intanto la testa dell'esercito, ignara del loro inutile sacrifico, marcerà in tutt'altra direzione.

 

Con Obama sindacati più forti

Wal-Mart fa sentire la propria voce in vista del voto di novembre ed esprime la sua preoccupazione nel caso dovesse essere Barack Obama il nuovo presidente. Il colosso americano della vendita al dettaglio non approva la visione vicina ai sindacati del senatore dell'Illinois. Se il candidato democratico dovesse insediarsi alla Casa Bianca, infatti, per i sindacati sarebbe molto più facile penetrare nelle aziende rafforzando la loro presenza e rilanciando le istanze dei dipendenti. Wal -Mart, tuttavia, ha negato di aver fatto pressioni rispetto a specifiche indicazioni di voto. Al centro delle preoccupazioni di Wal- Mart c'è il cosiddetto Employee Free Choice Act, la legge sulla libertà di scelta dei dipendenti all'esame del Congresso americano, che secondo molte società americane consentirebbe ai sindacati statunitensi di raccogliere milioni di nuove iscrizioni in breve tempo. Nei giorni scorsi Wal-Mart, che ha negozi in tutto il mondo, ha riunito i dirigenti e i responsabili dei propri punti vendita per metterli in guardia sul fatto che la vittoria del candidato democratico darebbe nuova forza ai sindacati americani, il cui ruolo negli ultimi anni è invece andato declinando. "Crediamo che questa sia una pessima proposta di legge - ha detto il portavoce della società - e crediamo che informare i nostri dipendenti sia una cosa giusta".

 

Corsera – 2.8.08

 

Silvio e la processione dei ministri «tagliati» - Francesco Verderami

Il cuore dice Gianni Letta, la mente dice Giulio Tremonti, perché è da lì che passano questioni e rapporti a cui Silvio Berlusconi tiene molto. Compreso l’asse politico con la Lega. Così ieri in Consiglio dei ministri il premier ha preferito la ragione al sentimento, elogiando il titolare dell’Economia. Il Cavaliere doveva scegliere. E ha scelto. Non ha aperto la riunione di governo esortando i ministri alla «correttezza nel confronto con le altre istituzioni», come gli aveva chiesto il giorno prima Letta, durante il burrascoso vertice con le Regioni. Berlusconi ha invece reso gli onori a Tremonti, «con il quale ho chiacchierato a lungo l’altra sera». Gli effetti di quel colloquio si sono manifestati nell’appello all’esecutivo: «Dobbiamo stare vicini a Giulio, condividere la sua linea di rigore e tenere in ordine i conti pubblici. Perché ha ragione quando dice che in autunno la crisi potrebbe complicarsi. È inutile quindi andare a chiedergli soldi. Non è che non vuole darne, è che non ce ne sono». È vero che appena Tremonti ha lasciato la riunione, il premier ha confortato i dolenti in processione. Ha riconosciuto per esempio che «sì, Sandro ha ragione», quando il titolare dei Beni culturali Bondi gli ha chiesto «almeno di farci decidere le riduzioni di bilancio che ci riguardano». E ha promesso a Mariastella Gelmini «una soluzione positiva», quando la responsabile dell’Istruzione ha convenuto sulla «necessità di fare sacrifici, senza dimenticare però che la scuola non è una priorità ma è la priorità. E con i tagli previsti per il 2009, rischio di non poter aprire le scuole nelle zone di montagna». Senza Tremonti, insomma, in Berlusconi il sentimento è tornato a prevalere sulla ragione, anche perché la «soluzione» che ha garantito a tutti verrà girata a Letta, «il crocevia» come lo chiama il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli. Ma stavolta il sottosegretario non avrà i margini di un tempo. Il modo in cui Tremonti ha varato la manovra e strutturato la Finanziaria toglie quegli spazi di manovra nei quali Letta si muoveva con abilità, tessendo rapporti e offrendo mediazioni alle parti sociali, alle associazioni di categoria e persino ai partiti di opposizione. Molte cose sono cambiate. Anche Letta. È una nuova vita quella del sottosegretario, che aveva fatto del riserbo la sua forza. Per dire, i contrasti con Tremonti nell’esecutivo precedente furono molto più aspri degli attuali, ma mai visibili, nemmeno agli altri ministri. Invece alcune settimane fa, proprio davanti ad alcuni esponenti di governo, ha volutamente graffiato il titolare dell’Economia con un tocco d’ironia: «Dopo quello che mi hai fatto, stavo per dimettermi». E giovedì, in presenza dei governatori regionali, ha intimato maggior rispetto verso di loro «da parte di chi vuole il federalismo fiscale». Non c’è dubbio che Letta resta il civil servant invidiato dall’opposizione a Berlusconi: «È l’uomo che manca a Romano Prodi», disse di lui Francesco Rutelli. Ma non c’è dubbio che stia interpretando il ruolo diversamente. Non è chiaro se — come raccontano — il suo disappunto sia dovuto a impegni che non è poi riuscito a mantenere, è certo che quando si distingue lo fa rimarcando la sua educazione istituzionale: «Qualsiasi linea politica si intende scegliere, va sostenuta senza mai perdere di vista la correttezza e la disponibilità al confronto verso gli interlocutori. In Parlamento, con le Regioni, con i sindacati». Il Cavaliere sa di non poter fare a meno di Letta e di Tremonti. Al primo recentemente si è riferito con affetto in Consiglio dei ministri: «Scrivono che qui si litiga ma non è vero. Io litigo solo con Gianni». Del secondo ammira la creatività, «anche se quando ci parli sembra di sentire "io Tarzan tu Jane"». La mente di Berlusconi dice «Giulio», il cuore dice «Gianni», a cui avrebbe affidato la vicepresidenza del Consiglio se la Lega non si fosse opposta. E «Gianni» nella sua nuova vita sembra davvero un altro. Ieri doveva esserci la prima riunione del comitato per l’Expo 2015, invece è stato tutto rinviato perché il decreto istitutivo dev’essere rifatto. Pare contenesse uno strafalcione per cui i rappresentanti del comitato avrebbero dovuto rispondere anche in solido. Il premier aveva già firmato il decreto quando è arrivata l’obiezione dell’Economia: «Sì, è arrivata ieri notte...», ha spiegato Letta con un moto di fastidio.


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