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Manifesto – 3

Manifesto – 3.8.08

 

Specialisti in orrore - Ernesto Milanesi

Impiccati nel viale principale, le mani legate dietro alla schiena, con i cavi telefonici. E lasciati quasi un giorno a penzolare dai rami degli alberi. Della strage di Bassano del Grappa sono stati individuati i due responsabili: il tenente Ss Herbert Andorfer, classe 1911, di Linz (Austria), e il vicebrigadiere Ss Karl-Franz Tausch, classe 1922, di Olmuetz (Cecoslovacchia). Dopo 64 anni, l'eccidio nazista nel Vicentino (31 vittime) torna d'attualità anche per la giustizia italiana. Alla Procura militare di Padova è stata depositata una dettagliata denuncia firmata da tre storici. Sono Lorenzo Capovilla e Federico Maistrello, dell'Istituto per la storia della Resistenza di Treviso e Sonia Residori dello stesso Istituto di Vicenza. Il procuratore militare Sergio Dini ha ufficialmente riaperto il caso, mentre L'Espresso ha pubblicato le foto di Tausch. Il «boia di Bassano», 85 anni, è ancora vivo: abita in una villetta di Langen, in Assia. La storia al servizio della giustizia, sia pure militare. I morti di Bassano del Grappa non sono archiviabili, anche se non è campata per aria l'ipotesi che a palazzo Cesi di Roma un altro «armadio della vergogna» abbia custodito fascicoli dell'epoca. Ma sui massacri nazisti parlano ancora altri documenti inoppugnabili. Sono quelli citati come prove nell'esposto che i tre storici hanno depositato in via Rinaldi a Padova. Decisive le carte emerse dagli Archivi Nazionali di Londra. Come pure la «certificazione» del Centro Simon Wiesenthal, tant'è che di Tausch ci sarebbe stata la fotografia satellitare (e ora ci sono anche quelle scattate a corredo dell'articolo di Paolo Tessadri). Così il caso è ufficialmente riaperto: spetta alla magistratura militare di Padova andare fino in fondo. Andorfer il pomeriggio del 26 settembre 1944 diede l'ordine, mentre Tausch doveva sovrintendere all'esecuzione. Nella capitale inglese, il gruppo di storici veneti ha chiuso il cerchio. Dalla meticolosa ricostruzione al materiale che supporta la denuncia. Racconta Maistrello: «Gli inglesi hanno ricercato i responsabili, a dispetto della Convenzione di Ginevra, di loro cittadini britannici, sudafricani e indiani. Le testimonianze, raccolte con puntigliosità ammirevole, riguardano il periodo immediatamente successivo al rastrellamento del Grappa e all'eccidio. Sono contenute in archivi che, confrontati con quelli dei processi ai criminali fascisti, hanno dato un quadro preciso. Con nomi e cognomi. Naturalmente i due nomi che forniamo sono importanti, perchè riguardano persone a quanto pare ancora in vita. Molti di più sono i nomi dei criminali che ebbero un ruolo in questo massacro. Si trattava di una specializzazione che risultò utile ai nazifascisti in circostanze precedenti e successive a Bassano, forse anche nel rastrellamento del Cansiglio, anche se, da storico, devo avere riscontri prima di parlarne con certezza». Un prezioso lavoro del gruppo dell'Istituto per la storia della Resistenza. Concluso con un atto di giustizia, semplicemente efficace: «Perchè la storia si fa con i nomi, gli indirizzi, i fatti. Senza, può diventare opinabile e può essere negata. Ci sono tutti i parenti dei morti trucidati che chiedono, almeno, una giustizia storica, con nomi e cognomi, per ciò di cui sono stati privati con tanta ferocia e determinazione». L'eccidio di Bassano del Grappa era stato giudicato dall'Italia repubblicana come altri analoghi episodi: «Processi terminati con condanne e, come ben sappiamo, con amnistie che ne cancellarono gli effetti. Non ci fu mai una Norimberga italiana. Così anche le responsabilità naziste rimasero nel vago. Invece quelle di Andorfer e Trausch sono fondamentali e non si limitano alla strage di Bassano. Sono precedenti e successive, configurano una vera e propria task force dell'orrore, dell'eccidio, che aveva nell'ufficiale la mente e nel sottufficiale il boia senza scrupoli. Tant'è vero che pare Trausch si sia macchiato anche dell'uccisione, per vie autonome, di altri tre partigiani sul ponte di Bassano» aggiunge Maistrello. Per il Veneto antifascista, ancora oggi il viale dei partigiani a Bassano rappresenta un luogo simbolico. La memoria dell'orrore è incancellabile, come per la giustizia non sono prescrivibili i crimini di guerra. Nonostante l'età dei due militari delle Ss, il fascicolo con la denuncia farà dunque il suo corso. Una volta di più, i nazisti di allora sono chiamati a rispondere degli orrori. Rastrellamenti spietati sul massiccio del Grappa. Esecuzioni «dimostrative» per la popolazione. Negli ultimi mesi di occupazione, i tedeschi non andavano mai per il sottile. Supportati dai «ragazzi di Salò». Anche a Bassano del Grappa: i volontari della Guardia nazionale repubblicana infilavano il cappio al collo, aspettando che i camion accelerassero in modo da tendere la fune che avrebbe soffocato le vittime facendole cadere nel vuoto. Se ancora riuscivano a respirare, i ragazzini fascisti li tiravano per le gambe fino all'ultimo respiro. E non bastava ancora. I morti furono oltraggiati da uomini e donne in camicia nera. Sputi, insulti, urla. Perfino sigarette infilate fra le labbra. Infine, la gran festa all'albergo del Cardellino e al Caffè Centrale mentre i 31 cadaveri penzolavano dagli alberi. Le Ss ed i tedeschi non furono mai processati. I miliziani della Legione «M Tagliamento», le Brigate Nere di Vicenza e di Treviso e gli altri repubblichini, invece, vennero prima condannati e poi ottennero la libertà grazie all'amnistia. Ora si riapre il dossier, grazie alla denuncia degli storici alla Procura militare. In particolare, Andorfer: era approdato in Italia nel 1943 e aveva organizzato un reparto specializzato anti-guerriglia, il «Kommando Andorfer» che si era dedicato ai partigiani dell'Appennino emiliano e poi del Veneto. Alla fine della guerra, l'ufficiale delle Ss si era rifugiato in Sud America. Tornato in Germania negli Anni 60, fu processato per aver eliminato nel 1942 circa 5.000 ebrei detenuti nel campo di sterminio di Sajmiste vicino a Belgrado.

 

Volante rossa. Un sogno nel cassetto che andava oltre il 25 aprile

Massimo Recchioni

PRAGA - Luigi Colombo è un uomo distinto, ben piazzato, ancora forte, di circa un'ottantina d'anni. Lo incontro nel ristorante in cui ci siamo dati appuntamento. Arrivo 5 minuti prima, ma lui è già lì. Facciamo le presentazioni. All'inizio sembra reticente, mi dice che in tanti gli hanno chiesto del suo passato e lui ormai si era abituato a non parlare con nessuno, almeno con chi non sapeva niente. Abituato da anni di diffidenza verso chiunque, anche gli amici, perché chiunque poteva essere una spia o riferire in malo modo qualcosa detta anche con significato diverso. Mi parla di un giornalista scozzese che recentemente, chissà come, è riuscito a trovare il suo numero e lo ha ripetutamente chiamato per un appuntamento, stava scrivendo un libro. E lui si era sempre fatto negare. Ma piano piano mi accorgo che qualcosa succede, forse scatta qualcosa e lui comincia a raccontare cose che ha tenuto dentro per troppo tempo. Per esempio che si era avvicinato, giovanissimo, sul finire della guerra, alla Volante Rossa, formazione nata da alcune «Brigate Garibaldi» nel periodo bellico, ma che dopo il 25 Aprile non aveva smobilitato. Era rimasto nell'organizzazione paramilitare fino al 1949, quando avvennero i fatti per cui fu condannato in contumacia all'ergastolo. Per sciogliere il ghiaccio, comincio con domande curiose. Si legge in giro che voi della Volante Rossa (V. R.) compraste un camion militare americano... Certo, era un'asta e c'ero anche io. Riuscimmo, in modo più o meno regolare, ad aggiudicarcelo noi. Anzi ricordo che partecipai personalmente con 10.000 lire, che erano bei soldi allora, Non ricordo se lo pagammo 110 o 120. Comunque quel camion lo rimettemmo completamente a nuovo e diventò indistruttibile. So che è difficile farlo in poche righe, quali fatti della tua vita ti sono rimasti maggiormente impressi? Mi riferisco alla tua vita qui, dopo la fuga dall'Italia alla fine degli anni quaranta. Ma ci sono anche molti ricordi di fatti in Italia. Quello che facevano gli agenti dell'Ovra, quello che i fascisti e i tedeschi facevano al campo Giuriati di Milano, cosa fecero a tanti miei amici, ad Eugenio Curiel. Guarda che «prima» del 25 Aprile la lotta di Liberazione l'ho fatta anch'io, in una Brigata Garibaldi. Poi, dopo le elezioni del 18 aprile 1948, lo sdoganamento di tanti fascisti che tornarono in circolazione. Quelle elezioni servirono anche a questo. Come per dirci che la Resistenza l'avevamo fatta, ora grazie ma le cose erano cambiate. E qui invece? Per esempio hai ritrovato qui qualcuno che conoscevi da prima? Sì, qualcuno sì, coinvolto negli stessi fatti per i quali ero fuggito io, qualcuno per altri. Ma anche gente che con noi non c'entrava nulla, che aveva approfittato del momento per le sue vendette personali. Nella confusione del momento, il Partito si trovò costretto ad aiutare anche loro. Comunque, tra quelli che incontrai qui c'era il nostro comandante, il tenente Alvaro, che in questi ultimi mesi, nel paesino dove si trova, non se la passa molto bene. Cominciamo tutti ad avere una veneranda età. Cos'altro? Quello che successe a tanti di noi. Ho letto che si è molto scritto di compagni che sono entrati nella Radio cecoslovacca, in una sezione in lingua italiana che si chiamava «Oggi in Italia». Non è vero che ci entravano i più colti. C'è entrata gente colta dopo e che con noi cosiddetti politici non aveva niente a che fare. Ma di noi ci entrarono quelli che avevano un peso politico maggiore, il tenente ad esempio, ma anche delle conoscenze. C'erano i compagni di Modena che avevano un trattamento particolare, non si sapeva esattamente perché. Ma eravamo tanti e quelli che facevano i giornalisti erano davvero in pochi. Ne ho conosciuti tanti che stavano in fabbrica, molti nei campi delle Cooperative agricole morave, altri nelle miniere di Ostrava e dintorni. Ogni tanto organizzavamo feste o raduni da tutta la Cecoslovacchia che ci davano modo di fare sia conoscenza, sia il punto della situazione. E si leggevano i bollettini, gente che non ce l'aveva fatta, qualcuno si era suicidato. E si davano, ai meno raggiungibili, notizie da casa, di genitori che se ne erano andati, di mogli che si erano stufate di aspettare. È stata dura. Per quanti anni non hai avuto contatti con la tua famiglia? Molti. Ricordo quando nel '62 arrivarono le mie sorelle Angelina e Margherita a trovarmi, mi portarono questo anello, lo vedi? Ci sono le mie iniziali vere. E un po' di regali, e una copia del Corriere della Sera e una del Corriere milanese. L'ho preparata qui sul tavolo, aspetta. (ndr, tira fuori un pezzo di giornale, di un colore giallo sporco, di 45 anni fa. C'è la foto di tre cubani con una barba di 30 centimetri. In quella foto non c'è certo lui. Il titolo recita «Fra i barbudos di Fidel Castro i tre sparatori della Volante Rossa», e della foto dei tre si può dire davvero di tutto meno che siano italiani. Il titolo del Corriere milanese parla dei «pistoleros», non c'è foto alcuna, e dice che i tre si starebbero per trasferire a Cuba. Poi riprende a parlare). Tutte balle, ma questo mi preoccupò e mi fece capire che in quanto ci dissero all'inizio c'era della verità. Qualcuno doveva aver parlato, anche se le notizie erano inesatte. Ufficialmente nessuno di noi era andato a Cuba. Quanto rimanesti a Cuba? Più o meno un anno, lavorammo ognuno nel campo di specializzazione, io nel settore delle ricerche geologiche, che era una dipendenza del Ministero dell'Industria, e il Ministro cubano era allora Che Guevara. Lavorammo a campionare il terreno intorno a Santiago de Cuba, a due passi da dov'erano, e sono ancora, gli americani. Ci trovammo benissimo, non si mangiava affatto male, c'era abbondanza di frutta di ogni genere; sai rispetto ai cibi grassi ai quali ci eravamo abituati qui... Un compagno si sposò e rimase lì, tornò in Cecoslovacchia, con tanto di moglie e figlia, diversi anni dopo..... ora loro sono a Cuba, e lui purtroppo non c'è più. Per tornare a Cuba, fu davvero un'esperienza positiva. Poi, era il 1964, mio fratello riuscì a portarmi una 600 usata, regolare, pagai quasi più di dogana di quanto fosse il valore della macchina, che fu la mia prima, e durò purtroppo solo 4 anni, poi riuscii a comprarmi una Simca, poi una Fiat 125 fatta in Italia. Qui all'Est poi cominciarono a girare anche le Lada fatte in Unione Sovietica con le vecchie catene di montaggio della Fiat. Poi ci fu il '68, l'anno dei riformatori... Sì, bisogna riconoscere che la cappa che era stata calata intorno ai cittadini di questo paese poteva essere in alcuni frangenti opprimente. Mi ricordo le trafile che bisognava fare quando un cittadino cecoslovacco andava in giro da qualche altra parte, per studio, per lavoro. O anche la moglie cecoslovacca di uno di noi. Questa specie di burocrazia non so se abbia più aiutato a proteggere lo Stato socialista o gli abbia fatto più male. Ma è vero anche che in questa ed altre acque si tuffarono come pesci quelle forze socialdemocratiche riformiste, anche se nei nostri ambienti erano molto forti sensazioni e notizie che fossero i servizi segreti occidentali a finanziare tutto. Sta di fatto che non si ebbe il tempo per valutare quali cambiamenti e di quale portata ci sarebbero stati con Dubcek. Voglio dire che non è tutto oro ciò che luccica, e chissà dove saremmo arrivati se si fosse proseguiti su quella strada. Ora io non so neanche se la situazione si poteva risolvere senza l'intervento delle truppe del Patto di Varsavia. Sai, dare giudizi ora è facile, ci sono stati periodi storici in cui si stava da una parte o dall'altra. Se non ci si è passati, non lo si può capire. Questo vale anche per i fatti del dopoguerra che sono all'origine di tutta la mia storia. Perchè se prendi un evento storico e lo sradichi dal suo contesto, quell'evento può sembrare completamente diverso. E dal 1978 cominciai a fare le fiere, facevo il traduttore per le ditte italiane, nonostante quello che trapelava la possibilità di fare qualcosa per conto proprio c'era. L'ho fatto per 10 anni, ho venduto materiali per celle frigorifere, ho addirittura venduto tori, prima che intervenissero dei blocchi sanitari. Ricordo il 1978 come un anno molto importante per me, con i lavori che facevo riuscivo ad avere una vita assai dignitosa, e in quell'anno la ciliegina sulla torta fu l'arrivo della grazia, che il Presidente Pertini mi aveva concessa! A me ed altri che avevano condiviso la mia stessa storia. Quindi sei potuto andare in Italia? Certo, anche se non lo feci subito. Aspettai qualche mese, cercai diverse conferme, e la certezza di potermi presentare in Consolato senza che mi trattenessero. Dovetti prima fare la trafila per avere il permesso di soggiorno con il mio nome vero, poi andai in Consolato per registrarmi e farmi fare il passaporto. Solo allora potei tornare. Ma se dicessi che non vedevo l'ora direi una cosa inesatta, qui oramai era casa mia, chissà che effetto mi avrebbe fatto rivedere famiglia, amici, posti. Morale della favola, tornando a Milano mi feci spiegare per telefono come arrivare, avevo appuntamento con la mia famiglia per strada, all'uscita della tangenziale, tangenziale che ovviamente 30 anni prima non c'era. Ci misi parecchio tempo a riconoscere le strade, le case, non era rimasto molto. Ci son tornato spesso, a trovare mia madre, e gli altri della mia famiglia, e qualche volta al mare. Poi, era il 1988, andai in pensione, e lo Stato socialista cecoslovacco mi avrebbe seguito di lì a non molto. Vedi quel quadro? C'è una poesia che mi scrissero i miei colleghi e mi regalarono il mio ultimo giorno di lavoro,. Avevo 60 anni. (ndr, traduco la poesia, e mentre la leggo vedo nei suoi occhi una commozione che contrasta con i temi ed i toni di quanto mi ha raccontato finora). Non ti è mai venuto il dubbio di ritornare a casa, intendo in Italia? No. Qui, dopo il primo periodo difficile, avevo messo radici. Certo in Italia cominciai ad andarci più spesso, e volentieri. Ma io qui lavoravo ancora, e mi mancavano quasi dieci anni per andare in pensione. Ad esempio nel 1979 andai a Roma, a trovare i compagni di Est Europa, così si chiamava una cooperativa che lavorava con gli Stati socialisti. Che bella Roma! Accompagnato da un certo compagno Giuliani me la fecero vedere tutta. L'altra unica volta c'ero stato nel 1948, quando ci fu la manifestazione nazionale dopo l'attentato a Togliatti. Quindi non avevo visto nulla nel '48, anche se di allora ricordavo ancora lo scomodissimo viaggio in treno per arrivarci, una miriade di gente alla manifestazione, il vino dei Castelli che ci comprammo. Cosa è cambiato ora qui, al di là del fatto che Cecoslovacchia e Muro non esistono più? Eravamo giovani, avevamo un sogno nel cassetto e negli anni avevamo visto questo sogno assumere i contorni di un'esperienza reale con tutti i difetti dei quali solo i sogni sono sprovvisti. Ho visto con amarezza gente che del socialismo se ne infischiava, che approfittava della sua posizione per farsi i cavoli propri, mai quelli della gente comune. Ma una cosa la posso dire con certezza, e non temo di essere smentito. La classe operaia difficilmente in altre parti del mondo ed in altri periodi storici starà meglio di come stava qui fino al 1989. Il sindacato esisteva per organizzare le ferie dei lavoratori, tanto i lavoratori stavano bene. Questo Stato che si dice fosse così duro non fu abbastanza duro da costringere le persone a lavorare, e uno Stato che paga tutto e non produce alla fine chiude. Tutti avevano una baita per le vacanze, abbiamo ancora oggi i residui di un'istruzione e di una sanità pubblica invidiabile, anche se ahimè pian piano si sta smantellando tutto. Prendi me per esempio. Arrivato con le elementari, sono arrivato a diplomarmi. Sta per uscire un libro che racconta la tua storia, quanto c'è di vero? Ho pagato i miei conti con la giustizia, ho fatto 30 anni da fuggiasco quando qualcuno se l'è cavata, restando in Italia, con molto meno. Ora, grazie soprattutto all'appassionato interessamento di Roberto Galtieri e dell'avv. Clementi di Milano sono a tutti gli effetti tornato un cittadino come gli altri. Trent'anni dopo la grazia che mi concesse Pertini, ora ho ottenuto la totale riabilitazione. Ho letto negli ultimi anni tante bugie, ho sentito chiamare assassini personaggi, come Francesco «Gemisto» Moranino che conobbi qui, che tanto avevano contribuito alla liberazione del Paese. Di alcune cose si sta perdendo la memoria, cominciando a mancare i protagonisti si cerca di riscrivere la storia. La mia, di storia, in questo senso, penso potrà essere un contributo interessante.

 

Reinventare la montagna

Giuseppe Sergi e Marco Revelli, sono due intellettuali piemontesi, amici da quarant'anni, all'inizio militanti nell'area della sinistra radicale se pur in due gruppi diversi, nell'ultimo quinquennio impegnati insieme nel Laboratorio per la Democrazia di Torino. Qui, cogliendo l'occasione della mostra «Alpi da scoprire». dialogano sul comune interesse per le «cose alpine». Di ieri e di oggi. Giuseppe Sergi: Tu sei impegnato nella rinascita, ricca di valori simbolici, del villaggio abbandonato di Paralup, io nell'organizzazione della mostra «Alpi da scoprire». E' perché abbiamo ripiegato, se non sul privato, sullo specifico dei nostri mestieri di politologo e di storico? Oppure è un altro modo di far politica? Marco Revelli: Non c'è dubbio che è politica anche questa. Del resto il Laboratorio per la Democrazia si è caratterizzato per la volontà di mettere a disposizione dei movimenti le competenze professionali dei suoi membri e per l'orientamento antisviluppista (ad esempio anti-Tav) del suo impegno collettivo. Un gruppo di amici ha deciso (con l'acquisto dei terreni da ben 70 proprietari diversi e con un rigoroso progetto architettonico) di ridare vita alle 14 baite di Paralup, un villaggio a 1400 metri all'imbocco della Valle Stura in cui, nel settembre del 1943, era nata la prima banda partigiana di Giustizia e Libertà, «Italia libera», guidata da Duccio Galimberti e Livio Bianco. La borgata, già semi-disabitata durante i venti mesi di guerra partigiana, si è poi definitivamente spopolata all'inizio degli anni Cinquanta: per chi vuole proporre modelli di «buona vita» rispettosi dell'ambiente e insieme capaci di memoria può essere un'occasione preziosa. Sergi: Mi pare di capire che né Paralup né la mostra «Alpi da scoprire» siano operazioni-nostalgia. La mostra ha tre sedi e in quella relativa al periodo più antico, a Susa, si ricostruisce il rapporto fra arte e storia alpina nel Trecento, quando sulla vetta del Rocciamelone fu collocato, in seguito a un voto, un prezioso trittico che un ricco borghese di Asti aveva fatto eseguire a Bruges. Proprio la sezione medievale della mostra (a cui hanno lavorato il medievista Renato Bordone e lo storico dell'arte Giovanni Romano) è quella che contiene in maggior misura testimonianze di mobilità: mobilità di prestatori di denaro dal Piemonte meridionale alle Fiandre, ma anche mobilità di pellegrini e viaggiatori diversi, di intellettuali e di pastori. Le Alpi avevano le loro spiccate caratteristiche ma non erano chiuse. Revelli: Non avevo dubbi, per quel che so di storia medievale aggiornata (ma poco nota al grande pubblico). Anche una delle linee del progetto-Paralup sottolinea la mobilità degli uomini: quella che si propone di ricostruire la memoria di lunga durata del luogo e della comunità. Dalle prime ricerche emerge una comunità 'liquida' tutt'altro che chiusa e bloccata. I rapporti con il mondo esterno erano intensi, e non solo per le guerre fra Sette e Ottocento. Dall'antico regime in poi sono molte le famiglie, con il cognome prevalente Goletto, che emigrano stabilmente o provvisoriamente a Hyères, in Provenza, in parte per attività legate alle locali saline (che erano le più importanti già nel medioevo), ma soprattutto perché si impiegano al servizio delle famiglie benestanti di quel luogo. Attraverso queste ricostruzioni di insediamenti e di comunità si può fare storia della montagna in movimento. Sergi: Così facendo non ci si lascia ingannare da ciò che è diventata la montagna nell'ultimo secolo. Ricca di una vitalità in parte artificiale dove è arrivato il turismo invernale, per lo più abbandonata altrove. A Exilles, una nota fortezza di età moderna collocata a metà della valle di Susa, una sezione della mostra è dedicata agli aspetti militari della storia alpina, ma soprattutto alla scoperta cartografica delle Alpi: le esigenze degli eserciti e quelle legate alla catastazione crearono una forte esigenza di rappresentare le regioni alpine, di cartografarle in modo sempre più preciso, come ha illustrato la geografa Maria Luisa Sturani. Ciò pone, anche ai nostri interrogativi odierni, il problema dei confini. Nel Novecento si è troppo accusato il nazionalismo ottocentesco di aver creato confini artificiali fra popoli che si sentivano fratelli anche se dimoravano sui due diversi versanti della catena alpina. Oggi, anche in questa mostra, si ha una posizione più equilibrata: è vero che ci sono comunanze linguistiche significative, è vero che c'era mobilità fra i due versanti, ma è vero anche che il crinale alpino è sempre stato sentito come un ostacolo, e che le frontiere politiche erano condizionanti anche prima dell'Ottocento, sia quando erano collocate sulla linea di displuvio, sia quando erano a fondovalle, in corrispondenza di strettoie che non a caso si chiamavano «chiuse». Revelli: Le valli Stura e Maira non sono mai state valli di grande transito internazionale, a differenza delle valli di Susa, di Aosta o, fuori del Piemonte, dell'Adige. Ma erano pur sempre valli di transito. Il confine era inevitabilmente sentito dalle popolazioni (anche perché i poteri collocavano guardie di frontiera), ma praticavano una naturale e permanente trasgressione. Intorno al colle del Larche trovavano percorsi alternativi, rispetto ai punti controllati militarmente, per raggiungere Barcelonnette. Le storie di primo Novecento sono ancora molto ricche di episodi di queste infrazioni che rientravano nell'assoluta normalità comunitaria: non erano bastati, dunque, gli stati nazionali dell'Ottocento per rendere più impenetrabili confini naturali caricati di significati politici. La mobilità fra i due versanti c'era, ma non per questo si può parlare di una sola grande comunità transfrontaliera, occitana o franco-provenzale. Sergi: In due sezioni della mostra (a Susa e a Bardonecchia) si fornisce materiale per rivisitare un altro tipo di mobilità: la scoperta turistico-sportiva delle alpi fra Otto e Novecento e, insieme, l'alpinismo legato al cristianesimo sociale, impegnato a trovare per i giovani distrazioni considerate «sane» e «formative». In qualche modo c'è un collegamento con la gratuità del salire in alto dei pellegrini medievali, con una pratica che si proponeva di «elevare» il corpo e lo spirito. Revelli: Qualunque giudizio si voglia dare sui calcoli delle organizzazioni che promossero l'inizio del turismo alpino, non si può negare il carattere non edonistico di quegli esordi. Si cercava di vincere la sfida con la montagna, ma senza arroganza, per mettere alla prova se stessi, non per piegare le vette alle proprie esigenze. Il concetto di «addomesticamento» delle Alpi, a cui vedo che voi fate ricorso nel catalogo della mostra, può essere inteso in vari modi: con rispetto della natura o con assoluto sprezzo dei luoghi che si raggiungono. Gran parte del Novecento è stata priva di rispetto, era un tema non sentito e adesso - in virtù di una diversa sensibilità - si può rimediare. La sinistra piemontese, e quella azionista in particolare, nello stesso Novecento più sviluppista ha amato le Alpi come banco di prova della propria forza morale, le ha apprezzate come scenario di pratiche sportive che si conciliavano con il pensiero, con la lentezza, con il rigore etico. Le escursioni erano considerate scuole di vita: è un fatto noto ma da non dimenticare. Lo sviluppo ha invece davvero aggredito la montagna, deformandola in alcune sue parti, determinandone l'abbandono in altre. Sergi: A Bardonecchia si mette in mostra la trasformazione di un borgo alpino a partire dalla fine dell'Ottocento, quando la ferrovia lo rende facilmente raggiungibile dalla città. L'architetto Antonio De Rossi ci accompagna fra costruzioni di fantasia, edifici che rispondono all'immaginario alpino dei cittadini ma che non hanno nulla in comune con la tradizione costruttiva del luogo, oppure condomìni senza alcuna preoccupazione estetica, rispondenti a stili di vita urbani da esportare fra le Alpi; dunque Alpi da piegare a esigenze che di montanaro non hanno nulla, ed è una prova ben visibile dell'arroganza a cui tu facevi riferimento. Revelli: Certamente. In questo senso l'attenzione alla storia contemporanea che da Paralup si vuole sviluppare ha contenuti del tutto diversi. Vogliamo valorizzare il fatto che è stato luogo di nascita del movimento partigiano nel Cuneese, che molte delle canzoni partigiane nascono lì e che ne è stato conservato il ricordo nei territori circostanti. Un terzo delle baite avrà un uso museale e didattico, per la conservazione e la comunicazione della memoria: sia della Resistenza, sia della storia più profonda della comunità, quella che si è snodata nei secoli precedenti. Tutte le baite saranno rese agibili e confortevoli non ricostruendo in modo imitativo le parti mancanti, ma consolidando i ruderi e innestando su di essi le parti nuove, con materiali diversi, all'avanguardia anche se attinti dall'ambiente locale. Un altro terzo delle baite avrà funzione di ostello, con attività anche di ristorazione. Si prevedono 30 posti-letto, più o meno la dimensione di una classe scolastica. Vogliamo sottolineare il «cattivo presente» e il «possibile futuro». Forse il «progettare il futuro» del sottotitolo della vostra mostra si riferisce a qualcosa del genere? Sergi: In termini generali si. Le parti della mostra dedicate alla storia del clima - non a caso curate da Luca Mercalli, nostro compagno di Laboratorio per la Democrazia - inducono non solo a riflettere sul «cattivo presente» ma anche a ragionare sul «possibile futuro». Il 40% di precipitazioni nevose in meno, in alcune zone, comporterà una riconversione turistica in cui i cosiddetti sport invernali avranno minore spazio. I costi dei trasporti indurranno molti abitanti a rinunciare al pendolarismo, e a scegliere o la città o la montagna. I progressi scientifici 'buoni' (soprattutto nel campo delle comunicazioni telefoniche e di rete) consentiranno di svolgere gran parte dei propri lavori dalle proprie residenze alpine, con minore stress e minore inquinamento. Ma c'è dell'altro: le Alpi potranno essere una ricchezza se ne sfrutteremo le peculiarità produttive, non se continueremo a spianarle, forarle, rivestirle di cemento. Gli insediamenti montani dovrebbero avere una nuova vita non con la parola d'ordine dello «sviluppo sostenibile», che è ormai un ossimoro come Serge Latouche dimostra bene, dicendo che lo sviluppo è stato anche troppo. Non è nostalgia, non si pensa a un passivo ritorno all'indietro, ma a un recupero proiettato nel futuro: specificità di vita, specificità produttive rese possibili da un'innovazione che c'è già, e che dovrebbe essere messa al servizio di un territorio che ha caratteristiche preziose, e che non deve essere trattato né come semplice luogo di attraversamento, né come decadente periferia urbana. Revelli: E' ciò a cui si pensa, a Paralup, nell'idea di affidare tre o quattro baite perfettamente ristrutturate a nuclei familiari intenzionati a investire nell'economia di montagna: attribuendo loro un gregge, favorendo un'attività casearia che punti sulla qualità. La vita sociale dovrebbe tornare a Paralup non in una teca di vetro, ma proponendosi come simbolo attivo di attività che si potrebbero allargare e generalizzare, in rapporto con una rete commerciale sana. Vorremmo proporre, con una piccola esperienza-pilota, un'alternativa al genocidio della montagna. Le macerie ancora visibili sarebbero un museo all'aria aperta del potere distruttivo dello sviluppo (la terribile «pianurizzazione» economica degli anni '70): come un «caveat», un deterrente contro ogni ulteriore tentativo di accelerazione. Nessuno deve più vivere nelle condizioni troppo dure che contribuirono a determinare, allora, l'abbandono di case, campi e pascoli, per inseguire il miraggio di un progresso monodimensionale e senza apparenti alternative. Ma una restaurata e più confortevole cultura della montagna si può proporre come antidoto alla superbia suicida dello sviluppismo. Le Alpi devono essere riantropizzate con lentezza, e con le risorse degli antichi e dei nuovi saperi, messi in relazione fra loro. Della mostra «Alpi da scoprire» mi piace molto la sottolineatura del rapporto uomo-natura: solo i cittadini possono credere che ciò che si vede in montagna sia davvero tutta natura. Gran parte di ciò che vediamo è stato modellato dall'intervento umano, ma con un rispetto di cui da oltre un secolo si è persa nozione. Bisogna riacquisire la consapevolezza dei tempi secolari che avevano segnato il rapporto fra uomo e natura.

 

«Alpi da scoprire», un viaggio montano per riprendere un dialogo interrotto

«Alpi da scoprire. Arte, Paesaggio e Architettura per progettare il futuro» è un evento espositivo realizzato dalla Regione Piemonte, dal Comune di Bardonecchia, dal Museo Nazionale della Montagna di Torino e dal Centro Culturale Diocesano di Susa, con il sostegno di Compagnia di San Paolo e Fondazione Unicredit.La mostra è curata da Giuseppe Sergi, con la collaborazione scientifica dell'Università degli Studi, del Politecnico di Torino e della Società Meteorologica Italiana. La mostra è stata aperta il 7 luglio e fino al 26 ottobre 2008 nelle tre sedi del Museo Diocesano di Susa, del Forte di Exilles e del Palazzo delle Feste di Bardonecchia, è possibile percorrere un innovativo itinerario espositivo per la conoscenza e la riscoperta delle Alpi quale patrimonio dell'uomo e quale base su cui impostare delle riflessioni  per trovare dei modelli di sviluppo compatibili, da un lato con i futuri scenari climatici, ambientali e sociali, dall'altro con la loro salvaguardia come patrimonio dell'umanità.  La trama narrativa di tutto il percorso espositivo trarrà spunto da tre anniversari (Il 650° del Trittico del Rocciamelone e della prima scalata alpina documentata; il 300° della conquista del Forte di Exilles e dell'alta Valle di Susa da parte dell'esercito sabaudo; il 100° della fondazione dello sci club di Bardonecchia) attraverso i quali sarà richiamato il concetto di limite/confine con cui l'uomo si è continuamente confrontato nello spazio alpino in modo diverso e con diverse estensioni: la conquista delle vette, la delimitazione degli spazi, la trasformazione fisica del territorio. Il clima percorrerà come un ideale fil rouge tutte le sezioni della mostra e costituirà l'esempio più immediato e tangibile del variare dell'ambiente alpino e dei suoi confini. Per info: Centro Culturale Diocesano 0112 622640. Sito web www.alpidascoprire.com

 

Un sociologo senza terra. Sguardi sull’esilio di Gino Germani

Claudio Tognonato

È il 22 marzo del 1930, quando la polizia politica fascista scopre un gruppo di giovani che si apprestavano a distribuire volantini relativi a una manifestazione contro il regime. Interrogati, tutti si dichiarano estranei e negano qualsiasi coinvolgimento con la manifestazione. Tutti, tranne uno. Si tratta di un ragazzo ancora incensurato, che risponde al nome di Gino Germani. Condotto in questura e interrogato, senza troppe esitazioni Germani afferma di essere un «fervente antifascista». Dopo qualche giorno, mentre gli altri suoi compagni vengono rilasciati, Germani è rinviato a processo per attività sovversiva e infine recluso nel carcere di Regina Cœli. Un pericolo pubblico. Gino Germani ha solo 19 anni ma, per come lo descrive la figlia Ana, è già un «testardo idealista». Al tempo dell'arresto, i Tribunali speciali - che condannavano senza appello - lo considerarono «un grave pericolo per l'ordine e la pubblica sicurezza» e finirono col comminargli una pena di quattro anni di confino. La famiglia, disperata, non capacitandosi dell'ingenua ostinazione di Germani si rivolse a un avvocato che provò ogni strada pur di farlo uscire di galera. Dopo una settimana di confino, i giudici si convinsero che Germani versasse in precarie condizioni di salute psico-fisica e lo rimisero in libertà, pur mantenendo l'«ammonimento» che, nei due anni successivi, lo costrinse a sottoporsi a continue verifiche di polizia. Fu una pena, questa, che segnò per sempre la vita di Gino Germani. Tornato a casa, infatti, la condizione di «ammonito» si rivelò uno scoglio insormontabile davanti al quale si infrangeva ogni tentativo di trovare lavoro. Del resto, i referti della polizia dell'epoca affermano nero su bianco che «quel ragazzo squilibrato persiste nel fare un'instancabile propaganda antifascista». Erano gli anni della crisi economica mondiale e la famiglia Germani aveva bisogno del suo contributo. Disperato, senza un lavoro, Gino finì per iscriversi alla facoltà di Economia e Commercio, e le sue uniche soddisfazioni gli derivavano dalla lettura di Hegel, Marx, Kant, ma anche di Spencer, Durkheim e Pareto. Fu attraverso questi ultimi che Germani, per alcuni anni, cercò inutilmente una risposta a ciò che stava accadendo in Italia e in Europa. Nel 1931, rimasto improvvisamente orfano del padre, Germani cominciò a pensare seriamente alla possibilità di emigrare in Argentina. Ma nemmeno emigrare era facile e solo nel '34 Pasqualina e suo figlio Gino, terza classe di rigore del piroscafo Nettuno, riuscirono a partire per l'America del Sud.La proclamata efficienza dei sistemi di controllo della polizia fascista classificava Germani come «democratico liberale», pur non essendo riuscita a stabilire nessi diretti o a intercettare messaggi che comprovassero i suoi rapporti con il movimento antifascista Giustizia e libertà e con il suo fondatore, Carlo Rosselli. Forse Germani restò sempre un liberale, uno che vede nelle idee degli altri non un pericolo, ma un confronto che contribuisce a rivelare diversi aspetti della realtà, uno che intende il pluralismo liberale come antifascismo. Resta comunque in fatto che per analizzare il complesso pensiero di Germani occorre partire dalle sue convinzioni «pre-teoriche», da quelle che potremmo considerare le motivazioni alla base delle sue riflessioni. Gli studi interrotti. Prima ancora di essere sociologo, infatti, va ricordato che Germani è stato un ragazzo che ha patito materialmente le restrizioni e le violenze del fascismo. È importante comprendere i vissuti primari che si cristallizzarono in certezze e sono capaci di precedere e anticipare gli sviluppi di ogni visione del mondo. È importante perché quel vissuto si presenta in forma assoluta e in quanto tale condiziona le percezioni la sensibilità future. In questo caso, il giovane Germani si dà come risposta una personalità antiautoritaria, antifascista e libertaria. L'esilio è l'inevitabile conseguenza di questo punto di partenza. Appena approdato in Argentina, Germani si convince che in poco tempo potrà tornare in Italia. Come spesso accade agli immigrati, ha le valige pronte e rifiuta tutto ciò che potrebbe legarlo alla nuova realtà. Forse per questo motivo non è stato facile per lui integrarsi al nuovo paese, gli ci vorranno due anni prima che si avvicini di nuovo all'università per ricominciare gli studi. Osserva gli immigrati, al contempo si osserva e nel 1936 scrive a un amico: «Qui gli italiani si dividono in due categorie: quelli che si sono arricchiti e quelli che sono rimasti poveri. I primi, hanno una mentalità da squalo che li rende insopportabili, i secondi sarebbero preferibili, ma le differenze culturali rendono difficili i rapporti. Infatti, l'emigrazione italiana proviene dalle classi meno colte e dalle province meno istruite del paese». Sono le disincantate impressioni di un esule che, poco dopo, nel 1937 sosterrà i suoi primi esami alla Facultad de Filosofia y Letras de la Universidad de Buenos Aires. In realtà, lo studente collabora già con diversi giornali antifascisti e detta conferenze contro il regime. Ha anche trovato lavoro come impiegato al ministero dell'Agricoltura e nei ritagli di tempo scrive buona parte di ciò che sarà la sua prima opera di sociologia empirica, Estructura social de la Argentina. Il percorso universitario di Germani sarà lungo e, in parte, accidentato. Solo nel 1944 arriverà alla laurea per poi iscriversi al dottorato con una tesi su «Sociologia delle classi privilegiate», che non finirà mai. Il suo posto prediletto all'università è il Centro Studenti, dove ama discutere liberamente, in un'Argentina da cui si può osservare a distanza la guerra civile spagnola e il nazismo. Inizia così, da quelle discussioni interminabili, la sua partecipazione all'Instituto de Sociologia de la Universidad de Buenos Aires. «Germani - spiega la figlia Ana - credeva profondamente nella sociologia come disciplina scientifica, fondata su regole obiettive come alternativa al dibattito ideologico, retorico e passionale, caratteristico delle scienze sociali dell'epoca». A poco a poco, allo studente antifascista, si sovrapporrà il ricercatore consapevole della necessità di uno studio moderno che colga le strutture sociali nel loro aspetto dinamico. La sfida sociologica. Per questa ragione, Germani non si accontentò di una sociologia ferma alla divulgazione delle conoscenze già elaborate, ma preferì una sociologia «in movimento», empirica, in grado di produrre conoscenze originali. Comincia così, mosso da questa esigenza, le sue ricerche sulla realtà argentina contemporanea, analizzando e confrontando i dati dei censimenti. Improvvisamente, le sue pubblicazioni diventarono punti di riferimento, apprezzate e discusse nei più svariati ambienti accademici. Il 17 ottobre del 1945, aerei della marina militare bombardarono la storica Plaza de Mayo dove si era riunita un'immensa folla convocata da Evita per chiedere la liberazione di Perón. Germani è in piazza, attorno a lui ci sono centinaia di morti. Diversamente dai suoi amici e compagni di sinistra, Germani «avvertiva che questi avvenimenti avevano poco a che fare con gli episodi a cui era stato obbligato ad assistere in gioventù nell'Italia del duce». Pubblicamente, il sociologo considerava che il peronismo non poteva essere assimilato al fascismo. L'ideologia peronista, infatti, parlava di uguaglianza e giustizia sociale, le sue priorità erano quelle difendere gli interessi della classe operaia e organizzare i sindacati. Il suo nemico giurato erano l'oligarchia e gli Stati Uniti di America. Al contrario, nelle conversazioni confidenziali, la sua reazione era viscerale e lo spingeva ad affermare che tutti i peronisti erano fascisti, pur rimanendo convinto che da un punto di vista teorico tale analogia non era sostenibile. Anche se in Italia il fascismo era caduto, Germani aveva deciso di restare, al punto da rinunciare persino alla cittadinanza italiana . A poco a poco, si fa largo in lui una nuova esigenza: quella di viaggiare e di recarsi negli Stati Uniti per approfondire le tematiche metodologiche. Ma il governo di Perón non ha un buon rapporto con gli intellettuali, riorganizza l'università espellendo centinaia di docenti. Tra gli espulsi, figura anche Germani che dovrà attendere il colpo di stato militare del 1955 per essere reintegrato nel corpo insegnante. Come spesso accade nei paradossi che caratterizzano l'America Latina, i militari che nel 1955 depongono Perón, affermano di volere «ristabilire l'ordine giuridico», anche se questo comporta la proscrizione del peronismo. Nelle università, invece, si proclama la libertà accademica e si fomenta un clima di apertura intellettuale senza precedenti. Sono anni di grande crescita per la cultura argentina. A Germani viene addirittura offerta la presidenza della nuova laurea in Sociologia e la direzione dell'Instituto. Incredulo e stupito, Germani vince anche altri tre concorsi. All'improvviso, è fuori dall'isolamento, trasformato in una figura pubblica di riferimento sulla scena culturale argentina». Tra il '55 e il 1965 Germani assumerà infatti la carica di responsabile del dipartimento di sociologia dell'università di Buenos Aires. In dieci anni di intenso lavoro, Germani riuscirà a lasciare un segno preciso e duraturo nella storia della sociologia in Argentina, promuovendo ricerche, studi, traduzioni. In questo periodo, scrive anche alcuni fra i suoi libri più noti, da Estructura social de la Argentina, pubblicato nel 1955, a La sociología científica e Sociologia de la modernización, parzialmente tradotto in italiano da Laterza nel '71. Viaggiatore instancabile, si spostava continuamente negli Stati Uniti, tra Chicago e New York, dove per molti anni tenne i suoi corsi e le sue conferenze in alcune delle università più prestigiose - dalla Columbia a Berkelely, da Harvard a Yale e Princeton - e venne perfino invitato a Washington, dal Dipartimento di Stato. Molte delle sue ricerche, di riconosciuta importanza internazionale, ottennero così il sostegno di importanti istituzioni. Con il passare degli anni, però, i rapporti accademici di Germani cominciarono a essere visti con sospetto dalla sinistra argentina. Il sociologo fu colto da una crisi personale che lo portò a rinunciare a tutti gli incarichi ricoperti a Buenos Aires, per trasferirsi negli Stati Uniti dove gli venne offerta una cattedra a Harvard. Ma negli Stati Uniti, l'esule Germani, non si troverà bene, e tornerà in Italia munito di permesso di soggiorno in quanto «cittadino straniero», avviando una estenuante pratica burocratica, durata alla fine 10 anni, per riavere la nazionalità italiana. Germani - scomparso a Roma nel 1979 - è stato indubbiamente un sociologo senza terra, in esilio tra due continenti. Scomodo e irrequieto, curioso e al tempo stesso ironico. Il marchio dell'antifascismo e più in generale dell'antitotalitarismo sono il segno del suo pensiero aperto e interdisciplinare con cui la sociologia italiana deve ancora trovare il coraggio di confrontarsi.

 

Quel percorso lucido nella crisi delle democrazie - Claudio Tognonato

Sociologa come il padre, Ana Germani è nata in Argentina, ma da molti anni vive a Roma. Autrice di un'ottima ricerca biografica pubblicata nel 2004, a Buenos Aires, dall'editre Taurus-Alfaguara con il titolo Gino Germani. Del antifascismo a la sociologia, Ana è da anni impegnata nella nello studio e nella raccolta di materiale relativo all'opera di Gino Germani. Quando nasce l'idea di scrivere un libro su suo padre? L'iniziativa nasce in Argentina, nel 1999, negli anni della crisi economica che esploderà definitivamente solo nel dicembre del 2001. Il progetto, come può immaginare, è andato avanti tra mille difficoltà ma a un certo punto ho deciso comunque di pubblicarlo, anche se non era ancora completo. La recente versione inglese del libro - Gino Germani. Antifascism and Sociology, Transaction Publishers, 2008 - è più aggiornata. In questo caso, a rigore, bisognerebbe parlare di un'autotraduzione visto che il libro l'ho scritto in italiano e l'ho tradotto solo in un secondo momento. In Italia, si sono fatte avanti alcune case editrici «minori», ma ho scelto di non continuare a penalizzare mio padre in Italia con una edizione che poi non distribuisce bene il lavoro. Per il resto, tutto tace. Ci sono altre iniziative in progetto per ricordare Germani? La Società italiana di sociologia ha fondato un comitato per organizzare, nel 2009, una conferenza internazionale nel trentennale della morte di mio padre. Alla Facoltà di sociologia di Napoli, d'altronde, c'è ancora il Dipartimento che porta il suo nome. Fose qualcosa si smuoverà prima o poi. Oltre lo commemorazioni, però, va detto che il lascito intellettuale di Germani appare attualissimo... Sì, proprio per questa ragione sto riprendendo alcune sue ricerche interdisciplinari su autoritarismo e democrazia in America Latina. Germani pensava che era sbagliato tralasciare gli studi sociologici relativi all'America Latina. Analizzava la debolezza delle sue democrazie istituendo un confronto con l'area mediterranea. Globalizzazione, post-modernismo, la fragilità strutturale delle democrazie occidentali sono tematiche che Germani aveva già individuato trent'anni fa. Alcuni studiosi, d'altronde, pensano che Germani sia il più importante sociologo politico dopo Pareto e Mosca e io come sociologa e come figlia vorrei capire se corrisponde al vero.

 

Da Roma a Buenos Aires passando per Harvard

Nato a Roma nel 1911, scomparso nel '79, Gino Germani ha insegnato per molti anni all'università americana di Harvard. Trasferitosi poco più che ventenne in Argentina, Germani studiò economia e lettere all'università di Buenos Aires. Fu lì che scoprì la propria vocazione di sociologo, anche grazie alle lezioni di Ricardo Levene. Poliglotta, coltissimo, lettore onnivoro Germani ha introdotto - e spesso tradotto - in Argentina alcuni fra i «classici» della moderna sociologia. Fra i suoi libri, molti dei quali scritti in spagnolo, «Estructura social de la Argentina» (1955), «La sociología científica» (1956), «La sociología en América Latina» (1964), «Sociologia della modernizzazione» (1971), «Urbanizzazione e modernizzazione» (1974), e quello che forse, a tutt'oggi, rimane il suo libro più noto, «Autoritarismo, fascismo e classi sociali», pubblicato per i tipi del Mulino nel 1975.

 

L'esperienza vissuta della libertà nell'assenza di Dio - Roberto Ciccarelli

«Questo libro è solo l'abbozzo di una mia fantasia, non è definitivo e per questo non va pubblicato». Posizionata in una nota alla fine di un'opera che avrebbe dovuto essere il primo capitolo di un'opera mai più sviluppata, questa avvertenza di Alexandre Kojève a L'Ateismo avrebbe potuto scoraggiare ogni operazione editoriale. Così non è stato, come accade per i lasciti ingenti di filosofi, spesso e volentieri più ampi delle opere pubblicate in vita. Pensatore di ambizioni sistematiche, al punto da aspirare al sogno impossibile di un «sistema del sapere» sul modello delle grandi filosofie da Platone a Hegel, Kojève ha affidato a questo testo giovanile, scritto a ventinove anni nel 1931, e già pubblicato in Francia una decina d'anni fa, molti dei temi di quella che diventerà, nel corso degli anni successivi, la sua proposta di «religione atea». A ragione, Marco Filoni e Elettra Stimilli, i curatori di questa edizione italiana, hanno riproposto il flusso magmatico del testo così come è stato redatto dal suo autore, senza capitoli né paragrafi, per sottolinearne la duplice importanza. Da un lato, l'ateismo pone le basi dell'antropologia kojèviana: l'uomo è cosciente che dopo la sua morte non ci sarà più niente e quindi è libero di vivere la propria vita. Dall'altro lato, questa posizione rivela un paradosso: se al di là del mondo c'è il «nulla», allora questo «nulla» esiste, in altre parole è un «fatto»: insomma l'uomo fa esperienza di quel «nulla» che è pur sempre il Dio che vuole negare. Non è dunque un caso che il giovane Kojève abbia abbozzato una «religione atea», essendo partito dall'idea che tutti gli uomini fanno esperienza della religione, anche se non tutti identificano tale esperienza nel culto di una divinità. È piuttosto la certezza di un'assenza, quella di Dio, a permettere loro di essere «uomini», e vivere di conseguenza, liberamente. L'ateismo diventa così l'esperienza antropologica fondamentale a partire dalla quale l'uomo si distingue dall'animale. Letta così, questa prova kojèviana è paragonabile alle più mature riflessioni sul tema che Martin Heidegger aveva sviluppato nel 1929 nella sua celebre conferenza Che cos'è metafisica? La formula, suggestiva, di una «antropologia atea» verrà in seguito applicata da Kojève anche alla sua interpretazione della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, a partire dalla quale, tra il 1933 e il 1939, ha tenuto una serie di seminari che hanno influenzato un'intera generazione intellettuale, da Sartre a Lacan. Al termine di questo grande affresco, c'è da chiedersi se L'ateismo non ponga questioni anche a chi non condivide i dettami della teologia secolarizzata di Hegel, della quale Kojève è l'araldo. Oggi, infatti, il problema di Dio non è più filosoficamente rilevante, se affrontato a partire dalla domanda sulla sua esistenza. In questo, non c'è dubbio che Kojève abbia incarnato lo spirito filosofico contemporaneo. Solo che la sua idea «paradossale» di ateismo, che associa l'esercizio della libertà alla meditazione sulla mortalità dell'uomo, altro non fa che depotenziare la libertà che tuttavia invoca, vincolandola ad un destino che sancisce la neutralizzazione della vita umana nei dispositivi di uno stato globalizzato, inquietante e totalitario. Perorando la «fattualità» del nulla, questo ateismo sancisce anche l'insuperabile nullità dell'esistenza. Piuttosto che annichilire la vita con questa cieca, quanto forse inconsapevole, determinazione, al pensiero toccherebbe invece potenziarla. Il Novecento non è stato solo il secolo di aspiranti teologi. Forse sarebbe il caso di ricordarlo.

L'ATEISMO, DI ALEXANDRE KOJÈVE, QUODLIBET, PP. 182, EURO 22

 

Fra ordine e rivolta, i Templari e la sfida della tolleranza

Marina Montesano

All'indomani dell'impresa militare che più tardi sarebbe stata definita «prima crociata», molti fra i protagonisti della campagna erano rientrati in Europa e le conquiste territoriali risultavano precarie e insicure. Con lo scopo di difendere il Regno di Gerusalemme e i pellegrini che si recavano in Terrasanta, nacque un Ordine, quello dei Templari, destinato a uno straordinario successo, ma anche a una sorte controversa. Oggi tendiamo a guardare con molto sospetto qualunque libro menzioni i Templari in copertina, vista la scandalosa produzione di sciocchezze che ha invaso il mercato editoriale. Proprio per questo è essenziale prestare attenzione a opere che, oltre a ripercorrere seriamente la storia dell'Ordine, sono in grado di offrire nuovi punti di vista. È il caso della Rivoluzione dei Templari di Simonetta Cerrini, studiosa italiana formatasi prevalentemente in Francia. La «rivoluzione» cui si riferisce il titolo è quella operata da un Ordine religioso di nuovo tipo, all'interno del quale, accanto a un certo numero di sacerdoti e di laici, vi era un gruppo di bellatores, cioè di uomini d'arme che, pur condividendo le scelte che la vita monastica impone, non abdicavano alla loro funzione militare. Tradizionalmente, infatti, tra gli obblighi di penitenza propri al mondo monastico, v'era in primo luogo la rinunzia all'uso delle armi. Una scelta forte in una società in cui proprio il portare le armi era avvertito quale elemento distintivo dello status di libero e di aristocratico. Inoltre, i cavalieri templari erano i primi laici cui era concesso un ruolo attivo all'interno del mondo ecclesiastico. Questo è particolarmente rilevante in quanto la Chiesa latina uscita dall'XI secolo aveva invece decisamente sottolineato la separazione tra chierici e laici, riservando ai primi la gestione del sacro. Una scelta che, se da una parte gettava le basi per la separazione tra potere laico e potere ecclesiastico, dall'altra lasciava al di fuori della Chiesa un mondo laico più che in passato percorso da fermenti di partecipazione alla vita religiosa. Si trattava, nel complesso, di una esperienza che infrangeva la tradizionale distinzione tra le categorie sociali cui la cultura del tempo era abituata. Per questo l'Ordine incontrò forti opposizioni a partire dalla sua nascita, e solo l'intervento al loro fianco di Bernardo di Chiaravalle gli garantì la sopravvivenza e, in prospettiva, la fortuna. L'autrice ne delinea i caratteri originari partendo dall'analisi di nove manoscritti che contengono la regola primitiva e le antiche consuetudini. La peculiarità della loro storia e le difficoltà che dovettero affrontare resero i Templari «rivoluzionari». In conclusione si ricorda l'episodio narrato dall'emiro-cronista Osama, ospitato dai Templari a pregare all'interno della moschea di al-Aqsa, divenuta quartier generale dell'Ordine. Sono tracce importanti della vita di un gruppo di religiosi che, a modo loro, percorsero un cammino drammatico. Un cammino che li condusse a rompere alcune barriere culturali e sociali che al loro tempo - e non solo - si davano per scontate.

LA RIVOLUZIONE DEI TEMPLARI, DI SIMONETTA CERRINI, MONDADORI, PP.238, EURO 18,50

 

Liberazione – 3.8.08

 

«Di destra io? Non scherziamo... E' tutta colpa di Excalibur e Le Penn» - Boris Sollazzo

Settantacinque anni e non sentirli. Può sembrare un modo di dire, e neanche di quelli più originali, ma dopo una giornata passata con John Boorman è difficile non affermarlo. Nel ristorante del suo albergo di Verona, dove l'abbiamo incontrato in occasione del bel festival "Schermi d'Amore" (anteprima italiana del suo film Tiger's tail e premio alla carriera per lui), l'abbiamo visto pasteggiare con gusto, innaffiando il tutto con cascate di ottimo vino rosso, divertendosi a conversare con spirito e acume, smentendo il suo cinema "cattivo" (più in gioventù, a dir la verità). Persino quando quasi ti minaccia- «non più di dieci minuti per l'intervista» e poi rimane tre quarti d'ora a parlare, scherzare e soprattutto raccontare. E a discutere. «Sei giovane, e non capisci il valore del digitale? La spinta democratica, l'accessibilità totale che consente ai giovani registi, magari poco abbienti? Guarda, mi manca la pellicola, ma credo che d'ora in poi girerò solo in digitale. E' un mondo nuovo da esplorare, pieno di opportunità». Che il vulcanico John sia uno che ha la pellaccia dura, lo dimostrano i suoi inizi. Impiegato in una lavanderia a secco, si avvicina al giornalismo - «la prossima volta io intervisto te» - e solo negli anni '50 usa la macchina da presa, ma per la tv e per fare documentari per la Bbc. Qui lo notano i Dave Clark Five che vogliono rispondere con lui e con Prendeteci se potete (1965) al Tutti per uno di Richard Lester e ai Beatles. Un flop, ma due anni dopo Boorman sarà già a Hollywood. Arrivano Senza un attimo di tregua, Duello nel pacifico, Leone l'ultimo e soprattutto Un tranquillo week-end di paura (1972). Inizia una carriera d'alti e bassi, di film imposti e voluti, di capolavori come Excalibur e Zardoz , di impegno civile e kolossal "sbagliati". Diventa il regista "fascio" per eccellenza, con la stessa ottusa facilità con cui Tolkien divenne un'icona di destra. Tra le altre cose, John, ci chiede giustizia anche di questo. Iniziamo dalla fine. "The Tiger's tail", un gioiello ormai del 2006. Ma in Italia non è uscito. Non è un film ricco, né facile. Ed è girato in digitale, e il pubblico, anche se non lo ammette, è tradizionalista e conservatore. E anche i critici (sorride malizioso). E' un'idea, quella di Tiger's tail che ho avuto tantissimi anni fa, bisogna ricordare che sono padre di due gemelli e sono sempre stato affascinato dal loro comportamento: dai giornali, per esempio, ritaglio tutte le storie di "riunione" di gemelli separati. Il soggetto nasce da quanto la somiglianza fisica possa nascondere una profonda diversità caratteriale e morale. Inizialmente dovevamo girare negli Stati Uniti, la parte era di Jack Nicholson, ma qualcosa non ha funzionato. Poi che cosa è successo? Dopo anni, vivendo in Irlanda, ho vissuto il boom economico del paese, e questa esperienza mi ha consentito di trovare la chiave drammatica e sociale del racconto. Ho deciso di rendere uno dei gemelli ricco e uno indigente, perché avevo visto con i miei occhi come l'arrivo di questa enorme ricchezza nel paese avesse provocato disparità e iniquità sociali, una divaricazione insopportabile tra chi diventava sempre più abbiente e chi sempre più povero. Boorman che dice una cosa di sinistra. Ma lo sa che lei è l'eroe della destra europea? E' una cosa che mi fa infuriare. Io non posso che collocarmi a sinistra, chi mi conosce e chi ha visto i miei film - tutti! - non dovrebbe avere dubbi. Il crollo del comunismo, nonostante i difetti e le storture di quel sistema, ha fatto sì che più nulla potesse opporsi al capitalismo e ai suoi eccessi, e io ne sento tutto il pericolo schiacciante, la follia. E peraltro non è neanche la prima volta che mostro così apertamente quello che penso, ricordo un altro film, con Marcello Mastroianni (che vinse il premio alla migliore interpretazione a Cannes nel 1970). Era Leone l'ultimo , lui era un uomo ricco con vita tranquilla, sicura e al riparo di tutto, ma scopriva di vivere grazie agli affitti pagati da poveracci dei quartieri neri. A quel punto diventava un rivoluzionario. Come si spiega questo equivoco, allora? E' tutta colpa di Excalibur e di Jean-Marie Le Pen. Nel corso delle riunioni e dei comizi per la sua candidatura alle presidenziali francesi presentava le scene iniziali di quel film. Mi ha considerato una nuova Leni Riefehnstahl, e così i suoi adepti e, naturalmente, i suoi nemici. Questo, nonostante io e la Warner lo avessimo subito citato in giudizio! Faccio fatica a capire come si possa generalizzare o distorcere così il pensiero e lo spirito di un film e di un regista. Si dice che lei ami molto gli attori. Una leggenda anche questa? Amo gli attori, sono grato a questa categoria, in particolare a chi di loro è così generoso e coraggioso da mettersi a completa disposizione del cineasta e della macchina da presa. Ricordo che in Excalibur lavorai con Gabriel Byrne, Liam Neeson ed Helen Mirren, erano al loro esordio! L'ho presi per mano, una cosa che mi è capitato di fare altre volte, posso dire di riuscire a capire l'immenso talento che si nasconde anche dietro a uno sconosciuto, e di saperlo portare per mano nel progetto. Quando invece incrocio il cammino con interpreti affermati come Lee Marvin, Jon Voight e Brendan Gleeson è un enorme piacere reciproco lavorare vicini, continuare a imparare l'uno dall'altro, approfondire il livello del lavoro sul set ma anche i rapporti. E cosa ricorda di Marcello Mastroianni? Era un attore straordinario, tecnicamente molto dotato e geniale, trovava sempre la migliore soluzione ad ogni difficoltà, e lo faceva con intelligenza e ironia. Ricordo ancora quando gli dissi, nel film, che doveva fare un movimento molto particolare per arrivare al punto che gli avevo segnato a terra. Ero preoccupato, non era affatto facile, e mi premuravo di chiedergli continuamente se era un problema. Lui a un certo punto si girò e mi disse "Tranquillo John, con tutti i film che ho fatto con Sophia Loren e le acrobazie per farla riprendere solo dal profilo buono, questo sarà un gioco da ragazzi. Posso farcela, posso andare dove vuoi". Era un attore sempre calmo e rilassato: in una scena che si svolgeva in un letto lui si addormentò durante l'allestimento del set. E risuccesse anche in quella successiva, qualche decina di minuti dopo. Dovetti svegliarlo! Era pienamente a suo agio sul lavoro, sempre. Un'altra volta stavamo girando e avevamo fretta perché la luce stava finendo. I tizi degli effetti speciali non sapevano come aiutarci, dovevano creare l'effetto visivo di uno sparo sulla sua mano, e non ci riuscivano. Come se fosse la cosa più naturale del mondo si pitturò il buco della pallottola sulla mano, poi con una sincronia spaventosa la girò mentre lo riprendevo. Bene, a film finito e montato, sembrava che gli avessero sparato. Era incredibile, uno come lui ne nasce uno ogni cent'anni. Parla dei suoi attori come fossero di famiglia… Rimango amico con i miei attori, sono stato amico fraterno di Lee Marvin, tanto da avergli dedicato un documentario sulla sua vita, e ho un rapporto splendido con Voight e Gleeson. La relazione regista-attore è come l'amore, come un matrimonio che alla fine del film ha un divorzio amichevole. Infatti i sentimenti profondi nati sul set si radicano e ci legano reciprocamente. La separazione poi è dolce. E a differenza della vita, mai definitiva. Come li sceglie? E' difficile da spiegare, ma io penso a loro solo a un certo punto del progetto stesso, dopo la scrittura e la scelta delle location. Devo vederli in quei luoghi e pensare alle parole che diranno. Ora, per esempio, sono anni che lavoro a un kolossal, le Memorie di Adriano (tratto dal romanzo di Margherite Yourcenar, che avrà ambientazioni e coproduzione italiane) ma gli interpreti non li ho ancora scelti. Ma anche nella scelta la dinamica è simile a quella dei sentimenti, è come avere un colpo di fulmine: mi capita di provinare tanti interpreti di grande talento, ma a un certo punto sento una fitta: vedo quell'unico uomo o donna che tocca la parte intangibile del suo ruolo, e capisco che non può che essere suo il personaggio. La foresta di smeraldo, Rangoon, In my country. Ecologia, Birmania, riconciliazione sudafricana. Prima di lei non ne parlava nessuno. Si sente un pò una Cassandra? (Ride) Evidentemente vengo attirato da certe questioni e certi posti. Lo considero un grande privilegio saper e poter esplorare luoghi geografici e dell'anima così speciali, nel bene e nel male. Il punto è che io trovo che ci sia una certa responsabilità sociale in questo lavoro, che non va rifiutata per pavidità né negata in nome dell'arte. Bisogna assumersela. Tutti i film sono politici, anche quelli che si rifiutano di esserlo, perché già la negazione è un atto politico. Dei peggiori, peraltro. Trovo che si debba parlare, inoltre, di ciò che le persone ignorano, rivolgere gli occhi lì dove nessuno guarda. In Tiger's Tail in fondo io parlo della perdita d'identità, di un uomo e di un paese intero, uno dei problemi principali della nostra società attuale, per cui molti cercano riferimenti fittizi, dalla ricchezza alla religione, e vengono strumentalizzati. Dobbiamo capire chi siamo, a cosa apparteniamo, al di là di queste cose. Lei sembra più romantico e spiritoso del suo cinema. Anche se ne "Il sarto di Panama"… Sì, lo ammetto, sono un romanticone e uno molto spiritoso, ma per ora sono riuscito quasi esclusivamente ad esprimerlo con amici e famiglia, di solito attorno a una tavola imbandita e innaffiata con buon vino rosso. Racconto spesso storie divertenti, adoro ridere. Ammetto che la commedia per me è un genere difficilissimo e mi spaventa davvero tanto. Non posso non chiederle cos'ha provato quando ha visto il "suo" "Signore degli anelli". Avevo scritto un lungo progetto sul Signore degli anelli , non nascondo che è stata una mia piccola grande ossessione, ero convinto che un tale capolavoro dovesse trovare spazio nella storia del cinema e speravo di poterglielo dare io. Ci ho lavorato trent'anni fa. Ma dopo aver visto quante risorse e quanto talento ci ha messo Peter Jackson, ho capito che io non avrei mai potuto farlo così bene. Anche perché ricordo le difficoltose e precarie soluzioni che noi, senza digitale ed effetti speciali, avevamo ideato. Lui invece l'ha fatto nelle condizioni migliori, anche se questo non diminuisce la mia stima per lui. Ancora mi chiedo come abbia fatto a non rimettere la vita e il senno di fronte a un'opera tanto difficile e monumentale. Puoi crederci o no, ma sono pieno di ammirazione e timore reverenziale per lui. Rivedo i tre film e mi dico "Hai capito questo buffo ciccione? Ce l'ha fatta!" Se non fosse stato un regista? Avrei fatto lo scrittore, il narratore, l'autore di romanzi. Oppure il comico!


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