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Un'estate calda

Manifesto – 5.8.08

 

Uccidono il futuro e la Costituzione - Loris Campetti

Un paese che depreda e criminalizza i suoi anziani è animato dall'ingratitudine e dalla stupidità, laddove considera l'allungamento del tempo di vita dei suoi cittadini una sciagura, sostenendo che la loro egoistica durata su questa terra costa in pensioni un sacco di soldi alla comunità. Un paese che precarizza i giovani, ne svalorizza il lavoro e toglie loro fiducia e possibilità di costruirsi un futuro, è suicida. L'Italia che si profila nella nuova era berlusconiana è al tempo stesso ingrata, stupida e suicida. Togliendo sicurezza e speranza ai giovani (aspiranti) lavoratori ipoteca il futuro stesso del paese. L'emendamento sui precari imposto dal governo a un Parlamento sterilizzato e azzittito va esattamente in questa direzione. Ci sono migliaia di cause di lavoro intentate da altrettanti precari che rivendicano, leggi alla mano, la stabilizzazione. Facciamo una bella moratoria per tutelare le aziende interessate (Poste, Rai, Telecom, ecc.), emancipandole dal dovere decretato dal giudice di stabilizzare i loro precari. Basterà che i padroni pubblici o privati che hanno violato la legge paghino una multarella, una paghetta. E i giovani cornuti e mazziati vadano a mettersi in fila da qualche altra parte, al futuro penseranno un'altra volta. E' una norma odiosa ma anche discriminatoria perché riguarda il passato, mentre per le cause a venire resterebbe (il condizionale è d'obbligo) il dovere del datore di lavoro di assumere e regolarizzare chi vincesse la causa. Persino per i tecnici della Camera tale provvedimento viola l'articolo 3 della Costituzione, secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge». Sarà pure vero, risponde alle ombre dell'opposizione qualche personaggio della maggioranza, ma adesso non c'è modo di cambiare l'emendamento, manca il tempo e anche la casta ha il diritto alla vacanza. Semmai ne riparleremo in autunno con la Finanziaria. Il sottosegretario Vegas, invece, della Costituzione se ne fotte. Non sfuggirà al lettore che i lavoratori più fortunati, o meglio meno sfortunati, quelli a tempo indeterminato in aziende con più di 15 dipendenti, sono tutelati dallo Statuto dei lavoratori che all'articolo 18 prevede il reintegro di chi venga licenziato ingiustamente. L'attacco ai precari non è che la prima mossa di una partita che nella volontà delle destre e delle imprese dovrebbe concludersi con la cancellazione per tutti di questo diritto. Come fanno le jene e in genere gli animali feroci, i nostri governanti se la prendono prima con i soggetti deboli, più giovani o già feriti. Adesso è la volta dei giovani «instabili», poi sotto a chi tocca. E' sempre in base a questa logica che il conto più salato della crisi viene presentato ai più poveri, a chi vive con il solo reddito (impoverito) da lavoro dipendente, o con la pensione. Basti pensare alla pretesa della Confindustria, condivisa dal governo, di scaricare sui lavoratori la parte di inflazione generata dall'aumento dei prezzi delle materie prime. Tutto il provvedimento economico che oggi sarà imposto ai parlamentari già in costume da bagno è segnato da questa filosofia. Basti pensare allo scempio della legge sull'editoria che prende per il collo i soggetti più deboli come questo giornale, nell'intento di consegnare l'intero controllo dell'informazione ai potentati economici e politici, spazzando via ogni voce critica, autonoma, cooperativa. Anche in questo caso, il provvedimento è ancor più odioso perché salva i finanziamenti ai grandi giornali e agli amici del giaguaro. Per tornare all'emendamento anti-precari, l'aspetto più ripugnante è quello che denunciavamo all'inizio: a migliaia di giovani viene tolta la possibilità di riprendersi quel che secondo la legge spetta loro, un lavoro sicuro e a tempo indeterminato. La possibilità, cioè, di pensare con serenità al futuro. Se per proteggere la nostra sicurezza dai rom e dagli immigrati sono stati mandati in piazza i soldati, chi bisognerà mobilitare per proteggerla dal governo Berlusconi e dai padroni?

 

Un militare e passa la paura
ROMA - Oltre ai delinquenti, agli stupratori, a chi fa furti e rapine, sono contrari alla presenza dei militari per garantire sicurezza solo i post-sessantottini: i figli, non in senso anagrafico, di chi gridava 'basco nero il tuo posto è al cimitero', 'Ps-Ss' o quelli che consideravano polizia e carabinieri golpisti». Va giù pesante Ignazio la Russa. Il ministro della Difesa ieri è volato a Milano per partecipare in prima persona all'inizio dell'operazione Città sicure, che per i prossimi sei mesi vedrà tremila sodati impegnati nel sorvegliare sedi diplomatiche e istituzionali, Cpt e le strade considerate maggiormente a rischio di dieci città italiane. Un'operazione definita di pura facciata dall'opposizione, ma che non piace neanche ai sindacati di polizia che più volte nelle scorse settimane hanno manifestato il loro dissenso al governo. Del tutto inutilmente. «Quando qualcuno dice che questa è un'operazione di facciata o di propaganda dice una cosa poco seria», taglia corto il ministro, che equiparando chi lo critica a uno stupratore dimostra di avere scarsa pratica con il concetto di democrazia. In realtà quella di ieri per La Russa è stata solo in parte una giornata di festa. Se infatti il ministro vede realizzarsi il suo progetto di schierare i soldati nelle città, dall'altra deve anche ingoiare la sconfitta, amara, che gli ha inflitto il sindaco di Roma Gianni Alemanno, e che ha rischiato di aprire una crisi all'interno della stessa An. Contrariamente a quanto avrebbe voluto La Russa, infatti, il sindaco della capitale ha imposto che a decidere su dove dislocare i militari fossero i prefetti e non la Difesa. Così a La Russa non è rimasto altro da fare che recarsi in pellegrinaggio nella sua Milano per vedere i soldati presidiare il Duomo. L'operazione entrerà definitivamente a regime nei prossimi giorni, ma già da ieri le prime pattuglie hanno cominciato a pattugliare le città, rigorosamente accompagnate da poliziotti e carabinieri. I soldati, che avranno compiti di ordine pubblico, non avranno però funzioni di polizia giudiziaria, e potranno eseguire arresti solo in flagranza di reato. Per il esito, avranno i compito di sorvegliare li obiettivo sensibili, dalle di istituzionali alle ambasciate e consolati, e di presidiare l'esterno dei Centri di permanenza temporanea per immigrati. L'avvio dell'operazione non è servito però a smorzare i toni della polemica. All'opposizione infatti, l'idea di affidare la sicurezza delle città ai militari continua a non piacere. Come al solito, il primo ad attaccare è Di Pietro, uno che è proprio difficile immaginare nei panni dei sessantottino che insulta i poliziotti. «Ho troppo rispetto per i militari per vederli ridotti al ruolo di comparse di Cinecittà», dice infatti il leader dell'Italia dei valori. Di Pietro se la prende piuttosto con i tagli decisi dal governo per le forze dell'ordine, e che rischiano, quelli sì, di rendere le città più insicure. Piuttosto dei soldati, dice infatti l'ex pm, sarebbe meglio «dare più mezzi, più persone, più strutture alle forze di polizia». Anche tenuto conto dei costi, non proprio irrilevanti, dell'operazione: 62,4 milioni di euro per il 2008 e i primi sei mesi del 2009. Sull'utilizzo dei militari ha qualche dubbio anche Lorenzo Cesa, un altro dal passato non proprio rivoluzionario. «Non ci sarà infatti nessuna ricaduta positiva per la sicurezza dei cittadini, ma solo u effetto spot per il governo - dice infatti il segretario dell'Udc -. Per combattere la delinquenza occorrono interventi strutturali e non dei tagli, come previsti dalle manovra. o iniziative di prua propaganda». E di propaganda parla anche il ministro ombra della Difesa del Pd, Roberta Pinotti:, che definisce la decisione di utilizzare i militari «un provvedimento di propaganda studiato apposta per coprire mediaticamente i tagli i tagli alla sicurezza che daranno meno garanzie ai cittadini, e non di più». «Misura inutile e demagogica», invece, per il segretario del Prc Paolo Ferrero. Allenata e compatta la maggioranza. I soldati? Sono una risposta che legge e orine «vincano ovunque», per Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl-An al Senato, mentre Italo Bocchino arriva fino a ipotizzare l'impiego di 20-30 mila soldati in futuro.

 

Città vuota e mimetiche per lo show di La Russa - Giorgio Salvetti

MILANO - Milano d'agosto, grande, vuota e calda, non è mai stata così surreale. In un clima sonnolento ieri la città è stata trasformata in un set cinematografico per sfoggiare le divise dei 400 soldati scesi in strada a fianco dei poliziotti per dare maggiore «sicurezza» ai cittadini. L'apice della farsa si è tenuto verso mezzogiorno alla stazione centrale. Impettito e raggiante è sceso dalle sue auto blu il comandante in capo, il ministro della difesa ex fascista Ignazio La Russa. Ha attraversato la piazza seguito dal fedele De Corato e da un codazzo in divisa formato da alti gradi dell'esercito e dei carabinieri. Si è fermato davanti a una delle due jeep militari in sosta e ha calorosamente stretto la mano ai suoi «ragazzi», quattro militari giovanissimi dell'artiglieria a cavallo di stanza a Milano, zona San Siro. E' questo il corpo che ha fornito la maggior parte degli uomini che controllano la città, il ministro prima di tutto ha fatto un inchino a una giovane soldatessa che sembrava una modella, poi si è dedicato alla stampa. «Questi soldati fanno paura soltanto a ladroni, delinquenti ed ex sessantottini, quelli che gridavano "basco nero il tuo posto è il cimitero", quelli che consideravano polizia e carabinieri dei golpisti, o quelli che li hanno insultati per il G8 di Genova». Il messaggio è chiaro: l'esercito nelle strade è il benvenuto e guai a chi osa dire il contrario. I poliziotti guardano da lontano. Non possono contraddire il ministro ma si sentono parte di una scenetta, costretti a scortare i rampolli dell'esercito e a fare buon viso a cattivo gioco. Chi comanda? «Il prefetto - taglia corto La Russa - e non voglio aggiungere altro». Di fatto, almeno per le pattuglie in strada dovrebbero comandare gli agenti di polizia. «Per effettuare un arresto o una perquisizione - spiega un maresciallo dei Carabinieri - dovrebbe essere necessario un agente, i militari sono solo pubblici ufficiali». Ma l'impressione è che le idee siano ancora confuse. In piazza Duomo i militari fanno le belle statuine ad uso e consumo dei fotografi. Due soldati, camicia cachi, basco e pistola, infilano le mani negli zainetti dei turisti che entrano in chiesa. I poliziotti fanno da balia. «Io sono australiano - dice un turista - da noi non si è mai visto niente di simile, la situazione è tranquilla». Gli italiani invece sono indifferenti o contenti: «Ce ne vorrebbero ad ogni angolo», esulta una signora. Una coppia di spagnoli chiede informazioni allibita. «Da noi c'erano quando c'era Franco». Americani, cinesi e giapponesi, invece non fanno una grinza. Largo Donegani, consolato americano. Qui ci sono agenti di polizia locale che non si sa bene se facciano multe o giochino a guardia e ladri, guardie giurate fanno la security, e due soldati con giubbetto antiproiettile e fucile di ordinanza fanno la sentinella. In via Porpora, davanti al consolato egiziano, c'è una jeep e un militare con mitragliatore. Uno grosso, fa paura. E' stato in Libano ed è un soldato vero. «Scusi si può parcheggiare?», gli chiede una signora trattandolo come un vigile urbano. Surreale. Nei presidi si fa sul serio mentre nelle strade si fa la sfilata. In via Padova un negozio ha uno scaffale in pezzi e la merce per terra, sul posto ci sono due volanti. I militari, due o tre, scortati dagli angeli custodi della polizia, passeggiano più in là, come se nulla fosse. Una signora li blocca e comincia a snocciolare storie di scippi e furtarelli. Chiedono i documenti a un trentenne che se la ride: «Vivo qui da sempre, era molto peggio negli anni Ottanta, solo che ora, siccome ci sono gli stranieri, bisogna fare questa messa in scena». A destra si esulta. Tiziana Maiolo, assessore di palazzo Marino, porge il suo caloroso saluto ai militari e sogna «un mondo libero dalla paura e dall'insicurezza». I giovani di An invece in piazza San Carlo distribuiscono braccialetti tricolori. Il leghista Salvini chiede che i militari, già che ci sono, «aiutino a sgomberare i campi nomadi». E la sinistra? E' in vacanza. Non una dichiarazione, solo il deputato del Pd, Mantini, si è limitato a dire che i soldati vanno benissimo, ma solo in periferia. E, immancabile, Filippo Penati ha offerto di mandare personale della sua Provincia a sostituire i poliziotti negli uffici per mandarli nelle strade. Per il resto il nulla, neppure un piccolo presidio. Nemmeno un comunicato di timida protesta. Surreale.

 

Fammoni (Cgil): «Colpiti i piccoli» - Francesco Paternò

Oggi alla Camera con un terzo voto di fiducia passerà la manovra fiscale del ministro Giulio Tremonti e con essa il drastico taglio della legge sui contributi statali per l'editoria cooperativa, non profit e di partito. Il sottosegretario all'editoria Paolo Bonaiuti ha detto che questa manovra «garantisce che per tre anni il governo non metterà le mani in tasca ai cittadini ma taglierà spese inutili, privilegi e sprechi». Una dichiarazione curiosa se si guarda al fondo per la stampa, lasciato per esempio intatto lì dove si parla di contributi indiretti - e sono la maggiore voce di bilancio - destinati ai grandi gruppi, mentre per i piccoli giornali - invece di verificare chi è in regola e chi invece bara - il taglio di scure è assicurato per tutti. «E' una scelta precisa di questo governo», dice al manifesto Fulvio Fammoni, responsabile comunicazione ed editoria nella segreteria nazionale della Cgil, che non ha dubbi: lo svuotamento della legge sui contributi all'editoria è un vero «segnale politico». «Dico questo - argomenta Fammoni - perché tutte le richieste di modifica avanzate al governo sono state respinte, benché provenissero da tutte le parti politiche, compresi settori della maggioranza. Perché la prima motivazione adottata - che si andava direttamente al voto di fiducia e non ci sarebbe stata terza lettura - è saltata. E come si sono modificate molte altre norme nel passaggio al senato, si poteva intervenire anche su questa vicenda. Non lo si è voluto fare. E sicuramente non per motivi finanziari, perché non è una tale quantità di risorse a giustificare un simile intervento, neanche dal punto di vita del debito pubblico. Il risultato è triplice: si è creato un ulteriore problema di funzionamento per diverse testate giornalistiche, radiofoniche, non profit, cooperative e politiche; si è creato un problema per l'occupazione e si è creato un problema per la libertà di informazione. Così si rischia di fare mancare al paese voci importanti». Anche la scelta dei tempi è sospetta. «Certo - dice ancora Fammoni - c'erano le possibilità e i tempi parlamentari da qui a dicembre per la definitiva approvazione della finanziaria per discutere finalmente di legge di riforma dell'editoria. Come da tempo chiediamo, per affrontare anche gli abusi. In realtà, si sono usati gli abusi come scusa per colpire indiscriminatamente». Né la manovra del governo mette in discussione le fetta più importante degli aiuti, quei contributi indiretti in forma di agevolazioni postali che vanno perlopiù ai grandi gruppi editoriali. «Ad aggravare la situazione - sostiene Fammoni - c'è che la nuova legge mantiene questo meccanismo per i grandi gruppi, più volte contestato. Non è però una partita persa. Oggi la Camera dà la fiducia a tanti provvedimenti sbagliati e incostituzionali di questa finanziaria come quello sul precariato, ma ci batteremo per tutto l'autunno perché questi provvedimenti insieme ai tagli all'editoria rientrino, perché si dia certezza al futuro e perché si riesca a impostare una vera legge di riforma sull'editoria. Il presidente dell'autorità per le comunicazioni, nella sua audizione annuale, ha lanciato una proposta interessante: facciamo un'unica legge di riforma del sistema della comunicazione in cui inserire anche l'editoria. Forse è la strada migliore per portare a compimento una legge su questa tema. Noi in Cgil ne discuteremo alla ripresa e credo avrebbe senso fare una specie di convocazione degli stati generali dell'editoria con cui coinvolgere tutte le forze sociali e tutti quelli che hanno a cuore la libertà di informazione, affinché si metta a punto una proposta concreta di riforma».

 

Europa: arriva la crisi - Roberto Tesi

Il Fondo monetario internazionale non ha dubbi: per l'Europa il peggio deve ancora arrivare. E prevede che nel secondo trimestre di quest'anno la crescita del Pil registrerà una forte contrazione. Praticamente una situazione di stagnazione (che significherà recessione per molti paesi) dalla quale il Vecchio continente uscirà a fatica solo nella seconda parte del 2009. L'Fmi lancia anche un appello alla Banca centrale europea: fate molta attenzione ad aumentare ulteriormente il tasso di sconto. Le cifre del tasso di crescita del Prodotto lordo previste dal Fondo monetario sono estremamente indicative del forte rallentamento: il Pil dell'Eurozona che nel primo semestre 2008 è cresciuto a un tasso annuale dell'1,75%, nella seconda parte dell'anno rallenterà allo 0,5. Insomma, una caduta quasi verticale dalla quale i paesi dell'euro dovrebbero ricominciare a riprendersi solo nel 2009. Ma non subito: anche i primi mesi del prossimo anno saranno duri e un rimbalzo dovrebbe essere avvertito solo a partire dal secondo trimestre quando la crescita del Pil si dovrebbe attestare attorno all'1,5%. In ogni caso il prossimo anno il Pil dovrebbe crescere solo dell'1,2%, mezzo punto meno del 2008. Rispetto alle precedenti previsioni, quelle presentate ieri dal Fondo sono in ribasso, ma non sono pessimiste: per gli esperti di Washington le cose potrebbero andare ancora peggio. Esplicitamente il Fondo monetario ammette, infatti, che «i rischi che pesano su queste previsioni sono elevati» visto che molto dipende dall'andamento dell'inflazione nell'area, ma anche dalla capacità di riuscire a esportare di più. Cosa non facile, visto l'elevata quotazione dell'euro, ma anche per la fase di stagnazione o recessione di molti paesi industrializzati. Per quanto riguarda i prezzi al consumo (che in luglio hanno toccato un nuovo massimo dal varo dell'euro raggiungendo il 4,1%) il Fondo è ottimista: prevede «un calo sostanziale» al di sotto del 2% nel corso del 2009. A determinare il rallentamento dell'inflazione concorreranno vari elementi. In primo luogo, dice l'Fmi, il rallentamento economico, cioè la caduta della domanda, ma anche la stabilizzazione dei prezzi delle materie prime energetiche e dei prodotti alimentari. Stabilizzazione che trova fondamento nei minori consumi. E non è un caso che ieri - sull'onda delle notizie del pessimo andamento dei consumi negli Usa - il prezzo del petrolio sia sceso sotto i 120 dollari al barile. Il Fondo loda anche le autorità monetarie europee, cioè la Bce, per il fatto che con la sua politica ha contribuito ha mantenere stabili le attese di inflazione. Cosa che conferma, riconoscono da Washington, «l'elevata credibilità della Banca centrale europea». Certo, occorre evitare che si inneschi una spirale prezzi/salari, ma la Bce deve stare attenta a non tirare troppo la corda e mantenga i tassi invariati, perché «un'ulteriore stretta potrebbe comportare nuovi rischi». Lo «Staff report» pubblicato ieri è stato elaborato sulla base delle consultazioni previste dall '«articolo IV» con le istituzioni dei paesi dell'euro, ma viene specificato che non rispecchia necessariamente l'opinione del board del Fondo monetario, ma solo degli estensori del rapporto e il giudizio degli interlocutori europei. Quello che emerge è che «sono tempi difficili» e il compito della politica monetaria «è ancora più difficile», ha dichiarato Alessandro Leitplod, direttore esecutivo dell'Fmi per la Germania e per l'Eurozona, nel presentare il rapporto. Per Leitplod, a giustificazione delle previsioni sbagliate dello scorso anno, «le condizioni sui mercati finanziari si sono inasprite considerevolmente dalla scorsa estate», ma «un'ulteriore stretta potrebbe comportare nuovi rischi». E a fare da freno a una possibile ripresa contribuisce anche un euro «al momento troppo forte rispetto ai fondamentali» dell'economia. Ma il valore dell'euro non è una variabile indipendente. Deriva, infatti, dalle scelte di politica monetaria della Fed.

 

L'inflazione taglia i consumi Usa Galapagos

Il dato a prima vista non sembra negativo: in giugno le spese delle famiglie statunitensi sono cresciute dello 0,6%, anche se i redditi sono aumentati di appena lo 0,1%. Com'è possibile? Ci sono un paio di interpretazioni possibili. La prima è che in maggio i redditi erano aumentati molto di più (1,8%) ma le famiglie avevano risparmiato, visto che la spesa per consumi era salita solo dello 0,8%. La seconda spiegazione è che gli aumenti dei consumi sono solo apparenza, visto che incorporano un'inflazione crescente. Ovvero: occorre spendere molto di più per acquistare gli stessi beni. Le due interpretazioni sono entrambe vere, ma quello che sta incidendo di più è la crescita dei prezzi: l'indice dei prezzi legati alla spesa al consumo, infatti, segna in giugno una impennata dello 0,8%: il maggiore aumento degli ultimi 30 anni. Il risultato è che al netto dell'inflazione, le spese sono diminuite dello 0,2%. Ma c'è un altro dato del quale occorre tenere conto: l'incremento dei redditi di maggio e giugno non è stato ottenuto in presenza di una crescita economica, ma è la conseguenza di un fatto straordinario difficilmente ripetibile, in quanto legato agli sgravi fiscali che Bush ha deciso di concedere a tutte le famiglie nella speranza di spingere i consumi e quindi far ripartire l'economia. Insomma, il reddito disponibile è cresciuto solo in conseguenza di un fisco meno arcigno. I dati, infatti, ci dicono che al netto del fisco (che in maggio aveva elargito 48 miliardi di dollari e in giugno quasi 28), i ricavi disponibili sono scesi dell'1,9%. Ma c'è di più: larga parte dei dollari di stimoli fiscali non sono finiti al consumo (come sperava Bush) ma in una prima fase sono stati risparmiati per essere poi utilizzati per sanare debiti pregressi. E non a caso il tasso di risparmio tra maggio e giugno si è quasi dimezzato. Ma visto che la spesa in termini reali è diminuita, questo significa che i primi beneficiari dei dollari sono state le società finanziare che hanno recuperato un po' di soldi sui quali speravano poco. Anche l'aumento degli ordinativi segnalato ieri dal Dipartimento al commercio (+1,7% in giugno) non ha creato eccessive illusioni: deriva soprattutto (+2,5%) dagli ordinativi dei beni non durevoli che di questi tempi risentono moltissimi degli aumenti dei prodotti alimentari. Questa sera è attesa la decisione della Fed sui tassi di interesse. Visto il forte aumento dei prezzi al consumo i tassi dovrebbero essere aumentati, ma lo stato depresso dell'economia convincerà ancora una volta Bernake e i suoi a lasciarli immutati al 2%, per cercare di non deprimere ulteriormente i consumi. morale, si cerca di non scontentare Bush, praticando anche a livello monetario una sorta di politica keynesiana. Che sicuramente fa rivoltare nella tomba il Lord inglese che credeva nel ruolo attivo dello stato nell'economia.

 

«Farc, ecco i complici». Ma sono solo del Prc - Roberto Zanini

Le Farc colombiane avrebbero una «legione straniera». Sarebbe sparsa tra la Spagna, la Danimarca e l'Australia. Ci sono anche due italiani, nomi di battaglia «Ramon» e «Consolo». E sarebbe scattata una caccia all'uomo internazionale «in tutta Europa». E' il quotidiano colombiano El Tiempo ha rivelare - si fa per dire - l'esistenza di una rete internazionale di fiancheggiatori delle «Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia». E ancora una volta la fonte del foglio conservatore di Bogotà è il computer di Raul Reyes, il leader «negoziatore» delle Farc assassinato da un bombardamento dell'aviazione colombiana in territorio dell'Ecuador il 1 marzo scorso. Dal computer trovato nell'accampamento bombardato (anzi, dai computer: all'inizio era uno solo, poi sono diventati otto: tre portatili, due dischi rigidi e tre chiavi Usb) sono emersi dei nomi. I nomi sono finiti in un rapporto della polizia colombiana inviato in tutta Europa. E il rapporto è finito al Tiempo. In un articolo pubblicato sabato - e pedissequamente ripreso in Italia da La Repubblica - il giornale della potente famiglia Santos, una famiglia che esprime il vicepresidente e il ministro della difesa del presidente Alvaro Uribe, afferma che il recente arresto in Spagna di Maria Remedios Garcia Albert - che il supergiudice spagnolo Garzon accusa di collaborazione con un'organizzazione terrorista - «ha finito per attivare un'operazione internazionale di ricerca e cattura per tutta Europa» a carico di otto persone. La legione straniera delle Farc, per l'appunto, che insieme a Maria Remedios (rilasciata su cauzione) comprenderebbe quattro spagnoli, un danese, un australiano e i misteriosi italiani «Ramon» e «Consolo». Esisterebbero anche dei nucleos de apoyo di cui il rapporto fornisce alcuni nomi «cifrati» e tre indirizzi di Roma. Fin qui, tutto molto bello. Peccato sia falso. I misteriosi «Ramon» e «Consolo» non sono per niente misteriosi. Si tratta di Ramon Mantovani e Marco Consolo, rispettivamente un ex deputato di Rifondazione comunista e un dirigente del Prc a lungo responsabile per l'America latina. Trascurando il dettaglio più comico, cioè che i misteriosi fiancheggiatori siano identificati con i loro veri nomi, si tratta di persone notissime sia in Italia che in Colombia. Tanto note che le conosce persino il ministro dell'interno della Colombia, il signor Fabio Valencia Cossio. Faceva parte, il ministro, della delegazione colombiana che il presidente Pastrana mandò nel 1998 a Roma per incontrare una delegazione delle Farc guidata proprio da Raul Reyes. In un ristorante di Trastevere Reyes, Cossio e i temibili «Ramon» e «Consolo» fecero mattina parlando, bevendo e sfidandosi alla chitarra in una gara di stornelli. Ieri Mantovani e Consolo hanno rivendicato i contatti con le Farc, «sempre alla luce del sole - ha detto ieri un allibito Mantovani - per favorire il processo di pace e il dialogo in America latina. Rifondazione ha avuto rapporti con le Farc e con altre organizzazioni armate nel mondo come il Pkk, diverse organizzazioni palestinesi o gli zapatisti, sempre per attivare processi di pace e mobilitarsi in prima persona». L'autentico protagonista della vicenda è il computer di Raul Reyes, pozzo inesauribile a cui il governo Uribe attinge ormai da mesi «rivelazioni» che propaga a rate. Tra le altre cose, i «Farc files» avrebbero provato - si fa per dire - che il presidente del Venezuela Chavez finanziava le Farc (una e-mail di Reyes dice: «Per quanto riguarda i trecento...»: ma trecento cosa: milioni? soldati? ostaggi?). Che Chavez ne sarebbe stato finanziato dopo il suo tentato colpo di stato del 1992 (sarebbero 150mila dollari, ma all'uscita dalla galera Chavez viveva ospite da un amico e doveva farsi prestare persino la macchina). Che il presidente dell'Ecuador Rafael Correa aveva contatti illeciti con le Farc (Correa protestò per il bombardamento del suo paese nel raid che assassinò Reyes: subito dopo ecco spuntare le «prove» della sua complicità con la guerriglia). Che le Farc volevano procurarsi una «bomba sporca» all'uranio (semplicemente una balla). Che la senatrice Piedad Cordoba, incaricata e poi licenziata della mediazione con le Farc, era in realtà una complice della guerriglia (strenua oppositrice di Uribe, la Cordoba ha chiesto alla corte suprema di poter accedere alle e-mail firmate «Teodora» che la polizia le attribuisce). E finalmente, che esiste una «legione straniera» alla quale le Farc mandano anche dei soldi (la strepitosa cifra di seimila dollari una volta e mille un'altra a quello che viene definito «l'uomo forte» delle Farc in Europa, lo spagnolo Lucas Gualdron. E non se li spendesse tutti in una volta).

 

Diavoli a pechino. La nuova pelle della capitale - Angela Pascucci

PECHINO - Pechino trasformata in un mostruoso uccello, con le zampe sbilenche nelle torri oblique della televisione nazionale a est, la testa a fauci aperte collocata al Monumento del Millennio a ovest, il nido contorto e grigio installato nel nuovo stadio a nord. Il grottesco volatile ha persino deposto un uovo al centro della città, il Teatro nazionale. L'immagine scomposta e inquietante che un taxista pechinese consegna col suo pittoresco dialetto allo storico orale Sang Ye (riportata da Geremie Barmé su The American Interest con il suo articolo «Olympic Art & Artifice»), esprime tutta la rabbia di un abitante della capitale che non riconosce più le metamorfosi della città a suo dire consegnata dai «bastardi» del governo cittadino ai «diavoli stranieri». Esasperazione da ingorgo permanente o nazionalismo frustrato, il taxista è un personaggio che vive e subisce Pechino come nessun altro, vittima predestinata dei gas di scarico che trasformano l'aria in caligine e prigioniero a vita del traffico che intasa costantemente gli anelli stradali di circonvallazione come le vie interne di congiunzione, indifferente al moltiplicarsi delle corsie, arrivate anche a cinque per senso di marcia. Per ordine governativo, tra targhe alterne e fabbriche chiuse o trasferite, le Olimpiadi hanno con fatica e a giorni alterni interrotto il caos tossico, che tuttavia riprenderà tal quale alla fine di tutto, imprigionando di nuovo come un maleficio i 16 milioni di abitanti della città dove vengono immatricolate oltre 1000 nuove auto al giorno. Già nel 2003 la velocità media delle automobili nelle principali strade di Pechino era di 12 km l'ora, con rallentamenti ulteriori fino a 7. La velocità delle biciclette, oggi relegate al traffico secondario interno e guardate con consumistico disprezzo. Paradossale nemesi. Ingovernabile e selvaggia. Gli urbanisti di ogni scuola concordano nel giudizio sulla capitale, che dagli anni '90 ha visto distruggere, svuotare e riempire artificialmente il suo cuore antico, intreccio di vite, pietre, vicoli e cortili chiusi dentro il secondo anello. Nello stesso tempo ha allargato i propri confini come un corpo avido e obeso che si sforma: quarto, quinto, sesto anello e oltre, divorando le campagne circostanti. Intanto nuovi, abnormi edifici vengono edificati stravolgendo il carattere di interi quartieri, bucando ogni limite di altezza, posto a salvaguardia del rispetto antico. «Le mappe di Pechino non sono abbastanza veloci» scrive Neville Mars nella sua analisi «Dinamic Density!» «La velocità del rinnovamento sfida ogni rappresentazione statica. La città balza all'esterno, all'interno, in alto. Neppure una chiara comprensione di quel che prende forma è possibile» e «il prodotto combinato è una Pechino che esplode: frammentata all'esterno, disintegrata all'interno». (www.burb.tv). «Nulla può traumatizzarli». Metafora perfetta della Cina, anche e soprattutto negli intrecci tra potere politico, mercato immobiliare selvaggio, capitale speculativo senza briglie che hanno forgiato la città a propria immagine e somiglianza, riproducendo ineguaglianza ed esclusione. Sbocco inevitabile l'ultima fase, che ha visto la realizzazione di megaprogetti architettonici concepiti per proiettare l'immagine della capitale di una futura superpotenza globale. Gli architetti internazionali che li hanno ideati non hanno nascosto il loro intento di rottura. Con il suo uovo di vetro e titanio, un ufo che galleggia a poca distanza da Tian'Anmen, Paul Andreu voleva «rompere con la storia. Il modo migliore per conservare una cultura antica è spingerla verso un punto di crisi». Quanto agli artefici del Nido d'uccello, uno di loro, Pierre de Meuron, ha candidamente ammesso che «Là (in Cina, ndr) ognuno è incoraggiato a fare i suoi progetti più stupidi e stravaganti. Non hanno una barriera tra buon gusto e cattivo gusto, tra il minimale e l'espressivo. Lo stadio di Pechino mi dice che nulla può traumatizzarli» (citazioni da «Pechino. Storia di una capitale» di Li, Dray-Novey e Kong, Einaudi 2008). E non è finita. Ciechi e impassibili, i dipartimenti di pianificazione seguitano a dare il proprio assenso a progetti ancor più disparati e stratificati, continuando a dare colpi di grazia a una capitale che, progettata come espressione cosmogonica di equilibrio e armonia, oggi è ridotta, secondo molti, a un guazzabuglio. Il piano di sviluppo di Pechino fa bella mostra di sé al Beijing City Planning Exhibition Hall, in un edificio a sud di Tian 'Anmen, sulla via Qianmen est. Quattro piani dedicati al passato, presente, futuro della città. All'interno da una balconata si può vedere la forma urbis fino al 2020 e oltre, distesa al piano sottostante come un'immensa mappa, tridimensionale nei punti cruciali. Molto si riconosce, qualcosa manca, qualcosa non ci sarà mai. E' una distesa di buone intenzioni inghiottita dalla priorità che ancora è assegnata a una crescita economica nella quale il settore immobiliare ha fatto e farà la parte del leone. Se a questo si aggiunge l'informalità e oscurità che circondano i mercanteggiamenti tra autorità e immobiliaristi nulla, né regole, né leggi né piani possono essere dati per acquisiti. Come ben sa Matthew Hu Xinyu, giovane direttore del Beijing Cultural Heritage Protection Center che cerca di difendere il patrimonio culturale cinese ma soprattutto di sensibilizzare e coinvolgere in questa azione i cittadini. Fondata negli anni '90, solo nel 2003 l'organizzazione è stata riconosciuta ufficialmente in quanto ong, il che l'ha messa al riparo dalle vessazioni più eclatanti, come l'oscuramento del sito. Poco più che trentenne, colto, determinato, Matthew spiega con voce ferma la complessità del compito affrontato ogni giorno dal piccolo drappello di dipendenti e volontari insediato in un vecchio tempio di Dongcheng, al numero 1 dell'hutong Xilou, quieta trincea di un'infinita battaglia. Nel 1949 a Pechino c'erano 7000 hutong, gli stretti vicoli dove si allineano le antiche case a corte, le siheyuan. Negli anni '80 erano ridotti a 3000. Nel 2001 ne erano rimasti 1500, oggi se ne contano un migliaio ma secondo un rapporto ufficiale, riferisce Matthew, sparisce ancora un hutong a settimana. Non si può dire che ci sia stato un momento peggiore degli altri, per la distruzione della città, ma di sicuro, osserva, ancora deve venire il momento buono per la sua conservazione. Il punto di svolta avrebbe dovuto essere il 2002, quando la municipalità, pressata anche dalle proteste per le devastazioni della città vecchia, elaborò finalmente un piano dettagliato che stabiliva le regole di conservazione e rinnovamento di 25 distretti sparsi tra la città imperiale, la città interna mancese e la città esterna cinese. Un piano che comunque di fatto copriva appena il 13% della superficie della città vecchia e stabiliva un «alleggeriment» del 40% della popolazione. Ma emendamenti e linee guida successivi hanno modificato anche quel progetto. Così due aree a sud della città che originariamente erano protette, sono state rase al suolo. Clamoroso l'abbattimento del distretto a sud della porta Qianmen e la distruzione del quartiere di Dazhalan, che ha messo fine a una delle aree più vivaci della città, un intreccio irripetibile di voci, suoni, odori, colori tra mercati, vecchi negozi, artigiani, ristorantini, case da tè. Qualcuno aveva bollato gli edifici del quartiere come «pericolosi e fatiscenti» aprendo di fatto la strada ai bulldozer. Al loro posto è sorta una Disneyland urbana, un quartiere commerciale di lusso come centinaia di altri già esistenti, con l'ambizione di riportare in vita un'architettura falso-Qing, mai esistita nell'area, da ammannire ai turisti olimpici. Esempio di puro jia gudong (falso antico) che mai potrà sostituire quel che c'era prima nella memoria di chi lo ha vissuto. Commistione letale. Secondo il piano del 2002 quella distruzione era illegale ma quando i membri del Centro sono accorsi a fermare le ruspe, ricorda Matthew, si sono visti presentare i documenti rilasciati dalla municipalità che consentivano gli abbattimenti. I funzionari del governo hanno interpretato in modo diverso il piano di conservazione, dice Matthew, che sfugge a ogni coinvolgimento nella critica alla letale commistione tra speculazione edilizia e connivenze politiche, evidente anche in questo caso. Ma allora come fermare le distruzioni? Il giovane è ottimista. Nel governo c'è sempre qualcuno con cui parlare e che può stare dalla tua parte. Bisognava avere pazienza e tessere alleanze. E poi una fase nuova sembra essersi aperta per la vecchia Pechino, anche se gli esiti non sono tutti chiari. Matthew spiega che dal 2007 il governo ha stanziato un miliardo di yuan (100 milioni di euro) l'anno per 5 anni per ristrutturare gli hutong e le vecchie case. Durante i lavori gli abitanti se ne vanno pagando a proprie spese il trasloco e il nuovo affitto. Alla fine del restauro potranno tornare a quel che avevano. In genere poco più di un monolocale di 15 metri quadrati con i servizi all'esterno in una casa a cortile condivisa con altre famiglie. Ma un processo di gentrification, di inserimento di nuovi, più ricchi residenti è già iniziato. Talvolta è la stessa municipalità a incoraggiarlo, comprando le vecchie case dagli occupanti e vendendole a chi può pagare prezzi ben più elevati. Una vera sfida alla sopravvivenza delle comunità, vera anima dei vicoli. (1- continua)

 

Liberazione – 5.8.08

 

Sanità e scuola in demolizione. Sarà sciopero generale

Antonella Marrone

Oggi il governo porrà la fiducia alla Camera sulla manovra finanziaria. Passerà. Passerà la manovra, e, speriamo in tempi brevi, passerà anche questa oscura parentesi nel nostro vivere, questa nottata di ignoranza, di furia iconoclasta verso tutti i buoni principi di un paese democratico. Una manovra che dimostra come questo governo sia il più retrivo dei governi di destra europei. I tagli previsti - e quelli che hanno già deciso di prevedere con la finanziaria di fine anno - riducono il nostro stato sociale ad un colabrodo. Diritti inalienabili e fondamentali diventeranno un terno al lotto, grazie agli 8 miliardi di tagli per la scuola in tre anni, alle migliaia di piccole scuole chiuse, al blocco dei ticket sanitari, alla riduzione dei letti in ospedale, ad una norma sui precari che resta ancora in attesa di essere scagionata dalla verosimile accusa di incostituzionalità. Berlusconi sostiene che si abbasseranno le tasse se riusciranno a tagliare la spesa pubblica. Mah, politici di altri tempi, i nostri, di quell'Italietta moderata e paurosetta che sul finire degli anni Cinquanta aveva ancora gli "albi dei poveri" («Il Comune eroga l'assistenza sanitaria ai poveri iscritti negli elenchi comunali esclusivamente attraverso i Sanitari Condotti»). Un'Italia perbenista e individualista, già animata dal gusto del consumo, ma ancora con un po' di ragione. Così si arrivò nel dicembre 1978, a varare una straordinaria legge, quella che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale. Art.1: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività mediante il servizio sanitario nazionale. La tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana». Accadeva trent'anni fa, ed entravamo tra le democrazie occidentali, a testa alta, con leggi d'avanguardia che tutti ci invidiavano. Oggi gli italiani viaggiano da soli, in direzione opposta agli altri. Ma non è originalità, né il frutto "creativo" della tanto osannata piccola impresa (che viene lasciata morire quanto i lavoratori del pubblico impiego), ma è la conseguenza di un'analisi politica semplice, predatoria, ancorata al populismo. Una politica che neanche nell'affannata America trova più riscontro. Basta dare un'occhiata ai programmi dei due candidati alla presidenza. Le questioni che pongono agli elettori e che mettono sul terreno della competizione sono questioni "epocali". Obama promette di alleggerire il peso del petrolio nell'economia, di valorizzare e di promuovere energie alternative. Addirittura Mc Cain pone la questione ambientale tra le tre grandi questioni che troveranno posto, per prime, nella sua eventuale presidenza. Sanità e istruzione tornano ad essere temi prioritari, cartine tornasole per il funzionamento del sistema sociale. Servono per ridare dignità e fiducia a chi è stato preso in giro dalle due principali "storie contemporanee" del grande romanzo americano: quella della bontà del libero mercato e quella della ricchezza dei ricchi che giovava ai poveri. In questa Italietta paurosetta, invece, che si fa? Le tasse non si pagano più, il taglio dell'Ici che ha provocato grandi incomprensibili entusiasmi, ha anche causato uno smottamento inarrestabile nei conti pubblici. L'accordo "blindato" del governo è con le banche, i petrolieri e le assicurazioni. Si frantuma lo stato sociale, si attenta quotidianamente a quelle leggi che ancora tutelano lavoratori e diritti umani. Questo è il governo che abbiamo, questa la cultura che emana: il disprezzo, sostanziale per i deboli, per gli ultimi, ma più in generale per chi lavora, per chi è "diverso", per chi pensa con la propria testa. Una cultura elitaria, punitiva. A cui deve rispondere la società civile che pensa, che sa di esserci e di contare. Il mondo del lavoro e del non lavoro. Sciopero generale. Perché no? Che cosa bisogna aspettare ancora? Per la scuola, per la sanità, per il lavoro, per i diritti, per la questione morale che sta tutta nella questione politica. Bisogna solamente aspettare la stagione giusta. Epifani ieri ha mosso un ciglio sospettoso e ribelle, e nel Pd si sta facendo sempre più strada l'idea che il dialogo non sia la miglior forma di opposizione, soprattutto con chi non vuole dialogare. Contro questi tagli e questa politica furente, un autunno caldo è il minimo che si possa organizzare.

 

Una assemblea della sinistra - Piero Sansonetti

Il congresso del Prc si è concluso con una spaccatura del partito. Netta, piuttosto dolorosa. Che rischia di lasciare molti strascichi. Questo a conclusione di una breve stagione di congressi che ha riguardato tutta la sinistra, non è stata ricca di soluzioni per il futuro e -nel suo insieme - ha mostrato nuove e abbastanza serie divisioni. Il congresso del Prc si è concluso con l'elezione di Paolo Ferrero a segretario del partito e con l'approvazione di un documento politico di maggioranza che ha prevalso sul documento di minoranza per poche decine di voti. Prima e dopo l'elezione a segretario, Paolo Ferrero ha proposto una gestione unitaria del partito, che serva a ricomporre le fratture e a ricercare una strada comune. Non sarà facilissimo un percorso unitario, per due ragioni. La prima è che il congresso ha lasciato grandi ferite, ha inasprito i rapporti, ha accentuato le differenze dei punti di vista. La seconda ragione è più solida. Non si può pensare ad una gestione unitaria di una linea che è stata osteggiata, al congresso, da circa la metà del partito. Non avrebbe senso dire alla minoranza guidata da Nichi Vendola: «Ora venite qui e gestite la nostra linea politica». O si sceglie la via "maggioritaria" (chi ha vinto comanda e basta: e allora è del tutto inutile parlare di gestione unitaria) , oppure si accetta di ridiscutere alcune questioni politiche. Cioè si cercano dei punti di mediazione, di convergenza, di intesa tra i due "tronconi" del partito che hanno battagliato a Chianciano. Tra chi ha vinto e chi ha perduto. E' difficile, ma è così. Immagino per un attimo che questa idea sia accettata da entrambi gli schieramenti. E dunque che si apra una discussione politica sui temi di fondo. Provo ad affrontare alcuni di questi temi di fondo, anzi le due questioni che mi sembrano più urgenti. La prima è l'autunno caldo che si intravede. Cioè la necessità di erigere qualche bastione di difesa contro lo schiacciasassi Berlusconi, che in queste ore ci sta spiegando come - dinnanzi alla crisi - la soluzione che lui prospetta è la devastazione dello Stato sociale e di quello che una volta si chiamava il "compromesso socialdemocratico". In parole povere: aumento dei lavori precari e pagati poco, per restituire un po' di fiato all'impresa e dare ossigeno al «capitalismo» in crisi; e poi taglio dei salari, e riduzione dei finanziamenti ai pilastri di una società moderna, e cioè alla sanità e alla scuola. Come si fa a costruire una vera opposizione a questo disegno, e cioè a realizzare una battaglia politica che possa portare anche a qualche risultato? Questo è il primo problema. Il secondo è quello della sopravvivenza della sinistra politica. A primavera ci sarà una tornata molto importante di elezioni amministrative, e subito dopo ci saranno le europee, cioè si procederà al rinnovo dell'unico Parlamento dove la sinistra è ancora presente. Come sapete il governo e l'opposizione parlamentare stanno discutendo la possibilità di cambiare la legge elettorale (che oggi è perfettamente proporzionale e riconosce tutti i diritti alle minoranze e ai partiti piccoli), introducendo una soglia di sbarramento, forse al 4, forse addirittura al 5 per cento, e aumentando il numero delle circoscrizioni elettorali (da 5 a 10) rendendo in questo modo ancora più difficile l'elezioni di rappresentanti di partiti che non abbiano almeno il 7 o 8 per cento dei voti. Bisognerà vedere come si può coordinare una lotta contro queste forzature "maggioritarie", e poi cercare di mettere insieme una forza in grado di superare un certo sbarramento elettorale, che molto probabilmente, comunque, ci sarà. Per affrontare entrambi questi problemi, né Rifondazione né nessun altro partito o gruppo della sinistra può farcela da solo. Non vi sembra che sarebbe molto ragionevole trovare delle forme di coordinamento che permettano a tutti di tornare a fare politica, di dare battaglia, di scendere in piazza, di sperimentare momenti di alleanza e di unità? A me sembra molto ragionevole. Ed esiste un modo non organizzato per raggiungere questo obiettivo? Non credo che esista. Allora io avanzo sommessamente questo «abbozzo» di proposta. Convochiamo - d'intesa con altri partiti e gruppi - una assemblea nazionale della sinistra, permanente, che si riunisca a settembre, che abbia un ruolo di grande consultazione collettiva, e che permetta di discutere le questioni più urgenti, di assumere le decisioni che saranno condivise, e che offra a tutti - partiti, associazioni, forze sociali, sindacali, intellettuali, pezzi di cultura, eccetera eccetera - la possibilità di riprendere l'iniziativa politica e di cercare una risposta alla clamorosa sconfitta dell'arcobaleno. Nessun partito deve sciogliersi, nessuno deve rinunciare a niente. Neanche, però, deve rinunciare a diventare protagonista della battaglia politica perché troppo preso a riconoscere e a confermare se stesso. Penso che faremmo una cosa molto saggia senza offendere nessuno.

 

«A Chianciano un congresso vero. Mai più al governo, mai più col Pd» - Davide Varì

Giorgio Cremaschi, è noto, è uomo di lotta. Anzi, di vero e proprio agonismo politico. Per questo non stupisce quando dice che l'ultimo congresso di Rifondazione è stato tra i pochi veri congressi della storia politica italiana. E sì, a lui Chianciano è piaciuto davvero molto. Gli è piaciuto lo scontro franco, per così dire; e soprattutto gli è piaciuto il fatto che non ci fosse nessun vincitore annunciato. Per quanto riguarda la politica in senso stretto, la proposta politica, il segretario della Fiom è convinto che le modalità dello scontro politico e sindacale si debba "ri-fondare" sulla radicalità. Ed allora: bene l'elezione di Paolo Ferrero e giusta la sconfitta di Nichi Vendola «che si ostina a investire nel dialogo con il Partito democratico». Su questo punto Cremaschi non ha dubbi: «Il Pd è l'avversario. Chi pensa che il dialogo con il Pd debba essere la bussola sbaglia di grosso: quello contro il moderatismo riformista deve essere un elemento fondativo della svolta di Rifondazione». Insomma, Cremaschi è chiaro: vuole un partito radicale che abbandoni definitivamente l'idea togliattiana di partito di lotta e di governo e il cui obiettivo, infine, non sia quello di governare questo Paese, «ma - come diceva Ingrao - di mettere un dubbio ai vincitori». Prima di tutto un tuo giudizio sull'ultimo congresso di Rifondazione... La mia è una valutazione del tutto positiva. Al di là di chi ha vinto e di chi ha perso, credo che il congresso di Chianciano sia stato un congresso vero, come non ne vedevo da anni. Una voce fuori dal coro. Cosa ti è piaciuto di Chianciano? Il fatto che non si sapesse il vincitore e che la decisione spettasse realmente ai delegati è un'assoluta novità. Magari fossero così, con questa incertezza, anche i congressi della Cgil. Certo ci sono state le alleanze tra le varie correnti, ma quello è il minimo. Questo nulla toglie al fatto che c'è stata vera lotta politica. Del resto la battaglia è anche asprezza. E poi, non c'è stata nessuna messa cantata e nessuna ode rituale tributata al nuovo segretario. Sì, mi è proprio piaciuto, davvero un bel congresso. Un vincitore però c'è stato. Che idea ti sei fatto della proposta politica di Paolo Ferrero? Ho grande stima di Nichi Vendola, ma sono certo che in questo momento la soluzione dell'autonomia politica sia fondamentale, indispensabile per le sorti dell'Italia. Ti riferisci al presunto "flirt" tra Vendola e il Pd? Io dico che la proposta di Vendola aveva due grandi punti deboli: la riproposizione di una politica di aggregazione che aveva già perso le elezioni. E questo elemento, io credo, dovrebbe contare; e la mancanza di una riflessione sull'inevitabilità del conflitto non solo con il centrodestra che rimane quello principale, ma anche di conflitto con il Partito democratico. Quello contro il moderatismo riformista, deve essere un conflitto fondante del nuovo corso di Rifondazione. Un'autonomia indispensabile di fronte alla condizione del mondo del lavoro, della precarietà e della caduta dei salari. Soprattutto in un momento in cui in tutta Europa pesa una gravissima crisi del capitalismo. E in questo senso la riposta riformista, semplicemente non è una risposta. Escludi anche il dialogo con i Verdi e Sinistra democratica? In questo modo non si rischia di "consegnarli" proprio al Pd? Io direi che su questo punto dobbiamo basarci sui fatti. L'esempio del sindacato può aiutare a comprendere. Il prossimo 2 settembre riprende infatti la trattativa sul sistema contrattuale. Una trattativa segnata dalla volontà di Confindustria e del governo di colpire il contratto nazionale. Il tutto con Cisl e Uil decisi a firmare un accordo a tutti i costi. Ecco, di fronte a questo scenario c'è una sola battaglia: la Cgil non deve firmare. A questo punto mi chiedo: Sd e Verdi da che parte staranno? Io non li vedo schierati in modo netto. Ma forse mi sbaglio, vedremo... Allora, ricapitoliamo: il Pd no; i Verdi e la Sinistra democratica neanche. Con chi deve dialogare Rifondazione? E' rimasto solo Di Pietro... Devo dire che, al riguardo, mi ha molto colpito la campagna contro Di Pietro. Dire che è di destra è tipico della vecchia tradizione comunista. Dare la patente di destra e di sinistra sulla base del proprio "manuale" è un atteggiamento tipicamente vetero. Il fatto è che c'è una questione morale che se non viene affrontata da sinistra, segnerà il trionfo del berlusconismo. Anche sulla questione morale il Pd mi pare balbettante. Come lo è sulle questioni dei diritti civili. Questioni dalla quali scappa. Un motivo in più per non creare alleanze. E dalla nuova segreteria di Rifondazione cosa ti aspetti? Io non sono sicuro che si tratti di una vera svolta. Di certo siamo di fronte ad un primo importante segnale. In matematica si direbbe che siamo di fronte ad una condizione necessaria ma non sufficiente. Io credo che si debba anche pensare ad una ricomposizione delle fratture che si sono consumate con una parte non piccola di Rifondazione. Poi c'è la necessità di guardare anche oltre il partito: penso ai movimenti. Ecco, in questo senso credo che la proposta di Ferrero sia più realistica di quella di Vendola. In questo momento c'è bisogno di una forza antagonista al capitalismo. E, ripeto, questa forza non si costruisce in alleanza col Pd ma in conflitto con esso. Serve un partito che litighi duramente con i riformisti moderati. La sfida è quella di essere presenti nelle lotte e nei movimenti, di essere radicali e politicamente influenti. Come vedi le prossime elezioni europee? Sono convinto che il voto antagonista ci sarà ma deve essere guadagnato adesso. I lavoratori devono sentire che votando forze antagoniste spostano a sinistra l'intero asse politico. Devono sapere che è un voto dato per un vero cambiamento sociale. Bisogna tornare tra la plebe, non aver paura di contaminarsi ad essa. I cittadini devono sapere che il loro è un voto utile non perchè Rifondazione andrà al governo, ma perchè sarà in grado di capitalizzare quel consenso per creare, come diceva Ingrao, un dubbio nei vincitori. Mettere dubbi a chi vince? E' questo l'orizzonte di Rifondazione? La storia del Pci è questa. Le persone lo votavano sapendo che non sarebbe mai andato al governo. Eppure, un solo voto in più al Partito comunista dava più forza alle lotte. A proposito di Pci. Dalle pagine di Liberazione D'Alema ha dichiarato che il limite di Rifondazione sta nel fatto che l'elettorato e la cultura politica del Partito comunista è finita tutta nel Pd... Forse D'Alema ha ragione. Il fatto è che il Pd ha ereditato la cultura del migliorismo di quel partito. Detto questo non credo che potrà esserci un'esperienza simile a quella del Pci. E' una stagione finita, determinata anche da contingenze internazionali molto diverse da quelle attuali. Ma a differenza del Pd, il Pci era un partito riformatore e non un partito riformista. Inoltre accoglieva anche una radicalità antagonista. E l'errore di Rifondazione è stato quello di riutilizzare il vecchio slogan di Togliatti, "partito di lotta e di governo". Oggi si deve uscire dalla logica crociana secondo cui si tiene tutto. E' un fatto di salute. Bisogna lottare sapendo che al governo ci sono gli altri.

 

«La libertà di stampa non va rubricata alla voce "risanamento"»

Checchino Antonini

«Da tutta questa storia deve emergere che la libertà di stampa è un problema serio, da non rubricare mai alla voce risanamento». All'altro capo del filo, Paolo Franchi, editorialista del Corriere della Sera , commenta con Liberazione i tagli drastici del decreto Tremonti, una sorta di campana a morto per l'editoria cooperativa e i giornali politici e no profit. Franchi, romano, classe 1949, ha diretto dal giugno del 2006 al 5 marzo 2008 Il Riformista , una delle testate (forse una trentina tra cui Liberazione , Europa , il manifesto , l'Unità , Corriere Mercantile e altre) messe a rischio dall'abolizione del diritto soggettivo e dalla scure sui fondi pubblici che sarà sancita dall'ennesimo voto di fiducia proprio oggi a Montecitorio. Di quella stagione al quotidiano dell'omino col cannocchiale, Franchi ricorda i tagli di ben due leggi finanziarie dell'epoca Prodi: «Quando ero al Riformista , di questi tempi, eravamo a penare con quei tagli messi sotto la voce "riduzione dei costi della politica". E, se l'impostazione è questa anche oggi, la battaglia si fa difficilissima perché vai contro un senso comune bipartisan». Dopo aver esordito al settimanale del Pci, Rinascita , Franchi è approdato nell'86 a via Solferino, via Paese Sera e Panorama . Poi, nella stagione al timone del Riformista ha toccato con mano la difficoltà di realizzare un buon giornale in un regime di costante limitatezza dei fondi. «Vivi esattamente su questo: ogni volta ti chiedi se hai i soldi per mandare un inviato o per lanciare iniziative. Che il piccolo giornale di nicchia debba sempre farsi i conti è evidente ma...». Ma? «E' evidente - riprende Franchi - che quella dei costi della politica sia la voce sulla quale si taglia con più facilità guadagnando un coro di consensi altissimi E che c'è molto da tagliare ma su questo terreno qui è che rischi di dare una botta fortissima, probabilmente mortale, a voci significative spesso non conformiste, non omologate. E' un problema serio non può essere rubricato alla voce "risanamento"». Franchi la chiama l'«anomalia italiana» e ricorda ancora che la lista di testate che usufruiscono, fino ad ora, di finanziamenti pubblici, aveva delle voci curiose, «testate fantasma che, talvolta, erano sconosciute agli edicolanti. Ce n'erano tantissime e veniva da ridere a trovarsi accomunati a certe testate». Franchi non fa nomi ma non è certo un mistero quella lista, né il fatto che, tra i maggiori ricettori di fondi pubblici ci siano il gruppo Mondadori, quello del Sole 24 Ore e, a seguire, tutti gli altri grandi nomi dell'editoria. Tutti gruppi che distribuiscono dividendi. Per fare un esempio: la sola Mondadori riceve quasi la metà di quei 44 milioni e mezzo che farebbero sopravvivere 27 testate cooperative. «Andrebbe fatto un disboscamento - spiega ancora il commentatore del Corriere della Sera - secondo parametri che non sarebbero nemmeno difficilissimi da individuare. Siccome qui si sta parlando di giornalismo cooperativo va posta con grande chiarezza la questione che deve trattarsi di cooperative vere non di espedienti. Oppure, a proposito di giornali di partito, della norma discutibile secondo la quale tre parlamentari fondano un movimento e un giornale prende dei soldi. Vanno messe delle regole e fissati criteri di equità». Un altro dei criteri per giustificare i tagli è il richiamo ossessivo al mercato. Ma, a voler essere "mercatisti", i contributi ben più rilevanti che vanno ai grandi gruppi non potrebbero essere spiegati, questa è la lunga premessa dell'intervistatore, se non prendendo di petto, appunto, l'«anomalia italiana»: quella per cui, in assenza di regole (o con regole truccate), la tv commerciale ha messo in atto un feroce dumping nei confronti della carta stampata. Risultato: caso pressoché unico in Europa, in Italia la tv succhia quasi il 55% della pubblicità e più del 56% va a Mediaset. Alla stampa resta il 35% che i big del settore si contendono a suon di gadget mentre le copie in edicola subiscono una costante erosione. In sintesi, la pubblicità, per le grandi testate rappresenta quasi la metà dei ricavi, per i piccoli non arriva al 15%. «Misure di sostegno vanno pensate a tutti i livelli ma senza colpire indiscriminatamente», commenta ancora Franchi. «In vicende come queste il mercato puro non esiste». Domanda chiave: ma l'informazione è davvero una merce tra le merci? «Secondo me no, se lo fosse non saremmo qui a discutere della possibilità di esistere a punti di vista non conformistici, il puro mercato esiste non esiste più neanche nei buoni manuali di economia, resiste solo negli editoriali della domenica». Ma allora, da dove cominciare per un riordino del settore che non sia un attacco alla libertà di stampa come quello che oggi sancirà la Camera dei deputati? «Questa è la classica domanda da un milione di dollari». Magari sotto forma di contributi pubblici.

 

Repubblica – 5.8.08

 

"Entro l'anno nuovo decreto flussi" - VLADIMIRO POLCHI

ROMA - L'Italia è pronta a riaprire le sue porte: migliaia di lavoratori extracomunitari potranno a breve mettersi in regola. Riparte, infatti, la "lotteria delle quote": subito dopo l'estate verrà approvato l'atteso decreto flussi 2008. I posti in palio? 170mila. Un modo per rispondere alle oltre 740mila domande d'assunzioni già presentate nel corso dell'anno e solo in minima parte accolte (finora poco più di 61mila). Con il decreto flussi si fissano annualmente le "quote" di extracomunitari, che possono entrare in Italia per motivi di lavoro subordinato o autonomo. In realtà, come sanno bene tutti gli immigrati, il decreto è da anni (in mancanza di sanatorie) l'unica chance per uscire dalla clandestinità e mettersi in regola. L'iter però non è semplice, né privo di rischi: si fa domanda d'assunzione, si rientra nelle quote, si esce dal Paese col nulla osta e si rientra con un visto d'ingresso. Insomma, esci clandestino, rientri regolare. Sempre che, attraversando le frontiere, non ti venga consegnato un foglio d'espulsione. Il "trucco" però riesce a pochi. Basta vedere come sono andate le cose col decreto 2007: 170mila i posti messi in palio, oltre un terzo per colf e badanti (nel 2006 le quote erano state ben di più: 470mila) La novità del 2007? Domande solo on line. Una valanga: le richieste d'assunzione presentate sono state oltre 740mila (di cui 475mila per lavoro domestico e d'assistenza alla persona). E che fine ha fatto questa montagna di pratiche? Al primo agosto di quest'anno, solo 61.493 fortunati hanno ritirato il nulla osta all'assunzione, mentre quasi 8mila hanno avuto risposta negativa dalle questure. Il Viminale si è infatti trovato a dover gestire una mole di lavoro eccezionale e - va detto - ha fatto il possibile per accelerare i lavori di smaltimento delle domande. Il vero intoppo, in questa fase, sembrano essere le direzioni provinciali del lavoro, che infatti hanno "cestinato" oltre 27mila pratiche. Molte le associazioni (come le Acli) e i sindacati che in questi mesi hanno chiesto la riapertura delle quote per soddisfare tutte le domande. Il governo prima ha negato la possibilità di ogni sanatoria, poi ha fatto decadere anche la possibilità di una regolarizzazione ad hoc per le badanti. L'unica concessione? Un decreto flussi 2008. La notizia arriva da una risposta scritta data dal sottosegretario, Carlo Giovanardi, il 31 luglio 2008 a un'interrogazione delle deputate Pd, Livia Turco e Margherita Miotto. Notizia confermata in queste ore dai tecnici dei ministeri competenti: Interno e Welfare. "Entro fine anno - scrive Giovanardi - dovrebbe essere emanato un nuovo decreto di programmazione dei flussi d'ingresso per l'assunzione dall'estero di cittadini extracomunitari a carattere non stagionale. Tale decreto non potrà comunque superare le 170mila unità". Sarà insomma un decreto fotocopia di quello del 2007, che verrà varato subito dopo l'estate. Ripartirà così la corsa alle domande, i vari clic day, le lunghe attese. Non si esclude però anche il ripescaggio delle domande già presentate.

 

La Stampa – 5.8.08

 

Giochi proibiti – Massimo Gramellini

Sono completamente d’accordo a metà con il senatore-capo Maurizio Gasparri, che invita gli atleti italiani a emulare le Pantere Nere delle Olimpiadi sessantottine di Città del Messico, «compiendo sul podio di Pechino un piccolo e pacifico gesto simbolico che ricordi al mondo quanto accade in Cina e a causa della Cina». Superato lo sbandamento revisionista che procura l’evocazione positiva dei pugni chiusi di Carlos e Smith da parte di un ex missino, bisogna riconoscere che lo sport è davvero il regno dell’ipocrisia. Le federazioni accettano senza una piega di trasformare i loro atleti in cartelloni pubblicitari ambulanti, ma si ergono indignate a difesa della purezza dell’ideale olimpico quando nei paraggi, anziché uno sponsor, passa la politica. Se uno dei nostri campioni, salendo sul podio per ritirare la medaglia, decidesse di dar retta al senatore Gasparri, verrebbe immediatamente squalificato ed espulso dal Villaggio. I regolamenti trattano l’anticonformismo come una sorta di doping ideologico. Sventoli in faccia ai fotografi la sciarpa tibetana? Fuori. Fai «ciao» alle telecamere con le lettere di T I B E T tatuate sui polpastrelli della mano? Fuori. Tiri giù lo zip della tuta per mostrare una maglietta di «Nessuno tocchi Caino» contro la pena di morte? Fuori. Ora, con tutta la fatica che un atleta deve accumulare per salire sul podio di Olimpia, e con tutte le medicine che deve ingurgitare o rifiutarsi eroicamente di prendere, mi dite come gli si può chiedere di rinunciare alla vittoria per «un piccolo e pacifico gesto simbolico»? È vero che il sacrificio sportivo sarebbe ampiamente ricompensato dal tripudio mediatico: tutti i giornali del mondo riporterebbero in prima pagina l’immagine della sua sfida al regime cinese e al ritorno in patria ci sarebbe la coda di conduttori televisivi ad aspettarlo sotto la scaletta dell’aereo. Però è anche vero che non si può ulteriormente mortificare De Coubertin, trasformando la sua celeberrima frase in: «L’importante non è vincere, ma partecipare ai talk show». Se lo sport è il regno dell’ipocrisia, la politica ne è l’impero assoluto. Prima di chiedere agli atleti di rinunciare a una medaglia per amore della libertà, forse il senatore Gasparri farebbe meglio a dare l’esempio. Proponendo al suo collega di partito Frattini, che guiderà la nutrita delegazione-vip di «Io c’ero» alla cerimonia inaugurale, di equipaggiarsi di sciarpa tibetana. O di scriversi T I B E T sui polpastrelli delle mani. O di mettersi la canotta di «Nessuno tocchi Caino» sotto la grisaglia. Troppo comodo far gravare sulle spalle di ragazzi di vent’anni il peso di una situazione ambigua che gli adulti hanno fin qui tranquillamente accettato, combinando affari con quello stesso Paese che ora gli atleti, e soltanto loro, dovrebbero contestare in mondovisione.

 

Islam e repressione lungo le rotte della Via della Seta - CARLA RESCHIA

Il Turkestan orientale, oggi Regione autonoma del Xinjiang della Repubblica popolare cinese, un’area per lo più desertica grande cinque volte l’Italia, è stato in passato una delle tappe di maggior importanza strategica ed economica lungo la Via della Seta. Una regione che nel corso dei secoli è stata sempre contesa, passando di volta in volta alle dinastie che regnavano in Cina e ai tanti re e imperatori che si sono avvicendati in Asia Centrale, ma conoscendo anche alcuni periodi di indipendenza. La sua storia recente inizia con il regno, dal 1862 al 1876, di Yakoub Khan, un leader tribale che per breve tempo ebbe il riconoscimento di Gran Bretagna, Russia e Turchia e seppe destreggiarsi nel Grande Gioco. Negli ultimi anni della guerra civile cinese tra i comunisti di Mao Zedong ed i nazionalisti di Chiang Kai-Shek, i leader di tre gruppi etnici musulmani che popolano la regione e che rivendicano origini turche, a differenza del gruppo etnico largamente dominante in Cina, quello degli han, ovvero uiguri, kazakhi e kirghizi – cercarono di far risorgere il feudo di Yakoub Khan, fondando con centro a Kashgar, sull’estremità orientale del deserto di Taklamakan, la Repubblica del Turkestan. Tentativo fallito. “Liberata” dall’Esercito di Liberazione Popolare, la regione dal 1949 è parte integrante della Cina. Un destino che la popolazione locale non ha mai del tutto accettato, anche e in gran parte per via dell’invadenza degli han che con un’immigrazione massiccia nell’area sono diventati maggioranza e reprimono economicamente e politicamente la popolazione indigena. Per dire: nei primi cinque mesi del 2008, il commercio estero della regione è cresciuto del 92 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma, secondo gli uiguri, i benefici della crescita vanno quasi interamente agli immigrati cinesi. Un dato che una semplice visita a Kashgar, l’ultima roccaforte uigura, conferma a vista: le zone della città, sempre più ristrette e assediate, dove vivono gli uiguri, sono focolai di povertà, esclusione e miseria. In più, il governo ha progressivamente chiuso le scuole e le università dove si insegnava usando la lingua uigura - un idioma turcofono scritto in caratteri arabi - e il bilinguismo garantito sulla carta è oggi di fatto disatteso. Una situazione che a molti analisti ricorda quella del Tibet. Ad accendere la scintilla delle rivendicazioni autonomiste è stato in parte, e paradossalmente, lo stesso governo cinese quando, negli Anni ’80, inviò, su richiesta dell’Occidente, i musulmani uiguri a dare man forte ai “fratelli” afghani che combattevano la loro jihad contro l’invasore sovietico. Non era un’equazione difficile da risolvere e molti combattenti tornarono dalla “guerra santa” ben decisi a libeare anche il loro Paese dai colonialisti e dagli invasori. Il problema è che la regione, strategica da un punto di vista logistico e militare (confina con Russia, Mongolia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tajikistan, Afghanistan, Pakistan e India), è anche ricca di petrolio. E i cinesi non sono usi a separarsi dai territori che hanno “liberato” nell’afflato della rivoluzione, soprattutto se rendono bene. Così oggi gli uiguri si ritrovano a essere appena il 44% dei 20 milioni di abitanti dello Xingjiang, contro il 38% in rapida ascesa dei cinesi han. I quali occupano ormai completamente il centro e l’est del Xinjiang e la capitale Urumqi, dove l’ 80 per cento dei quasi tre milioni di abitanti sono han. In più, la repressione è feroce e metodica, come testimonia da tempi non sospetti Rebiya Kadeer, la più nota dissidente uigura, rilasciata nel 2005 dopo aver trascorso sei anni in prigione e oggi a capo dell’Associazione Americana degli Uighuri. Ancora a marzo un commerciante uiguro di Hotan è morto in carcere in circostanze mai chiarite e la stessa Kadeer dopo aver assunto la presidenza dell’ organizzazione, ha visto finire in carcere due dei suoi figli, condannati in processi a porte chiuse a pesanti pene detentive, ed è stata privata di tutte le sue proprietà. A suo giudizio il governo cinese esagera a bella posta il pericolo “islamico” nello Xinjiang per giustificare la repressione. Di certo, malgrado l’allarme sia sempre stato tenuto alto, l’ultimo grave attentato attribuito ai secessionisti uighuri, nel quale a Pechino due persone furono uccise e una trentina ferite, risale al 1997. In cambio il numero dei detenuti politici uiguri è segreto,così come è segreto il numero di quelli che vengono messi a morte. A luglio si è avuta la sporadica notizia dell’ esecuzione pubblica di due uomini condannati per “terrorismo”. Secondo le organizzazioni umanitarie gli uiguri sono il secondo gruppo più numeroso dopo quello dei seguaci della setta religiosa del Falun Gong tra i detenuti politici della Cina, stimati in 25.

 

"È un disastro saliremo tutti sulle barricate" - ANDREA ROSSI

TORINO - «Siamo alle solite. Ancora una volta ci troviamo di fronte al tentativo di stabilire per via amministrativa questioni che sono ben più complesse». Giorgio Rembado è il presidente dell’Associazione nazionale dei presidi. I suoi colleghi, di fronte alla sentenza del Tar del Piemonte, sono pronti a salire sulle barricate pur di evitare uno sciame di ricorsi. Lui abbozza. «Beh, in effetti, se passa questa linea tanti bocciati potranno ricorrere. E, soprattutto, le scuole non hanno soldi a sufficienza per predisporre una miriade di recuperi». Professore, che cosa non vi convince di quel pronunciamento? «Tutto. A cominciare dalla volontà di tradurre la valutazione di un consiglio di classe, dovuta a complessi e molteplici fattori, secondo categorie giuridiche nette, come la tutela, o la violazione, dei diritti individuali di una persona». Poi? «Il fatto che i giudici non considerano un aspetto fondamentale: il risultato finale di uno studente non dipende solo dai corsi di recupero attivati dall’istituto, ma anche dalla sua volontà, impegno e qualità. Elementi che una sentenza non può valutare, ma un consiglio di classe sì». D’accordo, ma le scuole sono tenute o no a far frequentare i corsi di recupero, a tutti e per ciascuna insufficienza? «Nemmeno per sogno. I corsi sono obbligatori, ma ciascun istituto gode di notevole autonomia nell’individuare tempi, modi, mezzi e strumenti per effettuarli. E, insisto, non si può eludere la valutazione specifica: è il consiglio di classe a decidere, e a sapere, se uno studente ha le possibilità per risollevarsi, con uno, cinque o nessun corso di recupero». Insomma, se uno ha sette insufficienze i professori non sono obbligati a fargli seguire altrettanti corsi di recupero? «Ma non scherziamo. La legge non lo prevede. Dirò di più: non ci sarebbero i fondi. E si aggraverebbe soltanto una situazione già disperata. Ve l’immaginate uno studente che, dopo le lezioni del mattino, segue sette corsi al pomeriggio? Sarebbe come chiedere a un impiegato che non ce la fa a lavorare 36 ore a settimana di farne 48». E i corsi sulla base delle insufficienze di metà quadrimestre? «Non sono nemmeno previsti. Il ministero ha individuato tre momenti fondamentali: la fine del primo quadrimestre, gli scrutini di fine anno e, da settembre, l’esito del cosiddetto esame di riparazione. Gli eventuali interventi di recupero possono essere definiti solo in quei frangenti». I giudici imputano alla scuola anche «violazioni di legge in merito alla nozione di congruo numero di prove». «E sbagliano un’altra volta. Come si fa a stabilire a priori quante prove uno studente deve sostenere per recuperare un’insufficienza? Guai se avessero definito quell’aspetto: sarebbe stato un errore deontologico enorme». I genitori del ragazzo di Verbania sostengono di non essere mai stati avvisati. Non sapevano che il ragazzo rischiasse la bocciatura. «Non conosco la situazione. In teoria potrebbe anche essere vero. Ma possibile che non siano mai andati a parlare con gli insegnanti e non si siano mai informati?».

Test su animali: le scimmie soffrono come vittime di torture

LONDRA - Gli scimpanzé che sono stati oggetto di esperimenti di laboratorio soffrono degli stessi disturbi psichici delle persone che sono state vittime di torture. A dimostrarlo è stato un medico americano che ha presentato ieri i risultati della sua ricerca ad una conferenza internazionale sui primati ad Edimburgo. Hope Ferdowsian, questo il nome della ricercatrice, ha studiato il comportamento di 116 scimpanzé che oggi vivono in un centro per i primati negli Usa, ma che in passato erano stati utilizzati per esperimenti, ed ha riscontrato in loro gli stessi sintomi da stress post-traumatico - ovvero l’insieme di disturbi mentali quali depressione, ansia, comportamenti di carattere ossessivo-compulsivo che affliggono chi è stato vittima di esperienze traumatiche - che nel corso della sua carriera aveva osservato in persone che erano state torturate. «Il comportamento di questi scimpanzé non è normale e non è riscontrabile in alcun esemplare allo stato brado», ha affermato la studiosa, spiegando come anche diversi anni dopo la loro traumatica esperienza in laboratorio, gli scimpanzé soffrano ancora di disturbi come attacchi d’ansia, improvvise esplosioni di rabbia, claustrofobia e insonnia, incapacità di socializzare. «Siamo certi quindi che gli esperimenti hanno un effetto sulla mente e sulle emozioni degli scimpanzé molto simile al trauma psicologico sofferto dalle vittime di torture e altri abusi», ha aggiunto la ricercatrice. I risultati dello studio verranno ora utilizzati per premere affinché venga introdotto un divieto a livello europeo sull’utilizzo degli scimpanzé nella ricerca medica. La Gran Bretagna ha vietato questa pratica nel 1998, mentre a fine giugno il parlamento spagnolo ha approvato una risoluzione, destinata a diventare legge nazionale, con la quale aderisce al ’Progetto Grandi Primati, un’iniziativa internazionale non governativa che riconosce parte dei diritti di base degli esseri umani - in primo luogo il diritto alla vita, alla libertà e a non essere torturati - anche a orang-utan, scimpanzé e gorilla, mettendo così fuori legge anche gli esperimenti di laboratorio. E pure a livello europeo, le cose pare si stiano muovendo in questa direzione. «C’è un grande sostegno sia a livello politico che da parte del pubblico per un divieto europeo e la ricerca di Ferdowsian dà ancora più forza ad una causa nei confronti della quale è già difficile dissentire», ha detto un portavoce dell’associazione Advocates for Animals, che si batte per l’introduzione del divieto.

 

Corsera – 5.8.08

 

Le virtù delle forbici

Il ministro della Economia è riuscito ad anticipare i tempi della Legge finanziaria e ad abolire buona parte dell’indecoroso mercato con cui il Parlamento stravolgeva le grandi linee della politica governativa. Ma non è riuscito a impedire il logorante bisticcio con i colleghi, quasi tutti impegnati a difendere il loro portafoglio ministeriale dalla scure del Tesoro. Nulla di nuovo. Il denaro è potere. Non vi è sistema politico in cui il ministro possa accettare la decurtazione del bilancio senza rinunciare a una parte delle sue ambizioni. Un ministro che cede senza strillare e non riesce a contrattare la riduzione del danno corre il rischio di perdere autorità agli occhi dei suoi funzionari e della piccola corte di clienti che fanno parte della sua personale tribù politica. Eppure la scure di Tremonti, in questo caso, è perfettamente giustificata da almeno due ragioni. In primo luogo non si vede come l’Italia possa ridurre il disavanzo e il debito pubblico senza lavorare di forbice sul fabbisogno delle pubbliche amministrazioni. La crescita del Pil è modesta, quasi insignificante, e la pressione fiscale è una delle più alte in Europa. Non si può invocare pubblicamente, come unico rimedio possibile, la riduzione della spesa pubblica (un obiettivo su cui l’accordo sembra essere pressoché generale) e permettere che l’operazione vada e insabbiarsi nella palude degli egoismi ministeriali. La seconda ragione è ancora più importante. Le grida di rabbia dei ministri colpiti sono fondate sulla presunzione che l’organizzazione dei loro ministeri e il modo in cui usano le risorse fornite dallo Stato siano intangibili. Ma non vi è ministero o pubblica amministrazione in cui non vi siano stati negli ultimi decenni un progressivo aumento delle spese e una crescente diminuzione dei controlli. Chi scrive ricorda ancora amministrazioni dello Stato in cui l’Economo (un personaggio indispensabile della buona amministrazione) controllava l’uso della cancelleria, sorvegliava i conti telefonici, lanciava ammonimenti. L’aumento della spesa pubblica in Italia è il risultato di una somma di fattori apparentemente modesti, ma complessivamente rilevanti: sprechi, controlli negligenti sul lavoro dei singoli dipendenti, quieto vivere del capufficio, complicità sindacali, sciatteria nell’uso dei beni pubblici e beninteso contratti di consulenza che hanno creato col passare del tempo un’affollata funzione pubblica parallela, composta da personale privato (gli americani, in Iraq, li chiamano contractors ) al servizio dei singoli uomini pubblici. Come Margaret Thatcher negli anni Ottanta, Giulio Tremonti ha capito che le cose cambieranno soltanto quando i ministri, messi con la spalle al muro, saranno costretti a occuparsi personalmente dei conti dei loro ministeri e a fare un migliore uso delle risorse di cui dispongono. La necessità acuisce l’ingegno. Ridurre il bilancio di un’amministrazione può essere, paradossalmente, il miglior modo per renderla più efficiente. Anziché fare la politica del bastian contrario, l’opposizione dovrebbe assecondare questa linea e pretendere che sia accompagnata da controlli di qualità e produttività. Questo non significa che ogni ministero e ogni capitolo di spesa possano essere trattati con gli stessi criteri. La politica del ministro dell’Economia sarà tanto più credibile quanto più i tagli saranno accompagnati da maggiori stanziamenti per alcuni settori indispensabili al futuro del Paese. Come ha suggerito un lettore del Corriere qualche giorno fa, esistono spese del ministero della Difesa che possono essere considerevolmente ridotte. Ma non è possibile fare affidamento sulle forze armate per la proiezione dell’Italia all’estero e privarle contemporaneamente dei due fattori — addestramento e materiali — da cui dipende la loro funzionalità. Non è possibile lesinare sulle infrastrutture senza pregiudicare il futuro. E non è possibile, infine, continuare a trascurare l’innovazione e la ricerca. Dopo essersi proposto la creazione dell’equivalente italiano del Massachusetts Institute of Technology (a proposito: ci piacerebbe essere informati sullo stato dei lavori), Giulio Tremonti non può ignorare che l’avarizia dello Stato in questo settore ha avuto in questi ultimi decenni due conseguenze negative: ha spinto molti giovani d’ingegno ad abbandonare il loro Paese e ha reso l’Italia, nel grande mercato delle innovazioni e dei brevetti, un Paese debitore. I soldi che non diamo ai nostri ricercatori finiamo per darli, con gli interessi, agli inventori stranieri.


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