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Fotografia della Cina Olimpica: diritti zero, sfruttamento mille - Monica Di Sisto

Liberazione – 7.8.08

 

Fotografia della Cina olimpica: diritti zero, sfruttamento mille

Monica Di Sisto

Le idee last minute vanno bene per le vacanze, la cena per l'amico imprevisto, per evitare una multa. Quando però è un Governo che a tre giorni dall'inizio delle Olimpiadi apre una polemica su se partecipare o meno alla cerimonia inaugurale, viene da sorridere. Il boicottaggio andava fatto. Ieri. L'argomento doveva essere messo a tema fin dal 13 luglio del 2001, quando il Comitato olimpico ha accettato la candidatura cinese come ospite dei giochi. Accade, invece, che la fiaccola olimpica arrivi a Pechino, che il capogruppo del Pdl a Palazzo Madama Maurizio Gasparri con la ministra Giorgia Meloni battibecchino a distanza con il presidente del Coni Gianni Petrucci, e che la polemica assuma una dimensione internazionale, anche perché il premier Berlusconi stesso prende posizione contro gli "eretici" mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini metta in guardia gli atleti dal non violare in alcun modo le regole del Cio. Petrucci, dal canto suo, assicura che il Coni non ha messo il bavaglio agli atleti e che l'unica preoccupazione del Comitato olimpico italiano e' rispettare le direttive del Comitato olimpico. Poi contrattacca: «Il tricolore ci e' stato consegnato da Napolitano al Quirinale, sfilare dietro a quella bandiera per noi e' un obbligo». Ma soprattutto, obietta, «nessuno ha mai detto ad un industriale di non andare ad investire in Cina, e perché ora si chiede agli atleti di sacrificare il lavoro e i sogni di quattro anni?». E questo non senza solide ragioni. Han Dongfang, leader del sindacato cinese incarcerato dopo la repressione di piazza Tien Anmen e fondatore nel 1994 del China Labour Bulletin, organizzazione impegnata per la nascita di un sindacato indipendente in Cina, non è favorevole al boicottaggio: «giusto o sbagliato che sia - ha spiegato a Fiesole in un recente seminario organizzato dalla Cisl internazionale - molti cinesi vedono le Olimpiadi come un momento di orgoglio nazionale e le contestazioni sono percepite come contestazioni al popolo cinese più che come uno strumento di pressione sul governo. Quello che conta è che non ci sia un'unica posizione sul tema, questo può aiutare i cinesi a capire che in democrazia esistono opinioni diverse». In Cina, infatti, spira un forte sentimento condiviso di orgoglio per il fatto di esser diventati soli in tre decenni, dopo aver scelto di giocare un ruolo nel mercato globale, il secondo Paese nel mondo per volumi commerciali. Più di 300 milioni di cinesi, cioè l'equivalente di tutta la popolazione statunitense, hanno scavalcato la soglia della povertà ed hanno debuttato nella classe media, ed ogni anno si creano posti di lavoro pari al totale degli occupati in Australia. L'80% della popolazione che abita le campagne, però, vive con meno di due dollari al giorno. I diritti dei lavoratori sono al minimo, nonostante l'entrata in vigore con il primo gennaio della Legge nazionale sui contratti di lavoro in molti stati come quello del Guangzhou, ha fatto esplodere il numero dei ricorsi promossi dai lavoratori, il 60% dei quali riguardano stipendi non pagati, orari fuorilegge e straordinari obbligatori. Tra il 2005 e il 2007, secondo le stime dell'International trade union confederation (Ituc), le imprese, in gran parte legate a multinazionali straniere o loro fornitrici, hanno accumulato 66 miliardi di yuan con queste pratiche illegali. Tian Deyou, consulente del consolato cinese a San Francisco, sottolinea che i nostri Paesi non possono assolversi scaricando tutte le colpe sui cinesi: «prendete una scarpa Nike - spiega - è disegnata in Oregon, prodotta in Cina su materia prima importata dalla Malaysia e venduta ovunque. I benefici sono distribuiti un po' ovunque, la Cina ne gode solo in parte». L'entrata in vigore della legge nazionale è stata fieramente combattuta dalle Camere di commercio europee e statunitensi, con il valido argomento che questa - pur minima - tutela dei lavoratori avrebbe accresciuto i loro costi del 10%. Altre imprese hanno creato sindacati "gialli", nominando d'ufficio i supervisori delegati dei propri dipendenti, mentre la Wal-Mart ha sottoscritto un accordo collettivo a nome di 50mila dei suoi dipendenti cinesi con il sindacato governativo All China federation of trade unions. I buoni affari italiani. La retromarcia frettolosa del Governo italiano si può spiegare con qualche numero: secondo l'Ente di statistica cinese l'interscambio commerciale italo-cinese è cresciuto nel 2007 del 27,7% rispetto all'anno precedente. Le nostre esportazioni, soprattutto di apparecchi e componenti audio, video, ricambi che rappresentano da soli la metà dei volumi, crescono insieme a quelli di macchine industriali, centrali nucleari, metalli poveri, materie prime tessili e tessuti. L'Istituto nazionale per il Commercio estero nella scheda-Paese compilata insieme alla Farnesina spiega che nel corso del 2007 si è consolidata la tendenza italiana di essere presenti in Cina con insediamenti produttivi o distributivi. Soprattutto, però, l'Italia è terza in Europa dietro Germania e Francia come fornitore della Cina, 23esima a livello mondiale. La memoria va alla missione di Romano Prodi in Cina del 2006, quando una folta delegazione di ministri compresa la campionessa dei diritti del Tibet Emma Bonino allora responsabile del Commercio Estero, si impegnò a esportare in Cina il modello vincente delle piccole e medie imprese italiane. A margine Prodi, come già aveva fatto Carlo Azelio Ciampi, arrivò a chiedere la fine dell'embargo al commercio di armi tra Europa e Cina, altro potenziale affare per l'Italia, suscitando dalla Commissione la conferma delle riserve perché «dal 2004, quando la questione fu presa in considerazione, non ci sono ancora stati i necessari progressi in materia di diritti umani». Di inserire nei diversi protocolli sottoscritti con altrettante imprese e gruppi cinesi clausole sociali e sui diritti umani, come pure gli chiesero ong e sindacati, nessuno si curò. Un bel gesto, non difficile. L'allarme delle ong come Amnesty international sulla Cina, anche se non è più nella lista nera del Dipartimento di Stato americano tra i Paesi responsabili del maggior numero di violazioni dei diritti umani, resta altissima. I dati ufficiali parlano di 1.860 pene capitali comminate nel 2007, 470 persone messe a morte, ma le cifre reali sono molto più alte. All'incirca 500.000 persone sono state sottoposte a pene detentive senza accusa con il sistema di «rieducazione attraverso il lavoro» e altre forme di detenzione amministrativa. «Per quanto ci riguarda le Olimpiadi durano solo poche settimane - spiegava però a Fiesole Han Dongfang ai pochi giornalisti ed espressi presenti - alla loro chiusura il nostro obiettivo resterà quello di costruire una Cina migliore. Noi non vogliamo che in Cina i diritti umani siano rispettati solo per le pressioni internazionali, ma vogliamo essere noi a costruire le condizioni perché questo avvenga». L'Italia può e deve fare la sua parte. La campagna internazionale Abiti Puliti, che si occupa dei diritti dei lavoratori tessili in tutto il mondo, ha portato in Italia Suki Chung, della Labour Action China, che ha chiesto a imprese e cittadini del nostro Paese di spingere le imprese italiane di abbigliamento sportivo a intervenire per migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche-lager dei propri fornitori. Dei marchi italiani chiamati in causa come Lotto, Diadora, Freddy e Kappa che vedremo addosso agli atleti, solo Lotto ha aperto un dialogo con le associazioni. La giacca Freddy che gli atleti italiani indosseranno è, molto probabilmente, il classico Made in Italy fatto in Cina nel solito modo. Gli chiediamo di togliersela, con eleganza. Per protesta, e per dimostrare anche che "accà nisciuno è fesso".

 

Boicottare la Cina non è di destra - Piero Sansonetti

Si è aperta una grande discussione politica alla vigilia delle Olimpiadi. Alcuni ministri hanno proposto di organizzare qualche forma di boicottaggio della cerimonia di apertura, altri si sono opposti. I ministri che hanno proposto il boicottaggio sono di An. Io non credo che proporre una clamorosa azione di protesta contro i giochi olimpici in Cina sia un atto di destra. Come spiega bene Monica Di Sisto nell'articolo che pubblichiamo qui a fianco, la Cina è un paese dove regna una spietata dittatura, dove i diritti umani e civili e sociali sono violati in ogni modo, talvolta a favore dello Stato e del potere politico, talvolta a favore del profitto, dello sfruttamento e persino delle multinazionali. La Cina è un paese dove il grado di sfruttamento dei lavoratori è molto alto. Dove funziona un sistema economico feroce. Dove non esiste certezza del diritto e ogni anno - con le accuse più varie e con processi assai discutibili - vengono condannate a morte e uccise migliaia di persone. Si calcola che le sentenze eseguite siano centinaia e centinaia ogni anno (è segreto di stato) qualcuno dice addirittura 5000. La Cina è un paese dove non esiste la libertà politica e intellettuale. La lotta per la libertà, contro lo sfruttamento, per lo Stato di diritto, contro le forche, è una lotta assolutamente di sinistra (questo non vuol dire che la destra non possa rivendicare questa lotta per se, e se lo fa siamo contenti). La sinistra non può esistere se non considera la libertà il suo primo valore. Per questo mi sembrerà una ottima cosa se gli atleti italiani, e di altri paesi, organizzeranno una forma di protesta - contro il governo di Pechino - sotto i riflettori delle Olimpiadi.

 

Cassazione: «Il lavoro a chiamata è sempre lavoro subordinato»

Scaricavano camion e aiutavano il magazziniere, ma dovevano presentarsi nei giorni della prestazione stabiliti dal responsabile, del quale dovevano osservare le disposizioni. Inoltre, potevano utilizzare i mezzi aziendali per effettuare il lavoro loro impartito mentre, sui compensi corrisposti, veniva applicata la ritenuta d'acconto. Il più classico dei job on call, insomma il lavoro a chiamata. Ma la corte di Cassazione ha confermato un verdetto della Corte d'appello di Genova, la quale aveva riconosciuto la natura subordinata dei rapporti di lavoro di 4 persone impiegate saltuariamente in un'azienda di trasporti. Secondo i giudici della Suprema corte, infatti, mettere a disposizione del datore di lavoro le proprie energie e sottostare alle disposizioni dei superiori, può significare essere inseriti nell'organizzazione aziendale, così da determinare un rapporto di lavoro subordinato e non autonomo. La conclusione è stata raggiunta dopo aver esaminato le prestazioni dei quattro, che pure erano state «saltuarie e senza vincolo di restare a disposizione del datore di lavoro tra l'una e l'altra», con la possibilità, per i lavoratori, di «rifiutare, qualora chiamati, la prestazione». La subordinazione, spiega la Corte, va dunque intesa «quale disponibilità del prestatore nei confronti del datore di lavoro con assoggettamento alle direttive da questo impartite circa le modalità di esecuzione dell'attività lavorativa», mentre altri elementi, «come l'osservanza di un orario, l'assenza di rischio economico, la forma di retribuzione e la stessa collaborazione - rileva la Cassazione - possono avere valore indicativo ma mai determinante». Nel caso di specie, la Corte d'appello, secondo i giudici della Corte di Cassazione, ha quindi «congruamente motivato» sull'«inidoneità del carattere saltuario delle prestazioni a consentire di per sé la loro qualificazione nel senso dell'autonomia».

 

Zipponi: “Il capitale ha visto, ripartiamo da qui” - Frida Nacinovich

Zipponi, non giriamoci troppo intorno e andiamo al sodo. Il congresso di Chianciano è finito, ma il fuoco cova sotto la cenere. Leggere per credere gli interventi che si susseguono su "Liberazione", sui blog, ecc.., ecc... Sembra una rivista di cuori solitari. Gestione unitaria sì, gestione unitaria no, gestione unitaria forse... Preferisco parlare di fatti. Il primo: l'elezione di un nuovo segretario di Rifondazione. Il secondo: l'approvazione di un documento politico proposto dalle quattro mozioni che hanno sostenuto la candidatura di Paolo Ferrero. Il terzo: il dissenso su quel documento espresso da quasi la metà del partito, che ha deciso di costituirsi in area e ritrovarsi a Roma in un grande assemblea il 27 settembre. Fra i due documenti politici messi in votazione al congresso c'è di mezzo il mare o un semplice ruscello? Vogliamo spiegare agli elettori di sinistra più distratti le differenze fra i due diversi progetti politici dell'ex mozione Vendola e delle altre quattro mozioni? Una premessa: per me il vero congresso di Rifondazione è stato fatto il 13/14 aprile. Novantanove dei cento metri della crisi della sinistra sono stati corsi ad aprile, solo l'ultimo a luglio, a Chianciano. Questa la premessa. E le conclusioni? Un mare o un ruscello? Non uso giri di parole: non mi convince la spiegazione della sconfitta elettorale offerta dal documento che ha vinto il congresso. Si salta un passaggio a mio avviso fondamentale, cioè l'analisi sulla sconfitta del lavoro e la vittoria del capitale. Anzi, l'egemonia del capitale. Dunque il tutto si riduce a un "non siamo stati abbastanza di sinistra", "dobbiamo tornare sul sociale"... Del resto tutto parte da lì, dalla maledetta primavera. Perché la sinistra ha perso in modo così netto? In Europa come in Italia il movimento operaio perde. La sconfitta si riflette nella sua rappresentanza politica. Il documento che ha vinto a Chianciano attribuisce invece la responsabilità della sconfitta elettorale ad un errore di tattica. "Non siamo stati abbastanza di sinistra", appunto. Magari fosse così. Spieghiamo meglio... Mi ha colpito la regressione della maggioranza di Rifondazione sui temi del lavoro. Alla frammentazione, alla solitudine dei lavoratori, alla precarietà si risponde: promuoveremo un referendum sulla legge 30. Se quando la sinistra era ben più forte di oggi non siamo riusciti ad estendere l'articolo 18, come si fa a pensare di poter vincere un referendum contro la legge 30? Ci si rende conto delle implicazioni che ci sarebbero se la precarietà venisse suggellata da un referendum in "nome del popolo italiano"? A parole il referendum è condivisibile, nel concreto è un'operazione sociale di destra. Preferisco parlare di firme a favore di una legge contro la precarietà, già depositata in Parlamento, scritta da giuslavoristi di grande esperienza e valore. Meglio guardare ai mille conflitti nei luoghi di lavoro, nei territori, al rinnovo dei contratti di lavoro. Permettimi di insistere: il torrentello sta diventando il delta del Gange. Siamo di fronte ad un'enorme crisi industriale e finanziaria, che si acuirà nel prossimo anno, che riguarda la liquidità delle banche e il taglio alle attività dirette. La Fiat ha annunciato problemi per il 2008 e il 2009, con probabile cassa integrazione non solo nel comparto dell'auto ma anche negli altri settori. Telecom chiede 5000 esuberi, Alitalia altrettanti senza aver presentato un piano industriale. Non basta, la crisi coinvolge tutto il settore manifatturiero, con ulteriori processi di delocalizzazione. I numeri della cassa integrazione ordinaria e straordinaria previsti per il prossimo anno e mezzo sono allarmanti. Si apre un periodo durissimo, cui si accompagna un nuovo fenomeno, l'indebitamento delle famiglie con una tensione salariale fortissima. La destra politica - governo e Confindustria - dice che non ci sono soldi per le politiche sociali, risponde alla crisi con un'ulteriore stretta su salari e potere di acquisto. Una stretta che avviene insieme al tentativo di demolire i contratti nazionali di lavoro. Di fronte a questa prospettiva, alla cancellazione delle piccole cose che il governo Prodi aveva portato a casa (150mila precari della scuola da stabilizzare, la legge contro gli infortuni, l'assunzione dopo 36 mesi dei precari), il documento che ha vinto il congresso propone di organizzare la sinistra sindacale. Insomma, secondo te non ci siamo. Neanche nel rapporto con il sindacato? Non penso si riferiscano alla Cisl o alla Uil. Dunque si rivolgono al variegato mondo della Cgil e al sindacalismo esterno, autonomo. Come si fa ad essere così poco modesti da non accorgersi che la Cgil è un sindacato di "soli" 5milioni e mezzo di iscritti, che neanche ai tempi del Pci era possibile ipotizzare un documento congressuale che facesse esplicito riferimento a un'area? C'è una certa sproporzione fra chi parla e l'interlocutore. Comunque sia la Cgil ha tutti gli anticorpi per difendere la propria autonomia da componenti interne minoritarie e residuali. Scrivere questo in una mozione vuol dire consegnare Rifondazione ad un club di sindacalisti a tempo pieno. Mentre a Torino, davanti alla Thyssen Krupp, parlammo di capitalismo italiano, di una sinistra ampia, con l'ambizione di una nostra autonomia. Cosa è cambiato? Già, cosa è cambiato? Non mi convince la proposta di una riedizione del 20 ottobre 2007. Intanto è cambiato il governo, poi ai lavoratori servono atti concreti, non di testimonianza. Allora furono tre giornali a proporre l'appuntamento, oggi chi lo fa? Vedo molta confusione all'orizzonte, si vuole mettere sullo stesso piano chi approvò il documento sul welfare e chi lo bocciò, chi ha detto che il contratto dei metalmeccanici era un brutto contratto e chi invece lo ha votato. Senza una proposta capace di parlare a tutta la sinistra - ad esempio l'assemblea prospettata da Sansonetti - si rischia di finire in un angolo. Penso a una sinistra talmente autonoma da poter dialogare con tutti. Allora che fare? Rifondazione deve essere in grado di rivendicare la propria autonomia nella lettura dei processi sociali, senza imboccare scorciatoie sulle ragioni della sconfitta e nella ricerca delle risposte. La propaganda non aiuta. In questo momento servono risultati, alleanza per ottenerli, ricordando che anche questa è la storia del movimento operaio. Dire mai con il Partito democratico, in realtà significa essere subalterni al Pd. Perché poi devi inventarti la ragione per cui governi insieme in alcune giunte, stai insieme nel sindacato e in mille altre occasioni. Chiedo che quelle differenze che ci sono fra i due documenti congressuali siano riconosciute e rispettate, sono due progetti diversi che motivano la nostra assenza dalla prossima segreteria nazionale.

 

Cara Dominijanni, a noi non sembra che la "Costituente" fosse innovazione

La tesi che Ida Dominijanni ci ha proposto nei giorni scorsi dalle colonne del manifesto a proposito del congresso di Rifondazione comunista ha il dono della chiarezza. Individua il dato essenziale che l'esito del congresso ci consegna («la fine, o quantomeno la pesante sconfitta, del bertinottismo») ed esprime, in conseguenza, un giudizio molto netto («a Chianciano si è abbattuta la scure del ripristino: chiusura identitaria, arroccamento solipsista, "certezza" dei simboli»). Non si tratta - come è evidente - di un giudizio lusinghiero, perché mette in questione niente meno che il profilo strategico del nuovo corso e, nello specifico, l'incapacità della linea politica affermatasi al congresso di interrogare questa fase politica e le sue contraddizioni in nome di una rigidità passatista e ideologica che interromperebbe il circolo virtuoso della «ricerca» e della «innovazione». Al contrario, giacché il cardine del dibattito congressuale era costituito dal confronto tra due opzioni politiche alternative (rilanciare il Prc o dare avvio ad un processo «costituente» che desse vita ad una nuova forza della sinistra), si suppone che l'ipotesi respinta (appunto la «costituente della sinistra») portasse con sé il pregio dell'innovazione e dunque della capacità di interpretare il capitalismo dei nostri giorni. Due indicatori ci pare smentiscano questa ipotesi. Il primo riguarda il tema del rapporto con il Pd e le forze moderate. A Venezia il nostro partito decise di entrare in un governo di coalizione senza concordare preventivamente (e porre come imprescindibili) alcune priorità programmatiche, sulla base di una lettura dei rapporti di forza nella società e nel centro-sinistra che l'esperienza fallimentare dei due anni di governo si è prontamente incaricata di smentire. Il risultato di quell'errore sono stati la catastrofe di aprile, i fischi di Mirafiori, la frattura profonda tra la sinistra e il mondo del lavoro dipendente. La proposta che Dominijanni presenta come «innovatrice» rischierebbe di condurre, se acquisita, nella medesima direzione, nella ricerca ostinata e pregiudiziale di un punto di contatto con la sinistra moderata. La proposta che noi abbiamo avanzato, invece, muove dal presupposto che nell'ultimo anno la distanza tra noi e il Pd è aumentata; e che in questi primi mesi di governo Berlusconi non vi è stata, ad opera del Pd, alcuna forma di reale opposizione. In conseguenza di ciò, riafferma il principio secondo cui il nostro partito è politicamente autonomo e dunque accede alla determinazione di alleanze soltanto sulla base di una convergenza programmatica avanzata. Ci pare che questo nostro profilo, lungi dall'essere «minoritario», si faccia carico del tentativo di interpretare il bisogno di conflitto sociale e di riorganizzazione politica del fronte disgregato dei soggetti subalterni, molto di più di quanto non potrebbe fare una propensione «compatibilista» che, proprio in questi giorni e soltanto per fare un esempio, si esprime nella proposta di ricollocare il Prc nella giunta calabrese di Agazio Loiero. Il secondo indicatore riguarda invece il tema, connesso al precedente, del rapporto con l'intero spettro delle forze della sinistra. Meglio: del modello di interlocuzione a sinistra. Ciò che proponiamo è molto semplice: l'unità della sinistra (la cui necessità non è in discussione) non va costruita - come insegna il fallimento della Sinistra Arcobaleno - nelle alchimie organizzative e nella giustapposizione degli stati maggiori, ma va praticata nel vivo delle lotte e della iniziativa sociale. Per questo siamo impegnati sin d'ora nella costruzione di una mobilitazione di massa contro le politiche sociali ed economiche della destra che duri l'intero autunno e a cui auspichiamo che i sindacati affianchino la convocazione di uno sciopero generale. Sulla difesa del contratto nazionale, sulla denuncia delle politiche di precarizzazione del lavoro, sull'invocazione di misure immediate che facciano fronte alla perdita costante del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni è possibile definire nei prossimi mesi una unità d'azione (e, sulla base di questo, un coordinamento) che risulti utile ai soggetti sociali che intendiamo rappresentare? È possibile mettere in campo, con una piattaforma di intransigente opposizione al governo delle destre, un nuovo 20 ottobre? Abbiamo investito su questo profilo, e sull'idea che ciò sia incompatibile con la costruzione a tavolino di un nuovo partito della sinistra nel quale confluiscano soggetti organizzati che, sul terreno concreto delle scelte e dei programmi (prima ancora che su quello della cultura politica), sono differenti e distanti. Tutto ciò è per noi cruciale, proprio perché allude (a proposito di «conservazione» e di «settarismo») ad una idea della politica che vede al centro i soggetti sociali in carne ed ossa, i conflitti e le contraddizioni che essi riescono ad esercitare e ad esprimere, e che assegna ai partiti della sinistra il compito di connetterli in una prospettiva generale di superamento del capitalismo e, contemporaneamente, quello di offrirsi come strumento della lotta quotidiana e della iniziativa sociale. A partire da queste premesse (necessità di autonomia della sinistra di classe; pratica dell'unità sul terreno sociale) riteniamo che Rifondazione comunista sia essenziale ed insostituibile e dunque abbiamo esplicitato con nettezza la nostra volontà di rilanciarla e di investire - anche elettoralmente, sin dalle prossime elezioni amministrative ed europee - sul suo rafforzamento e sulla sua autonomia. Altro che feticismo ideologico! Da queste considerazioni ne consegue un'ultima, che spiega le ragioni che ci hanno spinto, in presenza di un esito congressuale che non consegnava a nessuno la maggioranza assoluta dei consensi, a ricercare assiduamente una convergenza unitaria con tutte le altre mozioni: siamo convinti che l'elemento di maggiore innovazione per Rifondazione comunista coinciderebbe con una nuova modalità di vivere i rapporti al suo interno e cioè l'abbandono della presunzione di poter gestire il partito con quella logica maggioritaria che, da Venezia in poi, ha logorato le trame della nostra comune appartenenza e ha incancrenito il partito in una insostenibile divisione correntizia. Per fare più forte la sinistra (e quindi provare a riconnettere nella società le tante forme del lavoro subalterno) è essenziale rilanciare Rifondazione Comunista e il suo progetto strategico. Non una sua parte, ma tutta Rifondazione Comunista. E la direzione collegiale, la gestione unitaria sono gli unici strumenti che rendono praticabile questo obiettivo, così arduo ma così indispensabile.

Simone Oggionni, Veronica Albertini, Irene Bregola, Francesco D'Agresta, Valentina Di Gennaro, Giuliano Ezzelini Storti, Rosita Gigantino, Elisa Laudiero, Letizia Lindi, Omar Minniti,Laura Stochino, Elena Ulivieri - Giovani Comunisti, area Essere Comunisti, membri del Comitato politico nazionale del Prc

 

Repubblica – 7.8.08

 

Castelli: "Morti bianche, cifre gonfiate, falsi i numeri sulle vittime"

PAOLO BERIZZI

ROMA - Le statistiche sulle morti bianche? Sono fasulle. Manipolate per fare ottenere risarcimenti assicurativi anche alle famiglie di quei lavoratori che perdono la vita sulla strada mentre vanno o tornano dal lavoro. Così, dopo l'indagine pubblicata dal Censis che ha rielaborato i dati ufficiali (1.170 decessi nel 2007, a fronte dei 663 omicidi), il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Roberto Castelli. Che auspica: "È arrivato il momento di fare un'operazione verità". Sui dati, intende il senatore leghista. Perché "soltanto in Italia si contano come morti sul lavoro, al fine di poter dare benefici assicurativi da parte dell'Inail, anche le morti che avvengono per incidenti stradali capitati mentre si va al lavoro o mentre si torna a casa a fine giornata. Morti che evidentemente - sostiene - nulla hanno a che vedere con la sicurezza in fabbrica". Lo studio del Censis ("abbiamo usato dati iper ufficiali di Eurostat e Inail", precisa il direttore generale dell'istituto Giuseppe Roma) dice che le morti bianche in Italia sono quasi il doppio delle vittime degli omicidi, due volte quelle della Francia e il 30 per cento in più rispetto a Germania e Spagna. Ma Castelli non ci sta ("un po' di verità fa bene a tutti"): "È il momento di smetterla - dice - di criminalizzare gli imprenditori italiani. Se infatti estrapoliamo gli incidenti che avvengono in agricoltura e in edilizia, vedremo che in Italia la sicurezza delle aziende manifatturiere è ai migliori livelli europei". Com'è facile supporre, le parole del senatore leghista hanno sollevato un polverone. Dai politici, dai sindacati, dall'Anmil (associazione nazionale mutilati ed invalidi del lavoro), si è alzato un coro di indignazione. Un'uscita giudicata a dir poco "inopportuna". "Le dichiarazioni di Castelli sono pericolose e prive di fondamento, un vero attacco alle norme sulla sicurezza sul lavoro", dice, sottolineando la puntualità delle statistiche fornite dall'Inail, Cesare Damiano, parlamentare Pd, ex ministro del Lavoro. "Anziché cercare dichiarazioni a effetto il sottosegretario farebbe bene a preoccuparsi del fatto che il suo governo sta manomettendo le buone leggi che riguardano salute, sicurezza e lavoro nero". "È da irresponsabili sminuire la gravità del fenomeno", aggiunge il vice presidente della commissione lavoro del Senato, Tiziano Treu. Il giudizio più severo arriva da Achille Passoni, del Pd, che parla di "delirio agostano": "Castelli si vergogni di fronte all'Italia e chieda subito scusa a tutti coloro che hanno avuto un parente morto o ferito per cause di lavoro". Il collega di partito Daniele Marantelli, deputato varesino, un mese fa era stato l'autore dello slogan "Zero morti per Expo 2015": un segnale lanciato al governo affinché, in vista dell'apertura dei cantieri per la manifestazione milanese, si vigili sulla sicurezza proponendosi come obiettivo l'azzeramento del bollettino degli infortuni mortali. Proprio in vista dell'Expo, Marantelli si augura che "Castelli e gli altri rappresentanti del governo oltre al business e agli appalti pensino anche al valore della vita umana". Quella di cui parla il presidente dell'Anmil, Pietro Mercandalli: "Davanti alle cifre, anziché strumentalizzarle, bisognerebbe riflettere. Ricordo a Castelli che nel 2007, nel settore manifatturiero di cui lui parla, abbiamo avuto 185 infortuni mortali (101 in Francia, 113 in Spagna e 127 in Germania)". Forti critiche arrivano anche da Paola Agnello Modica, della segreteria nazionale della Cgil: "È singolare che si voglia estrapolare i settori dell'agricoltura e dell'edilizia. Perché? Sono lavoratori di serie B? Forse perché in questi settori sono spesso impiegati gli immigrati? Il sottosegretario si occupi di più delle condizioni delle strade che i lavoratori sono costretti a percorrere e investa in trasporto pubblico anziché in polemiche". Alla fine della giornata, la replica di Castelli: "Su un tema serio come quello delle morti bianche non bisogna mistificare la realtà".

 

"In Italia c'è una strage e lui gioca con le cifre" - LORENZA PLEUTERI

TORINO - Amarezza, rabbia tenuta a freno, il pensiero che corre dritto ai troppi morti sul lavoro e alle loro famiglie, l'ottica di chi cerca di operare in chiave costruttiva. L'onorevole del Pd Antonio Boccuzzi, l'operaio scampato alla strage della ThyssenKrupp di Torino, si deve far rileggere due volte le dichiarazioni del sottosegretario alle Infrastrutture Roberto Castelli e le esternazioni sulle "statistiche fasulle" diffuse dall'Inail. "Non credevo sarebbe sceso a tanto, dopo le recenti gaffe di altri esponenti del governo. È l'ennesima caduta di stile di un membro di questo esecutivo". Come risponde? "L'idea di legare un dramma così grande a tabelle e statistiche, da Castelli usate in modo pretestuoso e distorto, mi fa rabbrividire. Il problema non è questa o quella cifra. Il problema è che si parla di persone, che siano cento o mille, che muoiano in un altoforno o sulla strada che sono costrette a percorrere per andare a guadagnare il pane". Secondo Castelli è un paradosso contare anche le vittime di incidenti stradali. "Nessun altro Paese europee ha statistiche complete e dettagliate come le nostre. I dati sono esposti chiaramente dall'Inail. Non è possibile equivocare, a meno che non si voglia farlo. I morti in itinere, nel tragitto da casa al lavoro e viceversa, sono intorno al 20-25 per cento. Castelli credo che consideri, sbagliando, il numero complessivo dei lavoratori deceduti in incidenti stradali. Ma in questa voce c'è anche chi perde la vita in servizio perché fa il camionista o il fattorino, guida il bus, conduce un taxi. È lui, allora, in malafede. Un Paese con quattro morti di lavoro al giorno, come è il nostro, ha lacune gravissime. Anche un solo morto sarebbe troppo. Riflettiamo su questo e diamoci da fare. Polemizzare, come Castelli, non porta a niente. L'obbiettivo comune dovrebbe essere lo stesso: ridurre gli infortuni, azzerare i decessi". Con quali strategie, con quali scelte? "Va mantenuto e non smantellato, come tenta di fare il governo Berlusconi, il Testo unico sulla sicurezza. E bisogna dare impulso al contrasto al lavoro nero, invertendo la tendenza opposta in atto. Castelli dovrebbe anche dire, se vuole davvero essere preciso, che dalle statistiche ufficiali restano esclusi gli "invisibili", le persone sfruttate senza contratti e senza diritti".

 

Lucciole: "Basta, non siamo criminali" - VLADIMIRO POLCHI

ROMA - "E ora finisce che è tutta colpa nostra". È l'effetto collaterale e imprevisto delle ordinanze dei sindaci sceriffi: lucciole e clienti si ritrovano uniti per protestare contro le maxi-multe (annunciate o già applicate) dei primi cittadini. Per le prime è un fatto di sopravvivenza e di incassi; i secondi non ci stanno a essere considerati dei criminali. In queste ore al Comitato per i diritti civili delle prostitute starebbero infatti arrivando "e-mail e telefonate preoccupate", non solo dalle squillo, ma anche da molti che si dichiarano clienti. "Non mi risulta - afferma Carla Corso, una delle fondatrici del Comitato - che fare l'amore sia una minaccia per la sicurezza. Di sicuro, non è un reato". La prima preoccupazione - fanno sapere al Comitato - è quella delle "persone che vivono con l'unica risorsa che hanno: il proprio corpo e la disponibilità di usarlo per offrire servizi sessuali in cambio dei mezzi per vivere. Ci viene chiesto dove sarà possibile lavorare e perché si continuano a chiudere gli appartamenti alle colleghe, che lavorano in casa mettendole sulla strada. Le altre chiamate - proseguono al Comitato - ci arrivano da clienti arrabbiati, che lungi da essere dei criminali, sono figli, padri o mariti che desiderano solo avere qualche minuto di relax". Il Comitato annuncia che i suoi avvocati sono pronti a difendere il "diritto" delle lucciole e dei loro clienti e ipotizza l'incostituzionalità dei provvedimenti. "Le prostitute vendono amore - prosegue Corso - ma ovviamente devono farlo liberamente. L'Italia ha non ha il coraggio di fare una legge seria come al nord Europa, Germania compresa, che considera la prostituzione una professione, con diritti e doveri dei lavoratori, regole e tasse pagate". Certamente diversa è però la situazione delle immigrate, maltrattate e costrette a prostituirsi: "Per loro andrebbero previsti finanziamenti per il reinserimento". Sul caso vuol dire la sua anche Vladimir Luxuria: "A dispetto di tante ordinanze di sindaci che considerano le prostitute un pericolo, la violenza perpetrata ai danni di una transessuale a Milano, conferma che le lavoratrici del sesso non sono autrici di violenza, ma vittime".

 

La Stampa – 7.8.08

 

Mezza festa per la torcia a Pechino – Francesco Sisci

PECHINO -- Alla fine di una lunghissima e tormentata marcia per il mondo e per la Cina, dopo l’insulto di proteste e tafferugli, dopo la malasorte di un terremoto crudele e le minacce di disordini etnici in Tibet e Xinjiang, la torcia olimpica ieri è finalmente arrivata a casa, a Pechino. Ma non era ancora la fine del tormento. Era una capitale spezzata, almeno nei sogni, quella che ieri ha visto passare la torcia olimpica nella capitale. Al centro, una fila di tedofori illustri si sono scambiati il simbolo dei giochi di mano in mano in un crescendo di emozioni. Anche il super campione di pallacanestro Yao Ming ha confessato che gli girava la testa per il batticuore quando ha avuto la torcia in pugno. Ma in periferia, di fronte allo stadio olimpico, il nido d'uccello, quattro stranieri si sono arrampicati per pali della luce alti più di 20 metri e hanno spiegato striscioni che chiedevano la proibitissima indipendenza del Tibet. Gli striscioni facendo il verso allo slogan olimpico ufficiale “un mondo, un sogno” dicevano in inglese “un mondo, un sogno: Tibet libero” e il “il Tibet sarà libero” e in cinese solo “Tibet libero”. I quattro, due cittadini americani e due britannici, sono stati arrestati dalla polizia intervenuta circa un quarto d’ora dopo. Una sorte migliore hanno invece avuto i tre americani che a piazza Tiananmen per il passaggio della torcia hanno alzato una bandiera con scritto “dio è re”. I tre protestavano contro la rigida politica del controllo delle nascite che impone anche l’aborto alle famiglie di trasgressori. Sono stati allontanati, interrogati nel posto di polizia di quartiere e poi rilasciati, un gesto inconsueto per il solitamente severo servizio di sicurezza cinese. Testimoni raccontano poi anche di cittadini cinesi che hanno colto l’occasione del passaggio della torcia per protestare contro il loro sfratto. Altri potenziali dimostranti sono stati bloccati a Hong Kong, dove si svolgeranno le prove degli sport equestri, in omaggio alla locale tradizione. Yang Jianli e Zhou Jian, dissidenti cinesi residenti in America, sono stati fermati alla frontiera mentre tentavano di entrare. Sono rimasti finora ignorati i luoghi ufficialmente deputati alle dimostrazioni: l’Altare del Sole e il Parco del bambù viola. Qui ieri c’erano solo cinesi che facevano ginnastica. In teoria gli stranieri che volessero potrebbero farne richiesta e dimostrare in questi due spazi, ma finora non si sa di alcuna domanda presentata o di proteste consentite. La macchina della propaganda ufficiale però non ha citato questi casi isolati di opposizione, ha preferito soffermarsi sul “mare di rosso”, i cinesi normali con la bandierina nazionale di plastica, che ha accolto il passaggio della torcia. Il simbolo dei giochi è passata nell’antico cuore politico del Paese, attraverso la vecchia sede imperiale, la Città proibita, poi nella oceanica Piazza Tiananmen, simbolo delle adunate di massa maoiste, oggi solo parzialmente aperta al pubblico, e quindi ha raggiunto l’Altare del Cielo. Quest’ultimo è il posto dove l’imperatore un tempo cercava la concentrazione e di “sentire” le vibrazioni celesti che avrebbero dovuto illuminarlo nel reggere le sorti del regno, era quasi la porta di congiunzione tra il divino e l’umano. Domani, l’ultima tappa prima del fatidico inizio delle olimpiadi, la torcia partirà dalla Grande Muraglia e sfilerà in una zona a metà tra periferia e campagna a nord della capitale. L’idea della coreografia è che la Cina e la sua storia sono importanti (la tappa di oggi) ma ancora più importante è il confine, il contatto e lo scambio tra la Cina e il mondo, qui la Grande Muraglia non è intesa come barriera ma come linea di comunicazione. In questo contatto ci potranno essere attriti ma nulla rovinerà l’impegno all’apertura preso dalla Cina con queste olimpiadi, dicono alcuni dirigenti cinesi. Di certo però le pur minime dimostrazioni di ieri, dopo l’attentato di Kashgar, provano che neanche Pechino è impermeabile agli imprevisti. Anche un apparato di centinaia di migliaia di uomini, come quello schierato ora nella capitale, non elimina le eventualità di proteste, le quali potrebbero quindi marcare questi olimpici momenti anche nei prossimi giorni. In fondo così il tormento, che sta togliendo il senso di festa e gioia con cui i cinesi avevano atteso questi giochi, continua e continuerà forse fino alla fine delle olimpiadi.

 

Una manifestazione a Pechino in difesa dei diritti umani

Mimmo Càndito

Nella giornata di domani, Reporters San Frontières attuerà a Pechino una manifestazione pubblica di protesta contro la repressione dei diritti umani. Ovviamente, non posso anticiparvi che cosa faranno tre di noi, ma cercheremo di superare i controlli repressivi della polizia cinese. E ancora per domani, Rsf organizza un sit-in di protesta davanti alle ambasciate cinesi delle maggiori capitali del mondo. A Roma questa protesta sarà attuata nella giornata di oggi: chi di voi abita a Roma (o abbia amici a Roma) è invitato a unirsi alla condanna per la politica repressiva dei diritti umani (spero non vi sia sfuggita la farsa del nostro governo, che manda a Pechino un suo importante ministro e però, poi, chiede ai nostri atleti di protestare. Loro, non il governo. IN aggiunta, lo stesso ministro - che è Frattini - ha avuto l'improntitudine di lamentarsi che sono stati violati i suoi diritti umani, perchè deve interrompere le vacanze per andare in veste ufficiale a Pechino: siamo davvero a un livello che in qualsiasi altro paese civile avrebbe comportato le dimissioni immediate. Qui non si tratta di essere berlusconiani o antiberlusconiani, ma semplicemente di chiedere dignità del ruolo che si riveste: i 130 giornalisti in galera in Cina (e le migliaia di intellettuali e persone comuni represse per il loro dissenso dal regime) non hanno dovuto interrompere le loro vacanze...Indecente!).

 

Bush: imbavagliati i leader religiosi – Maurizio Molinari

BANGKOK - Alta tensione sui diritti umani fra Stati Uniti e Cina. Pechino arresta o allontana molti leader religiosi che George W. Bush voleva incontrare e il presidente americano risponde da Bangkok: «Ci opponiamo agli arresti dei religiosi, non abbiate paura di chi crede». La temperatura è salita per la decisione delle autorità cinesi di arrestare o far allontanare da Pechino numerosi leader religiosi che Bush si proponeva di vedere durante la visita che inizia questa sera. Sono state fonti dell’amministrazione Usa, nella notte fra martedì e mercoledì, a far trapelare da Washington ai media quanto avvenuto: allorché la Casa Bianca ha fatto conoscere a Pechino la lista delle personalità religiose che il presidente aveva intenzione di incontrare, gran parte di queste sono state messe nell’impossibilità di presentarsi agli appuntamenti in programma. La lista dei leader imprigionati o allontanati non è stata resa nota ma, secondo indiscrezioni diplomatiche, vi sarebbero tanto sacerdoti cristiani che monaci tibetani. Bush avrebbe voluto inoltre andare a pregare domenica in una delle Chiese create da gruppi di fedeli in abitazioni private - e registrate presso il governo - ma anche in questo caso Pechino ha posto il veto: dopo un serrato negoziato su dove il presidente sarebbe andato a messa si è arrivati al compromesso sulla Chiesa protestante di Kuanjie, che da un lato è fra le più autorevoli riconosciute dalle autorità comuniste ma dall’altro ospita seminari per i sacerdoti che vanno a ufficiare nella «case-Chiese» non clandestine. La prima risposta di Bush a quanto avvenuto è arrivata da Seul nel corso della conferenza stampa nella Casa Blu con il presidente sudcoreano Lee Myung-Bak: «Sono sette anni e mezzo che incontro i leader cinesi recapitandogli lo stesso messaggio. Non dovete avere paura delle persone di fede all’interno della vostra società, coloro che credono renderanno la Cina migliore, devono poter parlare liberamente». Nel corteo di auto che lasciava Seul alla volta dell’aeroporto alcuni funzionari Usa aggiungevano ulteriori dettagli: «Gli arresti si spiegano con il fatto che le autorità vogliono dimostrare di avere il pieno controllo della situazione, il movimento delle case-Chiese, soprattutto quelle clandestine, è percepito come una minaccia alla stabilità. Le motivazioni per gli arresti spesso sono banali, come il ritrovamento di alcuni vecchi fucili da caccia in un convento tibetano, ma bastano per fare leva sul sentimento nazionalista della classe media». Arrivato in Thailandia, il presidente americano ha rafforzato le critiche alla Cina sui diritti umani nel discorso pronunciato a Bangkok quando in Italia erano le 4 del mattino di oggi. «Abbiamo relazioni costruttive in molti campi e questo ci consente di essere onesti e diretti su altre questioni - ha detto Bush, parlando nel National Convention Center intitolato alla regina Sirikit - come la nostra profonda preoccupazione per la libertà religiosa e i diritti umani». Da qui l’affondo: «I cinesi hanno diritto alla libertà come tutti gli altri esseri umani, l’America si oppone con fermezza all’arresto dei dissidenti politici, degli attivisti religiosi e dei sostenitori dei diritti civili. Invochiamo libertà di stampa, liberà di riunione e diritti sindacali non per irritare i leader della Cina ma perché crediamo che concedere maggiori libertà è l’unica maniera per sviluppare l’intero potenziale della Cina. Chiediamo apertura e giustizia non per imporre il nostro credo ma per consentire ai cinesi di esprimere il loro». Anche la scelta di divulgare il testo del discorso con 18 ore d’anticipo conferma le fibrillazioni: Bush ha voluto recapitare il messaggio al collega cinese Hu Jintao prima dell’arrivo a Pechino, dove domani saranno assieme in tribuna durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi.

 

Guantanamo, dopo 7 anni arriva la prima sentenza - FRANCESCO SEMPRINI

NEW YORK - Verdetto di colpevolezza per Salim Hamdan, l’autista di Osama bin Laden processato dalla corte militare di Guantanamo: per lui si profila il carcere a vita. La decisione dei 6 ufficiali della giuria, nel primo processo presieduto dalle commissioni militari istituite nel 2006 dal Governo Bush per giudicare i presunti terroristi accusati di crimini di guerra, rappresenta tuttavia una mezza vittoria per il Pentagono. Il 38enne yemenita viene riconosciuto colpevole solo di 5 dei 10 capi d’imputazione, quelli di «supporto materiale ad attività terroristiche», mentre è stato assolto per l’altra metà, relativa al «complotto». La giuria non ha accolto la tesi d’accusa secondo cui Hamdan, proprio per il suo sostegno ad Al Qaeda, avrebbe favorito la pianificazione degli attacchi dell’11 settembre 2001. Alla lettura del verdetto l’uomo è scoppiato in un pianto di disperazione, portando le mani alla testa e cercando di nascondere il volto tra le pieghe della lunga tunica indossata. Era stato catturato in Afghanistan nel novembre 2001 e trasferito a Guantanamo nel maggio 2002, con l’accusa di aver trasportato missili terra-aria per conto di al Qaeda e di aver aiutato Osama a sfuggire alla cattura. Ora rischia il carcere a vita anche se non è chiaro dove sconterà la pena: si deve attendere infatti la decisione del governo Usa su cosa fare degli oltre 200 detenuti ancora dentro Guantanamo. «Hamdan è stato riconosciuto criminale di guerra e non è più quindi solo un combattente nemico», spiega il portavoce del Pentagono Bryan Withman, per il quale, visto il nuovo status, lo yemenita sarà detenuto separatamente dagli altri prigionieri». Il difensore d’ufficio, tenente colonnello Brian Mizer, ritiene che il verdetto di colpevolezza fosse inevitabile, visto che la struttura del processo è stata pensata apposta per condannare e non assolvere. «Non so se è possibile definire equo quanto accaduto in questa aula», avverte Mizer, convinto che la corte abbia ammesso prove a carico del suo assistito che mai sarebbero state ritenute valide da una tribunale militare o civile. «Inoltre molte confessioni sono state ottenute con metodi coercitivi, vicini alla tortura» ha detto il legale, tanto che un altro difensore del team legale di Hamdan vuole ricorrere in appello, confidando sul fatto che «la condanna riguarda solo il “sostegno al terrorismo”, che non è un crimine di guerra», ha detto Michael Berrigan. A complicare il processo c’è anche un possibile errore ammesso dal giudice sull’interpretazione della legge militare nel valutare crimini di guerra commessi da «combattenti nemici illegittimi», come sono considerati i membri di al-Qaeda. L’errore, pur attenuato dal fatto che riguarda i reati per i quali Hamdan è stato assolto, offre strumenti alla difesa per impugnare la sentenza e sollevare obiezioni sulla legittimità dei processi. Specie dopo la sentenza della Corte Suprema che in giugno sancì il diritto costituzionale di rivolgersi alle Corti federali per appellarsi contro la detenzione in Guantanamo. Nessun dubbio invece alla Casa Bianca: «Verdetto equo, il sistema è corretto», per il portavoce Tony Fratto. «Incoraggiante passo avanti» per il candidato repubblicano John McCain, che ha colto l’occasione per affondare un colpo al rivale: «A differenza di Barack Obama che votò contro le commissioni militari - dice - io riconosco che non si possono trattare pericolosi terroristi come criminali comuni».

 

Corsera – 7.8.08

 

Boicottate voi – Roberto Perrone

Ogni giorno ricevo una mail sull'Olimpiade italiana. No, non sto parlando di sport, ma di aziende. Cito le ultime due arrivate: la prima mi segnala che la Mapei ha contribuito alla costruzione di dieci impianti dell'Olimpiade. La seconda mi ricorda la presenza del parmigiano-reggiano. La palestra del villaggio olimpico è stata realizzata (come succede da un po' di Olimpiadi in qua, almeno da Sydney 2000) è stata realizzata dalla Tecnogym. Penso che questo rappresenti un fatto positivo per il nostro made in Italy un po' ansimante. Penso che rappresenti posti di lavoro, tenore di vita adeguato per molte famiglie italiane. Penso che non mi verrebbe mai in mente di dire: non fate affari con la Cina. Penso anche che chi chiede gesti, segni, rivolte agli atleti sia un ipocrita. Si pretende da loro di farsi carico di un problema che in pochi per anni hanno affrontato e che per convenienza hanno rispolverato solo ora e (ne sono convinto) solo per pochi mesi. Si chiede agli atleti di sostituirsi ai politici, agli intellettuali e, in molti casi, ai giornalisti. Si chiede a chi si è preparato per quattro anni per questo evento di fare qualcosa che potrebbe danneggiare il sogno di una vita. Per nulla. A parte i pochi che si battono da anni per un Tibet libero o per i diritti umani, tutti gli altri, tutti quelli che oggi sembrano non pensare ad altro andranno in vacanza. Io la penso all'antica. L'Olimpiade è sport, le guerre ricominciamole il 25 agosto. Ma allora, ci scommetto, sul Tibet ricadrà l'oblio.

 

Il prezzo dei giochi - ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

C ome sempre ci appassioneremo all’impegno agonistico di tutti gli atleti per superare se stessi e l’avversario. Come sempre faremo naturalmente il tifo per gli «Azzurri», e come sempre sentiremo qualcosa muoversi dentro di noi ogni volta che vedremo il tricolore salire sul pennone accompagnato dall’inno di Mameli. Ma anche assistendo ad una gara sportiva e tifando per i «nostri» non potremo certo smettere di essere interamente noi stessi. E perciò di considerare le Olimpiadi non soltanto un insieme di gare e di record, di accoglienza efficiente e di impianti strepitosi: da molto tempo, infatti, esse sono pure qualcos’altro. A decidere dove si tengono, è ogni quattro anni il Comitato olimpico internazionale (Cio) — un gruppo di signori discretamente avidi, con un passato macchiato da numerosi episodi di corruzione, e comunque orientati a prendere le proprie decisioni fondamentalmente in base ai proventi ricavabili dalle sponsorizzazioni e dalla vendita dei diritti televisivi. Non meraviglia che non abbiano nessun problema a far cadere la loro scelta su regimi dittatoriali: sono proprio questi, infatti, che, se vogliono, possono spendere più soldi e dunque far riuscire più grandiosa e spettacolare la manifestazione, rendendola così più reclamizzabile e appetibile. Il perché è facile da indovinare: i regimi di questo tipo sono i più interessati al profitto politico ricavabile dall’investimento olimpico. La scelta della Cina è stata perciò una scelta avveduta: un grande Paese in crescita impetuosa e con una quantità di risorse da spendere, un regime sicuro del fatto suo ma spasmodicamente bisognoso di far dimenticare le proprie brutture. All’oligarchia comunista cinese i Giochi olimpici servono soprattutto a questo, come un belletto. E chi oggi proclama la necessaria separazione tra lo sport e la politica avrebbe forse fatto bene a dire qualcosa anche di fronte al prolungato, massiccio tentativo, fattosi sempre più asfissiante negli ultimi mesi, da parte del regime di Pechino, di usare propagandisticamente le Olimpiadi. Non era, non è politica pure questa? Mai come stavolta i Giochi servono anche ad uno scopo politico (va bene: anche, ma è un anche pesante come un macigno). In questo caso servono a nascondere l’altra faccia del miracolo cinese: la repressione spietata delle minoranze nazionali e di qualunque richiesta di diritti politici e sindacali, il record mondiale delle esecuzioni capitali, il sostegno ai regimi più impresentabili del pianeta (dalla Birmania allo Zimbabwe, al Sudan), lo sfruttamento bestiale nelle fabbriche, le condizioni miserabili di tanta parte delle campagne, la catastrofe ecologica diffusa; e infine la presenza al vertice di una casta chiusa e corrottissima. Lo sviluppo economico cinese ha costi umani, sociali e politici orribili, ed è per nascondere questi costi che sono state organizzate le Olimpiadi di Pechino: distruggendo le abitazioni di migliaia di famiglie per far posto agli stadi, deportando fuori città decine di migliaia di persone per ragioni di «ordine pubblico», in pratica sottoponendo da tempo la capitale cinese ad un vero e proprio stato d’assedio. Ogni cosa ha il suo prezzo, si sa, ma cosa resterà mai degli «ideali olimpici», mi chiedo, dopo che ne avranno pagato uno così alto?

 

E il giudice incassò 800 euro l'ora. Il grande affare degli arbitrati

Gian Antonio Stella

S e il consigliere di Stato Michele Corradino sarà utile come Capo di gabinetto al ministero per lo Sviluppo economico si vedrà, ma certo non può lagnarsi dello sviluppo economico personale: per le sole lezioni date «presso la propria abitazione» prende 5.000 euro. Per «6 ore al mese». Un assaggio di nuove fortune, forse. Per i giudici amministrativi decisi ad arrotondare gli stipendi con lavori extra, a dispetto di tante polemiche e promesse di moralizzazione, si aprono infatti orizzonti luminosi. Cosa siano questi incarichi extra-giudiziari, da anni aboliti per i magistrati ordinari salvo rare eccezioni, lo lasciamo dire a una voce al di sopra di ogni sospetto e non ostile al governo Berlusconi: Franco Frattini. Il quale un tempo bollava la vergogna degli arbitrati con cui si arricchivano troppi magistrati come «indecorosa» e tuonava contro i suoi stessi colleghi consiglieri di Stato che accumulavano guadagni extra e voleva «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi». Lui stesso, che poi sarebbe caduto in tentazione accettando un lussuoso incarico abbandonato solo dopo una denuncia del Corriere, condivideva insomma un punto centrale: per fare bene il suo lavoro un magistrato deve fare solo quello. E comunque è inaccettabile che quella corsia preferenziale parallela ai processi amministrativi che sono gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così...) veda la presenza di giudici che magari decidono su cose che toccano lo stesso Ministero, la stessa Regione, la stessa Provincia sulle quali possono essere chiamati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Troppi conflitti d'interesse, troppi soldi, troppi scandali. Liquidati un giorno da Aldo Quartulli, allora collezionista di arbitrati e alla guida del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (il Csm dei magistrati amministrativi) con una battuta: «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Un'amante generosa se Pasquale De Lise, che dovrebbe diventare il prossimo presidente del Consiglio di Stato, arrivò ad arrotondare nel '92 lo stipendio di 245 milioni di lire con 848 milioni extra, spiritosamente definiti «il guadagno legittimo di qualche soldo». Bene. Alla faccia di quanto sosteneva il suo stesso ministro degli esteri, il governo Berlusconi ha finora compiuto tre mosse. La prima è stata l'abolizione del tetto di 289 mila euro fissato dal governo Prodi, sull'onda dell'indignazione popolare, per gli stipendi d'oro dei manager e degli alti burocrati di Stato. La seconda è stata la delega dei pieni poteri al presidente del Consiglio di Stato che d'ora in avanti potrà decidere a suo piacimento come montare o smontare, con questi o quei giudici, questa o quella sezione consultiva (cioè demandata a fornire pareri) o giurisdizionale (demandata a emettere sentenze), infischiandosene dell'opinione del Consiglio di presidenza e più ancora dell'obbligo costituzionale del «giudice naturale». La terza, pubblicata in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale, assegna ancora al presidente del Consiglio di Stato il potere di dare l'ok ai magistrati amministrativi che chiedono di essere messi fuori ruolo per assumere altri incarichi, anche qui senza più alcun potere di interferenza dell'organo di autogoverno. Cosa significhi per un giudice dei Tar o del Consiglio di Stato esser messo fuori ruolo per fare il capo di gabinetto d'un ministro o il consulente legislativo d'un governatore regionale è presto detto. Significa andare a guadagnare un secondo stipendio spesso sfolgorante e insieme conservare non solo il posto ma anche lo stipendio e il diritto agli scatti di anzianità da magistrato amministrativo come se andasse tutte le mattine in ufficio. Due esempi? La promozione a Presidente di sezione del consiglio di Stato di Alessandro Pajno ai tempi in cui era sottosegretario del governo Prodi e quella del garante dell'Antitrust Antonio Catricalà, promosso per anzianità nonostante di fatto non vesta più la toga da quando diventò capo di gabinetto di Urbani tre lustri fa. Un altro esempio? La promozione a Presidente aggiunto del Consiglio di Stato (ruolo niente affatto onorario ma operativo) di Corrado Calabrò, il garante delle tele-comunicazioni che con decine di incarichi è stato per un trentennio la spalla di ministri di ogni colore, da Riccardo Misasi a Mimmo Pagliarini. Senza mai perdere un solo scatto di carriera. Va da sé che avere o no il via libera ad assumere questi incarichi extra-giudiziari, come spiegava nel 2005 Luigi Mazzella, ministro della Funzione pubblica del terzo governo Berlusconi («Ci sono dirigenti dello Stato che prendono mezzo milione di euro l'anno») può cambiare la vita. E per anni, prima di queste ultime norme che danno una sorta di potere assoluto al Presidente del Consiglio di Stato (qualcuno le ha ribattezzate ridendo «norme fasso-tutto-mi») si erano registrati scontri furibondi dentro l'organo di autogoverno, tra i magistrati convinti che fosse necessario fare pulizia abolendo i «lavoretti» extra e la possibilità di cumulare gli stipendi e quelli che invece non erano affatto disposti a rinunciare agli antichi privilegi. Sia chiaro: il tema è trasversale alla cattiva coscienza sia della destra sia della sinistra. Tanto è vero che l'ultimo governo Prodi arrivò a sottrarre al Consiglio di Stato, nonostante questo avesse 20.465 cause da smaltire, la bellezza di 39 consiglieri su 122. Più quelli rastrellati da Comuni, Authority, Regioni. Con scelte stupefacenti come quella di Agazio Loiero di nominare capo di gabinetto e segretario generale Nicola Durante, che fino a poco prima lavorava al Tar di Catanzaro e si occupava proprio di quella Regione in cui lavorava come dirigente sua moglie Roberta. Certo è che a scorrere gli incarichi concessi nei primi sei mesi del 2008, dall'arbitrato su mezzo miliardo di euro assegnato a Luigi Carbone vice-segretario generale a palazzo Chigi e figlio del presidente della Cassazione alle lezioni universitarie da 800 euro nette l'ora a Francesco Caringella fino a certi ruoli di governo di indifferenza per i conflitti di interessi, c'è da sorridere amaro. Ma come: non si trattava di cose «indecorose»?

 

Manifesto – 7.8.08

 

Il piccolo imperatore - Stefano Milani

Roma - Tutto è cominciato cento giorni fa. Con un’immagine che è già storia: Piazza del Campidoglio gremita, la folla festante, le braccia tese in onore del suo nuovo inquilino. E’ il 28 aprile, un lunedì. Gianni Alemanno si affaccia dalla finestra, con l’indice e il medio della mano in bella mostra in segno di vittoria e con un sorriso che è tutto un programma. L’ufficialità è arrivata: 783.725 voti, il 53,66% delle preferenze, sufficienti per lasciarsi alle spalle il favorito Rutelli e quasi quindici anni di giunte rosse. Taxi strombazzanti, tricolori al vento, orgoglio romano all’ennesima potenza: l’Urbe si risveglia a destra. Poi, passata la festa e riposto lo champagne in frigo, la «rivoluzione conservatrice» made in Alemanno può finalmente cominciare. Attali, un sogno subito infranto. L’esordio aveva spiazzato un po’ tutti. «Costituirò una commissione per il rilancio di Roma, sul modello della commissione Attali voluta in Francia da Sarkozy. Sarà aperta anche a personalità non di centrodestra», dichiara dopo appena due giorni con la fascia tricolore al collo. Passano due mesi, è il 2 luglio, e rompe gli indugi annunciando di avere intenzione di nominarla «entro la prossima settimana». Siamo ai primi di agosto e della commissione non c’è traccia. E probabilmente mai ci sarà, almeno fanno sapere fonti a lui vicine, «è stata un eccesso di euforia per la vittoria elettorale». Come forse mai ci sarà il progetto del parcheggio del Pincio, a cui sono stati sempre contrari gli esponenti di An negli anni d’opposizione in consiglio comunale. Dopo un sopralluogo, il sindaco annuncia che nominerà una commissione di saggi che «entro un mese deciderà se rivedere il progetto, bloccarlo, o dare il totale e definitivo via libera». La commissione c’è. La decisione sul futuro del parcheggio ancora no. Patto, paura e (in)sicurezza. La sua croce. Ma soprattutto la sua delizia, grazie alla quale ha potuto prendere le chiavi della città. «Roma è insicura», il suo tormentone durante tutta la campagna elettorale. «Con me Roma diventerà sicura», la sua promessa il giorno dopo il suo insediamento in Campidoglio. Per la causa avrà a disposizione, entro questo fine settimana, oltre mille soldati con basco e fucile in spalla sguinzagliati dal governo a sorvegliare ogni anfratto della città. Il giusto epilogo dopo un lungo braccio di ferro col ministro Maroni culminato lo scorso 29 luglio, giorno della firma congiunta del «Patto per Roma», in cui il Comune ha anticipato i primi 10 milioni di euro per rendere i romani più sicuri, aspettando cifre ben più sostanziose dal governo. Nell’attesa dei fondi si è portato avanti col lavoro: ha armato i vigili urbani, ha reso operative l’ordinanza anti-bivacco e quella anti-borsone, le misure per il «decoro» e contro «l’abusivismo commerciale», ha cominciato a sgomberi i primi campi nomadi e ha dato l’aut aut ai centri sociali: alla «prima illegalità» scatteranno i sigilli. Il buco delle libertà. Oltre alla sicurezza, su Roma grava un’altra emergenza, quella del bilancio comunale. Alemanno si presenta in Aula Giulio Cesare alla canna del gas annunciando che esiste un deficit strutturale di 1,1 miliardi di euro e oltre 8 di debito. E punta il dito contro Veltroni: «La maggior parte del buco è maturato durante la sua giunta». Ma il leader del Pd nega e contrattacca. Passano giorni di reciproche accuse e scaramucce politiche che offrono l’assist a Berlusconi per una sparata contro «la solita sinistra sprecona». Per sedare un po’ gli animi ci pensa il ministro «amico» dell’Economia Tremonti che si mette la mano in tasca e «regala» 500 milioni di euro, a fondo perduto, alle casse capitoline. Nonostante il periodo di vacche magre Alemanno rassicura però i suoi concittadini: «Non aumenterà un euro di tasse». E convoca i giornalisti l’indomani sotto la statua del Marc’Aurelio per documentare la riconsegna della sua auto di rappresentanza del Comune come «gesto simbolico di contenimento delle spese». Roba da Istituto Luce. C’era una volta la Notte bianca. La Notte Bianca «non si farà», avverte subito il sindaco, «perché mancano le risorse». Poi raddrizza il tiro e pensa ad una manifestazione «più intima», magari in un periodo «di bassa stagione», non a settembre «quando la città è già piena di turisti». Ribaltone anche alla festa del cinema. Innanzitutto il nome: la «festa» diventa «festival». Poi il cambio di guardia in cabina di regia, via Goffredo Bettini, fedelissimo di Veltroni, e dentro Gianluigi Rondi. Ma Alemanno si interessa anche di architettura e il suo primo sassolino dalla scarpa lo scaglia contro la teca dell’Ara Pacis di Meyer, mai amata dall’ex ministro dell’Agricoltura. L’idea di «smontarla e portarla in periferia» è sempre stato un suo pallino fisso, fin dai tempi della sua prima sfida elettorale contro Veltroni. Via Almirante e senza strisce blu. La toponomastica di Roma si amplia. Via Giorgio Almirante,ma anche via Enrico Berlinguer e via Bettino Craxi. Perché lui è il «sindaco di tutti». Ma non tutti la prendono bene e la proposta va subito in soffitta. Esplode invece come una bomba la sentenza del Tar che accoglie il ricorso del Codacons contro le strisce blu e obbliga così la giunta capitolina all’immediata sospensione della sosta a pagamento. Dopo una seduta di giunta, Alemanno annuncia che le strisce blu torneranno attive dal giorno successivo solo in centro.Male macchinette rimangono in funzione anche in periferia e il caos regna sovrano. Sempre sul tema viabilità, Alemanno dichiara chiusa la questione dei sampietrini di via Nazionale: il «sercio» non sarà tolto. Le schiene dei motociclisti dovranno farsene una ragione.

 

Edilizia impopolare - Roberto Tesi

Il settore delle costruzioni è in crisi: di attività e, per fortuna, di prezzi. Dagli ultimi dati nei primi sei mesi del 2008 i prezzi delle abitazioni sono scesi del 3-5%. Ma dovranno scendere ancora: i prezzi delle case negli ultimi anni si sono gonfiati enormemente e ora la bolla speculativa è scoppiata, si stanno ridimensionando. Non va meglio per i costruttori che avevano intensificato l'attività sperando in una domanda che sembrava irresistibile. Ora si ritrovano con un patrimonio immobiliare spesso da terminare che non ha acquirenti. Basta girare per le periferie romane (oltre il raccordo anulare) per vedere gru ferme e scheletri di palazzi non terminati. Ovviamente ancora peggio va per gli sfrattati che, in particolare nelle grandi città dove l'emergenza abitativa è enorme, non trovano un alloggio visti i prezzi ancora mostruosi degli affitti e la caduta dei redditi, complice l'inflazione. Che fare? Il governo Prodi aveva cercato di fronteggiare l'emergenza abitativa stanziando 550 milioni di euro da destinare soprattutto alle esigenze degli sfrattati. Ma è durato poco: con la manovra economica approvata due giorni fa il ministro Tremonti ha preso i soldi di Prodi (ma non lo dice) e ha deciso di utilizzarli per un grandioso piano di «social housing», parola tanto amata da Alemanno e dalla destra sociale. Non è una parolaccia, anche se sarebbe stato preferibile utilizzare l'italianissima definizione «edilizia popolare». Che, però, nell'accezione nostrana, significa quasi sempre edilizia schifosa, case che appena costruite cascano a pezzi (visti i materiali utilizzati) senza manutenzione. Con magnanimità Tremonti ha promesso che entro il 2009 saranno costruiti 20 mila nuovi alloggi. Non dategli retta: i 20 mila alloggi sono quasi tutti già costruiti. L'obiettivo della manovra è di trovare in tempi brevi un acquirente per lo stock di invenduto. In questo modo saranno risolti i problemi finanziari dei costruttori nostrani. Ad acquistare sarà lo stato per i cittadini. Questo significa che il piano case toglierà le castagne dal fuoco a parecchi palazzinari e immobiliaristi. Non c'è da scandalizzarsi del salvataggio. Soprattutto se il prezzo sarà equo e la qualità delle case buona. Certo, il governo ha promesso che le case acquisite dallo stato saranno messe a disposizione di chi ne ha bisogno. Anche agli immigrati che risiedono da almeno 10 anni in Italia con regolare permesso. Una botta di democrazia che nasconde un particolare non da poco: le case non saranno date in affitto, ma saranno vendute con l'intermediazione della cassa Depositi e prestiti che concederà i mutui. Resta un problema non piccolo: che succede se una famiglia (e sono tante) non è in grado di acquistare la casa e di pagare un mutuo? E perché lo stesso Tremonti ha fatto sparire 280 milioni di dotazione per alloggi a canone sostenibile? In tutto l'occidente (ha ragione il Sunia) quando si parla di «social housing» si intende soprattutto edilizia destinata agli affitti. Ma il ministro dell'economia non la intende così. Ma c'è di più: nei centri urbani delle grandi città si vedono spesso edifici con portoni e finestre murate. Edifici e quartieri che necessitano di un recupero. È un enorme patrimonio edilizio, spesso di proprietà pubblica, che non ha alcun valore d'uso, in quanto senza investimenti non può essere riqualificato e riaffidato ai vecchi o ai nuovi inquilini. Fino a poche settimane fa sembrava che Berlusconi fosse intenzionato alla riqualificazione, sostenuta anche da una parte dell'Ance. Ora con il suo ministro dell'economia ha cambiato idea: i degradati edifici dei centri storici torneranno a «splendere» ma dovranno avere oltre a un valore d'uso anche uno di scambio.Cioè dovranno diventare merce per i benestanti, mentre tutti gli altri (o almeno chi è in grado di pagare un mutuo) dovranno accomodarsi fuori dei centri storici, oltre i raccordi anulari. E chi non ha soldi, potrà come sempre accomodarsi sotto un ponte o in vecchie automobili.

 

Una casa solo per i palazzinari - Sara Farolfi

ROMA - Con un gioco delle tre carte dal sicuro effetto mediatico, il ministro Tremonti ha presentato ieri in pompa magna il «piano casa», contenuto nella manovra triennale. Che forse però più che le sofferenze dei cittadini - alle prese con prezzi di affitto inaccessibili o indebitati fino al collo con mutui il cui tasso d'interesse cresce in proporzione diretta con le tensioni del credito internazionale - allevierà le sofferenze dei palazzinari nostrani, alle prese con un settore (l'edilizia) in caduta libera, dopo anni di fasti e fortune senza precedenti. Procediamo con ordine, a partire dal gioco delle tre carte. Tremonti promette 20 mila nuovi alloggi, già a partire dall'anno prossimo. Tutto vero probabilmente, «non fosse che intanto ne cancella 12 mila», denuncia Luigi Pallotta, segretario generale del Sunia (il sindacato inquilini della Cgil). Come? Stornando sul nuovo «piano casa», 550 milioni di euro che il governo Prodi aveva già stanziato nel 2007 all'emergenza abitativa, in particolare alle famiglie disagiate sottoposte a sfratto. Il piano era già passato al vaglio - nell'ordine - di comuni, regioni e dell'allora ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro che aveva emanato il decreto. I cantieri per il recupero di 12 mila alloggi erano pronti a partire. E invece niente, contrordine. «Quei 550 milioni sono ora destinati a un fondo nazionale che dovrà finanziare un piano casa tutto ancora da definire, entro sei mesi, e che successivamente dovrà essere attuato da regioni e comuni». Seconda carta, seconda parte del finanziamento. Si tratta di quei 280 milioni di euro che sempre il governo Prodi aveva destinato ai contratti di quartiere, ossia agli accordi territoriali di programma finalizzati al recupero edilizio di 'pezzi di città' e ad alloggi in locazione a canoni sostenibili per i magri redditi dei cittadini. Anche qui, stessa musica. Via i contratti di quartiere, i 280 milioni di euro passano al piano Tremonti. E arriviamo all'ultima carta, la terza parte delle risorse stanziate dal governo al «piano casa». Quei restanti 100 milioni di euro stornati da Tremonti e che invece l'ultima finanziaria targata Prodi aveva destinato ad una società dell'agenzia del demanio per l'utilizzo di tutte le aree demaniali dismesse (per esempio, le ambitissime caserme). Anche in questo caso aree poi vincolate a canoni di affitto sostenibili. Secondo Pallotta si tratta di «una vera e propria truffa», «l'ennesimo sostegno ai costruttori nostrani che per effetto della crisi vedono crollare le compravendite». Tanto più che, nota ancora il Sunia, nel corso dei mesi, e cioè dalla presentazione del decreto legge che anticipa la manovra finanziaria alla sua approvazione, le parole «affitto» e «locazione» sono praticamente scomparse: «Si parla di edilizia residenziale, tutta l'enfasi è sulla casa di proprietà quando il problema di fondo per i redditi medi è che non si trova una casa in affitto». E' vero che in Italia l'80% circa delle famiglie possiede una casa di proprietà, ma si tratta di cittadini o famiglie indebitati e strozzati oggi da tassi di interesse che da qualche mese sono ai massimi. Ed è altresì vero che, sempre l'italia, è il paese europeo con il più basso livello di case in affitto. Ciò che promettono Berlusconi e Tremonti è la risoluzione dei problemi per i cittadini più poveri, famiglie, giovani coppie, e poi studenti, inquilini sotto sfratto. Tutti rigorosamente italiani (per gli immigrati vale la regola dell'assegno sociale: diritti sì a condizione che siano residenti in Italia da almeno dieci anni). «Il piano - si legge nel decreto - è rivolto all'incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo, attraverso l'offerta di abitazioni di edilizia residenziale, con il coinvolgimento di capitali pubblici e privati, destinate prioritariamente a prima casa». Come? Attraverso la costituzione di «fondi immobiliari destinati alla valorizzazione e all'incremento dell'offerta abitativa», e alla promozione di «strumenti finanziari immobiliari innovativi con la partecipazione di soggetti pubblici o privati». Bene, dato che i suddetti costruttori - o palazzinari che dir si voglia - non navigano certo in buone acque di questi tempi, travolti come sono dallo scoppio della bolla immobiliare che dagli Stati uniti è rapidamente arrivata anche nel belpaese, il sospetto fondato - e esplicitato dal sindacato inquilini - è che il governo pensi soprattutto ad correre in loro soccorso. Secondo Andrea Martella, responsabile infrastrutture del Pd, «il Sunia svela l'ennesimo inganno di Tremonti ai danni degli italiani più deboli. Il piano casa non esiste, è il solito bluff mediatico che scarica su regioni e comuni ulteriori oneri».

 

Acqua privata a mano armata - Andrea Palladino

LATINA - Due macchine, un camion e una ruspa: mettere un riduttore del flusso dell'acqua ad Aprilia per Acqualatina non è così semplice. Serve poi anche una scorta armata, un vigilantes con pistola e manette ai fianchi, occhiali scuri e ordine tassativo di non dare informazioni. Il gestore idrico dell'Ato 4 - in provincia di Latina - ha così deciso di passare ai fatti di fronte alla rivolta dell'acqua più estesa ed importante d'Italia. Ad Aprilia sono settemila le famiglie che da due anni stanno continuando a pagare l'acqua al comune, non riconoscendo il nuovo gestore, una società per azioni mista, con la parte privata controllata dalla multinazionale francese Veolia. «Abbiamo iniziato con le utenze commerciali a marzo - spiegano dall'ufficio stampa - e da giugno stiamo riducendo il flusso anche alle abitazioni: sono morosi e per la società è una situazione non più tollerabile». Ma sul concetto di morosi il comitato per l'acqua pubblica di Aprilia non ci sta. Fino ad oggi i 7 mila utenti che hanno contestato il gestore privato hanno versato al comune di Aprilia più di un milione di euro. Ogni due mesi vanno dal comitato, che ricalcola i consumi basandosi sull'ultima tariffa del comune e preparando i bollettini. I cittadini preferiscono di gran lunga il comitato allo sportello di Acqualatina: sono meno di 500 le persone che hanno chiesto di aderire alla proposta di moratoria, che l'Ato4 aveva provato a proporre. L'obiettivo non dichiarato dei pattuglioni di Acqualatina è di far capire chi è il più forte. L'elenco in mano ai tecnici incaricati di mettere i riduttori di flusso è in gran parte composto da chi ha deciso di contestare un contratto mai approvato dal consiglio comunale e una gestione messa sotto inchiesta recentemente dalla procura della repubblica. «Ma chi si rivolge a noi, chi chiede la conciliazione, chi viene allo sportello - continua l'ufficio stampa - non rischia nulla». Come a dire, attenti cittadini, se contestate e non pagate vi ritrovate una ruspa fuori casa, pronta a tagliare i tubi. La carovana targata Veolia parte presto la mattina dalla sede di Aprilia. Primo obiettivo un condominio, poi una casa semplice, dove vive una signora, Maria D. E' una delle tante utenze che si è rivolta al comitato. Non risponde nessuno al citofono e per i due operai della ditta esterna che accompagnano con la ruspa la task force di Acqualatina c'è un po' di lavoro in più. Aprono il tombino, tagliano il tubo, mettono un disco con un forellino della grandezza di una punta d'ago. Finito il lavoro ripartono. Si dividono, il camion cerca di depistare la macchina del comitato che li segue. Terzo obiettivo, una casetta con tre appartamenti, anche questa senza nessuno in casa. Alla fine della giornata meno di dieci utenze avranno il flusso ridotto, un atto poco più che simbolico. «Vogliono intimidire la popolazione», commenta Alberto De Monaco, del comitato spontaneo per l'acqua pubblica. «Al gestore chiediamo di utilizzare l'unico mezzo legittimo e legale in un paese in cui vige ancora lo stato di diritto: la risoluzione delle controversie deve passare per i tribunali, dove ogni parte può tutelare i propri diritti», conclude. Ed è stato proprio il Tribunale di Latina che sulla questione della legittimità dei distacchi aveva dato in passato ragione proprio agli utenti. Staccare l'acqua - secondo i giudici - non è consentito. Acqualatina è quindi passata ai riduttori, che permettono il flusso di soli 200 litri al giorno, almeno teoricamente. Pochi, pochissimi guardando i 35 gradi che segna il termometro ad Aprilia. Insufficienti per una famiglia con un paio di figli, che non potranno usare l'acqua per una doccia. La strategia di Acqualatina fino a ieri era stata di cercare di convincere i cittadini ad accettare il contratto, offrendo sconti sulle penali e rateizzazioni. Da oggi, però, la società di Latina è passata alle maniere forti. Una svolta che l'amministratore delegato aveva annunciato in passato, dicendo che «i cittadini ne usciranno con le ossa rotte». Ma forse c'è qualcosa di più, qualche novità che potrebbe aver costretto il management a cambiare strategia. Ad esempio la firma di un mutuo con la banca irlandese Depfa, che ha impegnato le azioni private dell'Ato 4. Una clausola del contratto di mutuo prevederebbe infatti che la Depfa possa sostituirsi agli azionisti - pubblici e privati - in caso di eventi straordinari, rendendo di fatto la direzione e la gestione solo privata. E nell'ultimo bilancio di Acqualatina il Cda ha messo nero su bianco che ad Aprilia di problemi ne hanno più di uno. Per ora la pattuglia con scorta armata ha sortito poco effetto. Nella sede della Pro loco la fila di persone in attesa di ricevere l'aiuto volontario del comitato è sempre lunga, anche ad agosto. Nessuno sembra farsi intimorire ed anzi la nuova strategia di Acqualatina viene vista come una debolezza.

 

Africom, le mani di Bush sul petrolio - Antonia Juhasz*

A comprova dell'«importanza dell'emergenza strategica in Africa», nel febbraio 2007 il presidente Bush ha deciso la creazione di Africom, l'organismo che controlla le forze militari Usa in Africa. Africom, come Centcom (Controllo militare centrale) e Eucom (Controllo militare Europeo), accentra tutta l'autorità delle forze militari che operano sul territorio africano sotto un'unica struttura di controllo. Africom demanda anche molti compiti di natura non militare - come la costruzione di scuole e lo scavo di pozzi - che prima appartenevano ad agenzie Usa, alla giurisdizione del Dipartimento della difesa. A giustificare l'istituzione di Africom è la lotta al terrorismo in Africa, il petrolio sembra esserne però lo scopo più fondato. «Una missione chiave per le forze militari Usa in Africa, mira ad assicurare che le zone petrolifere della Nigeria, che in futuro potrebbero costituire il 25 per cento di tutto il petrolio importato dagli Usa, siano garantite», spiega il Generale Charles Wadd, comandante delle forze militari Usa in Europa, in un'intervista rilasciata al giornalista Greg Jaffe del Wall Street Journal. Per assicurare e mantenere la via d'accesso al petrolio - non solo per la nazione, ma anche per le compagnie petrolifere - l'amministrazione Bush si è affidata totalmente alle forze militari. Lo scrittore Kevin Phillips ha coniato il termine «imperialismo petrolifero» per descrivere le politiche dell'amministrazione Bush al riguardo, «l'aspetto determinante è la trasformazione della forza militare Usa in una realtà che mira a esercitare una sorta di protezionismo sull'economia mondiale del petrolio». Sotto l'egida della guerra al terrorismo, Bush ha realizzato il più grande rafforzamento delle forze militari che ci sia mai stato dopo la fine della Guerra Fredda. Se si osserva la mappa delle operazioni oltreoceano del Big oil, delle riserve petrolifere rimanenti del mondo, e delle rotte per il trasporto di petrolio, si può avere un'idea di quel rafforzamento e prevedere il futuro spiegamento delle forze militari Usa. L'Africa, con quasi il 10 per cento delle riserve di petrolio rimanente, è un'area dove si accresce l'attività del Big Oil e delle forze militari americane. Secondo il Dipartimento dell'energia degli Stati uniti, tra il 2000 e il 2007 le importazioni Usa di petrolio dall'Africa sono aumentate del 65 per cento, da 1.6 a 2.7 milioni di barili al giorno. Queste importazioni hanno evidenziato la crescita in percentuale di tutto il petrolio importato dagli Usa: una crescita che va dal 14.5 per cento nel 2000 al 20 per cento nel 2007. E per il futuro si prevede un ulteriore aumento. Non solo gli Usa importano più petrolio dall'Africa, ma le compagnie petrolifere americane stanno potenziando le loro riserve africane e la presenza in quel continente. Secondo i dati del Sec del 2008, Chevron, ConocoPhillips e Marathon, tra le altre compagnie petrolifere americane, stanno aumentando la loro presenza con operazioni in tre o più fra i seguenti paesi: Algeria, Angola, Camerun, Ciad, Repubblica del Congo, Repubblica democratica del Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Libia, Nigeria. A detta del Segretario del Dipartimento Usa per l'Energia, Samuel Bodman, le compagnie petrolifere americane sperano di espandere ulteriormente le loro operazioni e includere nei loro futuri obiettivi il Madagascar, Il Benin, Sao Tome e Principe, e la Guinea-Bissau. Anche la Shell e la Bp, entrambe con grosse società affiliate attive nelle campagne politiche Usa e nelle manovre delle lobby nazionali, stanno espandendo le loro operazioni in Africa, già ora importanti. L'amministrazione Bush ha coinvolto sempre di più il Dipartimento della difesa per rendere più stabili i governi africani che sostengono il governo Usa e le compagnie petrolifere (affiliate agli Stati uniti) e per garantirsi la disponibilità della popolazione (che qualcuno potrebbe definire sottomessa). L'amministrazione ha aumentato le forniture di armi e addestramento militare all'Africa, di cui oggi sono destinatari diretti Angola, Algeria, Botswana, Ciad, Costa d'Avorio, Republica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Etiopia, Gabon, Kenya, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Sudan e Uganda. Il Generale James Jones, comandante dell'Eucom, ha annunciato che le corazzate della Marina americana potrebbero diminuire le loro visite nel Mediterraneo e «trascorrere più tempo percorrendo le coste occidentali dell'Africa». Nella base della Legione straniera francese di Camp Lemonier, a Gibuti, i militari Usa, che si sono uniti nel 2003 alla Task force del Corno d'Africa, sono ormai di casa. Africom attualmente ha il suo quartier generale in Germania, ma quest'anno intende «stabilire la sua presenza» nel continente africano. Ci sono molte opzioni per le nuove basi militari Usa, inclusa una base navale e un porto sulla piccola isola di Sao Tome sulla costa del Gabon, nell'Africa occidentale. Il Pentagono sta considerando anche l'idea di nuove basi in Senegal, Ghana e Mali. Le compagnie petrolifere americane hanno usato le forze militari e di sicurezza africane per salvaguardare i propri interessi. Forse sarebbe più onesto da parte loro che la supervisione di tali operazioni fosse più chiara. Ma i rischi alla lunga superano i benefici. Gli Usa sono già impegnati in una guerra per il petrolio in Iraq e le loro forze armate ne sono consapevoli. John Abizaid, generale in pensione del Comando centrale e delle operazioni militari in Iraq, ha detto che lo scopo della guerra «è senz'altro il petrolio». Il problema è che, com'è stato per l'Iraq, una più massiccia presenza militare Usa in Africa aggraverà una già drammatica situazione che provoca ostilità interne, instabilità nazionale, e rabbia verso gli Stati uniti.

*Foreign Policy in Focus


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