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"La mia Pechino, una città finta"

Repubblica – 8.8.08

 

"La mia Pechino, una città finta" – Federico Rampini

PECHINO - La buona notizia è che Ma Jian è arrivato a casa mia, insieme con la sua compagna e traduttrice Flora Drew. Finché non li ho visti varcare la soglia ho avuto dei dubbi. Avendo letto la sua raccolta di racconti filo-tibetani "Tira fuori la lingua" (che esce il 21 agosto da Feltrinelli), e il recentissimo "Beijing Coma", il primo grande romanzo centrato sul massacro di Piazza Tienanmen, non pensavo che lo avrebbero fatto entrare durante le Olimpiadi. Ma Jian, nato nel 1953, lasciò Pechino per Hong Kong (allora colonia britannica) nel 1986. Nel '97 partì per la Germania e infine Londra, dove vive da otto anni. Nessuno dei suoi libri può circolare nella Repubblica Popolare. Lui sì, e ci torna anche due o tre volte all'anno. Ha scelto il mese dei Giochi per comprarsi qui un appartamento che sta arredando. Non che il suo ingresso sia sfuggito alle autorità. "All'aeroporto - racconta - mi hanno ispezionato i bagagli e hanno sequestrato 64 libri e articoli, tutti miei, compresa la versione italiana di "Tira fuori la lingua". Poi la polizia è venuta a casa. Mi hanno invitato a prendere un caffè all'hotel Sheraton. Visto che pagavano loro ne ho approfittato per ordinare i pasticcini più cari. Ho spiegato che sono qui in vacanza, non darò conferenze, nessun evento pubblico. Certo sono un vigilato speciale. Riesco a entrare perché ho ancora il passaporto di Hong Kong su cui non occorre visto. Comunque il fatto che io sia qui è un segnale positivo, un'apertura, non lo nego". "Tira fuori la lingua" uscì per la prima volta nel 1987 e fu subito proibito, costringendola all'esilio. In quei racconti il buddismo aveva un'importanza centrale. Lei è ancora religioso? "Il mio viaggio in Tibet che ispirò quel libro ebbe inizio come un pellegrinaggio religioso. Il Tibet simbolizzava per me la libertà spirituale. Quando ci arrivai lo trovai trasformato in una prigione da cui neppure Budda poteva liberarsi. Già in quel libro metto in discussione la fede. Tirare fuori la lingua, il gesto antico che è il saluto più tradizionale fra i tibetani, è anche quello che faccio alla visita medica perché il dottore possa capire i miei mali. Sentivo un male dentro di me che andava diagnosticato". Le sue storie tibetane sono dure, disperate. La stessa religione vi svolge un ruolo tragico. Lei ha un amore profondo per il Tibet, ma è agli antipodi dalla visione romantica di quel paese in voga in Occidente. "Quel libro si legge come una tragedia, la tragedia della perdita della fede. La scrittura consente di guardare più lucidamente dentro se stessi, non di trovare una nuova via alla salvezza. Lo scrittore è come quel pesce che nuota nell'intestino del cadavere divenuto trasparente, l'immagine dell'ultimo racconto". E' mai tornato in Tibet da allora? "No, per due ragioni. Anzitutto perché, dopo essere stato perseguitato dalla censura, metterei in pericolo chiunque parli con me: il conflitto tra i cinesi-han e i tibetani è troppo duro. E poi ho paura di essere deluso dagli scempi della modernizzazione". Cos'ha pensato a marzo quando è scoppiata la rivolta di Lhasa? "Che era prevedibile. Ribellioni ce n'erano state tante anche prima. Quella di marzo ha suscitato più attenzione all'estero grazie alle Olimpiadi. Il Tibet è una grande prigione dove l'ordine è mantenuto con le armi. Il risentimento della popolazione viene compresso ma può esplodere in qualsiasi momento. Alla frustrazione dei tibetani per l'oppressione della loro identità culturale e religiosa, si aggiunge sempre di più un'altra causa di rancore, l'emarginazione sociale ed economica. Si vedono circondati da una ricchezza nuova ma a goderne sono solo i cinesi han e una piccola minoranza di tibetani privilegiati". "Beijing Coma", il suo ultimo romanzo centrato in larga parte su Piazza Tienanmen, è stato accolto con entusiasmo dalla critica americana. Ma sul sito del New York Times accanto alle recensioni positive sono apparse delle email molto critiche di giovani lettori cinesi. L'accusano di appartenere a un'altra generazione, che non può capire la Cina di oggi. Come valuta il consenso giovanile verso questo modello di capitalismo autoritario? "Bisogna capire come emerge questa nuova generazione. Non sentono nessuna curiosità verso la storia. Hanno un vuoto di memoria storica eppure credono di poter capire il presente. E' difficile avere una discussione razionale. Sono stati nutriti dall'informazione dei mass media di regime, sempre "positiva". Ed ecco che improvvisamente, grazie ai Giochi, gli viene liberalizzato l'accesso al sito della Bbc in mandarino. La loro prima reazione non è affatto quella che si aspetta l'Occidente: sono indignati, accusano i mass media stranieri di diffamare la Cina. Non capiscono il ruolo della stampa libera che è di stimolare il cambiamento. Il nazionalismo dei giovani crea una tremenda barriera alla comprensione. L'orgoglio per lo status mondiale della Cina si proietta sulla loro autostima, la fiducia che hanno in se stessi. Criticare il paese è come demolirgli l'immagine che hanno di sé. Sono sicuro che alla cerimonia d'inaugurazione dei Giochi ci saranno allusioni alla grandezza della Cina imperiale. C'è un parallelo implicito fra certe figure di "buon tiranno" del passato e l'autoritarismo attuale. Finché la maggioranza sta bene, le sofferenze di tante minoranze sembrano un prezzo accettabile". Lei non è ottimista sull'impatto che le Olimpiadi avranno sulla società cinese. "Nell'immediato rafforzeranno ulteriormente la base di consenso del regime. Cioè l'esatto contrario di quel che accadde in Corea del Sud dove i Giochi accelerarono la transizione democratica. Al tempo stesso ho speranza nei cambiamenti di lungo termine indotti da questo evento. Le Olimpiadi costringono i cinesi a tener conto che c'è un altro sguardo su di loro. La vicenda del sito Bbc accessibile è significativa. In passato l'Occidente si sarebbe aspettato che una maggiore libertà d'informazione provocasse la morte rapida del partito comunista. Oggi al contrario la reazione iniziale è il disgusto verso l'Occidente, accusato di avere dei pregiudizi anti-cinesi, di essere invidioso del successo di Pechino. Ma nel lungo termine questa apertura all'informazione può costringere la gente ad avere uno sguardo più razionale sul proprio paese. Ci vorranno anni, non mi faccio illusioni". Nel frattempo che impressione la fa rientrare a Pechino nel clima olimpico? "Mi sembra una città finta, trasformata in un salone d'esposizione. Niente deve essere fuori posto, è stata ripulita dei mendicanti e di chiunque desse fastidio. Il governo ha trasformato questi Giochi in una grande operazione politica. Un quartiere storico vicino a Piazza Tienanmen è stato raso al suolo e poi ricostruito come una replica di se stesso, una cosa disgustosa. Le misure di sicurezza sono eccessive, non puoi neppure salire su un autobus con una bottiglia di vino per paura che sia esplosivo. Si percepisce che questo regime all'apparenza così forte ha poca fiducia nella propria solidità. Li spaventa l'idea che possa infilarsi un granello di sabbia nei loro ingranaggi". Eppure chi arriva per la prima volta e visita il quartiere dei pittori, la 789, o i locali di musica rock, ha l'impressione di una grande creatività artistica. "In superficie c'è questo movimento di avanguardia artistica che fa finta di essere dissidente, si atteggia a controcultura. Ma stanno tutti molto attenti, sanno quali sono i limiti, evitano i temi di attualità politica e sociale più scottanti. Certi sedicenti artisti dissidenti vanno all'estero a portare le loro opere sponsorizzati dalle ambasciate cinesi. Quest'arte cosiddetta sovversiva è un ottimo business. Dietro ci sono troppi compromessi. I veri dissidenti sono in carcere. Qualcosa di più interessante accade nelle università, alcuni docenti riescono a trattare problemi gravi e hanno accesso anche ai mass media. E' una critica dall'interno del sistema". Lei è severo con il suo paese ma continua a tornarci. "Devo tornare perché qui trovo la mia ispirazione, il mio materiale narrativo. La mia letteratura sarà sempre cinese e sempre sui cinesi". Il sogno di Tienanmen è finito, o lei spera che il cambiamento politico torni all'ordine del giorno? "Questo regime, all'interno della sua logica, ha realizzato il massimo che poteva. Da qui in poi sarà indispensabile accettare delle forme di democrazia. L'anno prossimo con il ventesimo anniversario di Piazza Tienanmen sarà difficile non fare i conti con quell'evento. Non potranno sottrarsi alla necessità di rivedere il loro giudizio storico".

 

"Vigili armati e soldati, così umiliano la polizia" - VLADIMIRO POLCHI

ROMA - "La sicurezza? Sarà a macchia di leopardo: nasce l'ordine pubblico federalista". "I sindaci sceriffi? Schiacciano prefetti e questori: il rischio è il conflitto istituzionale". Non bastavano i tagli alla sicurezza e l'esercito in città. Ora sono le ordinanze "creative" dei sindaci (che l'Anci si prepara a raccogliere) e i vigili con le pistole a scatenare la protesta di agenti, funzionari di polizia e questori. A preoccupare sono dunque i nuovi poteri attribuiti dal decreto Maroni ai sindaci, ora "ufficiali di governo". I primi a suonare il campanello d'allarme sono alcuni questori interpellati da Repubblica: "Si rischia il conflitto istituzionale - avvertono - tutto infatti dipenderà da come i sindaci interpreteranno il loro nuovo ruolo ed è chiaro che in caso si dovesse arrivare ai ferri corti, spetta a noi questori la decisione finale". Forte la preoccupazione dell'Associazione nazionale funzionari di polizia: "La confusione di ruoli è grande - denuncia il segretario nazionale Enzo Marco Letizia - vigili urbani che sostituiscono la polizia, sindaci che prendono il posto di prefetti e questori. La verità - prosegue - è che stanno disarticolando la sicurezza statale, che finora ha unito e coordinato le forze dell'ordine da Bolzano a Pantelleria. Ora arriva un modello campanilistico: chi ha più fondi (i sindaci del Nord) risponderà alle esigenze di sicurezza dei cittadini, chi ne ha meno (a Sud) si arrangerà. È il federalismo della sicurezza". Claudio Giardullo, dirigente di Ps e segretario del Silp-Cgil denuncia una "duplice tendenza del governo: da un lato, unico in Europa, utilizza i soldati in città; dall'altro trasferisce ai poteri locali la sicurezza nazionale, violando la Costituzione". Duro il Consap: "La professionalità della polizia è messa in discussione - sbotta il segretario Giorgio Innocenzi - ci stanno schiacciando tra i militari e i vigili urbani, così da togliere visibilità alle nostre proteste contro i tagli in finanziaria". Insomma neppure i vigili con pistola vanno giù ai poliziotti, come invece prevede il "Regolamento dell'armamento", firmato mercoledì sera dal sindaco Gianni Alemanno con i sindacati di categoria. Pistola semiautomatica, spray anti-aggressione e manganelli di plastica: sono queste le armi che saranno in dotazione ai vigili della capitale, dopo appositi test psico-fisici. Come del resto accade già a molti colleghi di mezza Italia. L'arma potrà essere portata anche al di fuori dell'orario di servizio, all'interno del comune di Roma. "Nel regolamento - spiega il responsabile della Cisl-Fp di Roma, Giancarlo Cosentino - si parla di difesa personale perché noi non siamo addetti alla pubblica sicurezza in via primaria. Ma in caso di minaccia all'incolumità dei cittadini non esiteremo a usare la pistola". L'addestramento dei vigili sarà lo stesso degli agenti di Ps. Ammessa l'obiezione di coscienza: entro 60 giorni dall'entrata in vigore del regolamento (probabilmente a settembre) i vigili possono chiedere di essere esonerati dall'armamento. Armarli è "un atto di buon senso - sostiene Alemanno - non so chi può pensare che la polizia municipale possa andare disarmata a prendere schiaffi dall'ultimo venuto".

 

Manifesto – 8.8.08

 

L’ultimo dei torinesi – Loris Campetti

Con la morte di Andrea Pininfarina la storia industriale torinese, che è anche un pezzo importante di storia del capitalismo familiare italiano, perde un altro dei suoi rami, uno degli ultimi. Nella speranza che non si confermi la maledizione sabauda che pretende divisioni ereditarie e culturali, diaspore e decadenza delle dinastie. Il giovane carrozziere, 51 anni appena, era riuscito nel miracolo di salvaguardare e mettere a profitto l’eredità paterna e al tempo stesso se ne era emancipato. O meglio, si era largamente liberato della cultura paternalistica e autoritaria del vecchio senatore a vita, il liberale Sergio Farina, cognome poi trasformato da un decreto del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in Pininfarina, sintesi del cognome e del nome del vecchio capostipite Battista, detto «Pinin», piccolo in piemontese. E’ stato un imprenditore vero, Andrea Pininfarina, fortemente legato a Torino ma con un’ottica mai localistica, a suo agio lungo il Po come a Manhattan, nella migliore tradizione delle «famiglie» sabaude. Il suo modo di fare da padrone duro ma dialogante, recettivo, non reazionario ha fatto sì che in più di una circostanza gli venisse proposta (almeno) dal centrosinistra la candidatura a sindaco del capoluogo piemontese. Proposta sempre gentilmente rifiutata, perché Andrea teneva troppo alla sua azienda, poco propenso a farsi ammaliare dalle sirene della politica, e in questo un po’ diverso dalla tradizione del capitalismo piemontese. Persino da presidente della Federmeccanica, o da vicepresidente della Confindustria di Luca Montezemolo, Pininfarina junior ha sempre tenuto saldamente il controllo dell’azienda. E, va detto, dei suoi lavoratori. Come presidente della Federmeccanica firmò il contratto nazionale del ‘99 insieme al segretario della Fiom Claudio Sabattini - altro combattente duro ma leale, che aprì per la prima volta alla flessibilità - nelle stanze ministeriali di Antonio Bassolino. La firma di Pininfarina arrivò, accompagnata da una qualche incredulità di non pochi imprenditori, al termine di un lungo conflitto. Fu l’ultimo contratto unitario cui ne seguirono due separati con le sole firme di Fim e Uilm. Solo l’ultimo contratto in ordine di tempo ha ritrovato l’unità delle tre organizzazioni dei metalmeccanici. Chi era Andrea, chi era il presidente e amministratore delegato di uno dei più prestigiosi brand del made in Italy? Ci facciamo aiutare nel ricordo da Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, che ha lungamente ricoperto il ruolo di controparte nelle relazioni sindacali, fino all’incidente stradale di ieri in cui Pininfarina ha perso la vita. Non si deve pensare a un «padrone buono», di quelli con cui il rapporto sindacale è semplice: la Pininfarina è una delle fabbriche metalmeccaniche in cui la sindacalizzazione è più alta e il conflitto non è mai venuto meno. Anche nei momenti più duri per il movimento operaio, nello stabilimento di Grugliasco le percentuali di adesione agli scioperi sono sempre state «bulgare». «Era un imprenditore, tra i pochi se non l’unico al mondo tra i carrozzieri convinto che la progettazione, l’ingegneria e lo stile dovessero svilupparsi insieme alla produzione», dice Airaudo. Per essere ancora più chiari, «non si creano stile e disegno se non manipolando il prodotto». Tutto si tiene. Una cultura, questa, che l’ha accompagnato anche nei non rari momenti di crisi che ciclicamente attraversano il mercato dell’automobile. E in momenti difficili è stata sempre la produzione – di linea e di automobili – al centro della sua attenzione. Non è un pregio diffuso, in tempi in cui i capitalisti preferiscono fuggire dalla produzione per rifugiarsi nella finanza, con conseguenze sociali devastanti. Basti pensare alla saga degli Agnelli: quante fughe, quante speculazioni, quanto poco interesse al destino di chi ha fatto la loro fortuna e la loro ricchezza. Pininfarina avrebbe potuto affrontare le crisi rifugiandosi, se non nella finanza, nello stile. Lavoro non gli sarebbe mancato, eppure non l’ha fatto. Le relazioni sindacali, insiste Airaudo, «sono sempre state dure, conflittuali, ma impostate sulla lealtà e una volta raggiunto un accordo e definiti gli impegni, Pininfarina li rispettava regolarmente. La stessa cosa non potrei dire a proposito delle relazioni sindacali con la Fiat di Agnelli. Andrea Pininfarina sapeva ascoltare, non è poco». Con lui, Airaudo ha firmato 3-4 contratti integrativi e affrontato altrettante crisi e conflitti. Per esempio, quando fu licenziato il delegato storico della Fiom nello stabilimento di Grugliasco, Mario Bertolo: non mancarono le mobilitazioni e gli scioperi di tutta la fabbrica, una causa giudiziaria di cui si attende la terza e ultima puntata (la prima vinta dal lavoratore e la seconda dall’azienda): «Noi abbiamo risposto al licenziamento ingiusto – almeno un po’ di paternalismo autoritario l’aveva ereditato dal padre - portando il delegato a lavorare alla Fiom per fargli seguire sindacalmente proprio l’azienda da cui era stato cacciato. Pininfarina accettò il dialogo con lui. Chissà, forse aveva capito di aver sbagliato. Ma questo non me l’ha mai confessato». La descrizione pubblica mostrava un Pininfarina più falco che colomba, ma è la stessa Fiom a parlare del suo perduto interlocutore con toni meno stereotipati. Forse quel che lo rendeva un po’ diverso era il rispetto per chi lavorava per lui.Ma anche per la concorrenza: quando esplose la crisi Bertone – altro carrozziere torinese – Pininfarina prese in prestito 400 dipendenti di quell’azienda e li fece lavorare a Grugliasco, per ridurre le conseguenze sociali della crisi. «Era informale e concreto. Spesso comunicava con me via sms: commentava le mie dichiarazioni, a volte le contestava ma più di una volta mi ha scritto: "Ha proprio ragione, beato lei che può dirlo"». Pininfarina ha disegnato e prodotto molto per la Fiat (e Alfa, e Ferrari, per restare in casa Agnelli), riuscendo a mantenere un po’ d’autonomia, non facile con il Lingotto. E dire che papà Sergio non riusciva ad accettare che si costruisse per altri. Oggi, in casa Fiom, al dolore per la perdita di un interlocutore si aggiungono le preoccupazioni per un futuro segnato dalla crisi dell’auto. Si temono riduzioni della produzione ed esuberi, e si teme la perdita del disegno industriale di Andrea Pininfarina.

 

Occidente ipocrita – Marco d’Eramo

Oggi si apre la XXIX edizione delle olimpiadi moderne che ha introdotto una nuova, prestigiosa disciplina sportiva. La nuova competizione disputata quest’anno a Pechino è il concorso d’ipocrisia (semplice, doppia, a ostacoli), che già dà luogo a emozionanti eliminatorie, con tantissimi pretendenti alla vittoria finale. In forma smagliante si sono presentati la ministra Giorgia Meloni e il senatore Maurizio Gasparri che solo l’altro ieri si sono accorti che la Cina non rispetta i diritti umani. C’è da chiedersi dove fossero vissuti fino a 72 ore fa. Se è per questo, Nicholas Sarkozy, pur da decenni sulla scena politica, è stato illuminato solo qualche mese fa sulla via di Pechino, minacciando la propria assenza alla cerimonia inaugurale, solo per poi rimangiarsi la minaccia e volare allo stadio. Bella partenza degli europei, però magnifica reazione del concorrente Usa: George Bush parteciperà sì alla cerimonia, restando ben quattro giorni in Cina, ma si salva la faccia bacchettando i cinesi (e non con le bacchette da tavola) sui diritti umani. Sia chiaro: che la Cina non rispetta i diritti umani è segreto di Pulcinella. Ed è vero che la Cina post-denghista unisce in sé i più tragici esiti delle due grandi utopie del moderno: iniquità, crimini, sfruttamenti del capitalismo, e cupezze, censure, deportazioni del socialismo reale. Forse è questa mirabile sintesi di stalinismo e liberismo selvaggio che manda in estasi i commentatori di fronte al «miracolo cinese». Ma non bisognava aspettare certo le Olimpiadi per vederla. Chi voleva, poteva parlare quando fu presentata (e accettata) la candidatura di Pechino. Ma allora tutti tacquero, pur mugugnando sui diritti umani. Proprio allora prese il via la gara di (duplice) ipocrisia. La prima riguarda la potenza di chi offende la democrazia. Al contrario che in Cina, in Iran siedono in parlamento anche deputati dell’opposizione; giornali dissidenti sopravvivono persino per anni; la censura su Internet è più lasca, la tv satellitare meno controllata. Ma della Cina l’Iran non ha né forza militare, né strapotere economico: ecco perché non vedremo mai Bush andare in uno stadio a Tehran. «Non si può irritare la potenza nascente», «Mica vuoi perdere affari col nuovo gigante economico»: i diritti umani sono a profilo variabile: dipendono da… Ma vi è una seconda, più profonda ipocrisia. Solo dopo la fine della guerra fredda, a molti (a troppi) è apparso chiaro che quando l’occidente si ergeva a «paladino del mondo libero», con «libero» intendeva «libero mercato». Solo con le pagliacciate autocratiche di Eltsin e con la sanguinosa repressione di Tienanmen, si è visto che libertà di stampa, di pensiero, di associazione, di difesa del lavoro, sono «optionals» e che l’unica libertà che per l’occidente conta è quella di proprietà privata. Putin eHu Jintao non saranno sinceri democratici, ma finché garantiscono il diritto di proprietà privata e libertà ai mercati, sono comunque dalla nostra parte. Que la fête commence!

 

Sindaci fuorilegge – Marco Bascetta

Cosa vi sarebbe di più democratico, contiguo alla nostra quotidianità, radicato nel territorio, vicino ai problemi e alle aspirazioni di chi lo abita, del governo locale? Di quei «comuni» che già nel nome stesso evocano la difesa di una comunità sociale e politica dall’arroganza di poteri lontani, astratti, predatori? Non è forse stato il «decentramento», la partecipazione popolare, il confronto ravvicinato, l’articolazione massima della sfera pubblica, una bandiera irrinunciabile del radicalismo democratico? E, tuttavia, l’ideologia contemporanea e il ceto politico italiano, che la alimenta e se ne alimenta, hanno provveduto a trasformare queste aspirazioni in un incubo, il governo locale in un formidabile dispositivo di repressione e regolamentazione delle vite. Remoti sono i tempi in cui i comuni difendevano gli usi civici, e cioè i beni della collettività, dalle pretese dei feudatari. Semmai si tratta oggi di venderglieli o concederglieli a condizioni di massimo favore. A colpi di demagogia e procurati allarmi, dotandosi di giannizzeri ben armati e di volontari addestrati al controllo e alla delazione i governi comunali vanno trasformandosi in piccole satrapie elettive, che celano l’incapacità di migliorare la qualità dei servizi e la quantità delle risorse, dietro lo spettacolo della repressione capillare. Il decreto Maroni, che conferisce ai sindaci poteri speciali «in materia di sicurezza» imprime a questa catastrofica deriva una spaventosa accelerazione. A infelicitare la nostra esistenza quotidiana e ridurre la libertà di tutti , soprattutto di quanti non dispongono dei mezzi per comprarsela sul mercato, non sono tanto le leggi, discusse nei parlamenti e raccolte nei codici, (sebbene anche queste facciano in molti casi la loro parte) quanto una selva di ordinanze, normative, divieti, prodotte dall’arbitrio di valvassori e valvassini della governance diffusa, sostenuta dagli interessi corporativi e particolari che la circondano e la aizzano. Questo «potere di ordinanza» viene ora esteso oltre misura e sottratto al controllo della magistratura, ovvero all’obbligo di essere coerente con le leggi dello stato. In altre parole l’arbitrio dei sindaci può spingere la sua «creatività», come del resto quotidianamente accade, fino a imporre normative discriminatorie e limitazioni della libertà dei singoli o di determinate comunità, che contraddicono radicalmente l’ordinamento giuridico e i principi democratici. Sottraendo inoltre, chi ne cadesse vittima, a qualsiasi tutela e garanzia. L’ «ordinanza» diviene così un atto di sovranità fuori da ogni controllo, una decretazione quotidiana e banalizzata dello stato di emergenza che consentirà di discriminare, come già sovente accade, sulla base della razza, della religione, del censo, dell’età, del sesso o delle inclinazioni sessuali, infischiandosene dei principi e delle leggi. Gli esempi offerti dalla cronaca sono innumerevoli. Dai comuni che vietano la residenza a chi non disponga di un reddito superiore a una determinata cifra, a chi mette una taglia sulla cattura degli immigrati clandestini, a chi, come l’ineguagliato sindaco di Verona Flavio Tosi, fra molte altre nefandezze, privilegia nelle graduatorie per gli asili nido le coppie sposate ad alto reddito rispetto a quelle conviventi a basso reddito, fino alla guerra diffusa contro le moschee e gli insediamenti rom. E così di seguito ogni primo cittadino, senza freni o impedimenti, potrà conformare la vita cittadina alla sua personale concezione di legge e ordine, al suo proprio catechismo ideologico. Proibire, per esempio, che nei parchi pubblici si «sosti» nottetempo in più di due persone (Novara). È il federalismo della repressione, la fine dell’eguaglianza dei diritti. Chiamare questi «amministratori» sceriffi non è sbagliato: sembrano usciti da un western di serie c. E poiché eletti, come gli sceriffi, i sindaci sono sospinti ad assecondare gli umori della maggioranza. In assenza di vincoli e tutele ci vuol poca fantasia a indovinare che le prime vittime delle loro ordinanze saranno le minoranze: rom, stranieri, omosessuali, turisti squattrinati e «irregolari» d’ogni razza e colore. E la sicurezza, quel bene supremo, quella magica parola né di destra, né di sinistra, che corre sulla bocca di tutti? Della prostituzione, della mendicità, dei lavavetri, degli scarabocchioni che imbrattano i muri, dei venditori ambulanti si può pensare quello che si vuole, ma non certo che attentino alla sicurezza di qualcuno, che costituiscano un’emergenza tanto grave da legittimare la truce demagogia dei sindaci e l’estro repressivo degli assessori. La sicurezza, in questo caso, è una parola menzognera e un colossale imbroglio. I sindaci dei comuni italiani, con poche distinzioni tra destra e sinistra, stanno avviandosi a diventare i nemici più insidiosi della democrazia e della libertà dei singoli; signorotti locali, circondati da corti voraci e applauditi da corporazioni egoiste e abbarbicate ai propri privilegi. Tutti ispirati da quel principio guerrafondaio e discriminatorio che considera un territorio come proprietà privata degli «autoctoni» e lo riorganizza in conseguenza come quei condomini di ricchi statunitensi in cui la Costituzione è sospesa e le guardie private garantiscono, con metodi spicci e senza impedimenti, l’ordine condominiale. Le nostre città rischiano così di diventare tante piccole e grandi Dogville, quella comunità ipocrita e feroce, sorridente e carogna, descritta in un illuminante film di Lars von Trier. Il partito dei sindaci è un vero incubo. Forse è arrivato il momento di organizzare una brigata volontaria di caschi blu, o rossi, o verdi, che si assuma il compito di esportare la democrazia e i più elementari principi di civiltà a Verona, Novara, Treviso, Padova, Salerno, Bologna, Firenze, Vicenza, Roma, Milano e molti altri luoghi. Una forza d’interposizione tra i giannizzeri municipali e le loro vittime di turno. Una guerra umanitaria contro la cattiveria e la stupidità.

 

Pic nic vietati a Ferragosto. Soprattutto per i senegalesi

Alessandro Braga

Milano - Non è certo Giancarlo Gentilizi che, per carità, di gente come il prosindaco trevigiano uno basta e avanza. Ma, nell’estate delle ordinanze anti-immigrati, il «buon» sindaco di Cassano d’Adda (un comune di circa 20mila abitanti in provincia di Milano), il forzista Edoardo Sala, ha voluto, in piccolo, fare la sua parte. E ha deciso di impedire lo svolgimento della festa di ferragosto della comunità senegalese sul suo territorio. Con un’ordinanza ad hoc, preparata in fretta e furia nell’afosa calma estiva della profonda provincia milanese: «Per il giorno 15 agosto 2008, dalle ore 7 alle ore 24 – recita il documento, datato 23 luglio – è fatto divieto assoluto di accesso e permanenza di cose e persone all’interno dell’area denominata ‘Pignone’ che per l’occasione avrà gli ingressi debitamente chiusi con apposita segnaletica verticale». Per capire la valenza «razziale» dell’ordinanza bisogna spiegare, per chi non è del posto, cos’è il ‘Pignone’. L’area del ‘Pignone’ (Al Pignùn, come lo chiamano gli autoctoni), nella frazione di Groppello d’Adda, è un bell’angolo vicino al fiume. Tanto verde, molta ombra, la frescura che arriva dal corso d’acqua. Una pista ciclabile che da Milano porta fino a lì, e una zona attrezzata per picnic e gite domenicali di indigeni e milanesi alla ricerca di un po’ di relax fuori porta. Infatti, ogni fine settimana da maggio a settembre, tempo permettendo, la zona è meta di famigliole con bimbi al seguito, ragazzotti che giocano «al pallone», pescatori e coppiette che provano a infrattarsi per avere un po’ di intimità. E, almeno fino allo scorso anno, di tutta la comunità senegalese della zona, che da oltre vent’anni trascorre il ferragosto sulle rive dell’Adda. Organizzando una festa spontanea, che vede arrivare da tutta la Lombardia gente originaria del Senegal,ma non solo, e che è diventata col tempo un’occasione di socialità e integrazione tra la comunità immigrata e gli «indigeni», perlomeno quelli che in quel periodo non sono spaparanzati al sole nelle loro case di villeggiatura. Ma, per il primo cittadino cassanese, quella festa non s’ha da fare. E allora ecco pronta l’ordinanza. Che motiva la decisione di chiudere la zona con «il diffuso allarme sociale» provocato negli abitanti «dall’elevato numero di persone di diversa nazionalità » (africana, naturalmente. E se fosse svizzera o statunitense?) che ormai da diversi anni si ritrova nella zona. Probabilmente «brutta gente» secondo il sindaco e che, a suo dire, fa un «uso spropositato di bevande alcoliche (gli italiani no?), di strumenti atti a generare musica (si chiamano strumenti musicali, signor sindaco) e che deturpa il patrimonio pubblico». Quindi lì non ci deve stare. E sì che la festa senegalese è riuscita a sopravvivere anche a due mandati di monocolore leghista, proprio perché anche la «vox populi» ha sempre riconosciuto la civiltà dei partecipanti e la cura nel non arrecare danni all’area. «E poi - denuncia Pietro Zanaboni, capogruppo in consiglio comunale dei Comunisti cassanesi (una lista che si è presentata alle elezioni con un simbolo con ben due falcemartello, roba da far invidia a Diliberto) - gli atti vandalici usati dal sindaco come pretesto avvengono tutto l’anno, e sono opera di ragazzini del posto, che probabilmente ad agosto sono a divertirsi sulla riviera romagnola». Quello per la festa di ferragosto non è il primo «niet» del sindaco. In primavera aveva vietato il concerto del Primo Maggio, dicendo che era troppo rumoroso, e il mese scorso ha impedito che si svolgesse in un parco cittadino un corso di yoga organizzato dai Verdi locali (troppo rumoroso anche quello forse). In compenso, qualche settimana fa, i cittadini cassanesi sono stati svegliati nel cuore della notte dai fuochi d’artificio sparati in villa Borromeo, storica villa cassanese (e di proprietà di Silvio Berlusconi), dove si stava tenendo una festa della guardia di finanza. A un’interpellanza presentata dalle opposizioni sulla questione in consiglio comunale il sindaco si è scusato, dicendo che era stato un errore, ma che «visto il calibro dei partecipanti (Anna Falchi e, pare, anche Giulio Tremonti) l’evento aveva dato lustro alla città». Allora una soluzione, per la festa senegalese, forse c’è. Che gli organizzatori invitino anche Youssun’dour. Il sindaco potrebbe accoglierlo con la fascia tricolore.

 

Di Pietro si fa largo a sinistra. Prc:in Abruzzo si può fare

Serena Giannico

Pescara - La sanità in tangenti, nell’Abruzzo che si prepara al voto postscandalo, fa largo al «dipietrismo» e a termini come «pulizia» e «moralizzazione». E pone l’Italia dei valori in pole position nel centrosinistra che va verso le urne. E’ Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, a dirsi per primo possibilista ad appoggiare «la candidatura di Antonio Di Pietro a presidente della Regione Abruzzo». «Non capisco quale problema potremmo avere - spiega Ferrero – ne discuteremo in merito al programma». Tira il freno invece riguardo ad un’alleanza col Pd: «Se i democratici restano sulla attuale linea politica sarà impossibile trovare un’intesa. Ma…». E pone condizioni: «Non ci dev’essere alcun indagato in lista e i democratici, avendo fallito, non possono presentare il presidente». Le critiche al partito di Veltroni si inseriscono in un contesto più ampio. Dice il leader del Prc: «Non esistono le condizioni per governare insieme». Critiche riferite anche alla complicata convivenza durante il governo Prodi: «Su tutti i punti fondamentali, quando il Pd ha dovuto scegliere, non ha scelto la mediazione con Rifondazione ma la mediazione con i poteri forti: il Vaticano, le banche, le assicurazioni e Confindustria». Poi l’affondo pensando a Ottaviano Del Turco (Pd), e alla sua giunta inquisita o sbattuta in galera con l’accusa di aver intascato mazzette per 15 milioni, e la strizzata d’occhio all’ex pm di Montenero di Bisaccia nelle vesti di governatore. «E’ il giusto riconoscimento - commenta Alfonso Mascitelli, senatore dell’Idv - alle scelte fatte in questo territorio. Siamo stati critici verso la maggioranza, rifiutando apertamente un metodo di governo deludente e approssimativo, tanto da abbandonare l’esecutivo nel settembre dello scorso anno». Mancava un’incisiva azione di cambiamento – secondo l’Idv - e «a proclami di riforme, come quella degli enti strumentali e dell’abbattimento dei costi della politica, non sono seguite azioni. Non c’è stata concretezza». «Siamo pronti ad un confronto – riprende Mascitelli - con Rifondazione, con i Comunisti italiani e sinistra democratica». E il Pd? «Deve avere il coraggio e la coerenza di cambiare. Basta con l’autoreferenzialismo. Le scelte debbono avvenire su basi di pari dignità, rinnovamento e regole trasparenti e condivise, se puntiamo realmente ad un rilancio del centrosinistra. Altrimenti non vi è obbligo di appartenenza alla coalizione». E basta alle «solite facce nascoste sotto simboli diversi ad ogni legislatura» e al «federalismo delle bustarelle», come ha più volte evidenziato Di Pietro. Bacchettate al Pd anche da Marco Gelmini, segretario regionale del Prc Abruzzo, che rincara: «Riteniamo non più rinviabile una riflessione sui metodi di gestione della cosa pubblica da parte dei democratici, ormai al centro di numerosi, pesanti e continui interventi da parte della magistratura. Da quella sul sistema di concussione-corruzione di Montesilvano che ha accompagnato in cella l’allora sindaco, a quella di alcuni mesi fa che ha portato all’arresto del braccio destro del sindaco di Pescara nonché segretario regionale del Pd Luciano D’Alfonso, agli avvisi di garanzia giunti a quest’ultimo. Fino agli avvisi di reato che hanno raggiunto esponenti di punta del gruppo, responsabili della gestione dei servizi idrici: hanno sottovalutato l’inquinamento e i veleni contenuti nell’acqua potabile in provincia di Pescara». Il Pd le prende ma rilancia e tira dentro Casini. «Elezioni? E’ il momento di aprire un tavolo con i gruppi dell’attuale coalizione – propone Stefania Misticoni, vicesegretario regionale del partito di Veltroni. E’ giusto ricominciare dalle aggregazioni esistenti, senza trascurare alcuna possibilità. L’autocritica è partita all’interno del Pd, ma non si possono addossare tutte le responsabilità a un solo partito, né si può trascurare e cancellare quello che di buono è stato fatto. Dobbiamo restituire ai cittadini fiducia nelle istituzioni e, per ciò, lavorare con lealtà. Di Pietro? Parliamone. E parliamo anche di primarie all’interno della coalizione. Inoltre, in considerazione del quadro politico nazionale attuale, consideriamo anche l’idea di coinvolgere l’Udc».

 

Il massacro degli albini – Geraldina Colotti

Vumila Makoye, 17 anni, viene uccisa da due uomini armati di coltello che le segano le gambe. Jovin Majaliwa è mutilato sotto gli occhi della moglie, che sfugge alla morte per un soffio. Kija Mbogo Marashu, 7 mesi, viene trucidato l’11 luglio scorso, tre uomini gli tagliano le braccia e se le portano via. Nelle regioni di Mwanza, Shinyanga e Mara, circostanti il lago Vittoria, in Tanzania, molti albini sono stati uccisi così. Altri sei cadaveri, scuoiati, sono stati ritrovati nella regione di Mbeya, a sudovest del paese. Una cinquantina di omicidi dall’inizio dell’anno, ma la cifra è forse maggiore. Dietro, secondo un’inchiesta della Bbc pubblicata a fine luglio, un traffico di pezzi umani, destinati al mercato della superstizione: 2.000 casi di vendita di organi, appurati di recente. Un turpe commercio tenuto in piedi dall’attività degli stregoni con la complicità della polizia. Particolarmente richiesta, anche in Malawi, nello Zambia, in Mozambico, nella Repubblica democratica del Congo e in Sudafrica, la cute degli albini, pagata dai 135 ai 537 dollari. Una «pozione magica» con gli ingredienti adatti può costare invece fino a 2000 shillingun. Lo stregone la confeziona mischiando sangue, ossa e capelli di un albino. Per procurarseli, bisogna uccidere, oppure disseppellire i cadaveri ancora freschi. Per impedirlo, le autorità cementano le tombe degli albini immediatamente dopo la sepoltura. Nelle regioni vicine al lago Vittoria capita anche di morire per qualche diceria, vittime di folle inferocite che vogliono giustiziare la «strega», com’è accaduto nei mesi scorsi in Kenya. E tempo prima era rimbalzata sui media la vicenda di una coppia di giornalisti accusati di voler vendere gli organi della loro giovanissima domestica albina, e uccisi. Secondo una ricerca della Ong Coel (Coalition pour les personnes agées), pubblicata su afrik.com, in 10 anni, in Tanzania sarebbero state uccise 8580 persone anziane, sospettate di praticare la stregoneria. È nell’intreccio tra business e stregoneria che sono ricominciati gli omicidi degli albini. Certo, i giudici sportivi che nel 2006 hanno multato le due più importanti società calcistiche tanzaniane per aver praticato in pubblico la stregoneria, non hanno specificato quali ingredienti contenesse la miscela di polvere e uova, gettata in campo da una delle due squadre, e su cui l’altra si era precipitata a urinare. Quel che però venne fuori all’epoca, furono le tariffe medie che gli stregoni si facevano pagare per ogni prestazione: 5.000 dollari. Un «aiutino» che, confessò all’epoca un dirigente, non si poteva rifiutare perché il rito propiziatore era fortemente voluto dalle tifoserie. Pratiche su cui sorridere come sui cornetti nostrani, se non ci andassero di mezzo delle vite umane, vittime dai tempi dei tempi di ostracismi e persecuzioni, com’è il caso degli albini. Vittime della malattia e del paradosso di essere «troppo bianchi» in un continente in cui molti neri si schiariscono la pelle per assomigliare agli europei. «Gli omicidi di albini sono un fenomeno recente in Tanzania, legato alla stregoneria», ha dichiarato a metà luglio la ministra Margaret Simwanza al Comitato per l’eliminazione della discriminazione verso le donne (Cedaw), preposto al monitoraggio della situazione in Tanzania per conto dell’Onu. E ha messo in rilievo che la Repubblica unita di Tanzania – 38 milioni di abitanti e 26 regioni amministrative, di cui 5 per l’Isola di Zanzibar – è uno dei tre paesi ad aver realizzato gli obiettivi fissati dalla Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc): portare il 30 per cento di donne in parlamento. Difatti, 98 dei 321 parlamentari sono donne. Simwanza, ministro per lo sviluppo comunitario, gli affari umanitari e l’infanzia, ha descritto anche i progressi notevoli nella messa in atto della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne e delle diversità attraverso l’approvazione del 14mo emendamento della Costituzione - nel 2005 -, e la promulgazione - nel 2000 -, di nuovi testi di legge e programmi di promozione della parità. Ha anche indicato che il numero di bambine scolarizzate, tra il 2003 e il 2007, è passato da 48.106 à 212 909. D’altronde, il piano di sviluppo nazionale ipotizzato per il 2025 con gli aiuti finanziari delle istituzioni internazionali prevede che la Tanzania garantisca la realizzazione dell’uguaglianza tra i sessi e l’autonomizzazione delle donne nel campo sociale, economico e politico così come sul piano culturale: entro 2025. Un’attenzione specifica dovrà essere rivolta all’ambito rurale, settore portante dell’economia in cui oltre 15 milioni di donne contribuiscono al 70 per cento della produzione alimentare del paese. Progressi che però si scontrano con i retaggi di costumi arcaici, dovuti «alla presenza di 120 gruppi etnici, le cui culture e tradizioni hanno un considerevole impatto sulle relazioni tra uomo e donna nel paese, in cui permangono pratiche tradizionali che intralciano il progresso». Ogni anno vengono uccise 300-400 donne a seguito di violenze coniugali, ma i 7.300 stupri costituiscono solo materia di «regolamenti extragiudiziari». In un paese in cui il 35 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, l’analfabetismo colpisce soprattutto le donne, che non conoscendo i propri diritti non hanno i mezzi per farli valere contro le violenze maschili, che passano anche attraverso le accuse di stregoneria. Le violenze contro le donne sono una vera emergenza nazionale, tanto che il presidente della repubblica, Jakaya Kikwete, in maggio ha lanciato una campagna contro le violenze domestiche e la diffusione dell’aids, facendosi fare il test dell’Hiv in pubblico nel luglio seguente. Per far fronte all’uccisione delle «streghe », il presidente della repubblica – che si definisce «un socialdemocratico» - ha inviato nelle campagne un gruppo di esperti per discutere sulla violenza alle donne e sulla poligamia (la Tanzania è costituita per il 50 per cento da musulmani a cui la religione consente fino a 4mogli). Per far fronte alla mattanza degli albini, che le associazioni di difesa vogliano sia riconosciuta come un’emergenza nazionale, Kikwete ha istituito un comitato che fornisce loro sostegno legale, e ha preso una decisione altamente simbolica: tra i 10 parlamentari che ha facoltà di nominare, ha scelto una donna albina, Al-Shymaa Kway-Geer. «Vi invito a rifiutare credenze e superstizioni e a non considerarle scorciatoie per ottenere ricchezze», ha detto Jakaya Kikwete in discorso alla nazione. E ha promesso un piano speciale per tutelare la sicurezza degli oltre 80.000 albini censiti (che per l’associazione albini di Tanzania sarebbero invece intorno ai 150.000, su una popolazione di 35 milioni di abitanti). Kikwete ha anche esortato le autorità locali e la polizia a perseguire i guaritori tradizionali che commissionano gli omicidi. Così, in un mese sono state arrestati 172 sospetti. Qualcuno ha ammesso di essere stato spinto dagli stregoni a procurarsi gli organi degli albini per ottenere subito grandi ricchezze, ma i colpevoli non sono stati trovati... E neanche le grandi ricchezze, ben concentrate nelle mani di pochi. Archiviato il socialismo umanista di Julius Nyerere, che lasciò il potere nel 1985, il multipartitismo inaugurato nell'ottobre del 1995 in un paese in grave crisi economica dopo la guerra contro l’Uganda, non ha portato più benessere,ma impoverimento crescente. In Tv o in certi negozi di Dar es Salaam, il benessere sembra vicino e irraggiungibile. Da un lato il miraggio, dall’altro la concreta disperazione. La «pozione magica» con le ossa dell’albino, può così apparire il viatico (il biglietto vincente) che porta a quel miraggio. Per molti,ma non per tutti, come dice la pubblicità.

 

Liberazione – 8.8.08

 

Castelli, Fassino e la politica senza principi - Piero Sansonetti

Il sottosegretario ed ex ministro Roberto Castelli (Lega) ha dichiarato: «E' ora di smetterla di criminalizzare gli imprenditori italiani. Se estrapoliamo dal numero complessivo di incidenti sul lavoro quelli avvenuti per incidenti stradali, ci accorgiamo che l'Italia è uno dei paesi dove la sicurezza nelle aziende è tra le migliori a livello europeo». Questa brillante dichiarazione si riferisce alle accuse mosse giorni fa dal Censis all'imprenditoria italiana. Notava il Censis che i morti sul lavoro sono il doppio dei morti per omicidi dovuti alla criminalità. E notava che sono molti di più rispetto ad altri paesi europei come la Germania, la Francia o l'Inghilterra. Risponde Castelli: «Nella cifra di circa 1.200 omicidi bianchi del 2007 sono compresi anche un certo numero di incidenti stradali avvenuti nel percorso casa-lavoro». Castelli però non ha letto bene i dati. Perché il confronto Italia-Germania-Francia-Inghilterra, che ci consegna la «maglia nera», è realizzato sulla base degli incidenti sul lavoro esclusi quelli automobilistici. In Italia questi incidenti - cioè gli omicidi bianchi - sono oltre 600 all'anno, proporzionalmente quasi il doppio rispetto alla Germania. E, anche se volessimo accettare l'idea che morire guidando la macchina o il camion non è un incidente sul lavoro, ci troveremo comunque di fronte a un numero di assassinii imputabili al sistema delle imprese, pari a quello degli omicidi della mala. Cosa direbbe Castelli se qualcuno dichiarasse: «E' ora di smetterla di criminalizzare la malavita italiana, la quale, a conti fatti, uccide meno di due persone al giorno»? (Dato, per altro, esagerato. Dal momento che di quei 600 morti attribuito alla criminalità, più di un terzo sono omicidi in famiglia, generalmente ad opera dei mariti...). Il ministro ombra degli esteri, Piero Fassino, ha detto, in un'intervista all' Unità che non hanno senso azioni di protesta o di boicottaggio verso la Cina, in occasione delle Olimpiadi, perché la Cina «torna ad essere uno dei luoghi fondamentali dello sviluppo, dell'innovazione e della produzione e dei consumi... la Cina torna ad essere una delle grandi potenze del pianeta ed è evidente che le Olimpiadi rappresentano la sanzione di questo nuovo ruolo di Pechino nel mondo...». Nessuno in questi anni ha avvertito Fassino che in Cina si violano i più elementari diritti umani? Si fucilano decine di persone ogni giorno. Si produce con costi del lavoro bassissimi, perché contenuti attraverso un sistema bestiale di sfruttamento dei lavoratori e di abolizione dei loro diritti. Nessuno gli ha detto che in Cina non c'è la libertà, ed è del tutto assente la democrazia politica? O forse qualche accenno a questi problemi, qualcuno glielo ha fatto. E così Fassino nella parte finale dell'intervista prende le distanze dalla dittatura, osservando però che «boicottare o fare gesti ostili che suonino come sfida non produrrebbe come risultato una maggiore disponibilità delle autorità cinesi a cogliere le sollecitazioni della comunità internazionale». Che vuol dire? Vuol dire che il sovrano non va mai infastidito, sfidato, non è utile ribellarsi. E meglio lisciarlo e chieder la grazia... Specie se è molto ricco, potente, e controlla un mercato interessante per l'Italia, le sue imprese, i suoi mercati e gli interessi delle multinazionali... Voi direte: perché hai messo insieme Fassino e Castelli? Perché le due maldestre uscite di questi due prestigiosi esponenti del Parlamento, sono molto simili. Partono dalla convinzione che la politica sia una cosa che prescinde dai principi, dalle idee. Che deve essere quanto più possibile lontana dalla moralità. E' un gioco di potere, di rapporti di forza, dove il migliore è il più cinico. Il più forte ha ragione.

 

8-8-08, la Cina si presenta al mondo - Maurizio Mequio

Beijing 2008, si parte. E' l'Olimpiade delle incongruenze, ma è pur sempre un'Olimpiade. Cielo terso, minaccia pioggia e contiene smog: non gli si sparerà per far esplodere le nuvole, come vagliato dai tecnologici signori del meteo cinesi, ci saranno solo fuochi d'artificio. Una cerimonia in grande, che nasconde e propone un grande Paese. Del resto in vetrina ognuno ci mette quello che vuole. Ore 8 di sera del giorno 8 dell'ottavo mese dell'anno 2008, l'orologio di Piazza Tienanmen non poteva rendere migliore omaggio a una cultura che in questo numero ritrova il perfetto risultato dell'interazione cosmica di Yin e Yang. Otto sono le forze della natura e otto è il numero degli immortali della mitologia made in China. Teatro della cerimonia lo stadio definito a Nido di rondine, per la sua inconsueta struttura esterna: 91mila posti e 350 milioni di euro spesi per la sua realizzazione.«Abbiamo preparato i Giochi per 7 anni e ora siamo pronti. Siamo profondamente convinti che avranno un grandissimo successo, forse saranno le Olimpiadi più grandiose che il mondo ricordi», così ha rotto il ghiaccio la portavoce del comitato organizzatore, Sun Weide. La Cina cerca di tirare fuori dal cilindro il meglio di sé. Ma il colpo a sorpresa è stato in parte già sventato dalla tv coreana Sbs . Durante la seconda prova generale della cerimonia, i giornalisti coreani sono riusciti a "rubare" oltre un minuto di immagini. Record che un qualsiasi Corona avrebbe disintegrato, ma che nella terra della censura, su carta e su Internet, potrebbe costare alla Sbs il ritiro degli accrediti per assistere ai giochi. Le loro clip insieme alle anticipazioni degli organizzatori hanno comunque introdotto l'evento dell'anno. Oggi, ore 14.00 italiane, andrà in scena la secolare storia della Cina, tre ore e mezza di spettacolo, che si snoderà attorno a tre temi: la bellezza olimpica, lo splendore della civiltà e la grandezza dei tempi. In scaletta: il momento catartico del via, un'ora in cui è prevista la partecipazione del pubblico, la canzone dei giochi cantata da Sara Brightman e da Liu Huan, il discorso ufficiale e la sfilata degli atleti. Le magie pirotecniche al calare del sole - fiore all'occhiello dell'organizzazione - precederanno l'accensione del braciere. Ma sono anche le preoccupazioni, le curiosità e le polemiche sui protagonisti di Beijin 2008 che hanno determinato l'importanza mediatica dell'evento. Oltre agli spettatori, 70mila tra atleti, vip e capi di Stato. Centosessantamila persone in tutto all'interno dello stadio e 200mila tra poliziotti e soldati, dislocati nei punti cruciali della città. Città ovviamente satura di telecamere di sicurezza, e non solo: è prevista la trasmissione della diretta in ognidove. Bush, Putin e Sarkozy saranno presenti e sorridenti sugli spalti, Berlusconi a metà. Il premier italiano ha scelto di disertare i giochi, ma ha inviato un suo delegato, il ministro degli esteri Franco Frattini. A Michael Phelps lo sportivo più atteso, l'arduo compito di entrare per sempre nella leggenda. Insegue in piscina l'impresa di Mark Splitz, che a Monaco nel 1972 conquistò sette ori e altrettanti record del mondo. Ieri anticipo di campioni, con il grande calcio: luci puntate du Dinho e Messi. Ora sarà la volta dei portabandiera Federer, Yao Ming, Rossi e Foster. Poi ci sarà spazio per vedere all'opera il Dream Team Nba, i figli del vento - Bolt, Powell e Gay - e tanti altri. Anche la compagine azzurra è motivata e conscia di saper regalare emozioni. Prima ancora di raccogliere gli inviti politici o di esprimersi liberamente, gli atleti italiani daranno il massimo per guadagnare la scena principale: Howe, Di Martino, Idem, Vezzali, Trillini e Pellegrini, sono solo alcune delle frecce per il nostro arco. «Confermare i livelli di Atene sarebbe già un grande successo - ha detto Raffaele Pagnozzi, segretario generale del Coni e capomissione a Pechino - dato che il livello della concorrenza si è alzato. Se si andasse oltre le 30 medaglie, andando per dire a 35, sarebbe straordinario. Certo bisognerà vedere anche che tipo di medaglie sono». A sdrammatizzare le polemiche sui diritti umani, lanciando una sfida, solo sportiva, ci hanno pensato le inaspettate previsioni dei bookmaker, secondo loro la squadra che otterrà più medaglie sarà la Cina, data a 1 e 40. Dopo le stoccate di ieri, date e subite da Bush col ministero degli Esteri cinese, gli Stati Uniti si piazzerebbero al solo secondo posto del podio, quotati a 2 e 70.

 

940 nuovi McDonald's, 100mila agenti antiterrorismo

Un carrozzone immenso, un'attrattiva per milioni di spettatori e migliaia di atleti (10.708 per la precisione) e - soprattutto - un business da non lasciarsi scappare per le multinazionali di tutto il mondo. Solo per dare l'idea di quanto gravita intorno alle 3 settimane di giochi olimpici che partono oggi a Pechino, il New York Times ha stilato una piccola scheda con dati molto interessanti. Eccone alcuni. Un miliardo e 737 milioni di dollari è quanto ha guadagnato il comitato olimpico internazionale per la vendita dei diritti tv (alle Olimpiadi di Roma 1960, le prime trasmesse in televisione, l'incasso fu di un milione e 200mila dollari). Quaranta miliardi è invece la spesa sostenuta per gli stadi e tutte le infrastrutture (furono 9 e mezzo nei giochi di Atene del 2004). Ancora costruzioni e infrastrutture: 353mila piedi cubi di acqua piovana possono essere contenuti in caso di emergenza dalla Water Cube, la piscina olimpionica. Poi, gli sponsor : 940 nuovi McDonald's in tutta la Cina che potranno vendere il nuovo China Mac, studiato apposta per le Olimpiadi a base di carne marinata in una salsa di pepe nero; e 2.008 autobus tappezzati dallo sponsor ufficiale di Pechino 2008, la Coca Cola. Ma per quanto riguarda il cibo, c'è da segnalare anche che Tyson Foods ha portato 25mila libbre di proteine magre da servire alla delegazione statunitense. Negli ultimi mesi a Pechino si è registrato un boom di vendite e noleggi di biciclette : alla fine del 2007 per la città ne giravano per la città erano 8 milioni, oggi sarebbero più di 10, contro 3,3 milioni automobili. Effetto Olimpiadi, sia per il richiamo allo sport sia per i severi diktat del governo cinese per fare di tutto per limitare l'infinito e fastidiosissimo smog che sovrasta la capitale. Infine, i controlli : 150 scienziati e volontari all'antidoping per condurre all'incirca 4500 test durante le competizioni. Non sono sfuggiti ai controlli nemmeno i cinesi: 67mila taxi sono stati ispezionati dai commissari olimpici alla ricerca di odori sgradevoli e 100mila agenti antiterrorismo hanno provveduto a setacciare ogni millimetro quadrato della città. E, per finire, saranno 300mila le telecamere ad alta tecnologia presenti a Pechino per garantire la sicurezza di tutti 24 ore su 24.

 

Dal Molin, a ottobre il referendum popolare. La destra chiede soldati, gli Usa il cantiere - Checchino Antonini

Da destra si strepita, all'ombra dei capolavori palladiani, per avere militari anche per le strade di Vicenza. A metterci la faccia il signor Cattaneo Roberto, leader dei dipendenti italiani della Ederle, ossia del fiacco (ma potente) comitato Sì Dal Molin, spedito in Provincia da Forza Italia. Lui dice che servirebbero proprio perché c'è tensione per la nuova base Usa. Non riesce proprio a ingoiare lo tsunami che ha sfrattato il suo collega di partito (migratore dal Msi transitato per la Lega prima di indossare il doppiopetto berlusconiano) dalla poltrona di Palazzo Trissino da dove il nuovo sindaco, Achille Variati, Piddì - un passato remoto da democristiano «per bene» e un passato prossimo no-base - ha indetto ieri il referendum popolare sulla spinosa questione della nuova base Usa a meno di un paio di chilometri dai monumenti che sono valsi alla città la qualifica di patrimonio dell'Umanità. Domenica 5 ottobre, insomma, la città andrà alle urne per rispondere alla seguente domanda: «È favorevole all'adozione da parte del Consiglio comunale di Vicenza, nella sua funzione di organo di indirizzo politico amministrativo, di una deliberazione per l'avvio del procedimento di acquisizione al patrimonio comunale, previa sdemanializzazione, dell'area aeroportuale "Dal Molin" ove è prevista la realizzazione di una base militare statunitense?». In questo caso - continua il questionario - dovrebbe essere destinato «ad usi di interesse collettivo salvaguardando l'integrità ambientale del sito?». «E' un momento importante per la città: finalmente possiamo esprimere il nostro parere - spiega a Liberazione , Cinzia Bottene, consigliera eletta con la lista Vicenza libera, promossa dal Presidio permanente, una delle voci più ative del composito fronte del No. Bottene racconta di aver chiesto che, almeno fino alla consultazione avvenuta, non si aprano i cantieri. Ma l'incalzare degli avvenimenti potrebbe non essere un bun auspicio. Innanzitutto la riconferma del supercommissario Costa, un curriculum di amministratore e ministro in orbita Pd scandito da grandi e devastanti opere. 48 ore dopo la riconferma Costa ha consegnato le chiavi dell'area al comando Usa che mercoledì (anniversario della prima atomica atomica su Nagasaki) le ha consegnate alle mega cooperative (la ferrarese Cmc e la bolognese Ccc) che si sono aggiudicate l'appalto, riunite in associazione temporanea di imprese (Ati). A giorni potrebbe iniziare la preparazione del cantiere che potrebbe essere operativo entro sei mesi. «Se questo dovesse avvenire sarebbe una dichiarazione di guerra, noi la considereremmo tale, perdipiù da parte di una nazione, gli Usa, che si fa paladina della democrazia, sarebbe ancora più grave!», continua Bottene. Per questo, a Vicenza nessuno degli animatori del presidio permanente è andato in ferie. «Siamo pronti a reagire in qualsiasi momento», garantisce la combattiva consigliera che partecipa, in queste ore, alla messa a punto delle giornate di mobilitazione in programma tra il 3 e il 14 settembre. «Per noi sarà l'avvio della campagna referendaria, giorni importanti e, visto il programma, molto interessanti». Top secret il cartellone artistico, i momenti politici clou saranno articolati su sei dibattiti: sull'informazione, sulla legittimità e illegittimità delle scelte che riguardano i territori, sull'assetto strategico mondiale, sulle comunità in lotta, sugli aspetti sanitari implicati nei luoghi invasi dalle basi militari, infine sul ruolo delle grandi coop e sulle loro contraddizioni etiche. Intanto ieri mattina sono state consegnate al Parlamento le circa 60mila firme raccolte sulla Legge di Iniziativa Popolare contro i trattati, le basi e le servitù militari. I promotori (Rete Disarmiamoli, Semprecontrolaguerra, Mondo senza guerra, Sinistra critica ecc...) ritengono che sia tempo di prendere di petto i trattati militari segreti (come quello del 1954) dietro cui si nascondono i governi italiani - come nel caso del Dal Molin - per giustificare la costruzione e la presenza di basi militari e armi nucleari Usa e Nato sul nostro territorio.

 

«Siamo l'altra metà del partito e ricostruiremo la sinistra»

Davide Varì

«Amarezza», «delusione umana e politica», ma anche voglia di rimettersi in cammino «nella consapevolezza di rappresentare l'altra metà del partito». Franco Giordano, l'ex segretario di Rifondazione, è un fiume in piena. Dopo la "battaglia di Chianciano" prova a riprendere il filo del discorso per rilanciare una «prospettiva». Non fugge dalle proprie responsabilità - «non ho mai pensato di ricoprire di nuovo alcun incarico politico» - ma si sarebbe aspettato lo stesso atteggiamento «da chi ha ricoperto incarichi di governo». E poi gli obiettivi futuri, i progetti di Rifondazione per la Sinistra - «un'area politico-culturale e non una corrente che rappresenta la degenerazione dei partiti» - che ha l'ambizione di ricostruire una nuova sinistra nel Paese. La prima domanda è d'obbligo. Come stai vivendo questi giorni del dopo Chianciano? Vivo una forte preoccupazione per il futuro di questo partito, mista ad una delusione e ad un'amarezza che non riesco a scrollarmi di dosso. In questi ultimi due anni ho provato a tenere in grande considerazione l'unità politica della nostra maggioranza. Ho anche sostenuto, e talvolta coperto, coloro che erano impegnati in esperienze difficilissime come quelle di governo. Ho coperto e provato a ricomporre anche su questioni sulle quali nutrivo forti perplessità. Un ricambio di leadership era forse inevitabile dopo una sconfitta elettorale così severa... Non ho alcuna intenzione di rimuovere le mie responsabilità politiche. E non ho mai pensato di ricoprire alcun incarico esecutivo. Mi sarei però aspettato un atteggiamento unitario nei confronti di chi ha condiviso con me questa esperienza. Ho ancora negli occhi l'immagine di un articolo de Il Manifesto che all'indomani della sconfitta elettorale e nel bel mezzo di una grande assemblea a Firenze, recitava: "Ferrero: non diventerò segretario di Rifondazione". Quando si dice la parola data. Ma ci sono altri due momenti in cui è stata anteposta la volontà di diventare segretario di partito al bene di Rifondazione, altro che leaderismo di Nichi Vendola. Penso alla vicenda del comitato politico nazionale che non si è limitata a prendere atto delle dimissioni collettive della segreteria ma ha voluto cancellare ogni possibilità di gestione ordinaria, lasciando il partito in una condizione di drammatica difficoltà. Senza contare che si apriva una discussione sull'esperienze del governo Prodi mentre si era ancora in carica. E poi c'è la vicenda del congresso. Con gli interventi di Nichi Vendola e Fausto Bertinotti, e poi il mio e quello di tanti altri compagni, abbiamo preso atto che nessuna mozione avrebbe raggiunto il 50,1 %. Peraltro vorrei sottolineare che l'unica mozione che ha aumentato i consensi nel congresso è stata la nostra. Una cosa che succede molto di rado nei partiti comunisti. Senza contare che eravamo pronti ad una ricomposizione unitaria con quelle aree politiche che un tempo erano più vicine a noi. Più vicine culturalmente e politicamente. Ma questa possibilità è stata negata e si è preferito dar vita ad una maggioranza risicatissima ed eterogenea per permettere l'elezione di Paolo Ferrero alla segreteria. Questa è la cronaca e questo mi dà molta amarezza. Ora Chianciano è finita e la situazione è piuttosto ingarbugliata: c'è un segretario e c'è una maggioranza. Poi c'è una maggioranza relativa, di cui fai parte anche tu, che non ha e non vuole incarichi di segreteria... Chianciano è alla nostre spalle, ora è rimasta la crudezza della politica. Devo riconoscere che la piattaforma congressuale tiene insieme aree molto disomogenee tra di loro, ma non posso non prendere atto che si sommano culture minoritarie con culture identitarie. In questo senso ho sempre pensato che ci possano essere esperienze minoritarie a vocazione libertaria ed esperienze identitarie a vocazione di massa. Il problema è che quando queste due tendenze si saldano tra loro, si cancellano vicendevolmente gli aspetti positivi. Condivido molto l'affermazione di Ida Dominijanni che utilizza la categoria di "ripristino". D'altronde così è stata universalmente percepita. E anche Alberto Asor Rosa, seppur bonariamente, afferma che i comunisti si separano dal resto delle culture presenti oggi nel Paese. Asor Rosa parlava di un'uscita non moderata dal comunismo... Il fatto è che a Chianciano ha prevalso l'esatto opposto. Io stimo i compagni dai quali ho pur sempre una grande distanza strategica. Penso a Fosco Giannini e Claudio Bellotti. Giannini, per esempio, rivendica e propone una nuova unità dei comunisti. E d'altra parte, lo stesso Paolo Ferrero non parla più della critica all'unità dei comunisti. Da parte sua Bellotti vuole capitalizzare una critica profonda ad ogni forma di governo riproponendo un'acritica avversione col Pd. Già, il Partito democratico. E' un avversario o un interlocutore dialettico? In gioco, per quel che riguarda il rilancio di Rifondazione, c'è un tema decisivo. In gioco c'è infatti il tema dell'efficacia della nostra iniziativa politica e della sua espansione. Non possiamo cancellare il tema della ricostruzione della sinistra. Per quanto mi riguarda non ho alcuna difficoltà ad ammettere che una delle cause che ha determinato la sconfitta è stata l'esperienza di governo. E' indubbio che c'è una drammatica distanza tra le nostre aspettative ed i risultati concreti ottenuti. Ma è assolutamente drammatico e preoccupante non cogliere altri aspetti decisivi di quella sconfitta. Ci sono ragioni che arrivano da lontano, ragioni che hanno un respiro europeo. Dietro la sconfitta del 14 aprile c'è la nostra partecipazione al governo, certo, ma c'è a anche il tema della rappresentanza. In effetti a Chianciano non si è parlato molto di queste ragioni più di respiro. Marco Revelli dice che entrambe le parti erano prigioniere dei propri "demoni". Che ne pensi? Una riflessione ed una ricerca più umile sarebbe di certo stata necessaria. Per quanto riguarda il governo, trovo indicativo che dopo l'esperienza infelice di Prodi, il presidente della Regione Puglia proponga ed ottenga il riconoscimento della gratuità della sanità pubblica di base per tutti i migranti. Insomma, Nichi Vendola propone e ottiene norme che sono il rovescio di quelle repressive del pubblico impiego del ministro Brunetta. Senza contare che in difformità da tutte le altre regioni meridionali, e con ampio risalto sui media, la Puglia vede una crescita significativa in una fase di grande recessione nazionale e internazionale. Insomma, il tema del governo andrebbe affrontato con più capacità di riflessione. Si può e si deve essere impietosi sull'esperienza passata ma si deve essere più inclini alla ricerca sulle prospettive future. E un elemento di comprensione oggettiva riguarda proprio le strategie passate di Rifondazione. Il massimo del consenso elettorale, per esempio, lo abbiamo ottenuto alla vigilia di possibili esperienze di governo e dentro un campo unitario. E torniamo al rapporto col Pd... Io sono convito che oggi ci sia il massimo di diversità strategica tra noi e il Pd. Qualcuno ha addirittura paventato un nostro ingresso nel partito di Veltroni. Basta con queste sciocchezze. E' sufficiente leggersi le nostre biografe per capire quanto sia assurdo. Noi immaginiamo una sinistra e una rifondazione autonoma e distinta dal Pd. E pensiamo che ci sia anche bisogno di un aperto conflitto in alcuni momenti. E' invece curioso che, all'indomani dell'incontro tra Veltroni e Ferrero, entrambi dicano le stesse cose. E' come se tutti e due, Veltroni e Ferrero, decidessero di "spartirsi" il proprio recinto. Solo che la spartizione di questi recinti fa comodo a Veltroni. Noi abbiamo ben poco da difendere e forse bisognerebbe riflettere sulla crisi del Pd, sulle sue difficoltà strategiche e sull'esplosione delle diverse culture dentro quel partito. Ci interessa la perdita di consenso del Pd? Dobbiamo recintarci? Non dobbiamo avere l'ambizione di occupare un campo più vasto? Temo che la piattaforma di Chianciano impedisca tutto questo. Nel frattempo il governo Berlusconi "lavora". Come si costruisce una nuova opposizione? E' urgentissimo costruire un'opposizione al governo Berlusconi e mi chiedo: siamo in grado di unirci ai soggetti disponibili alla lotta concreta? Il precariato, la retribuzione, l'aumento delle ore di lavoro, l'ambiente. Sono tutti temi che si ripropongono in maniera drammatica. Noi dobbiamo aprire il campo ai soggetti disponibili e alternativi a questi provvedimenti. Ma la sensazione è che stiamo andando in direzione contraria. Vogliamo fare una manifestazione contro il governo Berlusconi oppure contro l'ex governo Prodi? E perchè non un'opposizione al governo ombra? Io sono convinto che questa maggioranza e questa piattaforma sia impossibilitata a ricostruire la sinistra. E d'altra parte non possiamo gestire una piattaforma politica che critichiamo apertamente. Queste cose accadevano tra tra gli anni '30 e '50. Noi ci prepariamo invece all'iniziativa del 27 settembre che vogliamo costruire in tutto il territorio nazionale, che vogliamo far vivere in un'area culturale e politica. Noi ci prendiamo l'onore di ricostruire la sinistra senza la quale, la stessa Rifondazione, morirebbe di asfissia. E visto che non siamo una corrente politica vogliamo la più ampia partecipazione possibile. E a questo punto quale sarà il ruolo di "Rifondazione della Sinistra"? Ripeto, non siamo una corrente, che per quanto mi riguarda è null'altro che un sintomo della degenerazione dei partiti, ma siamo un soggetto vivo, in grado di far nascere una proposta politica. Da questo punto di vista accolgo positivamente l'affermazione di Marco Revelli sui "demoni" che insidiano la forma partito. Per questo vogliamo provare ad agire una pratica sociale in grado di far maturare un'alternativa. Noi siamo l'altra metà del partito. Un'ultima parola la vorrei spendere sulla vicenda che riguarda Liberazione . Nel corso della mia segreteria ho avuto contrasti con Piero Sansonetti ma non per questo mi sono mai sognato di mettere in discussione l'autonomia del giornale.

 

Una nuova cultura politica per una nuova sinistra anticapitalista

Flavia D'Angeli e Franco Turigliatto*

L'esito del congresso nazionale del Prc sancisce la conclusione del percorso politico ed organizzativo di questo partito, per come lo abbiamo conosciuto dalla sua nascita - cui abbiamo attivamente contribuito - fino all'opposizione alle scelte del congresso di Venezia del 2005 e il successivo, fragoroso fallimento dell'esperienza governativa. Questo non significa che il Prc scompaia o si dissolva, anzi, le dinamiche del congresso esprimono invece il tentativo di mantenere comunque in vita una organizzazione politica che vuole presentarsi in continuità col passato. Insomma, anche se il Prc permane, comincia un'altra storia per la sinistra. Un ciclo politico si è chiuso, il ciclo politico apertosi all'inizio degli anni ‘90 con lo scioglimento del Pci e la contestuale nascita dei Ds e del Prc. Questo ciclo politico si chiude in perdita, con un'ulteriore sconfitta, visibile alle elezioni di aprile, che peserà a lungo sui destini del movimento operaio e sulla riorganizzazione della sinistra. Se la nascita di Rifondazione aveva alluso alla possibilità di una ricomposizione della sinistra di classe, con una sua progressione e crescita di influenza, la fase attuale si caratterizza per la dispersione delle forze, la diaspora, l'impossibilità di far convivere culture e pratiche diverse. Sta qui il cuore del problema che il congresso del Prc, a nostro modesto avviso, non ha minimamente affrontato e che vogliamo cercare di esplicitare in questo intervento. Anche perché non crediamo sia proponibile la logica della "parentesi", cioè del ritorno a una mitica "età dell'oro" del Prc, quella dei movimenti e del conflitto, cui sarebbe possibile accedere scrollandosi di dosso "l'incidente di percorso" del governo e della pratica istituzionale della scorsa maggioranza. Troppi fatti sono avvenuti, troppa credibilità è andata persa, troppi ponti sono stati divelti e la società non è nemmeno quella immaginata fino a pochi mesi fa. C'è insomma, un grande lavoro di ri-costruzione, delle idee, delle pratiche, del conflitto, che ci attende, una sorta di rifondazione all'ennesima potenza. Per questo, la comprensione di quanto è avvenuto è indispensabile. La sconfitta non risiede solo nei due anni sciagurati di governo e nemmeno nella disinvoltura con cui fu operata la "svolta" di Venezia, quella successiva al referendum sull'articolo 18, allegramente messo da parte, anche dall'attuale segretario, quando invece forniva materiale importante per allargare l'orizzonte della sinistra di classe. La sconfitta è figlia di una contraddizione rimasta irrisolta in tutti questi anni: mano a mano che i margini di mediazione riformista si sono ridotti e che il capitalismo globalizzato ha mostrato per intera la sua ferocia - con le guerre, le ristrutturazioni selvagge, la politica contro i migranti, la devastazione ambientale - mentre è avanzato un nuovo duro scontro di classe animato dalla borghesia, la sinistra, anche quella di classe, anche Rifondazione, ha cercato di rinverdire proprio una strategia riformista. E' stato il caso del Pt in Brasile, del Pcf in Francia, di Izquierda Unida in Spagna, è quanto accade in fondo anche alla Linke tedesca. Ed è quanto avvenuto al Prc in Italia. In realtà il riformismo di matrice togliattiana non ha mai abbandonato il partito, neppure negli anni della svolta verso i movimenti quando si stipulavano accordi a livello locale con il centrosinistra (il caso Roma, ad esempio). E, non a caso, tranne il congresso del 2002 - quello della "rivoluzione" - tutti gli altri congressi sono stati segnati dalla questione del governo, obiettivo fondamentale per gran parte del partito, compresa parte dell'attuale maggioranza. In realtà, Rifondazione ha reiterato gran parte della cultura "di lotta e di governo" del vecchio Pci e la sua crisi, alla fine, non ha fatto che rappresentare le estreme propaggini della crisi di quel partito. La scommessa della "rifondazione" è andata perduta, il rimescolamento delle culture diverse non è avvenuto - se si guarda agli spezzoni interni ed esterni al partito, sono tutti aggregati rispetto a culture che provengono dagli anni 70 e oltre - ma soprattutto non è nata una nuova cultura politica all'altezza dello scontro di classe, essendo quella veicolata da Bertinotti un assemblaggio pragmatico schiantatosi sulla realtà dei fatti. Da questo punto di vista ci permettiamo di indicare la prima macroscopica contraddizione della nuova maggioranza e della segreteria Ferrero, al di là del paradosso rappresentato dall'unico ministro nel governo Prodi che guida la "svolta a sinistra". La contraddizione è contrassegnata dal fatto che mentre si dice di guardare "in basso e a sinistra" non si tirano le conseguenze della sconfitta e non si fanno i conti con quella cultura riformista che, non a caso, porta tutte le aree della nuova maggioranza a condividere postazioni di governo a livello locale. Ma quale cultura politica dinamica e positiva può sorreggere la partecipazione a un governo "razzista" come quello di Penati alla Provincia di Milano o il sostegno convinto alla giunta filoTav della Bresso in Piemonte? Per non parlare dei casi agghiaccianti della giunta Bassolino o di quella del calabrese Loiero. Gli esempi potrebbero proseguire in Toscana, nell'Umbria, nelle Marche o in quel cuore specifico del capitalismo italiano che è l'Emilia dove il Prc è al governo da sempre anche con esponenti molto ortodossi. Insomma, qui c'è un punto irrisolto. Ma solo se lo si affronta seriamente si può immaginare di costruire una strategia per l'opposizione. Fare l'opposizione a Berlusconi non è facile ma è scontato. Il problema è capire se si è d'accordo che l'opposizione rappresenta un luogo e uno spazio di lungo periodo per rifondare la sinistra di classe, dare gambe a un movimento della trasformazione sociale, battere il capitalismo. E qui interviene il nodo cruciale. Se la cultura politica dominante del Prc è stata sconfitta dalla realtà - il partito di lotta e di governo era una chimera al tempo del Pci, figuriamoci con il governo Prodi - se la rifondazione non è riuscita, se oggi le varie culture della sinistra più o meno di classe sono rannicchiate al proprio interno e se non si vuole accedere alla pratica dell'assemblaggio difensivo, allora bisogna affrontare il problema dal lato di una nuova cultura politica. E una nuova cultura politica non può che partire da una strategia politica chiara, coerente, rigorosa che faccia i conti con il passato e indichi una prospettiva, magari minoritaria oggi, ma capace di affermarsi con la pratica. Una strategia e una cultura politica adeguate all'oggi non possono che muoversi sulle coordinate di un anticapitalismo conseguente che riproponga, non nei testi o negli statuti di partito ma nella pratica reale quotidiana, la logica del superamento dell'attuale sistema sociale, del tutto irriformabile, e la battaglia per una società nuova, autogovernata, democratica, socialista, ecologista, femminista. Proprio questa "profondità strategica" capace di animare un percorso di lungo respiro, ci è parsa mancare nel dibattito del congresso di Chianciano e nella stessa mozione su cui si è costruita la nuova maggioranza. Non pensiamo di avere tutte le ricette in tasca. Ma un lavoro di ricerca comincia da un punto fermo: se si vuole battere il capitalismo non si può governare il capitalismo stesso, non ci si può ridurre a mitigarne gli effetti, a ridurre il danno, insomma a compromettersi con l'esistente. Bisogna ricominciare a progettare una rivoluzione politica e sociale, affermare la necessità e l'urgenza di ribaltare completamente un mondo che conduce dritto verso la barbarie e la catastrofe. Per questo parliamo di "elogio dell'opposizione", perché è quello il luogo in cui progettare l'avvenire, strappare conquiste, ottenere vittorie, rafforzare un fronte ampio fatto di partecipazione e democrazia. Una nuova cultura anticapitalista può generare una nuova sinistra anticapitalista, fuori dalla mistica del "comunismo" che assunto in forma astratta vuole dire cose spesso molto diverse tra loro (si pensi al Partito comunista di Diliberto, il più governista che sia mai esistito in Italia). I due termini non vanno più invertiti come ha cercato di fare Rifondazione, assemblando coloro che non si arrendevano, che resistevano, e cercando di dare loro con il tempo una cultura nuova. Oggi si deve partire da una discussione di fondo, da una condivisione strategica, da una cultura capace di affrontare le sfide del capitalismo contemporaneo. In questo percorso le pratiche sociali sono altrettanto indispensabili perché rappresentano l'unico riscontro sul campo di quello che si dice nei testi o negli interventi congressuali. Non è solo questione, cruciale, del radicamento, dell'appartenenza al conflitto ma anche qui della strategia che si adotta. Il nodo della ricomposizione di un sindacato di classe, che faccia i conti fino in fondo con l'irriformabilità della Cgil e si proponga di costituire un sindacalismo di classe e di massa, è stato eluso per molto, troppo tempo. Non può più esserlo. Le pratiche, poi sono anche un metodo di relazione con i soggetti sociali. Per questo non ci convince a pieno il modo con cui si sta affrontando la mobilitazione di autunno. Non ci piace il metodo delle "consultazioni" tra i vertici dei partiti o delle organizzazioni politiche ma pensiamo invece a una forma consensuale che veda riunire strutture tra loro strutture diverse, associative, sindacali, di movimento, politiche, concordi su una piattaforma e sulle forme più utili per portarla avanti. Pensiamo che lo "spirito di Genova" abbia detto molto a tal proposito e avanziamo pertanto da subito la proposta che la mobilitazione di autunno sia discussa in un incontro pubblico da realizzare ai primi di settembre sulla base di alcuni punti fermi: l'opposizione al governo Berlusconi, alla sua politica antisociale, securitaria e razzista, ma anche al padronato e alla concertazione che vuole abolire il contratto nazionale; alle leggi del governo Prodi che hanno alimentato la precarietà; al Trattato di Lisbona che vergognosamente il parlamento ha approvato all'unanimità; ai nuovi venti di guerra che soffiano in Medioriente e che vedono coinvolta l'Italia sia con l'aumento delle spese militari che con la costruzione di basi come quella di Vicenza; alla devastazione ambientale che vede nella Tav piemontese un fulgido esempio di politica bipartisan. Sinistra Critica ha avuto origine da una corrente politica del Prc, ma, da quando è nata ha percorso molta strada nella elaborazione programmatica e nella concezione del socialismo, nella partecipazione ai movimenti, nella organizzazione da costruire. Ha saputo affrontare anche positivamente una prova elettorale che sembrava impossibile. Non vogliamo costruire l'ennesimo partitino, ma un'organizzazione politica a tutto campo che lavora per costruire l'opposizione sociale e per questa via le condizioni per una reale ricomposizione politica, un reale processo costituente anticapitalista. Ci rapportiamo quindi al nuovo Prc uscito dal congresso da forza politica a forza politica. Su questa base auspichiamo e lavoriamo per costruire tutti i momenti unitari possibili. Verifichiamo le convergenze sociali e quelle politiche a partire dalla pratica concreta. Lavoreremo attivamente a una mobilitazione di autunno ma intendiamo dare il massimo sostegno allo sciopero generale già proclamato dai sindacati di base e non concertativi il prossimo 17 Ottobre. Così come cercheremo sostegno e adesione alla nostra proposta di legge popolare per l'introduzione del Salario minimo a 1300 euro e per il Salario sociale a 1000 e la reintroduzione della scala mobile che già in questi estivi ha incontrato migliaia di adesioni. Verrebbe da dire: noi qui siamo, il cammino è lungo e su questa base lavoriamo a costruire le alternative per il futuro.

*Sinistra Critica

 

Corsera – 8.8.08

 

Dietro la vetrina dei Giochi

L’apparenza inganna. Si dice che queste Olimpiadi siano la vetrina di una grande potenza economica e del miracolo di cui è stata protagonista. Ed è vero. Ma c'è, dietro all’evento, un significato latente molto più importante. Il Paese che trent'anni fa pensionò Mao Zedong è costretto a un nuovo «addio», potenzialmente non meno traumatico e innovativo: il processo di modernizzazione, che ha portato la Cina fuori dalla miseria, non è più adeguato ai tempi. Ha camminato troppo in fretta, ha causato fratture sociali e ambientali pesantissime, rischia di innescare conflitti gravi e pericolosi. Le diseguaglianze possono diventare ingestibili. La nomenklatura è salda perché controlla l'apparato militare e poliziesco. Ma il modello di sviluppo, di cui si è fatta interprete e continuatrice sull'onda del solco tracciato da Deng Xiaoping, scricchiola. La Cina ha bisogno di trovare un'altra strada per risolvere le sue contraddizioni, che sono al limite della frattura. Il riformismo economico fondato sulla immutabilità del sistema politico autoritario e repressivo sta invecchiando rapidamente, alla stessa velocità con cui si è imposto. Forse ha subito una accelerazione improvvisa che non è ancora ben visibile ma i cui sintomi si avvertono. Pechino in questi giorni è la metafora perfetta della Cina e della sua trasformazione. I poveri sono scomparsi. I migranti rispediti a casa. Ciò che si vede sono soltanto belle case, bei grattacieli, bei negozi, benessere, lusso. Se però si va a curiosare dietro agli immensi cartelloni pubblicitari montati all'improvviso e dietro a quei muri orlati, bianchi o rossi, che nelle settimane scorse sono stati costruiti in fretta e furia si scopre l'altro mondo, l'altra Pechino. Le baracche sono lì, nascoste. Un intreccio feroce di ricchezza e indigenza. E poi c'è il cielo che è grigio, l'aria pesante, inquinata. Lo sviluppo ha ucciso gli equilibri. La prima immagine - parzialmente fedele alla realtà - quella della Pechino facoltosa può reggere e ingannare per i quindici giorni delle Olimpiadi. Dopo, finito lo spettacolo, la «vetrina» tornerà quella di sempre. Confusa e interessante ma avrà bisogno di ritocchi profondi e definitivi. E così è per la Cina. Per trent'anni ha percorso una strada che l'ha accompagnata in una dimensione capitalistica, l'ha integrata nei mercati globali, l'ha fatta padrona o quasi dei commerci internazionali. Ma i prezzi che ha pagato la costringono a riposizionarsi. Il motore sta finendo fuori giri. I primi a saperlo sono il governo cinese e il partito comunista. Che però appaiono timorosi e bloccati. Non sanno se imboccare la via della conservazione di un modello che porta al fallimento o la via del coraggio verso nuovi e sconosciuti approdi. Scelta epocale: sarebbe il vero miracolo cinese. Deng Xiaoping era stato assai più coraggioso. I «figli» di Deng non sono, per ora, alla sua altezza. Però, lo possono diventare. La crescita cinese è stata straordinaria e reale, ha consentito a 400 milioni di contadini di uscire dalla miseria. Nel 1978 il volume complessivo dei depositi bancari non superava il valore corrispondente oggi a due miliardi di euro. Nel 2008 è cresciuto di 818 volte. Il reddito medio nelle città nel 1978 era di 34 euro all'anno. E' salito di 50 volte. La Cina non aveva una strada e un'autostrada, ha ora una rete di collegamenti lunga tre milioni e mezzo di chilometri. La Cina ha molto da mettere in vetrina. Ma non basta più. Le Olimpiadi sono un ballo in maschera di cui vanno giustamente fieri tutti i cinesi. E' una festa che chiude un'epoca. Non che la apre. Che cosa accadrà è difficile prevederlo. Ma è certo che questo modello non funziona più. Ed è giusto che il mondo osservi e stimoli la sua evoluzione. Che aiuti la Cina a dire «addio» alla modernizzazione selvaggia coniugata con l'intolleranza del suo regime.

 

Stava disegnando una nuova Ferrari – Raffaella Polato

Le sembra adesso. Adesso che anche a lei scorrono di fronte mille immagini, momenti, lavori, progetti mandati avanti insieme. Adesso che «non riesco a parlarne al passato» e proprio per questo, forse, niente si appanna o si confonde ma il flash che più di tutti batte in testa, insistente, è lui che le dice: «Non ti devi preoccupare di nulla». Era un giorno di febbraio di cinque anni fa. Era Andrea Pininfarina che le chiedeva di andare su in azienda, a Torino, per un’importante riunione confindustriale, e lei che però gli rispondeva: «Andrea, come faccio? Mi mancano due settimane al parto». «Non ti devi preoccupare di nulla». Non lo fece, Emma Marcegaglia. «Arrivai, mi ripeté: "Sei in buone mani". Scoprii dopo che aveva allertato tutti gli ospedali della zona». E quando poi «mia figlia nacque», secondo calendario, «venne subito da noi a Mantova. "Emma, i saluti più tardi. Prima portami a conoscere Gaia"». Ecco. L’uomo che se n’è andato ieri, improvvisamente, assurdamente, era l’imprenditore di razza, di talento, di coraggio anche - forse soprattutto - nelle difficoltà. Era l’industriale che conosceva il valore dell’impegno per il proprio Paese e lo praticava, l’interlocutore che rispettava i sindacati e ne era ricambiato, uno dei simboli dell’eccellenza made in Italy . Era tutto questo e a tutto questo, con commozione vera, ha reso omaggio ieri il Paese intero. Da Giorgio Napolitano in giù. Se c’era quello spessore però, se ieri nessuna frase è apparsa cordoglio di circostanza, ma dolore vero, è perché Andrea Pininfarina non era soltanto un capitano d’industria. Non si «esibiva», non amava i riflettori. Non frequentava nessun jet set: a Torino o al golf della Mandria gli amici non avevano necessariamente cognomi altisonanti, a Roma non erano contemplati salotti. Era sabaudo, era rigoroso, era una delle persone più riservate che si possano immaginare. Ma insieme era anche, fuori dalle luci, «l’amico leale, e capace di dolcezze e sensibilità» che oggi ricorda (e piange) la leader degli imprenditori. Con quel flash su tutti perché l’uno, l’industriale di cui l’Italia leggeva sui giornali, non sarebbe stato di quella stoffa senza l’altro, l’uomo che soltanto chi gli stava accanto, anche solo per lavoro, davvero conosceva. Così fatica a parlare, Marcegaglia. E fatica Marco Tronchetti Provera. E Luca Cordero di Montezemolo. «Orribile», è l’unico aggettivo che riesca a trovare il numero uno Pirelli. «Tragico», quello del presidente di Ferrari e Fiat. Nemmeno loro, altrettanto sconvolti, ce la fanno a usare i verbi al passato. «Era da me giovedì scorso, a Maranello...». Erano pronti al lancio della loro ultima creatura, ricorda Montezemolo, «la Ferrari California l’avevamo fatta insieme». Ci avevano lavorato i rispettivi tecnici, certo, ovviamente, «ma siamo partiti noi due, da un foglio bianco». Come sempre. E come sempre, non dovevano fermarsi lì. «Andrea» avrebbe dovuto firmare altre creature del Cavallino, le «più belle macchine del mondo» (riconoscimento unanime dell’universo dell’auto) sono sempre nate dalle matite della Pininfarina: «Per le prossime ci eravamo dati appuntamento al 28 agosto». Ripensarci adesso diventa impossibile. E non è lavoro, non solo, chisseneimporta oggi? «L’Italia, Torino, la Fiat perdono un imprenditore simbolo. Io, anche un amico». Leale. Vero. Per cui non è solo un omaggio alla memoria rifugiarsi, a questo punto, in altri ricordi: pochi lo sanno, fuori da Confindustria, «ma Andrea è stato, con Emma, uno dei grandi artefici della straordinaria avventura che sono stati, per me, i quattro anni alla guida di Confindustria». Sebbene non tutti conoscano gli inizi, di quella storia: «Era il 2003. Io, e non solo io, avrei voluto che lo facesse lui, il presidente. Ne parlai anche con Sergio, suo padre. Mi dissero: "Grazie, ma se ci vuoi bene... L’azienda ha bisogno di impegno a tempo pieno"». Non era, in effetti, un periodo facile. E anche lì, forse soprattutto lì, usciva per intero l’uomo. «Ne parlammo, un giorno. Mi venne a trovare, sapeva che anch’io avrei voluto vederlo al vertice di Confindustria». E non solo nel 2003, svela Tronchetti: «Erano anni, che gli dicevo: "Avresti un enorme consenso. E saresti un ottimo leader"». Solo che quando arrivò il momento, la prima volta nel ’99, «sia lui sia suo padre dissero che la priorità era l’azienda. Andrea non inventò scuse, per rifiutare gli inviti. Non l’ha mai fatto, in nessun campo: ha sempre avuto il coraggio delle proprie posizioni. Per quanto potessero costargli». Quel giorno non fu diverso: «Lui, così riservato, mi spiegò le ragioni per cui non avrebbe potuto impegnarsi nell’associazione con una trasparenza, una lealtà, una profondità d’altri tempi. Era il gesto di un amico. E l’amicizia di uomini così è un privilegio». Per la schiettezza, di «Andrea». Per la sua totale assenza di ipocrisia. La sua fermezza. Gli diedero del «prodiano» quando, a Vicenza 2006, da padrone di casa (in quanto vicepresidente) del convegno del Centro Studi si trovò a gestire il violento attacco di Silvio Berlusconi a Confindustria. La sua era in realtà solo fermezza, appunto: riprese in mano una situazione che stava degenerando in modo freddo, senza accusare nessuno, semplicemente - ricorda Montezemolo - richiamando tutti, imprenditori compresi, «al senso delle istituzioni». E comunque un anno dopo, solo l’estate scorsa, mentre giravano bizzarre dietrologie sulla fiducia che anche suo padre Sergio aveva votato all’esecutivo, contribuendo a salvarlo, sconti non ne fece nemmeno a Romano Prodi. Perché vedeva un governo «immobile». E lui sferzava, non si rassegnava a un Paese che arrancasse. La sua parte la faceva, intanto, facendo il suo lavoro. Aveva lasciato anche le posizioni di vertice tra gli imprenditori, per concentrarsi sull’azienda. E ci stava riuscendo, a portarla fuori dalle secche. Aveva appena chiuso un’alleanza con Vincent Bolloré, un’altra con Ratan Tata. E proprio lui, il magnate indiano, dieci giorni fa a Torino raccontava orgoglioso del centro di ricerca «che faremo nel nostro Paese con l’amico Andrea». «Andrea» che però, basso profilo come sempre, del rilancio aziendale non voleva ancora parlare. Non in pubblico, «non finché non sarà completato: e c’è ancora molto da lavorare». In città c’era rimasto per quello. «Sì, mi piacerebbe andare in vacanza. Ma ho il consiglio d’amministrazione il 13». A quel board, ora, nessuno ha la forza di pensare. Andrea Pininfarina è morto alle otto di mattina andando in fabbrica a prepararlo.


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