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Bombe russe sulla Georgia

Manifesto – 10.8.08

 

Chi gioca con la guerra - Astrit Dakli

I morti si moltiplicano e si fanno visibili. quelli che compaiono oggi sulle «prime» dei media internazionali sono morti georgiani, civili, pacifici cittadini colpiti nelle loro case da bombe lanciate da aerei russi; ma ci sono altri morti, tanti altri, le cui immagini tragiche per ora non sono arrivate fino alle prime pagine; e sono sud-ossetini, civili, pacifici cittadini colpiti nelle loro case da bombe lanciate da aerei - o da artiglierie - dei georgiani. Quel che è peggio, non è finita qui.La guerra che si è accesa nel Caucaso non sembra una guerra-lampo - se mai questo termine ha un senso nel mondo moderno, dove le guerre sono sempre fatte contro i civili: è una guerra che sta sfuggendo di mano a chi dalle due parti l'ha voluta; una guerra che di fatto si sta allargando e coinvolgendo altri protagonisti, una guerra che si annuncia lunga e orribile, perché nè gli uni né gli altri possono davvero vincerla. E perché gli spettatori esterni - gli Occidentali, cioè noi, e gli altri governi che occupano la scena internazionale odierna - non sono capaci di esercitare una seria influenza sulle due parti: sono disposti gli europei, che hanno voluto convincere la Serbia a rinunciare al Kosovo, a far lo stesso con la Georgia filoamericana, convincendola a rinunciare all'Ossezia e all'Abkhazia? Altri, addirittura, cercano di approfittare del conflitto per guadagnare posizioni di forza - l'esempio di George Bush, che dopo aver soffiato sul fuoco per mesi adesso si offre come «mediatore di pace», è fin troppo evidente. Ma ora che tra Georgia e Russia c'è la guerra vera, con veri eserciti regolari che si sparano e sparano sulle altrui popolazioni, occorre anche cercare un po' di chiarezza sulle ragioni e sui misteri che stanno dietro a una simile catastrofe politica, diplomatica e umana. Perché le guerre non arrivano per caso e non sempre i motivi che le accendono sono facilmente intuibili. Cominciamo alla lontana, dicendo che la guerra scoppiata giovedì notte con l'invasione georgiana della Sud-Ossezia non è che la prosecuzione della guerra che ha infuriato negli stessi luoghi fra il 1991 e il 1992, quando le milizie locali combatterono contro l'esercito di Tbilisi che aveva revocato alla regione il suo status di autonomia. L'esercito sovietico - fino al dicembre 1991 esisteva ancora l'Urss, e la Georgia ne faceva legalmente parte - era presente in tutta la zona: cercò di interporsi tra i belligeranti (appoggiando de facto i sud-ossetini contro i nazionalisti georgiani, che in quel periodo proclamarono la piena indipendenza) e alla fine, diventato nel frattempo esercito russo invece che sovietico, impose un cessate-il-fuoco che lasciava la regione di fatto nelle mani delle milizie locali, con una forza di interposizione benedetta dall'Onu e composta da due-tremila soldati, parte russi e parte georgiani. Questa situazione, pur tra continue tensioni, incidenti, sparatorie, è andata avanti inalterata per sedici anni. Quest'estate le tensioni, gli incidenti e le sparatorie sono andate rapidamente crescendo, fino alla decisione di Tbilisi di chiudere la partita invadendo la regione con il suo esercito. Con la conseguente contro-invasione russa e tutto quel che stiamo vedendo in queste ore. Ma cos'è l'Ossezia del sud? Una piccola regione montuosa, con circa 70-80mila abitanti di prevalente etnia osseta, sparsi in villaggi inframmezzati da villaggi georgiani. Tskhinvali, la «capitale», è poco più di un insieme di villaggi attaccati uno all'altro. L'unica caratteristica importante del luogo è che sta a cavallo dell'unica strada che collega Russia e Georgia (e Armenia, e Iran) attraverso l'impervia catena del Caucaso. Chi controlla quella strada controlla un flusso commerciale importante. Guardacaso, la leadership separatista sud-ossetina in questi sedici anni ha trasformato la regione in una sorta di centrale del contrabbando, avamposto di traffici d'ogni genere. A parte il contrabbando e una magra agricoltura di sussistenza, l'unico reddito della regione è costituito dai finanziamenti russi. Perché i georgiani vogliono riprendere l'Ossezia del sud? Al fondo, per puro principio nazionalista: i nostri confini sono quelli, l'Ossezia vi è compresa e questo è quanto. Il primo presidente georgiano, Zviad Gamsakhurdia, portò il paese al disastro e alla guerra civile per togliere l'autonomia agli osseti e agli abkhazi, con una serie di scelte più adatte a un evaso dall'ospedale psichiatrico che a un presidente; il suo successore Eduard Shevardnadze fece finta di niente e riuscì a mantenere la pace; l'attuale Mikheil Saakashvili è arrivato al potere promettendo la riunificazione del paese, oltre che benessere per tutti, sviluppo, progresso e via dicendo. Non ha ottenuto nulla e ora pensa che almeno la riconquista dell'Ossezia potrebbe ridargli lustro. Perché i russi vogliono l'Ossezia del sud? Anche qui, al fondo, c'è un puro principio imperiale: abbiamo lì degli interessi, abbiamo dei soldati autorizzati a starci, non sarà un qualunque presidente georgiano a mandarci via, tantomeno con le armi. Inoltre le autorità separatiste sono notoriamente legatissime, sul piano personale, a vari esponenti delle forze armate e di altri siloviki, «uomini della forza», di Mosca; per loro, il mantenimento di un punto di frizione internazionale forte come questo è una garanzia di mantenimento di un potere di ricatto sul Cremlino. Peraltro, Mosca ha concesso a molte migliaia di sud-ossetini la cittadinanza russa: va tenuto presente che al tempo della prima guerra, nel '91, decine di migliaia fuggirono dalla regione per stabilirsi nell'Ossezia del nord, regione più grande che fa parte della Federazione Russa, abitata da gente della stessa etnia. Questi profughi ebbero la cittadinanza russa, ma poi tornarono al sud, anche perché la loro presenza al nord fu causa di un altro conflitto, questa volta con gli ingusci (ma non allarghiamoci troppo in questo spaventoso puzzle caucasico). Rientrarono a sud, da cittadini russi: e ovviamente Mosca pensa di doverli proteggere da una reconquista georgiana. A chi fa comodo la guerra? Ai militari, ovviamente: russi, georgiani e sud-ossetini. Ma questo spiega poco, se non la spaventosa facilità con cui si sono susseguite nelle ultime settimane le provocazioni reciproche. Apparentemente, un conflitto su vasta scala nuoce a tutti: l'Ossezia rischia la pura e semplice cancellazione dalla carta geografica; la Georgia rischia distruzioni tremende e l'annientamento delle proprie forze armate, nonché - i precedenti insegnano, e la rissosità delle fazioni politiche di Tbilisi conferma i timori - lo scatenamento di una guerra civile. La Russia rischia un drammatico isolamento internazionale - davvero drammatico, assai più di quanto si possa immaginare ora - e al tempo stesso un disastro politico-militare, perché non è affatto detto, nonostante l'apparente sproporzione di forze, che riesca a «vincere» in senso pieno questa guerra. Anzi. Chi ha provocato la guerra? Si direbbe che sia i russi sia i georgiani siano caduti in trappole reciproche ben congegnate. Medvedev, è chiaro che non si aspettava di essere coinvolto su questa scala e in tempi così brevi: lo dimostra la tardività delle reazioni politiche all'invasione georgiana (quasi un giorno è passato prima che dal Cremlino uscisse verbo) ma anche l'inadeguatezza della risposta militare. Teoricamente la Russia aveva i mezzi per annichilire in poche ore le forze georgiane avanzanti, usando solo aviazione, elicotteri e paracadutisti; invece l'aviazione è stata usata poco e male, con vecchi aerei (uno di quelli abbattuti dai georgiani, il Tu-22, risale agli anni '60 e non ha strumenti di difesa dalla contraerea moderna) che hanno bombardato a casaccio la Georgia; di elicotteri non se ne sono visti e i paracadutisti sono stati usati solo nella fase finale della battaglia di Tskhinvali. Al contrario, i generali russi stanno facendo lentamente affluire mezzi corazzati e truppe con uno stile da II guerra mondiale, per giunta in quantità non sufficiente a ottenere una vittoria-lampo. Un errore costante degli alti comandi, che nel '94 portò alla prima catastrofica spedizione in Cecenia. Anche Saakashvili, peraltro, sembra essere caduto in una trappola. Contava probabilmente a) nella buona preparazione delle sue truppe, che in effetti non si sono date alla fuga al primo impatto come avvenne sedici anni fa; b) in una non-reazione russa (e non è escluso che qualcuno, a Mosca, glielo abbia fatto credere) o infine c) in un immediato e fortissimo sostegno americano. Promesso o più probabilmente solo sperato. Fatto sta che la reazione russa c'è stata e il sostegno americano si è finora mostrato assai più verboso che concreto. Domani, ovviamente, le cose potranno cambiare, ma per ora Saakashvili non ha avuto dall'Occidente altro che appelli al cessate-il-fuoco e generiche difese della «sovranità georgiana», mentre è costretto a subire l'apertura di un secondo pericolosissimo fronte a ovest, dove i secessionisti abkhazi (assai più solidi e attrezzati degli ossetini) sembrano aver deciso di approfittare della situazione per guadagnare importanti posizioni strategiche. Persino i leader sud-ossetini sono apparsi sorpresi dagli avvenimenti, nonostante siano stati protagonisti almeno tanto quanto i georgiani delle più recenti provocazioni armate lungo l'incerta linea di demarcazione. Forse pensavano di poter continuare a tirare la corda all'infinito per giustificare la loro stessa esistenza, di fronte a un atteggiamento di Mosca sempre più impaziente nei loro confronti. Infine: che farà il Cremlino? Il nuovo presidente Medvedev, dopo il lungo silenzio iniziale, ha usato parole dure ma è stato molto attento a giustificare «legalmente» l'azione militare russa con la necessità di difendere a) i militari russi legittimamente di stanza in Ossezia come «peacekeepers» e attaccati dai georgiani; b) i pacifici cittadini dell'Ossezia, la maggior parte dei quali come visto ha un passaporto russo, e che sarebbero stati oggetto di «pulizia etnica» da parte delle truppe d'invasione di Tbilisi. E da parte sua Vladimir Putin si è fiondato direttamente da Pechino a Beslan - sì, proprio il posto del massacro di bambini del 2003 - che è diventato non il centro operativo delle forze armate ma quello dell'«emergenza umanitaria», dove vengono accolti e curati i civili in fuga dal sud. Tutto ciò fa presupporre che prima o poi anche a Mosca verrà tirato fuori il termine «guerra umanitaria». Occorrerà vedere come si sviluppano le operazioni sul terreno: finora, a due giorni dall'inizio dei combattimenti, i russi sono ancora lontani dall'aver conseguito il risultato necessario, cioè la completa «liberazione» dell'Ossezia dalle truppe georgiane. Al contrario, sono ancora sotto tiro e continuano a subire perdite. Questo potrebbe indurre gli alti comandi ad agire «come al solito»: cioè aumentando i bombardamenti sulla Georgia e rendendoli sempre più casuali e indiscriminati.

 

Guerra a oltranza a sud dell'impero - ALBERTO D'ARGEZIO

GORI, TBILISI - «È impossibile sapere il numero esatto dei morti, i familiari vengono fino alla camera mortuaria, prendono i loro cari e se li portano via», il primario di chirurgia dell'Ospedale principale di Gori non si sbilancia, non sa dire quante siano le vittime dell'attacco russo di ieri e nemmeno di quello dell'altro ieri. La locale Radio Svoboda, radio libertà, parla di centinaia di vittime, ma il primario non accenna stime, anche perché mancano i registri e la contabilità di morti e feriti è un esercizio alquanto complesso in queste precarie condizioni. Di fronte all'Ospedale militare, di gran lunga meglio attrezzato di quello civile, la scena è diversa: qui appaiono chiaramente i numeri, accompagnati da nomi e cognomi. Sui pioppi che fanno ombra al cortile dell'edificio sono appese le liste con generalità di morti e feriti, senza specificare la sorte di chi ha la sfortuna di apparire sull'albero. Alle due di pomeriggio di ieri si contano 220 nomi, 268 sono quelli della giornata di venerdì, la prima di questa guerra tra Tbilisi e Mosca. La gente accorre, lègge e tira un sospiro di sollievo o scoppia in lacrime e rabbia, molta. La tensione è altissima tra i civili, ma anche tra i militari. Di fronte all'Ospedale è tutto un via vai nervoso di soldati e riservisti: ce ne sono migliaia a Gori e nelle vicinanze di questa cittadina di 50.000 abitanti, segno che il fronte si sta avvicinando. In fondo Tskhinvali, la capitale dell'Ossezia del sud, dista appena 28 chilometri e i russi stanno facendo sul serio, dimostrando di poter rispondere con forza e su larga scala al primo attacco georgiano di venerdì mattina. Il traffico riflette gli equilibri di forze: sull'autostrada che collega Tbilisi a Gori, una settantina di chilometri, viaggiano in un verso mezzi dei vigili del fuoco, bus vuoti e qualche blindato, nell'altro senso la fanno da padroni bus e ambulanze pieni di sfollati e di feriti. Manca un vero piano di evacuazione della città - riconosce il primario di chirurgia -, ma parecchi si attrezzano a fuggire come possono. I caccia di Mosca hanno attaccato Gori ieri mattina alle 11 colpendo la base militare, che era l'obiettivo prioritario, ma senza andare molto per il sottile. Alla fine ne fanno le spese anche un pronto soccorso e varie abitazioni. Dopo l'attacco la città non appare un cumulo di detriti, ma porta i segni evidenti delle incursioni: macerie, disperazione, paura e rabbia. I georgiani assicurano di aver abbattuto 10 caccia russi, da Mosca rispondono che son solo due gli aerei persi. Di certo c'è che all'ospedale di Gori arrivano due piloti russi: un colonnello muore quasi subito, il tenente viene usato per fomentare la battaglia della propaganda, interrogato a più riprese dalla tv georgiana. Da qui, da Gori, si vedono chiaramente anche i fumi di Tskhinvali, teatro venerdì e ieri di feroci scontri tra i militari russi e quelli georgiani. L'ambasciatore di Mosca all'Onu Dmitrij Rogozin parla di «città che non esiste più». I russi assicuravano già ieri mattina di aver ripreso il controllo di quel che resta della capitale osseta, che i civili morti sarebbero oltre 2.000, 15 i decessi tra i peacekeepers russi, e che i georgiani si sarebbero dati alla pulizia etnica nelle campagne. Il presidente georgiano Mikhail Saakashvili e il segretario del Consiglio di sicurezza Kakha Lomaia controbattono rivendicando il controllo della città, sgonfiando la cifra dei decessi a 30 e accusando a loro volta Mosca di dare la caccia ai georgiani nei villaggi a sud di Tskhinvali. Tutte affermazioni da prendere con le pinze. La Croce Rossa assicura che la città è distrutta. I fumi in lontananza paiono confermarlo, ma è impossibile avvicinarsi. Certo è anche il dramma dei profughi, dei 30.000 che dall'Ossezia del sud fanno rotta verso l'omonima repubblica russa del nord, e delle centinaia che invece fuggono a sud, in particolare a Tbilisi. E proprio ieri sera alcune centinaia di rifugiati georgiani hanno manifestato con rabbia di fronte al Parlamento nazionale per chiedere la fine della guerra e assistenza dal governo. Chiaro sintomo che le prime vittime di questo conflitto sono anche le più convinte a volerne la fine, una fine non certo semplice. Tra giovedi e venerdì i caccia russi hanno colpito Poti, principale porto del paese, ieri mattina è stata di nuovo la volta di Gori ma anche di Kutaysi, cittadina a metà strada tra Tbilisi e il Mar Nero e dei villaggi di Sakeni e Bas Kvaptchara nelle gole di Kodori, porzione di Abkhazia sotto controllo delle truppe di pace georgiane. Dove le fiamme di questa guerra rischiano di ravvivarsi ulteriormente. L'Abkhazia è l'altra provincia indipendentista della Georgia, è di fatto autonoma dal 1990 e dalla fine della guerra del 1992-94 è formalmente sotto il controllo di un contingente di pace misto, fatto di russi, abkhazi e georgiani, ma in realtà è Mosca a farla da padrona. I georgiani vegliano solo sulla valle di Kodori, teatro ieri dell'attacco russo, che rischia di aprire un secondo fronte difficilmente gestibile per Tbilisi. Il governo ha comunque richiamato mille soldati dall'Iraq e ammassato truppe proprio al confine con l'Abkhazia. Mosca, da parte sua, ha mobilitato le forze navali del Mar Nero e la ha portate di fronte alla costa dell'Abkhazia e a Poti. Saakashvili, messo all'angolo dalla decisa reazione di Putin e Medvedev, sembra giocare una doppia, o tripla, partita. Ieri pomeriggio ha prima annunciato lo stato di guerra, allertato tutti i riservisti e aperto al reclutamento di volontari e quindi, due ore dopo,ha chiesto un cessate il fuoco. Poi ha giocato sul ritiro della squadra olimpica da Pechino: difficile uscire da una partita molto più complessa di quella immaginata venerdi mattina, quando le truppe georgiane entravano spedite in Ossezia del sud. Intanto nel paese sono state oscurate tv e siti web russi, i media locali offrono una visione della contesa molto lontana dalla realtà, con le vittime parzialmente nascoste, un esercito georgiano in grado di arrestare i raid russi e un Occidente pronto a sostenere il popolo georgiano. La guerra non sta andando così. L'Occidente si fa vedere poco e sta a Mosca decidere fino a quando e dove spingersi, se tornare ai confini fissati nel 1994, o dare una lezione alla Georgia. L'aiuto che Saakashvili si attendeva da Usa, Nato ed Europa non è arrivato, almeno non in forma militare.

 

Putin: «genocidio». L'Europa ferma - Lucia Sgueglia

E da Tbilisi e Mosca, la crisi nel secondo giorno di guerra rimbalza fino a Pechino e New York. Mentre i russi mandano altri rinforzi in Sud Ossezia, e il conflitto si allarga all'altra repubblica separatista georgiana dell'Abkhazia (militarmente più robusta degli osseti), il presidente Medvedev risponde duramente, in un colloquio telefonico, alle critiche mossegli da George Bush. Ancora in visita a Pechino, il presidente Usa lo aveva invitato a «rispettare l'integrità territoriale della Georgia», dicendosi preoccupato dell'escalation nel Caucaso e chiedendo ai russi di fermarsi e tornare «allo status quo del 6 agosto». Di cosa diavolo voglia dire «status quo» si parlerà per l'intera giornata, con significati assai divergenti. Ma per Mosca la via è unica: «Il ritiro delle forze militari georgiane dalla zona del conflitto è l'unica strada» - dice Medvedev - per risolvere la «tragica» crisi in corso. Non usa nemmeno stavolta la parola «guerra» Medvedev, ricordando che Tbilisi ha violato gli accordi precedenti e ribadendo che «in queste circostanze, la Russia è guidata da un solo obiettivo: immediatamente fermare la violenza e difendere i civili e ripristinare la pace il prima possibile». Definisce «barbarie» il comportamento georgiano, e rinforza la linea della «difesa del diritto» scelta da Mosca. In mattinata, già il vicecapo di Stato maggiore russo Anatoli Nogovitsin, dopo aver negato i bombardamenti sui civili, aveva dichiarato, spiazzando la stampa: «La Russia non è in stato di guerra con la Georgia», ma «sta applicando le norme di interposizione dei caschi blu Onu». Riprova ne sarebbe il fatto che Mosca non ha bombardato Tbilisi. Sull'ipotesi di cessate il fuoco, il viceministro degli esteri russo Karasin precisa che a Mosca non è ancora arrivata alcuna richiesta di tregua da parte di Tbilisi. Nel frattempo però, i riflettori si spostano altrove. Su Vladimir Putin. Che ancora una volta batte sul tempo il nuovo zar russo con una mossa a effetto, e vola via in anticipo da Pechino per atterrare a sorpresa a Vladikavkaz, o meglio all'aeroporto di Beslan. In pieno conflitto, o quasi: nella capitale dell'Ossezia del Nord, repubblica autonoma della Federazione russa che confina proprio con l'Ossezia meridionale e in queste ore ospita il quartier generale delle forze armate russe che operano in Sud Ossezia. Il Putin premier si fa riprendere dalle tv russe mentre visita i campi profughi che si stanno ingrossando in zona, pieni di sudosseti in fuga dalla Georgia. Jeans e giacca bianca, intima a Tbilisi di «mettere fine all'aggressione» e giustifica come «legittime» le azioni della Russia. Poi si spinge a definire «genocidio» le azioni del potere georgiano nell'area: «un crimine, prima di tutto contro il proprio popolo». Ora «sarà difficile tornare allo status quo», aggiunge: «difficile immaginare come sarà possibile, dopo quello che è successo e sta succedendo, confermare l'Ossezia del sud come parte integrante dello stato georgiano». Ai Giochi intanto, dove Pechino fa salti mortali per mantenere l'armonia, la squadra georgiana gli guasta la festa. Prima diffonde una nota di protesta in cui denuncia la «deliberata strategia di aggressione» della Russia contro il suo paese; poi annuncia il ritiro dalle Olimpiadi, più tardi revocato dallo stesso Saakashvili. In mattinata, gli organizzatori cinesi avevano rifiutato agli atleti di Tbilisi di esprimersi in conferenza stampa. Ma nel pomeriggio la stessa Cina, amica di Mosca, si pronuncia sul conflitto: senza sbilanciarsi troppo, esorta le parti «alla moderazione e a un cessate il fuoco immediato». Nella diplomazia internazionale intanto, vengono al pettine le ambiguità europee, nel cono d'ombra del dopo-Kosovo. In serata l'Unione, mentre ancora si aspettano dichiarazioni dalla missione congiunta Usa-Ue sbarcata stanotte a Tbilisi, chiede «il ritiro delle forze sulle posizioni precedenti». Troppo tardi forse, obietta indirettamente da Vienna il presidente di turno dell'Osce Stubb. Ora la Russia è diventata parte in conflitto, e non potrà più proporsi come mediatore: «impossibile un ritorno allo status quo». Nel trattare la questione, spiega Stubb, l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa si ispirerà a due principi: «l'integrità territoriale della Georgia e il diritto all'autodeterminazione dell'Ossezia». In bocca al lupo. Ma i singoli membri Ue paiono schegge impazzite: la Svezia paragona la Russia a Hitler, gli ex comunisti (Baltici e Polonia) la condannano, l'Ucraina si becca dal ministro degli esteri russo Lavrov l'accusa di armare i georgiani. Dalla Nato, che a Tbilisi non si fa vedere, de Hoop Scheffer ricalca pedissequamente le parole di Bush: difesa dell'integrità territoriale georgiana, appello «per la fine immediata degli scontri armati» e l'apertura di «discussioni dirette» tra le parti in conflitto. Ieri notte, la terza sessione d'emergenza convocata al Consiglio di Sicurezza Onu sulla crisi osseta si chiude con la palla al centro.

 

La guerra delle 2 Bolivie. Referendum revocatorio, oggi si vota. Nuovi scenari - PABLO STEFANONI

LA PAZ - Un referendum inedito nella storia della Bolivia deciderà oggi se Evo Morales, il suo vice Alvaro Garcia Linera e i governatori dipartimentali saranno ratificati nei loro incarichi o revocati. La speranza è che il voto popolare riesca a indicare una via d'uscita pacifica allo scontro in atto fra il governo centrale e i dipartimenti della cosiddetta «mezzaluna» autonomista guidata da Santa Cruz, nel ricco oriente agro-industriale del paese. Nel Palazzo Quemado, la sede della presidenza a La Paz, confidano si ripeta l'effetto che il referendum revocatorio ebbe nel 2004 in Venezuela per il presidente Hugo Chavez. Dopo essere stato tenuto sotto pressione per anni dall'opposizione - che il referendum aveva voluto -, il risultato si risolse in un rafforzamento notevole del progetto chavista. Però qui in Bolivia sono pochi a credere che il «day after» sarà più calmo di quelli degli ultimi mesi di confronto politico e sociale, nei quali il progetto nazionalista e indigeno di Evo Morales ha cercato di aprirsi la strada in mezzo a una guerra scatenata dall'opposizione della destra regionalista. Durante maggio e giugno quattro dipartimenti del sud e dell'oriente boliviani - Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando - hanno organizzato referendum illegali in cui hanno approvato degli statuti di autonomia nonostante la costituzione vigente stabilisca che la Bolivia è uno Stato unitario. Inoltre, la destra si oppone con le unghie e coi denti a un nuovo testo costituzionale approvato l'anno scorso dall'assemblea costituente, a maggioranza campesina, che proclama la Bolivia uno Stato pluri-nazionale, in riferimento alle 36 «nazioni indigene» originarie, e che plasma un progetto economico con un forte peso dello Stato nel controllo delle risorse naturali. Dal suo arrivo al potere nel gennaio 2006, Evo Morales ha fatto delle nazionalizzazioni (petrolio e gas, la compagnia telefonica italiana Enel, le pensioni) l'asse della sua politica di «recupero dell'eccedente nazionale». E con quelle risorse ha avviato un minimo pensionistico generalizzato chiamato «reddito dignità» e un sussidio per i bambini in età scolastica battezzato «bonus Juancito Pinto». In questo modo ogni famiglia boliviana riceve oggi la «sua» parte delle nazionalizzazioni, ciò che almeno in parte spiega la popolarità del primo presidente indigeno della Bolivia. Per di più c' anche una identificazione etnica che attrae molto i campesinos «collas» delle aree andine e altrettanto repelle gli autonomisti «cambas» delle pianure orientali, che hanno un peso molto minore sul piano numerico e una forte carica razzista nella loro linea di opposizione. Il referendum revocatorio è stato proposto al Congresso l'anno scorso dal governo e in maggio è stato a sorpresa ripreso e rilanciato dalla destra parlamentare in opposizione alla destra regionalista. Venerdì il governatore di Santa Cruz, Rubén Costas ha ribadito che il voto di oggi sarà «fraudolento». Però, anche se definisce il referendum «ingiusto, illegale e truccato», ha fatto appello ai boliviani perché vadano in massa alle urne per battere il progetto di Evo. I governatori d'opposizione hanno annunciato che non sospenderanno le loro proteste contro il taglio sulle imposte petrolifere andato in favore dei pensionati e dei municipi a svantaggio dei dipartimenti. Tre giorni dopo gli scontri fra militari e minatori, conclusi con due morti e decine di feriti, il presidente boliviano si è riunito venerdì con leader sindacali degli operai e degli insegnanti, nel tentativo di raffreddare il clima di agitazione sociale che si vive in Bolivia e aprire un dialogo che porti a una nuova legge sulle pensioni, al centro del conflitto con i sindacati. Dal governo - difensore a oltranza della prudenza fiscale - si argomenta che il progetto su un nuovo sistema pensionistico statale della Central Obrera Boliviana, un tempo poderosa, ha una sostenibilità che non va oltre i due decenni, dopo di che si andrebbe a un collasso del sistema pensionistico. I sindacati - al cui interno sono forti le correnti trozkiste - ribattono che la legge del governo sulle pensioni è «neo-liberista». Nonostante i contrasti, è stato annunciato un accordo fra le parti che allenta le tensioni politiche. In un ambiente comunque molto agitato, l'opposizione ha attuato una strategia di «guerriglia urbana». Il 6 agosto la Regione di Chuquisaca, in mano a un'opposizione avvelenata per non essere riuscita a riportare a Sucre la capitale unica boliviana, ha escluso Morales dalle tradizionali celebrazioni del Giorno della Patria. E alcuni giorni dopo gruppi di incappucciati hanno impedito l'arrivo della presidenta argentina Cristina Kirchner e di Hugo Chavez a Tarija, dove dovevano firmare accordi energetici. Sia il Brasile sia l'Argentina puntano sulla continuità del governo in carica, ancor prima che per simpatie personali, come elemento di stabilità regionale. «Lamento che adesso le dittature degli anni '60 e '70 siano sostituite da alcuni gruppi con l'occupazione degli aeroporti», ha detto Morales a poche ore dal voto. «Noi boliviani dobbiamo difendere questo processo di profonde trasformazioni democratiche davanti alla presenza di una dittatura civile che sta attentando contro la democrazia. Al di sopra di qualsiasi rivendicazione sociale, economica e regionale c'è l'unità della Bolivia», ha aggiunto. I sondaggi concordano nella previsione che Evo sarà ratificato nel suo incarico (deve prendere almeno un voto in più del 53.7% con cui fu eletto nel dicembre 2005). L'unico dubbio è se i recenti conflitti sociali lo faranno scendere dal 59% che gli danno quasi tutti le inchieste. Ma anche la maggior parte dei governatori dell'opposizione saranno ratificati. Costas, a Santa Cruz, il principale rivale di Morales avrebbe garantito il posto con circa il 70%. Anche Mario Cossio, a Tarija, seduto sulle seconde maggiori riserve di gas dell'America del sud, dovrebbe farcela. A rischio appaiono José Luis Paredes, governatore di La Paz, e Manfred Reyes Villa, governatore di Cochabamba, che ha già annunciato la sua intenzione di «resistere alla dittatura di Morales». Anche nel caso oggi le urne sancissero la sua revoca. L'esito del voto a Cochabamba - dove è forte e pericolosa la polarizzazione fra l'interno e la città - dovrà dire se questa regione in cui Evo è nato alla politica e si trova l'area cocalera del Chapare, andrà ad aggiungersi alla «mezzaluna» guidata da Santa Cruz o sarà recuperata alla linea Morales. Se questi dati saranno confermati si aprono almeno due scenari possibili: se vince per 60 a 40, Evo potrebbe accelerare (con un altro referendum) l'approvazione della nuova costituzione, mentre i cruceños hanno già annunciato che se nel dipartimento vince Costas e perde Evo andranno avanti con la loro autonomia in una fuga in avanti che aumenta i rischi di un futuro violento. L'ala più radicale della destra ha chiarito che se «Evo è revocato a Santa Cruz» non lo riconosceranno più come presidente della repubblica. E, il deputato Pablo Klinski, considerato esponente dell'autonomismo radicale, ha precisato che con Evo «tutti i funzionari pubblici statali saranno revocati e il governatore dovrà nominare le autorità dipartimentali vacanti» L'altro scenario possibile, che le colombe di entrambi gli schieramenti cercano di imporre ai falchi, è che nel caso probabile entrambi siano ratificati nei loro incarichi, questo dovrebbe essere letto come un messaggio per negoziare su come rendere la nuova costituzione compatibile con gli statuti d'autonomia approvati senza base legale ma con una significativa partecipazione popolare nella «mezzaluna».E' indubbio però che il voto di oggi apra la strada a un distanziamento sempre maggiore fra «le due Bolivie», divise da una linea immaginaria ma molto effettiva che parla di progetti politici ma anche del colore della pelle.

 

Obama promette serbatoi pieni e prezzi calmierati. Ma come?

Fabrizio Tonello

Il ritorno dalle acclamazioni europee è stato duro per Barack Obama. Se il candidato democratico alla presidenza degli Stati uniti sperava di accreditare la sua immagine presidenziale facendosi fotografare con il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, l'obiettivo non è stato raggiunto: una conferma di più dell'indifferenza degli americani per il resto del mondo. Invece, i nuovi collaboratori del candidato repubblicano John McCain hanno diffuso una raffica di spot televisivi che puntavano ad alimentare il risentimento del cittadino medio verso Obama, paragonato a una star dello spettacolo - ovviamente lontane dai valori dei «veri americani». Per associazione anche Obama sarebbe persona «differente», inaffidabile, come non si stancano di ripetere gli editorialisti conservatori; il Wall Street Journal ha addirittura trasformato in argomento politico il fatto che sia alto e magro, al contrario dei suoi concittadini tendenzialmente grassocci, quando non obesi (il giornale di Murdoch usa un argomento sbagliato: il presidenti americani sono stati spesso più alti della media dei loro concittadini, a cominciare da George Washington e Franklin Roosevelt, fino a George Bush padre).Il vero problema per Obama è stato piuttosto il successo di McCain con la sua proposta di cancellare il divieto di trivellare in mare lungo le coste americane alla ricerca di nuovi pozzi di petrolio. Il divieto, tenacemente difeso dagli ecologisti, è in vigore dal 1981 e ha resistito a ben cinque amministrazioni repubblicane alla Casa Bianca: è bastato che il prezzo della benzina toccasse la soglia psicologica di 4 dollari al gallone (cioè circa 1 dollaro al litro, 65 centesimi di euro) perché il «cittadino John Smith» perdesse la testa e chiedesse di fare qualsiasi cosa pur di far scendere il prezzo della benzina. Va ricordato che l'americano medio consuma molta più benzina di un europeo, soprattutto a causa della povertà del trasporto pubblico e di uno sviluppo urbanistico basato sull'espansione senza fine di sobborghi residenziali sempre più lontani dal posto di lavoro. Il brusco rincaro della benzina fa dire all'81% dei cittadini che trovare nuove fonti di energia è una priorità nazionale. Non solo: il 65% sostiene che il problema non è ridurre i consumi ma avere più energia, solo il 31% è di opinione contraria. Pur di poter continuare a godere di energia a basso costo, il 52% è favorevole a nuove centrali nucleari e il 44% a sacrificare l'ambiente, per esempio cercando petrolio nelle aree attualmente protette. I repubblicani, storicamente il partito dei petrolieri, sono riusciti a convincere l'opinione pubblica americana che il problema energetico risiede in una insufficienza dell'offerta e non in un aumento della domanda. Proprio il contrario dei fatti: l'aumento del prezzo del barile fino a 147 dollari era dovuto alla crescita della domanda mondiale, in particolare di Cina e India, non al fatto che ci sono troppo pochi giacimenti. Per di più, qualsiasi nuova esplorazione richiede molto tempo prima di essere messa in funzione, un problema su cui ovviamente i repubblicani tacciono. Questo approccio ha conseguenze politiche enormi: Bush e le lobby petrolifere implicitamente sostengono che gli americani possono continuare a consumare allegramente il 25% del petrolio mondiale pur rappresentando solo il 5% della popolazione. I fuoristrada che fanno 5 chilometri con un litro, il condizionamento d'aria che porta la temperatura degli uffici e delle case a 18° anche quando fuori ce ne sono 36°, e tutti gli altri sprechi energetici potrebbero tranquillamente continuare. Purtroppo i democratici in Congresso, attenti ai sondaggi che dicono loro di non scontentare gli elettori (si vota anche per Camera e Senato in novembre) hanno pasticciato goffamente, cercando di non scontentare nessuno: per non alienare gli elettori ecologisti continuano a opporsi alle ricerche in mare o nella riserva naturale dell'Artico, ma nello stesso tempo hanno accettato il principio di nuove trivellazioni, sui 68 milioni di acri che le compagnie petrolifere hanno a disposizione ma non usano, rafforzando in questo modo l'idea che avere più petrolio «nazionale» a disposizione sia la ricetta giusta. In un lungo discorso a Lansing, in Michigan, lunedì scorso, Obama ha cercato di indicare una strada per uscire dalla crisi energetica ma non è riuscito a riassumere le sue molte proposte in uno slogan chiaro e comprensibile per gli elettori. Il candidato democratico è partito con il piede sbagliato, definendo la «dipendenza dal petrolio straniero» come un «problema di sicurezza nazionale», forse la crisi «più grave mai attraversata», dando agli ascoltatori l'impressione che se gli Stati Uniti producessero tutto il petrolio di cui hanno bisogno tutto andrebbe per il meglio. Il tono del discorso è stato fortemente nazionalista, rivendicando l'autonomia energetica del paese, che non dovrebbe dipendere da «tiranni» e da paesi «ostili» per le sue necessità energetiche (gli elettori ovviamente non ricordano che i «tiranni amici», come lo Scià in Iran e la dinastia Saud in Arabia sono stati messi al potere e protetti per decenni esattamente al fine di continuare a godere di petrolio a basso costo). Anche la proposta di vendere parte delle riserve strategiche detenute dal governo per calmierare i prezzi è palesemente una non-soluzione, poiché l'effetto sui mercati non potrebbe che essere di breve durata. Obama ha poi preso una strada più coerente con le tradizioni del partito, ricordando agli americani che gli Stati Uniti consumano petrolio per 700 milioni di dollari al giorno e che, a questo ritmo di consumi mondiali, l'oro nero sarà probabilmente finito entro il 2023, tra 15 anni appena. La sfida, ha detto, è quella di creare centinaia di posti di lavoro nell'area delle energie pulite e rinnovabili, in particolare creando una nuova generazione di veicoli che consumino pochissimo, cosa che i lavoratori del Michigan sono in grado di fare nel giro di pochissimi anni (il Michigan è storicamente il cuore dell'industria automobilistica americana e questo suonava molto come uno zuccherino per la platea). Obama ha riscosso un certo successo con la sua proposta di dare un rimborso fiscale di 1000 dollari a ogni famiglia per compensare le maggiori spese per i trasporti: il bonus dovrebbe essere finanziato con la tassazione dei sovraprofitti delle compagnie petrolifere, che il mese scorso hanno presentato bilanci record. E ha concluso riaffermando che «non potremo uscire da questa crisi trivellando di più». Insomma: un discorso articolato e plausibile, che però non si traduce in una linea abbastanza semplice e chiara per gli elettori. Non a caso lo spot televisivo diffuso questa settimana sul tema dell'energia attacca McCain perché alleato dei petrolieri ma non fa proposte energetiche alternative. La paradossale conclusione è che l'amministrazione Bush, definita da Gore Vidal una «giunta di petrolieri», è ancora in grado di dettare i temi della discussione in materia di energia mentre i democratici sembrano in difficoltà per offrire proposte precise. Questo è un problema molto grave per Obama, perché le elezioni si giocheranno assai più sull'economia e sulla credibilità dei candidati nell'offrire ai cittadini proposte nuove che non sulla politica estera o sull'Iraq. Benché i democratici rimangano favoriti, la loro timidezza sui programmi rimane un handicap per il partito.

 

Un progetto che riunisca – Rossana Rossanda

Siamo a uno dei punti più bassi della nostra storia: Alberto Asor Rosa ha ragione. Siamo a una crisi intellettuale e morale degli italiani - metà dei quali hanno votato per la terza volta una banda di affaristi ex fascisti e separatisti e l'altra metà si è divisa. Occorre dunque, scrive Asor, un soggetto politico nuovo, pulito e con un'idea di nazione che guardi a sinistra e non insegua fisime comuniste. Nel documento del Crs, Mario Tronti diceva qualcosa di analogo precisando che deve essere una grande forza popolare. Non che mi piaccia essere una fisima, ma pazienza. Però, allo stato delle cose, non vedo dove questa forza politica sia. Veltroni direbbe: ma come, quella forza sono io, e il Pd. Abbiamo il 34 per cento dei voti, non siamo una combriccola di affaristi, abbiamo un'ipotesi riformista e una moderna icona morale in Robert Kennedy, abbiamo chiuso con ogni tipo di comunismo. Già, solo che l'opposizione a Berlusconi il Partito democratico non la sta facendo. Solo che raramente si è veduto un partito di sinistra così monocratico e poco popolare, se per democratico e popolare si intende un minimo di democrazia partecipata. Solo che, per dirla tutta, che cosa sia il Pd non si è capito ancora: gli avevano dato vita la Margherita e i Ds, ma della Margherita mancano ormai Prodi e Parisi, e Rosi Bindi sembra tenere più per coerenza che per persuasione. Neanche i Ds sembrano un blocco: D'Alema giura per il Partito democratico ma la sua fondazione ha accenti alquanto diversi da quelli di Veltroni. Chi può giurare che al primo congresso questa chimera diventi un animale affidabile? Fuori del Pd le cose non vanno meglio. La frettolosa coalizione della sinistra Arcobaleno è stata addirittura espulsa dal Parlamento, il suo proprio elettorato avendole giurato vendetta per essersi fatta trascinare nell'avventura di governo. La Sinistra democratica di Mussi ha perduto qualche foglia invece che guadagnarne. I Verdi lo stesso. Rifondazione si è spaccata in due tronconi che neppure si parlano: la maggioranza di Ferrero punta tutto sul conflitto sociale dal basso, la minoranza di Niki Vendola su una raccolta di aree radicali fra le quali quella comunista potrebbe essere una cultura fra le altre, dell'ambientalismo che è più vasto dei Verdi, del femminismo, dei movimenti. Non vedo perciò, allo stato dei fatti, un soggetto in grado di fare fronte alla slavina di destra. Vedo una quantità di orfani che vorrebbero questo soggetto ma sui quali da diversi anni passano grandinate che li disperdono vieppiù. Ma qual è la causa delle grandinate? Sta soltanto nella risolutezza e la sfacciataggine di Berlusconi? Non credo. La banda che ci governa ripete esattamente forme, metodi e misure di tutti gli esecutivi europei dagli anni '80: la potente spinta alla disuguaglianza, all'arricchimento di pochi, all'impoverimento dei più, cioè l'ondata neoliberista che ha seguito i «trent'anni gloriosi». È una ripresa della linea che era già stata sconfitta in Europa e negli Usa dopo gli anni '20. Ma ora, osserva Asor, essa è già arrivata a un punto morto. Vero, ma non per la forza della sinistra. È nei guai con se stessa. Dal liberismo si oscilla al protezionismo, dal mercato unico alle guerre commerciali simili a quelle del XIXmo secolo - ecco dove stiamo ritornando. Gli Stati uniti hanno l'egemonia militare ma non più economica; questa gli è contestata dalla Cina e dall'India in poderosa crescita. E l'arroganza di Bush ha infilato la sua supremazia militare nella trappola del Medio oriente, mentre l'Europa è insabbiata in una moneta relativamente forte, in un'economia debolissima e in un'iniziativa politica pari a zero.Questo è il quadro cui siamo davanti. Crediamo davvero che si potrà batterlo con i conflitti sociali dal basso o con l'adunata dei renitenti al veltronismo? Non lo penso. Se vogliamo non solo battere Berlusconi ma dirci dove l'Italia può andare, su quali basi si può ricostruirne una fisionomia intellettuale e morale bisognerà pur passare dalle proteste divise e poco comunicanti a un progetto capace di credibilità, persuasione e mobilitazione. Per questo non serve il Partito democratico, che del liberismo condivide gli orizzonti, né bastano le due anime di Rifondazione: la vastità dell'impegno implica una raccolta di forze che vada molto oltre la sinistra Arcobaleno e la natura dell'impresa implica una dimensione del conflitto che non si risolve dal basso. Del resto, qual è il basso della globalizzazione? E qui torna la mia fissazione: se siamo, come credo, una tessera di una tendenza mondiale, prima di tutto ad essa dobbiamo dare un nome e di essa definire la mappa. Il nome è il capitalismo dall'ultimo quarto del Novecento agli inizi del Duemila. La mappa è quella dell'intero pianeta. Finiamo di balbettare che tutto è cambiato e perciò niente si può dire, e cominciamo a precisare che cosa questo capitalismo è diventato. Non ci sono più vittorie puramente locali contro di esso. Come i dipendenti di una fabbrica non possono battersi da soli contro la delocalizzazione dell'azienda così un paese europeo non può battersi da solo contro la recessione, quali che siano le pensate protezioniste di Tremonti. Ma quando alla crisi delle classi dirigenti si somma il caos della sinistra il rischio è di essere trascinati via tutti. Può questo rischio trasformarsi in occasione? Questa è a mio avviso la domanda vera. Credo che sì, per l'ampiezza dei soggetti coinvolti e per la profondità non solo materiale e pecuniaria del disastro ma appunto intellettuale e morale - non è per caso che all'apatia culturale dell'Occidente ormai non si oppongano che nazionalismi o fondamentalismi. Ma nel medio termine temo che non si possa dare una parola d'ordine rivoluzionaria, almeno nel senso che abbiamo dato a questa parola fino a poco tempo fa: l'esito del '68 dimostra quanto eravamo già arretrati e quel che è seguito all'89 impedisce anche ai più ostinati di sognare una riedizione dei socialismi reali. Ma la sofferenza sociale e l'ampiezza delle ineguaglianze sono diventate così forti da rendere fragile la stessa tenuta e coesione di ogni singolo paese. Non è con le riforme istituzionali che si può aggiustare la baracca. Potrebbe essere aggiustata, per difficile che sia, con una inversione di tendenza: un intervento che restituisca il primato alla politica piuttosto che ai meccanismi dell'economia, che dia luogo a linee di sviluppo, incluso uno «sviluppo di decrescita», che ridistribuisca la ricchezza a sfavore delle zone forti e a favore di quelle deboli, che decida il taglio dei privilegi sociali, il rilancio su un piano mondiale dei mercati interni (l'impossibilità di procedere del Wto parla chiaro). Non sarà un'operazione indolore, ma può non essere impossibile. Chi non si ritroverebbe in questo progetto? Soltanto i boss delle stock option d'oro. Non sarà la rivoluzione, ma oggi come oggi sarebbe certamente una rivoluzione culturale.

 

La Stampa – 10.8.08

 

L'impero colpisce ancora - ENZO BETTIZA

Dei tre coacervi regionali in permanente stato d’infiammabilità e d’insidia agli equilibri mondiali, il Medio Oriente, i Balcani e il Caucaso, quest’ultimo è precipitato nel gorgo della catastrofe proprio nel giorno in cui il tripudio olimpico, celebrato a Pechino, avrebbe voluto lanciare all’umanità un invito simbolico alla pace universale. Altro che «one world one dream». Di colpo, alle grandiose visioni in technicolor confuciano osannanti l’armonia fra le nazioni e l’avvento di un mondo irenico, abbiamo visto sovrapporsi e contrapporsi, in un contrasto insieme beffardo e crudele, immagini di una guerra a tutto campo quali non si vedevano dai tempi malefici del Vietnam. Una guerra dura, completa, con razzi, aerei, carri armati, lanciafiamme, carneficine spaventose di cui non avevamo più memoria. Una guerra diretta, in carni ed ossa martoriate, non diluita e mimetizzata nei bagliori elettronici di un videogame televisivo. I militari georgiani hanno inflitto morte e distruzione alle popolazioni di una città ignota che si chiama Tskhinvali, mentre i bombardieri russi hanno decimato i civili di un’altra città molto più nota, l’antica e storica Tiflis, dal 1917 Tbilisi, capitale dello Stato caucasico più importante e drammatico e da ieri in dichiarato conflitto bellico con la Federazione di Putin-Medvedev. Le bombe russe non hanno risparmiato neppure la cittaduzza di Gori dove nel 1878, nella stamberga di un ciabattino violento e alcolizzato, nacque il futuro seminarista ortodosso e poi rivoluzionario Josip Stalin. Già quella nascita d’eccezione ci dice che della Georgia gloriosa e duplice, colta e guerriera, cristiana e marxista, russa soltanto dal 1801, è molto più facile parlare che non dell'enclave capillarmente russificata Ossezia del Sud, casus belli dello scontro armato in corso. La mitica Colchide, patria di Medea e degli Argonauti, detentrice sacrale del vello d’oro, era presente fin dai tempi greci nella leggendaria storia europea. In seguito, dal principe Bagration, morto come generale russo nella Borodino di Guerra e Pace, ai grandi menscevichi del Febbraio 1917 e ai bolscevichi dell’Ottobre, fino al faraonico Stalin, all’industrializzatore Ordžonikidze, al feroce Beria, al riformatore Shevardnadze, la storia della Russia moderna sarà segnata in profondità, nel male e nel bene, da ogni sorta di personaggi emersi dalla Transcaucasia georgiana. Lenin vedrà in Stalin addirittura un «grande russo», ostile alla propria patria, nel momento in cui i socialdemocratici menscevichi e i leninisti nazionali di Tbilisi si opporranno con le armi alla bolscevizzazione di stampo russo della loro terra. Il georgiano Stalin, a cui taluni storici attribuiscono perfino un’oscura origine osseta o abkhaza, sarà lui a spezzare la spina dorsale ai rappresentanti del socialismo aperto ed europeizzante della combattiva repubblica caucasica fra il 1917 e il ‘21.Molto più difficile è invece descrivere la minima repubblichetta autonoma di centomila anime chiamata Ossezia. Essa dal 1992 è divisa in due entità che aspirano a riunificarsi. L’appendice meridionale è incorporata nel territorio georgiano, quindi è formalmente georgiana; l’altra metà è integrata nel corpo federale della Russia la quale, al tempo stesso, è presente in forme subdole anche nell’entità Sud con rubli, passaporti, personale politico, servizi segreti e presidi militari camuffati da forze d’interposizione. Il piano di Putin, volto a riportare alla Russia molte componenti perdute dell’impero sovietico, è da anni determinato e lineare: staccare definitivamente l’Ossezia del Sud dalla Repubblica georgiana e agganciarla all’Ossezia del Nord completamente russificata. Pure la più cospicua repubblichetta d’Abkhazia è di fatto uncinata dalla Russia e in parte già staccata dalla Georgia. Non si contano le guerre civili poco note in Occidente, più o meno striscianti, più o meno per procura, ma continue, che dal 1991 hanno seguitato a opporre i russi ai georgiani nella tenzone, spesso violenta, per il possesso di questi sperduti territori eurasiatici. L’ultima tigre cavalcata da Putin è stato il Kosovo. Nell’impossibilità di bloccare la dichiarazione di sovranità kosovara sostenuta dagli occidentali, e di soccorrere una Belgrado delusa che si sta riorientando sull’Europa, egli ha messo in questi giorni in atto il ricatto preannunciato: all’indipendenza di Pristina ha risposto inviando in un blitz a sorpresa i blindati russi nell’Ossezia meridionale e scatenando i cacciabombardieri sulla capitale della Georgia. Il pretesto gli è stato offerto dalle mosse sconsiderate e autolesioniste dell’ultimo presidente filoamericano di Tbilisi, Mikhail Saakashvili, che nel tentativo di forzare la mano all’amministrazione Bush ha lanciato la truppa all’attacco dei secessionisti di Tskhinvali. Contemporaneamente ha ribadito la volontà di Tbilisi di entrare nella Nato, ha invitato gli americani a riportare coi loro elicotteri dall’Iraq in Georgia il corpo di spedizione georgiano, duemila soldati ben addestrati da schierare contro l’assalto delle divisioni russe. Se ciò avvenisse si profilerebbe, addirittura, la possibilità di un nefasto contatto diretto tra mezzi aerei statunitensi e caccia russi. Oggi Saakashvili, che è stato uno dei responsabili della cacciata del moderato Shevardnadze dal potere e non gode più dell’appoggio incondizionato dei compatrioti, è scomparso in un bunker alla periferia della capitale. Fino a ieri si presentava alla televisione con alle spalle la bandiera stellata dell’Unione Europea di cui la Georgia, come tutti sanno, a cominciare da Putin, non fa parte. Il discorso sul gas e sul petrolio, discorso che col famoso progetto «Nabucco» farebbe della Georgia un ponte di scavalcamento delle forniture energetiche russe destinate all’Europa, lo lasciamo agli specialisti della materia. La questione economica, comunque, non può che aggravare la già gravissima crisi politica e militare che sta mettendo in imbarazzo gli americani, in difficoltà gli europei, in disperazione cinque milioni di georgiani e in posizione di vantaggio soprattutto la strategia del recupero imperiale di Putin. È stato l'intemperante e sovreccitato Saakashvili a offrirgli il trampolino di lancio su sfondo olimpionico. Ora rieccolo, lo zar indefesso, col cannocchiale e la spada in pugno al centro di uno scenario selvaggio che evoca Lermotov e Tolstoj: a Vladikavkaz, capitale e avamposto di guerra della russificatissima Ossezia del Nord.

 

Corsera – 10.8.08

 

Cominciò con Stalin il risiko delle etnie. Il dramma degli osseti

Sergio Romano

I bollettini della guerra caucasica annunciano che una bomba osseta avrebbe colpito la piccola casa di Gori dove nacque nel 1879 il «meraviglioso georgiano» (così lo chiamò Lenin quando lo conobbe a Vienna nei primi anni del Novecento) che passò alla storia con il nome di Stalin. Mai bomba è stata altrettanto mirata e «intelligente». Nella guerra scoppiata in questi giorni fra Mosca e Tbilisi, l’ombra di Jozif Vissarionovic Dzhugashvili domina, come quella di Banquo nel Macbeth di Shakespeare, il tavolo dei negoziati e il campo di battaglia. La geografia politica delle etnie sovietiche fu il suo capolavoro. Quando Lenin, dopo la fine della guerra civile, lo incaricò di sciogliere l’imbrogliato nodo delle cento nazionalità che vivevano nell’impero degli zar, Stalin si dedicò anzitutto al Caucaso meridionale e mise fine con una spedizione militare all’indipendenza del Paese in cui era nato. Era il 1921. Un anno dopo sottopose a Lenin il progetto di uno Stato federale bolscevico di cui avrebbero fatto parte quattro repubbliche: Russia, Ucraina, Bielorussia e una entità nuova, chiamata Transcaucasia, in cui vennero riunite l’Armenia, la Georgia e l’Azerbaigian. Quattordici anni dopo, nel 1936, una nuova costituzione staliniana rimaneggiò la carta geografica. La Repubblica Transcaucasica fu divisa nelle sue tre componenti e vennero istituite undici repubbliche (Russia, Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan, Kazakistan e Kirghizistan) a cui furono aggiunti, dopo il patto tedesco-sovietico dell’agosto 1939, i tre gioielli del Baltico (Estonia, Lettonia, Lituania) e, con il nome di Moldavia, la Bessarabia romena. Cambiavano i nomi e i confini, ma la strategia di Stalin era sempre la stessa. Per realizzare il «socialismo in un solo Paese» occorreva creare uno Stato pseudo-federale in cui tutte le repubbliche fossero eguali (ma una, la Russia, più eguale delle altre) e in cui i poteri fossero apparentemente decentrati, ma sostanzialmente concentrati nelle mani del partito comunista e del suo segretario generale. Per prevenire ciò che era accaduto dopo la rivoluzione bolscevica, quando molte regioni avevano proclamato la loro indipendenza, Stalin disegnò le repubbliche in modo da evitare che fossero etnicamente omogenee. Non bastava che il vero potere fosse soltanto a Mosca. Occorreva creare all’interno di ogni repubblica potenziali conflitti che avrebbero conferito al segretario generale del partito la funzione di arbitro supremo. Il caso della Georgia è esemplare. La maggioranza del Paese è georgiana, ma entro i confini dello Stato esistono tre repubbliche autonome, create dal potere sovietico: Abkhazia, Agiaristan, Ossezia. E per evitare che le popolazioni musulmane sulla frontiera nord-orientale della Georgia divenissero troppo potenti, l’Ossezia fu divisa in due tronconi: quello meridionale fu «domiciliato» in Georgia e quello settentrionale assegnato alla Repubblica autonoma dei ceceni-ingusceti. Da allora le due Ossezie hanno svolto a nord e a sud della frontiera repubblicana lo stesso ruolo. Sono una quinta colonna fedele alla Russia in terre potenzialmente animate da spirito secessionista. Il mio primo incontro con gli osseti fu a Mosca, nel settembre del 1991, dopo il fallimento del putsch con cui il «gruppo degli 8» cercò di estromettere Boris Eltsin dalla presidenza della Repubblica russa. Attraversavo piazza Pushkin quando vidi, di fronte al monumento dello scrittore, un semicerchio di donne vestite di nero che mostravano ai passanti i ritratti dei figli, dei padri, dei fratelli e dei mariti. Qualche settimana prima, mentre il generale Dudaev s’impadroniva del potere a Grozny, capitale della Cecenia, i «cugini» ingusceti erano insorti per riprendersi le case che il potere sovietico aveva assegnato agli osseti del nord dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Punite dal potere sovietico per avere collaborato con gli occupanti tedeschi, le popolazioni musulmane dei ceceni e degli ingusceti approfittavano della disgregazione dell’impero per saldare il conto. Gli uomini ritratti in quelle fotografie erano le vittime dei massacri che avevano avuto luogo nell’Ossezia del nord. I russi intervennero e gli ingusceti vennero duramente cacciati dalle terre di cui erano riusciti a impadronirsi. Se il lettore vuole conoscere la storia romanzata di quegli avvenimenti può leggere un romanzo di John Le Carré (La passione del suo tempo ) apparso presso Mondadori qualche anno fa. Mentre gli osseti del nord ritornavano nelle loro case, gli osseti del sud insorgevano contro la Georgia. Non volevano far parte di uno Stato che aveva proclamato qualche mese prima la propria indipendenza e invocavano l’aiuto di Mosca. Lo ottennero, naturalmente, e godono da allora di una autonomia di fatto, garantita dalle truppe russe che vennero stanziate nella regione sotto l’egida dell’Osce (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) dopo la fine delle guerre (una stessa crisi scoppiò in Abkhazia) combattute durante gli anni Novanta. Nonostante tensioni ricorrenti, la situazione rimase relativamente stabile sino a quando il presidente della Georgia fu Eduard Shevardnadze, ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica all’epoca di Gorbaciov. Shevardnadze era georgiano e patriota, ma aveva una vecchia familiarità con il potere russo e conosceva i limiti che la Georgia non poteva oltrepassare senza gravi rischi. La situazione cambiò nel 2004 quando un giovane georgiano si mise alla testa di una insurrezione popolare e cacciò ignominiosamente il vecchio Shevardnadze dall’aula tumultuante del parlamento di Tbilisi. Mikhail Saakashvili ha quarantuno anni, ha studiato alla Columbia University di New York, ha sposato una simpatica signora olandese, parla con l’accento americano il linguaggio della democrazia e ha lanciato segnali che gli Stati Uniti hanno prontamente raccolto. Dopo avere ricevuto trionfalmente Bush a Tbilisi nel maggio 2005, ha chiesto e ottenuto l’assistenza militare dell’America (un migliaio di istruttori), ha presentato la candidatura del suo Paese alla Nato, sa di essere appoggiato da Washington e quattro mesi fa ha restituito la visita del suo protettore mettendo piede nello studio ovale della Casa Bianca. Dopo essere tornato in patria ha innestato la pericolosa partita delle provocazioni reciproche. Non è necessario dire molto di più per capire la crisi che è scoppiata in questi giorni. È facile comprendere perché un ambizioso e spericolato giocatore d’azzardo georgiano abbia deciso, per meglio sottrarsi alla tutela moscovita, di buttare sul tavolo la carta dell’amicizia americana. È più difficile comprendere perché gli Stati Uniti gli abbiano permesso di farlo così rumorosamente.

 

Liberazione – 10.8.08

 

“Etnia” la parolaccia che avvelena il mondo – Lidia Menapace

Il mese più crudele non è - come credeva Eliot- aprile, bensì agosto, almeno dal 1991, da quando cioè l'affermarsi di una gestione unipolare degli affari mondiali ha spezzato e spazzato via persino il falso e ambiguo equilibrio del terrore, espresso dal fatale acronimo MAD (mutua assicurazione di distruzione) con una parola che significa anche follia. E non c'è rutilante immagine delle Olimpiadi, ricerca e rappresentazione della bellezza di corpi atletici che gareggiano senza armi, che possa prendere il posto, cancellare l'orrore delle vite stroncate dalla guerra in Georgia. Nel corso delle Olimpiadi antiche ogni conflitto taceva, non più oggi quando siamo tanto "moderni" o addirittura "postmoderni". Riappaiono guerre atrocissime: e forse le nostre giornate di vacanza non ne sono turbate? Non su tutto si può mediare, nè sottrarsi alle responsabilità: non si possono accusare gli astri o le streghe o una qualche maledizione celeste. Vi sono responsabilità politiche precise, che a partire dalla dissoluzione della ex- Jugoslavia in Europa e nel mantenere aperto il conflitto in Medio Oriente mantengono sotto ricatto il mondo. Da quando la ex Jugolasvia è stata fatta saltare con i primi riconoscimenti delle secessioni etniche (da parte della Germania e del Vaticano) si è aperta una valanga una cascata di disgrazie etniche, di guerre atrocissime, di vendette senza fine. Non sono estranee a tutto ciò le indulgenze, i favoreggiamenti, che dall'attuale maggioranza vengono e non sono respinte, non denunciate con forza e ribrezzo dalle opposizioni parlamentari, verso atteggiamenti chiaramente razzisti, che provocano inquinamenti culturali et etici gravi, addirittura indizione di crociate da parte di Borghezio. L'odio e il disprezzo e la richiesta di pulizia etnica negano qualsiasi impianto universalistico internazionalistico umanistico della storia e cultura europea. E mondiale. Che fare? non su tutto si può mediare, non su tutto si può passare. Il razzismo nasce dalla cultura delle "identità etniche" assolutizzazione delle appartenenze nazionali, che ben si collocano sotto il segno di quel falso universalismo che viene chiamato globalizzazione. Ma ora troppo è l'orrore, troppo il disgusto, troppo il dolore, per farci su analisi e discorsi. Sono convinta che occorra trovare un momento, una parola, un foglio, una pausa umana per dichiarare solennemente che siamo uomini e donne che apparteniamo alla terra e al cielo stellato sotto cui viviamo e moriamo e non ad altro, che qualsiasi tentativo di arruolamento sotto bandiare avvelenate e traditrici deve essere rifiutato con serena fermezza e che la causa dell'umanità deve passare oltre ogni ostacolo per ridire parole che l'Europa ha conosciuto e poi negato e poi dimenticato e che ora non ritrova: le risorse sono misurabili e non si possono sprecare, la terra è di tutti e tutte, di chi vi nasce, fornito di diritti che non dipendono da doveri. E gli stati reprimono questi diritti usando la guerra per le politiche imperiali. Bisogna opporsi in nome delle vittime innocenti di conflitti che insanguinano il pianeta di un colore che nessuna pioggia può lavare. Bisogna far arrivare ovunque la voce di chi si riconosce in una comune umanità senza frontiere. Lo possiamo fare noi sinistra, noi Rifondazione che paghiamo caro il prezzo di nostri errori riconosciuti e di generosità negate, e che ancora intendiamo agire, lottare, pensare perchè vi sia un altro mondo possibile, che rifiuti con disgusto e vergogna di dividere le persone in nome di qualsiasi "etnia" (una vera parolaccia). Facciamo dunque partire un messaggio che dica solo " Basta!", nessuna causa merita che diventiamo nemici, nessuna causa può chiedere che altre persone siano uccise, assassinate, negate. Davvero si è alla disperazione, e non si può tacere, non si può assistere. Anche se qualsiasi cosa ci venga in mente appare dolorosamente insufficiente, incredibile, non possiamo tacere, diciamo "basta": che le organizzazioni politiche internazionali ritrovino una voce e ascoltino i popoli. Le N.U. ritrovino le parole della loro carta fondativa: senza di ciò perdono tempo in trattative che durano anni senza concludere nulla. La loro ragione fondativa fece dire che la guerra è sempre un crimine e dunque a ciò bisogna appellarsi e premere. Contra spem. Anche contro ogni speranza.

 

Ferrero cita don Milani: Politica è camminare insieme - Frida Nacinovich

Nella stanza del segretario di Rifondazione comunista, al terzo piano di viale del Policlinico, c'è Paolo Ferrero. I condizionatori sono spenti, fa un gran caldo. «Altro che gelo siberiano, segretario. Eppure dicono che sei trinaricuto...». Nessuna risposta, Ferrero non raccoglie. Seduto dietro la scrivania, guarda al computer le ultime notizie che arrivano dall'Ossezia. Una guerra, una nuova guerra nel pianeta. In Georgia, dove più di un secolo fa nacque Stalin. Ma quella è storia, questa è cronaca. La nostra chiacchierata inizia da qui. Ferrero taglia un sigaro, lo accende - la finestra è aperta - osserva: «Questi sono i risultati della crisi della globalizzazione. Dobbiamo uscirne da sinistra. Siamo stati troppo attenti a noi stessi, rischiando di diventare autoreferenziali». Ferrero pensa a una grande manifestazione in ottobre, preceduta da un'assemblea in settembre, dà un'occhiata all'agenda e conferma: «Sarà domenica 14». Che intende fare di preciso segretario? «Bisogna tornare nel sociale. Penso a una frase di Don Milani: di fronte a un problema sortirne da soli è egoismo, sortirne insieme è politica». Una risposta di sinistra alla crisi della globalizzazione, l'obbiettivo è ambizioso... La crisi della globalizzazione è evidente. Ne sono l'immagine più efficace e tragica le guerre in corso e quelle che ci saranno nei prossimi anni, per l'energia, l'acqua, le materie prime. Siamo di fronte a una crisi di civiltà, amplificata a casa nostra dal governo Berlusconi. Tentare di trovare un'uscita da sinistra significa costruire un'opposizione di sinistra a Berlusconi e a Confindustria. Ricordi la battuta fulminante di Woody Allen: "Dio è morto, Marx è morto… e anch'io oggi non mi sento molto bene!..."? Quello che è mancato nei primi cento giorni del governo Berlusconi è proprio un'opposizione di sinistra. Ma la sinistra oggi - almeno quella italiana - è sparita dal Parlamento. Penso che comunque un'opposizione parlamentare non basterebbe. Bisogna costruire la sinistra nella società. C'è già qualche appuntamento in vista? Il 13 settembre il comitato politico nazionale eleggerà la nuova direzione e la nuova segreteria. Il giorno successivo, il 14, una grande assemblea lancerà la campagna di autunno. L'obiettivo è quello di arrivare in ottobre a una manifestazione di tutta la sinistra, di tutte le forze a sinistra del Partito democratico. Domanda d'obbligo: con o senza l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro? Ho parlato di una manifestazione di tutta la sinistra, dunque Di Pietro non c'entra. Vogliamo tornare a discutere di questioni sociali, della difesa dei contratti di lavoro, dei salari, delle pensioni. Ribadire il nostro "no" alle grandi opere, alla Tav. Mettere al centro i temi della pace e della guerra, quindi la nostra opposizione al raddoppio della base di Vicenza. Poi c'è la questione morale, diciamo "no" al lodo Alfano. Lo sbarramento alle elezioni europee è antidemocratico. Continueremo la nostra battaglia per i diritti civili, contrasteremo le leggi razziste sull'immigrazione. Vogliamo fare una manifestazione per segnalare un'alternativa di società rispetto al progetto di Confindustria e Berlusconi. Una manifestazione di tutta la sinistra, perchè abbiamo ben presente che Rifondazione è soltanto un pezzo di questa sinistra. Unità a sinistra in che termini: costituente, federazione, cartello elettorale o qualcosa di diverso? Non perderei tempo sulle formule, sull'ingegneria politica. Penso alla massima unità di azione nel rispetto reciproco, a un confronto continuo fra esperienze diverse, a una contaminazione. In questo momento così delicato - lo dico in questa intervista - non c'è bisogno di primi della classe e fughe in avanti. Il problema è quello di mobilitare tutta la sinistra su una piattaforma comune. Cercherei di non far morire un fatto politico importante come la costruzione di un'opposizione di sinistra dividendoci su costituenti, federazioni e via dicendo. Intanto cominciamo con l'unire Rifondazione... E' stata proprio la maggioranza a chiedere la gestione unitaria. Del resto la mia idea di partito è un partito di tutti, dove nessuno si sente ospite. All'attacco della destra si risponde lavorando nella società, sul territorio. In questo senso la manifestazione di ottobre non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. Capitolo alleanze. Ti chiedono sempre quali saranno i rapporti con il Partito democratico e con Walter Veltroni. Spiegaci. La crisi della globalizzazione viene affrontata da destra con la logica della guerra fra poveri, dei penultimi contro gli ultimi. La coperta è stretta, governo Berlusconi e Confindustria ti promettono che sarà qualcun altro a rimanere con i piedi di fuori. Lo zingaro, il povero, il diverso. Ecco così nascere le politiche securitarie per rispondere alla crisi sociale. Arriviamo al Partito democratico. Che fa? Semplicemente non costruisce un'alternativa. Balbetta, resta in una terra di nessuno fra le pulsioni della destra e i drammi sociali. La penso così: non costruire un'alternativa non basta, significa non dare risposte alla crisi della globalizzazione. Proprio non ti piace questo Pd. (Ferrero indica un'intervista di un quotidiano a Giuliano Amato). La vocazione centrista del Pd si racchiude nelle dichiarazioni dei suoi esponenti di punta. La spinta verso il centro appartiene più al Pd che al Pdl. L'apertura all'Udc di Casini è solo la punta dell'ice berg. Il vero tema in discussione è l'inversione di rotta: con questa idea della commissione "Attali" che Amato ha accettato di presiedere a Roma, la politica diventa neutra, pura amministrazione del potere. Ecco perché parlo di autonomia dal Pd come pre-condizione per una sinistra che vuole dare risposte alla crisi della globalizzazione. Confessa: senza falce e martello Rifondazione non esiste. Il riferimento al comunismo non è un fatto di memoria. Si tratta di avere un universo simbolico alternativo a quello dominante. Mi spiego: per la destra il ricco è ricco perché se lo merita, il povero è povero perché se lo merita. Non riesci a pagare un mutuo? Colpa tua perché non hai trovato un lavoro che ti permette di guadagnare abbastanza. In questo schema le persone vivono i problemi sociali come drammi individuali. Un'atomizzazione della società. Che fare? Il problema dei comunisti, il problema della sinistra, è quello di ricostruire il conflitto, riconoscendo l'elemento collettivo del disagio sociale. Don Milani diceva: di fronte ad un problema sortirne da soli è egoismo, sortirne insieme è politica. Oggi l'individualismo e la solitudine portano alla richiesta di politiche securitarie. Voglio invece un universo simbolico diverso da quello dominante. Voglio l'eguaglianza. Insomma: bisogna dire e far capire che le diseguaglianze non sono colpa tua ma di qualcuno che te le impone. Il riferimento al comunismo come fatto pienamente politico significa avere la forza per costruire un universo simbolico alternativo. Penso a una sinistra ampia, in grado di rifare quello che ha fatto in anni di lotte il movimento operaio, che discuteva delle sue condizioni di lavoro e di vita per poi prenderne coscienza e migliorarle. Il movimento delle donne ci insegna che socializzare, parlare, discutere insieme dei problemi porta non solo alla presa d'atto ma anche al loro possibile superamento. Ci sarà da lavorare parecchio. Mentre nella fabbrica fordista la visibilità delle condizioni di lavoro di ciascuno era lampante, il precario di oggi è nascosto, isolato, separato. La destra cerca di tradurre un rapporto di sfruttamento in una relazione giuridico commerciale. Di mettere in rapporto il lavoratore autonomo, il precario e l'azienda come fossero due soggetti alla pari. Il marxismo oggi serve a disvelare la mistificazione di questi rapporti per far emergere l'elemento dello sfruttamento che li caratterizza. Scusa l'insistenza: la parola comunista è davvero così importante? In Italia tutte le volte che si è abbandonato il nome comunista, anche per andare più a sinistra, si è finiti a destra. Torniamo a Rifondazione comunista. Ora che il congresso è finito non si dovrebbe più parlare di mozioni. Però ci sono due documenti politici, uno di maggioranza e uno di minoranza. Sono davvero così inconciliabili? Inconciliabili? Nella mia idea di partito - lo ripeto - nessuno è ospite a casa di altri, siamo tutti protagonisti. Se invece guardiamo ai documenti delle differenze ci sono. Il documento approvato a Chianciano e che oggi è a tutti gli effetti la linea politica del Prc dice che Rifondazione c'è per l'oggi e per il domani. Mi riferisco sia al partito organizzato che al progetto della Rifondazione comunista in quanto tale. Secondo: quale rapporto avere con il Partito democratico? Piena autonomia, perché il tuo progetto strategico è alternativo. Ad esempio, sarebbe sbagliatissimo rientrare nella giunta regionale calabrese. Terzo: la sinistra deve reimmergersi nella società.

 

Il potere esecutivo vuole imbavagliare la giustiziaGiuseppe Di Lello

Proviamo ad immaginare cosa ne sarà dell'assetto della magistratura italiana quando a settembre Berlusconi darà il via alla sua grande vendetta contro i giudici comunisti ed eversori del suo potere assoluto sancito dalle urne. Proviamo, ovviamente, a stimolare anche un dibattito e una reazione all'interno dell'opposizione parlamentare e di altre forze o aggregati non parlamentari dato che, per esempio, il movimento sindacale negli anni '70 svolse un ruolo decisivo di supporto alla riforma democratica dell'ordine giudiziario, fortemente volute dal Psi, Pci e dal presidente Saragat e culminata con la elezione proporzionale del Csm e l'abbattimento delle barriere selettive per la progressione in carriera. Le intenzioni del cavaliere sono note: separazione delle carriere tra giudici e pm; riforma del Csm con una diversa composizione numerica (pari numero tra togati e laici) e un diverso sistema elettorale che depotenzi le correnti; una "corte" disciplinare esterna al Csm; attenuazione (se non abolizione) della obbligatorietà dell'azione penale con un potere d'indirizzo parlamentare nelle priorità per i reati da perseguire. Un primo ostacolo da superare sarà la Costituzione, dato che in questa è stabilito il numero dei componenti del Csm: due terzi ai togati e un terzo ai laici (art. 104), il potere disciplinare dello stesso (art. 105), l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112) e l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da ogni altro potere (art. 104). Se la maggioranza ha le idee abbastanza chiare, più incerte sono quelle delle opposizioni dai cui ranghi da anni viene detto che una riforma della giustizia è necessaria senza, però, alcuna indicazione su cui discutere: tattica oltremodo deleteria perché avalla esplicitamente la velenosa "necessità" berlusconiana della riforma ma non suggerisce nessun antidoto. Sarebbe opportuno che oggi le opposizioni dicessero cosa pensano delle proposte del centrodestra, anche perché questo non ha i numeri (due terzi del parlamento) per approvare una modifica costituzionale che eviti il ricorso al referendum (art. 138 Cost.) e, pertanto, potrebbe essere tentato di coinvolgere subdolamente l'opposizione parlamentare accogliendone una qualche proposta marginale. I "riformisti" - sebbene abbiano una forte maggioranza parlamentare - debbono, comunque, tener conto della netta opposizione della stragrande maggioranza dei giudici italiani ad una qualsiasi menomazione della loro indipendenza ed autonomia e ciò potrebbe far saltare qualsiasi ipotesi di accordo politico trasversale, con il rischio del ricorso ad un successivo referendum che, nel caso in specie, non ha bisogno del quorum del 50% più uno per essere valido. Passando al primo punto della riforma berlusconiana, la separazione delle carriere, vi è da rilevare che questa è la regola vigente in quasi tutti i paesi "civili" con un sistema giudiziario abbastanza garantista. Non sarebbe certo una tragedia avere anche da noi un sistema simile, solo che bisogna ricordare come in quei paesi non è possibile avere un presidente del consiglio con nemmeno l'ombra di un conflitto d'interessi (prosciolto, tra l'altro, anche per prescrizione per un reato di corruzione), né è permessa la prassi di una continua attività legislativa ad personam. Poiché la separazione delle carriere porterebbe ad una ovvia sottomissione dell'ufficio del Pm all'esecutivo, in questo nostro contesto la separazione delle carriere darebbe un colpo mortale alla separazione dei poteri, con grande gaudio dei "poteri forti" che già non se la passano male. Altro tema scottante è la cosiddetta politicizzazione della magistratura, con un sistema correntizio che andrebbe sottratto alla lottizzazione e ricondotto nei limiti originari della dialettica giuridico-culturale. Pensare di ridurre o azzerare questa politicizzazione con una diversa proporzione tra togati e laici nel Csm è frutto di ignoranza o di malafede dato che all'interno dell'organo di autogoverno non c'è mai stata una divisione/contrapposizione tra i politici e i magistrati, ma tutte insieme le due componenti si sono sempre aggregate e mescolate tra di loro secondo le comuni opzioni politiche: aumentare il numero dei politici e diminuire il numero dei togati non cambierebbe di una virgola la situazione e, anzi, la peggiorerebbe. Ci vorrebbe ben altro e, sicuramente, la vera svolta potrebbe attuarsi solo dall'interno, con un recupero del senso di responsabilità di tutti i componenti del Csm per fare di questo un organo assolutamente imparziale, lontano da ogni suggestione di favoritismi secondo le "appartenenze". Date queste premesse, poco o niente influirebbe anche una riforma elettorale che porterebbe solo ad un minor tasso di democraticità ed un ritorno ad un maggioritario che, negli anni precedenti la riforma degli anni '70, aveva già causato molti danni sul piano della trasparenza nella gestione dello status dei magistrati, in particolare per la scelta dei capi degli uffici. Una corte disciplinare distinta dal Csm è una richiesta che, magistratura a parte, riceve il consenso da molti settori della politica anche perché il sistema correntizio per troppo tempo ha inciso notevolmente sulla trasparenza delle decisioni della sezione disciplinare che è, non lo si dimentichi, un vero e proprio organo giurisdizionale: le sue decisioni, infatti, sono ricorribili in Cassazione. Anche su questo punto, o la sezione disciplinare riacquista in pieno la funzione di tutela imparziale dei magistrati o la sua sorte è segnata: ad oggi, però, sembra che su questo "scorporo" dal Csm si concentrino trasversalmente i maggiori consensi. Vi è, infine, la questione della obbligatorietà dell'azione penale che viene definita una finzione da eliminare in quanto i magistrati eserciterebbero un'ampia e incontrollata scelta dei reati da perseguire, trasformando l'obbligatorietà in arbitrio. Va precisato, innanzitutto, che l'obbligo dell'esercizio dell'azione penale si pone come una condizione essenziale per dare sostanza al principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge (art. 3 Cost.): un principio fondamentale che non può essere "aggirato" nemmeno con una riforma costituzionale ex art. 138 Cost. L'obbligatorietà, inoltre, costituisce un limite a scelte discrezionali che porterebbero inevitabilmente all'impunità per alcuni cittadini i quali , per questa via, non sarebbero più "uguali" ad altri. Il centrodestra in materia di impunità si sta rivelando maestro, ma l'ostacolo costituzionale risulterà insormontabile e presto ne avremo la prova quando il "lodo Alfano" approderà di fronte alla Corte Costituzionale che ha già bocciato il "lodo Schifani" proprio perché - in violazione dell'art. 3 Cost. - si limitava a sottrarre alla giurisdizione solo i presidenti delle camere e il presidente del consiglio, mentre avrebbe dovuto estendere questa esclusione anche ai componenti degli organi da questi presieduti e, cioè, ai parlamentari e ai ministri: è scritto nero su bianco nella famosa sentenza n.24 del 2007 e non si vede come la Corte possa rimangiarsi questa sua decisione. Su questi temi è bene che si apra un serio dibattito all'interno di tutte le opposizioni oggi disponibili, tenendo presente che al centrodestra interessa non il superamento della crisi della giustizia, ma il controllo dell'ordine giudiziario da parte dell'esecutivo.

 

«Andiamoli a vedere questi cinesi in Italia e ci accorgeremo quanto ci somigliano» - Simone Carletti

I cinesi non muoiono mai. Sono immischiati con la mafia. Nei ristoranti cucinano la carne di cane. Si assomigliano tutti e stanno sempre fra loro. Sono tanti, assurdi e spesso irrispettosi: questi i pregiudizi che gli italiani hanno nei confronti dei cinesi che abitano nel loro Paese. È la comunità più numerosa d'Europa, oggi in Italia sono circa 150 mila, pari al 5% del totale degli immigrati regolari. Non molto in effetti, eppure li vediamo ovunque, i loro negozi e ristoranti fioriscono in ogni luogo della penisola, ogni grande città ospita al suo interno interi quartieri diventati piccole Chinatown. Un'impresa straniera su sette appartiene ai cinesi. Ma chi sono? Da dove vengono? Sono davvero una popolazione chiusa, impenetrabile, che non vuole integrarsi e farsi conoscere? A queste e a molte altre domande hanno cercato di dare risposta nel loro libro-reportage intitolato I cinesi non muoiono mai (edizione Chiarelettere, pp.236, € 14,60), da qualche settimana nelle librerie italiane, i due giornalisti Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò: il primo, triestino, lavora a Milano a Io Donna , settimanale del Corriere della Sera , il secondo è redattore di Repubblica . «E' stata la rivolta di Chinatown dell'anno scorso a Milano - spiega Raffaele Oriani - che ci ha fatto scoprire l'esistenza di questa comunità a livello mediatico e politico, ci siamo resi conto che nonostante fosse presente ovunque, ne sapevamo veramente poco. Anzi, era peggio che non saperne nulla. Quello che conoscevamo era una serie di luoghi comuni, tanto più misteriosi e mostruosi quanto meno confermati e verificati». Per i due autori la sfida giornalistica è partita dalla voglia di far luce su una popolazione misteriosa dedita al lavoro e alla fatica, attraverso racconti e testimonianze dirette. Con il tempo però le motivazioni sono diventate altre, spesso sorprendenti. Come spiegato nella prefazione del libro, «fissare i cinesi è come guardarsi in uno specchio deformante»: vederli all'opera ci permette di capire cosa siamo diventati noi. «Guardare i cinesi in Italia oggi è anche un modo per analizzare da un punto di vista molto diverso, se vuoi anche paradossale, forzato, la stasi incredibile che vive il nostro Paese. Sembra - aggiunge Oriani - che tutto sia immobile, già dato, come se si fosse ritornati a cent'anni fa. Si è dimenticata la capacità di creare lavoro, opportunità, ascesa sociale, tipica dell'Italia degli anni'50-'60-'70. E i cinesi adesso ci insegnano questa loro capacità di crescere, cambiare, nascere in una condizione e passare ad un'altra». I cinesi. Nell'anno dell'Olimpiade a Pechino sembra quasi non si parli d'altro. Milioni di persone che appaiono dedite solo al Dio Lavoro, ad accaparrare ricchezze, a colonizzare il mondo con le loro imprese e i loro prodotti. Questo è quanto dice, sotto i baffi, la maggioranza degli italiani. Troppi, troppo lavoratori, troppo di tutto. È facile allora attaccarsi ai pregiudizi, chiamare in causa la "Triade", la mafia gialla, interessi occulti e misteriose relazioni per spiegare e giustificare ciò che noi non siamo più in grado di fare da tempo. Esattamente dall'epoca del boom economico in cui ancora si inseguivano sogni e ricchezza. «I cinesi - afferma il giornalista di Io Donna - hanno una capacità di lavoro, di fatica infinita, non solo in positivo ma anche in negativo: travolgendo ogni regola e ogni limite, spesso si ritrovano coinvolti nel lavoro nero e irregolare. Però alla base c'è questo segreto molto semplice, ripeto, tipico dell'Italia di 50 anni fa: quando parti da molto in basso, hai una motivazione estrema a costruirti la vita e a salire in alto. E noi italiani, invece di accettare questo gioco di riconoscimento, preferiamo addossare loro una patina di mostruosità che rende inutile qualsiasi tipo di confronto». Lavoro, lavoro, lavoro. Sembra quasi che per l'Italia l'operosità cinese sia da un lato fonte di ammirazione, dall'altro però anche di ostilità, quasi di invidia. Per Oriani «da un certo punto di vista è anche giustificata questa ostilità: nel senso che, a parte il problema del lavoro nero, esiste una dedizione al sacrificio e all'impegno che forse è giustificato vedere con sospetto. Dall'altro lato però non si riesce a capire come tutto questo sia vissuto come una sorta di pozione magica che manca oggi al nostro Paese. Si tratta semplicemente di avere un grande ottimismo rispetto alla propria vita e la sicurezza che impegnandoti puoi cambiare la tua esistenza e soprattutto quella dei tuoi figli. Puoi ribaltare il posto sociale che ti era stato assegnato». La prima generazione di cinesi, quella che arriva dalla madre patria in Italia, spesso si sacrifica con orari massacranti di lavoro, niente ferie, nessuno sfizio, solo per consentire ai propri figli di condurre un'esistenza migliore. «È come lo sbarco in Normandia, le prime linee sono sacrificate», afferma Oriani, che insieme a Staglianò nel libro racconta molte storie di questo tipo. Quella di Chun Li, ad esempio, oggi studente al secondo anno alla Bocconi di Milano. E della sua sorellina che ha finito le medie, studia il clarinetto da qualche anno e ora spera di passare l'esame di ammissione all'Accademia di Santa Cecilia. I due ragazzi rientrano nella "normalità" dei ragazzi italiani. Ma dietro a questa "normalità" c'è l'enorme sacrificio di un padre volenteroso che ha iniziato il suo cammino da clandestino 15 anni fa in Bolivia, partendo dallo Zhejiang regione da cui vengono tutti i cinesi immigrati in Italia. Dopo aver lavorato in nero in Bolivia, riesce a trovare un passaggio per il Portogallo e dopo per l'Italia, dove lavora sulle spiagge della riviera romagnola vendendo cianfrusaglie, sempre da clandestino. Passato qualche anno riesce a regolarizzarsi con una delle sanatorie, mette su una piccola azienda e oggi può permettersi di mandare i figli uno alla Bocconi e l'altra all'Accademia di Santa Cecilia. «Quando si dice che i cinesi lavorano tanto - continua Oriani - non è nel senso che fanno gli straordinari. È solo che il loro anno lavorativo, se è nel primo periodo di accumulazione, può durare 365 giorni su 365, Natale, Capodanno e Ferragosto compresi. Sono percorsi che i nostri nonni o i nostri genitori hanno fatto in passato e che i figli di questi cinesi non faranno, perché vivranno in modo diverso, molto più "italianizzato", cosa di cui tra l'altro i genitori spesso si lamentano». Non è stato semplice realizzare il reportage e superare quel muro di diffidenza che caratterizza le famiglie cinesi in Italia, dal nord al sud, da Torino a Matera. Tanto che Oriani e Staglianò hanno pensato anche di gettare la spugna. Una la causa principale: proprio il fatto che i cinesi lavorano moltissimo e questo non permette loro di perdere tempo in chiacchere. Eppure, superato lo scoglio, il risultato è stato addirittura sorprendente. «L'imprenditore cinese, ad esempio, a differenza di quello italiano, è uno che molto tranquillamente ti espone le cifre, parla di soldi e debiti fatti per aprire il laboratorio tessile, ti parla del fatturato annuo, di quanto ha prestato al dipendente per aprire un negozio, quanto paga i dipendenti. Con un'apertura e una franchezza che in Italia è molto rara. Con la stessa franchezza poi - racconta il giornalista - un ragazzo con una piccola impresa di tessuti a Prato ci ha mostrato tutto orgoglioso il suo trofeo: una telecamera posta davanti all'ingresso del capannone che lo avverte quando passa la Finanza, così da nascondere i due-tre operai irregolari che ha. Gli irregolari sono numerosi, non tanto nei negozi quanto nelle fabbriche. In queste settimane a Prato la Finanza ha cominciato a fare controlli a tappeto sulle piccole industrie e i capannoni cinesi e sta venendo fuori molto lavoro irregolare. Cosa che tra l'altro ha deluso tantissimo i cinesi, perché loro contavano sul ritorno di Berlusconi al governo per essere lasciati in pace dai controlli». Gli aspetti sorprendenti del reportage derivano non solo dalla disponibilità degli interlocutori ma anche dalla curiosità di certi episodi. Come quello della vertenza sindacale ad Arese aperta da un centinaio di operai cinesi arruolati, per risparmiare, dalla cooperativa Caris impegnata nello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Gli operai cinesi, vessati da orari estenuanti e stipendi sotto la media, hanno indetto uno sciopero e sono riusciti a portare le busta paga Caris da 1139 euro a 1970, compresi 250 euro di assegni familiari, 40 di scatti di anzianità, 100 di lavoro notturno. O come quello di alcune donne napoletane che fanno da balia ai figli dei cinesi, troppo occupati con il lavoro. Storie di integrazione, riscatto, impegno, fatica e umanità. Pennellate di verità che permettono a noi italiani di conoscere meglio i nostri vicini dagli occhi a mandorla e averne meno paura. Anzi, per prenderli come esempio di ottimismo e laboriosità.

 

Carceri speciali per innocenti che però sono inclini alla delinquenza... - Francesco Caruso

Gentilissimo Ottaviano Gramsci Del Turco, mi permetto di disturbarLa semplicemente per chiederLe di intercedere presso la pletora di politicanti, parlamentari e portaborse che da giorni si recano in pellegrinaggio presso la Sua cella per esprimerLe solidarietà e vicinanza in questo momento difficile della Sua vita, affinché li esorti a volgere anche solo per un breve istante lo sguardo oltre le sbarre della sua cella. Comprendo che a muovere siffatte persone oltre i cancelli di quelle discariche umane e sociali che oggi sono le carceri in Italia, tra le quali primeggia la prigione di Sulmona, è solo un sentimento di solidarietà di classe e di casta: in questi anni infatti nessuno mai di costoro si è preoccupato delle drammatiche condizioni di vita nelle prigioni oramai ritornate sovraffollate, della violenza di una restrizione della libertà accompagnata dalla negazione dei diritti fondamentali dell'uomo, della violazione sistematica dell'art.27 della Costituzione, della morte di Francesco Vedruccio, Luigi D'Aloisio, Cosimo Tramacere, Luigi Acquaviva, Guido Cecola, Diego Aleci, Francesco Di Piazza, Camillo Valentino, Antonio Miccoli, Nunzio Gallo e degli altri detenuti morti suicidi in questi anni nella prigione di Sulmona. A lor signori, che invocano pene più severe e carcere per tutti i poveri disgraziati, mentre piangono lacrime di coccodrillo quando a finire dietro le sbarre è qualcuno di essi trovato non certo a taccheggiare in un supermercato ma con in tasca qualche tangente di vari milioni di euro, Lei oggi ha la possibilità di spiegare il valore del garantismo, inteso non come immunità e impunità per i ricchi e i potenti ma tutela delle libertà di tutti, in primo luogo per gli ultimi, i disgraziati, i deboli e i dimenticati della società. Del resto ho appreso della sua scelta di soprannominarsi Antonio Gramsci: nessuno può negarLe la libertà di autonominarsi come meglio crede, tuttavia mi permetto di rammentarLe che il comunista Antonio Gramsci trascorse 13 anni in prigione non sulla base dell'accusa di essersi intascato mazzette o tangenti, ma per le sue battaglie e i suoi ideali di uguaglianza e giustizia sociale. Proprio in nome di questi valori, sempre più calpestati dalla violenza della tracotante rivoluzione passiva, li inviti per una volta ad oltrepassare i cancelli, a varcare i confini degli inferi, a penetrare in quei buchi neri della democrazia che sono a pochi metri dalla sua cella. Li esorti, dopo aver discusso con Lei, a salire al secondo piano della prigione, dove troveranno un centinaio di persone incarcerate senza aver commesso alcun reato specifico, rinchiuse in una cella semplicemente perché a sessant'anni dalla caduta del fascismo nessun governo si è mai preoccupato di chiudere queste sezioni speciali inventate dal regime di Mussolini per «soggetti e personalità inclini alla marginalità e alla delinquenza», misura di sicurezza preventiva che non esiste in nessun paese democratico, eppure in Italia, nello specifico proprio a Sulmona e in altre 5 prigioni, continuano ad essere internate persone in queste sezioni speciali chiamate da allora eufemisticamente "case-lavoro", null'altro che reparti di detenzione nei quali finiscono solo i digraziati che non hanno una famiglia e un avvocato. Non conoscono nemmeno quanti anni devono restare, poiché non c'è alcuna pena da scontare ma solo, di proroga in proroga, il rischio di trovarsi affibbiati un ergastolo "bianco". Tra le sbarre troverà un vecchietto di nome Antonio, che negli anni novanta per arrotondare la pensione vendeva le sigarette di contrabbando: fermato e denunciato cinque, sei, sette volte, continuò per anni a venderle, poi scomparse il contrabbando, ma per la burocrazia giudiziaria era ormai una personalità incline a delinquere e quindi rinchiuso di proroga in proroga da ormai quasi 10 anni. Dieci anni per una malboro di contrabbando. Poche celle più avanti troverà Luigino, pluripregiudicato per truffa: a differenza di una parte consistente della classe politica e imprenditoriale del mezzogiorno, Luigino non ha mai fatto sparire nelle sue tasche svariati miliardi di finanziamenti europei, ma più semplicemente si presentava in tonaca nei ristoranti per sfamarsi e poi spedire il conto presso ignare parrocchie. Anche lui, dopo svariate denunce, è rinchiuso e internato da anni nella casa-lavoro. Carissimo Ottaviano Gramsci Del Turco, le confesso che dietro le sbarre nelle quali Lei oggi è recluso, io sono stato un mucchio di volte, non per parlare con qualche detenuto eccellente come fanno le decine di deputati e senatori che si alternano in questi giorni alle porte della prigione di Sulmona, ma per conoscere e denunciare questi buchi neri della democrazia: ricordi a Lor signori che il potere ispettivo nelle carceri per i parlamentari è stato promulgato per questo motivo e non certo come un ulteriore privilegio grazie al quale poter incontrare, chiacchierare e consegnare pizzini a colleghi e amici finiti in prigione. Li inviti quindi a fare il loro dovere, a misurare lo stato di salute della nostra democrazia che, come diceva Tocquiville, "lo si comprende non dal grado di sfarzosità delle aule parlamentari ma dalla vivibilità dei tuguri più bui delle prigioni". Devono fare solo pochi scalini. E chissà se troveranno poi, tra un lodo Alfano e un altro decreto per l'impunità ad personam, tempo e modo in parlamento di legiferare un provvedimento per la chiusura di questi buchi neri della democrazia nostrana, se troveranno tempo e modo di preoccuparsi non solo delle sorti giudiziarie di Silvio e Ottaviano, ma anche dei tanti Antonio e Luigino della nostra società. Cordialmente


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