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Sotto le bombe dell'ultima battaglia alle porte della "città fantasma" - PIETRO del RE

Repubblica – 11.8.08

 

Sotto le bombe dell'ultima battaglia alle porte della "città fantasma" - PIETRO del RE

TSKHINVALI (Ossezia del Sud) - Poche camionette cariche di soldati armati fino ai denti sostano ai lati dell'ultimo posto di blocco georgiano. I militari non fanno caso alle rare macchine dirette a nord, verso Tskhinvali. Sono forse troppo occupati a pregare: se la Russia decidesse di invadere la Georgia, sarebbero loro i primi a morire. Una volta superati, l'unica traccia a indicare che qui, nelle ultime ore, si sono combattute cruente battaglie sono le ferite lasciate sull'asfalto della carreggiata dai troppi carri armati che in questi giorni l'hanno percorsa. Prima i blindati georgiani, che venerdì, dopo la pioggia di bombe sganciata dall'aviazione, hanno completato la distruzione del capoluogo dell'Ossezia meridionale; poi, quelli russi, scesi numerosi da nord per riconquistare la provincia indipendentista e che adesso, nascosti tra gli alberi, puntano tutti il cannone contro Tbilisi. Per il resto, la strada che porta verso Tskhinvali è un tripudio di frutteti carichi di pesche mature, di prati dove pascolano grasse mucche brune, di rigogliosi orticelli separati tra loro da antiche staccionate color rosa pastello. In quest'arcadia contadina, sovrastata dalle imponenti montagne del Caucaso, stona soltanto l'apatia di quei pochi abitanti che dopo tre giorni di guerra non sono ancora fuggiti. Immobili, sulla soglia delle loro fattorie, sembrano colpiti da un sortilegio. Aspettano, in silenzio, ancora inebetiti dalla potenza di fuoco che nelle ultime ore li ha appena sfiorati, seminando morte e distruzione a poche decine di chilometri dalle loro teste. Adesso sono pronti al peggio. Con rassegnata compostezza. Ci avviciniamo a un anziano contadino per chiedere quanto disti il capoluogo ossetino. Ma è lui che comincia a fare domande: ha deciso di andarsene e vuole sapere se può lasciare le bestie alla stalla o se è costretto a portarle con sé. Ancora poche centinaia di metri e, dopo aver attraversato il ponte sul fiume Liakvi, ecco il primo appostamento russo: quattro casette prefabbricate montate in fretta e furia, un paio di soldati in mimetica, le bandiere bianche, rosse e blu. E' stato da poco accettato il cessate il fuoco da entrambe le parti. Questo sostengono a Tbilisi. La via per la "capitale" ribelle è dunque libera: si può finalmente andare a verificare i danni arrecati dalla furia del conflitto. Più tardi, tuttavia, si scoprirà che la loro è stata solo una richiesta di cessate il fuoco. Una supplica che per tutta la giornata la Georgia ha rivolto ai russi, i quali l'hanno sempre respinta. Il presidente Medvedev l'ha ripetuto anche ieri: in Ossezia del Sud è stato compiuto un massacro. Mosca intende vendicarlo. Arrivati a due chilometri da Tskhinvali il primo razzo supera la macchina sulla quale viaggiamo con l'interprete Katerane, l'autista Liria e l'inviato della Stampa Emanuele Novazio, e va a schiantarsi a una sessantina di metri di noi. A giudicare dalla densa colonna di fumo che s'alza dal luogo dell'impatto e dallo spostamento d'aria provocato deve trattarsi di un obice pesante. Non facciamo a tempo a rifugiarci sotto la veranda di una fattoria abbandonata che l'artiglieria russa riprende a sparare: cadano altri cinque o sei proiettili, sempre più vicini. Si sente primo il fischio del razzo che velocissimo taglia l'aria, poi l'esplosione, potente, fragorosa, terrificante. Tutti i vetri della fattoria vanno in frantumi. Un gallo, per nulla impaurito dalle deflagrazioni, si mette a cantare. Finalmente i cannoni tacciono, ma iniziano allora a crepitare i kalashnikov. Non sparano più verso la fattoria, ma in direzione dei russi. Sono nell'orticello accanto, a non più di cento metri. Si tratta probabilmente di soldati georgiani che non hanno fatto a tempo a ripiegare con il grosso dell'esercito. Ogni tanto, una mitraglia più pesante gli risponde fiaccamente. Troviamo rifugio in una stanza sul retro, l'unica che non ha la porta sbarrata. All'interno, ci sono le reti sgangherate di due letti e una vecchia stufa. Rintanati in quel nascondiglio, assistiamo all'ultima battaglia della giornata tra russi e georgiani. Una battaglia che dura almeno tre ore, violenta, violentissima, al punto che nel pomeriggio il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, deplorerà "l'uso sproporzionato della forza" dispiegato da Mosca. Dalle basi russe s'alzano un paio di elicotteri. Volano a pochi metri dal suolo, e quando arrivano sopra la fattoria i kalashnikov riprendono a sparare. Inutilmente. L'autista Liria non la smette di farsi il segno della croce. Alla maniera degli ortodossi, si tocca prima la spalla destra di quella sinistra. Non per paura dei proiettili: lui il militare l'ha fatto, come carrista per giunta. Ma ha il terrore dei russi e di venir catturato da loro. Poco dopo, in direzione della Georgia, si sentono dieci, dodici deflagrazioni molto forti. Passa ancora una mezz'ora, e in lontananza altri botti, potenti, squarciano l'aria prima di esplodere al suolo. Approfittiamo del passaggio di un piccolo convoglio di macchine per risalire sulla nostra, accodarci e finalmente arrivare a Tskhinvali. Ma la visita di quella città spettrale, abbandonata dalla maggior parte della popolazione, sarà breve. Veniamo colti dalla paura e decidiamo di rientrare a Tbilisi. Sulla strada ci sono gli stessi soldati di poche ore prima, ignari dei minuetti diplomatici tra cancellerie e del velenoso scambio di accuse tra Medvedev e il presidente georgiano Saakashvili. "A noi c'hanno detto di occupare questa posizione", afferma l'ufficiale che comanda il contingente al posto di blocco. "E noi da qui non ci muoviamo". Ma c'è un problema. Se è vero che i georgiani si sono ritirati dall'Ossezia del sud, rimangono però appostati ai confini della provincia indipendentista. Ora, per fermare le ostilità Mosca aveva richiesto che da queste frontiere le truppe georgiane si allontanassero definitivamente. Nel pomeriggio, è ricominciato l'ennesimo gioco delle parti. L'ambasciata russa in Georgia sostiene di non aver ricevuto nessuna nota formale dal ministero degli Esteri di Tbilisi sul "cessate il fuoco" unilaterale ordinato alle sue truppe e la conseguente offerta di trattative. Intanto, però, le agenzie internazionali battano un'altra notizia: in Ossezia del sud, due giornalisti georgiani sono stati uccisi e due giornalisti turchi feriti. Questi ultimi li abbiamo incrociati sulla strada verso Tskhinvali. Hanno avuto il coraggio e la forza di attardarsi più di noi. E la sfortuna di essere colpiti.

 

"Mangiate carne di canguro ridurrete i gas serra" - CRISTINA NADOTTI

Per ridurre le emissioni di gas serra i canguri possono essere molto importanti. Peccato che una mano al pianeta i marsupiali possano darla meglio da morti, sotto forma di bistecche e cotolette. La rivista scientifica Conservation Letters ha pubblicato uno studio: se gli australiani mangiassero carne di canguro al posto di quella ovina o bovina darebbero un aiuto sostanziale nel ridurre le emissioni di gas serra. Ci sarebbero inoltre enormi benefici per i terreni, sui quali il pascolo di pecore e mucche ha un effetto disastroso. Le mucche inquinanti per fisiologia. L'impatto sull'ambiente degli allevamenti di bovini e ovini è dovuto alle loro caratteristiche fisiologiche. Le loro flatulenze, hanno calcolato al Fondo comune per le biotecnologie di Australia e Nuova Zelanda, producono il 90 per cento delle emissioni di metano dell'intero comparto agricolo dei due paesi. In un'area come Australia e Nuova Zelanda, dove se ne contano rispettivamente 26 milioni e 9 milioni i ruminanti diventano una delle prime concause di riscaldamento globale. Il lato ecologico dei canguri. Gli animali simbolo dell'Australia, al contrario delle mucche, non sono ruminanti. Il nuovo studio condotto dall'Australian Wildlife Services ha dimostrato che un aumento della popolazione di canguri da carne fino a 175 milioni di capi porterebbe in soli 12 anni a una riduzione consistente di gas serra. "Abbiamo fatto questo studio per fornire agli allevatori un'alternativa alla produzione attuale - ha spiegato il coordinatore dello studio, George Wilson - visto che al momento non hanno scelta per attuare politiche di salvaguardia dell'ambiente". Ci sono circa 30 milioni di canguri allo stato brado in Australia. Secondo Wilson l'aumento dei marsupiali in circolazione migliorerebbe anche la qualità del terreno, contrastando la desertificazione. "Noi suggeriamo l'aumento di allevamenti - sottolinea Wilson - ma anche la crescita dei canguri in libertà, che si sostituirebbero ai bovini al pascolo, accrescerebbe la capacità del terreno di rispondere e rigenerarsi dopo i periodi di siccità. Gli zoccoli di mucche e pecore, in quanto più duri, sono molto più dannosi delle zampe dei canguri per alcune specie di flora. Inoltre se ne avvantaggerebbe anche la qualità delle acque, che subiscono un maggiore inquinamento dai liquami degli allevamenti". I gusti dei consumatori. Wilson ha però ammesso che abituare la gente a chiedere un filetto di canguro al posto di quello di manzo non sarà facile. Tuttavia, ha detto, il programma può fare parte di un più ampio progetto di educazione alla salvaguardia dell'ambiente, anche perché l'Australia esporta già la carne di canguro. Il 60 per cento di quella prodotta finisce infatti all'estero, in Germania, Russia e Corea del Sud. E sul sito del Times, il giornale inglese che ieri ha dato rilievo alla notizia, non si sono fatti attendere i commenti dei consumatori, molti dei quali magnificavano le qualità della carne di canguro: "Se preparata correttamente, è saporita, simile al manzo ma con un contenuto di grassi molto inferiore". Per chi volesse provarla, online c'è anche una ricetta per aromatizzarla in stile tailandese, con lime e arachidi. Le proteste degli animalisti. Pat O'Brien, presidente della Wildlife Protection Association ha bollato lo studio come una baggianata. "La popolazione di canguri è in diminuzione in Australia - ha dichiarato - gli animali sono stati decimati da dieci anni di siccità, se non smettiamo di ucciderli rischiamo di estinguerli". Solo lo scorso giugno, circa 50 organizzazioni nazionali e internazionali si erano rivolte al ministro per l'ambiente, il laburista Peter Garrett ex popstar leader della band Midnight Oil, per chiedere che si metta fine allo sterminio dei giovani canguri. Le associazioni animaliste denunciano: l'industria ha fiutato l'affare della vendita di pelle e carne del marsupiale, soprattutto i piccoli sono a rischio. "Ogni notte migliaia di canguri sono uccisi in modo barbaro - era scritto nella lettera al ministro Garrett - ed è urgente che la comunità internazionale sia messa a conoscenza della crudeltà perpetrata ogni giorno in Australia". Una popstar con il problema dei marsupiali. A Garrett i canguri stanno creando non pochi problemi, Lo scorso marzo il ministro aveva difeso l'eliminazione programmata di 400 canguri intorno a Canberra, sostenendo che era necessaria per la salvaguardia di altre specie e della flora. Anche allora al ministro erano arrivati una serie di appelli per salvare i canguri, perfino da Paul McCartney. L'ex Beatles, attivista dell'associazione Voice for animals, aveva bollato l'eliminazione dei canguri come un "macello inutile", necessario solo per l'industria della carne e delle pelli che sta facendo affari grazie allo sterminio dei marsupiali.

 

Trasparenza sul web, sette ministri "irregolari" - CARMELO LO PAPA

ROMA - Renato Brunetta e Ignazio La Russa non hanno resistito alla tentazione. Un sito ministeriale finalmente tutto loro si è trasformato in una vetrina per raccontare finalmente chi sono al mondo intero. E così hanno osato quel che nemmeno il loro collega agli Esteri Frattini. Nel sito della pubblica amministrazione, già finito nel ciclone per le vignette sui "fannulloni", Brunetta ha fatto pubblicare il suo curriculum in italiano, inglese e francese. In quello della Difesa, La Russa ha voluto raccontare la sua scalata da Paternò, provincia di Catania, alla Difesa in inglese, francese e tedesco. Il politico è un vanitoso, si sa, ama specchiarsi. Peccato che i siti non servano solo a quello. Dovrebbero servire anche (forse soprattutto) ad adempiere un obbligo di legge per garantire trasparenza nei confronti dei cittadini utenti. I quali avrebbero diritto, tanto per cominciare, a conoscere nel dettaglio nomi, funzioni e compensi dei collaboratori alle dirette dipendenze dei signori ministri. Insomma, staff e uffici di gabinetto di tutti i dicasteri dovrebbero essere una casa di vetro, in ossequio alla norma voluta dal governo Prodi e inserita nella Finanziaria 2008 su pressing dell'allora ministro Giulio Santagata. E invece? Invece accade che trascorsi i fatidici cento giorni dall'insediamento, quattro ministri non lo abbiano nemmeno, un sito internet. Bossi in testa. E altri quattro, pur avendolo allestito, si sono guardati bene dall'aggiornarlo indicando nomi e compiti dei loro più stretti collaboratori. Poi ci sono i "virtuosi", e sono in undici - Giulio Tremonti e Angelino Alfano tra gli altri - che hanno invece inserito elenchi, nomi e funzioni. Qualcuno anche i compensi. Bossi, ministro delle Riforme, non è il solo a non comparire nemmeno, nell'universo Internet. Il suo è un dicastero senza portafogli, è vero. Ma anche quello di Brunetta e Ronchi lo sono. Eppure, i due colleghi hanno provveduto a creare il sito. Il senatùr, troppo impegnato a pensare alla riforma federalista, invece no. Come lui, nella lista degli inadempienti ci sono anche l'altro leghista Roberto Calderoli, a capo del neonato ministero della Semplificazione. Ma anche la giovanissima Giorgia Meloni. "Sito in costruzione" si legge digitando su un qualsiasi motore di ricerca alla voce "ministero delle politiche giovanili", o meglio "della gioventù", come ha deciso di chiamarlo lei. Quarto e ultimo dei rinviati a settembre, il responsabile dei Rapporti col Parlamento, Elio Vito. Se loro quattro non hanno nemmeno realizzato quella scatola virtuale in cui inserire informazioni utili e necessarie ai cittadini, altri lo hanno fatto ma omettendo importanti particolari. La sezione degli uffici di diretta collaborazione del ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini risulta "in aggiornamento" da tre mesi. Il ministro degli Esteri Frattini ha indicato sul sito il solo capo di gabinetto. Per il resto, c'è l'elenco delle funzioni dei vari uffici senza recapiti e nominativi. Il sito del ministro delle Politiche comunitarie Ronchi è tra i più colorati. L'ex portavoce di An vi ha sparato dentro pure una raffica di foto che lo ritraggono nelle già numerose missioni internazionali. Ha dimenticato giusto l'elenco dei suoi più stretti collaboratori. Il fustigatore Brunetta, che ha fatto della trasparenza una missione, ha provveduto, ma a fine luglio. Poi i promossi. Il responsabile della Difesa La Russa, ha inserito non solo i nomi, ma anche i compensi dei suoi collaboratori. Dettagliati anche gli elenchi di Tremonti (Economia), Alfano (Giustizia), Rotondi (Attuazione del programma), Carfagna (Pari opportunità), Maroni (Interno), Scajola (Sviluppo), Zaia (Politiche agricole), Prestigiacomo (Ambiente), Matteoli (Infrastrutture), Sacconi (Lavoro) e Bondi (Beni culturali).

 

La Stampa – 11.8.08

 

Le due follie – Barbara Spinelli

Una dichiarazione del Comitato Olimpico Internazionale, diffusa all’indomani della guerra fra Georgia e Russia, riassume molto bene l’epoca in cui viviamo e lo stato mentale che la caratterizza: stato fatto di cecità, ignoranza, stupidità militante, irresponsabilità. «Non è quello che il mondo vorrebbe in questo momento vedere», sentenzia a Pechino il Comitato, e forse non sa quanto è fedele al vocabolario dominante nei governi e nei giornali d’Occidente. Anch’essi non vogliono guardare quel che accade e di conseguenza non lo vedono: non da oggi, ma da decenni. Ci si dichiara delusi, traditi, come se le Olimpiadi non fossero state questo sempre, dalle tirannidi greche antiche fino ai Giochi di Hitler nel ’36: un intreccio di bellezza estatica e di brutture, un fascinoso mito d’armonia poggiato sul duro pavimento di realtà fratricide. Le Olimpiadi sono sempre state un mondo parallelo, e lungo i millenni non hanno mai sostituito il mondo effettivo anche se ne hanno raffigurato le illusioni: l’umanità naviga triste verso lidi di felicità fittizia nelle odi di Pindaro come nella modernità. Le Olimpiadi del 2008 non sono state infangate. La stupidità umana è un fango che precede il mito anche quando se ne nutre, e la caucasica guerra estiva lo conferma: non si può neppure escludere che i bellissimi simboli d’unità a Pechino siano un’immagine insopportabile per il cuore geloso di Mosca, che vede l’impero cinese affermarsi e il proprio degenerare. Al momento tuttavia Putin sembra vincente. La Georgia non pare aver ripreso i territori che ritiene suoi e si ritira, Washington che era il principale alleato di Tbilisi cerca di negoziare soluzioni Onu accettabili per Putin. Vacilla infine la strategia occidentale alle periferie russe: l’incorporazione nella Nato di Georgia e Ucraina s’allontana. Sono quasi vent’anni che non vediamo, non ci prepariamo, non pensiamo veramente la fine dell’impero sovietico. Quest’intermezzo era colmo di premonizioni ma l’abbiamo traversato con occhi bendati e idee defunte: con reminiscenze di Hitler e dei cedimenti democratici del ’38, con lo spirito resuscitato del ’14-’18 e dell’autodeterminazione dei popoli. In questi anni la mondializzazione ha messo le radici, accelerata da Cina e India, ma nessuno strumento è stato apprestato per governarla. L’unica bussola resta il predominio unilaterale americano, la sua presenza sempre più estesa in zone strategiche ricche di petrolio e gasdotti. L’unica lente attraverso cui si guarda il reale è quella dell’equilibrio delle potenze, della balance of power che gioca un nazionalismo contro l’altro. Clinton non è Bush junior ma il suo atteggiamento, come quello di Bush padre, non fu diverso. La fame di controllo sul Caucaso ha accomunato tre presidenze Usa, spegnendo i primi passi russi verso il post-nazionalismo e accrescendo nei suoi dirigenti il senso di umiliazione, offesa, risentimento. In questa vecchia politica si mescolavano due ideologie. La prima immaginava un mercato mondializzato che poteva fare a meno della politica proprio mentre si moltiplicavano nel mondo conflitti più che mai politici su risorse e petrolio. La guerra in Iraq è stata l’acme del Grande Gioco attorno alle risorse, cui si sono aggiunte le interferenze nel Caucaso, la Nato usata come gingillo di potenza, le basi militari insediate in Asia centrale durante le guerre anti-terrore. La seconda ideologia è il nazionalismo etnico, che è riemerso nel pensiero occidentale cancellando la lezione di due guerre mondiali catastrofiche. L’aggressione serba contro i separatismi jugoslavi è sfociata in una guerra che ha visto l’Occidente intervenire a giusto titolo per evitare carneficine ma senza idea alcuna sulle società multietniche da ricostruire. I cedimenti mentali si sono susseguiti: si cominciò con l’appoggio a nazioni omogenee (l’accordo di Dayton suddivise la Bosnia in tre clan etnici) e si finì con il beneplacito alla secessione del Kosovo nel 2008. La sconfitta Usa ed europea ha inizio allora: se il mondo ragiona come nel ’14, non stupisce che anche Putin manipoli le etnie a proprio vantaggio. Ora ci si indigna tutti sorpresi, ma quel che succede è una logica conseguenza di queste resuscitate idee defunte. E non voler vedere serve a poco, perché il non-visto esiste pur sempre e non eclissa colpe, omissioni, follie che sono di tutti. Non eclissa innanzitutto le colpe del Presidente georgiano, al potere dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003. Il regista Otar Iosseliani, intervistato da La Repubblica, lo chiama «un folle, nel senso letterale del termine»: «Siamo nelle mani di un uomo che non ha la minima idea di come si governa ed è in preda al suo delirio di onnipotenza. È evidente che si è fatto prendere dal panico, abboccando alle provocazioni della Russia». Non meno folle è Putin, «anche se molto più intelligente»: non vuol rassegnarsi alla perdita dell’Urss, non ha mai accettato la sovranità della Georgia. Sono anni che eccita Abkhazia e Ossezia del Sud, ai confini georgiani, russificandole. Quasi tutti gli osseti del Sud hanno ottenuto in questi anni passaporti da Mosca e da Mosca sono tutelati. Una debole tregua era stata instaurata, ai tempi di Shevardnadze presidente georgiano ed ex ministro degli Esteri di Gorbaciov. Truppe di interposizione erano state schierate nella regione - sulla base d’un accordo russo-georgiano stipulato il 24 giugno ‘92 - composte da russi, georgiani, osseti. È questo ordine che il nuovo presidente georgiano ha violato, aggredendo l’Ossezia del Sud e ignorando due referendum favorevoli all’indipendenza. È probabile non abbia agito da solo, e che nella sua follia ci sia del metodo. È il metodo di chi si sente spalleggiato, se non istigato. Alle sue spalle c’è un’America che mira a un’egemonia senza saperla esercitare; che da anni addestra militari georgiani, finanzia il nazionalismo di Tbilisi, promette l’adesione alla Nato più per accendere incendi che per spegnerli. È la crescente presenza Usa nel Caucaso e in Asia centrale che ha spinto anche il Cremlino alla follia. Senza l’appoggio Usa, Saakashvili sarebbe stato meno avventurista. Il suo metodo è l’attacco bellicoso, visto come sostituto della politica. Nato e Unione Europea sono per lui non strumenti di pacificazione, ma attrezzi di guerra. Infine c’è l’irresponsabilità, vasta, dell’Europa. Sono anni che alle sue periferie si guerreggia, e ancora non ha preso forma un pensiero forte, convincente per Mosca e le nazioni che per secoli erano nella sfera d’influenza russa. Fra l’offerta d’adesione e l’indifferenza c’è il nulla, e il continuo tergiversare facilita ogni sorta di provocazioni. Non solo: l’adesione è offerta sbadatamente, dimenticando le radici ideali dell’Unione. Si appoggia la sovranità georgiana, ma senza spiegare che la sovranità in Europa non è più assoluta. Si permette al leader georgiano di usare la bandiera europea, e di stravolgerla. Per Saakashvili essa è un arma, più che un ponte. La cultura dell’Unione è del tutto assente nel suo ragionare, e di simile ignoranza gli europei non sono incolpevoli. A Tbilisi come a tanti dirigenti dell’Est non è stato detto che nazionalismo e irredentismo non sono più di casa nella comunità europea, né le Riconquiste che violano tregue. Putin non è d’accordo ma lui, almeno, non sventola la bandiera dell’Unione quando parla. Iosseliani ne è certo: «L’esercito georgiano è convinto di poter vincere, perché immagina di avere alle spalle la comunità internazionale e perché la comunità internazionale lo ha illuso. Così la Georgia si trasformerà in una piazza d’armi che si estenderà all’Abkhazia e poi all’Ucraina, e dove si combatteranno indirettamente le due superpotenze, Russia e Stati Uniti». La guerra è ancora in corso, anche se la sua macchina magari si fermerà un po’. Al posto di guida, intanto, c’è la forza di Putin: forza militare, forza di ricatto energetico, forza di chi scruta il nostro vuoto e non è portato a far altro che profittarne.

 

Ossezia, Tbilisi chiede cessate il fuoco

ROMA - La Georgia ha annunciato di aver ordinato il cessate il fuoco alle proprie truppe in Ossezia del Sud, in pieno conflitto da venerdì, e ha fatto appello alla Russia per l’inizio di colloqui che mettano fine alle ostilità. Ma secondo Mosca le truppe georgiane non hanno affatto smesso di sparare. I bombardamenti quindi continuano benché le notizie provenienti dai due fronti siano alquanto contrastanti: secondo il ministro degli Interni georgiano l’aviazione russa avrebbe sganciato una bomba a 200 metri da una pista dell’aeroporto internazionale di Tbilisi, ma il ministro della Difesa russo smentisce la notizia affermando che si tratta solo di una "captatio benevolentiae" delle autorità georgiane nei confronti della comunità internazionale. Tuttavia, testimoni riferiscono di bombardamenti russi contro una base militare georgiana vicino a Tbilisi e un ufficiale georgiano afferma che aerei russi hanno sganciato bombe anche nella città occidentale di Zugdidi e nei territori dell’Abkhazia controllati dalla Georgia. Sembra invece finalmente chiara la situazione a Tskhinvali. Ieri mattina Tblisi confermava che l’esercito russo aveva preso il controllo del capoluogo dell’Ossezia del Sud, dove due giorni fa erano affluite unità russe per contrastare l’offensiva lanciata dai georgiani, ma Mosca già ieri mattina aveva annunciato «la liberazione» della città. Nella serata di ieri è arrivata una nota ufficiale in cui lo Stato maggiore russo, citato dall’agenzia RIA-Novosti, annuncia che la Georgia sta ritirando le sue truppe da Tskhinvali, la capitale dell’Ossezia del Sud, che le forze russe controllano in «gran parte». Questa notte secondo i georgiani aerei russi hanno bombardato obiettivi militari alla periferia di Tbilisi, secondo i russi aerei georgiani hanno bombardato postazioni russe a Tskhinvali. La diplomazia internazionale è al lavoro per disinnescare il il pericoloso focolaio caucasico. La prima ad agire è stata l’Unione Europea, la cui presidenza al momento spetta alla Francia che ha inviato il suo ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, a Tbilisi e poi a Mosca insieme al collega finlandese, Alexander Stubb, per presentare una proposta in tre punti. In sintesi, il piano chiede il rispetto dell’integrità territoriale georgiana, fine immediata delle ostilità e ripristino dello status quo precedente allo scoppio del conflitto aperto, giovedì scorso. Intanto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha iniziato un incontro di quattro giorni per discutere del conflitto. La Casa Bianca ha avvertito Mosca che queste ostilità potranno avere un impatto importante delle relazioni a lungo termine con gli Stati Uniti. Cheney ha assicurato a Saakashvili che l’aggressione russa «non deve rimanere senza risposta».

 

Duetto Bush-Sarkozy per fermare la Russia – Maurizio Molinari

Accordo Bush-Sarkozy per tentare di spegnere le fiamme nel Caucaso. Durante una telefonata i due presidenti hanno concordato una piattaforma di «tre punti» come timone delle iniziative diplomatiche di Stati Uniti e Unione Europea, di cui Parigi è in questo semestre alla guida. A illustrare i punti in questione è Gordon Johndroe, portavoce della Casa Bianca, riassumendoli con la formula «immediato cessate il fuoco, disimpegno di tutte le truppe dai combattimenti e rispetto dell’integrità territoriale della Georgia». In concreto significa chiedere alla Russia di Vladimir Putin e Dmitry Medvedev di fare un passo indietro per rispondere alla decisione presa dalla Georgia di ritirare le truppe dalla ribelle Ossezia del Sud. «Sappiamo dal nostro ambasciatore a Tbilisi che il ritiro delle truppe georgiane è stato deciso ed è cominciato ma deve ancora terminare», spiega Jim Jeffrey, vicedirettore del consiglio per la sicurezza nazionale. Per Washington e Parigi sta ora a Mosca fare la sua parte «ponendo fine alle attività militari». «Devono cessare di combattere anche gli osseti del Sud» precisa Jeffrey, ricordando che proprio gli attacchi dei ribelli hanno spinto Tbilisi a muovere le truppe. Il patto con Sarkozy - che secondo Interfax potrebbe arrivare a Mosca in tempi brevissimi - è la mossa con la quale Bush è convinto di poter indurre Putin e Medvedev alla moderazione, paventando in caso contrario un braccio di ferro con l’intero Occidente. «Stiamo lavorando in maniera stretta con gli europei - sottolinea l’ambasciatore Jeffrey -: Sarkozy chiede ciò che anche noi vogliamo, l’Ue si sta mobilitando, abbiamo mandato un inviato e continueremo a lavorare all’Onu e all’Osce, che ha una missione nell’Ossezia del Sud». L’inviato è Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, atterrato ieri sera a Tbilisi prima di andare a Mosca per promuovere l’iniziativa Bush-Sarkozy. L’offensiva Usa-Ue è su più fronti: attraverso i canali bilaterali con il Cremlino, come fatto da Silvio Berlusconi nella telefonata a Putin per chiedere «tregua immediata», ma anche nelle sedi multilaterali a cominciare dal Palazzo di Vetro dove gli americani lavorano a una risoluzione di condanna dell’«inaccettabile assalto militare russo». Poiché Mosca ha il diritto di veto tale testo non può passare, ma dai negoziati all’Onu potrebbe uscire una risoluzione concordata sull’«immediato cessate il fuoco», come prevede l’ambasciatore Usa Zalmay Khalizad. Al momento la tensione però resta alta. «Se le truppe georgiane non riescono a completare il ritiro dall’Ossezia del Sud la colpa è dei reparti russi che lo impediscono», accusa Khalizad. A sottolineare la coesione fra alleati è il Segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, che condanna lo «sproporzionato uso della forza della Russia». Dietro la convergenza Usa-Francia c’è la comune convinzione che senza fermare subito la guerra si rischia di scivolare verso una crisi aperta Mosca-Nato a causa degli stretti legami di Tbilisi con l’Alleanza, che dovrebbero portare entro fine anno all’inizio dei negoziati sull’adesione. Il timore di Casa Bianca ed Eliseo è che il Cremlino punti a sfruttare il conflitto per impedire proprio l’allargamento della Nato e forse costringere Saakashvili a dimettersi. Jeffrey precisa che «non pensiamo di inviare aiuti militari alla Georgia», ma i toni con Mosca restano aspri: «Se continuerà gli attacchi causerà conseguenze negative di lungo termine nei rapporti bilaterali». Con le feluche Usa-Ue in pieno movimento resta il dubbio sulla genesi del passo compiuto il 6 agosto dal presidente georgiano Mikhail Saakashvili mandando le truppe in Ossezia del Sud ovvero se abbia agito o meno con l’avallo Usa. «Non eravamo informati in anticipo delle intenzioni della Georgia», mette le mani avanti Jeffrey, sottolineando però che «nei giorni precedenti al 6 agosto la violenza lungo i confini era aumentata più del solito». Ovvero, forse Tbilisi qualche ragione ce l’aveva.

 

Chi comanda nel Pdl? Corsa a tre ma si litiga già - JACOPO IACOBONI

TORINO - Se si archivia l’antiberlusconismo, che ne sarà - pur godendo il suo eroe eponimo di ottima salute politica - del berlusconismo e, en passant, di quella cosa un po’ misteriosa che è oggi il Pdl? La domanda - checché ne dicano - se la titillano senza poterlo confessare neanche a se stessi molti dei delfini, in queste ore. Silvio è tranquillamente in sella, certo; può permettersi di fare il nonno, costruisce balene nella roccia a Villa Certosa per l’amato nipotino Alessandro e si occupa al limite solo di Grosse Politik (per esempio telefona all’amico Putin per dissuaderlo dal conflitto in Georgia). Ma i suoi nipotini politici (per non dire i figli) non sono buoni e bravi come il piccolo Alessandro. Anzi, fanno un po’ i discoli. Complice la rarefazione ferragostana degli impegni, il vizio incontrollato della telefonata-sfogo (che si viene a sapere in un nanosecondo), il tic atavico (e rivelatore) della richiesta di precisazione all’Ansa, si capisce con sicurezza una cosa: figli e nipotini del Cavaliere si son già messi ad alambiccare - talora a litigare - su due questioni differenti. Chi sarà (chissà quando) il leader del futuro; e chi (già da domani) dovrà prendere le redini del nuovo centrodestra a reti unificate. Il 18 agosto, ha ricordato Maurizio Gasparri, si riunirà il comitato che scriverà lo statuto del Pdl. An non vorrebbe la figura di un reggente, ha capito che inevitabilmente finirebbe appaltata a un uomo di Forza Italia, e preferisce un comitato di gestione. Il partito del Cavaliere era dell’idea opposta, e aveva pronto il nome: quello di Denis Verdini, toscanaccio che in questa fase è il vero uomo macchina del partito, successore autentico di Marcello Dell’Utri. «Le cose si metteranno a posto da sé», ha mormorato tornando dal mare Verdini. Sarà, ma alle sette e mezzo di sera Fabrizio Cicchitto ha sentito il bisogno di dire che, «fermo rimanendo il ruolo dell’onorevole Verdini e dell’onorevole La Russa, nel futuro saranno coadiuvati da un nucleo politico composto da dirigenti appartenenti a Fi, An e ad altre formazioni politiche interessate. Punto». Come dire: una bella diarchia per non dare a nessuno la sensazione della trombatura. Il resto sono «fantasie d’agosto». Il fatto è che, reggente a parte, tre leader in sonno (e neanche tanto) di un dopo-Silvio - magari con Berlusconi asceso a più alta incombenza - ci sono già. Gasparri ha detto a Libero, quotidiano non pregiudizialmente ostile a Berlusconi, che per la successione (quando sarà) «i nomi sono tre, Gianfranco Fini, Roberto Formigoni e Giulio Tremonti». E i tre in effetti si muovono, fanno cose, vedono gente. Parlano, o qualcuno parla significativamente con loro, e lo riferisce in giro. Non fanno soltanto vacanza. Il candidato dei candidati, Giulio Tremonti, ieri era a Bressanone per ascoltare un angelus di Benedetto XVI. Come il Papa, Giulio si riposa in Cadore, esattamente a Lorenzago. Si sveglia presto, fa lunghe camminate con le scarpe da trekking, passione peraltro condivisa in altri tempi appunto da Cossiga. Dopo la messa si è chiuso in una saletta dell’Hotel Elephant e ha pranzato assieme al senatore a vita. Ecco, volete sapere Cossiga quando l’ha incontrato come l’ha apostrofato? «Saluto il futuro leader del Pdl», come ha raccontato chi l’ha seguito nella visita pomeridiana all’abbazia agostiniana di Novacella. Gianfranco Fini, ad Ansedonia, si dedica invece alla figlia neonata Carolina, ma chi lo conosce sottolinea «quanto voglia smarcarsi dal ruolo un po’ imbalsamato di presidente della Camera». Anche in cene dedicate al relax può allora capitare di sentirlo ripetere concetti cari, accanto al federalismo occorre pensare all’elezione diretta del capo dello stato. Tremonti si batte per il nord? Lui rispolvera la questione dei soldi alle regioni del sud. Silvio lavora per la cordata che salvi Alitalia? Gianfranco sottolinea che gli esuberi (settemila?) non possono esser fatti pagare solo a Roma. La Roma di Alemanno, che la farebbe pagare ad An (e al Pdl) già alle europee. Il paradosso è che due dei leader in sonno potrebbero cominciare a parlarsi tra loro per bilanciare quello che al momento appare il più potente dei tre, il divo Giulio (di Lorenzago). Roberto Formigoni non è affatto contento della mannaia che con la manovra s’è abbattuta anche sulla Lombardia, un bene finora condiviso, dai due. E l’ha detto a Bossi. Su questo, con Fini si realizzerebbe una convergenza oggettiva. Magari con una sponda pronta, la costituente di centro di cui Pier Ferdinando Casini ieri è tornato a parlare, e per la quale esiste di fatto già un accordo con chi? Col redivivo Clemente Mastella, un po’ sciupato, sì, ma stanco dell’esilio ceppalonico. I tre si ritroveranno, tra l’altro, insieme al meeting di Cl, a settembre. Il tutto, naturalmente, fino a quando Silvio non si sarà annoiato di mare, balene nella roccia coi personaggi di Pinocchio e feste di ferragosto.

 

"Mia sorella Oriana morta d'eutanasia" - FRANCESCO OLIVO

TORINO - «Oriana è morta con l’eutanasia». Ne è sicura Paola Fallaci, sorella della giornalista scomparsa due anni fa. Lo dice senza giri di parole in un’intervista a Sky Tg24 e lo conferma alla Stampa: «Tornò a Firenze trasportata con una barella, era uno scheletro. A New York aveva subito terapie tremende. Soffriva molto e ha chiesto un’iniezione di morfina, sapendo benissimo che non si sarebbe più risvegliata, lo sapevano anche alla clinica». Paola Fallaci dice la sua anche su «Un cappello pieno di ciliege» il libro postumo, uscito per Rizzoli da pochi giorni: «Non doveva essere pubblicato, è incompleto manca la parte relativa al Novecento, quella alla quale lei teneva di più». L’accusa è diretta al figlio Edoardo Perazzi, nipote prediletto ed erede unico di Oriana, con il quale Paola è in rotta: «Quando i parenti di un grande artista hanno in mano il manoscritto non resistono alla tentazione di guadagnarci un sacco di soldi». Tesi che viene smentita da Gianni Vallardi, l’uomo che seguì la Fallaci per la Rizzoli: «Oriana voleva che fosse pubblicato - spiega Vallardi, oggi manager della Mondadori - Prima di morire mi disse “del libro fate quello che volete”, capisco lo stato d’animo di Paola, ma sono sicuro di quello che dico». Si commuove Paola Fallaci quando ricorda gli ultimi giorni della sorella: «In clinica le chiedemmo se avesse voluto un’iniezione per porre fine a quelle sofferenze, lei rispose con un filo di voce, “no! Voglio continuare guardare dalla finestra il campanile di Giotto”. Poi però il dolore si fece insopportabile, il campanile non riusciva più a vederlo, così ci implorò: “fate qualcosa, aiutatemi”». Quell’aiuto, secondo Paola, era la morfina, somministrata in dosi tali da mandarla in stato di incoscienza, «dite quello che volete ma per me questa pratica si chiama in un solo modo: eutanasia». Eppure contro la «dolce morte» la Fallaci si era scagliata duramente. Parlando della Corte Suprema che aveva concesso l’interruzione dei trattamenti che tenevano in vita Terry Schiavo, aveva parlato di «giudici becchini». «E’ vero - spiega la sorella - era contraria, ma a differenza della ragazza americana, lei era lucida quando chiese di farla finita». Il caso di Oriana non è il primo di questo tipo nella famiglia Fallaci: «Mia madre era malata terminale di cancro, fu proprio Oriana a chiedere di fare l’iniezione di morfina che la ridusse in stato di incoscienza. Lo stesso avvenne con il nostro babbo. Anche io ho il cancro, e quando sarà il momento farò la stessa scelta, la trovo una cosa giusta». L’ultimo periodo della sorella continua a perseguitare Paola, «un giorno Oriana mi disse, “ho un tumore al cervello accompagnami a New York”. Io non me la sentii, intanto perché, anche se lei non lo sapeva, io stessa avevo il cancro, e poi perché temevo le sue sfuriate folli. Lei si offese tremendamente». Gli infermieri e i badanti che la seguirono nei giorni della malattia furono accolti con poco entusiasmo, «non li prese a calci solo perché era troppo debole. In effetti, stava malissimo, il console italiano andò a visitarla e la trovò a terra in fondo alle scale». Le rivelazioni di Paola Fallaci sulla morte della sorella vengono smentite dalla direzione della casa di cura Santa Chiara di Firenze, dove la scrittrice fu ricoverata: «Un’assurdità. Certo che chiese di non soffrire più, ma non si è assolutamente fatto ricorso all’eutanasia - spiega Francesco Matera, amministratore delegato dell’istituto -, ricordo perfettamente quelle ore drammatiche, le abbiamo somministrato dei farmaci per alleviare il dolore, come la morfina o altri antidolorifici, nei casi dei malati terminali è una pratica normalissima».

 

Nella sala Pinin tra i suoi gioielli - GIULIA VOLA

TORINO - È abbagliante. Le pareti sono sinuose, alte e bianche, inondate dalla luce delle vetrate arrampicate fino al soffitto; il pavimento è in legno, scuro; davanti c’è il blu di una piccola piscina e il verde del prato, tagliato all’inglese e appoggiato su una collinetta; tutt’intorno corrono le siepi, l’una affianco all’altra e poi, oltre, i cipressi. Lui, Andrea, è al centro della sala Pinin. Sotto il feretro sfila un lungo tappeto blu, come blu è la «f» del marchio Pininfarina. Ai lati, fanno da custodi due punte di diamante della carrozzeria, la «Cisitalia» del 1946, esposta al Moma di New York, e la «Sintesi», concept car da lui pensata, da lui disegnata e da lui presentata a Ginevra lo scorso marzo. È qui, oltre la sbarra della Pininfarina in via Nazionale 30 a Cambiano, che sfavillano le auto che hanno segnato la storia del design: dall’Aurelia B24, quella che Vittorio Gassman guidò ne «Il sorpasso» di Risi, alle Ferrari d’epoca, passando per le fascinose Alfa Romeo. Ma non solo, è qui che dormono i prototipi che non hanno mai visto una catena di montaggio, i figli dell’innovazione, le sfide alla tecnologia. La camera ardente di Andrea Pininfarina racconta la storia della famiglia. Descrive la sobria, ma mai grigia, ed elegante semplicità con cui si immaginavano il futuro. E lo progettavano. E lo indovinavano. A tutto tondo: auto a parte, infatti, nel 1986 nasce la Pininfarina Extra, dove «extra» sta per tutto ciò che non è auto ma interior design, dai treni Eurostar ai telefonini Motorola, dalle Jacuzzi alle poltrone Frau. È qui che in oltre vent’anni, ingegneri e designer hanno disegnato barche e studi odontoiatrici, le macchinette del caffè della Lavazza e le bottiglie di vino Gancia, un profumo di Guerlin e gli interni della Torre México, uno dei più spettacolari edifici di Mexico City. Qui è nata la torcia olimpica di Torino 2006 e «Sirio», il telefono della Telecom. Ma non solo. Anche uno spazzolino da denti della Mentadent e un modello di Ray-Ban, una linea di vasi di Venini e la bottiglia d’acqua della Lauretana. E ora un passo indietro, perché risalita la collina, si entra in una sorta di pantheon dell’innovazione. Da un lato il centro Studi e Ricerche nato nell’82, dall’altro la Extra costruita nell’86, e in fondo, dal 2002, l’Engineering, il campus tecnologico che si spalma su 18 mila metri quadrati. Un edificio che si apre con una struttura in vetro simile al parabrezza di un’auto e poi sale e saloni, dove le auto si progettano, dal foglio alla strada. È oltre questa sbarra che stava andando Andrea, quella maledetta mattina di agosto. È in quella sala che ieri, la moglie e i figli, i genitori e gli amici, gli hanno detto il primo addio. Oggi pomeriggio, potranno farlo tutti gli altri, sentendo, forse per un attimo, o forse per tutto il tempo, quel soffio di creatività, innovazione e stile che fa da motore immobile. Sobrio, mai grigio, abbagliante.

 

Corsera – 11.8.08

 

Viaggio nella paura tra caccia e cecchini – Andrea Nicastro

KHASHURI (Georgia) — Truppe georgiane allo sbando. Terrorizzate dai caccia russi che gli volano sopra la testa. Paralizzate dalla disparità di fuoco a disposizione: minuscola da una parte, immensa dall'altra. Tbilisi ha offerto di aprire negoziati per il cessate-il-fuoco e ha ordinato il «riposizionamento» delle sue truppe fuori dalla provincia separatista dell'Ossezia meridionale. In un giorno di viaggio sulle strade del Caucaso si ricava forte la sensazione che questa sia destinata a rivelarsi una guerra lampo. E che la Georgia l'abbia già persa. Se l'armata russa resta nelle due province separatiste, Abkhazia e Ossezia del Sud, si troverà contro qualche commandos, qualche cecchino, ma la gente è a suo favore. Non c'è guerriglia qui. Non c'è un popolo in rivolta. La pulizia etnica degli ultimi 15 anni ha fatto il suo lavoro. Gli scontri sono il frutto della scommessa di un presidente ambizioso con un esercito mignon e la reazione di una potenza enorme. Il risultato è logico. Il piccolo Davide contava su ben altri alleati per abbattere il gigante Golia. La Georgia ha chiesto troppo ai suoi protettori in Occidente. Un'immagine di ieri rende bene il problema. Due motovedette georgiane se ne stavano all'ancora appena fuori dal porto di Poti. Bianche con le quattro croci ortodosse della bandiera nazionale luccicanti a tribordo. Eleganti quanto impotenti. In mare, a portata di binocolo, c'era la sagoma dell'ammiraglia della flotta russa nel Mar Nero, l'incrociatore lanciamissili Moskwa. Ai tempi d'oro dell'impero sovietico le didascalie che accompagnavano la Moskwa nelle riviste militari la descrivevano come capace di distruggere metà dell'Europa occidentale in appena 20 minuti. Ieri, l'incrociatore non aveva probabilmente a bordo testate nucleari per i suoi missili di genere Cruise, ma per fermare il tentativo di una delle due motovedette georgiane è bastato il tiro d'avvertimento di una batteria di cannoni. L'esplosione e una gigantesca colonna d'acqua davanti alla prua hanno convinto l'avventuroso comandante a invertire la rotta e tornare in porto. Così tutto ieri i moli di Poti sono rimasti fermi, il porto chiuso, la Georgia senza accesso al suo mare. La vera reazione è arrivata dall'estero, come avrebbe voluto il presidente georgiano Mikhail Saakashvili: contro il blocco navale, l'Ucraina, candidata quanto la Georgia all'ingresso nella Nato, ha prospettato ritorsioni legali sulla base russa di Sebastopoli, nel suo territorio. Ma è poco, comunque troppo poco per cambiare gli equilibri in campo. Le motovedette sono restate all'ancora. C'è un'unica efficace via di comunicazione in Georgia ed è la strada che corre, parallela alla ferrovia, da Ovest a Est, dal porto sul Mar Nero di Poti sino alla capitale Tbilisi. È una grande vallata, bella e verde. Ricorda il Kosovo o la Cecenia, anche se qui, terra ortodossa, mancano gli spilli dei minareti. Da una parte e dall'altra si alzano montagne che arrivano ai confini. Per questo i russi hanno bombardato praticamente tutte le infrastrutture militari dei paesotti lungo l'intera direttrice. Da Kutaisi a Khashuri, da Gori (il passaggio obbligato per andare in Ossezia del Sud) alla capitale Tbilisi. Bloccando la strada, hanno tagliato i rifornimenti, colpendo le strutture militari, hanno ridotto le armi che avrebbero potuto sparargli addosso. Aeroporti, hangar con caccia in riparazione, depositi d'armi e carri armati. Un po' ovunque lungo la spina dorsale georgiana si vedevano le tracce delle bombe. Ai russi manca la sistematicità americana nel distruggere le strutture di «comando e controllo». Non sono certo stati bombardamenti a tappeto. Non missili a guida laser. Mosca non ne ha ancora i mezzi nonostante il surplus di bilancio. Il suo resta uno stile low-tech. Ma armi a bassa tecnologia uccidono da millenni e continuano egregiamente a farlo. Ieri, a Gori, bombardata nella notte, le strade restavano deserte. La città è sfigurata, l'ospedale in emergenza. In Serbia, Afghanistan e Iraq si chiamavano «danni collaterali», qui i russi semplicemente negano di aver colpito un solo obbiettivo civile. Eppure le occhiaie aperte nei condomini di Gori sono lì a smentirli. Ielena Abdalashvili ha perso il marito. Un missile è entrato venerdì notte in casa sua, al terzo piano e ha portato via salotto, tinello e bagno. Disintegrando anche lui. Lei piange facendo dondolare le gambe nel vuoto. I morti sono stati soprattutto in Ossezia. Prima per il martellamento dei katiusha georgiani poi per i cannoni dei tank russi. La regione ora sembra sotto controllo di Mosca e degli osseti loro alleati, ma schermaglie continuano e c'è sempre qualcuno che ne paga le conseguenze. Come i due giornalisti, uno polacco e uno georgiano, uccisi ieri dal fuoco incrociato. O il figlio di Sergei, rifugiatosi in lacrime in una sorta di pizzeria di Khashuri. «Era un riservista, l'hanno chiamato giovedì per combattere in Ossezia e ieri mi hanno riportato il corpo». I georgiani si sono scoperti in prima linea all'improvviso, mentre erano in spiaggia o in un parco nazionale a godersi le vacanze. Dopo una settimana di fuoco c'è ancora qualcuno che rientra a casa con l'ombrellone che spunta dal bagagliaio. «Si può passare da qui?» chiede un padre di famiglia ad un tenente dell'esercito georgiano nascosto all'ombra di un grande pino. L'ufficiale si sporge per un attimo da sotto i rami, guarda il cielo e allarga le braccia. Chi può prevedere le intenzioni di chi comanda in questo angolo di mondo? «Colpiscono quando e come vogliono» in territorio georgiano. La sconfitta in Ossezia rischia di peggiorare le carte per la Georgia anche in Abkhazia, la sua provincia ribelle a occidente. Ieri a Zugdidi, neppure il più grande assembramento di divise georgiane visto nella giornata riusciva a dare il senso di una temibile macchina bellica. Zugdidi è l'ultima cittadina sotto controllo georgiano prima dell'Abkhazia. I soldati si consultavano l'un l'altro e soprattutto chiamavano le mogli con il telefonino a casa per sapere che cosa avrebbero dovuto aspettarsi. Dei civili avevano appena raccontato ai militari di combattimenti nelle gole di Kodori, dove i filo-georgiani hanno mantenuto un'enclave nella provincia ribelle. Il massiccio ingresso dei russi e l'impegno delle migliori truppe georgiane in Ossezia hanno dato al presidente secessionista Eduard Kokoity la possibilità di attaccare le gole. Dovesse riuscire a liberarsi della presenza filo-georgiana nel cuore della sua provincia sarebbe un grande passo avanti verso la secessione. Per il giovane presidente georgiano Mikhail Saakashvili, sarebbe invece l'epitaffio di un'avventura politica pagata con troppo sangue altrui.

 

L'ambizione europea - Dario Di Vico

Fosse servita una conferma è arrivata dall’Ossezia. Con un vicino, la Russia di Vladimir Putin, così determinato a perseguire i suoi obiettivi neo-imperiali l’Europa deve darsi coraggio e recuperare la propria forza politica. E sicuramente quelli che abbiamo davanti sono sei mesi estremamente importanti per il Vecchio Continente. Bisognerà aspettare gennaio prima che si insedi alla Casa Bianca il nuovo presidente ma l’operato di George W. è giudicato talmente fallimentare che, chiunque vinca tra Barack Obama e James McCain, il dopo Bush si annuncia sin d’ora sotto il segno della discontinuità. A quel punto, però, che Europa si troverà davanti il nuovo presidente? E di conseguenza che sforzo di elaborazione e proposta saprà fare in questo lasso di tempo la Ue per presentarsi all’appuntamento con il giusto appeal? Il rischio che stiamo correndo è di rassegnarci all’egemonia del pensiero debole. Come europei siamo impauriti dalle nuove condizioni della competizione internazionale. L’avvento di aggressivi e ingombranti protagonisti ha cambiato le carte in tavola e ha generato rivolgimenti inediti sul fronte dei mercati e delle materie prime. La corsa ininterrotta di Cina, India e Brasile ci lascia stupefatti e impotenti, il prezzo del petrolio che va alle stelle costringe le nostre economie a un ripensamento al quale non siamo preparati e la crescita dei listini dei beni di prima necessità accentua le sperequazioni dentro le società ricche. Di fronte a queste novità è facile sentirsi deboli e cercare il riparo con misure volte a rafforzare tutele e strumenti economici di protezione. Ma allora tanto varrebbe tirarsi fuori e lasciare il campo a una sorta di G2, Usa e Cina. Rinunciando però a far sentire la voce d’Europa non solo in materia di commercio internazionale ma anche sui dossier che determinano il futuro della guerra o della pace, vuoi l’Ossezia o il crucialissimo Iran. Eppure abbiamo un’altra chance. L’ambizione. In un mondo che non riesce a trovare il bandolo della matassa, in cui tutti cercano di comporre le contraddizioni ma nessuno ci riesce (il nuovo fallimento dei Doha Round lo testimonia), la Ue un pregio inestimabile ce l’ha: è essa stessa un modello riuscito di governance, un esperimento di integrazione economica e politica, unico nell’Occidente. Con ciò sarebbe un grave errore sottovalutare come quest’esperienza mostri la corda, a partire dal rapporto con gli elettorati dei singoli Paesi che non capiscono dove si stia andando, non vedono una proposta chiara (come lo fu l’euro negli anni ’90) e sono portati così a rifluire su logiche nazionalistiche. Ma anche la sola ipotesi di ricostruire un rapporto forte con Washington, finalizzato a produrre stabilità politica e a governare le contraddizioni globali, può servire a rafforzare presso i cittadini d’Europa quel sentimento di appartenenza che negli ultimi anni si è appannato. Per di più in questa fase nei Paesi chiave dell’Unione ci sono almeno tre leader che sembrano avere le spalle ben coperte in termini di consenso interno. Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi sono freschi dei propri successi elettorali e hanno davanti a sé una legislatura che, almeno nelle dichiarazioni, intendono orientare verso obiettivi di riforma. Angela Merkel, seppur alle prese con la complessa alchimia di un governo di grande coalizione, appare comunque la stella polare della politica tedesca e una presenza tutt’altro che transitoria della scena europea. Questi tre leader, ai quali si può accodare almeno José Rodriguez Zapatero in attesa che da Londra maturi un orientamento più netto sulla futura conduzione britannica, possono e devono coltivare l’ambizione di presentarsi davanti all’America del 2009 come un partner affidabile, di cui tener conto e — parafrasando la famosa espressione di Henry Kissinger — dotato di un unico numero di telefono. Il caso vuole che, aspettando che la Casa Bianca si svuoti e si riempia, anche la Ue sia chiamata a rinnovare la propria guida e a designare il successore di Josè Manuel Barroso. Più si tratterà di una scelta non burocratica e cadrà su una personalità di valore e prestigio assoluto, più le euro-ambizioni avranno corso legale.

 

Referendum in Bolivia, la vittoria di Evo – Rocco Cotroneo

LA PAZ — Una Bolivia divisa, dove l'economia, la geografia e persino i tratti somatici esprimono due mondi profondamente antagonisti, conferma al potere Evo Morales. Forte dell'appoggio della popolazione povera che vive sull'altopiano, il suo socialismo indigeno ha superato con circa il 60% dei voti la prova del referendum di ieri, dove agli elettori era stata chiesta la riconferma o meno del capo dello Stato, del suo vice e di otto governatori. Come previsto, Morales ha fatto il pieno tra le montagne, qui indios e meticci sono una larga maggioranza, mentre è stato bocciato nell'Est boliviano, più ricco, «bianco» e assai meno entusiasta della sua guerra al neoliberalismo. Difficile però che il voto di ieri risolva d'immediato le tensioni, che alla vigilia hanno provocato uno scenario da guerra civile tra le due metà della Bolivia, con scioperi e scontri un po' ovunque. A El Alto, enorme sobborgo della capitale a 4.000 metri, i fedelissimi di «Evo pueblo» si sono messi in fila al freddo per riconfermare l'uomo che ha la loro faccia e aveva promesso di riscattarli da cinque secoli di sottomissione. In due anni e mezzo, la mano dello Stato si è fatta sentire: qui si distribuiscono copiosi i piccoli contributi in denaro agli anziani indigenti (l'assegno dignità) e alle famiglie con bambini, affinché li mandino a scuola e non in strada a chiedere l'elemosina. Il denaro arriva dagli introiti sulle esportazioni di gas, sottratti alle multinazionali straniere e dalle royalties che prima finivano alle ricche province dell'Est. Laggiù, nella piazza principale di Santa Cruz de la Sierra, sotto i tendoni della protesta dove ci si rinfresca con i ventilatori, si concentrano invece le velleità di ricacciare l'indio tra i suoi cocaleros. Le quattro province dell'Est hanno già proclamato unilateralmente una forte autonomia, i loro notabili sono in sciopero della fame e si piccano di non aver fatto nemmeno atterrare, negli ultimi giorni, l'aereo del presidente nemico. Poiché il voto di ieri ha riconfermato i governatori locali, anche ad Est si grida vittoria. Ma rischia di essere una magra soddisfazione. Le armi a loro disposizione sono quasi esaurite, soprattutto perché - dicono - la secessione non è all'ordine del giorno. Quel che si vuole davvero è il federalismo fiscale, l'affossamento della nuova Costituzione indigeno-socialista di Morales e, naturalmente, la sua caduta. Perché, sostengono, non sa governare ed è legato mani e piedi a Hugo Chavez e ai suoi petrodollari. A Morales restano ora due strade, quella del dialogo e delle concessioni, o, all'opposto, un irrigidimento proprio sulla falsariga di Chavez, il quale dopo un vittoria analoga nel 2004, proclamò l'accelerazione verso un sistema socialista in Venezuela. Un'ala del governo spinge verso questa linea, vuole procedere con le nazionalizzazioni, le espropriazioni nei campi e la nascita di nuove imprese pubbliche, con il denaro venezuelano, o — come deciso nel settore del cemento — dal lontano Iran. Settori più moderati invitano a ricucire con gli investitori stranieri, perché i capitali necessari ad aumentare la produzione e la distribuzione di gas e petrolio non potranno mai arrivare solo dalla solidarietà del fronte anticapitalista. «Vamos bien!», andiamo bene, ha detto Morales all'ultimo comizio, citando i risultati in economia. Senza però ricordare che anche la Bolivia è legata al carro dell'aborrita globalizzazione, con l'esplosione dei prezzi delle materie prime di cui è ricca. Anche l'Est ribelle è davanti a un bivio. Nonostante i governatori locali continuino ad escludere il ricorso alle armi, la palla rischia di passare alle frange più estreme. «Noi siamo per il dialogo, ma ad una estremizzazione del governo sapremmo come rispondere», ha detto qualche giorno fa al Corriere il leader civico Branko Marinkovic.

 

La Francia e gli ex terroristi. In cento temono la svolta

Giovanni Bianconi

PARIGI - Se uno chiede quanti sono ancora i «rifugiati» in Francia a rischio estradizione, gli interessati arrivano a mettere insieme qualche decina di nomi e poi rispondono: settanta-ottanta. Al massimo un centinaio. Gli altri ormai sono «scaduti», nel senso che non avevano condanne a vita né troppo elevate e quindi è scattata la prescrizione della pena. Sono tornati liberi, insomma. Ma quel centinaio che non hanno chiuso i conti con la giustizia italiana - compresi quelli per i quali la prescrizione arriverà di qui a poco - sono ancora qui nelle vesti ufficiali di ex terroristi «latitanti», seppure muniti di regolare permesso di soggiorno concesso dal governo di Parigi. E vivono appesi a un filo, che ogni tanto rischia di spezzarsi con l'arresto di uno di loro. Ora è il turno di Marina Petrella, ex brigatista ergastolana, imprigionata nell'agosto del 2007, estradizione firmata a giugno e ricorso pendente al Consiglio di Stato. Da una settimana è arrivato l'ordine di scarcerazione per le gravissime condizioni di salute psico-fisica che la costringono in una stanza d'ospedale. Prima, nell'agosto 2002, era toccato a Paolo Persichetti, ex militante dell'Unione dei comunisti combattenti. E nel 2004 è stato il turno di Cesare Battisti, arrestato, liberato, fuggito e ripescato nel 2007 in Brasile, dove è ancora in corso la disputa legale per ottenerne la riconsegna. A parte il destino di una donna giunta a pesare 40 chili di fronte alla prospettiva di scontare l'ergastolo in patria dopo che la Francia le aveva consentito per quattordici anni di costruirsi una nuova vita in libertà, il caso Petrella rappresenta per la comunità dei «rifugiati» un punto di svolta. A seconda di come si concluderà, avrà effetti decisivi su tutti gli altri che proseguono le loro «normali» esistenze francesi, fatte di lavori e famiglie ormai regolari, ma sempre col rischio di un «incidente» che può interrompere quella regolarità e riaprire vecchie pendenze penali per fatti di 25 o 30 anni fa. Crimini colorati di politica che in Italia non sono stati dimenticati, soprattutto dai familiari delle vittime, e che la Francia ha deciso di nascondere sotto il tappeto quando s'è ritrovata i responsabili in casa propria; salvo dare ogni tanto un colpo di ramazza. Come ha fatto con Marina Petrella. Se ora verrà estradata, gli altri dovranno chiedersi chi sarà il prossimo; se invece resterà, potrebbe essere la fine di tante preoccupazioni. Anche se l'incognita rimarrà, soprattutto per quel pugno di persone (una decina) condannate all'ergastolo o a pene tanto lunghe da essere ancora lontane dalla prescrizione. S'è aperta così un'altra fase della tanto discussa - celebrata o criticata, a seconda dei punti di vista - «dottrina Mitterrand», sopravvissuta al presidente socialista e rispettata in passato anche dai governi di destra, con la quale si trova ora a misurarsi Nicolas Sarkozy, e che da oltre un quarto di secolo garantisce asilo agli italiani condannati per fatti di terrorismo. A fasi alterne, con più o meno lunghi intermezzi carcerari per chi è incappato nelle maglie della giustizia locale. Ma che di fatto ha impedito i rimpatri: dei 94 italiani che dal 1982 sono stati arrestati e poi liberati dalla magistratura francese, finora il solo Persichetti è stato riconsegnato materialmente alle carceri italiane. Un topolino partorito dalla montagna di dispute e polemiche che si trascinano da più di 25 anni. Tutti gli altri (a parte Battisti, e la Petrella ancora sotto giudizio) sono rimasti e hanno ricominciato a vivere la loro vita di post-terroristi. Perché questo aveva chiesto loro François Mitterrand nel 1981, quando promise di non restituirli al Paese d'origine: uscire allo scoperto, mettendo fine al loro status di clandestini, e rinunciare a ogni teoria e pratica della lotta armata. Anche se non esiste una contabilità ufficiale, i «rifugiati» di allora - fuoriusciti dall'Italia e da decine di formazioni terroristiche, non solo Brigate rosse e Prima Linea - erano diverse centinaia. Oreste Scalzone, giunto qui nell'81 e divenuto una sorta di icona degli «esuli», sostiene che arrivarono a seicento. Mitterrand, in una dichiarazione del 1985, parlò di trecento, «cifra approssimativa». Proprio Scalzone fu arrestato nell'agosto del 1982 e la Chambre d'accusation di Parigi diede «avviso favorevole» alla sua estradizione. Disatteso dal governo che non firmò il decreto per rispedirlo in patria. Con tanto di editoriale di Le Monde, intitolato «Lo Stato e la parola data», a spiegare che il tradimento della promessa presidenziale avrebbe significato non solo una brutta figura sul piano nazionale e internazionale, ma anche il rischio di reimmersione nella clandestinità di qualche centinaio di ex terroristi, con conseguenze imprevedibili per la stessa Francia. Da allora è cominciata un'altalena di decisioni contrastanti. Alla prima ondata di pareri a sostegno delle estradizioni durata fino al 1985 ne seguì una di segno opposto, perché quasi tutti i condannati non avevano assistito ai processi in Italia; un diritto violato secondo la legge francese, nonostante fossero stati gli stessi imputati a sottrarsi attraverso la fuga. Negli anni Novanta il vento cambiò di nuovo, e la Chambre tornò a sollecitare la riconsegna di quegli italiani riparati qui dopo la scarcerazione in patria dovuta all'eccessiva durata dei giudizi. Ma nonostante gli «avvisi favorevoli» delle corti, solo tre decreti di estradizione furono firmati dai primi ministri di Parigi, di destra o di sinistra che fossero. Uno nel 1987, abrogato dal Consiglio di Stato; uno nel 1991, corretto da un successivo contro-decreto che sostituiva il precedente; il terzo, nel 1994, nei confronti di Persichetti. Mai eseguito fino al 2002, quando la falsa pista di un suo coinvolgimento nel delitto Biagi firmato dalle nuove Br convinse i francesi a spedirlo a Roma nel giro di ventiquattr'ore. Dopo quella decisione - e l'invio dall'Italia di una lista di dodici condannati da arrestare, compilata sulla base di criteri mai svelati - i casi Battisti e Petrella (nomi contenuti nella lista) hanno animato il dibattito più in Francia che in Italia. Oltre ai timori dei «rifugiati», ovviamente. Perché è la Francia che ha consentito a queste persone di ricostruirsi una vita alla luce del sole, con tanto di documenti d'identità rilasciati dalle prefetture, e poi improvvisamente deciso di restituirne qualcuno al suo passato. Secondo scelte che paiono casuali: «Come fosse una roulette russa», mormora chi potrebbe essere colpito all'eventuale prossimo giro. Un governo ha tutto il diritto di rinnegare la famosa «dottrina», ma è la retroattività della decisione che diventa poco digeribile per gli interessati e l'opinione pubblica locale, e rischia di mettere un po' in imbarazzo lo stesso Sarkozy. E' quindi alla Francia che gli ex terroristi chiedono di mantenere la «parola data». Perché senza quella «parola» - dicono nei bar parigini dove chiedono di non essere indicati per nome, perché la prudenza non è mai troppa - «non avremmo messo su famiglia o fatto figli. Come Marina». Cioè la Petrella, madre di una bimba francese di dieci anni, presa forse casualmente o forse no in un agosto come questo. E che in una camera d'ospedale aspetta di sapere se avrà ancora il futuro che le era stato garantito. A lei e gli altri.

 

l’Unità – 11.8.08

 

Bankitalia, famiglie meno ricche. Persi 150 miliardi

Le famiglie italiane si impoveriscono: tra la fine del 2007 e l'inizio di quest'anno la crisi economica ha bruciato poco meno di 150 miliardi della ricchezza di cui disponevano. Lo dicono gli ultimi Conti Finanziari di Bankitalia che mostrano una drastica diminuzione della ricchezza e delle «attività» finanziarie di cui dispongono le famiglie del nostro Paese. L'ammontare è pari a 3.538 miliardi nel primo trimestre di quest'anno, vale a dire quasi 150 miliardi in meno rispetto all'ultimo trimestre dell'anno scorso, quando ammontavano a 3.685 miliardi. Per la precisione, le disponibilità finanziarie risultano diminuite di 147,5 miliardi. Dalla lettura dei dati, per la prima volta negli ultimi tempi ,si registra un calo dell'indebitamento di circa 2,7 miliardi. Nell'ultimo trimestre del 2007 l'ammontare complessivo dei prestiti contratti dalle famiglie era di 525,7 miliardi di euro, contro i 523 del primo trimestre di quest'anno. In calo sia quelli a breve (da 56,271 a 55,666 miliardi) sia quelli a lungo termine (da 469,468 a 467,415 miliardi). Le famiglie hanno inoltre meno liquidità a disposizione. Calano infatti biglietti, monete e depositi a vista, da 605 a 600 miliardi. Fra gli strumenti di investimento, perdono valore le azioni, a causa ovviamente anche del calo della borsa. I titoli attualmente ammontano a 852 miliardi di euro, rispetto ai 980 dell'ultimo scorcio del 2007 (ma erano a quota 1.084 nel primo trimestre dell'anno passato). Volano invece i Bot: dai 27 miliardi di euro di fine 2007 ai 34,62 miliardi dell'inizio di quest'anno. In una disperata corsa verso la sicurezza, guadagnano terreno anche i titoli a medio e lungo termine: da 710 miliardi di euro a 722 miliardi. E tra i titoli a medio e lungo termine, i Cct sono quelli che mostrano i segnali di ripresa più significativi (da 19,5 a 24 miliardi).


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