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Sotto le bombe dell'ultima battaglia alle porte della "città fantasma" - PIETRO del RE

Manifesto – 12.8.08

 

Mosca procede, Tbilisi pure. La Ue in mezzo - Lucia Sgueglia

Mosca che continua ad avanzare in barba alle richieste di tregua sconfinando in territorio georgiano, Tbilisi che continua a sparare infrangendo il promesso cessate il fuoco. Tutto ufficiosamente, mentre in Georgia sbarcano Ue e Osce con in tasca la loro proposta di pace. Dentro c'è scritto: rispettare i confini georgiani, stop alle ostilità e ritorno allo status quo ante. Uno dei due portalettere è Bertrand Kouchner, convinto che la Ue deve essere in prima linea per risolvere la situazione perché gli Stati Uniti «sono in qualche modo parte del conflitto». D'accordo con lui anche un tale di nome Gorbaciov. Intorno, le voci di una guerra che non smette. Tbilisi circondata dai russi, che già «occupano la maggior parte del paese», pronti a dare una pedata a Saakashvili dopo essere avanzati sia a ovest, dentro e oltre l'Abkhazia, che a est oltre l'Ossezia prendendo Gori. Tutte le truppe georgiane spostate a difesa della capitale. Lo dice in serata il presidente Saakashvili, denunciando Mosca che «vuole rovesciare il governo», e chiedendo a gran voce «un intervento internazionale urgente». Anche militare, lascia intendere. Un'ora dopo ritratta, esortando alla calma: «Tbilisi non è minacciata». Nella mattinata di ieri, in un' intervista in ottimo inglese alla Bbc, incalzato dall'anchorman aveva a più riprese negato di aver «perso», sorridendo spesso, nel gioco di Davide contro Golia. Nel pomeriggio, firma la proposta di pace Ue, chiedendo alla comunità internazionale di «fermare subito la Russia che non vuole l'Ossezia ma tutta la Georgia e la sua rotta energetica». E Mosca? Il piano rifiuta di firmarlo: Tbilisi dovrà negoziare direttamente con le regioni separatiste. La Russia non si sente in guerra, non decreta la mobilitazione generale: «Non ce nè bisogno». Non solo: ritiene «inopportuno» pensare a un riconoscimento delle repubbliche separatiste. Sulla «invasione», ammette a metà: è sì penetrata in Georgia passando per l'Abkhazia, ma si tratta di un'operazione «a scopo preventivo», per «impedire la concentrazione dei riservisti georgiani mobilitati dal presidente per continuare i combattimenti». Tanto per star sicuri, vi dispiegherà 9mila soldati e 350 blindati per «difendere i civili e prevenire una catastrofe umanitaria», avverte il comando militare. In tarda serata i russi si ritirano da Sinaki, dice la Difesa. Negano di aver occupato Gori, e rilanciano: Tskhinvali, capitale della Sud Ossezia, sarebbe tornata sotto il fuoco di aviazione e artiglieria georgiane, dice il comandante delle «forze di pace» russe Kulakhmetov. Oggi il rappresentante russo alla Nato Rogozin chiederà una riunione straordinaria del Consiglio Russia-Nato, per «presentare la verità sui mezzi usati dal regime di Saakashvili e sulle misure prese dai nostri peacekeepers». Dopo 4 giorni di guerra, la diplomazia si è finalmente attivata. Pur segnando uno zero. Anche Mosca la chiama in causa: il presidente Medvedev ha chiesto di inviare una missione all'Osce - quella Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa con cui la Russia è da tempo ai ferri corti per via delle «rivoluzioni colorate». Mosca non sarà mai «un osservatore passivo» della situazione nel Caucaso, ha aggiunto il leader russo chiedendo all'Occidente di non riprodurre l'errore degli accordi di Monaco del 1938 con la Germania nazista - mentre lo speaker della Duma Gryzlov accostava Saakashvili a Saddam. Il ministro russo degli esteri Lavrov nega di voler detronizzare Saakashvili: «nostro scopo è la normalizzazione e la stabilità». Ma l'Europa fa ancora fatica a portare equilibrio in quello che si trasforma sempre più in un pretesto di guerra fredda Mosca-Washington. Gli attacchi più duri alla Russia (di Putin), arrivano infatti di nuovo dagli Usa. George Bush che l'altro ieri aveva giudicato «sproporzionata» la risposta di Mosca all'attacco georgiano (ammettendo così implicitamente le colpe di Tbilisi nel far scoppiare la miccia), ha definito «inaccettabile la violenza» della Russia sulla Georgia. Appena atterrato a Tbilisi, l'inviato Usa Bryza incalza: quello di Mosca è un attacco pianificato da tempo. Risposta dei servizi segreti russi: gli Stati Uniti sono corresponsabili del conflitto, e avrebbero addestrato «tremila mercenari che ora stanno combattendo al fianco dei georgiani contro i peacekeepers russi». Intanto, i profughi fuggiti nell'Ossezia del Nord, sotto bandiera russa, dal sud sarebbero 30mila.

 

Georgia, «Arrivano i Russi» - Alberto D'Argenzio

TBILISI (GEORGIA) - Si salvi chi può, i russi arrivano a Tbilisi. Le strade della capitale georgiana si riempiono di panico e si svuotano di certezze, ma anche di persone. In molti lasciano la città. Nessuno ci capisce nulla e il presidente Mikhail Saakashvili di certo non aiuta a chiarire le cose. Alle cinque ore locali afferma di fronte ai giornalisti che «la comunità internazionale deve fermare questa pazzia», intendendo per pazzia i russi che «bombardano Gori», che «uccidono a sangue freddo», che «espellono la popolazione» e se la prendono indiscriminatamente con i civili. «Tutto ciò mi ricorda i Balcani», sottolinea a più riprese il presidente che lascia aleggiare sulla testa dei cronisti il tetro argomento della pulizia etnica. Infine aggiunge sibillino: «Non abbiamo preparato un piano per difendere Tbilisi». Passano due ore e in collegamento televisivo Saakashvili dipinge un panorama ancora peggiore, a tinte foschissime: i russi hanno in mano Gori, cosa tutta da confermare. Ma non solo, Mosca ha occupato «la maggior parte del paese». Le armate georgiane, o quel che ne rimane, vengono fatte posizionare a Mtshketa, l'antica capitale distante appena 24 chilometri. Va detto che dei russi a Tbilisi non c'è traccia, la gente non li vede, ma dopo queste parole già inizia a sentirli. Cresce il panico. Di repente il clima di questa giornata, trascorsa in una contenuta tranquillità, volge al peggio, il tempo viene consumato nell'attesa di un'invasione che il presidente vuole ingigantire e accelerare, probabilmente per acuire il suo ormai cronico vittimismo. I russi in effetti sono entrati in territorio nemico, e da due fronti, ma non hanno ancora la metà della Georgia. Nel pomeriggio occupano Zugdidi, brutto e grigio paesotto al confine con l'Abkhazia per puntare dritti su Senaki, città che ospita la base della II divisione di fanteria georgiana. Il presidente abkhazo Sergei Bagapsh si è anche preso il lusso ieri di inviare un ultimatum alla Georgia, prontamente rifiutato da Tblisi. «E' impossibile negoziare con il governo georgiano, un governo di criminali», ha affermato Bagapsh a un'agenzia francese. Il presidente abkhazo non fa mistero di voler sfruttare la situazione per «risolvere il problema delle gole di Kodory», la porzione nordorientale del suo paese sotto il controllo, ormai alquanto precario, delle truppe di pace georgiane. Sul fronte osseto si assiste invece al ping pong di informazioni contraddittorie sulla sorte di Gori. I georgiani assicurano che è dei russi, i russi che non l'hanno occupata. In serata Mosca assicura pure che non intende occupare nemmeno Tbilisi. Non che dei russi ci sia di che fidarsi, ma al momento appaiono sicuramente un pizzico più sinceri e comunque lontani dal mettere sotto i loro cingolati la gran parte del territorio georgiano. Sicuramente vogliono rafforzare la loro posizione di forza nella regione, indebolire Saakashvili in casa e rendere irreversibile per la Georgia la perdita dell'Abkhazia e dell'Ossezia. Il tutto sfruttando anche la scusa della difesa dei cittadini russi, intendendo per russi anche gli osseti e gli abkhazi, e gli attacchi che ancora l'esercito georgiano saltuariamente porta alle truppe russe. Per il popolo georgiano, già stanco della guerra, questi sono discorsi che iniziano a suonare lontani. «Non mi interessa l'Ossezia, non mi interessa l'Abkhazia, voglio solo che tutto ciò si fermi, che la guerra si fermi», afferma commossa e visibilmente stanca la receptionist del nostro hotel. L'entusiasmo popolare e patriottico sembra essersi spento domenica sera al termine della grande manifestazione che ha raccolto migliaia di georgiani nella centrale Piazza Rustavi. Dopo il tripudio si clacson e di bandiere si è passati e quattro misere macchine cocciute nello sventolare il vessillo patrio. Intorno cresce a grandi passi lo scetticismo. Le notizie che arrivano dal fronte sono estremamente negative, le truppe sono in ritirata disorganizzata, la fiducia nel presidente sembra vacillare e crescono i contorni del dramma umanitario. Ieri mattina e pomeriggio i chilometri che separano Gori da Tbilisi erano tutto uno sfilare di centinaia di civili in fuga. Alcuni provano a portarsi via anche il bestiame, altri - molto più rapidamente - fuggono con quello che hanno addosso. Tutto va bene per muoversi: una famiglia di cinque persone forma una precaria piramide umana su una moto con sidecar, altri fuggono in trattore, altri in camion. Un uomo fa l'autostop con il figlioletto ma dovrà attendere, tutti viaggiano al completo. Ognuno con la propria storia. «Venerdì cinque elicotteri russi sono arrivati sul nostro villaggio e ci hanno attaccato prima con dei razzi e poi con delle mitragliate, hanno attaccato solo i civili, d'altronde c'erano solo civili», racconta una donna di Brotsleti, un villaggio georgiano in territorio osseta. Attende nell'ospedale di Tbilisi in cui hanno ricoverato il figlio Cartlos ferito alle gambe ed alle braccia, ma non in maniera grave, le è andata bene. Accanto a lei un'altra donna piange la sorte del figlio: arti superiori e inferiori amputati. «Il 90% dei morti e dei feriti è vittima delle schegge dei razzi russi», spiega un medico. Nick Kipshize, direttore dell'ospedale universitario di Tbilisi, non cessa di parlare di feriti da cluster bomb, ma i segni sulle case e le parole di altri medici lo smentiscono. Di menzogne se ne sentono molte, in questi giorni in Georgia. Un'altra donna racconta di case distrutte, di campi bombardati, altri insinuano l'accusa più infamante, quella della pulizia etnica, una tesi cavalcata con passione anche da Saakashvili. Si tratta di affermazioni difficili da verificare. «Me l'ha raccontato uno di un altro villaggio», dice un profugo. «L'ho sentito dire da un parente», racconta un altro. Nessuno ha visto con i proprio occhi, almeno non chi si incrocia per strada. Anche dall'altro lato del fronte i russi parlano di pulizia etnica attuata dalle forze georgiane nei primi due giorni di guerra in Ossezia del Sud. Sono accuse pesanti che Mosca e Tbilisi si rimbalzano, accuse che dalla guerra di Bosnia fanno ormai tristemente parte di ogni conflitto, anche perché ben si prestano alla battaglia della propaganda. «Non possiamo affermare né smentire nulla, non siamo ancora riusciti ad arrivare sul posto», afferma alzando le mani Nicolos Sadraze, un membro della Croce Rossa che tenta da tre giorni di entrare in Ossezia del Sud. Quel che è certo è che la legge marziale e lo stato di guerra imposti da Saakashvili stanno rallentando l'arrivo dei 400 kit infermieristici richiesti dalla Croce Rossa. Anche la guerra ha la sua burocrazia, stupida. Gli eventi, è chiaro, hanno ormai superato il presidente, ma c'è ancora qualcuno che crede in lui. «Ho fiducia in Saakashvili, saprà tirarci fuori da qui, ma dobbiamo pregare molto di più per i nostri soldati, dobbiamo pregare per il nostro paese», afferma una vecchietta nella cattedrale di Tbilisi. Il vescovo Jacob ha una ricetta sicura e pochi dubbi: «Se tutti pregano sette volte al giorno, andrà tutto bene per la Georgia». Credere nel presidente e nel suo paese è diventata ormai una questione di fede. Peccato che anche i russi abbiano la stessa fede e oltre a ciò anche un esercito molto più grande, molto più potente e molto più organizzato.

 

Mai così tanti morti civili: ieri altri venti, persino Kabul apre un'inchiesta – Emanuele Giordana

Il bollettino di ordinaria guerra guerreggiata in Afghanistan sta ormai entrando nella classica routine della quotidianità. Un soldato lettone è rimasto ucciso e altri tre suoi connazionali sono stati feriti nell'esplosione di un ordigno a Maiman, nel nord del paese mentre un kamikaze si è fatto saltare in aria nel pomeriggio di ieri nella parte orientale di Kabul, lanciandosi contro un gruppo di soldati della Nato e ferendone diversi. Brutti segnali di un'espansione della guerra a nord, ai margini e dentro la capitale. Ma non sono queste le notizie peggiori della giornata di ieri e dei giorni precedenti: nel dare la caccia ai talebani le forze multinazionali hanno ucciso, tra sabato scorso e lunedì, oltre una ventina di civili. Spingendo le autorità afghane ad aprire un'inchiesta. Il sintomo che la sensibilità sulla moria di civili sta diventando uno dei nodi maggiori nel conflitto che infiamma il paese dell'Asia centrale. Le notizie di ieri raccontavano di almeno otto civili uccisi nell'Afghanistan centrale in un bombardamento aereo condotto dalle forze della coalizione internazionale contro guerriglieri talebani. La zona è il distretto di Khas Urzugan della provincia di Urzgan, nel centro del paese, dove un aereo chiamato in soccorso delle truppe dell'Isaf-Nato che si trovavano in zona ha bombardato un fabbricato. Secondo i militari dell'Alleanza l'areonautica non era a conoscenza della presenza di civili: «Insorti hanno usato edifici lungo la strada per operare diverse imboscate contro le truppe della coalizione prima di fuggire verso un villaggio vicino, dove hanno preso in ostaggio 11 civili, tra i quali vari bambini», recita il comunicato secondo cui i taleban avevano teso un'imboscata alle truppe della Nato che hanno di conseguenza richiesto appoggio aereo. Tre i civili sopravvissuti, 25 i talebani uccisi. Uno a tre il rapporto tra civili e guerriglieri colpiti. Secondo il capo della polizia dell'Urzgan, Juma Gul, la responsabilità sarebbe comunque dei taleban che utilizzano i civili come ostaggi. Un caso simile ma ancora coperto da mistero riguarda invece l'area di Tagab, nel distretto di Kapisa. L'inchiesta aperta dalle autorità afghane riguarderebbe le voci, diffuse domenica, sulla morte di oltre una decina di civili e sul ferimento di altri 18. Ma in questo caso non ci sono commenti ufficiali e non è chiara la dinamica dei fatti, che si sono svolti sabato in un'area a una novantina di chilometri dalla capitale e che si trova a est della grande base americana di Bagram. Non è chiaro se i morti si debbano alla coalizione a guida americana, alle forze della Nato o a un'operazione congiunta, o se vi abbia partecipato anche l'esercito che fa capo a Karzai. Ma l'apertura dell'inchiesta e le scarse notizie a riguardo indicano quanto meno che la vicenda dei civili uccisi sta diventando il vero punto sensibile della guerra. Si cerca di farli apparire come ostaggi dei taleban o si evita di divulgare troppi chiarimenti, ma è chiaro che l'uccisione dei civili sta diventando un'altra grossa falla nel consenso sempre più fragile che circonda il governo afghano e la presenza occidentale nel paese. Né sembra di cogliere un segnale di un cambio di strategia. Secondo una ricostruzione della reuters, sulla base di notizie raccolte da fonti ufficiali afghane e di agenzie umanitarie, sarebbero circa 400 i civili uccisi dall'inizio dell'anno dall'insieme delle forze che combattono i talebani.

 

Evo vince. La destra pure - Pablo Stefanoni

LA PAZ - Evo Morales ha stravinto la scommessa più azzardata. Intorno al 63% dei boliviani - secondo il conteggio rapido dei voti - ha confermato la sua permanenza potere nel referendum di domenica, voluto per rimuovere gli ostacoli al progetto nazionalista e popolare. Morales ha superato di quasi il 10% i voti che il 18 dicembre 2005 lo catapultarono al Palacio Quemado di La Paz, il primo presidente indigeno in 500 anni di storia e il primo a essere eletto con maggioranza assoluta dal ritorno della democrazia nell'82. Ha ottenuto così la terza vittoria con più del 50% dei voti, dopo quella per l'assemblea costituente del 2006. Una situazione del tutto nuova rispetto ai suoi predecessori alla presidenza, che erano eletti e si mantenevano al governo grazie ad accordi parlamentari basati su un pragmatismo a oltranza che garantiva loro delle maggioranze artificiali non avallate dagli elettori. Però, nonostante la consistenza della sua vittoria, la foto della Bolivia che esce dal voto di domenica è quella di un paese profondamente diviso fra l'occidente indigeno, dove Evo ha letteralmente fatto il vuoto, e l'oriente autonomista che ha detto un no secco al capo dello Stato e ha ratificato a valanga i suoi 4 governatori. Così dopo una giornata pacifica, tutti hanno festeggiato e in questo fatto apparentemente di buon auspicio risiede invece il dramma della Bolivia: la conferma e il rafforzamento del «catastrofico pareggio» fra due blocchi etnico-regionali con visioni del paese contrapposte. Secondo dati non definitivi il governatore di Santa Cruz Ruben Costas, è stato confermato con quasi il 70%, Mario Cossío e Ernesto Suarez, di Tarija e di Beni, con più del 60%, e Leopoldo Fernandez, di Pando, con circa il 55%. Come premio di consolazione, Evo è riuscito a cacciare il governatore di Cochabamba Manfred Reyes Villa e quello di La Paz Josè Luis Paredes, due dell'opposizione che avevano vinto le elezioni del 2005 in bastioni del Mas, il Movimiento al socialismo, grazie al voto incrociato. A Oruro era a rischio di bocciatura Luis Alberto Aguilar, indebolito elettoralmente da brighe interne al Mas, però in quell'area mineraria l'appoggio al governo centrale non è in discussione. Mentre Paeredes ha accettato la sconfitta, Reyes Villa ha annunciato battaglia legale per restare in carica. Ipotesi ardua visto la portata della sua batosta. «Il presidente ha vinto però l'opposizione autonomista ha vinto ancora di più. Il pareggio si mantiene e questo può essere catastrofico se non si raggiunge un accordo nazionale», ha commentato l'analista politico e deputato alla costituente Jorge Lazarte. «Evo Morales ha vinto ma ha perso», è stato il giudizio dello storico Alcides Parejas, uno degli esponenti dell'autonomismo radicale di Santa Cruz. Stando al conteggio rapido, Morales è stato «ratificato» con quasi l'80% a La Paz, Oruro e Potosì, e con circa il 70% a Cochabamba, una regione recuperata da Evo frenando l'espansione verso l'ovest della «mezza luna» autonomista capeggiata da Santa Cruz. Tuttavia - secondo una linea di divisione netta e fatta anche di vecchie rivendicazioni etniche e regionali, il no a Morales ha toccato più del 60% a Santa Cruz e Beni, e più del 50% a Tarija, Chuiquisaca e Pando, per quanto i voti delle aree rurali siano stati generalmente positivi per il presidente della repubblica. «A eccezione di Chuquisaca, la votazione per Evo Morales è aumentata in tutti i dipartimenti. A Santa Cruz fra il 33 e il 40%, a Beni fra il 17 e il 40%, a Pando è vicino al 50%», ha commentato ieri il ministro Hector Arce. In parole povere, si consolida l'appoggio sociale al governo centrale ma anche quello degli autonomisti nelle regioni sud-orientali del paese dove si trovano le principali riserve di gas e le terre più fertili. «E' un sostegno alla decisione popolare espressa nei referendum autonomisti dei mesi scorsi che apre la porta all'applicazione degli stati di autonomia», ha detto il governatore Mario Cossío. «Quella che doveva essere un'imboscata è stata sconfitta dalle urne», ha attaccato il governatore Costas, in sciopero della fame (ma tanto, come vecchio ganadero, è grasso e non corre pericoli) per protesta contro un taglio di imposte deciso dal governo centrale per finanziare progetti sociali. Costas ritiene che il voto di domenica non risolverà i problemi della Bolivia e ha chiamato «macaco» Evo Morales, senza nominarlo, e «macacón» Hugo Chavez, colpevoli secondo lui di un nuovo terrorismo di Stato. Inoltre ha già annunciato la creazione di una polizia e di un'agenzia tributaria di Santa Cruz, oggi al di fuori di ogni base legale. A Santa Cruz una moltitudine ha riempito la piazza 24 de Septiembre, il cuore della città, sventolando bandiere bianco-verdi della regione e suonando ritmi carnevaleschi. A La Paz e nelle regioni «eviste», folle altrettanto entusiaste celebravano la vittoria cantando canzoni come «coca, coquita» e chiedendo a Morales «mano dura» contro la destra. «Evo Morales non ha perso però a noi non importa niente. Qui a Santa Cruz abbiamo vinto. Con questo risultato non potrà continuare a romperci le scatole», ha detto il sindaco di Santa Cruz Percy Fernandez, famoso per le sue sparate, che qualche giorno fa ha fatto appello ai militari per un colpo di Stato. «Evo non potrà mettere più piede qui», gridavano i manifestanti cruceños, come se il fatto di non avere vinto in un dipartimento gli impedisse di governare in quel dipartimento. Il presidente boliviano, che ha votato nella regione cocalera del Chapare, a Cochabamba, è ritornato a La Paz il pomeriggio di domenica e quella sera ha parlato ai suoi sostenitori da un balcone di Palazzo Quemado. Un discorso breve, senza attaccare frontalmente l'opposizione e dai toni concilianti in contrasto con i toni truculenti di Costas. Ha chiesto di compatibilizzare la nuova costituzione con gli statuti d'autonomia (giuridicamente illegali), ha considerato i risultati del voto un trionfo «della rivoluzione democratica e culturale», ha annunciato nuove nazionalizzazioni di servizi pubblici e risorse naturali, ha dedicato la vittoria «a tutti i rivoluzionari dell'America latina». Ma sarà dura.

 

Il salasso quotidiano - Carlo Leone Del Bello

Confermato il dato Istat sull'inflazione: a luglio i prezzi al consumo sono cresciuti del 4,1% rispetto allo scorso anno e di mezzo punto percentuale rispetto a giugno. L'aumento dei prezzi non era così sostenuto dal 1996, cioé prima delle strette monetarie imposte da Maastricht. Tuttavia, come ben sa chi fa la spesa tutti i giorni, i rincari più sostenuti si sono verificati per i beni che maggiormente incidono sul bilancio quotidiano delle famiglie. Lo dimostrano anche l'istituto di statistica: i beni ad «alta frequenza di acquisto» sono cresciuti del 6,1% rispetto al luglio del 2007. A risultare più colpiti dall'inflazione, come al solito, i percettori di reddito fisso, in particolare i pensionati. I responsabili dell'aumento dei prezzi sono sempre gli stessi capitoli di spesa: trasporto (+0,9% rispetto a giugno) e bollette di acqua, luce e gas (+1,5%). Sorprendentemente inferiore alla media è invece l'aumento congiunturale dei prodotti alimentari, +0,1%, anche se l'incremento annuale rimane molto alto con un +6,3%. Rimangono fermi, o quasi, i prezzi di abbigliamento e calzature, di servizi sanitari e medicinali. Unico comparto che vede scendere nettamente i prezzi medi, quello delle telecomunicazioni: -0,7% congiunturale e -3,2% tendenziale. Tra i capoluoghi italiani con i più alti tassi di inflazione ci sono Ancona e Cagliari (+0,7%). Irrisorio l'aumento mensile dei prezzi a Roma (+0,1%), che rimane anche la città dove i prezzi sono cresciuti di meno nel corso dell'ultimo anno: +3,3%. Merita una menzione l'andamento dell'inflazione «di fondo», l'equivalente dell'inflazione core calcolata negli Usa, ovvero l'aumento dei prezzi dei beni esclusi alimentari ed energetici. Anche senza questa componente «volatile», l'indice dei prezzi in Italia è cresciuto del 2,8% in un anno e dello 0,4% rispetto a giugno. Potrebbe trattarsi degli effetti di «secondo round» tanto temuti dalla Bce. La conferma e la spiegazione a ciò che gli italiani già sanno, e che cioè l'inflazione reale «sembra» più alta di quella ufficiale, viene però dall'indice dei prezzi dei beni ad alta frequenza di acquisto, calcolato dall'Istat. Questo paniere «speciale» altro non fa che analizzare gli andamenti dei prezzi dei beni acquistati almeno una volta al mese, ovvero generi alimentari, bevande alcoliche e analcoliche, tabacchi, spese per l'affitto, prodotti per la casa, carburanti, trasporti urbani, giornali e periodici, servizi di ristorazione, spese di assistenza. L'aumento di questi prezzi è stato dello 0,4% su giugno, del 6,1% su luglio del 2007 e, nonostante pesino per circa il 40% sul paniere Istat, il loro contributo all'inflazione annuale è stato del 2,35%. Praticamente, oltre la metà dell'aumento medio dei prezzi è stato causato da questo tipo di acquisti. Ovviamente, per tutti coloro i quali il peso relativo degli acquisti ad alta frequenza è maggiore, l'impatto sul reddito mensile è devastante, soprattutto se lo stipendio è fisso e ancorato a inflazioni irrealistiche quali quella programmata. Dello stesso avviso è Agostino Megale della Cgil, secondo il quale per le categorie a basso reddito, fra le quali ci sono 10 milioni di pensionati a meno di 800 euro al mese e quasi un milione di precari, l'inflazione è proprio fra il 6 e il 7%. A questo si aggiunge la mancata restituzione del fiscal drag, che aumenterà la pressione fiscale dello 0,6% nel 2008. Secondo le proiezioni effettuate da Adusbef e Federconsumatori, l'aumento dei prezzi comporterà per le famiglie una spesa annuale maggiorata di 2.182 euro in media. Se chi è abbastanza fortunato da andare in vacanza se la vede con i consistenti aumenti degli stabilimenti balneari (+8%), chi rimane cerca di modificare le abitudini di consumo, per spendere di meno riempiendo ugualmente la pancia. Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltori) oltre il 60% delle famiglie sta cambiando o ha già cambiato comportamento di spesa a causa del caro-alimenti. Si risparmia sul pane (-2,5% di consumi a fronte di un aumento di prezzo del 12%) magari evitando di buttarlo e congelandolo, sulla carne bovina (-3%, sostituita dal pollo +6,6%), su frutta e ortaggi (-2,6% e -2,8% rispettivamente). In controtendenza la pasta, che vede aumentare il consumo (+1,4%) nonostante gli aumenti folli (+25% annuale).

 

Armadio della vergogna 2, arrivano le prime prove - Franco Giustolisi

Un vecchio faldone scuro, alto una decina di centimetri. Roso dal tempo, sbrecciato, polveroso. Ha un'età ragguardevole, poco meno di 60 anni. A fatica si legge l'intestazione: «Criminali di guerra - Proced. (sta per procedimenti, ndr) contro Roatta ed altri» (seguono i nomi di altri 32 imputati, ndr). Altra documentazione che si scova nel cinquecentesco palazzo di via degli Acquasparta, in Roma, dove hanno sede i vertici della giustizia militare e dove fu trovato, nel giugno del 1994, l'armadio della vergogna, che nascondeva i fascicoli delle stragi commesse dai nazifascisti, nel nostro paese, dall'8 settembre del 1943 al 25 aprile del '45. Decine e decine di migliaia di morti, all'enorme maggioranza dei quali si deve ancora giustizia, che la memoria tende a dimenticare e che la storia fatica ancora ad inserire nel suo tabellino di marcia. Ora di questo secondo armadio della vergogna di cui ho già parlato sul manifesto di circa un mese fa, e che è figlio o padre del primo, come cercherò di spiegare più avanti, si individuano le prime tracce per via di questo faldone. Contiene riferimenti alla Commissione d'inchiesta presieduta dal senatore, antifascista di lunga data, Luigi Gasparotto. Fu nominata il 6 maggio del 1946 da un governo che oggi chiameremo di centrosinistra e che più di un anno dopo un governo di formazione opposta, un berlusconiano di destra diremmo oggi, si incaricò di annullare in ogni modo, nascondendo i risultati agghiaccianti. Riguardavano le imprese compiute dai generali fascisti nei territori aggrediti dal fascismo: Jugoslavia, Albania, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia. Fu una gara, tra loro e i nazisti, SS comprese, a chi si distinguesse in bieca crudeltà. I due armadi. Italiani brava gente? No: italiani brutta gente. Ho alluso ad una stretta parentela tra i due armadi perché in quegli anni il primo governo che si richiamava alla Resistenza e alla lotta partigiana, quello presieduto da Ferruccio Parri, voleva rendere giustizia alle vittime dei nazifascisti. Ma anche jugoslavi, greci, albanesi, sovietici esigevano giustizia per i massacri compiuti dalle truppe inviate da Mussolini per «conquistare terre al sole». Allora un governo che non aveva fascisti in senso organico nel suo seno, ma che fascista era d'animo, e che io ho individuato nel mio libro «L'armadio della vergogna», nel primo o nel secondo governo De Gasperi di centrodestra, si distinse per uno sporco lavaggio di mani: si vogliono perseguire gli aguzzini nazifascisti responsabili degli eccidi in Italia, non si possono non perseguire coloro che hanno commesso crimini della stessa natura all'estero. La decisione finale: tutto fu annullato, tutto fu occultato, tutto fu fatto dimenticare. Ma alla fine i nodi, come si usa dire, vengono al pettine. E' vero, c'è voluto più di mezzo secolo, ma che vogliamo farci, questa è l'Italia. Nell'immediato dopoguerra faceva sparire brutalmente quel che serviva a bloccare la giustizia, oggi uomini che vengono dal niente si inventano il lodo, che è un dolo, per arrivare agli stessi risultati. Bisogna dare atto ai «nuovi» della loro maggiore eleganza rispetto ai «vecchi»: ci mettono persino l'avallo del Parlamento. Dove sono le carte? Torniamo all'armadio della vergogna numero due, la cui esistenza fu prospettata al Consiglio della magistratura militare dall'ex procuratore militare di Padova Sergio Dini, ora passato, come circa la metà dei suoi colleghi, alla magistratura ordinaria. Dini poneva il problema: dove sono finite le carte della Commissione Gasparotto? S'è voluto eludere la giustizia? Misteri, ancora misteri, sempre misteri. «La prego, perlomeno per quel che riguarda l'oggi, non mi riferisco evidentemente ad un lontano passato, che lei ha illustrato nel suo libro, non usi il termine misteri - dice Alfio Massimo Nicolosi, procuratore generale militare presso la Corte di Cassazione, in breve la massima autorità della giustizia in stellette - lei dice misteri, ma per quel che ci riguarda non ce ne sono. Non appena ho ricevuto l'esposto del procuratore Dini ho immediatamente incaricato il qui presente capo della segreteria, dottor Alessandro Bianchi, di cercare per ogni dove quello che lei ha definito l'armadio della vergogna numero 2. Ma la montagna, e lo dico senza facile ironia, ha scoperto solo un topolino, cioè il faldone di cui stiamo parlando. Conteneva soltanto o prevalentemente corrispondenza sul tema crimini di guerra asseritamente compiuti dall'esercito italiano in terre straniere. Da una prima sommaria e superficiale visione ho accertato che si tratta di documentazione che potrebbe avere solo un valore storico. C'erano timbri di riservatezza, di segretezza, eccetera. Ne ho chiesto l'eliminazione ai ministeri competenti, la Difesa ha già acconsentito, debbono ancora rispondere gli Esteri e gli Interni: Ed io sto provvedendo ad inviare tutto questo materiale al Consiglio della magistratura militare che deciderà cosa farne e se, eventualmente, aprire un'altra inchiesta come fece tra il 1996 e il 1999 per l'armadio della vergogna numero uno». Ma dove sono finite le conclusioni dell'inchiesta condotta da Gasparotto? «Ah, questo proprio non lo so, può fare tutte le ipotesi che vuole... Un momento, dimenticavo una cosa: in quel faldone c'è anche una sentenza, mi sembra che risalga al 1951. E trattandosi di una sentenza che non può essere soggetta ad alcun segreto, ne può fare richiesta ed ottenerla». Dottor Bianchi, lei che è il ritrovatore degli armadi, individuò quello che conteneva i fascicoli delle stragi commesse dai nazifascisti con già annotati i nomi dei criminali che le avevano compiute, ha faticato più questa volta o la precedente? «Senz'altro la prima volta, chi poteva pensare, così, di prima intenzione, che quell'armadio seminascosto potesse contenere carte così interessanti: girai, girai, sinché alla fine mi decisi a vedere anche lì... Questa volta è stato molto più semplice. Ho pensato che poteva trovarsi, quel materiale, soltanto nell'archivio dell'ex procura generale presso il tribunale supremo militare, che ormai non c'è più. E alla fine, ho trovato quel faldone inserito tra tanti altri in una delle incastellature metalliche...». Ma non è possibile che le risultanze della Commissione Gasparotto siano occultate da qualche altra parte in questo enorme palazzo? «Tenderei ad escluderlo perché tutti i locali sono stati rinnovati e, poi, dopo la ricerca dell'armadio che lei ha definito della vergogna, ogni angolo era stato ispezionato. Se c'è, è da qualche altra parte, non da noi». Dove, per esempio? «Presumo al ministero della Difesa, il cui ministro a suo tempo nominò la Commissione ed è logico pensare che i risultati siano stati consegnati allo stesso ministero..». «Condanniamoli tutti, poi...». Ma non è da escludere, e questa è una mia supposizione, che sia finito al ministero degli Esteri, dato che dalla documentazione del passato emerge la sua presenza più di una volta nello scambio di informazioni con la procura generale militare in tema di stragi nazifasciste e il suo interesse d'ufficio nelle richieste degli stati invasi dal fascismo di ottenere l'estradizione dei criminali di guerra italiani. Ricordo una lettera, scovata dagli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkammer, in cui l'allora ambasciatore a Mosca Pietro Quaroni suggeriva al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, con il massimo possibile del cinismo, questa via d'uscita: «Condanniamoli tutti, a morte, all'ergastolo, poi li faremo uscire alla chetichella...». «Non mi sembra - spiega Bianchi - che ci sia corrispondenza di questo tipo. In quel faldone ci sono soprattutto lettere inviate e ricevute dal procuratore generale del tempo, credo Umberto Borsari, ai ministeri della Difesa, degli Esteri, degli Interni e viceversa. Fanno riferimento al problema dei crimini di guerra di cui furono accusati molti generali e altri ufficiali italiani». In attesa che il «malloppo» sbuchi fuori da qualche parte passiamo alla sentenza di cui ho detto e che mi è stato relativamente facile ottenere al prezzo di cancelleria di euro 4,65, compreso il diritto d'urgenza. Una sentenza curiosa per vari motivi. Anzitutto perché, con mia relativa sorpresa, viene vistata dal vice procuratore generale militare Tringali, lo stesso, se ben ricordo, che aveva inviato una sorta di circolare sulla strage delle Ardeatine, per quel che riguardava gli altri colpevoli, oltre a Kappler, questa la conclusione: «...non sembrando conveniente turbare ancora una volta l'opinione pubblica riportando alla ribalta il triste episodio...». Nella sostanza: lasciamo perdere, non facciamo piangere ancora chi ha già pianto. E la giustizia? Non aveva ingresso. Come capita oggi, del resto, per altri versi. Fu quella circolare che mi arrivò in forma anonima nei primi mesi del '96 al giornale dove allora lavoravo, fogli ingialliti dal tempo, sbrecciati, in parte illeggibili, a convincermi ad iniziare l'inchiesta sull'armadio della vergogna. Ma la sorpresa maggiore mi è venuta perché nella sentenza non ci sono i fatti cui conseguirono le imputazioni, solo alcune date che non si comprende a cosa si riferiscano. Non credo che si tratti di motivi di sintesi: la burocrazia se si è distinta in questo campo, lo ha fatto sempre per il motivo opposto. Quindi tacere, nascondere, far finta di niente. Vengono riportati soltanto i motivi di carattere generale delle imputazioni: «Concorso in uso di mezzi di guerra vietati, concorso in rappresaglie ordinate fuori dai casi consentiti dalla legge (mi sfuggiva che alcune rappresaglie erano legislativamente consentite, ndr). La premessa si riferisce alle «relazioni del nuovo governo jugoslavo contenenti un lungo elenco di persone ritenute criminali di guerra. Queste relazioni inviate in Italia, vennero esaminate da una Commissione d'inchiesta per i presunti crimini di guerra (leggi Commissione Gasparotto, che aveva ritenuto queste relazioni, quanto meno, fondate, ndr) istituita presso il ministero della Guerra. Accogliendo le proposte di tale Commissione d'inchiesta, il ministero presentava le seguenti richieste di procedimento...». Segue un elenco di 33 nomi, tanti evidentemente, ma assai inferiore agli oltre ottocento denunciati dalle nazioni aggredite dal fascismo. In questa sentenza, come si vedrà, quasi tutti gli imputati avrebbero dovuto rispondere dei loro crimini commessi in Jugoslavia. Mancano però, i nomi di tutti gli altri, non si sa se per loro sono state emesse sentenze di altri tribunali militari dopo le inchieste della Commissione Gasparotto. «Roatta Mario, Comandante della II. Armata; Robotti Mario, comandante dell'XI. Corpo d'Armata e, successivamente della II. Armata; Bastianini Giuseppe, governatore della Dalmazia; Magaldi Gherardo, presidente di un Tribunale Straordinario in Dalmazia; Serrentino Vincenzo, membro di detto Tribunale; Giunta Francesco, governatore della Dalmazia, Alacevich Giuseppe, segretario del Fascio di Sebenico; Rocchi Armando, comandante della sezione di Sabbioncello; Pirzio Biroli Alessandro e Zani Francesco, il primo Governatore del Montenegro ed il secondo comandante di una grande unità in Montenegro; Gambara Gastone, comandante dell'XI Corpo d'Armata; Coturri Renato, comandante del V. Corpo d'Armata; Grazioli Emilio, Alto commissario per la provincia di Lubiana; Dal Negro Pier Luigi, Sestili Gualtiero, Fais Giovanni, Sartori Giuseppe, Viscardi Giuseppe, Delogu Giuseppe, già in sevizio in Jugoslavia; Barbara Gaspero, prefetto di Zara, Brunelli Roberto e Spitalieri Salvatore, già in servizio in Montenegro; Testa Temistocle, prefetto di Fiume; Fabbri Umberto, comandante del V. Raggruppamento g.a.f.; Roncoroni Alfredo e Gaetano Giuseppe, in servizio alle dipendenze del Comando dei Carabinieri della Dalmazia; Viale Carlo, comandante la Divisione "Zara"; Manutello Fabio, ufficiale della Divisione "Bergamo", David Tommaso, comandante della 28. Compagnia M.v.a.c.; Scalchi Ivan, comandante della 107. Legione M.v.s.n. in Zara; Mauta Eugenio, Commissario civile di Cabar; Cassanego Emilio, Commissario civile del Distretto di Ornomeli; Giorleo Armando, comandante del I. battaglione del XXVI. G.a.f; Magaldi Gherardo, quale presidente di un tribunale militare in Atene». Ma di questa sentenza quel che più colpisce è la chicca finale: «Tutti non punibili per mancanza di parità di tutela penale da parte dello stato nemico (dimenticando persino un ex davanti a quel nemico, ndr)». Il tutto sulla base di una «comunicazione del ministero degli Esteri», espressamente citata: «Gli stati ex nemici di cui trattasi non garantiscono la parità di tutela penale allo Stato italiano ed in pratica ciò ha portato ad assicurare l'impunità a molti stranieri responsabili di gravi delitti contro combattenti e prigionieri italiani», che non va dimenticato, erano gli invasori. Il tutto firmato da: «Giudice istruttore militare, ten. gen. B. Olivieri». Sembrano affermazioni di leghisti e fascisti che dicono: nei paesi islamici non vogliono far costruire chiese e noi non faremo costruire moschee. Quella comunicazione del ministero è datata 2 luglio 1951, la sentenza è del 30 luglio dello stesso anno, esattamente 29 giorni dopo. Nessuno mi toglierà dalla testa che i giudici militari prima di esprimersi hanno atteso il «la» politico del governo attraverso il ministero degli Esteri. E appena sette giorni dopo, precisamente il 6 agosto, una grande scritta, a margine della sentenza, con tanto di firme e timbri, annuncia: «La presente sentenza è definitiva». Una specie di lodo Alfano, insomma, che io preferisco chiamare dolo.

 

Un luogo per riannodare i fili a sinistra - Vincenzo Vita*

E' difficile sottrarsi al fascino indotto da «un progetto che riunisca», sollecitato domenica scorsa da Rossana Rossanda su queste pagine. Il concentrato di cose, di eventi, di crisi delle economie e delle soggettività è stato talmente forte, negli ultimi mesi, da creare un vero e proprio spiazzamento. Come è dopo le sconfitte non previste in qualità e dimensione, o non sufficientemente elaborate nei loro effetti. Certo è imbarazzante prendere atto che nell'Italia della sinistra più forte d'occidente e della cultura politica maggiormente sofisticata abbia vinto per la terza volta Berlusconi. Meglio, il berlusconismo, costituito da un intreccio di populismo e di pulsioni autoritarie. Un peronismo mediatizzato. Un pezzo di quel fenomeno postliberista che è stato chiamato «surmodernità». Ipermodernità. Di tutto questo quanto si è capito nel corso degli anni? Sono tra coloro che scelsero di rimanere nel Pd, contribuendo a dare vita all'ipotesi di una sinistra «interna-esterna» alla costruzione di un soggetto politico nuovo, in cui avesse cittadinanza e ruolo una sinistra, appunto. Ora, di fronte al curioso dibattito estivo in cui diversi esponenti del Pd, così rigidi sulla necessità di costruirlo un tempo e curiosamente dediti a sfrangiarlo, molto sarà da considerare. Tuttavia, non è né immaginabile né utile dare per persa, sulla via di un inesorabile moderatismo, una forza rappresentativa di un terzo dell'elettorato, continuando a ritenere - ecco il punto - che «sinistra» sia un territorio definito, un recinto consegnato dalla tradizione, un luogo. Lo è anche, ma è ben riduttivo immaginare che cominci e si esaurisca lì. E' auspicabile, anzi, che la sinistra risorga nella sua pluralità di esperienze, tendenze e opportunità organizzative. Come sarà mai possibile, altrimenti, riannodare i fili di un tessuto così strappato? Ai limiti del Pd non ha fatto da pendant la vicenda della «Sinistra arcobaleno»? Con tanta amarezza, ma con l'urgenza di ricominciare facendo tesoro degli errori. Del resto, nel Pd il dibattito è aperto proprio su questo punto: se riprendere il confronto con la sinistra, ovvero volgersi verso l'Udc. E' un riassunto probabilmente troppo breve, ma la sostanza è questa. E per perseguire la strada di un centrosinistra rinnovato servono scelte impegnative sulla pace, sull'ecosistema rompendo con la logica della sviluppo quantitativo legato al Pil, sul lavoro contro la precarietà, sulla laicità delle istituzioni, sulle libertà e sui diritti. Serve una straordinaria battaglia ideale, sociale, morale. Se ci si dà una mano, verosimilmente l'opposizione al governo sarà più efficace. Così come è essenziale un pieno ritorno in scena dei movimenti, a partire dagli studenti e dagli insegnanti, contro i selvaggi tagli messi in atto dal governo, che peraltro ha provveduto a togliere a tutti salvo che agli affaristi e agli speculatori. In tale prospettiva è importante che diventi un riuscito appuntamento delle opposizioni la manifestazione indetta per il prossimo 25 ottobre. E' necessario, però, che si trovi un luogo politico in cui confrontare idee e pratiche di sinistra. Un progetto può riunire se ci sono momenti per evitare la rassegnazione o la pura autocritica. Esistono diverse strutture, dal «Centro per la riforma dello stato» all'associazione «A sinistra» che si è proposta per dialogare con chi sta nella «terra di mezzo». Perché non costruire una rete, un laboratorio per volgere in positivo l'insufficienza della vecchia forma-partito?   (*senatore Pd)

 

Liberazione – 12.8.08

 

«Saakashvili ha commesso un grave errore politico» - Antonella Marrone

La Russia ha aggredito la Georgia. Così dice il presidente Mikhail Saakashvili, così le notizie che arrivano. Ma Giulietto Chiesa, che conosce benissimo la Russia, la sua storia, la storia di un impero che si chiamava Urss, nega decisamente. È stato in Ossenzia, quest'anno, ha tanti amici da quelle parti, ascolta quotidianamente i tg russi. Siamo di fronte all'ennesima bufala mediatica? Qualcosa che ricorda le tristi armi di distruzione di massa "scoperte" in Iraq? «Questa è una notizia falsa a cui non bisogna credere. I Russi non hanno occupato un bel niente, si sono attestati sulla linea del accordo del 1992 di Dagomys e non hanno nessuna intenzione di uscire da quei contorni Che cosa sta succedendo allora? Siccome i georgiani continuano a bombardare con l'artiglieria i centri dell'Ossezia del Sud, evidentemente i Russi devono impedire questi bombardamenti e andranno con l'aviazione sui punti di concentramento delle truppe georgiane al di fuori della frontiera dell'Ossezia del Sud. Non possiamo nasconderci dietro un dito. Qui c'è una guerra dichiarata contro una popolazione di meno di 100 mila abitanti colpita a freddo. Fatto assolutamente inspiegabile se non con un'operazione politica provocatoria. Provocatoria con quale obiettivo? E perché proprio adesso? Il presidente Saakashvili ha dichiarato: «Noi interveniamo per ristabilire l'ordine costituzionale». Questa frase è una confessione, perché l'ordine costituzionale che il presidente georgiano vorrebbe ristabilire in Georgia non esiste dal 1991 quando l'Ossezia del sud si è dichiarata indipendente contemporaneamente alla dichiarazione di indipendenza della Georgia dall'Unione Sovietica. Quale ordine costituzionale vuole ricostruire? Chiunque capisce che questa cosa non sta in piedi. Sono stati massacrati migliaia di civili, ci sono 70 mila profughi su una popolazione di 100 mila. Che cosa doveva fare la Russia, ritirare le sue truppe? La Russia sta lì sulla base di un accordo politico firmato anche dalla Georgia, tanto è vero che c'erano le forze di interposizione. Ritirarsi quando gran parte di questi 100 mila individui, tutti cittadini russi (perché in questi anni hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza russa) non vogliono rimanere sotto la giurisdizione georgiana ... Ma lasciamo stare. Questa è un'operazione politica interamente costruita dagli Stati Uniti. Perché proprio adesso? Per creare uno stato di guerra in Europa. Questa è l'unica risposta politica a questa situazione. Il contesto è semplicissimo: la Georgia vuole entrare nella Nato domani e nell'Unione Europea dopodomani. Siccome ritiene di avere questa chance a portata di mano, sta forzando gli eventi. Io ritengo che il calcolo sia stato sbagliato, forse potrà entrare nella Nato, ma certo in Europa... tirarsi dentro un paese che è in con la Russia.... La Russia non ha accettato la proposta di tregua europea. La Russia si fermerà quando i georgiani se ne andranno dal territorio che hanno occupato. Lo ha ripetuto oggi (ieri ndr) Medvedev: porteremo l'operazione alle sue logiche conclusioni. La tesi secondo cui la Georgia è occupata dalla Russia è una menzogna clamorosa. Non c'è stato un solo attacco, una sola bomba su città georgiane. Però arrivano immagini di guerra... Le immagini che arrivano si riferiscono a Tskhinvali e alla zona dell'Ossezia. Guarate la cartina, anche se è complicata... Resta il fatto che questa guerra ci ha colto alla sprovvista, a parte gli osservatori attenti alla geopolitica dell'ex impero... Beh, insomma... diciamo che siamo tutti un po' distratti. Io sapevo che la guerra stava per cominciare, ho scritto anche un lungo articolo per La Stampa . Non c'è la minima ombra di dubbio: c'è stata una valutazione sbagliata da parte della Georgia e degli Stati Uniti. Hanno fatto l'attacco pensando che Putin e Mendevev avrebbero abbozzato come hanno fatto tante volte nel decennio scorso. Ma la Russia non è più quella di 10 anni fa, né quella del 1999. La Russia è un grande, potente paese che ha in mano tutte le risorse cruciali del futuro. Che non ha più debito con l'estero, un paese che ha riconquistato il senso della sua dignità nazionale. Poi si può discutere che non c'è democrazia... ma questo non c'entra. Secondo me Saakavili ha commesso un errore politico tremendo. Ora la Russia non si muoverà più di lì, resteranno sulla frontiera stabilita dagli accordi di Dagomys, proteggeranno l'Ossezia del Sud, Putin ha già dichiarato che spenderà 10 miliardi di euro per ricostruire Tshinvali e questo farà. Torniamo all'Europa. Che cosa fare, come trovare una via d'uscita? L'Europa deve decidere semplicemente se sta dalla parte degli americani o se vuole evitare una nuova guerra fredda con la Russia. Mi spiego: avere dentro paesi come l'Ucraina e la Georgia, sostanzialmente moltiplicatori con cui gli Usa introducono in Europa i loro vassalli, come con Polonia, Bulgaria Romania, Slovenia... tutti paesi che lavorano in Europa contro l'Europa a favore degli americani, vuol dire creare una situazione di guerra con la Russia. L' Europa deve decidere se vuole cambiare politica. Da questo momento la Russia non si ritirerà più da nessuno dei fronti di tensione che gli sono creati intorno: non dall'Ucraina - e se cercheranno di portare l'Ucraina nella Nato spaccherà l'Ucraina - non dall'Ossezia e se cercheranno di portare via l'Ossezia con la forza la Russia interverrà per difenderla. La diplomazia può fare solo una cosa realistica: dire ai georgiani di tornare sulle linee precedenti. Non ci sono anche questioni economiche importati. Per esempio il petrolio? No. Ho letto delle sciocchezze clamorose tipo che i russi non hanno bombardato l'oleodotto. Certo, l'oleodotto è assolutamente fuori dall'area di interesse ed è la prova provata che si stanno mantenendo nei limiti del ritorno alla linea precedente. Se avessero voluto bombardare avrebbero bombardato Tiblisi. Non c'è una sola prova di un intervento militare russo al di fuori dei confini dell'Ossezia del Sud. I media sembrano decisamente schierati per la Georgia. O no? Io considero il comportamento dei media internazionali una vergogna mondiale. Anzi dovrebbe essere questo il segnale di guardia che dimostra come tutti possiamo essere trascinati nella guerra con una falsificazione generalizzata delle cose.

 

Ai funerali di Pininfarina brindano gli speculatori - Maurizio Pagliassotti

Torino - Mentre Andrea Pininfarina veniva chiuso dentro una bara color nocciola la borsa raccoglieva i frutti della speculazione sul titolo dei giorni precedenti quando in 48 ore aveva macinato una galoppata a perdifiato: più trenta per cento. Ieri, mentre vips e politici si accalcavano nel duomo di Torino per salutare l'amico, il mercato vendeva a mani basse ed il titolo cedeva a fine giornata l'otto per cento circa. Tecnicamente queste vendite si chiamano prese di beneficio. Comunque sia, pecunia non olet e nessuno scandalizzi. Nei libri che gli studenti di economia e commercio ingoiano negli anni universitari una regola è scritta ben chiara: quando manca un amministratore delegato si deve compare a valanga: heavy strong buy . Le statistiche dimostrano che ogni volta che muore un peso massimo di una società quotata in borsa, la speculazione fa schizzare al rialzo le quotazioni. Questo perché quando un vertice viene a mancare è probabile che chi ne prenderà il posto magari svenderà per quattro soldi, soprattutto nel caso in cui l'azienda sia nei guai proprio nel momento della dipartita del fu padrone. Ancora più appetitosa è la speculazione qualora l'azienda sia contendibile sul mercato. Sui blog che si occupano di trading on line (speculazione fulminea) ieri si discuteva con frasi tipo: "Il titolo sale perché ci sarà rinnovamento ai vertici... e poi Pininfarina come imprenditore non era un granché..." Le storiche carrozzerie Pininfarina non stavano attraversando un buon momento ed il lavoro dell'ing. Andrea consisteva in un disperato tentativo di trasformarsi da carrozziere (settore quasi spacciato, vedi vicenda Bertone) in produttore. Per quanto fosse un marchio conosciuto in tutto il mondo, da anni Pininfarina chiude i bilanci in perdita: 8 milioni di rosso nel 2005, 22 milioni nel 2006 e 114 milioni nel 2007. In questi tre anni anche il risultato operativo è stato costantemente negativo, fino al picco, l'anno scorso, di una perdita operativa di 108 milioni. Un disastro. Per questo era in corso un drammatico percorso di salvataggio che culminerà, forse, nell'aumento di capitale da cento milioni di euro con ingresso di nuovi soci. In poche parole Pininfarina non sarebbe stato più padrone della sua azienda, perché la sua quota sarebbe passata dal 54% al 30%. Dentro la partita ideata da Pininfarina c'erano industriali come il finanziere Bollorè, Bombassei della Brembo e Piero Ferrari e l'indiano Tata. La Borsa, con la speculazione di questi giorni, ha scommesso che nessuno degli eredi, in primis il fratello prossimo amministratore delegato, avrà le capacità per tirare l'azienda fuori dai guai. La Pininfarina diventerà quindi una preda del mercato. Il titolo negli ultimi nove mesi aveva perso l'ottanta per cento circa. In tutto questo risiko i lavoratori sono quelli che rischiano di pagare il prezzo più alto. Già circolano voci di chiusura per lo stabilimento di San Giorgio Canavese. Forse per questa ragione ieri al funerale celebrato nel duomo di Torino operai non ce n'erano. Se i funerali delle vittime ThyssenKrupp sono stati i funerali della Torino operaia, ieri è stata la città degli imprenditori a raccogliersi sul sagrato. Dentro la chiesa c'erano solo vips e nervose guardie del corpo con gli occhiali da sole. Fuori era schierato l'esercito più una folla di curiosi che dopo aver assistito all'arrivo del feretro se ne è andata. I capitalisti più importanti d'Italia ieri erano tristi: c'erano Montezemolo, Marchionne, Marcegaglia, Della Valle, Cipolletta, Abete. La bara è giunta alle undici del mattino, proprio mentre il titolo in borsa veniva sospeso per eccesso di ribasso. Il cardinale Poletto nella sua omelia ha ricordato l'imprenditore: «Tutto il mondo del lavoro può guardare a lui come esempio di stile e di metodo. Solo così si spiega infatti la grande attestazione di stima espressa nei giorni scorsi da tutti per quanto ha fatto. Questo è l'ingegner Andrea Pininfarina che vogliamo ricordare. Severo nell'affrontare le difficoltà ma forte nel sostenere la fiducia del futuro». All'uscita mentre la crema dell'imprenditoria italiana si abbracciava commossa il titolo veniva riammesso in contrattazione. A termine giornata segnava meno otto per cento.

 

Inflazione, le mani in tasca agli italiani - Fabio Sebastiani

Pasta a +24,7%, pane a +12,9%, benzina verde +13,1%, diesel 31,4%. Erano almeno venti anni che in Italia non si riaffacciava la famigerata "inflazione a due cifre". L'Istat ieri ha pubblicato la stima preliminare per il mese di luglio riportando i dati del confronto tra il 2007 e lo stesso mese di quest'anno. Per i generi di prima necessità è un vero e proprio bollettino di guerra. I comparti più aggressivi verso le tasche degli italiani sono proprio gli alimentari e gli energetici. Secondo i calcoli di Federconsumatori, alla fine dell'anno le famiglie italiane dovranno sborsare qualcosa come 2.182 euro in più rispetto al 2007. L'Istituto nazionale di statistica parla di un tendenziale annuo del 4,1%, che per i generi di prima necessità diventa del 6,3%, ma in una situazione del genere il condizionale è d'obbligo. E' il costo di tutta la "spesa quotidiana" a fare un balzo in avanti: dalla carne (+4,2%), al latte, formaggi e uova (+8,7%), dal pesce (+3,8%) sino alla frutta e verdura (+3,5%). A fare da traino all'inflazione è ancora il caro-energia, arrivato a segnare un +16,6% rispetto allo scorso anno, e un +2% su giugno. I biglietti aerei segnano un +11,7% e quelli ferroviari +8,3%, fino a quelli di navi e traghetti +8,1%. E sono aumentati, anche se meno del tasso medio di inflazione anche ristoranti e pizzerie (+3,5%) e i biglietti di ingresso ai parchi divertimento (+3,7%), e poi ancora i bed & breakfast (+0,2%), gli agriturismo (+2,9%) e i campeggi (+4,1% ). In controtendenza solo i prezzi degli alberghi (-0,3%). Uno tsunami, quello dell'inflazione, che sta colpendo, chi più chi meno, tutto il mondo, ma che in Italia potrebbe trasformarsi, a causa del basso tasso di investimenti e della conseguente recessione, in "stagflazione". La compresenza di inflazione e bassa crescita (stagnazione) sarebbe una vera e propria sventura per i redditi da lavoro dipendente perché significherebbe un "doppio taglio". Il primo, dall'inflazione; il secondo dal mercato del lavoro. A parlarne esplicitamente è il professor Felice Roberto Pizzuti, ordinario di Economia politica all'Università La Sapienza di Roma. Pizzuti mette in guardia anche da un'altro pericolo, che a questo punto si fa più reale, quello del fiscal drug. «A soffrirne di più - sottolinea - saranno i ceti medi, addensati nelle categorie di reddito in cui il salto da una fascia all'altra causato dall'adeguamento ai tassi di inflazione con conseguente aumento dell'aliquota fiscale è più probabile che in altre categorie». Ma non sono solo questi gli effetti indesiderati dell'inflazione galoppante. E' chiaro, infatti, che il governo dovrà rivedere diversi capitoli della sua traballante legge finanziaria. L'idea che le tasse restino ancorate tra i 41 e il 42%, come abbiamo detto prima, viene del tutto bruciata dagli eventi. Sarà da rivedere anche il tasso di inflazione programmata all'1,7%. L'Adusbef sostiene che tra le spese in salita ci sarà anche la «pressione fiscale che invece di diminuire, salirà dal 43 al 43,2 per cento dal 2009 al 2013 (previsioni Dpef) con un ulteriore salasso di 255 euro in media per nucleo famigliare, senza contare i tributi locali». Altrettanto duro e preciso il commento del sindacato. «Con questa inflazione e senza la restituzione del fiscal drag lavoratori e pensionati pagheranno più tasse e la pressione fiscale sulle buste paga aumenterà nel 2008 di circa lo 0,6%», dice Agostino Megale della segreteria nazionale della Cgil. «L'inflazione al 4,1% conferma la nostra preoccupazione. Ci troviamo di fronte a un dato che colpisce il potere d'acquisto di salari e pensioni nel momento in cui la crescita economica è praticamente a zero, evidenziando un rischio reale di stagflazione». Secondo Megale, il dato è ancor «più grave» se collegato all'inflazione della spesa quotidiana, che superando il 6% con rincari per beni come il pane di circa il 13%, «significa che i redditi bassi soprattutto quello dei pensionati (circa 10milioni di persone sotto gli 800 euro mensili) e 800mila giovani precari che guadagnano mediamente 700 euro al mese, l'inflazione vera non è al 4,1 ma tra il 6 e il 7%». Secondo Paolo Ferrero, infine, segretario del Partito della Rifondazione comunista, «visti i tassi d'inflazione reale, il governo deve triplicare immediatamente quanto ha già previsto di stanziare per gli aumenti contrattuali, adeguando gli stipendi e i salari al tasso d'inflazione reale». «In queste condizioni inflattive - si legge in una nota - una delle prime parole d'ordine del Prc per il prossimo autunno sarà l'attuazione di un meccanismo di adeguamento automatico di salari, stipendi e pensioni all'inflazione». «Non è infatti accettabile - conclude Ferrero - che dall'ingresso dell'euro in avanti l'inflazione abbia sostanzialmente dimezzato il potere d'acquisto dei lavoratori e dei pensionati italiani.

 

Qualche idea per ricostruire la sinistra - Bianca M. Pomeranzi

Piero Sansonetti in un articolo apparso agli inizi d'agosto auspicava la convocazione di un'Assemblea della Sinistra per reagire al disastro che rischia di coinvolgere una buona parte della popolazione italiana nei prossimi mesi e forse nei prossimi anni . Mi stupisce che quel suggerimento sia caduto nel vuoto e penso che in molte e molti dovremmo sentire la responsabilità di superare la fase di grande difficoltà che stiamo vivendo per avviare una mobilitazione collettiva di lungo periodo che ci consenta di costruire un'opposizione di sinistra. Rossanda in un recente articolo (Manifesto 10/08/08) fa un'efficace sintesi di questa situazione e delle cause che l'hanno determinata, mettendo a nudo le responsabilità attuali non solo dei partiti, ma anche dei movimenti e delle diverse soggettività che sono entrate in gioco nel tentativo di dare corpo a opzioni politiche di largo respiro in questa fase di crisi di civiltà. Il documento uscito dall'Assemblea di Firenze del cinque luglio scorso, indetta da Sinistra Unita e Plurale, ma con la partecipazione di altri attori, compreso il Movimento Politico per la Sinistra di cui faccio parte, mi sembra che intenda andare proprio in quella direzione. Mi sembra che abbia come primo obiettivo di iniziare a lavorare insieme, partendo dalla constatazione che i primi cento giorni di questo governo hanno messo in campo una "aggressiva" volontà di procedere a tappe forzate alla restaurazione di una società classista, razzista e sessista. Menzogne ripetute quotidianamente da giornali e televisioni vogliono convincerci che le uniche soluzioni alla crisi attuale, fatta di salari e retribuzioni falcidiate dall'inflazione, mentre enormi quote di ricchezza nazionale sono già state spostate dal lavoro ai profitti e alle rendite, creando un'ipoteca permanente sul futuro delle nuove generazioni, siano il protezionismo economico e l'egoismo sociale . Le "ordinanze creative" dei poteri locali distruggono i principi di "cittadinanza" fissati dalla Costituzione e devastano ulteriormente il tessuto sociale, alimentando separazione e violenza tra classi, etnie, generi e generazioni. Nulla si dice più della violenza domestica degli uomini contro le donne, della libertà femminile nello spazio pubblico, del diritto a non essere discriminati per le proprie scelte sessuali, della necessità di decidere collettivamente sull'ambiente e sui beni comuni, di una scuola che formi singoli e collettività. Ma in una situazione come questa cosa si può ragionevolmente aspirare a fare, soprattutto se questa sinistra sembra avere perso la sua capacità costituente, di produrre cioè garanzie e di creare appartenenza comune. Occorre forse in primo luogo, avere il coraggio di affrontare e di elaborare il senso di "perdita" che aleggia nelle tante comunità della sinistra e che genera conflitti difficili da sanare. Perdita di efficacia della politica rispetto alla materialità della vita. Perdita di autorevolezza della propria visione del mondo. Perdita di un luogo istituzionale. Scoprirci "fragili" , tutti un po' "mancanti" verso una realtà così complessa potrebbe così dare lo slancio per fare quello che, a volte con successo, ho realizzato nella mia pratica femminista, ovvero cercare di accantonare quello che divideva per "fare connessione" tra quello che univa. L'assemblea della sinistra dunque io me la immagino anche come la possibilità di ripartire non dalle strategie, ma dalle relazioni tra i tanti soggetti che in questo momento esprimono conflitto rispetto all'imbarbarimento della società e che rischiano l'isolamento perché la "sinistra piccola", uscita battuta dalle elezioni del 13 aprile non sta guardando a loro, al paese o all'Europa, cosa che invece fa la destra italiana che si propone come un laboratorio per l'intero continente. La sinistra piccola invece sembra guardare soprattutto alla definizione dei propri gruppi dirigenti e pur reclamando la volontà di unirsi, si divide e si esaurisce. Non credo nell'antipolitica, eppure a volte faccio fatica a capire l'autorefenzialità di molta parte del ceto politico "amico" in cui sembra sopravvivere solo l'elemento simbolico più arcaico, il patriarcato, che certamente è in crisi, perché non sa produrre senso, ma continua a proporsi come l'unico modo dello stare in politica e del "fare politica", escludendo e rimuovendo il "resto", anche a sinistra. Oggi invece occorre proprio rileggere quel "resto", anche quando si parla dei rapporti di lavoro, del capitalismo e della globalizzazione perché è quello che produce processi di differenziazione, anzi di insostenibile disuguaglianza. Vedere quel "resto" significherebbe la capacità di intervenire interrogandosi sui rapporti di potere tra le diverse soggettività e, partendo dalle relazioni "vive", potrebbe determinare "spostamenti" di coscienza collettivi e una vera e propria "metamorfosi" delle pratiche. Una sinistra così potrebbe fare opposizione e reagire alla egemonia delle destre, riportando anche il "sociale" nella politica, sottraendolo cioè alla privatizzazione e facendone una forza guida del passaggio di civiltà. Ma prima di tutto una sinistra così potrebbe reagire alla frammentazione, sempre più narcisistica e separata, che spesso percorre anche i movimenti e che non può essere affrontata con il ritorno a strutture di partito e di potere cosi come le abbiamo sinora conosciute. Forse per ricostruire la "sinistra" c'è proprio bisogno di questo e non di autocritiche né tantomeno accuse reciproche. Per questo mi auguro che la proposta di Sansonetti, non solo venga accolta, ma sia oggetto di discussione collettiva per trovare i modi migliori per realizzarla, ridando a tutte e a tutti un po' di fiducia per il futuro, rimettendo in gioco quello che avevamo avviato un anno fa con la manifestazione del 20 ottobre e che poi è stato accantonato dalla politica "istituzionale".

 

La Stampa – 12.8.08

 

Bush: volete rovesciare Saakashvili – Maurizio Molinari

Pechino - Alla Casa Bianca e al Cremlino è l’ora dei falchi: mentre Vladimir Putin accusa Washington di fiancheggiamento dell’«aggressore georgiano», Dick Cheney promette a Tbilisi che «l’aggressione russa non deve rimanere senza risposta» archiviando 96 ore di diplomazia di Condoleezza Rice che finora ha dato risultati assai scarsi. E George W. Bush, appena rientrato a Washington da Pechino, dichiara: «Se i rapporti che riceviamo sono accurati, le azioni russe rappresenterebbero una escalation drammatica e brutale del conflitto in Georgia. Putin vuole rovesciare il presidente Saakashvili e potrebbe bombardare l’aeroporto della a capitale Tbilisi. Le violenze dovute all’uso sproporzionato della forza contro uno Stato sovrano sono inaccettabili nel XXI secolo. Con le sue azioni Mosca sta minacciando le proprie relazioni con gli Stati Uniti». Nei giorni scorsi il Segretario di Stato e il vice John Negroponte hanno avuto via libera da Bush per risolvere la crisi del Caucaso ma la scelta di puntare tutto sulla marcia indietro dell’alleato georgiano non sta pagando. Anzi, ha consentito a Putin di avere mano libera nel campo militare. I mancati risultati della Rice, evidenziati dalle difficoltà di raggiungere un’intesa all’Onu sul cessate il fuoco, rimettono in gioco Cheney, da sei mesi in ombra a causa della Realpolitik del Dipartimento di Stato avallata da Bush. Da qui la lunga e calorosa telefonata che il vicepresidente ha fatto a Saakashvili per fargli capire che l’America non lo abbandona: «L’aggressione russa non deve rimanere senza risposta, la sua continuazione avrà serie conseguenze nelle relazioni con gli Usa e la comunità internazionale». La Casa Bianca fa capire a Putin che se non fermerà gli attacchi Washington non si limiterà più a deboli iniziative all’Onu. Un primo passo il Pentagono lo ha fatto organizzando, su richiesta di Saakashvili, un ponte aereo in tempi record per far tornare in patria i 2 mila militari che Tbilisi aveva in Iraq. E’ stato proprio questo gesto a far infuriare ieri Putin, che ha criticato il «cinismo» americano e la «capacità di presentare l’aggressore come vittima». «Peccato che alcuni nostri partner non ci aiutino, ma tentino di ostacolarci», ha detto il premier russo, accusando gli Usa di «due pesi e due misure»: «Si impicca Saddam perché ha distrutto alcuni villaggi sciiti mentre si difendono i governanti georgiani che in un’ora hanno fatto sparire dalla faccia della terra 10 villagi osseti». E i media russi fanno capire che potrebbe essere non solo una «guerra per procura»: un anonimo alto funzionario dei servizi denuncia la presenza in Ossezia di «tre mila mercenari addestrati da americani».

 

Addio al nucleare, Berlino ci ripensa - SANDRA RICCIO

BERLINO - La crisi energetica sta rimettendo in discussione la politica nucleare della Germania. Nel 2000 il neo eletto governo di Gerhard Schröder (Spd-Verdi) aveva decretato la fine del nucleare tedesco con la graduale chiusura di tutte le centrali atomiche entro il 2021. Il governo di Angela Merkel, nato dopo le elezioni del 2005, ha proseguito in questa direzione e oggi nel Paese restano attive soltanto 17 centrali con una produzione che copre il 23% del fabbisogno totale. L’approssimarsi della campagna elettorale per le politiche del 2009 sta però offrendo l’occasione per rivedere le decisioni prese nel 2000 anche alla luce dei rincari dei prezzi del gas e del petrolio che stanno allarmando sempre più l’opinione pubblica nel Paese. A spingere per una modifica delle leggi del 2000 è soprattutto lo schieramento di destra che vuole porre la questione nucleare al centro della campagna elettorale. Ma la novità è che alcune voci isolate si stanno pian piano levando anche da sinistra: di recente, Wolfgang Clement, ministro dell’Economia nel governo di Gerhard Schröder e attualmente membro del consiglio di vigilanza del colosso energetico Rwe, ha lanciato un primo sasso nello stagno con la richiesta di una discussione di merito che metta fine allo status quo su questo tema. «Chi crede che si possa rinunciare alle centrali nucleari e pensa di sostituirle in dieci anni con le fonti di energia rinnovabile rischia di compromettere la crescita industriale della Germania insieme a decine di migliaia di posti di lavoro», è stato l’allarme lanciato da Clement. L’onorevole non è solo nella sua battaglia. Anche Hubertus Schmoldt, numero uno del sindacato del settore chimico, ha invitato la Spd a riflettere sulla questione del nucleare. Per risolvere il dilemma, uno dei pensatori del partito socialdemocratico, Erhard Eppler, a inizio luglio ha addirittura proposto di inserire lo stop del nucleare nella Costituzione tedesca in cambio di un allungamento della vita delle centrali. La cancelliere Angela Merkel ha respinto l’idea anche se, dietro le quinte, è stata ben lieta di vedere un evoluzione della discussione. Intanto anche l’opinione pubblica sta rapidamente cambiando rotta. In un recente sondaggio condotto da un autorevole istituto di ricerche è emerso che il 54% dei tedeschi è a favore di un allungamento della vita delle centrali nucleari. Nel dicembre 2007 la quota a favore di una proroga dei tempi si fermava al 40%. Nel frattempo, i colossi tedeschi dell’energia stanno cambiando le strategie con cui cercano di persuadere la classe politica ad abbandonare l’accordo del 2000. Di recente hanno annunciato di voler creare un fondo per lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile che sarà finanziato proprio con i proventi ricavati dall’atomo. Le lobby dell’energia sul piatto hanno messo anche la proposta di concedere bollette della luce più basse ai ceti più deboli.

 

"Non capisco l'arte contemporanea"

TORINO - Che fatica capire l’arte contemporanea. Lo dice il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che in una intervista al settimanale Grazia, spiega di voler promuovere e sostenere nuovi artisti, ma rivela: «Faccio fatica a trovare segni di bellezza nell’arte contemporanea: se visito una mostra faccio come molti, cioè fingo di capire. Ma sinceramente non capisco». «Coltivo la mia spiritualità con molta fatica e molte contraddizioni.- dice il ministro - Viviamo in un’epoca priva di spiritualità e, dunque, di bellezza. Come Ministro sono determinato a custodire e conservare tutto il valore artistico che ci viene dal passato. Ma vorrei anche riuscire a promuovere e sostenere nuovi artisti. Faccio fatica a trovare segni di bellezza nell’arte contemporanea: se visito una mostra faccio come molti, cioè fingo di capire. Ma, sinceramente, non capisco». Nell’intervista, Bondi parla tra l’altro del suo legame con Berlusconi: «Non sono attratto dal potere o dal fascino che emana bensì dall’affetto per la persona - dice - Il mio rapporto con Berlusconi è molto più complesso di come appare». Poi spiega di essere stato «uno dei consiglieri più autonomi di Berlusconi: «Il mio compito era quello di discutere in privato con lui, non quello di contraddirlo pubblicamente».

 

La Lega contro i presidi del Sud – Marco Sodano

Quattro calabresi, due campani, un siciliano. Sono sette nuovi presidi, freschissimi di nomina e già destinati a prendere servizio nelle scuole del Friuli Venezia Giulia. Tutti meridionali. Tanto è bastato a mandare su tutte le furie il senatore della Lega Mario Pittoni - capogruppo del carroccio in Commissione istruzione. Il senatore si prepara a dare battaglia: introdurrà nella legge italiana, sostiene, delle garanzie per i presidi autoctoni. «Nessuno dei dirigenti scolastici appena nominati ha radici nella nostra regione». Sospetti fannulloni? Non è questo il punto, la sindrome di Brunetta non c’entra con la protesta del Carroccio: il senatore sembra molto più preoccupato di procurare le poltrone da preside ai suoi conterranei (che, per inciso, sono anche i suoi elettori). Sicché, spiega Pittoni «la Lega sta studiando come riservare un’adeguata percentuale dei posti di dirigente scolastico vada in ogni caso a residenti nella Regione dove si deve prestare servizio». Torna in auge la polemica dei giorni scorsi sui presidi del sud che colonizzano le scuole del nord. Il senatore snocciola cifre a mitraglietta: «A livello nazionale scopriamo che su 118 posti vacanti per prossimo anno scolastico, ben 108 saranno occupati da neodirigenti che hanno vinto il concorso in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. Aggiungendo i nove capi d’istituti che provengono dalle Marche, otteniamo un totale di 117 capi d’istituto provenienti dal Centro-Sud: più del 99%». E il nord, a bocca asciutta. «Com’è possibile un fatto del genere? Quei posti sono stati assegnati agli idonei del concorso ordinario del 2004 e di quello riservato del 2006, in attuazione della Finanziaria inanziaria 2007 del Governo Prodi. A differenza delle vecchie modalità il nuovo Regolamento per il reclutamento dei dirigenti scolastici varato dal ministro Gelmini, privilegerà più il merito rispetto all’anzianità di servizio. E già questo dovrebbe fare una bella differenza. Non è credibile infatti la considerazione espressa dalla Uil scuola secondo cui al Nord i ragazzi trovano lavoro prima e spesso non c’è necessità di andare all’università, mentre al Sud all’università ci andrebbero praticamente tutti».

 

Repubblica – 12.8.08

 

Grande fuga sotto le bombe. "Tra cadaveri e macerie" - RENATO CAPRILE

TBILISI (Georgia) - Kurta è un villaggio, sarebbe meglio dire era un villaggio, a nemmeno tre km da Tskhinvali, il capoluogo dell'Ossezia del sud. Duemila abitanti, sì e no. Ma questo prima. Prima cioè che qualcuno, da Mosca o da Tbilisi o forse da entrambe le capitali, decidesse il 6 agosto scorso di cancellarlo a suon di bombe dalla faccia della terra. Questa è la storia - di parte non è escluso - di alcuni che sono riusciti a venirne fuori. Ma altri, la maggior parte di chi viveva in quel borgo o nei paesi vicini, o sono morti o sono ancora in trappola. Dal valico di Sveriako, una delle poche vie di fuga verso la Georgia, si passa infatti col contagocce. Attraversarlo, dicono, è come giocarsi la vita alla roulette russa. Zakaria, 45 anni, che con la sua famiglia ce l'ha fatta, racconta di aver visto dallo specchietto retrovisore della sua Golf, l'auto sulla quale viaggiavano due donne aprirsi come un cocomero e quelle due sventurate catapultate in un attimo nel bosco, a decine di metri di distanza. Un razzo aveva tolto loro per sempre ogni speranza di uscirne vive. Zakaria ha la barba lunga e gli occhi di chi non dorme da giorni. Indossa una mimetica ma non è un militare. I suoi abiti erano strappati e quella divisa gliel'hanno data per coprirsi. E' in un centro di raccolta profughi, dove ci sono una cinquantina di persone in tutto, alla periferia di Tbilisi. Si dice siano migliaia i profughi, 20mila o addirittura il doppio, ma nessuno finora è riuscito a contarli. Si sa solo che altri arriveranno. Tutta la zona più vicina al conflitto si sta infatti spopolando. Rimangono solo i vecchi. Zakaria a Tbilisi ci è arrivato solo ieri. E racconta, con la voce arrochita dalla troppe sigarette, di mucchi di cadaveri che da giorni marciscono in strada senza che nessuno provveda alla loro sepoltura, di case date alle fiamme, di gente allo stremo e di soprusi di ogni genere da parte di soldati russi che impediscono a chi è rimasto di mettersi in salvo. Chi riesce a passare viene perquisito con la scusa di vedere se ha addosso armi. Ma l'obiettivo è di sequestrare il telefonino per non rischiare che qualcuno porti fuori una foto, un filmato anche di pochi secondi. Qualunque cosa, insomma, possa provare, al di là di ogni ragionevole dubbio o verità di parte, quello scempio. Pukaeva Lali è ossetina e a Kurta, ironia del destino, si occupava di profughi, la condizione in cui da cinque giorni anche lei è costretta a vivere. Mezzanotte di mercoledì 6 agosto. Pukaeva, il marito e le sue due ragazze sono a letto. Un boato li sveglia. Ma è solo il primo di una lunga serie. Fanno in fretta però a capire cosa sta succedendo e fanno quello che nel loro caseggiato fanno tutti gli altri: si precipitano in pigiama giù per le scale per trovare riparo in cantina. Una quarantina di persone strette in uno spazio angusto e senza aria, donne incinte e bambini compresi. Quel "rifugio" non è certo un bunker ma è sempre meglio che restarsene al secondo o al terzo piano del loro edificio. "Da due giorni - racconta Pukaeva - sentivamo che nell'aria c'era più tensione del solito, ma non potevamo certo immaginare che ci avrebbero sparato addosso. Siamo rimasti tutti lì per ore, a tirare il fiato sperando che fosse finita tutte le volte che l'artiglieria taceva. Ma era una pia illusione, tempo qualche minuto e l'incubo ricominciava. Alle cinque del mattino sembravano essersi definitivamente calmati ad eccezione di qualche sporadica sventagliata di mitra. Ci siamo fatti coraggio e siamo risaliti nelle nostre case. Per prendere un po' di vestiti e mettere in borsa qualcosa da mangiare almeno per i più piccoli, ma alle sei siamo dovuti ritornare precipitosamente tutti giù perché altre proiettili continuavano a cadere. "Che facciamo?" ci chiedevamo l'un l'altro, mentre i bambini piangevano e molti tra i più anziani si sentivano male. Dopo un tempo che ci è sembrano infinito, più o meno alle tre del pomeriggio, nel corso di un'altra pausa più lunga delle altre, qualcuno si è ricordato di avere un amico a Mosca che forse ci poteva aiutare e lo ha chiamato. Ringrazio Iddio che quell'uomo abbia risposto e ci abbia dato un'informazione preziosa e che probabilmente ci ha salvato la vita. Avevamo solo due ore di tempo per tentare la fuga. Non abbiamo avuto esitazioni, siamo saltati in macchina e siamo venuti via con quello che avevamo indosso. Lungo la strada, dall'alto, vedevamo colonne di fumo e fiamme levarsi dalle nostre case. Anche il nostro palazzo, abbiamo saputo poi, è stato colpito. Se lei mi chiede perché tutto questo, io non so risponderle. Sono ossetina, ma non ho mai avuto problemi coi georgiani. Viviamo tutti nello stesso posto, abbiamo tutti gli stessi problemi, piccoli o grandi che siano, io la politica la lascio da parte anche se non perdonerò mai chi ha voluto tutto questo". Helena Kmdiasvili è chiaramente georgiana. Anche lei è riuscita a scappare dall'inferno di Kurta. "E' tutta colpa del petrolio se ci troviamo in questa situazione. Vogliono ad ogni costo metterci gli uni contro gli altri. Tra noi non ci sono mai stati problemi. La zona di Tskhinvali è piena di famiglie miste. In questa voglia di distruggere tutto, di seminare odio, i russi hanno dato alle fiamme anche le case degli ossetini per addossare poi la colpa a noi georgiani. E' una sporca storia che va avanti da troppo tempo, con di mezzo noi povera gente".

 

Super-specchi nel Sahara e il deserto illumina l'Europa - CINZIA SASSO

Una distesa di pannelli solari sottili come specchi distribuiti a tappeto nel deserto del Sahara. Una ragnatela di cavi ad alto voltaggio che parte dal Nord Africa e si dirama fino al Nord Europa. Potrebbe essere questa la soluzione per i più drammatici problemi che il mondo moderno si trova a combattere: la scarsità di energia e l'inquinamento atmosferico. Se diverrà realtà quello che gli scienziati si sono raccontati nei giorni scorsi all'Euroscience Open Forum di Barcellona, non c'è più da avere alcuna preoccupazione per il futuro. Almeno della nostra vecchia Europa. Basterà carpire i raggi che infiammano il deserto, quello più grande del mondo che abbiamo proprio qui sotto casa, e trasferirli. I pannelli solari disseminati nel Sahara potrebbero infatti portare direttamente a casa nostra tutta l'energia di cui abbiamo bisogno. Energia pulita e rinnovabile. Dunque praticamente infinita e non inquinante. A un costo mediamente di 15 centesimi al kilowatt più basso di oggi. Il progetto prevede la diffusione nel deserto nordafricano di pannelli solari fotovoltaici, piantati per catturare la luce del sole in un luogo dove la sua potenza è tre volte superiore a quella che ha, ad esempio, nel Nord Europa. Basterebbe, per scaldare d'inverno tutto il vecchio continente, occupare una superficie del deserto grande quanto la Lombardia. La diffusione dell'energia così raccolta, e soprattutto il suo stoccaggio, diventano però la parte più impegnativa del piano: per trasportare l'energia dal Nord Africa a tutta l'Europa, sarebbe infatti necessaria una immensa rete ad alto voltaggio di diffusione con costi che, oggi, sarebbero altissimi. Complessivamente, il progetto potrebbe toccare i 35,7 miliardi di euro. Serviranno quindi altri studi per poter immaginare una maggiore efficienza tecnologica e costi meno proibitivi. Ma anche una spesa tanto elevata, se davvero consentisse di realizzare un sistema a zero emissioni di diossido di carbonio e in grado di funzionare fino alla fine del mondo, potrebbe essere ammortizzata. Arnulf Jaeger-Walden, dell'Istituto per l'Energia della Commissione europea, dice che basterebbe catturare lo 0.3% della luce del sole che inonda il Sahara per garantire all'intera Europa tutta l'energia di cui ha bisogno. E Giovanni De Santi, l'ingegnere nucleare italiano che a Bruxelles dirige l'Istituto, spiega che gli studi sono il risultato degli sforzi fatti per aiutare l'Europa a raggiungere gli obiettivi che si è data entro il 2020: ridurre del 20% le emissioni di CO2 e trovare fonti di energia alternative e rinnovabili. "Sarebbe - aggiunge - qualcosa di veramente assurdo se non fossimo capaci di mettere insieme le nostre risorse e le nostre conoscenze per risolvere un problema comune e drammatico". Se gli studiosi illustrano un piano preciso, e non solo un sogno, è chiaro che, per la sua realizzazione, c'è bisogno di un forte sostegno politico. Secondo il quotidiano inglese Guardian, anche quest'ulteriore passo è già stato compiuto: il premier britannico Gordon Brown e il presidente francese ne avrebbero già discusso. Sarkozy avrebbe messo la realizzazione del piano tra gli obiettivi all'ordine del giorno dell'Unione per il Mediterraneo, l'organismo che riunisce i paesi dell'area e che è stato appena battezzato a Parigi. Alcuni paesi come Spagna e Portogallo, hanno già da tempo investito nell'energia solare; l'Algeria ha avviato la costruzione di un enorme impianto che combina energia solare e gas naturale. Sono i primi piccoli passi per rompere la dipendenza dal petrolio.

 

Corsera – 12.8.08

 

Il gioco di Putin - Franco Venturini

Quando una guerra è nell’interesse dei potenziali contendenti, prima o poi scoppia. Da sei giorni, mentre sul terreno le ostilità continuano, russi e georgiani fanno a gara nel mostrarsi sorpresi dagli eventi e nell’attribuire ogni colpa alla parte avversa. Ma il loro è un tragico imbroglio. Da mesi i rapporti tra Mosca e Tbilisi erano arrivati al calor bianco. Da mesi si incrociavano provocazioni reciproche. Perché da mesi Georgia e Russia preparavano, nemmeno tanto in segreto, le loro opposte strategie: Mikhail Saakashvili voleva dimostrare che la piccola e democratica Georgia aveva bisogno di entrare nella Nato per non essere alla mercé del potente vicino, e sullo slancio sperava di recuperare il controllo dell’Ossezia del Sud; la Russia del tandem Putin-Medvedev inseguiva la prova contraria, intendeva sottolineare come la Georgia delle teste calde non potesse far parte dell’Alleanza e per ogni buon conto era pronta a far intendere a tutti il linguaggio dei suoi carri armati. Nella notte del tripudio olimpico, quando Saakashvili ha lanciato la sua temeraria scommessa militare contro la capitale osseta, Mosca ha ricevuto in dono l’occasione che aspettava. E ha reagito come reagiscono sempre i generali russi, con un uso sproporzionato della forza. Ha ricacciato indietro i georgiani che già invocavano l’aiuto dell’Occidente, ha portato la sua offensiva anche fuori dal territorio dell’Ossezia meridionale, ha preparato alla guerra anche i separatisti dell’Abkhazia. E soprattutto, il Cremlino si è tacitamente rivolto alla Casa Bianca e alla Nato: davvero volete far entrare questa Georgia nella vostra Alleanza? Davvero volete mettervi in casa uno stato di guerra e di tensione permanente? Sappiate comunque che qui la forza l’abbiamo noi, e che la Georgia non riavrà né l’Ossezia del Sud né l’Abkhazia. Il boomerang di Saakashvili, incoraggiato e atteso, consente così alla Russia di inserire la questione georgiana in un contenzioso con l’America che non ha cessato di aggravarsi: Kiev e Tbilisi hanno comunque ricevuto la promessa di entrare un giorno nella Nato, non è mutata la volontà di installare sistemi antibalistici in Polonia e nella Repubblica Ceca, nel Caucaso le rivalità erano già molto accese prima che la parola passasse al cannone, e ben presto la lite geopolitica tra Usa e Russia si estenderà al controllo dell’Antartide e dei suoi giacimenti energetici. «Ci state accerchiando», si lamentano a Mosca, e senza questa psicosi secolare (così come senza il desiderio di ristabilire qualche controllo sul petrolio che viene dal Caspio) non si capirebbe la durezza e l’ampiezza della reazione russa. Come reagirà l’Occidente a una sfida tanto calcolata? E’ improbabile che voglia «morire per Tbilisi». Beninteso è giusto condannare gli eccessi russi, come è sacrosanto reclamare il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale georgiane. Ma il richiamo ai principi risulterebbe più efficace se l'Occidente non avesse nell'armadio lo scheletro ancora fresco dell'indipendenza unilaterale del Kosovo. E di un dialogo minimo con la Russia gli Usa hanno bisogno per altre crisi più importanti, a cominciare dall'Iran. Mentre l'Europa, subito impegnata in un tentativo di mediazione, si trova in acque ancora peggiori: ha in corso un negoziato globale con Mosca dalla quale dipende per gran parte dei suoi approvvigionamenti energetici, non vede di buon occhio un ingresso sollecito della Georgia e dell’Ucraina nella Nato (al vertice di Bucarest furono Sarkozy e la Merkel a frenare Bush) ma sa che presto o tardi il nodo arriverà al pettine, e soprattutto è divisa al suo interno sulla politica da seguire nei confronti del Cremlino. Con gli ex satelliti dell’Urss che spingono per la linea dura. Alla determinazione di Mosca, insomma, si contrappone un Occidente debole che ha almeno tre diverse concezioni del rapporto con la Russia: quello americano del roll-back (in attesa delle scelte del nuovo Presidente), quello timoroso dei «vecchi» europei, e quello tutto memoria degli europei che militarono nel Patto di Varsavia. Ha ragione Barbara Spinelli quando scrive che l’Unione Europea non ha saputo esportare la sua cultura fondante dove prima regnava il comunismo sovietico, e ha ragione Dario Di Vico a paventare una rassegnazione europea al pensiero debole. Ma la crisi occidentale del dopo guerra fredda risiede proprio in questa afasia ideale che fa tornare sugli altari la balance of power dei tempi andati, favorendo il brutale pragmatismo di potenze risorgenti come la Russia non meno dell’unilateralismo americano. L’Europa, rappresentata da Sarkozy, ha almeno il merito di non essersi tirata indietro. Un cessate il fuoco sarebbe un ottimo risultato per le sue fatiche diplomatiche. Ma quel che accadrà nei tempi più lunghi, almeno in Ossezia del Sud e in Abkhazia, sarà la Russia impaurita e aggressiva a deciderlo.

 

l’Unità – 12.8.08

 

Abkhazia, separatisti all'attacco

La Russia conferma la nuova controffensiva della Georgia in Ossezia del sud, ma al tempo stesso muove le sue truppe in territorio georgiano e apre un secondo fronte. Le truppe russe sono entrate nella Georgia occidentale dall'Abkhazia. Un portavoce del ministero della Difesa ha spiegato che l’operazione è solo a scopo «preventivo». I soldati di Mosca sono arrivati alle porte della città di Senaki, una quarantina di chilometri a sudest dell'Abkhazia (e a 30 km dal porto di Poti), con l'obiettivo di «impedire gli attacchi delle truppe georgiane contro l'Ossezia del Sud e il raggruppamento delle unità che partecipano alle azioni belliche» contro la regione. Altro obiettivo dell'operazione “preventiva”, ha detto ancora il portavoce, è quello di «impedire la concentrazione delle unità di riservisti mobilitati dal presidente georgiano Mikhail Saakashvili per continuare i combattimenti». Sede di un'importante base militare, Senaki è strategicamente vitale perché collega la parte nordoccidentale e sudoccidentale della Georgia con Tblisi. Secondo un responsabile governativo georgiano, invece, le truppe russe si sarebbero mosse anche dall’Ossezia del Sud. Carri armati di Mosca avrebbero così occupato anche la città di Gori, la città della Georgia più vicina alla repubblica separatista. La Russia smentisce. Circa l'80% dei 50mila abitanti era già fuggita per cercare scampo ai bombardamenti russi, come riferito da un portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr). E il presidente georgiano dice: «La Georgia non si arrenderà alla Russia nel conflitto sulla regione contesa dell'Ossezia del Sud». Saakashvili ha chiarito che il suo Paese ha fatto ogni sforzo diplomatico per cercare di portare una soluzione pacifica alla crisi. Ha però accusato la Russia di essere l'aggressore nel conflitto, partito la settimana scorsa dopo che la Georgia ha inviato le forze per riconquistare la regione filo-russa. Niente tregua, dunque, come previsto dal piano di pace in tre punti dell'Ue, firmato unilateralmente dal premier Saakashvili e respinto invece da Mosca, mentre il portavoce della Commissione Europea ha denunciato che i profughi del conflitto sono già circa 30.000 e 6.000 sono le persone che si sono rifugiate a Tbilisi. Le stime danno come «scenario peggiore» la possibilità che nei prossimi giorni altre 10.000 persone possano fuggire dall'Ossezia del Sud «se continua l'attuale situazione». L'Ue ha annunciato anche lo stanziamento per aiuti umanitari d'urgenza per un milione di euro e ha rinnovato l'appello a tutte le parti affinché garantiscano la possibilità per gli aiuti di arrivare alle popolazioni colpite dal conflitto. Intanto lunedì si è aperto un altro fronte tra Georgia e Russia. Le truppe russe presenti nell’altra repubblica separatista georgiana dell’Abkhazia, infatti, hanno ordinato il disarmo delle forze georgiane presenti nella valle di Kodori, minacciando un attacco. La Georgia ha respinto l'ultimatum. Mosca ha dispiegato negli ultimi giorni in Abkhazia novemila soldati e 350 veicoli militari, agli ordini del generale Sergei Chaban. L’autoproclamato governo autonomista abkhazo di Sergei Bagapsh ha ultimato a tutti i civili e i militari georgiani di abbandonare la valle di Kodori, unica parte dell'Abkhazia rimasta sotto il controllo delle autorità di Tbilisi. Gli osservatori della missione Onu Unomig, hanno lasciato l'Abkhazia nel fine settimana. Tbilisi ha denunciato anche un bombardamento russo alle proprie installazioni militari nella regione di Zugdidi, al confine fra Georgia e Abkhazia. Nella capitale georgiana, Tbilisi, e nel porto principale, Gori, continuano a piovere bombe. La Russia non sembra intenzionata a mettere fine alla sua offensiva contro la Georgia: il presidente russo Dmitri Medvedev ha annunciato che Tskhinvali, capitale della regione separatista dell'Ossezia del sud si trova sotto il controllo delle forze di interposizione russe. Secondo il loro comandante, Marat Koulakhmetov, truppe georgiane continuano a combattere nel capoluogo separatista osseto, dove il conflitto è esploso quattro giorni fa. Già domenica le autorità georgiane avevano dichiarato che il capoluogo osseto era in mano ai militari inviati da Mosca. L’annuncio del leader del Cremlino sembra voler segnalare il ritorno dello status quo precedente allo scoppio della guerra. La Russia ha anche sospeso i servizi postali e marittimi con la Georgia, dopo il blocco già deciso per i collegamenti aerei. Da Mosca il ministero degli Esteri russo ribadisce che le «condizioni per il cessate il fuoco restano invariate», ovvero la Georgia deve effettuare il «totale ritiro» delle proprie truppe e deve firmare un accordo di non belligeranza con l’Ossezia del Sud. Lo Stato maggiore russo ha respinto le dichiarazioni georgiane sul ritiro già avvenuto, e sostenuto che unità militari sono ancora presenti in Ossezia del Sud. Di fronte a tale situazione il consiglio di sicurezza dell'Onu ha accolto la richiesta della Georgia per una convocazione d'urgenza. Si è riunito lunedì sera. Ma l'accordo è lontano dall'essere stato trovato. La Russia non voterà la risoluzione preparata dai paesi occidentali del Consiglio di Sicurezza sulla Georgia, perchè il testo presenta «gravi lacune». Lo ha indicato Vitaly Ciurkin, l'ambasciatore russo all'Onu, sottolineando prima che la seduta venisse aggiornata che nella bozza degli occidentali «ci sono delle gravi mancanze», perché, ad esempio, non c'è «un riferimento all'aggressione messa in atto dalla Georgia». La Francia, che detiene la presidenza di turno dell'Unione Europea, aveva preparato una bozza di risoluzione, appoggiata dagli Stati Uniti, che chiede un cessate il fuoco immediato, in linea con il piano di pace in tre punti che il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha presentato alle parti. L'ambasciatore russo non ha escluso, comunque, di poter appoggiare una risoluzione emendata, anche se «i tempi non sono ancora maturi» perchè «il piano di pace verrà presentato ufficialmente domani». Ancora una volta i Quindici non sono riusciti a trovare un accordo sulla crisi del Caucaso: è la quinta fumata nera del Consiglio sulla Georgia da quando è scoppiato il conflitto. L'ambasciatore degli Usa all'Onu, Zalmay Khalilzad, ha sottolineato che, a parere degli occidentali, ora la palla passa a Mosca. «Dipenderà soltanto dalla Russia se la risoluzione passerà o meno», ha detto Khalilzad. «Per noi - ha risposto poco dopo l'ambasciatore russo, parlando con i giornalisti - la situazione non è così semplice come dicono i nostri colleghi georgiani e americani». «Noi - ha continuato il diplomatico di Mosca - vogliamo evitare che la Georgia invada di nuovo l'Ossezia del Sud e che ci sia la possibilità di un' invasione in Abkhazia».


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