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LA SCONFITTA AMERICANA

Manifesto – 13.8.08

 

La sconfitta americana - Astrit Dakli

Se davvero le armi - perlomeno quelle russe - hanno smesso di sparare, potremo fra qualche giorno, quando molta polvere propagandistica avrà lasciato posto a un po' di verità su quanto accaduto fra il 6 e il 12 agosto 2008, tracciare un bilancio di questa guerra caucasica, vissuta finora più di titoli sui giornali che di fatti concreti. Soprattutto sarà cruciale capire davvero quante vittime essa abbia causato, e quali, e dove. Finora i numeri sono stati giocati in modo propagandistico e irresponsabile da entrambe le parti (con un'unica, tragica sicurezza: quella che sempre più la libertà d'informazione è sulla linea del fuoco: quattro giornalisti uccisi, una decina feriti). Ma già ora una cosa si può dire, pronti a essere smentiti se la macchina bellica si dovesse rimettere in modo: che gli Stati uniti hanno subìto una vera catastrofe. Politica, diplomatica e persino militare; una catastrofe tanto più grave in quanto frutto diretto di una loro iniziativa. Politicamente, se forse Bush ha dato una mano al candidato repubblicano McCain - ammesso che gli elettori americani continuino a preferire chi impugna la spada a chi cerca la diplomazia - è chiaro che gli Usa si sono mostrati incapaci di difendere i loro alleati, e che la loro futura influenza nella regione caucasica e centroasiatica esce gravemente compromessa da questa crisi. Peraltro, anche l'influenza sull'Europa ha subìto in queste ore uno scacco pesante: se un pugno di governi (i baltici, la Polonia e l'Ucraina) si sono sovraesposti a difesa di Tbilisi, l'Europa che conta si è smarcata nettamente da Washington e nonostante la drammaticità della guerra anche paesi di filoatlantismo provato come Italia e Francia hanno rifiutato di schierarsi contro Mosca. Di più, il capo della diplomazia francese Kouchner ha affermato apertis verbis che «gli Usa sono parte in causa nel conflitto», e il suo presidente Sarkozy ha addirittura difeso il «diritto della Russia di difendere i russofoni all'estero» (un'affermazione invero molto azzardata e pericolosa). Ma anche militarmente per gli Usa è stata una sconfitta. Nessun dubbio che Washington abbia preparato e incoraggiato l'attacco georgiano contro l'Ossezia del sud: l'esercito di Tbilisi è stato ricostruito da zero con istruttori e armi statunitensi, addestrato fino a tre settimane fa insieme a forze americane, in Georgia come in Iraq, ed è impossibile che gli americani non fossero perfettamente consapevoli dell'imminente avventura militare del loro protetto Saakashvili. I «nostri» non arrivano. Di più: quest'avventura era stata ben pianificata e poteva persino avere successo, se si fosse svolta solo un po' più in fretta; infatti il 6 agosto il bilancio di forze combattenti nel minuscolo teatro sud-ossetino era in netto favore dei georgiani. Sarebbe bastata anche solo qualche ora in più per occupare totalmente la regione e arrivare a bloccare il tunnel di Roki, unica via rapida di comunicazione terrestre fra Russia e Ossezia del Sud. A quel punto l'unico modo che il Cremlino avrebbe avuto per reagire militarmente sarebbe stato un uso a tutto campo dell'aviazione contro la Georgia, con danni e vittime incalcolabili, e avendo nel frattempo perso ogni possibilità di giustificare «umanitariamente» le proprie azioni. Il tempo era il fattore decisivo per tradurre una superiorità tattica momentanea in un fatto compiuto difficile da rovesciare: e non per niente si è scelto per agire il momento preciso in cui il presidente russo Medvedev era in vacanza e il premier Putin a Pechino per le Olimpiadi. Era un calcolo azzardato ma reale: e la difficoltà e lentezza con cui Mosca ha reagito, politicamente prima ancora che militarmente, dimostrano che era un calcolo sbagliato di poco. E tuttavia sbagliato: Mosca ha fatto in tempo a buttare al di là della catena caucasica, nel pomeriggio del 7 agosto, qualche migliaio di uomini e un centinaio di tank - poca roba, in realtà, ma quanto bastava (insieme alla superiorità aerea) per «tenere» il tunnel e Tskhinvali, in attesa di altri rinforzi: la battaglia lì è stata dura, tra forze più o meno pari, per almeno due giorni (il ferimento del comandante in capo delle forze russe testimonia che non si è trattato di una passeggiata). E, una volta fallito il colpo iniziale, per Saakashvili non c'era un «piano B». Non c'era la cavalleria americana pronta a intervenire, gli Usa non se la sono sentita nemmeno di dare una copertura aerea «passiva», semplicemente facendo volare loro aerei su e giù per i cieli e gli aeroporti militari georgiani. La grande fuga. A Saakashvili non è restato che il ripiegamento, prima ordinato poi in forma di fuga pura e semplice, in alcuni casi quasi comica (la corsa disperata dello stesso presidente, spietatamente ripresa da un cameraman francese, verso un rifugio nella città di Gori, al solo sentire il rumore di una cannonata in distanza; o ancora la fuga disordinata delle truppe georgiane dalla città di Senaki, o dalla stessa Gori, senza che i russi neppure avanzassero). La furia americana di oggi, le rabbiose parole di Bush e Cheney, sono dovute all'evidenza di una sconfitta e al tentativo disperato di rimediarvi con la politica, facendo credere al mondo che i russi si siano fermati perché spaventati dalla voce dell'America. Ma è palese che non è così: i russi si sono fermati perché il loro obiettivo, una volta ripresisi dallo shock iniziale, era esattamente quello che hanno ottenuto: «dare una lezione» alla Georgia, smantellare almeno in parte la sua macchina militare, dimostrare l'inutilità (e la nocività) dell'aiuto Usa e Nato, rendere irreversibile il distacco delle due province secessioniste, Sud Ossezia e Abkhazia, mettere il presidente Saakashvili di fronte al suo popolo nella non facile posizione di dover giustificare la catastrofe nazionale da lui provocata. Mosca non ha vinto. Non per questo si può dire che la Russia abbia «vinto«. Al contrario: molto del lustro internazionale conquistato negli ultimi anni con i successi economici e le capacità diplomatiche è stato sepolto sotto le macerie di Gori; i rapporti con i paesi confinanti, l'Ucraina in particolare, non potranno che peggiorare, a rischio di nuove crisi; e dunque il bilancio per Mosca non è positivo. Oltre a tutto, il Cremlino potrebbe avere anche altri obiettivi, in primis la cattura e il processo del presidente georgiano come responsabile del «genocidio» in Ossezia (dove pare che davvero il primo attacco georgiano abbia fatto stragi - ma questo è un punto che probabilmente non si chiarirà mai fino in fondo). Oppure il ri-stabilimento in Georgia di proprie basi militari, o ancora un trattato internazionale che vincoli Tbilisi alla neutralità. Obiettivi ambiziosi, forse troppo per gli attuali rapporti di forze tra Mosca e il resto del mondo: certo obiettivi che Dmitrij Medvedev, avendo superato la prova del fuoco di una guerra «antiamericana», può permettersi per ora di accantonare, emergendo come il capo di uno stato potente ma ragionevole e moderato anche di fronte alle sfide armate.

 

Resti di guerra-lampo - Alberto D'Argenzio

GORI - Alza le braccia e lo sguardo al cielo, si fa il segno della croce e poi sbotta: «via, adesso partiamo per Gori». Nurtazi Siraze, l'autista ingaggiato casualmente ieri mattina, non sa nascondere la sua gioia, trattenere il suo entusiasmo. Ha una conquantina d'anni ma quasi salta nella sua auto come un bambino appena gli diciamo che Medvedev ha decretato la fine delle ostilità. La pace fa miracoli. Per tutta la mattina e la notte si è parlato di attacchi russi a Gori, i pochi corrispondenti rimasti informano di bombe e proiettili, di morti e feriti. «È lì che va misurata la tenuta della tregua», assicura baldanzoso Siraze. Parte, la strada è vuota. Solo nel senso inverso sfilano ogni tanto delle macchine e dei furgoni con famiglie di profughi che scappano, alla faccia dell'annuncio di pace da Mosca. Mano a mano che si prosegue nel cammino il paesaggio lentamente cambia. Carriarmati, blindati e camion con materiale militare addobbano i contorni della strada: sono i resti delle forze georgiane, scappate dal fronte in fretta e furia abbandonando i loro mezzi. Alcuni camion sono piazzati quasi in mezzo alla carreggiata, due hanno addirittura fatto un frontale tra loro, segno del nervosismo che ha accompagnato la ritirata delle truppe. A Kaspi, una ventina di chilometri da Gori, si vedono i primi pesanti segni lasciati dall'artiglieria russa. Una collina brucia, ma non è questo il fuoco più denso. Poco più avanti si vede la striscia nera lasciata da una fabbrica di mattoni centrata in pieno dai missili di Mosca. Altri campi bruciano di fresco sulla destra della carreggiata. Mancano cinque chilometri a Gori. Proprio alle porte della città la strada è occupata da quel che resta di un carroarmato centrato in pieno da un proiettile. Due terzi in un lato della carreggiata e il resto, calcinato, spiaccicato sull'altra corsia. Due ragazzi che camminano lentamente a bordo strada ci assicurano che si può entrare, che non ci sono più scontri e nemmeno incursioni. La tregua sembra reggere. Gori, da parte sua, si presenta spettrale, praticamente vuota. «Non è rimasto quasi nessuno, sono andati via tutti», assicura un anziano dalla porta di casa. «I russi hanno smesso di attaccare due ore fa», spiega Giorgi, l'unico militare georgiano che incrociamo a Gori. Facendo i confronti con l'ora dell'annuncio di Medvedev, i tempi coincidono. Giorgi passeggia con la divisa aperta sulla pancia e l'aria dimessa nel cortile dell'Ospedale militare. Dietro a lui tre preti ortodossi ascoltano in religioso silenzio un'unica radiolina, cercando sulle onde corte la conferma della fine delle ostilità. Oltre ai preti, solo il direttore, tre inservienti e Giorgi sono rimasti a vegliare su questa struttura su cui campeggia, dal tetto, un'enorme croce rossa. «Dalle 5 di ieri sera abbiamo iniziato a trasferire i malati a Tblisi, ne abbiamo mandati via 500», assicura Zaura Akrakadze, il direttore: «Gli attacchi delle ultime ore hanno provocato sei morti. Uno dei deceduti è un medico dell'ospedale, colpito nella notte tra lunedì e martedì da un pesante ramo che si è staccato dal tronco di un pino a seguito di un esplosione. Nessuno sa spiegare bene la dinamica, ma la bomba si vede: è piombata a un centinaio di metri, poco al di fuori del recinto dell'Ospedale. Le fronde cadute vengono utilizzate per coprire il sangue, ormai denso, del dottore. Un prete controlla l'albero, guarda in terra e si fa il segno della croce. All'esterno del recinto è ancora affissa la lista con nomi e cognomi di chi ha perso la vita o è rimasto ferito negli attacchi di domenica e lunedì. In neretto i deceduti: 88 nomi. La lista dei feriti, in caratteri normali, riempie decine di fogli. Ieri su Gori sono cadute quattro bombe e alcuni proiettili, i russi hanno colpito sia con l'artiglieria che con l'aviazione. Una bomba molto grande è piombata prima dell'alba su un edificio appena dietro la Piazza principale, quella che ospita l'ultima enorme statua bronzea di Josip Stalin, qui nato e ancora venerato. Sono passate diverse ore e l'edificio centrato dall'ordigno arde ancora liberando un fumo denso. A 150 metri, nella Piazza, alla sinistra della statua, si notano le lamiere contorte di una vettura blu. «E lì che è morto il cameraman olandese - spiega un testimone - è stata una scheggia della bomba a centrare l'auto». La dinamica è poco chiara, ma la vittima è certa: si chiamava Stan Storimans ed era appena arrivato in Georgia per seguire il conflitto per la tv olandese Rtl. La Farmacia che si affaccia sulla piazza è mezza distrutta; il centro stampa, che dista un centinaio di metri, ha tutti i vetri infranti, i fili dell'elettricità scivolano al suolo e giusto di fronte alla statua di Stalin i resti di un pezzo di bomba scheggiano l'asfalto. Un'altra macchina porta i segni della distruzione, a poca distanza da quella del cameraman. Raffiche di kalashnikov adornano le pareti delle case. Giorgi ci consiglia di non andare fino al ponte: lì, dice, «i russi potrebbero attaccare ancora». Gli uomini di Mosca, contrariamente a quanto affermato a più riprese dal Presidente georgiano Saakashvili, in questa corta guerra non hanno mai occupato Gori, ma sì l'hanno piegata. Ora sono proprio al di là del ponte, il limite nord della città, e da quel che dicono i pochi presenti, starebbero tornando verso il confine con l'Ossezia del Sud, che dista una ventina di chilometri. Mentre lasciamo la città arriva un convoglio di vigili del fuoco, i primi. Anche alcuni cittadini iniziano ad affluire per valutare cos'è rimasto delle loro case. Gli altri stanno nei campi profughi sparsi intorno a Tbilisi. Superiamo ancora furgoni e macchine stracolme di persone e cose che scappano. Il primo centro per rifugiati è a Mtshketa, 57 chilometri a est di Gori, una decina da Tbilisi. Il personale della Croce rossa ha appena tirato su sette tendoni donati dagli Usa e già affluiscono decine di famiglie. Arrivano con quasi niente, si infilano in una coda disordinata e procedono alla registrazione. In un tendone Giorgi, un vispo bambino di sei anni, canta una litania incomprensibile anche per il padre che sembra piuttosto suo nonno. Vaktang Toreshelidze viene da Nuli, un villaggio georgiano vicino a Tskhinvali, la capitale dell'Ossezia del Sud. È ferito a una mano per la scheggia di un proiettile. Vicino a lui Julia Zoziashvili sorregge un neonato e racconta di aver lasciato casa sua all'inizio delle ostilità, venerdì scorso, di essersi rifugiata a Gori, per poi venir cacciata ancor più lontano dalla guerra. «I russi hanno piazzato la loro artiglieria nel nostro villaggio - raccontano in coro tre cugini - noi siamo scappati, quasi subito». Jimsheri Saneblidze viene da Shindiz, altro villaggio georgiano intorno a Tskhinvali. «Non avevamo nessun problema, nessuna tensione con i villaggi osseti, loro usano la nostra moneta, parlano la nostra lingua - racconta Jimsheri - poi una settimana fa ci sono stati i primi morti georgiani a Tskhinvali, solo allora è intervenuto Saakashvili per difenderci, non poteva fare altro». La versione di Jimsheri forse non è quella giusta, ma è sicuramente la stessa che vuole ascoltare la folla che riempie di euforia le strade e le piazze di Tbilisi per tutto il pomeriggio e la serata. È la tesi dei georgiani aggrediti e vittime dei russi, ripetuta ancora da Saakashvili mentre arringa decine di migliaia di persone di fronte al Parlamento. Tutti ce l'hanno con Putin, cantano l'inno e urlano «Georgia, Georgia», tripudio per un paese e un Presidente sconfitti sul campo. «Saakashvili ci ha difeso», fa un ragazzo mentre appende su un albero una foto di Putin con i baffetti da Hitler. In poche ore l'euforia prende il posto del panico da invasione: i miracoli della pace. Che non cancellano però i danni, umani, materiali e politici di questa veloce guerra, né risolvono i problemi di chi è piombato da protagonista in una catastrofe umanitaria. «Quando potrò tornare a casa?», si chiede Julia. Sa di trovarsi ormai dall'altra parte di una frontiera segnata dalle armi. Non sarà facile sistemare questi profughi.

 

Notizie impazzite dall'Ossezia senza stampa «vera» - Lucia Sgueglia

Forse con il cessate il fuoco anche la stampa internazionale arriverà a Tskhinvali. Fino a ieri quello che sapevamo era affidato ai fotografi (i primi arrivano l'11), brevissimi blitz della tv russa embedded con l'Armata federale, e ai blog. Così per tutti la capitale sudosseta, cuore e causa scatenante del conflitto, «città fantasma» lo era soprattutto nella copertura mediatica. Assente. Tra le prime immagini le foto AP firmate Metzel: campo stretto su edifici distrutti e arsi, ma anche gente in strada (tra case integre), i primi probabilmente a uscire dai bunker in cui si diceva la popolazione si fosse rinchiusa nell'infuriare della battaglia. Dunque non deserta la città e popolata solo di truppe russe come recitavano molti media occidentali. Ma pericolosissima se i primi due reporter caduti sono proprio russi, entrati in città a cavalcioni dei tank di Mosca da nord all'inizio degli scontri. Devastati o danneggiati al 70% gli edifici cittadini, dice all'agenzia di stampa russa Novosti il sindaco di Tskhinvali Robert Guliyev: «Circa 15mila civili rimangono in città, che prima dell'attacco aveva 30mila residenti». Per il generale Nogovitsyn, vice capo del comando militare russo, tutti gli asili, scuole e l'unico ospedale cittadino sono andati in pezzi il primo giorno dell'attacco. Conferma la tv all news Vesti nel pomeriggio di ieri trasmettendo le prime immagini dalla capitale: «Solo adesso che i giornalisti sono potuti entrare a Tskhinvali, è evidente la reale entità della tragedia sudosseta. In questi pochi giorni la città è stata in pratica interamente distrutta. Nessuno ora può contare il numero delle vittime. Si dice siano più di 1500. Ma molti sarebbero ancora bloccati sotto le case crollate. Speriamo che con l'aiuto della Russia la vita qui possa riprendere». Scorrono per ore invece le immagini dei campi profughi allestiti in Nord Ossezia, territorio russo. Una donna intervistata parla di strade piene di cadaveri: «questa è la fine della Georgia. Non sono persone, sono fascisti. Hanno lasciato morire donne e bambini». Poi c'è il blogger, divenuto famoso con la traduzione on line dei suoi diari del 9 agosto, rupor_naroda il suo nick su Livejournal.ru: «Sono vivo! La città è completamente distrutta, come fosse Stalingrado. Finché è possibile scriverò ancora... ma il mio cellulare sta morendo». Dunque il black out non è totale. «Davanti ai miei occhi un padre con suo figlio sono stati arsi in una macchina, prima le loro teste spaccate, pezzi di cervello ovunque. Siamo pronti alla difesa. Pare che Saakashvili voglia la vendetta. Oggi i georgiani hanno ucciso la mia vicina Janika e suo padre. Lei ha due figli, 1 e 4 anni. I georgiani sono disumani. Li ho visti sparare a una macchina con un bimbo dentro. Hanno attaccato per tutto il giorno, la città brucia alle fondamenta. Finora li abbiamo fermati. Ma non è chiaro cosa succederà». Nascosto in un bunker di Tskhinvali, l'8 il reporter russo Mikhail Romanov parla di «un cannoneggiamento senza fine». Due giorni fa sono arrivati da Mosca anche i primi convogli umanitari, e investigatori per raccogliere prove dei «crimini di guerra» georgiani.

 

Piano di pace offresi. La «patacca» di Olmert - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il presidente palestinese Abu Mazen ha respinto ieri un tentativo del premier Ehud Olmert, oltretutto un anatra zoppa che sta per uscire di scena, di ripresentare il «piano di pace» israeliano che circola ormai dal 2000 e che prevederebbe la restituzione ai palestinesi del 93% della Cisgiordania. Un piano che lascia a Israele il controllo di tutta Gerusalemme, inclusa gran parte della zona araba (Est) occupata nel 1967, e che scrive la parola fine sul «diritto al ritorno» per i profughi, senza prevedere alcuna assunzione di responsabilità, anche solo parziale, dello Stato ebraico nella tragedia dei palestinesi costretti a fuggire o espulsi dalla loro terra nel 1948. Il divario tra la posizione israeliana e quella palestinese è ancora «molto grande», ha spiegato il portavoce della presidenza dell'Anp, Nabil Abu Rudeinah, precisando che «non è stata chiusa nessuna delle questioni» affrontate sino ad oggi dalle due parti. Ma Abu Mazen sa che il passo fatto da Olmert avrà comunque delle ricadute negative sull'Anp che, è facile immaginarlo, verrà accusata da più parti di aver detto di «no» alla «proposta generosa» di Olmert, così come accadde ad Arafat quando nel 2000 a Camp David non accettò le offerte altrettanto «generose» dell'allora premier israeliano Barak. Secondo il piano Olmert riferito ieri dal quotidiano Haaretz, in cambio della porzione di territorio (7%) della Cisgiordania che Israele intenderebbe mantenere per i propri insediamenti colonici (illegali per le leggi internazionali), ai palestinesi verrebbero offerti «terreni nel deserto del Negev». I palestinesi avrebbero diritto a spostarsi fra Gaza e Cisgiordania senza controlli israeliani, usando un corridoio sicuro. Le mappe che sarebbero state presentate ad Abu Mazen indicano che Tel Aviv intende annettersi la porzione di territorio cisgiordano oggi delimitata dal tracciato del «muro di separazione», a conferma che la barriera descritta da Israele come una misura di sicurezza contro gli attentati, in realtà è stata costruita per conseguire, prima di ogni altra cosa, un preciso obiettivo politico. «Dal momento che Olmert e il ministro della Difesa Ehud Barak hanno approvato di recente la costruzione di case per coloni israeliani sia a Efrat che a Ariel, due insediamenti relativamente distanti dalle linee di armistizio del 1949 - ha scritto Haaretz -, è ragionevole credere che Olmert voglia includere anche questi insediamenti nel territorio da annettere a Israele». Il piano peraltro non fa alcun riferimento al destino delle decine di migliaia di palestinesi che oggi vivono tra il muro e la «linea verde» (il «confine» tra il 1949 e il 1967). Che fine faranno, verranno espulsi dalle loro case e costretti ad andare nello «Stato palestinese»? L'ipotesi non è remota visto che, ad esempio, per i profughi del 1948, Olmert prevede il loro «rientro» esclusivamente nei territori cisgiordani e di Gaza e non ai loro centri abitati originari, come vuole la risoluzione 194 dell'Onu. Tutto programmato invece per i coloni israeliani residenti negli insediamenti che rimarranno fuori dal nuovo confine. Verrebbero evacuati in due fasi perchè Olmert pensa ad iniziale accordo provvisorio e ad un successivo accordo definitivo senza però fissare scadenze precise. E' la soluzione ad interim che Abu Mazen ha sempre rifiutato perchè i palestinesi, dopo decenni di occupazione, vogliono un accordo definitivo e non a tappe come quello di Oslo del 1993 fallito nel 2000. La seconda fase alla quale pensa Olmert infatti scatterebbe quando i palestinesi avranno completato una serie di «riforme interne»: solo allora il governo israeliano provvederà a evacuare tutti i coloni rimasti a est del nuovo confine. In sostanza ai palestinesi le terre verrebbero restituite solo una volta che l'Anp riprenderà il controllo di Gaza, ossia quando i palestinesi di Hamas e Fatah si affronteranno in una guerra interna sanguinosa e definitiva. «In questo modo - ha spiegato Haaretz - Olmert potrà dire alla sua opinione pubblica che Israele sta conquistando il 7% della Cisgiordania e un confine riconosciuto, mentre gli impegni israeliani verranno rinviati alla fine del potere di Hamas a Gaza». E Abu Mazen cosa dirà ai suoi?

 

Argentina dei miracoli. Altri due figli rubati tornano dalle nebbie di quel massacro - Sebastian Lacunza

BUENOS AIRES - Sono le quattro. E' tutto un ridere e abbracciarsi commossi nella frenetica sede delle Abuelas de Plaza de Mayo, nel quartiere Monserrat di Buenos Aires. Due generazioni e un genere dominano questo pomeriggio dell'inverno australe. Giovani, per lo più donne, tra i 25 e i 35 anni, con le loro abuelas, le nonne, già oltre i 75. La generazione intermedia quasi non c'è. Mancano i genitori. Mancano i figli. Sono scomparsi, desaparecidos. Tanta incontenibile allegria si deve alla notizia appena arrivata. Altri due giovani, entrambi figli di desaparecidos, sono riusciti a ricostruire la loro vera identità. Altri due sono tanti, in quasi trent'anni i nipoti restituiti alle loro famiglie sono meno di cento. Gli ultimi due «miracoli», così li chiama Estela de Carlotto, presidente delle Abuelas, sono rispettivamente i figli delle famiglie Castelli-Trotta e Goya-Martínez Aranda. Entrambe le coppie di genitori, di Buenos Aires la prima e del Chaco (a nord) l'altra, erano militanti montoneros, la guerriglia della sinistra peronista degli anni '70, massacrata in notti di terrore dalla dittatura di Jorge Videla e Emilio Massera. È lì che festeggia accanto al corridoio, il volto fiero, sorride con discrezione lontano dai flash. Bisognerebbe vederla Elsa Oesterheld, dritta come un fuso, elegante, con i suoi ottant'anni passati. Che dirle? Che domandarle? Le sono scomparse le figlie Estela di 24 anni, Diana - incinta - di 23, Beatriz di 19 e Marina di 18 anni, anche lei incinta, sparita con suo marito Héctor, uno dei maggiori fumettisti del Novecento non solo argentino (L'Eternauta, per fare un nome). Anche i generi di Elsa, desaparecidos. Tutto accadde fra il 1976 e il 1977, con le atroci procedure che marinos, poliziotti e militari incisero per sempre nel subconscio dell'Argentina. Elsa è una Abuela, e ha i suoi due nipoti da trovare. Ma l'affetto che si respira tra queste mura fa intuire che nipoti e nonne hanno stretto fra loro un patto terapeutico per la pace: i nipoti ritrovati sono nipoti di tutte le nonne, e le nonne sono nonne di tutti i nipoti. I due giovani che hanno appena conosciuto la verità sulle loro vite (lei Castelli-Trotta ha 31 anni, lui Jorge Goya-Martínez ne ha 28) oggi non ci sono. C'è invece Veronica Castelli che risponde alle domande «in un giorno importante come quello in cui diventai madre». Mette subito in chiaro di non voler rivelare dettagli sulla sorella ritrovata. Non svelerà il suo nome, non dirà se la conobbe o meno. «Fu cresciuta da un fratello di mio padre che non condivideva neanche lontanamente le idee dei miei genitori», racconta. I suoi tutori le vietavano perfino di nominare i suoi genitori, accennare alla loro militanza neanche a pensarci. Sua sorella ricostruì la sua storia a singhiozzi e quando ne prese coscienza dedicò tutta se stessa alla militanza in «Hijos», Figli, l'organizzazione che riunisce i nipoti delle Abuelas. «Chi sono oggi, l'aver potuto studiare all'università, avere degli amici, ha molto a che vedere con il fatto che sapevo da dove venivo. Tutti hanno il diritto di saperlo per poi poter scegliere», ribadisce la giovane Veronica. Veronica lavora tra l'altro per la «Commissione nazionale per il diritto all'identità» e per lo «Spazio per il recupero della memoria», l'ex Esma (la Escuela mecanica da la armada, il maggiore Konzentrationslager argentino). Appena ha intravisto un indizio per poter recuperare sua sorella, ha delegato la ricerca ai suoi colleghi. Il caso Castelli-Trotta fornisce un dato di speranza per le Abuelas, una traccia. Che porta verso la chiesa cattolica argentina. L'adozione della giovane recuperata, infatti, fu gestita dal «Movimento familiare cristiano», un'associazione di laici e religiose, e le Abuelas sostengono che proprio il Movimento sia la pista giusta - una pista che si sta ricostruendo ormai da anni - e che proprio da lì potranno venire fuori molti altri nipoti. «La cosa è chiara, accoglievano i ragazzi e non si facevano molte domande, oppure erano complici. E' così che hanno impedito ai ragazzi di ritrovare le loro vere famiglie», spiegano le donne di Abuelas. Gli avvocati stanno forse per svelare un nuovo capitolo sui rapporti fra chiesa e dittatura. «So per certo che i miei nonni (ormai scomparsi) erano di origine italiana, ma non ho mai saputo se erano nati qui o lì», racconta Veronica. Gioca con le mani nervose, e afferma con lacrime prudenti: «Non mi sono mai sentita così appagata». Sembra che Emilio Goya - il fratello di Jorge, l'altro giovane recuperato - sia anche lui qui nella sala, ma non vuole farsi riconoscere. Di tanto in tanto scambia un'occhiata complice con gli altri Hijos. Domani questo suo fratello ritrovato compie 28 anni. Il suo falso padre, un militare, ha già cominciato a fare i conti con la giustizia. Non sono stati giorni sereni per Estela Carlotto, presidente delle Abuelas. Prima il generale Luciano Benjamín Menéndez, «la iena di Cordova», viene condannato all'ergastolo, e pochi giorni dopo due nuovi nipoti vengono ritrovati. Si presta con entusiasmo al dialogo col manifesto, l'Italia le disegna un sorriso sul volto. «I processi li abbiamo fatti lì - racconta Estela - perché qui non c'era giustizia. Il processo principale cominciò nel 1983 e si concluse nel 2003, vent'anni per arrivare a quelle giornate storiche, a quella sentenza in corte d'assise. Peccato solo che alcuni imputati dichiarati colpevoli siano ancora liberi qui in Argentina». La abuela ricorda «i generosissimi avvocati Marcello Gentili e Giancarlo Maniga, e il giudice Francesco Caporale che è stato un vero difensore della vita, e il rappresentante dello stato. Siamo diventati amici per la pelle», ricorda, e apprezza i processi ancora in corso grazie alle inchieste sul Piano Cóndor e sull'Esma. Dai tempi della deroga promossa dal governo di Néstor Kirchner alle leggi di obediencia debida e punto final e agli indulti - tutte leggi poi dichiarate incostituzionali dalla Corte suprema - il recupero dei nipoti ha conosciuto un'accelerazione. Un insieme di leggi, un archivio accurato, una giustizia parzialmente rinnovata e i progressi della ricerca genetica che permettono di risalire al dna anche solo da uno spazzolino da denti, hanno contribuito a smantellare l'impunità di molti. A partire dal 2003, circa venti hijos sono riusciti a incontrare le loro famiglie. Questo spiega, più che l'appoggio, l'affetto che Abuelas e Madres di Plaza de Mayo nutrono nei confronti di Néstor e Cristina Kirchner, l'attuale presidente. «La loro è una amministrazione molto aperta agli organismi per i diritti umani, alle vittime e ai familiari. Ci hanno sempre interpellato sui casi che riguardano i nostri temi, hanno promosso l'abolizione delle leggi d'impunità. Con un comportamento di questo tipo ci sentiamo bene», dice Carlotto. E sebbene dichiari che il suo appoggio al governo si limita al tema dei diritti umani, questo non è forse il solo punto di contatto. La questione del conflitto dei Kirchner contro le rendite agrarie straordinarie, ad esempio: «Vogliamo una giustizia sociale che ripartisca i beni fra coloro che possiedono meno, la protesta degli agrari ci ha indignato, crediamo sia incostituzionale». Elsa Oesterheld è ancora qui, e mentre i giornalisti abbandonano gli uffici delle Abuelas si intrattiene parlando entusiasta con due giovani che le mostrano delle foto. Rare volte Elsa, che ha ricevuto anche lei la visita di due patotas - le pattuglie militari - che le hanno devastato la casa, ha risposto ad una domanda che pochi hanno avuto il coraggio di farle: «Quelli che leggono i fumetti di Héctor, quelli che mantengono viva la memoria del paese, tutti loro mi ha fatto rinascere. All'età di cinquant'anni mi avevano completamente svuotata. In questi anni ho imparato che per la patria si vive, non si muore. Morire è facile. Il difficile è vivere».

 

In trent'anni solo 92 bambini ritrovati - Sebastian Lacunza

In trent'anni di reincontri fra nonni, zii e fratelli con i figli dei desaparecidos, ognuna delle 92 storie è un mondo: dalle restituzioni drammatiche avvenute ancora sotto la dittatura con i bebé e i bambini ammutoliti, sottoposti al limbo delle decisioni dei repressori, fino ai dibattiti mediatici impietosi nei confronti della democrazia recuperata. In Argentina, negli anni '80, qualcuno si permise di dubitare se fosse davvero il caso di restituire i bambini rubati ai nonni e agli zii, «dal momento che erano stati cresciuti sin da piccoli da una famiglia...». Talvolta si eludeva il fatto che gli accaparratori di bambini fossero i torturatori e gli assassini dei loro veri padri. Con il passare del tempo, la maggior parte dei reincontri ha dato vita a relazioni affettive, in molti casi si instaurano rapporti amichevoli fra le famiglie adottive in buona fede e le famiglie biologiche. In altri casi invece la tortura psicologica ha avuto il sopravvento. È il caso per esempio dei gemelli Reggiardo-Tolosa che durante la loro adolescenza, dopo essere stati identificati da un giornalista, soffrirono una traumatica convivenza con uno zio e oggi, ormai adulti, sono fedeli al loro rapitore, il commissario repressore Samuel Miara, ora in galera. Juan Cabandié, invece, fu talmente maltrattato dal suo falso padre, il poliziotto Luis Falco che pensò: «Non può essere mio padre». Nel 2003 si avvicinò per puro caso alla Commissione per il diritto all'identità, e il risultato fu sorprendente. Maria Victoria Donda, figlia di desaparecidos ma anche nipote di un torturatore dell'Esma, fu individuata dalle Abuelas nel 2003. Secondo testimonianze di alcuni sopravvissuti il suo falso padre, il torturatore Juan Azic, arrivò ad applicare (o a simulare di farlo) i pungoli elettrici usati per il bestiame a un bebé. Donda è riuscita a elaborare la sua storia e oggi è deputata kirchnerista e militante di Hijos. Anche sua sorella, prigioniera di Azic, risultò essere figlia di altri genitori, anch'essi desaparecidos: Laura Ruíz Damieri, la terza di tre fratelli ad essere ritrovata dalla stessa nonna, Clementina. Laura ha cercato di resistere al riconoscimento in ogni modo, ma quest'anno la prova del dna ha confermato la sua vera identità.

 

L'Italia dei divieti - Stefano Milani

Paese che vai, divieto creativo che trovi. Merito della svolta securitaria voluta dal ministro Maroni che ha dato ai sindaci quel che i sindaci chiedevano: mano libera per l'«emergenza» sicurezza, con preghiera, da parte del titolare del Viminale, di essere i più creativi possibile. I superpoteri insomma, come amano definirli, neanche fossero colleghi di Superman o dell'incredibile Hulk. E poi qui di incredibile ci sono solo le centinaia di ordinanze sparse per lo stivale e concentrate soprattutto nel nord-est dove la mannaia leghista è più pressante. Con il decreto legge, effettivo dallo scorso 5 agosto, si è modificato l'articolo 54 del testo unico sull'ordinamento degli Enti Locali. Così, se prima al sindaco era solamente permesso «emanare degli atti che gli sono attribuiti dalle leggi e dai regolamenti in materia di ordine e di sicurezza pubblica» ora, con le nuove disposizioni e in qualità di Ufficiale del governo, è tenuto «alla vigilanza su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l'ordine pubblico, informandone preventivamente il prefetto». I vari Cofferati, Domenici, Tosi, Alemanno non aspettavano altro per intensificare la lotta alla prostituzione per strada e all'immigrazione, partorendo ordinanze anti-tutto, dall'accattonaggio al bivacco, dai lavavetri a borsoni. Ma per trovare provvedimenti più bizzarri bisogna andare in provincia. Qui la scelta è più ghiotta. Solo qualche esempio: A Voghera (Pavia) non ci si può sedere di sera sulle panchine in più di tre persone. Nei parchi giochi di Verona è vietato accendersi una sigaretta. I novelli sposi di Cernobbio (Como) sono costretti a subire un'ispezione igienico-sanitaria della loro casa prima del «sì». La cittadinanza a Cittadella (Padova) si ottiene solo se si ha un reddito minimo di 5mila euro. Ma è sulle spiagge che la fantasia securitaria offre il suo meglio. La Versilia è un campo minato di divieti. A Viareggio è proibito appoggiare i piedi sulle panchine. Nella vicina Forte dei Marmi non si può tagliare l'erba del giardino nel weekend. All'Elba niente tuffi in spiaggia. Anche la costiera campana se la batte, con il suo divieto di camminare con gli zoccoli ai piedi: troppo rumore per le stradine glamour di Capri e Positano. Oppure a Eboli (Salerno), dove si rischia fino a 500 euro di multa se si viene sorpreso in auto in «atteggiamenti amorosi». La lista qui sotto è lunga, come lunga è ancora l'estate, perciò per nuove stravaganti ordinanze non mettiamo limiti alla provvidenza «creativa» dei nostri primi cittadini.

Vietato vendere abusivamente in tutte le spiagge d'Italia ogni tipo di mercanzia multa da 250 euro a 1.500 euro animali. Vietato l'ingresso di gatti e cani, anche con guinzaglio e museruola, a Sirolo (An) multa fino a 155 euro. Niente massaggi sotto l'ombrellone in forma itinerante per i bagnanti delle coste toscane e romagnole multa 2.000 euro a 10.000 euro. Vietato l'accesso sul bagnasciuga agli amanti del naturalismo, a Ravenna multa fino a 102 euro; fuochi d'artificio «Botti» proibiti per le feste private durante la settimana ad esclusione del sabato, a Positano (Sa), multa da 50 euro a 500 euro. Divieto di dare da mangiare ai piccioni in molte piazze delle grandi città d'Italia, Venezia in testa, multa da 50 euro a 500 euro. Anche se il caldo è opprimente non si può immergersi e rinfrescarsi all'interno delle fontane pubbliche, multa da 50 euro a 500 euro. Vietato cucinare e preparare qualsiasi tipo di cibo all'interno delle cabine da spiaggia, multa da 100 euro a 1.000 euro. Non si può lasciare il proprio asciugamani sulla spiaggia per prenotare il posto, multa fino a mille euro. Vietato indossare gli zoccoli sulle stradine di Positano e Capri per non disturbare i turisti, multa 50 euro. Divieto assoluto di pranzare in strada o in spiaggia a Positano, Ravello, Venezia, Capri, Firenze, multa da 25 euro a 500 euro. Non si può circolare senza maglietta o in bikini per le strade di Amalfi, Ravello, Alassio, Riccione, Taormina, Venezia, multa da 50 euro a 1.000 euro. No ai racchettoni ma anche no al pallone e le bocce in quasi tutte le spiagge italiane, multa da 1.000 euro a 3.000 euro. Vietato tagliare l'erba nelle ore pomeridiane e nei weekend a Forte dei Marmi, multa fino a 500 euro. Vietato scorazzare per il centro storico di Viareggio sopra lo skateboard, multa da 25 euro a 500 euro. Sempre sulla costa veneziana di Eraclea è vietato pure raccogliere conchiglie e portare via la sabbia, multa da 25 euro a 250 euro. Vietato chiedere l'elemosina, importunare i turisti, chiedere spiccioli ai passanti, in tutte le città d'Italia, multa da 100 euro a 1.000 euro. Non si può stare in più di due persone nei parchi pubblici dopo le 23.30: a Novara multa da 25 euro a 500 euro. Niente sigaretta nei parchi giochi per bambini e in quelli pubblici attrezzati per lo svago dei più piccoli: a Verona multa 50 euro. Vietato accendersi una sigaretta nei parchi di Napoli e Bolzano, multa da 25 euro a 500 euro. Niente sigarette in spiaggia a Is Aruttas (Or), multa fino a 360 euro. Niente «camporella», neanche un casto bacio, tantomeno qualcosa di più spinto nelle automobili: a Eboli (Sa) multa fino a 500 euro. A Bologna è vietato farsi un piercing «su parti anatomiche le cui funzionalità potrebbero essere compromesse», multa in via di definizione. Vietati i risciò a pedali sul lungomare nei fine settimana di luglio e in tutto il mese di agosto a Minturno (Lt) multa 500 euro. Divieto di praticare l'attività su tutto il territorio comunale. Multe salate anche per i clienti, multa 500 euro. Vietate le bevande di vetro a Ravenna, Roma, L'Aquila, Imperia, Genova, Acireale, Carbonia, multa fino a 500 euro. Divieto di bere alcolici sia in bottiglia che in lattina nei carrugi del centro storico di Genova, multa fino a 360 euro. Sulle scalette della famosa piazzetta di Capri non ci si può sedere neanche per un breve riposo, multa 50 euro. E' vietato calpestare e danneggiare i funghi sui terreni pubblici dell'Alto Adige Sudtirol, multa da 41 euro a 113 euro. Divieto di ascoltare la radio ad alto volume sulla spiaggia nel pomeriggio, dalle 13 alle 16, multa fino a 1.000 euro. Divieto di danneggiare o rubare i cartelli che recano messaggi di divieto, multa da 77 euro a 428 euro. Non si può parcheggiare la propria automobile o la propria moto nei pressi della spiaggia demaniale, multa fino a 1.032 euro castelli di sabbia. Banditi i castelli di sabbia (ostruiscono il passaggio ai bagnanti ) e divieto anche di scavare buche sulla spiaggia di Eraclea (Ve), multa da 25 euro a 250 euro. Per gli amanti del trampolino è vietato pressoché in tutte le spiagge italiane se non è espressamente consentito, multa da 100 euro a 1.000 euro. E' vietato accedere con mezzi a motore nelle aree boscate dell'Emilia Romagna multa 2.000 euro a 10.000 euro. Vietato fare volantinaggio di carattere pubblicitario sia in spiaggia che nello specchio acqueo riservato ai bagnanti, multa fino a 250 euro. Vietato bivaccare nei vicoli del centro storico dalle 22 alle 6. Succede a Genova, multa fino a 250 euro. Vietato sostare sulle panchine e nei parchi pubblici, dopo le 23. A Voghera (Pv) multa in via di definizione. Vietato appoggiare i piedi sulle panchine pubbliche in qualsiasi ora del giorno. A Viareggio (Lu) multa da 25 euro a 500 euro. Vietato alle donne musulmane girare per le vie del paese con indosso il tradizionale burqa. A Azzano Decimo (Pn) multa in via di definizione. Vietato trasportare merce in borsoni, sacchetti di plastica e simili. A Alassio (Sv), Roma, Venezia, Genova, Firenze, multa da 25 euro a 250 euro. Niente residenza se non si dimostra di avere un reddito minimo di sopravvivenza pari a 5000 euro. A Cittadella (Pd), multa no residenza. Divieto di accesso nelle piscine pubbliche per vandali, bulli e disturbatori. A Torino multa 50 euro. Non si può pescare con fucili ad aria compressa entro 500 metri dalla battigia, multa fino a 1.032 euro relitti. Vietato appropriarsi di relitti rinvenuti in fondo al mare o sulla spiaggia, multa fino a 1.032 euro lavavetri. Divieto di intralciare in qualsiasi modo il traffico. Misura ad hoc per impedire che i lavavetri possano avvicinarsi all'auto, multa 206 euro. Vietato occupare la fascia di 5 metri della battigia destinata al transito dei bagnanti, multa da euro 100 a 1.000 euro. Divieto di accendere fuochi sulla spiaggia, multa da 100 euro a 1.000 euro. Vietato imbrattare edifici pubblici e privati. I writers dovranno ritinteggiare le pareti. A Trezzano sul Naviglio (Mi) multa da 25 euro a 600 euro. Divieto di raccogliere fragole, lamponi e mirtilli all'interno del Monte Gran Paradiso, multa da 25 euro a 1.000 euro. Vietato vendere cibi crudi, nel periodo compreso tra il primo giugno e il 30 settembre, in Emilia Romagna, multa fino a 206 euro. Divieto di imbrattate monumenti ed edifici pubblici, e «lordare» il suolo pubblico, ad Erba (Co) multa da 77 a 428 euro.

 

La disobbedienza dei rom - Enrico Miele

ROMA - «Siamo tutti identificati». Saranno rimasti sorpresi i volontari della Croce rossa sentendo la risposta dei 40 rom che occupano lo stabile di via delle Cave di Pietralata, nella zona Quintiliani a Roma. Lunedì mattina la Croce rossa si era presentata nel vecchio capannone del quartiere a est della capitale. Nella lista degli operatori quel campo non era ancora stato censito. Quello che la Croce rossa non sapeva è che lì abita una comunità di rom rumeni, presente in Italia da oltre otto anni. «Siamo tutti iscritti negli elenchi dell'Asl, abbiamo la tessera sanitaria prevista per i neo-comunitari e non capiamo la ragione di un'ennesima identificazione» rispondono gli occupanti ai volontari. Che fanno marcia indietro, con l'impegno di ripassare a settembre. Una sorpresa, ma relativa. «Controlli ne subiscono spesso da parte delle forze dell'ordine» dice Claudio Graziano, responsabile solidarietà dell'Arci che sostiene l'occupazione dei rom. «Questo non è il classico insediamento, qui hanno un progetto di autorecupero dello stabile per ricavarne abitazioni». L'Arci ha già raccolto 1500 firme tra gli abitanti del quartiere. Nel capannone occupato non ci sono soltanto rom ma anche italiani. «Il loro è un progetto comune - precisa Graziano - con un'area di verde pubblico per il quartiere, come previsto dal sistema Sdo e mai realizzato». Lo Sdo (sistema direzionale orientale) è il progetto di riqualificazione dell'area est della capitale. Previsto fin dal '90, non è mai stato portato a termine. «Ci chiediamo perché la Croce rossa sia venuta - conclude il rappresentante dell'Arci - qui i rom sono responsabilizzati e i bambini vanno a scuola accompagnati direttamente dai genitori». La comunità rom ha occupato l'area lo scorso 14 febbraio perché minacciata di sgombero nel precedente campo di fortuna in via dei Quintiliani. Un gesto per rispondere alle proprie necessità abitative. Un'occupazione che ha «migliorato la qualità della vita di oltre 60 persone» come sottolinea anche il movimento romano di lotta per la casa, sceso ieri in difesa della comunità. Con il sostegno delle associazioni del territorio (Arci, bottega «Tutti giù per terra», DiversaMente e altre) il campo rom ha avviato un dialogo costruttivo con le istituzioni del V municipio di Roma, la parrocchia e le scuole del quartiere. Insomma, un caso d'integrazione reale che andrebbe valorizzato. La reazione avuta dai rom sorprende il presidente della Cri, Massimo Barra: «È la prima volta che succede. La natura dell'insediamento è indifferente per noi, in quanto la nostra missione è fornire assistenza umanitaria. I problemi li pongono gli assistenti e non gli abitanti. Temo gli intellettuali o i burocrati, non i rom». In realtà il censimento dei campi nomadi è facoltativo. Chiunque ha la possibilità di sottrarsi, se vuole. A maggior ragione se, come nel caso del campo in via Quintiliani, i rom sono già registrati presso l'Asl e posseggono la regolare tessera sanitaria prevista per i cittadini dei paesi recentemente entrati nella Ue (Bulgaria e Romania). «Se il censimento è facoltativo significa che non si può imporre. Ed allora dov'è il problema se una comunità decide di sottrarsi? - si chiede Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci -. Se i rom di via Quintiliani hanno già assistenza sanitaria perché dovrebbero sentire l'esigenza di prendere la tessera della Croce rossa?». Nel frattempo, anche se i riflettori sul censimento negli insediamenti abusivi si sono abbassati, l'operazione della Croce rossa prosegue. Fino a oggi a Roma sono stati venti i campi nomadi visitati dai volontari. Le persone identificate sono 620, appartenenti a 123 diversi nuclei familiari. Tra loro i minori sono 288.

 

Fini: «Stazzema, una ferita dolorosa». Ma tace sulle colpe dei repubblichini - Alessio Marri

SANT'ANNA DI STAZZEMA (LU) - Cinquecentosessanta vittime. In gran parte donne, bambini e anziani inermi. È questo il bilancio dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema avvenuto il 12 agosto 1944, quando quattro reparti delle Ss appartenenti alla famigerata sedicesima Panzergrenedier Division raggiunsero le impervie montagne appena sopra Lucca guidati da un nutrito gruppo di collaborazionisti fascisti. Si trovarono davanti madri incinta e neonati in fasce. La più piccola di soli venti giorni. Contro di loro mitragliatrici spianate senza alcuna pietà dopo ciniche disposizioni in file decrescenti in base all'altezza. A sessantaquattro anni di distanza, il piccolo accorpamento di case che prende il nome di Sant'Anna ha accolto circa duemila persone accorse per commemorare e ricordare uno degli eventi più tragici dell'occupazione nazista in Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre. Perché la zona, qualificata come «bianca» e quindi considerata inoffensiva dallo stesso comando tedesco, era divenuta meta sicura soprattutto per gran parte degli sfollati scampati ai bombardamenti delle coste versiliesi. Innocenti che nulla avevano a che fare con la guerra. «Andammo in bocca al lupo», racconta una sopravvissuta con gli occhi lucidi di fronte all'enorme e plumbea lapide che raccoglie le centinaia di vite spente dalla furia nazifascista. Una rabbia e un'acredine frutto non solo degli ordini impartiti dal generale Kesserling, ma riconducibile probabilmente anche alla frustrazione per una «linea gotica» chiusa ormai tra i fuochi della guerriglia partigiana e l'inarrestabile avanzata degli Alleati provenienti da sud. «La brutalità e la fredda predeterminazione con cui le Ss compirono l'eccidio costato la vita a 560 innocenti, tra cui tanti bambini e donne - ha commentato un laconico presidente della Camera Gianfranco Fini nel messaggio inviato al sindaco di Stazzema Michele Silicani, in cui omette non si sa quanto inconsciamente le complicità nella strage delle forze repubblichine presenti nella zona - rappresentano ancora oggi una ferita dolorosa». Stazzema applaude, ma ricorda che con la chiusura della procura militare di La Spezia, che tanto si è battuta negli ultimi anni per gettare luce sulle stragi nazifasciste nascoste nel celeberrimo "armadio della vergogna", si è posto l'ennesimo ostacolo al disvelamento degli orrori commessi e un ulteriore intralcio al normale corso di una giustizia già in ritardo. La cerimonia si è conclusa presso il suggestivo Monumento Ossario, dove ha preso la parola il sindaco della cittadina, Michele Silicani. Che ha invocato a gran voce la presenza in prima persona del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, già richiesta altre volte, e per ora sempre mancata: «Venga a vedere Sant'Anna - ha detto il sindaco - proprio come a Marzabotto, venga a testimoniare con la sua forza simbolica in uno dei luoghi cardine in cui sono realmente maturati la coscienza e i valori fondanti la Costituzione democratica repubblicana». Ieri il capo dello stato ha inviato una lettera ufficiale al primo cittadino, sottolineando come la commemorazione di quella strage «deve essere di monito a non dimenticare gli orrori della guerra e dell'odio tra i popoli e vale a spronare, anzitutto i giovani, a promuovere i valori della pace e della dignità della persona attraverso il dialogo, la tolleranza e la coesione sociale». Per la visita in prima persona, tutto rinviato.

 

Repubblica – 13.8.08

 

Russia e Georgia: sì a Sarkozy

ROMA - La diplomazia sembra aver finalmente preso il posto delle armi nel conflitto tra Georgia e Russia sull'Ossezia del sud: il presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha accettato una versione modificata del piano per la fine delle ostilità tra Georgia e Russia presentato da Nicolas Sarkozy. Lo ha annunciato lo stesso presidente francese da Tbilisi spiegando che Mosca è stata informata delle modifiche e che il presidente Dmitry Medvedev ha accettato. Il leader del Cremlino aveva oggi ordinato il cessate il fuoco, mentre il presidente francese e capo di turno dell'Ue Sarkozy, arrivato a Mosca pochi minuti dopo quella dichiarazione, aveva concordato con la parte russa il piano in sei punti per la cessazione delle ostilità, che ha poi presentato a Tbilisi al presidente Mikhail Saakashvili. Il sì del leader georgiano è arrivato in nottata. Il piano di pace. Le disposizioni concordate da Medvedev e Sarkozy, presente anche Vladimir Putin a garanzia di un reale impegno di Mosca prevedono il non ricorso alla forza, la cessazione immediata di tutte le ostilità, il libero accesso agli aiuti umanitari, il ritorno delle forze armate georgiane alle "postazioni permanenti" (ovvero le caserme), il ritiro delle forze russe nelle posizioni precedenti al conflitto, un dibattito internazionale sul futuro status delle repubbliche indipendentiste di Ossezia del sud e Abkhazia, nelle quali comunque resterà un 'contingente di pace' russo. Le modifiche. Saakashvili ha ottenuto alcune modifiche che si riferiscono all'esclusione di qualsiasi riferimento nel documento a future trattative sullo status definitivo dell'Ossezia del Sud, repubblica autonoma georgiana che Mosca vorrebbe indipendente. "C'è un testo accettato a Mosca e accettato qui in Georgia. Ho l'accordo di tutti i protagonisti", ha spiegato Sarkozy. "Si tratta di un documento politico. Un accordo di principio ..e penso si tratti di una piena coincidenza di principi", ha detto Saakashvili nella conferenza stampa congiunta. La conferenza stampa. Non smorza i toni contro Mosca il presidente georgiano. Saakashvili, durante la conferenza stampa. Abbiamo notizie di "campi di internamento" russi a Vladikavkaz, in cui sarebbero internati dei civili, ha affermato. Accuse che vanno assieme a quelle del segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale di Tbilisi Alexander Lomaia, che parla di "orribili massacri di osseti e russi nei villaggi georgiani" al confine con l'Ossezia del Sud. La denuncia all'Aja. Sarkozy ha indicato che Mosca ha diritto di rivolgersi alla Corte penale internazionale per accusare la Georgia di genocidio, se riesce a mettere insieme la documentazione necessaria. Tblisi ha fatto altrettanto, denunciando la Russia per 'pulizia etnica' alla Corte di giustizia internazionale dell'Aia (Cij). Manifestazione a Tbilisi. priam di vedere Sarkozy Saakashvili ha partecipato alla manifestazione davanti al Parlamento, nella centralissima piazza Rustaveli, usando toni bellicosi, annunciando la futura "vittoria sulla Russia" e usando la metafora di Davide e Golia. A giudicare dalle dichiarazioni del suo stesso ministero dell'interno, Golia ha vinto per forfait, dato che le forze georgiane si starebbero ritirando, indisturbate in questo dai miliziani abkhazi che creano ponti d'oro al nemico in fuga, dalle gole di Kodori occupate nel 2006. Alla manifestazione hanno partecipato anche i presidenti di cinque Paesi dell'ex blocco sovietico - Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia e Ucraina - giunti in Georgia per esprimere la loro solidarietà alla popolazione. Scintille alla Nato. Battaglia, seppur a distanza, fra il segretario generale dell'Alleanza e il rappresentante di Mosca. Quest'ultimo ha respinto con sdegno l'accusa di uso sproporzionato della forza mossa da Scheffer e non ha digerito il fatto che al Consiglio atlantico di oggi i rappresentanti dei 26 paesi della Nato abbiano ascoltato l'ambasciatore georgiano e non quello russo. "E' inaccettabile che ci dobbiamo parlare attraverso la stampa", ha tuonato Dmitri Rogozin, il quale ha accusato gli Stati Uniti di avere boicottato la tenuta oggi del Consiglio straordinario Nato-Russia, chiesto ieri con insistenza da Mosca, oltre a puntare il dito contro Washington per avere di fatto, a suo dire, contribuito all'escalation militare con la presenza di un centinaio di consiglieri militari in Georgia. L'Europa. Mentre Sarkozy, accompagnato dal ministro degli Esteri Bernard Kouchner, metteva in atto la sua strategia diplomatica (che non esclude l'invio di truppe Ue nella regione), i rappresentanti permanenti dei Ventisette hanno preparato la riunione di domani, anche se la situazione è ancora fluida dato il perdurare dei negoziati. Comunque, hanno riferito alcune fonti europee, l'obiettivo è quello di arrivare ad un cessate il fuoco subito, per poter poi affrontare concretamente la grave emergenza umanitaria. Il tutto all'insegna di uno spirito europeo unitario. E' questo l'obiettivo anche dell'Italia, come ha sottolineato il sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti, che sarà domani a Bruxelles per la riunione europea. Tensioni tra Mosca e Washington. La partecipazione della Russia in fori internazionali come il G8, il Wto e l'Osce è a rischio a causa dell'azione in Georgia. Lo ha detto un alto funzionario americano protetto dall'anonimato. E dal Pentagono, un'altra fonte anonima, fa sapere che gli Stati Uniti sono pronti a cancellare le prossime manovre congiunte Nato-Mosca. Le manovre, in codice Frukus, dovrebbero scattare venerdì e prevedono la partecipazione anche di unità britanniche e francesi e si dovrebbero svolgere nelle acque del Pacifico davanti al porto russo di Vladivostok. Gli Usa e le accuse alla Rice. Gli Stati Uniti insistono sul rispetto dell'integrità territoriale della Georgia e sulla legittimità del suo presidente. Ma la Casa Bianca oggi ha scelto la via del silenzio, chiedendo ad entrambe le parti di far tacere le armi e attendendo di capire se gli sforzi diplomatici in corso producano effetti. Una linea che non ha impedito a Condoleezza Rice di finire sul banco degli imputati: solo oggi, infatti, il segretario di Stato (che ha costruito una carriera come esperta di Russia) ha interrotto le vacanze per lanciare di persona davanti alle telecamere alla Casa Bianca un appello a Mosca perché fermi "veramente" e "subito" le operazioni militari. La Rice è rientrata ieri sera nella capitale da una località non precisata dove era andata per un periodo di riposo l' 8 agosto, il giorno dell'attacco della Russia alla Georgia, che secondo il politologo conservatore Robert Kagan "sarà ricordato dagli storici come un momento di svolta non meno significativo del crollo del muro di Berlino". Obama e McCain. Sia il candidato democratico, Barack Obama, sia quello repubblicano, John McCain, sono tornati oggi a parlare della necessità che gli Stati Uniti facciano sentire la loro voce. Ma mentre Obama ha chiesto l'invio in Caucaso di "osservatori internazionali", per McCain è opportuno che gli Stati Uniti facciano sentire direttamente ai georgiani tutto il loro appoggio. "A nome di ogni americano ho parlato in queste ore con il presidente georgiano Saakashvili - ha affermato - Gli ho detto che qui in America siamo tutti georgiani". Bush e Berlusconi. Anche la diplomazia italiana è al lavoro. Il premier Silvio Berlusconi ha avuto oggi un lungo e "approfondito" colloquio telefonico con il presidente americano Bush. Il Cavaliere è anche in continuo contatto con il ministro degli Esteri. A Franco Frattini il premier ha chiesto di mantenere un chiaro ed esplicito sostegno allo sforzo di mediazione dell'Ue coordinato da Sarkozy. Frattini, peraltro, ha avuto telefonate con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice e con gli altri ministri degli Esteri del G7, tra cui il francese Kouchner, che gli ha riferito dell'esito del viaggio di Sarkozy in Russia. Militari italiani pronti. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa ha fatto sapere che il nostro Paese è anche disponibile a inviare sul campo un proprio contingente per operazioni di peacekeeping sotto la bandiera Ue. "Se serve - afferma - non ci tireremo certo indietro".

 

Turni massacranti e pochi controlli. L'incubo dei camion impazziti

CATERINA PASOLINI

ROMA - Rinunciano a ore di sonno, annullano i riposi tra un viaggio e la prossima consegna, pigiano sull'acceleratore. Non ci stanno con i conti, tra il gasolio che aumenta, la concorrenza, le aziende che fanno contratti capestro e chi lavora in nero, a cottimo, pagato 90 centesimi a chilometro. E la strada diventa così l'ultimo terreno di una guerra tra poveri: con camionisti esausti che investono operai lungo i cantieri stradali. Perché, come denuncia l'Inail le nostre strade sono sempre più pericolose: qui, nel 2007, è avvenuta la metà degli infortuni mortali sul lavoro, qui si sono ferite 132mila lavoratori in un anno. Sempre più spesso, dicono gli uomini della Polstrada, gli incidenti dei mezzi pesanti, quegli inspiegabili salti di corsia che provocano stragi sono causati da un colpo di sonno. Una volta su due gli autisti dei camion fermati sono trovati con qualche irregolarità: dal mancato rispetto dei tempi di riposo al superamento dei limiti di velocità perché impegnati a raddoppiare i carichi di lavoro per far quadrare i conti. Un esercito in viaggio quotidiano nell'Italia dove l'86% delle merci arriva su gomma, stipata su oltre 3 milioni e mezzo di veicoli pesanti (oltre 1,5 tonnellate). Guidati da uomini lumaca. "Li chiamiamo così - dice Giordano Biserni dell'Asaps l'associazione per la sicurezza stradale - perché la loro casa è la cabina di guida. Dovrebbero per legge lavorare al massimo 9 ore, ne fanno molte di più per rispettare consegne. Chiediamo che i controlli si allarghino: bisogna colpire anche il proprietario del mezzo, il committente del viaggio perché spesso il camionista è l'ultimo anello di uno sfruttamento. Bisogna fare contratti chiari perché la concorrenza spietata non porti a rischi per tutti". Ma di chi sono i camion, i tir? "Due milioni e mezzo di veicoli appartengono a ditte produttrici, 700mila sono trasportatori professionisti: la maggior parte ha due o più mezzi ma ci sono anche 90mila padroncini che guidano il loro camion", dice Paolo Uggè presidente Fai Conftrasporto che chiede più controlli in strade e sulle aziende. "Perché è anche un problema di contratti. I committenti devono rispondere davanti alla legge se danno disposizioni che costringono il conducente a irregolarità" dice Uggè e racconta di una economia che cambia, che chiede consegne in tempo reale, della diminuzione di giorni in cui i "bisonti" possono viaggiare e quindi di strade più affollate. "La legge europea sulle ore di guida vale solo per i dipendenti, non si applica ai padroncini e questo con l'esasperazione della concorrenza anche straniera porta i singoli a massacrarsi di lavoro, sfruttati dalle agenzie di intermediazione che gli dicono se non arrivi a quell'ora non ti pago". Tutti chiedono più controlli, in un'Italia che è al 14esimo posto in Europa per la sicurezza stradale con 9,6 morti ogni 100 mila abitanti quando la media europea è di 8,7. La Polstrada denuncia da anni una situazione di crisi, peggiorata dagli ultimi tagli. "Ci mancano cinquemila uomini e mezzi. Dagli etilometri - 900 sono ancora in via di consegna - alle auto: giriamo con Maree che hanno sulle ruote 300mila chilometri e lavoriamo con divise invernali anche sotto il solleone mentre le sezioni vengono chiuse perché chi va in pensione non viene sostituito", denuncia Stefano Spagnoli del Consap, sindacato di Polizia. E se raddoppiando gli sforzi sono aumentati i controlli antialcol - siamo a quota 750mila l'anno - Spagnoli ricorda che questo è stato fatto "rubando forze ad altri interventi e comunque siano ancora lontani da Germania o Francia dove arrivano a farne 8 milioni".

 

La Stampa – 13.8.08

 

"Tutti morti, tutti morti". L'ultima bomba su Gori - EMANUELE NOVAZIO

AGARA/GORI - La strada verso l’Abkhazia finisce all’improvviso, alla periferia di Agara. Non ci sono sbarre, a bloccarla, soltanto un fumo denso che la invade e che il vento trasforma lentamente in una spessa coltre. Come altre volte, è questa nebbia chiara ad annunciare la battaglia. Come altre volte, il rischio è che questa insegna di guerra diventata famigliare ai georgiani compaia quando è impossibile sottrarsi alla devastazione che sempre l’accompagna. Come altre volte, il messaggio è chiaro: impossibile avanzare. Arretriamo qualche centinaio di metri: lo scontro sembra concentrato sulla collina davanti a noi e si fa più intenso, l’artiglieria russa martella le poche postazioni georgiane rimaste nella zona, dopo il ritiro della notte precedente. Un ritiro caotico: testimoniato dal groviglio di due mezzi per il trasporto truppe che il panico degli autisti ha spinto l’uno dentro l’altro, al centro della carreggiata. E confermato, soprattutto, dal gran numero di blindati abbandonati in panne sulla camionabile che scende verso Tbilisi, 130 chilometri a Sud Est. Se ne contano a decine, ma è a metà strada fra la capitale e Agara che irrompe la testimonianza più drammatica della battaglia appena conclusa: un carro armato georgiano colpito da un missile russo è la parodia tragica di una scatola di metallo aperta e svuotata. Si riconoscono soltanto le matasse di cavi annerite e ritorte che hanno resistito al calore. Pochi metri più in là, accanto agli sportelli del blindato, una sfoglia di lamiera: bisogna avvicinarsi fin quasi a toccarla per capire che prima era un’auto. Dei pneumatici resta una bava nerastra sull’asfalto. Ci accorgiamo presto che la battaglia potrebbe raggiungere l’area alberata nella quale ci siamo rifugiati: ancora una volta, è la nebbia oleosa prodotta dall’impatto dei proiettili a suggerirci che cosa fare. La scelta è obbligata: abbandonare Agara in fiamme e ritornare a Gori, la città finora più devastata dalle bombe russe, una ventina di chilometri a Est. Il viaggio è relativamente breve, considerate le condizioni di una strada sulla quale la guerra è transitata più volte, negli ultimi giorni. Ci accompagna il rumore delle esplosioni che stranamente - pensiamo - non si attenua nonostante abbiamo aggirato la collina. La spiegazione arriva in fretta, non appena Gori compare nella vallata che si apre verso Tbilisi: dalle alture che la circondano salgono colonne di fumo, concentrate attorno alla torre delle comunicazioni. Man mano che avanziamo, è sempre più violento il rumore prodotto dall’impatto dei proiettili sparati dai tank e dalle bombe sganciate dai caccia russi che sorvolano la zona. Li risentiremo più tardi, percorrendo la strada verso Tbilisi. Il fronte - l’ultimo fronte, sapremo una volta ritornati nella capitale - corre lungo una linea che da Gori risale verso l’Abkhazia, dove sono concentrate numerose installazioni militari. Con una differenza: le sacche di resistenza georgiana si trovano a Nord Ovest. A Gori, ancora più deserta e spettrale del giorno prima, sembra abbandonata a se stessa, non si incontrano soldati, non si vedono blindati georgiani ma nemmeno quelli russi dei quali la sera prima parlava il presidente Saakhasvili annunciando in tv «la presa della città». La prova, ancora una volta, è in una breve sosta nei viali della periferia e poi in centro. Ci si imbatte soltanto in cani terrorizzati che corrono a zigzag. E in qualche vecchio in cerca di cibo: ai tempi della penuria sovietica i russi chiamavano «avoshka», «borsa non si sa mai», i sacchetti a rete che avevano sempre con sé e che sono ricomparsi a Gori tra i pochi abitanti rimasti, un migliaio forse su ventimila. Perfino l’asfalto e le facciate delle case intatte ma abbandonate comunicano tristezza, desolazione, pena: forse perché trasmettono il dolore e la paura di chi fino a qualche giorno fa le abitava e adesso è in fuga. E’ lì, accasciato sul marciapiede che corre sotto un viale di faggi e lecci, che incontriamo Levan, 60 anni portati come fossero 70. Perde sangue dalla gamba sinistra, fasciata alla meglio con degli stracci che non fermano l’emorragia perché, spiega con una smorfia che tradisce un dolore fisico acuto, l’ospedale è stato bombardato la mattina presto e «non c’è più nessuno che si prenda cura di nessuno». Grazie all’intervento di una troupe della tv britannica Itn, che ha a disposizione un furgone sufficientemente ampio per farlo sdraiare, Levan arriverà presto a Tblisi, dove gli ospedali ancora funzionano. Ma accanto a lui, racconta, c’erano almeno cinque persone quando il proiettile sparato da un elicottero russo è caduto, nella grande piazza del municipio proprio davanti al monumento a Stalin. «Tutte morte, tutte morte», ripete piangendo. Ha ragione e fra di loro, lo sapremo a Tbilisi, c’era anche Stan Storimans, operatore della rete televisiva olandese Rtl2, quarto giornalista ucciso dalla guerra in Georgia: il suo collega Jeroen Akkermans se la caverà con qualche ferita agli arti. All’alba, nell’ascensore dell’albergo, Stan ci aveva confessato di essere stanco ma di avere il presentimento che quella sarebbe stata «la giornata decisiva». Pensava alla guerra e paradossalmente non si sbagliava: l’ordine di cessate il fuoco è arrivato da Mosca un’ora dopo la sua morte.

 

Ad un passo dallo stupro – Flavia Amabile

E’ vero, piazza Pascali si trova in una zona periferica di Roma ma la giovane donna romena non sta camminando da sola lungo una via buia, deserta. Sta scegliendo alcuni abiti in un mercato. Ha tre figli e un quarto in arrivo. E’ al quarto mese di gravidanza, la vita in Italia costa cara e tra quei banchi i vestiti li vendono a poco. Si ferma davanti ad alcuni abiti, i venditori sono romeni come lei, riconosce la lingua, inizia a trattare il prezzo. La donna è giovane, alta, bella, i due si sentono protetti dalla lingua, sanno che le persone intorno a loro non capiranno quel che dicono. Le rispondono facendole complimenti e allusioni via via più volgari fino a chiederle del sesso in cambio dei vestiti. La donna rifiuta. I due non si rassegnano. La trascinano con loro. Si fermano non molto lontano dai banchi, evidentemente pensano di essere al sicuro. La scaraventano a terra, la riempiono di calci e pugni in tutto il corpo, provano a violentarla. Li avevano notati, invece. Mentre gli uomini sono a terra con la donna arrivano alcune persone del quartiere. Sono romani e romeni, hanno capito che qualcosa non andava, poi hanno sentito le urla della donna. Riescono a fermare i due violentatori, e a chiamare i carabinieri. I due vengono arrestati, hanno 34 e 38 anni e già dei precedenti penali. La donna viene accompagnata all’ospedale Sandro Pertini ma, a parte un grande spavento, non sembra aver subito lesioni gravi. Viene dimessa subito. E’ facile a questo punto pensare a Giovanna Reggiani, morta lo scorso novembre per uno stupro in una periferia di Roma e non mancano le polemiche fra i politici di maggioranza che si attribuiscono il merito per la sventata violenza e l’opposizione che ne ridimensiona il ruolo. Il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna sottolinea che «quest’episodio, finito in maniera positiva grazie alla presenza delle forze di polizia, dimostra come il piano sicurezza pensato dal centrodestra e l’intervento del sindaco Alemanno su Roma stiano già dando frutti positivi. Sicurezza, ordine e legalità sono diritti che il nostro governo e questa maggioranza intendono garantire ai cittadini».Anche l’assessore capitolino alle Politiche sociali, Sveva Belviso, parla di «un gesto di inaudita violenza che condanniamo senza esitazioni e che ci stimola a proseguire sulla strada intrapresa dal sindaco Alemanno che punta a coniugare legalità e sicurezza con la solidarietà». Per il presidente della Commissione capitolina per la Sicurezza Urbana, Fabrizio Santori ricorda «l’arresto immediato dei due romeni, rappresenta solo uno degli aspetti positivi che scaturiscono dal nuovo Patto per Roma Sicura. L’episodio che ha visto alcuni residenti interporsi tra la vittima e gli aggressori è il migliore indicatore che la cittadinanza non solo ha recepito positivamente, ma condivide la volontà della nuova Amministrazione di combattere la criminalità e il degrado, e nei modi possibili, se ne rende protagonista». Ma Roberto Giachetti del Pd non ci sta. «Sarà piuttosto merito delle forze dell’ordine e dei cittadini. Davvero non capisco questo attribuirsi meriti politici ogni volta che c’è un arresto. Non è merito né del sindaco né del ministro dell’Interno se poi la gente dimostra senso civico, anzi strumentalizzare episodi come questo significa sminuirne il valore». Anche Claudio Cecchini del Pd e assessore provinciale alle Politiche Sociali esprime solidarietà alla vittima ma non lega lo sventato stupro alla politica del nuovo sindaco di Roma.

 

Emergenza Maldive – Massimo Gramellini

Franco Frattini non parteciperà al vertice europeo dei ministri degli Esteri sulla guerra del Caucaso perché impegnato in una vacanza alle Maldive. Ignoriamo il contenuto, ovviamente segreto, della delicata missione che il ministro sta svolgendo in quel lontano arcipelago, dietro lo schermo ufficiale del viaggio di piacere. Ma che si tratti di far rientrare la ribellione armata (di stuzzicadenti) del contingente di gitanti bergamaschi innervositi dalla cattiva qualità delle olive negli hotel di Fua Mulaku, oppure di fungere da arbitro nella disputa territoriale fra due vicini di bungalow dell’atollo di Bathala circa l’uso dello stendino per i costumi, non vi è dubbio alcuno che la nostra diplomazia saprà essere all’altezza della situazione, essendo appunto le vacanze e i luoghi a esse collegati il contesto ideale per dispiegare i nostri talenti migliori. Non finiremo mai di lodare la saggezza di Frattini e il suo pragmatismo: ci pensino quei boriosi dei francesi a far finta di dipanare l’ingarbugliato gomitolo caucasico. Noi presidiamo i bungalow e l'oliva, senza escludere un vertice sugli sci d’acqua con il democratico americano Barack Obama, in ferie di lavoro alle Hawaii. Però disertare la riunione europea di Bruxelles sarebbe stato maleducato. Così, al posto del ministro con le pinne il fucile e gli occhiali, a rappresentare l’Italia sarà una giovane promessa della politica: il sottosegretario Vincenzo Scotti, omonimo del notabile democristiano risalente al periodo mesozoico della Repubblica. Ma talmente omonimo che è proprio lui.

 

Corsera – 13.8.08

 

Ora difendiamo Tbilisi. Non sia un’altra Sarajevo

André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy

Non crediate che si tratti di una faccenda locale: siamo forse davanti alla svolta più decisiva della storia europea dalla caduta del Muro di Berlino. Sentiamo strepitare da Mosca: «Genocidio!» accusa Putin, che non si era nemmeno degnato di pronunciare questa parola nel cinquantesimo anniversario di Auschwitz. «Monaco!» invoca il tenero Medvedev. E così Medvedev vuole insinuare che la Georgia, con i suoi 4,5 milioni di abitanti, sia la reincarnazione del Terzo Reich. Staremo molto attenti a non sottovalutare le capacità mentali dei due leader, ma sospettiamo che nel fingere indignazione, e soprattutto esagerandola, i governanti russi manifestino la volontà di compiere un’azione risolutiva. Gli spin doctors del Cremlino hanno ripassato i classici della propaganda totalitaria: più è grossa la menzogna, più si picchia duro. Chi è stato il primo ad aprire il fuoco, questa settimana? La domanda è superata. I georgiani si sono ritirati dall’Ossezia del sud, il territorio che la legge internazionale riconosce — vale la pena di ricordarlo — sotto la loro giurisdizione. Si sono ritirati dalla cittadine vicine. Dovrebbero ritirarsi anche dalla loro capitale? La verità è che l’intervento dell’esercito russo oltre confine, contro un Paese indipendente, membro delle Nazioni Unite, rappresenta una grande novità da diversi decenni a questa parte—per essere esatti, dall’invasione dell’Afghanistan. Nel 1989, Gorbaciov si era rifiutato di spedire i carri armati sovietici contro la Polonia di Solidarnosc. Eltsin si è guardato bene, cinque anni dopo, dal permettere alle divisioni russe di penetrare in Jugoslavia per appoggiare Milosevic. Putin stesso non ha rischiato di schierare le sue truppe contro la «rivoluzione delle rose» (Georgia, 2002) e successivamente la «rivoluzione arancione» (Ucraina, 2004). Oggi tutto traballa. E sotto i nostri occhi si profila un mondo nuovo, regolato da nuove norme. Che cosa aspettano Unione Europea e Stati Uniti per bloccare l’invasione della Georgia, Paese amico dell’Occidente? Vedremo Mikhail Saakashvili, leader filo-occidentale, democraticamente eletto, finire i suoi giorni silurato, esiliato, rimpiazzato da un fantoccio o appeso a un cappio? Si ristabilirà l’ordine a Tbilisi come è stato riportato a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968? A queste semplici domande occorre ribattere con un’unica risposta. Occorre salvare una democrazia minacciata di morte. Perché questa storia non riguarda esclusivamente la Georgia, ma anche l’Ucraina, l’Azerbaigian, l’Asia centrale, l’Europa dell’est, e pertanto l’Europa stessa. Se permettiamo ai carri armati e ai bombardieri di distruggere la Georgia, faremo capire a tutti i Paesi della regione, più o meno vicini della Grande Russia, che non li difenderemo mai, che le nostre promesse sono carta straccia, le nostre buone intenzioni parole a vanvera e che non devono aspettarsi niente da noi. Resta poco tempo. Cominciamo quindi con l’annunciare chiaramente chi è l’aggressore: è la Russia di Vladimir Putin e di Dmitrij Medvedev, questo celebre «liberale» sconosciuto che dovrebbe fare da contrappeso al nazionalismo dell’altro. Basta con il regime della tergiversazione e delle lucciole per lanterne: i 200 mila morti della Cecenia, bollati come «terroristi»; il destino del Caucaso del nord, una «questione interna»; Anna Politkovskaya, giornalista suicida; Litvinenko, un marziano... E ammettiamo infine che l’autocrazia putiniana, nata per grazia degli oscuri attentati che insanguinarono Mosca nel 1999, non rappresenta un partner affidabile, e ancor meno una potenza amica. Forte di quale diritto questa Russia aggressiva, minacciosa e in cattiva fede, è ancora membro del G8? Perché siede ancora nel Consiglio d’Europa, istituzione nata per difendere i valori del nostro continente? A cosa serve prodigarsi in costosi investimenti, specie tedeschi, per realizzare un gasdotto sotto il Baltico con il solo vantaggio — per i russi — di aggirare le condutture che attraversano Ucraina e Polonia? Se il Cremlino insiste nella sua aggressione nel Caucaso, non sarebbe il caso che l’Europa riconsideri l’insieme dei suoi rapporti con il grande vicino? La Russia ha bisogno di vendere il suo petrolio, quanto noi di acquistarlo. Talvolta si riesce a ricattare un ricattatore. Se riuscirà a trovare l’audacia e la lucidità per accettare la sfida, l’Europa si dimostrerà forte. Altrimenti è morta. I due firmatari di questo articolo imploravano pubblicamente, in una lettera datata il 29 marzo 2008, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy di non ostacolare l’avvicinamento di Georgia e Ucraina alla Nato. Una decisione in tal senso avrebbe tutelato i loro territori. Il gas avrebbe continuato ad arrivare. E la «logica di guerra», che tanto spaventa i nostri Norpois, si sarebbe inceppata. Al contrario, siamo convinti che il nostro rifiuto in vierà un segnale disastroso ai nuovi zar della Russia nazional-capitalista. Mostrerà loro che siamo deboli e inaffidabili, che Georgia e Ucraina sono terre di conquista e che noi siamo pronti a immolarle volentieri sull’altare delle rinnovate ambizioni imperiali russe. Non integrare, o meglio, non pensare ad integrare questi Paesi nello spazio della civiltà europea avrà un effetto destabilizzante sulla regione. In breve, se si cede a Vladimir Putin vuol dire che siamo disposti a sacrificare in suo onore i nostri principi, e ritirandoci prima ancora di aver tentato qualcosa, non faremo altro che rafforzare, a Mosca, il nazionalismo più virulento. Sarebbe come immaginare il peggio, senza volerci credere fino in fondo. Ma il peggio si è già verificato. Per non turbare Mosca, Francia e Germania hanno apposto il loro veto a questa prospettiva di adesione. Putin ha compreso a meraviglia il messaggio, tanto da scatenare la sua offensiva in segno di ringraziamento. È venuta l’ora di cambiare metodo. Gli europei hanno assistito, impotenti perché divisi, all’assedio di Sarajevo. Hanno visto compiersi, impotenti perché ciechi, la tragedia di Grozny. La vigliaccheria ci costringerà, stavolta, a contemplare passivi e prostrati, la capitolazione della democrazia a Tbilisi? Lo stato maggiore del Cremlino non ha mai creduto nell’esistenza di una «unione europea ». Sa benissimo che sotto le belle parole di cui trabocca Bruxelles fremono rivalità secolari tra sovranità nazionali, manovrabili a piacere e reciprocamente paralizzanti. Il test georgiano è una prova di esistenza o non esistenza: l’Europa che è stata edificata contro la cortina di ferro, contro i fascismi di ieri e di oggi, contro le sue stesse guerre coloniali, l’Europa che ha festeggiato la caduta del Muro e salutato la rivoluzione di velluto, si ritrova oggi sull’orlo del coma. 1945-2008: vedremo sancire la fine della nostra breve storia comune nelle olimpiadi del terrore in atto nel Caucaso?

 

Ma stavolta l'Europa c'è - Sergio Romano

Ciò che sta accadendo in questi giorni fra Mosca, Tbilisi e Parigi potrebbe essere ricordato come una bella pagina di politica estera europea. Le circostanze sono state favorevoli all’Unione. Dopo avere dato alla Georgia un sostegno inopportuno e velleitario, gli Stati Uniti non potevano essere i mediatori della crisi. Occorreva qualcuno che non fosse né pregiudizialmente anti-russo né insensibile al problema dell’indipendenza georgiana. La Francia è presidente di turno dell’Ue, ha un capo dello Stato ambizioso e un ministro degli Esteri con un rispettabile pedigree umanitario. Nicolas Sarkozy e Bernard Kouchner si sono distribuiti i compiti abilmente. Il viaggio del ministro in Georgia ha dimostrato che l’Europa è pronta a sostenere la sua indipendenza. Il viaggio del presidente a Mosca e gli argomenti di cui si è verosimilmente servito nel corso dei suoi colloqui, hanno dimostrato a Medvedev che l’Europa non intende fare un processo alla Russia e ne comprende le esigenze. Questo non significa, naturalmente, che i 27 membri dell’Ue abbiano tutti, in questa vicenda, le stesse opinioni. Un altro presidente, soprattutto se proveniente dall’Europa centro-orientale, avrebbe preso iniziative diverse o si sarebbe allineato sulle posizioni degli Stati Uniti. Ma la Francia, in questo momento, può contare sull’appoggio dell’Italia, della Germania, della Spagna, forse anche della Gran Bretagna. Vi sono state circostanze in cui Sarkozy ci è sembrato troppo motivato dal desiderio di agire e di apparire, anche in momenti in cui sarebbe stato meglio attendere e riflettere. In questo caso la prontezza è stata un necessario ingrediente dell’operazione. Esisterà quindi d’ora in poi una politica estera dell’Europa? Temo che vi saranno ancora occasioni in cui i 27 si riuniranno per sottoscrivere documenti vaghi, somma algebrica delle loro divergenti posizioni. Ma sarebbe un errore dimenticare che vi sono state altre circostanze in cui l’Europa è riuscita a incidere sulla situazione internazionale. Accadde per esempio a Venezia il 13 giugno 1980, quando i leader della Comunità europea (allora eravamo nove) sottoscrissero una dichiarazione sulla soluzione del conflitto arabo- israeliano e sostennero la necessità di associare ai negoziati l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. È accaduto più recentemente, nel 2006, quando Italia e Francia riuscirono a costituire una forza di interposizione prevalentemente europea nel Libano meridionale. So che va di moda, in questi giorni, parlare della sua inutilità e della sua impotenza. Chi si esprime in questi termini dimentica che quell’iniziativa ebbe il merito d’interrompere un conflitto che stava distruggendo il Libano fisicamente e Israele moralmente. Esistono altri precedenti di cui l’Ue può andare orgogliosa. Quando deve occuparsi di politica internazionale, l’Europa è spesso discorde e tentennante. Ma quando il problema all’ordine del giorno è economico o finanziario, e soprattutto quando esistono istituzioni autorizzate ad agire, la voce dell’Europa può essere decisiva. Negli anni in cui Mario Monti fu commissario alla concorrenza alcune sue decisioni (quella sulla fusione tra Honeywell e General Electric, per esempio) dimostrarono che l’Europa aveva una politica economica con cui anche gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare i conti. Sono precedenti incoraggianti cui potrebbe aggiungersi nei prossimi giorni la soluzione, grazie all’Europa, della crisi georgiana.


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