Back

Indice Comunicati

Home Page

Repubblica – 14

Repubblica – 14.8.08

 

La lezione di Putin alla Casa Bianca - LUCIO CARACCIOLO

Se Saakashivili non esistesse, Putin dovrebbe inventarlo. Pare che nelle prime ore di guerra il padrone della Russia non credesse alle sue orecchie. Lo sconsiderato arcinemico georgiano era finito con entrambi i piedi nella trappola sud-ossetina, sfidando Mosca sul terreno militare. In pochi giorni, Putin ha non solo ripreso il controllo dell'enclave contesa, ma minaccia di ridurre l'intera Georgia ad entità virtuale. Soprattutto, ha inflitto una sonora lezione agli Stati Uniti. Per la prima volta dal crollo dell'Unione sovietica, l'impero russo è all'offensiva. La guerra di Georgia non ha solo un formidabile impatto regionale, ma contribuisce a riscrivere gli equilibri globali così come sembravano essersi consolidati alla fine dello scorso secolo. Vediamo. Durante la guerra fredda, l'obiettivo strategico degli Stati Uniti era di impedire che l'Europa occidentale cadesse sotto l'influenza russo-sovietica. Quasi vent'anni dopo aver sconfitto l'Urss, gli americani scoprono che russi ed europei occidentali - tedeschi, francesi e italiani in testa - non sono mai stati tanto vicini. Non solo gas e petrolio. Berlino, Parigi e Roma considerano Mosca parte integrante dell'equilibrio continentale. Dunque rifiutano di costruire una coalizione antirussa in Europa, come vorrebbero i "falchi" di Washington, guidati da Cheney e McCain. E come sognano le piccole e medie nazioni dell'Europa centro-orientale, filoamericane e russofobe (oltreché euroscettiche, salvo quando si tratta di incassare i soldi di Bruxelles). Una frattura che attraversa l'alleanza atlantica e l'Unione europea. Divide l'Occidente. Anzi, ne avvicina una parte essenziale alla Russia. Una tendenza percepibile da tempo, ma che la guerra di Georgia ha reso esplicita. Sarkozy è stato prontissimo a volare a Mosca e a Tbilisi, appena ha capito che la partita sul terreno era decisa, almeno in questa fase. Contrariamente alle apparenze, il leader francese non è stato un mediatore, ma il notaio della vittoria russa e della sconfitta georgiana. Soprattutto, dell'impotenza americana. Il "piano di pace" francese ha semplicemente certificato il risultato sul terreno. Tbilisi può scordarsi Ossezia del sud e Abkhazia. Mosca si vede riconosciuto di fatto il diritto a una sfera di influenza pancaucasica. Putin provvederà poi, imbaldanzito dal successo, a interpretare in modo più estensivo il suo successo. Come si osserva a Parigi, Berlino e Roma, dopo la batosta la Georgia è molto più lontana dalla Nato. E con essa l'Ucraina, l'altra grande perdente dello scontro per l'Ossezia meridionale. La Francia ha agito a nome dell'Unione europea, in quanto presidente di turno. Ma non per conto di tutti. A parte i classici distinguo britannici, nella tragedia georgiana polacchi e baltici si sono smarcati dagli euroccidentali. Mentre Sarkozy avallava il trionfo russo, i presidenti di Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, accompagnati dal collega ucraino, volavano a Tbilisi per solidarizzare con lo sconfitto. Denunciando l'"imperialismo" e il "revisionismo" di Mosca così certificando l'esistenza di almeno due Europee nell'Unione europea e nella Nato. Quella più aperta alle ragioni e agli interessi di Mosca, della quale l'Italia di Berlusconi rappresenta paradossalmente l'ala più estrema - il nostro leader passa per "amerikano" ma quando si tratta di scegliere fra Bush e Putin inclina per il secondo. E quella antirussa, guidata dal "gemello" polacco Lech Kaczynski e dall'estone-americano Toomas Hendrik Ilves, per cui non ci sarà pace in Europa finché esisterà la Russia. Si può immaginare che cosa sarebbe successo se la cabala della rotazione avesse assegnato ad uno di loro la presidenza dell'Ue. Era questa l'Europa, era questo l'Occidente per cui gli Stati Uniti si sono battuti nella guerra fredda? Certamente no. L'America non aveva spinto l'Urss al suicidio per ritrovarsi di fronte un impero russo assetato di rivincita, deciso a riconquistare almeno parzialmente i territori persi nella "catastrofe geopolitica" (Putin) del 1989-'91 e capace di strutturare un solido rapporto con l'Europa occidentale. Valeva la pena per gli Usa scambiare satelliti come Bonn (oggi Berlino) e Roma - per tacere del contrastato ma fruttuoso rapporto con Parigi - con Tallinn, Riga e Vilnius, dove l'ambasciatore americano è l'autorità suprema, almeno quanto da noi negli anni Cinquanta? O anche con Varsavia, Kiev e Tbilisi? La "Nuova Europa" evocata da Rumsfeld ai tempi della campagna irachena sta procurando a Washington più problemi di quanti ne risolva. Il caso georgiano è esemplare Saakashivili si considera più americano di molti americani. Bush lo ha sostenuto e armato per servirsene come spina nel fianco del colosso russo, in un'area strategica per i corridoi energetici. A cominciare dall'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e dall'assai futuribile gasdotto Nabucco, entrambi di dubbio senso economico ma concepiti come leve geopolitiche per aprire vie alternative a quelle russe nelle esportazioni di greggio e di gas centroasiatico verso l'Europa. Ma i georgiani hanno sovrainterpretato l'appoggio americano. Hanno voluto vedervi - o è stata loro fatta vedere - luce verde per la riconquista del loro micro-impero caucasico, da estendere a popoli refrattari a Tbilisi come, i sud-ossetini. Nel gioco delle ingenuità e manipolazioni reciproche, alla fine, come nel caso del Kosovo, è stata la coda a muovere il cane. Se però gli albanesi dell'Uck usarono magistralmente la Nato contro la Serbia, i georgiani - o almeno il loro avventuroso condottiero - si sono illusi di godere della protezione americana contro Putin. Nessuno a Washington è pronto a scatenare la guerra alla Russia in nome dei diritti della Georgia. Nel crepuscolo di Bush, la balbettante risposta americana alla guerra russo-georgiana riflette il vuoto strategico di questa amministrazione. Oscillante fra l'ammiccamento a Putin e il tentativo di sancire il riallargamento della Nato la definitiva liquidazione di qualsiasi sfera di influenza russa in Europa. Un zigzag pericoloso, che ha prima terrorizzato la Russia con l'avanzata della Nato verso le sue frontiere, con la Rivoluzione delle rose in Georgia e soprattutto con quella arancione in Ucraina. Salvo poi scatenarne la prevedibile reazione. Ora anche militare. Minacciare l'esclusione della Russia dal G8 e inviare aiuti umanitari ai georgiani su navi militari a stelle e strisce può forse giocare in chiave di campagna elettorale repubblicana contro il "morbido" Obama. Certo non spaventa Putin. Convinto di poter contare anche sui partner della "Vecchia Europa". Al prossimo presidente di compiere la scelta che Bush, dopo Clinton, non ha saputo osare. L'alternativa è fra accettare la Russia come fattore imprescindibile dell'equazione di potenza in Eurasia, oppure aderire alla convinzione polacco-baltica, ma anche ucraina e georgiana, per cui la vittoria nella guerra fredda non significa solo abbattere la cortina di ferro, ma spostarla quanto più a ridosso di Mosca possibile. Isolando e distruggendo una volta per tutte l'impero russo, vocato all'espansione a mano armata. Entrambe le scelte hanno dei costi. La seconda difficilmente potrebbe evitare una guerra, o una serie di guerre nel cuore del nostro continente. Perché la Russia non si suiciderà come l'Urss. Questo Putin voleva far sapere al mondo con la campagna georgiana. Di questo abbiamo preso atto nella "Vecchia Europa". Ma in America?

 

L'odissea di una peruviana. "In cella perché straniera"

MARIA ELENA VINCENZI

ROMA - Scambiata per prostituta, umiliata davanti ai passanti proprio nel centro della città, portata all'ufficio Immigrazione. E lasciata lì, tutta la notte, in una cella minuscola, sporca e maleodorante con prostitute vere, che le passano accanto e sbrigano le pratiche per il rilascio ben più velocemente di lei. Succede a Roma, la città che, su disposizione del governo, avrà il maggior numero di militari a presidiare strade, stazioni, ambasciate. La stessa dove i primi appuntamenti nell'agenda del sindaco sono le nuove ordinanze anti-rovistaggio, anti-accattonaggio Scambiata per prostituta, una notte in cella. Le vittime sono due ragazze normalissime. Vestite come qualsiasi altra giovane romana. Jeans, T-shirt a girocollo, ballerine, 28 anni, occhiali a goccia, capelli legati e un filo di trucco. Solo che, nonostante l'inflessione romanesca, sono peruviane. Almeno di nascita: a Roma ci vivono da cinque anni. Sono diplomate in Italia e frequentano regolarmente l'università "La Sapienza". Si mantengono con qualche lavoretto, una fa la cameriera e l'altra la baby sitter. Vivono in zona Prati. La domenica insegnano catechismo a Santa Maria degli Angeli, piazza della Repubblica, poco distante dalla centralissima stazione Termini. Un racconto fatto di lacrime e paura, quello delle due protagoniste della storia, M. J. P. e Y. V. "Erano le 17 quando sono arrivata in via XX Settembre per aspettare che la mia amica uscisse dal lavoro. Dovevamo andare con amici a prendere l'aperitivo. Lei era in ritardo, così ho deciso di sedermi sui gradini di Santa Maria della Vittoria. Cinque minuti e una volante della polizia mi si avvicina. Gli agenti abbassano il finestrino e uno dei due mi chiede: "Ma che fai ti metti a lavorare proprio qui, davanti a una chiesa?". Io, incredula, rispondo: "Come?". Lui ripete lo stesso concetto. Rimango senza parole, non riesco a credere che si possano essere permessi di confondermi con una prostituta: sono una ragazza normale, vestita con gonna e camicia. Non riesco a reagire. L'unica cosa che faccio è chiamare la mia amica". Che racconta: "Sono scesa, ho trovato M. in lacrime. Mi sono avvicinata e gli agenti hanno ripetuto a me la stessa cosa, con lo stesso tono sprezzante: "Bella, diglielo pure alla tua amica, questa è una chiesa, non potete mettervi a lavorare qui". Vado su tutte le furie e loro, di tutta risposta, ci chiedono i documenti: io li avevo, la mia amica no perché aveva una borsetta da sera molto piccola. Intorno, la gente iniziava a innervosirsi per la reazione dei poliziotti. Tanto che, dopo qualche schermaglia, decidono di andare via". Ma non finisce qui: alcune donne che hanno assistito alla scena convincono le studentesse ad andare a denunciare l'accaduto in questura. Hanno preso pure il numero di targa della volante. Le due ragazze decidono di seguire il consiglio e a piedi arrivano a via San Vitale, sede della questura di Roma. "Entriamo in portineria e chiediamo di fare una denuncia: il poliziotto all'entrata è gentilissimo. Dopo un minuto, dall'ingresso entra lo stesso agente con cui avevamo litigato. "Ancora qui state? Adesso vi faccio passare la voglia". E mi prende per un braccio - racconta Y. V. - io mi divincolo e gli dico che lo denuncerò. L'agente per la prima volta abbandona il tono arrogante, si stizzisce e carica la mia amica in macchina. "Con te non posso ma con lei sì, è senza documenti". E se ne vanno senza nemmeno dirmi dove la portano. I colleghi della questura, che hanno visto la scena senza battere ciglio, dopo la mia insistenza mi dicono la destinazione, l'ufficio immigrati di via Patini. Chiamo un amico, vado a casa di M. a prendere i documenti e li porto là. Arrivo alle 20 e consegno tutto. Chiedo quanto ci metteranno a rilasciarla: due ore circa. Decido di aspettare. Passano le ore e delle mia amica nemmeno l'ombra". "Mi hanno tolto tutto quello che avevo - spiega l'amica - e mi hanno chiuso dentro una cella sporca di immondizia. Non riuscivo a smettere di piangere. Tutti gli altri stranieri che stavano lì uscivano prima di me, ladre, prostitute, pusher, abusivi. La notte è passata così, tra lacrime e preghiere. Sono uscita solo alle 10.30 del mattino". Versione confermata anche da un amico italiano, C. B., che ha accompagnato Y. a prendere i documenti a casa della ragazza e poi a via Patini. "Siamo stati lì davanti fino alle 3 del mattino, poi siamo tornati più tardi. E, infine, alle 10.30 sono stato io a prendere M. quando, sconvolta, è stata rilasciata e l'ho accompagnata a casa in motorino". E ancora ieri, una volta fuori, le ragazze non riescono a dimenticare. "Roma è diventata invivibile per gli stranieri: siamo regolari, parliamo romano, abbiamo amici italiani eppure veniamo trattate così. Siamo qui da tanti anni, continuiamo ad amare questa città, ma facciamo fatica a viverci". Forse tutto questo andrebbe denunciato. "Volevamo farlo ieri, ma poi è andata come è andata. Ora abbiamo paura, chi ci torna in questura?".

 

Manifesto – 14.8.08

 

«Prostituta e recidiva». La vergogna di Parma - Giorgio Salvetti

«Recidiva». Il sindaco di Parma, Pietro Vignali (lista civica di centrodestra), definisce così la prostituta nigeriana gettata dai suoi vigili in una cella di sicurezza. Siccome non accetta programmi di recupero, per il sindaco, è legittimo continuare a fermarla, identificarla e rilasciarla. Insomma a perseguitarla. La foto di quella ragazza che piange per terra sporca e seminuda, solo per puro caso è finita sulle pagine dei giornali. Chi di retata ferisce, di retata perisce. E' andata proprio così agli amministratori del comune di Parma. Venerdì scorso avevano organizzato una bella gita per fotografi e giornalisti sulle auto dei vigili per mostrare quanto sono efficienti nel controllo della prostituzione. Quella foto ha rovinato tutto e si è trasformata in un boomerang. Nell'aristocratica città emiliana di 200 mila abitanti è già stato accertato che le prostitute sono una trentina. I controlli di polizia e carabinieri sono continui. Ma non basta, bisognava far vedere che anche il comune faceva la sua parte. Ma lo spot pro sicurezza gli si è rivoltato contro. Merito di chi ha scattato la fotografia e de La Repubblica di Parma, che per prima l'ha pubblicata. E' così la città della Carta dei Parma che sigla l'alleanza dei sindaci-sceriffi di Destra e Pd, da simbolo di sicurezza si è trasformata in simbolo di brutalità contro i più deboli. L'immagine così forte e controproducente ha costretto anche il presidente del senato Schifani ad intervenire e a chiedere chiarimenti. Il sindaco, che non rilascia interviste, in un comunicato ha fatto sapere di essere già in contatto con la presidenza del Senato e non ha nessuna intenzione di fare inchieste interne perché secondo lui «La ragazza, nel corso dell'accertamento dell'identità, è stata trattata con grande dignità e rispetto. Mi risulta che si sia gettata in terra da sola. Le è stato offerto di prendere parte a un progetto di recupero, ma la sera dopo era già in strada». Mentre il comune si autoassolve. Ieri il pm Francesco Gigliotti ha affidato alla questura di indagare sulla vicenda. E in prefettura a Parma si lavora per rispondere all'interpellanza dei senatori radicali Marco Perduca e Donatella Poretti. L'opposizione intanto alza la voce. Giorgio Pagliari, capogruppo del Pd nel consiglio comunale, pretende chiarimenti alla prime assemblea dopo la pausa estiva. «Non si può perseguire la sicurezza dei cittadini non rispettando i diritti umani», dice. Marco Ablondi del Prc chiede il ritiro delle delega all'assessore alla sicurezza Monteverdi. La versione del comune, però, non ammette critiche: la ragazza era sdraiata per terra solo per farsi un riposino e darsi una calmata. Al mattino le avrebbero offerto la colazione e l'avrebbero lasciata andare. Si sta strumentalizzando quella foto. Tutto qui. Come è andata davvero quella serata? Lo ha raccontato nei minimi dettagli Mario Robusti, colui che ha scattato quella foto. «La sera prima c'era stata un'operazione anti-prostituzione dei carabinieri - racconta Mario - l'assessore alla sicurezza Costantino Monteverdi ci ha contattato e ci ha invitato a partecipare ad un controllo, questa volta da parte della polizia locale. Ci siamo ritrovati alle 23 in piazza Garibaldi. L'assessore avrebbe voluto farci salire sulle auto impegnate nei controlli, ma poi siamo stati caricati su un'altra auto di supporto dei vigili. In tutto erano impegnati 8 vigili. Poco dopo in via Spezia sono state fermate due prostitute e un cliente. Seconda tappa in via Emilia Ovest. Due prostitute si nascondevano accovacciate tra i cespugli, una terza è stata caricata in macchina a spintoni. La ragazza in auto si è messa a urlare e a scalciare. Tre ore più tardi era in quella cella della centrale dei vigili di via del Taglio. Piangeva sdraiata a terra». Mario ha chiesto che ci faceva lì, gli è stato risposto che si stava solo calmando. Era sporca e seminuda, ma senza segni di maltrattamenti. In quel momento è stata scattata la famosa foto. Tre scatti, dalla porta, dallo spioncino e dal vetro di sicurezza. A quel punto a Mario è stato espressamente chiesto di non pubblicarla. «E' solo una vittima, va tutelata», questa la motivazione dell'assessore alla sicurezza. Repubblica invece l'ha pubblicata sulle pagine locali. Lo storico Gazzettino di Parma, solo il giorno dopo, è stato costretto a fare lo stesso. Lunedì il caso è diventato nazionale. Risultato della serata, 10 multe da 50 euro e una pessima figuraccia. Anche i vigili, però, durante quell'operazione hanno lamentato di non essere preparati per il controllo della prostituzione e di preferire i loro compiti tradizionali legati al controllo stradale. «A noi non piacciono questi servizi», ha confessato l'ispettore capo della polizia locale Claudio Bergnoli. Eppure proprio l'uso poliziesco dei vigili è una delle richieste dei sindaci-sceriffi di destra e Pd firmatari della Carta di Parma già recepita dal ministro Maroni. Per ora a Parma per i controlli delle prostitute si agisce ancora grazie a un'ordinanza del 2007 che vieta lo stazionamento di clienti e prostitute in strada perché intralciano il traffico. Le nuove ordinanze conseguenti al decreto sicurezza saranno varate solo a settembre. Ma i vigili vengono già usati come poliziotti. Per il sindaco Pietro Vignali «I controlli sulla prostituzione sono necessari e continueranno». Quanto a tolleranza zero non ne vuole sentire parlare. «In questa città di sindaci sceriffo non ce ne sono mai stati e non ce ne saranno». A Parma la sicurezza è diventata un'ossessione. La città tradizionalmente rossa è governata dalla destra. E la Lega, che rimane fuori dalla giunta, alle politiche ha fatto il botto conquistando un roboante 12%. Gli abitanti del centro storico da mesi si riuniscono per lamentarsi degli africani che si trovano fuori dai bar e, a sentir loro, bevono e fanno pipì per strada. Peccato che molti lavorino in nero nei salumifici e nelle ditte che confezionano il celebre prosciutto. La paranoia è diventata tale che nel centrale Piazzale della Pace, dove si organizzano concerti, il comune ha stanziato un presidio permanente, oltre a polizia e vigili ha assoldato delle guardie giurate, li chiamano «i buttafuori». Dopo le 23 non si può circolare con bottiglie (come nella Bologna di Cofferati). Nel parco Ducale circolano ronde di ex carabinieri e ex finanziari in pensione, il comune gli ha regalato delle pettorine gialle e delle bici perché non si affatichino troppo. In quel parco «abbandonato» hanno sede i carabinieri del Ris di Parma. Ora che ci sono i colleghi pensionati che gironzolano si sentiranno più al sicuro.

 

Abuso di potere - Alessandro Robecchi

Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l'obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata - almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi - dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola. Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un'ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza. Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo. A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d'Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l'unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare». Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l'inizio. L'arrivo - ci siamo - è l'immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell'abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un'emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell'Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos'ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere. Ai tempi del colera.

 

Famiglia Cristiana attacca: «Può tornare il fascismo» - Stefano Milani

ROMA - Di questi tempi bisogna accontentarsi. Siamo alla vigilia di Ferragosto e la politica non riesce proprio a regalarci emozioni migliori. Perciò basta un uno-due, l'ennesimo, uscito in punta di penna dalle pagine di Famiglia Cristiana per mandare di traverso le vacanze al governo e riaccendere lo scontro. Che si sta consumando ormai da diversi mesi, sulle colonne del settimanale dei paolini, a colpi di editoriali. L'ultimo lo leggeremo solo tra una settimana, ma gli stralci sono sufficientemente gustosi perché la polemica possa alimentarsi almeno fino al rientro dalle spiagge. Il nuovo affondo è sottoforma di augurio. Quello, si legge nel pezzo a firma Beppe Del Colle in edicola mercoledì prossimo, che «non sia vero il sospetto che in Italia stia rinascendo il fascismo sotto altre forme». Non c'è neanche il tempo di tirare un po' il fiato e stemperare le polemiche sull'editoriale fresco di stampa - da ieri in edicola e che ha come protagonista il «presidente spazzino» (riferito a 'O miracolo del cavaliere sull'immondizia di Napoli) e sull'ordinanza dei militari per le strade italiane, «neanche fossimo in Angola» - che subito nuove accuse fanno imbestialire gli esponenti del centrodestra. Il più agguerrito di tutti è Maurizio Gasparri che ha già una querela nel cassetto da consegnare al direttore del settimanale, don Antonio Sciortino, reo di averlo accusato, in un'intervista apparsa ieri su La Stampa, di «predicare bene e razzolare male. Qui a Marettimo, dove ha casa e la fa un po' da boss, An governa con la sinistra e Prc». «Io giro l'Italia e non vedo questo ritorno del nazifascismo, non lo noto - replica piccato il capogruppo dei senatori del Pdl sulla polemica del giorno - ma se Sciortino la pensa così, allora torni a Milano, piazzi i sacchetti di sabbia, prenda il mitra e spari, noi ci uniremo a lui come un sol uomo, tutti comandati da don Sciortino...». La verità, prosegue l'esponente di An, è che Famiglia Cristiana «va malissimo, si parlava di un avvicendamento alla direzione, e queste polemiche lo rendono intoccabile». Anche La Russa punta i piedi e contrattacca. «Riporti in avanti l'orologio - suggerisce il ministro della Difesa - non esiste nessuna limitazione a dire sciocchezze». Ci va giù duro anche il sottosegretario con delega alla Famiglia, Carlo Giovanardi, secondo cui «di fascista oggi in Italia» ci sono soltanto «i toni da manganellatore che Famiglia Cristiana consente di usare a Beppe Del Colle». Ma Del Colle, editorialista politico e firma storica del settimanale, ha già bella e pronta la replica. Sul prossimo numero in edicola il 20 agosto ne ha per tutti e non si limita all'allarme son fascisti. Prima cosa, rimanda al mittente le accuse di «cattocomunismo» lanciate in questi giorni dallo stesso Giovanardi. «No, onorevole - scrive - non siamo cattocomunisti. Tantomeno "criptocomunisti", come dichiarato dal loquacissimo Gasparri e da altri politici (Rotondi, Bertolini, Quagliariello), senza argomenti». Giovanardi, aggiunge, «non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale». E ancora: «Nessuna autorità religiosa ci ha rimproverato nulla del genere, e lui non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale». Passa poi a rivendicare tutti i temi «eticamente "irrinunciabili"». Dal divorzio, all'aborto, dalla procreazione assistita all'eutanasia, dai dico ai diritti della famiglia. Temi che, durante la scorsa campagna elettorale, fecero di Famiglia Cristiana lo spauracchio del centrosinistra e di Veltroni in particolare. Un editoriale del periodo parlava di «pasticcio veltroniano in salsa pannelliana», riferendosi all'imminente accordo tra Pd e radicali. «Non siamo mai cambiati - continua Del Colle - nel modo di affrontare le realtà del mondo con spirito di cristiani. Perché critichiamo l'attuale governo, come abbiamo fatto con tutti i governi, anche democristiani, quando ci sembrava giusto e cristiano farlo». E infine arriva il nuovo affondo sulle impronte ai rom, che proprio continuano a non piacere al giornale dei paolini, definite «una trovata sciocca e inutile». Oltre che «indecente» perché «da un lato basta censirli, aiutarli a integrarsi con la società civile in cui vivono marginalizzati», ma dall'altro «bisogna evitargli la vergogna di vedersi marcati per tutta la vita come membri di un gruppo etnico considerato in potenza tutto esposto alla criminalità». E sempre sulle discriminazioni, Famiglia Cristiana giustifica le recenti strigliate arrivate dal Consiglio europeo: «Quella foto del bimbo ebreo - si legge - nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss è venuta alla memoria come un simbolo».

 

Lampedusa, l'incognita blu - Giuliana Sgrena

LAMPEDUSA - O'scià, respiro. Ma è anche un saluto, un augurio. È la parola magica di Lampedusa. Di cui si comprende la magia e l'umanità davanti alla «Porta di Lampedusa - Porta d'Europa», un monumento alla memoria dei migranti deceduti in mare durante l'avventurosa traversata. L'opera di Mimmo Paladino, inaugurata il 28 giugno scorso, è una grande arcata alta quasi cinque metri e larga tre, installata nella punta più meridionale dell'isola che è anche il punto più a sud dell'Europa che si inabissa nel Mediterraneo. Attraverso la porta si vede il blu, in questo caso intenso e profondo del mare, che ben simboleggia tutte le incognite, i pericoli, le insidie che devono affrontare i migranti in cerca di un futuro migliore. E che non sempre riescono a superare. E anche quando riescono ad arrivare sani e salvi non è detto che avranno un futuro su questa costa del Mediterraneo. A ricordarglielo con un gesto provocatorio, razzista e di pessimo gusto è stata proprio la vicesindaco di Lampedusa (nonostante il comune abbia sponsorizzato l'opera di Paladino), la senatrice leghista Angela Maraventano che ha depositato accanto alla porta dell'artista campano una finestra in alluminio per ostentare l'atteggiamento del suo partito e del governo: chi entrerà dalla porta uscirà dalla finestra. Ora il telaio di alluminio è abbandonato all'entrata di un fortino che doveva proteggere la costa nelle guerre passate e sul quale sventola la bandiera italiana e quella europea. Un gesto quello della senatrice che dimostra che c'è ancora chi coltiva l'odio e lo scontro nei confronti dei popoli che vivono sull'altra sponda del Mediterraneo, alimentato anche dallo sciopero della fame contro il leader libico Gheddafi di Angela Maraventano, durato ben sei ore, fino alla rassicurante telefonata di Maroni, che non le hanno fatto perdere nemmeno un pasto! Tombe senza nome. Eppure la «porta d'Europa» è diventata meta di pellegrinaggio o almeno un bella cornice per una foto ricordo di Lampedusa. Quando si legge la targa che ricorda i migranti deceduti e dispersi in mare è come se improvvisamente la costa dell'Africa del nord così vicina (113 chilometri) e alla quale la stessa Lampedusa appartiene geologicamente, si allontanasse improvvisamente. Sulla porta, realizzata in ceramica refrattaria, gli oggetti della quotidianità: scarpe, cocci di piatti, mani, cappelli, tegole, su cui si può cuocere il pesce e filo spinato. Infine numeri. Quanti sono i corpi inghiottiti da questo mare? Non si saprà mai. Molti di quei corpi senza nome sono finiti in fondo al mare altri sono stati sepolti nel cimitero locale. Le loro tombe si distinguono in un camposanto fatto di tombe molto particolari, costruite tutte in verticale, e ben curate. I cadaveri dei migranti sono stati invece accumulati in fosse comuni e sopra la terra coperta di erbacce sono state piantate delle croci di legno, non importa se il loro dio è diverso dal nostro e non usano le croci. Un dio ce l'avranno pure! Ma non un nome, infatti sopra le croci ci sono solo dei numeri. E di vittime senza nome ce ne saranno altre, al cimitero di Lampedusa ci sono già altre tombe numerate pronte per essere usate in futuro. Purtroppo è una facile previsione: non tutti ce la faranno tra quelli che ogni notte prendono il largo dalla Libia sfidando la traversata su carrette del mare. E che siano carrette non c'è dubbio. Un paio sono ancora attraccate al porto piene di salvagente accanto alle vedette della finanza e della guardia costiera, alcune sono accatastate al cimitero delle barche insieme a quelle dismesse dai lampedusani, altre infine sono abbandonate in uno spiazzo vicino al porto dove fanno da cornice a un nuovo luna park con giostre e auto-scontro per bambini. In fondo queste barche che arrivano ogni notte stracolme di uomini, donne e bambini che non hanno più nulla da perdere fanno parte della realtà di Lampedusa. Gli abitanti lo sanno anche se i turisti non li vedono, non li possono vedere. Generalmente i profughi vengono avvistati in mare, poi recuperati e portati a riva, quasi sempre di notte, e poi immediatamente trasferiti al Centro di soccorso e prima accoglienza (di cui parleremo nella prossima puntata) altrettanto invisibile ai più. L'«altro» invisibile. Mentre le barche sbarcano sulla riva africani in cerca di futuro, decine di aerei sbarcano centinaia di turisti che vengono dal nord a godersi lo splendido mare di Lampedusa. Il mare è lo stesso, forse più africano che europeo, ma non ha lo stesso significato. Vite che si sfiorano ma non si incontrano, forse non si incontreranno mai. Si vive una realtà artificiale. Dove l'unico incontro con l'"altro" avviene sulle spiagge con i venditori ambulanti ormai riconosciuti come lavoratori stagionali, che passano qui il periodo di affluenza turistica e poi ritornano dalla famiglia in Pakistan o nel Maghreb per svernare. Anche nella centralissima via Roma cominciano a essere evidenti le presenze di negozi gestiti dai migranti. Ma questo non sembra turbare minimamente i lampedusani, gente molto accogliente, curiosa, come spesso succede agli abitanti delle isole, tanto più se piccole. Forse anche per questo i lampedusani non sono affatto ostili ai migranti: «la nostra isola al centro del Mediterraneo è sempre stata meta di pirati, avventurieri e commercianti fin dal tempo dei fenici», sostiene Nicola, uno scultore artigianale di tartarughe su pietra calcarea. Ogni mattina va a cercare qualche sasso nell'ex forte trasformato in ovile da un suo amico pastore, uno dei tre che ancora sopravvivono nell'isola e che si incontrano spesso con il loro gregge alla ricerca di pascolo. Nicola sa tutto dell'isola ed è anche, a modo suo, informato sugli eventi del mondo pur vivendo in una tenda piantata su un territorio demaniale che lui ha trasformato in una specie di piantagione. Una occupazione di spazio pubblico che gli ha anche procurato una causa penale vinta grazie ad un amico avvocato che ha dimostrato che il terreno era abbandonato. Ricorda della sua sorpresa quando per la prima volta arrivato in tribunale era stato chiamato «signore». Per ora la sua situazione sembra sanata anche se lui ha mantenuto una forte ostilità nei confronti degli ambientalisti che probabilmente avevano denunciato l'abuso. Comunque non ha perso la sua affabilità e disponibilità nei confronti dei migranti. Lui stesso si considera un po' migrante: passa i mesi turistici a Lampedusa a scolpire tartarughe che vende a 10 euro e poi va a Malta, dove trascorre anche mesi, e infine si trasferisce sul continente dove è ospite di vari amici del nord Italia conosciuti durante l'estate. Sono molti i lampedusani a usare l'inverno per conoscere il mondo. Questa apertura rende i lampedusani sensibili alla sorte dei migranti. Si preoccupano della fine che faranno quando lasceranno il centro di accoglienza di Lampedusa: «bisognerebbe dare loro una possibilità di lavoro», sostiene Tonino. Del resto per i lampedusani il Centro di accoglienza è anche una opportunità di lavoro. Una cosa è certa Lampedusa non è un'isola al collasso come scrivono spesso i giornali nazionali. L'isola, trent'anni fa. E' quasi inevitabile fare conoscenze a Lampedusa. Adesso come trent'anni fa, quando ero venuta per la prima volta e sull'isola vi erano solo poche case e un unico albero. Adesso il villaggio si è moltiplicato, il porto si è raddoppiato e riempito di pescherecci e barche da diporto, l'acqua che arriva con navi cisterne è sempre disponibile. Allora, mi ricordo, ci lavavamo con un secchio d'acqua a testa preso dall'unico bidone disponibile. Sono cresciuti anche alberi e fiori e nel cuore dell'isola, nella piccola valle che porta verso il centro di accoglienza per i migranti, vi è anche l'unica zona coltivata: ortaggi e viti. Ma vi sono anche fiori e molte palme purtroppo minacciate da un insetto venuto dall'Asia, il punteruolo rosso che non si riesce a debellare. Molte palme sono già trasformate in grossi tronchi malati e fasciati. Allora, trent'anni fa, non c'erano migranti che attraversavano il Mediterraneo, erano i tempi dei «boat people» che fuggivano dal Vietnam comunista e avevano ben altra considerazione a livello internazionale e altra accoglienza dal mondo occidentale. Come se i somali che fuggono oggi alla guerra e al degrado di un paese, cui ha contribuito anche una missione militare guidata dagli Usa, con la partecipazione italiana, che avrebbe dovuto restituire la speranza! (Restore hope), non avessero lo stesso diritto di trovare un lavoro, una casa, una opportunità di vita. E gli afghani, gli iracheni e i palestinesi? Ma i tempi sono cambiati, il comunismo non c'è più tranne a Cuba e quindi gli unici profughi ben accolti sono i cubani. L'isola è irriconoscibile rispetto ad allora anche se non è venuto meno il fascino di questa terra desertica in pieno Mediterraneo, meta anche delle tartarughe che vengono a deporre le loro uova sulla spiaggia dell'isola dei Conigli, una splendida riserva naturale gestita dal 1996 dalla Lega ambiente. Gli ambientalisti ogni anno da giugno ad agosto fanno i turni di notte in attesa delle tartarughe per mettere al riparo i loro nidi. Ma quest'anno, almeno finora, non si sono viste tartarughe femmine che invece hanno deposto le loro uova sulla spiaggetta vulcanica di Linosa. "Purtroppo non arrivano tutti gli anni, anche se le tartarughe depongono le uova sempre nello stesso posto", spiega Giusi Nicolini, responsabile della Lega ambiente che da anni si batte con decisione e coraggio per il rispetto dell'ambiente di Lampedusa. Un paesaggio così affascinante scatena gli appetiti degli speculatori che ne vorrebbero fare una meta di club vacanze. Finora molte speculazioni sono state impedite: la spiaggia più bella, quella dell'isola dei Conigli, è frequentabile dai turisti che possono disporre di una zona limitata per ombrelloni (il sole infuoca la finissima sabbia bianca) ma devono scendere rigorosamente a piedi. E soprattutto la baia non può essere invasa dai numerosi natanti che non risparmiano atre calette. Ma anche all'isola dei Conigli non mancano le eccezioni: una splendida villa nascosta tra la macchia mediterranea, il cui giardino scende quasi a lambire la spiaggia. Era stata costruita da Domenico Modugno quando il piano regolatore permetteva di ricostruire al posto di vecchi ruderi demoliti. Effettivamente sul posto esisteva un vecchio forte ma nessuno ha controllato che la villa edificata mantenesse le dimensioni del rudere demolito e dopo la costruzione, in mancanza di piante catastali o fotografie, la villa è difficilmente contestabile. Anche se la vita non è facile per gli ospiti dello splendido rifugio visto che tutte i rifornimenti devono essere trasportati a spalla. Forse per questo è stata messa in vendita dal nuovo proprietario che l'aveva acquistata dagli eredi di Modugno. Il famoso cantante aveva voluto tornare proprio qui per morire nella sua casa davanti al mare, il 6 agosto del 1994. L'eredità canora è stata invece raccolta da Claudio Baglioni che nell'isola, dove possiede una villa blindata a cala Creta, organizza ogni anno a settembre un festival che fa affluire molti cantanti e personaggi famosi per attirare l'attenzione sul problema dei migranti. Il tutto nel nome di O'scià.     (1 - continua)

Nulla sarà più come prima - Tommaso Di Francesco

Mosca dichiara: «Obiettivi raggiunti, operazioni militari sospese», il Caucaso è in macerie, migliaia le vittime tra morti e feriti, la verità è sempre bombardata. Ma sul terreno di questa sanguinosa crisi sudosseta-georgiana e russa restano anche i rapporti internazionali, a partire proprio dal ruolo dell'Europa. I leader che governano il vecchio continente sono corsi tardivamente ai ripari della mediazione, ma con quale credibilità è difficile immaginare visto che sono quasi gli stessi che governano la più grande alleanza militare del mondo, la Nato che è parte in causa se non l'obiettivo di questo conflitto. Ora è messa a dura prova l'irresponsabile politica dell'allargamento della Nato a est e, con essa, la provocazione - «dichiarazione di guerra alla Russia» la definisce Noam Chomsky - costituita dalla Scudo antimissile che Bush vuole installare con radar e rampe di missili nella Repubblica ceca e in Polonia. Così come acquista una dimensione nuova, non meno pericolosa, il tutt'altro che sciolto nodo del Kosovo, diventato inevitabile pietra di paragone dei comportamenti strabici della diplomazia occidentale e americana che a febbraio - pur con l'Onu e la Ue spaccati - riconosceva quell'indipendenza proclamata a Pristina in modo unilaterale, sorda all'allarme di chi s'interrogava su che cosa a quel punto sarebbe accaduto nel Caucaso degli indipendentismi. Con l'ultimo vertice di Bucarest dell'aprile scorso c'è stata un'ulteriore svolta nell'espansione di un'Alleanza atlantica extralarge, che ha come caratteristica quella di inscrivere nell'alleanza militare paesi che un tempo erano alleati strategici dell'ex Unione sovietica (Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia, Repubblica ceca, Bulgaria) condizionandone le scelte strategiche internazionali con il coinvolgimento nelle guerre americane e occidentali (vedi l'Iraq e l'Afghanistan) e quelle politiche, con il cambiamento di natura dei bilanci statali oppressi dal riordino di ingenti spese militari e, soprattutto, trasformando quelle incerte e spesso ambigue democrazie, tout court, per il semplice fatto di aderire alla più potente alleanza militare del mondo, in «democrazie realizzate». Il nuovo obiettivo strategico del vertice di Bucarest, dove sono entrati Albania e Croazia, lungamente perseguito dall'Amministrazione Bush è stato quello di candidare due paesi come l'Ucraina e la Georgia che erano parte integrante dell'ex Urss e che con grande difficoltà hanno realizzato la loro indipendenza da Mosca. Si è trattato e si tratta, ora lo si vede bene, di una strategia atlantica di aperto sfondamento verso Oriente, che risponde ai compiti della Nato rivisitata del 1999, dopo la guerra «umanitaria» contro l'ex Jugoslavia, ma che difficilmente corrisponde all'originario compito di contenere l'espansione sovietica, non esistendo più l'Urss e il Muro di Berlino. Una strategia che punta dritta alle repubbliche dell'Asia postsovietica e al controllo delle fonti energetiche lì rappresentate. Per realizzare questo compito il conflitto armato non è escluso: altrimenti come si spiegherebbero le nuove basi militari, le migliaia di «istruttori» militari americani e occidentali disseminati in quell'area e il coinvolgimento nelle guerre irachena e afghana sempre in chiave di supporto agli Usa ma anche come istruzione alla guerra. È sotto gli occhi di tutti che questa pericolosa scelta di allargamento della Nato a est perseguita finora, ahimè, in modo bipartisan da leadership atlantiche di destra e di sinistra dell'Unione europea - con qualche timida e solo recente preoccupazione della esposta Germania - non regge più di fronte alla risposta russa che, da ora in poi, sappiamo sarà altrettanto provocatoria e violenta. Se la sono andata a cercare. Perché, si chiedono molti osservatori internazionali: è mai possibile immaginare che Saakashvili abbia deciso di attaccare in modo a dir poco avventurista l'Ossezia del sud senza che Washington ne sapesse nulla? E ancora: com'è possibile che i comandi della Nato fossero all'oscuro di quello che accadeva sul campo? Ora nulla sarà più come prima nemmeno per lo scudo antimissile. Perché adesso appare sempre più evidente che l'obiettivo di questa sciagurata iniziativa di Bush - sostenuta dai governi europei Italia in primis già con il governo Prodi - ha tra gli obiettivi proprio la Russia e che da Mosca, come più volte concretamente minacciato, non arriveranno caramelle. Senza dimenticare che questo nuovo sistema d'armi motivato in chiave anti-Iran, rischia di mandare in pezzi proprio il rapporto con la Russia formalmente fin qui alleata contro Teheran. Del resto il gioco sporco di Bush di presentare come arma sicura e da first strike il sistema antimissile è non solo rifiutato dalle popolazioni della repubblica ceca e polacca. È messo in discussione indirettamente dal governo di Varsavia che, pur disposto a accettare l'installazione, insiste per avere rampe di Patriot per rispondere a una eventuale reazione del «nemico». Altro che «primo colpo», dunque. Non ci resta su questo che aspettare Barack Obama, che però troverà l'augurabile avvento alla Casa bianca condizionato da 600 miliardi di dollari del bilancio statunitense della difesa lasciati in eredità dal guerrafondaio predecessore. Ma non sarà più come prima nemmeno per la questione del Kosovo. L'Unione europea - che ora ha inviato nel Caucaso Bernard Kouchner e Javier Solana, il gatto e la volpe della guerra «umanitaria» all'ex Jugoslavia del 1999 - e gli Stati uniti non sono riusciti a convincere Belgrado a privarsi di quella che considerano a tutti gli effetti terra serba. Tutt'altro. Lì tutti la considerano uno «scippo», tutti compresi i nuovi governanti più filoeuropei ma non inclini, pena la loro impopolarità, a venire a patti su questo. E l'arresto per crimini di guerra del super-ricercato Radovan Karadzic non riduce le aspettative di Belgrado sul Kosovo, al contrario le rafforza perché la Serbia si schiera con quello che viene considerato come il diritto internazionale. Il Kosovo resta dunque ferita aperta non solo per la Serbia ma per le cancellerie occidentali - Italia compresa ma non Grecia, Spagna, Slovacchia, Cipro e Romania che non hanno riconosciuto - che hanno voluto a tutti i costi applaudire a quell'indipendenza proclamata a Pristina solo il 17 febbraio scorso in modo unilaterale e in aperto disprezzo della pace di Kumanovo e del diritto internazionale. Una ferita che spacca tuttora il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che non ha mai riconosciuto quella indipendenza, di fatto sancita solo da una minoranza, circa 50, dei paesi membri dell'Onu. Se la guerra in Ossezia-Georgia manda a dire che i sogni di una ripresa con le armi del Kosovo da parte dei nazionalisti della Serbia troverebbero i carri armati e i jet stavolta della Nato, c'è però la soluzione diplomatica che si riapre. Attraverso la possibilità di una larghissima autonomia (più del nostro Alto Adige), quasi una co-sovranità per quella terra, che è poi la richiesta serba da sempre avanzata e respinta da Pristina e prima dagli Stati uniti. Se la mediazione e il cessate il fuoco, com'è sperabile, torneranno davvero nel Caucaso, assai probabilmente senza Saakashvili, per Ossezia del sud e Abkhazia la soluzione reale non sarà l'indipendenza di quelle piccole repubbliche dalla Georgia né solo una sospensione del diritto internazionale, ma un lavorio per la concessione di un'ampia autonomia a quelle terre all'interno di una struttura federale georgiana. Se sarà, perché così non dovrebbe valere anche per il Kosovo? Altrimenti è puzza di bruciato, dal Caucaso ai Balcani mai pacificati. E viceversa.

 

Alle porte di Gori, fra saccheggi e paura - Alberto D'Argenzio

GORI (GEORGIA) - «Questa placca è di un militare georgiano, guarda c'è scritto anche il suo nome ed il suo gruppo sanguigno. Si chiamava Mamuka», racconta Bakar, un soldato dagli inconfondibili tratti centroasiatici. Bakar e la sua divisione, che è arrivata dalla Cecenia sabato, controllano tutta la città di Gori. Tre carriarmati sono piazzati di traverso sulla statale E-60, l'arteria più importante della Georgia, quella che collega Tbilisi con il mare passando per Gori, impedendo praticamente la circolazione. Dietro ad un carroarmato si vede arrivare a piedi da lontano un uomo stanco con i due figli per mano. Prosegue lento. E' scappato da Patara Garegvari, un piccolo villaggio nei dintorni di Gori. Passa i militari, li ringrazia in russo e quasi senza fermare la marcia parla. «I paramilitari osseti ci hanno attaccati, bruciano le case, rubano e chi resiste viene ucciso». Continua senza dire il suo nome. La stessa sorte è toccata agli abitanti di Gori, assicurano i suoi abitanti. «I soldati russi non fanno nulla, ma permettono alle milizie ossete e cecene di fare ciò che vogliono», racconta in maniera concitata Natela Merebashvili. Lei è riuscita a scappare, ma racconta storie di violenze, distruzioni, furti, rapine, incendi, stupri, rapimenti di persone ed in particolare di donne. La nostra interprete si preoccupa. Un camion carico di aiuti umanitari prova a entrare in città, ma poi fa marcia indietro e riprende la strada per Tblisi. Non si può entrare in Gori, tutti lo sconsigliano. «Uccidono, rubano e rapiscono», ripetono tutti gli scampati. I colleghi che riescono ad uscire dal centro, imbucati tra le vetture degli infermieri e dei dottori del locale ospedale militare, raccontano di spari, esplosioni, raffiche di mitra, incendi. «I miliziani osseti hanno preso posizione nella piazza principale, di fronte alla statua di Stalin, stanno facendo di tutto in città», insiste Natela. Il cessate il fuoco ieri a Gori forse c'era, ma di certo non si vedeva, almeno stando a sentire i racconti di chi è fuggito da lì. E se è vero che a sporcarsi le mani sono essenzialmente gli irregolari osseti e ceceni, su cui da anni pesano accuse di crimini contro l'umanità, è altrettanto vero che i russi non fanno nulla per impedire lo scempio di Gori e dei suoi abitanti. Mosca lascia che i suoi «alleati» si vendichino delle violenze subite dalla popolazione dell'Ossezia del Sud durante la prima, fragile, avanzata georgiana. Oltre a ciò, il Cremlino occupa Gori e una porzione di territorio giorgiano, contrariamente agli impegni di ritirata annunciati appena 24 ore prima dallo stesso presidente Dmitrij Medvedev. I militari che vediamo di fronte a noi assicurano che sono lì perché «i georgiani questa notte hanno attaccato ancora l'Ossezia del Sud». Impossibile capire se sia vero. Quel che è certo è che ancora una volta la risposta russa appare sproporzionata, punitiva. Sicuramente l'obiettivo è erodere la stabilità e la popolarità di Saakashvili. «Fuck Saakashvili», dice chiaramente un militare. Intanto una colonna di una trentina tra carri e blindati circonda la città. Un soldato nervoso, dal tetto di un carro, spara una raffica di kalashnikov contro un gruppo di fotografi e di giornalisti. Evidentemente non voleva essere immortalato. Passano pochi minuti e interviene il tenente colonnello Mikhail Ivanov, la situazione si calma. Non c'è motivo per essere nervosi: i militari russi sanno di aver in mano la partita, salutano con i giornalisti, parlano, bevono vodka. Sono rilassati. Appaiono stanchi ma tranquilli. Bakar ci racconta i movimenti della sue divisione, Max, testa rapata, viso scuro, fuma una sigaretta tra le dita ferite e chiede della vodka. Il tenente colonnello Ivanov appena vede un italiano, stringe il pugno nel saluto comunista e grida «Viva il Duce». Sono tranquilli: di fronte a loro per chilometri non ci sono soldati georgiani, dietro c'è una città da cui si levano delle fiamme isolate e i racconti di violenze e distruzioni, ma loro non se ne curano. Anzi. «Abbiamo questa fascia perché siamo in pace», assicura Bakar mostrando la garza bianca legata al braccio. Altri ammettono più prosaicamente che serve per differenziarsi dalle truppe georgiane che hanno una divisa poco diversa. Poco dopo le quattro lo scenario cambia. I russi si mettono in moto. Una lunghissima colonna di decine e decine tra blindati, camion con militari e con pezzi di artiglieria lascia Gori ed imbocca la E-60 in direzione Tblisi. E' un serpentone lunghissimo di mezzi, alcuni con la bandiera russa sul tetto. E' impressionante, ma non ci sono i tank e non c'è l'aviazione di appoggio. Ossia non si tratta di una forza destinata, presumibilmente, ad attaccare. Anche così fa il suo bell'effetto dissuasivo e destabilizzante. La notizia del convoglio si propaga infatti più rapida della lenta avanzata dei mezzi. Viene lanciato l'allarme della marcia su Tbilisi. Il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, dalla capitale, annuncia nuovamente di essere sotto assedio. I russi, invece, dopo 17 chilometri sterzano a sinistra, in direzione nord, verso l'Ossezia. «Hanno deviato quando erano a 44 chilometri da Tblisi», assicura Zurab Iremadze consultando uno dei due Gps che ha in mano. Un suo amico controlla con un prismatico i movimenti dei russi. Zurab giura di essere un paesano di Gori, ma lui ed i suoi amici hanno tutti l'aspetto dei funzionari in borghese. Guardano e assicurano ancora che i russi si dirigono a nord. Anche con questa deviazione il danno, quello umanitario, è nuovamente servito. La popolazione, già allarmata dalle voci delle violenze perpetrate dalla milizie ossete e cecene, inizia una nuova disperata fuga verso est, verso la capitale. Auto, camion, trattori, qualsiasi mezzo di trasporto viene preso di assalto mentre la speranza della pace, balenata solo ieri, lascia nuovamente spazio alla disperazione della fuga. Vediamo passare una vecchissima Volga, la Mercedes sovietica. Si ferma. Ci sono sette persone dentro, sei sul tetto e quattro sedute nel bagagliaio con le gambe fuori a penzoloni. Tra loro tre sono francamente grassi. Tutti uomini, in molti urlano qualcosa di incomprensibile. E' più chiaro un abitante di Kaspi, paesone a metà strada tra Gori e Tblisi. «Ditelo che Saakashvili è un dittatore pazzo, scrivetelo che ci ha lanciati in una guerra senza speranza», sputa rabbia dalla bocca e dagli occhi. La luna di miele del presidente con il suo popolo, durata lo spazio delle manifestazioni di martedì, difficilmente supererà la disperazione delle migliaia di persone che sono state vittime dirette ed indirette di questa guerra. Proprio dietro a Kaspi si posiziona un gruppo di una quarantina di militari georgiani. Sono del 35mo battaglione, sono loro che dovranno provare a bloccare un'eventuale avanzata russa. In realtà la colonna russa ha già deviato, ed è un bene per questi pochi uomini con ancor meno mezzi. I soldati puliscono due pezzi di artiglieria anticarro, scaricano le munizioni, due blindati si muovono e prendono posizione. Dai pickup scendono le truppe di élite. Proseguendo verso Tbilisi si vedono accorrere altri militari, anche con loro è un magro quadretto. Ma dove sono i vostri carriarmati? «Sono tutti a Tskhinvali», risponde un graduato. Traducendo, sono tutti persi nella battaglia per la capitale dell'Ossezia del Sud. In un sogno di grandezza di un presidente, un sogno che sta facendo pagare una fattura smisurata a tutto il suo paese. E in un futuro prossimo, probabilmente anche a lui.

 

Nuova costituzione, è partita la scommessa di Rafael Correa

Roberto Zanini

La pachamama, la madre terra, come elemento fondativo della nazione. Il quechua e il suhar, le lingue indigene parlate da un quarto della popolazione, riconosciute al pari dello spagnolo. La rieleggibilità - generosa ma limitata - del presidente. Educazione e sanità gratuite e garantite. L'acqua come diritto inalienabile. Il divieto di installare basi militari straniere e di commerciare e trasportare sul territorio armi chimiche, biologiche o nucleari. Diritti alle coppie di fatto, anche dello stesso sesso. E poi la promozione di tecnologie energetiche «pulite» (non male per un paese che produce petrolio), la pluralità dell'informazione attraverso l'accesso alle concessioni statali, l'estensione ai migranti degli stessi diritti degli ecuadoriani... Sembra avanzatissima, la nuova costituzione dell'Ecuador. Ieri il Tribunale supremo elettorale ha convocato ufficialmente il referendum che dovrà approvarla o respingerla. Si vota il 28 settembre, 45 giorni di campagna elettorale - una campagna già cominciata da tempo, per la verità: l'atto di ieri è solo il suo inizio formale - e l'Ecuador sceglierà se il «socialismo del XX secolo» nella versione dell'economista indigeno Rafael Correa è cosa buona, o se è il caso di tornare all'antico. I sondaggi dicono Correa, dopo una flessione iniziale il suo progetto di stato sale a ogni rilevamento, ma quel cinquanta per cento degli ecuadoriani necessari a rivoluzionare la legge costituente del paese per ora resta soltanto vicino: l'ultimo sondaggio dice che il sì alla costituzione è cresciuto di 9 punti rispetto a luglio, e ora è al 41%. Sembra poco, soprattutto se paragonato al tasso di popolarità personale del presidente Correa: il 65%, largamente il più popolare presidente che il paese abbia avuto in trent'anni. E' vero, la concorrenza non è granché - da Abdalà Bucaram detto «el loco» e cacciato a furor di popolo al militare para-golpista Lucio Gutierrez, che una rivolta popolare indigenista insediò e un'altra cacciò dopo il suo clamoroso voltafaccia - ma l'Ecuador sembra apprezzare Correa almeno tanto quanto disprezza la classe politica che ha avuto in mano il paese dai rampanti anni Novanta. Sembra poco, quindi, ma è moltissimo, in un paese dominato da sempre da oligarchie potenti, che controllano in generale l'economia e in particolare il sistema dell'informazione (uno dei pilastri della riforma di Correa), che ha il dollaro come moneta ufficiale e la più grande base militare statunitense del Sudamerica nel proprio territorio, quella base di Manta a cui il presidente ha già dato la disdetta e che sarà smobilitata in ogni caso. Correa si è gettato nel processo di riforma della costituzione per evitare di rimanere incagliato nel parlamento, in cui la sua Alianza Pais non ha una rappresentanza degna di questo nome (frutto dell'errore di non presentare un suo partito, ma solo sè stesso personalmente, alle elezioni del 2006). Nel settembre del 2007 la scelta di dare vita a un'assemblea costituente venne sottoposta a referendum e stravinse: 80% di consensi. Nel frattempo, come presidente, Correa ha offerto prove che gli ecuadoriani apprezzano: dall'aver fronteggiato la Colombia in occasione del bombardamento del territorio ecuadoriano nel raid in cui fu ucciso il leader delle Farc Raul Reyes fino al pignoramento dei beni (quasi 200 aziende tra cui tre grandi canali televisivi, cosa che ha fatto gridare come sempre all'attentato alla libertà di stampa) di un enorme e rapinoso gruppo imprenditoriale, il gruppo Isaias degli omonimi fratelli William e Roberto. I due dal 2000 sono fuggiti negli Usa dopo il fallimento del loro istituto di credito, il Filanbanco, per sanare il quale lo stato pre-Correa spese oltre un miliardo di dollari.

 

Liberazione – 14.8.08

 

Neonata viveva in un garage con topi morti e 5 fratellini

Un vicino ha avvertito Telefono azzurro, sono arrivati i carabinieri, hanno trovato la bambina, che aveva appena 10 giorni, in un garage sporco, pieno di topi, di immondizia, persino di gatti morti. L'hanno portata in ospedale, l'hanno curata, ora sta bene. Non è che la bambina era stata abbandonata in un garage: no, viveva lì, con i suoi genitori e coi quattro fratellini, di 5, 7, 12 e 15 anni. Quando i genitori uscivano a cercare qualche soldo, dei ragazzini si occupava la sorella più grande, la quindicenne. Il papà è un muratore, ma è disoccupato. La madre - dicono i carabinieri - risulta casalinga, ma è una casalinga speciale, che non ha casa, una casalinga di garage. Questa storia, che sembra presa da un libro di Dickens e della grande povertà delle città inglesi dell'ottocento, invece è una storia di oggi. E' successo ad Afragola, provincia di Napoli, in via Dante Alighieri, una strada non lontana dal centro. I genitori della bambina non sono dei criminali incalliti, anzi, risultano perfettamente incensurati. Sono solo poveri, poveri, poveri, distrutti, abbrutiti dalla povertà, dalla impossibilità di far vivere decentemente quei cinque figli. I servizi sociali sono intervenuti, chiamati dai carabinieri, hanno provveduto ad avviare i procedimenti per sospendere la patria potestà, e hanno deciso, per il momento, di sistemare i ragazzini in un centro di assistenza. I genitori sono stati denunciati, ma non è sicuro che ci sia un reato. Non c'è abbandono di minore, perché i genitori erano lì coi bambini. E non è detto che ci sia il reato di maltrattamenti, che prevede una "intenzionalità". Il reato di povertà assoluta non è nel codice.

 

I radicali scrivono al ministro: “Si chiariscano tutti i fatti”

Non è passata del tutto inosservata la morte per fame del detenuto Alì Juburi. Sul suicidio annunciato del detenuto iracheno del carcere de L'Aquila, i deputati Radicali, Rita Bernardini e Maurizio Turco, hanno presentato un'interrogazione urgente ai ministri della Giustizia, dell'Interno e degli Esteri sulla morte del cittadino iracheno chiedendo innanzitutto di «chiarire, dal punto di vista processuale, quale sia stata effettivamente il reato imputatogli e l'entità della pena perché c'è una notevole discordanza fra le notizie diffuse dai mezzi di informazione: per alcuni, infatti, Alì Juburi sarebbe stato condannato a un anno e tre mesi per tentata rapina mentre, per altri, la condanna sarebbe stata a tre anni di reclusione per il furto di un telefonino cellulare». Bernardini e Turco, insomma, vogliono vederci chiaro: «Le carte di Alì Juburi erano in regola solo per morire: contadino, povero, extracomunitario, iracheno, carcerato, solo». I radicali chiedono inoltre di sapere se nei tre lunghi mesi di sciopero della fame il cittadino iracheno sia stato adeguatamente seguito dai sanitari dal punto di vista fisico e psicologico e se, con l'aggravarsi delle sue condizioni di salute, sia stato prestato il soccorso necessario che avrebbe potuto evitarne il decesso. La deputata radicale, eletta nelle liste Pd, solleva dubbi anche sulla condanna: «Nel merito ci sono molte perplessità. Se si sommano le mie per disobbedienza civile queste arrivano ha un anno e tre mesi. Nessuno però si è mai sognato di rinchiudermi in carcere». Bernardini poi fa un paragone anche con un altro caso di cronaca - e un'altra battaglia radicale - di questo 2008: «Come è possibile che mentre Eluana Englaro viene tenuta in vita sottoponendola ad alimentazione assistita, una persona in grado di ragionare venga fatta morire di fame?». Tutte queste domande, secondo i Radicali, oltre ad ottenere verità sono rivolte anche alla nuova società italiana: «Se una persona si è debilitata a tal punto da morire bisognerebbe interrogarsi su quello che sono diventate le istituzioni in Italia? Il caso di Ali ci ha molto colpito, probabilmente più che delle flebo aveva bisogno di ascolto. Questa storia ci deve far riflettere su cosa siamo diventati» conclude Bernardini. In attesa delle risposte alla interrogazione parlamentare, i Radicali stanno raccogliendo le adesioni per una iniziativa nelle carceri a Ferragosto, proprio mentre il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si preoccupa solo di proporre di mandare a pulire le strade i detenuti che sovraffollano le carceri. Una risposta concreta - verrebbe da dire - all'allarme lanciato dal Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria: «Rinnoviamo l'invito al governo e al Parlamento ad adottare nuove politiche penitenziarie per il Paese, visto il fallimento di quelle attuali come emerge impietosamente dai numeri, e a prevedere nella prossima Finanziaria lo stanziamento di fondi per il "'sistema carcere"». Numeri alla mano, l'emergenza è di quelle non più rimandabili: sono oltre 55mila i detenuti presenti nei 205 penitenziari italiani, a fronte di una capienza regolamentare di circa 43mila posti.

Il tesoretto c'è (almeno 4 miliardi). I sindacati: «Vadano ai salari»

Destinare le maggiori risorse al sostegno di salari e redditi da lavoro e pensione, ad esempio attraverso la restituzione del fiscal drag. Sono queste le tre direttrici secondo le quali, per i sindacati interpellati dall' Agi , dovrebbero essere utilizzate le entrate superiori alle stime. Secondo i dati diffusi ieri dal dipartimento delle Finanze e relativi ai primi sei mesi, sarebbe disponibile un "tesoretto" di circa 4 miliardi. «Con le nuove entrate - osserva il segretario confederale della Cgil, Agostino Megale - il governo deve decidere di sostenere i salari e i redditi da pensione evitando così che la crescita zero, sommata all'alta inflazione, produca un impoverimento ulteriore e una perdita del potere d'acquisto per i piu' deboli». Per questo il sindacalista torna a chiedere la restituzione del fiscal drag «pari a 362 euro medie per lavoratore dipendente, per un costo di circa 3,6 miliardi oppure aumentando le detrazioni per i redditi da lavoro dipendente come chiesto nella piattaforma unitaria». Megale sottolinea anche che le entrate, se rapportate allo stesso periodo del 2007 e del 2006, «sono in evidente diminuzione, il che la dice lunga sul fatto che gli evasori hanno ripreso coraggio». Per Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl il dato sulle entrate è positivo ma «è prematuro fare conclusioni, bisognerà aspettare i dati definitivi». Per Santini comunque le maggiori entrate «vanno destinate al sostegno dei salari, riconfermando la detassazione della contrattazione di secondo livello, e al sostegno dei redditi dei lavoratori e dei pensionati». Infine, il segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo è convinto del fatto che questo dato positivo confermi «la possibilità di un tesoretto. Essendo entrate fiscali - spiega Foccillo - devono essere rivolte al potere d'acquisto dei salari e alle pensioni. Dunque ci sono le condizioni economiche per fare l'accordo che avevamo sollecitato a luglio e che dobbiamo assolutamente chiudere entro settembre». Riguardo al dato positivo dell'Iva (+2,6% nei primi sei mesi del 2008 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) per il segretario confederale della Uil «non è dovuto a un aumento dei consumi ma all'aumento dei prezzi e anche su questo abbiamo chiesto un controllo da parte del governo». Non si è fatta attendere troppo la risposta del governo ai sindacati: «Se è indubbiamente positivo il fatto che, nei primi sei mesi, si siano realizzate entrate superiori di 4 miliardi alle stime, è anche vero che bisogna prima pensare alla tenuta dei conti pubblici». Questo in sintesi il commento, rilasciato all' Agi , da parte dei sottosegretari all'Economia, Alberto Giorgetti (An) e Daniele Molgora (Lega) alle buone notizie che vengono dal fronte delle entrate. «E' un segnale positivo - spiega Giorgetti - che dimostra come le scelte fatte dal governo vanno nella giusta direzione, al contrario di ciò che dicono le tante Cassandre che parlano invece di politiche sbagliate. Ebbene sono state tutte smentite». Il fatto che le entrate reggono, prosegue, «vuol dire che col percorso intrapreso di controllo della spesa possiamo stare tranquilli anche in un momento in cui la congiuntura internazionale non è positiva». L'obiettivo del governo alla luce di questo tesoretto di oltre 4 miliardi resta quello della riduzione delle tasse: «Non è un obiettivo immediato, però più avanti è questo quello che vogliamo fare. Bisogna abbassare le tasse dopo aver messo in sicurezza i conti pubblici». Sulla stessa linea, Daniele Molgora: «E' prematuro fissare obiettivi. Certo la priorità del governo è quella di una riduzione delle imposte sempre in un'ottica di rigore. Bisogna però vedere come va il secondo semestre dell'anno e poi a inizio 2009 decideremo come utilizzare queste risorse». Secondo il sottosegretario il dato positivo sulle entrate fiscali «non deve far abbassare la guardia sui tagli alla spesa pubblica improduttiva».

 

Bush scavalca l'Ue e invia l'esercito. Vincono i falchi e la lobby McCain - Monica Di Sisto

Già da solo, l'annuncio dell'invio urgente di aerei carichi di truppe statunitensi a carri armati russi ancora in movimento, anche se "a scorta" di aiuti umanitari, soprattutto prima che sia stata concordata una qualsiasi iniziativa internazionale di peacekeeping "misto" nell'area, segnala un'escalation pericolosa nell'esposizione degli Usa nel conflitto. Confermata anche dall'aver spedito la "russologa" segretario di Stato Condoleeza Rice a Parigi da Sarkò, ma subito dopo a Tbilisi. Ma il presidente americano Bush lo ha "condito" con accuse sempre più roventi: «Mosca non ha fermato le operazioni militari in Georgia», ha attaccato, sposando senza sfumature le tesi del presidente Saakashvili e ribadendo che gli americani sostengono i georgiani e l'integrità territoriale del loro Paese. «Gli Stati Uniti, così come il resto del mondo, si aspettano che la Russia rispetti gli accordi e il cessate il fuoco», ha aggiunto Bush. Infine ha ammonito la Russia di aver messo a rischio «le sue aspirazioni di integrazione». In parole povere la Casa Bianca vorrebbe sfilare di sotto a Mosca i seggi al G8, nell'Organizzazione mondiale del commercio e, magari, anche all'Ocse, organismo storicamente più permeabile alle richieste di Mosca. Un cambio di passo cui hanno contribuito in misura determinante le pressioni "da destra" alle quali la Casa Bianca è stata sottoposta nei giorni scorsi, a partire dalle bordate del candidato repubblicano John Mc Cain. Per mettere a fuoco il clima nazionale oltreoceano giova ricordare che il democratico Obama, nei giorni scorsi, aveva chiesto l'invio in Caucaso di «osservatori internazionali», mentre secondo McCain era opportuno che gli Stati Uniti facessero sentire direttamente ai georgiani tutto il loro appoggio. Una posizione, la sua, al limite dell'etica anche per il Washington Post, che ha scoperto che Randy Scheunemann, principale consigliere di politica estera del candidato repubblicano, è stato fino allo scorso maggio, un lobbista pagato dal governo georgiano per promuovere la causa di Tbilisi a Washington. Tra il gennaio 2007 e il maggio 2008 il consigliere ha ricevuto circa 70mila dollari dalla campagna di McCain e ben 290mila dalla Georgia. Chissà se sono stati questi canali "interni" che hanno consentito al mediatico presidente georgiano Saakashvili, mentre il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon si affrettava ad offrire all'intervento statunitense e all'iniziativa europea di "ingerenza umanitaria" nell'area la cornice di una missione multilaterale di pace, di "sviluppare" con ostentata sicurezza alla tv nazionale la sintetica dichiarazione statunitense, spiegando che quella che ha chiamato «operazione militare-umanitaria in Georgia» si tradurrà in concreto nel fatto che «porti e aeroporti georgiani saranno messi sotto il controllo del ministero della Difesa statunitense per condurre missioni umanitarie e di altro tipo». Saakashvili non ha spiegato che cosa intenda per missioni «di altro tipo» oltre a quelle umanitarie. E il Pentagono ha precisato di non aver bisogno «di fare niente del genere». Ma a questo punto il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha rimproverato a muso duro a Washington di aver consentito l'azione aggressiva della Georgia contro l'Ossezia del sud e ha invitato gli Usa a scegliere tra «una vera partnership» con Mosca e quel «progetto virtuale chiamato dirigenza georgiana». Anche il presidente italiano Giorgio Napolitano appoggia la linea Bush, chiedendo il rispetto della sovranità georgiana, ma anche uno sviluppo positivo dei rapporti con la Federazione russa, «il cui ruolo nell'area richiede di essere riconosciuto ed esercitato con senso di responsabilità e di moderazione da entrambe le parti». Ma che la partita sia ancora tutta aperta lo dimostra il premier polacco Donald Tusk, che dà notizia dell'avvio di un nuovo round di colloqui a Varsavia sul progetto del Pentagono per l'istallazione di una batteria di 10 missili Patriot, per «ragioni di sicurezza». Una novità che complica la missione dei ministri degli Esteri della Nato convocati martedì prossimo a Bruxelles su richiesta degli Usa per chiarire definitivamente la posizione degli "alleati" su questo nuovo conflitto dal retrogusto sempre più antico.

 

Libano, bomba fa strage a Tripoli - Francesca Marretta

A meno di ventiquattrore dall'approvazione del programma politico del governo di unità nazionale del premier Fuad Siniora, che consente all'esecutivo di guidare il paese alle elezioni generali del prossimo anno, un nuovo, grave, attentato ha insanguinato il Libano. Una bomba, esplosa al centro di Tripoli ha ucciso almeno diciotto persone e ne ha ferite oltre quaranta. Nove dei morti erano soldati dell'esercito libanese, istituzione in cui è rappresentata tutta la complessa compagine confessionale del Paese dei Cedri. L'attentato, è coinciso con la storica visita a Damasco del presidente libanese Michel Suleiman, l'uomo «del consenso» tra il fronte antisiriano sostenuto dall'Occidente e dai paesi arabi alleati e la controparte sciita alleata di Damasco e Tehran, come Hezbollah. L'ordigno, nascosto in uno zainetto riempito di venti chili di tritolo adagiato per terra, ha investito un autobus in sosta di fronte alla filiale della Bank of Beirut. Erano le otto (ora locale) e la zona era affollata di gente. Il bilancio delle vittime è probabilmente destinato a salire nelle prossime ore, dato che alcuni dei feriti versano in condizioni disperate. All'attentato non è seguita una rivendicazione immediata, ma pare evidente che obiettivo dell'attacco fossero i militari. La zona di Tripoli è interessata da aspre violenze confessionali e un anno fa è stata teatro di una feroce battaglia tra esercito e miliziani integralisti. A giugno l'intervento dell'esercito ha posto un freno alla faida tra miliziani sunniti (i sunniti sono la maggioranza in città) e gruppi alawiti vicini ad Hezbollah in cui sono morte venti persone. I miliziani sono tuttavi ancora in circolazione e nessuno si è azzardato a sequestrare le armi. Questo è il Libano. Nella zona costiera a nord della cittá, che è il principale porto del paese e che è situata novanta chilometri a nord di Beirut, si trova il campo profughi palestinese di Nahr al-Bared. L'estate scorsa gli scontri tra esercito libanese e miliziani di Fatah al-Islam, una formazione islamica sunnita di ispirazione jihadista, che si dichiara seguace di al-Qaeda, durarono quasi quattro mesi. Più di 400 persone rimasero uccise, tra cui 170 soldati libanesi. Fatah al-Islam giurò vendetta. Potrebbe essere questa una chiave di lettura dell'attentato. I media libanesi hanno messo invece in relazione il «crimine terroristico», come lo ha definito il presidente Suleiman, con la visita diplomatica a Damasco, in un tentativo di boicottaggio. In un comunicato diffuso dal palazzo presidenziale prima della partenza per la Siria, Suleiman ha esortato alla «riconciliazione tra i libanesi e all'unità contro il terrorismo, che favorisce il nemico israeliano». «Questo non fermerà lo slancio del governo, nonostante i numerosi tentativi portati avanti negli ultimi tre anni», ha dichiarato il premier Siniora con un chiaro riferimento all'ondata di attentati che dal 2005 hanno insanguinato il Paese, causando la morte di molti esponenti politici anti-siriani, tra cui l'ex premier Hariri. Proprio ieri il presidente libanese è stato ricevuto dall'omologo siriano Bashar al-Assad. Si tratta della prima visita di un presidente libanese a Damasco dal 2005, ovvero dall'omicidio Hariri. Siria e Libano non hanno relazioni diplomatiche formali dai tempi dell'indipendenza dalla Francia, dunque da oltre sessant'anni. Il primo passo tangibile verso il rafforzamento dei rapporti bilaterali tra i due Paesi sarà l'apertura di ambasciate nelle rispettive capitali. Damasco ha condannato con forza l'attentato definendolo «criminale». Se la distensione tra Siria e Libano procede, la profonda frattura fra le fazioni filosiriane e quelle fazioni contrarie all'influenza di Damasco nel paese, permane, nonostante il voto di fiducia alla piattaforma di governo. Il leader druso Walid Jumblat non ha perso ieri occasione per tirare in ballo indirettamente la questione delle armi in circolazione nel paese (da parte sua un chiaro riferimento a Hezbollah). Nel condannare l'attentato Jumblat ha parlato di «aggressione pericolosa che dovrebbe spingere il governo a riconoscere all'Esercito libanese il diritto a raccogliere le armi di tutte le parti».

 

La Stampa – 14.8.08

 

Fannulloni, la ritorsione dei ferrovieri - ALESSANDRA PIERACCI

GENOVA - «Altro che fannulloni: abbiamo sempre fatto gli straordinari per garantire riparazioni notte e giorno. Ora basta». I dipendenti dell’officina di piazza Giusti, scesi da 50 a 42 e ormai con un solo meccanico dopo il licenziamento in tronco di otto colleghi, rispondono così a un provvedimento ritenuto «spropositato» rispetto alla pur grave mancanza. E già oggi sono state soppresse tre coppie di treni la mattina e uno nel pomeriggio per guasti ai locomotori che non sono stati riparati in tempo. In due casi si è trattato di atti vandalici ai vetri dei finestrini, durante la notte, ma episodi di questo tipo sono frequenti nelle rimesse del Ponente cittadino e non sarebbero da ricollegarsi all’atmosfera pesante in azienda. Le previsioni, andando avanti di questo passo, sono di una trentina di convogli in meno per un weekend di fuoco, mentre la prossima settimana, come dice il segretario della Filt-Cgil, Fabrizio Castellani, «i trasporti in Liguria rischiano di andare in tilt». E Genova è il terzo bacino, dopo Roma e Milano, per utenza pendolare, mentre in tutta la Liguria il treno copre addirittura il 67% del trasporto pubblico. «E i locomotori in circolazione sono per lo più vecchi di trent’anni» precisa Castellani. La rabbiosa reazione, che non è coordinata dal sindacato, ma si è allargata spontaneamente a macchia d’olio, è dovuta soprattutto al fatto, ribadito, che «quei ragazzi non hanno rubato nulla», perché lo straordinario pagato «è quello effettivamente svolto in officina, secondo il rapporto». Gli operai licenziati avevano poi fatto timbrare il cartellino d’uscita da un capotecnico di Genova, mentre facevano la doccia, per risparmiare tempo e riuscire a prendere il treno per tornare a casa, fuori città. Ieri mattina i rappresentanti sindacali hanno incontrato i lavoratori per ascoltare gli umori e prendere decisioni, anche se, sulla base della legge di autoregolamentazione 146/90, «dal 25 luglio al 4 settembre non possiamo scioperare, per non penalizzare l’utenza». Tuttavia in «un’officina che è sempre andata avanti grazie alla disponibilità degli operai agli straordinari» le conseguenze sono state immediate. «La gente è sotto choc, hanno bisogno di vederci. Non c’era nemmeno un dirigente, forse per le ferie, sembravano tutti allo sbando. E’ un clima terribile». «C’è forte sgomento - conferma Costantino Farina della Fit Cisl di Genova -, perché i colleghi sono stati colpiti da una punizione spropositata e ingiustamente etichettati come fannulloni». «Lunedì ci riuniremo per decidere una linea d’azione», anticipa Castellani. Intanto il lavoro rallenta, soprattutto per far fronte ai guasti improvvisi, in media un paio al giorno, com’è accaduto anche il 14 luglio, quando gli otto operai hanno riparato in due ore due locomotori. L’organico è carente con 130 operai nelle tre officine tra Genova e Savona: l’azienda ammetteva 40 unità in meno, prima dei licenziamenti. Sono annunciate 20 assunzioni, «ma se non li prendono dalle ferrovie francesi o dalla Bombardier, i nuovi dovranno essere addestrati: non ci si inventa il lavoro sulle locomotive». E ieri l’azienda ha diffuso una nota in cui parla di «azioni intraprese spiacevoli» ma «doverose», perché il provvedimento di licenziamento «è legato alla tipologia dell’impresa, un’azienda industriale».

 

Giovani Rom, nuovi sciuscià – Flavia Amabile

E se mandassimo i giovani rom davanti ai supermercati a fare i lustrascarpe? L'idea è del prefetto di Roma Carlo Mosca e non si può dire che abbia riscosso grandi consensi. «Quello che è importante - spiega - non è etichettare un lavoro o un altro, ma consentire di avere quelle possibilità che hanno tutti ed eventualmente in quei mestieri e in quelle arti che oggi non sono più praticate dai ragazzi italiani. Se il termine sciuscià non ricorda il periodo del dopoguerra? Ci sono anche italiani che fanno ancora questo lavoro basta andare dietro piazza S. Lorenzo in Lucina per trovare un negozio di lustrascarpe. L’importante è garantire il diritto di lavorare e creare una senso di responsabilità nuovo e l’idea deve essere condivisa con le comunità Rom. La mia proposta prevede ovviamente il rispetto delle leggi italiane sul lavoro, è una proposta che riguarda solo chi è sopra i 14 anni». Il prefetto insomma difende la sua idea. Ma non tutti sono d'accordo con lui. «Il linguaggio e la proposta del prefetto Mosca sono inaccettabili. È una trovata singolare e sbagliata. L’integrazione e l’accoglienza devono passare attraverso l’educazione alla legalità delle popolazioni rom e attraverso forme di lavoro adeguate», sostiene il ministro ombra Pd della Giustizia, Lanfranco Tenaglia. «Penso che ci siano altri tipi di lavoro molto più adeguati non siano quello di sciuscià». Anche Savino Pezzotta dell'Udc trova che pulire le scarpe non sia la soluzione migliore. «Conosco il prefetto di Roma ed è una persona che stimo molto. Lui esprime la volontà di dare una possibilità, tramite il lavoro, ai rom. Ma non è che gli si debba far fare lo sciuscià, che non riesco nemmeno a capire che mestiere è... Non è che un ragazzo rom non possa inserirsi nel mondo del lavoro e per lui bisogna trovare delle figure lavorative strane. Bisogna capire la loro cultura, lavorare per l’integrazione che deve cominciare dalla scuola. Il rischio invece è quello di favorire un certo tipo di emarginazione». Niente applausi dall'Osservatorio sui Diritti dei Minori. «Forse il prefetto scherzava... La sua comunque non è stata una buona idea. Una proposta come questa, tanto più nel 2008, non è accettabile - osserva il presidente, Antonio Marziale - Un giovane di etnia diversa dalla nostra - prosegue Marziale - deve avere gli stessi diritti e doveri di un italiano, se si trova nel nostro Paese, a patto che rispetti la cultura e le regole vigenti. Assegnare un destino predeterminato a un giovane rom è inopportuno. Sia data loro la possibilità di progredire come tutti i ragazzi. Precostituire per loro un avvenire da sciuscià è un po’ azzardato». Alla fine a sostenere l'idea non sono molti. Fra i favorevoli, la Comunità di sant'Egidio. «Sarei d’accordo con una proposta del genere - commenta il portavoce della Comunità di S.Egidio, Mario Marazziti - come su altre mille possibilità di dare lavoro reale e protetto ai rom, assieme a un percorso che deve partire dal rilascio dei documenti e della cittadinanza italiana, a Roma per almeno centinaia di bambini, figli di rom nati nella ex Jugoslavia e che adesso non hanno più cittadinanza».

 

Corsera – 14.8.08

 

Tempo di bilanci

George Bush, l'uomo più potente del mondo, ha sfiorato ieri una confessione di impotenza: al di là delle parole e dei viaggi unilaterali nulla di concreto è stato annunciato nei confronti di un Cremlino che la Casa Bianca indica come unico colpevole della «guerra dei sei giorni» caucasica. La posizione di Bush, del resto, è difficile. Il protetto Saakashvili lo accusa ormai pubblicamente di essersi mostrato debole. Putin gioca pesante dopo aver dovuto ingoiare per anni l'«assedio» della Nato e degli Usa. E a completare il quadro provvedono le critiche interne. Se l'America si trova oggi priva di opzioni efficaci, osserva per esempio Dmitri Simes, è perché Bush ha «incoraggiato troppo» i georgiani autorizzandoli a presumere di poter stuzzicare impunemente l'orso russo. Beninteso, il presidente Usa ha ancora qualche freccia al suo arco. Ieri, avvertendo che la condotta del Cremlino è contraddittoria rispetto al suo desiderio di essere integrato nella comunità internazionale, Bush ha di fatto minacciato di chiudere alla Russia il Wto, l'Ocse e il G-8 dove già siede. Ma si tratta di armi spuntate: l'accesso al Wto era già bloccato da tempo proprio dalla Georgia, dell’Ocse Mosca può fare a meno, e una sua espulsione dal G-8 sarebbe troppo traumatica per l'alleanza transatlantica (anche se il candidato alla successione John McCain, in tempi non sospetti, l'ha già evocata). George Bush, ora che per lui è in arrivo il tempo dei bilanci, non aveva certo bisogno che la foga del democratico e amico Saakashvili lo facesse apparire come un re nudo ostaggio dei suoi stessi errori. Il Cremlino rischia di pagarne il prezzo più avanti, come hanno avvertito sia McCain sia Obama pur differenziandosi nella severità dei loro accenti. Ma quel che più deve preoccuparci è che la guerra-lampo caucasica ha fatto emergere all’interno dell'Occidente interessi e propensioni assai diversi. L'America di Bush è decisamente dalla parte della Georgia, e lo sarà ancor di più se Condoleezza Rice, dopo essere stata a Tbilisi, non andrà a dire la sua anche a Mosca. Gli europei concordano sulla tutela della sovranità e dell'integrità territoriale georgiane, ma il ministro tedesco Steinmeier dice che isolare la Russia «non sarebbe intelligente», il suo collega italiano Frattini si compiace dell'«equilibrio» che ha ispirato l'azione europea e il mediatore Sarkozy rifiuta di abbandonarsi al «gioco delle responsabilità». L'Atlantico sembra più largo come sempre quando si tratta di Russia, ma dietro la facciata è disunita anche l'Europa. La Polonia e i Baltici, se così non fosse, eviterebbero di reclamare tempi precisi per l'ingresso della Georgia nella Nato: esattamente quel che Sarkozy e la Merkel respinsero in aprile a Bucarest, e che appare oggi ancor più problematico se si pensa che il famoso Articolo 5 (assistenza militare obbligatoria a un socio attaccato) potrebbe contrapporre direttamente l'Alleanza e la Russia. La piccola guerra del Caucaso, insomma, ci accompagnerà ancora a lungo. E sul terreno, come finirà? Come a Cipro '74: i turchi sono ancora lì.


Top

Indice Comunicati

Home Page