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manifesto - 23

manifesto - 23.8.08

 

I cinesi che piacciono al leghista - Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi
VICENZA - La legge del taglione applicata alla Lega alla veneta. Effetto boomerang clamoroso per chi predica la legge dei paròni in casa nostra e razzola la propaganda anti-immigrati. Renato Zanetti, 57 anni, assessore alle attività produttive e presidente degli artigiani di Cartigliano, nel vicentino, «ospitava» nel capannone di famiglia il più classico dei laboratori «made in China». E' l'imprenditoria tipica del Nordest che sbraita in difesa del modello indigeno e dimentica allegramente la coerenza di fronte ad un po' di schei. Così in quest'angolo di vicentino (3.700 anime) spunta il leghista «cinese». Di giorno gridava all'invasione dei prodotti dell'Oriente, di notte ospitava gli «schiavi» con gli occhi a mandorla a trecento metri da casa. Renato Zanetti la considerava una sorta di «risarcimento danni» fai-da-te: qualche anno fa aveva dovuto chiudere l'azienda nel ramo della ceramica proprio per colpa dei cinesi, dai quali incassava l' affitto per il piccolo immobile inutilizzato in via Duca di Modena. Se non fosse stato per il rumore dei macchinari, anche nel cuore della notte, non li avrebbero mai scoperti. Ma le finestre perennemente oscurate e l'apparente assenza di vita nello stabile dell'assessore hanno insospettito la Guardia di finanza di Bassano del Grappa. Mercoledì, dopo giorni di appostamenti, il blitz degli uomini del capitano Danilo Toma ha svelato le terribili condizioni di lavoro dei cinesi della Lega, e la singolare doppia vita dell'assessore. Ma le manette sono scattate solo per tre cittadini col passaporto di Pechino: Yu Weizhang, la responsabile «de facto» del laboratorio clandestino, Yu Sao We e Zhen Cong, due operai accusati di aver violato la Bossi-Fini. Zanetti, al contrario di Zhou Aihua, titolare dell'azienda già in carcere a Verona, non è nemmeno indagato: il contratto d'affitto del capannone della vergogna era regolare. La scena che si è materializzata agli occhi dei finanzieri dopo l'irruzione nello stabile è raccapricciante. Nella densa cortina di polvere, tra cumuli di rifiuti e scarti della lavorazione, c'erano le sagome di otto immigrati cinesi: quattro donne e quattro uomini praticamente ridotti alla condizione di schiavitù, che in silenzio e a schiena bassa facevano girare a pieno regime i vecchi telai nascosti dalle pile di vestiti. «Tessevano senza sosta montagne di capi da confezionare, circondati dal degrado più totale. Quando ci hanno visto si sono improvvisamente agitati: hanno iniziato a correre e a gridare. Ma l'aspetto che ci ha colpito di più è stato il "doppio fondo" che abbiamo trovato sul muro del capannone. Da una botola nascosta si accedeva alle stanze "da letto", di cui una piccolissima: pochi metri quadri con i letti ammassati e un puzzo incredibile», afferma l'ufficiale delle Fiamme gialle. Il doppio fondo che non ti aspetti, come la militanza leghista e part-time dell'assessore di Cartigliano. Adesso cade dalle nuvole: «Cosa combinassero là dentro i cinesi davvero non lo sapevo», giura. E precisa: «So solo che le loro attività non disturbavano nessuno. Certo, sapevo che lavoravano anche di notte, proprio come le formiche. Avevo visto che avevano perfino messo le tende alle finestre e non aprivano mai la porta. Ma consideravamo l'affitto mensile che ci pagavano come una specie di compensazione - ammette Zanetti - In fondo, è proprio per colpa della Cina che abbiamo dovuto chiudere la nostra attività originaria». Ammissioni che colpiscono come uno schiaffo il sindaco (anche lui padano) Germano Racchella: «La scoperta del laboratorio clandestino nello stabile dell'assessore Zanetti è una vera e propria mazzata che cade in testa al comune. Non me l'aspettavo: e devo dire che sono sorpreso più come leghista che in veste di cittadino». Ieri Racchella ha convocato un summit d'urgenza con i vertici locali della Lega Nord. L'assessore adesso parla a ruota libera. Precisa, aggiusta, corregge gli inquietanti particolari. Per lui era tutto regolare: «La titolare si era rivolta a noi la scorsa primavera perché era stata costretta ad abbandonare la precedente sede. Ne stava cercando urgentemente un'altra, ed era venuta casualmente a conoscenza della disponibilità del nostro capannone. Abbiamo controllato bene le sue credenziali. Come potevamo immaginare cosa stava facendo là dentro: era iscritta alla Camera di Commercio e i dipendenti erano a posto con il permesso di soggiorno».

Sei nero? Dammi il documento se vuoi entrare in piscina - Alessandro Braga
MILANO - Quanto è lontano il periodo in cui Nino Ferrer, invidiando i vari Wilson Pickett e James Brown, cantava «Vorrei la pelle nera». Di questi tempi avere il viso un po' più scuro della media è sufficiente per fare di te un sospetto e proibirti, ad esempio, di andare in piscina.
Che è proprio quello che è successo due giorni fa a Vercelli a N'Dong Caleb Merlo, un ragazzo ventottenne originario del Camerun. Adottato da una coppia di italiani il giovane, per non perdere la cittadinanza del proprio paese, non ha mai chiesto quella italiana. Così gira con in tasca un permesso di soggiorno al posto della carta di identità. Ovviamente in perfetta regola. Arrivato giovedì pomeriggio all'ingresso della piscina Enal di Vercelli, una struttura comunale ma gestita da un privato, si è visto bloccare dall'addetta alla reception che gli ha chiesto un documento. Alla richiesta di spiegazioni la fanciulla si è difesa dicendo che «lo pretendeva la direzione». Non pago della giustificazione addotta, N'Dong chiama la polizia, che contatta il direttore, Guido Gabotto. Che conferma: «L'esibizione del documento è richiesta a campione, a discrezione del personale di servizio ove lo stesso ne ravvisi la necessità al fine di prevenire circostanze suscettibili di mettere a rischio la sicurezza degli utenti».
Insomma, per il personale della piscina, il semplice fatto che un utente abbia la pelle nera basta a trasformarlo in un possibile disturbatore della quiete e potenziale delinquente. Manco fossimo nella Sicilia di Giovanni Verga, dove il protagonista di una sua famosissima novella, Rosso Malpelo, veniva etichettato dai compaesani, in base a una sciocca superstizione, proprio per il colore dei suoi capelli: «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo». Lombroso docet.
N'Dong non si è dato per vinto, e ha denunciato il fatto a Radio Popolare, storica emittente della sinistra milanese: «Mi sono sentito umiliato - ha detto - discriminato dalla mia città solo per il colore della mia pelle». Per fortuna, ha avuto subito la solidarietà degli amici che erano con lui, e che si sono rifiutati di entrare in piscina dopo aver assistito alla scena. L'amministrazione comunale di Vercelli, governata dal centrodestra, non ha preso una posizione esplicita. Un dirigente del Comune ha detto che dagli uffici non è partita nessuna direttiva sull'esibizione dei documenti.
Insomma, si tratterebbe di un eccesso di zelo da parte del gestore privato che, forse spaventato dall'idea di perdere clienti a causa di possibili furti negli spogliatoi, deve aver ben istruito i suoi dipendenti: appena vedete un tipo sospetto fermatelo. E di questi tempi, si sa, un qualsiasi «diverso» diventa, tra continui spasmi securitari, un sospetto. Ma questo zelo, per ora, ha portato semplicemente una denuncia con l'accusa di razzismo al gestore. E una cattiva pubblicità per la sua piscina.

Vera storia della norma «anti-precari» - Alberto Piccinini*
Ogni estate ha il suo giallo. Questa è la storia di un delitto tentato e per fortuna mancato, anche se, per l'accanimento dei suoi autori, lascia comunque la vittima con una grave ferita. Ma per comprendere sino in fondo come sia stato partorito il testo definitivo dell'art. 21 è necessario risalire al suo tormentato travaglio e, prima ancora, alla sua breve gestazione. Nel testo iniziale del decreto legge n. 112 del 2008, l'art. 21 prevedeva unicamente che alla norma che consente l'apposizione di un termine al contratto di lavoro solo a fronte «di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo» venissero aggiunte le parole «anche se riferibili all'ordinaria attività del datore di lavoro». In sede di conversione, però, nel passaggio tra Camera e Senato, venivano inseriti una serie di emendamenti destinati a trasformare in modo ancor più radicale l'istituto del contratto a tempo determinato con l'aggiunta di una serie di articoli: l'art. 1 bis, che precisava che le «condizioni oggettive» che giustificavano l'apposizione di un termine potevano rinvenirsi, tra l'altro, nel «raggiungimento di una certa data». Non occorre essere giuristi per rendersi conto che considerare valido un contratto a termine per la semplice apposizione di una data di scadenza del contratto stesso si porrebbe in contrasto con la direttiva comunitaria n. 70 del 1999 e con lo stesso decreto legislativo n. 368 del 2001, che - a seguito di un'integrazione introdotta dalla precedente maggioranza con il consenso di tutte le parti sociali (Protocollo welfare) - statuisce espressamente che «il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato». Ma andiamo avanti. L'art. 1 ter è quello che ha introdotto la formula dell'indennizzo monetario (da 2,5 a 6 mensilità) per la violazione delle norme in materia di apposizione e proroga del termine, mentre l'1 quater prevedeva, nel suo testo originario, che tale sanzione si applicasse «anche ai giudizi in corso». L'art. 3 bis, infine, con un semplice e apparentemente innocuo richiamo a una norma del codice civile - e cioè all'art. 1419 primo comma - si proponeva di far conseguire dall'accertamento dell'illegittimità del termine la nullità dell'intero contratto di lavoro, anziché la sua trasformazione in contratto a tempo indeterminato. Il disegno complessivo, quindi, aveva una sua diabolica coerenza e logica interna: con la tecnica dell'interpretazione autentica si voleva attenuare, per quanto possibile, i confini definitori tra contratto a tempo determinato e contratto a tempo indeterminato (articolo 1 bis) e indirizzare i giudici, comunque, alla non conversione nel contratto a tempo indeterminato (articolo 3 bis). Si stabiliva poi - per tutti e per sempre - una modesta sanzione economica in caso di violazione della legge, parificata a quella propria dei licenziamenti ingiustificati nelle aziende di minori dimensioni (laddove, invece, l'uso improprio dei contratti a termine riguarda prevalentemente grandi imprese, quali ad esempio Poste italiane o Società autostrade). Si prevedeva, infine, con una disposizione transitoria, che le disposizioni riguardassero «anche» i giudizi pendenti. La manovra di mezza estate, peraltro, non passava inosservata e qualche sindacalista o giurista ancora non in ferie sollevava il problema di come non potessero essere introdotti impunemente emendamenti di tale portata nel testo di un decreto legge. Si perveniva così all'obbrobrio del testo attuale, quando qualcuno pensò che fosse sufficiente, per attenuare le prevedibili polemiche, sostituire la parola «anche» con la parola «solo», confidando evidentemente nella tenuta delle altre disposizioni per neutralizzare le rivendicazioni di trasformazione dei contratti a termine illeciti in contratti a tempo indeterminato. L'art. 21 si trasformava così, da disposizione transitoria finalizzata a estendere anche ai giudizi in corso una regola generale valida per tutti, in un provvedimento di condono per situazioni pregresse. Nello stesso tempo però i riflettori dell'opinione pubblica si erano puntati sulla norma (efficacemente definita, proprio dalla stampa, «anti-precari»), alcuni politici dell'opposizione si erano accorti della trappola e conseguentemente gli autori del colpo di mano balneare si vedevano costretti a abbandonare gli altri emendamenti di cui agli articoli 1 bis e 3 bis. A quel punto si sarebbe potuto prendere atto che il disegno di evitare la regolarizzazione dei precari con contratto a termine illecito era fallito e abbandonare la soluzione pasticciata dell'intervento nei confronti delle sole cause pendenti, dando ascolto ai dubbi di costituzionalità per violazione dei canoni di ragionevolezza espressi persino dalla Commissione permanente della Camera. Ma così non è stato, e la maggioranza ha voluto, pervicacemente, difendere fino in fondo il proprio maldestro prodotto con il pretesto di dover contenere i costi di bilancio derivanti dal contenzioso giudiziario pendente di Poste italiane (anche se il provvedimento riguarda tutti i dipendenti di tutti i datori di lavoro che abbiano «giudizi in corso» la cui sentenza non sia passata in giudicato). Non c'è qui lo spazio per evidenziare le assurde conseguenze di una simile disposizione: basti dire che chi ha ottenuto da una sentenza del Tribunale la trasformazione a tempo indeterminato del suo contratto a termine e la riammissione al lavoro oltre, magari, al pagamento di decine di migliaia di euro arretrati (esistono casi di contratti a termine susseguitisi per periodi ultradecennali) in appello si troverà cacciato dal posto di lavoro e costretto a restituire la differenza tra quanto percepito e le sei mensilità (se i giudici della Corte saranno così generosi da riconoscergli l'indennità nella misura massima).
Sono veramente troppe le ingiustizie che si possono prevedere, frutto della oscura linea di confine tra la situazione a regime (oggi regolamentata sostanzialmente come prima, pur con il pericoloso richiamo alla riferibilità «all'ordinaria attività» del datore di lavoro) e quella transitoria, per le quali potrebbero essere sufficienti strategiche attese nel deposito di un ricorso al Giudice, per ottenere risultati diversissimi rispetto a chi ha avuto la sventura di aver già iniziato la causa. E cosa ne sarà di tutte quelle sentenze della Corte di cassazione già decise ma ancora non pubblicate? Per non dire delle disparità di trattamento con i dipendenti pubblici che hanno maturato il diritto alla stabilizzazione. La verità è che il risultato paradossale di una norma asseritamente finalizzata a ridurre il contenzioso giudiziario sarà quello di moltiplicarlo: in ogni processo verrà sollevata la questione di incostituzionalità per la irragionevole e ingiustificata disparità di trattamento rispetto a posizioni identiche, fino all'auspicabilmente prossima - nell'interesse di tutti - pronuncia della Corte costituzionale.
*avvocato giuslavorista

Bombe Usa, strage a Herat: 76 civili. Feriti tre italiani
Il «danno collaterale» provocato ieri dagli americani nel distretto di Shindand, provincia di Herat (dove ci sono anche gli italiani) questa volta è pesante: 76 civili, di cui 56 bambini e 19 donne in un colpo. E potrebbe essere anche più pesante se si confermeranno la notizia data da Peacereporter che parla dell'arrivo, ieri mattina, nel centro chirurgico di Emergency a Lashkargah, sud dell'Afghanistan, di altri 10 civili (un neonato, 4 bambini, 5 donne) feriti dalle schegge di razzi caduti nella loro casa nella provincia di Helmand, durante una festa di matrimonio, e che assicurano che l'attacco - «sono stati gli inglesi» - ha provocato anche «un numero notevole di morti». Gli americani a Herat, a est, gli inglesi a Helmand, a sud. Gli alleati non sanno più da che parte guardarsi. I taleban sembrano dappertutto, anche intorno a Kabul. E a fare le spese di una guerra sempre più sanguinosa e sempre più «impossibile da vincere» (lo hanno scritto i generali francesi in un rapporto a Sarkozy), sono i civili. Ma che importa? Ieri, dopo la notizia della nuova strage e quella del ferimento (lieve) di tre alpini italiani all'esplosione di un ordigno che ha colpito il loro mezzo blindato a 20 km da Kabuk, il ministro Frattini ha garantito che «l'Italia conferma il suo impegno in Afghanistan». Perché «la lotta al terrorismo lì ha ancora bisogno della comunità internazionale» e «i nostri soldati si stanno facendo onore» (sono 2350 attualmente). Dal canto suo il ministero dell'Interno afghano ha espresso «il più vivo rincrescimento» per la strage dei 76 civili che ha definito «un incidente involontario». Strage smentita prontamente dal portavoce militare americano, Nathan Perry, che ieri mattina ha fornito il bilancio del «successo» riportato dall'operazione della notte precedente a Herat - 30 «militanti» islamici uccisi e 5 arrestati - ma senza «la minima informazione» (e probabilmente interesse) sulle vittime civili. I danni collaterali e trascurabili. Fortunatamente non sono solo civili a morire. Ieri si è saputo di un altro militare della coalizione a guida Usa (non se ne conosce la nazionalità) rimasto ucciso nell'est del paese. Il 41° di agosto, quasi recordo dopo i 49 di giugno. In Francia, sotto choc per la morte di 10 parà, un sondaggio rivela che il 55% dei francesi è per il ritiro immediato delle truppe «perché in Afghanistan ci stiamo impantanando in un conflitto che non si riesce a gestire».

A Herat Karzai è solo «il sindaco di Kabul» - Giuliano Battiston
HERAT - «Bastassero le foto del presidente Karzai per fare dell'Afghanistan uno Stato vero, oggi la situazione sarebbe molto diversa», dice il ventiduenne Mohammad Tareq, un commerciante di Herat dall'inglese fluente e dalle idee piuttosto chiare. Nella città più importante dell'Afghanistan occidentale, sede dal 2005 del Provincial reconstruction team italiano, il volto di Karzai campeggia infatti in bella mostra in molte piazze, nei locali pubblici e in diverse chaikhane (le tradizionali sale da tè), quasi a voler ricordare agli scettici l'esistenza di un governo centrale. Secondo Mohammad Tareq la maggior parte di quelle immagini risale a 4-5 anni fa, durante la battaglia tra il presidente Karzai e Ismail Khan, il warlord di etnia tagika, «eroe» della resistenza anti-sovietica e poi anti-taleban, già governatore di Herat dal 1992 al 1995 e poi ancora dal 2001 al 2004. I due per anni si sono scontrati apertamente: preoccupato dell'eccessiva influenza di Ismail Khan, Kharzai esigeva perlomeno il versamento delle tasse doganali riscosse nei valichi di frontiera con l'Iran e il Turkmenistan (si parla di almeno 60 milioni di dollari l'anno); l'auto-proclamatosi «emiro dell'Afghanistan sud-occidentale», forte di un esercito di 30.000 uomini e di un vasto consenso tra la popolazione (ottenuto anche grazie a metodi brutali), rispondeva criticando Karzai come troppo asservito agli americani. Il risultato di quel braccio di ferro illustra la politica equilibrista del presidente afghano, che per evitare effetti destabilizzanti ha sempre preferito integrare nel governo i leader locali piuttosto che imporre loro regole che non potrebbe far rispettare. Così, spiega Mohammad, «le immagini di Karzai hanno sostituito pian piano quelle di Ismail Khan, che ha dovuto lasciare la carica di governatore»; il warlord in cambio è stato nominato ministro dell'Energia e delle Risorse idriche nel governo di Kabul: «Qualche foto in meno per un posto ai piani alti dell'amministrazione». Era il dicembre del 2004: ma ancora a Herat e dintorni Ismail Khan continua a godere di un certo consenso, più del governatore che gli è succeduto, Sayed Hussain Anwari, e senz'altro più di Karzai. Per Hamid, che lavora in uno studio dentistico non lontano dalla splendida moschea del venerdì, «Karzai è solo un simbolo. Non è un caso che lo chiamino il sindaco di Kabul. A ben vedere neanche lì riesce a imporre la sua autorità. Un simbolo non ha potere, non può fare niente. Ammettiamo pure che abbia buone intenzioni, che sia differente da tutti gli altri politici che pensano solo ad arricchirsi e dimenticano i nostri bisogni: non potrebbe comunque farlo, perché sono gli americani a decidere quel che si può fare qui in Afghanistan, non lui». E un presidente debole, alla guida di istituzioni fragili e comunque subalterno alla volontà politica altrui. «In Europa in genere potete contare su vicini affidabili. I nostri lo sono molto meno: tra questi ci sono solo paesi che vogliono approfittare della nostra debolezza. E con Karzai è più facile che ci riescano. C'è il Pakistan, che continua a finanziare i terroristi, mentre gli americani bombardano i nostri villaggi, non i loro, uccidendo donne e bambini. Forse solo l'Iran - conclude Hamid, che abitando a Herat gode dei benefici dello scambio commerciale tra i due paesi - si comporta in modo differente, e non sembra avere intenzioni così cattive». Zaker Rezaiy, che in Iran ha vissuto per diversi anni, la pensa diversamente sulla politica del paese dei mullah verso l'Afghanistan, e soprattutto verso gli afghani. Lo incontro sul pullman che collega Mashad - cuore religioso dell'Iran e sede del santuario dedicato all'imam Reza - a Herat. E' un itinerario percorso per secoli da commercianti e faccendieri, oltre che da artisti e letterati, che raggiungevano questa città sotto la dinastia timuride, quando era il centro culturale di un impero, creato da Tamerlano, che si estendeva dall'Anatolia all'India del nord. Ancora oggi, d'altronde, la frontiera custodita da funzionari poco solerti e abituati a incassare bustarelle non ha interrotto i legami tra la cultura centro-asiatica e quella persiana. Anche se il governo di Tehran, dopo aver ospitato in territorio iraniano milioni di rifugiati afghani, da qualche anno ha deciso di sbarazzarsene ancor più sbrigativamente di quanto non li abbia accolti. E anche se molti iraniani ormai mal sopportano in casa loro la presenza degli afghani. che siano rifugiati o studenti universitari, come questo ragazzo alto e loquace, che ha lasciato l'Afghanistan sette anni fa e che ora torna a trovare i genitori che non vede da allora.
«Proprio poco prima dell'attacco alle Torri gemelle ho lasciato Herat per raggiungere Tehran - racconta Zaker -. Lì ho studiato ingegneria, ma nonostante vi abbia trascorso tanti anni non mi sono mai sentito veramente a mio agio. Gli iraniani ci discriminano. Ci disprezzano, apertamente oppure no. Non siamo ben visti. Io in sette anni mi sono fatto pochissimi amici iraniani e ho sempre vissuto con i miei connazionali». Nonostante tutto, il marciapiede di fronte al consolato iraniano di Herat è sempre affollato di afghani in cerca di visto. «Ma non come prima - racconta Omar, uno studente di chimica che vorrebbe fare il percorso inverso di Zaker, per andare a trovare i genitori che sono rifugiati («legalmente», sottolinea) a Mashad - perché fino a un paio di anni fa qui davanti era tutta una fila». Le procedure sono diventate molto più selettive per gli afghani: «Oltre che di un referente in Iran che garantisca per chi fa la richiesta, occorre dimostrare di avere molti altri requisiti, finanziari e non. E oltretutto bisogna sottoporsi a un esame del sangue», spiega Omar mentre un drappello di persone spinge sulla porta del consolato, respinto da un poliziotto che cerca di mettere ordine a suo modo. Tutti sanno che non saranno ben accetti in Iran. E non si tratta solo delle discriminazioni: «La cosa più insopportabile è che gli iraniani ci accusano di aver fatto entrare il nemico in casa», spiega Zaker con insofferenza «Dicono che abbiamo spalancato le porte agli americani, senza resistere. Addirittura che li abbiamo invitati a casa nostra, e che ora sarà dura sbarazzarcene». Che sarà dura liberarsi dell'ingombrante presenza dei militari Usa lo pensa anche Yunis, un venticinquenne dai tratti uzbechi che non abbandona mai la sua ventiquattr'ore, e che dice di lavorare «sei mesi a Dubai e sei mesi a Herat» per un'azienda del settore automobilistico: «Chi si aspetta che gli americani se ne vadano presto è un ingenuo. C'è poco da illudersi: ormai sono in Afghanistan, e sono venuti per rimanerci. Prima o poi si scoprirà che hanno costruito una grande base militare qui da noi. Non a caso non fanno granché per normalizzare la situazione. Anzi, sembra che cerchino di peggiorarla. Non c'è settimana che non ci siano morti e feriti tra i civili. In questo modo cresce la resistenza, e così la scusa per rimanere in Afghanistan».
Zaker però non è sicuro, come Yunis, che sia un male per il paese: «Se se ne andassero domani correremmo il rischio di ricominciare a combatterci tra di noi, come abbiamo fatto per tanto tempo», dice sconsolato. Ipotesi che nessuno esclude: ma forse, ribatte Yunis «se gli americani se ne andassero troveremmo il modo di arrangiarci». Su un punto Yunis ha senz'altro ragione: sono tanti gli afghani che vorrebbero emigrare. E quelli che già l'hanno fatto tornano poco volentieri, solo per visite brevi. Lo stesso Zaker rientrerà presto a Tehran, nonostante le discriminazioni. Lo stesso farà Abdul, un ventenne che ha lasciato l'Afghanistan undici anni fa per la Germania, dove vive insieme alla famiglia con cui ora è in viaggio: «Siamo venuti a trovare i fratelli e le sorelle di mio padre, racconta. Ma certo non ci fermeremo molto. Qui la situazione a quanto ci raccontano è ancora piuttosto pericolosa. Chi è ricco non può godersi i soldi, perché rischia di essere sequestrato per un riscatto. E chi è povero non riesce a sopravvivere. Molto meglio aspettare in Germania. In Afghanistan pare che a farla da padroni siano ancora i signori della guerra». Quei warlord che ora siedono in parlamento come rispettabili politici, nonostante le accuse di chi, come l'ex deputata Malalai Joya, ne denuncia le efferatezze passate e presenti. Che continuano a spartirsi il potere sulla base di interessi privati, affiliazioni di clan, convergenze tattiche, nepotismi e clientelismi. E che impongono i propri simboli, sfregiando persino il patrimonio artistico afghano come ha fatto Ismail Khan nei dintorni di Herat. Qui, a pochi chilometri dal centro, sorge una delle tante meraviglie architettoniche afghane, il santuario di Gazar Gah, dedicato al santo Khoja Abdullah Ansari. In questo splendido edificio di epoca timuride, gestito dai sufi dell'ordine Qadiriyah, ogni giorno si riversano centinaia di persone per venerare la tomba del santo. A poche centinaia di metri un'altra struttura, squadrata e austera: l'alto edificio esagonale è la tomba del figlio di Ismail Khan, Mirwais Sadeq, già ministro dei Trasporti e dell'Aviazione civile ucciso in un attentato nel marzo del 2004. A fare da guardia all'imponente edificio ci sono due uomini armati, senza uniformi: sono fedelissimi di Ismail Khan, e in questo pezzo di terra vige la sua legge, non quella del governo centrale. Il più vecchio dei due ha una lunga barba bianca e una storia da raccontare. «Lavoro per Ismail Khan da 25 anni - dice -. Gli sono sempre stato fedele, mi sono fatto pure otto anni di prigione. Ho combattuto quasi tutta la mia vita, almeno dall'arrivo dei russi. Prima di allora, spiega, non avevo né la barba lunga né il fucile. Da allora però non ho più abbandonato né l'una né l'altro».

L'unico paese in cui anche i cani si suicidano - Luciana Giani
PORT-AU-PRINCE - «Haiti è l'unico paese al mondo dove i cani si suicidano», dice con amarezza e senza alcuna ironia René Depestre. Un'istantanea, dal suono secco come uno sparo, scattata sulla realtà di un popolo martoriato da catastrofi naturali e cicloni della storia, da profonde piaghe endemiche, da gravi lasciti colonialisti e da un presente che non ammette altro che una sovranità nazionale formale che si beffa della vittoriosa insurrezione degli schiavi africani contro l'esercito napoleonico che portò, il primo gennaio 1804, alla nascita della prima repubblica nera al mondo e alla seconda indipendenza dell'America latina dopo quella degli Stati uniti. Saccheggiata delle sue risorse naturali, umiliata, affamata e arsa dalla sete, Haiti è l'isola della disperazione per i suoi 8.706.497 abitanti, di cui il 46% composto da minori di 18 anni. Le statistiche sulle condizioni dell'infanzia sono un pugno nello stomaco: quattro bambini su dieci vivono in assoluta povertà. Il che vuol dire niente acqua potabile, malnutrizione cronica, niente scuole, niente medicine. Niente. 57 bambini su 1000 muoiono prima di compiere un anno di vita, circa 8000 sono i minori infetti dal virus HIV e nella sola capitale haitiana si contano più di 2200 bambini di strada. Cifre che fanno rabbrividire nonostante il caldo torrido. Magalie afferma di avere 13 anni ma non ne è poi tanto sicura. Ha gli occhi tristi e profondi di chi ne ha viste già troppe nella vita. Vive randagia per le strade di Port-au-Prince da quando è fuggita dalla condizione di restavèk e si sfama, se la sorte le è favorevole, elemosinando avanzi alle venditrici di cibo del mercato di Champs de Mars. Oppure offre, quando lo stomaco brontola da giorni, l'unico bene che possiede: il proprio corpo. I cuccioli di strada sono terreno fertile per gli avvoltoi, i predatori di bambini. Basta una manciata di gourdes (la mometa haitiana), un po' di cibo per soddisfare qualsiasi perversione. O qualche dollaro americano, una tavoletta di cioccolato, un pezzo di sapone che i bambini strappano dalle mani dei peace-keepers. Sono arrivati a Haiti nel 2004 col compito di riportare la calma, in una situazione di caos totale, dopo il golpe mascherato che portò all'uscita di scena del discusso presidente Aristide. Una missione di pace denominata Minustah, che sta per Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti. Un contingente composto da 6000 caschi blu provenienti da diversi paesi. L'ingaggio non prevedeva, però, lo stupro di una giovane di 23 anni, minorata mentale, compiuto da tre peace- keepers pakistani in un bananeto fuori Gonaïve. E neanche la violenza carnale su adolescenti di 14, 15 o 16 anni a Port-au-Prince. La sodomizzazione di un giovane sedicenne che l'ha portato dritto in ospedale a causa delle gravissime lacerazioni causate dalla violenza subita. Bambini usati come giocattoli sessuali per peace-keepers annoiati, costretti a prestazioni sessuali di ogni tipo, protagonisti di filmati pornografici amatoriali. È difficile raccogliere testimonianze in questa Port-au-Prince violentata nel corpo e nell'anima. Le piccole vittime hanno paura a parlare e difficoltà nel ricordare l'incubo dello stupro. È comprensibile. È incomprensibile, invece, l'imbarazzo della funzionaria Unicef quando le si chiede dati, informazioni, almeno una nota di protesta riguardo gli abusi e lo sfruttamento sessuale che i minori haitiani patiscono da parte di operatori umanitari e peace-keepers. Niente. «Le consiglio di rivolgersi a KayFanm», risponde cpm tono frettoloso la gentile signora. KayFanm, casa delle donne, è un rifugio sicuro, un centro specializzato dove medici, psicologi, assistenti sociali, avvocati ascoltano e danno sostegno a bambine e donne vittime di abusi sessuali. Nell'atrio aspettano pazientemente il proprio turno decine di donne. Un j'accuse ben documentato e tagliente come una lama contro «le forze Onu d'occupazione» viene presentato da un'agguerrita responsabile del centro. La Minustah si è insinuata in tutti i settori della vita pubblica, della società civile come della politica. A maggior ragione nell'ambito della giustizia, dove i casi di violenza sessuale perpetrati dai soldati Onu vengono tenuti nel limbo, insabbiati o spacciati per «prostituzione consenziente».
Ma, seppure tra mille difficoltà, si continua a raccogliere e rendere pubbliche storie di abusi, e l'indignazione aumenta. Tanto da costringere il Conap, Coordinamento nazionale di arringa per i diritti delle donne, a indirizzare una lettera aperta a René Préval, presidente della repubblica di Haiti, perché esca dal suo silenzio complice e faccia qualcosa di concreto contro contro i predatori in casco blu.

E nel Mar Nero ora arriva la Sesta flotta «umanitaria» - Manlio Dinucci

Camp Darby, la base logistica dell’esercito Usa tra Pisa e Livorno, è stata attivata per l’invio di «forniture umanitarie» in Georgia. La base - da cui è partita gran parte degli armamenti impiegati dagli Usa nelle due guerre contro l’Iraq e in quella contro la Jugoslavia - è infatti delegata allo stoccaggio e al mantenimento degli «aiuti umanitari» della Usaid, di cui costituisce il maggiore centro in Europa. Il trasporto di quelli diretti in Georgia è effettuato dal Fleet Logistic Support Squadron 46, che ha trasferito nell’aeroporto di Pisa personale e aerei dalla base navale diMarietta, negli Stati uniti. Ufficialmente si tratta di migliaia di coperte e kit igienici (con spazzolini, dentifrici, rasoi, pettini e saponi). E in Georgia è andato il generale Bantz J. Craddock, capo del Comando europeo degli Stati uniti (EuCom), ufficialmente (comemostra una foto) per «ispezionare i pacchi dell’aiuto umanitario» insieme al responsabile della Usaid. Altri «aiuti umanitari» vengono trasportati in Georgia via mare. Non però da mercantili, come sarebbe logico, ma da navi da guerra: due unità della U.S. Navy e una della Guardia costiera. L'operazione è diretta dal Comando delle forze navali Usa in Europa, il cui quartier generale è a Napoli. Da Creta è partito per la Georgia il cacciatorpediniere lanciamissili McFaul. Da Gaeta stanno partendo il guardacoste Dallas e la Mount Whitney: la più sofisticata unità navale C4I (controllo, comunicazioni, computer e intelligence) della marina statunitense, considerata la più avanzata nel mondo. Dopo aver partecipato all'operazione Enduring Freedom in appoggio alla guerra in Afghanistan e alla guerra contro l'Iraq, la Mount Whitney è stata trasferita nel Mediterraneo e, nel 2005, è divenuta l'ammiraglia del comandante della 6° flotta. Grazie a una capacità tecnologica che «non ha eguali al mondo», la Mount Whitney può collegarsi con qualsiasi punto della terra, trasmettendo qualsiasi tipo di comunicazione in modo criptato, nonché raccogliendo «le più tempestive informazioni» sulle forze avversarie, e trasmettendole al Centro congiunto di intelligence. Questa nave, ammiraglia della 6° flotta, viene usata dal comandante della Task force congiunta, che da lì può dirigere tutte le unità ai suoi ordini; ed è ora trasferita nel Mar Nero, ufficialmente per portare coperte, kit igienici e alimenti per bambini.
Quale sia il reale scopo dell'operazione lo dice il generale Jon Miller, capo della Squadra congiunta di valutazione, composta da 102 specialisti, inviata in Georgia dal Comando europeo degli Usa. Per ora, ha dichiarato a Stars and Stripes (22 agosto), l'EuCom focalizza la sua missione sull'«aiuto umanitario», ma «è pronto a valutare lo stato delle forze armate georgiane». Più esplicito il sen. Joe Lieberman che, giunto in Georgia con una delegazione del Congresso, ha dichiarato che gli Usa devono fornire assistenza alle forze armate georgiane, dotandole delle più moderne armi antiaeree e anticarro e continuando l'addestramento delle truppe. Come documenta Stars and Stripes, «circa 70 membri della squadra di Miller erano già in Georgia ad addestrare truppe al momento in cui è iniziato il conflitto con la Russia», ossia al momento in cui le truppe di Tbilisi hanno attaccato l'Ossezia del sud. Ciò conferma quanto detto, in un'intervista a Der Spiegel, dall'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, il quale dubita che «gli Stati uniti non fossero informati sull'iniziale offensiva georgiana, dato che hanno consiglieri militari stazionati a Tbilisi». La mossa statunitense di dislocare l'ammiraglia della Sesta flotta e altri navi da guerra nel Mar Nero, a ridosso del territorio russo, alimenta ora nuove tensioni con Mosca. Non a caso proprio nel momento più delicato, quello del ritiro delle forze russe dalla Georgia e della definizione dello status di Sud-Ossezia e Abkhazia. In compenso arriveranno in Georgia, sulle navi da guerra, gli spazzolini da denti della Usaid.

 

liberazione - 23.8.08

 

Sos scuola: ordine, classe e retorica. Tremonti taglia, Gelmini restaura - Antonella Marrone
Tutto comincia il 21 agosto, tre giorni fa. Ernesto Galli Della Loggia scrive per il Corriere della Sera un'editoriale sulla scuola italiana. Sull'ineffabile scuola italiana, giunta al limite della sua sopravvivenza, in crisi di identità e in cerca di fautori che sappiano ridare vigore alla cultura tradizionale. Lo scritto di Galli Della Loggia ha inopinatamente risvegliato i ministri Gelmini e Tremonti che, sempre sul quotidiano di Via Solferino, hanno scritto ieri due lettere/interventi sul tema. Riassumiamo la tesi dei rappresentanti del governo in poche sentite parole: torniamo al passato. Non c'è altro di concreto, ma si intuisce tra le righe il modello di società che hanno in mente: modello anglosassone, dove la scuola garantisce chi può permettersi gli studi migliori. Semplice, in linea con la semplificazione che questo governo manicheo impone su ogni argomento. Non possono vietare di pensare, ma certo cercano di limitare i danni collaterali del pensiero: guizzi di genio, fantasia, creatività. La nostra scuola sta scivolando, senza incontrare opposizione, nella regressione assoluta. La ministra Gelmini si sforza di dimostrare come il male della scuola derivi dal '68 che - con saccente prevedibilità - chiama un "virus", Tremonti, da mente semplice, come egli stesso ha definito la mente umana, propone di tornare al voto e di limitare i libri "usa e getta" («contrari agli interessi delle famiglie»). Il passato, scrive il ministro dell'economia con baldanzosa convinzione, può e deve tornare. "Yes we can" e in barba all'ottimistico piglio american-veltroniano, Tremonti ci ha aggiunge " came back ": così la scuola italiana rischia di ritrovarsi nelle polverose aule di Giannino Stoppani, quel furbacchione di Gian Burrasca che oggi, con ogni probabilità, il nostro governo guarda con benevola indulgenza. Nella lettera - un po' isterica nella terminologia e nelle fantasie - la ministra Gelmini esprime idee chiare su quanto concerne la scuola: «autorevolezza, autorità, gerarchia, insegnamento, studio, fatica, merito» (sottotraccia affiora la scritta: "e niente sesso", poi evidentemente cancellata dalla sua parte conscia). Forse per sbarazzarsi dell'insalubre virus del '68, Gelmini potrebbe inoculare qualcosa di già sperimentato come la legge Casati del 1859, per esempio, o la più moderna Coppino del 1870 (ancorché promulgata dalla Sinistra Storica). Nel frattempo, visto che chiede l'impegno corale, l'impegno nazionale chiamando a raccolta studenti, parenti, insegnanti, cominci a ripristinare, vicino al termine Istruzione, quello di Pubblica, che a noi italiani di tradizione comunista, piace perché ci fa sentire una nazione che pensa ai suoi cittadini tutti, e che ritiene, seriamente, la scuola un bene pubblico, da Nord a Sud, in città e in campagna. Probabilmente da un articolo su Liberazione ci si aspetterebbe una bella presa di posizione a favore della scuola sessantottina, rimandi, polemiche, testimonianze. Ma non ne vale la pena. Chi ne sa, di scuola, capirà le differenze tra questo modello, debole e semplice, e quella scuola "infettata" dal virus: una scuola che consentiva a tutti un'ascesa nella società, era per tutti una possibilità di crescere e di ottenere posizioni, nella vita, migliori di quelle dei genitori. Chi ne sa, di scuola, sa che la grande intuizione del '68 (non solamente nella scuola, ma anche nelle relazioni e nella politica) e cioè che il centro della ricerca, qualunque essa sia - umana, politica, religiosa o filosofica - non è il risultato, ma il processo, vale moltissimo per i percorsi scolastici. Gelmini e Tremonti e gli altri politici della modernità e del nuovismo, cercano i risultati, fregandosene del percorso. Un 8 non è un 6 non è un 4, ma è "semplice", come piace a Tremonti. La scuola è un sistema complesso e delicato come la democrazia. Troppo probabilmente per i nostri ministri.

Mario Monti, il canto del cigno liberista per scongiurare la crisi - Alfonso Gianni
La lunga e articolata intervista rilasciata ieri dal Professor Mario Monti al Sole24Ore è probabilmente destinata a lasciare il segno nel dibattito economico. Anche se quest'ultimo nel nostro paese sonnecchia da parecchio tempo. Il tema è quello di una riflessione sull'economia mondiale, attraverso la lente del confronto tra i differenti comportamenti dell'Unione europea e degli Usa di fronte alle conseguenze della attuale crisi finanziaria che colpisce il mondo intero e che è stata innestata dalla bolla dei mutui subprime scoppiata l'estate scorsa. Ma non si tratta di un'intervista che abbonda in tecnicalità economiche, ma di un ragionamento politico a tutto tondo. Quello di un improbabile leader politico le cui idee sono però dirette ad influenzare governanti (nel senso di primi ministri e membri dei governi) e governatori (nel senso di coloro che detengono la guida delle banche centrali). L'argomentazione di Monti si snoda lungo quattro direttrici, ovviamente collegate tra loro. In primo luogo difende la bontà dell'azione della Banca centrale europea, quella che ha portato ad una serie di rialzi del costo del denaro e quindi a privilegiare sopra ogni cosa il contrasto all'inflazione, contrapponendola apertamente alla linea seguita dalla Fed americana. Monti se la prende in particolare con la politica di incremento della liquidità seguita da Alain Greenspan, ma è evidente che egli associa alla critica anche l'attuale presidente Ben Bernanke, pur senza nominarlo. In secondo luogo Monti rilancia quello che fu il modello della Germania federale dopo il 1948, cioè "l'economia sociale di mercato", ossia il cosiddetto modello renano che appassionò il dibattito economico internazionale almeno fino agli anni '80 e che egli torna a contrapporre a quello che considera un eccesso di interventismo statale e governativo del governo Bush, simboleggiato dagli interventi di salvataggio dei vari istituti di credito come Bear Stearns, Freddie Mac e Fannie Mae. In terzo luogo Monti, dopo avere direttamente attaccato Bush e la sua amministrazione, loda apertamente l'operato del consigliere economico di Barak Obama, William J. Kolansky, per avere proposto una riforma del sistema americano dell'antitrust. In quarto e ultimo luogo Monti ribadisce la sua fedeltà ai vincoli di bilancio decisi dagli accordi di Maastricht, tentando una difesa, che appare per la verità più imbarazzata che convinta, del Ministro italiano dell'Economia Giulio Tremonti. Nella divergenza, per la prima volta affermatasi con tale evidenza, tra la politica finanziaria statunitense e quella europea, Monti prende decisamente le parti di quest'ultima. Si potrebbe parlare di un riflesso condizionato, date le eminenti responsabilità ricoperte dal nostro nelle istituzioni della Ue lungo la sua storia. Ma non si tratta solo di questo. L'operazione che viene condotta mi pare molto più sottile e tutt'altro che banale. Le scelte del governo americano e della Federal Reserve hanno messo fortemente in discussione la sopravvivenza delle dottrine e delle pratiche del neoliberismo, fin qui il mantra ideologico della globalizzazione. Anche se l'intervento statale avviene essenzialmente in campo finanziario, quasi una sorta di financial-fare , esso, per le proporzioni che sta assumendo nel contesto di una crisi di impatto mondiale, è già tale da scuotere la fiducia nel potere illimitato del mercato. In Europa la Francia di Sarkozy aveva del resto già mostrato di non considerare affatto sufficiente la mano invisibile del mercato. La Germania di Angela Merkel si appresta a porre dei limiti consistenti alla possibilità di acquisizione superiore al 25% di imprese tedesche da parte di investitori stranieri. Insomma il protezionismo si fa strada anche in Europa, ovvero l'americanizzazione del sistema europeo continua, ma in modo quasi rovesciato rispetto al passato, per quanto riguarda il ruolo del pubblico rispetto al privato. E' quanto basta a mettere in allarme Monti, il quale riprende la preoccupazione espressa agli inizi d'agosto sul Financial Times dallo stesso Greespan, secondo cui la spinta che viene dalla crisi sarà quella di "intensificare la presa sulle questioni economiche" e questo, secondo l'ex presidente della Fed, potrebbe addirittura "invertire il corso della globalizzazione". Il suo messaggio è dunque in primo luogo rivolto ai governi e alle istituzioni europee, nonché alle forze politiche che saranno protagoniste della competizione elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo del 2009. Ma, per essere credibile, Monti capisce che non può tornare semplicemente ai modelli neoliberisti spinti degli anni '90, quando la globalizzazione viaggiava con il vento in poppa. Per questo riesuma il modello renano, che differisce da quello americano per una maggiore finalizzazione sociale del mercato, che sarebbe garantita essenzialmente da una più consistente presenza del settore misto (pubblico/privato) nelle realtà e nelle istituzioni economiche. Secondo la definizione sintetica di uno dei suoi più accesi fautori, il francese Michel Albert, quel modello era economicamente superiore e rappresentava una "sintesi riuscita tra capitalismo e socialdemocrazia". Monti in realtà non si diffonde troppo nella descrizione del modello che ripropone, ma si ha la netta impressione che egli ne accentui i caratteri più moderati, insistendo in particolare su due aspetti che caratterizzavano quel piano: il rispetto sacrale dei vincoli di bilancio e il ruolo dominante del sistema bancario, basato sull'indipendenza della banca centrale. Per questa ragione, e solo per questa mi par di capire, Monti alla fine si lancia in un poco convincente elogio di Tremonti, limitato alla sua concezione del bilancio blindato e alla sostanziale identità di obiettivi con il precedente ministro Padoa Schioppa per ciò che concerne la riduzione a tappe forzate del debito pubblico. Anche se Monti non può fare a meno di dimenticare che siamo a crescita zero, non lo si può certo scambiare per neokeynesiano. Ma le ambizioni del nostro non si fermano qui. Oltre a dare consigli all'Italia e all'Europa, vorrebbe influenzare anche gli Usa, alla vigilia delle elezioni presidenziali, spezzando apertamente una lancia in favore di Obama e cercando contemporaneamente di confinarlo nella dimensione più moderata possibile. Non sarebbe dunque l'intervento diretto dello Stato nell'economia il salvatore della situazione, ma un efficace sistema di antitrust in grado di limare le unghie ai grandi potentati economici, senza però spezzarle. Come si vede, il tentativo di salvare il liberismo nelle sue versioni meno becere non è privo di un qualche fascino intellettuale, ma appare del tutto inefficace di fronte alla voragine che la crisi della globalizzazione ha aperto. Se l'Europa non vuole essere trascinata nel fondo della crisi, come quando il morto si aggrappa al vivo, deve abbandonare le cure omeopatiche e scegliere una strada radicalmente diversa. Deve sottrarsi al dominio senza egemonia degli Usa in una direzione esattamente opposta a quella predicata dal Professor Monti.

«Asservendo la magistratura Berlusconi punta a stravolgere lo stato di diritto» - Gemma Contin

Giuseppe Di Lello è stato europarlamentare, consigliere comunale, deputato, senatore del Prc, pubblico ministero a Palermo nel pool antimafia di Antonino Caponnetto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con cui ha condiviso l'estensione delle centinaia di migliaia di pagine dell'accusa nel cosiddetto maxiprocesso con cui l'Ufficio istruzione della Procura di Palermo ha inchiodato la mafia dei corleonesi. Liberazione lo ha intervistato sullo scontro in atto tra governo e magistratura e sul tentativo di Silvio Berlusconi - tessera della loggia massonica deviata Propaganda Due (P2) numero 1816, fascicolo 625 - di mettere le mani sulla giustizia, depotenziandola e asservendola al potere politico, in piena sintonia e continuità con i progetti piduisti del "venerabile" Licio Gelli. Senatore Di Lello, ci risiamo. Uno dei progetti di Berlusconi di riscrittura delle regole democratiche, cominciando dalla magistratura, è di nuovo all'ordine del giorno? Era ovvio. E' stato sempre nei programmi di Berlusconi di "normalizzare" la magistratura, trincerandosi dietro il fatto abbastanza scontato che in Europa, in quasi tutti i paesi diciamo democratici, in realtà c'è, o l'ordinamento giudiziario lo prevede, la separazione delle carriere tra giudici e pm, e non per questo si tratta di sistemi autoritari. Il primo attacco, Berlusconi lo vuole sferrare all'organo di autogoverno della magistratura, per condizionare il Csm dal di dentro, con la nomina "politica" di gran parte dei suoi membri. Perché? Bisogna dire che l'attuale disegno costituzionale sulla magistratura in Italia è un disegno che si tiene tutto insieme. L'autonomia della magistratura è ancorata al sistema di autogoverno e alla netta separazione dei poteri: il potere legislativo dal potere esecutivo e dal potere giudiziario. Ovviamente bisogna dire che queste "grandi riforme" che Berlusconi ha in mente da tanti anni derivano dalla sua adesione alla P2. E questa riforma necessita di una revisione costituzionale, perché l'obbligatorietà dell'azione penale, i poteri, la composizione del Csm, eccetera, sono tutte norme previste dalla Costituzione. Quindi ci vorrà innanzitutto una revisione costituzionale. Anche la proporzione nel Csm di magistrati togati e laici è scritta nella Costituzione, ed è una proporzione a netto vantaggio dei togati proprio per realizzare un buon sistema di autogoverno e non un sistema di controllo. Va anche detto però che questa intenzione di aumentare la quota dei "politici" a scapito dei magistrati non comporta nessuna modifica sostanziale perché fino adesso all'interno del Csm non c'è mai stata una divisione tra tutti i togati da una parte e tutti i laici dall'altra, ma di volta in volta i togati e i laici si sono uniti seguendo le loro opzioni culturali e le loro scelte politiche. Il pericolo sta nel fatto che aumentare il numero dei politici vuol dire mettere l'organo di autogoverno, che non sarebbe più di autogoverno, in mano alle maggioranze che si susseguono, per di più in un Parlamento e con un sistema che si avvia verso un bipolarismo marcato, dove interi pezzi politici non sono rappresentati. Questo non farà che aumentare esponenzialmente la cosiddetta politicizzazione del Csm che da organo di autogoverno diventerà di fatto organo di controllo della magistratura. Perché per Berlusconi è così importante separare le carriere dei magistrati inquirenti dalle toghe giudicanti, tanto da aver già coniato il termine di "avvocato dell'accusa" al posto di "pubblico ministero"? In realtà Berlusconi gioca con le parole. La verità è che lui vuole la sottoposizione dell'Ufficio del pubblico ministero all'esecutivo, perché una volta che si è creato un organo fatto tutto di Pm - ricordando che la giustizia funziona se viene promossa l'azione penale e che l'azione penale la promuovono i pubblici ministeri - e una volta che si ha un Ufficio del pubblico ministero asservito al controllo del potere politico, in più con un Parlamento retto da una maggioranza assoluta (frutto della legge elettorale che prevede sbarramento e premio di maggioranza, ndr), l'obbligatorietà dell'azione penale viene meno e il potere politico può indicare quali sono i reati da perseguire e da punire e quali no, con uno stravolgimento dello stato di diritto. Ora, tranne che per l'indicazione dei reati da perseguire, tutto questo potrebbe anche essere accettabile, come avviene in quasi tutte le democrazie, in un sistema dove però non ci si sogna lontanamente che una persona con tali conflitti di interessi, che controlla il sistema dell'informazione, proprietaria di giornali e televisioni, possa diventare presidente del Consiglio. Negli altri paesi non c'è nemmeno bisogno di una legge scritta, talmente è radicato nella coscienza democratica che questo non possa avvenire. Ecco perché, quando si dice che in tutti gli altri paesi c'è la separazione delle carriere, bisogna contestualizzare storicamente queta separazione, perché in questi paesi non si ha mai il caso che il presidente del Consiglio venga addirittura prosciolto per prescrizione in un processo in cui è accusato di corruzione della Guardia di Finanza. In quei paesi c'è un sistema che ha già degli antidoti democratici molto forti. Cosa vuol dire, nello specifico, eliminare l'obbligatorietà dell'azione penale con la quale oggi le Procure agiscono automaticamente quando vengono a conoscenza di un reato? Se non c'è più obbligatorietà, come si procede in caso di reato e chi apre un'inchiesta se la magistratura inquirente è ridotta al rango di avvocatura dell'accusa? L'azione penale la promuove il pubblico ministero, ed è obbligatoria proprio per adempiere al dettato costituzionale dell'articolo 3 che dice: tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Ora, se noi facciamo un codice penale con tutti i reati possibili e immaginabili e diciamo che il potere politico può dire quali sono perseguibili e quali no, andiamo a ledere questo principio costituzionale. E non è nemmeno vero che in Italia c'è tutta questa volontà dei pubblici ministeri di portare avanti alcune inchieste ed altre no, perché tutte le inchieste vengono aperte. Poi c'è una selezione naturale, anche in relazione alle risorse - uomini, mezzi - che vengono investite, per cui può succedere che alcune inchieste rimangono trascurate, ma tutte le grandi inchieste vengono portate a compimento. Se però è il potere politico a dire quali sono i reati perseguibili e quali no, è facilmente intuibile cosa può succedere in Italia, dove ad esempio la maggior parte dei reati di abusivismo edilizio sono stati condonati, o cosa può succedere ai reati ambientali in un paese dove c'è un'illegalità diffusa, con due milioni di case abusive e l'80% delle coste cementificate; o per i reati finanziari, societari e quant'altro. Se non c'è più obbligatorietà dell'azione penale sarà il Parlamento, o meglio il governo attraverso il Ministero di Giustizia, a decidere quali sono i reati sui quali i pubblici ministeri possono andare avanti. Dunque ha ragione Cascini, il segretario dell'Associazione nazionale magistrati, quando parla di rischio fascista. Condivide questa preoccupazione? La parola fascismo è abusata. E poi Cascini ha detto una cosa non esatta, perché ha sostenuto che al tempo di Mussolini i giudici giuravano fedeltà al fascismo. Ora, è vero che tutti i magistrati erano costretti a prendere la tessera del Pnf, il partito nazionale fascista, ma è anche vero che i giudici italiani hanno sempre avuto un retroterra culturale indipendente, in ogni caso la vocazione a giudicare in base a un codice e non in base a opzioni politiche, tanto che Mussolini quando volle perseguitare i suoi oppositori politici dovette farsi un tribunale speciale, non lo poté fare attraverso i giudici ordinari, perché sapeva che quelli non avrebbero accettato. Dovette nominarsi il famigerato tribunale speciale che non aveva niente a che fare con la magistratura ordinaria. Un suo giudizio politico conclusivo? Io credo che una riforma contro i magistrati sarà difficile farla. Ci vorrà una revisione costituzionale. E però, se l'opposizione tiene duro, non potrà passare senza il voto dei due terzi del Parlamento. Allora Berlusconi dovrà imporla a maggioranza come legge di riforma costituzionale da sottoporre a referendum. E in quel caso il referendum non è abrogativo ma confermativo e non ha bisogno di quorum. Pertanto ci sono tutte le condizioni perché anche questo tentativo di riforma della giustizia non passi nel Paese. Ricordiamoci che al referendum confermativo del 2006 andò a votare il 52% della popolazione e che il 61% disse no.

La madre di Catania - Imma Barbarossa
Non sempre operatori e operatrici dei servizi sociali di un Comune si rivelano fiori all'occhiello per professionalità, sensibilità, apertura ai bisogni e alle condizioni dei soggetti più deboli di un territorio. A volte si "distraggono", non hanno tempo per vedere bambine e bambini violentati da padri, zii, patrigni, preti, etc., considerando questi fatti come fenomeni "interni" alle famiglie, panni sporchi da lavare in casa o in parrocchia. Spesso interpretano il loro lavoro con rigore giacobino, privando della potestà genitoriale coppie di persone povere, disoccupate, nomadi, evitando di sottoporsi alla faticosa opera di mediazione, di seguire la situazione assistendo il disagio anziché estirpando insieme alla fenomenologia non certo le cause. Questa volta a Catania i servizi sociali si sono esercitati in una operazione che sarebbe grottesca se non rivelasse una grave distorsione nel senso comune. In genere - lo abbiamo a volte criticato come femministe - il Tribunale dei minori, che si basa sulle relazioni dei servizi sociali comunali, considera naturale affidare i figli alle madri, ritenendo le donne dotate per natura di capacità di cura e di relazioni positive con figli e figlie. Non sempre è così, e soprattutto vanno sentiti i pareri di figli e figlie. Ebbene a Catania accade il contrario: la madre che in quanto madre per natura dev'essere buona e timorata di dio, invece non rispetta il suo ruolo di tutrice della casa e della morale comune, lascia libero il ragazzo, gli dà le chiavi di casa, non controlla dove va e non gli impedisce di frequentare un circolo di Rifondazione Comunista, dove si ascolta musica e persino corre qualche spinello! Apriti cielo! Quello che è accaduto è gravissimo e bene ha fatto il segretario nazionale del Prc a scrivere al Presidente della Repubblica. Ma è ancora più grave che un magistrato abbia avallato una relazione dei servizi sociali così grottesca e misogina, tendente a riportare il ragazzo sotto un'autorità paterna più rigida e garante di "sicurezza", di un padre che considera evidentemente sintomo di deviazione morale avere la tessera dei Giovani Comunisti. Giudice e servizi sociali sostenitori dell'autorità patriarcale. A quando la scomunica dei comunisti dai sacri pulpiti? Avverrà che le madri non autoritarie saranno considerate madri snaturate, educatrici non affidabili? Torneremo alla pratica del curator ventris, cioè la nomina di un tutore del contenuto dell'utero materno, qualora il legittimo padre sia venuto a mancare? Vigiliamo, compagne e compagni, i tempi sono duri. Nel frattempo, grande solidarietà e simpatia al giovane compagno, al fratellino e alla loro madre.

 

Ferrero: «Basta, ora via da quella guerra»

Un'altra drammatica giornata di guerra in Afghanistan. Con i tre soldati italiani feriti, con la strage della Nato. Che è avvenuta l'altro giorno, ma di cui si è avuta notizia solo ieri. Le reazioni del governo si limitano alla solidarietà ai familiari delle vittime italiane. Silenzio, invece, sulle conseguenze dell'ultimo bombardamento «alleato». Esattamente come fa il piddì, attraverso uno dei tanti suoi ministri «ombra», Roberto Pinotti. Chi invece prova a tirare le somme di questa «estate di guerra» è la sinistra. Lo fa attraverso le parole del segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero. «Quanto sta accedendo in Afghanistan, con 76 civili - tra cui molitssime donne e bambini - morti a seguito di un bombardamento ordinato dalla coalizione militare a guida statunitense che si vanno a sommare, nel tragico bilancio di vittime e di orrore che ci giunge in queste ore da Kabul, ai tre
militari italiani feriti questa mattina, nelle vicinanze della capitale afghana (a cui vanno i miei migliori auguri di pronta guarigione) e ai 10 soldati francesi uccisi l'altro ieri, ci dicono una cosa sola. Che il ritiro delle nostre truppe da un simile teatro di guerra, dove nulla più rassomiglia a una missione di pace, deve essere immediato e irrevocabile». Deve avvenire subito. Lo sottolinea anche Claudio Grassi, della direzione di Rifondazione. «Che cosa stiamo aspettando a ritirare le truppe?», si chiede. «Non sono sufficienti i 12 italiani deceduti (e gli oltre 100 feriti) dall'inizio della guerra a oggi? La missione a guida Nato si è rivelata un errore clamoroso e drammatico, che il governo italiano deve avere l'onestà di riconoscere. Come per l'Iraq, anche in Afghanistan siamo di fronte al fallimento della politica guerrafondaia di Bush: aumentano gli attentati e le morti (oltre alla produzione di droga) in un paese privo di una vera organizzazione politica e amministrativa. Rifondazione comunista lo dice dal primo giorno di guerra e lo ribadisce oggi: torniamo a casa, ritiriamo immediatamente gli oltre duemila soldati che sono di stanza in Afghanistan e diamo così, concretamente, il nostro contributo per l'avvio di un vero processo di pace». Fin qui la sinistra. Inutile cercare per tutta la giornata, riflessioni da parte dell'opposizione parlamentare. Che con le parole di Roberto Pinotti, ministro della Difesa del governo «ombra» del piddì, si limita a esprimere solidarietà ai parenti dei tre soldati italiani. «A nome mio e del partito democratico intendo esprimere vicinanza ai militari feriti questa mattina in un attentato. Un pensiero particolare va alle loro famiglie e a tutti i nostri militari che operano in quelle regioni dimostrando nel contempo professionalità e un alto spirito umanitario». Sul resto, nulla.

 

Operatori umanitari al lavoro per smascherare la guerra propagandistica

Solo con la fine del conflitto e il definitivo ritiro russo potrà veramente iniziare la drammatica conta delle vittime civili dei bombardamenti su Tsinkhivali e dei quindici giorni di occupazione del suolo georgiano da parte delle truppe russe. Finora tra Tbilisi e Mosca sono volate accuse pesanti. Genocidio, stupri etnici, violenze indiscriminate sulla popolazione indifesa. Tutto da verificare, in un conflitto che ha fatto registrare un'intensa guerra propagandistica su entrambi i fronti. Alcuni operatori umanitari, come la Croce rossa internazionale, stanno cercando ora di ristabilire una "verità"sul terreno, con enormi difficoltà. Entrambi i contendenti, denunciano gli incaricati, potrebbero aver violato i codici di guerra. Per esempio utilizzando armi non convenzionali, come le bombe a frammentazione, che in Iraq hanno fatto strage di civili. E ancora non è chiaro se e dove siano state compiute tali violazioni. Ma la ricostruzione ha bisogno di tempo, per evitare errori grossolani. Anche perché le violenze, le ruberie e gli incendi di case, stanno continuando. «Dobbiamo verificare i dati per evitare di contare le vittime più volte», ha spiegato alla Bbc il direttore di Human Rights Watch (Hrw) per l'Europa e l'Asia centrale Rachel Denber. Inoltre i civili che imbracciano i fucili e partecipano ai combattimenti non devono più essere conteggiati nelle perdite dei civili. Le violazioni possono assumere molte forme: gli attacchi in cui potrebbe essere ucciso un numero di civili sproporzionato rispetto all'obiettivo militare prefisso sono proibiti. Ci sono due casi documentati, riporta Hrw: nel primo militari russi hanno bombardato una colonna di auto in fuga da Gori; nel secondo i georgiani sono entrati sparando con i carrarmati in un quartiere residenziale, alla caccia di milizie sudossete. Procuratori russi stanno aprendo procedimenti contro ignoti per la morte di 133 civili, uccisi dalle forze georgiane. Sempre troppi, certo. Comunque molti meno dei 1500 di cui si era parlato nei giorni confusi dei cannoneggiamenti. Secondo le informazioni finora raccolte da Hrw le vittime del conflitto sarebbero nell'ordine delle decine e non delle centinaia o migliaia strillate dai media russi e georgiani prima e internazionali poi.

 

Repubblica - 23.8.08

 

Joe Biden, Obama al contrario tra dolori, fede e gaffe storiche - SARA FICOCELLI

BARACK il giovane, l'inesperto, il carismatico, aveva bisogno di un numero due tanto complementare da sembrare il suo opposto. Quell'uomo oggi è Joe Biden, il senatore del Delaware che il 10 febbraio 2007, quando Obama annunciò l'apertura della campagna presidenziale, definì il candidato "il primo afro-americano di successo capace di parlare in modo pulito e articolato". Una gaffe passata alla storia insieme alle tante che Biden ha inanellato nel corso di ben 36 anni di esperienza alSenato. Chi lo conosce bene ormai ci ha fatto l'abitudine: Biden parla col cuore in mano, con la genuinità dell'uomo di fede (membro della Roman Catholic Church dalla metà degli anni '70), tanto anche Obama, quel giorno, preferì incassare le scuse e far finta di niente. Classe 1942, originario di Scranton, in Pennsylvania, Joe è il primo di quattro figli. Suo padre Joseph, venditore di auto, e sua madre Catherine Eugenia, detta "Jean", sono di fede cattolica irlandese. Il nonno è senatore. Il piccolo Biden è un bambino tranquillo, bravo a scuola, la sua passione è suonare il flauto e in città tutti lo chiamano "fleet flutin Joe" (Joe flauto veloce). Ma la musica dopo un po' comincia a stargli stretta e a 19 anni Joe flauto magico si lancia sullo studio della storia politica. La laurea arriva nel 1968 e mentre ancora frequenta la facoltà di legge sposa Neilia Hunter, che gli dà tre figli. Nel 1972 Biden vive il dolore più grande della sua vita: la moglie e la figlia più grande, Naomi, muoiono in un violento incidente stradale, che per poco non gli toglie anche i due figli minori. Solo pochi giorni prima Biden aveva prestato giuramento come senatore. Cercherà di vendicare quel destino beffardo con tutte le sue forze, dedicando alla politica ogni energia, senza mai dimenticare i figli. Per loro decide di non lasciare la casa e fare il pendolare. Dopo l'incidente i ragazzi sono costretti a un lungo periodo di ospedale e non possono trasferirsi a Washington: Biden, nonostante gli impegni, li va a trovare ogni giorno. Un'ora e mezzo sui treni Amtrak, andata e ritorno: il senatore-pendolare divide il proprio tempo tra la casa di Wilmington, dove vive con Beau e Robert, e gli uffici di Washington DC. Oggi Beau, il primogenito, è ministro della Giustizia del Delaware e nutre una sconfinata ammirazione per il padre. Nel 1977 Biden si risposa con Jill Tracy Jacobs, da cui ha un'altra bambina e insieme abbracciano il cattolicesimo. Undici anni dopo è lei ad assisterlo, quando lui viene colpito da un doppio aneurisma al cervello. In questa gimcana di dolori e gioie, morti e rinascite, la compagna più fedele della vita del senatore del Delaware resta sempre la politica. Oggi Joe Biden, 65 anni è anche presidente della Commissione rapporti internazionali del Senato del Delaware ed è considerato un esperto di politica estera. Obama vede in lui la sua anima politica speculare, il politico di vecchia scuola, esperto, non tanto carismatico da rubargli la scena ma abbastanza cattolico da concquistare una buona fetta di elettorato Usa. Il padre di famiglia che per ben due volte ha tentato la corsa alla Casa Bianca (nel 1988 e quest'anno), l'uomo di fede che ha sofferto e si è rialzato. In nome di Dio e del popolo americano.

 

Sbornie e spinelli all'Università. "Per non pensare al futuro" - SERGE KOVALESKI

UNA TRENTINA di anni fa, Barack Obama si distingueva nel piccolo campus dell'Occidental College di Los Angeles per la sua eloquenza, la sua intelligenza e il suo attivismo contro l'apartheid in Sudafrica. Ma Obama, noto allora come "Barry", prendeva parte anche alle feste. Nel suo libro di memorie del 1995, a distanza di anni egli rammenta "di aver fumato spinelli nella camera di qualche fratello" e rivela di essersi ubriacato più volte. Prima del college, quando era studente alle Hawaii, secondo quanto scrive nel libro, indulgeva nell'uso di marijuana, alcol e talvolta cocaina. Nel novembre scorso il senatore Obama, allora presunto candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, ha confessato agli studenti di un liceo del New Hampshire di aver "preso alcune pessime decisioni" da teenager in relazione all'uso di stupefacenti e di alcol. Le ammissioni di Obama sono cosa rara per un politico (Il libro "Dreams from my father" lo ha scritto prima di candidarsi e di entrare in politica). Nel dicembre scorso per qualche tempo le sue rivelazioni sono salite alla ribalta quando un consigliere della senatrice Hillary Clinton ha ipotizzato che le sue esperienze con la droga lo avrebbero reso vulnerabile nei confronti di attacchi da parte dei repubblicani qualora fosse diventato il candidato ufficiale del suo partito. Obama non ha mai quantificato e precisato l'uso che ha fatto di sostanze stupefacenti: ha descritto però i due anni trascorsi all'Occidental College - un'università di studi umanistici a maggioranza bianca - come un risveglio progressivo e profondo dall'indifferenza nella quale aveva vissuto, un progresso che lo condusse all'attivismo e a temere che la droga potesse portarlo inesorabilmente alla tossicodipendenza o all'apatia generale, come vedeva accadere in molti uomini di colore. Il resoconto fatto da Obama dei suoi anni giovanili e del suo consumo di stupefacenti, tuttavia, differisce molto dai ricordi di altre persone, che non rammentano che egli ne facesse uso. In quasi una trentina di interviste, amici, compagni di classe, mentori del liceo e del college ricordano tutti Obama come un giovane determinato, motivato, padrone delle proprie azioni. Uno studente che in nessun modo pareva avere a che fare con problemi legati alla droga. Un portavoce della sua campagna, Tommy Vietor, ha detto che il libro di Obama "è uno schietto resoconto personale di quello che il Senatore Obama sperimentò e pensò all'epoca", e ha scritto: "Non sorprende che i suoi amici del liceo e del college non abbiano ricordi personali e stentino a rammentare ciò che avvenne oltre 20 anni fa con la sua stessa precisione". Ciò che è chiaro è che il periodo trascorso da Obama all'Occidental College, dal 1979 al 1981 lo avviò con decisione alla sua carriera nel servizio pubblico. Lì sviluppò una più robusta autoconsapevolezza, visse una sorta di nascita politica, soprattutto nel suo secondo anno di università, quando si interessò alle grandi diseguaglianze e ingiustizie sociali come l'apartheid e la povertà nel Terzo mondo. Figlio di madre americana bianca e di padre keniano nero, Obama ha scritto che si ubriacava nel tentativo di superare e annientare la confusione che provava nei suoi stessi confronti. "Un tossico, uno spinellato... ecco che cosa ero destinato a diventare. Ero destinato ad assumere il ruolo ultimo e inevitabile di un giovane di colore. Solo che le sbornie non erano per cercare di dimostrare che tipaccio fossi, ma per scacciare dalla mia mente le domande su chi ero e chi sarei diventato". Quando Obama frequentò il suo penultimo e ultimo anno di università, corrispondenti al periodo nel quale egli scrive di aver fatto largo uso di marijuana e di cocaina perché "poteva permettersi di acquistarle", tuttavia egli si era già laureato. Obama in particolare descrive un episodio risalente a quel periodo: ricorda di aver visto qualcuno di nome Micky tirar fuori dal congelatore della carne di un negozio di gastronomia "un ago e un tubo", a quanto pare per farsi un buco di eroina. Allarmato da quanto aveva visto, Obama scrive di aver immaginato in che modo una semplice bolla d'aria potesse portarlo all'altro mondo. Obama si lasciò coinvolgere nell'Associazione degli studenti di colore e nella campagna di spoliazione mirante a esercitare pressioni sul college affinché togliesse i propri finanziamenti alle società che facevano affari in Sudafrica. Per affermare il loro punto di vista gli studenti campeggiarono all'aperto in una baraccopoli improvvisata nel campus. Obama fu uno dei pochi studenti a prendere la parola a un raduno al campus per promuovere la campagna. Rebecca Rivera, membro di un analogo gruppo di studenti ispanici, afferma che nelle sue parole c'era "passione, assolutamente, ma non foga incoerente". Amiekoleh Usafi, compagno di classe di Obama, prese anch'egli la parola in quella occasione e oggi ricorda di averlo incontrato alle feste. Noto all'Occidental College con il nome di Kim Kimbrew, egli dice di aver visto Obama a dir tanto con qualche sigaretta e una birra: "Non lo avrei mai definito un drogato, e dire che lì ce ne erano tanti! Ma lui era troppo cool per cose del genere".

 

L'arte di raccontare se stesso. "Il potere è scrivere una bella storia" - JANNY SCOTT

BARACK Obama aveva appena pubblicato il suo primo libro ed era un politico alle prime armi quando Hermene Hartman, direttrice di una rivista destinata a un pubblico d'élite di lettori di colore, nell'autunno del '95 ricevette una sua telefonata. Il giovane scrittore voleva farle leggere il suo libro di memorie. Hartman lesse Dreams from my father, ma la storia le parve troppo esotica: un padre keniano, una madre bianca, l'infanzia a Honolulu e a Giacarta, in Indonesia. "Barack è una persona molto determinata e decisa" dice Hartman, che oggi considera Obama un amico. "Sarebbe capace di andare da una persona alla volta e dire: "Questo è il mio libro, vorrei che lo leggessi e mi dicessi che ne pensi"". Il senatore Obama conosce bene il potere di una storia ben raccontata. In politica ha fatto strada più parlando della storia della sua vita che per ciò che ha fatto. Questa storia l'ha confezionata in due libri di successo che hanno fatto di lui il candidato democratico alla presidenza, l'autore di best-seller insignito di due Grammy, un miliardario a soli 47 anni. L'Obama scrittore possiede la medesima affascinante qualità dell'uomo politico: una mancanza di sforzo che fa passare in secondo piano un mix di ambizione, tempismo, capacità di riconoscere un'occasione e fare tutto ciò che occorre per coglierla. Com'era deciso a promuovere il suo primo libro, così lo è stato per il secondo: quando il suo discorso alla Convention democratica del 2004 ha scaraventato il suo libro di memorie tra i libri più letti, ha rescisso i legami col suo primo agente per affidarsi a Robert B. Barnett, l'avvocato di Washington che è riuscito a spuntare per il libro di Hillary Clinton un anticipo di 8 milioni di dollari e per tre libri di Obama un contratto da 1,9 milioni di dollari. Obama ha finito il suo secondo libro, The audacity of hope, dopo soli 18 mesi dacché aveva iniziato il suo mandato al Senato. Mentre si dedicava a testa bassa alla campagna per i suoi colleghi per le elezioni di metà mandato, ha trovato il tempo per un tour promozionale del libro e dopo quattro mesi ha annunciato la candidatura alla presidenza. Nella sua storia personale, Obama ha trovato la promessa alla base della sua campagna: se il figlio di un keniano e di una donna del Kansas è stato capace di riconciliare in un uomo di razza mista ciò che è inconciliabile, un Paese diviso può fare altrettanto. Scritto quando pensava meno a far politica e più a scrivere un buon libro, il libro di memorie lascia un'impressione di schiettezza. Obama ha detto di non aver mai pensato alle conseguenze politiche dei suoi libri, anzi ricorda che un editore lo mise in guardia sul riferimento all'uso di stupefacenti. "Per me era difficilissimo prevedere che sarei arrivato dove mi trovo oggi e che un mio libro scritto oltre 20 anni fa sarebbe addirittura stato letto". Nel febbraio 1990, quando Obama fu eletto primo presidente di colore dell'Harvard Law Review, un lancio d'agenzia lo descrisse come uno studente del secondo anno di 28 anni, proveniente dalle Hawaii, che non "escludeva a priori un futuro in politica". L'agente letteraria Jane Dystel gli suggerì di presentare una proposta editoriale e gli procurò un contratto con anticipo di 40mila dollari da Times Book. Obama aveva in mente un libro sui rapporti tra le razze, ma si trasformò nel diario di un viaggio interiore, nella "ricerca del padre da parte di un bambino e nella ricerca di un significato da dare alla vita di un americano di colore". Il libro venne pubblicato nell'estate del 1995, poco prima che Obama annunciasse di volersi candidare al Senato nello Stato dell'Illinois. Dopo pochi anni Dreams of my father era già fuori stampa. Nel marzo 2004 le fortune politiche e letterarie di Obama presero una svolta: la sua vittoria alle primarie per il Senato in Illinois ne fece nell'arco di una notte la vera sorpresa democratica. Il libro fu rimesso in stampa da Times Book che intanto era divenuta Crown. Quando Obama fu scelto per il discorso programmatico alla Convention democratica, Crown anticipò la data di pubblicazione e il libro entrò tra i 50 libri più venduti di Amazon prima ancora di essere rimesso in stampa. A dicembre Obama era stato eletto senatore, il libro era tra i bestseller e Dystel in nuove trattative con Crown per altri tre libri. Non è chiaro cosa sia successo tra Obama e Dystel. "La vera questione - ha detto Obama - è che ormai ero a Washington ed ero un personaggio d'alto profilo". Ha portato a termine The audacity of hope nell'estate del 2006 e il libro è uscito a ottobre. Per le copie autografate a Seattle, l'afflusso di pubblico alla Elliott Bay Book Company ha superato i record registrati per altri autori, Bill Clinton incluso. Time ha messo Obama in copertina col titolo: "Perché potrebbe essere il prossimo presidente". "Barack oggi vale milioni di dollari" dichiara Peter Osnos ex-redattore di Times Book "E tutto si basa su questi due libri che non sono il frutto di una ricerca prodigiosa o di un giornalista che ha rischiato la vita in Iraq, ma di qualcuno che ha scritto la propria autobiografia. Essere capaci di trasformare la propria storia in una macchina redditizia è un'impresa che sbalordisce".

Il Nepal si divide sulla dea bambina. "La Kumari ha diritto alla scuola" - CHIARA BRUSA GALLINA

ROMA - Anche la Kumari, la dea bambina del Nepal, deve andare a scuola. E poter mangiare quello che vuole. Oppure stare con i suoi genitori. Una sentenza della Corte suprema, il massimo organo giudiziario nepalese, ha stabilito che la "baby divinità" del Paese asiatico deve avere gli stessi diritti di tutti gli altri bambini. E questo significa che non potrà più vivere isolata e venerata nel tempio, come è successo per secoli. La decisione dei giudici è solo l'ultimo colpo inferto a una tradizione che, per la prima volta, si trova a fare i conti con le trasformazioni della modernità. Dalla primavera scorsa il Nepal non è più una monarchia e questo condiziona il meccanismo di scelta della dea. Senza contare che, con gli ex maoisti al potere, la sua stessa esistenza potrebbe essere minacciata. Eppure, l'usanza è dura a morire: proprio in queste settimane gli esperti religiosi stanno cercando la sostituita della Kumari di Kathmandu, la più importante delle piccole dee - più di dieci - del Paese. Preeti Shakya, infatti, potrebbe raggiungere l'età dello sviluppo mentre è ancora "in carica", un segno di cattivi auspici secondo i custodi del tempio di legno in cui vive. La sentenza. A portare il caso di fronte alla Suprema Corte è stato, circa tre anni fa, un avvocato nepalese che aveva denunciato come "non ci siano ragioni storiche né religiose che possano giustificare il fatto che alle Kumari vengano di fatto negati alcuni diritti fondamentali". A detta dell'avvocato è soprattutto la Kumari "reale", quella di Kathmandu, a vivere "in maniera diversa da quanto garantito dalla Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo": privata della libertà di muoversi, non può vedere i familiari e frequentare la scuola. I giudici nepalesi nella sentenza hanno anche chiesto al nuovo governo, guidato dai maoisti, di prendere le misure necessarie a proteggere i diritti della minore. Novità al potere. Dalla scorsa primavera il Nepal ha vissuto un'accelerazione storica, che lo ha catapultato dalla monarchia assoluta alla repubblica. Dalle elezioni sono usciti vincitori gli ex guerriglieri maoisti e proprio qualche giorno fa è stato eletto primo ministro l'ex ribelle Prachanda, che notoriamente non è un fan delle divinità bambine. Il dubbio si insinua: le Kumari spariranno? Janardan Sharma, un parlamentare che proviene dalle file dei maoisti, ha dichiarato che "non sono un'istituzione essenziale del nuovo Nepal". Ma c'è da vedere se, alla fine, si deciderà di cancellare un segno così antico della spiritualità. I critici. Il quotidiano inglese Times osserva che molti politici nepalesi le considerano un "simbolo negativo", collegato al rigido sistema delle caste indù, nonché un elemento incompatibile con il socialismo. Sono anni, poi, che in molti contestano la condizione in cui vivono le Kumari che, una volta diventate donne, sono anche costrette a combattere la superstizione, secondo la quale sposarle porti sfortuna. Ma il cambio è urgente. Preeti Shakya deve "andare in pensione" durante le celebrazioni di ottobre. "Se non cambiamo adesso, dovremo aspettare fino all'anno prossimo e allora potrebbe essere troppo tardi", ha detto Deepak Bahadur Pandey, un alto responsabile delle questioni culturali del Paese. "Viene considerato un simbolo di sventura se alla ragazza arriva il ciclo mentre è una Kumari", ha spiegato. Selezioni difficili. Fino ad ora gli astrologi, per scegliere la Kumari reali, controllavano che il suo oroscopo fosse "in armonia" con quello del re. Ma adesso non è chiaro come verrà considerata la mappa astrale della giovane. Senza considerare che viene meno uno dei compiti delle Kumari, da alcuni considerate incarnazioni della dea Kali, che per 240 anni sono state chiamate ad approvare il sovrano. Le caratteristiche. Per tradizione le aspiranti dee devono provenire da una delle famiglie considerate discendenti di Buddha. La prescelta deve avere almeno tre anni e possedere tutte e 32 le "perfezioni" fisiche: occhi, denti, capelli e pelle perfetti, ma anche "il torace di un leone", "il corpo come un Banyan", un albero tipico dell'Asia e la voce "dolce e chiara come quella di un anatroccolo". Non deve, inoltre, avere paura del buio ed è messa alla prova durante una notte intera, che trascorre nell'oscurità, in un luogo pieno di rumori e presenze ostili. Venerazione antica e moderna. Le difficoltà minacceranno anche questa usanza, ma non riusciranno a ucciderla. Ne è convinto Chundra Bajracharya, professore di studi culturali all'università della capitale nepalese, che al quotidiano inglese Independent ha spiegato: "Non possiamo far finire questa tradizione soltanto perché non esiste più il re". La prova della venerazione ancora profonda per la Kumari sono le migliaia di persone che durante i festival buddhisti e indù si riversano nelle strade per renderle omaggio.

la stampa - 23.8.08

 

Frutta e verdura, dal campo alla tavola rincari fino al 200%

ROMA - Il prezzo dei prodotti ortofrutticoli compie un balzo del 200% nel percorso che va dal campo di raccolta alla tavola del consumatore finale. Il dato emerge da uno studio della Banca d’Italia che punta il dito contro la struttura dei mercati all’ingrosso italiani: vecchi, frammentati, scarsamente informatizzati e con orari di apertura poco flessibili che ostacolano lo sviluppo della concorrenza. «Nel corso degli ultimi tre anni - spiega la ricerca - con riferimento a un paniere di prodotti orticoli costruito in modo omogeneo, la differenza tra il prezzo alla produzione e quello all’ingrosso risulta in Italia superiore al 100%, contro un valore mediamente del 60% in Spagna e in Francia». L’analisi di Palazzo Koch mette in luce un dato preoccupante: «In questa fase per l’Italia - si legge nello studio - utilizzando i dati dell’istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), si osserva un incremento medio di prezzo superiore al 50%; nel complesso, dal produttore al consumatore, il ricarico totale del comparto è mediamente del 200%». È la struttura della filiera a determinare il prezzo ultimo: più essa è lunga, più caro sarà il bene acquistato dal consumatore finale. L’indagine, che si avvale anche dei risultati di uno studio dell’Antitrust, sottolinea come il ricarico risulti inferiore all’80% «nel caso di filiere cortissime (passaggio diretto dal produttore al venditore)» ma «prossimo al 300% nei casi in cui siano presenti 3 o 4 intermediari oltre al produttore e al distributore finale». E dall’indagine emerge che la grande distribuzione italiana acquista direttamente dal produttore in meno di un quarto dei casi, ricorrendo invece a più di un intermediario per quasi il 40% degli acquisti, «a causa dell’elevata stagionalità e deperibilità dei prodotti o a fronte di una scarsa organizzazione della produzione agricola». I venditori ambulanti risultano invece la tipologia distributiva con la filiera di approvvigionamento più corta, «rappresentata in circa il 60% dei casi da un solo intermediario, coincidente di norma con il mercato all’ingrosso». Sotto accusa finisce anche la struttura dei mercato all’ingrosso italiano che «si caratterizza ancora per la presenza di una moltitudine di strutture di piccola dimensione. A fronte dei 19 mercati all’ingrosso esistenti in Francia e dei 23 in Spagna, in Italia sono presenti quasi 150 strutture», il 90% delle quali ha «una dimensione pari a meno di un quinto di quella delle realtà minori in Francia e Spagna». Inoltre in esse si svolge solo il 30% degli scambi, contro il 50 o più per cento di Spagna e Francia. A ciò va aggiunto che «poco meno della metà delle strutture italiane risale agli anni sessanta e settanta e quasi un terzo è antecedente alla seconda guerra mondiale». Soprattutto al Sud, «il complesso dei mercati all’ingrosso si presenta insufficiente a trattare un’offerta agricola rilevante, ridistribuendola verso altri mercati di sbocco». Questo anche perchè la sviluppo di piattaforme distributive interne al mercato è «iniziato in Italia in ritardo rispetto agli altri Paesi europei». Quasi sempre, poi, «manca un sistema informatico adeguato sia per la rilevazione dei prezzi sia per garantire la tracciabilità dei prodotti», mentre l’ampliamento degli orari di apertura «che consente di accrescere il grado di concorrenza tra gli operatori, oltre a offrire un maggior servizio all’utenza», ha trovato sinora «scarsa applicazione» soprattutto al Nord, dove i mercati sono aperti spesso solo la mattina. Fanno eccezione il mercato di Fondi e di Roma, aperti nell’arco di tutta la giornata.

 

Nozze miste con il trucco - Flavia Amabile

L’ultimo matrimonio combinato l’hanno scoperto a Varese pochi giorni fa. Erano quasi arrivati all'altare quando i vigili sono arrivati e hanno trovato lui, magrebino, senza permesso di soggiorno. Il penultimo matrimonio combinato l'avevano scoperto a Milano alla fine di giugno. Un clandestino egiziano di 26 anni e una rom romena di 34 anni avevano tutto pronto per le nozze. Poi però ci sono state alcune stranezze e il consigliere che avrebbe dovuto celebrare, Enrico Fedrighini, ha lanciato l’allarme. Due vigili sono andati a controllare il permesso di soggiorno dell’egiziano e scoperto che si trattava di un clandestino con un decreto di espulsione firmato dalla Questura di Milano nel 2006. L’uomo è stato arrestato e sventato il suo tentativo di diventare cittadino italiano. Ma per uno che non ce la fa, almeno altri tremila ci riescono ogni anno. Perché c’è una sola strada sicura per avere la cittadinanza se sei un extracomunitario o un’extracomunitaria: sposare, rispettivamente, un’italiana o un italiano. E non è detto che tutti i comuni controllino la regolarità del permesso di soggiorno regolare per dare il via alle nozze nè che le pubbliche amministrazioni applichino alla lettera la legge Bossi-Fini sull'immigrazione o il Testo Unico che disciplina l'immigrazione e le condizioni dello straniero. E allora loro ci provano, eccome. Soprattutto ora che il governo minaccia espulsioni a valanga contro chi non è in regola. L’Ami, l’associazione matrimonialisti italiani, ha calcolato che negli ultimi dieci anni i matrimoni combinati sono stati almeno 30 mila e che circa il 60% non viene mai scoperto nè bloccato. Gian Ettore Gassani, presidente dell’associazione: «Un fenomeno quasi del tutto italiano nel pur variegato mondo dei costumi e del diritto comunitario: la gran parte di questi matrimoni combinati non viene bloccata prima né scoperta successivamente alle celebrazioni». Almeno trentamila in dieci anni, se si calcola che sei su dieci sono sfuggiti a ogni controllo, vuol dire che 18 mila stranieri hanno in tasca una cittadinanza rubata alla legge. Un dato confermato dal fatto che in Italia circa l’80% dei matrimoni misti fallisce e che in nessun altro Paese Ue si registra qualcosa di simile. «La conseguenza è un aumento vertiginoso di separazioni e divorzi tra cittadini italiani e stranieri». E quindi i matrimonialisti chiedono «maggiore controllo» da parte della magistratura e delle forze dell’ordine per frenare l’aumento di questo fenomeno «che nulla ha a che vedere con l’integrazione, l’interculturalità». «A Milano - racconta Stefano Pillitteri , assessore ai Servizi civili - dopo l’ingresso della Romania nella Ue sono cresciute in modo anomalo le unioni tra extracomunitari (soprattutto magrebini) e romeni, in passato assai rare». «E' una continua truffa - conferma il vicesindaco Riccardo De Corato - Nel 2007 sono stati celebrati 1214 matrimoni in cui uno dei due sposi era un cittadino straniero e in 786 casi il coniuge era italiano. Dopo l' ingresso della Romania nella Ue,a inizio 2007, sono cresciuti in modo anomalo le unioni tra magrebini e romeni: ben 16 su 58 nozze celebrate». Il problema vero è che i Comuni non hanno poteri, spiega Riccardo De Corato: «Essere irregolari non è una condizione in grado di impedire il matrimonio. Solo un magistrato può invalidarlo». Ma le cifre sono allarmanti in tutto il Centro-Nord. Nel trevigiano, dopo aver capito, il trucco hanno deciso di mettere sotto controllo ogni matrimonio misto. Sindaci e uffici anagrafe della zona sono all’opera e a Treviso durante il 2007 almeno una decina sono state le nozze fermate su un totale di 26 matrimoni misti. C’è stato il tentativo di una cinese di 30 anni di sposare un barbone trevigiano. E c’è stata una ragazza, Barbara Liguori, che pochi minuti del matrimonio, si è vista annullare tutto. Il suo ‘lui’ si chiamava Piero Quendro, era un albanese di 27 anni, appena uscito dal carcere e con l’obbligo di lasciare l’Italia. In alcune zone intorno ai matrimoni combinati prolifera un fiorente mercato. Per trovare qualcuno che dica un sì davanti a un ufficiale civile si può pagare una cifra che va dai 3 mila ai 5 mila euro, rivela l’Aduc, l’associazione dei consumatori. Può esserci però una versione più sofisticata (e costosa) di queste nozze-truffa, quando le nozze vengono combinate a distanza e nel Paese di origine dello straniero. Lo scorso marzo la Guardia di Finanza di Bologna ha scoperto, ad esempio, un’organizzazione che forniva pass d'ingresso in Italia ad extracomunitari (soprattutto pakistani) sia attraverso matrimoni falsi che documenti di lavori inesistenti. Quindicimila euro, da versare all'organizzazione, la tariffa standard per sposare una donna italiana ed il prezzo aumenta perché bisogna prendere un aereo per il Pakistan. Il tempo di celebrare il matrimonio, e la sposa riparte per l'Italia col suo bottino di seimila euro. Poco tempo dopo lo sposo si sente solo in Pakistan e chiede il ricongiungimento alla sua adorata moglie italiana, ottiene il visto per l'ingresso in Italia ed il permesso di soggiorno in attesa del riconoscimento della cittadinanza italiana.

La rabbia di Hillary nel giorno di Biden - Maurizio Molinari

Barack Obama annuncia Joe Biden come vice e punta sulla Convenzione di Denver per risollevarsi nei sondaggi ma deve vedersela con lo scontento di Hillary Clinton che non ha gradito di non essere neanche entrata nella rosa dei possibili vicepresidenti. A svelare l’umore nero dell’ex First Lady è stato Carl Bernstein, co-autore degli scoop del Watergate con Bob Woodward, che ha raccontato in una serie di interviste tv come «nei comizi di questa settimana in Florida» Hillary «sia apparsa assai poco motivata» nel chiedere voti e fondi per Obama in uno Stato che potrebbe rivelarsi decisivo nel duello con il repubblicano John McCain. Le esternazioni a raffica di Bernstein coincidono con le rivelazioni di «The Politico», il sito Internet di Washington che racconta come Hillary non sia mai stata considerata un possibile candidato vicepresidente. «Hillary non è stata intervistata dal team di Obama incaricato di selezionare il vice e guidato da Caroline Kennedy, non le hanno neanche chiesto le cartelle mediche» ovvero sin dall’inizio non si è affacciata nella rosa. Se a ciò si unisce il fatto che, secondo fonti vicine all’ex Fist Lady, la campagna di Obama avrebbe fatto poco per aiutarla a ripianare gli oltre 22 milioni di debiti accumulati durante le primarie democratiche non è difficile capire perché i segnali di tensione di sono moltiplicati: prima Bill Clinton ha lodato l’impegno per l’ambiente del candidato repubblicano, poi il team di Hillary ha ricordato che «le primarie sarebbero andate diversamente» se fosse venuto alla luce lo scandalo dell’amante di John Edwards e infine Obama nell’ultimo numero di «Time» indica la qualità-chiave del vice nel «non avere un ego troppo pronunciato» come una terminologia mirata a confermare lo spartiacque che lo separa dai Clinton. Hillary ha consegnato ai reporter alcuni commenti al vetriolo: «Io fra i candidati vicepresidente? Chiedetelo a Obama». Il caso-Hillary complica per Obama la Convenzione di Denver, dalla quale punta ad uscire con un partito unificato, e ha coinciso con la giornata nella quale il candidato democratico ha sciolto i dubbi e scelto Biden. Il primo appuntamento pubblico per Obama e Biden è previsto per oggi a Springfield, in Illinois, la città dove Barack a inizio febbraio dichiarò l’intenzione di candidarsi. L'immediata vigilia della designazione, avvenuta quanto in Italia erano le 4 di notte, è stata segnata da un vortice di indiscrezioni sui nomi della rosa ristretta con la novità di Chet Edwards, il deputato del Texas il cui distretto include anche il ranch di Bush a Crawford, noto per il sostegno alle forze armate, alla guerra in Iraq e l’adesione ai valori tradizionali. Edwards ha il sostegno di Nancy Pelosi, presidente della Camera, e ha il «basso profilo» che piace a Obama - soprattutto sui media - oltre a possedere un identikit politico simile a quello degli altri centristi presi in considerazione: i senatori Joe Biden e Evan Bayh e i governatori Tim Kaine e Katheen Sebelius. L’incertezza sulla designazione ha scatenato i media a caccia di indizi e una tv locale del Kansas, la Kmbc, ha trovato nella tipografia di Lenexa degli adesivi «Obama-Bayh 08» che fanno sperare i fan del senatore dell’Indiana. In casa repubblicana le indiscrezioni sul vice di McCain puntano soprattutto su due nomi: l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, sostenuto dai Bush, e il governatore del Minnesota, Tim Pawlenty. Fra McCain e Obama il duello del giorno è stato sulle case di proprietà. Tutto è iniziato con la gaffe commessa dal repbblicano nell’ammettere a «The Politico» di «non sapere» quante ne possiede (sarebbero almeno sette) offrendo il fianco agli affondi di Obama, i cui portavoce lo hanno subito descritto come esponente di un ceto ricco e viziato «non in sintonia con la maggioranza dei cittadini». La contromossa di McCain è arrivata con uno spot tv in cui si ricorda che la casa di proprietà di Obama a Chicago è stata acquistata con il dubbio contributo dell’immobiliarista Tony Rezko, già sotto processo per illeciti fiscali e amministrativi.

corsera - 23.8.08

 

Doppio tiro al bersaglio - PIERLUIGI BATTISTA

C olpisce l’ansia autodistruttiva, l’atmosfera da sconsiderato cupio dissolvi che sembra trascinare in un vortice di guerra tribale e insensata la periferia del Partito democratico. Nessuna alternativa vera alla leadership di Walter Veltroni, oppure la scintilla di una riscossa che sappia archiviare i dolori della sconfitta elettorale. Ma un mosaico disordinato e velleitario di personalismi: dall’attacco a una delle esperienze più brillanti del centrosinistra, quella rappresentata da Sergio Chiamparino a Torino, alle congiure in Sardegna e in Calabria. Dalla lotta per la successione di Bassolino in Campania all’esplosione del conflitto in Toscana, nella Bologna di Cofferati, nell’Abruzzo decapitato con le vicissitudini giudiziarie di Del Turco. Massimo Cacciari dice addirittura in un’intervista al «Giornale» di essere così «arcistufo» del centro del partito da scegliere ostentatamente la diserzione delle «riunioni nella capitale». Nessun contenuto politico convincente. Nessuna contestazione specifica alla linea incarnata da Veltroni. Solo una folle corsa al logoramento, un’ipoteca localistica sull’identità del giovane Partito democratico. Davvero singolare che le istituzioni regionali e cittadine del Pd, anziché rafforzare il ruolo dell’opposizione di un partito che ha comunque totalizzato oltre il 33 per cento dei voti, scelgano piuttosto il tiro al bersaglio contro il leader di quella stessa opposizione. Quale sarebbe poi l’«errore» contestato a Veltroni? Non si sa, visto che sarebbe pretestuoso accusarlo di non averla spuntata in elezioni già terribilmente compromesse prima ancora che iniziasse la campagna elettorale. Si sa solo che Veltroni viene lasciato solo anche quando il capo del governo Berlusconi, scorgendo l’occasione di indebolire il suo avversario, lo disegna addirittura come «succube» dell’ideologia giustizialista impersonata da Di Pietro. Un giudizio, quello di Berlusconi, troppo lontano dalla realtà per non apparire come un pregiudizio, o come un proclama dettato dalla convenienza. E’ noto che Veltroni ha affrontato la rottura con i girotondi che a piazza Navona, con la regia destabilizzante di Di Pietro, sembravano avere come obiettivo polemico più il leader del Pd che il vituperato «Caimano». E’ altresì noto che, durante il ritorno di fiamma del conflitto politico che ha coinciso con la proposta e l’approvazione del «lodo Alfano», Veltroni non ha mai accettato l’avvitamento in una guerra totale così primitiva da voler (peraltro invano) coinvolgere il Quirinale in una spirale polemica senza fine. E se il ministro della Giustizia del governo ombra di marca Pd Tenaglia è arrivato persino a difendere le ragioni del tabaccaio di Aprilia che aveva sparato al suo rapinatore, vuol dire che la frattura culturale e politica con la sinistra più radicale appare profonda e irreversibile. Ma se non sono misteriose le ragioni che inducono Berlusconi a fornire un’immagine non veritiera del principale leader dell’opposizione, appare invece inesplicabile la veemenza autolesionistica che sembra rendere ciechi i potentati locali del Pd. Una morsa che vorrebbe depotenziare il ruolo di Veltroni ma che finisce solo per riflettere lo stato di caos in cui versano i suoi detrattori (interni).

 

A consulto nel ranch in difesa di Wall Street - Federico Fubini

Infilato in un’aderentissima polo bianca, Jean-Claude Trichet si ferma a scherzare anche con le guardie del corpo di Ben Bernanke. Oggi persino lui è più sportivo del capo della Fed, che cinque minuti fa sfrecciava, unico in cravatta grigia, brandendo malamente una Pepsi e un biscottone alle uvette. Non ha tempo di mangiare e poco da ridere, l’uomo che un anno e mezzo fa ha ricevuto da Alan Greenspan un’eredità più avvelenata di quanto credesse. Nel ranch sulle Montagne Rocciose, mentre economisti o banchieri pubblici e privati in pausa caffè si godono il panorama, Bernanke sparisce con il dolcetto, la Pepsi e il suo vice Don Kohn. Molti qui li seguono con gli occhi e immaginano già di cosa abbiano da parlare: nei corridoi di Jackson Hole come in quelli di Wall Street, da ore si inseguono le voci sugli ultimi due psicodrammi della crisi finanziaria aperta un anno fa.
C’è sì Lehman Brothers, la più fragile delle banche d’affari di Wall Street, pronta a vendere se stessa alla Korean Development Bank pur di sopravvivere: in attesa di un’offerta, ieri il titolo si è impennato di più del 15%. Ma soprattutto c’è l’agonia di Freddie Mac e Fannie Mae, per le quali molti nella platea di Jackson prevedono un salvataggio diretto da parte del Tesoro americano forse già entro domani sera. Sarebbe il primo della storia americana dettato da pressioni in arrivo da luoghi esotici come Pechino, Dubai, Riad, Mosca, Tokyo. Possibile? Martin Redrado, il governatore argentino, parla di questo quando ricorda che «siamo ancora nel pieno della crisi». Martin Feldstein, il decano degli economisti americani, ammette che la tempesta non si esaurirà «finché i prezzi delle case non smetteranno di cadere». È proprio il crollo immobiliare a infliggere guasti sempre più gravi a Fannie e Freddie, le agenzie semi-pubbliche che garantiscono mutui per 5.300 miliardi di dollari. Entrambe faticano a raccogliere nuovi prestiti, ma entrambe hanno una platea di vecchi creditori molto speciale: la banca centrale di Pechino ha in pancia obbligazioni di Fannie e Freddie per almeno 300 miliardi di dollari, l’Arabia Saudita simili quantità imprecisate, Russia e Giappone poco di meno. Se saltano Fannie e Freddie, tutte accuserebbero perdite di portafoglio di proporzioni vastissime. Il problema di Bernanke e del segretario al Tesoro Henry Paulson, è che le potenze emergenti e l’"alleato" giapponese hanno iniziato il loro pressing sull’America. Tutti insieme pretendono un salvataggio vero, capace di tutelare i creditori, prima delle elezioni d’autunno: per loro non c’è più tempo di aspettare un intervento della prossima amministrazione che non potrebbe arrivare prima di febbraio o di marzo. E la posizione dei governi emergenti sarebbe condita dalla minaccia, ormai neppure troppo implicita, di rovesciare sul mercato i loro titoli di Fannie e Freddie se non si arriverà a una soluzione. Per il dollaro e il mercato immobiliare americano, sarebbe il coronamento peggiore di un anno orribile. Per la prima volta Paulson e Bernanke si trovano così direttamente sotto la pressione dei creditori esteri degli Stati Uniti. E in queste condizioni non è un caso che a Jackson Hole, l’appuntamento chiave della finanza americana, spicchi l’assenza di tutta la squadra di vertice del Tesoro: due settimane fa Paulson ha creato una "task force" sul salvataggio di Fannie e Freddie e in queste ore la squadra è al lavoro. Secondo alcune indiscrezioni, starebbe studiando l’ingresso diretto nelle due super-agenzie come azionista privilegiato: i soci ordinari perderebbero quasi tutto ma chi detiene il debito, da Pechino a Riad, ne uscirebbe quasi indenne. Ieri a Jackson Hole Bernanke lo ha già fatto capire: «Una soluzione – ha detto – sarebbe permettere al governo di risollevare società al fallimento in modo da spazzare via gli azionisti, con limature per certi creditori».


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