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I liberisti dei puffi

Manifesto – 31.8.08

 

I liberisti dei puffi - Alessandro Robecchi

È giusto che Alitalia rimanga italiana. Soltanto una sostanza collosa e maleodorante come il capitalismo italiano può fregiarsi di un simile simbolo, vantarsi di un'operazione altamente schifosa come il cosiddetto «salvataggio» Alitalia. Mettere i debiti, gli esuberi, le vite di 7mila persone, sul groppone degli italiani è tipico di un capitalismo straccione e vigliacco che tende a socializzare le perdite e a privatizzare gli utili. Cosa sarà di quei 7mila disoccupati (che sarebbero stati 2mila con il piano Air France) non è dato sapere. Prima hanno detto che li spedivano alle poste. Poi hanno ventilato un improbabile riassorbimento sul mercato privato, ma non risulta che alcun imprenditore abbia alzato la mano per dire: ehi, io me ne prendo un centinaio! Ora che c'è da far digerire il piano ai media (tanto digeriscono tutto) si dice che i 7mila espulsi saranno garantiti per 7 anni, ma è ovvio che non sarà così, e se sarà così pagherà il famoso debito pubblico. Un altro astuto colpo dei nostri liberisti dei puffi. Hanno dovuto modificare una legge: Silvio chiede e le leggi si riscrivono quasi da sole, una legge ad aziendam. Divertente assai la mappa dei coraggiosi imprenditori che partecipano alla «cordata». Alcuni vivono di concessioni dello stato: al prossimo rincaro delle tariffe autostradali sapremo chi veramente ha pagato la nuova Alitalia (noi). Altri vengono dal mercato immobiliare (alcuni ci sono entrati ieri), certi che il favore reso al sovrano sulla questione Alitalia si tradurrà in sostanziosi appalti (leggi Expo). Il rischio di impresa viene trasferito sui lavoratori, e gli imprenditori ne sono magicamente immuni: verranno ripagati in favori e privilegi. Al sindacato si punta la pistola alla tempia: o si risolve in un mese o salta tutto ed è colpa tua. Ecco perché Alitalia rimane italiana, perché è un coerente frutto del capitalismo italiano. Quanto a etica, Vallanzasca è messo meglio. Sapete come dice la barzelletta: non dite a mia madre che faccio l'imprenditore in Italia, lei mi crede violinista in un bordello.

 

La Libia al centro - Giampaolo Calchi Novati

Aria di festa in Libia per le celebrazioni dell'anniversario del 1° settembre. Non poteva mancare uno spicchio dedicato all'Italia nel solito chiaroscuro di odio e amore che da un po' di anni caratterizza le relazioni con l'ex-potenza coloniale. Il presidente del consiglio italiano è arrivato a Bengasi, ospite gradito, portando nella valigia non solo un pacchetto di doni ma, quello che più conta per Gheddafi, un riconoscimento di status e il presupposto di una riconciliazione definitiva. I protocolli firmati parlano di impegni reciproci. Le belle parole e le buone intenzioni non nascono tutte dal cuore. Urgono interessi concretissimi come il petrolio, le commesse per cogliere le opportunità di un paese in pieno boom e il dossier dell'emigrazione clandestina, che così com'è gestito non fa molto onore a nessuna delle due parti. È presto per dire chi trarrà più vantaggi perché non si sa quali saranno le rispettive adempienze. Italia e Libia hanno alle spalle una lunga teoria di promesse mancate e di vere e proprie giravolte. A Roma cambiano i governi. A Tripoli la leadership fa dell'imprevedibilità uno degli strumenti di politica. Gli accordi possono anche essere precisi, ma sono scritti in diplomatichese, usano termini che quando le culture sono diverse non vengono intesi allo stesso modo dagli uni e dagli altri, e comunque la storia del colonialismo ha risvolti profondi anche a livello di immaginario che nessun testo può risolvere una volta per tutte. Visto dalla parte della Libia, il riavvicinamento all'Italia è un obiettivo che vale più dei contenuti reali dei vari accordi proprio per il tratto di storia che i due paesi hanno in comune. Da quando Gheddafi ha abbandonato, almeno formalmente, i ruoli anti-sistema adeguandosi alle regole della legalità internazionale, sono molti i candidati a beneficiare delle risorse materiali e immateriali che può offrire la Libia. Centro geopolitico del Mediterraneo, luogo d'incontro fra la sfera d'influenza francese nel Maghreb e gli interessi un tempo inglesi e oggi essenzialmente americani (Egitto, Medio Oriente, petrolio) e porta d'accesso all'Africa centrale e all'Africa nera in generale, la Libia ha una posizione strategica d'eccellenza, che le costò infatti al momento di una decolonizzazione sui generis dopo l'uscita di scena dell'Italia una monarchia a sovranità limitata e pesanti servitù militari. Gli Stati Uniti sono ovviamente i soli che possono accreditare la Libia al Centro garantendole quella sicurezza che normalmente fa difetto ai piccoli paesi della Periferia. Gheddafi non vuole percorrere strade a fondo cieco come quella tentata da Saddam e ha sempre misurato le sfide e le provocazioni soprattutto dopo l'escalation con l'amministrazione Reagan culminata nell'attacco americano del 15 aprile 1986. La Francia ha fascino ed è la potenza vicina per effetto dei legami neocoloniali o preferenziali che mantiene con molti dei paesi confinanti con la Libia: il Ciad, soprattutto, che è il retroterra naturale della Libia, e il Niger, oltre alla Tunisia e all'Algeria. L'Italia è un caso a sé. Gheddafi ha sempre considerato un invito ufficiale a visitare Roma da leader di uno Stato indipendente come il coronamento dei suoi sforzi per riscattare la Libia dalla dipendenza e da quella vergogna involontaria che lascia dietro di sé un passato coloniale. La richiesta di un programma di aiuti che Gheddafi ha posto come condizione per la normalizzazione dei rapporti ha il senso di una «riparazione» e trascende la venalità dei singoli atti. La Libia pretende che le usurpazioni e le violenze del colonialismo vengano sancite per via bilaterale visto che l'ordine mondiale è refrattario a farlo in nome dei diritti universali dei popoli. Solo l'Italia può assolvere dunque questo debito. Gheddafi ha dato molto rilievo anche al problema dei deportati libici in Italia, un evento che in qualche modo ha inciso sulla demografia della Libia e della stessa Italia, e al recupero dei documenti in cui è stata redatta una pagina della sua storia nonché degli oggetti d'arte sottratti al suo paesaggio archeologico come fossero res nullius. Per l'Italia la Libia è stata la «quarta sponda». Il colonialismo italiano si è spinto verso i lidi remoti dell'Africa orientale solo per consolazione e perché, al fine di convincere un'opinione pubblica distratta, Mancini fece passare l'assioma che «il Mar Rosso è la chiave del Mediterraneo». I colpi a vuoto in Egitto e in Tunisia e tanto più la disfatta di Adua obbligarono l'Italia negli anni dell'offensiva coloniale della Sinistra storica a ripiegare sull'Eritrea e la Somalia ma la Libia era rimasta la meta più ambita, anche più dell'Etiopia. Toccherà a Giolitti e poi soprattutto al fascismo colmare quel vuoto. A colonialismo finito, la Libia continuò a occupare un posto speciale anche se le circostanze possono aver fatto credere che l'Eritrea, la colonia primogenita, o la Somalia, dove l'Italia era tornata ad esercitare l'amministrazione dopo la guerra per conto dell'Onu con la possibilità di mostrare il volto democratico della nazione, o tanto più l'Etiopia, icona dell'antifascismo e dell'antimperialismo, fossero più importanti. La Libia era più vicina delle colonie del Corno. In Libia si erano stanziate decine di migliaia di coloni italiani. La Libia era appartenuta all'impero di Roma e completava a sud il perimetro del Mare Nostrum. Purtroppo l'ottica di dominio ha falsato ogni ipotesi di «buon vicinato». Non c'erano le condizioni perché la difesa dei diritti se non dei privilegi degli ex-coloni seguisse procedure rispettose della sovranità altrui e dell'altrui suscettibilità rendendo impossibile un'integrazione nelle istituzioni e nell'economia della Libia indipendente non appena Gheddafi, salito al potere nel 1969 deponendo il troppo arrendevole re Idris, riprese in mano l'agenda della «liberazione». Si spiegano così le incomprensioni e le ritorsioni. Probabilmente la storia del Mediterraneo sarebbe stata diversa se vicende più forti della volontà degli uomini non avessero provocato il grande esodo dei francesi dall'Algeria e il piccolo esodo degli italiani dalla Libia. È per una specie di nemesi storica che sia toccato a un governo di destra, teoricamente contiguo all'ideologia coloniale e al lato cattivo del «mal d'Africa», chiudere i conti con la Libia in positivo. Naturalmente la visita di Berlusconi è l'ultimo atto di un iter in cui si sono impegnate sia le forze del centro-sinistra che quelle del centro-destra e soprattutto le burocrazie degli Esteri, di altri ministeri e di enti come l'Eni. Però il sigillo ha una precisa identità. È augurabile che nessuno scambi l'autostrada che dovrebbe collegare a spese e con la tecnologia dell'Italia gli estremi orientale e occidentale della Libia, un'opera complessa e di grande portata pratica e simbolica perché la Sirte divide effettivamente il paese in due spezzoni poco comunicanti, per una Silvia al posto della vecchia Balbia, perché sarebbe un altro modo per inquinare o peggio per tradire l'esito del lungo e paziente lavoro della politica e della diplomazia.

 

Commercio o amicizia? - Tommaso Di Francesco

Berlusconi annuncia dal vertice di Bengasi con Gheddafi l'accordo «storico» che «pone fine a 40 anni di malintesi» e a risarcimento del «periodo coloniale italiano». Verranno corrisposti a Tripoli «cinque miliardi di dollari, 250 milioni all'anno per 20 anni», con l'impegno a costruire un'autostrada costiera dal confine tunisino a quello egiziano. Dunque, dopo quattordici anni di promesse sue e dei governi di centrosinistra, il Cavaliere c'è riuscito. Ne parliamo con lo storico del colonialismo italiano, Angelo Del Boca. Quali sono le novità di questo accordo, dopo anni di promesse e annunci? L'accordo è importante anche per la cifra, anche se so che c'è stata una lunga contrattazione. I libici insistevano per sei miliardi di dollari - a proposito, si tratta di dollari o di euro? Ma soprattutto bisogna capire se si tratta di un accordo «commerciale» che tiene conto della nuova dimensione internazionale di Stato «non più canaglia» per gli Stati uniti che ormai fanno la fila con le loro multinazionali per il metano e il petrolio di Tripoli, oppure di un patto di amicizia come si era ventilato negli ultimi giorni. Sono due cose assai diverse. Perché se fosse ufficialmente un «trattato di amicizia», penso che finalmente l'Italia con questo atto avrebbe pronunciato una condanna definitiva del colonialismo, che la Libia ha vanamente atteso in tutto il dopoguerra. È molto importante stabilire questo. Perché cinque miliardi di dollari non si risolvono il nodo delle nostre responsabilità storiche. Il colonialismo italiano è costato alla Libia 100.000 morti, quando gli abitanti erano 800.000. Vuol dire che un libico su otto è stato ucciso per difendere il proprio paese. L'Italia è davvero consapevole di questo passato coloniale africano? Ci dicono che le cose non stanno così l'iniziativa provocatoria di Calderoni due anni fa con la sua maglietta anti-islamica e quella di Gianfranco Fini che come vice-premier pretendeva solo quattro anni fa che Tripoli non celebrasse più la sconfitta italiana subita a Sciara Sciat nel 1911. Una conferma di questo «revisionismo storico» governativo viene in questi giorni anche dalla decisione di cambiare il nome dell'aeroporto Pio La Torre di Comiso: si chiamerà Vincenzo Magliocco, dal nome del generale dell'aviazione responsabile dei bombardamenti all'iprite contro l'Etiopia. Un criminale di guerra famigerato in tutta l'Africa e da noi riabilitato come un eroe perché venne giustiziato nel 1936 dai partigiani etiopi. Che cosa è stato quello che Berlusconi chiama «periodo coloniale»? La nostra occupazione militare è durata dal 1911 al 1943, ha portato non solo una devastazione, con migliaia di caduti in combattimento contro una guerra di guerriglia conclusasi solo nel 1932 con la vittoria delle truppe fasciste, di fucilati, di impiccati. È stato un modello di moderno genocidio con il tentativo di distruggere una cultura e una storia. Fra le barbarie dell'occupazione italiana vale la pena ricordare la creazione nella Sirtica di tredici campi di concentramento dove fu radunata tutta la popolazione della Cirenaica per impedire che aiutasse i combattenti di Omar al Mukhtar, leader della lotta di liberazione libica impiccato dagli italiani a Soluch nel 1931. In 100.000 furono trasferiti in maniera coatta, molti venivano deportati dalla Marmarica, regione presso l'Egitto, con un cammino di più di mille chilometri, anche d'inverno, e chi non resisteva agli stenti veniva abbattuto sul posto. Alla fine nel 1932 i campi di concentramento dopo la vittoria sulla resistenza libica vennero chiusi e risultarono morte 40.000 persone, di fame, malattie e decimazioni subite ad ogni attacco dei combattenti libici. Senza contare i più di quattromila deportati nei penitenziari italiani, sulle isole come Favignana e Ustica; una realtà per la quale esiste un buon accordo già dal 1998 realizzato dall'allora ministro degli esteri Dini e voluto direttamente da Gheddafi, che ha impegnato l'istituto storico dell'Isiao alla ricostruzione della loro storia. In cambio dei finanziamenti italiani, che però dovrebbero essere risarcimenti per il passato, secondo Berlusconi la Libia si impegna «a rafforzare il pattugliamento anti-clandestini». Per il ministro Maroni è cosa fatta già dai prossimi giorni. Cosa pensa di questo «scambio»? Ho qualche perplessità su questa immediatezza. Può trattarsi solo di un processo lungo. E poi dai primi resoconti, si dice che «alcune questioni sono in discussione», c'è una commissione bilaterale che tratta. Strano per un accordo «storico». Come per lo sminamento, un impegno preso a parole da almeno trent'anni. Che non sarebbe un atto simbolico: si pensi che è ancora minata buona parte della Cirenaica, che ogni anno 50 persone muoiono saltando sulle mine, che lo stesso Gheddafi è rimasto ferito da una mina italiana. Ora con il super-controllo dell'immigrazione chiediamo alla Libia di fare una cosa molto pesante. Perché gli immigrati disperati fuggono dalla miseria della grande Africa centrale, che praticamente non ha confini con la Libia, e che la stessa Libia è costituita da un a parte di popolazione immigrata. Ora, immemori dei «campi» coloniali, chiediamo di fare nuovi campi d'accoglienza che altro non sono che nuovi, piccoli campi di concentramento.

 

«Ma quale repressione. Noi salviamo la vita della gente»

Alessandro Braga

Giovanni Serpelloni ha, quasi, 54 anni. Da una trentina vive in mezzo alle droghe. Nel senso che le studia, e porta avanti la sua battaglia contro la dipendenza. Con un approccio «bipartisan». Per arrivare al suo scopo «se ne frega» del colore del politico di turno. Ha lavorato con Paolo Ferrero e Livia Turco. Ora con Carlo Giovanardi. Allora dottor Serpelloni, questa sperimentazione? Chiariamo questa cosa: non è una sperimentazione. È da un anno che a Verona lo facciamo. Più che altro è un modello che proponiamo per esportarlo. Funziona? I risultati quali sono? In un anno abbiamo esaminato oltre 800 guidatori. Di questi circa il 48% è risultato positivo a alcool e/o droghe. Il 19,1% dei fermati, negativi all'etilometro, sono poi risultati positivi al test antidroga. Come avviene il test? Dopo il «palloncino» fatto al posto di blocco il fermato viene portato da noi. A quel punto il «cliente» viene fatto parlare con un medico che prende i primi dati. A questo punto cosa succede? Il ragazzo viene preso in custodia da un medico che inizia a fargli l'anamnesi. Nel 95% dei casi ammette spontaneamente di aver fatto uso di droga. Poi c'è il test dell'urina. Nel giro di due-tre minuti sappiamo quale tipo di sostanza ha assunto. A quel punto facciamo una specie di «verbale» dato poi alle forze dell'ordine. Ma il test dell'urina trova tracce di sostanze assunte fino a due settimane prima. Se uno, ad esempio, si è fatto una canna tre giorni prima viene «beccato», ma questo non influisce sul suo comportamento alla guida. Non ne sarei così sicuro. L'uso abituale di sostanze provoca danni di lungo periodo, ad esempio al lobo frontale del cervello, che è quello adibito all'attenzione. Quindi se uno si è «fatto» anche non la sera stessa non è detto che sia del tutto sano. E quindi gli fate togliere la patente? Il test che facciamo prevede anche altri tipi di esame. Se riteniamo che uno sia in grado di guidare lo facciamo tornare a casa con la sua auto, segnalandolo solo come consumatore occasionale. In più alle forze dell'ordine passiamo solo i dati strettamente necessari al loro lavoro, tenendo per noi quelli sensibili e di stretto interesse medico-sanitario. Insomma, non è una stretta repressiva questo suo modello? No, assolutamente. Anzi a mio avviso lo definirei «garantista». Qual è il suo scopo? Salvare vite umane, non punire. Il nostro lavoro deve servire come deterrente, e deve essere accompagnato da una campagna di sensibilizzazione. Nient'altro.

 

Ma al nord drogarsi serve soprattutto per sopravvivere - Marco Dotti

Il fatto che il nord sia diventato - e non da ora - una sorta di centrale di smistamento e riciclaggio a cielo aperto per soldi sporchi, ex funzionari socialisti, droghe vecchie o nuove e rifiuti tossici, non è un mistero per nessuno. Salvo poi accorgersi, quando davvero si prova a guardare dentro la fantomatica «parte produttiva» del paese, che le cose non sono né così semplici come la vulgata bipartisan vorrebbe far credere, né così felici come ci si potrebbe aspettare da un contesto sociale ed economico dove Pil, consumi e reddito pro capite - dati alla mano - sono quasi il doppio rispetto a quelli del resto d'Italia. Che al nord le cose "funzionino" sarebbe invece comprovato - stando alle parole della chiassosa minoranza di «giovani imprenditori» che, dal loft del Pd ai consigli di amministrazione delle aziende municipalizzate, si levano all'unisono - dall'efficienza dei protocolli ospedalieri, da vecchie strade e nuove autostrade intasate ma esistenti, dai cartelli delle «Grandi Opere» che da anni fanno bella mostra di sé noncuranti degli scempi e delle devastazioni che si apprestano a provocare, dalle file di capannoni vuoti finanziati dalla Tremonti bis, e soprattutto dalla piccola e media impresa che prospera, paga le tasse, sfrutta ma in fin dei conti "produce". Sono in molti a ripeterlo, incuranti della retorica e della malafede: è a questa parte del paese che ci si deve uniformare per qualità del lavoro, trasparenza della pubblica amministrazione e, soprattutto, efficienza dei servizi, poco importa se malgestiti da cooperative bianche o peggio ancora da privati. Eppure basterebbe guardare di tanto in tanto in basso o viverci, in questo nord tanto etereo e indistinto che rischia di essere confinato alla vuota geografia mentale dei nuovi Metternich di Pdl e Pd gioiosamente uniti, per comprendere che le cose non funzionano per nulla. Basterebbe osservarlo da vicino per capire che in queste, come in altre regioni «produttive» d'Europa, non sempre la disperazione si colora di nero, ma assume le tinte caleidoscopiche e sgargianti dell'indebitamento al consumo, dell'edonismo spicciolo e di una tossicomania dilagante che ha trasformato il fenomeno «droga» in un vero e proprio rischio sociale, non solo e non tanto per il «consumatore», ma soprattutto per chi anche casualmente gli si trova accanto, per strada o sul posto di lavoro. Statistiche, in questo campo, è difficile e forse anche inutile farne ma stando a neppure troppo recenti proiezioni delle polizie locali, nel bresciano su dieci persone che si apprestano a mettersi al volante, almeno sette sono o sono state nelle precedenti ventiquattro ore sotto effetto di sostanze psicotrope, cocaina in testa. Il dato è interessante, ma ancora una volta si corre il rischio di considerare il fenomeno come una patologia in seno al sistema e non come una deriva patologica del sistema stesso. La tendenza delle autorità, in casi simili, è quella di incrementare oggi i controlli sulle strade con il Rapiscan o altri strumenti, provando domani a introdurli nelle scuole e, se non troppo controproducente per le alte dirigenze, anche negli uffici pubblici e in quelli di selezione del personale. Senza bisogno di dati, affidandosi a un più sicuro livello empirico, sono però in molti e non solo nel bresciano, a chiedersi tutte le mattine mentre escono di casa per recarsi al lavoro, da chi e come dovranno guardarsi le spalle e se riusciranno a riportare a casa la pelle (non è ancora chiaro, ad esempio, quanti fra i numerosissimi infortuni sul lavoro specie nell'edilizia lombarda abbiano come concausa le disattenzioni di colleghi, disattenzioni frutto di alterazione da alcool o altre sostanze). L'uso di «dopanti» è diventato un fenomeno endemico e strutturale, un adattamento artificiale agli altrettanto artificiali ritmi produttivi e di vita imposti dalla flessibilità dei nuovi modelli imprenditoriali e dalla conseguente riorganizzazione sul piano del lavoro. Resta quanto meno da chiedersi - al di là della oramai invecchiata contrapposizione tra repressione e «riduzione del danno» - che ne sarebbe di città come Brescia, Treviso o Milano, dei loro uffici, delle loro piccole imprese e dei loro tanto decantati modelli se all'improvviso si bloccassero il traffico o il consumo di droghe di ogni sorta. In un suo libro ingiustamente passato sotto silenzio, No drugs, no future. Le droghe nell'età dell'ansia sociale, pubblicato da Feltrinelli nel 2004, il sociologo Günter Amendt offriva una prima, per nulla paradossale, risposta al problema. Il sistema socioeconomico nel suo insieme, sosteneva Amendt, semplicemente si bloccherebbe. Schiere di lavoratori indefessi e di manager inflessibili, chirurghi insonni e manovali stakanovisti, autisti e direttori di banca si ritroverebbero alle prese con una congerie di problemi esistenziali e, probabilmente, aumenterebbero drasticamente le prescrizioni mediche di ansiolitici e antidepressivi e si arriverebbe al collasso della spesa sanitaria. Per quanto drammatica, la previsione di Amendt non fa una piega. Da un lato, lo Stato non può, per naturale vocazione altrimenti imploderebbe, aprire troppo le magli dei divieti e autorizzare deliberatamente il consumo, dall'altro senza questa forma di automedicazione e di autoprescrizione che alimenta il mercato informale quasi nessuno nel paradiso del nord saprebbe più reggere l'urto di un sistema di lavoro che, non solo nei ritmi diretti ma anche in quelli indiretti imposti alla vita familiare e coniugale, si presenterebbe col suo vero volto. Non guardare quel volto, almeno per ora, sembra convenire un po' a tutti.

 

La frittata di Saakashvili - Giulietto Chiesa

Il riconoscimento esplicito della sovranità dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia da parte della Russia ha sollevato ondate di indignazione in quasi tutte le cancellerie occidentali. Che sembrano essere state colte di sorpresa. In realtà Dmitrij Medvedev non ha fatto altro che dare corso a ciò che aveva già detto esplicitamente a combattimenti ancora in corso. Il governo russo - aveva dichiarato il capo del Cremlino - si regolerà in base alla volontà espressa dai popoli dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. E uniformerà la propria politica estera in base a quella volontà. Un minimo di realismo ci vorrebbe: la Russia non tornerà indietro, quindi chiederle di farlo è senza senso. Purtroppo per la Georgia e la sua gente questa è la conseguenza tanto inevitabile quando logica del tremendo errore di calcolo di Saakashvili e dei suoi consiglieri americani, chiunque siano stati. Non si dovrebbe dimenticare - a coloro che continuano a descrivere le «prepotenze» dell'orso russo e le sue «crudeli astuzie» - che Mosca, prima dell'aggressione georgiana all'Ossezia del Sud, non aveva riconosciuto la sovranità di nessuna delle due regioni proclamatesi indipendenti da Tbilisi. E che questa situazione durava da ben sedici anni. Quali che ne fossero le ragioni, resta il dato che Mosca non ha voluto forzare la situazione né creare scelte irreversibili fino agli eventi di questo agosto. Ora la frittata è stata fatta. A farla è stato Saakashvili, non Putin o Medvedev. Chiedere alla Russia di ritornare alle uova originarie è senza senso. Ora ci vorrà molto sangue freddo e un riesame di tutti i panorami. Invece il nervosismo americano trasuda in Europa attraverso Tallin, Riga, Vilnius, Varsavia e - più di ogni altro luogo - da Kiev. E' stato evidente fin dai primi minuti dopo la devastante sconfitta militare georgiana che l'Europa reagiva in ordine sparso. Due percezioni diverse e, in qualche misura opposte, si sono viste quando i presidenti delle Repubbliche baltiche europee, più Kascinski e Jushenko, si sono radunati a Tbilisi a sostegno dell'aggressore, mentre il resto dell'Europa prendeva tempo e fiato. Da quel momento, sostenuti dai venti di Washington, si sono moltiplicati i solleciti alla linea dura contro Mosca e, sebbene Sarkozy abbia tenuto la testa a posto a Mosca, contribuendo a fissare i lineamenti della tregua, la situazione politico diplomatico militare si è seriamente deteriorata, fino all'agghiacciante danza delle navi Nato nel Mar Nero, di fronte a quelle russe. Ora bisognerebbe evitare che qualcuno cerchi di fare buchi nel fragilissimo tessuto della tregua. Anche perché i punti in cui quel tessuto è molto esile sono visibili da subito. La Russia basa ora la sua posizione sul documento prodotto nel 1999 dalla Commissione congiunta di controllo (Jcc) sotto la mediazione dell'Osce, Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa. Quel documento fu firmato dai quattro membri della Jcc: i governi di Russia e Georgia e i rappresentanti dell'Ossezia del Nord (Repubblica autonoma e soggetto federativo della Russia) e dell'Ossezia del Sud, entità senza definizione giuridica precisa, proclamatasi indipendente. Quel documento non solo riconosceva alla Russia il compito di peacekeeping, ma autorizzava le sue forze d'interposizione a controllare un «corridoio di sicurezza» largo circa 8 chilometri, a partire dalla linea di frontiera definita dall'accordo di Dagomys del 1992, con cui si era conclusa - in quel caso con la mediazione della Comunità di stati indipendenti (Csi) - la prima guerra tra Georgia e Ossezia del Sud. Le forze d'interposizione russe erano autorizzate a presidiare alcune zone del territorio georgiano, tra cui una parte dell'arteria principale autostradale che attraversa la Georgia orizzontalmente da est a ovest. In realtà i russi non avevano fatto uso di questa autorizzazione, si erano stanziati all'interno dell'enclave sud ossetina e prendevano parte alle guarnigioni quadripartite e disarmate che controllavano la linea di confine. Il tutto monitorato da un gruppo di osservatori europei che avevano possibilità limitate di movimento in territorio ossetino e erano acquartierati a Tzkhinvali. Si noti infine che la linea di demarcazione di Dagomys concedeva all'Ossezia del Sud circa la metà del territorio che ai tempi sovietici era stato assegnato al Distretto autonomo dell'Ossezia del Sud all'interno della Repubblica socialista sovietica di Georgia. Da qui nascono ora le polemiche sul «ritiro» russo. Tutto dipende da cosa s'intende. Mosca dichiara di averlo effettuato, e intende che sta presidiando adesso l'intero corridoio previsto dall'accordo Jcc. La Georgia, e molti giornalisti occidentali che vedono le truppe russe presidiare la strada georgiana, affermano che i russi sono fuori dal territorio dell'Ossezia del Sud. Il che è vero, ma non implica alcuna violazione degli accordi precedenti. E, dopo quello che è accaduto, sembra difficile pretendere ora che i russi non sorveglino i movimenti eventuali delle truppe georgiane troppo a ridosso della frontiera. Tanto più che Saakashvili aveva fatto una mossa molto chiara, nel marzo scorso, uscendo unilateralmente dai colloqui quadripartiti del 1999, comunque paralizzati da circa quattro anni. Ovvio che quella mossa aveva messo in allarme il Cremlino. E questo spiega perfettamente - oltre a molte altre cose su cui qui non c'è spazio per approfondire - perché Mosca non è stata colta di sorpresa dall'attacco georgiano del 7 agosto. Ma ora non solo la Jcc non esiste più. La Georgia è uscita anche dalla Csi, quella comunità di Stati indipendenti che Eltsin aveva creato come foglia di fico per nascondere il collasso sovietico e tenere insieme in qualche modo le restanti 12 repubbliche ex sovietiche (tutte meno le tre baltiche). Dunque formalmente la Georgia di oggi non riconosce più né gli accordi di Dagomys, né la Jcc del 1999, né il ruolo delle forze d'interposizione russe. E, ultima rottura, ha chiuso ogni relazione diplomatica con Mosca. Basta ora un cerino per far scoppiare un incendio. Il riconoscimento della sovranità delle due repubbliche - e gli accordi di cooperazione, anche militare, che immediatamente seguiranno - è ora la motivazione giuridica che autorizzerà la presenza delle truppe russe. E' una giurisprudenza assai debole. Si tratta ora di vedere se l'Europa sarà capace di convincere la Georgia a tornare allo status precedente, magari chiedendo alla Russia di consentire in quel corridoio la presenza di un contingente europeo di osservazione. Ma, in ogni caso, la «integrità territoriale» che poteva essere diplomaticamente rivendicata, almeno teoricamente, da Tbilisi, non ha più alcuna possibilità di essere ripristinata. In questa nuova situazione la Georgia ha perduto definitivamente perfino la possibilità - del tutto comunque teorica (che rimane invece a Moldova, e Azerbajgian, di ritornare in possesso, chissà quando, dell'Oltre Dnestr e del Nagorno-Karabakh) - di poter riprendere il controllo dei territori che rivendica. Un suo ingresso nella Nato trasformerebbe ora la crisi in un confronto militare diretto con la Russia. Un suo ingresso in Europa porterebbe la guerra in Europa.

 

Putin: «Una guerra fatta per McCain» - Pietro Calvisi

Gli Stati uniti sono stati i registi dell'attacco georgiano all'Ossezia del sud: parola del premier russo Vladimir Putin. Già nei giorni scorsi il primo ministro moscovita, in una intervista rilasciata alla tv Cnn, aveva spiegato come il ruolo della Casa bianca nella guerra fosse stato centrale. In un'altra intervista alla tv tedesca Ard, Putin, ha rincarato la dose puntando il dito contro l'amministrazione repubblicana responsabile, a suo avviso, di aver provocato il conflitto per sostenere la candidatura alla presidenza di John McCain. «È assai negativo armare una delle parti in un conflitto etnico e poi spingerla a risolvere il problema con la forza», ha detto Putin che solleva il dubbio sulla presenza di istruttori americani in «zona di guerra». «Questo - incalza il premier russo - porta a pensare che la direzione americana fosse al corrente dell'azione che si preparava e, molto probabilmente, vi abbia preso parte». Parole che pesano come un macigno sull'ultima tornata delle presidenziali Usa. «Comincio a sospettare che tutto questo sia stato fatto intenzionalmente - continua Putin - per organizzare una piccola guerra vittoriosa. E, in caso di fallimento, fare della Russia un nemico per unire gli elettori intorno a un candidato alla presidenza; di certo - conclude - si tratta del candidato del partito al potere, perchè solo il partito al potere dispone di tali risorse». Se Putin attacca Washington, l'inquilino del Cremlino Dmitri Medvedev auspica «un dialogo costruttivo con l'Ue». Proprio domani, infatti, si incontreranno a Bruxelles i 27 capi di Stato e di governo europei per redare un documento unitario sulla crisi caucasica. Secondo alcune indiscrezioni saranno tre i punti centrali su cui punterà la diplomazia dell'Unione: aiuti economici per la ricostruzione; disponibilità nel rafforzare la presenza europea fra gli osservatori dell'Osce presenti nell'area; condanna netta della decisione russa di riconoscere le neo repubbliche dell'Abkhazia e dell'Ossezia del sud. Contro Mosca, tuttavia, non sarà applicata alcuna sanzione anche se le relazioni bilaterali saranno messe «sotto sorveglianza».

 

Corsa in salita per McCain - Fabrizio Tonello

Steve Schmidt, oltre che il direttore della campagna di McCain, è un buon giocatore di poker e il bluff che ha abilmente realizzato venerdì (scegliere come candidata alla vice presidenza una donna giovane, attraente e religiosissima come Sarah Palin) gli ha fatto guadagnare qualche fiche dopo le perdite della settimana. Da lunedì a giovedì, infatti, le carte buone sono state tutte in mano ai democratici, che hanno portato a casa 8 punti di vantaggio nell'ultimo sondaggio Gallup. Otto punti sono un'enormità, e nei prossimi giorni vedremo probabilmente restringersi lo scarto fra Barack Obama e John McCain, anche grazie al fatto che la convention repubblicana inizia lunedì e concentrerà l'attenzione dei media. Le qualità di Schmidt al tavolo verde sono evidenti: questa campagna elettorale è come una serata in cui tutti gli assi finiscono regolarmente in mano all'avversario. Si può vincere anche con una doppia coppia (soprattutto se l'avversario non ha fiducia in se stesso). Si può avere qualche piatto fortunato. Si può bluffare con niente in mano ma, alla lunga, l'esito della partita è scontato. Quindi Schmidt si ingegna con le carte che ha in mano e spera che i suoi avversari (David Axelrod e David Plouffe, manager di Obama) facciano molti errori. Fin qui, Axelrod e Plouffe hanno giocato un po' come giocano i pokeristi che hanno perso troppe volte nella loro vita: niente rischi. Di fronte all'aggressività dei repubblicani, la campagna di Obama è andata sul sicuro: lunghi racconti di figli, mogli, mamme, nonne seguiti da citazioni del Sogno Americano in ogni paragrafo e da Dio, Patria e Famiglia in abbondanza. Giocando in modo preciso e diligente hanno vinto le primarie su Hillary e hanno continuato così, a rischio di farsi infinocchiare dallo stile spregiudicato di Schmidt (chi avrebbe pensato a uno spot televisivo che paragonava il serissimo professor Obama alla starlette Paris Hilton?). Quando hanno visto che il vantaggio nei sondaggi stava sparendo, Axelrod e Plouffe si sono messi a giocare in maniera più determinata, battendosi su ogni piatto. Con spot televisivi non eccezionali ma efficaci hanno incassato qualche buon colpo (le sette case che McCain non ricordava di avere, per esempio). Ora, si entra nella fase finale della partita e il gioco si fa duro (si guardi il primo spot di McCain e Palin assieme, diffuso ieri, dove si insinua che Obama sia musulmano). La fortuna di Axelrod e Plouffe sta nelle condizioni strutturali di questa campagna elettorale: un'economia in sofferenza, una guerra impopolare, un presidente detestato da due terzi degli americani. Lunedì si apre a Minneapolis la convention e parlerà Bush, una performance che difficilmente migliorerà l'immagine del partito, e venerdì McCain accetterà ufficialmente la nomina a candidato. Per quanto abili siano gli strateghi repubblicani, i numeri rimangono a favore dei democratici. Quest'anno il partito di Obama farà incetta di deputati e senatori: i suoi candidati hanno una vantaggio di dieci punti, a livello nazionale, su quelli repubblicani. In gennaio, chiunque sia il presidente, il Congresso avrà solide maggioranze democratiche. E, per la prima volta da decenni, il candidato democratico dispone di più fondi di quello repubblicano. Non solo: hanno anche più volontari sul territorio e più entusiasmo. Infine, come a poker, conta la matematica: quante probabilità ha McCain di replicare il risultato di George Bush nel 2004? Negli Stati Uniti, l'elezione presidenziale dipende da un collegio elettorale dove si può avere la maggioranza anche senza avere ottenuto più voti popolari dell'avversario (come accadde a Bush nel 2000 con Gore). Quattro anni fa, Bush ottenne 286 voti elettorali, 16 più del necessario, vincendo in stati che spesso votano democratico come Iowa e New Mexico (insieme, 12 voti). Quest'anno, Iowa e New Mexico andranno a Obama, lasciando McCain a quota 274. I democratici devono quindi vincere in un solo stato oltre a quelli dove prevalse un pessimo candidato come Kerry, più Iowa e New Mexico, per entrare alla Casa Bianca. Sei gli stati in bilico: Florida, Virginia, Ohio, Missouri, Colorado e Nevada. McCain deve vincere in tutti e sei o perderà le elezioni. Basterebbe, ad esempio, il Nevada (5 voti elettorali) per mettere i due candidati in perfetta parità (269 voti a testa) e rinviare così l'elezione davanti alla Camera dei rappresentanti, dove i democratici sono in maggioranza. I sondaggi danno Obama in vantaggio in almeno tre stati, in particolare in Colorado, dove si è tenuta la convention democratica. Quante probabilità ha Steve Schmidt di fare una scala reale per battere il poker d'assi di Axelrod e Plouffe?

 

Ingrid dei miracoli - Guido Piccoli

Sei anni nella selva a invocare la Madonna e a leggere la Bibbia, l'unica pubblicazione consentita dal rigore guerrigliero. Poi, a luglio, la liberazione, lo sbarco in terra europea, i festeggiamenti con Sarkozy e la Legion d'Oro, la visita a Lourdes. Domattina l'udienza con Benedetto XVI a Castel Gandolfo e il pomeriggio una preghiera in San Pietro. Così Ingrid Betancourt conclude il suo pellegrinaggio di ringraziamento per l'Operazione Scacco nella selva del Guaviare che, per come è stata raccontata, appare un miracolo da ascrivere, come sostenne allora anche il presidente Alvaro Uribe, «all'intervento dello Spirito Santo e alla protezione di nostro Signore e della Vergine, in tutte le sue espressioni». Domani, martedì e mercoledì, prima a Roma e poi a Firenze, ci sarà anche spazio per i riti civili: conferenze, incontri, altre chiavi di varie città, il Giglio d'Oro. Questa sera invece cena con Walter Veltroni, che prese a cuore la sua tragedia quasi più degli stessi francesi. In Campidoglio Ingrid abbraccerà il suo successore neo-fascista Gianni Alemanno (nessun problema, in Colombia ha abbracciato di peggio). E poi di corsa, tra gli altri, da Napolitano, Frattini e Fini, fresco di una marachella marina nell'isola di Giannutri: un delitto per gli ecologisti, ma l'ex leader di Oxigeno Verde nemmeno ne sarà informata. In un paio d'occasioni sarà accompagnata da giornalisti fuori dal coro, come Gianni Minà e Maurizio Chierici, che non solo hanno ben presente cosa succede in Colombia ma anche ben integra l'onestà intellettuale per evitare che il passaggio in Italia della Betancourt si trasformi in uno show di bagattelle sui film in lavorazione a Hollywood o di gossip sulla sua incerta vita sentimentale (come hanno già anticipato alcuni giornali). Ma soprattutto che non si deformi la realtà della Macondo latino-americana. Il rischio c'è. Se le luci della ribalta fossero solo su di lei e il suo dramma, come vorrebbe l'informazione-spettacolo, la Colombia apparirebbe un campo di battaglia tra Bene e Male, buoni e cattivi. Dove la «buona» per eccellenza, meritevole di ogni onorificenza fino al Nobel della pace, sarebbe lei, vittima di un crimine ingiustificabile che le ha portato via sei anni di vita. E su questo non ci piove. E poi, certo, anche gli altri sequestrati e prigionieri di guerra, di cui però a nessuno è mai importato niente, non essendo mezzo francesi e nemmeno ricchi, famosi e colti. E buoni sarebbero anche gli «agenti del miracolo»: Uribe, il generale Mario Montoya e l'esercito colombiano. E il Male, i cattivi sarebbero i loro nemici. Le Farc innanzi tutto, ladri di sei anni della vita di Ingrid, carcerieri anche un po' polli che si sono fatti fregare il loro più prezioso bottino umano, sotto il naso e a quel modo. E anche su questo non ci piove. Ma anche i loro amici, veri o presunti, come i presidenti del Venezuela e dell'Ecuador, Hugo Chávez e Rafael Correa, che si sono spesi per una trattativa che avrebbe liberato, oltre a Ingrid, altre centinaia di sequestrati e prigionieri di guerra, rappresentando un segnale di pace in un paese da quasi mezzo secolo in guerra. E poi anche la deputata liberale Piedad Córdoba che adesso rischia la galera per aver fatto da mediatrice, su richiesta dello stesso Uribe. Ma soprattutto per apparire, insieme con Chávez e Correa e molti altri, negli onnicomprensivi computer recuperati incolumi (altro miracolo) accanto al cadavere del numero due delle Farc, Raúl Reyes, bruciato dai missili nel suo accampamento di fortuna della selva ecuadoriana il primo marzo. Guarda caso, proprio quando stava definendo, con degli emissari francesi, gli ultimi dettagli della liberazione di Ingrid. Se è inevitabile che le sceneggiature dei film in lavorazione a Hollywood necessitino di semplificazioni e ritocchi, la realtà dovrebbe essere descritta per quella che è. E così anche i protagonisti della vicenda. Cominciamo dai buoni. Da Ingrid, alla quale va tutta la stima e la solidarietà per quanto ha sofferto, e la comprensione per ciò che ha detto o fatto, anche quando era sotto effetto del «nirvana» della liberazione (parole sue). Sarebbe da stupidi rimproverarle alcuni abbracci e affermazioni, ma va ricordato che il «grande e buon presidente» che l'ha liberata è colui che, a costo della sua incolumità, ha frustrato consapevolmente, durante i suoi anni di prigionia, ogni tentativo precedente pur di non intavolare una trattativa con chi la deteneva. Nella lettera alla madre Yolanda, che nel novembre scorso commosse il mondo e nella quale si augurava che un giorno i colombiani diventassero «meno individualisti e indifferenti e più solidali», Ingrid nominò e ringraziò un centinaio di persone, ma non spese una sola parola per Uribe. Allora era forse d'accordo con la madre che arrivò a chiedersi se Uribe «avesse un cuore» e perfino a confessare di essersi opposta a che Melanie e Lorenzo, i figli di Ingrid, vivessero in Colombia «per timore che lui, il suo esercito e i suoi paramilitari li perseguitassero». I sentimenti possono cambiare, ma rimane il fatto che la rielezione di Uribe, per Ingrid «molto positiva», è stata resa possibile dal sostegno elettorale di boss narco-paramilitari e da una compravendita di voti che ha provocato uno scandalo. Passiamo al generale Mario Montoya. Se avesse conosciuto il suo curriculum, la Betancourt l'avrebbe abbracciato un po' meno caldamente. Secondo vari documenti dell'ambasciata Usa a Bogotà, del dipartimento di Stato, della Cia e le confessioni di alcuni paramilitari (l'ultima, una ventina di giorni fa, di «Diomedes» del Bloque Mineros delle Auc), dov'è passato Montoya da trent'anni a questa parte, sono cresciuti squadroni della morte e fosse comuni. Passiamo ai cattivi. E' indubbio che le Farc detengano quasi il monopolio di un delitto spregevole come il sequestro di civili, per fini politici o estorsivi poco importa (cosa diversa è catturare nemici in battaglia). Ed è quello che è toccato a Ingrid. Ma non è né l'unico, né il più grave nella barbarie colombiana: è solo il crimine che colpisce preferibilmente i ricchi. Per questo è sembrato stonato quel suo proclamarsi «soldato contro le Farc», nel giorno della sua liberazione all'aeroporto del Catam, con indosso la stessa tuta mimetica di quei reparti di contro-guerriglia che, con la scusa di «togliere l'acqua al pesce», si macchiano da decenni di episodi orribili contro i civili, compresi donne e bambini. Tra i cattivi ci sono anche coloro che sono considerati i nemici, interni ed esterni, di Uribe. Tra questi, i principali sono Chávez e la Córdoba. Nella famosa lettera alla madre, Ingrid esprimeva per loro «affetto e ammirazione», confessando quanto apprezzasse la generosità del presidente venezuelano e ringraziandolo «per interessarsi alla nostra causa, poco attraente, perché il dolore altrui, quando diventa una statistica, non interessa a nessuno». A liberazione avvenuta, secondo i giornali colombiani, l'unica dichiarazione rivolta a Chávez e anche a Correa è stata l'invito di «no meterse», non immischiarsi con la democrazia colombiana. Alcuni hanno parlato di ingratitudine. Altri di tradimento. Cosa pensi davvero ora Ingrid non è dato sapere. Dai caotici e straordinari primi giorni di libertà Bogotà, si è allontanata dal suo paese. Ne aveva sicuramente bisogno. A quanto pare, ha rifiutato un invito di César Gaviria, l'ex presidente liberale a candidarsi alle prossime elezioni presidenziali. C'è chi giura finirà a Parigi, in sede Unesco, o a New York, nel Palazzo di vetro. Se decidesse così, la si capirebbe. Ma la Colombia rimarrebbe ancora più sola e dimenticata. La democrazia» colombiana ha bisogno di gente come Ingrid. Con lo stesso spirito di chi ha lottato prima contro corruzione e perbenismo e poi resistito all'annichilimento nella selva. Ma senza tuta mimetica.

 

Liberazione – 31.8.08

 

Val di Susa ribadisce, No alla Tav. Ferrero: il Prc sarà con voi

Monica Di Sisto

Bussoleno (To) - «Sottoscrivere il documento della Conferenza dei sindaci significava fare un torto ai miei cittadini, compromettere il lavoro di tutti noi di tanti anni, e andare contro il mandato chiaro che ho ricevuto dagli elettori nel 2004: no alla Tav». Il primo applauso della serata è stato per lei: Loredana Bellone, sindaca di San Didero, tra i partecipanti alla conferenza dei sindaci della Comunità montana della Val di Susa, convocata venerdì mattina scorso al rifugio de La Riposa. Le cronache l'hanno dipinto come l'incontro in cui gli amministratori locali della valle hanno sostanzialmente accettato, e sviluppato in sei priorità, i contenuti degli otto punti concordati da alcuni di loro con il Governo a fine luglio a Palazzo Chigi, con l'obiettivo di far attraversare comunque la valle da un treno ad alta velocità ma - dicono - più sostenibile. I movimenti No Tav, quella stessa mattina, hanno scelto invece di tornare al ponte del Seghino: il luogo-simbolo dei primi scontri contro quel progetto. Un progetto che era e rimane «l'ennesima spartizione tra le lobby del cemento e del tondino», ma per la valle è soprattutto «momento fondante di una collettività che nella lotta è rinata», ricorda dal palco Nicoletta Dosio, portavoce dei comitati dalla prima ora. Bellone ha strappato il consenso di circa un migliaio di valsusini, affollati in serata nel Centro polivalente di Bussoleno per l'incontro con i movimenti No Tav convocato da Rifondazione comunista, proprio perché alla fine del confronto quel documento l'ha rispedito al mittente. Un gesto, il suo, che secondo Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione e ospite "di riguardo" della serata insieme al parlamentare europeo Vittorio Agnoletto, «consente di dire anche agli altri colleghi amministratori che è arrivato il momento di fermare la Tav una volta per tutte». Anche perché, ricorda Antonio Perini, altro noto referente dei 64 comitati nei 23 comuni della valle, «solo un terzo delle amministrazioni ha ratificato la proposta del governo, un'informazione che facciamo molta fatica a far passare sui media». La maggior parte dei sindaci, secondo Ferrero, era in buona fede quando ha cercato di superare la fase del muro contro muro con le forze dell'ordine. C'è anche chi, come il primo cittadino di Bussoleno, Giuseppe Joannas, ha manifestato fin dall'inizio, e ci tiene a ricordarlo alla città, la propria indisponibilità «ad uscire dalla linea della netta contrarietà ai tunnel sulla quale si basava il mio programma elettorale, partecipando a tavoli di concertazione anche locali». Oggi, per di più, le condizioni sono mutate, spiega con uno sguardo a Bruxelles Agnoletto: «Se i sindaci si illudono con la controproposta Fare, come spiegano nel documento de La Riposa, di utilizzare i soldi dell'Europa per trasferire le merci dalla gomma al ferro, di ripensare la mobilità locale e di rafforzare il nodo ferroviario di Torino, prendono un abbaglio. L'Europa sta per conferire all'Italia 630 milioni di euro, il 60% dei quali destinati ai lavori dei tunnel. E quando è stato presentato il progetto del nodo di Torino, la Commissione Ue lo ha respinto perché non di interesse internazionale». «Che cosa chiediamo a Rifondazione? - ha replicato al segretario Giovanni Vighetti, tra i più attenti commentatori dei documenti ufficiali - La finanziaria 2007 valeva 31 miliardi di euro. Nello stesso anno il rosso coperto per il progetto dell'Alta Velocità a livello nazionale ammontava a 13,5 miliardi. Solo la tratta Torino-Milano è costata 70 milioni al chilometro. Ti chiediamo una posizione senza contraddizioni contro la nostra Tangentopoli». Ferrero scalda la platea quando conferma che il lavoro che i sindaci hanno condotto per rendere più vischioso il percorso della Tav e bloccarlo di fatto, «Ha prodotto una situazione confusa che le istituzioni nazionali ed europee hanno utilizzato per far partire i finanziamenti. E' stato giusto provarci - ha ribadito il segretario del Prc - ma oggi è il tempo di fare chiarezza: la valle nel suo complesso è favorevole o contraria agli 8 punti fissati dal Governo Berlusconi? Li vuole questi 150 chilometri di buchi, da 50 chilometri ciascuno?». Il movimento, suggerisce sommessamente, dovrà riorganizzarsi, contro-informare e contrastare le delibere che arriveranno a settembre per tradurre in atto la dichiarazione della Riposa nei consigli comunali, e per sventare scorciatoie meno visibili. «Il partito ci starà a suo modo: nella lotta di popolo, decidendo assieme». Sarà l'occasione per praticare un'idea di Paese diverso: «ricostruendo legami sociali, facendo opposizione, sostenendo le vertenze, ma ricostruendo anche forme di mutualismo - conclude Ferrero - il partito deve porsi il problema di come le persone affrontano la vita quotidiana tra una manifestazione e l'altra, dai treni dei pendolari fino alla spesa». Per di più nel 2009 ci saranno le amministrative, e i No Tav aspettano le buone intenzioni al varco: «Dobbiamo dimostrare alla nostra gente che la sinistra serve a qualcosa - conferma il segretario - a costo di perdere qualche rappresentante».

 

“Continuano a sottovalutare questo neofascismo che odia tutte le forme della diversità” – Davide Varì

«L'ennesima violenza fascista, l'ennesima aggressione dell'estrema destra romana». Massimiliano Smeriglio, assessore della provincia di Roma di Rifondazione, chiama le cose con il loro nome. E rispetto a quanto avvenuto l'altra notte, rispetto all'accoltellamento di F., ha pochi dubbi di cosa si tratti: «Aggressione dei fascisti». Certo, un nuovo fascismo, «diverso da quello degli anni '70 e forse, per questo, anche più pericoloso». Un fascismo strisciante che cova sotto la cenere della capitale e che da anni viene sottovalutato e ignorato. Una prova di tutto ciò è data dalla superficialità con cui la stampa ha trattato l'assassinio di Renato Biagetti, morto accoltellato da due giovani neofascisti la notte del 27 agosto di due anni fa. Rissa tra balordi, scrissero infatti giornali; tragica fatalità, ripresero i politici. «Nessuna fatalità, nessuna rissa casuale. La morte di Renato, così come l'accoltellamento dell'altra sera, è la conseguenza tragica, questa sì, di un'aggressione pianificata e nata negli ambienti della destra neofascista romana». Del resto, e al contrario di quanto accadde in occasione della morte di Biagetti, questa volta gli autori dell'agguato hanno fatto capire chiaramente chi fossero e da dove provenissero: «Zecche di merde vi accoltelliamo tutte», hanno infatti urlato mente il giovane F. era a terra e coperto di sangue. Una nuova aggressione, e un altro ragazzo ferito dopo un agguato di chiara matrice fascista... Siamo di fronte all'ennesimo fatto di violenza politica. Un fatto ancor più grave se consideriamo che avviene nella giornata dedicata alla memoria di Renato Biagetti. In questo senso invio tutta la mia solidarietà al ragazzo accoltellato, certo, ma anche alla mamma di Renato che deve aver rivissuto i tragici momenti di quell'estate di due anni fa. L'estate in cui suo figlio venne assassinato. Almeno questa volta non è morto nessuno. Una volontà o solo un caso fortuito? Sono convinto che se quel ragazzo è solo ferito, è solo grazie al fato. E sono convinto che anche questa volta questo gruppi di neofascisti cercassero ancora un morto. Il fatto che F. abbia riportato solo ferite superficiali è mera fortuna. Ma cosa accade in questa città? A sentire la stampa ed i politici locali sembra infatti che gli attentatori alla sicurezza siano solo i migranti. E poi scopriamo che i morti ed i feriti arrivano da ragazzi italianissimi, forse anche troppo, con la croce celtica al collo... Il clima politico è di certo cambiato in peggio negli ultimi anni. E ancor di più negli ultimi mesi. Le violenze, violenze di qualsiasi tipo - a sfondo razzista, omofobo o politico - si ripetono sempre più spesso. D'altra parte si liquidano le aggressioni come risse tra bande... Certo. In questo senso quel che è accaduto per il caso Biagetti, e che continua a ripetersi nel processo, è la prova di tutto questo. La morte di Renato venne infatti liquidata come rissa tra balordi, ignorando del tutto la matrice politica che stava dietro quella morte. E intanto il sindaco continua a presentarsi con la bandierina della città sicura. E non fa nulla per arginare la microviolenza dilagante che rende il clima della città incandescente. Un fatto del genere che avviene in quel giorno da l'idea di una situazione che può diventare esplosiva. Che tipo di fascismo ci troviamo davanti? Siamo lontani dagli schemi e dalle categorie della violenza fascista tipica degli anni'70. Ma non per questo possiamo permetterci il lusso di sottovalutare il fenomeno. Anzi, per certi aspetti questo neofascismo è anche più pericoloso. Esiste, ed è sempre più diffusa, una forma di violenza che vuole colpire ogni tipo di diversità. E' una violenza spontanea che trova accoglienza in bande giovanili organizzate.

 

L'antipolitica al potere, e il potere dell'antipolitica - Rina Gagliardi

Che strano Paese è l'Italia del 2008! Mentre la crisi sociale galoppa e le vacanze (quelle vere) sono tornate ad essere un lusso per ricchi, mentre vanno in picchiata produzione e consumi, e milioni di persone cominciano a rinunciare ai consumi necessari (il pane), dopo avere da tempo dismesso quelli superflui, il governo Berlusconi gode di un'immagine invidiabile - e di un consenso crescente. Sembra un paradosso, ma lo è solo in parte - anzi, forse non lo è affatto. In alto, una politica "normalizzata", che sbandiera i propri successi con quotidiana puntualità: la soluzione dell'emergenza rifiuti in Campania, la fine della crisi dell'Alitalia, il "pugno di ferro" contro i fannulloni nel pubblico impiego - e ora anche l'accordo strategico con la Libia del colonnello Gheddafi. In basso, una società sempre più sofferente, povera, oppressa, che però non riesce ad esprimere né lotte né movimenti consistenti - e appare come bloccata, se non paralizzata, dalla sfiducia e forse perfino dalla propria disperazione. Certo, una situazione così paradossale non dovrebbe potersi perpetuare tanto a lungo - l'autunno è del resto molto vicino, e questa immagine di "afasia sociale" potrebbedovrebbe cedere presto il posto a immagini ben diverse, di rivolta, di riscossa, di combattimento. E tuttavia, secondo noi, stavolta nessuno può più contare né sull'automatismo della protesta sociale, né sulla mitologia di un autunno "salvifico", destinato, come per incanto, a rovesciare una primavera-estate tremenda. Stavolta, occorrerà un surplus di riflessione e di fantasia per affrontare con una qualche credibilità ed efficacia, come si diceva una volta, "i problemi della fase". E la fase che stiamo vivendo è nuova, cioè diversa da quelle che l'hanno preceduta nella recente "transizione italiana", proprio nel rapporto tra società e politica. La destra ha vinto, ed ha aperto un proprio ciclo di dominio, assumendo la sfiducia di massa nella politica e nella rappresentanza come cardine e valore-principe della propria proposta - aderendo strettamente cioè alla disgregazione del senso comune (le varie istanze securitarie e razziste) e miscelandola con diversi ingredienti ideologici, anche tra loro contraddittori (populismo, neoliberismo, nazionalismo, decisionismo, autoritarismo). Sta qui un possibile fondamento del parallelo, per tanti versi infondato e anche sbagliato, tra il berlusconismo attuale e il fascismo storico: l'antipolitica al potere, e il potere dell'antipolitica, come pactum sceleris anche elettorale e come chiave di volta di una politica che non è affatto scomparsa, ma che, come dicevamo, si è "normalizzata". Di tale normalizzazione, la cacciata della sinistra dalle istituzioni elettive, tramite il meccanismo di voto, è il simbolo più corposo e significativo - non per caso, e questa volta senza "alibi" di sorta, si cercherà di completare l'opera alle prossime elezioni europee. Ma di essa è parte integrante anche il drastico depotenziamento dell'opposizione politica, la sua riduzione a co-governo o a balbettio propagandistico, la sua sostanziale scomparsa: un processo in gran parte dovuto alle scelte soggettive dell'opposizione stessa, ma che affonda le sue radici nella nuova logica di sistema. Se l'unica ratio della politica è il Governo, inteso come amministrazione e capacità di soluzione "tecnica" dei problemi, non c'è ruolo politico possibile per un'opposizione che non sia interna, almeno per una parte sostanziale, alla sfera della "governamentalità" data. E se la politica si unifica, nei fatti, in una mono-dimensione, scarnificata dalla rappresentanza degli interessi sociali e dalla dialettica delle Weltaschaung, o dei progetti di società, la sola connessione "immaginabile", nel rapporto tra società e politica, diventa quella tra il Potere e la moltitudine degli individui o dei microgruppi - isolati, dispersi, frammentati. Tra il potere del Governo, appunto, e i suoi "telespettatori" - vicini, vicinissimi, per pulsione identificante e per "pensieri deboli", ma ovviamente lontanissimi e impotenti, proprio come di fronte a un programma televisivo (puoi spegnere la Tv, certo, ma non il programma che intanto continua). Tra il potere del Padrone (talora un Padrone invisibile, come quello di un vecchio romanzo di Parise) e i suoi sudditi proletari dispersi, ai quali si negherà presto anche il diritto basico di un contratto di lavoro collettivo. Si capisce allora, forse, perché il paradosso di cui dicevamo non è poi così tale. La drammatica sconfitta della sinistra politica sta dispiegando i suoi effetti nel tempo e sta incidendo sulle categorie ontologiche, se così si può dire, del pensare comune: la pensabilità stessa del cambiamento, attraverso la politica, cioè l'azione collettiva e non l'arte individuale dell'arrangiarsi, la rivendicazione di bisogni e diritti (non concessi ma "dovuti"), l'organizzazione efficace e massiccia della stessa protesta, si indeboliscono drammaticamente. Politica e società possono stare nel più perverso dei rapporti, come quello che oggi si va realizzando nel dominio della destra, ma non possono che stare e crescere insieme. Anche e soprattutto a sinistra. Intanto, il Berlusconi normalizzato e normalizzatore incassa il sostegno di una parte rilevante dei poteri forti, insomma del capitalismo italiano (cfr. la lucida analisi del Riformista di ieri), mentre, in parallelo, il Partito Democratico perde pezzi consistenti. La squadra di governo, a parte qualche boutade marginale della Lega, appare coesa e priva delle litigiosità intestine che caratterizzarono la XIVesima legislatura, mentre in parallelo, il Pd si sfrangia in venti correnti e mille rissosissimi feudi. Intanto, strilli di Di Pietro a parte, la "bipartisansship" di fatto procede, tra un'ombra di governo e una commissione Amato. E noi? Noi non possiamo non avere, tra le nostre priorità, una lotta - sociale e politica, va da sé - che spezzi in un qualche nodo cruciale il consolidarsi di questo equilibrio. Di questo clima, di questi rapporti sociali ed economici, di questa consunzione della politica. Non possiamo non sapere che siamo chiamati (si fa per dire) al ruolo, certo improbo, di "nuovi sabotatori" nonviolenti del regime in fieri. Ma questo è il tema di un altro articolo.

 

Pesanti accuse dell'Osce a Saakashvili: «Ha pianificato lui la guerra in Ossezia» - Sara Volandri

Pesantissime dichiarazioni dell'Organizzazione per la sicurezza in Europa (Osce) nei confronti della Georgia e del suo primo ministro, accusato di aver intenzionalmente programmato l'attacco militare in Ossezia del Sud che poi ha innescato l'intervento nella regione delle truppe del Cremlino e l'ennesima inquietante crisi nella regione caucasica. Il settimanale tedesco Der Spiegel rivela infatti che «attraverso canali informali sono giunti a diverse autorità governative di Berlino rapporti di osservatori militari dell'Osce», secondo i quali la Georgia avrebbe preparato con estrema cura l'attacco militare contro l'Ossezia del Sud, prima ancora che i panzer russi attraversassero il tunnel di collegamento di Roki che collega il sud e il nord della regione. Il settimanale di Amburgo rivela inoltre che nei documenti dell'Osce, fatti filtrare dalla sede centrale di Vienna, emergono diverse testimonianze che documenterebbero crimini di guerra e abusi di vario genere commessi dai militari georgiani contro la popolazione civile. Lo Spiegel spiega che le informazioni raccolte dagli osservatori Osce si baserebbero anche su intercettazioni delle telefonate tra le autorità politiche e militari georgiane. Una persona al corrente del contenuto dei rapporti dell'Osce ha rilasciato al settimanale di Amburgo questa durissima dichiarazione: «Il primo ministro Saakashvili ha mentito a tutti al cento per cento, ha mentito agli europei e ha mentito agli americani». In un'intervista al quotidiano Bild il presidente georgiano al contrario aveva ribadito la settimana scorsa di aver «rispettato la tregua» e di aver impiegato l'artiglieria solo dopo che i carri armati russi si sono diretti in Ossezia del Sud. Nei rapporti Osce citati dallo Spiegel sarebbe anche scritto che il presidente georgiano «ha fatto attaccare nel sonno la popolazione civile, fatto che potrebbe essere considerato come un crimine di guerra». «Il nostro dialogo con la Georgia deve diventare di nuovo critico», ha poi spiegato al settimanale un alto diplomatico occidentale. Intanto, sullo sfondo della possibile secessione di Akhbazia e Ossezia del sud dalla Georgia, continua il braccio di ferro diplomatico tra Mosca e Tiblisi. Se Sakaashvili, malgrado le batoste militari delle scorse settimane e l'ingloriosa ritirata dal campo di battaglia, non rinuncia ad alzare i toni, annunciando «norme più severe per evitare la destabilizzazione», i russi danno l'impressione voler gettare acqua sul fuoco. Ieri il presidente della federazione russa Dimitri Medvedev ha sostenuto la necessità di riannodare i fili del dialogo tra il Cremlino e l'Europa in una lunga telefonata con il premier britannico Gordon Brown, sostenendo i principi del cessate-il-fuoco stabiliti assieme al francese Sarkozy, presidente di turno dell'Ue. Segnali di distensione che fanno ben sperare per il Consiglio straordinario dell'Ue convocato per domani. Allo stesso tempo Medvedev ha applaudito alle iniziative degli osservatori dell'Osce: «La Russia - si legge in una nota del Cremlino che riporta della telefonata - non solo sostiene gli osservatori ma chiede un maggior spiegamento delle forze Osce per un monitoraggio imparziale delle azioni delle autorità georgiane e spera di mantenere un dialogo costruttivo con l'Unione europea così come con le organizzazioni internazionali e con certe nazioni».

 

Repubblica – 31.8.08

 

"Così Rifondazione aiutò i rapitori della Betancourt" – Omero Ciai

Un Dossier del governo colombiano accusa Rifondazione comunista di aver avuto una relazione con le Farc che va oltre i semplici "contatti politici". Sulla base delle mail e dei documenti rinvenuti nei computer di Raul Reyes, il numero due della guerriglia ucciso il primo marzo, emergono appoggi espliciti, raccolta di fondi, scambio di informazioni e la vicenda di un rappresentante in Europa delle Farc che si ricovera in clinica in Svizzera a spese del partito. In una email datata 4 dicembre 2004 Marco Consolo, allora incaricato dell'America Latina presso la sezione esteri del partito, scrive a Raul Reyes sulla nomina di Ingrid Betancourt "cittadina onoraria di Roma". Consolo che si firma come "Il suo amico dall'altra parte dell'Oceano" scrive: "Caso Ingrid. Come tu sai è diventata una questione fortemente internazionale. Nonostante il fatto positivo che significa per mantenere aperto lo spazio del negoziato (immagino che sia questa la tua valutazione) c'è il rischio concreto che diventi un boomerang...". In seguito informa il vice capo delle Farc delle iniziative che Rifondazione sta proponendo al Comune di Roma a favore delle trattative tra governo colombiano e le Farc ma conclude "Devo dirti però che il sindaco (Veltroni, ndr.) è una stella del firmamento e, nonostante nel governo locale ci stiamo anche noi, fa olimpicamente tutto per conto suo senza neppure avvisarci...". Poi Consolo invia i saluti di Mantovani (allora capo della sezione esteri); invita un rappresentante delle Farc al Congresso del partito che però dovrà partecipare "bajo otro sombrero", ossia in incognito; ed accenna ad un caso personale del leader Farc, forse si tratta dei figli di Reyes, e consiglia la Spagna piuttosto che l'Italia come luogo dove possano essere ospitati. Dal 2002 le Farc sono finite nella "lista nera" dell'Onu e dell'Unione europea e sono state dichiarate "organizzazione terrorista" sia per il sequestro dei civili - dopo la Betancourt, liberata da un blitz, nelle loro carceri ci sono ancora 700 ostaggi - , sia per il coinvolgimento nel traffico della cocaina e relazioni così fraterne non sono solo politicamente inadatte ma anche vietate e clandestine. Non è un caso che da un certo momento in poi, secondo il governo colombiano, i responsabili di Rifondazione cominciano ad usare dei nickname (Max e il Poeta) nelle loro comunicazioni con le Farc. Insieme a Reyes il contatto di Rifondazione con le Farc è il loro rappresentante in Europa Lucas Gualdron. Grazie a Rifondazione che paga tutto (medicine comprese), Gualdron si ricovera in una clinica in Svizzera per qualche tempo. Poi scrive a Reyes e gli racconta tutto scrivendo che quelli di Rifondazione "hanno voluto tutte le ricevute". Ma il rapporto con Gualdron è molto fluido: si parla di politica, di iniziative comuni, di contributi, di altri membri delle Farc da aiutare in Italia. Ad un certo punto Gualdron informa di denaro raccolto per le Farc da Rifondazione e lo invia (una volta mille, un'altra volta 400 euro). In un'altra email Reyes definisce "Ramon" un loro "appoggio speciale" in Europa e di Consolo scrive: "Con Marco Consolo abbiamo una relazione politica da molti anni e loro di Rifondazione ci forniscono un importante sostegno in Italia". In un altro messaggio Gualdron si dispera con Reyes perché ha saputo che Consolo sta per essere spostato ad altro incarico e teme di perdere "un contatto importante", ma poi si calma quando Consolo si reca a visitarlo in Svizzera e gli presenta il suo successore, (Fabio Damato, scrive Gualdron, ma si tratta di Fabio Amato) assicurandogli che tutto seguirà come prima. Nella stessa riunione si parla del nuovo governo Prodi - siamo nel giugno 2006 - e Gualdron, nell'email a Reyes, cita Gennaro Migliore, nuovo capo del gruppo parlamentare di Rifondazione alla Camera, come "molto amico nostro" e gli ricorda che lo conosce perché si sono incontrati. Di D'Alema, ministro degli Esteri, Gualdron dice che Rifondazione propone: "di fronte al noto ego di D'Alema di scrivere una lettera direttamente a lui". E aggiunge che i suoi interlocutori adesso sperano di essere più efficaci nell'aiuto alle Farc perché c'è un vantaggio: "Rifondazione è indispensabile per formare il governo". In tutto si tratta di due centinaia di documenti dai quali, secondo il governo colombiano, emerge un sostegno che va al di là delle "relazioni politiche" con un gruppo considerato "terrorista da Ue e Onu" e che teneva in ostaggio Ingrid Betancourt, circostanza della quale i funzionari di Rifondazione sembrano preoccuparsi solo perché può diventare "un boomerang". È come se lo spartiacque del 2002 non ci fosse. Fallite le trattative di pace quando il nuovo governo colombiano proibisce qualsiasi contatto con le Farc perché è ricominciata la guerra, Rifondazione fa finta di niente e prosegue segretamente i rapporti tanto che Consolo scrive a Reyes che spera di andarlo ad incontrare con una delegazione nella quale ci saranno "compagni più importanti di me". Rintracciato da Repubblica, l'ex responsabile della sezione esteri di Rifondazione, Ramon Montavani, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

 

La Stampa – 31.8.08

 

"Gustav, arriva la tempesta del secolo"

NEW ORLEANS - Il sindaco di New Orleans, Ray Nagin, ha ufficialmente ordinato l’evacuazione della città a partire dalle 8 ora locale (le 15 in Italia), per prepararsi all’arrivo di quello che Nagin definisce «la madre di tutte le tempeste», l’uragano Gustav. Ad evacuare sarà prima la zona ovest della città, e circa quattro ore dopo quella est. Secondo l’Hurricane center americano, Gustav dovrebbe prendere forza sopra le acque calde di Cuba e arrivare martedì sulle coste della Louisiana, a ovest di New Orleans, con onde alte da cinque a nove metri. È la prima evacuazione obbligatoria da quando l’uragano Katrina allagò la città tre anni fa proprio in questi giorni. «Gustav è la tempesta del secolo», ha avvertito il sindaco Ray Nagin dell’uragano che si sta avvicinando minacciosamente alle coste della Louisiana, dopo aver causato inondazioni e fatto feriti sull’isola cubana della Giovinezza. Nagin ha detto che Gustav è di gran lunga più potente e pericoloso di Katrina e ha implorato gli abitanti della città di lasciare le proprie case. In migliaia hanno già abbandonato New Orleans, alcuni in treno ma per lo più in macchina. In città risiedono circa 240mila persone. Il sindaco Nagin ha precisato che le forze dell’ordine non verranno mobilitate per costringere ad andarsene chi non vuole, ma questo - ha detto il sindaco - sarebbe «l’errore peggiore che questa gente potrebbe fare in tutta la loro vita». Intanto il candidato repubblicano John McCain e la sua vice Sarah Palin vanno oggi in Mississippi per verificare lo stato di allerta e i preparativi fatti per fronteggiare l’impatto della tempesta. L’invito è arrivato dal governatore repubblicano Haley Barbour. A distanza l’uragano minaccia anche la Convention repubblicana che dovrebbe aprirsi lunedì in Minnesota. McCain, che oggi è con la vice Palin in Mississippi, ha detto in una intervista alla Fox che i lavori della Convention potrebbero essere abbreviato o sospesi alla luce dell’andamento dell’uragano perchè «non è opportuno festeggiare quando una parte del paese vive una tremenda tragedia». A New Orleans, Nagin ha detto che l’evacuazione ordinata «non è un test». Le forze dell’ordine non obbligheranno nessuno a partire ma chi non lo fa «corre il pericolo peggiore della sua vita», ha detto il sindaco. Gustav ha già ucciso 85 persone nei Caraibi. Dovrebbe abbattersi sulle coste Usa lunedì pomeriggio tra il Texas Occidentale e il Mississippi occidentale. Non è chiaro se New Orleans sarà colpita direttamente. Gustav è stato promosso dalla Fema, l’agenzia federale dei servizi d’emergenza americani, a categoria cinque - la più alta in assoluto -. Intanto l’uragano Gustav è diventato un tema della campagna elettorale americana, soprattutto perché si è scatenato in concomitanza con il terzo anniversario di Katrina, l’uragano che devastò New Orleans e il sud degli Stati Uniti esattamente tre anni fa. Il senatore dell’Illinois Barack Obama, parlando da Boardman, in Ohio, dove sta facendo campagna con il suo candidato vice, il senatore del Delaware Joe Biden, ha detto di sperare che «la dura lezione impartita da Katrina nel 2005 (quando il ritardo di intervento dell’amministrazione Bush scatenò aspre polemiche) sia stata imparata» e che questo aiuterà a proteggere le coste del paese dall’uragano Gustav.

 

La Moratti "legalizza" il Leoncavallo - FABIO POLETTI

MILANO - Il 22 settembre faranno sedici volte. Sedici volte in cui l’ufficiale giudiziario è andato a bussare al portone della vecchia stamperia di via Watteau occupata da una vita dal centro sociale Leoncavallo, il Leo, il più famoso che c’è in Italia. Forse sarà l’ultima. Forse non ci sarà più nemmeno la minaccia di sfratto che pesa sulla testa dei suoi occupanti dal 18 ottobre 1975, un sabato grigio di pioggia se lo ricorda ancora qualcuno, quando buona parte della sinistra extraparlamentare milanese sfondò un cancello e un lucchetto per occupare una ex azienda farmaceutica in disuso. Sono passati trentatré anni. E’ cambiato tutto. Il Leoncavallo non è più quello di una volta. Oggi è un’associazione culturale che raccoglie 500 mila euro l’anno tra i venticinquemila frequentatori di tutti i tipi, ex giovani che qui hanno iniziato a fare politica e giovanissimi che non sanno nemmeno cos’è la politica. Ai fornelli delle sue cucine popolari hanno lavorato cuochi pluristellati come Aimo e Nadia. Luigi Veronelli, enologo e anarchico, con i suoi vini era di casa. Il pronipote di Richard Wagner venne qui a presentare la sua contro-Prima della Scala. Al bar capita ancora di essere serviti da Angelo Bay, figlio del pittore Enrico Bay che ha voluto regalare una sua opera, appesa come tante in mezzo ai graffiti fatti con lo spray. Per non parlare dei concerti. Qui hanno suonato i Public Enemy, Carmen Consoli, i Subsonica, Elio e le Storie tese, Caparezza, Raul Casadei e pure Bruno Canino, grande pianista classico denunciato dalle forze dell’ordine per «disturbo alla quiete pubblica». Il Leoncavallo ha pure cambiato nome. Adesso è uno spazio pubblico autogestito. Una spa, tanto per giocare con le parole. Il sindaco Gabriele Albertini voleva raderlo al suolo. I suoi predecessori pure. Se erano di sinistra al massimo chiudevano gli occhi. Matteo Salvini della Lega, il giovane parlamentare che qualche birretta al Leo quando era molto più giovane se l’è fatta, adesso fa il morbido: «Le guerre di religione per noi sono finite. Siamo per la legalità, perché si paghino le tasse, l’affitto e si ridia visibilità al quartiere». Giovanni Terzi, l’ancora giovane assessore allo Sport e al Tempo libero del Comune di Milano, tesse la rete per chiudere la partita: «Da parte nostra c’è una certa apertura per definire la questione Leoncavallo. Anche se i tempi storici non sono particolarmente buoni». L’ala sinistra della sinistra e l’ala destra della destra non vedono di buon occhio la chiusura del caso Leoncavallo. I primi - spariti dalla compagine parlamentare - aspettano qualsiasi cosa per avere visibilità e aggregare consensi. Il Leo che a Milano è un po’ un monumento, sarebbe più di una ghiotta occasione. Certi settori di An presenti in maggioranza a Palazzo Marino, ricordano ancora quei giorni bui quando a Milano si faceva a botte e al Leoncavallo l’han giurata da allora. «Dovremo trovare una sorta di decalogo condiviso da tutta la maggioranza da sottoporre al Leoncavallo», spiega l’assessore Terzi che poco prima delle ferie si è incontrato con il Prefetto Gian Valerio Lombardi, gli eredi Cabassi proprietari dell’immobile di via Watteau e i giovani del centro sociale. Il pacchetto di massima su cui lavorare sarebbe già definito, se non nei dettagli almeno nelle linee guida su cui discutere. Il centro sociale Leoncavallo si costituisce in Fondazione. In realtà esiste già da quattro anni, l’ha riconosciuta pure il ministro dell’Interno, ne fa parte anche Milly Moratti, consigliere comunale dei Verdi e pure cognata del sindaco. La Fondazione paga all’immobiliare Cabassi un affitto attorno ai 120 mila euro l’anno, centesimo più, centesimo meno. Comunque sotto la quotazione di mercato per quei 10 mila metri quadri dell’ex stamperia in fondo a via Melchiorre Gioia che farebbero gola a molti. In cambio i Cabassi avrebbero diritto a tirar su un po’ di cemento su terreni già di loro proprietà o ancora sul mercato ma coperti da vincoli. «Sarebbe un’operazione alla luce del sole», assicura l’assessore Giovanni Terzi. «Il Comune non tirerebbe fuori un centesimo e si metterebbe la medaglia, per aver risolto il nostro problema alla faccia di tutte le giunte di centrosinistra che si sono susseguite in città», fa due conti il portavoce storico del Leoncavallo Daniele Farina, che a sentirsi chiedere ogni due minuti di dover «abiurare la violenza come metodo di lotta politica», conditio sine qua non per arrivare alla firma dell’accordo su cui si lavora da anni, si mette a sorridere e mica dice di no. Il Leoncavallo non è più quello di una volta. Il Comune ci mette del suo per chiudere il capitolo. Sono passati trentatré anni, sedici ufficiali giudiziari in divisa d’ordinanza e verbale sempre quello, un paio di sgomberi tutt’altro che tranquilli e mille polemiche ma forse è arrivato il momento di voltare pagina.

 

L'anima dell'Europa – Barbara Spinelli

Il vertice europeo sulla Georgia che Sarkozy ha convocato per domani a Bruxelles sarà importante non tanto per i risultati che produrrà, ma per le riflessioni che potrebbero iniziare intorno a quel che l’Unione vuol essere in un continente ridivenuto instabile e brutale. L’essenza stessa dell’Unione è infatti malferma, non da oggi ma da anni, e questa è forse l’occasione di ridefinirla, di capire le fonti del disaccordo interno, di vedere se dal chiarimento potrà nascere un modo meno dissonante di vedere le cose e agire. È dai primi Anni 90 che una discussione simile viene elusa, ed è il motivo per cui l’Unione continua a subire gli eventi, lasciandosi dividere da Washington o Mosca. La guerra georgiana e il riconoscimento russo di Sud-Ossezia e Abkhazia hanno lacerato la costruzione europea, strategicamente e anche esistenzialmente. È messa in causa la sua filosofia (alcuni la chiamano postmoderna) fondata sul superamento di Stati sovrani assoluti. È messa in causa l’idea di potenza civile, interessata a fondare i rapporti internazionali su leggi e trattati. La potenza europea non è solo economica. È un modello di relazioni tra Stati che non guerreggiano su territori, che tutelano le minoranze senza più usarle per irredentismi. Ed è un modello di uso della memoria: l’Unione scommette su un futuro comune in memoria del passato, non è fatta per punire gli ingiusti di ieri, regolar conti coi vinti e compiacersi delle loro catastrofi. Proprio quest’Europa è considerata oggi non più servibile, dalle sue periferie orientali. A esse s’associa l’Inghilterra, da sempre ostile a una Comunità post-nazionale. Parlando in nome di molti orientali, il presidente estone Toomas Ilves è stato perentorio, nei giorni scorsi. In un mondo dove tornano in auge potenze ottocentesche, ha detto, non c’è più spazio per le idee di Monnet e Schuman. Perde senso «l’Europa postmoderna che privilegia incontri e discussioni»; che presuppone «un mondo dove tutti sono buoni e gentili» (Le Monde, 29-8). La Russia è una potenza pre-moderna, e al premoderno di Hobbes tocca tornare, dove l’uomo è lupo per l’uomo. Il dissenso in Europa è acuto, come sull’Iraq. Occorrerà parlarne, per sapere se davvero è al premoderno che urge tornare o se la scommessa comunitaria vale ancora. In fondo è il momento più adatto per spiegarsi. La forza Usa non è svanita ma le ultime amministrazioni l’hanno indebolita, fino a renderla, in Georgia, irrilevante. Il riconoscimento del Kosovo si è rivelato un boomerang, e l’ultimo Bush è un unico fallimento: dopo la Georgia, intervenire in Iran è impensabile. È sempre più pericolante anche la Nato. Man mano che s’allarga è meno credibile. A partire dalle guerre balcaniche inoltre ha cambiato natura, divenendo concorrente dell’Onu, ma non ha generato ordine bensì caos. Stefano Silvestri scrive, sul sito dell’Istituto Affari Internazionali: «Questa crisi ha dimostrato chiaramente come la Nato non possa efficacemente sostituirsi all’Unione europea quando la dirigenza Usa è incerta o distratta». Comunque, «la Nato non può essere la chiave di volta della politica nei confronti della Russia». Per questo oggi è l’ora dell’Europa. L’ora di un «grande e difficile negoziato» con la Russia, ha scritto Arrigo Levi su La Stampa, e l’ora di una spiegazione interna sulla natura dell’Unione. Sarebbe bene se le due cose procedessero con gli stessi tempi, ma se necessario dovrà essere un’avanguardia a negoziare con Mosca un nuovo ordine che sia fondato su una duplice sicurezza: sicurezza degli europei dentro i propri confini, e promessa alla Russia che tali confini non saranno continuamente spostati a Est, dall’Unione o dalla Nato. È difficile dirlo, ma appartenere all’Europa non è appartenere all’Unione. Germania, Francia e Italia potrebbero far proposte, su cui le periferie si pronunceranno aderendo all’iniziativa o rifiutandola. Se le periferie e Londra la boicotteranno complicheranno i lavori dell’avanguardia senza tuttavia ottenere la tranquillità desiderata. Torneranno ad assaporare il fascino del premoderno, ma ­ lo si vede oggi ­ con risultati per nulla promettenti. Il chiarimento tra europei è stato eluso prima dell’allargamento, ma meglio tardi che mai. Ci sono cose trascurate dai fondatori, e altre che restano incomprese a Est. Quel che i fondatori devono capire è che gli Stati periferici hanno speciali bisogni di sicurezza, ignoti a chi non vive sul confine. Le periferie sono avamposti, non trasferiscono volentieri sovranità. Occorre dunque rassicurarle, altrimenti sarà l’America a farlo con potenza non meno ottocentesca. Manca, nell’Unione, l’articolo 5 che nella Nato garantisce a ogni Stato aggredito l’assistenza di tutti. L’Ueo (Unione dell’Europa occidentale, fondata nel ’48) ha un analogo articolo 5, incluso nel trattato di Lisbona. Sospeso dopo il no irlandese, il trattato potrebbe attuarsi in parte, cominciando proprio da quest’articolo. Un contingente europeo nei Baltici e in Polonia potrebbe essere la prima tappa del chiarimento: i paesi-avamposto, più rassicurati, sarebbero indotti a capire le ragioni dei fondatori, scoprendo che una maggiore autonomia da Washington significa non solitudine ma forse più sicurezza. A questo punto si potrebbe aprire alla Russia, analizzando i veri pericoli della sua rinnovata forza. È vero che Mosca ha riaffermato in questi giorni una volontà di potenza trascurata dagli occidentali per oltre un decennio. È vero che Putin e Medvedev hanno per il momento vinto, militarmente. Ma la Russia è molto meno forte di quanto appaia. Non reincarna né l’Urss né lo zarismo. Non ha il grande potere d’influenza (il soft power) che aveva quand’era comunista. Non ha alleati fidati: al vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco), riunitosi a Dushambe il 28 agosto, enorme è stata la diffidenza cinese e delle repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan). L’avventura georgiana e il riconoscimento dei secessionismi spaventano non solo Asia centrale e Cina, non solo Georgia, Ucraina, Moldavia, ma anche Stati amici con forti minoranze russe (Bielorussia). Senza una stabilizzazione negoziata della propria zona d’influenza Mosca è perdente, anche se possiede il petrolio di cui l’Europa (Germania e Italia in testa) non può fare a meno. Il modello di negoziato già esiste, non bisogna tornare alla vecchia politica di potenza che seduce tanti responsabili americani e dell’Est europeo. La riunificazione tedesca fu negoziata con intelligenza tra Kohl, Gorbaciov e Bush senior: fu un successo, e produsse conquiste cruciali come la moneta unica e il progetto, anche se oggi interrotto, di costituzione. Da quell’esperienza varrà la pena ripartire, mostrandosi fermi con Mosca ma iniziando a comprenderla e a prenderla sul serio. Ignorare risentimenti e paure d’una potenza vinta vuol dire ignorare il reale, e preparare violenze future: già è avvenuto dopo il ’14-’18. Ma anche il Cremlino dovrà scoprire il reale: l’estero vicino che tanto l’inquieta è ormai anche vicinato europeo, e difficilmente potrà pacificarsi se ambedue ­ Unione e Russia ­ non fisseranno i propri confini smettendo di spostarli continuamente. Dopodiché potrebbe nascere una zona di libero scambio, alle frontiere dell’Unione, che includa Russia e Stati ex sovietici e che abbia sue istituzioni e rappresentanti (è la politica di vicinato proposta da Prodi, quando era presidente della Commissione europea). Una comune politica dell’energia potrebbe seguire, evitando che i più forti dell’Unione negozino con il Cremlino escludendo i più deboli. Questo il compito dell’Europa. Lo assolverà se resterà fedele a Monnet e Schuman. Se saprà agire inventando il futuro, non trasformando la storia presente in giudizio universale e la memoria in un gioco al massacro.

 

Corsera -31.8.08

 

In crisi le feste politiche – Alessandro Trocino

FIRENZE - L'inviato di Le Monde è arrivato fino alla Fortezza Da Basso, ha annusato un po' l'aria e ha sentito un acre «parfum de déprime», ovvero un profumo di depressione, commisto con il fumo delle grigliate: «Troppe salsicce e poche idee», gli ha spiegato con sintesi impeccabile un militante deluso. Le difficoltà del neonato Pd pesano molto nel faticoso esordio della Festa democratica, nonostante l'impegno degli organizzatori. Ma pesa anche una certa aria di crisi che tira sulle feste di partito in generale, kermesse identitarie di formazioni che l'identità l'hanno persa o faticano a trovarla. Non che la crisi sia nei numeri. La gente continua ad affollare gli stand e a ingollare lampredotti e costine. Ma il vecchio militante ha lasciato il posto a visitatori più interessati alla sagra che alla politica. E il rito laico della feste di partito, che ha formato generazioni di militanti, arranca. Una difficoltà che lascia spazio ad altre manifestazioni, più agili e svincolate dalle liturgie partitiche. Come Cortina InConTra, di Enrico e Iole Cisnetto, che registra un dieci per cento in più di presenze, ma soprattutto una centralità politica garantita da una formula «politico-letteraria» più originale e dal gradimento di un pubblico non «militante». Rifondazione ha perso da due anni la sua festa nazionale di Liberazione. E in Toscana, lacerata dalla guerra tra ferreriani e vendoliani, si è perfino sdoppiata. Prematuramente scomparsa anche una festa che ha fatto epoca, e non solo per le «bufale» regalate e la piscina a forma di cozza: quella mastelliana di Telese. Sparita anche la Festa tricolore nazionale di An a Rieti, mentre a quella di Mirabello non sarà presente per la prima volta Gianfranco Fini: il 25 settembre partirà a Milano la prima festa del Pdl, ma bisognerà vedere come la tradizione popolare della destra si amalgamerà con il piglio da convention di Forza Italia. Cambia anche il meeting riminese di Cl, che continua ad avere grande successo, ma che quest'anno ha scelto di mettere ai margini la politica (anche Barroso ha barattato la sua presenza con un video messaggio). Nonostante il plauso del tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, che ha spiegato come quella sia «la vera festa dell'Unità»: «Era solo un omaggio da ospite — spiega ora — Le feste restano fondamentali per noi. Anche se devono cambiare, aggiornarsi: se ne devono fare di più, più brevi, adeguate alle nuove tecnologie». Quanto alla «depressione» di Firenze, disertata anche dal leghista Roberto Maroni: «Normale dopo una sconfitta. Comunque non c'è solo Firenze, esistono centinaia di feste sulla via Emilia». Sposetti verrà anche qui: «Certo, ma sotto scorta». Nel partito, in effetti, non tutti hanno gradito certe sue affermazioni. «Ma no, sotto scorta per evitare di parlare con i giornalisti». Non farà in tempo a godersi i Pooh e Max Pezzali, a lungo considerati simboli di un qualunquismo un po' destrorso, e al loro esordio in questi lidi. Ma non vedrà neanche il comizio di Veltroni, abolito dal segretario in cambio di una più moderna intervista con Enrico Mentana.

 

Sarah Palin, la cacciatrice dell'Alaska inseguita dall'ombra dell'abuso di potere – Viviana Mazza

MINNEAPOLIS - A 10 anni ha ucciso il suo primo coniglio, sparando dalla veranda della casetta gialla dei genitori, a Wasilla, paesino dell'Alaska ai piedi dei monti Talkeetna. Alle elementari leggeva già i quotidiani, attentamente, dalla prima all'ultima pagina. A 18 anni ha giocato la partita di basket della sua vita nel campionato statale dell'Alaska, segnando il punto alla vittoria per le Wasilla Warriors nonostante avesse una caviglia rotta. Ventenne, sul peschereccio del futuro marito Todd si ruppe diverse dita di una mano. Il giorno dopo, fasciata, tornò in barca ad aiutarlo. La campagna di Obama ha accusato Sarah Palin, la governatrice dell'Alaska scelta come vice da McCain, d'essere giovane e inesperta. Sarah ha 44 anni. E se c'è una cosa che non sopporta, è essere lasciata in panchina, perché ritenuta giovane e inesperta. Testarda, determinata, il papà afferma di aver perso ogni potere di influenzarla quando aveva 2 anni. Dirle che non poteva fare qualcosa l'ha sempre portata a competere per vincere, nello sport come nella politica, scrive Kaylene Johnson, autrice della biografia «Sarah», pubblicata ad aprile. Ma non a tutti i costi. C'è un valore fondamentale che i genitori le hanno trasmesso: l'onestà, non mentire mai. Eppure la governatrice è accusata ora di aver abusato del proprio potere e mentito. Sarah è figlia di Chuck e Sally Heath, che si trasferirono in Alaska dall'Idaho quando aveva 2 mesi. È la terza di 4 fratelli, tre femmine e un maschio, Chuck Junior e Heather più grandi di lei, e Molly la più piccola. Famiglia non ricca. Per arrotondare, il papà, che insegnava nella scuola e faceva il coach di corsa su pista e campestre, lavorava anche come guida e barman. La mamma era segretaria. Famiglia unitissima. Tutti insieme a caccia di caribù, capre selvatiche, foche, a competere in maratone e corse campestri. Sarah fu battezzata in fasce in una chiesa cattolica, ma poi gli Heath passarono alla Wasilla Assembly of God. Quando aveva 12 anni, volle essere ribattezzata nel lago Beaver: a lei si unirono la mamma e i fratelli. Sarah è specialmente vicina a Molly. Quando Chuck junior e Heather andarono al college, lei e Molly rimasero a dormire nella stessa stanza. Molly aveva paura di tutto. Sarah le teneva la mano di notte, prima d'andare a dormire e anche di giorno, sulla strada per la scuola. Ora Sarah Palin è accusata dall'ex rivale per il posto di governatore dell'Alaska, Andrew Halcro, di aver sostituito il responsabile statale per la pubblica sicurezza Walt Monegan per ragioni personali. Lo avrebbe fatto per punire il poliziotto Mike Wooten, l'ex marito di Molly (tra i due è ancora in corso una battaglia per la custodia dei figli). Monegan non voleva licenziarlo e allora Sarah l'avrebbe rimpiazzato con un uomo di sua fiducia. Nei confronti della nuova vice di McCain, secondo un senatore statale ci potrebbe essere anche un impeachment, visto che, mentendo almeno per omissione, ha sempre negato qualsiasi pressione su Monegan, fino al 13 agosto. Quel giorno, in una conferenza stampa, la governatrice aveva ammesso che dai suoi uffici fossero partite una ventina di telefonate al Dipartimento della Pubblica Sicurezza, negando però di saperne alcunché. Halcro ha già tentato di presentare Sarah come giovane e inesperta e di screditarla nel 2006 durante la corsa per il posto di governatore. È stata lei a vincere, offrendo non esperienza ma se stessa. Sarah è stata reginetta di bellezza, ma il fratello dice che l'ha fatto solo per i soldi della borsa di studio in palio: le servivano per studiare. Si è laureata in giornalismo e scienze politiche all'Università dell'Idaho. Inizialmente con la sua migliore amica Tilly si erano iscritte alle Hawaii e passavano pomeriggi a sbirciare sul set di «Magnum P.I.» sperando di vedere Tom Selleck. Ma alla fine è tornata in Alaska, dalla famiglia e da Todd, il fidanzato del liceo. Il 29 agosto del 1988 erano alla fiera dello stato. Decisero di sposarsi. Chiesero a due anziani sconosciuti della casa di cura locale di fare da testimoni, uno in sedia a rotelle, l'altro con le stampelle. Questa è la Sarah Palin in cui l'Alaska ha creduto e in cui potrebbe credere l'America. A meno che non emerga un'altra Sarah dall'inchiesta in corso.


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