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Sta arrivando con la forza di un'atomica

La Stampa – 1.9.08

 

Sta arrivando con la forza di un'atomica - PIERO BANUCCI

TORINO - Il miglior consiglio per difendersi dall’uragano Gustav l’ha dato Bobby Jindal, il governatore della Louisiana: «Dovete avere paura». Sì, perché nonostante tutto la gente non vuole lasciare la propria casa per correre dove si prevede che l’uragano sarà meno devastante. Anche in una città come New Orleans, dove tre anni fa l’uragano Katrina imperversò dal 23 al 31 agosto lasciando dietro di sé 1836 vittime e danni per 30 miliardi di dollari, tutti sperano sempre che i meteorologi esagerino, che il National Hurricane Center si sia sbagliato, o che la distruzione passi un po’ più in là, magari sulla casa del vicino. A New Orleans Gustav è atteso per oggi pomeriggio o al massimo martedì mattina. È difficile dire dove toccherà terra. Gli uragani tropicali sono volubili, l’«occhio» del ciclone, circondato da venti a 240 chilometri l’ora, si sposta più o meno con la velocità di un’automobile e la direzione cambia per le «forze di Coriolis» (una deriva dovuta al moto di rotazione della Terra) ma più ancora per altre correnti d’aria che trova sul proprio cammino. Louisiana, Mississippi, Alabama e Texas sono sotto minaccia. Se ci si vuole salvare, «bisogna averne paura». Ma c’è chi non si rassegna, e si prepara alla tempesta come può: inchiodando assi a protezione delle finestre e delle porte, mettendo zavorra sui tetti. Preoccupazione inutile. Di solito negli Stati Uniti le abitazioni sono piccole, unifamiliari, fragili, praticamente prive di fondamenta. Negli ultimi decenni l’edilizia antisismica ha fatto enormi progressi, lo si è visto nei terremoti di San Francisco e lungo la famosa faglia di San Andreas in California. Ma non c’è un’edilizia anti-uragano. La sola difesa realistica sta in un piano regolatore che almeno eviti l’assieparsi della popolazione là dove può arrivare la piena: quella del mare che si solleva e quella dei fiumi che tracimano. Un uragano come Gustav scarica in una giornata venti miliardi di metri cubi d’acqua. Le valli la convogliano. Tre anni fa Katrina chiuse New Orleans tra due muri di acqua: uno veniva da Sud, dal mare, e uno calava da Nord, dal bacino del Mississippi. Gustav si avvicina alla quinta categoria della scala Saffir-Simpson, la più distruttiva, caratterizzata da venti che superano i 135 metri al secondo. Questi fenomeni estremi negli ultimi tempi sono diventati più frequenti. L’incattivirsi delle tempeste tropicali secondo la maggioranza dei meteorologi dipende dall’accumulo di energia nell’atmosfera prodotto dall’effetto serra. Nell’ultimo secolo la temperatura globale è salita di 0,7 gradi centigradi. Sembra poco. Gran parte dell’aumento però si è verificato dal 1990 in poi e il clima risente di questa accelerazione. Sono in gioco cifre enormi. Il contenuto energetico dell’atmosfera è pari a 270 volte il fabbisogno dell’umanità, l’equivalente di 7 milioni di centrali nucleari. L’anidride carbonica, passata in un secolo da 290 a 385 parti per milione, accentuando l’effetto serra naturale, intrappola energia nell’aria, che in qualche modo cerca di scaricarla: gli uragani sono una spia del malessere planetario. Un ciclone tropicale sviluppa una quantità di energia pari a 200 volte quella prodotta in un giorno sull’intero pianeta. È come se esplodesse una bomba nucleare da 20 megatoni al minuto. Quelle povere assi inchiodate sulle finestre non potranno fare granché.

 

Il "comandante" McCain sfida Gustav – Maurizio Molinari

ST.PAUL - John McCain cambia i piani della Convention tentando di sfruttare l’emergenza dell’uragano Gustav per dimostrare agli americani di essere capace di gestire situazioni di crisi. Quando nella notte di sabato la previsioni meteo hanno avvalorato la possibilità di un disastro naturale nella stessa regione che a fine agosto 2005 fu devastata da Katrina, McCain si è reso conto che la Convention non poteva essere più la «prevista occasione di festa» e dunque i repubblicani erano a un bivio: farsi travolgere da Gustav oppure gestire l’emergenza in modo da trasmettere agli elettori competenza e determinazione. Rick Davis e Steve Schmidt, due dei più stretti consiglieri del candidato, hanno così ridisegnato la Convention: anziché ascoltare dal podio i discorsi sull’esperienza di McCain, saranno i fatti a provarla, a cominciare da oggi quando i lavori si svolgeranno in forma ridotta per dare spazio a briefing sulla situazione nel Golfo del Messico. Da qui la decisione del candidato repubblicano di volare in Mississippi con la vice Sarah Palin e la moglie Cindy per essere in trincea sul fronte anti-uragano. «Non importa cosa siamo, se repubblicani o democratici - ha detto McCain - l’America ora ha bisogno di noi, ci chiede di fare ciò che gli americani hanno sempre fatto di fronte alle sfide e ai disastri» ovvero rimboccarsi le maniche e lavorare duro. Il candidato potrebbe restare più giorni nell’area di rischio, scegliendo di pronunciare da lì, in video, il discorso di accettazione della nomination giovedì notte. Gli inter-faccia di McCain sul territorio sono i governatori di Louisiana, Bobby Jindal, Florida, Charlie Chris, Mississippi, Haley Barbour, e Texas, Rick Perry, tutti repubblicani. Resteranno al loro posto rinunciando alla Convention. Cade sulle loro spalle il compito di far dimenticare la malagestione del dopo-Katrina: se vi riusciranno sarà il candidato a giovarsene. McCain si fida di loro: «Siamo più preparati rispetto al 2005». E Karl Rove, guru conservatore, sottolinea: «Gli occhi dell’intera nazione sono puntati su di loro». Al fine di consentire ai molti delegati che ricoprono incarichi pubblici di tornare negli Stati a rischio, McCain ha affittato un charter. Nei quartier generali delle delegazioni non si respira però molta preoccupazione. «Abbiamo governatori che sanno ciò che fanno, in questi frangenti serve sangue freddo - spiega Jim O’Connor, presidente dell’associazione dei condominii di New Orleans - mentre la Convention la faremo comunque, McCain lo possiamo vedere anche sullo schermo». I delegati del Mississippi, riuniti in un albergo, sono arrivati a conclusioni simili: «Tornare indietro non ha senso, restiamo, e nominiamo McCain» dice Kerry, avvocato trentenne. A giovare a McCain è anche la decisione del presidente George W. Bush e del vice Dick Cheney di non venire a St Paul questa sera per l’apertura della Convention. Bush è impopolare e l’assimilazione con McCain nuoce nei sondaggi al punto da essere un cavallo di battaglia dei democratici. A dare l’annuncio del forfait è stato il presidente stesso: andrà in Texas per coordinare gli aiuti e poi proseguirà per Louisiana e Mississippi, agendo come non fece per Katrina, quando si mosse con 48 ore di ritardo attirandosi critiche severe. A venire a St Paul sarà Laura Bush, il volto più popolare della famiglia presidenziale. Le mosse di McCain, Bush e dei governatori estromettono i democratici dalla risposta a Gustav, lasciando poco spazio a Barack Obama, che durante una sosta in Ohio si è limitato a chiedere donazioni e non ha potuto fare altro che plaudire al viaggio di McCain in Mississippi: «Ha fatto bene ad andare ma tali iniziative dovrebbero essere bipartisan». Obama intanto deve difendersi dagli attacchi di Cindy McCain, che in un’intervista alla tv Abc si è definita «offesa» per quanto detto nelle ultime settimane dai democratici, che l’hanno descritta come una super-ricca lontana dal cittadino medio solo perché McCain aveva detto di non sapere quante case possiede. «I miei genitori iniziarono da nulla - ha ribattuto - e vendettero tutto quel che avevano per racimolare i 10 mila dollari necessari a iniziare un’attività» che ebbe successo, nel settore della birra.

 

Berlusconi: "Dialogo con la Russia"

BRUXELLES - Si terrà oggi il vertice straordinario Ue sulla Georgia e dalla riunione di Bruxelles, a quanto è emerso sinora da varie fonti, non dovrebbero venire sanzioni ma un monito chiaro a Mosca. I temi del vertice dei 27 saranno quindi principalmente tre: gli aiuti alla Georgia, la ricerca di una soluzione politica al conflitto e una riflessione sui rapporti tra Ue e Russia. Intanto questa mattina Berlusconi ha spiegato che non bisogna sanzionare la federazione Russia per non interrompere il filo del dialogo. Il presidente del Consiglio in partenza per Bruxelles si augura che «oggi non si decideranno cose che potrebbero aggravare la situazione. Abbiamo dato a Sarkozy tutta una serie di indicazioni che credo vengano recepite da lui e dagli altri colleghi europei. Credo ci sarà una dichiarazione unanime che porterà al dialogo con la federazione russa e non allo scontro». «La situazione è chiara. Bisogna evitare - conclude Berlusconi - che la crisi in Caucaso diventi la miccia per un ritorno alla guerra fredda». «Anche perchè - ragione il Cavaliere - abbiamo una realpolitik da tener presente: la Russia è ancora una potenza militare, ha ancora una potenzialità atomica capace di distruggere 10 volte la popolazione del mondo». Nessuna sanzione dall'Europa, quindi, ma un chiaro messaggio: «Con Mosca siamo sempre in una fase di dialogo, ma di dialogo fermo, e non in una fase di sanzioni», sintetizzava nei giorni scorsi una fonte vicina al presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha la presidenza di turno dell’Ue. E proprio ieri sono emersi i contenuti di una lettera inviata nell’immediata vigilia del vertice proprio dallo stesso Sarkozy ai leader europei. Per Sarkozy, il momento è delicato e la crisi georgiana mette «in dubbio l’impegno russo a una relazione di comprensione e cooperazione con il resto d’Europa». A questo punto, dice Sarkozy, sta a Mosca «fare scelte fondamentali», mostrare di aver capito e agire con chiarezza. Nella lettera si legge che, secondo Sarkozy, oggi i leader europei dovranno «esaminare seriamente i rapporti tra la Ue e Mosca» e inviare un «messaggio chiaro e unitario» alla Russia. La risposta di Mosca non fa ben sperare. I paesi dell’Occidente si sono comportati in maniera «immorale» rispetto agli sviluppi in Ossezia meridionale, ha tuonato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che ha anche invitato l’Unione europea (Ue) a tenere conto dei suoi «interessi vitali» nel prendere decisioni oggi al vertice di Bruxelles. «La risposta di certi paesi occidentali alla crisi in Ossezia del sud illustra in maniera straordinaria un deficit di moralità che sconfina in un’esposizione indecente di una vena geopolitica e ideologica, che è al di fuori del contesto dei fatti attuali», ha sostenuto il ministro russo. Anche riguardo al vertice straordinario di oggi a Bruxelles, convocato in ambito Ue per discutere il conflitto russo-georgiano, Lavrov ha parole dure. «Il vertice Ue di oggi - ha aggiunto - dovrebbe chiarire molte cose. Noi ci attendiamo che la scelta venga fatta partendo dagli interessi vitali dell’Europa». Lavrov ha respinto ogni ipotesi di sanzioni nei confronti della Russia. «Prima di tutto sarebbe corretto imporre un embargo sulle forniture di armi a questo regime (quello georgiano di Mikhail Saakashvili, ndr.), in attesa dell’arrivo di nuove autorità che trasformino la Georgia in uno stato normale», ha affermato il ministro. «Al fine di garantire la regione - ha continuato Lavrov - rispetto ad altre esplosioni di violenza, prenderemo misure per punire coloro che sono colpevoli e garantire che questo regime non farà ancora del male». Il ministro ha ribadito l’impegno a collaborare con l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), con le Nazioni unite e con il piano di pace in sei punti proposto dal presidente francese, e presidente di turno dell’Ue, Nicolas Sarkozy. Lavrov ha inoltre attaccato anche gli Stati uniti. «Lo spettro di un "grande gioco" è ancora nel Caucaso. Se gli Stati uniti e i suoi alleati alla fine opteranno per il regime di Saakashvili faranno un errore di proporzioni storiche», ha detto il capo della diplomazia di Mosca. Negli ultimi giorni diversi altri leader europei hanno precisato la loro posizione in vista del summit Ue. Ieri, in una telefonata dedicata alla crisi caucasica il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e il presidente americano George W. Bush hanno discusso dell’«importanza di sostenere l’integrità territoriale della Georgia», spiega il portavoce della Casa Bianca Gordon Johndroe, in un comunicato. I due leader hanno poi concordato, a quanto si apprende, sulla «necessità che la Russia rispetti tutti i punti dell’accordo di cessate il fuoco e ritiri le sue truppe dalla Georgia, sulla base di tale intesa». Prima di sentire Bush, Berlusconi aveva parlato anche col vicepremier russo russo Ivanonv. E Dal premier italiano, aveva detto Ivanov, è giunta alla Russia la conferma che ci sono posizioni diverse in ambito Ue in merito al conflitto nel Caucaso. Per poi aggiungere: «Dati i segnali giunti da alcuni Stati europei di recente sulla possibile introduzione di sanzioni contro la Russia e piani per punire la Russia per una presunta aggressione nei confronti di una presunta amante della pace, la Georgia, l’incontro ha confermato che non tutti la pensano in questo modo», ha detto Ivanov. Esclude la possibilità di sanzioni anche il ministro degli esteri italiano Frattini in un’intervista questa mattina al Corriere della Sera.

 

Chavez: "I russi sono i benvenuti"

CARACAS - Navi e aerei russi sono i benvenuti in Venezuela: lo ha annunciato il presidente venezuelano Hugo Chavez - nel corso del suo programma radio-televisivo domenicale «Alo Presidente» - sottolineando di aver dato il «via libera» alle forze aeree e navali russe in territorio venezuelano e ricordando l’alleanza strategica del suo paese con la Russia. «La Russia è un alleato strategico del Venezuela, che il mondo lo sappia - ha dichiarato Chavez - Ho detto a Putin e al presidente Medvedev: qui, in Venezuela, avete il via libera. Le navi russe saranno le benvenute con i loro equipaggi», ha precisato. «Se gli aerei russi a lungo raggio d’azione hanno bisogno di atterrare su non importa quale pista d’atterraggio venezuelana per attrezzarsi, saranno i benvenuti», ha aggiunto il capo di Stato socialista, nemico dichiarato di Washington. Il 17 agosto, Chavez aveva già annunciato di aver autorizzato il suo omologo russo a inviare la sua flotta militare al largo del Venezuela nel quadro di una «visita di amicizia e di lavoro». Ma le nuove dichiarazioni di Chavez arrivano mentre i principali paesi occidentali, Stati Uniti in testa, sono impegnati in un braccio di ferro diplomatico con la Russia sulla crisi in Caucaso. Il leader di Caracas ha difeso Mosca dallo scoppio della crisi, accusando gli Usa di manipolare la Georgia. La Russia «ha il diritto di riconoscere i territori separatisti dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia», che sono stati attaccati, ha ribadito ieri sera il presidente Chavez, accusando gli Stati Uniti di essere i veri aggressori. Il presidente venezuelano, inoltre, ha più volte criticato il presidente della Georgia Mikhail Saakashvili chiamandolo il «fantoccio» di Washington.

 

Abete: "Basta con i delinquenti"

ROMA - «Bisogna fare il massimo per debellare questo branco di delinquenti. Ho piena fiducia nel ministro Maroni e nel capo della polizia Manganelli, che assumano tutte le decisioni necessarie per tutelare la convivenza civile». E' questa la reazione del presidente della Federcalcio Giancarlo Abete agli incidenti registrati a Napoli e Roma in occasione della prima giornata di campionato arriva. «Sarebbe stata una bella giornata con partite molto interessanti, se non ci fossero stati questi incidenti che meritano il massimo biasimo», dice il presidente federale ai microfoni di "Radio Anch’io Lo Sport". «Sono episodi contrari a ogni forma convivenza civile, che instillano una logica di paura fra i cittadini che prendono il treno a Napoli o Roma. Noi dobbiamo fare il massimo per debellare questo branco di delinquenti che inquinano il nostro mondo, è impensabile assistere a questi spettacolo». «Quanto è accaduto a Napoli avrà un seguito» e dal tessuto normativo già applicato «ripartiremo senza riguardo per nessuno e senza comprensione per nulla», dice Alfredo Mantovano. Il sottosegretario all’Interno - intervistato dal Giornale - fa sapere che gli ultras napoletani rischiano «di non fare più trasferte». Intanto per domani è attesa la riunione dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive e del neo Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive, alla quale parteciperà anche il ministro dell’interno Roberto Maroni: facile immaginare che provvedimenti duri verranno presi nei confronti degli ultras del Napoli. La giornata di ieri è stata segnata dalle violenze. Il risultato lo si legge nella nota delle Ferrovie dello Stato, che fa un resoconto di quanto avvenuto a Napoli, dopo che si erano costretti oltre 250 singoli passeggeri, che avevano regolarmente pagato il biglietto ad abbandonare l’Intercity Plus 520 diretto a Torino. Arrivato nella Capitale quel convoglio aveva «danneggiate 11 delle 15 vetture in composizione». Così si è dovuto fermare il mezzo e far salire i passeggeri che dovevano continuare il viaggio sul Roma-Ventimiglia. Atti di violenza, isolati o ripetuti, si sono verificati durante tutto il tragitto Roma-Napoli, in modo epidemico o quasi. Sull’Eurostar AV 9440 (Napoli-Milano) - spiegano ancora le Fs - un tifoso napoletano che occupava abusivamente il posto prenotato da un altro viaggiatore, ha aggredito il capotreno intervenuto per farlo spostare. Il dipendente FS, nonostante le contusioni riportate, ha continuato la propria attività per non bloccare il servizio e consentire agli altri passeggeri di proseguire il viaggio. La prima stima dei danni fatta dai tecnici sull’Intercity «ammonta a circa 500mila euro». I vandali hanno fatto il loro. La causa del ritardo di oltre tre ore, che ha messo a repentaglio il piano sicurezza intorno allo stadio Olimpico, è da ricercarsi anche con quanto avvenuto durante il percorso da Napoli a Roma, «quando in tre occasioni il treno è stato bloccato completamente per l’azionamento inutile del freno di emergenza». E sul motivo per cui il treno è partito da Napoli, con a bordo i tifosi, il questore del capoluogo campano dovrà informare in modo dettagliato il ministro Maroni. L’ordinanza urgente della Prefettura, fatta per motivi di ordine pubblico, non salva la condotta di chi poteva evitare gli incidenti. A cominciare dagli stessi tifosi che sono stati identificati, o che lo saranno prima del loro rientro a casa.

 

“Napoletani, andatevene!” – Flavia Amabile

Gennaro Capodanno è un napoletano verace e convinto, ingegnere, dirigente scolastico e presidente del Comitato Valori collinari della città. Eppure ieri proprio da lui mi è arrivata un'email dura, amara, disperata. Purtroppo, so anche che non è l'unico da un po' di mesi a questa parte a provare gli stessi sentimenti: ''Mi sono vergognato di essere napoletano e ho capito che oramai questa città è morta e che, di fronte alla gravità della situazione, nessuno può fare più nulla per salvarla. Alle persone oneste e laboriose, ai giovani in cerca di un futuro, a chi ha amato la vecchia capitale del mezzogiorno d’Italia, oggi agonizzante – “ Napoli addio “ titolava qualche anno addietro un noto settimanale - resta una sola cosa da fare, dare pratica attuazione all’amara esortazione del grande Eduardo: “Fujtevenne!”.

Due giorni fa arriva un comunicato delle Ferrovie. Riparte la campagna  'No ticket, no party', annunciano. E assicurano: ''Saranno ammessi a bordo treno esclusivamente passeggeri con regolare titolo di viaggio''. Ventiquattro ore dopo scoppia il finimondo sull'Intercity plus 520 delle 9,24 per Torino. Fazzoletti sul volto, bastoni in mano, petardi lanciati in aria,  alcune centinaia di tifosi si radunano davanti alla stazione ferroviaria. Sono le nove del mattino,  vogliono arrivare a Torino per la partita e vogliono arrivarci ad ogni costo. Con il passare delle ore il gruppo si ingrossa. Diventano mille-millecinquecento. I più decisi superano gli sbarramenti, forzano i cordoni di controllo e si impadroniscono dell'Intercity. Quattro dipendenti delle Fs rimangono contusi. Nella stazione ci sono un centinaio di agenti, una parte in assetto antisommossa ma non possono fare molto. La stazione è piena di bambini e famiglie al rientro dalle vacanze. Ad un certo punto arriva un ordine del Prefetto: fateli salire. 'Motivi di ordine pubblico', spiega. Le Ferrovie aprono gli sportelli agli ultrà e consigliano ai passeggeri già a bordo con i loro biglietti e i posti prenotati da settimane, di scendere e trovare 'un'altra soluzione'. Almeno 250 persone si vedono costrette a trovare una soluzione. Il treno parte dopo le dodici e mezza e si ferma definitivamente a Roma dove arriva con 11 carrozze su 15 gravemente danneggiate e danni per 500 mila euro. C'è anche il questore di Napoli, Antonio Puglisi, alla stazione di Napoli. Assicura di aver parlato con i tifosi: tutti erano «regolarmente muniti di biglietto». Il questore precisa che i tifosi «sono stati controllati da noi uno per uno, sia nella fase iniziale che in quella finale». E spiega anche il ruolo dei responsabili delle tifoserie che hanno «aiutato a risolvere i problemi».  «Era una giornata particolare per Trenitalia che ha dovuto fare i conti con una disponibilità non immediatamente sufficiente - ha detto Puglisi - i numeri non ci hanno aiutato, la capienza non sufficiente subito ci ha creato qualche problema di gestione della folla». In realtà è difficile che tutti potessero avere il biglietto su un treno a prenotazione obbligatoria.  Ma sarà compito di un'indagine accertare la verità. Il governo ha chiesto al questore una relazione sulla vicenda. I tifosi sono arrivati in ritardo allo stadio: hanno urlato, menato, bevuto, fumato. Per fortuna il Napoli non ha perso altrimenti che cos'altro avrebbero combinato? Per il ritorno, sono stati innanzitutto scortati dallo stadio alla stazione e poi la Questura di Roma ha chiesto a Trenitalia di aggiungere vetture a diversi convogli ai treni per Napoli.  I treni sono stati aggiunti e intorno alle 23,30 la situazione è tornata alla normalità. E' la prima domenica di campionato: immaginare il ripetersi ogni domenica di episodi simili sembra davvero eccessivo. Il problema dei tifosi nasce da quando Trenitalia ha deciso di non organizzare più treni speciali per motivi economici. Da due anni, chi vuole, paga regolare biglietto intero e parte. E quindi 3 - 400 tifosi tutti assieme su un treno ordinario possono essere un problema ma al tempo stesso Trenitalia non può non far salire dei tifosi se hanno il biglietto. Dopo l'episodio di ieri è sempre più chiaro che Trenitalia non può non far salire dei tifosi, comunque, biglietto o no. Ed è sempre più chiaro che una soluzione al problema va trovata.

 

Il deserto degli Avatar - BRUNO RUFFILLI

TORINO - Sembrava l’alba di un nuovo mondo, Second Life. Sembrava che per internet stesse arrivando un’ondata di entusiasmo come alla fine degli anni Novanta, quando gli investitori si lanciavano sul web con capitali e personale, anche se con le idee un po’ confuse. Sembrava una nuova rivoluzione culturale, che richiamava titoli su giornali e riviste, oltre che libri a non finire. E invece. La bolla è scoppiata: sono quasi quindici milioni gli iscritti in tutto il mondo, ma solo 460 mila quelli che si sono connessi almeno una volta nell’ultima settimana. E soprattutto aumentano le aziende che chiudono le sedi aperte appena qualche mese fa con grande dispiego di comunicati stampa: in silenzio però, perché ormai Second Life non fa più notizia. E’ stata prima una curiosità, poi un’opportunità economica e un mezzo per acquistare visibilità. Infine, dopo qualche scandalo amplificato più o meno ad arte, sul mondo inventato nei Linden Labs è sceso il silenzio. Rifarsi una vita. Le premesse erano entusiasmanti: dimenticare le miserie della vita di ogni giorno e inventarsene un’altra dove essere realmente ciò che si è: alti, belli, ricchi, indipendenti. Cambiando sesso ed età come si cambia abito, immaginandosi una biografia tutta nuova, a partire dal nome. Che poi non è il proprio, ma quello dell’avatar, l’alter ego digitale con cui gli iscritti di Second Life interagiscono fra loro. Dalla nascita, il 23 giugno 2003, l’economia di Second Life è stata in costante crescita, e in parecchi hanno lasciato un lavoro reale per dedicarsi agli affari virtuali. Vendendo di tutto, dal tatuaggio personalizzato alle isole private, dai biglietti per i concerti alle parti del corpo. E sono molte le agenzie di escort, che propongono compagnia per la vita virtuale o reale: si può vivere una notte di passione tra i pixel con un’avatar focosa, ma anche chiederle di vedersi al bar all’angolo per un incontro in carne ed ossa. L’economia. Presto sono arrivate le aziende, prima quelle legate al mondo dell’informatica e dei videogames, poi tutte le altre: dalla Reuters, che ha aperto un ufficio di corrispondenza, all’italiana Gabetti, cui si deve una delle prime agenzie immobiliari di Second Life. Senza dire dei concerti virtuali, dei lanci di nuovi prodotti, delle vetrine di lusso: lo scorso anno anche Armani ha aperto una filiale del suo Emporio. Spuntano addirittura diverse linee aeree, un vero controsenso visto che in Second Life basta un bottone per teletrasportarsi da una parte all’altra. E’ il segno che il virtuale è di moda, proprio come i siti web qualche anno fa. Ma la strategia di media e agenzie di marketing è timida e incerta, e si limita a concepire gli eventi virtuali come la semplice copia di quelli reali: per presentare Windows Vista, ad esempio, Microsoft allestisce degli spazi in varie isole, ma tutto quello che si vede è un megaschermo che proietta un filmato e qualche avatar-comparsa che assiste. La politica. Ségolène Royale aveva aperto il suo comitato elettorale su Second Life, dove supporter reali e virtuali potevano incontrarsi e discutere; era lei stessa a dare il benvenuto con un messaggio video, auspicando un dibattito costruttivo e rispettoso delle reciproche opinioni. Second Life non l’ha aiutata nella corsa all’Eliseo, ma anche a Le Pen non è andata granché bene: attaccato da «bombe maiali», ha dovuto rinunciare ad un comizio. In Italia Antonio Di Pietro, dopo il blog e il sito web, ha affittato su Second Life un’isola e un edificio in stile giapponese; conferenza di presentazione, titoli su tutti i giornali, e poi nulla, a parte una misera bandierina con lo stemma dell’Italia dei Valori. Dall’altro lato, quello dell’antipolitica, anche da Beppe Grillo non è che ci sia un grande affollamento, anzi nel pomeriggio di ieri il faccione immobile dell’ex comico riempiva gli schermi virtuali sulla piazza deserta. Non è solo colpa della domenica estiva: la politica si sposta altrove, ad esempio su Facebook (Di Pietro è arrivato anche qui), al massimo nei forum dei vari partiti, ma su Second Life non decolla. Gli avatar sono sospettosi, e spesso intuiscono che a gestire la presenza di politici e notabili siano in realtà giovani segretari appassionati di mondi virtuali e giochi di ruolo, come spesso accade. Addio al business. «Non posso dire che le mie vendite su Second Life vadano peggio del solito, ma solo perché non sono mai decollate davvero». Harper Ganesvoort è sarcastico: vende quadri, ma in quattro mesi ha concluso solo sei transazioni, per un totale di pochi dollari (veri). Non è questo che raccontano le statistiche ufficiali: quasi venti milioni di compravendite nel solo mese di luglio, salvo scoprire che, di queste, oltre 18 milioni sono inferiori ai 500 Lindendollari (meno di due dollari reali). Second Life non cresce più, e deve pure fare i conti con l’abbandono del presidente Philip Rosedale e di Cory Ondrejka, uno dei programmatori che l’hanno ideata. La loro invenzione non morirà, e anzi i micro-mondi virtuali si stanno moltiplicando (quello di Sony è online da qualche mese). Ma non si è avverato il loro sogno di navigare in internet e interagire con gli altri attraverso il computer come accade nel mondo reale: sono milioni gli iscritti che hanno passato pochi minuti in Second Life e poi l’hanno abbandonata per sempre, scoraggiati dalla difficoltà nel controllare i movimenti, dalla lentezza esasperante, dalla necessità di computer potenti e programmi sempre aggiornati. Così la seconda vita, oggi, è uno sterminato cimitero. Di avatar.

 

I cacciatori del tempo che non c'è più - MARIO BAUDINO

TORINO - A Caltanissetta hanno ascoltato e registrato storie di solfatara e di rivolte, ripiombando per un attimo in un libro di Verga dislocato però negli Anni Cinquanta: quando, in qualche modo, Ciaula continuava a scoprire la luna. Un signore il cui padre possedeva una miniera di zolfo, fra molte ritrosie, ha registrato per loro la sua testimonianza sulla vita durissima dei bambini «prestati» dai genitori ai cottimisti, e costretti a lavorare in condizioni assai dure fino all’estinzione del finanziamento. «Non ne parlava volentieri. Ne soffriva - racconta Lorenzo Fenoglio - era una novità anche per i suoi famigliari». Lorenzo Fenoglio, 33 anni, assicuratore, sta girando l’Italia a proprie spese con tre amici più o meno della stessa età. Vivono e lavorano tra Torino e Alba, e hanno inventato da pochi mesi una cosa che prima non c’era, cui stanno dedicando ogni momento libero: una «Banca della memoria», dove si accumulano testimonianze di vita vissuta, persone nate prima del 1940 che si narrano nel modo più libero, senza interferenze. La banca è costituita da filmati, sta su Internet e parla di guerra, di lavoro, di avventure e di sentimenti. C’è di tutto, è un mondo apparentemente caotico dove emergono spezzoni di un’Italia antica, in apparenza remota come se fosse un altro Paese, un tempo sprofondato ma con tutti i suoi traumi e i suoi sorrisi, e le antiche saggezze. Il signor Fabio Riccitelli, da Città di Castello, racconta il suo viaggio di nozze del ‘59 o del ‘60, non ricorda bene, quando a bordo di una Cinquecento se ne andò con la sposa verso la Francia, attraversando Genova lungo il porto, fra rotaie e carrelli. «Viaggiare allora era una cosa magnifica, anche in Cinquecento», dice con uno sguardo da Topolino amaranto. Poi scoprirono la Francia, e dato che «avevano sentito parlare di Saint-Tropez» ci andarono. Chiesero a un tipo che cosa si poteva mangiare, scoprirono la bouillabaisse e insieme al forte sapore d’aglio furono investiti da un vento di prudenza. «Continuiamo con i quattro soldi rimasti, o compriamo il frigorifero?». Decisero per la seconda ipotesi, e tornarono «con l’aglio nella bocca». Non è solo aneddotica. E’ la storia dal punto di vista della gente comune. Come quella volta, nel ‘44 sul greto del Tevere, in cui la scarsa igiene, una volta tanto, salvò la vita a un certo Amedeo, come racconta il signor Antonio Borettini. Il giorno prima due militari tedeschi avevano udito un pescatore che, dopo aver gettato certe reti a imbuto nel fiume, - si chiamavano «i topi» - segnalava ai compagni che era «ora de cavalli», cioè di trarli fuori. I tedeschi pensarono ai quadrupedi, che come tutto il bestiame veniva accuratamente nascosto per sottrarlo alle razzie, e coi mitra puntati chiesero perentoriamente dove fossero questi ambiti cavalli. Finì male, per loro. Vennero disarmati e messi in fuga da un giovanotto ardimentoso, «molto intrepido e anche un po’ bandito. Dopo la guerra ha fatto una banda di rapinatori». Il mattino dopo, all’alba, scattò la retata. Cascine rastrellate, abitanti nelle aie alla ricerca del colpevole. I tedeschi credettero di riconoscere Amedeo, che non c’entrava niente. Il poveretto stava per fare una brutta fine, se a gesti e parole smozzicate qualcuno non avesse fatto notare i piedi neri di letame. Era andato a dormire la sera prima senza nemmeno lavarsi. E non poteva quindi essere stato nell’acqua. E’ un «piccolo episodio», dice il signor Borettini. Ha ragione. Era destinato probabilmente a non entrare in nessun archivio, e non essere preso in esame dagli storici, insomma a morire un po’ alla volta. Il caminetto telematico, questo raccontare per il piacere di ricordare lo ha salvato. E con lui ha salvato l’immagine della pesca nel fiume, e del paziente rituale per catturare i pesci al momento dell’accoppiamento, creando per loro nelle pozze una serie di percorsi obbligati alla fine delle quali c’erano i «topi» ad attenderli. Il caminetto telematico funziona così. E’ una macchina fluida, appena solcata da un embrione di classificazione per categorie. La sua imperfezione è la sua vita. E la sua vita è talmente tumultuosa che sta crescendo a dismisura, in Italia e all’estero, mettendo a dura prova le energie e le disponibilità della «banda dei quattro». Luca Novarino, agente di commercio, 34 anni, Franco Nicola, impiegato in un’azienda dolciaria, 35 anni, Valentina Vaglio, che lavora nella comunicazione e ha 27 anni, oltre a Fenoglio, ci pensarono per la prima volta un anno fa, durante una vacanza in Vietnam, in un posto che si chiama Hoi-an ed associa un suggestivo paesaggio costiero a rilevanti monumenti storici. «Chissà, forse lo spazio dell’Oriente ha dato una mano. Da tempo vagheggiavamo un lavoro con un importante risvolto sociale, e ci piaceva l’idea di cercare tradizioni e testimonianze, non solo nel campo del cibo. Ci saremo detti mille volte: perché non andiamo nelle Langhe e ci facciamo raccontare tutto, ma proprio tutto quel che ricorda, da qualche anziano, davanti a un bicchier di vino?». Però non ci si decideva mai. Quel giorno, in Vietnam, giurarono solennemente - come i tre moschettieri più d’Artagnan - che appena tornati si sarebbero messi all’opera per davvero. «Non solo per ascoltare. Soprattutto per registrare». Cominciarono con i propri parenti, poi con quelli degli amici, e a poco a poco misero insieme i primi video, dedicando all’opera tutto il tempo libero. All’inizio di questa estate è nato il sito www.bancadellamemoria.it, e prima ancora che potessero rendersene conto è esploso. L’idea della «banca della memoria» ha dimostrato una forza particolare e nuova perché rappresenta qualcosa di moderno e di antico al tempo stesso. Non è un archivio, innanzi tutto, come potrebbe essere ad esempio quello notissimo dedicato ai diari da Pieve di Santo Stefano. Non è una biblioteca, né una struttura altamente organizzata e specialistica. In senso lato le banche della memoria sono numerosissime, com’è ovvio. Basti pensare a quelle dedicate alla Shoah, o alla Resistenza (con le reti degli istituti storici), per non parlare degli archivi sulle «scritture» delle donne, o del lavoro. Catalogare, raccogliere, preservare, salvare dall’oblio sembra essere una delle necessità più sentite - e talvolta avversate - del nostro tempo. Qui siamo su un terreno diverso: c’è una memoria, se non anarchica, fluida. Libera, che non cerca note a margine, verifiche, contesti. E’ una sorta di memoria spontanea, qualcosa di molto vicino a quella che veniva e in certi casi viene ancora tramandata nelle società tradizionali, memoria sempre più pericolante, davvero a rischio. All’incrocio con Internet trova possibilità di salvezza e anche di rilancio, fuori da tutti i canoni, dalle gerarchie di rilevanza che deve fare ogni studio sistematico, decidendo che cosa tenere e che cosa lasciare, che cosa porre in primo piano e che cosa sullo sfondo. Qui ogni elemento sta sullo stesso livello degli altri, dove tutto è possibile. Come dice lo slogan della banda dei quattro, queste sono «le esperienze di una vita raccontate da chi le ha vissute». E sono tutte, a loro modo, importanti. E’ il «vissuto» di un’Italia che non c’è più. O il passato in presa diretta, fate voi. O ancora, il mosaico di un Paese diverso nella sua contiguità con il suo - e il nostro - presente. L’Italia che emerge dalla banca della memoria è una lunga serie di istantanee, tutte autonome, e tutte parte di un disegno i cui contorni tendono a sfuggire. Come quella che emerge da un video fra i più recenti, registrato a Milazzo: una signora del ‘20 racconta un’antica processione di San Giuseppe, patrono dei falegnami, interrotta da uno sciopero improvviso: l’arciprete aveva voluto cambiare la musica che accompagnava la cerimonia, sostituendo le marcette con solenni inni religiosi. Ma arrivati al porto, davanti alla ripida salita verso la chiesa, i falegnami che reggevano la pesante statua si arrestarono. «Qui ci fermiamo - proclamarono -. Con questa musica la “inchianata” non la possiamo fare». Finì che andarono su lo stesso, ma solo quando l’arciprete, sconfitto, permise finalmente alla banda di suonare «Zazà».

 

Repubblica – 1.9.08

 

I cittadini in ostaggio - MAURIZIO CROSETTI

Giù dal treno, prego: devono salire gli ultrà. La lunga stagione del calcio malato ricomincia con una storia incredibile, con una resa incondizionata ai violenti, con un sopruso nei confronti di centinaia di cittadini che volevano tornare a casa dalle vacanze. Volevano farlo in treno, il mezzo più semplice e antico, il più sicuro, volevano partire da Napoli e arrivare a Torino, o magari scendere a Roma, o a La Spezia, o a Genova. Avevano il biglietto, si erano già seduti e aspettavano. Poi sono arrivati i selvaggi, le bestie della curva, molte delle quali a viso coperto come banditi, come pirati incappucciati: e il posto sul treno se lo sono preso loro. Impotenti le Ferrovie, la Questura, la Polizia: per evitare il peggio ne hanno certificato un altro, legittimando la legge della giungla. E cioè: sul treno rimangono gli ultrà, mentre i viaggiatori semplici e disarmati, quelli che non sfasciano scompartimenti (500 mila euro di danni), bagni, stadi, quelli che non urlano slogan deliranti e non salutano col braccio teso sono stati gentilmente invitati a scendere e a "trovare altre soluzioni" (il deltaplano, il teletrasporto?). Parapiglia, spintoni, grida varie. Risultato: quattro ferrovieri contusi, poi la mandria parte e va a fare danni allo stadio Olimpico in Roma, invece di essere presa dai poliziotti alla stazione Termini e portata in qualche caserma, come sarebbe stato opportuno. Doveva essere la prima giornata del calcio nella stagione del dialogo, della tolleranza con riserva: tutti gli stadi aperti, tutte le trasferte permesse. Una linea di credito aperta dal Viminale nei confronti del tifo estremo perché magari capisse, e partisse bello quieto per non farsi di nuovo togliere le sue amate curve, quei luoghi di impunità dove sfogare frustrazioni di vite sbagliate. Ma i mille ultrà del Napoli hanno dimostrato subito che dare fiducia a certa gente è sbagliato, oltre che inutile, e penalizza gravemente la società civile. Da oggi, trasferte di nuovo blindate e curve militarizzate, con enorme esborso di pubblico denaro. In sostanza, il calcio dei violenti sarà arginato grazie al denaro dei contribuenti, cioè quelle stesse persone che ieri i violenti hanno sbattuto giù dal treno. Non è proprio un cerchio che si chiude, ed è comunque un'ingiustizia. La cosa che più sorprende, proprio perché la più prevedibile, è la resa incondizionata da parte dello Stato. Perché si sapeva da tempo che il 31 agosto, giorno del grande rientro dalle ferie, avrebbe intasato le stazioni ferroviarie creando ingorghi di viaggiatori e tifosi, vacanzieri e ultrà. Ma oltre un generico invito a non usare certi treni non si è andati, come se poi fosse possibile cercare facili e rapide alternative. E una volta arrivati nel cuore del caos, tra fumogeni e insulti, si è preferito non applicare la legge in difesa del cittadino ma governare la mandria dandole di fatto ragione, autorizzandola a cacciare gli altri dagli scompartimenti. Un precedente gravissimo che racconta uno Stato assente, e che legittima simili tentativi futuri. Coraggio, amici ultrà: fate quello che volete, organizzatevi, prendete spranghe e bastoni. Siete più numerosi e più cattivi, dunque avete ragione voi. Dove, il prossimo agguato? Perché non all'ospedale, ai grandi magazzini, in qualche cinema? Come dite, non avete il biglietto? Non sarà mica un problema. "I numeri non ci hanno aiutato" spiega il questore di Napoli: una frase che adesso pare una barzelletta. Perché dovrebbe essere la legge ad aiutare il cittadino, non il gioco dei numeri e il suo uso violento. I padroni abusivi del treno, proprio di quei numeri si sono fatti forza, e scudo. E allo stadio, cancelli sfondati. Alla fine, pure un accoltellato e un tizio preso con un martello in mano. Anche se le parole più drammatiche sono quelle della mamma che voleva salire su quel treno, e ne è stata invece cacciata, perché doveva portare il figlio all'ospedale Gaslini di Genova per una visita medica importante. La prossima volta, ci vada in automobile. O scelga un ospedale diverso, in un altro Paese, dentro uno Stato in cui la gente normale non è ostaggio delle bestie da stadio.

 

L'affondo di Epifani: "Il piano va cambiato" - ROBERTO MANIA

ROMA - Nessun ultimatum. Come sempre Guglielmo Epifani usa i toni pacati, ma è altrettanto netta la sua strategia per affrontare una partita decisiva anche per il futuro del sindacato: l'ultima crisi dell'Alitalia con le nuove regole del gioco approvate dal governo Berlusconi, con la cordata di imprenditori italiani guidata da Roberto Colaninno e benedetta dalla Confindustria. E con i sindacati considerati i primi responsabili del mancato accordo con Air France. Appena tornato da Denver, dove ospite dei sindacati americani ha partecipato all'incoronazione di Barack Obama, Epifani ha fatto il punto con la delegazione della Cgil che da oggi affronterà al ministero del Lavoro il negoziato per l'Alitalia. "Non possiamo accettare la logica del prendere o lasciare", ha detto il leader della Cgil impostando la trattativa. E sarà questa la risposta che arriverà al tavolo di Via Flavia anche all'advisor Corrado Passera per il quale senza l'accordo con il sindacato il progetto per la Nuova Alitalia rientrerà nel cassetto. Le regole di una trattativa, per la Cgil, restano quelle di sempre. Anche se l'Alitalia è fallita, anche se il suo commissariamento è del tutto anomalo, anche se sulla carta c'è già una nuova compagnia, anche, infine, se è difficile immaginare un'alternativa che non sia baratro per i ventimila dipendenti della Magliana. "Bisogna negoziare. Ci vuole una trattativa vera", ha insistito Epifani. "Aprire un confronto a partire dal piano industriale". Poi ci sarà la gestione degli esuberi. Ma c'è anche un altro fronte che ora interessa l'Alitalia e che domani potrà riguardare qualsiasi altra impresa in difficoltà: la possibilità di cedere rami d'azienda e anche di singoli lavoratori a un'altra società. "Nel decreto del governo - è allora la tesi di Epifani - ci sono problemi seri. Va rimesso a posto, cambiato". Perché il rischio è che di fronte a una fase di difficoltà un'azienda possa disfarsi di alcuni pezzi. È una questione che la Cgil ha già osteggiato all'epoca della legge Biagi. Insomma la Cgil punta a un confronto a tutto campo: capire, da una parte, se l'obiettivo rilanciare l'Alitalia oppure ridimensionarla a un vettore regionale con scarse prospettive sul terreno della competitività e chiarire, dall'altra, tutte le implicazioni del decreto che ha fissato le nuove procedure fallimentari. Ragionamento che vale anche per gli ammortizzatori sociali. Perché se per gli esuberi dell'Alitalia sarà possibile ricevere per quattro anni l'indennità di cassa integrazione e per tre, senza alcuna interruzione, quella di mobilità, indipendentemente dall'età e dalla regione di residenza, questo dovrà essere possibile per tutti gli altri lavoratori. "Le regole - sostiene Epifani - devono essere uguali per tutti". Sul negoziato peserà, indirettamente, pure il ruolo degli industriali, quelli che hanno dato vita alla cordata, ma non solo. "Il loro atteggiamento - ha sostenuto Epifani - non mi stupisce. Conosco bene gli industriali italiani. In quella cordata c'è chi ci si è messo per una sfida, come Colaninno, ma pure chi lo fa visibilmente per altri fini (penso ai costruttori o agli assicuratori) e chi ancora con qualche conflitto di interesse (Benetton tra tutti). E invece il successo di un'azienda, come insegnano i rilanci di Fiat e Piaggio, dipende proprio dalla concentrazione sul core business". Né si può dire che "le regole del gioco le fissa le politica e l'imprenditore si adegua". "Perché quando il centrosinistra ha approvato alcune norme pro labour la Confindustria si è fatta sentire, ha protestato. Eccome". Ecco, la Confindustria di Emma Marcegaglia, il cui gruppo è entrato nel capitale della Compagnia aerea italiana, e con la quale da domani si riparlerà della riforma dei contratti. Ed è una critica forte quella che Epifani ha rivelato ai suoi: "Colpisce la disinvoltura della Confindustria rispetto al tema dei conflitti di interesse, delle leggi ad hoc. Mi pare più "adattabile", meno ferma sui principi di fondo rispetto a poco tempo fa".

 

"Fermate il test sul Big Bang o la Terra sparirà" - ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - Per gli studiosi che si apprestano a spingere il pulsante d'accensione, si tratta di ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il Big Bang: ovvero di riportarci indietro nel tempo sino al momento della creazione del nostro universo, all'inizio del mondo. Ma per un gruppo di preoccupati ricercatori l'esperimento che dovrebbe cominciare tra dieci giorni in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, comporta il rischio della fine del mondo, la distruzione e anzi la letterale scomparsa del nostro pianeta. Così, all'ultimo momento, gli oppositori del progetto hanno presentato un ricorso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani, che in teoria potrebbe bloccare il più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi. Oggetto della contesa è il Large hadron collider, un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi centigradi, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Venti paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno finanziato il progetto, che dopo anni di preparativi dovrebbe prendere il via il 10 settembre al Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra. Qualcuno, tuttavia, teme che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando effettivamente un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni. Gli scienziati di Ginevra ribattono che non c'è assolutamente nulla da temere: ci sono scarse possibilità che l'acceleratore formi un buco nero capace di porre una minaccia concreta al pianeta, dicono, perché la natura produce continuamente delle collisioni di energia più alte di quelle che saranno create artificialmente dall'acceleratore, per esempio quando i raggi cosmici colpiscono la terra. Esperimenti di questo tipo, inoltre, sono stati condotti per trent'anni, senza avere risucchiato nemmeno un pezzettino della terra né causato danni di qualsiasi genere. Vero è che il nuovo acceleratore ha suscitato attenzioni e polemiche perché è il più grande mai costruito, con una circonferenza di 26 chilometri e la possibilità di lanciare particelle atomiche 11.245 volte al secondo prima di farle scontrare una contro l'altra a una temperatura 100mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole. La speranza è individuare, così facendo, le teoriche particelle chiamate bosoni di Higgs, giudicate responsabili di avere dato massa, ovvero peso, a ogni altra particella esistente. Ma gli scienziati ammettono che ci vorranno anni prima di arrivare eventualmente a un risultato del genere, per le difficoltà nel trovare particelle così infinitesimamente piccole nel caos primordiale post-Big Bang creato dentro l'acceleratore. Abbiamo ancora dieci giorni per salvare la terra?, si chiede, con leggera ironia, il Sunday Telegraph. "I miei calcoli indicano che il rischio che un buco nero mangi il pianeta a causa dell'esperimento è serio", afferma il professor Otto Rossler, un chimico tedesco della Eberhard Karls University che ha presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani insieme ad alcuni colleghi. Replica James Gillies, portavoce del Centro Ricerche Nucleari di Ginevra: "Il ricorso non introduce nessun argomento che non sia già stato esaminato e respinto in passato, se questi esperimenti fossero rischiosi lo sapremmo già". In ogni caso lo sapremo con certezza dopo il 10 settembre, se la Corte Europea, come sembra di capire, darà luce verde all'iniziativa: che non sarà la "fine del mondo", ma un po' di curiosità al di fuori dei confini della scienza, in questo modo, l'ha ottenuta.

 

Corsera – 1.9.08

 

«Nuova Alitalia? Né a destra né a sinistra» - Dario Di Vico

MILANO - «È un piano serio, è un piano che può permettere ad Alitalia di tornare a competere e crescere sul mercato. E' un piano difficile, perché difficilissima è la situazione in cui si trova Alitalia. Non è paragonabile al piano di Air France, perché quest'ultimo faceva scomparire Alitalia come azienda autonoma e comunque era prima della crisi del petrolio che ha fatto fallire decine di linee aeree e che la Iata definisce paragonabile a quella post 11 settembre. Anche il presidente di Air France, Spinetta, mi ha confermato che la loro proposta sarebbe stata del tutto inadeguata a risanare Alitalia alla luce degli eventi successivi. In ogni caso se ci saranno offerte migliori il commissario le valuterà sicuramente». Ma cosa qualifica il piano rispetto alle precedenti ipotesi? «Il raggiungimento, grazie ad AirOne, di una dimensione sufficiente per il rilancio del vettore sul mercato non solo domestico, ma anche internazionale. La produttività e un servizio che saranno in linea con i migliori concorrenti. Il completo rinnovo della flotta unito al ridisegno del network per soddisfare le esigenze del mercato italiano. E poi una grande alleanza internazionale». Eppure la critica che vi viene rivolta è di far arretrare la cultura di mercato. «Al contrario, è un piano di mercato ed è finalmente una privatizzazione di Alitalia da tanti anni tentata e mai riuscita. Credo nel libero mercato e credo di aver contribuito allo sviluppo della concorrenza sia ai tempi della telefonia mobile, che alle poste, che in banca. Se oggi l'Italia ha due banche tra le prime del mondo è grazie alla formidabile iniezione di concorrenza che si è saputo introdurre nel settore. Privatizzazioni e liberalizzazioni che hanno portato al consolidamento, alla crescita e a uno standard di innovazione mai viste precedentemente». Ammetterà che il rilancio dell'Alitalia avviene però sotto il segno della cultura dei campioni nazionali e della deroga alle norme antitrust. «Ogni settore ha le sue regole del gioco e non esistono schemi di privatizzazione validi per tutti. Ogni grande compagnia europea è prima di tutto campione nazionale a casa propria, con posizioni dominanti che arrivano in qualche caso al 90%, come in Francia. La nuova Alitalia arriverà a meno del 60% ed in ogni caso l'Antitrust vigilerà. Se poi lei si riferisce alla tratta Roma-Milano il vero concorrente è il treno che in un paio di anni potrà raggiungere anche il 50% del mercato». Il rischio però è che si tratti di una privatizzazione pagata dai consumatori. «Non sarà così. Il nostro piano è nell'interesse sia dei consumatori sia dei cittadini. E' nell'interesse dei consumatori perché migliora il servizio e aumenta l'efficienza. Tiene conto anche degli interessi della comunità nazionale. Salvaguardare l'italianità della compagnia di bandiera serve a rafforzare le chance dell'Italia in campo turistico e renderla più aperta agli scambi e all'internazionalizzazione. Sono valori economici anche questi». Italianità? Ma Air France o Lufthansa o British Airways potrebbero fare un calcolo di questo tipo: mettiamo un piede dentro pagando solo il 10% e poi domani facciamo il colpo dando un po' di soldi agli imprenditori e ci prendiamo tutto. Nel frattempo il "lavoro sporco" lo avranno fatto gli italiani. Qualcuno è arrivato a evocare il paragone con l'ingresso di Telefonica in Telco. «A parte che l'operazione Telefonica- Telco aveva ed ha una sua logica di cui non ha senso parlare in questa sede, il paragone è comunque sbagliato. La stragrande maggioranza del capitale di Alitalia resterà in mani italiane e tutti gli azionisti hanno accettato di vincolarsi per cinque anni. Noi abbiamo creato le condizioni perché nel 2013 arrivi una compagnia tricolore viva, più efficiente, più competitiva. A seconda di come sarà l'industria del volo allora sarà possibile tracciare il miglior futuro per questa compagnia». Si dice che gli imprenditori che sono entrati in Alitalia hanno realizzato una sorta di scambio con la politica. Eugenio Scalfari lo chiama "imbroglio". Puntano una fiche sugli aerei ma intanto ricavano migliori condizioni nelle concessioni autostradali, fanno il pieno dei lavori dell'Expo e godono di tanta tanta benevolenza governativa. «È una insinuazione sbagliata, pregiudiziale e non vera. Tutti gli azionisti hanno esaminato con grande attenzione il piano ed hanno deciso di investire perché lo apprezzavano come imprenditori e per i risultati economici che si propone di raggiungere. Certamente tutti hanno dato importanza anche al fatto di poter contribuire ad un progetto utile per il nostro Paese, ma la valutazione fondamentale è stata per tutti di tipo imprenditoriale. Guardando la lista di investitori, la maggioranza non ha neanche rapporti con il mondo pubblico». Ma la figura di Roberto Colaninno primus inter pares non rischia di compromettere l'equilibrio della compagine azionaria? «Tutti si sono riconosciuti nella scelta di nominare Colaninno presidente e Sabelli amministratore delegato. Sabelli ha condiviso fin dall'inizio le scelte del piano e ha contribuito alla sua messa a punto. Quando anche Colaninno si è aggiunto alla squadra si è potuto riformare un tandem che ha già conseguito grandi risultati in altre operazioni. Contiamo poi sul contributo di tutti gli azionisti e, in particolare, saranno importanti la competenza e le professionalità apportate da Carlo Toto. Senza AirOne l'operazione non sarebbe stata possibile e non avremmo le dimensioni necessarie, gli aerei, la quota di mercato per riuscire». Quale sarà il ruolo di Intesa? «Nelle ultime settimane abbiamo svolto un ruolo strategico di pianificazione e coordinamento del progetto. A questa prima conclusione positiva si è arrivati innanzitutto grazie all'impegno di Gaetano Micciché e del suo gruppo di lavoro e poi di tutti gli imprenditori che hanno creduto in questo progetto. Ora come Intesa Sanpaolo assumiamo il ruolo di azionisti insieme agli altri». E il dibattito interno al gruppo Intesa Sanpaolo come prosegue? La stampa ha parlato di visioni diverse tra il Consiglio di Sorveglianza e quello di Gestione con il timore da parte del primo di favorire eccessivamente il governo Berlusconi. «La dialettica è sempre utile per arrivare a decisioni giuste e condivise. Sia il Consiglio di Gestione che quello di Sorveglianza hanno interpretato al meglio il proprio ruolo e fornito il loro contributo. Tutte le scelte su quest'operazione sono state fatte all'unanimità sia nei due consigli sia nei comitati strategici della banca. Non è mai sorto il problema del cui prodest, ma si è discusso sempre e solo della validità del progetto, così come nei molti altri casi in cui la banca ha impegnato del capitale per rendere possibili grandi progetti di ristrutturazione e rilancio di aziende italiane». Un indirizzo che avete seguito e seguirete con tutti i governi? «Da sempre ci muoviamo così senza badare al colore della coalizione che governa il Paese. Chi sia il presidente del Consiglio e quale la maggioranza che lo sostiene, ai fini delle nostre decisioni è irrilevante. Anche al governo Prodi abbiamo offerto la nostra collaborazione sul dossier Alitalia, ma non si sono create le condizioni». A suo tempo la banca sostenne la proposta d'acquisto da parte di AirOne. «Seguiamo la vicenda da due anni. In una prima fase abbiamo sostenuto l'offerta AirOne ma non si è creduto nella bontà del nostro piano e non siamo stati ammessi neanche alla due diligence. Nella fase successiva in cui la crisi di Alitalia si è aggravata e siamo entrati in una fase diversa e più critica. La somma Toto più Alitalia non era più sufficiente per affrontare l'emergenza Alitalia e i nuovi prezzi del carburante; servivano altre energie imprenditoriali e le abbiamo trovate. L'Alitalia, per poter attirare capitali, aveva bisogno di un risanamento e riorganizzazione ancor più profonda». Lei la chiama riorganizzazione profonda ma i suoi critici dicono che si tratta di un revival della vecchia e perniciosa attitudine italiana a privatizzare i benefici e a socializzare i costi. Addossando allo Stato esuberi di personale, indennizzi ai piccoli risparmiatori e quant'altro. «Penso solo una cosa: il fallimento dell' Alitalia scaricherebbe sulle spalle dello Stato oneri di tutti i tipi. Qualcuno fa finta di dimenticarselo e dimentica anche che la compagnia è stata ridotta in fin di vita da anni e anni di cattiva gestione e di responsabilità diffuse». Si parla molto in questi giorni di una collaborazione tra il governo di centro- destra e le più importanti realtà imprenditoriali e bancarie del Paese. C'è chi è arrivato a paragonare il piano di risanamento Alitalia alla commissione Attali varata in Francia dal governo Sarkozy. E del resto anche lei in più occasioni e in tempi non sospetti ha sostenuto che una esperienza à la Attali avrebbe fatto bene all'Italia. «Accetto il paragone almeno in parte. La commissione Attali è stato sinonimo di un impegno no partisan, di interventi economici e infrastrutturali coordinati in vari settori, di progetti di lungo termine che mobilitano risorse pubbliche e private. Anche in questo caso la ristrutturazione di Alitalia non potrà, ad esempio, prescindere da una riorganizzazione del sistema aeroportuale. L'Alitalia non è né di destra né di sinistra. Questo è il nostro modo di lavorare». Ma la logica Attali può estendersi dall' Alitalia anche ad altri progetti. Senza essere particolarmente originale penso alle infrastrutture… «Ci sono progetti Paese che vanno sicuramente al di là dei tempi della politica. Ci sono opere nel campo della scuola, della giustizia, dei trasporti che ogni governo dovrebbe portare avanti facendo il suo pezzo di strada. Credo sinceramente che questo sia l'auspicio di moltissimi italiani, che magari non hanno mai sentito parlare di Attali, ma che vogliono vedere i problemi risolti e non ricominciare da capo in una direzione diversa ad ogni cambio di governo». Non tutti ricordano che in definitiva è stato il sindacato a bocciare il vecchio piano Spinetta e ad affossare l'ipotesi Air France, non teme che possa accadere lo stesso anche questa volta con il piano Intesa? «Tutti i progetti di risanamento e rilancio che ho vissuto, li ho condivisi con il sindacato. La mia esperienza dimostra che anche in caso di ristrutturazioni aziendali difficili, di fronte a piani credibili, onesti e di sviluppo il sindacato non si è mai tirato indietro. Confido che anche questa volta vada così e che si abbia il coraggio di fare in Alitalia ciò di cui l'azienda ha bisogno e che non ha fatto negli ultimi anni».

 

Colaninno gela i sindacati: «L'alternativa al piano è il fallimento»

ROMA - «L'auspicio è quello di trovarci di fronte a una trattativa vera» aveva detto Franco Nasso, segretario generale della Filt-Cgil in vista dell'apertura, lunedì pomeriggio, del tavolo tra governo e sindacati sul piano di salvataggio per Alitalia. Ma a poche ore dall'incontro arriva una "doccia fredda" Roberto Colaninno, presidente della newco Compagnia aerea italiana. In un’intervista al Financial Times il presidente di Immsi ha detto che non ci potrà essere una «normale trattativa» e che i sindacati «devono capire che l’alternativa è il fallimento». Interpellato sulla possibilità di resistenze ai tagli dell’organico e a rinegoziazioni contrattuali, il manager avverte che gli attuali contratti di lavoro dei dipendenti Alitalia non sono più validi. Guardando al compito che lo attende parla di «una sfida molto eccitante. Mi piace molto, questo fa parte della mia personalità». Secondo il quotidiano britannico il manager italiano, 65 anni, è uno «specialista dei rilanci», con importanti precedenti in Olivetti e in Piaggio. Guardando alla situazione generale del Paese, Colaninno dice che «è ora di finirla di piangerci addosso e metterci a fare qualcosa: smettiamola di discutere al bar per non fare nulla. Se non faremo così, il futuro dell’Italia sarà molto cupo». Molto distante la posizione del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che in un'intervista all'Unità sottolinea che quello con il governo «deve essere un confronto vero sul piano industriale, non un prendere o lasciare. Se non fosse così non ci sarebbe il nostro consenso» avverte. «La nostra posizione è chiara - dice il leader della Cgil -. Non siamo disposti a discutere di esuberi se non si discute di piano industriale. Solo dopo aver convenuto su questi punti è possibile affrontare il tema organici. Passera dice che è fondamentale l'accordo con il sindacato? Bene. Ma questo significa confrontarsi con le nostre opinioni». Quanto la piano di salvataggio, «la mia opinione - dice Epifani - è che questa cordata, sulla quale Passera stava lavorando da tempo e per la quale il governo ha cambiato in corsa le regole, sia formata da imprenditori che, per una parte, hanno altri interessi (penso a quelli che operano nell'edilizia o nel campo delle concessioni pubbliche) e per l'altra puntano sul guadagno finanziario». E «se gli azionisti non si concentrano sul cuore dell'attività c'è il rischio di fallire nell'intento». Un interesse industriale «allo stato non è visibile».

 

La rendita dei comuni - FRANCESCO GIAVAZZI

L’Italia è il Paese, dopo gli Stati Uniti e l’Australia, che consuma il maggior numero di litri d’acqua per abitante: quasi 600 litri al giorno negli Usa, 500 in Australia, 400 in Italia. In Gran Bretagna se ne consumano solo 150, in Germania 190. In parte ciò è dovuto al fatto che la nostra rete idrica è un colabrodo, con una perdita media del 30% e punte del 50%; ciononostante per migliorare i nostri acquedotti investiamo meno della metà di quanto investono gli inglesi (in realtà non tutta l’acqua persa è sprecata: una buona parte viene rubata, spesso per irrigare i campi con acqua potabile. Ad Agrigento, quando i carabinieri hanno sequestrato alcuni invasi illeciti, le cisterne in città quasi scoppiavano tanta acqua arrivava). L’elevato consumo dipende anche dal fatto che nelle nostre città il prezzo dell’acqua è fra i più bassi al mondo: circa 80 centesimi al metro cubo a Roma, contro 4,30 euro a Berlino, 3,50 euro a Copenaghen, 2 euro a Londra. La nostra acqua costa poco, ma illudendoci che sia pressoché gratuita ne consumiamo troppa e alla fine le nostre bollette non sono molto inferiori a quelle inglesi o tedesche. Ciò che accade per l’acqua accade per i rifiuti: oneri di smaltimento molto bassi e quindi, con rare eccezioni (Trento ad esempio), un eccesso di rifiuti. Un altro esempio è il trasporto pubblico locale. I biglietti coprono un terzo del costo: non c’è da stupirsi se i passeggeri, non conoscendo quanto costa davvero il servizio, trattino male gli autobus. Dovrebbero bastare questi esempi per convincerci che vi è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui sono gestiti i nostri servizi locali. Essi dipendono, pressoché senza eccezioni, dalla politica e i politici, anche i meglio intenzionati, si illudono che il modo per aiutare i cittadini — e ottenere i loro voti — sia far pagare poco i servizi. In realtà così facendo contribuiscono al degrado dell’ambiente e, come abbiamo visto nel caso dell’acqua, alla fine non riescono neppure a mantenere basse le bollette. Solo il 5% dei nostri acquedotti è gestito da privati ai quali il servizio è stato affidato in seguito a un’asta competitiva. Gli altri sono gestiti direttamente dagli enti locali, o comunque da società controllate dagli enti locali a cui sono stati affidati senza mai chiedersi se esistesse qualcuno disposto a offrire il servizio a condizioni migliori. Nella scorsa legislatura il ministro Linda Lanzillotta cercò, invano, di condurre in porto una riforma. Per superare il veto di Rifondazione dovette accettare che gli acquedotti rimanessero pubblici. Ma per gli altri servizi quella legge aveva il merito di porre i Comuni di fronte a una scelta chiara: o gestivano il servizio direttamente, o lo affidavano tramite una gara a società terze. Deroghe alla procedura di assegnazione tramite gara dovevano essere approvate dall’Antitrust. La legge non passò non per l’opposizione di Rifondazione, che si accontentò dell’acqua pubblica, ma perché fu considerata un attentato alla tranquilla sopravvivenza del nuovo «capitalismo pubblico locale», le centinaia di aziende a partecipazione pubblica create negli ultimi anni per gestire i servizi locali. Queste società sono diventate il fulcro del potere politico locale: non c'è fusione che non sia accompagnata dal passaggio al modello societario duale in modo che non un solo presidente, non un solo consigliere di amministrazione perda il suo posto. Oggi, grazie alla Lega hanno ottenuto ciò che volevano: l'art. 23-bis del decreto fiscale approvato l'1 agosto prevede che le deroghe alla procedura di gara siano solo comunicate all'Antitrust. Tolte di mezzo le gare, la sopravvivenza del capitalismo pubblico locale è assicurata. La Lega ha definito l'approvazione del 23-bis una vittoria del federalismo. In realtà anziché parte di un grande progetto di riforma delle istituzioni, sembra piuttosto la misera difesa di qualche poltrona alle spalle dei cittadini. All'interno della maggioranza l'opposizione al 23-bis è venuta soprattutto da Alleanza nazionale che ha inutilmente difeso le gare e ora annuncia la presentazione di un nuovo disegno di legge per rivedere in senso più rispettoso del mercato l'intero assetto dei servizi locali. Ma vi sarebbe un modo più concreto per segnalare la propria diversità: An gestisce Roma, una città dove i servizi pubblici sono tutti assegnati senza gara. Quale lezione ai propri colleghi, e anche all'opposizione, se il sindaco Alemanno annunciasse che d'ora in poi a Roma tutti gli affidamenti avverranno tramite gara.

 

Moore: «Gustav? Prova che Dio esiste»

WASHINGTON - L'uragano Gustav in coincidenza con la convention repubblicana? È una prova che Dio esiste. Ama le provocazioni e le iperboli il regista Michael Moore, critico implacabile dell'amministrazione Bush e del candidato repubblicano McCain e autore del film «Farenheit 9/11». Ma questa volta le sue parole non hanno fatto arrabbiare solo i repubblicani. Moore, parlando all’emittente televisiva Msnbc ospite del talk show «Countdown with Keith Olbermann», ha detto ridendo che «Gustav dimostra che c’è un Dio nei cieli», facendo riferimento al fatto che «si dirige su New Orleans giusto il primo giorno della convention repubblicana a Minneapolis-St. Paul, sul fiume Mississippi». Inevitabili le polemiche. Il regista ha poi corretto leggermente il tiro, augurandosi che «nessuno rimanga ferito», ma senza menzionare il pacchetto di stanziamenti da oltre 43 miliardi di dollari per la ricostruzione della Louisiana. Da notare che durante la convention democratica, conclusa dal discorso di Barack Obama a cielo aperto nello stadio di Denver, un gruppo religioso conservatore aveva invitato «tutti gli uomini di fede» a pregare perché si abbattesse «una pioggia biblica». Ma giovedì sera a Denver non è caduta una goccia di pioggia.

 

Frattini: «Né sanzioni né minacce. Mosca alleata irrinunciabile»

Gianna Fregonara

ROMA - Nessuna ritorsione o minaccia a Mosca, perché «se c'è chi crede che l'Europa possa permettersi di considerarlo un governo ostile», deve poi spiegarci come «si possano affrontare i dossier sull'Iran, l'Afghanistan, il Medio Oriente senza la Russia». Così il ministro degli Esteri Franco Frattini, in partenza questa mattina insieme a Silvio Berlusconi per il vertice straordinario dell'Unione Europea a Bruxelles che dovrà sancire la posizione comune dei 27 sulla crisi del Caucaso, spiega la posizione italiana e risponde al premier britannico Gordon Brown, che ieri ha chiesto che Ue e Nato rivedano le relazioni diplomatiche con la Russia. Anche il presidente francese Nicolas Sarkozy ha usato toni duri con Mosca, spiegando che oggi i leader europei dovranno «esaminare seriamente» i rapporti politici e inviare un «messaggio chiaro e unitario alla Russia, insistendo perché completi il ritiro dalla Georgia». «Credo che quello che faremo a Bruxelles sarà, in sostanza, far prevalere in una dichiarazione la linea del sostegno dell'Europa alla ricostruzione della Georgia e dell'aiuto affinché Tbilisi possa avvicinarsi di più alla Ue. Io, che mi sono occupato per tre anni e mezzo di politiche di sicurezza, penso che una iniziativa per i visti europei ai cittadini georgiani per lo spazio Schengen potrebbe essere una buona risorsa». E il ritiro della Russia dal territorio georgiano? «Questo fa parte di uno dei sei punti dell'accordo negoziato da Sarkozy e che la Russia sa che deve rispettare, perché violare il patto renderebbe tutto molto complicato a partire dal rallentamento del negoziato per il Wto». Alla vigilia del vertice la Russia conferma che non farà passi indietro sull'indipendenza di Abhkazia e Ossezia del Sud. «La Georgia farà appello ai tribunali internazionali, sarà un'interessante questione di diritto internazionale». Quali garanzie avete che la Russia ascolterà l'Europa? Finora Mosca non si è dimostrata molto accondiscendente. «Non credo in iniziative di isolamento della Russia. E non ce ne saranno, perché il vertice porterà avanti la linea francese, condivisa dall'Italia. Del resto la presidenza Sarkozy ha già escluso sanzioni, che noi non avremo condiviso come mi sembra neppure i nostri amici tedeschi». Però in questi giorni, anche a Berlino, si fa avanti l'idea di altre forme di ritorsione, come la sospensione (o il rinvio) del vertice Russia-Ue di metà settembre che dovrebbe riconfermare il partnerariato strategico tra Unione e Mosca. «Su questo punto siamo stati molto chiari nel colloquio tra Berlusconi e la Cancelliera Merkel: se vi sono degli appuntamenti Europa- Russia, questi forum vanno conservati. A cominciare dall'incontro a metà settembre per il negoziato strategico Europa-Russia che noi abbiamo fortemente voluto. Non può essere inquinato da una questione molto seria come il rispetto dei sei punti dell'accordo firmato da Sarkozy a Mosca. Per decidere queste ritorsioni ci vuole l'unanimità in sede Ue e non credo che ci sarà». Cioè, se il ritiro russo non fosse avvenuto entro metà settembre, l'Italia si opporrebbe a far saltare il vertice. «Questa è la nostra posizione. Del resto sui tempi del ritiro c'è una questione di interpretazione sollevata dalla Russia, che non è stata sciolta nell'accordo sponsorizzato da Sarkozy». Il premier britannico Gordon Brown minaccia di chiudere i canali di dialogo con Mosca. «Se ci sono Paesi che pensano che con la Russia si possano rompere i rapporti, ci devono anche spiegare come poi tratteremo i dossier come quello del nucleare iraniano. Va bene chiedere il rispetto delle regole, ma deve essere chiaro che è un partner strategico, non un Paese ostile, su questo noi cerchiamo una posizione che unisca l'Europa». L'Italia è stata accusata di avere una posizione meno netta degli altri Paesi europei sulla crisi del Caucaso a causa dei buoni rapporti tra Putin e Berlusconi. «L'Italia ha una posizione più equilibrata e per questo io andrò il 3 e 4 a Tbilisi e Mosca. Lì farò prevalere la posizione di equilibrio, chiedendo alla Russia il rispetto dei patti e ribadendo alle autorità della Georgia che non ci sono scorciatoie per entrare nella Ue, che la crisi di agosto non è un lasciapassare». Più che equilibrata, ci rimproverano i giornali americani, troppo morbida e un po' imbarazzata con la Russia. C'è un raffreddamento dei rapporti con l'amministrazione USA? «Io rispetto i giornali, ma i miei interlocutori sono i governi. E l'Italia si è conquistata un ruolo importante. La Russia ha informato del riconoscimento dell'indipendenza di Ossezia del Sud e Abhkazia solo quattro leader del mondo, uno è stato Berlusconi. Abbiamo avuto l'ok alla nostra mediazione dalla presidenza europea. Bush ha espresso apprezzamento a Berlusconi, per il ruolo svolto». Angelo Panebianco sul Corriere dice che l'Italia è tornata a una politica estera ambigua, come quella del centrosinistra e della prima repubblica, incline ai giri di valzer che rischiano di creare debolezza e instabilità. «Quando il capo dello Stato, il capo del governo, il ministro degli Esteri e il ministro degli Esteri ombra indicano la stessa strada, questa va bene». Lei teme che ci sarà una crisi energetica provocata dalla crisi nel Caucaso il prossimo inverno? «Apprezzo la proposta di Gordon Brown di costruire una politica europea dell'energia, saremmo molto più forti. Non credo però che la Russia pensi a rappresaglie energetiche, perché se è vero che noi abbiamo bisogno di comprare energia, loro devono venderla». E' vero come ha detto Putin che la crisi del Caucaso finirà per far prevalere McCain nelle elezioni americane di novembre? «Credo che dovremo guardare con rispetto alle elezioni americane senza».

 

Putin spara a una tigre siberiana

MOSCA - Vladimir Putin come star mediatica: il premier russo si è concesso una pausa dalle critiche della Nato e dal conflitto in Georgia ed è andato per i boschi della Siberia. E qui ha trovato l'occasione per presentarsi come un eroe. Ha «salvato» una troupe televisiva da un feroce predatore ed è finito sui principali notiziari del Paese. Putin e un team di una tv russa si trovavano domenica pomeriggio in un parco nazionale all'estremo est della Russia per esplorare come gli scienziati osservano le tigri. Quando l'ex presidente e i guardiacaccia si sono avvicinati ad una trappola, nella quale era stata catturata una tigre dell'Amur, l'animale d'improvviso è riuscito a sfuggire. Impaurita, la tigre, che può arrivare ai 450 chili di peso e ai tre metri di lunghezza, si è avvicinata alla troupe della televisione. Senza pensarci un attimo, ha riportato l'emittente russa «Rossija», Putin avrebbe subito sparato e centrato l'animale con un fucile caricato con una siringa di sonnifero (guarda il video). La tigre si è addormentata e la troupe non ha riportato danni. Resta però difficile valutare se l'azione non sia stata inscenata per le telecamere. Alla televisione russa è stata in ogni caso la notizia d'apertura dei maggiori tg. «Vladimir Putin non solo è riuscito ad avvistare in lontananza il predatore, ma ha salvato anche la squadra della nostra tv», ha detto il presentatore del tg di Rossija. Nel servizio viene mostrato il 55enne, ex capo del Cremlino, con mimetica e stivaloni, mentre cammina faticosamente nella taiga, prima di centrare la tigre. Alla fine Putin misura il lungo incisivo del felino che dota di un collare satellitare per poi liberarlo successivamente. Nel corso della visita il premier ha ringraziato i ricercatori americani ed europei per aver partecipato ai programmi per la salvaguardia della tigre dell'Amur. «Dobbiamo ringraziare i nostri colleghi, americani ed europei, per questo loro contributo, in un tempo assai difficile per la Russia», ha detto Putin.


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