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Ferrovie, altri due operai uccisi

Manifesto – 2.9.08

 

Ferrovie, altri due operai uccisi - Antonio Sciotto

Nelle Ferrovie si continua a morire: ieri altre due vittime si sono aggiunte a una conta che si aggiorna purtroppo sempre più spesso. Si tratta di Fortunato Calabrese, di 58 anni, e Giuseppe Virgillito, di 35: entrambi catanesi, uno prossimo alla pensione e l'altro in procinto di sposarsi, sono stati travolti da un treno regionale mentre lavoravano sulla tratta Catania-Palermo. Dipendenti delle Ferrovie, i due lavoratori stavano intervenendo sulla linea ferrata vicino alla stazione di Motta Sant'Anastasia, paese a pochi chilometri dal capoluogo etneo: in un primo momento si è ipotizzato che indossassero cuffie antirumore, perché stavano utilizzando martelletti a compressione; questo avrebbe impedito loro di sentire il fischio di avvertimento del treno in arrivo, che li ha investiti e uccisi. Ma successivamente la procura di Catania ha smentito la notizia: i ferrovieri non indossavano cuffie, né - in questo caso la fonte sono le Fs - indumenti ad alta visibilità. Il macchinista alla guida del treno afferma di averli visti e di aver azionato il fischio, di aver anche gridato. Il problema è che la manutenzione deve essere eseguita in squadre di cinque persone, in modo che almeno due facciano da vedetta in una direzione e nell'altra, avvertendo gli altri in caso di arrivo del treno. Ma degli altri tre colleghi, ieri non sembra essersi vista traccia, anche se le Ferrovie affermano che «la squadra era a norma». Giacomo Rota, segretario Filt Cgil Sicilia, spiega che «la squadra da cui dipendono i due operai che hanno perso la vita è composta da 12 persone, ma 7 risultano "inidonee permanentemente o temporaneamente", e dunque ne rimangono soltanto 5. Perciò, se i due hanno indossato la cuffia anti-rumore, il minimo è che si aspettassero di essere avvertiti dell'arrivo del treno. E perché invece questo non è avvenuto?». Il sospetto, fortissimo, è che i due operai fossero stati mandati a lavorare da soli. «Il fatto è che le Ferrovie di Moretti, in Sicilia tagliano i servizi con l'ascia - spiega il sindacalista Cgil - Nell'ultimo anno abbiamo perso il 30% delle linee a lunga percorrenza: da Ragusa a Palermo ci metti 7-8 ore, da Catania a Palermo 4-5. Per tre mesi non è stata sostituita una nave traghetto rotta, e per attraversare lo Stretto i passeggeri hanno dovuto caricarsi i bagagli in spalla». «E' un deserto infrastrutturale - conclude Rota - Ci dicono che devono tagliare perché in Sicilia viaggia poca gente. Ma è ovvio che pochi utilizzano i servizi, se l'efficienza è questa: è un cane che si morde la coda. Se hanno licenziato De Angelis, che denunciava carenze di sicurezza sugli Eurostar, figurarsi cosa vediamo sulle linee regionali». Nel gennaio di 2 anni fa, sono morti altri due ferrovieri siciliani, sullo Stretto. Oltre all'inchiesta aperta dalla magistratura di Catania, le Ferrovie hanno avviato un'indagine interna, e il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ha annunciato l'invio di ispettori ministeriali. Le Ferrovie si difendono dalle accuse: «La squadra che doveva effettuare i lavori sui binari - dichiarano era composta da 5 persone: il preposto, responsabile del cantiere, e 4 addetti. La squadra di lavoro aveva quindi una composizione a norma e coerente con l'entità e la tipologia delle attività da eseguire, ed era stata dotata di tutto l'equipaggiamento e le attrezzature necessarie». L'azienda aggiunge che «i due operai Calabrese e Virgillito, per cause in corso di accertamento, si trovavano a circa 200 metri dalla zona di lavoro dove erano i loro colleghi, quando sono stati investiti dal Regionale 3832». «Bisognerà capire quale fosse la natura dell'intervento, in che condizioni stessero lavorando - spiega Francesco Battiato, della Cgil di Catania - Adesso dobbiamo stare vicino alle famiglie dei due operai e assicurarci che abbiano il giusto sostegno». Da Roma arriva la solidarietà dei delegati alla sicurezza: «L'investimento dei due colleghi di Catania - spiega Mauro Evangelisti, Rls ferrovie di Roma - appare come la fotocopia di quello avvenuto nel novembre del 2006 nei pressi della stazione di Monterotondo a Roma, in cui perse la vita il ferroviere Massimo Romano; anch'egli fu travolto da un treno mentre era all'opera con un martello pneumatico, senza che vi fosse in atto la prevista organizzazione della protezione. A distanza di due anni su quell'incidente l'azienda non ha ancora fatto chiarezza». «Come possiamo pretendere che i lavoratori di Catania e i loro delegati obiettassero qualcosa all'azienda in merito alle loro condizioni di lavoro se chi mette in evidenza rischi per la sicurezza subisce ritorsioni che possono arrivare al licenziamento?», si chiede Dante de Angelis, il macchinista licenziato a ferragosto per essersi espresso sul problema degli Eurostar spezzati. «Con le cuffie antirumore lavorare sui binari vuol dire solo una cosa: morte certa».

 

Quel treno in orario, come la morte - Loris Campetti

Fortunato e Giuseppe stavano costruendo il loro futuro: mancavano sei mesi alla pensione a Fortunato, mentre Giuseppe preparava le nozze. Ma per i lavoratori dipendenti italiani del doman non v'è certezza, ma parafrasando il poeta, c'è poco da esser lieti. L'unica sicurezza di cui dispongono i salariati è che non solo la loro busta paga, ma addirittura la loro vita è messa a repentaglio quotidianamente. L'uccisione dei due operai siciliani sulla linea ferroviaria a cui stavano lavorando è una drammatica metafora della realtà italiana all'inizio del terzo millennio. Come per tutti gli omicidi «bianchi», parlare di infortunio sarebbe - è - un imbroglio, una provocazione, l'ultima violenza ai danni di chi è stato ucciso. Il killer non è il macchinista alla guida del treno che ha travolto Fortunato e Giuseppe, anzi anche il macchinista è vittima dello stesso sistema criminale. Ci raccontava un amico ferroviere - oggi licenziato perché rompe le scatole all'azienda pretendendo più sicurezza per chi lavora e per chi viaggia, più controlli, in sostanza più umanità e meno liberismo - il dramma di chi guida un treno e vede in lontananza un operaio sui binari con le cuffie alle orecchie per difendersi dal rumore del compressore: «Quell'operaio è un uomo morto, non può sentire alcun fischio, e io so che non riuscirò a fermare in tempo il treno. So che lo ucciderò», ci diceva Dante De Angelis. Non c'entra il destino, non c'entra la distrazione. C'entra il risparmio di tempo e di soldi garantito dall'abolizione di un uomo a monte e uno a valle che dovrebbero avvisare chi lavora sulla linea dell'arrivo del treno. Due stipendi in meno sono un bel risparmio, e grazie a questo risparmio oggi abbiamo due uomini in meno. Normalmente le vittime sulle linee ferroviarie sono dipendenti di ditte appaltatrici, il che consente a chi dovrebbe assumersi la responsabilità dell'intera filiera di prendere le distanze, della serie «non sono nostri operai». Ma questa volta la cronaca non lascia spazio ad alibi miserabili: sia Fortunato che Giuseppe erano dipendenti delle Ferrovie. p.s. Dalle agenzie di stampa: il treno che ha travolto i due operai viaggiava in orario.

 

«Prima dite di sì, poi vediamo il piano» - Francesco Piccioni

ROMA - Un piano? Quale piano? Così - in pratica - si son sentiti dire i sindacalisti delle nove organizzazioni presenti in Alitalia. Convocati al ministero del lavoro (anziché a palazzo Chigi) per discutere del «piano di salvataggio» elaborato dall' advisor della «cordata italiana», preceduti da un secco scambio di interviste tra Guglielmo Epifani (segretario generale Cgil) e Roberto Colaninno (fondatore e presidente della Compagnia aerea italiana, unico acquirente in lizza), hanno scoperto che non c'era un bel niente di cui discutere. Almeno per ora. Il soave Gianni Letta - sottosegretario alla presidenza del consiglio - si è assunto il compito di sbattere in faccia ai sindacati il ruolo che è stato disegnato per loro: accettare tutto quello che il governo, e il futuro padrone della compagnia, decideranno. Non c'è nulla da trattare, nella sostanza. Poi, ci mancherebbe, un po' di «manfrina» - di finta trattativa per arrivare a conclusioni già decise - non si nega a nessuno. Ma Maurizio Sacconi, ministro del welfare e quindi padrone di casa, ha voluto mettere bene in chiaro anche questo punto: «giovedì prossimo inizierà un confronto intensivo sul piano industriale da concludersi entro il fine settimana successivo». E' un ex sindacalista, in fondo, e ci tiene a far vedere chi è che comanda, ora. A stretto giro si è fatto sentire anche Silvio Berlusconi, per mettere il sigillo reale sulla strategia perseguita nel «confronto»: «i sindacati fanno il loro mestiere, ma non c'è preoccupazione; il consenso sul piano è fondamentale ma è evidente che i sindacati non possono accettare che siano in ventimila a perdere il posto di lavoro». Insomma: potete solo dire sì. Se fate difficoltà, la colpa del fallimento sarà solo vostra. Del resto un precedente in tal senso c'è già: Tommaso Padoa Schioppa e il governo Prodi. Sul piano formale c'è poco da dire, se non che la convocazione di ieri sera era davvero inutile. Il commissario straordinario, Augusto Fantozzi, aveva assunto l'incarico soltanto ieri (ufficialmente). E in ogni caso il «piano industriale» non è stato preparato da lui né dal governo, ma da un terzo soggetto - la Boston Consulting - che ha lavorato su incarico di un quarto (IntesaSanPaolo, la banca scelta come advisor per l'operazione). Non solo. Formalmente il commissario non ha ancora neppure ricevuto l'offerta di acquisto da parte della Compagnia aerea italiana (Cai), che dovrà contestualmente presentare anche l'allegato piano. Se per caso ci fosse un altro papabile acquirente dovrebbe fare lo stesso, costringendo Fantozzi a «scegliere» tra più concorrenti. Così non sarà, c'è un solo «piano» sul tavolo. E' stato consegnato a molti giornali controllati da industriali in «cordata» - non a questo, ovvio - che ne hanno pubblicato stralci, tabelle, previsioni e numero di esuberi. Cantandone le lodi, of course . Gli unici a non poterne prendere ufficialmente visione, per ora, sono quanti lavorano nell'azienda e chi li rappresenta sindacalmente. Uno sfregio aggiuntivo, utile però a «segnare il territorio» e stabilire un precedente: il sindacato, d'ora in poi, non potrà più mettere il naso nelle strategie industriali. Ma soltanto - e neppure troppo - sul modo di gestire gli «esuberi». Un'esplicitazione, se si vuole, di quei «rapporti complici» che Sacconi predica da quando è tornato in via Flavia. Dalle poche battute pronunciate dal neocommissario Fantozzi - oltre a una prevedibile drammatizzazione dello stato dei conti aziendali - i sindacalisti hanno potuto comunque intravedere una conferma delle linee fondamentali del piano: riduzione dei voli internazionali, concentrazione sul mercato domestico, riduzione delle attività, esternalizzazioni. «Un altro passo lungo la strada che ci ha condotti davanti al baratro», hanno commentato in molti. Sono quindici anni, infatti, che Alitalia subisce ristrutturazioni disegnate secondo questa stessa logica. Le rotte intercontinentali sono infatti quelle più profittevoli (minori costi unitari) e non soggette alla concorrenza delle low cost; al contrario di quelle a medio raggio. Unanime quindi la previsione: «il forte ridimensionamento della flotta non disegna una compagnia in grado di camminare con le proprie gambe per più di 12-24 mesi e crea le condizioni di una nuova e definitiva crisi in tempi brevi». Ma ormai i dati obiettivi e la logica industriale non hanno più nulla a che vedere con la gestione della vendita di Alitalia a una cordata di imprenditori che si faranno da parte non appena un «partner straniero» - Air France-Klm - avrà verificato che il «lavoro sporco» (ripulire la compagnia dal personale in eccesso, ridurre stipendi e diritti, aumentare l'orario di lavoro anche a costo di incrinare la sicurezza dei voli, eliminare il sindacato in quanto tale) è stato compiuto con successo dagli «italiani della libertà». Ci sarà pure un compenso, per questo; ma non avrà davvero nulla a che fare con l'«interesse generale del paese».

 

Piccoli traffici da magliari - Flaviano De Luca

Un'altra giornata di violenza, inaudita e bestiale. Il derby del sud, Roma-Napoli all'Olimpico, un tempo glorioso appuntamento per gitanti e famiglie, doveva essere il grande ritorno dei supporter napoletani in campo esterno dopo alcune stagioni segnate da divieti insormontabili. «Saranno impeccabili i nostri tifosi» avevano detto in coro il ds Marino e il presidente De Laurentiis, dopo il beau geste del Casms, il nuovo osservatorio sui fenomeni d'intemperanza sportiva. Invece, alla prova dei fatti, la teppaglia becera ha spadroneggiato approfittando dell'inadeguatezza di Trenitalia (che aveva consigliato ai sostenitori partenopei di usare altri mezzi per raggiungere Roma perché c'era il rientro dalle vacanze) e della solita impreparazione generale (qualcuno avrà fatto un piano, un programma di spostamento per le migliaia di sostenitori azzurri in trasferta?). A questo bisogna aggiungere il clima di odio crescente, tra le frange ultrà romaniste e napoletane, che mettono in scena una rivalità sempre più truce e insensata (con la coreografia degli ultras napoletani in favore dei diffidati e contro gli altri, i nemici, definiti spie per aver fatto ricorso alla protezione della polizia in alcuni scontri fuggevoli, coreografia inscenata proprio nello stadio che avrebbe voluto commemorare Franco Sensi, il presidente della Roma scomparso, uno degli inventori della Shalom Cup, un torneo contro il razzismo e l'intolleranza). È uno dei pochi giochi possibili di questa grande massa di ragazzi, impegnata in un campionato parallelo, fatto di rubare sciarpe, rompere striscioni, aggredire gli avversari in inferiorità numerica, nel caso più benevolo, ma pure usare coltelli e mazze per offendere, provocare le forze dell'ordine, distruggere cancelli e fare atti di vandalismo spicciolo. Alcuni capitifosi napoletani hanno costruito carriera e affari sulla passione dei più giovani, altri sono state ampiamente finanziati dai neofascisti (simboli e striscioni di Forza Nuova appaiono da anni nelle curve del San Paolo e non solo) che cercano un serbatoio di voti nella tifoseria teenager, altri ancora sono stati già indagati e inquisiti in procedimenti giudiziari dove tentavano ricatti alla dirigenza del Napoli per ottenere biglietti, favori e persino denaro. Naturalmente, tra i sostenitori e i semplici spettatori in campo esterno, esistono anche tifosi disorganizzati e gruppi in buona fede (come dimostra la lettera che pubblichiamo qui sotto degli amici di Capodimonte) Questo scempio per Roma-Napoli non è Gomorra , è un'astuta e redditizia piccola malavita, una Sodoma da magliari. Ma quelli seppelliti siamo tutti noi.

 

La nostra domenica

Da un gruppo di compagni del centro sociale Insurgencia di Napoli riceviamo questa testimonianza. Appuntamento ore 8 Stazione Centrale, la partita è alle 15, la cosa non ci sorprende affatto, chi come noi ha frequentato le curve sa cos'è un gruppo, sa quanto è difficile organizzare una trasferta . Roma non è come le altre, si sa che si deve fare qualche sacrificio in più e anticipare se è possibile anche gli imprevisti di un esodo di 3600 napoletani verso la capitale. Quando scendiamo di casa, abbiamo in tasca solo il biglietto per il settore ospiti ( stadio Olimpico ingresso 50/52) e qualche soldo per comprare il biglietto del treno, si perché anche se Trenitalia continua ad aumentare le tariffe, troppo care per le nostre tasche di giovani precari, e di convogli speciali non se ne fanno più, questa volta è diverso. I gruppi organizzati e i tifosi napoletani si giocano la possibilità di poter vedere la loro squadra anche in trasferta. Il Viminale ha dato una possibilità e nessuno vuole rimanere a casa la domenica davanti alle squallide telecronache di Sky o di Mediaset Premiun. Il treno sembra la soluzione migliore perché garantisce la sicurezza di tutti, a Roma ci aspettano da tempo e conoscendo i rapporti che ci sono tra le curve romane e la Questura non ci fidiamo di arrivare in auto, troppo facile la possibilità di un agguato isolato, la situazione diverrebbe incontrollabile. Verso le 9 ci dirigiamo tutti verso il binario da cui deve partire il nostro treno, tutti biglietto alla mano, ma è una bolgia. Il cordone di polizia ci stringe in una pressa, e il caldo fa il resto, quando un ragazzo si sente male la pazienza sembra finire è un'ora che siamo lì uno addosso all'altro aspettando di salire, la folla spinge, il cordone di polizia si rompe. Saliamo sul treno che già è pieno di suo, oggi c'è il rientro, chiediamo scusa alle persone per il disagio ma siamo persone normali anche noi e abbiamo diritto di viaggiare, se qualcuno vende 3600 biglietti per un evento sportivo di quella portata dovrebbe anche prevedere uno spostamento in massa? Invece tutto sembra tranne che di trovarsi in un paese civile, e mentre i dipendenti di Trenitalia invitano le persone che non sono dirette allo stadio a trovare un'altra soluzione, noi ce ne stiamo per più di due ore ammassati come bestie a più di 40 gradi nei vagoni senza poter bere e senza aria. Quando il treno parte sono 12.30, già si capisce che perderemo di sicuro il calcio d'inizio, ma non si capisce perché? Ma prendiamo coraggio almeno arriveremo a destinazione, con noi si è trattenuta anche una coppia di anziani di Castellammare che nonostante i consigli del capotreno a trovare una soluzione diversa rimangono sul loro treno. Hanno il biglietto per quel posto non vogliono trovare soluzioni alternative, ma quando dal treno spengono l'aria condizionata anche loro iniziano a barcollare, qualcuno si sente male e tutto sembra cosi assurdo, ma siamo a Latina e ormai il più è fatto. Arriviamo a Roma Termini alle 15.44, in corteo usciamo dalla stazione e prendiamo i pullman parcheggiati sul piazzale, stessa scena ammassati come animali, senza acqua da ore in un pullman che può contenere 50 persone siamo più di 150. Il viaggio sembra non finire e Aquilani segna l'uno a zero. Arriviamo nello stadio quando il secondo tempo è gia iniziato da qualche minuto, la ressa ai cancelli è infernale, la gente spinge e i tornelli non aiutano il defluire delle persone. Quando entriamo abbiamo giusto il tempo di vedere lo stupendo gol di Marek Hamsik, finalmente un po' di sollievo, possiamo guardare solo altri 30 minuti di partita (in cui il Napoli rischia anche di vincere), e lo facciamo cantando a squarciagola. Quando la partita finisce ci tengono altre due ore nello stadio per far defluire i tifosi ospiti, ma qualcosa cambia quando arriviamo ai pullman che ci aspettano già nel settore. Squadracce di celerini guidate da integerrimi dirigenti, fanno il giro tra i pullman scegliendo tifosi a campione da pestare. Salgono anche nel nostro prendono un ragazzo per i capelli, gli gridano «già ne abbiamo ammazzato uno, il prossimo sei tu» lo portano giù tra gli occhi increduli di chi era sul bus, lo picchiano a sangue finché un dirigente non lo porta dietro una siepe e lo mette a terra fermo con un piede sulla faccia. Fanno lo stesso anche negli altri pullman. Partiamo finalmente siamo un primo scaglione, altri 10 bus rimarranno nello stadio fino alle 21:30, senza sapere cosa può succedere...arriviamo in una stazione blindata intorno alle 19:30, iniziamo a capire che qualcosa non va. I cordoni di polizia e carabinieri ci chiudono su tutti e quattro i lati, e mentre da Napoli ci arrivano telefonate che ci informano che i telegiornali annunciano che i napoletani si sono lasciati andare ai soliti atti di vandalismo e guerriglia, nella stazione la situazione peggiora. Iniziamo a temere che forse stanotte non torneremo a Napoli, ne abbiamo viste tante di trasferte, siamo stati anche ai cortei in piazza, ma di situazioni cosi ne ricordiamo davvero poche, sembra che tutto abbia un copione già scritto. Siamo circa un migliaio, tra chi ha il biglietto cumulativo (i gruppi organizzati hanno un biglietto che ha più di 700 posti) e chi ha il biglietto singolo, la fretta di tornare a casa e lasciarsi Roma alle spalle fanno il resto, c'è ressa per passare, i cordoni di polizia si stringono, la folla spinge per entrare parte una carica che provoca un fuggi fuggi generale nel cuore di Roma Termini rischiando di travolgere anche le persone che incredule assistono a questo spettacolo. Aspettiamo altre due ore prima di riuscire a sfilare dalla folla e salire sul treno, sono ormai le 21.30 ma il treno non parte aspetta gli altri tifosi rimasti allo stadio nei pullman. Finalmente si parte sono le 22.30, arriviamo a Napoli che è quasi l'una, felici del risultato e di esserci lasciati alle spalle la follia di questa giornata.

 

Un ciclone su Obama - Matteo Bosco Bortolaso

NEW YORK - L'uragano Gustav, troppo presto denominato «la madre di tutte le tempeste», ha toccato ieri la costa della Louisiana, circa 115 chilometri a sud-ovest di New Orleans. E' arrivato con un'intensità ridotta (categoria 2) rispetto a sabato: quando ha spazzato Cuba era categoria 4; prima ancora aveva devastato Haiti, dove ha fatto decine di morti. E però ha riportato in tv scenari apocalittici, ha bloccato il trasporto di merci e petrolio (anche se le piattaforme petrolifere nel golfo del Messico sembrano aver evitato danni seri). Soprattutto, il «figlio di Katrina» ha sparigliato le carte del gioco politico: i repubblicani hanno ridotto la convention di St. Paul; John McCain si è fiondato nell'area colpita dalle piogge torrenziali. I democratici aspettano di capire quale può essere la mossa migliore. Il presidente George W. Bush, invece, si è precipitato in Texas, per restare vicino alle zone colpite e magari partecipare a una «photo opportunity» tra le vittime della catastrofe. Katrina, l'uragano che devastò New Orleans tre anni fa, rimane una macchia indelebile della presidenza di Bush figlio: non poteva ripetere l'errore con Gustav. Così, nel weekend la Guardia nazionale è andata a bussare porta a porta, mentre ingorghi pazzeschi hanno intasato le superstrade degli stati colpiti. Nell'area attorno a New Orleans, le interstatali erano frequentate in un'unica direzione, per allontanarsi dalla città. L'entrata è stata bloccata dai militari, per paura degli sciacalli. Migliaia di persone hanno lasciato Louisiana e Mississippi a bordo di bus o treni, spostandosi verso il Tennessee e l'Arkansas. New Orleans porta ancora visibili le cicatrici di Katrina, che rischiano di riaprirsi e sanguinare, ma non è stata colpita direttamente dal ciclone. Gustav però ha un'estensione tale da far alzare venti che soffiano con la forza di una tempesta tropicale. Subito dopo l'arrivo dell'uragano sulle coste della Louisiana, le acque del fiume Mississippi hanno iniziato a tracimare, facendo temere il peggio. L'area del porto di New Orleans è finita subito sott'acqua. «È pur sempre una grande, brutta tempesta», ha detto il sindaco Ray Nagin, che aveva usato parole forti: ha detto ai concittadini che «devono aver paura», cercando in tutti i modi di persuaderli a lasciare le loro case. Non tutti lo hanno fatto. Molti abitanti del quartiere nord della città, quello che non fu colpito dall'uragano Katrina, sono rimasti a casa e hanno fatto provviste di benzina, cibo e acqua. E pure armi. «Nessuno se ne vuole andare», ha detto Jim Forly, tecnico dei computer. Suo fratello David, meccanico, aveva una pistola alla cintola. E non era l'unico. «Vedremo, sapremo martedì se ne è valsa la pena», ha spiegato Jim. Gli sciacalli, tre anni fa, sono andati lì dove l'acqua non era arrivata. Per evitare nuove rapine, alcuni abitanti non hanno lasciato la città improvvisandosi vigilantes. Tra loro c'è Joann Guidos, proprietaria di un pub, vittima di ripetuti saccheggi durante Katrina. Adesso è armata di pistola, carabina e coltello nella sua abitazione accanto al pub. Un altro vigilante è Ray Hoffmann, 72 anni, che non si allontana mai dal suo fucile, sempre carico. «Sono sopravvissuto a molti uragani - ha detto - ma le cose peggiori le ho viste fare ai saccheggiatori». Per le strade di New Orleans, evacuata da gran parte della popolazione, sono stati dislocati 1.400 agenti di polizia e 2.000 membri della Guardia Nazionale per mantenere l'ordine. Il sindaco ha ammonito che i saccheggiatori saranno trasferiti direttamente al carcere di Angola, in Louisiana, famoso per la durezza delle condizioni di vita. Visto il precedente di Katrina, questa volta si spera che i soccorsi siano meglio organizzati. La polizia dello stato del Louisiana ha dichiarato che il 95% della popolazione sulla costa ha abbandonato l'area. In Mississippi migliaia di persone sono state accolte nei rifugi. In Texas è stata evacuata Port Arthur, una città al confine con la Louisiana. È un centro di circa 57mila persone che raffina petrolio. Una sua paralisi avrebbe ripercussioni economiche pesanti. Quasi mille persone si sono assiepate al centro civico «Bob Bowers» di Port Arthur, aspettando per ore un bus che li portasse via. Ma altri, come l'ex camionista 73enne Roosevelt Scott, sono rimasti: meglio subire la tempesta a casa che passare ore sulla superstrada, come aveva fatto con l'uragano Rita, arrivato poco dopo Katrina. «Come puoi fare, come puoi nasconderti da Dio? - ha detto mentre entrava in un supermercato per fare le scorte - c'è un momento per nascere e uno per morire. Quando Lui chiama il tuo nome, tu devi rispondere».

 

Convention repubblicana, l'uso politico dell'uragano - Marco d'Eramo

ST PAUL (MINNESOTA) - Quando Mike Davis parla di «politica dei disastri», dei cataclismi e delle catastrofi, non pensa certo all'uso tattico e strumentale che i repubblicani fanno dell'uragano che si è abbattuto sul Mississippi e sull'ovest della Louisiana. Un doppio uso: sopraffare con il discorso sull'uragano ogni riferimento a Barack Obama e alla Convention democratica, cioè cancellare mediaticamente l'avversario, e dall'altro lato usare il tornado per nascondere la propria debolezza politica, accantonare il paragone impietoso tra la folla imponente che ha attorniato Obama e l'aria da modesta sagra di paese che si respira qui. Denver era presa d'assalto dai democratici; St Paul ieri era desolata, anche perché tutti gli uffici erano chiusi: era Labour Day (la festa nazionale che gli Stati uniti hanno adottato pur di non celebrare il Primo Maggio, che ricorda i martiri anarchici di Chicago nel 1886). Così l'uragano che si è abbattuto sulle due Conventions non poteva non portare un nome tedesco, Gustav, perché a forte impronta tedesca è la capitale del Minnesota, St Paul, dove da ieri è aperta a mezz'asta la Convention repubblicana. E già la locazione della Convention è un piccolo enigma di per sé: tutti nel partito repubblicano (il Grand Old Party, Gop), dicono da mesi che la Convention si sarebbe tenuta a Minneapolis. Ora è vero che Minneapolis e St Paul sono chiamate le «città gemelle»: i due centri città distano circa 16 km l'uno dall'altro. Ma come a volte accade, i gemelli possono avere caratteri lontanissimi: Minneapolis è d'impronta scandinava, politicamente socialdemocratica, mentre St Paul è assai teutonica e molto più conservatrice. Non è un caso quindi se i repubblicani hanno situato la Convention a Saint Paul, di destra, pur dicendo che si svolge a Minneapolis. Il Minnesota è infatti uno stato in bilico ( swing state ), proprio come il Colorado è uno stato in bilico per i democratici e per questo vi avevano tenuto la loro assise. Per rendersi conto della sfacciatissima strumentalizzazione politica, bastava guardare ieri la telecronaca di Gustav nelle Fox News, il canale di proprietà del magnate Rupert Murdoch, sdraiato su George Bush e la destra, nonostante il suo slogan sia fair and balanced («corretto ed equilibrato») che a sinistra è diventato un modo di dire a significare faziosità estrema. Gustav (pronunciato con la «f» finale, alla tedesca) è approdato sulle coste Americane con una forza 2, in pratica una pioggerellina se paragonato a Katrina nel 2005, che era classificato a forza 5. In ogni caso Gustav non è mai andato oltre la categoria 4, e già domenica si sapeva che era sceso a forza 3. Ma da subito Fox ha mandato in onda immagini di palme piegate dal vento e marosi. E il candidato repubblicano John McCain ha subito annullato la prima sessione di lunedì, ridotta a una sequenza di preghiere, con solo due brevi interventi delle mogli, Cindy McCaine a Laura Bush. E subito il presidente George Bush ha annullato il suo intervento a St Paul e si è precipitato sull'Air One in Louisiana per mostrare al mondo che questa volta non avrebbe snobbato l'uragano come fece con Katrina. All'annuncio, la base repubblicana ha lanciato un sospiro di sollievo, tanto più quando si è saputo che neanche il vice presidente avrebbe parlato: nella seduta di apertura di ieri erano previsti gli interventi del senatore del Connecticut, ex candidato democratico alla presidenza e transfuga, Joseph Lieberman, il governatore della California Arnold Shwartzenegger, il vice presidente Cheney e Laura e George Bush (tutti annullati, tranne quello di Laura). La cancellazione dello strano duo della Casa bianca ha rinfrancato gli strateghi del Gop, la cui unica speranza di vittoria a novembre è quella di una continuità sostanziale ma distacco e rottura apparente dagli otto anni di Bush e Cheney. Tutta la Convention sarà quindi all'insegna dell'equilibrismo: prendere le distanze dagli anni bushiani per cercare di riportare all'ovile i repubblicani moderati e quelli libertari, ambedue nauseati dalle torture, dalle guerre inutili, dalle intercettazioni telefoniche senza autorizzazioni, depressi dalla recessione economica, preoccupati dalla perdita di potere d'acquisto; ma dall'altro lato rassicurare i cristiani conservatori che hanno garantito le due vittorie di Bush e che sono quanto meno sospettosi nei confronti di McCain. Il confronto tra queste due anime del Gop sarà il nucleo politico di questa Convention. (Da notare che a quella democratica non c'è stato un vero e proprio confronto tra destra e sinistra del partito.) Uragani a parte, il grande tema propagandistico della Convention sarà quello della «vittoria in Iraq». Tesi: con il surge Bush ha avuto ragione, ora in Iraq stiamo vincendo e le nostre truppe possono cominciare a ritirarsi. Una posizione trionfalistica espressa già dai manifestanti « pro war » ai cancelli del ExCel Center, che sbandierano cartelli «Lasciate i nostri soldati vincere», con la sottintesa tesi che richiama il revisionismo sulla guerra del Vietnam che sarebbe stata persa perché (da pacifisti, liberals e hippies ) fu impedito ai nostri soldati di dispiegare tutto il loro valore. I dimostranti contro la guerra (e i veterani contro la guerra in Iraq) sono stati invece confinati a distanza di sicurezza, verso i giardini intorno al Campidoglio: erano 10mila, secondo le forze dell'ordine. Un grande corteo pacifico con slogans come «la guerra non è per la vita», e «Bush deve rendere conto».

 

Sarah Palin, il femminile rifatto - Ida Dominijanni

Cinque volte mamma, antiabortista tanto da accogliere un figlio prediagnosticato down, bella di una bellezza rassicurante, competente in politica locale e incompetente di politica globale: il profilo di Sarah Palin non ci piace. Ma va analizzato con attenzione, sfuggendo la genericità dell annuncio «Una donna vicepresidente per prendere i voti di Hillary» che ha imperversato nei nostri media nei giorni scorsi. Un buon risultato di queste presidenziali americane è certamente di avere spostato in avanti la soglia dell’innovazione necessaria (e praticata, a differenza di quella perennemente strombazzata in Italia): la competizione fra Obama e Clinton, un nero e una donna, di qua, ha costretto McCain a rompere l immagine del conservatorismo tradizionale aprendo a una donna anche di là; e come che vada a finire a novembre, il monopolio maschile-bianco della politica, legge fondamentale della cosa pubblica in Occidente dalle origini a oggi, è spezzato, o almeno - anche in caso di vittoria di McCain - decisamente incrinato. Ma un altro buon risultato delle presidenziali americane è di aver mandato in archivio per l appunto la genericità del gender, quella per cui basta che ci sia una donna a tentare di rompere il tetto di vetro del potere e il gioco è fatto, e da cui discende l idea che i voti di Hillary Clinton siano riversabili su Sarah Palin, come se essere una donna significasse essere intercambiabile con un altra donna senza andare troppo per il sottile. In verità già la campagna elettorale di Hillary aveva dimostrato che proprio quando c è in campo una donna tutti, elettori ed elettrici, ci vanno per il sottile eccome, valutandone ogni movenza, ogni messaggio, ogni parola con ben maggiore acribia di quando c è in campo un uomo: la differenza sessuale non annulla, ma incrocia e complica tutti gli altri elementi di una candidatura, dal programma al linguaggio alla mobilitazione dell’immaginario alle identificazioni fra candidato/a, elettori ed elettrici. La candidatura di Palin adesso completa il lavoro: il fatto da mettere a fuoco non è tanto che sia una donna come Hillary, ma che sia una donna tanto diversa da Hillary. Questa diversità fra loro non solo rende molto difficile, a occhio e croce, un immediato travaso di voti femminili dall’una all’altra, ma archivia l idea di una donna purchessia, ovvero l equivoco dell’identità di genere, costringendoci a pensare in altri termini che cosa si stia giocando sulla differenza sessuale e sul rapporti fra i sessi in queste presidenziali americane. Le quali vengono dopo sette anni, a far data dall’11 settembre 2001, in cui sulla differenza sessuale e sui rapporti fra i sessi si è combattuta una guerra certamente meno cruenta, ma sul piano simbolico altrettanto rilevante, della guerra contro il terrorismo. Basta leggere Il sesso del terrore di Susan Faludi - Isbn Edizioni, un libro sul quale in prossimità del settimo anniversario del crollo delle Torri non mancherà motivo di tornare - per farsi un idea di questa guerra non dichiarata e delle sue poste in gioco: prima fra tutte, il tentativo di ripristinare l ordine del maschile e del femminile mandato all’aria dal femminismo, riabilitando nell’immaginario collettivo il mito virile del guerriero e il mito complementare di una femminilità addomesticata, materna, accudente, fragile, bisognosa di quella «security» violata dall’attacco alle Torri che solo i «veri uomini» possono tornare a garantire armi alla mano. Si è trattato, scrive Faludi, di un grande dispositivo mediatico di trasposizione di una tragedia pubblica sul set del privato, con tanto di processo al femminismo, accusato di avere «svirilizzato» la nazione attaccando il machismo, e con tanto di beatificazione di una femminilità tradizionale rinnovata: «una femminilità ritrovata, dedita alla casa, alla famiglia e alla vita domestica, nonché alla sicurezza della nazione, in modo che la tradizionale femminilità (di tipo nuovo) potesse rafforzare le credenziali maschili da cui dipendeva il nostro mito di impenetrabilità, una fantasia in cui la patria non veniva mai violata e i nostri leader uomini erano sempre eroi». Sarah Palin assomiglia a questa icona della femminilità tradizionale «rinnovata». Può darsi persino che prenda molti voti femminili, di un tradizionalismo rinnovato. Ma non prenderà quelli di Hillary.

 

Messico in guerra. Peggio di Colombia e Iraq: con Calderon già 5000 morti - Gianni Proiettis

CITTÀ DEL MESSICO – È stato un fine settimana di grandi mobilitazioni in tutto il paese. Il sabato, la grande manifestazione serale Illuminemos México! ha inondato il centro della capitale con un mare di lumini, che chiedevano la fine della violenza e della criminalità, ambedue rampanti. C'è voluto lo studio di una ong olandese - Ikv Pax Christi - per sapere in cifre che il Messico è campione mondiale di sequestri, in testa a Iraq e Colombia: settemila nel 2007, e con una stima di molto inferiore alla realtà, perché considera solo i casi denunciati e non include i cosiddetti sequestri-express, considerati come rapine. Da quando, venti mesi fa, il governo di Felipe Calderón ha imboccato il vicolo della «guerra alla criminalità organizzata», il risultato più appariscente sono i cinquemila morti che ha prodotto. E pochi giorni dopo il vertice sulla sicurezza a Palacio Naciona l con la partecipazione di tutti i governatori e il lancio di un programma straordinario, il ritrovamento, giovedì scorso, di undici decapitati alla periferia di Mérida, in Yucatán, non poteva essere un messaggio più esplicito. Patrocinata originalmente da una dozzina di associazioni civili fra cui primeggiava México unido contra la delincuencia, la manifestazione nazionale - perché non è stata solo nella capitale, ma in molte altre città - ha incarnato una richiesta di sicurezza che proviene dall'intera società messicana, di qualunque livello sociale. E in quel mare di gente vestita di bianco, che alcuni cronisti hanno descritto come «da classe media in su», ci si è accorti che c'era anche il popolo. «Non solo i ricchi hanno i loro cari sequestrati e passano per un calvario - dice la senatrice Rosario Ibarra -, ci sono anche i desaparecidos per mano dello Stato, per togliere di mezzo gli attivisti sociali. Sono più di trenta nell'anno e mezzo di Calderón." Strana manifestazione quella di sabato, a pensarci bene. Di quelle che mettono d'accordo greci e troiani. Il presidente Calderón avrebbe voluto mandare la sua adesione ma gli è stato fatto notare che, in quanto parte in causa, era meglio astenersi. Chi ha mandato la sua adesione senza mezzi termini è stato l'Epr, l' Ejercito Popular Revolucionario, che reclama la ricomparsa di due suoi dirigenti, arrestati l'anno scorso a Oaxaca e da allora desaparecidos. Fra i manifestanti, «c'erano anche i poveri», ha notato un cronista di El Universal, quotidiano della destra perbene. «Si no pueden, renuncien », se non siete capaci, dimettetevi. E' stato il padre di Fernando Martí, un adolescente sequestrato e assassinato dai rapitori, a lanciare per primo questo reclamo, che è dilagato come fuoco nella steppa. Mentre negli spot delle due onnipotenti tv private, Televisa e TvAzteca , è sempre il governo quello che trionfa, nelle ore precedenti alla manifestazione del sabato contro la delinquenza, sommando i rapporti provenienti dagli stati di Sonora, Durango, Chihuahua e Guerrero a quelli dello Yucatán, i ritrovamenti di cadaveri decapitati diventavano 19. E una serie di striscioni in vari stati con messaggi dei narcos alle autorità, accusando il governo Calderón di proteggere il Chapo Guzmán, uno dei grandi boss, e gli altri capi della droga. Ostinato nel non vedere che la sua «guerra alla criminalità» non solo non sta ottenendo i risultati voluti ma sta sprofondando il paese nel caos e nell'insicurezza, cattivo giocatore nel non riconoscere la superiorità economica e militare dei narcos , infiltrati a tutti i livelli, Calderón dimostra poco realismo e sta facendo crescere irragionevolmente i livelli di psicosi in tutta la società. A meno che non sia un effetto voluto, per poter militarizzare sempre di più le piazze in previsione delle future proteste. La domenica mattina, la piazza del monumento alla Revolución nella capitale - insieme alle piazze delle capitali statali - si è riempita del movimento che si riconosce in López Obrador e nella lotta contro i disegni di «riforma energetica» (la privatizzazione di Pemex) del governo. Il Frente Amplio Progresista , che riunisce il Prd, il Pt e Convergencia , ha presentato una sua proposta, che scaturisce dalla società civile attraverso accademici, tecnici e intellettuali. Questo nuovo disegno di riforma di Pemex, elaborato collettivamente si affianca così alla proposta del governo e a quella del Pri, che coincidono nello scorporo e privatizzazione il più possibile. Sostenuta da un referendum consultivo che ha fatto votare più di due milioni e mezzo di persone in difesa di Pemex, la proposta del popolo di sinistra va in senso diametralmente opposto, verso «una politica energetica di stato», come la chiama Amlo. Unico leader dell'opposizione a riunire moltitudini, López Obrador ha denunciato la compravendita di una nave petroliera che è costata a Pemex cinque volte il suo valore. Solo un esempio. Ci sono i contratti firmati dall'attuale ministro degli interni, Juan Camilo Mouriño, a nome delle sue aziende familiari, quando Felipe Calderón era ministro dell'energia. La trama degli interessi che lega il governo messicano e la famiglia Mouriño, insieme a una ristretta oligarchia, alla compagnia spagnola Repsol e al governo iberico ha cominciato ad affiorare mesi fa. Anzi, da quando Rodríguez Zapatero si congratulò con Calderón per una vittoria che l'istituto elettorale messicano non aveva ancora decretato. Nel suo intervento in piazza domenica mattina, Amlo si è riferito alla marcia contro la insicurezza del giorno prima, dicendo di condividerne il reclamo di pace e per la fine della violenza, ma di differire sull'analisi delle cause e sui rimedi. Le ragioni dell'insicurezza che attraversa tutta la società sono da ricercare, secondo López Obrador, negli ultimi 25 anni senza crescita economica - in cui non c'è stato che lo sfogo dell'emigrazione illegale negli Stati uniti - e le soluzioni non sono certo più polizia, più carceri e pene più severe, come sostiene il governo del Pan. Amlo promette una resistenza dura ai piani di privatizzazione del governo, specie per settembre, mese delle «feste patrie» dell'indipendenza e del rientro parlamentare. Ma non vuole svelare le prossime forme di lotta per non dare un vantaggio strategico all'avversario. Il governo Calderón può vantare successi trionfali nei suoi spot, ma secondo la Cepal - la Commissione economica dell'Onu per l'America latina e i Caraibi - la crescita economica del Messico è la più bassa del continente: solo il 2.5% all'anno, in confronto a una media latinoamericana del 4.7. In fatto di diritti umani, il Messico annaspa alle ultime posizioni, secondo Amnesty international e l'Onu. Preoccupa la tendenza a politicizzare la giustizia. A Ignacio del Valle, il popolare leader del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di San Salvador Atenco, è stata aumentata la condanna da 67 a 112 anni di carcere solo per aver resistito ai progetti governativi di un aeroporto sulle terre della loro comunità. Sua figlia, América del Valle, è costretta a vivere in latitanza per quella che ha tutti gli aspetti di una vendetta di stato. Altri dirigenti del Fpdt sono rinchiusi in carcere con condanne fino a 30 anni. Ma gli atencos , noti a tutti per l'ostinata lotta in difesa delle proprie terre, sanno di costituire un modello e non si separano dai loro machete , che li hanno resi celebri

 

Le «nuove» linee-guida nei rapporti col mondo

Mosca esprime «rincrescimento» per la decisione europea di rinviare il prossimo incontro con la Russia (il 17 settembre) per rinnovare l'accordo di partenariato, ma non indietreggia neanche di un passo - e constata del resto che di sanzioni ormai nemmeno si parla più: al massimo di «differenziare le fonti energetiche», idea che al Cremlino va benissimo, perché altri clienti per il suo gas e il suo petrolio stanno da tempo bussando alla porta orientale. In effetti, ancora una volta è la Ue che si lacera e si affanna per ritrovare una posizione unitaria; e mentre gli Usa, dopo aver molto gridato, tengono ora un profilo basso e badano al sodo, la Russia ribadisce tutte le proprie posizioni di principio nel conflitto con l'Occidente a proposito della Georgia, trasformandone qualcuna in modo da farle apparire come concessioni. Per esempio, la «disponibilità» ad accettare la presenza di un folto gruppo di osservatori internazionali (targati Ue e Osce) nella «zona cuscinetto» lungo i confini di Sud-Ossezia e Abkhazia, ricevuta a Bruxelles con sollievo, in effetti non farà altro in prospettiva che consolidare anche sul piano internazionale il distacco delle due regioni dalla Georgia (non a caso durante i giorni caldi del conflitto in agosto il Cremlino lo aveva chiesto come condizione per il ritiro delle proprie truppe). Una robusta presenza di osservatori Ue-Osce lungo la frontiera renderà oggettivamente più difficile un tentativo georgiano di riprendere l'offensiva, anche appoggiato da Washington: i governi europei hanno dovuto faticare non poco per far star zitti i 16 osservatori Osce presenti in SudOssezia il 7 agosto scorso, che pare avessero scritto dei rapporti in cui tutta la responsabilità del conflitto veniva attribuita ai georgiani, accusati anche di crimini di guerra. La stampa tedesca, che ne aveva riportato delle anticipazioni, è stata poi zittita da Berlino con molta difficoltà. Altra «disponibilità» segnalata agli europei (e in particolare alla cancelliera tedesca Angela Merkel, che ne ha subito riferito con soddisfazione) è quella al «ritiro delle truppe» sulle posizioni di partenza - dopo il dispiegamento degli osservatori internazionali, ovviamente. Anche qui, il presidente Dmitrij Medvedev lo aveva detto fin dall'inizio, ma ripeterlo adesso sembra una concessione straordinaria. D'altra parte, Mosca insiste anche nelle richieste: ieri il Cremlino ha lanciato un appello a tutta la comunità internazionale perché non venda armi alla Georgia. Chiaro che invece le vendite aumenteranno, e molto (soprattutto da parte statunitense) ma intanto un altro tassello nel quadro che dipinge la Russia come un paese «europeo», in contrapposizione con gli Usa, è stato posto: e questo serve a rafforzare l'idea, espressa domenica dal ministro degli esteri Sergei Lavrov, che «l'America deve prendere atto della realtà del mondo post-americano, e iniziare ad adattarvisi, perché il tentativo di vivere nel suo proprio mondo unipolare è andato avanti troppo a lungo e questo è pericoloso sotto ogni aspetto». Lavrov in effetti ha riassunto in poche efficaci battute quelle che sarebbero le «nuove linee guida» della politica estera russa, enunciate da Medvedev. La non accettazione di un mondo unipolare guidato da Washington, i n primis ; quindi la ricerca di un nuovo sistema di sicurezza collettivo in Europa, visto che «si ha l'impressione che la Nato abbia bisogno di un nemico alle sue frontiere per giustificare la propria esistenza». Ancora, la ricerca di una partnership con la Ue - dando per scontato che al di là di qualche discorso critico Bruxelles non si spingerà - che prescinda dagli Usa: «Altrimenti finirà che dei rapporti con l'Europa dovremo parlare solo a Washington». Perché il Cremlino intende comunque mantenere un dialogo con gli Stati uniti, sia pure rallentato e in condizioni diverse rispetto al passato: «Continueremo a parlare con gli americani finché ci sarà la più piccola speranza di comprenderci reciprocamente e raggiungere degli accordi».

 

Perché il Cremlino non riesce a farsi credere - Astrit Dakli

Stranamente, pochi media occidentali ci hanno fatto gran caso, nonostante gli occhi puntati sulla Russia per via della crisi georgiana. Eppure è una notizia che di quella crisi può spiegare molto: aiuta per esempio a capire perché le professioni di fede nella legge, nella giustizia e nella libertà che arrivano dal Cremlino, pur pronunciate con le migliori intenzioni, non siano prese sul serio fuori dalla Russia; e perché i leader di quel paese debbano continuamente scontrarsi con un clima di diffidenza e sfiducia di cui altri - per esempio a Washington - approfittano a proprio vantaggio. Dunque, ecco la scena. Domenica mattina, aeroporto di Nazran, capitale della repubblica russa di Inguscezia (Caucaso del nord). Atterra un aereo da Mosca. Ne scendono il presidente inguscio Murat Zyazikov e uno dei suoi più noti oppositori, Magomed Yevloyev, giornalista e proprietario di un sito web di informazione politica che già nei mesi scorsi le autorità avevano tentato di chiudere. Pare che i due abbiano litigato in aereo; fatto sta che i poliziotti presenti all'aeroporto, dopo aver riverito Zyazikov, fermano Yevloyev e lo caricano su un'auto per portarlo in procura, dove è atteso - pare - per una testimonianza. Ma in procura Yevloyev non arriva: lo trovano invece poco dopo con una pallottola in testa, accanto alla porta dell'ospedale di Nazran, dove muore. La procura apre un'inchiesta per «morte provocata da incuria»: i poliziotti infatti riferiscono che la vittima, mentre era in auto, ha tentato di disarmarli e nella colluttazione, classicamente, «è partito un colpo». Giusto alla tempia. Dunque, a meno che non si voglia credere alla storiella della procura, siamo all'esecuzione a sangue freddo di un oppositore - di un rompiscatole, per usare i termini che girano nelle alte sfere repubblicane ma anche in quelle federali. Non è certo il primo oppositore di Zyazikov ad esser spedito al creatore - il livello di violenza in Inguscezia (e anche altrove nel Caucaso russo) è tremendo e non passa giorno senza qualche uccisione - ma è il primo che viene giustiziato in modo tanto plateale, in pratica davanti al presidente e quasi certamente su suo ordine. Per giunta, fra i tanti oppositori di Zyazikov, Yevloyev era uno dei pochi che non usava bombe e kalashnikov né appelli al jihad ma la politica e l'informazione: era un acceso sostenitore del ritorno alla guida della repubblica dell'ex presidente Ruslan Aushev (forse l'unico politico realmente stimato e onesto di tutto il Caucaso del nord) al posto di Zyazikov, ex capo dei servizi segreti repubblicani e uomo di rara corruzione e violenza. Per questo si era più volte appellato al capo del Cremlino. Ora, siamo (quasi) certi che non è stato Dmitrij Medvedev a volere questo delitto: del resto anche George Bush (forse) non ha esplicitamente chiesto le torture di Abu Ghraib. Sono però entrambi delitti figli di precise linee politiche e precise concezioni del potere; delitti che azzerano qualsiasi discorso sulla legalità e la democrazia. Finché il Cremlino non sarà capace di proteggere i propri cittadini di Nazran, ancorché oppositori (così come esattamente quattro anni fa non è stato capace di proteggere i bambini di Beslan) le sue pretese di proteggere chicchessia fuori dai propri confini suoneranno sempre false.

 

Liberazione – 2.9.08

 

Min. Meloni, perché tace anche sulle lame fasciste?

Anubi D'Avossa Lussurgiu

Egregia ministra Meloni, ci siamo permessi di rivolgerle un interrogativo sabato scorso. La sola risposta l'abbiamo letta domenica su Libero , cui ha dichiarato: «Con Liberazione non voglio entrare in polemica, altrimenti non finiremmo più». Infatti, non la finiamo. Anche perché non era polemica ma constatazione: del fatto che un sito web dell'organizzazione giovanile di partito dalla quale proviene, precisamente Azione Giovani di Firenze, indicava fra i suoi «Maestri di Vita» fior di nazisti e filonazisti. «Indicava» perché il sito in questione, www.agfirenze.it, dalle prime ore di domenica è "sospeso": in attesa d'una «nuova veste». Guarda caso. Ammettiamo d'esserci un po' compiaciuti. E d'esserci invece dispiaciuti che non l'abbia notato Libero che ci spiegava nello stesso forbito articolo come nulla è «polisemico» quanto i «simboli» in «politica» e che, poi, cosa vorrà mai dire «fascista» oggi? Si potrebbe chiederlo magari alla rete di "Casa Pound Italia", che uscita dalla Fiamma getta ponti verso il Pdl: non è vero, ministra? E pensare che la nostra denuncia c'era parsa intempestiva, ma per ben altri motivi da quelli suggeriti da Libero . Ossia per il fatto che dei giovani, nostri fratelli e - come si dice - compagni, sono stati vittime proprio all'alba di sabato di un'aggressione squadrista. Un compagno e fratello di chi scrive è finito in ospedale, accoltellato. Il tutto nel contesto d'un concerto commemorativo di Renato Biagetti, la cui vita ci è stata strappata due anni fa sempre da lame brandite da «simpatizzanti» neofascisti. Ecco, vede, ministra Meloni: a noi pare molto chiaro cosa voglia dire fascista oggi. Come ieri, significa ideale di prevaricazione e pratica di viltà. Siamo tornati a "navigare" il web . E abbiamo scoperto che né sulla sua pagina governativa né sul suo blog personale, cara ministra alle Politiche Giovanili, lei ha sentito in tre giorni il bisogno di spendere una sola parola di riprovazione o comunque di commento a questa aggressione - a dei giovani. E così siamo a rinnovarle la domanda, ministra egregia: lei che ne pensa, invece?

 

Travolti sul binario due ferrovieri. Forse Trenitalia è insicura?

Eugenia Romanelli

Era già tutto pronto per il suo matrimonio, invece Giuseppe Virgillitto, 35 anni, è stato falciato via ieri mattina alle 11.25 sulla linea ferroviaria Caltanissetta Xirbi-Catania. Stava lavorando sui binari con le cuffie anti-rumore e non ha sentito il treno arrivare. Stessa sorte per il suo collega, Fortunato Calabrese, 58 anni: a lui mancavano pochi mesi alla pensione. E' successo alla stazione di Motta S. Anastasia: secondo i primi rilievi degli investigatori i due operai di Rete Ferroviaria Italiana (gruppo Fs) stavano usando martelletti a compressione: impossibile sentire i fischi del treno. Il macchinista si sarebbe accorto della presenza dei due e avrebbe attivato il freno di emergenza. Troppo tardi. La Procura della Repubblica di Catania ha aperto un'inchiesta, stessa cosa Fs e Rete Ferroviaria Italiana. Un'inchiesta interna, quella che non è mai scattata dopo le denunce sull'insicurezza dei dipendenti Trenitalia fatte dal macchinista De Angelis. Anzi, in quel caso scattò il licenziamento di De Angelis, reo di «aver gettato discredito sull'azienda». A lavorare erano in cinque, stavano facendo manutenzione ordinaria ai binari: «Troppo pochi. - dice Dino Tibaldi, responsabile lavoro del Pdci - Dovevano esserci almeno due uomini in più a monte e a valle per avvertire la squadra in caso dell'arrivo di un treno. Non si può risparmiare il costo del lavoro sulle spalle della vita delle persone. E pensare che erano dipendenti FS! Stavolta non ci sono scuse: il colpevole c'è, non c'è nessuna ditta appaltatrice su cui scaricare le responsabilità». «Condoglianze personali e di tutto il partito» sono state espresse anche dal segretario del Prc Paolo Ferrero, che poi tuona: «E' una vera vergogna che le stesse Fs che licenziano il ferroviere Dante De Angelis, la cui unica colpa è stata quella di denunciare gli incidenti e i rischi dei tagli e dell'alta velocità nel sistema ferroviario italiano, non sappiano fare altro che risparmiare sui costi, esternalizzando servizi essenziali e mettendo a rischio la vita dei loro stessi dipendenti». Le Ferrovie dello Stato si difendono così: «La squadra di lavoro aveva una composizione a norma. I due operai, per cause ancora da accertare, si trovavano a 200 metri dalla zona di lavoro dove erano i loro colleghi quando sono stati investiti. Le inchieste accerteranno l'esatta dinamica dell'incidente, se siano state pienamente rispettate tutte le norme comportamentali».Anche il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Altero Matteoli, ha avviato un'indagine e non mancano le reazioni: «Quello che è accaduto a Catania - interviene il parlamentare dell'Italia dei valori Giuseppe Giulietti - dimostra che le morti bianche non sono una fatalità ma una strage quotidiana. Nessuno pensi di cavarsela modificando le statistiche». Come il ministro Matteoli e naturalmente Fs, anche Umberto Nespoli, segretario nazionale Ugl Ferrovie, parla direttamente ai familiari: «Ci associamo al dolore dei familiari delle vittime e chiediamo che l'attenzione, soprattutto quando ci si trova a lavorare su tratte dove la circolazione dei treni non viene interrotta, sia molto più alta». Ma Giacomo Rota, segretario generale della Filt Cgil regionale: «Appaiono del tutto rituale le espressioni di cordoglio di chi nelle istituzioni dovrebbe garantire una situazione diversa e che invece si limita a fare vuoti proclami lasciando nel contempo le mani libere ad amministratori delegati e imprenditori di fare risparmi sulla pelle dei lavoratori». Il sottosegretario ai trasporti Giuseppe Reina, aggiunge: «È tempo che efficienza e sicurezza nei si coniughino al Sud e nell'isola come nel resto del Paese». A tarda serata i delegati alla sicurezza del gruppo Fs ammettono: «Qualcuno non ha rispettato le regole e qualcun altro non si è preoccupato di controllare il cantiere. In quelle condizioni la morte è praticamente certa». Per ora l'ipotesi di reato avanzata è di omicidio colposo plurimo. Ezio Gallori, guida storica dei Cobas dei macchinisti ricorda che oggi comincia la trattativa tra sindacati e azienda per attuare il metodo di guida con un solo macchinista e che il 23 settembre sarà celebrato il processo con Mauro Moretti al banco degli imputati per il disastro ferroviario di Crevalcuore con 17 morti: «Anche se il macchinista unico ormai è in tutta Europa, Moretti non dice che le ferrovie europee sono state ricostruite con un modello che in Italia andava di moda ai tempi di Mussolini e che fu subito abolito per reintrodurre il doppio macchinista cosa che ha fatto sì che le nostre ferrovie siano state le più sicure d'Europa». Altro mezzo di trasporto, altro incidente per fortuna non mortale. Nella notte fra domenica e lunedì un operaio di 26 anni e uno di 24 sono rimasti feriti a bordo di un traghetto durante le operazioni di scarico dei rifiuti provenienti dai cantieri della Maddalena, dove sono in corso i lavori in vista del G8. Il primo ha riportato un trauma cranico (con tanto di operazione), il secondo si è rotto un braccio. La causa dell'incidente è stata una sbarra di ferro. Intanto Articolo21 promuove la carovana per il lavoro sicuro che toccherà le principali città che sono state teatro di incidenti sul lavoro e che partirà da Venezia venerdì all'interno della 65a Biennale del Cinema che proprio al tema delle morti bianche ha voluto dedicare una proiezione speciale.

 

Andare oltre, voltar pagina - Aurelio Crippa

L'Italia elettorale ed i risultati delle Politiche 2008 propongono un Paese che va decisamente a destra, una disfatta, storica, della sinistra (il Prc è travolto da una pesantissima perdita di consenso e prestigio all'esterno). Il Congresso chiamato a riprendere "le fila", vede nessuna proposta avanzata ottenere la maggioranza assoluta dei consensi, e si chiude con una spaccatura sostanzialmente in due del Partito. Vince la contesa sul confronto politico, la ricerca dell'unità, che dà fiato e voce alla voglia di rivalsa, alle logiche di parte, e cosa più grave al prefigurare una non presenza della minoranza in segreteria nazionale, ad un suo agire come Partito nel Partito (in aperta contraddizione con il dichiarare di non voler essere una corrente). In nome e per conto di quel materiale congressuale che la base del Partito ci ha consegnato per una possibile ricostruzione unitaria (ahimé accantonato), del dichiarato di tutte/i di voler agire unicamente nell'interesse del Partito, chiedo di fermarsi e riflettere. Se sei la metà del Partito devi sentirne tutta la responsabilità, ed oggi, come ieri, la democrazia vuole che, una volta che le scelte sono compiute, applicare le decisioni del Partito è impegno di tutte/i, fermo restando, nell'ambito di regole condivise, l'operare di una minoranza per diventare una maggioranza. Oggi, come ieri, maggioranze e minoranze possono formarsi su singole scelte: decadono al momento della decisione, per eventualmente, successivamente ricomporsi anche con composizioni diverse (è questa la diversità fra essere area politico-culturale e corrente). Si può "andare oltre" questo "tintinnar di spade", respingendo insieme un nostro declino auspicato all'esterno? Si deve: questo vuole la stragrande maggioranza del Partito, e la condizione è il rapido ritorno alla politica, all'iniziativa. Nei documenti finali del Congresso - di maggioranza e di minoranza- c'è una base politica comune di partenza: si ritiene l'alternativa di società sempre più indispensabile; urgente il bisogno di dar vita ad una opposizione plurale al governo delle destre, alle sue politiche populistiche, liberiste, autoritarie; decisivo è il rilancio del Prc, il suo contributo per riattivare una collaborazione, unità di azione a sinistra. Si guardi in faccia la realtà senza veli, scendendo sotto la superficie delle cose, per cogliere il dato strutturale di una situazione, che, reputo, riflette qualcosa di profondo e non contingente, che tende a modificare la qualità della nostra presenza nella società. Una precisa ispirazione e capacità delle destre ha riconquistato consensi, aggregando, anzi, forze ulteriori e nuove energie, sulla base di una reale egemonia culturale, prima ancora che politica e sociale. Con una forte pressione ideologica, tesa ad esaltare le sensibilità più individualistiche e corporative, hanno convinto una parte rilevante del Paese, compreso fasce di lavoratrici/ori, ceti popolari, che avevano tutto da guadagnare dal rafforzamento del capitalismo e da una piena integrazione nel suo sistema di valori (il capitalismo, il miglior mondo possibile). Ha preso corpo un diffuso individualismo di massa, una cultura che non crede più in antiche differenziazioni valoriali, un modello di sviluppo basato sull'individualismo (solo soli, e, spesso contro altri, si riesce a cavarsela) come sfiducia nella collettiva capacità del Paese di creare futuro e progresso. Dicono alcune analisi/elaborazioni del voto, di un cittadino elettore individualista (post ideologico) per il quale il voto è scelta verso il Partito, il leader, che sembrano garantire con maggiore efficacia i propri interessi individuali, rispetto a quelli che hanno l'obiettivo di perseguire finalità generali, il "bene collettivo" (il 20% degli elettori ha deciso il voto nell'ultimo periodo; l'8% il giorno stesso, orientandosi, prevalentemente verso il centro-destra). Come non vedere che ciò è stato reso possibile grazie ad una presenza (o assenza) debole del Partito, della sinistra, nel condurre una men che rigorosa battaglia, alzare un adeguato argine, contro la penetrazione dell'ideologia delle destre. Al contrario, spesso, ideologia ed identità sono state messe alla gogna, per non parlare del pentitismo di alcune/alcuni dirigenti, cosa diversa dalla necessaria riflessione critica della nostra storia, che non può essere approssimativa, strumentale, a senso unico, e, soprattutto, non contestualizzata alla fase storica (l'abiura del passato non serve/servirà a distogliere l'attenzione dagli errori politici recenti). Non ho rimpianti per battaglie ideali e culturali contrassegnate da antichi schemi dogmatici: ma altra cosa è l'assenza di ideologia, identità, ideali forti, di un etica e morale della politica, e, al contrario, una presenza di agnosticismo, indifferenza teorica, disimpegno culturale, anche se mascherato da laicismo e pluralismo, alibi, che di fatto hanno favorito la penetrazione dell'ideologia neo-liberista, l'egemonia culturale delle destre. Vale anche in politica la legge della natura: si raccoglie quello che si semina, e se il prodotto è scarso e deteriorato, per individuarne le cause, oltre a valutare gli eventuali eventi esterni, innanzitutto occorre analizzare la bontà o meno del seminato. Così è, ed allora come non vedere che la bontà del nostro seminato (le certezze di questi anni), della sinistra, tale non è stata ritenuta da gran parte del nostro popolo, perché distante dalle loro esigenze e aspettative (il distacco del Prc dai giovani non è mai stato così, sempre più pesante). Con il V e VI Congresso abbiamo attuato palesi scelte per "sbaraccare" l'immagine del Partito, ritenuta vecchia, per alcune ed alcuni obsoleta, per sostituire ad essa non una semplice rappresentazione aggiornata ed abbellita, ma quella di un Partito adeguato ad una società in perenne movimento. L'organizzazione dei Giovani Comunisti è stata utilizzata come laboratorio sperimentale per le future esperienze di Partito. Abbiamo posto in essere aperture ideali, introdotto "innovazioni" nel modo di fare politica e essere organizzazione, seguito tendenze ed impostazioni provenienti da settori più diversi della cultura, della pratica politica, dei movimenti, "veleggiando" fra gli scogli delle Istituzioni con un immersione nel mondo e nello spirito "radical-chic" (da Partito di massa a Partito radicale di massa a Partito elettoralistico). Siamo stati fra i protagonisti del Movimento dei Movimenti. Il riscontro politico di questo seminato ha visto il "pendolo" del consenso elettorale non mutarsi (nelle elezioni amministrative addirittura un suo progressivo pendere verso il basso), per molti anni, nei gruppi dirigenti, a partire dal segretario del Partito, denunciato un sempre maggior degrado dell'essere e dello stato/vita interna del Partito (documentato, autocriticamente nella Conferenza di Organizzazione, i cui documenti e i deliberati invito tutte/i a rileggere), l'inesistenza dell'organizzazione dei Giovani comunisti. La Sinistra, l'Arcobaleno, la certezza di ieri, tanto da essere indicata - e per questo abbiamo chiesto il voto - come il nuovo Partito unico della Sinistra, viene oggi, autocriticamente, in ambedue i documenti finali del Congresso, ritenuta un fallimento e non più riproducibile. C'è di che perché tutte/i, con umiltà e modestia si lavori per un "voltar pagina", per una ricostruzione/rinnovamento del Partito, mantenendo i suoi connotati essenziali - carattere, identità, di forza di cambiamento, concezione etico morale comunista della politica (rinnovamento nella continuità). Il ruolo dell'opposizione (oggi per noi extraparlamentare) non è meno importante e necessario di quello di governo: dall'opposizione si è in grado di individuare terreni di confronto ed intesa, definire piattaforme programmatiche e rivendicative credibili, intorno alle quali costruire consenso, dar vita al movimento per affermarle (senza dividerci in protestatari e governisti/istituzionalisti). C'è da modificare gli attuali rapporti di forza, ricomporre un sistema di alleanze attorno al lavoro dipendente: partendo dal lavoro, dalla sua funzione ed utilità sociale, è possibile ricostruire il tessuto connettivo di un ampio fronte, blocco sociale, che sviluppando una critica serrata al neo-individualismo sappia riproporre le tematiche ed il valore della solidarietà e della giustizia sociale, il "bene collettivo". Per tutte/i: gli unici "conti" che abbiamo da fare sono con la nuova realtà prodottasi nel Paese, quella delle destre, e per combattere e per poter vincere questa sfida è necessario, indispensabile, l'unità del Partito. Il Congresso è alle spalle: si lasci da parte di tutte/i, alle spalle anche la contesa che lo ha animato. C'è una grande attesa nel Partito per il Cpn del 13 settembre: non sia delusa. Lo "slancio" venuto meno riprenderà se il messaggio sarà quello che la stragrande maggioranza si attende: un governo/gestione unitaria del Partito, prime iniziative politiche (a questo proposito venga predisposta una commissione o gruppo di lavoro per elaborare una proposta di documento e le procedure per la Conferenza delle/dei lavoratrici/ori). Non servono parole ma fatti: chi vuole operare per il bene e nell'interesse unico del Partito batta un "colpo".

 

Tiblisi, un milione di antirussi in piazza - Pietro zanna

Tiblisi - Una folla oceanica ha partecipato lla manifestazione "Stop Russia" voluta dal presidente Saakashvili ieri pomeriggio a Tiblisi. Almeno un milione di persone hanno formato una catena umana che ha attraversato la città, dando vita ad un percorso che ha riprodotto Il confine della Georgia "completa." Una manifestazione poco pacifista, ma era logico aspettarselo. Un mare di bandiere rosse e bianche, americane ed europee, inni nazionali a ritmo continuo, elicotteri da guerra che hanno fatto carosello lungo il percorso dove la gente si assiepava. Presente anche un immenso striscione della Nato. E poi lui, il presidente. Alle cinque del pomeriggio si è affacciato sulla Freedom square, ex piazza del popolo (un tempo c'era la statua di Lenin ora c'e' San Giorgio che uccide il drago). Di fronte a una folla in tripudio ha tenuto un breve discorso affacciandosi dal balcone del palazzo del comune. «Non vogliamo essere nemici di nessuno - ha detto - ma saremo costretti a difendere i nostri interessi nazionali». Saakashvili ha abbandonato i toni bellicosi delle settimane precedenti ed ha tenuto invece un discorso dal profilo molto basso. Ha ringraziato i partecipanti, ha chiesto la pace ed ha ripetuto che molte volte che «la Georgia chiede solo la libertà» Nessun attacco diretto alla Russia ed ai suoi vertici politici e persino nessun accenno all'occupazione. La folla ha accolto con entusiasmo le sue parole, in particolare I passaggi riguardanti la libertà. Ma se la Russia non è stato nel centro del mirino del presidente lo era nei sentimenti dei manifestanti. «La Russia è responsabile delle disgrazie di questo paese da ottanta anni. Noi abbiamo scelto di stare con l'Europa e l'occidente e loro ci colpiscono per questo» questo il pensiero di Eka, venuta alla manifestazione con la mamma. Una protesta che rafforza la posizione di Saakashvili che appariva giorno dopo giorno sempre più traballante. Le ultime bordate provenienti dagli osservatori Ocse riguardanti una «evidente preparazione georgiana del conflitto da lungo tempo» avevano fatto crescere le voci di una volontà bipartisan (Usa-Russia) di una sostituzione del presidente in tempi più o meno brevi. La manifestazione di popolo che ha osannato Saakashvili allontana questa prospettiva. Lontano da Tiblisi e dai sui cortei intanto prosegue la via crucis dei profughi stretti nella morsa dell'oblio generale e del fastidio. La costruzione del mega campo a Gori continua senza sosta e circa mille sfollati al giorno giungono da tutte le parti del paese. E' da notare però che in alcuni villaggi che si trovano nell cosiddette zone buffer , cuscinetto, occupate dai russi ma non in Ossetia, continuano a vivere piccolo gruppi di georgiani. E'il caso di Nikozi, piccolo villaggio a soli tre km da Thzikivali, capitale dell'Ossetia del sud. Si conta che in quindici giorni il campo di Gori possa arrivare a quota quindicimila presenze. La volontà del governo di ammassare tutti in un unico posto è irremovibile e per dare prova di questo nei prossimi giorni verranno sospese le distribuzioni di aiuti non alimentari nelle scuole dove gli sfollati oppongono resistenza. Se una parte appare felice di riavvicinarsi verso a casa, altri sono fermamente intenzionati ad alzare le barricate pur di non lasciare Tiblisi. Si assiste quindi a scene paradossali: distribuzioni di aiuti che Ong, associazioni religiose e privati portati avanti contro la volontà del governo e al di fuori da qualsiasi organizzazione. Furgoncini vagano per la città portando un po' a casaccio pannolini, shampoo, latte in polvere… «C'è uno scontro in corso tra noi e il governo sul campo profughi di Gori - ci dice una funzionaria italiana dell'Unhcr - uno scontro molto duro. Abbiamo grandi timori riguardo questa operazione che presenta lati oscuri». Il primo aspetto sarebbe quello mediatico politico. «La costruzione di un unico campo profughi così grande rientra nel solito schema: fare pressione psicologica sull'opinione pubblica occidentale ammassando in tende sfollati che hanno le loro case a pochi chilometri. I campi profughi del Libano insegnano qualcosa». Il secondo aspetto è ancora più inquietante. "Il governo georgiano sta chiedendo per la ricostruzione e l'alloggio dei profughi cifre spaventose alla comunità internazionale. Soldi che in buona parte arriveranno. Le infrastrutture sono state danneggiate in minima parte dal conflitto mentre per quanto riguarda gli alloggiamenti il discorso è lungo… Con i soldi in arrivo dovrebbero essere ristrutturati vecchi palazzi e costruite nuove cassette. Qui i profughi troverebbero riparo. Purtroppo non riusciamo a capire per quanto tempo. Noi vorremmo che qualcuno ci desse assicurazioni sul fatto che fra un po' i profughi non venissero sbattuti fuori da queste strutture nuove o ristrutturate e ci fosse una mega speculazione edilizia sulla pelle di chi non ha casa». Si vedrà. Certo l'attuale situazione non promette nulla di buono. La Georgia ha privatizzato praticamente tutto e il ministro della sanità esprime dubbi sulla distribuzione dei farmaci in quanto drogherebbero il mercato. Se la precedente gestione dei profughi post guerra del '91 fa da esempio c'è da mettersi le mani nei capelli. I presidenti si sono succeduti ma le loro condizioni sono rimaste sempre terribili. Ora poi ci sono i fuggiaschi di quella guerra che tentano di farsi passare come profughi di questa per migliorare le loro condizioni di vita disastrose. La folla che ieri ha dimostrato per le vie di Tiblisi ha poche relazioni con queste situazioni. E' la massa che dalle privatizzazioni ha ottenuto grandi benefici, è cosmopolita e ama lo stile di vita occidentale. Nei campi profughi e nelle scuole non c'è stata nessuna catena umana, solo tanta paura.

 

Repubblica – 2.9.08

 

La resa dello Stato - GIUSEPPE D'AVANZO

Le cose del calcio hanno un gran pregio: smascherano l'ipocrisia nazionale, ci rivelano quanto "politica" e ideologica sia la strategia della "tolleranza zero" che governi di ogni colore hanno proposto nel tempo. Nella prima giornata del campionato di calcio, la "tolleranza zero" è diventata massima tolleranza. Non avviene per una sventura o per un'avventura. I fatti sono noti. Un paio di migliaia di tifosi organizzati del Napoli hanno invaso la stazione ferroviaria di piazza Garibaldi; assalito un treno; costretto i viaggiatori ad allontanarsi e preteso che il convoglio raggiungesse Roma, dove i prepotenti - molti con il passamontagna a coprire il volto - sono stati accolti da trenta bus che li hanno accompagnati - gratis - all'Olimpico dove sono entrati senza alcun controllo dal cancello principale, molti senza biglietto, alcuni con sacchi di bombe carta. Il viaggio ha provocato danni alle cose (vagoni, bus) per quasi 600 mila euro. Oggi tutti a chiedersi come sia potuto accadere quel che, con un eufemismo, il sottosegretario agli Interni Mantovano definisce "una catena di anomalie". A porre la domanda in giro è la solita solfa italiana che riduce il fare al dire. Le Ferrovie dicono di aver fatto sapere che, nel giorno del rientro dalle vacanze per migliaia di italiani, non c'era possibilità di formare treni speciali. Il Calcio Napoli si difende ricordando di aver avvertito i tifosi delle difficoltà delle Ferrovie. Il questore di Napoli, poverino, arriva a sostenere che quando è partito il treno era tutto a posto, tutto tranquillo, gli adrenalinici viaggiatori avevano - tutti - il biglietto delle ferrovie, dello stadio e nessuno - nessuno - era armato. Nemmeno chessò una "lama" o un petardo. A sua volta, la questura di Roma spiega che, una volta che la banda di animals (1500/2000) è giunta nella Capitale, l'opzione più illuminata prevede di condurli nel recinto dello stadio per "ridurre il danno": "Perdi la faccia, è vero, ma eviti che se ne vadano a distruggere il centro della città, che sarebbe molto peggio". Come sempre dopo queste "catastrofi dello Stato", suonano alte le grida di sdegno. Il giorno dopo, sono a basso prezzo e nessuno si tira indietro. E poi nascono per durare poco o niente. Più o meno un anno fa, eravamo nella stessa situazione, ricordate? A febbraio era stato ucciso l'ispettore di polizia Filippo Raciti, il "decreto Amato" aveva incarognito i provvedimenti del predecessore Pisanu: possibilità di arresto in flagranza differita anche dopo 48 ore dai fatti; divieto di vendita cumulativa dei biglietti; biglietto nominativo; divieto di esporre striscioni che incitano alla violenza; nuovi reati (invasione di campo, fino a 4 anni); pene aggravate per le lesioni gravi o gravissime a pubblico ufficiale se "in occasione di manifestazioni sportive" (fino a 10 e 16 anni). Il periodo di relativa quiete che ne segue lascia sbocciare un'ottimistica attesa che presto va delusa. Novembre 2007. Un poliziotto ammazza nell'area di servizio di Badia al Pino, Arezzo, Gabriele "Gabbo" Sandri, poco dopo una rissa tra laziali e juventini. L'omicidio scatena una guerriglia in mezz'Italia (gli ultras chiedono la sospensione delle partite), a Roma vengono assaltate la sede del Coni e un paio di caserme. Anche allora, appena dieci mesi fa, si ode un solo grido: basta, tolleranza zero! Divieto delle trasferte di massa delle tifoserie violente. Sospensione delle partite in caso di incidenti anche lontano dallo stadio e lungo le vie di trasporto. Sono le soluzioni che, anche in queste ore, tornano ad affacciarsi. E ieri come oggi, saranno inutili perché il problema non sono le leggi (che ci sono, e severissime), ma la loro applicazione che è leggera, distratta, occasionale. Perché? Perché a una donna islamica con il velo sarà vietato di entrare in un museo, ma un paio di centinaia di animals potranno attraversare la capitale con il passamontagna sul volto. Che cosa giustifica la "tolleranza zero" per quella donna e la "massima tolleranza" per gli animals del calcio? Una spiegazione, al di là del luogo comune della politica e dell'ipocrisia del mondo del calcio, ci deve essere e voglio azzardarne una. Puoi permetterti la tolleranza zero con chi è stato spogliato dei suoi diritti, privato di ogni statuto politico e di ogni prerogativa fino a ridurlo a non-cittadino, come non-cittadini sono gli immigrati contro cui si esercitano le politiche di tolleranza zero. I violenti degli stadi che, spesso nelle loro periferie vivono la stessa condizione di denizens degli immigrati, diventati "tifosi" e "massa" recuperano uno status - addirittura una dignità, quasi un diritto di cittadinanza - perché fanno parte dello spettacolo e lo spettacolo, con i tempi che corrono, ha sempre una positività impetuosa, indiscutibile, intoccabile. È lo spettacolo cui partecipano a restituire ai violenti diritti, voce, un linguaggio, uno spazio, un potere, un'illusione, l'impunità. Impunità che non avrebbero se, fuori dello spettacolo, scatenassero la loro collera sociale (nello spettacolo, i gesti dello spettatore "non sono più i suoi, ma di un altro che glieli rappresenta"). È dunque il potere dispotico dello spettacolo a rendere immuni gli ultras perché è lo spettacolo che li tiene lontani dal conflitto sociale, e un prezzo bisognerà pur pagarlo per quel beneficio. Forse accade addirittura di più. Nei riti di guerra simulata, le tifoserie violente interpretano con la tribalizzazione dell'identità, l'occupazione di uno spazio territoriale, il radicamento delle appartenenze, l'evocazione di simboli e slogan politici e della coppia amico/nemico, una tendenza sociale più che condivisa; una vocazione condotta fino al limite della patologia che non si vuole o può condividere, ma nemmeno smentire al di là di una condanna di circostanza. Che, con il nuovo giorno, si può lasciare cadere da qualche parte per ricominciare ancora una volta daccapo. Non è accaduto questo finora? E non è questo che ancora accadrà?

 

Nessuno può insegnare con 1200 euro al mese - PIETRO CITATI

La naftalina mi è sempre piaciuta moltissimo: al contrario che a Michele Serra, il quale trova un forte odore di naftalina nelle riforme scolastiche proposte dal ministro Gelmini. Ricordo la beatitudine con cui, a tarda primavera, aprivo gli armadi dove mio padre e mia madre avevano chiuso i cappotti e le pellicce invernali, e aspiravo l'odore di naftalina, che mi rammentava profumi molto più squisiti. Michele Serra ha perfettamente ragione su un punto capitale. Non potrà esserci nessun rinnovamento della scuola italiana, se il governo non aumenterà in modo considerevole gli stipendi dei maestri elementari e dei professori delle medie e del liceo. Non è possibile insegnare con uno stipendio di 1200 euro al mese. Con questa somma non si possono comprare libri e nemmeno giornali: né si acquistano vestiti, cappotti e golf nuovi, senza i quali nessuno avrà mai il rispetto degli alunni, visto che oggi la dignità esiste solo se è accompagnata da danari. Leopardi con il vecchissimo cappotto sfilacciato e Baudelaire con le scarpe bucate non sono eroi del nostro tempo. Come il governo trovi i soldi, non so e non mi importa di sapere. So soltanto che dal 1945, quando qualcuno tocca questo argomento, la risposta è sempre la stessa: "Non c'è danaro". Mentre il danaro c'è, sempre, per le cose più sciocche. Una di queste cose fu, appunto, quella di moltiplicare gli insegnanti nella scuola elementare: con un costo enorme. Un maestro solo (a parte l'insegnante di lingue straniere) è del tutto sufficiente. Ricordo maestre intelligenti ed eroiche che, nei piccoli paesi, fronteggiavano nello stesso tempo tre classi, alternando italiano e aritmetica, geografia e storia. Per quanto so, la scuola elementare italiana, negli anni dal 1935 al 1970, era piuttosto buona. Sarebbe sbagliato, invece, aumentare il numero degli scolari nelle classi, in specie nelle scuole elementari e medie. Non si può insegnare l'italiano a quaranta ragazzi contemporaneamente, come facevo negli anni tra il 1954 e il 1959, quando ero professore negli avviamenti. C'è un problema: i maestri e le maestre del 2008 sono ancora capaci di insegnare cinque o sei materie? La scuola elementare e media non ha bisogno di computer, come diceva Silvio Berlusconi anni fa. Il computer è anche troppo usato, oggi, in Italia. Col risultato che ragazzi di tredici anni lo usano meravigliosamente, come un gioco spettacolare, ma non sanno scrivere una lettera in italiano. Credo che tra voto e giudizio scolastico non ci sia una vera differenza. Tutti i professori sanno che i voti riflettevano un discussione tra professori e preside in camera di consiglio: "tu a quello togli due materie a settembre, e a questo ne aggiungo una io". Quanto ai giudizi psicologici, la pretesa di comprendere, analizzare e giudicare un bambino o un ragazzo, è completamente insensata. Nessun professore sa chi è veramente un alunno di otto o quindici anni: non lo sanno nemmeno il padre o la madre, e nessun altro essere umano. Settantacinque anni fa, Giorgio Manganelli, il quale è stato lo scrittore italiano più intelligente dell'ultimo mezzo secolo, veniva ritenuto da tutti (presidi, maestri, professori, compagni) un idiota. Dobbiamo dare pochissimo peso ai voti e ai giudizi della scuola: sono, fatalmente, un meno peggio. I libri scolastici sono troppi, e spesso sono cattivi. Ricordo una immensa e mostruosa antologia per i ginnasi-licei, che non spiegava i testi, ma cercava di diffondere la terminologia strutturalista ("diegesi", "attante"). Forse sarebbe necessario istituire una specie di concorso statale, con cui stabilire quali libri scolastici sono adatti, e quali no. Capisco che si tratta di una proposta pericolosa, perché non ho fiducia negli eventuali giudici. I ragazzi non leggono, o leggono troppo poco. Spesso, i professori non sono in grado di consigliare i libri giusti. Non è possibile far leggere a un quindicenne La coscienza di Zeno (libro per lui noioso e incomprensibile), invece che I ragazzi della via Paal o Delitto e castigo, che egli amerebbe appassionatamente. Forse è ingenuo sperare in una buona lista di libri, proposta dal Ministero dell'Istruzione.

 

La Stampa – 2.9.08

 

"La nostra estate di lezioni private" - MARIA TERESA MARTINENGO

TORINO - Un’estate irripetibile. Nel senso che non ne voglio vivere un’altra uguale». Nel gruppo di compagni che avevano appena affrontato la verifica di latino, lasciapassare verso la V ginnasio al severissimo «Cavour» di Torino, Alice ieri era categorica. «Studierò tanto. A una vacanza come questa, con i libri sempre dietro, non voglio più pensare». Con lei, sul marciapiede di corso Tassoni, Giorgio, David, Shaka ed Erica hanno tirato il primo sospiro di sollievo. Il primo, perché quasi tutti sono alle prese con la «sospensione» in latino, greco e italiano o matematica. Tutti sono convinti di avercela messa tutta in questa estate che li ha resi un po’ più simili ai genitori, studenti ai tempi degli «esami di riparazione». Simili anche perché - dopo tanto parlare dei corsi di 15 ore che per il ministero sarebbero dovuti essere il toccasana per il recupero di materie trascurate o non capite - ieri davanti ai licei è venuta a galla la verità: l’estate è tornata ad essere la stagione delle lezioni private. Almeno per chi ha potuto permettersele. Shaka sorride, ammette: «Sì, sono andato a lezione di greco e latino. Non potevo farne a meno». Pochi metri più in là Martina e Giulia, V ginnasio, hanno lavorato su una versione «fattibile» di Nepote, reduci dal mare della Toscana e delle Marche. «Abbiamo passato due mesi a studiare, tra corsi a scuola e ripetizioni a pagamento. Fare di più non sarebbe stato possibile». Le ripetizioni? «Mia madre ha parlato con la professoressa e alla fine me le ha fatte prendere per rinforzarmi», dice Giulia. Lezioni private per tutta l’estate anche per Flavia e Alice, aspiranti alla V ginnasio al «D’Azeglio». Ieri erano tra i soli 16 «sospesi» in italiano (di tutta la scuola) che hanno affrontato la verifica, una comprensione del testo. Flavia, look aggressivo, voce dolce e modi educati: «Se mi bocciano cambio scuola. Ma spero proprio di non doverlo fare. Ho studiato, ho preso lezioni e credo di avere ottenuto dei risultati. Ci conto». Stamane le tocca latino e domani greco. Il preside Salvatore Iuvara ha sul tavolo la statistica dei «sospesi». «In italiano sono pochi, ma con latino, greco, matematica e lingua straniera la media generale arriva al 23,6 per cento». Lezioni private indispensabili, come vent’anni fa? «Abbiamo fatto un grosso lavoro per organizzare i corsi, per far quadrare le risorse e gli orari di chi aveva anche tre “sospensioni”. Certo, abbiamo potuto organizzarli solo per le discipline dove il numero delle difficoltà è più rilevante. La scuola non ha suggerito le ripetizioni, ha sottolineato con le famiglie l’importanza dell’impegno individuale». Le famiglie, almeno quelle più preoccupate da una possibile bocciatura, hanno tratto le loro conclusioni e sono corse ai ripari. Al classico, come allo scientifico. Al «Gobetti», dove ieri pomeriggio le verifiche hanno preso il via con latino, Francesca, giudizio sospeso alla fine del primo anno, i corsi della scuola non li ha neppure frequentati. «I miei genitori hanno sottoscritto la dichiarazione che avrei studiato privatamente. E infatti ho preso molte lezioni». La sua compagna Sara aggiunge: «Fare il corso, com’è capitato a me, con un professore che non è il tuo non serve a niente. Alla fine ho preso anch’io lezioni private da uno studente universitario». All’istituto professionale «Plana» che da generazioni diploma odontotecnici e meccanici ieri è stato il giorno di italiano. Qui gli studenti hanno la stessa stanchezza nella voce dei loro colleghi dei licei, ma di lezioni private non parlano. Fabio, Andrea, Giuseppe e Denise hanno due o tre giudizi sospesi a testa che spaziano tra italiano, fisica, matematica, storia, diritto e disegno. Fabio e Andrea hanno fatto un tema che, almeno per l’argomento, è andato loro incontro: hanno dovuto descrivere il personaggio dello sport preferito e il calcio ha avuto la meglio. Fabio ha scelto Javier Zanetti, Andrea ha puntato sull’idolo Del Piero. Karen, origine peruviana ma nella scuola italiana fin dalla materna, e Mario, hanno avuto la scelta tra la comunicazione nell’era delle tecnologie e l’Olimpiade di Pechino. «Il nostro problema in italiano è che gli autori dell’800 ci sembrano tutti uguali. Tutti tristi allo stesso modo», spiega Karen anche per il compagno. Che aggiunge: «L’anno prossimo abbiamo l’esame di qualifica. O promossi o bocciati. Ma se tornassi indietro studierei molto di più». Al primo piano, il preside Tommaso De Luca sottolinea proprio questo aspetto: «Con l’obbligo del recupero delle insufficienze i nostri ragazzi hanno studiato di più durante l’anno e si sono impegnati d’estate con i corsi e con lo studio individuale. Alle famiglie abbiamo fatto capire il valore di una maggiore serietà. Abbiamo fatto di tutto per far funzionare i corsi e quest’anno non ci saranno debiti pregressi. Ma bisogna investire fin da subito in prevenzione. Sperando che la macchina non cambi più il suo meccanismo...».

 

Google sfida Microsoft

NEW YORK - Google lancia la sfida a Microsoft e annuncia di voler mettere sul mercato in 100 paesi un nuovo browser chiamato «Google Chrome». Il programma è gratuito e disponibile nella versione «beta», ovvero di prova, e dunque modificabile grazie anche al contributo degli utenti. Si tratta di un vero e proprio smacco nei confronti di Microsoft e l’obiettivo di Google è insidiare il primato del colosso di Seattle nel settore dei programmi legati al collegamento a Internet. Google Chrome è realizzato per rendere più semplice e veloce la navigazione online dopo un lavoro di ricerca e realizzazione di circa due anni. Un progetto divenuto più complesso da quando Microsoft ha lanciato Internet Explorer 7. La conferma della nuova mossa del colosso di Mountain View è arrivata dopo che alcuni dettagli dell’operazione erano arrivati erroneamente al sito Blogoscoped.com sotto forma di tavole disegnate dal fumettista Scott McCloud. Da lì i dati top secret erano rimbalzati nei vari blog dedicati al settore costringendo Google ad annunciare ufficialmente il lancio del nuovo prodotto. Google, che sta lavorando anche a una versione adatta per Apple Macintosh e Linux, ha spiegato che i suoi ingegneri hanno lavorato prendendo spunto da una varietà di progetti open source, incluso l’Apple Inc’s WebKit e il Mozilla Firefox, con l’obiettivo di realizzare quanti più software aperti ad altri sviluppatori che possono modificarlo e ampliarlo. «Abbiamo capito che il Web è passato da più pagine di testo a una ricca interazione di applicazioni e per questo è necessario ripensare completamente al ruolo del browser», ha spiegato il vice presidente della Direzione prodotti di Google, Sindar Pichai. Il programma «Chrome» ha tra le principali caratteristiche quella di caricare le pagine più velocemente e con una maggiore sicurezza e include anche un nuovo motore che permette di scaricare il codice JavaScript, che abbonderà nelle future applicazioni web non ancora inventate. Il nuovo browser ha anche un nuovo aspetto: renderà possibile la navigazione «in incognito», consentendo all’utente di non lasciare alcuna traccia di sé nella rete.

 

McCain e la "dottrina Giuliani" – Maurizio Molinari

Le idee di Rudy Giuliani, la strategia mutuata da Karl Rove e la flemma di un notabile di partito come Mike Duncan: sono i tre ingredienti dello «Stormy Moment» (il momento dell’uragano) come i media hanno rinominato l’operazione politico-mediatica grazie alla quale John McCain è riuscito a trasformare l’impatto di Gustav da svantaggio in vantaggio nella sfida con Barack Obama. L’ex sindaco di New York crede che la lotta contro gli uragani sia un’efficace carta elettorale sin dalla campagna delle primarie, quando affrontò nel Super-Martedì il voto in Florida puntando sulla proposta di «sconfiggerli» garantendo a tutti i cittadini un’assicurazione ad hoc contro i disastri naturali. Giuliani perse le primarie ma quell’idea era piaciuta a McCain perché celava la determinazione a sfidare, e vincere, le più terribili intemperie che sin dall’epoca dei primi pionieri distingue l’identità degli americani. Quando Gustav ha minacciato di travolgere la Convention di St Paul è stato proprio Giuliani, secondo fonti repubblicane a Minneapolis, a suggerire a McCain di sfruttare l’occasione per dichiarargli guerra «usando ogni risorsa del partito al fine di fronteggiarlo proteggendo i cittadini minacciati». Gli uragani sono un nemico di tutti gli americani e schierandosi contro Gustav il candidato avrebbe potuto vestire con facilità un ruolo presidenziale, riuscendo fra l’altro a distinguersi dagli errori compiuti da George W. Bush nel 2005 con Katrina. Quando McCain ha fatto propria l’idea di Giuliani la realizzazione è passata nelle mani di Steven Schmidt, il trentenne ex pupillo di Karl Rove nella «war room» della campagna Bush-Cheney del 2004 che è soprannominato «proiettile» ed è oggi lo stratega del candidato. Schmidt ha applicato alla lettera la lezione-chiave appresa dal maestro ovvero «trasformare ogni svantaggio in vantaggio». Lo svantaggio, fra venerdì e sabato, si era manifestato chiaramente: Gustav minacciava di diffondere morte e distruzione in coincidenza con l’apertura dei lavori della Convention facendo apparire i repubblicani come un partito talmente bramoso di potere da essere indifferente alla ripetizione di un nuovo disastro stile-Katrina. I network tv rilanciavano la sovrapposizione fra Gustav e la Convention preannunciando un disastro mediatico che avrebbe favorito i democratici appena reduci dai successi di Denver. Schmidt a quel punto ha messo in atto la dottrina-Rove: se la debolezza era la contrapposizione fra St. Paul e Gustav la soluzione era sovrapporre la Convention all’uragano. McCain ha cambiato i piani della Convention e si è spostato in Mississippi concentrando «tutte le risorse disponibili» contro Gustav, affermando che ciò avveniva perché «essere americani prevale sull’essere repubblicani». Il risultato è stato proiettare McCain e il partito nella trincea dell’«Operazione Gustav» prendendo di sorpresa Barack Obama e Joe Biden, obbligati a reagire, impossibilitati a criticare e pressoché ignorati dalle tv. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la flemma di Mike Duncan, presidente dei repubblicani, che ha garantito basso profilo e assenza di polemiche nelle 50 delegazioni giunte in forza del detto secondo il quale nei frangenti cruciali «Democrats fall in love and Republicans fall in line» (i democratici si innamorano e i repubblicani obbediscono). Come ha riassunto «Time», «Gustav ha posto i repubblicani di fronte a una sfida inattesa e a una potenziale opportunità». McCain ha affrontato la sfida e colto le opportunità. E se l’impatto dell’uragano non sarà drammatico potrà anche parlare di persona a St Paul giovedì sera incassando il risultato della mini-crisi.


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