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Ferrovie, altri due operai uccisi

Manifesto – 3.9.08

 

Sotto i debiti - Galapagos

Bankitalia ieri ha fatto sapere che indebitarsi costa sempre di più: a luglio i tassi sui mutui sono saliti oltre la soglia del 6 per cento. E ancora peggio va per chi cede alle «lusinghe» degli acquisti di beni di consumo a rate: i tassi sfiorano il 10% e salgono all'11,6% per i prestiti inferiori all'anno. Eppure siamo sommersi dalle promesse di «tasso zero» reclamizzate su tutti i media. Gli italiani sono diventati più attenti negli acquisti rateali, ci ha detto due giorni fa Assofin. Ma seguitano a indebitarsi, ci spiega la Banca d'Italia: dalla fine del 2004 lo stock di debito delle famiglie è cresciuto del 32%, superando i 463 miliardi di euro: un macigno che ipoteca il futuro. Delle famiglie e anche dell'economia: per fronteggiare il debito molti saranno costretti a consumare di meno con impulsi negativi sulla domanda globale e sulla crescita del Pil. Non a caso le previsioni aggiornate che ieri ha diffuso l'Ocse proprio brutte. Soprattutto per l'Italia: quest'anno la crescita del Pil sarà di appena lo 0,1 per cento. Ma non va meglio negli altri paesi industrializzati, quelli del G7, per intenderci. Con l'eccezione degli Usa che hanno potuto gettare sul piatto delle recessione centinaia di miliardi di sgravi fiscali e di aiuti alle banche, in tutti gli altri paesi la crisi morde in profondità. Dal Giappone alla Germania, dalla Francia alla Spagna la crescita sembra essersi bloccata e sono parecchi i paesi che nel secondo trimestre hanno registrato una crescita negativa. In questa ottica non è casuale che le quotazioni del petrolio stiano rapidamente scendendo: i mercati (e la speculazione) hanno fiutato che la domanda di greggio sta flettendo e che la crisi si sta rapidamente trasmettendo anche a paesi che contano tantissimo come la Cina e l'India. Non è un caso che rompendo la «sacralità» del Ferragosto in Spagna e Francia si siano tenute riunioni straordinarie dei rispettivi governi per predisporre pacchetti di misure anticrisi. Perché è certo che la crisi nel 2009 sarà ancora più violenta se non verrà fronteggiata tempestivamente. In Italia, invece, tutto tace. Peggio: è stata varata una manovra che va in direzione opposta al buon senso: tagli e ancora tagli che freneranno ulteriormente la crescita. Fra i lettori del manifesto ci sono molti sostenitori della «non crescita», fautori della qualità della vita più che della quantità dell'espansione illimitata del Pil. E di ragioni ne hanno. Ma con un dubbio: in un paese come l'Italia ci sono macro aree che necessitano di crescita quantitativa per colmare gap storici di reddito e sviluppo. Invece la politica economica di Tremonti e Berlusconi non muove in questa direzione. Anzi, i tagli e le riforme finiranno per penalizzare la qualità della vita di milioni di persone. E anche riforme apparentemente non «economiche» come la riforma della scuola, finiranno per penalizzare le donne (ributtate nella gestione della casa) e si risolveranno in un trionfo della scuola privata. Un privato sempre più invasivo che cerca nei servizi alle famiglie una nuova frontiera per ampliare l'area del profitto. Ieri il direttore dell'Ocse ha sentenziato: l'Italia non si azzardi a praticare una politica di alleggerimento della pressione fiscale. A parte l'interferenza di un istituto che da anni non ne azzecca una, nessun problema: l'autoriduzione fiscale, cioè l'evasione di massa sta ridiventando con Tremonti (lo dicono i dati sul fabbisogno dello stato) uno «sport» di massa.

 

L’Ocse vede nero Italia: crescita zero - Carlo Leone Del Bello

Da tempo ormai, la visione pessimistica dell'economia mondiale ha smesso di essere una prerogativa delle solite «cassandre». A vedere nero questa volta è l'Ocse, che rivede al ribasso le stime di crescita per i sette grandi. Stagnazione in vista per l'Europa, mentre regna l'incertezza sulla situazione degli Stati uniti. Tra i vari mali che affliggono il mondo economico, solo il petrolio sembra dare segni di miglioramento. Il greggio a New York è sceso sotto quota 110 dollari al barile. Per l'Ocse - organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico - la tempesta sul mercato finanziario è ben lungi dall'essere passata. Nonostante possa sembrare che le banche abbiano portato allo scoperto la maggior parte delle perdite le gate ai mutui subprime, le condizioni negative del mercato creditizio rimangono. Oltre a questo, continua a peggiorare il mercato immobiliare, ormai in crisi non solo più negli Usa ma in molti paesi europei come Spagna, Regno unito, Irlanda e Danimarca. In conseguenza di ciò, il modello di previsione a breve termine dell'organizzazione prevede una crescita annualizzata del Pil sostanzialmente piatta per i paesi del G7: +0,8% nel terzo trimestre 2008 e +0,7% nel quarto. Gli Usa dovrebbero crescere dello 0,9% nel terzo trimestre e dello 0,7% nel quarto. La stima per il 2008 è stata rivista al rialzo, dall'1,2 al l'1,8%. Tale previsione è tuttavia incerta, vista la nuova natura della crisi e visto il ruolo incognito che avrà lo stimolo fiscale di Bush sul consumo privato. Gli economisti stanno infatti cercando di capire se l'assegno, ricevuto dagli americani per posta, è stato già speso, risparmiato, oppure utilizzato per pagare i debiti. L'Eurozona dovrebbe crescere ancora meno degli Usa (+0,4% nel terzo trimestre e +0,8% nel quarto), frenata da Germania (0%), Francia (+0,2% nel terzo trimestre) e Italia. Il Belpaese in particolare dovrebbe crescere, in tutto il 2008, solamente dello 0,1%. Nel precedente economic outlook dell'Ocse, la crescita del Pil italiano era stimata allo 0,5%. Per far fronte a questa situazione, ammonisce l'Ocse per bocca del capo economista Jorgen Elmeskov, i paesi europei «non si possono permettere di usare la leva fiscale». L'avvertimento è valido soprattutto per l'Italia, che parte da una situazione di maggiore debolezza rispetto agli altri paesi, e che è già pericolosamente vicina al limite del 3% di deficit in rapporto al Pil stabilito dal patto di stabilità e crescita. La leva fiscale, sempre secondo Elmeskov, sarebbe inappropriata anche perché l'Europa sta fronteggiando notevoli pressioni inflazionistiche. Di diverso avviso è il premier britannico Gordon Brown, che ha annunciato ieri un piano di aiuti pubblici al mercato immobiliare. Saranno esentati dal pagamento della tassa immobiliare per un anno, tutti gli acquirenti di case dal valore inferiore a 175 mila sterline (215 mila euro circa). Previsto inoltre uno stanziamento di un miliardo di sterline per aiutare chi è in difficoltà con le rate del mutuo e per incentivare le famiglie a basso reddito all'acquisto della prima casa. Dopo quasi tre lustri di boom immobiliare, i prezzi delle case in Inghilterra sono calate di oltre il 10% in un anno. Se il mondo industrializzato smette di crescere, è prevedibile che a subire uno stop sarà anche la domanda del «carburante» della crescita, ovvero il petrolio. Questa la ragione principale del crollo del prezzo del greggio, che in un mese è diminuito di oltre il 25%. Anche ieri al Nymex - il mercato di New York dove si scambiano i futures - il greggio ha perso in apertura oltre sette dollari al barile, scendendo sotto quota 106, dopo la notizia che l'uragano Gustav ha lasciato sostanzialmente intatta la capacità estrattiva del Golfo del Messico. Nonostante un avvio frizzante, col Dow Jones su di oltre il +2%, Wall Street ha annullato in chiusura tutti i guadagni. A un'ora dalla chiusura, l'indice delle blue chips era in parità, mentre il Nasdaq perdeva oltre lo 0,8%.

 

«I nostri dati valgono milioni» - Antonio Sciotto

Grosse aziende che basano tanta delle loro comunicazione sull'immagine e la correttezza verso i clienti, sono state sorprese con le «mani nel sacco»: avevano acquistato banche dati raccolte illecitamente, non preoccupandosi - come prevede invece la disciplina della privacy di verificarne la correttezza. Ieri il Garante della Privacy ha emanato un importante provvedimento nei confronti di Wind, Sky, Fastweb e Tiscali, e delle società - del tutto sconosciute al grande pubblico - che avevano venduto loro le banche dati: Ammiro Partners, Consodata e Telextra. Erano tutti nominativi di utenti che non avevano mai autorizzato la cessione dei propri dati a terzi, o l'uso per invio di informazioni commerciali. Ma che venivano costantemente disturbati al telefono, per la vendita di pacchetti televisivi o telefonici: migliaia di segnalazioni al Garante, le ispezioni condotte insieme alla Guardia di Finanza, e da ieri c'è l'assoluto divieto di utilizzare quelle banche dati. Si rischiano sanzioni penali. Ne abbiamo parlato con il relatore del provvedimento, Mauro Paissan. Addirittura una di queste società aveva messo i dati di oltre 15 milioni di famiglie, suddivise per reddito e stili di vita, sul proprio sito Internet. C'è davvero un commercio così esteso di cui siamo ignari? I numeri non ci devono impressionare, perché nel nostro Paese circolano decine di milioni di dati personali. In sé non è neanche uno scandalo, ed è legale venderli e acquistarli se sono raccolti correttamente. Ma sottolineo questo punto: a monte deve esserci un'adeguata informazione e un chiaro ed esplicito consenso espresso dalle persone interessate. Serve l'ok all'invio di materiale commerciale, e anche per una eventuale vendita dei dati a terzi. I cittadini vi hanno segnalato che i dati venivano trattati scorrettamente? In un anno abbiamo ricevuto migliaia di segnalazioni da cittadini disturbati senza sosta: telefonate fatte spesso all'ora di cena, per vendere di tutto. Categorie deboli come gli anziani rischiano di aderire alle offerte senza capacità di reagire. Dunque abbiamo fatto partire le ispezioni presso i call center, le società che avevano venduto le banche dati e quelle che le avevano acquistate. Abbiamo fatto diversi richiami, perlopiù ignorati, perciò siamo passati alla fase «dura»: divieto di utilizzare quelle banche, e sanzione penale per chi lo violerà. Si rischiano condanne da 3 mesi a 2 anni. Come si raccolgono i dati sulle nostre abitudini? E valgono tanto? Possiamo dire che valgono svariati milioni di euro, perché appunto vengono commercializzati grossi pacchetti. Si parte dai vecchi elenchi telefonici, per poi incrociarli con altre banche dati, spesso anche legittime, che si possono scambiare via computer: contengono informazioni sui redditi, le abitudini di consumo, la residenza. Pensiamo ad esempio alla recente pubblicazione dei redditi da parte dell'Agenzia delle entrate. Fino a creare una vera e propria «profilazione», divisa magari per categorie: il single che adora la musica classica, la famiglia che compra un tot di pannolini al mese, la coppia che acquista regolarmente cibo per cani o ama viaggiare last minute . Ma quando faccio la «fidelity card» al supermercato, posso essere sicuro che poi Auchan o Gs non rivendano il mio profilo? Vale sempre la regola base: serve un consenso esplicito. Teoricamente il supermercato può vendere i tuoi dati, a patto che ti abbia chiesto l'autorizzazione della cessione a terzi. Ma in genere questo tipo di operatori non ha interesse a diffondere dati preziosi alla concorrenza. Il consenso non ci può essere chiesto per telefono, via fax o per e-mail: il primo contatto deve essere la compilazione di un modulo, ad esempio per strada o dentro un supermercato. Oppure è già stato dato con la liberalizzazione degli elenchi telefonici, decisa quattro anni fa: ma comunque si può sempre revocare. Le aziende che comprano le banche dati, devono appurarsi che esse siano complete di tutte le autorizzazioni dovute. Cosa che non è avvenuta con i «big» della tv e della telefonia che avete pizzicato. Sì, ma adesso è scattato il divieto: era già illecito utilizzare quelle banche dati, ma da oggi si rischia la sanzione penale. Come Garante, avete bisogno di altri strumenti per perfezionare il vostro lavoro? In analogia agli altri paesi europei, o come la stessa Antitrust italiana, dovremmo poter comminare significative sanzioni pecuniarie. Con i limiti attuali, alle grosse aziende facciamo il solletico.

 

Maestro unico, da bocciare - Francesco Paternò

È legge la figura di un solo insegnante alle elementari, a partire dal prossimo anno. Parola alle maestre (ex uniche): «È una riforma fatta sulle spalle dei bambini» Francesca, Annamaria, Miria, Marilena. Maestre 2008, che per il ministro della pubblica istruzione Mariastella Gelmini dovranno diventare uniche, maestre 1958 o 1980. Maestre a Roma, in una scuola elementare pubblica che funziona bene con i suoi moduli e con il suo tempo pieno. Una di quelle che rende l'istruzione primaria italiana tra le migliori al mondo, stando alle certificazioni internazionali una volta esaltate dal settimanale americano Newsweek. Maestro unico, è legge care maestre dei nostri tempi. Con pessimi effetti e tanti saluti al tempo pieno. Francesca, Annamaria, Miria, Marilena, telefoni tutu-tu, zero informazione a scuola dal ministero, raffica di click sul sito www.retescuole.net per sapere. Cosa può succedere in base alla vostra esperienza, lunga, tant'è che tutte avete iniziato da sole in classe, dove il ministro vi vuole adesso riportare? «La Legge 517 sul tempo pieno - ci spiegano - non è stata abrogata e spero che non lo facciano, perché sarebbe una rivoluzione. Quando abbiamo cominciato esisteva il doposcuola, gestito dalla Regione. Ma era un parcheggio. La gente stava più fuori casa, le donne soprattutto trovavano finalmente lavoro, insomma il tempo pieno a scuola arrivava perché cambiava la società e perché ci dovevamo adeguare all'Europa. Poi sono arrivati i moduli, che significano tre maestri su due classi, la sperimentazione è cominciata nel 1986 o 1987. Aderiamo subito. Perché sono cambiati i bambini, e noi insegnanti abbiamo la possibilità di seguire meglio le nostre inclinazioni, chi ama di più lettere, chi preferisce la matematica, ognuno di noi mette in campo tutte le sue potenzialità, con il risultato di un arricchimento per i bambini». Maestro unico, maestro unico. «Già, dal punto di vista pedagogico è un bel guaio: se hai una maestra antipatica, te la tieni. Certo che noi siamo pronte a rimetterci in discussione, ma per un bambino giocare su più figure significa molto. Eppoi ai bambini di oggi non basta più un insegnante, adesso devi essere più analitico, non è più questione di insegnare a leggere scrivere e far di conto». «Ho sentito cattiverie tipo...non ce la fai a fare il maestro unico....A parte che l'abbiamo già fatto, siamo pronte a tutto. Ma con 15 bambini per classe magari sì, ci si riesce, ora però salta il limite dei 22 e allora che fai con 25 o 30 o più? Con questi bambini qui? Ma la Gelmini è mai venuta in una classe?». No, pare proprio di no. «Eppoi: i bambini sono abituati a una pluralità di figure, perché ripiombarli in un docente unico? Lì dove c'è pluralità, è più facile per un bambino trovare sintonia con una persona piuttosto che con un'altra. Dopo, dal maestro unico li catapultiamo in una scuola media con tanti insegnanti e un monte ore frazionato e pretendiamo che il bambino tiri fuori le sue capacità! La verità è che non è stato messo il bambino al centro di questa rivoluzione. Anzi, è sulle sue spalle. La figura solitaria del maestro è quantomai una figura obsoleta, fuori tempo». Vi sarete fatte un'idea del perché di questa riforma. «Credo che faccia più comodo avere ragazzini con una infarinatura da maestro unico. Sospetto una volontà politica per poter instradarli più facilmente verso altro, privatizzando l'offerta. Ci aveva già provato la Moratti. Nel piano dell'ex ministro il pomeriggio era previsto di tutto e di più. Da chi se lo può permettere». «Oggi il problema è ancora più grave. Non ci hanno fornito nessun tipo non dico di informazione ma di comunicazione su come la legge verrà applicata. Che decurtazione oraria ci sarà, come inciderà sulla programmazione, quale sarà il programma svolto dai bambini. E' controriforma culturale? Assolutamente sì. Perché la scuola ha anche valenza sociale. Negli anni è andata incontro a tutte quelle che erano le esigenze della famiglia per far rimanere più a lungo i bambini in un ambiente adatto. Con i tagli e con il maestro unico, finirà per forza il tempo pieno. Viene da pensare che sia l'inizio di una privatizzazione della scuola pubblica in cui, accanto a quella che è la funzione didattica che speriamo resti al docente, vengono introdotte altre figure private. Per gestire il tempo extrascolastico. In maniera complementare? Ludica? Sportiva? In questo quadro i bambini hanno un tempo scuola limitato ma poi rimarrebbero nel pomeriggio per sostituire con altre attività il tempo pieno attuale. E che tempo gli rimane per un'attività didattica a casa? Iniziano a studiare alle 5? Gli vogliamo allungare il tempo di lavoro, peggio dei metalmeccanici? Oppure vogliamo tagliare i programmi scolastici in maniera drastica? Un salto così indietro è ridicolo».

 

«E' una riforma al maschile, tutti in piazza» - Eleonora Martini

«Squadra vincente non si cambia». Sceglie una metafora sportiva Vita Cosentino, della Libreria delle donne di Milano, insegnante di scuola media per 35 anni, dato che «anche alle Olimpiadi si è visto di cosa sono capaci le donne». Sì, perché «parlare, come si sta facendo, di ritorno al maestro unico significa ignorare la realtà: il 98% delle insegnanti delle scuole elementari italiane sono maestre. Donne». Un punto, questo, al quale Vita Cosentino, assieme a Cristina Mecenero e a due registe romane, Manuela Vigorita e Daniela Ughetta, ha dedicato un film-documentario dal titolo « L'amore che non scordo ». Storie di comuni maestre raccolte tra il 2005 e il 2007 in diverse realtà scolastiche italiane. E allora, cosa pensa del ritorno alla maestra unica? Non c'è alcuna necessità di cambiare l'assetto della scuola elementare italiana che è riconosciuta tra le migliori del mondo. Bisognerebbe intervenire sulle scuole superiori ma ciò che ci fa onore non si deve toccare. La scuola elementare così com'è, è quasi un'invenzione delle donne che ci hanno lavorato dentro. Purtroppo però la società italiana non lo registra. La riforma della ministra Gelmini è un'operazione ideologica, ammantata di belle parole tratte dalla pedagogia, che invece distrugge la scuola pubblica e un modo di insegnare che funziona bene proprio perché si regge sulla relazione tra due o più maestre. È la copresenza delle docenti che permette le attività di laboratorio, l'insegnamento circolare, la cura anche individuale per chi è più indietro. La scuola di base è un momento di convivenza civile. E se una società non dà importanza a questi elementi vuol dire che ha dimenticato tutto, tranne il potere. La ministra Gelmini sostiene che il bambino non ha bisogno di discipline specifiche ma di un punto di riferimento... Il sapere che si passa alle elementari non è specialistico ma è tutto intriso di emozioni e gesti. Per questo è così importante la compresenza di almeno due maestre che collaborano. È come nella famiglia allargata e nella realtà dei rapporti umani: non c'è mai solo una figura di riferimento. La figura singola e eroica del maestro unico che risolve tutto da solo è una rappresentazione molto maschile. Il contrario di ciò che, dagli anni '70, le donne hanno creato nelle scuole elementari. Con la fine della docenza modulare si tornerà alle 24 ore di insegnamento settimanali... Certo, ma ricordiamoci che una controriforma del genere l'aveva già tentata nel 2004 l'allora ministro Letizia Moratti, ma le maestre per protesta portarono in piazza qui a Milano 40 mila genitori e bambini. Spero che anche stavolta i genitori si rendano conto di cosa sta succedendo e aprano un conflitto sociale che costringa questo governo a fermarsi.

 

«Prima si discute il piano» - Francesco Piccioni

ROMA Le manovre più importanti - come spesso accade, nella trattative ad alto tasso di drammaticità - avvengono spesso fuori dalla scena principale. Chi vi partecipa può avvertire il brivido di sentirsi regista, anche se spesso è avvenuto che si scoprissero all'improvviso semplici comparse. Così è anche nel caso dell'Alitalia. Mentre i nove sindacati presenti in azienda non riescono ufficialmente ad avere neppure il testo del famoso «piano di salvataggio» messo a punto da IntesaSanPaolo per conto della «cordata italiana» (16 imprenditori guidati da Roberto Colaninno), tre di esse - Cgil (con Agostino Megale), Cisl (Renzo Bellini) e Uil (Luigi Angeletti) - avrebbero partecipato a un vertice segreto in casa del ministro del lavoro Maurizio Sacconi. E lì sarebbe emerso un numero di «esuberi» dato per «potabile», ossia accettabile. Lo stesso ministro, ieri, si è poi dovuto spendere per smentire qualsiasi cifra. Ciò nonostante, le nove organizzazioni si sono incontrate ieri nella sede dell'Anpac per stabilire una linea comune in vista dell'incontro di domani, quando finalmente il governo dovrebbe alzare il velo sul «piano» di Colaninno & co e, quindi, sulle sue conseguenze occupazionali. La situazione difficile ha convinto tutti della necessità di mantenere il massimo dell'unità e quindi ne è sortita una dichiarazione congiunta molto secca in cui «confermano la ferma intenzione di negoziare i contenuti industriali» del piano della newco Cai, ricordando che «la convergenza sui temi di natura industriale è prerequisito per avviare il confronto sulla gestione delle eventuali eccedenze di personale che dovrà, comunque, vedere una collocazione certa per il proprio futuro». Insomma: prima si discute «sull'orizzonte produttivo che il piano d'impresa determinerà e non potrà prescindere da elementi quali il dimensionamento della flotta, il presidio del ciclo produttivo del trasporto aereo, qualità degli investimenti ed un adeguamento modello organizzativo». Del resto in mattinata sia l'Anpac che l'Sdl (maggioritari rispettivamente tra i piloti e gli assistenti di volo) avevano ribadito le stesse richieste: no al ridimensionamento eccessivo della flotta (che trascina con sé quello del personale) e no soprattutto alla riduzione dei voli intercontinentali («che hanno minori costi unitari e minore concorrenza low cost»). Da parte sua, il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, è tornato a insistere sul rifiuto di una trattativa «prendere o lasciare», su cui Berlusconi ha puntato invece tutte le sue carte, fino ad irridere ogni pretesa sindacale («possono dire solo sì»). Nel frattempo è iniziato, al senato, l'iter del disegno di legge contenente le modifiche alla gestione delle crisi aziendali, ovvero le «regole ad hoc» escogitate per il caso Alitalia. Il governo non sembra nemmeno preoccupato per l'eventuale condanna della Ue, dove troneggia come commissario ai trasporti il fido Antonio Tajani, anche se diversi iperliberisti insistono sul rischio «per gli imprenditori» di vedersi prima o poi recapitare una richiesta di restituzione delle cifre considerate «aiuto di stato». L'esempio più citato è quello della cessione gratuita dell'Alfa Romeo alla Fiat, in cui però a rimetterci - tempo dopo - fu la statale Finmeccanica (l'impresa che aveva venduto). Tra gli elementi più preoccupanti - dal punto di vista dei lavoratori - c'è l'assoluta vaghezza delle promesse in materia di ammortizzatori sociali. L'aumento della dotazione dell'apposito fondo, lungi da rassicurare, ha mostrato che il limite temporale di «copertura» arriva al 2014. Si parla quindi di cinque anni, invece dei sette strombazzati sui media. Qui sembra affacciarsi la cosiddetta filosofia del workfare , che si può concretamente tradurre così: a un certo punto vi verrà offerto un lavoro qualsiasi, con un contratto qualsiasi e una qualifica magari non corrispondente alla professionalità maturata; dovrete accettarlo, pena la perdita di ogni ulteriore ammortizzatore sociale. In questo magma di mezze ammissioni e clamorose menzogne, comincia a diventare evidente il gran lavoro degli spin doctor governativi. Impagabili, per esempio, quelli al servizio di Sacconi che ha invitato a un certo punto a «considerare i numeri di posti di lavoro che potranno essere ricostruiti rispetto allo zero che il fallimento rappresenta». Tradotto: vi daremo mezza Alitalia, e dovrete pure esserne contenti.

 

Il Partito democratico insorge a difesa della Nato

Il colonnello Gheddafi continua a tenere banco e ad agitare la scena politica italiana. Provocando la risposta «tranquillizzante» del governo e la reazione - incredibile? - del Pd che si erge a paladina della Nato. Ieri l'agenzia libica Jana ha rivelato alcuni retroscena dei complessi negoziati che sabato a Bengasi hanno portato Gheddafi e Berlusconi alla firma del trattato di «amicizia e cooperazione» fra i due paesi. Domenica il colonnello ha riferito al parlamento libico che, dopo molto insistenze e con la minaccia esplicita da parte della Libia di mandare tutto a monte, l'Italia si è impegnata a non usare e soprattutto a non concedere l'uso delle basi sul suo territorio alla Nato e agli Usa nell'ipotesi di una futura «aggressione» contro la Libia. Memore dell'attacco americano dell'86 su Bengasi con aerei della VI flotta «diretti da una stazione americana nell'isola di Lampedusa», Gheddafi ha preteso e «dopo lunghe discussioni» ottenuto, che l'impegno fosse messo nero su bianco nell'articolo 4, non accontentandosi della formula proposta da Berlusconi che impegnava l'Italia a «non compiere aggressioni contro la Libia». Il leader libico diceva di voler essere sicuro che «né l'America né la Nato avrebbero usato basi in Italia contro la Libia», in riferimento all'infinità di basi Nato e/o Usa presenti nella penisola (e alcune, come quelle di Aviano e Ghedi dotate di armamenti nucleari). Ieri Palazzo Chigi, cioè Berlusconi, ha voluto circoscrivere le affermazioni dei Gheddafi e dell'articolo 4 del trattato «precisando che l'accordo fa, come è ovvio, salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dal nostro Paese, secondo i principi della legalità internazionale». Impegni che comprendono quelli di «mutuo soccorso» sottoscritti con l'Alleanza atlantica. Poi è stata la volta di Frattini: l'Italia «esclude categoricamente azioni di aggressione contro la Libia» ma «ha specificato con grande chiarezza che ci sono trattati internazionali multilaterali che non possono essere rimessi in discussione». Da Bruxelles un portavoce Nato si è limitato a un « no comment ». Finita lì? No, perché è insorto il Pd, «l'opposizione». In difesa della Nato. Il ministro esteri ombra Piero Fassino, ha definito «imbarazzata e reticente» la nota di Palazzo Chigi, invitando il governo a riferire in parlamento. Fassino ha parlato di una paese, l'Italia, che «rinuncia preventivamente a decisioni che attengono alla sua sovranità e all'interesse nazionale» e ha definito « incomprensibile stabilire oggi che non si concederanno mai basi alla Nato». Vernetti, ex sottosegretario agli esteri, ha parlato di «clamorosa violazione unilaterale» dell'articolo 5 della Nato, che «rischia di ridurre la credibilità internazionale del nostro paese nei confronti degli alleati europei e americani». Nessun commento. A Tripoli intanto è attesa Condi Rice per «una visita storica» e aprire «un nuovo capitolo». L'ultimo segretario di Stato Usa a sbarcare in Libia fu Foster Dulles nel '53. Quando non c'era ancora Gheddafi.

 

Convention-flop per McCain - Marco d'Eramo

ST.PAUL (MINNESOTA) - L'uragano Gustav si sta dimostrando un boomerang per la Convention del Grand Old Party (Gop): i repubblicani ci hanno proprio marciato, assecondati dai network che hanno drammatizzato l'avanzare di questo tornado. Ma forse ci hanno marciato troppo. Ormai è chiaro che Gustav aveva una forza 2, pari a quella dell'uragano Fay che due settimane fa aveva colpito la Florida e fatto 36 morti (il triplo di Gustav) senza suscitare nessuno scalpore, nessun'emergenza nazionale. L'uso e abuso politico di Gustav è stato smaccato, con il comandante supremo George Bush che correva a dirigere le operazioni di soccorso, la Convention praticamente sospesa, tutti i discorsi annullati. Il vantaggio politico era chiaro: intanto veniva cancellato dai media il discorso di Barack Obama allo stadio di Denver; in secondo luogo Gustav nascondeva le debolezze intrinseche di questa Convention: l'ExCel Center, il palazzetto dello sport in cui è ospitata a St Paul, ha meno della metà della capacità del Pepsi Center di Denver in cui i democratici hanno tenuto la loro convention la settimana scorsa. In terzo luogo, al candidato John McCain era risparmiato il calvario di dover farsi abbracciare sul palco da un presidente uscente, Bush, che i repubblicani preferirebbero nascondere sotto il tappeto fino al 4 novembre. Ma poiché un presidente uscente che ha fatto due mandati non può essere semplicemente dato per disperso, gli organizzatori hanno deciso di far recuperare nella seduta di ieri il suo intervento (ma non quello dell'aborrito vicepresidente Dick Cheney, già partito in viaggio diplomatico in Azerbaijan, Georgia e Italia); però, facendo parlare il presidente solo via satellite dalla Casa bianca, hanno trovato il modo di evitarsi l'abbraccio mortale di Bush a McCain: immaginate quanto i democratici avrebbero sfruttato nei loro spot tv quest'effusione per sostenere la tesi che Bush o McCain è comunque sempre la stessa solfa. Già ora, nella loro campagna battono sempre sulle «politiche di Bush-McCain», quasi McCain fosse non un senatore dell'Arizona, bensì il vicepresidente uscente. Ma con un'emergenza che si sgonfia ora dopo ora, tutti i vantaggi politici dell'uragano Gustav non compensano le controindicazioni di fondo: Gustav ha scombinato il programma e creato un clima di disorganizzazione. Lunedì l'ExCel Center era semivuoto anche quando hanno preso la parola le first ladies : quella uscente, Laura Bush, e quella che spera di diventarlo, Cindy McCain. Ieri poi la Convention era allo sbando: fino all'una è rimasto indefinito il programma degli interventi. Solo allora si è saputo che, oltre all'intervento di Bush via satellite, avrebbe di nuovo preso la parola Laura Bush, e che tra gli interventi cancellati lunedì, sarebbe stato recuperato quello del senatore del Connecticut Joseph Lieberman, già candidato democratico alla vicepresidenza nel 2004. Considerato decisivo da McCain per convincere gli indecisi del centro, Lieberman è corteggiato come ogni transfuga. Viene presentato come un indipendente, favorevole all'aborto, e proprio per questo non è stato scelto come vicepresidente nonostante fosse il preferito di McCain: avrebbe fatto infuriare i cristiani conservatori. Peccato: la sua candidatura avrebbe gettato una luce impietosa sulla vera natura della lotta politica negli Stati uniti, con una stessa persona che può candidarsi nel ticket presidenziale dei due partiti avversari a distanza di soli 8 anni (una specie di Lamberto Dini locale). È stato invece cancellato - e sarebbe interessante capire il perché - l'intervento dell'ex sindaco di New York (e candidato sconfitto alla nomination repubblicana) Rudolph Giuliani, che avrebbe dovuto parlare ieri. Come se non bastasse, gli strateghi del Gop sono inciampati nelle rivelazioni sulla candidata alla vicepresidenza scelta da McCain, la governatrice dell'Alaska Sarah Palin. All'inizio sembrava perfetta. Donna, per di più antiabortista, madre di cinque figli, a destra di Attila in economia e in politiche sociali, cacciatrice, pescatrice: insomma una manna per i cristiani conservatori, per la destra economica e per la lobby delle armi, la National Rifle Association (di cui è socia). I suoi 44 anni compensano l'età avanzata (72 anni) del candidato alla presidenza. La sua provenienza da uno stato (l'Alaska) davvero periferico rassicura tutti coloro che sono preoccupati dai 25 anni di presenza in senato (e a Washington) di McCain. Quando Sarah Palin si è presentata in pubblico con la sua figlia Bristol che teneva in braccio il suo ultimo nato di quattro mesi, Trig, affetto da una sindrome Dawn, si è celebrato il trionfo del mammismo e del buonismo americano. Ma poi sono cominciate a filtrare notizie più preoccupanti per il Gop: che il marito di Sarah, Todd, era stato condannato nel 1988 per aver guidato in stato d'ebbrezza. Poi è venuto fuori che la figlia 17enne, Bristol, era incinta: Sarah Palin ha dovuto rivelarlo per mettere a tacere la voce che l'ultimo figlio Trig fosse in realtà suo nipote e figlio di Bristol. Nella più pura tradizione americana, la campagna di Obama ha reagito con malcelata soddisfazione e ostentata ipocrisia; Obama ha detto che non avrebbe mai sfruttato questo tema visto che quando lui è nato sua madre aveva solo 18 anni, ma certo questa notizia - insistono i democratici - mostra che la scelta di McCain è stata affrettata e che non sono stati compiuti i riscontri necessari. In realtà sono altre le obiezioni contro Sarah Palin che si rafforzano man mano che la sua personalità emerge in pubblico. La prima riguarda la sua giovinezza e inesperienza: è governatrice da soli due anni di uno stato di soli 680.000 abitanti, e in precedenza la sua unica carica è stata quella di sindaco di Wasilla, un paesetto alla periferia di Anchorage con meno di 7.000 abitanti. Il punto è che, in caso di morte del presidente, a succedergli è il vicepresidente, e che finora la campagna di McCain era centrata tutta sull'inesperienza e gioventù di Obama: ora con che faccia possono i repubblicani dire che Obama è più inesperto di Palin? La seconda obiezione contro Sarah Palin viene paradossalmente dal fronte delle mamme conservatrici e suburbane, quelle del partito «il posto della donna è a casa», che s'indignano perché Palin sia tornata nel suo ufficio di governatrice tre giorni soltanto dopo aver partorito, e perché accetta un lavoro a tempo pieno in una campagna presidenziale pur avendo un figlio con la sindrome di Dawn di quattro mesi e che perciò sarebbe supposto richiedere cure materne a tempo pieno. Si capisce perché il quotidiano di Minneapolis StarTribune definisce la governatrice dell'Alaska «il secondo uragano che investe la Convention repubblicana». Ma l'effetto più curioso e imprevisto della candidatura di Sarah Palin è che, per contrastarla, gli uomini di Obama sono dovuti precipitarsi da Hillary Clinton per chiederle di moltiplicare le sue apparizioni nella prossima campagna, proprio per risalire nel voto tra le donne. Obama pensava di congedato Hillary dalla sua campagna dalla porta principale, con tutti gli onori per lei, e tutto il di lei appoggio per lui. Adesso deve farla rientrare dalla finestra e c'è da chiedersi che prezzo è pronto a pagare per questa rentrée .

 

Una strana coalizione di ceti medi e élite - Renato Novelli

Come nel remake di un film, il primo ministro thailandese Samak Sundaravej ha ripetuto un copione già sperimentato nei ben più tragici fatti del 1976. Allora, una sorta di milizia anti-studenti (The red gourde , dal nome di un bisonte asiatico scomparso) assalì l'Università: gli studenti fuggirono, la polizia con tanto di elicotteri aspettava nelle vie principali: fu un massacro. Seguì un colpo di stato (la Thailandia è tornata a un sistema democratico solo negli anni '90). Oggi Samak, vicario controllato dell'ex premier Taksin Shinawatra, ha proclamato lo stato d'emergenza dopo gli scontri tra i suoi sostenitori e i manifestanti dell'«Alleanza popolare per la democrazia» (Pad) che occupano il palazzo del governo. Il finale però si annuncia diverso. L'esercito ha fatto sapere che non userà la forza contro i dimostranti. La polizia rimane un'incognita. La Costituzione thailandese permette di organizzare manifestazioni in luoghi ufficiali purché disarmati, fanno valere gli esponenti del Pad. L'Alleanza per la democrazia è la coalizione nata nel 2005 contro l'allora premier Taksin: i suoi cinque coordinatori sono lo specchio delle sue componenti - e delle sue ambiguità. Sondhi Limitthongul, il promotore forse occasionale del movimento. Era un sodale di Taksin, speculatore spregiudicato. Poi nel 2005 iniziò a denunciare corruzione e manovre del governo come può fare solo un interno al gruppo Il generale Chamlong Srimuang , forse l'unico politico carismatico della Thailandia progressista, non violento, pacifista, vegetariano, legato al gruppo buddhista di Santi Asoke (che appoggia la protesta di questi giorni). Chamlong fu l'eroe della mobilitazione contro i militari che avevano ripreso il controllo della politica: li fermò con un sciopero della fame e la mobilitazione di un milione di persone, nella piazza del Monumento alla Democrazia. Un tempo mallevadore di Taksin che aderì al suo partito, ora è suo oppositore implacabile. Ancora: il professore Somkiat Pongpiboon , che da accademico aveva difeso i contadini poveri nel Sud. Piphof Dhongciai, attivista politico anti Taksin ; Somsak Kosaisuk, segretario della «Thailand's Federation of Government Owned Enterprise Labour», attivo nella campagna contro la privatizzazione della Electrical Generation Authority of Thailand. Il Pad sostiene che Taksin aveva costruito un sistema autocratico di potere dentro a un contenitore democratico. La sua «guerra contro al droga» (2.500 morti nelle strade) e la repressione del terrorismo indipendentista nel Sud, furono violazioni sistematiche dei diritti umani. Si aggiunga un' economia d'assalto, corruzione, divisione dei posti di potere tra cordate personali. Il Pad raccoglieva (e raccoglie) i ceti medi urbani colti, gli operatori economici, la finanza, gli esponenti delle organizzazioni del volontariato e delle agenzie per lo sviluppo sostenibile. Riunisce insomma una parte della classe dirigente e la cosiddetta «società civile globale». Come coalizione si era sciolta nel 2006, dopo il colpo di stato che ha deposto Taksin; si è riformato in febbraio questa volta contro Samak, accusato di voler ripristinare l'impunità per i corrotti, di non aver ritirato il passaporto diplomatico a Taksin (fuggito per evitare il processo per corruzione), di avere tra i suoi ministri persone accusate di corruzione. Soprattutto, accusano Sama k di avere comprato i voti dei «poveri»: in particolare dell'Isan, la regione più marginale del paese e la sua anima culturale profonda. Certo i voti si comprano in molti modi. Taksin, da premier, aveva lanciato il programma «un villaggio, un progetto»: soldi distribuiti ai capi villaggio, i commercianti che attraverso i debiti controllano i contadini. Così aveva certamente conquistato consenso e voti, ma non eliminato la povertà. Il Pad è dunque un movimento di classi medie contro spregiudicati tycoon capaci di manovrare il voto dei «poveri». Di certo suona come un paradosso enigmatico il fatto che un movimento di protesta che si chiama People's Alliance for Democracy, un parlamento formato per il 30% di eletti e per il 70% di persone responsabili e di prestigio, nominate dall'esterno.

 

Povere haredi - Michele Giorgio

GERUSALEMME - «Mi chiamo Hana Pasternak. Esatto, Pasternak, come lo scrittore russo». Il tono della voce di Hana riflette la tranquillità interiore di una donna di 64 anni che, sorridendo, racconta la sua vita di ebrea osservante e il suo ruolo di nonna fortunata di parecchi nipoti. Ma è solo apparenza, perché Hana è conosciuta dalle sue amiche come una donna che improvvisamente ha saputo tirar fuori una forza sorprendente. «Non mi ritengo così forte come mi descrivono - puntualizza -, credo solo che sia giusto non rimanere in silenzio di fronte a un abuso». La sua vicenda risale a quasi due anni fa quando Hana, a Gerusalemme, salì a bordo di un autobus urbano nello storico quartiere di Mea Sharim, popolato da haredim, gli ebrei ultraortodossi. «Mi sistemai sui sedili anteriori - ricorda -, ma pochi secondi dopo un uomo mi urlò in faccia di spostarmi immediatamente in fondo, assieme a tutte le altre donne. Era un haredi e mi squadrava dall'alto in basso, con occhi minacciosi». «Dopo qualche attimo di smarrimento - continua a raccontare Hana -, obiettai che quello era il mio posto e non intendevo muovermi. Lui allora mi accusò di violare le regole dell'ebraismo e persino di voler provocare sessualmente gli uomini presenti. Replicai che la nostra religione non obbliga le donne a sedersi in un punto preciso di un automezzo». «La reazione del mio interlocutore fu esplosiva, mi disse dell'esistenza un accordo con la Egged (la principale compagnia israeliana di trasporti, ndr) per tenere uomini e donne separati sui pullman e pronunciò parole irripetibili. Per fortuna non mi aggredì fisicamente, ma fu traumatico e umiliante di fronte a tante persone». Hana ha rivissuto più volte quell'esperienza ma non si è lasciata intimidire, come invece è accaduto a tante altre. Ora dirige il Centro «Kolech» per i diritti delle donne nella religione ebraica. Resiste anche Naomi Ragen, 57 anni, un'altra ebrea osservante originaria di New York, chiamata da qualcuno «Rosa Parks» per essersi rifiutata con tutte le sue forze di obbedire all'ordine di un haredi di sedersi in fondo all'autobus n.40. Più grave di Hana Pasternak e Naomi Ragen è stata, tempo fa, la vicenda vissuta da un’ebrea ortodossa canadese che, salita a bordo di un pullman diretto al Muro del Pianto, venne attaccata da un ultraortodosso per aver violato la «regola» dei posti separati. «Fu aggredita fisicamente, venne picchiata duramente», ha denunciato il suo avvocato, Orly Erez-Likhowski, consigliere legale del «Movimento per l'ebraismo progressista» che porta avanti una campagna contro la decisione del ministero dei trasporti e della Egged di accettare, di fatto, che su decine di autobus le donne vengano segregate. Sulla carta non esiste alcun accordo ufficiale, eppure sono una trentina le linee dove alle donne ebree non è consentito sedersi nella parte «riservata» agli uomini. La Egged si è difesa affermando di aver semplicemente lasciato alla comunità haredi la possibilità di stabilire le proprie regole per l'uso dei mezzi pubblici. Ma la questione degli autobus con uomini da una parte e donne dall'altro è solo la punta dell'iceberg del potere e della crescente aggressività della comunità haredi di Gerusalemme (e non solo) che si manifesta sempre più spesso contro le donne. Solo recentemente la stampa israeliana ha dato risalto alla notizia del fermo di membri della «polizia della moralità» - in fondo non lontana da quella, perfettamente legalizzata, che opera in Arabia saudita - è tardivo. E i media occidentali che pure riferiscono, giustamente, delle pesanti violazioni dei diritti delle donne nei paesi islamici, tacciono sugli abusi e le violenze contro le donne ebree, in particolare quelle ultraortodosse e ortodosse moderne, da parte di chi usa in modo spregiudicato la religione e i testi sacri. «La polizia della moralità esiste da molti anni - denuncia Hana Pasternak - e il più delle volte agisce indisturbata. La polizia (dello Stato) non fa abbastanza per proteggere le donne, credo che abbia paura di interferire nelle regole della comunità haredi che, peraltro, ha l'abitudine di protestare con violenza». Insignificante è l'azione della polizia nei quartieri ultraortodossi di Gerusalemme, città dove il potere, a tutti i livelli, dei religiosi ebrei aumenta di anno in anno (il sindaco uscente, Uri Lupolianski, è un ortodosso, e in autunno sono previste le elezioni municipali). In Israele gli ebrei haredim sono meno del 10% della popolazione ebraica - degli oltre 7 milioni di israeliani il 75% sono ebrei, il 20% arabi e il 4,4% altri - ma esercitano, grazie anche ai loro partiti e alle loro istituzioni (ben finanziate dallo Stato), una significativa influenza su almeno un altro 30-35% degli israeliani ebrei che si definiscono ortodossi moderni o praticanti. Di pari passo all'aumento del potere politico e sociale degli haredim, sembrano moltiplicarsi le violenze a danno delle donne, compiute quasi sempre dalla «polizia della moralità». Ha fatto scalpore, all'inizio dell'estate, quanto è accaduto nell'insediamento colonico di Beitar Illit (nella Cisgiordania occupata), una nota roccaforte fondamentalista. Un'adolescente si è vista spruzzare in faccia e sulle gambe dell'acido, ed è rimasta seriamente ferita. L'aggressore disapprovava il suo abbigliamento: una maglietta a maniche corte ed un paio di pantaloni larghi. Dopo l'accaduto, il sito internet del quotidiano Yediot Ahronot ha pubblicato il parere di un importante rabbino: le donne, a suo dire, devono vestire modestamente, anche da sole, anche al buio e in ogni caso non devono indossare mai i pantaloni. Le violenze che subiscono le donne vengono giustificate all'interno della comunità ultraortodossa e a Gerusalemme per diversi giorni haredim di tutte le età hanno manifestato in via Yoel contro il fermo di tre membri della «polizia della moralità». Le brutalità subite da una giovane donna non hanno scosso la solidarietà verso gli aggressori. Secondo quanto accertato dalla polizia, il primo giugno sette uomini sono entrati nell'abitazione della donna accusata di avere una relazione «illecita» e l'hanno ferita gravemente. Poi, dove averle intimato di lasciare subito la sua abitazione, l'hanno minacciata di morte. «La polizia morale fa quello che dovrebbe fare la polizia (dello Stato)» ha commentato un manifestante in via Yoel intervistato dallo Yediot Ahronot . A raccogliere una buona parte delle denunce di donne ebree religiose soggette ad abusi e violenze è Debbie Gross, direttrice del «Crisis Center for Religious Women» di Gerusalemme. «Il nostro centro è principalmente una hotline, ma cerchiamo di offrire un'assistenza ad ampio raggio a quante ci telefonano chiedendoci aiuto e consiglio», dice Gross, «nell'ultimo anno abbiamo registrato un aumento delle telefonate, il 60% delle quali da parte di donne religiose di Gerusalemme». Gross, una ortodossa moderna, spiega lo sviluppo con la maggiore consapevolezza acquisita dalle donne ma anche con la profonda «crisi di autorità» che attraversano i maschi ultraortodossi. «Nella comunità haredi - dice l'attivista - gli uomini non lavorano ma studiano soltanto e trascorrono una parte della loro esistenza nelle scuole rabbiniche. Le donne, più istruite che in passato, invece lavorano, oltre ad occuparsi dei figli, e sono relativamente più esposte a influenze esterne. Gli uomini perciò avvertono che qualcosa sfugge loro di mano, che fanno sempre più fatica a tenere sotto controllo le donne. Reagiscono a tutto ciò con crescente violenza». Da parte loro i rabbini, sottolinea Gross, esercitano forti pressioni affinché gli uomini facciano la loro parte per «evitare l'assimilazione» della comunità al laicismo, contribuendo così ad inasprire gli atteggiamenti repressivi verso le donne. Di fronte a ciò lo Stato di Israele, pur proclamandosi laico e democratico, si mostra poco reattivo, se non indifferente, a conferma del controllo che i partiti religiosi hanno conquistato su una porzione consistente della vita politica e nella società. La «polizia della moralità» perciò continua ad agire indisturbata.

 

Liberazione – 3.9.08

 

Tifosi, club e curve. Proposte oltre l'emergenza - Carlo Balestri*

Che dire su quello che è successo durante Roma-Napoli, partita a rischio della prima giornata di campionato? Niente di nuovo: l'Osservatorio sulle manifestazioni sportive, organismo nato all'unico scopo di vietare e proibire le trasferte ai tifosi, molto paternalisticamente , dopo aver limitato gli spostamenti dei tifosi in duecento partite nello scorso campionato, decide di dare credito e fiducia ai tifosi in trasferta consentendo a quelli del Napoli di andare a Roma, in una delle partite più a rischio dell'intero campionato. Fin qui tutto bene: se si vuole ritornare ad una normalità è giusto osare e rischiare. Di solito però, si rischia pianificando, programmando e studiando e non lasciando che sia il caso o il fato a decidere per te. Si sa che migliaia di tifosi arriveranno da Napoli, si sa che vogliono organizzare la trasferta in treno, si sa che i rapporti con i romanisti non sono dei migliori e che la sfida è molto sentita. L'Osservatorio cosa fa: si preoccupa solo che vi siano forze sufficienti per evitare il contatto tra romanisti e napoletani a Roma, ma non si preoccupa minimamente di assicurare ai tifosi del Napoli un viaggio certo e poco rischioso da Napoli a Roma e viceversa. Va detto che nelle riunioni dell'Osservatorio sono presenti anche rappresentanti delle Ferrovie dello Stato, così come di Società autostrade ed autogrill. Era così difficile programmare insieme alle ferrovie un treno speciale riservato solo ai tifosi del Napoli? Questo avrebbe comportato meno disagi per i passeggeri normali, meno disagi per gli stessi tifosi che, dopo aver sostato a Napoli per più di tre ore, hanno rischiato di non arrivare in tempo per vedere la partita (sono entrati allo stadio solo nel secondo tempo) e probabilmente avrebbe risparmiato il treno da quei vandalismi gratuti e ingiustificati che però hanno avuto gioco facile a realizzarsi per l'impazienza e l'incazzatura di quanti, col biglietto della partita già in tasca (scrivono altre fonti che su millecinquecento/duemila persone erano massimo duecento quelli sprovvisti di biglietto treno e partita), hanno rischiato di non vedere il loro Napoli giocare. Quando parliamo di gestione dell'ordine pubblico possiamo dire che,certe volte la linea è sottile, molto sottile, tra un evento di massa gestito al meglio ed uno che finisce nel caos... In alcuni casi non si può far nulla perché, se l'intento della massa è quello di provocare disordini, qualcosa succede. Altre volte, e sembra proprio il caso di Roma-Napoli, una gestione più attenta, una maggior programmazione e un maggior coordinamento, avrebbe smussato le tensioni ed evitato molto di quello che è successo. Ma qui rientriamo in una storia vecchia e in considerazioni di carattere più generale. In Italia, infatti, diversamente da quanto accade in molti altri paesi europei, il problema della violenza negli stadi è sempre stato affrontato con provvedimenti di carattere emergenziale ed è sempre stata affrontato esclusivamente come un fenomeno di ordine pubblico, demandato totalmente alle Forze dell'Ordine. Si è così evitato di considerare la valenza sociale del fenomeno del tifo calcistico e di affiancare, alle misure di carattere punitivo, dei progetti di intervento sociale capaci di mediare i conflitti e di lavorare, insieme ai tifosi, per favorire gli aspetti positivi della loro cultura a scapito degli atteggiamenti più violenti e intolleranti. Questa linea unicamente punitiva - fatta di una serie di leggi speciali - ha portato a risultati deludenti e ha comportato molti effetti indesiderati. Non ha assolutamente risolto il problema della violenza ma, al contrario, ha contribuito a creare un clima poco disteso intorno allo stadio trasformandolo in un bunker; ha contribuito a creare una forte contrapposizione tra ultras e forze dell'ordine e, conseguentemente, tra ultras e ogni tipo di istituzioni (questo aspetto non va sottovalutato perché la mancanza di fiducia nelle istituzioni allo stadio non riguarda più solo gruppi ultras ma anche semplici tifosi ed un esempio lampante è stato il derby sospeso tra Roma e Lazio nel 2004 dove la quasi totalità del pubblico ha dato più credito alla voce incontrollata sulla morte di un ragazzino piuttosto che alla secca smentita del Prefetto); un insieme di norme burocratiche e di controllo sociale inutili e, in certi casi, dannose che hanno di fatto ostacolato, non tanto il gruppo ultras, ma il semplice tifoso ad andare allo stadio ed hanno contribuito in maniera significativa al calo degli spettatori negli ultimi anni (abolizione dei treni speciali, divieto di vendita dei biglietti nel settore ospiti il giorno della partita, introduzione del biglietto nominativo con compilazione obbligatoria di modulo ed esibizione di un documento di riconoscimento…). Diciamo che l'attenzione quasi esclusiva all'aspetto punitivo e al controllo sociale ha portato ad una preventiva criminalizzazione del tifoso in generale da cui si deve e si può uscire. Come? In primo luogo ridisegnando l'ambiente stadio, rendendolo più accogliente e meno bunker, togliendo, dove è possibile, recinzioni muri e fossati. Uno stadio a misura di tifoso presuppone anche una presenza delle Forze dell'Ordine più discreta e meno invasiva: non serve cioè mostrare i muscoli, basta avere la situazione sotto controllo! E' necessaria, inoltre, una ridefinizione a freddo - cioè ponderata e non dettata dalle emergenze - delle normative vigenti, per mantenere tutto quell'apparato legislativo che è risultato efficace nel contrasto alla violenza, ma anche per modificare quelle norme che mirano più a criminalizzare l'intera categoria sociale dei tifosi che a punire i violenti. Infine, e qui entriamo nell'ambito dei progetti socio-culturali legati al movimento dei tifosi, è indispensabile affiancare, agli strumenti di carattere repressivo, dei progetti di intervento sociale destinati ai tifosi. Considerare le curve degli stadi non solo come luoghi di violenza, ma come luoghi di aggregazione sociale che esprimono anche istanze e valori positivi è un modo per non criminalizzare a priori il tifo organizzato ed aprire possibilità di dialogo e confronto. Anche sulla base delle esperienze europee - e di quelle poche che in Italia comunque esistono - ha senso l'attivazione in Italia di progetti legati alla difesa della cultura popolare del tifo e alla limitazione della violenza. Progetti che abbiano come funzione principale la mediazione dei conflitti e la limitazione della violenza, da far nascere nelle singole città e rivolti ad una singola tifoseria. Cercando anche di colmare il vuoto e l'allontanamento che si è creato tra Istituzioni - in particolare la società calcistica - e i suoi tifosi. Non è infatti una novità affermare che la crescente commercializzazione del calcio professionistico ha allontanato in maniera consistente la dirigenza calcistica e i calciatori dalla massa dei tifosi. Si dovrebbero invece, incentivare i rapporti tra la società e i propri tifosi, perché essi rappresentano un patrimonio reale e concreto che negli ultimi tempi troppo spesso è stato trascurato (un altro fattore che ha determinato il calo degli spettatori). Questi rapporti dovrebbero costruirsi, però, su trasparenza, su una chiarezza non basata su scambi e baratti e su fiducia reciproca. Solo così potrebbero diventare momento di crescita per entrambe le componenti. Un esempio significativo di come potrebbero evolversi i rapporti tra società e tifosi ci viene da un interessante libro che racconta l'esperienza di Parma nell'anno, targato Prandelli, del crack della Parmalat. Il libro si intitola Una squadra e la sua gente (di Giovati, Cola e Squarcia, Azzali editore, 2005), scritto da un giornalista, un tifoso, e lo psicologo del Parma Calcio. E' la storia di due progetti indipendenti che si sono incontrati: quello di un gruppo di tifosi che non vogliono ghettizzarsi all'interno dello stadio ma vogliono andare per le strade, per le piazze a riportare ai cittadini di Parma il senso di appartenenza alla loro squadra (organizzano feste di quartiere, incontri pubblici, stimolano i commercianti ad allestire le vetrine con i colori sociali del Parma); quello della società che vuole interagire con la realtà in cui vive ed organizza per i suoi giocatori dei corsi su storia della città e della squadra, invita i giocatori a vivere la città come cittadini e non come turisti, si apre al confronto ed alla conoscenza con le varie realtà, associazioni e istituzioni presenti sul territorio, e apre un canale di dialogo vero e aperto con la tifoseria. Questo dialogo, partito con diffidenza, ha poi dato i suoi frutti: i tifosi hanno ottenuto che la squadra ritornasse ad indossare la maglia crociata originale; quando c'è stato il crack della Parmalat i giocatori hanno smesso di incassare lo stipendio però hanno giocato il loro miglior campionato per difendere i colori della città; i tifosi, dal canto loro, hanno risposto alle traversie della società, sostenendo la squadra e riempiendo come non mai lo stadio sia in casa che in trasferta. Si è creata, cioè, una simbiosi ed una unità di intenti, per dirla con Sacchi, straordinaria! Da simili avvicinamenti e/o da un dialogo sincero tra società e tifosi può nascere un accordo, e questo accordo, modulabile da situazione a situazione - può articolarsi fino a diventare un vero e proprio percorso condiviso.

*responsabile di Progetto Ultrà

 

Vedi un "negro"? Magari è clandestino. Chiama il Comune

Maurizio Mequio

E' straniero? Sembra sospetto? Denunciatelo! E' Tiziana Sala, sindaco leghista di Cantù (provincia di Como) a chiederlo alla cittadinanza. Sarà facile, basterà chiamare un numero verde e, anche restando nell'anonimato, i vigili si metteranno sulle tracce del malcapitato. Giovedì scorso il consiglio comunale canturino ha messo in atto ciò che era previsto nel decreto Maroni: autonomia e creatività dei sindaci. Peccato che gli sforzi creativi abbiano trascurato alcuni particolari, non irrilevanti. La delibera intitolata "provvedimenti contro la permanenza degli stranieri clandestini sul territorio" prevede l'istituzione di un ufficio comunale da inserire all'interno del comando di polizia locale. Le persone che vi lavoreranno saranno investite del ruolo di "agenti antimmigrazione", con tanto di formazione professionale prevista. Sarebbero garantite una, due "ronde" a cadenza settimanale, di verifica delle segnalazioni ricevute. Ma qual è il limite tra «un invito alla partecipazione politica della cittadinanza», come si è giustificata la Sala, e una richiesta di diffidare dall'altro, perché straniero? Stefano Galieni, responsabile immigrazione del Prc, risponde: «C'è una gara in atto tra amministratori locali di centrodestra e centrosinistra a chi inventa la migliore ordinanza xenofoba. Il sindaco di Cantù è in buona posizione. Si teme che qualcuno si impegni per sorpassarlo a destra. Dal punto di vista prettamente giuridico il reato, o presunto reato, si denuncia se lo si vede. Credo che essere presenti su un territorio, passeggiare, chiacchierare, non sia ancora considerabile come prova di reato». Il rischio è evidente, è quello di incentivare la popolazione al razzismo. Di condurlo al sospetto. Ma Il sindaco di Cantù giudica positiva la sua invenzione: «Nel nostro territorio sono presenti troppi immobili affittati a clandestini. In queste case l'illegalità deborda. Dallo spaccio alla prostituzione, sono tutti reati da perseguire. Noi vogliamo essere d'aiuto alle forze dell'ordine». Sul documento comunale si legge che «il provvedimento perseguirebbe l'obbiettivo di combattere lo sfruttamento di gente animata da principi onesti ma che, per via del suo irregolare stato di permanenza sul territorio ospite, si trova esposta alla mercè di persone disoneste e pronte ad approfittare della situazione». Poi però si associa la lotta allo straniero alla lotta agli affitti in nero. Anzi l'una agevolerebbe le famiglie italiane sul tema forte della casa: «La collaborazione tra enti locali e cittadinanza creerà le condizioni per cui le persone oneste e che lavorano regolarmente non vedano i proprio diritti ingiustamente sviliti da situazioni di irregolarità e disonestà». E si fa preciso riferimento «al lavoratore dipendente che non riesce a prendere in affitto una casa per sè e la propria famiglia ad un costo ragionevole perché il proprietario preferisce affittare irregolarmente la stessa abitazione a stranieri irregolari disposti a pagare più del dovuto e di abitare magari in 7 o 8 in uno spazio abitativo adeguato a non più di 3 o 4 persone». Il rischio è quello di fomentare un'ondata di "razzismo" anonimo. E per quanto il comune si sia affrettato a spiegare che le forze dell'ordine «prenderanno i riferimenti di chi chiama, ma ne tuteleranno l'identità», qualcosa continua a non tornare. Alessandro Gilioli, un giornalista, ha fatto un esperimento e lo ha raccontato sul suo blog: «Il numero verde non esiste ancora, ma solo per motivi tecnici. Già adesso si può fare la segnalazione allo 031717411, il centralino dei vigili. Io l'ho fatta - falsa ovviamente - da numero anonimo, senza dire chi ero e dicendo una via a caso presa su Google Maps. "Ho visto un negro che vendeva chincaglieria, per me quello il permesso di soggiorno non ce l'ha, andatelo a prendere"».

 

Vecchi compagni di banco, futuri vicini di casa? Ferrero e Fioroni ancora lontani - Angela Mauro

Firenze - "Compagno Fioroni, buonasera". Non sembrerebbe uno sfottò. Il clima è davvero cordiale tra Paolo Ferrero e Beppe Fioroni, protagonisti di un faccia a faccia alla festa nazionale del Pd in corso a Firenze. Il responsabile organizzazione del partito di Veltroni accoglie il segretario di Rifondazione all'ingresso della Fortezza fiorentina, quella che ospitò i dibattiti del Forum Sociale Europeo sei anni fa. Tempi lontanissimi. Ma se c'è un'eco che rimane, al di là dei rapporti cordiali, è la distanza politica tra il Prc e l'attuale Partito Democratico. E al dibattito si vede subito, fin dalle prime battute tutte incentrate nel ricordo di quello che è stato il governo Prodi. Come sei anni fa adesso ci sono le destre al governo, ma il panorama è cambiato. La sinistra è in scacco matto fuori dal parlamento, il Pd è depresso, le leggi razziste sulla sicurezza impazzano. Si ragiona sulle prossime scadenze elettorali, le europee e le amministrative del 2009. Si può tornare insieme cercando di non ripetere gli errori della vecchia Unione? L'intenzione c'è, ma sulla base di programmi chiari e condivisi, affermano sia Fioroni che Ferrero. Ma è l'unico punto di analisi che li accomuna, se si eccettua il giudizio negativo di entrambi su come il governo Berlusconi ha pensato di "risolvere" la crisi di Alitalia. «Siamo stati sconfitti perché parte della nostra gente non ha capito a cosa servivamo», esordisce Ferrero. «Quando eravamo al governo, avete mediato con tutti - dice all'ex ministro dell'Istruzione - dalla Confindustria al Vaticano, tranne che con noi. Se è così non ci sono le condizioni per un nuovo accordo…». Di opinione opposta Fioroni. Il governo Prodi ha fallito «non per mancanza di mediazione ma per mancanza di un chiarimento di fondo». L'accusa al Prc: «Per tornare insieme bisogna trovare un meccanismo di chiarimento: se si sta al governo o all'opposizione. Dobbiamo ragionare sul cosa fare, non fermarci all'essere contro. Con il piede in due staffe si crea solo confusione». Ferrero non se la tiene. «Proprio sul cosa fare abbiamo litigato - osserva l'ex ministro della Solidarietà Sociale - Il governo Prodi non ha fatto niente sulla precarietà, sulla redistribuzione del reddito, sulla tassazione delle rendite finanziare, sui Dico: sbaglio o hai partecipato da ministro ad una manifestazione contro i Dico? La baracca è saltata non per le fisime di opposizione di Rifondazione, ma per Mastella». Fioroni la gira così: «I diritti non erano la priorità…». Rivangare l'esperienza comune di governo serve poco ad illuminare il futuro. Sulle alleanze è tutto in alto mare. D'accordo sulla necessità di vagliarle territorio per territorio e stringerle solo dove è possibile, sulla base dei contenuti, Fioroni e Ferrero divergono sull'analisi del presente. Prima però il segretario di Rifondazione si permette una stilettata non da poco sul caso di Bologna, dove il sindaco Cofferati prossimo alla ricandidatura, ha già detto di non volerne sapere di allearsi di nuovo con il Prc. «Bene, note sono le distanze con lui sulla sicurezza - dice Ferrero - ma, se devono valere i contenuti, non si capisce perché non dovremmo allearci in provincia di Bologna, come dice il segretario emiliano del Pd. Non vorrei che il Pd cerchi l'intesa con noi solo dove ha bisogno dei nostri voti…». Ma, si diceva, è l'analisi del presente a portare lontano, i due interlocutori, in direzioni per il momento opposte. «Finora il Pd si è limitato ad un ruolo emendativo nei confronti del governo Berlusconi - accusa Ferrero - non fa vera opposizione. Su queste basi, è difficile pensare ad un accordo». Fioroni nella replica prende due piccioni con una fava: oltre che Ferrero, attacca anche il "rissoso" alleato Di Pietro. «La politica dell'insulto a Berlusconi non ha prodotto successi. E' il momento di pensare ad una sfida di qualità». E rilancia la manifestazione del Pd il 25 ottobre: "Contro il rischio dell'assuefazione". Ancora Ferrero: «Pensare di sconfiggere Berlusconi facendo i gentiluomini è pura illusione. Berlusconi non è uno di destra qualunque, non è un tory inglese, parla alla pancia del paese, dentro il suo schieramento albergano i nipotini del fascismo. E noi o siamo in grado di diventare utili per chi non ce la fa, per i precari, oppure Berlusconi rischia di vincere le prossime due-tre elezioni. E' un problema nostro ma anche vostro». Bailamme. Ma non c'è il rischio che Rifondazione si isoli. Dice Ferrero: «Il nostro problema è l'utilità sociale, non il riconoscimento politico: abbiamo avuto il minimo dei voti quando avevamo il massimo di riconoscimento istituzionale.». Fioroni-Ferrero, difficile pensarli ministri dello stesso governo. Il primo ha pure i problemi interni al Pd da risolvere (non che il secondo non ne abbia di problemi interni) e da responsabile organizzazione deve gestirsi anche una velenosa domanda sul tesseramento. Ha più tessere il Pd o la "Red" di D'Alema? «L'appartenenza dei tesserati è al Pd, non ad altro. Le fondazioni possono essere utili, se vogliono esserlo.».

 

Le rivelazioni di Gheddafi: Niente basi Nato contro Tripoli. Garantisce Silvio Berlusconi - Stefania Podda

L'accordo con la Libia vale una divergenza - pesante - con la Nato? A giudicare dai retroscena del Trattato di amicizia e collaborazione svelati dallo stesso colonnello Muhammar Gheddafi, pare proprio di sì. La rivelazione è contenuta in un passaggio del discorso tenuto dal colonnello domenica a Bengasi, ma solo ieri l'agenzia ufficiale Jana ha pubblicato il testo integrale. Si è scoperto così che per incassare un'intesa che - oltre alle scuse ufficiali peraltro già date per il passato coloniale - si può tradurre con lo slogan "meno clandestini, pù petrolio", Silvio Berlusconi ha dovuto mettere nero su bianco l'impegno dell'Italia a non fornire le basi Nato e Usa nel nostro paese nel caso di un attacco contro la Libia. D'altronde il leader libico aveva ben chiaro in mente un'occasione - e l'ha citata nel suo discorso -, in cui un attacco contro la Libia era partito dall'Italia. Era il 1986 e Tripoli ricambiò con due missili scud su Lampedusa. L'impegno è fissato nell'articolo 4: «Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l'Italia non usa e non permette di usare i suoi territori contro la Libia per ogni aggressione contro la Libia e la Libia non userà o permetterà di usare il suo territorio per ogni atto ostile contro l'Italia». Un passaggio che ha impegnato per settimane le diplomazie visto che Gheddafi ne aveva fatto un punto irrinunciabile. Sono servite - ha detto il colonnello - «lunghe discussioni», giacché l'Italia avrebbe preferito limitarsi a «non compiere aggressioni contro la Libia». Un po' poco per Gheddafi, visto il precedente e visto che l'articolo 5 del trattato Nato stabilisce che «un attacco armato contro una parte o più di esse...costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata». Preso così, alla lettera, l'articolo 4 del Trattato italo-libico appare in palese contraddizione con gli accordi Nato. Il che ha costretto Palazzo Chigi a diffondere immediatamente una nota in cui precisa che «l'accordo fa, come è ovvio, salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dal nostro Paese, secondo i principi della legalità internazionale».

 

«La Cecenia è stata dimenticata come Anna Politkovskaya»

Luca Leone

«Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano». Questa convinzione era pervicacemente radicata nella giornalista moscovita Anna Stepanovna Politkovskaja, una delle vittime più illustri sacrificate, il 7 ottobre 2006, sull'altare della "guerra domestica" in Cecenia della Russia di Vladimir Putin. Eliza Mussaeva fa parte di questa stessa categoria di persone, suo malgrado. Anche se, per fortuna, finora ha sempre pagato "solo" con lo sradicamento dalla sua terra, la Cecenia, con la perdita del posto di lavoro e con le umiliazioni il suo essere una donna libera figlia di una terra che conosce solo guerra, tirannia e abominio. Eliza ha uno sguardo malinconico, infelice, anche quando sorride. Ha un mento forte, bei tratti della sua terra e occhi marroni penetranti ma assorti, sprofondati in incubi pensieri che sanno di disperazione e morte. La signora Mussaeva gira - ora con la Federazione internazionale di Helsinki per i diritti umani, ora con Amnesty International, ora con altri sostenitori - l'Europa con la sua borsa piena di denunce, sangue e fantasmi, nella speranza che qualche governo le dia retta e che i grandi media internazionali tornino a parlare di Cecenia e di Caucaso, luoghi in cui prima Boris Eltsin poi Vladimir Putin hanno combattuto, tra il 1994 e il 2003, due guerre mostruose, terminate formalmente (ma in realtà mai concluse) con non meno di 100mila morti, centinaia di migliaia di sfollati e un conflitto trasferitosi dalla Cecenia all'intera regione caucasica. «In effetti - spiega la nostra interlocutrice facendosi cupa - la situazione in Cecenia in questi anni si è evoluta. La stessa Russia è mutata, così come lo sono le relazioni russo-cecene. Per la sua natura intrinseca, la guerra non è mai umana. Ma, detto questo, la prima guerra cecena cominciata da Eltsin era senz'altro più "umana" di quella condotta da Putin. Nella prima guerra cecena il concetto di "civili pacifici" almeno era preso in considerazione; nella seconda, di questo principio è stata fatta carta straccia. Il secondo conflitto è stato di per sé più crudele, cinico e privo sia di principi sia di scrupoli». Viene da chiedersi il perché di tutto questo. La risposta è complicata perché almeno quattro fattori, oltre al petrolio su cui il Paese praticamente galleggia, hanno provocato lo scoppio del conflitto: l'affermarsi prima in territorio ceceno, poi nelle vicine Ingushetia, Dagestan e Ossezia, di potenti e ben armate (e appoggiate dall'estero) bande armate; la crescente influenza del fondamentalismo islamico nella regione; l'importanza strategica del Caucaso intero e dalla Cecenia in particolare per la Russia; il rilievo sia economico sia strutturale della regione non solo per il pompaggio ma anche per il passaggio dei grandi oleodotti e gasdotti che devono raggiungere l'Europa occidentale e far entrare denari sonanti nelle casse del Cremlino delle aziende russe e dei loro amici oligarchi. Un bel mucchio di ragioni valide ancora oggi. «Il conflitto è stato represso, è vero - precisa Mussaeva - ma il punto è che ormai i combattenti separatisti ceceni non rischiano più tanto solo le loro vite, ma anche e soprattutto quelle dei loro famigliari. In effetti, il modo "più efficace" per combattere, dal 2004 a oggi, contro i separatisti ceceni è quello di prendere in ostaggio i loro cari». «La Russia sostiene di trovarsi coinvolta in combattimenti contro il terrorismo internazionale - continua Eliza dopo aver bevuto un sorso d'acqua -. Tutta la lunga striscia di violenza di cui abbiamo parlato poco fa è giustificata da questo slogan: la lotta contro il terrorismo internazionale. In nome di questa lotta, inquirenti e tribunali coprono ogni violenza perpetrata, dai rapimenti alle torture fino agli omicidi. E così la lotta contro il terrorismo finisce per produrre a sua volta terrorismo. Negli ultimi anni, quelle di cui parlo sono diventate pratiche ben note, anche in seguito alla comparsa di prigioni illegali usate sia dal Servizio di Intelligence federale russo (Fsb) sia da altri centri di potere. Le organizzazioni non governative attive nella regione hanno raccolto moltissime informazioni sulle prigioni illegali del nord del Caucaso e le hanno messe a disposizione delle grandi organizzazioni internazionali: le persone vengono detenute in cantine o in buchi scavati nel terreno. Sebbene, tuttavia, le prigioni e i metodi di detenzione statunitensi a Guantanamo abbiano giustamente sollevato proteste, nessuno ricorda mai che situazioni simili o addirittura peggiori sono vissute dai detenuti nelle carceri illegali russe. È curioso che le persone siano così…selettive». Oggi che dalla capitale cecena Grozny le rovine sono state in parte portate via e sta cominciando uno sforzo di ricostruzione, la popolazione civile continua però a pagare un pesante tributo alla guerra combattuta, alla guerriglia in corso e alla violenza dei corpi d'armata russi. «Almeno 5.000 persone risultano scomparse senza aver lasciato traccia. Si tratta di persone rapite non da banditi che volevano chiedere un riscatto ma da rappresentanti del governo russo. Nessuno si sta preoccupando di cercarli. Nessuno ha o sta spiegando alle madri che fine abbiano fatto i loro figli né, naturalmente, i responsabili di queste scomparse sono stati individuati e puniti. Oggi stanno cominciando a uscire fuori sia le vittime sia i testimoni. Ma tutti vogliono dimenticare, rimuovere, spegnere i loro cervelli. In decine di migliaia sono costretti intanto a rientrare in Cecenia dalla vicina Ingushetia che ormai non è più un luogo sicuro». Un altro mistero è rappresentato dal presunto uso da parte dell'esercito russo di sostanze vietate nel corso dei due conflitti, e in particolare del secondo. «È difficile dare una risposta secca a questa domanda - spiega l'attivista con aria sconsolata - perché non esistono prove certe in proposito. Ci sono testimonianze che descrivono tipici sintomi legati all'uso di armi chimiche o batteriologiche, ma non è mai stato possibile avere una prova documentale in merito. Posso fornire due esempi tratti da testimonianze disponibili. Il primo riguarda l'insediamento di Stariye Atagi dove, nell'agosto del 2000, sono state abbandonate molte magliette per uomo. Chiunque le abbia indossate, o anche semplicemente toccate, ha sofferto di paralisi del sistema respiratorio. Sono morte molte persone e, tra loro, anche una donna. Il secondo esempio viene dal grande avvelenamento di circa 80 donne verificatosi nel distretto ceceno di Shelkovsky. Anche Anna Politkovskaya ne scrisse. I loro sintomi erano di asfissia, perdita di conoscenza e isteria. Fonti ufficiali dissero che le ragazze erano state colpite da "un disturbo psicologico di massa correlato alla guerra": un'espressione molto appropriata, non c'è che dire. Purtroppo non conosciamo le vere cause di questa "strana malattia". In più, nell'estate del 2007 molti studenti sono stati ricoverati in ospedale nella vicina Ingushetia con sintomi simili. Nessuno ne conosce, ovviamente, le vere cause…». Rimane da capire se i cattivi siano solo i russi… Eliza alza le mani, come a testimoniare che ben ardua è la sentenza, soprattutto per chi è così emotivamente coinvolto. «Quel che mi sento di dire è che nel 1994 il conflitto esplose come guerra per l'indipendenza della Cecenia. Ora il movimento si è trasformato. Oggi sono ancora attivi e armati gruppi clandestini nelle repubbliche nord caucasiche confinanti con la Cecenia. Ma al loro interno vi sono ormai molti islamici radicali. Gli attacchi terroristici contro obiettivi anche civili sono stati compiuti durante il periodo di comando di Shamil Basayev», ovvero il responsabile del massacro della scuola "Numero Uno" di Beslan, dove il 3 settembre 2004 persero la vita 326 degli oltre 1.300 ostaggi di un commando di 32 guerriglieri ceceni. Basayev è stato assassinato il 10 luglio 2006 dalle forze di sicurezza russe nel villaggio di Ekazhevo con altri cinque separatisti ceceni. «Possiamo solo ipotizzare legami tra Basayev e gli appartenenti all'opposizione separatista - prosegue la Mussaeva - ma non va dimenticato che Aslan Maskhadov (ex ufficiale dell'Armata rossa diventato nel 1992 capo di Stato maggiore ceceno e ispiratore del separatismo di Grozny, eletto nel 1997 presidente della Cecenia e divenuto dal 2004, un anno prima di essere ucciso dalle forze speciali russe, capo della guerriglia indipendentista, n.d.r. ) condannò pubblicamente gli attacchi terroristici di Beslan ed era pronto a recarsi personalmente presso la scuola assediata per liberare i bambini, se solo i russi glielo avessero permesso. Maskhadov, inoltre, avrebbe voluto processare Basayev. Lo sappiamo da coloro che presero parte ai negoziati. Purtroppo, finché il Caucaso del nord continuerà a essere interessato dalla tensione e dai conflitti, non ci potrà essere soluzione né alla crisi cecena né a tutte le altre».

 

Repubblica – 3.9.08

 

Le squadre degli altri - TITO BOERI

I veri tifosi del Napoli, quelli che vorrebbero in galera i teppisti che domenica hanno assaltato treni e picchiato passeggeri, avranno letto ieri con una certa invidia una notizia riportata dai siti sportivi. Un consorzio di Abu Dhabi ha comprato il Manchester City. Una squadra che tutte le domeniche riempie gli stadi senza che si registrino episodi di violenza, rilevandolo per 250 milioni di euro dall'ex primo ministro thailandese. I nuovi arrivati si aggiungeranno alla fitta legione di investitori stranieri (Roman Abramovich, Chelsea; Malcom Glazer, Manchester United; Tom Wicks e George Gillette, Liverpool; Randy Lerner, Aston Villa; Bjorgolfur Gudmundsson, West Ham; Mohammed al Fayed, Fulham; Aleksander Gajdamak, Portsmouth) che hanno reso la Premier league il campionato più ricco del mondo. Coi suoi 2 miliardi e mezzo di euro di ricavi annuali surclassa il campionato italiano (meno di un milione e mezzo), una volta il più bello e ricco del pianeta. I tifosi, notoriamente affezionati alla bandiera, non sembrano preoccuparsi della nazionalità dei proprietari della loro compagnia. Al contrario, ieri sera i sostenitori del Manchester City erano tutti in piazza a festeggiare l'arrivo degli arabi e il loro primo acquisto importante: Robinho, sottratto al Chelsea, con cui incroceranno i piedi alla ripresa del campionato. Anche i tifosi della Roma sarebbero stati ben contenti di vedere George Soros e i suoi capitali investiti in giallorosso. Non parliamo poi di tanti tifosi di squadre con forte seguito, ma pochi quattrini, come il Napoli, in un campionato in cui le star dall'estero arrivano ormai solo come scarti di altre società. Ma perché il calcio italiano non riesce ad attrarre investitori stranieri, perché i ricchi petrolieri, quelli che certo non temono la Robin tax, non vengono a spendere un po' delle loro fortune da noi rendendo più spettacolare il nostro campionato? Una spiegazione spesso addotta é che in Italia le squadre di calcio vengono gestite con obiettivi molto diversi dal conseguimento di profitti. Danno ritorni di immagine per chi è alla ricerca di notorietà o ... di voti. Vero. Ma anche nella Premier league le motivazioni per investire possono essere le più disparate. Abramovich non è certamente riuscito a rientrare dai suoi ripetuti massicci investimenti nell'acquisto di calciatori o nei compensi degli allenatori del Chelsea. Tuttavia oggi il magnate russo è certamente più popolare tra i londinesi di quando è atterrato per la prima volta all'aeroporto di Heathrow. Neanche oltremanica si bada solo ai soldi quando si investe nel pallone. Basti pensare che fino alla fine degli anni 80 i proprietari delle squadre di calcio in Inghilterra non potevano neanche incassare dividendi dai loro club. Chi vuole investire nel pallone non viene da noi per un'altra ragione: teme di non riuscire a controllare ciò che, se tutto va bene, riuscirà ad acquistare. In Italia le squadre di calcio sono spesso ostaggio della cosiddetta tifoseria organizzata, talvolta vere e proprie associazioni a delinquere che minacciano con le loro violenze di causare danni irreparabili ai patrimoni delle società. La timidezza con cui De Laurentiis e altri presidenti di squadre ricattate reagiscono alle violenze degli ultras, il fatto che ogni ministro degli Interni di turno (ieri è stata la volta di Maroni) faccia la voce grossa, ma le normative contro la violenza negli stadi siano ancora largamente inapplicate, garantendo un regime di impunità a ben identificabili bande di criminali, sono la dimostrazione evidente di questa malattia endemica del calcio italiano. Anche altrove ci sono i violenti, gli hooligans. Ma da noi la violenza è meno individuale; è organizzata per il conseguimento di fini economici. Vi sono anche ricatti più sottili cui deve far fronte la proprietà in Italia. Da noi i manager delle squadre hanno un potere contrattuale molto forte. Sono loro spesso gli unici a conoscere fino in fondo i conti della squadra, a tenere i rapporti con i media, a conoscere le scappatoie concesse da una normativa tradizionalmente compiacente nei confronti di squadre male amministrate, a sapere dove si collocano i confini fra illecito tollerato e illecito che da luogo a sanzioni. Per chi viene da fuori i bilanci dicono poco. Anche le quotazioni di borsa, laddove le squadre sono quotate, sono poco informative sul valore delle società. Il patrimonio delle squadre consiste quasi solo nel parco giocatori, non ci sono stadi di proprietà. Per anni le squadre si sono scambiate giocatori iscrivendoli a bilancio con valutazioni nettamente superiori a quelle del mercato per realizzare plusvalenze, portando in nero bilanci effettivamente in rosso e lasciando poi in eredità ammortamenti (dunque costi di esercizio) elevati. Decreti come il salvacalcio (varato sotto il precedente governo di un presidente di una squadra di calcio) offrivano poi alle società la possibilità di svalutare il patrimonio calciatori, riducendo in questo modo gli ammortamenti, senza essere costrette a ricapitalizzare o fallire. In Italia le squadre di calcio ormai vivono solo di diritti televisivi. Le loro fortune dipendono da trattative complesse, dall'esito molto incerto. Questo espone la proprietà a rischi più forti che altrove. In Inghilterra c'è molta più diversificazione nelle entrate: biglietti dello stadio, merchandising, sponsor e gestione degli stadi garantiscono fino al 70 per cento delle entrate. Chi gestisce le trattative per i diritti televisivi è spesso portatore di interessi privati, in conflitto con quelli delle altre squadre. E vi sono forti intrecci fra squadre di calcio e proprietà dei mass media. Insomma in tutta la sua specificità, l'industria del calcio riproduce gli stessi fattori che allontano gli investitori esteri dalle aziende italiane. Le tifoserie organizzate non saranno come la mafia, la camorra o la 'ndrangheta, ma anche loro, in qualche modo esigono un pizzo. Le normative sono complesse, inapplicate o comunque arbitrarie esponendo chi viene da fuori a rischi difficilmente ponderabili. Si fanno leggi ad hoc, abbondano la sanatorie per chi viola le regole. E poi c'è il conflitto di interessi endemico del nostro paese. Quando nel 1998 il consorzio BSkyB cercò di acquistare il Manchester United, l'autorità antitrust inglese si oppose e il governo bloccò sul nascere la trattativa. Anche oggi i proprietari di media in Inghilterra non possono detenere più di una quota minoritaria (al di sotto del 10%) delle squadre di calcio. Mi sa che viviamo in un altro paese. Proprio in questi giorni stiamo assistendo ad un'altra vicenda devastante per la nostra immagine presso gli investitori esteri. Ben tre leggi dello Stato cambiate a beneficio di una cordata di banchieri, imprenditori e del presidente degli industriali italiani, noncurante del fatto che, se il loro piano dovesse andare in porto, imporrà a tutti i propri rappresentati prezzi molto più alti in quella tratta decisiva per molte imprese che è la Roma-Milano.

 

La Stampa – 3.9.08

 

Mai più il calvario di Welby e Concioni - MARCO ACCOSSATO

TORINO - Mai più un caso Welby. Anestesisti, neurologi e pneumologi italiani presenteranno oggi a Torino un decalogo per prolungare la sopravvivenza e migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da malattie neuro-muscolari: sclerosi laterale amiotrofica, distrofia di Duchenne e atrofie muscolo-spinali. Circa un centinaio di malati, ogni anno in Italia, lottano quotidianamente - e fino alla fine - con un’insufficienza respiratoria acuta. Un network di cui fanno parte anestesisti degli ospedali Molinette di Torino, del policlinico Gemelli, del Bambin Gesù di Roma, della Carità di Novara, pneumologi dai centri ospedalieri e universitari di Milano, Pisa, Padova e Firenze e neurologi da tutti questi centri di eccellenza coinvolti consegneranno alla scienza un protocollo destinato a trasformare l’assistenza a malati come Piergiorgio Welby o Luca Coscioni. «Il lavoro - spiega il professor Marco Ranieri, primario di Anestesia e rianimazione alle Molinette di Torino e presidente della Società europea di terapia intensiva - è partito da un’osservazione: l’assistenza di questi pazienti nelle terapie intensive dei nostri ospedali e quella domiciliare è spesso molto diversa. A volte diametralmente opposta. Abbiamo così portato in ospedale quelle pratiche positive per il malato che vengono di solito seguite solo a casa, e al contrario integrato le linee guida per l’assistenza domiciliare con pratiche più efficaci che vengono utilizzate in ospedale, ma non vengono seguite a casa». In molti casi si tratta di capovolgere completamente le procedure. Un esempio: «Per questo tipo di pazienti è necessario un utilizzo aggressivo degli antibiotici, che è l’opposto di quanto viene di solito fatto in terapia intensiva». Ancora: «In terapia intensiva si tende solitamente a estubare molto tardi i ricoverati, fino a quando non sono completamente in grado di respirare autonomamente. Nei casi come Welby è invece più utile togliere precocemente il tubo del respiratore, anche se la situazione non è completamente normalizzata, in modo che il malato “partecipi” alla ripresa». Anche la tracheotomia, cioè il collegamento di un respiratore con un tubo attraverso un’incisione in gola, «deve essere praticata il più tardi possibile, quando tutte le altre strade possibili sono già state percorse». Il decalogo - che sta per essere presentato anche come progetto di ricerca per la prossima edizione di Telethon - sarà presentato e discusso oggi e domani, all’hotel Majestic di Torino, durante una due giorni di convegno a cui sono stati invitati il viceministro Ferruccio Fazio (delega alla Salute), il presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, Giuseppe Palumbo, e Maria Antonietta Farina, vedova di Luca Coscioni. Si dirà anche - contrariamente a quanto avviene storicamente - che le rianimazioni devono essere aperte, giorno e notte, in modo che i parenti di chi è in questa condizione possano stare quanto e quando vogliono accanto ai malati. «Grazie a sistemi di ventilazione non invasiva come l’intubazione e la tracheotomia - spiega ancora il professor Ranieri - negli ultimi dieci anni le prospettive di vita di questi pazienti sono raddoppiate. Purtoppo, dei Welby e dei Coscioni si parla soltanto quando gli stadi della malattia li portano a invocare la morte, suscitando le reazioni contrarie. Ma su questi malati, e per questi malati, non sono state finora applicate tutte le conoscenze sviluppate dalla scienza».

 

Palin, è rischio boomerang – Maurizio Molinari

ST.PAUL - Punto di forza o tallone d’Achille? L’interrogativo sull’effetto-Sarah Palin tiene banco nei corridoi dell’Xcel Energy Center alla vigilia del discorso che pronuncerà questa sera di fronte ai 4800 delegati della Convention repubblicana. A sostenere che si tratti di un punto di forza è stato ieri John McCain assicurando da Filadelfia che «il processo di scelta del vice è stato molto serio e ponderato». Ma se il candidato si è dovuto difendere è perché le notizie imbarazzanti sul governatore dell’Alaska si susseguono da 36 ore a ritmo incalzante, insinuando dubbi tra le delegazioni. La prima crepa è stata l’ammissione da parte della Palin e del marito Todd sulla figlia minorenne Bristol incinta di cinque mesi, ma è stato solo l’inizio: la tv Abc ha ricostruito la tenace opposizione di Palin a dichiarare gli orsi polari una «specie protetta»; da Anchorage i democratici hanno fatto sapere che l’inchiesta sull’abuso di potere che potrebbe portare alla richiesta di impeachment verrà resa pubblica il 31 ottobre, solo quattro giorni prima delle elezioni; la tv Msnbc ha scoperto che Todd Palin nel 1986 venne fermato e arrestato perché guidata sotto l’effetto di alcolici; il nome del padre del figlio di Bristol Palin è divenuto pubblico grazie ai reporter che hanno invaso la cittadina di Wassilla scoprendo che l’identità di giocatore di hockey Levi Johnston, 18 anni, era ben nota da mesi a gran parte dei 9780 residenti locali. La rapida successione di scoop e rivelazioni consente ai siti della sinistra liberal, come Daily Kos, di rilanciare sospetti ai limiti della disinformazione come l’ipotesi che il figlio down di Sarah in realtà sia stato partorito da Bristol e il risultato è una crescente pressione sul team di McCain. Non a caso Steve Schmidt, stratega della campagna, ha ammesso: «Non ho proprio idea di quale effetto avrà sugli elettori la storia della figlia incinta, non sono mica uno psichiatra...». Da qui il dubbio «Sarah è davvero pronta a guidare l’America?» lanciato da un commento dell’«Usa Today» al quale si è unito il candidato democratico Barack Obama rilasciando un’intervista alla Cnn per affermare: «Io sono più preparato di lei nella gestione di un esecutivo o di disastri naturali, Sarah Palin come sindaco di Wassilla aveva 50 dipendenti mentre la mia campagna ne ha 2500, il suo budget comunale era di 12 milioni di dollari e il nostro, mensile, è di tre volte tanto». La campagna McCain ha risposto per le rime: «Obama afferma che è più preparato di Palin solo perché si candida a presidente con una logica risibile, estrema prova dell’inesperienza di Obama, senza contare che il governatore dell’Alaska gestisce un bilancio di 10 miliardi di dollari». A rassicurare il candidato repubblicano sull’affidabilità politica di Sarah Palin è il fronte evangelico, presente a St Paul con la «Republican National coaliton for Life» il cui leader Phyllis Schlaffy ritiene che «averla scelta come vice ha cambiato radicalmente la situazione» spingendo l’elettorato antiabortista alla «mobilitazione di massa». L’entusiasmo per Palin nasce non solo dal suo impegno per la vita, avvalorato dalla scelta della figlia di tenere il bimbo, ma anche dal sostegno alla teoria del creazionismo. «Ora è tutto diverso», aggiunge Gary Bauer, leader di «American Values», assicurando: «Ci mobiliteremo in massa come nel 2004». Da qui l’appello di Laura Bush alle delegazioni degli Stati in bilico come Colorado e Michigan: «Raddoppiate gli sforzi, è l’ora di dare il massimo».

 

Corsera – 3.9.08

 

«Il razzismo? Comprensibile se hai dei vicini giamaicani»

Guido Santevecchi

LONDRA - A 79 anni George Steiner, Extraordinary Fellow di letteratura comparata al Churchill College di Cambridge, è uno dei più rispettati linguisti del mondo. Ed è anche un critico e romanziere di grande successo. Una vita avventurosa: ebreo, la sua famiglia lasciò Vienna per Parigi e fece in tempo a lasciare la Francia nel 1940 un mese prima che ci entrassero i nazisti. Ora il professore dice: «È molto facile stare seduti a casa qui a Cambridge e dire che il razzismo è orribile; ma venitemi a chiedere di ripeterlo dopo che una famiglia giamaicana con sei figli si è stabilita accanto a casa mia e suona reggae e rock and roll tutto il giorno». E ancora: «Venitemi a chiedere dopo che il mio agente immobiliare mi ha informato che siccome ho dei giamaicani come nuovi vicini, il valore di casa mia è caduto in picchiata: in tutti noi, nei nostri figli, se gratti un poco sotto la pelle scopri molte zone oscure per mantenere la nostra comodità, il nostro modo di vivere». La lezione di Steiner, in un'intervista al Paìs di Madrid, ha creato un caso politico-culturale. «Questa generalizzazione offensiva nei confronti di un intero gruppo etnico non me la sarei aspettata da un uomo con il passato di Steiner», dice il portavoce del Muslim Council britannico. «Parole di un vecchio capriccioso che dovrebbe starsene seduto a bere tè, invece di attribuire alla collettività i suoi giudizi personali da razzista», per Bonnie Greer, drammaturga. Più articolato il giudizio del dottor Robert Berkeley, esperto di pari opportunità: «Non sono sicuro che il razzismo sia un tratto naturale, è più una costruzione sociale. Penso che un individuo faccia bene a riconoscere le proprie pulsioni razziste, per poterle affrontare. Parlarne come fa Steiner è utile a tenere vivo il dibattito, sempre che non si prenda di mira una comunità come ha fatto lui». Si sono schierati anche diversi accademici. E non tutti lo hanno condannato senza appello. «La libertà di parola in questo Paese spesso non è più esercitata a causa della legge del politically correct», ha affermato Eric Barendt, docente di diritto dei media all'University College di Londra. «Tutto ciò che porta a parlare di questi problemi è benvenuto», ha detto John Allison, insegnante di legge a Cambridge. Nella polemica è intervenuto Max Hastings, ex direttore del Daily Telegraph, storico, oggi commentatore del Guardian (di sinistra) e del Daily Mail (più che conservatore). «Forse Steiner è stato incauto nell'uso della parole, ma ha spiegato che è troppo facile per noi della classe media, che viviamo nei nostri quartieri accoglienti senza volti scuri in giro, esprimerci nobilmente sulla razza e l'immigrazione: questa tolleranza a noi non costa niente». Hastings chiede di pensare a chi invece deve convivere con «l'immigrazione di massa che mette pressione sulla società» e conclude: «Non ne sono fiero, ma la natura umana a volte ci rende tutti razzisti». Nella Gran Bretagna multietnica e delle pari opportunità si stanno verificando casi controversi: il consigliere politico del sindaco di Londra costretto alle dimissioni immediate dal conservatore Boris Johnson perché aveva osservato «se ai caraibici non piace la nuova amministrazione possono tornarsene a casa loro». E due alti ufficiali di origine asiatica di Scotland Yard hanno fatto causa al comandante Sir Ian Blair per discriminazione razziale. Secondo Max Hastings le difficoltà di carriera dei due poliziotti sono «solo espressione di tribalismo sul posto di lavoro».

 

Le mille svolte del Colonnello mago del baratto - Guido Olimpio

Se Muammar Gheddafi è al potere dal 1969 un motivo ci deve essere. Ha sepolto molti altri «monarchi», ha visto sparire i killer di cui si serviva, ha voltato le spalle agli amici (pochi) e ha stretto la mano ai nemici (tanti). I gesti del colonnello, però, non sono mai definitivi. Si è sempre lasciato una o più vie di fuga. Un po’ come Yasser Arafat, che però - guarda caso - non c’è più. Da grande sopravvissuto, Gheddafi ha stretto patti con tutti, diavolo compreso. Un esempio. La Libia ha aiutato per anni i terroristi più pericolosi, ma è stata la magistratura di Tripoli ad emettere il primo mandato di cattura contro Osama Bin Laden. Era il 1994 e i libici lo volevano arrestare per l’uccisione di due 007 tedeschi avvenuta nel Paese. Il colonnello sa che si può sempre barattare qualcosa. La testa di un pericoloso estremista come la tecnologia sofisticata. L’importante è avere la moneta di scambio al momento giusto, quando c’è qualcuno che te la chiede. Ed è così che la Libia è rientrata nella comunità internazionale. La rinuncia al suo programma nucleare è stato il prezzo pagato per tornare ad essere un interlocutore politico. Era il 2003 e gli americani - per interessi economici e strategici - volevano chiudere il dossier libico. La Cia, che è riuscita ad arruolare una famiglia di svizzeri coinvolti nel piano nucleare del colonnello, organizza il colpo. Un mercantile, la «Bbc China», che trasporta materiale sensibile destinato a Tripoli, viene costretto a far scalo a Taranto. Con un’azione congiunta con il Sismi il cargo è bloccato. Dalle stive saltano fuori «le prove» dei progetti libici. Il colonnello, ben volentieri, si piega ad un accordo e la confisca del carico è il gancio che lo trascina verso la direzione giusta. I rapporti con Washington migliorano. La Cia conduce la mediazione e poi coinvolge i libici nella guerra ad Al Qaeda. Una volta gli aerei facevano scalo nelle basi nordafricane per nascondere pericolosi terroristi, ora trasportano i militanti catturati dagli Usa con operazioni speciali e destinati a Guantánamo. Un approccio pragmatico — Gheddafi teme che i qaedisti libici creino problemi all’interno della Libia — che cerca di far dimenticare il passato. A cominciare dal mistero di Lockerbie. Il 21 dicembre 1988 un jet Pan Am esplode nei cieli di Scozia, 270 le vittime. Un attentato per il quale è stato condannato lo 007 libico Mohammed Al Megrahi. Ma anche in questa storia non mancano le ambiguità. Prove importanti che potevano scagionare la spia sono state nascoste dalla polizia. Un paio di testimonianze appaiono oggi dubbie. Ma Tripoli ammette le responsabilità in modo da ottenere, in cambio, la fine delle sanzioni. Di nuovo è il grande baratto. Più facile per il colonnello che non ha alcun dovere verso un’opinione pubblica inesistente. E lo schema in qualche modo si ripete con il dramma delle infermiere bulgare accusate di avere infettato con l’Aids decine di bambini libici. Gheddafi alza il prezzo per evitare che vengano consegnate nelle mani del boia. E’ come se il colonnello, diventato «buono» in nome dei contratti, voglia ricordare il suo passato di «cattivo». Un'eredità pesante che ancora lo insegue. Dieci giorni fa in un attentato in Irlanda del Nord è stato usato dell’esplosivo Semtex. I resti, secondo la polizia, del carico regalato dalla Libia all’Ira negli anni 80. Altro episodio in Libano. La magistratura libanese ha appena chiesto l’arresto di Gheddafi per la scomparsa dell’imam Moussa Sadr avvenuta nel settembre 1978. Un giallo che ha coinvolto anche l’Italia in quanto l’esponente libanese era diretto nel nostro Paese. Il caso non è ancora chiuso e potrebbe riservare sorprese non gradite.

 

La diga si è rotta  - PIERLUIGI BATTISTA

Molti segnali indicano che è diventato possibile scongelare la militarizzazione degli schieramenti sulla giustizia. Sarebbe una doppia, rivoluzionaria frattura con il passato. Perché dimostrerebbe che, pur mantenendo intatta la diversità tra gli orientamenti politici in competizione, ci si può almeno parlare e tenere aperto un canale di interlocuzione sul tema più incandescente dei quindici anni della cosiddetta Seconda Repubblica. E perché inizierebbe a sanare una terribile malattia culturale, quella che distorce il bipolarismo nelle sue forme più selvagge e primitive, che ha degradato l’eventualità stessa del dialogo a sintomo di cedimento e di scarsa fibra morale, equiparando l’attenzione alle ragioni dell’avversario a una manifestazione di debolezza, di compromissione, addirittura (si è insinuato anche questo) a un peccato di «collaborazionismo» con il nemico. Ma l’intimazione ricattatoria alla guerra permanente funziona sempre meno. A sinistra come a destra. Ovviamente pioveranno i fulmini dell’indignazione su Luciano Violante che in un’intervista al Giornale vede nella riforma della giustizia un tema cruciale sul quale il Partito democratico non può rinchiudersi nelle litanie autorassicuranti del fronte del no; o su Emma Bonino e sul gruppo radicale (ancora parte integrante del gruppo parlamentare del Pd) che non considerano un tabù per la sinistra la separazione delle carriere dei magistrati e il superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale; su Lorenzo Cesa e sull’Udc di Casini che contrastano la deriva giustizialista di Di Pietro («la politica come inquisizione») e non vogliono rifugiarsi sull’Aventino quando si parla della giustizia. Stupore o ostilità nell’area che ha resuscitato a Piazza Navona l’oltranzismo girotondino si appunteranno sull’ex portavoce del governo Prodi Silvio Sircana che sul Riformista auspica (sembra di capire in assoluta sintonia con le intenzioni dell’ex premier) «la convergenza più ampia possibile sui temi della giustizia»; o su Anna Finocchiaro e Dario Franceschini che non vogliono un Partito democratico arroccato sulla strenua difesa dell’esistente; o su Nicola Latorre che considera il dialogo con l’avversario una necessità per la democrazia bipolare. Si griderà ancora al tradimento, o all’«inciucio», ma la diga si è rotta. Si afferma il principio che sulla giustizia si parla e si discute senza remore, come frutto di una rottura culturale avviata nei mesi scorsi dallo stesso Veltroni. Si delinea un ruolo dell’opposizione che non si esaurisca nella protesta risentita, nel nullismo, nell’ossessiva e inconcludente ripetizione di un eterno no. Segnali. Segnali numerosi e concordi che non è scontato ottengano i risultati sperati e che possono vanificarsi se la maggioranza di governo decidesse stoltamente di andare per la sua strada senza nemmeno ascoltare critiche e obiezioni. Che però indicano la possibilità per l’opposizione di distinguere tra temi su cui esercitare con intransigenza un contrasto anche aspro e riforme su cui in nessuna democrazia occidentale si mena scandalo se si ottiene una convergenza tra forze collocate in Parlamento su trincee opposte. Un’altra eccezione italiana destinata, forse, a essere archiviata senza rimpianti.


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