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DOMANI SAREBBE OBAMA

Manifesto – 6.9.08

 

Domani sarebbe Obama - Marco D'Eramo

Se le elezioni rispecchiassero le due Convention, democratica e repubblicana, per Barack Obama da qui a novembre sarebbe solo una marcia trionfale. Quella repubblicana è stata un fiasco e John McCain si è dimostrato il candidato più debole degli ultimi 30 anni, perfino più di Dukakis e Mondale. Mai sentito un discorso soporifero come il suo. E poi basta guardare la copertura dei media internazionali. A Denver (Colorado) eravamo calati da tutto il mondo a frotte, circa il triplo di quanti ci siamo ritrovati a St Paul (Minnesota). A Denver le assise si sono concluse in uno stadio con 85.000 presenti. Qui a St Paul, per la serata conclusiva e il gran festeggiamento finale, McCain non è riuscito a riempire un palazzetto dello sport da 15.000 posti. Ma ancor più che lo scenario, è l'andamento stesso delle due Convention a parlarci di un partito - quello repubblicano allo sbando, pronto ad andare all'opposizione, e dell'altro con già l'acquolina in bocca per la prospettiva di potere. A Denver, nascondendo disaccordi e mascherando divergenze fratricide, si sono succeduti tutti i grandi tenori democratici, dai Clinton ad Al Gore a Jesse Jackson. Qui hanno colpito più le assenze delle presenze. Quasi un fuggi fuggi generale. Non c'era George Bush. Non c'era Dick Cheney. Dell'amministrazione uscente si è presentato solo Tom Ridge, capo della Homeland Security. Ma nessun ministro: non ha parlato neanche Condoleeza Rice, mentre nel 2000 gran rilievo aveva avuto Colin Powell: si vede che i repubblicani danno i neri per persi in queste elezioni. Con la scusa dell'uragano Gustav, non si è scomodato neanche il governatore della California Arnold Schwarzenegger: si vede che i repubblicani danno anche la California per persa. Ma il contrasto tra le due assisi è stato ancora più grande a livello di organizzazione. È questo un aspetto assai sottovalutato della campagna di Obama: la Convention democratica è stata condotta come un'operazione militare con puntualità e meticolosità prussiana: le sedute finivano immancabilmente alle 21 zero minuti zero secondi, mentre la Convention repubblicana cominciava in ritardo, sforava, oscillava. Nella Convention democratica gli interventi rispecchiavano scrupolosamente la sequenza e gli orari del programma, in quella repubblicana ogni giorno riservava sorprese, con interventi spostati, rimandati al giorno dopo o addirittura cancellati. Il sito internet dei democratici forniva tutte le indicazioni e tutte le trascrizioni degli interventi in tempo reale, mentre il sito repubblicano era approssimativo, incompleto, inaffidabile (nell'uso della rete e dei new media i democratici sono anni luce avanti ai repubblicani). Ma è tutta la campagna di Obama a essere caratterizzata da una straordinaria disciplina ed efficienza: non ha mai cambiato squadra, a differenza di tutti gli altri candidati. Il pubblico ammira il profeta che cammina sulle acque, ma l'insider vede il laureato di Harvard che ha studiato come organizzare un grande studio legale e che ora guida con pugno di ferro il team delle 2.500 persone che conducono la sua campagna elettorale. I repubblicani lo hanno accusato di non aver mai gestito nulla, neanche una piccola impresa: ma ora sta gestendo una campagna elettorale con un bilancio di oltre 250 milioni di dollari. L'elezione sarebbe quindi in tasca per Obama se le Convention rispecchiassero l'andamento reale. Ma le Convention sono teatro e non sempre quel che va in scena è reale. Quattro ostacoli maggiori si frappongono tra Barack Obama e l'Ufficio Ovale della Casa bianca. Il primo è costituito dalla geografia. Con la scelta della Palin, McCain ha costituito un fronte occidentale, di stati del West: lei dell'Alaska, lui dell'Arizona. Mentre i democratici hanno messo su un ticket - tra la Chicago di Obama e il Delaware del suo vice Joe Biden - molto più sbilanciato a est. E ormai lo spartiacque politico americano - che tradizionalmente divideva il nord dal sud - passa invece per la linea est/ovest. Finora si diceva che nessun presidente poteva vincere se non veniva dal sud (e così è stato negli ultimi 44 anni), ma ora è il West a pesare di più, per la deriva economica e demografica. Il secondo ostacolo è costituito dall'andamento della guerra in Iraq e dalla debolezza democratica sull'argomento. I democratici si sono scoperti contrari alla guerra quando hanno visto che gli Usa la stavano perdendo. Sono cioè contrari non alla guerra, ma alla sconfitta. Ora che la nuova strategia Usa, il cosiddetto surge , sembra aver limitato i danni, i repubblicani cantano vittoria e i democratici si trovano nell'angolo perché non hanno mai imposto, come proprio tema politico, la domanda cruciale: ma in che cosa consisterebbe una vittoria in Iraq? Domanda a cui nessuno sa rispondere. Così la guerra in Iraq, che doveva essere un punto di forza della campagna di Obama, gli si sta ritorcendo contro. Il terzo ostacolo è costituito dal combinato composto di Sarah Palin e Hillary Clinton, la prima per essere un'avversaria più ostica di quel che si sospettasse (a meno che nuove scottanti rivelazioni non ne minino la candidatura), la seconda per essere un'alleata per lo meno riluttante, nonostante i proclami di lealtà: quando lo staff di Obama è corso da lei per chiederle di intervenire più spesso nella campagna, i portavoce di Hillary hanno fatto sapere che la senatrice di New York ha un'agenda molto fitta per l'autunno e che vedrà quel che può fare. In termini politici, l'ostacolo per Obama è non perdere il voto delle donne bianche, in particolare quelle con basso livello d'istruzione che sono attratte dalla Palin, dalla sua mammosità, dai cinque figli, dalla sua suburbanità. L'ultimo ostacolo per Obama è quello di sempre, che ha sotteso, anche se quasi mai citato, tutta la Convention repubblicana. Ne è stato il sub-testo. Ed è il tema della razza. Che emergerà alla prima occasione, con ipocrisia, attraverso ammiccamenti, sottintesi, antifrasi, ma emergerà: già Obama viene chiamato dai repubblicani B. O., che sono sì le sue iniziali, ma anche l'acronimo di Bad Odor (puzzone), secondo il vecchio stereotipo bianco per cui i neri puzzano. Non per nulla il partito repubblicano presenta in tutto solo 7 candidati neri al parlamento federale e solo l'1,5% dei delegati alla convention di St Paul era nero (36 su 2.300). La dinamica nero contro donna che ha caratterizzato le primarie all'interno del partito democratico rischia di riproporsi nella campagna generale tra repubblicani che si presentano come «partito delle donne» e democratici che presentano un candidato nero.

 

Sonnifero McCain, cala il sipario sulla convention - Marco d'Eramo

ST PAUL (MINNESOTA) - Meno male che c'è John McCain! Dopo la tremenda notte di mercoledì in cui avevano subito devastanti attacchi di violenza (ed efficacia) inaudita, i democratici e Obama devono aver tirato un bel sospiro di sollievo ascoltando il discorso conclusivo del candidato repubblicano. Intanto è la prima volta, nelle tante conventions cui ho assistito, che il discorso finale non riesce a riempire la sala. Anzi, ad ascoltare McCain c'era meno pubblico della sera prima per la governatrice dell'Alaska Sarah Palin, candidata alla vicepresidenza. E poi, che discorso! Alcuni astanti dormivano. Altri applaudivano educati. Una sconclusionata tiritera di quasi un'ora che andava e veniva tra politica estera e interna, tra ricordi del Vietnam e divagazioni. Un tono piatto. Vecchio, ma non per gli anni sul groppone: Ronald Reagan e François Mitterrand fecero campagne elettorali più tardi di McCain, che ha 72 anni: ma erano molto più pimpanti. Lui sembra liso dal tempo. I sondaggi ci diranno nei prossimi giorni se questa Convention è riuscita a risollevare le sorti dei repubblicani. Personalmente ne dubito. L'unica novità è stata proprio la Palin che ha elettrizzato la sua base. Bisognava vederli i giovani incravattati gridarle «Ti amo Sarah!». E l'unico applauso scrosciante ricevuto da McCain è stato quando ha parlato di lei. L'intenzione di McCain era chiara: giocare al bad cop/good cop , poliziotto buono e poliziotto cattivo. Il problema è che la poliziotta cattiva è davvero cattiva, mentre l'altro sembra buono ma scemo. E anche un po' pericoloso. McCain si è presentato come bipartisan , ha espresso - pur nel disaccordo - ammirazione e rispetto per quell'Obama che la sera prima era stato deriso e linciato dai Mitt Romney, Mike Huckabee, Rudy Giuliani, Sarah Palin. Si è detto pronto a collaborare con i democratici. Insomma ha distribuito le parti: con il suo estremismo e la sua gioventù (44 anni), la Palin deve rimotivare la base repubblicana e i cristiani conservatori. Lui invece, con i toni moderati deve pescare nel centro e tra gli indipendenti. Ha rivendicato il proprio ruolo di maverick (cane sciolto), ma l'applauso della platea è stato solo di cortesia quando ha chiesto al partito repubblicano una seria autocritica, per «essere andato a Washington per cambiare Washington, ma ha finito per farsi cambiare da Washington», si è fatto corrompere, ha perso di vista i propri obiettivi e quindi ha «perso la fiducia degli americani». L'autocritica serviva a McCain come base per presentarsi come agente del cambiamento e per distanziarsi da Bush (che non ha mai nominato in tutto il discorso, riferendosi a lui una sola volta come al «presidente», mentre ha citato per nome e cognome Laura Bush). L'intenzione era trasparente, scippare a Obama la carta del change . Ma di quale cambiamento si tratti non è chiaro: nel suo discorso McCain ha ripetuto la solita lista della spesa di tutti i candidati repubblicani: la volontà di riformare Washington, tagliare le spese inutili, ridurre la burocrazia, tagliare ancora le tasse. L'unica proposta chiara è scavare pozzi di petrolio. Tutta la Convention repubblicana è sembrata in preda a paranoia petrolifera, tanto che la sala ha scandito cantando lo sloga drill, baby drill («trivella, baby, trivella»). Ma anche qui, McCain è sembrato preda di due strategie contrastanti, una che consiglia di moderare i toni e l'altra che spinge ad azzannare l'avversario. Come tutti gli altri oratori, McCain ha dipinto Obama come qualcuno che vuole aumentare le tasse: ora nel suo discorso Obama ha detto proprio il contrario, e cioè che vuole diminuire le tasse per il 95% delle famiglie americane ed aumentarle solo per i redditi superiori ai 250.000 dollari l'anno. Non si ha idea della retorica repubblicana se non si considera quanto McCain ha detto sulla sanità Usa che i democratici vogliono riformare per avvicinarsi al modello di un sistema sanitario nazionale che ponga fine all'aberrazione per cui nello stato più ricco e più potente del mondo 45 milioni di americani (il 15% della popolazione) sono privi di copertura sanitaria: «Il mio piano per la sanità renderà più facile per più americani trovare e ottenere una buona assicurazione sanitaria. Il suo (di Obama) piano costringerà le piccole imprese a tagliare posti di lavoro, ridurre i salari e costringerà le famiglie in un sistema sanitario statalizzato in cui tra voi e il vostro dottore ci sarà il burocrate». Ma è la politica estera il terreno in cui un'eventuale presidenza McCain fa più paura. Non solo per la retorica dei muscoli che ha permeato tutta la Convention, in cui il termine nation building ha preso il significato di body building : basta pensare all'ovazione che ha accolto la citazione di Theodore Roosevelt (presidente repubblicano dell'inizio '900, da non confondere con il democratico Franklin Delano Roosevelt, promotore del New Deal negli anni '30): «bisogna avere sempre un linguaggio morbido e un grosso bastone». McCain ha lanciato non solo pesanti, ma prevedibili, avvertimenti all'Iran; ha anche attaccato frontalmente la Russia accusata di aver invaso una piccola democrazia indipendente (la Georgia), ripetendo spesso che non esiterà a usare la forza. Conoscendo la sua fama di bullo (da ragazzo lo chiamavano John McNasty, «John De Bulli), sapendo che il nonno era ammiraglio di marina (gran lavoratore e bevitore), il padre era ammiraglio di marina (gran lavoratore e bevitore), lui stesso è stato capitano di marina e suo figlio è un marine stanziato in Iraq, la sua bellicosità non può essere presa sottogamba (tanto più che durante la Convention la polizia ha compiuto più di 500 arresti, una buona parte proprio durante il discorso di McCain). Altro da riferire non c'è, ed è un po' poco per un discorso di un'ora, a meno di non riportare per l'ennesima volta l'ennesimo racconto autobiografico sui suoi cinque anni e mezzo trascorsi nelle prigioni di Hanoi, sulle torture che vi ha subito e sulle lezioni di vita che ne ha tratto. Eimèn, come pronunciano qui, cioè: Amen.

 

La disoccupazione Usa annuncia recessione. E in Europa le borse crollano

Si aggravano i segnali della crisi, dagli Stati Uniti al vecchio continente. Passando per le borse asiatiche, che ieri mattina avevano avviato la giornata in forte calo, preannunciando un venerdì tutto nero. Il cartellino rivelatore del fatto che la temuta recessione Usa non è per niente scongiurata, lo ha offerto ieri il dato della disoccupazione: ad agosto è salito al 6,1%. Un bel balzo rispetto al 5,7% del mese precedente, ma soprattutto molto più alto dell'atteso 5,8%. Sono andati in fumo 87 mila posti di lavoro invece dei 75 mila previsti. Si tratta del peggiore risultato dopo quello registrato nel settembre del 2003. Ma anche in Europa le cattive notizie non sono mancate: le borse hanno bruciato ben 140 miliardi di euro. Un venerdì nero che fa seguito a un altrettanto pesante giovedì, e che porta la settimana che si è appena conclusa ai vertici delle classifiche: dobbiamo tornare a cinque anni fa per trovare sette giorni altrettanto pesanti per i listini europei. Sempre ieri, e tornando per il momento alla crisi Usa, la Mortgage Bank Association ha reso noto che «il numero dei pignoramenti immobiliari è balzato a livelli record da 30 anni a questa parte, al 2,75%». Il pil Usa ha accelerato, come dimostra il dato del secondo trimestre: più 3,3% su base annua, ma solo perché sono diminuite le importazioni e aumentate le esportazioni; la bilancia commerciale ha beneficiato della svalutazione del dollaro. La recessione Usa, però, sarebbe alle porte secondo l'ex-presidente della Federal reserve di St.Louis, William Pole. Pole ha infatti ricordato che «i numeri della ripresa - con inflazione in aumento e calo della produzione - accentuano i rischi della recessione per il paese e, di fronte al calo degli occupati, la Fed non prenderà nessuna decisione di ribassare i tassi di interesse». D'accordo la Casa Bianca: la portavoce Dana Perino ha ribadito che «per l'economia non serve nessuno stimolo finanziario». Il grosso del calo degli occupati statunitensi è dovuto all'uscita di 61 mila persone nel settore manifatturiero, mentre altri 53 mila dipendenti hanno perso il lavoro nei servizi professionali. In Europa. la giornata borsistica di ieri ha portato l'intera settimana a un calo del 5,8%, il più forte dal marzo 2003. Milano ha perso il 2,28%, penalizzata come le altre piazze da una serie di cattive notizie arrivate dal nostro continente e da Oltreoceano. Parigi ha ceduto il 2,49%, Londra il 2,26% e Francoforte il 2,42%. A mettere di malumore le piazze finanziarie già dal mattino sono stati il taglio alle stime Bce sulla crescita 2008 dell'eurozona, la stretta di Francoforte sulle condizioni dei prestiti alle banche e l'euro ai minimi dell'ultimo anno sul dollaro. Nel pomeriggio le borse hanno poi ampliato le perdite, cresciute sul finale di seduta, sulla scia di tre fattori: il tasso di disoccupazione Usa, l'andamento negativo di Wall Street e lo scivolone del comparto tecnologico (-4,96%) in Europa. Nokia (-10,93% a Helsinki) ha abbassato le previsioni sulla propria quota del mercato dei cellulari per il terzo trimestre 2008, buttando giù a Milano le azioni Stm (-5,67%) che ha Nokia come principale cliente. Il nuovo ribasso del petrolio, che scambia a quota 105,7 dollari al barile, ha trascinato al ribasso il comparto materie prime (-4,08% il sottoindice Stoxx). Pesanti anche il settore auto (-3,06%), le banche (-2,20%) e le costruzioni (-2,90%). A Piazza Affari tra le big in deciso calo ci sono Seat (-4,52%), Mediaset (-3,57%) e Generali (-3,47%). Fiat ha perso il 3,07% a 10,39 euro penalizzata dell'andamento negativo del comparto e dalla netta frenata del mercato brasiliano. Già in mattinata erano state le borse asiatiche a registrare pesanti cadute: la borsa di Tokyo ha chiuso in ribasso del 2,75% (a 12.212 punti) pagando anche lo scotto dell'ulteriore rafforzamento dello yen. Male anche il Korea Composite Stock Price: -1,55% (a 1.404 punti).

 

United operai of Fiat - Loris Campetti

TORINO - C'è un modo per evitare che le multinazionali dell'auto si trasferiscano da San Paolo dove i salari sono più alti e si lavora 40 ore a settimana, nello stato brasiliano del Minas Gerais dove le buste paga sono più leggere e le ore settimanali 44? Certo che c'è, basta conquistarsi il contratto nazionale collettivo di lavoro. E c'è un modo per non arrivare allo scontro tra i contadini che difendono la loro terra su cui ha messo gli occhi e le mani la Tata per produrre la vettura Nano, e gli operai assunti per costruire quelle automobili, come invece sta avvenendo in uno stato indiano governato dai comunisti? Certo che ci sarebbe, basterebbe lavorare a uno sviluppo industriale equilibrato, rispettoso dell'ambiente e con il coinvolgimento delle popolazioni interessate, invece che imposto con i manganelli della polizia e delle squadracce di picchiatori al soldo del padrone e del governo. Cose facili a dirsi, ma difficili da conquistare, persino da far passare tra i lavoratori spinti dai processi di globalizzazione e dalle delocalizzazioni a competere tra di loro, invece di unirsi contro il comune avversario. Per fare un esempio di casa nostra, la nuova Topolino Fiat potrebbe essere costruita alla Zastava di Kragujevac, dove il lavoro costa meno e non ci sono dazi per l'esportazione in Russia, invece che a Termini Imerese dove la regione Sicilia non ha reso possibile un accordo per ampliare e modernizzare lo stabilimento, rendendolo competitivo con interventi infrastrutturali. C'è da mettersi le mani tra i capelli, a pensare ai rischi di conflitto tra ambiente e lavoro, e tra lavoratore e lavoratore. Oppure servirà una risposta sindacale globale all'altezza delle nuove contraddizioni indotte dalla globalizzazione neoliberista. Di questo si è discusso ieri a Torino per iniziativa di Fim, Fiom, Uilm e Fism - il sindacato mondiale dei metalmeccanici. All'incontro hanno partecipato dirigenti sindacali turchi, polacchi, serbi, brasiliani, spagnoli e delegati e dirigenti italiani, tutti i volti della forza lavoro occupata dalla multinazionale torinese delle quattro ruote. Presente anche il segretario generale aggiunto del Fism, Fernando Lopes. Il primo passo nella direzione giusta è stato mosso, avviando una collaborazione tra tute blu. Ma perché questo passo non resti puramente volontaristico e riesca a invertire la tendenza alla divisione e alla guerra tra poveri, è necessario che anche con la Fiat, come è già successo con altre multinazionali dell'auto in Europa, si arrivi alla sottoscrizione di un accordo quadro internazionale che fissi gli standard minimi dei diritti sindacali e individuali, scrivendo la parola fine sul lavoro minorile e schiavistico. A sentire i racconti del segretario del sindacato turco Birlesik, Ozan Atar, o quello della polacca Wanda di Solidarnosc, o di Zoran Mihailovic del Sindacato autonomo che raccoglie il 75% dei 3.600 lavoratori Zastava, ce ne sarebbe proprio bisogno. Così come Marcelino, leader dei metalmeccanici brasiliani alla Fiat, avrebbe bisogno che in Italia si difendesse il contratto nazionale, e in Europa le 40 ore per condurre in porto le sue battaglie. Quella di ieri a Torino è stata una discussione concretissima, in cui si sono raffrontate le diverse condizioni di vita e di lavoro nei principali stabilimenti Fiat, e alla fine una decisione importante è stata presa: alla scadenza dell'integrativo integrativo Fiat in Italia, a fine anno, Fim, Fiom e Uilm metteranno nella piattaforma da presentare al Lingotto proprio la costruzione di un accordo quadro internazionale per sancire i diritti universali e inviolabili. L'ha annunciato il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, a nome delle tre organizzazioni. Le differenze sono tante, sociali ed economiche, e l'avvio di un processo di riunificazione del lavoro è urgente. Sapendo che se in Europa, nel Nordamerica e in Giappone la crisi picchia duro, mettendo a rischio la qualità e la quantità del lavoro, in Brasile, Cina, India lo sviluppo è frenetico, quando non selvaggio. Fare sindacato dove c'è la recessione è ben diverso che strappare conquiste dove l'economia cresce. Paradossalmente, se i lavoratori italiani riusciranno a rinnovare un buon integrativo lo dovranno ai fatturati da capogiro del Lingotto in Brasile. Ragione di più per siglare un accordo quadro internazionale, e per difendere il contratto nazionale e il regime di orari in Italia. Infine, il Fism ha promosso una settimana mondiale di lotta contro la precarietà all'inizio di ottobre. Lo strumento principe per porre un argine all'utilizzo spregiudicato della forza lavoro nei punti alti come in quelli bassi dello sviluppo, sostiene il sindacato mondiale dei metalmeccanici, è, ancora una volta, la contrattazione collettiva. Difenderla dove esiste è la condizione per estenderla in Brasile, o in Serbia, o in Turchia.

 

Quegli immigrati nigeriani sfruttati dal Comune di Padova

Orsola Casagrande

PADOVA - «Forse non tutti sanno che Padova ha sei persone che spazzano le vie del centro». Si apre così il volantino distribuito in questi giorni dai lavoratori nigeriani in lotta contro l'ennesima storia di ricatti e imposizioni. Ma questa volta, sottolineano i sindacalisti della Cgil, le cose sono ancora più gravi. Il comune di Padova (giunta centro sinistra) esternalizza, parola magica degli ultimi anni, tra gli altri anche il servizio di spazzatura delle vie del centro. Il comune stipula un contratto di servizio con AcegasAps legato ai costi del lavoro dell'igiene ambientale. Racconta uno dei dipendenti, P., che per esempio «da anni non facciamo riposo settimanale. Lavoriamo - dice - sette giorni su sette, feste comprese. E in caso di infortunio, veniamo pagati soltanto al 60%». Aggiunge Enrico Ciligot (Cgil) che nei fatti «a questi lavoratori è stato applicato un contratto "pirata" che fa solo gli interessi di chi sfrutta la manodopera sempre più spesso migrante». AcegasAps appalta a sua volta il servizio a una cooperativa, di cui sono dipendenti i sei lavoratori nigeriani, e che applica il contratto capestro di cui sopra. Poi l'appalto scade e AcegasAps lo rinnova a una nuova coop. Nella precedente i sei lavoratori avevano un contratto a tempo indeterminato. Se vogliono continuare a spazzare le vie del centro di Padova però, devono accettare un contratto a tempo determinato. «A noi sembrava una cosa ingiusta - dice P. - e così ci siamo rivolti al sindacato». Che interviene. Anche se i lavoratori sono costretti a firmare preventivamente con la nuova coop il contratto a tempo determinato (che è tra l'altro un contratto Unci, non sottoscritto dalle organizzazioni sindacali). «Perché altrimenti - dice P. - ci avrebbero lasciato a casa. La settimana scorsa infatti ci hanno detto che o accettavamo questo nuovo contratto o loro avrebbero assunto altri lavoratori». Che tanto, c'è la coda fuori. Il sindacato dunque organizza un presidio davanti al comune e chiede un incontro al sindaco Flavio Zanonato. Il sindaco ha rinviato due volte l'incontro. «Al comune - dice Ciligot - chiediamo un intervento immediato perché come ente pubblico è garante del servizio». La Cgil lamenta infatti che Acegas, impresa di servizio pubblico, «non ha mai dato alcuna informazione in merito alla scadenza del contratto di appalto, né in termini di gara, né in termini di eventuale internalizzazione del servizio. E' vergognoso che questa impresa effettui gare di appalto senza controlli nei confronti delle ditte appaltatrici, della regolarità dei contratti di lavoro». Il sindacato si è riservato di andare a verificare anche l'appalto e soprattutto il tipo di contratto a cui dovrebbe fare riferimento la cooperativa.

 

Cresce la protesta contro il ritorno al maestro unico - Andrea Gangemi

ROMA - Dai maestri agli studenti, dall'Alto Adige alla Calabria, le proteste contro il decreto Gelmini sulla scuola, per far sì che non venga convertito in legge, continuano a crescere. A bocciare la ministra interviene anche la Lega delle autonomie, preoccupata del rischio accorpamento «di molte scuole elementari nei territori collinari e montani», come conseguenza dei novantamila tagli al corpo docente e della ristrutturazione delle classi. «Con gravi disagi per gli studenti - dice una nota - che già a 6 anni si troveranno nella condizione del pendolare». Legautonomie è anche delusa dal «metodo con cui il governo ha eluso o limitato al minimo il confronto con gli operatori della scuola e con gli utenti. Le stesse norme costituzionali e la prospettiva del federalismo - aggiunge la nota avrebbero richiesto ben altra qualità del confronto con le Regioni e gli enti locali». Al Sud, poi, i trasporti sono più difficoltosi che altrove. L'allarme sul taglio di scuole nei piccoli centri calabresi viene dal presidente dell'osservatorio sui diritti dei minori, Antonio Marziale. Che chiede al governo «di riconoscere alla Calabria, sul piano scolastico, lo status emergenziale». «Occorre potenziare, piuttosto che diminuire - dice Marziale -, la presenza di punti d'istruzione sul territorio. Senza quell'esercito di maestri elementari di cui parlava Giovanni Falcone è impossibile vincere la guerra contro la 'ndrangheta». In Alto Adige, invece, la giunta del neoassessore alla scuola italiana Francesco Comina comunica di dovere «decidere se recepire o no il decreto, un sistema impositivo quantomeno discutibile e che non ha minimamente tenuto conto del parere dei tecnici». Il voto in condotta, in particolare, risponde per Comina a una «filosofia punitiva antiquata, che rischia di emarginare i bambini più vivaci». Ma anche nelle grandi città, con le 24 ore settimanali per le scuole primarie e la campanella di uscita intorno alle 13, i disagi non saranno pochi. «Come si farà - osserva Silvia Costa, assessore alla Scuola della regione Lazio - a costringere i genitori ad andare a prendere i bambini a quell'ora?». E mentre l'associazione di categoria «Proteo fare sapere» invita gli insegnanti a presentarsi a scuola con un segno di lutto al braccio, per protestare contro la reintroduzione del maestro unico, la Rete degli studenti chiede ascolto ai parlamentari «per bloccare l'iter del decreto», da ieri in discussione alla Camera. E la protesta approda anche al Lido di Venezia, dove oltre mille lavoratori della scuola e del pubblico impiego sono arrivati con due motonavi e alcuni vaporetti per manifestare davanti al Palazzo del Cinema contro i tagli degli organici e il decreto Brunetta, protesta che sarà replicata domenica in occasione della regata storica.

 

Ora di religione obbligatoria per tutti - Orsola Casagrande

VENEZIA - Quel che non passa dalla porta si farà passare dalla finestra. Sembra essere questa la filosofia che muove il nuovo governo. E così in Veneto l'assessore regionale alla pubblica istruzione sta per proporre alla sua giunta l'ora di religione «cristiano cattolica» obbligatoria per tutti. Una leggina regionale ad hoc, per la quale tutti gli alunni (di qualunque o nessun credo) si ritroveranno a dover frequentare l'ora di religione. Impartita dal futuro maestro unico. La domanda è inevitabile: nominato dal vescovo? «Certo con il maestro unico - risponde l'assessore di Alleanza Nazionale, Elena Donazzan - ci sarà da lavorare di più. Ma si troveranno le soluzioni». Ma sulla proposta frena Giancarlo Galan. Nel programma di governo del Veneto - ha spiegato ieri il governatore - «non rientra qualcosa che assomigli a un insegnamento obbligatorio della religione cattolica». Per l'assessore, comunque, a scuola non si dovrebbe insegnare solo la religione, ma anche la storia locale. I territori come centrali per formare i cittadini del futuro. «C'è bisogno di una nuova italianità - dice l'assessore - per questo a scuola ci dovrà essere l'insegnamento dell'educazione civica, all'interno del quale sarà inserita l'ora di religione cristiano cattolica obbligatoria». Una fila di concetti che evocano luttuosi presagi. Radici, identità, italianità... «L'Italia e il Veneto - spiega al telefono l'assessore - hanno un preciso modello culturale di riferimento. I comportamenti, il diritto sono impregnati di valori cristiani. Se fossimo in India - aggiunge - ci sarebbero altri valori», una pausa, «spero». Per l'assessore Donazzan «viviamo in Italia e quindi è importante imparare a conoscere i valori della religione cattolica. Valori che servono anche per garantire una migliore integrazione degli alunni stranieri che sono sempre di più e che però in questo paese sono ospiti». Spesso, secondo Donazzan «la nostra società ha ritenuto di dover abdicare alla propria cultura di appartenenza per un mal interpretato rispetto nei confronti di qualsiasi altra cultura». Che quindi va ignorata? Perché non finalmente un'ora di storia delle religioni? «Perché già c'è - ci informa l'assessore - l'attuale ora di religione è storia delle religioni». Con l'insegnante nominato dalla curia? «Guardi - dice l'assessore - che anche nelle scuole salesiane che sono private ci sono molti giovani stranieri e anche se non partecipano alla catechesi, imparano l'umanesimo del cristianesimo. La nostra religione è un insieme di valori». Che magari sono gli stessi, la solidarietà, la carità, per dire, anche di altre religioni (e culture). «Ma qui siamo in Italia - dice l'assessore - e qui c'è una stretta connessione tra quello che è un senso del dovere di ciascuno verso gli altri». Qui è il Veneto «la regione con più volontari in Italia. E lo sa perché? Perché qui c'è un sentire diverso». Per fortuna al momento la proposta è «soltanto una proposta personale, non l'ho nemmeno ancora presentata in giunta». Speriamo rimanga tale, un desiderio. Anche se le premesse perché quel «sentire diverso» di cui parla Donazzan si traduca anche in aberrazioni come questa ci sono tutte. Basta scorrere le pagine dei quotidiani locali, dallo sceriffo Gentilini che annuncia che la moschea a Treviso non si farà mai, al referendum (sempre per la moschea) chiesto a Padova. E nessuno che si preoccupa (carità cristiana?) delle condizioni di schiavitù reale in cui vivono sempre più lavoratori migranti. Per Donazzan integrazione significa anche «quote» nelle scuole. «Dobbiamo stabilire - dice - un tetto massimo di studenti stranieri per classe». In molti hanno risposto ieri a Donazzan. Per Pierangelo Pettenò consigliere regionale di Rifondazione, «si vuole ridurre la scuola al servizio del potere dominante. Per noi si tratta di fascismo». La dirigente regionale Carmela Palumbo per dire che «non esiste la possibilità per una regione di decidere l'istituzione di un'ora di religione obbligatoria». Il presidente della regione Veneto, Giancarlo Galan, precisa che «nel nostro programma - dice - non rientra qualcosa che assomigli a un insegnamento obbligatorio della religione cattolica». Ieri intanto il mondo della scuola è sceso in piazza a Venezia, alla mostra del cinema. «La risposta più eloquente - dice Gigi Rossi, della Cgil scuola - a esternazioni come quelle di Donazzan».

 

Il Pd del Lazio si divide sul ricovero di Eluana - Eleonora Martini

ROMA - Beppino Englaro è sempre più solo. Anche il Partito democratico ha dimostrato di non poter essere certo una sponda salda nell'ultima battaglia legale che l'uomo sta conducendo per potere ottenere l'applicazione della sentenza emessa dai giudici della Corte D'Appello di Milano in favore del diritto di sua figlia Eluana a poter morire, dopo 16 anni di vita artificiale. La prova provata è arrivata ieri, con una polemica scoppiata nel Lazio tra esponenti locali del partito, dopo le parole del consigliere regionale Alessio D'Amato che aveva «incautamente» criticato l'indisponibilità dalla Regione Lombardia a trovare una struttura sanitaria adatta allo scopo, e aveva proposto di mettere a disposizione quelle laziali. Niente di eccezionale, solo parole di buon senso: se c'è una sentenza, occorre poterla applicare. Esattamente quanto ricordato ieri dal legale della famiglia Englaro, Vittorio Angiolini: «Chi ha una carica pubblica che comporta il dovere dell'esecuzione di una ordinanza non può rifiutare l'esercizio della sua funzione basandosi sui propri convincimenti». Eppure a sconfessare D'Amato si sono presto levate, tra le altre, alcune voci autorevoli del Pd regionale, come quella del vice capogruppo in consiglio, Claudio Moscardelli, e del presidente della Commissione Sanità della Regione Lazio, Luigi Canali. Da parte sua invece il governatore e assessore ad interim della Sanità Piero Marrazzo, malgrado le esortazioni del Pdl, ha preferito tacere. Sul caso di Eluana Englaro, insomma, si potrebbe dire che il Pd non si esprime come un sol uomo. Per il consigliere D'Amato, il no opposto dalla giunta lombarda e rivendicato dall'ultracattolico governatore Roberto Formigoni, è quanto meno fuori luogo: «Non è mai utile opporre una scelta politica contro la volontà della famiglia ed una sentenza della magistratura», aveva dichiarato aggiungendo che «nel Lazio ci sono sicuramente strutture in grado di ospitare Eluana nel pieno rispetto delle sue volontà e della sensibilità dei suoi familiari». Il contrordine non si è fatto attendere a lungo: «Non sarà il Lazio a dare la morte a Eluana Englaro», scrive in una nota Claudio Moscardelli. Mentre Luigi Canali alza il tiro: «Tutte le strutture nazionali dovrebbero rifiutarsi di accogliere Eluana perché servono a migliorare e difendere la vita, non a dare la morte». Una posizione, questa del presidente della Commissione sanità della Regione Lazio, molto diversa da quella espressa circa un mese fa dalla responsabile del Dipartimento di Bioetica e medicina preventiva del Pd del Lazio, Lucia Migliaccio, che aveva ricordato il dovere etico della politica «di rispondere ai bisogni dei cittadini in modo laico e al di sopra di ogni convinzione religiosa». Insomma, da che parte sta il Pd? «Il partito ha tante anime - risponde Canali - io appartengo a quella dei cattolici democratici e per la mia cultura sono pure contro l'aborto anche se ritengo la 194 una buona legge perché nata a tutela della maternità». «Rispetto la magistratura - aggiunge - ma se io fossi un operatore sanitario mi rifiuterei di obbedire alla sentenza di Milano». Canali non riconosce nemmeno il diritto di rifiutare le cure perché, dice, «nessuno è padrone della propria vita e d'altra parte oggi si rimette in discussione anche il concetto di morte cerebrale, come facciamo noi a decidere qual è la morte naturale?». Dall'alto della sua carica di membro della Commissione sanità del Senato, Lionello Cosentino, quasi un sottosegretario ombra alla Sanità, mette una parola definitiva: «Non è competenza delle giunte intervenire in questa vicenda. La politica faccia silenzio e si occupi solo di colmare il vuoto legislativo lavorando ad una legge sul testamento biologico. Per il resto si è già pronunciata la magistratura e la famiglia avrà modo di far valere quelle sentenze. Le altre questioni sollevate, conflitti di competenza compresi, sono solo ridicole e pretestuose».

 

Liberazione – 6.9.08

 

Signor Presidente ci rivolgiamo a lei in nome della democrazia e della giustizia - Antonio Bucciarelli

Ill.mo Signor Presidente. Non è facile trovare la forza e la volontà di scrivere per essere ascoltati dopo aver bussato già a mille porte ed averne ricevute altrettante in faccia. Non è facile scrivere con il timore, la paura ,il terrore di ricevere un ulteriore rifiuto. Non è facile sperare quando sei sfiduciato e stanco e non hai nulla in cui sperare. Chi Le stà scrivendo è un insegnante precario della scuola Italiana, ricorro a Lei anche a nome dei miei colleghi che si ritrovano nella mia stessa situazione e vivono il mio medesimo disagio. Ci rivolgiamo a Lei in nome della democrazia e della giustizia e dell' onestà, ci appelliamo a Lei quale garante della Costituzione e delle istituzioni e quale Presidente di tutti gli Italiani. Siamo i precari preistorici della scuola Italiana, il nostro calvario dura da 25 anni, si Signor Presidente sono 25 anni che lo Stato Italiano si avvale della nostra professionalità (siamo tutti pluriabilitati e vincitori di concorso) e contribuiamo a mandare avanti la scuola Italiana. Siamo ormai tutti anziani, la nostra età oscilla dai 50 ai 56 anni (alcuni illuminati politici ci hanno definiti vecchi dimenticando che vecchi ci siamo diventati lavorando per lo stato Italiano e che quando abbiamo iniziato eravamo giovani e forti). Ogni anno veniamo assunti a settembre ottobre e licenziati a giugno dell'anno successivo, lavoriamo 910 mesi l'anno con una retribuzione di poco superiore ai 10.000€ sotto la soglia di povertà !!! A nessuna società od industria privata sarebbe mai concesso un simile comportamento, lo Stato Italiano, in dispregio di tutte le leggi e lo spirito delle leggi, ricorrendo a cavilli e cavillini, perpetua questo nostro "schiavismo" da 25 anni. Noi tutti abbiamo un grande rispetto per la Sua carica e la Sua persona, e Lei compiendo il proprio dovere istituzionale richiama continuamente al rispetto delle istituzioni, ma con tutta la deferenza che da cittadino italiano Le devo, mi permetta una considerazione ardita ma reale; noi siamo coloro che siamo deputati alla formazione culturale e sociale dei cittadini della futura società con quale animo ed entusiasmo, a Suo avviso, possiamo insegnare ai nostri alunni il rispetto delle istituzioni quando queste calpestano continuamente, da 25 anni, i nostri diritti impedendoci di fatto una doverosa immissione in ruolo ed una vita decorosa e una serena pensione e vecchiaia. Non siamo degli ingenui , sappiamo che la Sua carica non le permette di emanare leggi (noi auspicheremmo dalla classe politica una legge con iter parlamentare preferenziale che decreti l'immediata immissione in ruolo di tutti i docenti con più di 20 anni di precariato). La inviteremmo quindi, anzi La pregheremmo come rivolgendosi ad un padre di non dimenticarsi di noi nei Suoi discorsi ufficiali, in modo da servire da continuo pungolo alla classe politica. Signor Presidente quello che noi stiamo rivendicando non è una grazia o una raccomandazione ma sono sacrosanti diritti acquisiti con una dura preparazione e con un lungo lavoro che però non ci vengono riconosciuti. Sicuro di poter contare sulla Sua sensibilità le porgo i miei reverendissimi saluti.

 

Il problema della scuola è la società - Tiziano Tussi

L'anno scolastico sta per cominciare e quindi via alle bufere tardo estive. In luglio c'era stata la querelle sui grembiulini, poi si è passati ai più pesanti tagli del personale e finalmente ora, in perfetta esplosione della problematica federale, si discute se la scuola del sud sia peggiore di quella del nord. Il ministro dell'istruzione prima dice che è così, e poi ridice il contrario; chi è a favore suo e chi avverso. Mi pare manchi in questo gran discutere del niente una forte sottolineatura del motivo strutturale del perché una scuola funzioni o meno. L'istituzione scolastica è al centro di ogni Paese e concorre profondamente a mantenere positiva la società che la contiene. Se la società non marcia più, anche la scuola alla lunga ne risentirà gli effetti. Ed è quello che sta accadendo anche in Italia. Le condizioni strutturali, sociali ed economiche del sud hanno indici inferiori di tenuta rispetto al nord. Nelle città meridionali si vive peggio che in altre parti del Paese; la disoccupazione è maggiore, in special modo quella giovanile e delle donne; l'emigrazione interna e verso l'estero colpisce quelle regioni più che altre. Perché allora meravigliarsi se anche la scuola non funziona come dovrebbe. Non serve a molto inanellare elenchi di intellettuali importanti che vengono dal meridione, che sono meridionali. Allora perché non ricorrere alle radici della nostra cultura, alla Magna Grecia? Occorrerebbe che i ministri in carica smettessero di giocare con le fantasticherie. Se la scuola, specie nel meridione, non funziona è perché a lungo andare la società e le sue manchevolezze l'hanno messa nelle condizioni di funzionare male. Del resto, per quale motivo acculturarsi, quando ciò che viene richiesto, come somma di capacità, come lavoro, sono attività che non necessitano di tante funzioni intellettive? E' un cancro che sta coprendo l'intero Paese, ed anche in luoghi che si ritengono ancora al di fuori di tale fenomeno sicuramente non potranno rimanervi a lungo. Gli standard nazionali si abbassano dappertutto. Studiare perché? A cosa serve? Il capitalismo banditesco, di cui anche oramai soffriamo anche noi, per alcuni godiamo, è assolutamente pervasivo. Sta abitando le menti dei giovani. Si ha un bello sgolarsi nelle aule cercando di insegnare e produrre cultura quando lo studio non ha più riscontro nel sociale. Quando i modelli di successo sono arricchiti con attività solo estetiche, banditesche e di sfruttamento reale e diretto dell'uomo sull'uomo. Basterebbe leggere uno dei tanti testi che dichiarano il declino dell'Italia e smetterla di prendersela con i numeri: il ‘68, il ‘77. Ma come si vuole che la scuola sia diversa dal resto della società e delle istituzioni nazionali? E basta con storie assurde ed inutili: occorre sostanza. Nella scuola non è possibile essere liberi di insegnare, e sono prima gli insegnanti assieme agli studenti che ne soffrono, non a causa di un rimasuglio ribellistico, ma per la montagna di stupida burocrazia che vive in essa. Basterebbe tagliarne un po', fare luce ed aria nelle aule - magari prima ristrutturarle e/o costruirle -, dare più soldi agli insegnanti, alla struttura. Ma se si vuole recuperare la scuola denunciando storture, che ci sono, passando per la reintroduzione di grembiulini ed affini, oppure valutando grazie ad autovalutazioni, non riusciremo certo a nulla. Un po' come una puntura di spillo sulla pelle dell'ippopotamo. Fra l'altro stando alle valutazioni in voti la scuola in meridione rifulge. E' dal manico che si vede come le cose vanno. Il riflesso dei problemi sociali è anche negli uomini che hanno responsabilità verso l'istituzione. Ma se l'unico obiettivo è quello di tirare a campare e di risparmiare allora forse, più radicalmente, - suggeriamolo a Tremonti, potremmo risparmiare tantissimo non andando più a scuola, semplicemente abolendola.

 

Vogliono la scuola-fast food: deve ingrassare, non nutrire

Gennaro Loffredo*

Trasformare i docenti in allenatori di alunni abili nel gioco dei test a risposta multipla per migliorarne così le prestazioni e permettere alle scuole/fondazioni italiane di avanzare nella classifica delle indagini Ocse Pisa. Questo è quello che senza mezzi termini la ministra Gelmini ed il governo di cui fa parte vogliono fare del sistema scolastico di istruzione del nostro paese. Una scuola dove il binomio competenze/conoscenze viene semplicisticamente derubricato alla voce abilità. Una scuola in cui i ragazzi devono consumare in fretta ciò che meccanicamente imparano, come in un fast food dove si ingrassa senza nutrirsi. Una scuola sempre più supermercato dell'offerta educativa e sempre meno comunità educante. Questa storia però parte da lontano. Essa non nasce e non si esaurisce nei confini dell'Italia. Non nasce e non si esaurisce con la Moratti e la Gelmini. Questo progetto di società, poiché di questo parliamo quando affrontiamo il tema delle riforme scolastiche, affonda le sue radici intorno alla fine degli anni '80, addirittura prima che l'unione europea cominciasse, con il trattato di Maastricht (1992) ad occuparsi di educazione, quando l'Ert (Tavola Rotonda Europea degli industriali) formata da una quarantina tra i più potenti dirigenti industriali europei, fra i quali Nestlé, Fiat, Volvo, Bertelsmann, Lufthansa, il cui compito consiste nell'analizzare le politiche europee nell'ambito dei diversi settori e nel formulare raccomandazioni corrispondenti ai propri obiettivi strategici, crea un gruppo di lavoro specifico per approfondire le tematiche legate all'educazione e pubblica il rapporto "Educazione e competenze in Europa". E' il primo documento in cui si afferma «l'importanza strategica vitale della formazione e dell'educazione per la competitività europea» e in cui si chiede «un rinnovamento accelerato dei sistemi d'insegnamento e dei loro programmi». In particolare vi si legge che «l'industria non ha che un'influenza molto debole sui programmi impartiti», e che gli insegnanti hanno «una comprensione insufficiente dell'ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto», e che «non comprendono i bisogni dell'industria». «Competenze ed educazione sono fattori di riuscita vitali», continua la lobby padronale, che suggerisce di «moltiplicare i partenariati tra le scuole e le imprese», ed invita gli industriali a «prender parte attiva allo sforzo educativo». In un documento del 1995 l'Ert chiede ai responsabili politici «di coinvolgere le industrie nelle discussioni concernenti l'educazione» e rimprovera il fatto che «nella maggior parte d'Europa, le scuole fanno parte di un sistema pubblico centralizzato, gestito da una burocrazia che rallenta la loro evoluzione o le rende impermeabili alle domande di cambiamento provenienti dall'esterno». I datori di lavoro, secondo la Tavola Rotonda, chiedono lavoratori «autonomi, in grado di adattarsi ad un continuo cambiamento e di accettare senza posa nuove sfide». «Non c'è tempo da perdere», si legge ancora nel documento del 1997, «la popolazione europea deve impegnarsi in un processo di apprendimento permanente» e, a tal fine, «sarà necessario che tutti gli individui che imparino, si muniscano di strumenti pedagogici di base proprio come fanno con una televisione». Quando si affronta il tema dei contenuti da insegnare, il ruolo principale della scuola, dicono da parte loro le autorità europee, non è più quello di stimolare la curiosità degli allievi per far sì che acquisiscano, attraverso i saperi, nuove conoscenze che gli permettano di leggere il mondo e di muoversi in esso consapevolmente, ma piuttosto assicurar loro l'accesso a specifiche competenze per essere adattabili alle richieste del mercato del lavoro. Questo il delirio consapevole e subdolo della lobby economica che sovrintende e governa i sistemi di istruzione dei paesi membri della comunità europea. Questo l'imbroglio verso le nuove generazioni delle quali si pretende di misurare le competenze attraverso quiz a risposta multipla (indagini Ocse/Pisa). Dopo il debutto degli anni ‘90, l'Unione europea comincia a stimolare e sostenere iniziative nazionali volte a "deregolamentare" i sistemi d'insegnamento; vuole sostituire la Scuola pubblica, gestita centralmente, con livelli di gestione autonomi in situazione di forte concorrenza reciproca. Si dà il via alle scuole/supermercato e, nel 1993, nel Libro Bianco sulla competitività e l'occupazione, si suggeriva già di prevedere, nelle finanziarie degli stati membri, vantaggi fiscali e legali al fine di incoraggiare gli investimenti diretti del settore privato e del mondo degli affari nell'insegnamento. Instabilità ed imprevedibilità dell'evoluzione economica e del mercato del lavoro, crisi ricorrente delle finanze pubbliche, i fattori che determinano, a partire dalla cerniera tra anni 80-90, una revisione fondamentale delle politiche educative, non solo in Europa, ma in tutto il mondo industrializzato. La scuola, con il Trattato di Lisbona, viene messa al servizio della competizione economica e l'insegnamento viene snaturato e ridotto a mezzo per sostenere la competitività delle imprese; il compito diventa quello di fornire una formazione di eccellenza per una platea sempre più ristretta e molta mano d'opera a basso costo. Da una parte, per chi non ce la fa nella scuola - figli di immigrati o di famiglie disagiate, rom, portatori di handicap - viene prevista una canalizzazione precoce, l'avviamento ad un lavoro instabile e precario qualora ci fosse, l'orientamento verso l'apprendistato e/o i percorsi triennali nel canale della formazione professionale. Dall'altra, per chi è sostenuto da famiglie socialmente, culturalmente ed economicamente forti, il classico sistema dei licei, l'università, i master, la futura classe dirigente. In merito ai dati Ocse/Pisa tornati alla ribalta in quest'ultimo periodo per porre in qualche modo rimedio ad uno scivolone della ministra Gelmini sugli insegnanti del sud. Queste indagini nascono con l'intento di analizzare le competenze in merito alla lettura, alla matematica e alle scienze. La scelta, non casuale, fatta dall'Ocse è stata determinata dal fatto che le competenze che si sviluppano studiando queste discipline accompagnano i soggetti che le posseggono per gran parte della loro vita. Certo vanno esercitate. Contrariamente a quanto avviene, per esempio, con le discipline tecnologiche che hanno una durata molto limitata poiché si evolvono rapidamente. Ha ragione Benedetto Vertecchi, pedagogista emerito, quando afferma che l'apporto teorico e politico delle ricerche Ocse alla revisione delle scelte relative all'educazione consiste nell'affermazione della priorità, nei curricoli, dell'acquisizione di un repertorio di competenze simboliche, non finalizzate ad una utilizzazione immediata. Ciò esclude che l'educazione di base possa avere carattere professionale. La prova è che paesi come la Germania, il Regno Unito, la Francia, gli Stati Uniti, proprio in risposta ai risultati delle indagini Ocse/Pisa, hanno avviato una fase di revisione dei loro sistemi educativi che prevede, sul versante istituzionale, una maggiore presenza dello Stato nella determinazione degli indirizzi educativi e nella promozione dell'istruzione, e sul versante dei curricoli un deciso rafforzamento delle attività che hanno per obiettivo il raggiungimento di un livello più elevato di competenze di base. Il governo italiano va nella direzione opposta. Sono stati operati enormi tagli di spesa, ben 8 miliardi di euro (un terzo dell'intera manovra finanziaria prevista da Tremonti) per ciò che riguarda la qualificazione solidale degli interventi scolastici: tagli agli organici, diminuiscono gli insegnanti di sostegno, aumenta il numero degli allievi per classe, si limita il tempo a disposizione per l'educazione, si rende inconsistente la soglia di superamento dell'obbligo affiancando all'istruzione scolastica una formazione professionale le cui ricadute culturali non sono mai state dimostrate, si smantella la ricerca sull'educazione. Allo stesso tempo, mentre si smantellano le scuole dello Stato, si finanziano oltre misura, come portatrici di non si sa bene quale qualità, le scuole private. Eppure, proprio i dati delle ricerche Ocse-Pisa hanno evidenziato che tali scuole non sono affatto migliori di quelle statali, pur operando in condizioni generalmente più favorevoli, con allievi di livello socioeconomico più elevato e senza la presenza di allievi/e svantaggiati/e. Cara ministra, la scuola ha bisogno di essere trattata con delicatezza, ha bisogno di cura, di attenzioni, prefigura il modello di società in cui i nostri ragazzi e le nostre ragazze si muovono e crescono; e la società che il vostro governo prefigura è popolata di giovani consumisti beatamente inconsapevoli della realtà che li circonda.

*dipartimento Scuola e Formazione Prc

 

Condoleezza va in Libia e scongela Gheddafi - Matteo Alviti

E' stata una visita lampo, di poche ore, ma di portata storica. Era il 1953 quando l'ultimo segretario di stato Usa, John Foster Dulles, lasciò la capitale libica. Da allora più niente. Fino a ieri, fino all'atterraggio di un'«emozionata» Condoleezza Rice a Tripoli. La stretta di mano tra il segretario di stato e Muammar Gheddafi, al potere dal 1969, ha posto simbolicamente fine a più di mezzo secolo di gelo tra i due paesi. Qualcosa in Libia sta cambiando. Se ne è accorta l'Italia, che con Berlusconi ha chiuso la questione delle riparazioni coloniali, portando a casa lucrosi contratti e una più assidua cooperazione per il controllo delle rotte dei migranti. E lo sanno gli Usa: «E' un posto che sta cambiando e voglio discutere il modo in cui questo cambiamento sta avendo luogo», ha dichiarato la Rice a Lisbona poco prima di partire per la prima tappa del viaggio che la vedrà nei prossimi giorni in Tunisa, Algeria e Marocco. Gheddafi ha un'ammirazione particolare per il segretario di stato Usa. In un'intervista ad al Jazeera, l'anno scorso, disse di «appoggiare la sua cara donna afroamericana. La ammiro e sono orgoglioso di come dà ordini ai leader arabi». Il colonnello ha accolto la Rice, come usa fare, sotto una tenda e ha condiviso con lei l'iftar, il pasto della rottura del digiuno del Ramadan. Ma Condoleezza Rice a parte, il cammino di avvicinamento tra i due paesi dura ormai da cinque anni, quando nel 2003 la Libia rinunciò ai programmi di sviluppo di armi nucleari, batteriologiche e chimiche, al sostegno del terrorismo internazionale e cominciò a risarcire le vittime. Gli Stati Uniti tolsero allora Tripoli dalla lista dei paesi che appoggiano il terrorismo. La Libia è membro permanente del Consiglio di sicurezza, dove ha votato con gli Usa contro il programma nucleare iraniano e ha collaborato alla ricerca di una soluzione nel conflitto del Darfur. Lo scorso 14 agosto le parti avevano firmato un protocollo d'intesa per la compensazione delle vittime statunitensi dell'attentato al volo Pan Am sulla cittadina scozzese di Lockerbie, nel 1988, e dell'attacco alla discoteca berlinese «la Belle», del 1986. Che provocò la ritorsione reganiana su Tripoli e Bengasi, con un bombardamento che fece 40 vittime. I risarcimenti non sono stati ancora saldati, ma il processo è cominciato. E' un percorso che ha lentamente cancellato la lunga parentesi del "cane pazzo", come il presidente Usa Reagan chiamava Gheddafi negli anni '80. E' il canto del cigno del bushismo: un punto a favore, in politica estera, segnato da una delle amministrazioni più fallimentari che gli Usa ricordino. La visita cade nel mezzo del rinnovato interesse delle imprese statunitensi per la Libia, particolarmente nel settore energetico, laddove le compagnie europee hanno finora avuto maggior successo. La Libia dispone della nona riserva mondiale di petrolio, circa 39 miliardi di barili. Washington sta anche negoziando un memorandum militare d'intesa, dopo aver ottenuto recentemente il permesso di sorvolare i cieli libici per metter fine al blocco dell'ambasciata Usa in Ciad.

 

Repubblica – 6.9.08

 

Perché non voglio fare quel parcheggio al Pincio - GIANNI ALEMANNO

Caro direttore, credo che sia giunto il tempo di portare a conclusione un dibattito, quello sulla costruzione del parcheggio del Pincio, che sta coinvolgendo e appassionando sempre più vasti strati della società civile. Il sindaco di Roma e la giunta comunale nel suo complesso dovranno esprimersi con una memoria di giunta fondata non solo sui nostri intendimenti politici ma anche sulla legittimità che discende dalla continuità dell'azione amministrativa. Sono due aspetti diversi che non possono essere confusi da chi in buona fede vuole difendere gli interessi incomprimibili della nostra città. Comincio dalla volontà politica del sottoscritto: io non ritengo che sia opportuno procedere alla costruzione di questo parcheggio. Questa convinzione discende da una corretta applicazione del "principio di precauzione" che deve sovrintendere a tutte le decisioni in materia di tutela ambientale, artistica e archeologica. Questo principio ci insegna che quando si interviene su un luogo particolarmente delicato e prezioso come il Parco del Pincio bisogna tenere presente non soltanto le condizioni tecniche del progetto, ma anche gli impatti presenti e futuri che questo intervento produrrà nel contesto circostante. Facciamo un esempio: quando si costruì 30 anni fa il parcheggio del Galoppatoio fu garantito ai romani che tale opera non avrebbe intaccato in maniera significativa quel lato incantevole di Villa Borghese e indubbiamente ogni sforzo fu fatto in questo senso dai costruttori di allora. Andate oggi a vedere come è ridotto il lato del Galoppatoio investito dall'intervento: una landa desolata in cui la presenza sotterranea del parcheggio è fin troppo manifesta non solo attraverso le prese d'aria ma anche dall'emersione dal sottosuolo della massa di calcestruzzo. Trasliamo questa immagine su un contesto molto più delicato e prezioso come quello del Pincio: chi ci garantisce che fra 5, 10 o 20 anni assestamenti strutturali, carenze di manutenzione, cambi di destinazione d'uso non turbino in maniera irreversibile quel contesto? Neppure gli attuali accorgimenti tecnici annullano, nelle previsioni, gli "affioramenti" del parcheggio quali prese d'aria, griglie di emergenza e gallerie di accesso. Il Pincio è prima di tutto un giardino storico, un parco urbano e, come tale, è tutelato dalla Carta dei Giardini Storici (del 15 dicembre 1982) in cui si raccomanda che "ogni modificazione dell'ambiente fisico che possa essere dannosa per l'equilibrio ecologico deve essere proscritta". Al di là di sentimenti profondi di "sacralità" di molti luoghi romani che ci spingerebbero a desiderare che sotto la terrazza del Pincio ci sia l'antico tufo di quella collina e non un vero e proprio "palazzo" sotterraneo di 7 piani in calcestruzzo, nulla ci assicura che questa ingombrante presenza non riemerga nel tempo in tutta la sua estraneità ad un contesto ambientale come quello di un parco storico. In più, nel definire l'equilibrio del buonsenso e della precauzione, c'è la non indispensabilità dell'opera pubblica progettata: i 700 posti auto pertinenziali possono essere utili per diminuire il numero delle auto parcheggiate nel Tridente, ma la loro realizzazione non risulta risolutiva per la mobilità di questa zona di Roma, obbiettivo che può essere perseguito con soluzioni alternative forse ancora più efficaci come l'ampliamento del parcheggio del Galoppatoio di cui parlavamo prima. Se correre rischi per un'opera pubblica indispensabile può essere comprensibile, non può certamente esserlo per qualcosa che indispensabile non è, in mancanza di uno studio organico sulla mobilità romana. Quindi la scelta politica dovrebbe a nostro avviso andare sicuramente verso l'abbandono del progetto del Pincio e l'ampliamento del parcheggio già esistente al Galoppatoio, ottenendo tra l'altro una equivalente o addirittura maggiore redditività economica secondo quanto risulta dai primi approfondimenti dei nostri uffici tecnici. Tuttavia per perseguire questo obbiettivo politico dopo le scelte già compiute dall'amministrazione che ci ha preceduto è necessario un cambiamento forte sul versante delle autorizzazioni previste dall'iter amministrativo. Dopo che il ministro dei Beni Culturali ha espresso le nostre stesse preoccupazioni, si ripropone la possibilità di una riconsiderazione da parte delle sovrintendenze dei pareri vincolanti che sono stati espressi non solo dal punto di vista archeologico ma soprattutto da quello ambientale e monumentale. Sono queste autorità, nella loro autonomia che ci devono dire se esistono condizioni sufficienti per revocare l'appalto senza incorrere nell'illecito amministrativo. Mentre i nostri uffici stanno completando tutte le istruttorie per valutare ogni aspetto di questa complessa questione, è necessario che ci sia un'attenta considerazione da parte di chi è chiamato più di ogni altro a tutelare il nostro patrimonio ambientale, monumentale ed archeologico.

 

Sessanta giorni per l'ultima sfida - MARIO CALABRESI

ST.PAUL - Il più grande applauso di tutta la serata è stato ancora per Sarah Palin. John McCain parlava e i delegati avevano la testa girata dall'altra parte per guardare di nuovo la "mamma dell'Alaska" seduta in tribuna con i suoi cinque figli. E' stata lei la star di questa Convention repubblicana, perfino nella notte dell'incoronazione dell'eroe del Vietnam. McCain lo sa e l'ha scelta apposta per riaprire i giochi, rompere con il passato e cercare di fare il pieno di soldi. Nei prossimi sessanta giorni Sarah Palin parteciperà a trenta raccolte fondi, un record se si pensa che McCain invece ne farà appena quattro. Il fascino della governatrice dell'Alaska deve servire per riempire le casse e poter rispondere colpo su colpo alla raffica di spot che ogni giorno Barack Obama trasmette sulle televisioni di tutta America. Raccolte fondi a porte chiuse, tra i finanziatori repubblicani. Perché Sarah Palin è sì una carta vincente ma anche il pericolo più grande per John McCain. Una donna di 44 anni che fino allo scorso anno non era mai uscita dagli Stati Uniti e non aveva il passaporto è il bersaglio ideale per i giornalisti, e il rischio di gaffe di politica estera è altissimo. Una governatrice che si fa scrivere nel discorso la grafia con cui pronunciare la parola "Iraq" è meglio che sia tenuta lontana dalle telecamere e che non si avventuri in comizi e conferenze stampa. Perfino lo stratega di Bush, Karl Rovem, ha ammesso che è stata una scelta piena di rischi. Così che le hanno imposto una full immersion di politica estera con il senatore indipendente Joe Liberman, già democratico e vice di Al Gore nella campagna del 2000, ma oggi vicinissimo a McCain tanto da aver parlato in suo favore alla Convention repubblicana. Ma nella divisione dei ruoli, a convincere gli elettori, soprattutto gli indecisi, i democratici freddi con Obama e gli indipendenti ci penserà McCain, a Sarah il compito di procurare i rifornimenti nelle retrovie. A due mesi esatti dalle elezioni ci sono pochissime certezze su chi potrà vincere. Se il paragone tra il discorso di Barack Obama una settimana fa a Denver e quello di giovedì sera di John McCain a St. Paul non è neppure sostenibile - tanta è stata la differenza in favore del senatore nero - non bisogna farsi ingannare dalla incapacità oratoria dell'eroe del Vietnam: i sondaggi vedono i due praticamente appaiati. Il vantaggio conquistato da Obama dopo la Convention democratica si è ristretto (le rilevazioni più generose lo danno in testa di quattro punti) tanto che siamo di nuovo nell'area in cui tutte le possibilità sono aperte. Il discorso di McCain è stato distrutto dai commentatori, che lo hanno trovato noioso e senza una proposta forte per il futuro dell'America, e non è piaciuto particolarmente alla platea repubblicana, che non ha gradito la sua promessa di portare alla Casa Bianca in caso di vittoria indipendenti e democratici per fare una politica bipartisan e le sue critiche al partito per come ha guidato Washington in questi ultimi sette anni. Ma, a sorpresa, ha fatto il record di ascolti, battendo Obama e anche Sarah Palin, che la sera prima aveva raggiunto la cifra stratosferica di 37 milioni di telespettatori. Se si ragionasse astrattamente, guardando agli indici di gradimento di George Bush (tra i più bassi della storia) e allo stato dell'economia (ieri sono stati diffusi i dati sulla disoccupazione, mai così alta dal 2003) si potrebbe concludere con certezza che la strada per la Casa Bianca è sbarrata ai repubblicani. Ma John McCain giovedì sera è tornato a presentarsi agli americani come un vero maverick, un cane sciolto, un anticonformista che non si è mai fatto trasformare da Washington. Ha preso le distanze dall'attuale Amministrazione, ha detto che non lavorerà per un partito o per interessi particolari e che i repubblicani hanno deluso quando hanno mostrato vizi e corruzioni Alla fine sul video i telespettatori hanno visto un uomo solo, certamente non carismatico o affascinante, ma, come ha detto lui stesso, con addosso "le cicatrici" della battaglia. Hanno visto il soldato che ha vissuto anni di isolamento, che ha avuto il coraggio di dire dei no che gli sono costati torture e sofferenze, e un uomo che ragiona di testa sua. Ha parlato di patria, onore, sacrificio e merito ad un'America che si sente smarrita e confusa. Dopo aver rassicurato la base conservatrice e l'ala religiosa del partito con la scelta di Sarah Palin, McCain è riuscito a presentarsi come un uomo nuovo che non ha nulla a che fare con Bush, Cheney, Rumsfeld e la compagnia che ha governato Washington dal 2001 a oggi. Sarah Palin è il simbolo di questa rottura, di un nuovo inizio e deve anche servire a conquistare un gruppo consistente di elettori che è ancora indeciso: le donne di basso reddito e con un basso livello di educazione. L'unica vera concessione McCain l'ha fatta all'industria del petrolio, promettendo di dare immediatamente il via libera alle trivellazioni al largo delle coste degli Stati Uniti per trovare nuovi pozzi. Una mossa dettata più dai sondaggi che dalle lobby: il senatore dell'Arizona sa che la maggioranza degli americani vive la benzina a quattro dollari al gallone come la peggiore delle sciagure e spera che nuovi pozzi possano abbassare i prezzi e rendere il Paese autonomo dal petrolio mediorientale. Non appena ha annunciato le sue intenzioni la platea è esplosa in un'ovazione liberatoria ed è partito il coro "Drill, baby, drill" (Trivella, baby, trivella), vero leit motiv di tutta la Convention. I delegati dell'Alaska addirittura indossavano il caschetto bianco degli operai delle piattaforme petrolifere e incitavano a perforare anche le riserve naturali del loro Stato. La nuova guerra americana è quella dell'energia e "l'uomo di pace" McCain ha deciso che il nuovo fronte sarà sotto il mare. E che le elezioni alla fine saranno un referendum che si terrà alle pompe di benzina.

 

La Stampa – 6.9.08

 

Haiti, dal fango emergono i cadaveri

PORT-AU-PRINCE - La polizia haitiana ha rinvenuto 495 cadaveri tra il fango che sta cominciando a ritirarsi a Gonaives dopo il passaggio dell’uragano Hanna. Il bilancio delle vittime dell’uragano Hanna - stando alle informazioni della polizia - potrebbe essere provvisorio. Dal fango che si sta ritirando, infatti, potrebbero riemergere altri cadaveri. «Il tempo ora è sereno e siamo rinvenendo diversi cadaveri. Abbiamo trovato 495 corpi e ci sono altre 13 persone ancora disperse», ha detto il commissario di polizia, Ernst Dorfeuille. «L’odore dei cadaveri è davvero nauseabondo a Gonaives - ha continuato -. Il bilancio delle vittime potrebbe essere più alto». Nel Paese più povero del continente americano le città sono allagate e migliaia di persone assediate da acqua e fango. Il governo di Haiti intanto ha decretato lo stato di emergenza umanitaria per la città di Gonaives. La Protezione civile haitiana, impegnata nel difficile recupero dei corpi, ha indicato che il bilancio dei morti legati al passaggio di Hanna è assolutamente parziale, mentre alcune fonti hanno prospettato la possibilità che alla fine il numero delle vittime potrebbe addirittura superare quello di 3.000 causato da Jeanne nel 2004. Negli scorsi giorni il Paese dell’America Latina dove il 70% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, è stato interessato anche dall'uragano Gustav e della tempesta tropicale Fay. In questo ambito, monta la rabbia dei cittadini di Gonaives che, memori di quanto avvenuto con la tempesta tropicale Jeanne, rimproverano al governo di non aver approntato tempestive misure di evacuazione. La solidarietà internazionale è comunque attiva sull’isola, dopo l’accorato appello lanciato nei giorni scorsi dal presidente Renè Preval. Spagna, Venezuela, Cuba, Stati Uniti e organismi internazionali come Onu, Caritas hanno inviato aiuti. A Gonaives, che era oggi ancora sommersa dall’acqua, i soldati delle nazioni Unite hanno iniziato a distribuire generi di prima necessità agli oltre 200.000 senza tetto e alle 40.000 persone che da giorni vivono nei rifugi, prive di cibo ed acqua. Ieri, nel quadro di una spettacolare operazione, un contingente di caschi blu argentini ha salvato 20 medici cubani bloccati con decine di loro pazienti da due giorni sul tetto e all’interno dell’ospedale pubblico della città. Per quanto riguarda il futuro, sembrerebbe scampato il pericolo Ike, l’uragano di forza 3 che, secondo gli ultimi dati resi noti dal Centro di Miami, si dirige verso le Bahamas. La Protezione civile ha invitato i media a non spargere il panico tra la popolazione riportando notizie non verificate, secondo le quali Ike potrebbe colpire zone a nord dell’isola.

 

Il vedovo della Bhutto oggi diventerà nuovo presidente

ISLAMABAD - Sono iniziate in Pakistan le operazioni di voto per eleggere il successore del presidente Pervez Musharraf. Grande favorito Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto: a sceglierlo per un mandato di cinque anni sarà un collegio elettorale formato dalle due camere del parlamento, dove il suo Partito Popolare del Pakistan (Ppp) ha la maggioranza relativa, e dalle quattro assemblee provinciali, tre delle quali dominate dallo stesso Ppp. «Che lo scrutinio cominci», ha annunciato il capo della Commissione elettorale nazionale, davanti ai senatori e deputati riuniti a Islamabad. In contemporanea, hanno iniziato a votare le assemblee del Punjab (est), Sindh (sudest), Belucistan (sudovest) e della North West Frontier Province (o Sarhad, nel nord). Le elezioni si tengono venti giorni dopo le dimissioni del generale Musharraf, contro cui il governo del premier Yusuf Raza Gilani l’8 agosto aveva annunciato una procedura di impeachment. Oltre a Zardari, sono in corsa anche il magistrato Saeed-uz-Zaman Siddiqui e Mushahid Hussain, uomo vicino a Musharraf. Ma per loro si prospetta solo una manciata di voti. I risultati dovrebbero essere annunciati nel pomeriggio. Asif Ali Zardari dunque si appresta oggi a diventare il nuovo leader del Pakistan. Una volta eletto, il nuovo presidente di questo paese di 165 milioni di abitanti sarà il comandante in capo delle forze armate, il custode dell’arsenale nucleare e potrà eventualmente sciogliere il parlamento. La scelta di Zardari porrà tutto il potere delle mani del Ppp, cui appartiene anche il primo ministro Yousef Reza Gilani. Ricadrà dunque interamente sulle spalle di questa formazione il difficile compito di riportare il paese alla normalità democratica dopo i sette anni della dittatura militare di Musharraf. Un compito che comprende modifiche costituzionali per ritornare alla bilancia fra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, alterata a favore del presidente sotto Musharraf. Senza dimenticare la lotta contro il terrorismo islamico interno e i talebani che attaccano l’Afghanistan dai loro santuari pachistani, questione centrale anche per i rapporti con gli Stati Uniti. Musharraf si era fatto eleggere presidente l’anno scorso in vista del ritorno alla democrazia con le elezioni di febbraio. Ma è stato costretto a dimettersi il 18 agosto sotto la minaccia dell’impeachment. La candidatura di Zardari ha provocato l’uscita dal governo della Lega Musulmana di Nawaz Sharif, l’ex primo ministro a lungo rivale del Ppp ma poi suo alleato contro Musharraf. Il partito di Sharif ha presentato a sua volta un proprio candidato alla presidenza, Mushahid Hussain Sayed, mentre la Lega Musulmana Quaid-e-Azam, vicina a Musharraf, ha candidato l’ex giudice Saeeduz Zaman Siddiqui.

 

Invasione di denaro in Tibet – Francesco Sisci

La Cina ha deciso di avviare un mega piano industriale e minerario per trasformare radicalmente l’economia e la società del Tibet. L’obiettivo politico del piano potrà essere nei fatti la diluizione dell’influenza religiosa del capo spirituale del Tibet il Dalai Lama, in esilio e con cui i colloqui stentano ad andare avanti. I piani industriali sarebbero così un gran tocco di pane con cui comprare l’anima lamaista dei tibetani. Il governo intende investire 21,17 miliardi di yuna, oltre 2 miliardi di euro, in 22 progetti. Ci saranno dieci progetti minerari per un investimento di 15,9 miliardi di yuan, il Tibet ha grandi ricchezze minerarie inesplorate. Ci saranno quattro imprese di costruzioni e di materiali per costruzioni, si andranno a cavare pietre e marmi di cui la regione è ricca. Si faranno tre fabbriche di medicinali e di prodotti alimentari, alcuni tra i prodotti di medicina tradizionale cinese più popolari vengono dal Tibet, inoltre la medicina tibetana tradizionale è di moda in Cina. Inoltre saranno istituite cinque zone di sviluppo industriale speciale entro i prossimi cinque anni per una spesa di circa 3,45 miliardi di yuan. Gli incassi di questi progetti per il 2013, dopo la fase iniziale dovrebbero essere di 18,28 miliardi di yuan, con un profitto netto di 5,11 miliardi, spiegano le autorità locali per attirare investimenti di capitali privati cinesi e stranieri. Già quest’anno dovrebbero essere investiti 5,9 miliardi di yuan. Le operazioni creeranno direttamente 15mila nuovi posti di lavoro, e decine di migliaia nell’indotto. Attualmente il settore industriale è appena il 7,5% dell’economia del Tibet. Già la ferrovia completata nel 2006 che collega Lhasa al resto della Cina ha cominciato a portare una trasformazione radicale nella regione, ma questi progetti industriali, che porteranno poi con loro investimenti nel settore immobiliare e commerciale, saranno una vera bomba atomica nella società tradizionale tibetana. A questi progetti si aggiunge poi l’idea di trasformare il Tibet da un ostacolo a un vero ponte per i rapporti commerciali ed economici con l’India. Strade e ferrovie dal Tibet dovrebbero attraversare il Nepal e raggiungere poi il subcontinente indiano unendo nei fatti con una rotta terrestre abbastanza agevole i flussi di queste due immense popolazioni. Pechino nei giorni scorsi, dopo la fine delle olimpiadi, aveva detto al Dalai Lama di accettare l’offerta cinese, e aveva aggiunto che non c’erano margini per trattative, il capo spirituale del Tibet poteva solo prendere o lasciare l’offerta. In qualche modo mentre il Dalai Lama medita sul da farsi, Pechino mostra a lui e al mondo il suo secondo passo: un piano di trasformazione complessiva della regione. In questo orizzonte il Dalai Lama può tornare e partecipare in qualche modo alla trasformazione, che avvenga secondo modalità più consone alla cultura locale. Oppure il Dalai potrà restare all’estero, nel qual caso il piano procederebbe con meno attenzioni. L’aspetto spirituale è completamente trascurato, anche perché il partito ormai non vuole più interessarsi della religione di per sé, ma solo dei suoi effetti pratici nella vita sociale. D’altro canto con o senza il Dalai Lama l’opposizione al governo di Pechino al Tibet è ormai estremamente complicata. Oltre ai giovani tibetani all’estero, che contestano la moderazione del Dalai verso Pechino, ci sono poi alcuni tibetani che sono tornati ai culti shamanici prebuddisti del Tibet, convinti che lì ci sia la vera forza per opporsi alle nuove regole di Pechino. Queste forze però, secondo Pechino, sono un problema diverso da quello religioso, sono un problema etnico, dove il denaro della crescita economica se non risolve tutto, come la ricchezza privata, almeno può aiutare molto.

 

La giungla federale - LUCA RICOLFI

L’altro giorno mi è capitato di ascoltare un’animata conversazione al bar: c’era un tale che raccontava di aver cambiato già tre volte gestore telefonico, ogni volta persuaso dalle mirabili e «convenientissime» offerte del nuovo gestore. Risultato del cambiamento: nessun vero risparmio e, anzi, servizi telefonici forse un po’ più cari di prima. Questa conversazione mi è tornata prepotentemente alla mente ieri, alla fine della lettura del nuovo «Schema di disegno di legge» sul federalismo fiscale, altrimenti noto come «bozza Calderoli-bis», che ritocca e integra la versione precedente (del 24 luglio). Prima di spiegare perché, una premessa indispensabile: sono un federalista convinto, e spero che il governo - questo o un altro - ce la faccia a darci un buon assetto federale. Però, dopo aver letto la bozza Calderoli, mi è sempre più chiaro che gli scettici sulle virtù del federalismo hanno molte ragioni per restare tali. Un federalismo ben fatto è probabilmente l’unica via che resta all’Italia per uscire dalle secche in cui si è incagliata. Ma un federalismo «mal fatto» (ossia sbagliato nei meccanismi e nei dettagli) potrebbe rivelarsi un rimedio peggiore del male. Perché il nostro federalismo rischia di riuscire male? Fondamentalmente perché immagina un meccanismo di controllo da parte dei cittadini che non ha nessuna chance di funzionare come ci si attende. La filosofia di base del federalismo si può riassumere così: diamo agli enti territoriali la responsabilità di decidere sia le tasse sia la spesa, e vincoliamoli al pareggio di bilancio. Così se un territorio non funziona (o perché tassa troppo, o perché spende male) i cittadini se ne accorgono e puniscono con il voto chi ha male amministrato. Fin qui benissimo, ma in pratica? In pratica bisogna fare un sacrificio sovrumano e leggere attentamente lo schema di disegno di legge. Se trovate il coraggio di farlo (il testo è scritto in un italiano inquietante), scoprite diverse cose. Primo, i territori che hanno responsabilità amministrative si situano a ben 5 livelli diversi: Stato, Regioni, Province, Comuni, Città metropolitane, cui nella nuova versione della bozza si aggiunge un sesto livello, quello di «Roma capitale» (art. 13). Il cittadino che, grazie al potere punitivo del voto, dovrebbe far funzionare il federalismo fiscale, dovrebbe anche essere in grado di sapere, per ogni servizio (e sono almeno una ventina quelli importanti), da quale dei cinque livelli amministrativi è gestito, senza contare il problema di quei servizi che resteranno di fatto gestiti in modo misto, ossia da due o più livelli. Se non sai a chi dir grazie, come fai a punire elettoralmente i cattivi amministratori? Ma le ricerche indicano che la maggior parte dei cittadini non ha un’idea precisa di quali servizi siano in carico allo Stato, quali alla Regione, quali alla Provincia, quali al Comune, quali siano in condominio e fra chi. Mi sembra decisamente utopistico, specie se i livelli di governo saranno ben cinque, immaginare una cittadinanza molto più istruita e attenta di quella attuale. Ma ammettiamo che l’utopia si realizzi, e che i cittadini prendano nota attentamente di cosa funziona e cosa no, individuino il colpevole, facciano una media ponderata di quel che va male e quel che va bene (se Dio vuole nessun amministratore riesce a fallire in tutto), valutino se un cambio di governo locale migliorerebbe o peggiorerebbe le cose. C’è un secondo problema, però: i cittadini non dovrebbero soltanto giudicare i servizi, ma anche valutare se per quei servizi pagano troppe tasse. Qui a prima vista le cose sono più semplici: se a Torino l’aliquota Irpef per un certo scaglione di reddito è al 30% e a Milano è al 32%, a Torino si pagano meno tasse. Ma la situazione reale non è questa. A Torino come a Milano ci sono già oggi una quantità incredibile di tributi locali: Ici, Tarsu, addizionali comunali e regionali Irpef, addizionale Irap, e chi più ne ha più ne metta. Ci si poteva aspettare che la bozza Calderoli dicesse: bene, per aiutare cittadini e imprese a confrontare la pressione fiscale di territori diversi unifichiamo le decine di tributi pre-esistenti, e introduciamo una tassa unica regionale, una tassa unica provinciale, una tassa unica comunale, con un unico parametro-aliquota che permette di sapere dove si paga di più e dove si paga di meno. E invece no, la bozza Calderoli, anche nella nuova versione, che pure auspica una razionalizzazione dei tributi locali (art. 10), prevede addirittura la nascita di «panieri di tributi», nonché la possibilità degli enti locali di introdurre «tributi di scopo», manipolare le basi imponibili (ossia decidere come si calcola il reddito o il patrimonio su cui si pagano le tasse), fissare tariffe, disporre agevolazioni, esenzioni, sgravi di ogni genere e sorta. Esattamente quello che fanno i gestori dei telefoni, con il risultato che il povero cittadino fra promozioni, fasce di orario, tipi di telefonata non è mai in grado di calcolare davvero se gli conviene un gestore oppure un altro. Ma non basta. Nello schema di disegno di legge c’è almeno un altro punto preoccupante: il periodo di transizione durerà ben cinque anni anziché tre come previsto in un primo momento (art. 17). Ed ecco allora l’incubo. Cinque anni di continui cambiamenti e aggiustamenti normativi. Tasse locali e «panieri di tributi» che spuntano come funghi. Ritocchi continui a tariffe, agevolazioni, basi imponibili. Imprese che devono fare calcoli complicatissimi per capire se conviene localizzarsi in un territorio o in un altro. Cittadini disorientati dalla giungla di nuove tasse e nuove regole di calcolo. Competenze che si trasferiscono dal centro alla periferia con lentezza e continui attriti fra Stato ed Enti territoriali. Negoziazioni infinite fra «conferenze» di tutti i soggetti interessati: governo centrale, governatori delle Regioni a statuto ordinario, governatori delle Regioni a statuto speciale, presidenti di Provincia, sindaci. Nuovi costi dovuti all’attuazione della legge (in barba all’articolo 21 che tenta di evitarli). Litigi istituzionali sull’interpretazione della legge e conseguente pioggia di ricorsi per ottenere più risorse o devolverne meno. Insomma una transizione infinita, nel più classico caos italiano. Naturalmente il ministro negherà tutto, e dirà: vedrete che ce la faremo. Me lo auguro anch’io.

 

Corsera – 6.9.08

 

Il candidato Walter e i giorni dei sospetti - Francesco Verderami

Le conversazioni di Romano Prodi e dei suoi fedelissimi non avranno forse valore giudiziario per i magistrati che le hanno intercettate. Ma sulla loro rilevanza politica non c’è alcun dubbio, perché svelano la fiera lotta del Professore contro l’avvento di Walter Veltroni alla guida del Pd, raccontano l’asprezza di uno scontro che in quel partito continua a perpetuarsi. Così dagli atti dell’inchiesta Siemens condotta dalla Procura di Bolzano emerge la storia del sondaggio che lo staff di Prodi provò a commissionare - confidando sul finanziamento di un industriale amico - con l’obiettivo di azzoppare Veltroni alle primarie ed evitare «la farsa di un plebiscito» a suo favore. Giorgio Tonini, uno degli uomini più vicini all’attuale capo dei Democratici, parla di una «vicenda triste»: «Ed è vero che nelle intercettazioni sul sondaggio si fa riferimento solo a persone vicino a Prodi, ma è difficile immaginare che abbiano agito in autonomia». Risale al 24 giugno del 2007 la faccenda, il Professore aveva già perso la sua prima battaglia nel nuovo partito: temendo per sé e il suo governo, aveva in principio tentato di opporsi all’elezione di un segretario, puntando sulla nomina di un coordinatore. «Ma dalle Amministrative - prosegue Tonini - l’Unione era uscita sconfitta e il colpo peggiore l’avevano subito Ds e Margherita. C’era il rischio che il progetto del Pd restasse sepolto sotto una crisi di governo. E sebbene all’inizio Walter volesse rimanere coperto, a quel punto anche Massimo D’Alema spinse per la sua candidatura. Lì si consumò il rapporto tra Veltroni e Prodi». Il 27 giugno 2007, il giorno del Lingotto, l’allora sindaco di Roma si candidò alle primarie, «ma Walter - secondo Tonini - non fece un colpo di mano contro Romano, come sostiene Arturo Parisi. Ed è deprimente la campagna di delegittimazione del segretario. A Veltroni fu assegnato il compito di salvare il soldato Ryan: salvare il Pd». Prodi la pensava (e la pensa) diversamente, «e capisco - commenta oggi Andrea Romano - che ci fosse rimasto male, ma avrebbe dovuto comportarsi in modo più trasparente». L’editorialista del Riformista torna con la mente al 16 luglio 2007, quando Rosy Bindi ufficializzò la sua corsa alle primarie: «A quei tempi, piuttosto che far pensare a un suo sgambetto contro Veltroni, Prodi avrebbe dovuto guidare apertamente la battaglia per il suo candidato. Perché era un segreto di Pulcinella che lui puntasse sulla Bindi». Sarà. Francesco Cossiga sostiene invece che il Professore «votò per il giovane Letta, me lo rivelò al telefono». Enrico Letta si candidò per la leadership del Pd il 24 luglio 2007, «e a quel punto era ormai chiaro a tutti - prosegue Andrea Romano - che Prodi sperava in un passo falso di Veltroni. Allora avrebbe dovuto dire per chi avrebbe votato. Invece restò zitto, tenne un atteggiamento che spesso è stato imputato ai post-comunisti. E fu un errore, perché adesso quella storia viene alla luce evidenziando atteggiamenti discutibili». È chiara l’allusione al sondaggio da 300 milioni, ai soldi che sarebbero stati chiesti a un industriale per realizzarlo. Quella vicenda, peraltro, coincide con le date dello scontro: avvenne tra la vigilia della «discesa in campo» di Veltroni e la candidatura di Bindi e Letta. «Se l’avesse fatta Berlusconi una cosa simile...», sussurra Romano. Da quel momento iniziò una lotta senza quartiere, che culminò il 30 settembre 2007 quando Parisi dichiarò il suo voto per la Bindi. Due settimane dopo Veltroni divenne comunque segretario: alle primarie - a cui parteciparono tre milioni e mezzo di elettori - ottenne il 76% dei consensi. Lo strappo da Prodi si era ormai consumato. E fu emblematico quanto avvenne la sera del 27 novembre, al termine dell’Assemblea costituente, quando da Milano s’imbarcarono sullo stesso volo per Roma quasi tutti i maggiorenti del partito: Veltroni, D’Alema, Piero Fassino, Francesco Rutelli. Poco prima del decollo Dario Franceschini balzò in piedi: «Fermi ragazzi. Noi siamo tutti qui ma manca Prodi. Siamo sicuri dell’aereo?». Di sospetti è scandita la storia del centrosinistra, fin dal 1998. Subito dopo la crisi di governo il Professore confidò i suoi persino ad esponenti del campo avverso. Al segretario del Pri, Francesco Nucara, raccontò che «sono stato l’unico a battere per due volte Berlusconi, e per due volte sono stato buttato giù dai traditori. E non è Mastella il traditore». All’attuale ministro Gianfranco Rotondi aggiunse: «Lo so che Clemente aveva stretto l’accordo con Berlusconi, ma il timer comunque era già partito. Chissà mai quando la sinistra rivedrà il governo». Ora che al governo c’è il Cavaliere, Gianfranco Pasquino non accetta la tesi della «maledizione dell’Ulivo», «perché - secondo il politologo - è una tesi assolutoria per i dirigenti democratici. Nel Pd prosegue uno scontro eterno tra incompetenti guidati solo da ambizioni personali, che malgrado le sconfitte continuano a restare al loro posto. E quel sondaggio... È una faccenda triste, interpretata da dilettanti allo sbaraglio».


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