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Ferrero: «La Cgil dica no

Liberazione – 7.9.08

 

Ferrero: «C'è bisogno di tutta Rifondazione. Di Pietro e il Pd non sono opposizione»- Davide Varì

«Distruzione della contrattazione collettiva», «riforma federalista ai danni delle regioni più povere» e sostanziale assenza di qualsiasi forma di opposizione: «Assenza di una opposizione politica, certo, ma anche sindacale». Il tutto mentre a Vicenza, è notizia di ieri, la polizia manganella brutalmente i manifestanti No-Dal Molin: «A loro va tutta la mia solidarietà - dice Ferrero -. Mi sembra evidente la volontà del governo di ricreare un clima di "paura genovese"».  Paolo Ferrero, neo segretario di Rifondazione comunista, ha pochi dubbi su quel accadrà nei prossimi mesi in Italia: «Un attacco politico, economico e istituzionale guidato da governo e Confindustria, e con in più il beneplacito del Pd. Spero solo che la Cgil riesca a dire di no alla proposta di riforma del modello contrattuale, firmarlo così com'è sarebbe un danno enorme per i lavoratori». Parte dunque da qui: dalla condizione sociale ed economica in cui si trova questo Paese, Paolo Ferrero. Ma non dimentica - non potrebbe farlo - le difficoltà che dovrà affrontare come segretario di Rifondazione comunista. Un partito ancora spaccato, formato da due anime che lui, dichiara, ha tutta l'intenzione di provare a far dialogare. Il banco di prova sarà rappresentato dal prossimo 13 settembre, data del primo Comitato politico nazionale del post-Chianciano: «Spero che si arrivi ad una condivisione della linea di questo partito. Per quanto mi riguarda riproporrò la gestione unitaria fino ai più alti gradi di collaborazione possibile. Vedremo fin dove riusciremo ad arrivare...». Il tutto in vista di una mobilitazione unitaria della sinistra. «Unitaria, certo, - specifica Ferrero - ma che nello stesso tempo garantisca l'identità politica di ogni soggetto». Come dire: non ci sarà mai più nessuna Sinistra Arcobaleno. Partiamo da quel che sta vivendo il Paese: Confindustria è decisamente all'attacco e l'opposizione parlamentare sembra, per così dire, poco incline alla "lotta"... Io credo che stiamo arrivando ad un passaggio molto importante e nello stesso tempo molto poco visibile al livello di massa. Il primo punto critico è di certo rappresentato dal tentativo di riforma della contrattazione. Il rischio evidente è la cancellazione della contrattazione collettiva, dei contratti nazionali. Un disegno che Confindustria, temo, stia perseguendo con successo. C'è una pressione evidente sulla Cgil per firmare un accordo che supererebbe a destra quello del 23 luglio '93. Con l'aggravante che siamo di fronte ad una grave compressione dei salari. Per questo dico che siamo alla vigilia di un passaggio importante. Se la Cgil firmasse quell'accordo, oltre a stabilizzare il governo Berlusconi, deluderebbe molti lavoratori. E' una vicenda del tutto simile a quella relativa all'articolo 18. Con la differenza che, allora, la Cgil fece argine e mobilitò i lavoratori. E sulla proposta di federalismo fiscale? Sono convinto che esiste una grande simmetria tra la distruzione della contrattazione collettiva e la riforma federalista che ha in mente questo governo. Il federalismo leghista e berlusconiano rappresenta, su un piano istituzionale, quello che la riforma della contrattazione rappresenta sul piano lavorativo. Se con il federalismo si va verso una divisione tra regioni ricche e regioni povere - a danno di quest'ultime, ovviamente - dall'altro, il contratto che ha in mente Confindustria, non è altro che il tentativo di isolare il lavoratore. Insomma, stessa strategia e stesso obiettivo: creare guerre tra poveri. Per questo spero davvero che la Cgil non firmi un accordo di questo tipo. Neanche il Pd sembra molto incline alle barricate... Temo che non si possa sperare in nessuno che non sia Rifondazione. Da un lato abbiamo un Pd molto incline al dialogo piuttosto che all'opposizione di questo governo. Né sul federalismo fiscale né sulla questione del contratto collettivo mi sembra infatti di aver visto un Pd battagliero... E Di Pietro? Qualcuno di Rifondazione è già sceso in piazza con lui. E cambiato qualcosa? Non credo che Di Pietro rappresenti un argine credibile sui temi sociali. Il dramma è proprio questo: da un lato c'è l'opposizione dialogante del Pd e dall'altro quella meramente antiberlusconiana di Di Pietro. Forse c'è bisogno di sinistra... Certo, la vera scommessa per noi, ma soprattutto per questo Paese, è quella di riuscire a ricostruire una opposizione di sinistra. C'è bisogno di qualcuno che faccia argine sulle questioni del mondo del lavoro, sulle grandi questioni sociali e sulle battaglie che si articolano nei territori. Le opposizioni presenti nel Paese in questo momento non sono poi così distanti dalla cultura confindustriale. Dunque, l'urgenza è quella di ricostruire una opposizione sociale credibile e radicata nei territori. Un punto di riferimento politico per i conflitti che si articoleranno nei prossimi mesi: Alitalia, scuola e così via... E quale sarà il ruolo di Rifondazione in questo contesto? Un primo passaggio lo faremo il 14 settembre prossimo. Una assemblea che ha l'obiettivo di dare un segno importante a tutto il partito, una ripartenza dell'iniziativa politica di Rifondazione. Il nostro obiettivo è quello di ricostruire un'opposizione credibile. Per questo spero che da questa assemblea nasca una manifestazione unitaria di sinistra contro il governo e contro Confindustria. Una manifestazione che sia in grado di tenere insieme la questione democratica e quella sociale. Insomma, il 14 rappresenta il primo passo di un partito che vuole segnare la riapertura e la ridislocazione nel quadro politico generale. Stiamo lavorando unitariamente alle forze sociali e politiche per ricostruire un'opposizione. E qual è la novità rispetto al progetto di Sinistra Arcobaleno? Anche in quel caso si trattava di costruire una sinistra unitaria... Ho sempre pensato, e Genova l'ha dimostrato, che la costituzione di una sinistra va cercata a partire dal basso. E questa unità dei movimento dal basso va perseguita con forza. Solo facendo questo passaggio è possibile riconsiderare una riapertura della prospettiva politica. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con l'abolizione delle identità politiche dei diversi soggetti. Parli di unità ma, di fatto, la stessa Rifondazione appare ancora divisa in due. Nel tuo ruolo di segretario hai intenzione di cercare un'unità interna al partito? Io penso che lungo la strada della costruzione di un'opposizione unitaria, Rifondazione sia fondamentale. Tutta Rifondazione. Parlavamo di Genova, di un'esperienza che rappresenta un filo rosso che unisce tutto il partito. Ecco io spero che tutta Rifondazione, e non solo una parte, possa condividere questo cammino, possa ricostruire un percorso in cui tutto il partito si riconosca e partecipi attivamente. Nel frattempo io proporrò di nuovo una gestione unitaria, unitaria fino ai livelli più alti del partito. Vediamo dove si riuscirà ad arrivare. Spero il più in alto possibile... Un'ultima considerazione, è d'obbligo, sul futuro di Liberazione... Condivido le preoccupazioni della redazione. E' inutile nascondere la gravità della situazione. ll primo problema è capire il quadro economico in cui ci muoviamo. Per le informazioni che ho temo che si tratti di una situazione molto pesante sul piano finanziario ed economico. Che, per di più, rischia di essere aggravata dai tagli all'editoria minacciati dal governo. Sabato eleggeremo gli organismi del partito ed una delle questioni più urgenti è rappresentata proprio dal giornale.

 

Quando dà noia il sindacalista. Storie di ordinaria repressione in fabbrica - Fabio Sebastiani

Parma - Che in Italia ci sia una forte ripresa della cultura aziendalista più dura e severa non lo dice solo il caso di Dante De Angelis, il ferroviere licenziato da Trenitalia per aver denunciato più volte le carenze di vetture e locomotive in materia di sicurezza. La stessa ricerca della Fiom pubblicata pochi mesi fa sottolinea che l'11% dei lavoratori intervistati ha subito intimidazioni sul posto di lavoro: soprattutto operai nelle grandi fabbriche del Sud, e migranti. Certo, non stiamo parlando di lettere di contestazione o, peggio, di licenziamento, ma di fenomeni meno "formali" e egualmente pericolosi. Dante De Angelis, ieri, ha raccontato la sua storia alla festa che la "Rete 28 Aprile" chiuderà oggi nei dintorni di Parma. Ma ci sono anche altre storie, come quella di Rossella Porticati, delegata della Fiom Cgil alla Piaggio. Sì, la Piaggio, l'azienda tanto decantata dallo stesso Epifani come un modello da seguire. Le lettere della Piaggio contro Rossella non si contano più. Motivo? Si impiccia troppo di sicurezza sul lavoro, con visite a sorpresa nei reparti più delicati. A fine agosto c'è stata addirittura una sospensione disciplinare di un giorno. Secondo l'azienda, la lavoratrice non si sarebbe attenuta al "permesso organizzato". La Fiom ha risposto minacciando l'azienda davanti al giudice per comportamento anti sindacale. Sempre la sicurezza è al centro della lettera che fondazione Don Gnocchi ha mandato nove mesi fa a Nico Vox. Parliamo di sanità a Milano, dove Don Gnocchi è una piccola potenza. In tutta Italia ha 28 centri con più di 5mila dipendenti. Vox è un delegato storico. E forse questo crea qualche problema all'azienda. Da parte dei lavoratori, però, è scattata subito la catena della solidarietà. Anche se questo non ha impedito all'azienda di mandare altre due lettere a qualche mese di distanza dalla prima. Un limite pericoloso, dopo il quale dovrebbe scattare il licenziamento. Se non è così è solo perché alla Don Gnocchi i lavoratori riconoscono a Nico una indiscussa leadership sindacale. Va aggiunto che la sanità privata è penalizzata attualmente da un contratto nazionale scaduto da più di trenta mesi. Il 18 settembre è previsto infatti uno sciopero generale. «Il nostro settore - sottolinea Vox - accanto al problema salariale, che è fortissimo, c'è la questione della flessibilità». A volte lo scontro con la direzione aziendale è proprio sul supermansionamento e sull'utilizzo dei lavoratori in situazioni estreme che poco hanno a che vedere con l'impiego ordinario. «E' così che nascono i falsi casi di fannullonismo», sottolinea Vox. Anche nel cosiddetto settore dei servizi, il problema della sicurezza è più che mai presente. A denunciarlo sono le lettere di contestazione contro un delegato della Cgil alla Lottomatica di Roma e i numerosi provvedimenti disciplinari alla Vodafone di Roma e di Bologna. Non mancano, infine, i licenziamenti per motivi strettamente politici o sindacali. E' quello che è accaduto a Brescia a un delegato della Fiom, Soriano Vagas della Teci di Castagnato del gruppo Redaelli Tecna. E' stato messo fuori perché aveva indetto uno sciopero in concomitanza con una iniziativa generale indetta da una organizzazione diversa da Cgil, Cisl e Uil. Padroni va bene, ma è davvero troppo quando vogliono fare anche i sindacalisti.

 

Marcegaglia sui contratti aziendali: «Andremo avanti anche senza la Cgil» - Gemma Contin

E' una Emma Marcegaglia scatenata, la presidente di Confindustria ospite da sempre dello show di Cernobbio, all'autunnale workshop che si tiene a Villa d'Este organizzato dallo Studio Ambrosetti, dove "i grandi" di casa nostra si incontrano ogni anno, a porte chiuse, con ospiti speciali come Simon Peres e Abu Mazen, o il vicepresidente Usa uscente Dick Cheney, sui temi dell'economia, delle strategie, delle performance del sistema capitalistico nazionale e internazionale, e delle "cure" di cui necessita hic et nunc , stante la fase congiunturale che imperversa sull'Occidente in generale e sulla Vecchia Europa in particolare. La signora dei profilati d'acciaio, oggi nel ruolo di capa degli imprenditori italiani, ha parlato di tutto: il federalismo, le riforme, la scuola, la manovra triennale, il ritorno al nucleare, l'Alitalia; la sua sconfinata ammirazione per Passera e Colaninno per il "salvataggio" della compagnia di bandiera. Ma il punto che aveva veramente a cuore, nostra signora di Viale dell'Astronomia, è stato, naturalmente, la crisi dell'economia, il rinculo della crescita registrato ormai da tutti gli osservatori e attestato drammaticamente dall'andamento delle Borse, le colpe dei lavoratori e dei sindacati che continuano a premere sull'acceleratore dei contratti. Pesante la reprimenda sulle organizzazioni sindacali, «alcune delle quali» si ostinano a difendere i diritti dei lavoratori e a pretendere la firma dei contratti nazionali di lavoro, «strumenti obsoleti» di una stagione in cui le organizzazioni dei lavoratori potevano imporre - perché avevano la forza e la capacità rappresentativa - accordi generali sull'occupazione, sui livelli retributivi, sulle norme che per ciascun settore produttivo regolavano le relazioni industriali - scritte nero su bianco - tra datori di lavoro e lavoratori dipendenti. Ma è da tempo che il padronato italiano ha mosso le sue pedine contro la permanenza in vita di contratti sottoscritti per categoria e trattati omogeneamente a livello nazionale. Le obiezioni sono le differenze territoriali, le specificità produttive azienda per azienda, la molteplicità di soggetti che all'interno di una stessa azienda hanno trattamenti differenziati a seconda che siano assunti a tempo indeterminato, determinato, con contratti a progetto, di formazione, interinali, eccetera. «La riforma dei contratti è l'unico modo oggi per poter anche aumentare gli stipendi - sostiene Marcegalia -. Ognuno deve fare le proprie scelte. La Cgil può anche dire no, ma poi deve andarlo a spiegare ai suoi iscritti nelle fabbriche. Noi comunque firmeremo gli accordi con chiunque voglia farlo, sperando che concretezza e pragmatismo prevalgano anche nella Cgil e ci sia la volontà di innovare e di guardare al futuro». Così la presidente di Confindustria aveva anticipato in un'intervista al Corriere della Sera quello che ha ribadito ieri a Cernobbio: «Questa riforma (dei contratti di secondo livello, ndr) è un'occasione irripetibile, perché la questione dei salari è seria ma lo è altrettanto la questione della produttività che non possiamo più consentirci di considerare come variabili indipendenti tra loro». Per Confindustria, infatti, «in Italia ci sono due emergenze: la produttività e la competitività delle imprese e i salari». Va riconosciuto che «c'è un problema di erosione del potere d'acquisto, a causa dell'aumento della bolletta energetica e dei prezzi alimentari, legati a problemi nella catena distributiva. I problemi vanno affrontati per ciò che sono, ma il problema non è aumentare i salari senza legami con la produttività- ha detto Marcegaglia in conferenza stampa -. In questo momento storico è in corso uno spostamento di ricchezza dai paesi trasformatori ai paesi produttori. I paesi europei devono aumentare la produttività perché se non facciamo questa operazione le imprese o delocalizzeranno oppure sostituiranno lavoro con capitale». La presidente degli industriali ha citato uno studio secondo cui «tra il 2000 e il 2007 l'aumento dei salari annui reali è stato di 1.215 euro all'anno. Se il sistema delle imprese e la produttività fossero cresciuti come l'Unione europea, l'aumento sarebbe stato di 2.700 euro l'anno». Invece l'Italia, come si sa, è il fanalino di coda dell'Europa in termini di crescita del Pil ma anche in termini di trend produttivo, e l'inflazione potrebbe riprendere a galoppare - secondo Confindustria - sollecitata da spinte salariali che il sistema delle imprese non intende subire. «Noi non lanciamo nessun ultimatum ai sindacati - ha detto la primadonna di Viale dell'Astronomia - ma ciascuno si deve assumere la responsabilità per arrivare a un accordo. L'unico modo per aumentare i salari e la produttività è attraverso la contrattazione aziendale che consente una detassazione del 20% sul costo del lavoro. Non trovare un accordo sarebbe un'occasione perduta molto pesante». Per la segretaria confederale della Cgil Susanna Camusso l'appello di Marcegaglia «non affronta il merito della trattativa e appare solo come un gioco politico. Mi sembra che in Confindustria ci sia una tendenza a dare per scontata una divisione tra i sindacati o, peggio, a promuovere una vera e propria chiamata alla divisione. Un atteggiamento irresponsabile da parte di chi fa continuamente appelli al "fare squadra"».

 

Vicenza, carica a freddo ai No Dal Molin autorizzati a presidiare l'aeroporto - Eugenia Romanelli

Salvati dai vicini. Le forze dell'ordine armate di manganelli (esagonali) e caschi hanno caricato a freddo il centinaio di manifestanti pacifici del Presidio permanente Dal Molin che, come pattuito con la questura il giorno prima, stavano installando una simbolica torretta di avvistamento fuori dell'aeroporto a Caldogno. Due signori che abitano lì vicino hanno visto la ferocia ingiustificata di carabinieri, polizia e guardia di finanza e hanno aperto le porte della loro casa per salvare le persone, uomini e donne, che venivano aggredite senza motivo. «Non riesco a capire che cosa abbia scatenato il macello - racconta Cinzia Bottene, consigliere comunale a Vicenza e membro del Presidio - venerdì avevamo passato tre ore in questura per concordare fin nei minimi dettagli la nostra azione, ossia l'erezione di una torretta di avvistamento simbolica per poter monitorare che cosa sta accadendo dentro l'area dell'aeroporto. Abbiamo cominciato a tirare su questi quattro tubi incrociati, una struttura veramente poco invasiva, quasi inconsistente, quando di colpo è partita una carica delle forze dell'ordine. Una brutalità incredibile, botte vere, con i manganelli esagonali, quelli che possono aprirti la testa. Subito sono arrivate le ambulanze per portare via cinque di noi, feriti. A quel punto ci siamo atterriti e ci siamo seduti per terra immobili. La polizia si è messa a contatto con noi, stringendoci provocatoriamente. Per una lunga ora». E' stata proprio Bottene a prendere in pugno la situazione: «Ho chiesto a uno dei vicequestori che cosa stava succedendo e perchè quella carica, visto che avevamo rispettato tutti gli accordi del giorno prima, fin nel dettaglio, addirittura calcolando il metro esatto dove ci era stata data la possibilità di installare la torretta. Lui era imbarazzato. Gli ho proposto di spostare gli uomini di cinque metri e in cambio noi non saremmo avanzati di un centimetro. Mentre stavo aspettando la risposta, una seconda carica, questa volta ancora più violenta della prima, che ci ha imbottigliati, chiusi a panino: davanti la polizia e la guardia di finanza e dietro i carabinieri». I colpi sono stati tanti e molto violenti: «C'erano donne trascinate dai capelli sull'asfalto per metri e metri - raccontano altri - mentre stavano semplicemente sedute, c'erano poliziotti che gridavano "ora ti apro la testa" , persone bastonate da tre, quattro guardie contemporaneamente». Alcuni signori che abitano lì hanno visto quanto stava accadendo da dietro la siepe del loro giardino e hanno deciso di aprire le porte di casa per salvare almeno qualcuno da quella violenza brutale: «Se non ci fossero stati loro - dice Bottene - credo si sarebbe trasformato in un massacro. La polizia non poteva più raggiungerci perchè eravamo in territorio privato ma cercava di colpirci attraverso le siepi». Solo dopo un'ora le forze dell'ordine hanno acconsentito di allontanarsi e di lasciare andare via i rifugiati». Una quindicina di manifestanti sono finiti all'ospedale, fra loro anche una ragazza disabile. Alcuni manifestanti sono stati fermati, altri sono davanti alla questura per solidarietà, altri ancora sono scappati. E' dal 16 gennaio 2007, giorno in cui Prodi da Bucarest dette il via alla base dove gli americani stanno facendo una serie di misteriosi interventi (ufficialmente la bonifica di ordigni inesplosi), che il Presidio permanente ha messo le tende. «Hanno fermato sei persone - racconta Ezio Lovato, segretario provinciale di Rifondazione Comunista - sono stato in questura per capire che cosa è successo». Alla fine i sei sono stati rilasciati, ma è stato difficile anche farli parlare con gli avvocati. In questi giorni c'era una festa con bancarelle, bazar, gastronomia, concerti, e conferenze proprio tra le tende del presidio: «Anche se il presidio comprende tante variazioni - continua Lovato - tra militanti cattolici, di sinistra, del sindacato, i disobbedienti del nord etc, etc non credo che questo casino sia successo per le provocazioni di alcuni gruppi più estremi». Sembrerebbe una strategia del massacro pensata a tavolino: «Sembra un ordine venuto da Roma - dice Bottene - i vicequestori avevano difficoltà a eseguire quegli ordini...».

 

Confronto Boccia-Vendola: «Non c'è trasformazione senza la libertà» - Gaetano Cataldo*

Incollati alle parole, attenti fino al punto di prendere note nel quasi buio dello spazio dibattiti, duecento giovani comuniste/i hanno ascoltato l'appassionato e denso dialogo tra Maria Luisa Boccia e Nichi Vendola sulle culture politiche della sinistra. Una sfida che non può fermarsi perchè «non si ferma il capitalismo, che di crisi in crisi si ristruttura» come fa notare subito Vendola, sollecitato dalla riflessione interrogativa del moderatore, Anubi d'Avossa Lussurgiu, giornalista di Liberazione . E sempre Vendola aggiunge che «non c'è più una descrizione di un cambiamento prefigurato come avveniva quando c'era il Partito Comunista Italiano e i partiti comunisti». Questo spunto offre l'opportunità a Maria Luisa Boccia di sottolineare un aspetto che non c'è più oppure si stenta a individuare nella nostra parte politica cioè la «produzione di senso, anzi la produzione di cultura e di valorizzazione delle culture della trasformazione. Per questo - continua Boccia - quando si affrontano le questioni della scuola, il problema non è semplicemente sindacale-quantitativo ma è invece, culturale-qualitativo ovvero bisogna avanzare la proposta politica di una scuola capace di rappresentare le differenze e la complessità». Trascorre un'ora e i temi aumentano e si complicano fino ad arrivare alla convinzione che questi temi vadano affrontati più spesso e si giunge alle letture che hanno motivato Nichi Vendola e Maria Luisa Boccia nel loro percorso politico personale. «L'ideologia tedesca, dopo i Grundrisse, resta il mio libro preferito di Marx perché narra di come il processo di struttura descritto ne Il Capitale nei suoi nessi materiali si afferma nella società come processi sociali e culturali». «Sputiamo su Hegel invece - per Boccia - perchè rompe l'dea naturale della definizione della donna rispetto all'uomo, passaggio che Marx non aveva criticato ma che solo il movimento femminista ha messo radicalmente in discussione». La sinistra ha mosso in questi anni i suoi passi all'interno del movimento dei movimenti e in questi ha visto da vicino le culture critiche del femminismo e dell'ambientalismo radicale. Questo ha consentito a Rifondazione Comunista di diventare un soggetto un po' meno antiquato e più capace di far vivere l'idea della trasformazione. «Questa idea, quella della trasformazione, non può prescindere, anzi deve muovere dall'idea della libertà, paradossalmente monopolizzata dalla destra. La libertà della destra è quella naturale del mercato e dei poteri forti mentre la scrittura di un nuovo vocabolario che contribuisca al processo di liberazione è compito nostro, è compito della sinistra». Per la Boccia «la prima, la libertà fondamentale per le donne è liberarsi dell'uomo inteso come soggetto artefice di una forma organizzata e oppressiva della società capitalista. Una critica da sinistra al capitalismo ma anche al marxismo». E' un dibattito libero in cui Vendola e Boccia si confrontano sulla debàcle elettorale, sulla fine della discussione congressuale senza però riproporre temi già dibattuti ma formulando nuove domande: tra tutte quella su come sfuggire alla morsa del consumismo che invece è considerata dal popolo a cui vorremmo parlare come una forma suprema e moderna di libertà. Il dialogo potrebbe continuare per ore ma termina non perchè la platea sia insofferente alle oramai oltre due ore trascorse ma perchè si ferma su un punto problematico essenziale illustrato da Maria Luisa Boccia. «Si tratta della costruzione di un punto di vista terzo tra una codificazione tecnocratica e presuntamente neutra opposta a quella fideistica propugnata dalla Chiesa e dai fondamentalismi. La sinistra si deve battere contro l'idea di una naturalità di origine, nella legge, nella cultura e nelle vite delle donne e degli uomini». Su questa proposta per una nuova ricerca si chiude l'iniziativa serale lasciando tutte e tutti alla festa che segue, dove le note meticce di El Muezzin accompagnano pensieri, discussioni, tante idee e tanti dubbi.

*Giovani comunisti

 

Marek Halter: «Bush ha fomentato i georgiani. L'Europa si riavvicini alla Russia» - Valerio Venturi

La Russia non è "altro" rispetto all'Europa. Lo dice Marek Halter, intellettuale totalmente europeo: francese, ebreo, polacco, russo. A buon titolo può quindi dire la sua sulla questione per nulla chiusa della Georgia. Usa contro Russia, come ai tempi della guerra fredda, e Unione Europea a giocare un ruolo ambiguo. L'Ossezia del sud è indipendente, ma a che prezzo? Qualcuno teme che le repubbliche caucasiche possano rappresentare i Balcani del nuovo secolo, e che le prove di forza tra Mosca e Washington vadano a discapito di tutti. Cosa pensa, Halter, della questione georgiana? Crede ci sia un vincitore? Non saprei. Ma credo che il primo perdente sia senza dubbio l'Europa. Io non sono mai stato favorevole all'installazione delle basi Nato in Ue. Lo stesso De Gaulle era uscito dall'alleanza atlantica, non sarebbe stato quindi strano. E' chiaro che l'America faccia i suoi interessi, ma l'Unione Europea non fa parte degli Stati Uniti e la Russia è una zona che culturalmente e geograficamente fa parte del Vecchio Continente: pensiamo a Checov, Tchaicovsky, Kandinsky, Malevic. La Russia fa parte di un continente che non ha giocato il suo ruolo. Io non sono l'avvocato dei russi, ma capisco che vedendo le basi attorno al loro paese, si sono sentiti minacciati; così come gli americani quando Krusciov ha installato le sue basi a Cuba. Migliaia di persone sono morte per niente, e poi è chiaro che la Georgia ha cominciato le ostilità cercando di recuperare l'Ossezia. Tra l'altro non penso il presidente Saakashvili si sia lanciato nelle ostilità senza prima aver ascoltato i consigli degli americani: ci sono molti militari statunitensi, in Georgia, in luglio c'erano ancora programmi comuni tra esercito americano e quello georgiano. Al di là dei dettagli, è vero che la politica di Bush è una politica criminale, che spinge la Russia fuori dall'orbita europea. E noi europei non facciamo molto per riportarla dentro. Sarkozy fa bene a mediare, fa quel che può, ma non ha i miliardi di dollari degli statunitensi. Non c'è proporzione tra i mezzi Ue e quelli di Washington, che vuol occupare i territori, le "rotte" del petrolio. La politica estera di bush è tutta qui: il controllo degli idrocarburi. La politica dei neocon è stata costruita sul controllo dei mezzi energetici del mondo. Bush, però, è al viale del tramonto. Ci si prepara ad un cambio al vertice, negli States; e i vecchi rapporti tra potenze stanno saltando.... Se Obama vincerà certamente i rapporti tra Ue, Usa, Russia cambieranno. Non saranno più così. Per ora, troppo male è stato fatto ai confini della Russia. Il fatto che gli americani hanno spinto gli ucraini, i popoli di altri stati baltici come la Moldavia a fare in un certo modo, ha autorizzato Putin a fare quel che ha fatto. Lui pensava, da naif, che ci fosse veramente amicizia tra i due paesi, e ha permesso l'installazione di basi contro l'Afghanistan per una guerra comune contro il terrore. Ma il primo obiettivo degli Usa era di usare il potere per il profitto. Là ci sono dei poteri laici ma corrotti che potrebbero saltare per lasciar spazio ai talebani. Krusciov pensava che l'Urss dovesse sopravvivere, come Stalin anche lui veniva dalla Georgia. Chi conosce la storia sa che Sebastopoli appartiene alla mitologia russa. Ma oggi il "gioiello" non fa più parte del Paese, certo, ci sono accordi per qualche anno con Mosca ma quando finirà, ci saranno cambiamenti? A chi andrà la famosa flotta del Mar Nero? Questioni aperte. Poi è possibile che il 40% dei russi del paese voglia occupare la parte ortodossa e che si distacchino con una guerra civile. Noi, come Ue, abbiamo la fortuna della nostra esistenza. Possiamo proporre alla Russia una associazione, una collaborazione, per riunire Russia e Europa: mettere tutti i problemi sul tavolo, dare la possibilità di utilizzarsi a vicenda, per la politica culturale e per la pacificazione. La Russia è una locomotiva che può risolvere problemi futuri come quelli dell'Ucraina e dei paesi baltici. Si potrà risolvere anche la tensione con l'Iran e tanti altri problemi». In altro modo? Ci saranno basi russe in Venezuela, Nicaragua, gli Usa si metteranno a piangere per le basi vicine alla loro frontiere e torneremo ad una guerra fredda che indebolisce la Ue e per la quale pagheremo caro. Le informazioni di cui parlo le conoscono tutti: noi sappiamo chi ha cominciato la guerra e che i russi sono stati buttati dentro. Lei è impegnato contro il razzismo. Cosa pensa della celebrazione della giornata della cultura ebraica? E' ancora importante? Il problema degli ebrei anche in Georgia si è posto! I semiti di montagna dell'Azerbaijan, i due-tre mila dell'Ossezia del sud.... Il primo bombardamento in Georgia ha distrutto proprio le cartiere di questi giudei. Sono partiti in Russia e Israele, eppure erano lì da secoli. Affronto questi problemi da quando ero piccolo, sono stato vittima mio malgrado. Da allora abbiamo fatto progressi, la coscienza del male è divisa con tutti, ma il problema esiste ancora e con persone che stanno insieme a noi sempre; il razzismo c'è tutti i giorni, è per questo che sono felice che quest'anno si fa anche l'anniversario della mia associazione "sos razzismo", che da 25 anni mette insieme giovani arabi e ebrei. Ho detto loro di salire sulle barricate, ma per la vita. Gli uomini sono come sono, ma ci vogliono persone che si impegnino per tornare all'ordine, al rispetto che è anche salvaguardia della vita. Il fatto che si continui a ricordare? Giusto farlo, gli ebrei hanno ragione, la storia insegna che bisogna essere vigili.

 

Manifesto – 7.9.08

 

Fascisti su RomaGabriele Polo

Nel generale affermarsi dell’egemonia di destra in Italia, Roma occupa una posizione particolare. E molto preoccupante. Già da qualche anno l’attivismo neofascista era cresciuto su una logica che va al di là dei tradizionali fenomeni d’estremismo politico, aggredendo i «territori» (i quartieri periferici e lo stadio su tutti) nella logica di un controllo «da bande» che ha preso di mira tutto ciò che viene considerato estraneo e ostile al «nazionalismo autarchico » e ai suoi subvalori (dai «barbari» stranieri alle «zecche» di sinistra). Collocandosi, come versione moderna dello squadrismo: una destra «comportamentale», collaterale e autonoma dalla destra parlamentare. Agguati e violenze si sono succeduti in un continuo e diffuso crescendo. Che negli ultimi mesi è dilagato in città, avvalendosi anche del passato riconoscimento istituzionale dato da Veltroni ai circoli «culturali» neofascisti, in un fallimentare tentativo di «neutralizzazione » della matrice violenta e intollarante che lì vi si alimenta. La precipitazione sanguinosa è ormai più che un rischio; è un processo in atto - e potrebbe trascinare ciò che rimane vivo a sinistra in una contesa suicida. Non sappiamo se i suoi protagonisti si sentano «protetti» dalla conquista del Campidoglio da parte del Pdl e dalla storia personale (con tutte le relazioni che porta seco) del sindaco Alemanno. E se fossimo in lui di ciò ce ne preoccuperemmo assai. E’ in questo contesto che si collocano le vere e proprie minacce cui è sottoposto il nostro Giacomo Russo Spena. Ultima delle quali è la pubblicazione sul sito di «Casa Pound» di una vera e propria chiamata in correo per l’attentato incendiario (due molotov nella notte) contro il «Circolo futurista Casalbertone», avvenuto un paio di giorni fa. «Ecco i frutti avvelenati di Russo Spena e compagni», scrive il presidente di «Casa Pound» sulla prima pagina del suo sito internet. Così che tutti, matti compresi, possano leggere e (chissà) intervenire. L’indicazione del «mandante» e l’additarlo pubblicamente con nome e cognome è un vecchio orrore della politica italiana (che ha colpito anche la sinistra) e da cui sarebbe bene emendarsi. Che poi si provi a intimidire un lavoro giornalistico d’inchiesta, trasformandolo in complotto è qualcosa di estremamente grave. Anche perché ciò che Giacomo scrive è un contributo essenziale per l’informazione e un importante antidoto per la difesa della democrazia e della stessa incolumità fisica di tutti noi. Per questo, oltre a denunciare ciò che è avvenuto e avviene e mettendo persino in conto le tante minacce di querela che ci arrivano addosso (il solo rischio del mestiere che intendiamo accettare), vogliamo ricordare qui quattro semplici cose: 1) che non ripiegheremo sulla trincea del silenzio; 2) che non accetteremo nessuna logica di guerra per bande e nessuna risposta violenta alla violenza della destra; 3) che continueremo a indicare col loro nome politico - fascisti -, e non anagrafico, gli aggressori neri; 4) che gli autori del testo apparso sul sito di «Casa Pound» dovrebbero sentirsi addosso il peso di qualunque cosa possa accadere a Giacomo o a chiunque di noi, evitando repliche. Di Insabato ce ne è bastato uno.

 

Allarme son comitive nere - Giacomo Russo Spena

Roma - La scritta «Dux mea lux» svetta sul muro. Nero su bianco. A fianco una serie di celtiche. Davanti decine e decine di ragazzi dai venti ai trent'anni che lì trascorrono intere giornate. Seduti sui motorini e nelle macchine che pompano musica da discoteca. Quello è il loro posto. La base per presidiare il territorio, il quartiere Boccea (zona ovest di Roma) in questo caso, e difenderlo dagli «estranei»: migranti, rom, gay e «zecche» che siano. Indossano tutti maglietta Fred Perry o polo nera, jeans di marca, occhiali scuri, scarpe da ginnastica possibilmente bianche e cappellino scozzese (a scacchi). «Camerata » si dicono mentre fanno il «saluto del gladiatore»: la mano destra che va ad afferrare l’avambraccio destro dell’altro. Eppure tessere di partiti d’estrema destra in tasca non ne hanno. E si dichiarano fascisti. Di «comitive nere» come quella di Boccea, Roma è piena. Muretti, pub o semplici bar diventati luoghi d’incontro, e fabbriche di pensieri e atteggiamenti razzisti, in cui si cospira contro il diverso. I quartieri popolari ne sono pieni: Torbellamonaca, Trullo, Torre Angela, Prenestino, Torrevecchia. Ragazzi, cresciuti nel disagio sociale, che fomentati dall’industria della paura inscenata dalla destra, fanno propria la guerra tra poveri. Il nemico da combattere è soprattutto l’extracomunitario. Lo «zingaro» non è considerato nemmeno una persona. Ma si va oltre alla questione di classe. Ritrovi xenofobi ci sono anche in zone più agiate come piazza Vescovio, Torrevecchia, Ponte Milvio, Corso Francia. E altre. Una gioventù con idee fascistoidi, a cavallo con la microcriminalità, che gravita nei circuiti dell’estrema destra capitolina. Non però le sezioni partitiche. Sono «cani sciolti» non inquadrati in maniera rigida. I più politicizzati al massimo frequentano gli appuntamenti importanti dei partiti. I luoghi più attrattivi restano comunque le iniziative musicali e soprattutto lo stadio. Una palestra per questi giovani che lì fanno propri atteggiamenti violenti e squadristi. Nelle curve imparano a caricare avversari e polizia, a non «indietreggiare mai». Si avvalora l’idea del gruppo ristretto che si deve difendere dall’esterno: «Pochi ma buoni», è un immaginario su cui gioca il fascismo. Non è un caso che i gruppi d’estrema destra abbiano tentato, e tentano, una chiara operazione politica sul tifo. Provano da anni ad arruolare militanti. Forza Nuova più insidiata nella nord laziale e Casa Pound, fuoriuscita da poco da Fiamma Tricolore, che ha un gruppo «Padroni di casa» nella Sud romanista. Ma l’esperimento non decolla e si avvia verso il declino. A confermarlo gli scarsi risultati elettorali presi da vari esponenti di questi partiti che hanno fatto campagna nelle curve. I cani sciolti, malgrado i tentativi articolati delle sigle organizzate (il leader di Casa Pound è sia ultras che cantante di un noto gruppo dell’estrema destra, gli «ZetaZeroAlfa »), non pagano. Ha vinto la logica inversa. Quella più pericolosa per l’incolumità fisica delle persone e meno politica. Gli schemi del tifo hanno invaso la città, con la curva che è entrata prepotentemente in politica, imponendo il proprio modus vivendi: scontri e armi, in primis il coltello. Adoperato all’Olimpico, la domenica a Ponte Milvio la «puncicata» sul gluteo al tifoso ospite è diventata ahimè una routine, per poi utilizzarlo in spedizioni cittadine contro i «diversi». Come quella contro Fabio Sciacca, accoltellato venerdì 29 agosto, al termine di un concerto in ricordo di Renato Biagetti, ucciso due anni fa a Focene sempre da fascisti. Gli stessi Ros, che stanno indagando sull’aggressione, sono orientati ad attribuire l’assalto a gente da stadio legata alla microcriminalità urbana. I partiti pur provandoci rimangono spesso (ma non sempre) spiazzati dalle comitive nere che si autorganizzano. A Roma, dove si sono moltiplicate le azioni squadristiche, si assiste aunrestyling dell’estrema destra. Forza Nuova, che si rifà più al clerico-fascismo di stampo lefevbriano e non ha nella capitale più di cento militanti, sembra in crisi. Soprattutto dopo gli scontri all’università La Sapienza, che vedono coinvolto nel processo uno degli uomini di spicco (Martin Avaro), e la debacle elettorale. In brutte acque naviga anche Fiamma Tricolore che dopo l’alleanza elettorale con La Destra ha perso pezzi: la parte più forte nella capitale, Casa Pound, politicamente erede di Movimento Politico, ha preso un’altra strada. Fallito il progetto di prendere in mano il partito di Romagnoli ha deciso di ricominciare ripartendo dal «movimento». Per poi magari piazzare un proprio candidato alle prossime elezioni come indipendente in qualche lista nell’arco della destra. Infatti il sindaco Alemanno, pur prendendo ufficialmente distanza da questi gruppi e dai continui raid fascisti, continua ad alimentare il germe dell’intolleranza nella società (con le sue norme sulla sicurezza) e non è da escludere che alla prossima tornata non chiuda la porta in faccia ai fuoriusciti di Fiamma. A conferma, la spaccatura interna a Casa Pound con un gruppo che ha fondato il movimento Area Identitaria Romana con l’obiettivo di confluire già ora nel Pdl: «Napoli - ha spiegato il loro leader Giuliano Castellino in un’intervista a Libero – è stata ripulita. Roma è migliorata. In questo contesto è maturata la nostra scelta. Vogliamo l’Europa di Berlusconi, Tremonti ed Alemanno». In questa galassia frammentata i vari partiti hanno ruggini tra loro. Solo dopo «eventi straordinari» pare abbiano contatti diretti. Per il resto non si risparmiano accuse e mazzate. Discorso diverso per le comitive nere. A loro interessa l’azione fulminea, il raid contro il diverso. Non il progetto politico. Almeno per ora.

 

Pronto il corteo anti Gelmini - Andrea Gangemi

Roma - Muove da Firenze la «salvifica» macchina del governo ombra, che insieme ai sindacati si prepara, a pochi giorni dal suono delle prime campanelle, ad accompagnare l’autunno della scuola italiana. Dalla Festa democratica, che ospita l'assemblea nazionale del sapere «Salva la scuola, salva l'università, salva la ricerca», l’affondo spetta a Maria Pia Garavaglia, ministro ombra per l'università. Secondo la senatrice del Pd serve una «mobilitazione generale» a favore della scuola e contro «i tagli disastrosi del governo: 81 mila insegnanti e 47mila tra personale tecnico e amministrativo. Servono a far quadrare i conti della Finanziaria - dice -. Il taglio dell'Ici è stato coperto da quelli alla scuola, alla ricerca e all'Università». Non manca una frecciata personale alla ministra Mariastella Gelmini, che «parla del lassismo delle scuole del Sud forse perché ha fatto gli esami in Calabria». Garavaglia boccia quindi l'idea del direttore generale di Confindustria Maurizio Beretta di ospitare spot sui libri di testo per diminuirne il prezzo. «Crediamo alla collaborazione tra il mondo della scuola e quello del lavoro - dice -. Ma che i bambini, già sottoposti a un numero eccessivo di spot nei programmi a loro destinati, possano essere oggetto di pubblicità attraverso i libri di testo, è una grave contraddizione con il ruolo stesso che la scuola deve ricoprire». Quello tra opposizione e Confindustria potrebbe essere un dialogo tra sordi, con la presidente degli industriali Emma Marcegaglia che condivide «lo sforzo del ministro all'Istruzione » per riformare la scuola italiana che, afferma Marcegaglia da Cernobbio, «ha un numero di insegnanti per alunni tra i più alti d'Europa: alcuni tagli ed efficienze vanno portati avanti, ma bisogna anche valutare i professori, e premiare i migliori». Sempre dall’assemblea di Firenze, invece, Enrico Panini, segretario generale Flc-Cgil, ha continuato ad attaccare la riforma, giudicandola «peggiore di quella Moratti, e della sua destrutturazione del sistema-scuola. Adesso la Gelmini - ha detto - non si preoccupa nemmeno degli effetti sociali disastrosi di queste misure. Con quanto deciso dal governo - ha aggiunto - si dirottano dalla scuola otto miliardi di euro in tre anni, usandoli per tappare i buchi. Ma la scuola non può essere l'agnello sacrificale». Panini - intervenuto insieme ai colleghi di Cisl eUil - ha quindi annunciato «iniziative diffuse sul territorio, fino ad una grande manifestazione nazionale». Una mobilitazione contro la riforma Gelmini c’è già, ma difficilmente troverà l’appoggio dei sindacati confederali: lo sciopero con manifestazione nazionale a Roma organizzato da Altrascuola Unicobas per il prossimo 3 ottobre (oltre a quello nazionale annunciato dai Cobas per il 17 ottobre). Secondo Unicobas, con la riforma «verranno modificati orario di lavoro, durata delle lezioni e struttura dei programmi». Sotto accusa anche la finanziaria, che prevede «l'innalzamento del rapporto docente-alunni, con conseguente ‘ingrossamento’ e riduzione delle classi» e il ddl presentato alla Camera da Valentina Aprea (Fi), il cui obbiettivo principale, per il segretario nazionale Stefano D'Enrico, è «rendere la scuola pubblica del tutto simile a quella privata, con gli istituti trasformati in fondazioni e consegnati alle piccole e medie imprese, che entreranno nei consigli d'amministrazione (che sostituiranno gli attuali consigli d'istituto) e, versando un obolo, diverranno i veri padroni della scuola». D'Enrico non risparmia accuse ai colleghi di Cgil, Cisl e Uil, che si starebbero accodando alle iniziative governative per aprire ulteriormente il ‘mercato’ alla scuola privata. Ma i confederali, dice, «pur avendo la stragrande maggioranza degli iscritti, nella scuola a volte sulle questioni nodali vengono messi in minoranza». Prima ancora dei cortei nazionali, la Sicilia ospiterà la prima manifestazione regionale contro i tagli del governo al personale scolastico, 2.544 per i docenti e 162 per gli Ata (ausiliari, tecnici e amministrativi). Che potrebbero salire a quindicimila nei prossimi tre anni, secondo le stime dei sindacati, per effetto del decreto Gelmini. Mercoledì 17, primo giorno di scuola nell'Isola, gli «esclusi» dagli incarichi manifesteranno davanti l'ufficio scolastico regionale su iniziativa di Flc Cgil, Cisl,Uil scuola e Snals confsal.

 

«La parola ai cittadini. Il clima di tensione è controproducente»

Giorgio Solvetti

«Qualsiasi forma di scontro violento, giustificato ma anche non giustificato, in questo momento non aiuta la causa della partecipazione. E’ il momento di parlare con i cittadini di Vicenza, non quello di contrapposizioni politiche e ideologiche». Il sindaco di Vicenza Achille Variati punta tutto sul referendum che permetterà agli abitanti della sua città di pronunciarsi pro o contro l’allargamento della base Dal Molin e non è affatto contento di qualsiasi iniziativa che produrre tensione. Per questo lancia un appello perchè si faccia tutto il possibile per evitare situazioni di contrapposizione. Giustifica l’intervento delle forze dell’ordine contro i manifestanti? Non so dire se la reazione della polizia sia stata esagerata o no. In ogni caso ritengo che prima di usare la forza contro dei cittadini bisogna pensarci non una ma dieci volte. Ma non è questo il punto. I manifestanti hanno innalzato una specie di torretta per sbirciare dentro la base militare. E’ un’azione non del tutto legale, e questo non è il momento per fare queste cose non perfettamente in linea con la legge. Bisogna invece mantenere la calma e spiegare ai vicentini le ragioni del no all’allargamento. Si tratta di un’area ambientale di estrema importanza per la presenza di risorgive che danno acqua a tutti. Adesso bisogna discutere se è giusto che Vicenza, che ha già dato tanto, continui a anteporre la ragion di stato alle proprie esigenze. Ed è giusto che si pronuncino gli abitanti della città. Finora sono intervenuti tre governi, il governatore del veneto, la provincia, ma mai i diretti interessati: i cittadini. Ma non ritiene che senza le manifestazioni e il presidio «No Dal Molin» non si sarebbe raggiunto neppure l’obiettivo del referendum? Il presidio ha avuto e ha un ruolo importante e si è dato anche una veste istituzionale con l’elezione di un consigliere comunale. Ma ora non abbiamo bisogno di avere ulteriore visibilità o solidarietà nazionale. Bisogna lasciare la parola alla cittadinanza. E tenere conto della situazione già fin troppo tesa. C’è chi sta lavorando contro il referendum perchè lo teme con tanto di ricorsi al Tar, c’è chi dice che il sindaco sperpera risorse in nome della democrazia. Il governo, un giorno sì e l’altro pure, ribadisce che in ogni caso il parere espresso dai vicentini sarà ininfluente. La sinistra istituzionale tace. Gli scontri possono condizionare il voto dei cittadini? Sì, in negativo. La gente per bene che non va in piazza, quelli più timidi, non amano questo tipo di tensione. Ovviamente per me può anche essere giustificata. Ma sta di fatto che è controproducente. Non è nel nostro interesse, a meno che anche il movimento preferisca lo scontro. Ma questo certo non è il mio obiettivo.

 

Il Prc condanna, la Cgil meno

«Inaccettabili, gravi e ingiustificabili». Il segretario del Prc Paolo Ferrero condanna senza mezzi termini «le molto pesanti cariche delle forze dell'ordine a Vicenza contro un sit-in dei comitati No Dal Molin alla base Usa». «Evidentemente – aggiunge Ferrero – il governo Berlusconi pensa di ricostruire un clima simile a quello genovese del 2001 contro chiunque dissenta. Esprimo la mia piena solidarietà ai manifestanti la cui unica colpa è quella di opporsi all’allargamento della base militare Usa che la stessa maggior parte dei cittadini vicentini non vuole in nessun modo». Per la Cgil di Vicenza, invece, «in un momento così delicato per la città ed in attesa di un pronunciamento popolare che la Cgil sostiene attivamente, è quanto mai necessario lavorare tutti affinché sia mantenuto in città un clima di confronto positivo. Oggi più di ieri servono senso di responsabilità, rispetto delle regole e degli impegni sottoscritti, equilibrio e pazienza per evitare scontri che non sono utili a nessuno».

 

Veltroni ci riprova e svolta. A sinistra, con moderazione – D. Preziosi

Firenze - «Basta con questo tran tran», ora il Pd «cambia fase». Ieri Walter Veltroni è approdato a Firenze, alla Fortezza da Basso, per essere intervistato da Enrico Mentana a conclusione della prima festa democratica nazionale. E qui, come da giorni i suoi lasciavano intendere, ha annunciato la sua svolta. Più ‘democratica’ nei contenuti, molto meno nella ricomposizione delle differenze nel partito. E se poi non è proprio una svolta, almeno si tratta di una sterzata. A sinistra, almeno così l’hanno percepita le quindicimila persone (fra sala e schermi distribuiti in giro per la festa tanti ne hanno contati gli organizzatori) tatuate l’una sull’altra, che esplodono generosi applausi e finiranno, due ore dopo, per stringere il loro leader in un abbraccio asfissiante - autografi, strette di mano, foto al cellulare - che mette un po’ di tensione agli uomini della vigilanza. Nel caldo umido e con un’aria irrespirabile, Veltroni ricambia generosamente, parla due ore, riduce al silenzio il suo intervistatore e suda sette camicie in una sola. Le suona a tutti, in quella sua maniera cordiale e buonista. Attacca senza sconti Arturo Parisi, che da questo stesso palco il giorno prima ha detto che Berlusconi è stato più bravo di lui. «Penso sia un’offesa per il popolo del Pd», replica il segretario, «chi è dirigente non ha solo i privilegi ma deve stare sul campo, incontrare il popolo, la nostra gente e non solo stare chiuso nei luoghi di decisione». Segue avvertimento: basta eletti scelti fra chi sa fare bene i discorsi, da oggi il Pd – cioè Veltroni – sceglierà i suoi rappresentanti fra quelli che «vanno fra i cittadini» e quelli che «se li metti in mezzo a un’assemblea di operai o artigiani sanno cosa dire». E poi, lui non vuole fare un partito «antiberlusconiano», neanche aver dirigenti «simpatizzanti di Berlusconi». Scroscio di applausi, ma per questa platea di fan del segretario Parisi è un po’ la croce rossa, bersaglio facile. Però poi Veltroni alza il tiro, misura le parole e dice che «va bene il pluralismo interno», va persino «benissimo la proposta di Massimo di dare una mano», ma «il tesseramento deve essere uno solo, e dev’essere quello democratico».Massimo è D’Alema, l’allusione aperta è all’associazione Red. La platea applaude, le prime file restano composte. Lì sono seduti i colonnelli, parterre de roi, democraticamente parlando: Alfredo Reichlin, Ermete Realacci, Claudio Martini, Leonardo Domenici, Lapo Pistelli, Marco Follini, Luigi Zanda, Maria Pia Garavaglia, Silvia Costa, Vittoria Franco, Andrea Sarubbi, GiampaoloD’Andrea, Rosy Bindi. C’è un filino di gelo, non tutti sono così d’accordo. Veltroni non ha finito. Aggiunge che è anche vuole «uno spirito di squadra» «quando si vince e quando si perde», e invece a lui è successo che «fino al 15 aprile avevo una processione di gente dietro alla porta che mi diceva grazie, ci hai salvato. Ma il 16 aprile avevano un’altra faccia». D’Alema aveva girato al segretario una domanda ricevuta qui alla festa sul perché dell’alleanza con Di Pietro. Veltroni in una risposta sola bacchetta l’exministro degli esteri per non aver voluto rispondere su una decisione su cui era stato d’accordo, e poi l’ex pm per aver tradito il patto firmato in campagna elettorale. Ce n’è anche per gli ulivisti: Veltroni dice di avere la tessera dell’Ulivo numero due e di aver creduto in quel progetto quando altri erano scettici, ma per le alleanze c’è tempo: fa parte della «sindrome di Tafazzi» aprire oggi «la discussione sulle alleanze che ci saranno fra quattro anni». Con l’Udc di Casini sta adottando «la sindrome dell’attenzione», quando alla sinistra democratica di Claudio Fava, «ci siamo visti l’altro giorno», così come con Paolo Ferrero, nuovo segretario del Prc. Anche se, va detto, Veltroni attacca pesante sui presunti rapporti fra una parte del gruppo dirigente del Prc e le Farc che per sei anni hanno sequestrato Ingrid Betancourt. Ma poi, a un’ora buona dall’inizio, comincia ad attaccare il governo Berlusconi. Tasse, scuola, Alitalia. Immigrazione: e qui arriva la sterzata. Cita gli emigranti italiani, dice che non si deve «fare agli altri quello che non vorresti fosse stato fatto a te», attacca il suo successore al Campidoglio Gianni Alemanno «che i romani chiamano Retromanno», chiede che con chi viene in Italia sia usato «il pugno di ferro nei casi di criminalità»ma«una stretta di mano con chi viene a lavorare» perché «è mio fratello». Veltroni riposiziona il partito nel campo della solidarietà e dell’accoglienza. Almeno a parole. Un po’ in ritardo in realtà: in prima fila, fra gli altri dirigenti, c’è l’assessore fiorentino Graziano Cioni, quello che ha condotto una specialissima battaglia contro i lavavetri e i mendicanti, considerandoli il problema principale della città. Cioni, di cui si parla persino per la successione di Domenici, in generale non è il genere dell’allegrone,ma in questo caso ha il volto scurissimo. Ma questa è la svolta: fra una settimana parte la Summer school del partito e Veltroni ci punta perché sente sì il dovere di ascoltare tutti i dirigenti ma soprattutto di «far avanzare una nuova generazione di dirigenti politici per fare il Pd del futuro, non di ieri,ma di domani» - e così sistema i vari D’Alema e Marini, data l’età -. Poi, il 14 ottobre, il lancio della tv Youdem, sul web e sul satellite. Infine la manifestazione del 25 ottobre, sul quale il partito che vuole bene a Veltroni sta lavorando pancia sotto. Si cambia fase, chi non ci sta si dovrà adeguare, sembra dire Veltroni. Ma qui stasera c’è il suo popolo, nel Pd domani è un altro giorno.

 

Obama contro l’impero. Partecipare, l’unica via per battere il militarismo - Tom Hayden*

Consentitemi di raccontarvi una parte della mia storia e alcune lezioni che ho imparato in questi cinquant’anni. Ho sempre cercato di migliorare il mio paese, partendo sempre dai contesti che avevo intorno. Ero in gamba, ambizioso e atletico, ma nel mio quartiere, a scuola, in chiesa, avvertivo sempre una nota stonata. Mi sentivo più a mio agio con le persone sfavorite e con i disadattati piuttosto che con le autorità. Al liceo scrivevo articoli contro le classi sovraffollate e, all’università, contro la discriminazione e il razzismo delle confraternite studentesche. Nel 1960 andai alla Convention democratica: fui trascinato da Martin Luther King e John Kennedy, e da un nuovo movimento studentesco. Mi trasferii in Georgia, divenni un attivista per i diritti civili e per difenderli fui anche picchiato. Contribuii a dare vita a un movimento nei campus chiamato Students for a Democratic Society, che credeva in quella che chiamavamo democrazia partecipativa: il diritto di ogni persona ad avere voce in capitolo nelle decisioni riguardanti la sua vita. (...) Lasciai l’università e per quattro anni mi dedicai alla militanza di base negli slum di Newark. In quel periodo il governo Usa, guidato dal Partito democratico, aveva invaso il Vietnam con centinaia di migliaia di soldati, dopo aver promesso il contrario. Cominciò la chiamata per il servizio di leva, e io fui classificato IY, la categoria dei potenziali disturbatori. Nel 1965 Watts esplose (riferimento agli scontri avvenuti nel ghetto nero di Los Angeles, ndr). Il mio quartiere a Newark nel 1967 divenne una zona di guerra sotto occupazione, altro che guerra alla povertà. Volevo sapere contro chi stavamo veramente combattendo, perciò nel dicembre 1965 andai nel Vietnam del Nord, il mio primo viaggio all’estero. Fui scioccato dalla distruzione delle infrastrutture civili e dalla coraggiosa resistenza di una piccola nazione di contadini. Tornai, e immediatamente mi mobilitai per un ritiro negoziato, ma senza ottenere niente. Ora vivevo in due mondi: a Newark facevo ancora il lavoro politico porta a porta, e allo stesso tempo mi battevo contro una guerra che stava mettendo fine alla guerra alla povertà, in cui credevo. Mentre le contraddizioni diventavano eccessive, contribuii a organizzare proteste contro la guerra alla Convention nazionale democratica di Chicago, nel 1968. Nixon, l’Fbi e persino Lyndon Johnson dissero che facevamo parte di una cospirazione comunista finanziata con fondi esteri. (...) Tornai a Berkeley con l’intenzione di organizzare la mobilitazione dei giovani e degli studenti. Fui fermato e incriminato dal governo Nixon per gli scontri di piazza a Chicago. Vissi in disgrazia per circa cinque anni, compresi cinque mesi sotto processo, finché la Corte rigettò il caso degli Otto di Chicago. (...) Durante il nostro processo, un imputato, Bobby Seale, fu incatenato e imbavagliato, e la polizia sparò a due Pantere che lavoravano alla sua difesa legale, mentre dormivano nel loro appartamento, colpendole con novanta colpi. Tornai alla grande battaglia contro la guerra cercando di bloccare i finanziamenti alla guerra di Indocina, dal 1972 fino al 1976. Sostenni George McGovern come candidato pacifista, i veterani del Vietnam contro la guerra come John Kerry, la disobbedienza civile dei fratelli Berrigan, e i rifugiati in Canada. (...) Una politica dal basso. Dopo la lunga interruzione radicale della guerra, cercai di combinare la militanza di base e la rappresentanza politica. Sono stato eletto al parlamento californiano per diciotto anni, tornando ancora una volta alle questioni di rilievo locale o statale. Basandomi sulla mia antica idea della democrazia partecipativa, e contribuendo al progresso verso i diritti politici come il diritto al voto, ho aiutato a costruire una campagna dal basso nell’intero stato a favore della democrazia economica, premendo sulle grandi corporations perché siano responsabilizzate. Ecco alcune delle questioni su cui abbiamo lavorato: tutelare il diritto al controllo dei canoni di affitto a livello locale. Soltanto questo ha permesso agli abitanti di Santa Monica di risparmiare circa 500 milioni di dollari in poco più di dieci anni; bloccare un impianto nucleare a Sacramento con un voto democratico della popolazione; bloccare un terminal di gas naturale liquido su terra indiana a Santa Barbara; aiutare le comunità locali a trattare con i grandi investitori; salvare il più vecchio edificio di Los Angeles dalla demolizione; salvare i torrenti con i salmoni, le paludi, i deserti e le foreste di sequoie dal potere degli investitori e dagli interessi particolari; cercare di sostituire la guerra alle gang, l’incarcerazione di massa e gli abusi anticostituzionali della polizia, con processi di pace per le gang e opportunità di lavoro, da Los Angeles a El Salvador; partecipare ad oltre 50 campagne politiche a livello locale, comprese alcune delle prime elezioni di femministe, di gay e lesbiche, di inquilini, di americani di origine asiatica e di ex militanti radicali degli anni ’60; chiedere alle celebrities di Hollywood di sostenere le cause politiche e i candidati. I consulenti di Washington dicevano che noi avevamo la più grande organizzazione di base nel Partito democratico nazionale. Ma erano anche gli anni ’80, e Ronald Reagan stava invadendo l’Honduras, El Salvador e il Nicaragua, oltre a piazzare missili nucleari in Europa. Il mio mondo, fatto di questioni interne, divenne di nuovo piccolo e secondario, come il periodo che avevo passato a Newark durante l’escalation del Vietnam. E osservai che i nostri interventi di politica estera stavano creando un’ondata di nuovi profughi, profughi che potevano essere sfruttati come lavoro a basso costo o come capro espiatorio, come era successo ai miei antenati irlandesi un secolo prima. Ed è andata avanti così. Anche quando l’Unione Sovietica è crollata. Anche quando Bill Clinton è stato eletto con la strategia «è l’economia, stupido»: poco dopo abbiamo bombardato i Balcani, inventando nuove dottrine di guerra umanitaria ed espandendo la Nato. Tagliando fuori il Kosovo dalla ex Jugoslavia, stavamo creando un incentivo alla Georgia per invadere l’Ossezia del Sud – e cercare di riaccendere la guerra fredda. L’emergenza sicurezza. Poi è venuto l’11 settembre, e una legittima emergenza sicurezza è stata trasformata nell’invasione dell’Iraq insieme alla guerra in Afghanistan, in Pakistan e forse presto in Iran. I neocon e i falchi hanno applaudito e finanziato la sconsiderata guerra di Israele con Hezbollah e il Libano, completando un nuovo campo di battaglia della guerra al terrorismo per rimpiazzare la guerra fredda. E così eccovi qui. Dovremo tornare all’Impero Romano e a quello Britannico per imparare le dolorose lezioni della sovraesposizione imperiale. Le lezioni nel sangue coraggiosamente versato in cause perse o dubbie. La lezione di un indebolimento della capacità di finanziare le cure sanitarie, la scuola, il futuro dei nostri figli. La lezione che la democrazia si riduce amano a mano che si espande lo stato belligerante. La lezione dell’essere odiati in un mondo in cui le alleanze sono una necessità, non una scelta. Per troppo tempo abbiamo diviso il lavoro del nostro movimento tra questioni di politica interna e questioni di politica estera. A volte vi sono contraddizioni, ad esempio, quando i liberals della guerra fredda – i falchi umanitari di oggi – credevano che potessimo avere sia le armi che il benessere: l’arsenale più grande del mondo, alimentato dal petrolio, combinato con robuste iniziative interne sulla sanità o sull’ambiente o posti di lavoro per i quartieri disagiati. Non è andata così. Il paese più ricco del mondo non ha ancora un sistema sanitario nazionale, è pieno di ghetti e barrios, ha tassi altissimi di abbandono scolastico insieme al più alto tasso di incarcerazione del mondo. (...) Un movimento troppo debole. Nonostante le evidenze, il movimento pacifista organizzato è più debole di qualunque altro movimento sociale, o rete di organizzazioni non governative, in America. È l’espressione largamente volontaria di un sentimento contro la guerra che sale e scende a seconda della conta dei morti e del modo in cui i media coprono le notizie. Non è istituzionalizzato, non se lo confrontiamo con il movimento sindacale, il movimento per i diritti civili, il movimento delle donne, il movimento ambientalista. Non è finanziato dalle grandi fondazioni liberal, né dai ricchi liberal di Hollywood o da altri circoli che dispongono di denaro. Intendo dire che le nostre priorità progressiste sono sbagliate. Qualunque speranza di un cambiamento interno in grado di trasformare la società dipende dal rovesciamento degli interessi radicati che alimentano la doppia agenda dell’impero militare e dell’impero economico-finanziario, compresi il Pentagono e l’industria petrolifera, e la visione ristretta ed elitaria della maggior parte degli esperti di sicurezza nazionale e di economia. La battaglia è tra l’impero, o comunque lo si voglia chiamare, e la democrazia partecipativa. I nostri avversari, che una volta vedevano con favore la monarchia e poi la supremazia bianca, sono riusciti a cambiare abito e hanno tentato di rubare lo stendardo della democrazia. Ad esempio, sono entusiasti dell’idea di imporre la democrazia con la forza in tutto il Medio Oriente, fino ai confini con la Russia, ma non mostrano alcun entusiasmo per il processo democratico che sta spazzando via gli ex dittatori che il nostro governo appoggiava in America Latina. Il nostro governo si oppone alla democrazia ai nostri confini se queste democrazie rifiutano le nostre basi militari, le nostre forze speciali e il nostro predominio finanziario sulle loro risorse e i loro servizi. Il Venezuela, la Bolivia e naturalmente Cuba sono accusate di isolamento e sovversione, mentre la Colombia è la punta di diamante dell’America nelle Ande. Servono assolutamente risorse per costruire un movimento qui contro l’intervento militare in America Latina o America Centrale. Serve assolutamente una alternativa alla Dottrina Monroe, fino ai modelli verticistici e segreti dell’Organizzazione mondiale per il commercio, del Nafta, del Cafta e del Ftaa. La politica interna e quella sull’America Latina dovrebbero incontrarsi nel movimento per i diritti dei migranti e dei lavoratori. Faccio campagna per Barack Obama e voterò per lui, non perché sia d’accordo con lui su tutte le questioni di politica estera, ma perché penso che dobbiamo liberare l’energia di coloro che combattono per la giustizia, per le politiche abitative, per l’assistenza sanitaria, per l’occupazione e per l’ambiente qui nel nostro paese. Il movimento pro Obama sta facendo registrare e mobilitare milioni di nuovi elettori, giovani, working class, gente di colore e poveri. L’importante è mobilitarsi. Il mero fatto che siano mobilitati creerà una pressione per nuove priorità sul fronte dell’economia interna, contro le attuali priorità di militarizzazione all’estero. Il fatto che Obama sia arrivato fino alla sua attuale posizione sulla scia del sentimento contrario alla guerra costringe Obama e i democratici al Congresso a dedicare maggiore attenzione ai nostri bisogni interni, o a pagare un prezzo politico. Se allargherà quelle paludi in Afghanistan e in Pakistan, dovremo opporci anche a quelle guerre inutili. Sto quindi dicendo che i gruppi interni – organizzati intorno a questioni che vanno dai diritti civili all’ambiente – non possono permettersi di lasciare la pace semplicemente al movimento pacifista. E il movimento pacifista deve denunciare ogni giorno i costi interni, compresi i costi energetici, della guerra in Iraq e dell’impero più grande. E dobbiamo costruire un movimento progressista sia dentro che fuori il Partito democratico. Non è sufficiente liberalizzare l’impero; il compito è mettere fine ad esso, pacificamente e stabilmente, rendendo la democrazia sicura per il mondo. Al posto dell’impero, dobbiamo avere del mondo una visione multipolare, e spingerlo verso la democrazia partecipativa attraverso i movimenti sociali. Quei movimenti sociali non faranno solo pressione sui loro governi, ma rafforzeranno una società civile globale che può stabilire e far rispettare nuove norme sui diritti umani, un salario decoroso in tutto il mondo, e la responsabilizzazione delle corporations, un ambiente sano al posto del riscaldamento globale, e la riduzione costante delle armi nucleari.

*Tom Hayden - storico protagonista del ’68 americano - ha pronunciato questo discorso nel corso di una riunione di attivisti durante la Convention nazionale democratica a Denver

 

Repubblica – 7.9.08

 

"Via dalle celle oltre settemila" - LIANA MILELLA

Due numeri. E il totale dei due. 3.300 stranieri. 4.100 italiani. In tutto 7.400 detenuti, che presto potrebbero uscire. È pronto il piano del governo per "alleggerire" le carceri e affrontare l'allarme del sovraffollamento come ai tempi dell'indulto. I primi vengono rispediti nei paesi d'origine, i secondi passano dalla cella ai domiciliari, ma con un braccialetto elettronico alla caviglia per controllare gli spostamenti. Gli uni e gli altri con un "qualcosa" in comune: due anni di pena da scontare per delitti che non suscitano allarme sociale. Ecco la strategia del ministro della Giustizia Angelino Alfano e del direttore delle carceri Franco Ionta per evitare l'esplosione dei penitenziari "senza pensare neppure per un attimo a un nuovo sconto di pena", come continua a ripetere il Guardasigilli, e "limitandosi ad applicare le leggi che già esistono", come chiosa il responsabile dei penitenziari. Un piano studiato con le statistiche alla mano nella sede centrale del Dap di largo Luigi Daga dove, ad agosto, e appena insediato, l'ex procuratore aggiunto di Roma ha cominciato subito a far di conto sempre più preoccupato dei prospetti che, ogni giorno, venivano depositati sul suo tavolo. I timori del capo della polizia penitenziaria sono diventati quelli del ministro della Giustizia. Che, giusto qualche giorno fa, con Ionta a fianco, ne ha parlato con Napolitano, col ministro dell'Interno Roberto Maroni, con la presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno. Lega e An, i due partiti che potrebbero anche mettersi di traverso, e contrastare l'uscita dal carcere di 7mila tra italiani e stranieri in nome del "sacro principio" della certezza della pena. Ma il piano, come tecnicamente è stato studiato dal Dap, non sarebbe un "libera tutti", una sorta di indulto mascherato, ma "una via per garantire l'espiazione della condanna senza infilarsi nell'incubo del sovraffollamento carcerario". Alfano ne fa un punto cruciale della sua "agenda" d'autunno, ne ha discusso con Berlusconi il 27 agosto ottenendo un pieno via libera, ne parlerà al più presto in consiglio dei ministri. I numeri dunque. Entriamoci, per come li racconta Ionta. Il lavoro statistico è fresco di stampa. Parte da un punto fermo: quanti detenuti stanno in cella, stranieri o italiani che siamo, per scontare una pena residua di due anni. A fascicoli spulciati i primi sono risultati 4.700. Ma ai suoi Ionta ha raccomandato: "Facciamo un calcolo affidabile e prudenziale, teniamo conto soprattutto delle recidive, forniamo una cifra attendibile". Che è stata calcolata in 3.300 detenuti extracomunitari ma anche di area Ue, tant'è che accanto a 1.100 marocchini ci sono 600 rumeni. Ben rappresentati anche i paesi dell'ex Jugoslavia, Albania, Tunisia, Algeria, Nigeria. Per costoro la legge Bossi-Fini, all'articolo 16, è chiara, "il magistrato di sorveglianza può disporre l'espulsione dello straniero identificato che deve scontare una pena residua non superiore a due anni". E perché finora sono rimasti qui? Al Dap danno tre spiegazioni possibili: "Tribunali di sorveglianza restii, paesi stranieri non disponibili all'accoglimento, identificazione difficile". Sui tre fronti vogliono muoversi Alfano e Ionta. Ecco una delle ragioni del lungo incontro con Maroni per riesaminare il dossier degli accordi di riammissione con i paesi stranieri. Ma al Viminale il piatto forte è stato il braccialetto elettronico. Per gli italiani detenuti, ovviamente. Per loro il calcolo è presto fatto. Sono 5.800 quelli con una pena residua di due anni. Che, depurato del solito 30-35%, ci porta a un "target attendibile", secondo Ionta, di 4.100 "persone detenute". L'ex pm antiterrorismo usa sempre questa definizione perché "le parole sono importanti e non voglio parlare di "detenuti", perché anche una persona condannata all'ergastolo deve avere il diritto di pensare alla propria condizione come transitoria e destinata a un futuro, a tempo debito, di uomo libero". Non è certo un perdonista Ionta, tant'è che il registro dei 41bis è aggiornato quotidianamente, ma vuole garantire una macchina "efficiente e rieducativa". Per questo ha riletto, e vuole applicare, l'articolo 47 dell'ordinamento penitenziario. Lì c'è scritto che "la detenzione domiciliare può essere applicata per una pena non superiore ai due anni, anche se costituisce la parte residua di una pena maggiore". Codice alla mano, vizio di chi ha lasciato solo un mese fa le stanze di piazzale Clodio, ecco il rimando all'articolo 275 del codice di procedura che consente l'uso dei "mezzi elettronici" a patto che l'interessato dia il consenso. Qui Ionta suggerisce una modifica, togliere quel "consenso" e considerare il braccialetto un obbligo legato agli arresti domiciliari. Quattromila braccialetti sono tanti. Vanno acquistati, va rivisto l'accordo tra Viminale e Telecom, vanno create, suggerisce Ionta, "centrali operative distribuite in Italia". Ma il risultato complessivo, 7mila detenuti in meno, farebbe dormire sonni più tranquilli, come dice lui, al ministro Guardasigilli. E anche a Ionta, ovviamente.

 

La Stampa – 7.9.08

 

Il padrone che lasciò tutto ai dipendenti - DOMENICO QUIRICO

PARIGI - Se non ci fosse quella lettera, serissima e firmata da un notaio, che 350 dipendenti della «Karting», fabbrica del pret-à-porter di Echirolles nella banlieue di Grenoble, hanno gioiosamente trovato ieri mattina in cassetta, verrebbe da dire che è solo una fiaba. Quando l’industria era (anche) affare di padroni attivissimi e sentimentali, dalla grinta dura e dal cuore tenerissimo e «il socialista» De Amicis faceva da ottimistico contraltare alle imprenditoriali turpitudini così efficacemente descritte da Dickens e da Marx. Ebbene no, è proprio vero, questi utopisti del cuore esistono ancora. André Faller era il proprietario dell’azienda che negli anni ’70 inventò il pantalone in jersey «estensibile», arnese indispensabile per tutte le fatalone dell’epoca, a cui faceva da sublimissima ambasciatrice pubblicitaria Brigitte Bardot. E’ morto nel luglio scorso, a 96 anni, senza eredi; ha lasciato una gran parte della sua fortuna agli operai perchè «senza di loro, senza il loro lavoro e la loro fedeltà nulla sarebbe stato possibile». Non solo una cifra simbolica, il che già basterebbe a innescare palpiti ammirativi; anzi, tra i 5 e i 10mila euro ciascuno, secondo una pingue graduazione affettiva. Quanto basta per non creare degli effimeri nababbi, certo, ma per mettete qualche puntello domestico al periclitante potere di acquisto senz’altro. Non si può dissentire dalla sintesi che traccia con orgoglioso accapparramento sentimentale, e un comprensibile guizzo polemico, uno degli eredi : «Non era un padrone come gli altri». Che poi completa così il nostalgico encomio: «Lui e sua moglie Lucienne, morta nel 2004, ci consideravano come i figli e le figlie che non avevano avuto, la loro famiglia eravamo noi». In questa scaglia dell’Isere si viveva davvero, fino all’altro ieri, in pieno romanticismo imprenditoriale. Poteva ancora accadere che a André e Lucienne i dipendenti confidassero i loro problemi economici e familiari; e loro li aiutavano, sempre pronti a scoperchiare un cuore zeppo di buoni consigli e soprattutto di sostegni concreti. E i fumi padronali non avevano diluito le tenerezze di questa coppia che quando aveva deciso di vendere se ne andò regalando un orologio a ciascuno dei dipendenti, aggiungendo che «avrebbero fatto ancora qualcosa per loro». Tutti avevano pensato che fosse un modo di dire, e se ne erano dimenticati con un po’ di malinconia per i bei tempi. E invece André Faller era un sognatore di quella specie rara che sa trasformare i sogni in realtà. Jaean-Claude Lemoine è il nuovo padrone dell’azienda, un tipo «moderno» tutto marketing, produttività, un cagliostro del consiglio di amministrazione: «Sono veramente ammirato, ma non del tutto sorpreso, sapevo come Faller fosse affezionato ai suoi dipendenti. E poi lui aveva una gestione dell’impresa, come dire, molto paternalista e proprio per questo tutti lo ammiravano». Confessa però che la prima cosa a cui ha pensato, quando gli hanno portato la notizia che una parte dei suoi dipendenti erano diventati ricchi eredi, è stata una possibile nuova seccatura: ovvero dover procedere a una raffica di nuove assunzioni. E infatti ha subito telefonato al notaio per sapere : «Quanto ha lasciato?». Vuoi vedere che quel matto di Faller li aveva resi tutti milionari? L’ammontare collegato al costo della vita gli ha spianato le rughe. E adesso filosofeggia sereno: «Alcuni salariati hanno ricevuto somme consistenti, ma non abbastanza per smettere di lavorare e saranno obbligati a tornare in fabbrica, domani». Le munificenze, le generosità vanno benissimo, per carità, ma attenti che non facciano venire tentazioni, che non inducano a scomodi paragoni. Ma la favola di Echirolles ha un risvolto oscuro. I dipendenti che sono stati assunti negli ultimi anni non riceveranno nulla, e anche per gli altri la generosità di André Faller non è stata egualitaria. Il buon padrone non avrebbe certo immaginato di innescare con la sua generosità queste conseguenze. Già. I suoi erano davvero altri tempi.

 

La filosofia del parcheggio al Pincio – Lorenzo Mondo

Non concepisco la sacralità di un tracciato murario o frammenti di vasellame che frappongano ostacoli alle iniziative di cui Roma ha bisogno per lo snellimento del traffico, non concedo un privilegio assoluto alla città sotterranea rispetto a quella che vive alla luce del sole. Condivido tuttavia, d’istinto, la protesta montante contro l’edificazione di un garage sotto la terrazza del Pincio. Considero intanto le ragioni di fatto che vengono contrapposte ai convinti fautori della modernità. Nonostante l’ottimismo dei «tecnici», i sette piani scavati nel tufo, tra prese d’aria, rampe di accesso e altri ammennicoli, lasceranno tracce indelebili sul complesso architettonico-paesaggistico disegnato da Valadier, uno dei luoghi più suggestivi e amabili della capitale. Ed è dubbio che i settecento posti-macchina previsti, che forse dovranno essere ridimensionati a causa dei ritrovamenti archeologici, riescano a soddisfare la persistente fame di spazi degli automobilisti. Esiste del resto, a non grande distanza dal Pincio, il parcheggio di Villa Borghese, che risulterebbe per buona parte dell’anno semivuoto. Ma suscita una più generale apprensione la «filosofia» che presiede a simili operazioni. Mai che si uniscano sforzi e inventiva per ridurre, invece di incrementarlo, l’afflusso delle vetture nel cuore delle grandi città. Assistiamo invece al paradosso che i centri urbani, anziché a misura d’uomo, diventino sempre più a misura di automobili. Si promuovono «riserve» contrassegnate dalle strisce blu, si moltiplicano confortanti garage nel sottosuolo, ci si mostra più solleciti all’apparenza di un buon alloggio per le quattro ruote che per i bipedi. E la buona fede di chi mira a una città meno caotica e più vivibile sembra inquinata dalle straordinarie risorse che ottengono le amministrazioni comunali con l’esazione dei vari pedaggi. E’ uno dei casi in cui, a pensar male, ci si azzecca... Capisco che scegliere strade diverse è una impresa complicatissima, presuppone tempi lunghi e la rinuncia a più agevoli accomodamenti. Ma la crisi energetica che già ci attanaglia dovrebbe suonare come un campanello di allarme, portare a più mature, coraggiose riflessioni sull’incerto futuro che ci attende, con e senza macchine.

 

La politica del pancione – Barbara Spinelli

D’un tratto in politica s’accampa un Nuovo che scompiglia ogni cosa, che promette addirittura di ricominciare il mondo. Il Nuovo è il corpo del candidato, e non del solito candidato ma del candidato-donna. E neppure di una donna che ha speciali esperienze: quando i giornali americani scrivono che con Sarah Palin «è nata una stella» alludono a un candidato forte perché enormemente simile a tutte le donne e alla loro vita quotidiana, fatta di tanti bambini, tante famiglie accidentate. È la prima volta e questa formula («È la prima volta») ha le virtù d’un mantra: è un cumulo di sillabe che protegge con magica efficacia. Tutto sembra tramutarsi in mantra, non appena sul palcoscenico fa irruzione la biologia femminile: non intercambiabile con quella dell’uomo, perciò primeva, inaugurale. Nel rifare il mondo, la donna può anche ricorrere all’arma suprema, all’atomica che dissuade l’avversario azzittendolo. Mette in mostra, modernamente disinibita, quel che ancor ieri era intimo: la pancia incinta, dunque il rapporto primordiale con la vita e la morte. Giacché questa è la politica al grado zero: vita o morte, pace o guerra, tutto o nulla. Nella favola di Esopo erano le membra del corpo che si ribellavano alla pancia oziosa. Adesso fa secessione la pancia, reclama il primato assoluto. C’erano una volta due corpi del Re - accadeva nelle monarchie medievali descritte da Kantorowicz negli Anni 50: il corpo mortale e quello eterno, santo, che raffigura l’istituzione e la Corona e s'incarna in questo o quel re. Ora s’aggiunge un terzo corpo: la pancia incinta che la donna politica, non senza cinismo, eleva come trofeo. La pancia della diciassettenne Bristol, figlia della candidata alla vice presidenza. O la pancia del ministro della giustizia Rachida Dati, in Francia. Un mistero circonda quasi sempre il Terzo Corpo. Il padre è figura secondaria: trascurabile nel caso di Bristol Palin, incerta per Rachida Dati. Il Mondo Nuovo non appartiene ai padri. In questi giorni in America è nata una santa, oltre che stella: il ventre immemorialmente è benedetto. Il corpo politico, chiamato per secoli body politic perché paragonato all’organismo umano, diventa body e null’altro, senza più i parafernali della politica. In realtà quest’irrompere del corpo non è nuovo. Accadde all’inizio del ’900, quando si cominciò a paragonare le virtù dello sportivo con quelle dell’intelligenza o dello spirito. Robert Musil costruisce un romanzo su questa scoperta: improvvisamente l’Uomo Senza Qualità s’accorge che lo spirito del tempo (lo spirito della comunità) esalta il corpo come la cosa più autentica dell’uomo. Ulrich lo annuncia a Diotima, la cugina borghese che di autenticità è insaziabilmente affamata: «Dio, per ragioni che non ci sono ancora note, sembra aver inaugurato un'epoca della cultura del corpo; perché l'unica cosa che in qualche modo sostiene le idee è il corpo, cui esse appartengono». Aprendo il giornale, un mattino, Ulrich s’imbatte sulla vittoria di un «geniale cavallo da corsa». Il corpo (animale o femminile) ha occupato l'intera scena, divorando la genialità letteraria o politica: è diventato totem, simbolo soprannaturale in cui il clan si identifica. Basta dire corpo di donna ed è Mondo Nuovo, Moderno. Non importa quel che la donna fa: conta l'apparire corporeo, con cui il suo essere coincide perfettamente specie quando la pancia ne è sintesi e apoteosi. Eventi simili non cadono dal cielo. Hanno antecedenti. In principio c’è un ammalarsi della politica, della democrazia, non per ultimo dei mezzi di comunicazione. Basta sfogliare i giornali, non solo in America, e si vedranno analoghe fatali attrazioni per ciò che è considerato autentico nell’uomo politico. In Italia non avremo forse l’infame curiosare su una diciassettenne incinta, ma lo spazio è egualmente invaso dal gossip, dalla cronaca rosa oltre che nera. Perfino la critica letteraria è spesso solo rosa. Attrae il privato dei politici, in particolare se donne. Si fruga nelle loro vite, nelle pance, come i rotocalchi che spiano divi e sportivi. Da tempo diminuiscono i giornalisti che indagano su altro che questo, con la stessa continuità. In Francia questa metamorfosi si chiama pipolisation: dai rotocalchi people emulati da giornali e tv. Il fenomeno concerne inizialmente sia uomini che donne. Sarkozy ha sfoggiato i propri matrimoni. Ancor prima s'è distinto Berlusconi: il corpo, i capelli, la prestanza fisica sono stati sue sciabole. I giornali si sono adattati al gusto del tempo, al finto realismo che inghiotte il reale. La donna in politica tende a impigliarsi nella pipolisation: non fosse altro perché viene presentata come nuova e migliore in sé, a prescindere da quello che fa o pensa. Ségolène Royal era ineguagliabile in quanto donna, Hillary Clinton è caduta nella stessa trappola e ora si trova davanti la nemesi che è Sarah Palin. In Italia non è diverso. Di recente, Veltroni s’è augurato un direttore nuovo all’Unità. Non s’è soffermato sulla bravura o non-bravura del direttore Antonio Padellaro, sulla nuova linea che auspicava, sulla vecchia che esecrava. S’è limitato a proferire il mantra, lo scorso 25 maggio sul Corriere della Sera: «Ci vorrebbe una donna alla direzione dell’Unità». Senza spiegare in cosa consistesse l’ancien régime, disse che la rivoluzione era questa. Qualcuno ha commentato, con saggezza: Padellaro era un uomo, purtroppo. McCain è tutt’altro che maldestro. Adopera la crisi della politica, della democrazia, dei media. Sa di poter contare sull’estensione del gossip, della cultura del corpo. La pancia della povera figlia di Sarah Palin e il corpo del neonato down ostentato nella campagna portano voti, perché riaccendono la guerra culturale che il populismo di destra conduce contro la presunta egemonia della sinistra. Gli studiosi George Lakoff e Thomas Frank denunciano da tempo, in libri e articoli, la fuga della destra nel falso realismo dell’autenticità e nel risentimento dei piccoli verso i forti. È una destra che s’è impossessata di molte bandiere di sinistra: la discriminazione delle piccole città, della povera gente, di chi «non è stato cooptato dall’élite cosmopolita», infine delle donne. Obama è considerato elitario, cooptato: quindi cosmopolita, non genuinamente americano. Palin invece incarna il nuovo valore dell'Autenticità ed è contro tutte le élite, specie mediatiche. Alla convenzione repubblicana ha entusiasmato: «Ecco una notizia flash per tutti i reporter e commentatori - ha gridato -: vado a Washington non per strappare la loro buona opinione. Vado a Washington per servire il popolo di questo Paese. Non sono parte dell'establishment politico. In questi giorni ho presto imparato che se non sei parte dell’élite, alcuni media non ti considereranno il candidato qualificato». Il politico più seduttore oggi è un maverick: un cane sciolto, una personalità più che una persona. McCain è maverick e anche Sarah Palin perché - così pare - la donna in quanto tale ieri era mobile e oggi è maverick. La vecchia guerra contro la sinistra dominatrice riprende, e permette a McCain di fingersi nuovo pur continuando Bush. Ma è guerra assai temibile, ricorda Lakoff su Huffington Post: i repubblicani la maneggiano perfettamente da quando Nixon, nel ’69, convocò la maggioranza silenziosa contro il Sessantotto. È guerra che seduce giornali e intellettuali; che ha fatto vincere Reagan e Bush jr. Viene rispolverata ogni volta che i repubblicani, pur di non evocare quel che hanno fatto, si gettano su valori che dividono la sinistra e la intimidiscono sino a incastrarla (famiglia, aborto). Anche l’uso delle donne serve a tale scopo. Se attacchi Sarah Palin sarai accusato di sessismo ed è massima ingiuria. Forse la candidata inciamperà; son numerose le sue azioni passate non pulite. Ma finché resta un totem è vincente, e inattaccabile.


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