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Fiuggi addio, tutti a Salò

Manifesto – 9.9.08

 

Fiuggi addio, tutti a Salò - Matteo Bartocci

ROMA - Sul fascismo «buono» non bastavano le dichiarazioni shock dell'Alemanno «pellegrino» in Israele. Ormai il «revisionismo ruvido» della destra italiana è quotidiano, incontenibile e istituzionalizzato. Prima Ignazio La Russa (ministro della difesa e vicerè di An) poi lo stesso sindaco di Roma, intervengono dal palco di porta San Paolo - alla commemorazione della difesa di Roma dopo l'8 settembre '43 - per difendere sia la dittatura "dolce" degli inizi (Alemanno) che quella feroce dei "ragazzi" di Salò (La Russa). Il cerchio si chiude. «Farei un torto alla mia coscienza - scandisce La Russa con la sua voce inconfondibile - se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell'esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia». Più complesso - anche per le polemiche sul fascismo come male «relativo» di domenica scorsa - l'«Alemanno pensiero». L'atteso discorso del sindaco con la celtica al collo viene presentato come il verbo ufficiale contro le polemiche «fatte dai giornali». Con la sua retorica spiccia, Alemanno non cita una sola volta né i partigiani né la Resistenza. Inizia ricordando un discorso di Ciampi e finisce elogiando i Granatieri di Sardegna e il loro generale (quel Gioacchino Solinas che fu il primo graduato ad aderire in seguito alla Rsi). Quegli stessi Granatieri che 65 anni fa difesero Roma dai nazisti e oggi «sono dispiegati per le strade a difendere la sicurezza dei cittadini». Nel mezzo una condanna anodina del «regime fascista» e la difesa totale di una lettura come minimo «revisionista» di quel periodo e delle brigate nere che combatterono fino all'ultimo giorno a fianco dei nazisti. «Comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario in Italia e rendere omaggio a quanti si batterono su quel fronte in buona fede - sottolinea Alemanno - non significa non condannare senza esitazione l' esito liberticida e antidemocratico di quel regime». Come dire che del fascismo furono sbagliati i risultati, non le premesse. La conclusione è ancora peggiore e parla direttamente all'oggi: «La Repubblica italiana - prosegue il sindaco di Roma - si fonda su una volontà di pacificazione fra tutti gli italiani. Proprio per questo, si àncora ai principi irrinunciabili di Libertà, di Democrazia, di Giustizia e di rifiuto di ogni forma di totalitarismo. Questi principi furono costruiti sul sacrificio di chi, in quei giorni, volle combattere per la Liberazione». Mentre ascolta sul palco roboanti peana dei soldati di Salò, Giorgio Napolitano non nasconde il suo imbarazzo, tormenta il foglio che ha in mano, alza il mento corrucciato, si fa pallido. E' l'ultimo a intervenire. Ed è quasi costretto a correggere in diretta ministri e autorità della destra rampante. Pur auspicando un «patriottismo costituzionale condiviso», Napolitano non nasconde la centralità del confine stabilito dall'8 settembre, uno spartiacque che fu «uno dei momenti più bui» della storia italiana e allo stesso tempo «una delle prove più luminose della forza vitale della patria». Un 8 settembre che «sancì il crollo di quel disegno di guerra, in alleanza con la Germania nazista, che aveva rappresentato lo sbocco fatale e l'epilogo del fascismo, ma annunciò nello stesso tempo la nascita della Resistenza fino alla Liberazione del 25 aprile '45. Il capo dello stato non elogia solo la resistenza civile, sul campo, dei partigiani in armi ma anche e perfino soprattutto quel referendum silenzioso tra i 600mila militari italiani fatti prigionieri in Germania che tutti, con pochissime eccezioni, si rifiutarono di tornare liberi in Italia per combattere a fianco del duce. Un fragoroso rifiuto di Salò che oggi è «da valorizzare più di quanto si sta facendo - aggiunge Napolitano - perché essenziale per la Resistenza accanto alla decisiva componente partigiana». La cerimonia non è neanche finita che si accendono le polemiche. Il ministro della Difesa lascia il palco e «se ne frega» (per usare un lessico a lui caro): «Volete che La Russa parlando a Porta San Paolo si debba censurare?», risponde ardito ai cronisti che lo interrogano. E a chi gli chiede un commento su Napolitano si dice rassicurato dal fatto che «dopo la cerimonia l'ho accompagnato alla macchina, ho parlato con lui e non mi ha fatto alcun appunto». Anche dal Quirinale gettano acqua sul fuoco. Ma nel frattempo, Arci e Anpi (l'associazione nazionale partigiani) denunciano «l'ennesimo tentativo di sovvertire la storia». E tutto il Pd critica quell'equiparazione tra Repubblica sociale e Resistenza di cui pure, con le «riflessioni» aperte da Luciano Violante nel '96, ha in parte creato le premesse. Walter Veltroni si dimette dal museo della Shoah per le frasi «gravissime e ambigue» del sindaco di Roma. Massimo D'Alema invece scherza ma non tanto ricordando un personaggio per il quale il saluto nazista era un riflesso spontaneo: «Al governo c'è qualche 'dottor Stranamore'», dice l'ex ministro degli Esteri. Che non nasconde i suoi «dubbi» sulla destra italiana: «Ha semplicemente rimosso i problemi del suo passato, ma non ci ha fatto i conti, agevolata da alcuni settori della borghesia italiana». Insomma, per D'Alema, la svolta di Fiuggi è stata «una operazione di marketing». A parte Napolitano, tacciono le alte cariche dello stato. Il presidente del senato Renato Schifani (sul palco romano accanto al presidente della Repubblica) è muto come un pesce. E lo stesso fa, come sempre quando si tratta di Resistenza e 25 aprile, Silvio Berlusconi. Ma il silenzio più assordante arriva da Montecitorio. Gianfranco Fini non è a Roma ma pare non abbia nascosto, in privato, il fastidio per le sortite di quelli che una volta erano i suoi «colonnelli». Una volta, appunto, perché in pochi giorni sia sul voto agli immigrati che sul fascismo «male assoluto» i vari Gasparri, La Russa e Alemanno non hanno esitato un istante a contraddire il loro «leader». «Sportellate» impensabili fino a poco tempo che nascondono se non una resa dei conti interna un vero passaggio di testimone nel faticoso approdo al «popolarismo» europeo.

 

Dal revisionismo al rovescismo - Angelo d'Orsi

Difficile dare una data esatta, alla domanda: quando tutto questo ha avuto inizio? Ma arrischierei: tra dicembre 1987 e gennaio 1988, dunque prima del "crollo", dello sdoganamento dei missini, prima che la trasmutazione genetica del Pci fosse conclusa. Dunque a cavaliere del biennio in questione - l'87-88 Renzo De Felice rilasciava a un ex comunista come lui, della generazione seguente, Giuliano Ferrara, un'intervista sul Corriere della Sera . Il titolo recitava: «De Felice: perché deve cadere la retorica dell'antifascismo» (in prima pagina) e ripresa a pagina 2 col titolo «Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole». All'intervista seguì una pagina di commenti due giorni dopo, e quindi un dibattito su Raitre, sempre sotto la conduzione (come si può immaginare imparzialissima) di Ferrara: il suo titolo «Seppellire l'antifascismo?». Due squadre che difendevano, rispettivamente, come fondanti i valori dell'antifascismo (Scoppola, Spriano, Forcella, Pasquino) e, contro, gli abrogazionisti (De Felice, Galli della Loggia, Colletti, Mieli). La polemica da storiografica divenne ipso facto politica. Dopo e accanto agli ideologi, entrarono in campo, a gamba tesa, leader di partito, a cominciare da Craxi il quale si dichiarò d'accordo con De Felice; con lui il primo a complimentarsi per il coraggio dello storico fu un giovane politico destinato ad ascendere alla terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, che addirittura proclamò, gongolante: «E' finito il dopoguerra». In un puntuale intervento a caldo su La Stampa , un giovane ottantenne, Sandro Galante Garrone, coglieva i nessi intricati, ma del tutto visibili a chi, come lui, avesse occhi per guardare, fra quel sommesso tramestio e il più rumoroso parlare che si faceva di "Grande Riforma", "Seconda Repubblica", "Nuova Costituzione"... Il «subdolo intento» - osservava il vecchio combattente - che emergeva dietro «certi artificiosi abbellimenti del passato, e reticenze, e inviti alla riconciliazione», era quello, in definitiva, di «sbarazzarsi di una Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza». Da allora il gioco si è fatto via via più duro ed esplicito, con il progressivo venir meno di mediazioni. E gli stessi capi dello Stato, garanti della Carta costituzionale, hanno dovuto accontentarsi di giocare, con minore o maggiore convinzione, di rimessa (sotto questo riguardo il mio riconoscimento più pieno va a Scalfaro). Era cominciato un massiccio uso politico della Storia, da parte dei media - la cui "indipendenza" in Italia, come si sa, è nulla o quasi - e da parte del ceto politico: la storia, e in specie il ciclo fascismo/antifascismo/guerra mondiale/resistenze, divenne una prateria dove ciascuno poté compiere impunemente le proprie scorrerie, senza cautela alcuna, senza serietà, né onestà intellettuale. La storia diventava semplicemente una clava da usare per delegittimare gli avversari o autolegittimarsi politicamente, magari ricorrendo, come fece la Lega di Bossi fin dai suoi albori, a grotteschi, ma non del tutto inefficaci tentativi di inventare una ridicola "identità" padana, con tanto di invenzione di inesistenti tradizioni e caratteri endogeni. Sebbene esempi importanti fossero giunti da Francia (Furet e la sua critica sempre più feroce alla Grande Révolution) e Germania (Nolte e il dibattito con Habermas, sul «passato che non passa», che finiva per condurre a un drastico ridimensionamento delle responsabilità del nazismo), fu proprio il Bel Paese il luogo ideale per il revisionismo politico. Con una forte accelerazione post-1989. E una nuova, ulteriore, post-"discesa in campo" del Cavaliere, che finì, anche su questo piano, per raccogliere le premesse poste dal suo grande padrino politico Bettino Craxi. In mezzo, all'inizio degli anni 90, toccò a un libro - frutto di un'approfondita ricerca di Claudio Pavone, storico e partigiano essere preda di caccia del nuovo revisionismo. Un furbesco espediente editoriale trasformando il sottotitolo in titolo, consentì una "rilettura" (come si cominciò a dire) del biennio '43-45 in chiave revisionistica: «Una guerra civile», fu il titolo editoriale; che in realtà era il sottotitolo originale dato dall'autore, mentre il titolo suonava: «Saggio sulla moralità della Resistenza». Trattandosi di un volume di oltre 800 pagine, pochi ebbero interesse a leggerlo, e si fermarono, non a caso, a quel titolo: «L'avevamo sempre detto», fu il commento delle vecchie destre, cui si aggiunsero le nuove, anche di diversa origine. Intanto c'era stata la Bolognina, e poi le varie catastrofi che portarono, dopo l'incompiuta "rivoluzione" di Mani Pulite, al berlusconismo. E a Luciano Violante che da presidente della Camera rese omaggio ai "ragazzi di Salò". Di là fu una china precipitosa, con o senza Berlusconi al governo: una gara a relativizzare il fascismo, a "problematizzare" la Resistenza, a insistere su Foibe (dando numeri davvero ridicoli, moltiplicando per fattore 100 o addirittura 1000 i morti, e dimenticando genesi e contesto di quei fatti; e fu sotto il centrosinistra che si arrivò al "Giorno del Ricordo" per gli esuli italiani...), triangoli della morte, giù giù fino ai casi penosi di "rovescismo", termine che mi onoro di aver coniato per definire la fase suprema del revisionismo, e che ha trovato in un giornalista, con velleità da storico (mancato) e da scrittore (fallito), il suo Zorro vindice dei poveri fascisti di Salò. Mentre il solito Galli della Loggia teorizzava l'8 settembre come giornata infausta: addirittura «morte della patria», riprendendo un'espressione di un dimenticato Sebastiano Satta, e volgendola ai propri scopi nient'affatto conoscitivi, ma ideologici. Sulla scena pubblica, intanto, amministratori locali si davan da fare con la toponomastica per ricuperare alle glorie patrie vecchi arnesi del Fascio, o aprivano circoli, facevano manifestazioni; memorabile quella recentissima nel cimitero Trespiano (Fi), per commemorare "i franchi tiratori" di Firenze, i cecchini fascisti che sparavano sulla folla, sui partigiani e sugli Alleati che entravano in città nel '44: in quel cimitero sono sepolti i Rosselli, Salvemini, Ernesto Rossi: quasi tutto il meglio dell'antifascismo italiano. O, infine, direttamente avviavano spedizioni punitive contro "comunisti", anarchici, extracomunitari (meglio se Rom), come s'è visto negli ultimi tempi a Roma, Milano e altrove, magari confortati da ammonimenti e benedizioni di Berlusconi, tra un rabbuffo e una barzelletta; mentre lui stesso, sul piano nazionale, tra riforma piduistica, norme legislative ad personam, e scudo spaziale contro la Legge in generale, mostrava in estrema sintesi, e con grande chiarezza, quale fosse l'esito, tutto politico, del revisionismo. Alemanno e La Russa, in un coretto di mezze figure tra accademia e parlamento (menzione speciale per Gaetano Quagliariello, fusione perfetta di accigliata mediocrità e trombonesca autoconsiderazione), ne sono soltanto gli ultimi, per ora, squallidissimi, quanto miserandi portavoce.

 

Perché stupirsi? - Marco Revelli

C'è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l'8 settembre - l'8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l'elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent'anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E' rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E' fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace... Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del '94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli). Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro - e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all'esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione - e degenerazione - del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale - di «regime», potremmo dire - dell'assetto istituzionale italiano. Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo. Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall'avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l'altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce...), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l'8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un'Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E' quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall'intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse - di contro - una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l'autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.

 

Oggi il direttivo Cgil, crescono i dubbi sull'ipotesi di accordo

Loris Campetti

Le trattative tra la Confindustria e Cgil, Cisl e Uil per la riforma del sistema contrattuale sono arrivate a un punto di svolta. Gli occhi assai interessati di tutti gli osservatori e dei numerosi «suggeritori» sono puntati sulla Cgil: Guglielmo Epifani avrà la forza e il coraggio di chiudere con il passato e riportare all'ordine - o comunque ridurre alla marginalità - il dissenso interno, per concludere finalmente la stagione del confronto con un accordo sottoscritto da tutti i sindacati confederali? La seconda domanda si intreccia con la prima e in qualche misura potrebbe condizionare la scelta del segretario generale della Cgil: contro un accordo ritenuto «a perdere» e siglato con i soli padroni, mentre il governo continua a smantellare pratiche e leggi sul lavoro rafforzando la precarietà e svuotando il ruolo dei sindacati, si schiereranno soltanto «i soliti noti»? La Fiom ha già avanzato le sue critiche radicali all'impianto della piattaforma confederale e all'andamento della trattativa con un'intervista del suo segretario generale Gianni Rinaldini al manifesto . Contro l'ipotesi di una sterilizzazione del contratto nazionale e del suo valore universale e contro l'assunzione dello schema che lega indissolubilmente il salario alla produttività si sono già espresse le aree programmatiche della Cgil, Lavoro e società e Rete 28 Aprile. Ma i dubbi non mancano in settori strategici della confederazione: dalla Funzione Pubblica emerge una critica in parte di metodo e in parte di merito all'ipotesi, che pure ieri Epifani non ha confermato nella riunione della segreteria con le categorie e i territori, di un «accordo minimo» con la sola Confindustria che lascerebbe fuori pezzi importanti del lavoro dipendente, prefigurando la fine del valore universale del contratto nazionale. Anche in alcune importanti Camere del lavoro - Bologna e altre in Emilia, Torino, Venezia, la Cgil Puglia, solo per fare qualche esempio - cresce un orientamento che non è «organico» a quello della segreteria confederale, o almeno della sua maggioranza. E c'è chi teme che il testo dell'accordo sia già scritto. Dal canto suo, Guglielmo Epifani evidenzia i rischi di un mancato accordo con i padroni, ventilando la possibilità che tale scelta possa avere come conseguenza il blocco dei contratti di categoria. Una lettura che non ha trovato nella riunione di ieri un consenso ampio quanto lo è la maggioranza «formale» della Cgil. Dalla riunione con le categorie e i territori, a cui ha fatto seguito la riunione della segreteria confederale, è emersa la volontà di organizzare per il 27 settembre iniziative di protesta contro il governo in varie città: è un primo segnale, qualcuno si aspettava di più. Del merito dell'ipotetico accordo si continuerà a discutere oggi nel direttivo nazionale, la sede formale in cui dovrebbero emergere con maggior chiarezza gli orientamenti dei singoli, delle categorie e dei territori. Sapendo che il momento della verità arriverà venerdì, quando la Confindustria presenterà la sua proposta di accordo alle confederazioni. A quel punto dal confronto si dovrà passare alle scelte, di merito (i contenuti dell'ipotetico accordo, le conseguenze di una firma come di una non firma) e di metodo (la democrazia, cioè il coinvolgimento attivo dei lavoratori a cui andrebbe lasciata la parola definitiva). La politica non sta a guardare. Le pressioni del Pd, Veltroni in testa, su Epifani perché firmi un accordo unitario sono palesi, così come la continua interferenza dei grandi giornali. Ma persino all'interno del Pd c'è chi non nasconde dubbi sugli attuali orientamenti della Cgil, ricordando stagioni passate in cui al governo c'era sempre Berlusconi e la Cgil non aveva esitato a effettuare scelte difficili e radicali, in rottura con Cisl e Uil ma insieme a milioni di persone.

 

Misure inutili, meglio cambiare le leggi - Patrizio Gonnella*

Sulle pagine del manifesto giusto poche settimane fa avevamo lanciato l'allarme «sovraffollamento». Dall'inizio dell'anno i detenuti crescono di mille unità al mese. Mai era accaduto nulla di simile nella storia penitenziaria italiana. Nelle galere ci sono oggi sedicimila persone in più rispetto ai posti letto regolamentari. Sino al 2007 al massimo i detenuti crescevano di mille e cinquecento unità l'anno. Eppure i tassi di delittuosità sono stabili dall'inizio degli anni novanta. Cosa è accaduto quindi in questi mesi affinché i tassi di detenzione schizzassero verso l'alto? Sostanzialmente tre fatti, di cui due di natura legislativa e uno di natura politicoculturale. 1) Il primo fatto ha due nomi: Bossi e Fini e la loro sciagurata legge sull'immigrazione. Sciagurata per i suoi effetti diretti e per quelli indiretti. Tra quelli diretti vanno annoverati i 1873 stranieri in carcere per irregolarità nell'ingresso o nella permanenza in Italia. Tra gli indiretti vi è l'illegalità forzata in cui versano centinaia di migliaia di persone in attesa di una regolarizzazione che non arriva mai. 2) Il secondo fatto o meglio la seconda responsabile è la legge ex Cirielli sulla recidiva, approvata nel dicembre del 2005 dal precedente governo Berlusconi. Essa prevedeva aumenti di pena e riduzioni di benefici per i recidivi. Anestetizzata dall'indulto ora inizia a produrre i suoi effetti devastanti in termini di affollamento penitenziario. 3) Il terzo fatto è il più grave di tutti, perché ha minato le basi della convivenza in Italia. Dai lavavetri fiorentini in poi ha dilagato la follia securitaria. È stata augurata o minacciata galera più o meno a tutto il sotto-proletariato urbano autoctono o di origine immigrata. Sono state proposte modifiche a leggi in vigore nel segno della repressione e della certezza della pena. Come se repressione e certezza della pena fossero la stessa cosa. Immigrati, rom, prostitute e poveri sono diventati i nuovi nemici di classe. Di questo clima hanno risentito le forze dell'ordine e la magistratura nella selezione dei reati da perseguire e nella durezza della risposta repressiva. Il cosiddetto pacchetto Alfano per decongestionare le carceri, pur segnalando la preoccupazione governativa per il sovraffollamento, è inefficace. Per ridurre il numero di detenuti in modo strutturale c'è bisogno di toccare le radici del sovraffollamento, ossia l'odierno impazzimento pan-penalistico. Sino a quando non si metterà mano a una nuova legge liberale sulle droghe, sino a quando non si tratterà con dolcezza il tema dell'immigrazione, sino a quando non si ridurranno crimini e pene, sino a quando le misure alternative non si trasformeranno in pene alternative le prigioni continueranno a essere il luogo simbolo della selettività giudiziaria di stampo classista. Purtroppo nella storia dei paesi occidentali i braccialetti elettronici hanno funzionato non come strumento deflazionistico ma quale forma di controllo aggiuntiva. Di fronte a questa ondata di ingressi in carcere la destra (quella vera) propone un piano straordinario pubblico e privato di edilizia penitenziaria. Alla sinistra (quella vera) chiediamo di tenere alto il lume della ragione e non trattare più Cesare Beccaria come un sociologo da strapazzo (vedi il dialogo tra Massimo Giannini e Giuliano Amato su Repubblica del 5 settembre del 2007).

*presidente di Antigone

 

Capitalismo sfrenato, lo salva lo stato - Galapagos

«Paulson riscrive le regole del capitalismo», titolava ieri il sito on line della Cnn a proposito della nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac decisa dal ministro dell'economia statunitense. Titolo brillante, ma non veritiero: Paulson non ha riscritto regole nuove, ma ha solamente applicato la vecchia regola che «impone» allo stato di intervenire quando il sistema economico - e soprattutto finanziario - è traballante. Ma c'è un altro aspetto preoccupante nell'intervento a favore dei due colossi dei mutui: il loro salvataggio può spingere altre società a comportamenti ancora più «disattenti» o più aggressivi, con la certezza che ci sarà sempre un salvatore di ultima istanza. Il salvataggio di Fannie Mae e Fredie Mac è stato accolto con clamorosi consensi dalla comunità finanziaria internazionale e ieri le borse sono state travolte da un'incredibile euforia che non si sa quanto potrà durare: già questa mattina i mercati potrebbero riprendere il trend discendente che da mesi caratterizza il loro andamento. E questo perché il salvataggio dei due colossi dei mutui non risolve i problemi dell'economia reale, ma allenta unicamente le tensioni sul fronte della finanza. La nazionalizzazione di Fannie e Freddie ricorda da vicino il tentativo del governo italiano di tenere in vita Alitalia: dietro non c'è nessun piano che sia di rilancio dell'edilizia pubblica o un progetto industriale sul trasporto aereo non fa differenza. C'è solo una logica di salvataggio accollandone i costi allo stato. Per quanto riguarda le due società Usa le prime cifre indicano in circa 200 miliardi di dollari il costo dell'intervento, mentre per Alitalia la cifra sarà nettamente inferiore. Ma la logica è la stessa: a pagare sarà lo stato che si accollerà tutte le perdite pregresse e future secondo una logica di capitalismo assistito che anche nella patria del liberismo non sembra ammettere la possibilità di un fallimento da far pagare ai lavoratori e non a chi - nel caso di Fannie e Freddie - puntando ai facili guadagni garantiti dagli interessi sui mutui che erano costretti a pagare i cittadini che volevano un tetto sulla testa. Quando fu creata sul finire degli anni '30, Fannie Mae aveva un obiettivo sociale: la concessione di mutui a basso costo per favorire l'accesso alla proprietà della casa. Un intervento spesso definito di «capitalismo democratico». Una definizione impropria: sarebbe più opportuno parlare di capitalismo «furbo» visto che l'accesso alla proprietà della casa ha costretto decine di milioni di persone a indebitarsi a vita e a spingerle a diventare forza lavoro estremamente flessibile e mobile per non perdere il «privilegio» della casa. Allo stesso modo per tenere alti i consumi (e il consumismo sfrenato) c'è stato il boom delle carte di credito che ha fatto diventare i cittadini Usa i più indebitati del mondo, legandoli definitivamente a un modello di accumulazione drogato e sbagliato. E le cose sono progressivamente peggiorate a iniziare dalla metà degli anni '70 con la privatizzazione: Fannie Mae (e successivamente Freddie Mac, creata in quegli stessi anni) sono diventate imprese finanziarie che si limitavano a finanziare le banche e le altre istituzioni che concedevano mutui. Neanche a dirlo a tassi di mercato, diventati insostenibili negli ultimi anni. Insomma, la loro attività è comprare i mutui erogati da altri. Attualmente le due società risultano aver finanziato oltre 5,2 mila miliardi di dollari di mutui - non subprime - una somma pari a circa un terzo del Pil Usa e della capitalizzazione di borsa. Ovviamente anche Fannie e Freddie hanno bisogno di finanziarsi e lo fanno emettendo obbligazioni che collocano su tutti i mercati mondiali. Per anni le obbligazioni sono state acquistate senza problemi: anche se formalmente le due società erano private e distribuivano lauti profitti, tutti sapevano che implicitamente questi bond erano garantiti del governo Usa. Prossimamente dovranno restituire 250 milioni di obbligazioni in scadenza, ma nelle casse non c'è una lira. Insomma, Fannie e Freddie erano a rischio default , ma con loro a rischio erano gli Stati uniti che da almeno due decenni vivono - emettendo bond - indebitandosi con l'estero. E questo spiega la nazionalizzazione di Fannie e Freddie: dalla patria del liberismo più sfrenato è partito un messaggio ai mercati per garantirli che il capitale è sacro. Non è una buona notizia.

 

La Russia persuade la Ue: va tutto bene - Astrit Dakli

Ancora una volta Nicolas Sarkozy lascia Mosca facendo finta di aver strappato al suo interlocutore russo grandi concessioni: quando invece è evidente che è stato proprio il presidente di turno della Ue - insieme al presidente della Commissione Manuel Barroso e al capo della diplomazia Javier Solana - ad avallare col proprio timbro tutte le principali richieste del leader del Cremlino. Con ordine. Sarkozy vanta che «la Russia si è impegnata a ritirare le proprie truppe dalla Georgia, salvo naturalmente l'Abkhazia e la Sud-Ossezia , entro un mese, e comunque entro dieci giorni dal dispiegamento degli osservatori internazionali nella fascia di territorio a ridosso di Abkhazia e Sud-Ossezia». Ora, a prescindere dal fatto che il ritiro avrebbe dovuto avvenire già da tre settimane e ora viene procrastinato di un altro mese, viene in evidenza l'accoglimento di una delle più importanti richieste russe: cioè che degli osservatori internazionali (dell'Osce e della Ue, che manderà 200 uomini) sotto mandato Onu si schiereranno non più nelle due regioni secessioniste, come previsto dagli accordi del '94, ma nella Georgia «propria»; e che solo allora le forze russe si ritireranno. Con ciò riconoscendo implicitamente che il pericolo di un nuovo conflitto viene da Tbilisi - tanto che ci sarà un impegno scritto del presidente georgiano, garantito dalla Ue, a non ricorrere alla forza verso le due regioni separatiste. Per controbilanciare il cattivo effetto del nuovo mese di proroga ottenuto dalle truppe russe, Sarkozy sbandiera che «già la prossima settimana verranno smontati i check-point russi sulla strada fra il porto di Poti e la città di Senaki». Forte di tanta generosità da parte di Mosca, il presidente di turno della Ue si lancia a suggerire quel che non ha potuto imporre direttamente ai recalcitranti membri «orientali» della Ue nel summit del 2 settembre: «Non c'è motivo per rinviare ulteriormente la ripresa del negoziato Ue-Russia» per il nuovo trattato di cooperazione, «sempre che Mosca metta in essere la sua promessa». In sostanza: l'unica misura anti-russa decisa dal summit europeo di una settimana fa viene sbrigativamente cestinata in cambio della promessa di togliere cinque check-point su una strada georgiana. E non basta. Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha rispolverato davanti a Sarkozy il testo dell'accordo di cessate-il-fuoco da entrambi firmato il mese scorso, che all'ultimo punto parlava della necessità di una discussione internazionale sul futuro status di Abkhazia e Sud-Ossezia. La Georgia, spalleggiata da Washington e da una parte degli europei, si è opposta ferocemente a questo sesto punto (infatti nel testo firmato dal presidente georgiano Mikheil Saakashvili è stato cancellato) perché implicitamente esso mette in causa l'integrità territoriale georgiana - peraltro ormai ridotta ad articolo di fede senza nessi con la realtà. Sarkozy ha di nuovo abbozzato: la conferenza internazionale si farà, a metà ottobre, e partirà ovviamente dalla nuova situazione: cioè il riconoscimento da parte russa dell'indipendenza delle due regioni, «decisione definitiva e irrevocabile», come ha detto con durezza Medvedev ieri, senza che il presidente francese andasse oltre l'affermazione che su tutta la vicenda separatista «c'è da discutere». Con ciò, è chiaro che Tbilisi può dire definitivamente addio alle due regioni. D'altra parte, a Tbilisi sembra avvicinarsi anche l'ora della resa dei conti interna. Ieri un centinaio di intellettuali hanno reso pubblica una lettera aperta in cui chiedono le dimissioni di Saakashvili, reo di aver portato il paese al disastro, e la nascita di un nuovo governo che non si leghi né a Mosca né a Washington; la stessa posizione, più o meno, è stata adottata da diversi partiti - quasi tutti hanno rifiutato l'offerta di Saakashvili di entrare in un organismo di unità nazionale che abbia il controllo sulla gestione degli aiuti stranieri. E anche quella che fino a poco fa era la «Numero 2» georgiana, l'ex speaker del parlamento ed ex alleata di ferro del presidente, Nino Burjanadze, ha affermato di «vedere male» le prospettive politiche di Saakashvili. A rendere infine ancor più gravi le prospettive future della Georgia arrivano le notizie di un ormai quasi certo tramonto dei progetti di costruire nuove pipelines attraverso il paese per portare in occidente gas e petrolio del Caspio. Un colpo duro l'ha sferrato l'inglese Bp, che ha sospeso la propria partecipazione al progetto dell'oleodotto Baku-Supsa; uno ancor peggiore è venuto dal presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev, che ha detto un secco «no» alle richieste del vicepresidente Usa Dick Cheney - recatosi appositamente a Baku nei giorni scorsi - di sostenere il progetto «Nabucco» per una pipeline che escluda la Russia. Secondo alcune fonti, Cheney si sarebbe talmente infuriato per il rifiuto di Aliyev (motivato con i buoni rapporti che Baku vuol mantenere con Mosca) da andarsene senza partecipare al ricevimento ufficiale in suo onore.

 

La Spd cambia testa: via Beck cacciato dagli schröderiani

Guido Ambrosino

BERLINO - Doveva essere una messa per intronizzare Frank-Walter Steinmeier, ministro degli esteri nella «grande coalizione», come sfidante socialdemocratico della cancelliera Angela Merkel alle politiche del settembre 2009. Gli avrebbe dato la sua benedizione il presidente della Spd Kurt Beck, pronto nel superiore interesse del partito a lasciare il passo a Steinmeier, meglio piazzato nei sondaggi, e deciso a battersi generosamente al suo fianco. Ma qualcosa è andato storto domenica, nel parco di un albergo sul lago di Schwielow, a un passo da Potsdam, dove il vertice della Spd si era dato convegno. Invece del rito propiziatorio si compie un dramma politico. Kurt Beck se ne va da un'uscita di servizio, per evitare i giornalisti. Tocca a Steinmeier presentarsi alla stampa per spiegare. Il ministro degli esteri parla di «una giornata difficile per noi tutti». Dice che tutti sono rimasti «sorpresi e shoccati» dal ritiro di Beck, che merita «grande rispetto». Ma non si sofferma sul lutto. Passa subito alle sfide del futuro, che il partito dovrà affrontare unito senza più dispute «sulle persone e tra le correnti»: lui come candidato alla cancelleria, Franz Müntefering come nuovo-vecchio presidente della Spd. In attesa del congresso straordinario che lo eleggerà, Steinmeier assume ad interim la presidenza (è uno dei tre vice presidenti, accanto al ministro delle finanze Peer Steinbrück e all'esponente della sinistra Andrea Nahles). Risultato del giallo: Volker Beck, che aveva tentato un cauto riposizionamento della Spd non più al centro ma come «partito popolare della sinistra», esce di scena. La Spd torna nelle mani di due compagni d'armi di Schröder, con un ruolo di primo piano nell'attuare la linea neoliberista dell'ultimo cancelliere socialdemocratico: linea che ha già portato la Spd alla sconfitta del settembre 2005, aprendo la strada alla democristiana Angela Merkel. Steinmeier, ministro alla cancelleria con Schröder, ha coordinato il suo pacchetto di tagli allo stato sociale, l'«agenda 2010». Müntefering, già presidente della Spd tra il 2004 e il 2005, li impose a un partito recalcitrante. Resta da spiegare come mai la sceneggiatura che prevedeva un tandem Beck-Steinmeier è andata a monte. Una nota diffusa da Beck nel pomeriggio di domenica accenna cripticamente a un intrigo, che avrebbe fatto saltare i patti alla vigilia dell'incontro a lago di Schwielow. Vale la pena citarla per esteso. «Oggi ho dichiarato le mie dimissioni dalla presidenza della Spd. La notte scorsa è stato sabotato il piano mio e di Steinmeier di lanciare la sua candidatura alla cancelleria e di impegnarsi insieme per un successo alle elezioni del 2009«. Beck assicura che già da due settimane aveva proposto a Steinmeier di assumere la candidatura, preparandone accuratamente l'annuncio «in un clima di fiducia». Avrebbe fatto parte del piano anche «il coinvolgimento dell'ex presidente Franz Müntefering». In seguito alla convocazione di una conferenza straordinaria dei ministri degli esteri Ue a Bruxelles il primo settembre, la data dell'annuncio fu spostata a domenica 7 settembre. Ma, «in seguito alla diffusione mirata di false informazioni, i media hanno presentato in tutt'altra luce la mia decisione». Tale manipolazione «mirava e mira a togliere al presidente ogni spazio di azione e di decisione». Di qui l'inevitabile conclusione: «Non vedo più alcuna possibilità di adempiere ai miei compiti di presidente con la necessaria autorevolezza». A far infuriare Beck ha certo contribuito un articolo del settimanale Der Spiegel , che esce in edicola lunedì ma è diffuso già sabato sera ai titolari di abbonamenti privilegiati. Qui, oltre ad anticipare l'annuncio della decisione sulla candidatura di Steinmeier, che doveva restare riservata fino a domenica (perfino esponenti della direzione ristretta, ne erano stati informati dall'ufficio di Beck solo sabato sera), la si presentava non come una sovrana decisione del presidente, ma come un diktat da lui subito «Steinmeier - scrive il settimanale - ha deciso che non poteva aspettare più a lungo. Tanto più che, come ora spiega, il processo di erosione subìto dalla Spd si fa di giorno in giorno più grave. Temeva che a natale al vertice della Spd non sarebbe rimasto più nessuno in grado di decidere la questione della candidatura con la necessaria autorevolezza. Il partito, secondo Steinmeier, ha adesso bisogno di una guida, di qualcuno che arresti il trend negativo. Scelse di rischiare (...). Riuscì a convincere il presidente che occorreva agire rapidamente». Qui il protagonista è Steinmeier. Beck, presidente incapace di guidare il partito, si rassegna all'inevitabile. Il ministro degli esteri non è citato tra virgolette, ma i giudizi annientanti su Beck gli vengono indirettamente attribuiti. Sulla scia dello Spiegel, sempre sabato sera, un commentatore del telegiornale rincarava: Steinmeier è l'uomo del futuro, Müntefering è pronto a ritornare sulla scena politica per appoggiarlo nella campagna elettorale, Beck - questa la conclusione - è ormai superfluo. La riapparizione sul ring di Müntefering è un elemento chiave del precipitare della crisi. Dimessosi nel 2005 dalla presidenza perché la direzione aveva osato proporre come segretario generale della Spd non il suo candidato favorito ma la portavoce della sinistra Andrea Nahles, era rimasto vicecancelliere e ministro del lavoro nel governo Merkel. Rinunciò al ministero dopo aver perso uno scontro con Beck che, nel tentativo di correggere almeno alcune asprezze dell'«agenda 2010», impose di prolungare il pagamento del sussidio di disoccupazione per i lavoratori più anziani. Disse che si sarebbe occupato della moglie, gravemente malata di cancro. Ankepetra Müntefering è morta un mese fa. Il 68enne Franz sentiva il richiamo della foresta. Aveva fatto sapere che sarebbe tornato a battersi per la «sua» Spd. Nell'entourage di Steinmeier si proponeva di affidargli «il coordinamento» della campagna elettorale, prospettiva inaccettabile per Beck, disposto a un tandem con Steinmeier ma non a una troika con Müntefering. Giovedì scorso a Bonn, dove abita Müntefering, c'era stato un incontro tra lui, Beck e Steinmeier. Pare che si fosse deciso di lasciare nel vago la questione dei «titoli» da attribuire a «Münte». Ma la rapidità con cui domenica Steinmeier ha presentato alla stampa la candidatura Müntefering alla presidenza, approvata dalla direzione solo due ore dopo l'addio di Beck, lascia pensare che ci fosse già un patto in questo senso.

 

Liberazione – 9.9.08

 

Quelle radici del fascismo e la destra di oggi - Stefano Bocconetti

C'è da scommettere che stamane i giornali, tutti, avranno i titoli sullo scontro fra Napolitano e La Russa sul ruolo della Repubblica Sociale. Con lo stesso spazio, gli stessi caratteri e magari le stesse parole con cui ieri ci hanno informato della diatriba fra Bossi e la Gelmini. Ce lo racconteranno come l'ennesimo litigio, che tanto piace ai lettori. Invece ieri è accaduto qualcosa, qualcosa che sarebbe drammatico sottovalutare. In qualche modo si è chiuso un cerchio. Vediamo. Non è la prima volta che i leader dello schieramento di destra «sparano» sulla Resistenza. Anzi, se ci si fermasse all'analisi semantica delle frasi, ci si accorgerebbe che anche le cose dette ieri dal ministro della Difesa conservano una dose di ambiguità, per capirci: possono essere facilmente smentite. Cosa che invece non potè fare Berlusconi quando, tempo fa, sostenne che gli esiliati dal fascismo, privati della loro libertà e della loro dignità, in realtà erano «villeggianti». Se esistesse un criterio di gravità, l'attuale premier condurrebbe la gara. Ma le frasi, le parole - si sa - contano per il significato simbolico che viene loro attribuito. E quelle del sindaco di Roma, Alemanno e del suo compagno di partito La Russa contano anche e soprattutto perché sono state pronunciate in un «certo ambito». Sono state dette ad una manifestazione in commemorazione della Resistenza, innanzitutto. Ma contano anche perché sono state pronunciate in questo periodo. Periodo nel quale quella che siamo abituati a chiamare «minaccia fascista» ha assunto un significato inedito, del tutto nuovo rispetto al passato. No, stavolta non si ha a che fare con i gruppi nostalgici del primo dopoguerra. E nemmeno si ha a che fare con i gruppi eversivi degli anni '70, quelli delle stragi. Qui non ci sono neanche i servizi segreti, qualche sostegno internazionale e neanche i soldi di industriali stanchi del sindacato. Oggi si è di fronte ad un fenomeno talmente nuovo che si è incerti anche sulla sua definizione. C'è chi lo chiama «fascismo diffuso». Altri lo chiamano più semplicemente barbarie. Fascismo diffuso, fascismi diffusi, allora. Nasce nelle periferie urbane, dove centinaia di migliaia di persone senza nulla, senza neanche una sinistra che dia loro voce, cercano conforto nella caccia al rom, al migrante. Che vive nelle loro stesse condizioni ma viene percepito come un privilegiato. E' quello che nasce nei comportamenti urbani violenti, dove la fine della socialità viene scaricata sul barbone, sull'omosessuale, sulla lesbica. Sul lavavetri. E' quello che nasce nelle curve degli stadi, l'unico spazio di vita collettiva rimasto per migliaia di ragazzi e ragazze. Dove non si va tanto per il sottile nell'esprimere il bisogno di un'identità condivisa e si segue il primo simbolo che capita. Il primo simbolo che qualcuno - più pronto degli altri - ha piazzato in bella vista. Fosse anche una croce celtica. Le barbarie di chi, senza protezioni, sceglie la sopraffazione. Di un ragazzo nero a Genova, di un ragazzo con l'orecchino a Verona, di un ragazzo coi capelli rasta a Viterbo. Questo il clima. Ma ieri è successo qualcosa. E' accaduto che la destra politica, che ha alimentato quei comportamenti, da quel «fascismo diffuso» ha tratto forza per ridare legittimità alla sua cultura politica. Evocando simboli, slogan, parole d'ordine che ritornano alle periferie urbane, nelle curve, alimentandole. Si dice loro che un conto è «bella Abissina», un altro sono le leggi contro gli ebrei. Forse esagerate. Si dice che anche i massacratori della Repubblica sociale credevano nell'Onore. Questo è il messaggio che arriva a Roma, Milano, Catania. Così si chiude il cerchio. In un processo che la sinistra dovrebbe conoscere benissimo: lo scambio fra il sociale e il politico. L'uno trae legittimità dall'altro. Questo è il segnale che viene dalla giornata di ieri. Inquietante. Resta da chiedersi cosa fare. Aggiungendo che nessuno ha la risposta pronta. Forse perché è ancora da trovare. Si può però procedere per esclusione. E la prima cosa che non si può fare, è chiedere spiegazioni. Ad Alemanno, a La Russa, agli altri. Chiedere spiegazioni, «ci rendano conto», come si affannano a dire tanti in queste ore. Come si affanna a fare anche il leader della comunità ebraica romana, in una reazione davvero troppo flebile: «Ci rendano conto». Di cosa? Di cosa si sta parlando? Sono anni, decenni che Alemanno e La Russa queste cose le sostengono, le hanno sempre sostenute e mai nascoste. E' il loro pensiero, è la loro storia personale e politica, è la loro cultura, anche se chi li ha votati ha fatto finta di non accorgersene. No, la strada probabilmente è un'altra. Ed è in salita come mai. E' battere la cultura della violenza, dell'odio per i diversi, per i deboli. E' ridare un senso alle comunità, quelle che si aggregano nelle periferie, nei bar, nelle curve. Battere lì il «fascismo diffuso», quello che ha ridato coraggio alla destra politica. Batterlo, con la convinzione che se il disagio si rivolge a destra la colpa è solo della sinistra. Batterlo. E quel punto Alemanno e La Russa saranno dei brutti ricordi.

 

Vicenza, Berlusconi no al referendum. Pannella: assurdo, atto di democrazia - Maurizio Mequio

«La consultazione popolare da lei indetta si manifesta ancora più gravemente inopportuna», queste le sibilline parole contenute nella lettera firmata "Silvio Berlusconi" e arrivata venerdì scorso nelle mani del sindaco di Vicenza, Achille Variati. Secondo il premier il referendum del 5 ottobre sulle sorti del raddoppio della base americana sul territorio veneto «avrebbe una pesante ricaduta perché si porrebbe in diretto contrasto con l'azione del governo, e con le valutazioni della magistratura. Rischierebbe, infine, di fomentare ulteriori tensioni interne ed esterne non facilmente prevedibili». Una presa di posizione che ha lasciato in molti perplessi, anche perché scoccata alla vigilia di una manifestazione movimentata, quella del Comitato No Dal Molin di sabato, e poche ore dopo le cariche della polizia a dei pacifici ragazzi che cercavano di alzare una piccola torretta di controllo sull'area demaniale dell'aeroporto. Marco Pannella, storico esponente dei radicali, ieri ha commentato la vicenda: «Da una vita credo che nessun referendum possa essere ritenuto inopportuno o pericoloso. Al contempo so che le mie parole non sono un dogma. Che siamo nel mondo della politica, un mondo in cui si valuta di volta in volta. Scusate, ma con che frequenza la corte costituzionale ha operato veri e propri colpi di Stato? Berlusconi ha dimostrato di essere solo l'ultimo di una serie. Uno dei tanti che hanno provato a ostacolare importanti momenti di democrazia». Secondo il radicale il problema è alla radice: «Più volte la camera dei deputati legifera in direzione opposta alle richieste di consultazione popolare e lo fa all'unanimità. Destra e sinistra insieme. E' una caratteristica italiana. Nel caso specifico, la responsabilità è di tutti coloro che non hanno spostato la discussione a Roma. Si dice la propria solo quando mancano degli accordi, senza aver prima fatto delle vere battaglie in parlamento. I partiti di sinistra dove erano gli scorsi anni? Non ci chiedono nulla, poi come al solito ci troviamo costretti a dare una mano a tanti buoni a niente». Sul Dal Molin: «Sono contrario all'ampliamento della base, ma in questo caso non per pacifismo, per opportunità. Nel senso che la mia posizione personale non è dovuta a un antiamericanismo, ma alle esigenze della cittadinanza. Il discorso mi interessa perché è legato al territorio, alle persone, ma credo anche che oramai non ci sia più tempo. Gli accordi internazionali vanno stilati nelle sedi giuste, in quelle sedi le stesse persone che ora difendono i manifestanti non si sono fatte sentire. E' in questo modo che si mandano "a culo" dei risultati». Intanto a Vicenza il Comitato No Dal Molin denuncia: «C'è un filo logico tra la lettera di Berlusconi e le cariche della manifestazione», afferma Marco Palma del Comitato No Dal Molin. «Pressioni politiche e repressione sono tutte opere del governo centrale. Stanno tentando di far saltare tutto, costruendo dall'alto un clima di terrore diffuso. La nostra preoccupazione resta la stessa: che i lavori inizino in segreto. Perché caricare delle persone per una innocua torretta? Perché si temono occhi indiscreti». Le persone ferite ora stanno meglio: «E' andata bene da questo punto di vista, ma è stato pesante. Ognuno può vedere cosa è successo su Internet. Botte al volto, sulla schiena, sulle gambe. D'altra parte il governo otterrà solo degli effetti contrari: la gente sta continuando ad appoggiarci. Partecipa al nostro Festival e si è resa disponibile per le prossime iniziative di protesta. Mercoledì accoglieremo con rumore il ministro Bondi e per sabato prossimo abbiamo organizzato una grande mobilitazione che partirà dal centro della città fino a arrivare al Dal Molin. Abbiamo intenzione di fare un sopralluogo pacifico». Sull'importanza del 5 ottobre: «I cittadini sono chiamati a rispondere se vogliono che il comune avvii la procedura di acquisto del terreno per un uso civile, oppure no. Variati è stato eletto per questo, per tutelare questa data. La vittoria del sì sarebbe l'affermazione della dignità della cittadinanza. Sarebbe la risposta ai diversi tentativi di negazione della libertà di espressione e della partecipazione sulle scelte che riguardano il territorio». Gli esponenti locali del Prc denunciano un rischio astensionismo: «Il sindaco ha parlato di un quorum a 35mila abitanti, quando per questo tipo di consultazioni non esiste un numero di votanti che renda valido il voto», afferma Ezio Lovato. «Vicenza ha sole 105mila anime e visti i dati delle ultime partecipazioni in materie referendarie... inoltre il comitato del Sì ha fatto il suo ennesimo ricorso al Tar. Ci vogliono cassare». Emilio Franzina, consigliere provinciale, si è detto pronto a chiedere le dimissioni dell'attuale questore per i fatti di sabato: «Nella sua documentazione ha giustificato la violenza con l'opposizione dei manifestanti. Dice che le forze dell'ordine sono intervenute perché si sarebbe calato del cemento. Non mi sembra che in Italia, un paese dove molti fanno le leggi per risolversi le loro magagne, siano già previste le bastonate per questo tipo di abusi edilizi. Attenzione: non vorrei che si stesse puntando il dito sull'ordine pubblico, per chiedere lo scioglimento del consiglio comunale».

 

L'operazione Fenice? Una rapina a mano armata

Bruno Casati, Renato Sacristani

Il padre nobile del liberismo italiano, Eugenio Scalfari, giudicha l'affaire Alitalia un "imbroglio economico", in Germania Frankfurter Zeitung lo considera "un'insolente bancarotta fraudolenta", "uno scandalo di dimensioni europee"; critiche che danno l'idea del marcio che accompagna l'imperativo di salvare la faccia politica a Berlusconi. Noi preferiamo usare il termine di rapina a mano armata nei confronti dei lavoratori e del popolo italiano, perché è questo aspetto che più ci deve impegnare nell'analisi di una vicenda che dovremmo usare in ogni posto come esempio della profonda crisi di un capitalismo straccione. Oramai è evidente che dopo l'inutile tentativo del fido Bruno Ermolli di salvare la faccia a Berlusconi si è costituito un patto scellerato tra lo stesso con la cordata Passera-Colaninno-Fantozzi, da sempre vicini al Pd. Il patto osceno con il capitalismo straccione è molto semplice per un Berlusconi che usa con disinvoltura i soldi pubblici, come quando "concede" a Gheddafi due miliardi in più di quanto trattato con Prodi. E' semplice. Voi mi salvate la faccia politica ed io direttamente e indirettamente vi riempio di soldi. La cosa più scandalosa in questo patto è però il fatto che i "salvatori" hanno osato andare a un tavolo di trattative con il sindacato senza i dati fondamentali di un qualsiasi piano industriale ma semplicemente con la pistola del governo puntata alle tempie: "accettate o si fallisce". Questo in un tribunale si chiama rapina a mano armata, estorsione sotto ricatto. Veniamo al tema. Avendo affrontato come Assessorato al Lavoro di Milano la crisi Sea-Alitalia abbiamo ben imparato le conseguenze di una politica dei trasporti basata su un hub. Ovviamente anche gli esperti di Banca Intesa sono ben consapevoli della questione. In sintesi divulgativa mettiamola così. Dopo la crisi generale dei trasporti aerei, generata negli anni novanta dall'avvento delle compagnie low cost, le grandi compagnie si sono concentrate sui voli intercontinentali, gli unici che possono dare quella redditività che permette di reggere il mercato. Ma perché questa redditività si realizzi i voli intercontinentali devono essere riempiti al massimo e per farlo hai bisogno di far leva su un aeroporto hub, che raccolga come una ruota da varie destinazioni i clienti sufficienti per garantire una successione di decolli pieni. La crisi Alitalia è nata in buon parte per l'incapacità della classe politica del Nord Italia di garantire un vero funzionamento di Malpensa come hub. Come si sa l'ipotesi Air France-Prodi era quella di sacrificare Malpensa e di concentrarsi in un solo hub a Fiumicino, in funzione francese. Ora i nostri "salvatori della patria" arrivano al tavolo della trattativa e hanno la spudoratezza di dichiarare che non esiste più alcun hub, né a Roma né a Milano. E' una manifesta oscenità industriale, nessuno può immaginare di resistere senza alimentare un hub, se poi si uniscono due debolezze, Alitalia con Air One, che diventano monopolisti del traffico aereo nazionale proprio a qualche mese dalla partenza dell'alta velocità ferroviaria, l'oscenità raddoppia. Tutti sanno che potendo andare a Roma in tre ore e a Napoli in quattro i voli aerei nazionali sulle tratte più lucrose crolleranno. Per cui a maggior ragione come si fa a non dichiarare su quale hub, l'unica fonte di reddito credibile, si punta? Seguendo l'analisi logica economica più che le indiscrezioni giornalistiche la risposta è chiara, appunto, nella sua oscenità. I nostri "salvatori" non hanno alcuna intenzione di rilanciare Alitalia, quello che in realtà rilevano è un bacino di 30 milioni di passeggeri che, al momento opportuno, rivenderanno con laute plusvalenze (Colaninno con il caso Telecom si è fatta una solida esperienza di grande speculatore) o alla Francia o alla Germania. Il vecchio adagio "Francia o Spagna purché se magna" è sempre valido, basta cambiare Spagna con Germania. Naturalmente l'ingenuo Passera nega, ma non sarà di certo lui tra qualche anno a vendere; del resto si sa che le grandi speculazioni hanno il loro tempo di maturazione. E Colaninno nella famosa intervista a Repubblica lo ha già dichiarato: "Se a un certo punto vendo perché mi conviene, mi dica, perché no?" Infatti l'asta è già iniziata e il partner internazionale, Air France o Lufthansa, che entrerà nella nuova compagine societaria in minoranza sarà colui che, a tempo debito, controllerà Alitalia. Per questo Colaninno non può puntare in anticipo su Milano o Roma. Perché tutti sanno che se sceglie Roma si pone oggettivamente sotto l'ala di influenza di Air France, mentre se sceglie Milano diventa obbligata l'alleanza con Lufthansa. Scoprendo in anticipo le carte l'asta, per il miglior rialzo speculativo, non funzionerebbe. Anche perché all'asta non si vende solo il bacino d'utenza italiano ma anche un'Alitalia ben ridimensionata, con una tragedia occupazionale a totale carico dello Stato. Per fare questo gioco di alta speculazione, come Colaninno era abituato a fare in Telecom con l'ausilio di D'Alema e della JP Morgan Chase, c'è bisogno che qualcuno pieghi in anticipo, alla cieca e in pochi giorni il sindacato, con una pistola puntata alla tempia. Chi meglio di Berlusconi? A questo punto con un sindacato che firma la sua fine, sicuramente il prezzo della vendita camuffata sarà al rialzo. Su questo ennesimo disastro dell'industria nazionale, che ratifica anche la crisi irreversibile dell'amore liberista del mercato stile Partito Democratico, nascono alcune domande spontanee. Perché il commissario Fantozzi, come il buon Bondi ha fatto alla Parmalat, non mette lui una parte dei lavoratori in cassa integrazione, concentrandosi sulle rotte più remunerative, dando alla trattativa tempi normali di realizzo? Perché il Governo non obbliga la cordata a precisare in via anticipata su che hub dovrà necessariamente puntare? Oppure qualcuno pensa veramente che i nostri turisti dovranno passare solo da Parigi o Francoforte? Perché qualcuno non inizia a pensare che tutto questo è un bluff? Che Berlusconi non può assolutamente accettare di rovinarsi la faccia e che quindi Alitalia non potrà fallire, che i voli aerei non potranno fermarsi e che quindi il sindacato può anche pensare di non suicidarsi? Del resto se a queste condizioni si deve vendere ai francesi o ai tedeschi il Governo lo può fare, come stava facendo Prodi, direttamente senza la necessità di passare tramite una cordata privata speculativa, che ha solo un'evidente funzione di copertura politica.

 

"Opposizioni" d'autunno. Tante idee di mobilitazione, ma manca quella unitaria - Angela Mauro

Un nuovo "20 ottobre", un appuntamento di piazza grande come è stata l'anno scorso la manifestazione d'autunno sulle "delusioni" del governo Prodi. Se n'era parlato al congresso di Rifondazione a Chianciano a fine luglio e in queste settimane l'idea circola nelle discussioni tra le associazioni e le realtà sparse della sinistra. Si ragiona sull'11 ottobre, per anticipare la manifestazione convocata dal Pd per il 25 dello stesso mese e per non sovrapporsi allo sciopero generale proclamato dai sindacati di base per il 17 ottobre. Ancora non c'è nulla di definito, nemmeno sulla data. «Stiamo lavorando», ci tiene a specificare lo stesso segretario del Prc Paolo Ferrero che ha annunciato da tempo la volontà di partecipare alla mobilitazione. In ogni caso, l'evento potrebbe essere quello che terrà insieme le due anime di Rifondazione. In una riunione ristretta ieri anche i vendoliani hanno deciso la partecipazione «nell'ottica della costruzione di un fronte largo di opposizione al governo Berlusconi», precisa Gennaro Migliore. Ma quello dell'11 ottobre - quando peraltro scenderà in piazza anche l'Idv di Di Pietro con una propria manifestazione - potrebbe essere l'unico appuntamento in vista che riesca a realizzare una "serena" convivenza ai vendoliani e ai ferreriani del Prc. La riunione di ieri è servita agli esponenti dell'area che fa capo a Nichi Vendola, sconfitto nella corsa alla segreteria, per fare il punto delle attività da mettere in campo per il lancio di "Rifondazione per la sinistra", la creatura nata proprio a Chianciano nel giorno dell'elezione di Ferrero. In calendario, feste itineranti di area a Roma a fine mese e soprattutto un'assemblea pubblica il 27 settembre con esponenti anche esterni a Rifondazione. Da parte sua, l'area che fa capo al nuovo segretario ha già organizzato un'assemblea nazionale per lunedì prossimo, al Teatro Brancaccio, a partire dalle 9.30. Scopo: «lanciare la campagna d'autunno del Prc». Marciare divisi per colpire uniti le politiche delle destre, si potrebbe sperare. Di sicuro c'è che al momento restano confermati i propositi denunciati a luglio: insieme sotto lo stesso tetto ma con rapporti interni quasi nulli. Sembra destinato infatti a cadere nel vuoto l'ultimo appello alla gestione unitaria di Rifondazione che verrà lanciato dai ferreriani sabato prossimo, al comitato politico nazionale convocato per l'elezione della nuova segreteria e del nuovo gruppo dirigente. «Noi continuiamo ad avanzare una proposta unitaria - dice Claudio Grassi dell'area "Essere Comunisti" e della maggioranza di Ferrero - se, come sembra, dovesse essere respinta, voteremo una segreteria di maggioranza». Cioè un organismo nel quale dovrebbero essere rappresentate le varie aree che hanno concorso all'elezione dell'ex ministro della Solidarietà Sociale: da quella che fa capo allo stesso Ferrero, a Essere Comunisti, l'Ernesto, l'area di quella che era la quinta mozione congressuale (Russo-De Cesaris) e la minoranza di "Falce e Martello", la quale realizzerebbe così il suo primo ingresso in segreteria nazionale. Nomi e numeri Grassi non ne fa, si limita ad auspicare che «la segreteria sia ristretta e con una presenza femminile significativa». Quanto al resto degli organi dirigenti, respinta la richiesta dei vendoliani di ottenere la vicepresidenza di ogni dipartimento («Avrebbe creato un partito di responsabili e controllori, cristallizzando un dualismo che non fa bene», dice Grassi ), si ragiona sull'ipotesi di affidare a "Rifondazione per la sinistra" la presidenza di un numero di dipartimenti pari alla percentuale ottenuta al congresso, poco più del 47 per cento. I vendoliani ne discuteranno venerdì in una riunione dei loro delegati al comitato politico nazionale. L'autunno si presenta alquanto frastagliato. Resta da vedere cosa succederà in vista della manifestazione del Pd il 25 ottobre. Grassi la mette così: «Non vedo le basi per una manifestazione comune, ci hanno massacrato in campagna elettorale...». Migliore insiste sull'obiettivo di «far crescere l'opposizione in Italia, incrociare le varie anime, allargare la battaglia contro il governo e le politiche delle destre». E il 25 ottobre? «Auspico che il Pd non la chiuda quella piazza - è la risposta dell'ex capogruppo alla Camera - che metta quello spazio pubblico a disposizione degli altri, che non diventi un appuntamento di partito, non servirebbe nemmeno a loro. Ma mi auguro che allo stesso tempo il Pd incida di più nell'opposizione al governo Berlusconi». Intanto, il leader di Sinistra Democratica Claudio Fava lancia un appello. «Troppe manifestazioni ad ottobre, uniamo gli sforzi per contrastare al meglio il governo Berlusconi», scrive in una lettera ai segretari dei partiti di centrosinistra «presenti e non presenti in Parlamento». Di fronte «all'azione devastatrice di questo governo, l'opposizione non solo tarda a organizzarsi ma corre il serio rischio di presentarsi ancora una volta divisa, incapace di produrre in forma unitaria progetti e partecipazione - continua Fava - E' per questo che non condividiamo l'ipotesi di svolgere, ad ottobre, diverse e distinte manifestazioni dell'opposizione, incapaci nei fatti di parlarsi, con l'unico risultato di lanciare un messaggio identitario e di divisione ulteriore. Sinistra Democratica - conclude - vi chiede la disponibilità a costruire nelle prossime settimane una piattaforma e una mobilitazione di tutta l'opposizione: un'opposizione che, nel rispetto delle sensibilità politiche di ciascuno, finalmente si unisca e si rivolga al paese per mobilitare soggetti e coscienze».

 

Repubblica – 9.9.08

 

Senza pudore - GIORGIO BOCCA

Giornali e televisioni si occupano di una questione storica inventata, forse a scopi elettorali, dal sindaco di Roma Alemanno: se il fascismo sia condannabile in toto o da dividere in due tempi. Quello del regime modernizzatore del paese, entrato nel novero delle potenze coloniali con il consenso della maggioranza degli italiani. E quello del crepuscolo che per allinearsi con il nazismo hitleriano promulga le leggi razziali e resta fedele all'alleanza con Hitler fino alla disfatta. Diciamo una distinzione incomprensibile da parte del suo autore, il sindaco di Roma Alemanno, e del suo stretto parente Rauti, che hanno militato proprio in quel neofascismo che raccoglieva l'eredità del Mussolini filonazista, del Mussolini del male assoluto. È vero, come dice Alemanno, che il fascismo nel corso della sua storia breve ma intensa è stato anche altro dalla politica razziale, anzi, spesso il suo contrario, dallo schieramento militare contro l'occupazione nazista dell'Austria, alla protezione che l'esercito italiano assicurò ai perseguitati ebrei in tutti i territori occupati, come ben sanno i piemontesi che dopo l'armistizio videro arrivare dalla Francia migliaia di ebrei al seguito della IV armata. La storia è già di per sé un via vai confuso che si presta alle più varie revisioni e confutazioni, ma non rendiamola più complicata di quanto già sia. Dividere il fascismo tra imperialismo normale, accettabile storicamente, e regime del male assoluto da rifiutare in toto, andando in visita con lo zucchetto ebraico in testa al sacrario di Gerusalemme, è un'operazione politica anguillesca, che solo dei politici di normale cinismo possono praticare. Non sappiamo che cosa si riprometta di ricavarne il sindaco neofascista di Roma. Forse di far credere ai suoi elettori l'impossibile, cioè di separare il fascismo dal suo Duce. Ma si tratta di un'operazione, non solo storicamente infondata, ma politicamente rischiosa, si tratta di far passare a un tempo la tesi di un Mussolini antisemita favorevole alla Soluzione Finale, ma di mascherare la cosa certamente peggiore del suo opportunismo, del fatto cioè che era disposto ad avallare la strage degli innocenti per stare dalla parte del più forte. Un opportunismo confermato dai documenti storici che non giova certo al neofascismo. La testimonianza del ministro degli esteri e parente di Mussolini Galeazzo Ciano è chiarissima: "Egli (Mussolini) ritiene ormai stabilita l'egemonia prussiana in Europa. È di avviso che una coalizione di tutte le altre potenze, noi compresi, potrebbe frenare l'espansione germanica, ma non respingerla, non fermarla". E aggiunge: "La sua non è una valutazione scientifica delle forze in campo, non considera un intervento anglo-francese-sovietico, che potrebbe in poche ore schiacciare la Germania rinata dalle ceneri di Compiègne. La sua è una convinzione politica e mitica, che affascina anche coloro che per scienza e professione dovrebbero conoscere i veri rapporti di forze". Siamo all'irruzione dell'irrazionale nella storia. Ma è proprio questo modo irrazionale, contraddittorio di fare la storia il lato oscuro dei movimenti autoritari, del neofascismo come del neocomunismo, questo mettere d'accordo i contrari che fu tipico di Mussolini e per cui gli Alemanno e i Fini possono fare gli elogi dei caduti della Resistenza come dei "ragazzi di Salò", che impiccavano e fucilavano i partigiani, dei soldati che difesero Roma dalle truppe naziste, come di quelli della Repubblica Sociale di cui il ministro della difesa La Russa ha detto: "Dal loro punto di vista combatterono credendo nella difesa della patria". Con questo relativismo senza limiti e senza pudori si può discutere a non finire di potere, ma lasciando in pace la comune ragione e la sua evidenza. Quella ricordata per l'occasione da alcuni familiari delle vittime dell'Olocausto: "Non sappiamo se il fascismo fu il male assoluto. Ci basta sapere che con il fascismo alleato di Hitler i nostri parenti finirono nelle camere a gas".

 

Italia fra Repubblica e repubblichini – Ilvo Diamanti

La "Bussola" dedicata alla banalizzazione del fascismo, ridotto a merchandising per turisti, a Rimini, ha prodotto molte reazioni. Di segno e contenuto diverso, hanno contribuito a precisare la fenomenologia nostalgica. Ne hanno, in particolare, allargato la geografia ben oltre Rimini. A partire dalla vicina Riccione, dove, mi è stato segnalato, da poco è stata restaurata e riaperta al pubblico Villa Mussolini. Proseguendo sul lungomare romagnolo, dove l'oggettistica fascista sembra diffusa, nelle vetrine e nei mercati, quanto l'iconografia del football. Ma lo stesso avviene altrove, in punti diversi e distanti del paese. Per chiarire che la nostalgia non è un prodotto locale, circoscritto alle terre del duce. Il busto di Mussolini, in formato mignon, è stato avvistato - e segnalato - un po' dovunque, nella penisola. Da Nord a Sud, da Bolzano alla Sicilia, passando per la Liguria e la Campania. Nei mercati e nei mercatini di rione e di paese, nei minimarket lungo l'autostrada. L'ampiezza del fenomeno suggerisce l'esigenza di una domanda, evidentemente, altrettanto estesa. E in crescita, come ha rammentato un lettore che se ne intende. Il quale mi ha ragguagliato che Mussolini è venduto ormai quanto il Che, mentre Stalin è in caduta. Anche Hitler riscuote un certo interesse, visto che la sua immagine si incontra, con frequenza crescente, accanto a quella del duce. A differenza di quanto avviene in Germania, come ha sottolineato un altro lettore, il quale vi si reca almeno due volte l'anno per lavoro. A Monaco, Francoforte, Berlino, Colonia, scandisce, " Mai e poi mai sono imbattuto nell'immagine di Hitler". Ma gli estimatori tedeschi del fuhrer possono sfogare e soddisfare la loro passione quando passano per l'Italia. Qui il tabù è stato infranto, se mai è esistito. Sicuramente, però, oggi le immagini del fascismo e perfino del nazismo circolano senza problemi e senza inibizioni. Alcuni mi hanno rimproverato - talora aspramente- per aver manifestato una certa sorpresa, al proposito. Io tanto naif da non aver percepito prima che il fascismo sia stato sdoganato, da tempo. Tuttavia, non è la rivalutazione del fascismo a spiazzarmi. Semmai, la sua banalizzazione. A ogni livello. Dai mercatini al Campidoglio. Dagli autogrill ai palazzi del governo. Quel clima culturale che induce il sindaco di Roma - senza provare neppure un brivido - a ridurre le colpe del fascismo alle "sole" legge razziali. E il ministro della difesa a porre sullo stesso piano partigiani e repubblichini. Una guerra civile riletta con occhio equidistante. O equivicino. (Come ha denunciato il Presidente Napolitano). Gli antifascisti e i fascisti: portatori di eguali ragioni. E di eguali torti. Così, il male assoluto denunciato da Gianfranco Fini, per i suoi compagni di partito e di militanza, smette di essere tale. Diventa relativo. Limitato. L'unico male assoluto resta il comunismo. Un peccato originale che stigmatizza chiunque ne abbia avuto esperienza. Ieri, l'altro ieri, quando non importa. Comunisti e basta. Tanto più pericolosi se e quando rifiutano e condannano la loro tradizione ideologica. Il fascismo invece no. E' parte della nostra biografia, della nostra memoria. Non un male assoluto, ma una malattia dell'infanzia. Come la varicella e il morbillo. Da cui si guarisce in fretta. Anzi, serve a crescere. L'Italia: una Repubblica e repubblichina al tempo stesso. Fondata, equamente, sull'antifascismo e sul fascismo. Ecco: la banalità del "nostro" male rischia di renderlo inguaribile. Perché non si può curare una malattia che non è ritenuta tale. Ma viene percepita, al massimo, come un segno di stanchezza. E se la democrazia è stanca, in fondo, chissenefrega. Si riposi. Si prenda una pausa. Troppa democrazia, a volte, fa male.

 

Treni guasti e in ritardo, è un'estate maledetta - RAFFAELE LORUSSO

L'estate rovente delle ferrovie italiane. Altro che alta velocità. Fra guasti, incidenti e inconvenienti di varia natura, i treni sono sempre più il mezzo adatto per trasformare un viaggio in un'odissea. E se il sud paga i ritardi nelle opere di ammodernamento con convogli vecchi e lenti e carrozze dove, quando non ci sono le zecche, la pulizia è comunque un optional, al nord le cose non vanno meglio. In attesa dei treni superveloci, per il momento corrono le proteste e le polemiche. L'ultima disavventura, ma soltanto in ordine di tempo, è capitata a 650 passeggeri dell'Eurostar 9418 Lecce-Milano, arrivato ieri a destinazione con cinque ore di ritardo. Il viaggio è diventato un inferno a causa di guasti a ripetizione. Già a Bari, il convoglio era arrivato più di 90 minuti dopo l'orario previsto. La situazione è peggiorata progressivamente. Come se non bastasse quello che Trenitalia ha definito "il succedersi di una serie di avarie tecniche risolte volta a volta dai macchinisti", a complicare il tutto è stata la mancanza di aria condizionata. La protesta dei viaggiatori è esplosa a Termoli, dove alcune persone hanno occupato i binari. Il convoglio ha proseguito non senza difficoltà fino a Pescara, dove i passeggeri sono stati fatti salire su un intercity. La polizia ferroviaria di Termoli ha inviato una relazione sull'accaduto alla Procura della Repubblica di Larino e alla prefettura di Campobasso. Per trovare i precedenti non bisogna risalire tanto lontano nel tempo. Poco più di una settimana fa, il 31 agosto, due operai di Rfi muoiono in un incidente sul lavoro avvenuto sulla tratta Catania-Palermo, nei pressi della stazione di Motta Sant'Anastasia. Le vittime fanno parte di una squadra di cinque tecnici: stanno utilizzando un martello pneumatico e il forte rumore avrebbe impedito loro di sentire l'arrivo del treno, che li ha travolti. Un altro operaio era morto il 7 agosto, dopo essere stato a sua volta travolto da un treno deragliato, partito dalla stazione di Potenza. Ancora: il 14 luglio, nella stazione centrale di Milano, un Eurostar si spezza in due. Il convoglio, che avrebbe dovuto trasportare i passeggeri diretti a Roma, è vuoto. A denunciare l'accaduto sono le organizzazioni sindacali, che puntano il dito contro i rischi per la sicurezza dei passeggeri. La replica di Trenitalia non si fa però attendere. "Le Ferrovie dello Stato vantano il primato della sicurezza in Europa e nel mondo, attestato da organismi internazionali indipendenti", fa sapere la società, che fra le polemiche prima avvia un'azione disciplinare e poi licenzia Dante De Angelis, il macchinista e rappresentante sindacale che per primo ha reso noto l'accaduto. Intanto, però, lo stillicidio di denunce da parte dei comitati dei pendolari e delle associazioni dei consumatori continua. Nonostante gli sforzi di Trenitalia per migliorare il servizio, i disagi si moltiplicano. L'estate di chi viaggia in treno è un calvario pressoché quotidiano. Spesso si tratta di inconvenienti minimi. Quanto basta, però, per scatenare le proteste. Il 4 settembre, per esempio, l'Eurostar Roma-Taranto delle 15.40 si blocca per ben due volte, prima a Salerno, poi a Battipaglia, per un guasto al locomotore. I passeggeri vengono fatti scendere e portati a destinazione a bordo di autobus. Appena ventiquattr'ore dopo, il 5 settembre, gli utenti del treno espresso 956 Lecce-Roma non possono usufruire del servizio cuccette, nonostante siano tutti in possesso del biglietto, per assenza del personale addetto alle distribuzione delle lenzuola. Nell'estate rovente delle ferrovie italiane non mancano neppure i deragliamenti. Il 22 giugno un treno merci con i rifiuti della Campania e diretto in Germania deraglia in Alto Adige, alle porte di Vipiteno, mandando in tilt la linea ferroviaria del Brennero, che rimane interrotta per ore. A causare l'incidente, il distacco degli ultimi sei carri del convoglio, dovuto forse ad un guasto.

 

La Stampa – 9.9.08

 

Ocse, Italia maglia nera dell'istruzione

ROMA - Italia maglia nera dell’Ocse per l’educazione terziaria. In fatto di laureati e specializzati il Belpaese si colloca al di sotto della media di Cile e Messico, in una classifica impietosa che lo vede fanalino di coda insieme a Brasile, Turchia, Repubblica Ceca e Slovacchia. È quanto emerge dall’ultimo ’Education at glancè, presentato oggi dall’Ocse a Parigi, che conferma uno spaccato piuttosto triste del sistema educazionale nazionale: pochi investimenti pubblici e privati nel settore, limitato accesso all’istruzione superiore, poca specializzazione, bassi stipendi degli insegnanti. Cifre alla mano in Italia solo il 17% della popolazione tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea, percentuale che scende al 9% se si prende in considerazione la fascia di età tra i 55 e i 64 anni. Nell’Ocse invece l’educazione terziaria riguarda il 33% dei giovani tra i 25 e i 34 anni e il 19% dei più anziani. In cima alla classifica dell’organizzazione parigina relativa alla popolazione che ha ottenuto un livello di educazione terziaria e relativa al 2006 eccellono invece per livello di istruzione paesi come la Federazione russa e il Canada, con oltre il 55% di laureati. L’Ocse comunque ammette comunque che in Italia il miglioramento c’è stato grazie soprattutto alle ’lauree brevì introdotte con la riforma del 2002. «L’Italia - si legge nel rapporto - ha raddoppiato il numero dei suoi laureati di fascia ’À tra il 2000 e il 2006 portandoli dal 19 al 39%. Il Paese resta ancora lontano però dai programmi di formazione più avanzati, quali di ’fascia B’ che, scrivono gli esperti, »non fanno neanche parte del sistema educativo superiore». L’Italia inoltre resta uno dei paesi con il tasso più bassi di studenti che completano il ciclo di studi terziario, pari al 45% contro il 69% dell’area Ocse e resta anche, visto da fuori, uno dei Paesi dal sistema educativo meno attraente: la quota di studenti stranieri è del solo 2% contro il 20% degli usa, l’11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania, l’8% della Francia e, addirittura, il 4% del Giappone. L’istruzione terziaria poi rappresenta ancora per l’Italia un settore di scarsi investimenti rispetto agli altri paesi industrializzati. A fronte di una spesa superiore alla media per quanto riguarda gli asili nido e le scuole materne infatti l’ago della bilancia si sposta vorticosamente verso il basso quando si parla di investimenti in università e ricerca. A livello terziario l’Italia spende mediamente per studente 8.026 dollari l’anno contro una media Ocse di 11.512 dollari. Il confronto si ribalta se si parla di spesa per i bambini in età prescolare per cui la cifra, pari a 6139 dollari a bambino, supera quella media dell’area, pari 4888 dollari. Complessivamente l’Italia risulta nelle fila dei paesi che spende meno in istruzione: la quota di spesa pubblica devoluta nell’educazione è salita al 9,3% nel 2005 (contro il 9% del 2000) ma resta sempre al di sotto della spesa media degli altri paesi Ocse pari all’13,2%.

 

I fascisti e le scritte di Roma – Flavia Amabile

All’inizio apparvero le croci celtiche. Gianni Alemanno era stato appena eletto sindaco di Roma ed era reduce dall’aver mostrato in televisione da Daria Bignardi la sua croce, quella che porta sempre al collo. E così, quando diventò primo cittadino, sui muri della capitale spuntarono le prime croci celtiche. Negli ultimi tempi Alemanno ha alzato un po’ il tiro delle sue affermazioni: due giorni fa ha difeso il fascismo. Poi ha chiesto di onorare i caduti. E in molti hanno notato una nuova fiammata di scritte sui muri di Roma. Si può provare a partire dalla zona della stazione Termini. Alle spalle si trova Casapound, il primo edificio occupato da persone di destra. Niente scritte: sui muri della strada si vedono i manifesti firmati Forza Nuova, ormai strappati dai militanti dell’estrema sinistra, segno di una guerriglia politica urbana che cova da sempre a Roma ma che da quando Alemanno è diventato sindaco ha fatto segnare una decisa recrudescenza. Per trovare le nuove scritte, quelle dai contorni neri ancora brillanti, non sbiaditi dal tempo, bisogna continuare il cammino verso est, inoltrarsi nel quartiere Appio-Tuscolano dove i luoghi-simbolo della destra sono forti. C’è ad esempio una strada che collega le due grandi arterie, via delle Cave. La scritta che subito colpisce all’occhio è all’angolo con via Amulio. «Onore ai caduti» è scritto, e sembra davvero un’eco in vernice delle parole del sindaco. La strada è tutta un susseguirsi di scritte, fasci stilizzati a mo’ di firma. Si inizia con «Rash merde» (i Rash sono gli skinheads rossi, n.d.r.). E poi: «Per chi sfrutta la povera gente, solo odio, disprezzo e lama tagliente». C’è un altro «Picchia il rash», firmato Fiamma Tricolore. Poi si gira in via Manlio Torquato e si va sul nostalgico con «Onore al Duce», oppure sugli slogan programmatici per spiegare gli obiettivi da raggiungere: «Mutuo sociale», e anche «Socialismo nazionale» e, vicino, «Casa, lavoro, occupazione, Fiamma Tricolore Roma Sud». Saranno poche centinaia di metri di un triangolo di strade, le scritte si susseguono, si accavallano, si sovrappongono, le più recenti su quelle ormai stinte. Una vera enclave della propaganda nera da muro. Se poi ci si dovesse chiedere il perché di tante scritte concentrate proprio lì basterebbe fare qualche passo in più per trovarsi a via Acca Larentia, dove nel 1978 furono uccisi tre giovani del Fronte della Gioventù. E’ così in tutta Roma, dove i militanti dell’estrema destra si sentono più forti iniziano a lasciare sempre più spesso i loro slogan sui muri. Accade alla Balduina, nella piazza del quartiere, altra enclave storica dei nostalgici del fascismo. Accade a Boccea o a Tor Bella Monaca. Chi c’è dietro le scritte? Alcune sono firmate, sono militanti di Fiamma Tricolore a Forza Nuova. Altre non hanno firme e a vederle non sembra che abbiano alcun tipo di differenza rispetto alle altre né nel tratto né nella vernice usata. «Bisogna fare attenzione - spiega, invece, Bruno Guerrisi, un militante di Forza Nuova - noi di Fn in genere non scriviamo sui muri. Utilizziamo vecchi manifesti, riempiendo il retro bianco e attaccandoli sul muro. Se scriviamo, firmiamo. Quando invece si vedono svastiche o scritte inneggianti al duce spesso gli autori sono degli esaltati che non hanno nulla a che vedere con noi oppure sono i rossi che vogliono screditarci agli occhi della gente».

 

Il Giappone a una donna – Francesco Sisci

Pechino - Potrebbe una donna, ex conduttrice televisiva, esperta di questioni di sicurezza, fluente in inglese e arabo, guidare il rinnovamento nel supermaschilista Giappone in crisi di identità da quasi 20 anni? Questi giorni sono estremamente confusi a Tokyo. Il partito di governo Liberal democratico, Ldp, deve proporre un nuovo governo e rischia di subire una pesante e storica sconfitta elettorale da parte dell’opposizione del Partito democratico giapponese, Pdj. Oggi allora ogni idea sembra buona, anche quella di rovesciare ogni tradizione e candidare Yuriko Koike a premier per guidare un governo con il compito quasi impossibile di risollevare le sorti dello Ldp in meno di un anno. A settembre prossimo al massimo ci sono le elezioni e il Pdj è in posizione ora di fare quasi cappotto. In fondo Junichiro Koizumi nel 2001, con la sua irriverente lunga chioma bianca, funzionò in questo modo e per qualche anno diede una iniezione di energia al Paese. La scelta della Koike sarebbe su questo solco ma ben al di là di Koizumi. In un Paese dove le donne non partecipano alle cene di affari, dove una presenza femminile cambia spesso il modo e il tono della conversazione tra uomini, la Koike potrebbe rappresentare una rivoluzione copernicana nella politica e in tutta la società giapponese. Forse di questo ha ora bisogno il Giappone mentre il suo modello economico politico sta finendo di funzionare e il Paese teme di ritornare in uno stato di sudditanza verso la Cina, che cresce freneticamente, pur continuando il suo ripiegamento verso l’America, che mantiene il suo stato di potenza dominante. La Koike nasce il 15 luglio 1952 nel sud conservatore del Paese, nel quartiere per ricchi di Ashiya, Hyogo a Kobe, la città celebre per la produzione di manzo allevato con la birra. A 20 anni, nel 1972, quando il Paese era in piena convulsione tra movimenti studenteschi, i suoi la mandano a studiare all’università americana al Cairo. Qui perfeziona l’inglese e impara l’arabo, e vive in una società molto diversa da quella giapponese, cose non comunissime per gli uomini politici giapponesi. Comincia la carriera nel 1977 come interprete di arabo e l’anno dopo coordina servizi giornalistici speciali su Gheddafi e Arafat. Da qui inizia il suo lavoro in televisione. Dal 1979 partecipa e poi conduce il programma di approfondimenti tv “questioni correnti” e dal 1988 conduce un programma di approfondimento economico e finanziario. Negli anni ’90 c’è la svolta politica. Sono gli anni di crisi politica del Giappone in cui lo Ldp va per la prima volta all’opposizione, e si spacca. Lei milita in varie formazioni e ha delle prime esperienze parlamentari in varie commissioni. Sembra però che sia destinata a una navigazione di basso profilo. La novità vera arriva nel 2003 quando Koizumi la chiama a essere ministro dell’ambiente, posto che mantiene fino al 2005. Qui si guadagna l’onore di essere una sua fedelissima, entrando a far parte del gruppo degli “assassini” di Koizumi. Considerata un falco, ma donna, viene chiamata a dare un volto gentile alla guida del ministero della difesa nel 2006 nel governo del “duro” Shinzo Abe: il primo ministro della difesa donna della storia giapponese. Anche se nella storia militare nipponica c’erano state pure samurai donne la Koike appare una svolta radicale. Forse tanto radicale che lei lascia il posto dopo appena 54 giorni. Ufficialmente le dimissioni sono su una questione che riguarda gli incrociatori di classe Aegis, quelli legati allo scudo spaziale americano. In realtà pare che le dimissioni siano avvenute per uno scontro frontale con alcuni generali sulle nomine di alcuni dirigenti della difesa. Questioni di carattere, maschilismo, tradizione militaresca sono entrati da allora nel turbine delle voci che spiegano la sua dipartita dal ministero. Di certo la Koike prova allora di non essere una persona facile e troppo disponibile. Diversamente da altri politici dello Ldp non è legatissima alle grandi correnti che dominano la vita del partito ed è una persona fuori dagli schemi, per mille versi. Tra i volumi che ha scritto ce ne sono almeno tre sul suo rapporto con il mondo arabo: “Scalare le piramidi in kimono” e ben due manuali per imparare l’arabo da anni nelle classifiche dei libri più venduti. In Egitto ha lasciato parte del cuore: ha una versione in arabo del suo sito ufficiale dove si mostra sorridente avvolta in un chador nero. Diversamente da altri politici nipponici non sfugge il glamour pubblico. Si mostra in pubblico con personalità dello sport e dello spettacolo, anche quello meno convenzionale. Ma non è assolutamente una virago. Internet giapponese è pieno di siti dove lei viene dichiarata “bellissima” dagli ammiratori. I complimenti non le dispiacciono, anzi. In questo è molto “donna”, al di là del suo ruolo politico. Ha vinto molti premi nazionali e internazionali per come è vestita, per i suoi profumi e per i suoi gioielli. Indossa spesso compìti tailleur, ma con colori caldi, senza i grigi degli abiti con gilet dei suoi colleghi maschi. Anche nelle foto ufficiali non nasconde un mesce rossa proprio sul ciuffo, che sembra un omaggio alla moda dei giovani di Tokyo di tingersi i capelli di tutti i colori. Sarà una lady di ferro, la Thatcher nipponica, colei che guiderà il Paese a ritrovare una strada in un orizzonte politico interno e internazionale molto complicato? Prima di questo, però, il problema vero è forse un altro: vorranno e sapranno i duri, aspri politici giapponesi essere, per una volta, almeno per pochi mesi, in via quasi sperimentale, guidati da una donna?

 

Corsera – 9.9.08

 

Crepe di governo - Massimo Franco

Probabilmente è tutta colpa del « vento del Nord». Ha soffiato troppo forte, alle elezioni del 13 e 14 aprile. Ha gonfiato le bandiere verdi della Lega in un modo così vistoso da mettere in tensione i rapporti fra Silvio Berlusconi ed il partito di Umberto Bossi. La «luna di miele» del premier con l’Italia fa concorrenza a quella che il capo dei lumbard vuole perpetuare con la «sua» Padania. Il risultato è un braccio di ferro a intermittenza, che finisce per trasmettere l’immagine di una coalizione senza avversari esterni, eppure litigiosa; percorsa da nervosismi che si proiettano su tutto il centrodestra. Non ci sono segnali di rottura, ma di confusione sì. Qualcuno prevede che possano sparire d’incanto entro qualche giorno: quando palazzo Chigi, si dice, licenzierà il provvedimento sul federalismo fiscale che sta a cuore a Bossi ed ai suoi amministratori locali. A quel punto, forse, finiranno le critiche leghiste al ministro berlusconiano dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, ricambiate duramente. Si chiariranno del tutto i malintesi sul «braccialetto » per i detenuti. E magari la Padania smetterà di evocare un Carroccio costretto a «mettere pace fra i duellanti» Roberto Formigoni, Letizia Moratti e Giulio Tremonti sull’Expo del 2015 a Milano. Ma nel cuore geografico del potere berlusconiano, lungo l’asse lombardo- veneto che ha rappresentato l’avanguardia anche culturale del primato del centrodestra, gli equilibri stanno cambiando. Anzi, col suo atteggiamento aggressivo la Lega sembra dire che si sono già modificati a proprio favore. Dietro gli scarti di Bossi, dietro un’insoddisfazione ora trattenuta, ora esagerata, si intravede il calcolo di affermare non tanto la propria identità, ma il proprio potere contrattuale; e di vederlo riflesso nelle decisioni del Parlamento. È una sfida formalmente a «Roma», in realtà ad un presidente del Consiglio che dal 1994 si è affermato come una sorta di «leghista nazionale»: alleato e insieme garante di un movimento che aveva bisogno di Berlusconi non solo per prendere voti ma per farli pesare. La sensazione, però, è che ormai la Lega si senta abbastanza forte e radicata nel suo territorio da rivendicare una visibilità che si legittima da sola. Bossi sembra ritenere di non avere più bisogno di garanti. La sua insistenza sulle «mani libere» ha senz’altro un risvolto tattico: vuole piegare le resistenze alleate. Ma riflette anche un’inquietudine verso il governo, che non si placherà facilmente perché tocca interessi finora convergenti; e oggi, invece, per la prima volta in larvata competizione. Sono significativi i commenti provenienti dal versante berlusconiano, che pongono il problema del «partito- guida» del centrodestra nel Nord del Paese. Senza volerlo, offrono una traccia che permette di risalire ai motivi veri del contrasto: anche se non è detto che l’elettorato li riconosca come tali; e soprattutto che li apprezzi.

 

Sfida del Nord tra Umberto e il Cavaliere - Francesco Verderami

Dovrebbero vedersi stasera il Cavaliere e Bossi, in compagnia del solito Tremonti. Ma l’appuntamento ancora ieri pomeriggio non era stato confermato, perché il premier pare avesse fatto sapere di esser già impegnato. E tanto basta per capire il nervosismo che agita il centrodestra alla vigilia di un tornante decisivo nell’azione di governo. Sia chiaro, non è alle viste alcuno strappo tra il Pdl e la Lega. Come vadano le cose nel centrodestra, l’ha spiegato il ministro Scajola a Bobo Craxi durante una chiacchierata questa estate: «Tra noi c’è chi si affatica inutilmente pensando al futuro. In realtà non ci sono alternative a Berlusconi. La storia poi che lui pensi al Quirinale non esiste: governerà più a lungo del re Sole». Se andrà così è da vedere. Quanto al presente, l’ultimo sondaggio che Ipsos ha inviato al Pd testimonia però che la «luna di miele» del Cavaliere con il Paese non è terminata, anzi. Gli italiani che «scommettono» sulla vittoria del centrodestra anche alle prossime elezioni sono saliti dal 48,4% di fine luglio al 59,8% di inizio settembre. Il giudizio positivo sull’operato del governo è passato dal 52,1% al 56,1%, con il Cavaliere che è schizzato dal 52,5% al 58,2%. E il Pdl non ha risentito per l’avanzata della Lega, progredendo nei consensi fino al 36,7%. I dati non hanno sorpreso i dirigenti del Pd: «Basti pensare - spiegava giorni fa il veltroniano Tonini - ai cavalli di battaglia di Berlusconi. I rifiuti in Campania e Alitalia sono due questioni che avremmo dovuto risolvere quando eravamo noi al governo». Ma paradossalmente, proprio il fatto di essere il dominus della politica - con un’opposizione in crisi, scesa al 26,6% di giudizi positivi - si sta ritorcendo contro il premier, costretto a fronteggiare polemiche quotidiane: da quelle estemporanee ma pesanti provocate dalle parole del sindaco di Roma Alemanno e dal ministro La Russa sul fascismo e sulla Rsi, a quelle meditate e mirate del Carroccio. In ballo c’è il federalismo fiscale, una partita all’ombra della quale si giocano gli equilibri della coalizione e i futuri assetti di potere. Il Cavaliere pensava di dettare i tempi, invece la Lega ha innescato il timer, aprendo più fronti polemici. Raccontano di un Berlusconi per metà infastidito e per metà preoccupato, non certo per la tenuta della coalizione quanto per l’immagine del governo e per i rapporti con il Carroccio. Le mosse leghiste hanno fatto saltare la sua strategia comunicativa. È dovuto intervenire per difendere il ministro dell’Istruzione Gelmini dall’ennesimo attacco di Bossi, e ha dovuto smentire la reintroduzione dell’Ici: «Solo l’idea che i cittadini possano pensare che noi gli metteremo le mani in tasca mi fa inorridire». Non vuole alzare il livello dello scontro ma non può far finta di nulla, «spero solo - ha detto ieri - che finita l’estate siano finite anche certe esternazioni». Il punto è che non è finita, anzi è appena iniziata la sfida per il primato al Nord. L’anno prossimo, politicamente cioè domani, le Amministrative saranno se possibile un test ancora più importante delle Europee, perché varranno come prova generale per le successive elezioni Regionali. Bossi era stato esplicito con Berlusconi ancor prima del varo del governo: allora chiedeva un governatore per il Carroccio tra Veneto e Lombardia; oggi mette l’ipoteca sul dicastero dell’Istruzione qualora la Gelmini venisse candidata al Pirellone. «Competition is competition», la regola vale anche nel centrodestra. E nella competizione la Lega si è impadronita di tre temi politici di prima grandezza, così da usarli come moltiplica di consensi: sicurezza, immigrazione e, appunto, federalismo fiscale. Berlusconi avverte il rischio, sostiene che «la Lega è un alleato indispensabile ma non può pensare di muoversi in proprio»: «Il federalismo fiscale non è solo una loro bandiera, ma un obiettivo di tutto il centrodestra. E va fatto nell’interesse di tutto il Paese». Fino a che punto il Cavaliere scarichi le proprie tensioni su Tremonti, elemento di raccordo con il Carroccio, è questione per ora secondaria. E sull’invito del titolare dell’Economia a dare il via libera presto al federalismo fiscale per interrompere lo stillicidio, prende tempo: «Devo pensarci». Così questa settimana il Consiglio dei ministri potrebbe al massimo avviare un «esame preliminare» sul testo. Il Cavaliere vuol vederci chiaro sul merito e sul metodo del progetto, e soprattutto insiste per un accordo «preliminare e di ferro» sulle questioni che gli stanno a cuore: la legge elettorale per le Europee «con sbarramento alto e senza preferenze»; e la riforma della giustizia, che andrebbe approvata «insieme al federalismo fiscale». E qui sorge il problema che è stato sottoposto all’attenzione di Berlusconi e che non è di facile soluzione. Quanto varrebbe l’accordo «di ferro» già a gennaio? Perché il federalismo fiscale è un disegno di legge delega collegato alla Finanziaria: una volta licenziato dal Parlamento, entro fine anno, spetterà al governo varare i decreti legislativi. Insomma, l’eventuale braccio di ferro sui contenuti della riforma si sposterebbe in Consiglio dei ministri. Da quel momento la Lega si troverebbe in una posizione di forza, e potrebbe giocare al rilancio con Berlusconi su due tavoli. Su quello parlamentare, per esempio, dato che è impensabile l’approvazione della riforma della giustizia entro fine anno. Ma soprattutto sul tavolo politico: dalle nomine ai candidati sindaci nel Nord, le richieste del Carroccio potrebbero diventare esose per il Cavaliere, e magari Bossi potrebbe minacciare corse solitarie in alcuni comuni. È difficile pensare che il Senatur possa mettere in pratica la teoria delle «mani libere», Berlusconi lo definisce sempre un «fedele alleato». Ma se vuol «vederci chiaro» è perché fidarsi è bene...


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