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Lo sberleffo di La Russa

Manifesto - 10.9.08

 

Lo sberleffo di La Russa - Giovanni De Luna

Sono passati più di dieci anni e i ragazzi di Salò sono diventati i paracadutisti veterani del Battaglione Nembo. Era ovvio il tentativo di Ignazio La Russa di legittimare il suo discorso invocando l'autorevole precedente di Luciano Violante nel suo discorso di insediamento a presidente della Camera. Ma è altrettanto ovvio che questa volta lo strappo è molto più radicale e violento. Con quella espressione, nel 1996, Violante lasciava aleggiare sulla repubblica di Salò una sorta di irresponsabilità adolescenziale, o meglio di deresponsabilizzazione. Spalancando così la strada a una visione assolutoria di quell'esperienza e facendo precipitare in una sorta di fanciullesca ingenuità gli eventi tragici che scandirono il percorso della militanza nella Repubblica sociale italiana (la complicità nella deportazione degli ebrei, la partecipazione diretta alle stragi dei civili, la ferocia della repressione antipartigiana). Era comunque - quello di Violante - un riferimento ai singoli, alle motivazioni soggettive, ai percorsi individuali di quelli che preferirono allearsi con i tedeschi e misero la propria giovinezza al servizio dello sterminio nazista. Questa volta c'è qualcosa di più e di ben peggiore. La Russa ha citato un reparto militarmente organizzato della Repubblica di Salò, consentendosi un'affermazione che mai si era sentita all'interno dei nostri recinti istituzionali e della nostra memoria «ufficiale» in sessanta anni di storia repubblicana. Il battaglione Nembo non era fatto di «ragazzi»; era una unità regolare che - tanto per togliere ogni dubbio sulla sovranità del governo fantoccio della repubblica di Mussolini - si schierò sul fronte di Anzio inserito organicamente nei quadri della Whermacht. I 350 paracadutisti comandati dal capitano Corradino Alvino, furono infatti utilizzati nell'ambito dei reggimenti 10˚ e 11˚ d'assalto della 4˚ Divisione Paracadutisti germanica. Altro che difesa della patria italiana! Quei militari funzionarono come ausiliari dell'esercito tedesco, obbedirono a una strategia che mirava a fare del nostro territorio nazionale un immenso e sanguinoso campo di battaglia nell'intento di ritardare il più possibile l'avanzata degli anglo-americani verso i «sacri» confini del Terzo Reich. Fu una guerra con i tedeschi e per i tedeschi quella combattuta dai paracadutisti del battaglione Nembo. Fu una scelta riassunta nella tragica parola d'ordine «onore e fedeltà al camerata tedesco». Ignazio La Russa sembra rivendicarla ancora oggi, quando è ormai accertato che quello slogan significò il prolungarsi delle sofferenze del nostro popolo, la possibilità per i nazisti di completare le loro razzìe contro gli ebrei e i partigiani, il protrarsi dell'incubo delle rappresaglie e delle stragi che causarono la morte di quindicimila civili italiani. Il fatto che La Russa abbia scelto per il suo strappo la celebrazione dell'8 settembre e il ricordo dello scontro sostenuto a Porta San Paolo da patrioti italiani contro le truppe tedesche configura poi un paradosso che segnala anche un sinistro corto circuito tra la memoria storica di questo paese e le istituzioni che lo rappresentano. Un ministro della Repubblica celebra le vittime di quello scontro, considerato la data d'inizio della resistenza, elogiando quelli che si schierarono con i loro carnefici! Sembra quasi un tragico sberleffo.

 

Si tenevano per mano, aggredita coppia gay - Enrico Miele

ROMA - Camminavano lungo i Fori Imperiali tenendosi per mano. Un atteggiamento normale per una coppia, anche se composta da due uomini. A qualcuno però, quel loro modo di fare affettuoso non è piaciuto e ha cominciato a insultarli. «Froci andate via dall'Italia», ha gridato un gruppo di ragazzi da una delle terrazze di Colle Oppio. E alle parole sono presto seguiti i fatti con un lancio di sputi e di bottiglie verso i due giovani. L'aggressione, l'ennesima della capitale contro gli omosessuali, è avvenuta lunedì sera a pochi passi dalla Gaystreet. Federico e Cristian, entrambi di 28 anni, camminavano abbracciati a due passi dal Colosseo. Dopo una serata trascorsa al «Coming out», in via San Giovanni in Laterano, uno dei luoghi di ritrovo più celebri della comunità gay, stavano passeggiando tra le strade del centro storico. Verso l'una di notte, una decina di adolescenti inizia a insultarli. «Chi è la femmina tra voi due?» gridano alla volta della coppia. Ma le parole, evidentemente, non bastano. Alla vista dei due ragazzi che si allontanano, il gruppo lancia sassi e bottiglie. Fortunatamente senza colpirli. Poi la fuga e l'arrivo, dopo una mezz'ora, delle forze dell'ordine che sul posto non trovano traccia degli aggressori. «Abitiamo entrambi a Bologna - racconta Cristian - lunedì eravamo a Roma solo per trascorrere un serata. Ma non immaginavo questo clima d'intolleranza. Sentirsi non accetto nel proprio paese è una sensazione tremenda. Per noi due - confessa - è l'ennesimo motivo per andare via da qui». Dopo l'aggressione la coppia è tornata al locale. E lì «abbiamo trovato una solidarietà che ci ha colpito - prosegue Cristian - una ragazza ci ha raccontato di esser stata picchiata a calci e pugni mentre tornava a casa. Le forze dell'ordine sono state molto gentili con noi. Fino al punto di consigliarci d'andare in albergo perché girare per le vie del centro può essere molto pericoloso». Un suggerimento, quello dei carabinieri, che rispecchia il clima d'intolleranza che attraversa la capitale. Le aggressioni nei confronti della comunità omosessuale e dei suoi luoghi di ritrovo si ripetono con sempre maggior frequenza. Tra i casi più eclatanti, l'irruzione al circolo gay Mario Mieli, avvenuta lo scorso aprile, ad opera di un gruppo di giovanissimi. Anche il luogo in cui i due ragazzi hanno trovato rifugio, il «Coming out», è stato bersaglio di questo clima d'intolleranza. A febbraio, il locale è stato dato alle fiamme con un panno imbevuto di liquido incendiario che ne ha distrutto l'interno. «Chiediamo al governo - dice Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell'Arcigay - e al ministro Carfagna, che sembra caduta in catalessi, quali interventi intendono assumere a difesa degli omosessuali. L'episodio è solo l'ultimo di una lunga serie che ormai ci viene segnalata, quasi quotidianamente, da tutta Italia. Visto che il ministro competente dorme sonni tranquilli, chiediamo almeno a Maroni, di garantire la sicurezza e l'incolumità dei cittadini omosessuali». Nel pomeriggio il presidente dell'Arcigay di Roma, Fabrizio Marrazzo, ha incontrato l'assessore capitolino alla cultura Umberto Croppi al quale ha chiesto di dar vita a un tavolo tra le istituzioni, la prefettura e le associazioni del composito movimento Lgbt, per fronteggiare l'emergenza. Solidarietà alla giovane coppia è stata subito espressa da molti esponenti del mondo politico. Nel coro di condanna non è mancato il sindaco, Gianni Alemanno, per il quale «ancora una volta si è ripetuto un atto di aggressione ai danni di giovani gay. Ribadisco, anche in questa occasione, la piena condanna verso ogni tipo di discriminazione». Ma ad attaccare la giunta per il suo immobilismo davanti al moltiplicarsi degli episodi di violenza sono in tanti, come l'assessore al bilancio della Regione Lazio, Luigi Nieri: «Quando le più alte cariche della città inneggiano al fascismo non ci si può aspettare che questi risultati» ha detto riferendosi alle recenti dichiarazioni sul ventennio da parte del sindaco, in occasione della commemorazione dell'8 settembre. E infatti, Andrea Alzetta, capogruppo della Sinistra arcobaleno in Campidoglio, ricorda ironicamente al sindaco se «si è accorto che nella sua maggioranza trovano riparo i ragazzotti che portano sulle magliette il ritratto di nonno Benito?».

 

Sinistra unita in piazza su strade separate - Micaela Bongi

Il percorso non è stato facile e ancora va completato. Oltre alle incertezze e alle immancabili divisioni, ci si è messo di mezzo anche Antonio Di Pietro convocando la sua giornata della «legalità». Ma alla fine il primo risultato è stato raggiunto. La sinistra si ritroverà in piazza, sabato 11 ottobre, per «un'iniziativa di massa pubblica e unitaria». L'idea prevalente è quella di un corteo nazionale a Roma, una manifestazione ben distinta da quella dell'Italia dei valori. Nell'appello dei promotori, che ha già raccolto duecento firme, si suggerisce una «mobilitazione a sinistra per 'fare insieme', al fine di suscitare un fronte largo di opposizione» che sappia cogliere «il carattere sistematico dell'offensiva delle destre sia sul terreno democratico che su quello civile e sociale», con l'ambizione di «sconfiggere il governo Berlusconi». Senza nascondere che dentro questo «fronte largo» di sinistra restano opzioni differenti sulle prospettive di «movimenti, partiti, associazioni, comitati e singoli» che si mobiliteranno sabato 11 su pace e disarmo, retribuzioni e pensioni, scuola, università, sanità, diritti dei lavoratori, violenza degli uomini contro le donne, laicità, vertenze territoriali, libertà democratiche e civili. Come racconta Piero Di Siena, portavoce del movimento politico per la sinistra (che con l'Associazione fiorentina di Paul Ginsborg lavora già da fine luglio a questo approdo con un seminario e un appello sull'opposizione al governo), negli ultimi giorni sono state superate le incertezze e c'è stata «un'esplosione» di consenso. Intorno all'appello dei 200 si sono riunite perfino le due anime di Rifondazione comunista, la maggioranza e l'area di Nichi Vendola (tra i firmatari infatti ci sono anche il governatore della Puglia e Fausto Bertinotti); per Sinistra democratica ci sono tra gli altri Gloria Buffo, Giorgio Mele, Silvana Pisa, Alfiero Grandi, Carlo Leoni. Hanno firmato anche esponenti dei Verdi (anche se il Sole che ride è al momento un po' defilato) e del Pdci. Per ora le adesioni sono a titolo individuale ma, dopo la riunione di lunedì tra i promotori se ne terrà un'altra, venerdì, con i segretari dell'ex Arcobaleno Paolo Ferrero, Grazia Francescato, Claudio Fava e Oliviero Diliberto per decidere se unirsi formalmente all'appello. A questo punto non si tratterà di una manifestazione dell'«unità comunista», come temevano i vendoliani quando la maggioranza ferreriana e il Pdci si stavano muovendo per l'11 ottobre dopo la chiamata lanciata da Marco Ferrando e il suo partito comunista dei lavoratori. Ma, se «Rifondazione per la sinistra» a questo punto si mobiliterà con più convinzione attorno all'iniziativa dell'11, l'ex maggioranza bertinottiana non dispera di poter andare in piazza, il 25 ottobre, anche con il Pd. Il coordinatore di Sinistra democratica, Claudio Fava, l'altroieri aveva inviato una lettera ai segretari dei partiti del centrosinistra «presenti e non presenti in parlamento», dunque anche a Walter Veltroni, chiedendo la «disponibilità a costruire una piattaforma e una mobilitazione di tutta l'opposizione», per non andare in piazza divisi. Ma ora lo stesso Fava, nonostante il suo pressing sul segretario del Pd per aprire la sua manifestazione alla sinistra, non vede molti margini: «Ci sono punti di elementare conflittualità politica al governo Berlusconi che si dovrebbero unire tutti insieme - spiega Fava - però il Partito democratico ha optato per una manifestazione con un profilo fortemente identitario, un Pd pride. La manifestazione dell'11, non egemonizzata da partiti, è il tentativo di offrire alla sinistra che c'è in questo paese un luogo di riferimento. Ci saremo a condizione che sia una manifestazione dell'opposizione contro il governo Berlusconi, tematizzando ragioni e contenuti di questa opposizione. Poi ciascuno manterrà il proprio percorso, il nostro non è quello di Paolo Ferrero, ma quello della Costituente di sinistra». Invece, continua Fava, il 25 «non saremo ospiti del Pd, alle manifestazioni si va insieme perché si organizzano insieme». Sinistra democratica il 20 settembre terrà un'iniziativa a porte chiuse per avviare la Costituente. Non un'assemblea aperta perché il 27 settembre, a Roma, sarà la vendoliana «Rifondazione per la sinistra» a tenere la sua iniziativa pubblica per rilanciare il progetto unitario sotto lo slogan pasoliniano delle «Belle bandiere». Non è escluso che proprio in quell'occasione sarà lanciato un appello al Pd perché la manifestazione del 25 ottobre non sia solo un Democrat day . Nel frattempo, i promotori dell'appuntamento dell'11 se da una parte vedono in quell'appuntamento un'occasione per «uscire dalla depressione», incrociano anche le dita pensando al confronto numerico con l'iniziativa di Antonio Di Pietro.

 

Rifondazione. Posto in segreteria per molti ma non per tutti

Matteo Bartocci

Vendola e Ferrero sempre più separati ma restano nella stessa casa. Almeno per ora. Sabato il primo comitato politico nazionale di Rifondazione dopo il congresso di Chianciano prenderà atto, al di là delle aperture di cortesia, della spaccatura emersa a luglio. Così le principali anime del Prc si presenteranno unite al cpn di sabato ma si divideranno subito il giorno dopo all'assemblea al Brancaccio di Roma, presentata come il primo appuntamento pubblico della «nuova» Rifondazione da Ferrero e derubricato dai vendoliani come una semplice assemblea della nuova maggioranza del partito. Sabato è un passaggio chiave per il partito spaccato a metà al congresso (47% Vendola, 53% le altre 4 mozioni per l'ex ministro della Solidarietà). All'ordine del giorno del «parlamentino» tutti gli incarichi a partire dalla segreteria. E la «quadra» è ancora lontana. Ferrero confermerà la proposta di gestione «unitaria» fatta al congresso. Un'ipotesi già sondata negli incontri estivi con la vecchia maggioranza («sherpa» Francesco Ferrara) e già respinta. I «vendoliani» avevano chiesto una sorta di «ministro ombra» per ogni dipartimento da affiancare al responsabile della nuova, eterogenea, maggioranza. «Ma così sarebbe stato un partito nel partito», commentano gli uomini del segretario. Stante il muro contro muro, Vendola e la sua area si divideranno col bilancino i responsabili dei vari dipartimenti (da cui dipende anche la divisione dei finanziamenti al partito) in modo da «blindarsi» prima di decidere che fare alle europee. Paolo Ferrero, dal canto suo, ha molte gatte da pelare. Lavora a una segreteria «ristretta» (6-8 persone) aperta a tutte le componenti («vendoliani» a parte). I trotzkisti di «Falce e martello» hanno già chiesto una figura cardine come il responsabile lavoro. Mentre Claudio Grassi è in pole position per gestire l'organizzazione e dunque tenere le chiavi del partito. Non manca il caos nemmeno nell' Ernesto (9 membri nel Cpn, decisivi, su 280), che quest'estate si è diviso in due (o in tre): da una parte Gianluigi Pegolo, prescelto per la segreteria ma finito in minoranza nella sua stessa corrente, dall'altra il grosso (filo-Pdci) che fa capo a Fosco Giannini. Se Ferrero dovesse aprire a entrambi addio «timone» ristretto e a cascata si aprirebbe il vaso di Pandora.

 

Le miserie dell'università italiana - Anna Maria Merlo

PARIGI - I giovani studiano di più rispetto al passato, frequentano maggiormente l'università e chi ha una laurea continua a guadagnare più di chi ha smesso presto gli studi (un vantaggio che resta particolarmente forte in Italia, perché è ancora basso il numero di coloro che hanno completato degli studi superiori). Questa situazione è confermata in tutti i paesi Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che riunisce i paesi più ricchi della terra. Ma all'interno di questo quadro generale, persistono differenze tra paese e paese. E gli stati sono ora, chi più chi meno, messi di fronte a un ostacolo significativo: i costi crescenti dell'istruzione. In un'epoca di tagli ai bilanci, ci sono già dei casi in cui la spesa pro capite per studente ha segnato una diminuzione: è in calo, negli ultimi dieci anni, in Ungheria, in Olanda e in Svezia, mentre in Germania, Belgio e Irlanda il ribasso è iniziato nel 2000. «La sfida attuale che devono affrontare oggi i paesi Ocse - ha affermato ieri il segretario generale dell'organizzazione, Angel Gurria, in occasione della presentazione del Glance 2008 sull'istruzione - è di rispondere alla domanda, migliorando la qualità, cosa che risulta non soltanto da un aumento delle risorse allocate ma anche in cambiamenti nella ripartizione della spesa». L'Ocse, che propugna in ogni settore la fede liberista, spinge a favore dell'entrata di fondi privati nel delicato settore dell'istruzione (la media Ocse è dell'86% di spesa pubblica nella scuola di ogni ordine e grado, ma in un paese come la Corea per le università i fondi privati sono al 75%, al 40% in questo settore negli Usa, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, ma solo del 5% in Danimarca). L'Ocse si chiede: come aumentare la «produttività» della scuola? In Italia, la spesa per allievo/studente è vicina alla media Ocse se si include l'asilo, che è il settore che funziona meglio da noi - 7540 dollari in Italia contro 7527 come media Ocse - ma cade al di sotto la media Ocse, che è di 8533 dollari per studente, se si esclude la materna. Il punto critico è soprattutto l'università, dove sono mancati gli investimenti adeguati (e non è - ancora? - stata imposta la politica scelta da paesi come la Gran Bretagna, che per far fronte al calo di investimenti pubblici nelle università fanno pesare i costi sempre più sulle spalle degli stessi studenti). Al terzo livello, cioè per l'università, segnala l'Ocse, la spesa per studente in Italia «è circa un quarto al di sotto della media Ocse», cioè 8026 dollari per studente, contro 11.512. In più, in Italia, tra il '95 e il 2005, l'aumento della spesa per studente all'università ha avuto una crescita «minore del 5%», mentre gli altri paesi Ocse, in media, aumentavano gli investimenti del 35%. La scuola è stata abbandonata dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni: gli investimenti nell'istruzione, sempre nel periodo '95-2005, sono aumentati meno della crescita del Pil (più 12% in Italia, contro una media di più 41% nell'Ocse). Inoltre, in percentuale l'Italia dedica meno soldi alla scuola: il 4,7% del pil, contro una media del 5,8%. E per di più, sottolinea il rapporto, «contrariamente alla maggior parte dei paesi Ocse, la spesa pubblica nelle università in Italia non è cresciuta tra il 2000 e il 2005». Le tasse di iscrizione restano basse in Italia, ma con questa scusa lo stato non ha messo in opera un numero sufficiente di misure, come le borse o le sovvenzioni per l'alloggio, per venire in aiuto agli studenti universitari. Per completare il quadro, l'Italia ottiene nel Glance 2008 il poco invidiabile primato dell'altissimo tasso di abbandono all'università (solo il 45% degli iscritti finisce gi studi superiori, contro una media Ocse del 69%), con il risultato che, come numero globale di laureati e specializzati, l'Italia resta il fanalino di coda, accanto a paesi come Brasile, Turchia, Repubblica ceca e Slovacchia, e al di sotto di quello che fanno il Cile o il Messico. La laurea breve, introdotta nel 2002 con la riforma europea, sembra abbia migliorato un po' le cose su questo fronte: il tasso di laureati in Italia resta basso, al 19% tra i 25-34enni (media Ocse in questa fascia di età: 33%), ma è aumentato al 39% tra le ultime leve, dal 2000 al 2006. La scarsa produttività della scuola italiana, dice l'Ocse, è anche dovuta al basso tasso di produttività degli insegnanti, che in cambio di salari modesti hanno tempi di lavoro più brevi dei loro colleghi degli altri paesi (e una ratio insegnanti/allievi più bassa, cioè classi più piccole, dovute anche all'andamento demografico non troppo glorioso del paese). La situazione problematica dell'università si traduce in una scarsissima attrattività degli atenei italiani, un dato importante nel mondo globalizzato. Nel 2006, nei paesi Ocse 2,9 milioni di studenti hanno frequentato un'università al di fuori del proprio paese d'origine. Usa (20%), Gran Bretagna (11%), Germania (9%) e Francia (8%) ricevono circa la metà degli studenti stranieri nel mondo (e Francia, Germania, Giappone e Corea ne inviano il maggior numero all'estero). La percentuale degli studenti stranieri che scelgono l'Italia è al di sotto del 2% del totale (1,7%).

 

Decleva: «Se non si cambia sarà sempre peggio» - Giorgio Salvetti

Il presidente della Crui (Conferenza dei rettori italiani), Enrico Decleva, non è per niente sorpreso dai dati Ocse poco lusinghieri per il sistema universitario italiano. I rettori universitari hanno già criticato i tagli imposti dalla manovra finanziaria e Decleva non ha dubbi: «Se si va avanti così tra qualche anno gli atenei italiani non riusciranno a chiudere i bilanci in pareggio». Perchè i dati non la stupiscono? Non sono sorprendenti e non sono molto diversi da quelli dell'anno scorso e da quelli di due anni fa. Se non interveniamo va da sé che sarà sempre peggio. Bisogna impegnarsi in una politica sull'università di lungo periodo con un rinnovamento sia organizzativo che normativo. Il mondo universitario non considera questi cambiamenti come un tabù e non ha intenzione di arroccarsi a difesa dello status quo. Certo che se l'unica politica è quella dei tagli è evidente che le distanze dagli altri paesi Ocse è destinata ad aumentare ulteriormente. E' una situazione così disperante? I numeri appiattiscono sempre le cose. Di fatto la realtà universitaria italiana è molto più complessa. Alcuni indicatori non tengono conto in modo adeguato di miglioramenti in atto. Il numero di abbandoni è sempre molto elevato, specialmente tra il primo e il secondo anno, ma tendenzialmente è in diminuzione, così come il tasso di laureati compresi tra i 25 e i 35 anni tende ad aumentare. E' vero che l'Italia non solo non attrae studenti stranieri ma esporta laureati, ma i corsi di inglese e le strutture residenziali per ospitare i fuori sede, anche da altri paesi, sono in aumento. Certamente il rapporto Ocse fotografa ancora una volta un sistema complessivamente arretrato rispetto a quello degli altri paesi che non può che essere preoccupante. Si tratta del ritratto di un paese che non ha a cuore l'istruzione superiore né in termini di resa del sistema universitario né in termini di fondi che esso richiederebbe. Da questo punto di vista non ci sono molto differenze tra governi di centrodestra e centrosinistra. Ma le università non costano troppo? Per esempio gli stipendi dei professori salgono automaticamente e continuamente... I professori italiani non guadagnano più dei colleghi stranieri. In realtà ci sarebbe un relativo consenso all'interno delle università sul fatto che è necessario un cambiamento. Dobbiamo renderci conto che occorre una riconsiderazione del modo di funzionare degli atenei. Il sistema di reclutamento dei professori deve essere lasciato all'autonomia degli atenei che però devono rispettare criteri di valutazione scientifici e nazionali. Tutto il sistema ha bisogno di essere valutato mentre i sistemi di valutazione italiani sono arretrati. Vanno riconsiderate e riviste le norme sui dottorati di ricerca. Ma solo un contesto politico di attenzione permette di attuare queste buone intenzioni. Insomma, è il sistema paese che deprime il sistema universitario? Si continua a dire che l'Italia deve puntare su formazione e ricerca ma in realtà si continua con un atteggiamento di sostanziale indifferenza. In Italia si dice che mancano laureati (e in alcuni settori è così), ma allo stesso tempo che ce ne sono troppi rispetto alle esigenze del mercato. Un mercato che non richiede laureati non aiuta, e certamente gli altri paesi hanno un sistema industriale più robusto. Ma è anche vero che la presenza di fasce giovanili preparate sarebbe un elemento dinamico che potrebbe aiutare il mercato. Cosa potete fare come Crui per cambiare le cose, qualche anno fa i rettori si sono dimessi in massa. Fu un atto clamoroso, sono cose che si fanno una volta ogni tanto. Non siamo un sindacato, abbiamo un ruolo istituzionale, adesso segnaliamo con urgenza i problemi. E gli studenti, non è strano che siano i rettori a capo della «protesta»? Gli studenti per ora stanno a guardare, si metterebbero in moto se noi decidessimo di alzare le tasse. Ma per ora siamo noi che abbiamo la responsabilità di fare i bilanci.

 

La Cgil contro il governo, aspettando Confindustria - Loris Campetti

È difficile pensare a una riforma del sistema contrattuale realizzata senza il consenso della Cgil. Ma se i termini delle richieste di Confindustria resteranno sostanzialmente invariati - sterilizzazione del contratto nazionale e aumenti salariali al secondo livello vincolati alla produttività - è altrettanto difficile pensare che la Cgil possa firmare un accordo, e per di più con un solo soggetto, aprendo di conseguenza la strada alla fine del valore universale dei contratti. D'altro canto, è l'opinione della maggioranza della segreteria del sindacato guidato da Guglielmo Epifani, un mancato accordo, o un accordo separato siglato solo da Cisl e Uil, comprometterebbe la possibilità di rinnovare i contratti di categoria. Nel corso del direttivo nazionale che si è tenuto ieri in corso d'Italia, il segretario ha ribadito l'impegno della Cgil ad arrivare a un accordo, pur senza nascondere le difficoltà che ostacolano una conclusione positiva del confronto con i padroni. Nel direttivo di ieri si sono confermate le opposizioni e/o le critiche alla conduzione della trattativa, al merito e al metodo del confronto. Ma il voto e lo scontro, come avevamo scritto ieri, è rinviato al direttivo che sarà convocato nei giorni immediatamente successivi alla presentazione da parte della Confindustria di una precisa proposta di accordo, prevista per venerdì prossimo. E' quel che hanno chiesto molti dei dirigenti intervenuti dopo la relazione di Epifani. Il segretario generale ha tenuto a precisare che «l'obiettivo è il raggiungimento di regole generali valide per tutti: dunque ora trattiamo con Confindustria ma dovranno essere coinvolte tutte le organizzazioni datoriali, comprese quelle pubbliche». Una precisazione dovuta, dopo le critiche avanzate due giorni fa dalle principali categorie dei lavoratori attivi, Fiom e Funzione pubblica, e da importanti Camere del lavoro. Critiche ribadite ieri da Gianni Rinaldini, che ritiene conclusa la fase istruttoria del negoziato e chiede l'apertura immediata del confronto con tutti gli interlucoturi, a partire dal governo che è il responsabile di scelte inaccettabili su fisco, lavoro e stato sociale: «un accordo che si limitasse a fissare modalità di calcolo dell'inflazione futura, in base a meccanismi peraltro ancora non noti - ha detto il segretario della Fiom - finirebbe per costituire un puro vincolo esterno che toglierebbe titolarità ai reali soggetti contrattuali». Anche dalla segretaria nazionale Morena Piccinini sono state espresse serie perplessità sull'opportunità di firmare «su queste basi» un accordo con la sola Confindustria. Critiche condivise e amplificate nell'intervento del leader dell'area programmatica Lavoro e società, Nicola Nicolosi che ha usato parole dure contro l'interlocutore confindustriale, in un paese in cui i padroni straparlano di produttività e costo del lavoro senza investimenti, ricerca e innovazione, pretendendo - ma questo è un trend diffuso in tutti i punti alti dello sviluppo - che l'unica possibilità per aumentare i salari più bassi d'Europa sia l'aumento dei ritmi e delle ore lavorate. Per la Rete 28 Aprile, Giorgio Cremaschi ha denunciato l'impianto stesso della trattativa con Confindustria che non può portare a nulla di buono e si mostra preoccupato per l'orientamento diffuso ai piani alti di corso d'Italia - pur con importanti prese di distanza - di arrivare «comunque» a un accordo. Se il voto e lo scontro nel merito è rinviato a quando la Confindustria scoprirà le sue carte, una decisione il direttivo della Cgil l'ha già presa: come abbiamo anticipato ieri, il 27 settembre partirà in tutte le città una mobilitazione «per chiedere al governo un cambiamento di indirizzo della politica economica, sociale e fiscale... di cui saranno poi definiti gli sviluppi e le modalità». Dentro la crisi economica, aveva detto Epifani, il governo non è stato in grado di mettere in campo scelte adeguate assumendo, anzi, politiche che inaspriscono le condizioni occupazionali e vanno nella direzione di un indebolimento delle condizioni di lavoro e di un'ulteriore erosione del potere d'acquisto di lavoratori e pensionati». Non è una manifestazione nazionale ma è un passo su cui il direttivo non poteva non esprimersi all'unanimità. Purché, sostengono le voci più critiche, la mobilitazione non arrivi il giorno dopo la firma di un accordo inaccettabile da parte della Cgil. Al contrario, da destra e cioè dalle aree più in consonanza con la linea maggioritaria del Pd, l'ipotesi di una non firma non è neanche presa in considerazione, pur senza nascondere critiche alla segreteria di Epifani. Il secondo dato certo uscito dal direttivo è che nessuna firma sarà apposta dalla Cgil senza che prima si sia espresso il direttivo. E dopo, si spera, i lavoratori.

 

La tagliola di Bonanni - Francesco Piccioni

ROMA - La giornata degli incontri «informali» è trascorsa sotto l'avvertimento esplicito del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni: «io firmo». Le rimostranze di piloti, assistenti di volo, personale di terra delle più diverse specializzazioni, non lo preoccupano affatto: a dispetto loro (ma «per salvare 20.000 posti di lavoro», ovviamente), la Cisl approverà un piano industriale che non sta in piedi sotto nessun aspetto (l'analisi tecnica del quotidiano di Confindustria, il Sole24Ore , è impietosa quanto la nostra, se non altro perché ha avuto in visione il piano, al contrario dei sindacati al tavolo), una drastica riduzione di salari, norme organizzative, diritti, riposi. Il vecchio amico di Carlo Toto (patron di AirOne e membro della «cordata italiana», che ricaverà i suoi profitti dall'affitto dei suoi aerei alla «nuova Alitalia») ha reso esplicito quel che da settimane era un sospetto negli ambienti della compagnia di bandiera. Ad un certo punto si sono riunite le segreterie unitarie di Cgil, Cisl, Uil e Ugl (l'ex Cisnal missina). Ma le contemporanee dichiarazioni di Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, gelavano le residue speranze di molti dipendenti. Epifani si è infatti detto disponibile a firmare a patto che gli acquirenti diano «vere garanzie di volontà di investimento sul progetto»; ponendo come condizioni «l'incremento della flotta e la definizione di un perimetro aziendale che deve contenere Atitech e la manutenzione pesante». Non una sola parola sulla «proposta contrattuale» definita «irricevibile» solo il giorno prima. Più dura la presa di posizione di Mauro Rossi, segretario di categoria della stessa Cgil, che invece denunciava proprio l'intenzione della Compagnia aerea italiana (Cai) di «puntare a una riduzione del 50% del costo del lavoro». A fronte un fatturato previsto praticamente identico a quello attuale, la voce «lavoro» dovrebbe pesare nei bilanci solo per il 9,8%, invece che il 19. E fa l'esempio di Air France, in grande spolvero nonostante lo pseudo-handicap competitivo di un costo del lavoro al 26%. Proprio i francesi sono tornati ieri a ribadire l'intenzione di prendere una quota di minoranza nella nuova compagnia, pur smentendo (e ci mancherebbe pure...) ogni «accordo segreto» per rilevare la maggioranza tra qui e il 2013. Tutti ovviamente sanno che - se l'operazione Cai andrà in porto - ciò avverrà il prima possibile. Forse già nel 2009. La situazione appare davvero scabrosa. In effetti è una trattativa anomala, dove «la controparte» è un fantasma. La Cai, infatti, prenderà forma solo dopo che i sindacati avranno alzato bandiera bianca. Qualsiasi azione di lotta non inciderà sui loro bilanci, ma solo su quelli di Alitalia (aumentando cioè la quota di debiti a carico dell'erario). Il governo si chiama fuori come «terzo», pur essendo di fatto l'attuale proprietario e venditore (oltre che - teoricamente - rappresentante dell'«interesse nazionale»). L'eventuale disponibilità a firmare di Cgil, Cisl, Uil e Ugl sarebbe una forzatura, perché hanno una rappresentanza pressoché nulla tra i piloti e molto bassa nel rimanente personale di volo. I piloti, in effetti, hanno già chiesto un tavolo contrattuale separato proprio per non essere condizionati da sindacati che non possono materialmente rappresentarli, ma che - in una trattativa «unica»- potrebbero condizionare le loro scelte. Discorso simile per gli assistenti di volo, anche se il loro potere aziendale è minore di quello dei «comandanti» dell'aria. I lavoratori di terra sono già ora - a Napoli, per esempio - sul piede di guerra, perché si sentono in maggioranza fatti fuori. E tutte queste divisioni, alla fin fine, possono facilitare le controparti. Il governo, con Maurizio Sacconi, sta continuamente contattando le «parti nobili» (i sindacati confederali e, probabilmente, i piloti). Fabrizio Tommaselli, assistente di volo e coordinatore nazionale del Sdl, giudica che «si stia tirando troppo la corda»; accettare «un simile impianto contrattuale potrebbe costituire un precedente che Confindustria e altre associazioni datoriali non esiterebbero ad esportare in altre categorie di lavoratori». Anche Massimo Muccioli, presidente dell'Anpav, continua a sostenere che «la proposta contrattuale presentata non consente alcun confronto di merito». La scadenza di domani per arrivare a un accordo o sancire il fallimento sembra perciò una tagliola che non può scattare senza reazioni difficilmente governabili. In tutto ciò appare surreale la sortita delle società di gestione aeroportuale di Milano e Roma (Sea e Adr), che minacciano «possibili iniziative di tutela del proprio credito nei confronti di Alitalia». A presiedere la Sea c'è quel Giuseppe Bonomi che, come presidente di Alitalia, è stato tra i principali responsabili della sua decadenza. L'Adr, invece, è di proprietà del gruppo Benetton, uno dei componenti di punta della «cordata italiana». C'è un limite per i «prenditori italiani»?

 

Nessuno muore per Tbilisi - Astrit Dakli

Curioso: nessuno - né l'Europa dell'est né quella dell'ovest né gli Stati uniti - ha battuto ciglio ieri all'annuncio che la Russia ha stabilito «normali» relazioni diplomatiche con l'Abkhazia e la Sud-Ossezia, decidendo di stabilire nei due nuovi «stati» delle basi militari e mantenervi quasi ottomila soldati. Eppure questo annuncio, fatto nelle stesse ore in cui il presidente di turno della Ue vantava il gran successo ottenuto dalla sua missione a Mosca e Tbilisi, sembra fatto apposta per ricordare al mondo che in effetti è l'Europa ad aver accettato tutte le condizioni poste dal Cremlino per evitare una rottura che peserebbe assai più sull'Occidente che sulla Russia. Del resto, che il Cremlino intendesse rendere più forte, stabile e definitiva la sua presenza militare nelle due regioni era da tempo, oltre che ovvio, anche palese: la base militare di Dzhava, in Sud-Ossezia, è in costruzione da settimane (vedi il manifesto del 4 settembre). La novità è che nessuno sembra più preoccuparsene, il che vuol dire, per usare un linguaggio brutale, che la Georgia di fatto è già stata «scaricata» dai suoi presunti alleati occidentali. Salvo qualche dichiarazione di facciata, come quelle fatte dal vicepresidente americano Dick Cheney nel suo fallimentare tour caucasico-europeo (tutti i suoi interlocutori - persino i più disperati, come i presidenti di Georgia e Ucraina - hanno mostrato di voler aspettare la prossima amministrazione) il clima di sostegno e solidarietà frettolosamente costruito intorno alla Georgia si sta dissolvendo con altrettanta fretta. E non è solo la cinica Europa gas-dipendente a voltare le spalle. L'ultima nave da guerra Usa se n'è andata dai porti georgiani dopo aver scaricato sotto gli occhi attenti dei militari russi le sue tonnellate di carta igienica e spazzolini da denti, e si capisce benissimo che non ci sarà a breve termine una «fase due» dell'impegno militare di Washington. L'unica misura anti-russa presa dalla Casa bianca, lo stop al mega-accordo Usa-Russia per lo sviluppo del nucleare civile, è in realtà un salvataggio in extremis dell'accordo stesso, che viene congelato senza sottoporlo alla ratifica del Congresso: se fosse andato al voto dei deputati sarebbe stato bocciato per sempre, invece così potrà esser rimesso in pista fra qualche mese, soddisfacendo la potente lobby nucleare americana che aveva premuto moltissimo per ottenerlo. Infine: l'Osce (incaricata con la Ue di monitorare dal lato georgiano le frontiere dei due nuovi «stati») ha pubblicato ieri un rapporto durissimo sulle elezioni svoltesi in maggio a Tbilisi, parlando di «seri brogli» e di « clima antidemocratico»; nelle stesse ore l'opposizione georgiana ha iniziato a chiedere le dimissioni del presidente Mikheil Saakashvili - dopo un viaggio a Washington di uno dei suoi principali leader. Forse non ha torto il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov quando definisce Saakashvili «un cadavere politico». Il fatto è che la guerra d'agosto ha spostato i problemi, mostrando che i rapporti di forza reali sono diversi da quelli che si pensava. Per esempio, tutti i progetti di pipelines alternative per pompare in Europa gas e petrolio del Caspio e dell'Asia centrale lasciando fuori la Russia sono andati a farsi benedire in un attimo. Paesi chiave per questi progetti, come Azerbaigian e Turchia, si sono precipitati a negoziare con Mosca - ormai solo qualche fanatico si ostina a pensare che il progetto Nabucco vedrà mai la luce, visto che la stessa Bp, capofila del progetto, sta seriamente ripensandoci. E contemporaneamente sta arrivando al dunque anche la questione ucraina. Il modo furibondo in cui il presidente Viktor Yushenko si è sbilanciato durante la guerra d'agosto, mettendosi in urto radicale con Mosca e chiedendo di entrare subito nella Nato, ha provocato una nuova e seria crisi a Kiev: ora il governo della premier Yulija Timoshenko prende le distanze e si avvicina all'opposizione filo-russa, mentre si susseguono voci contrapposte di «golpe», più o meno istituzionale. Ieri Yushenko è volato a Parigi per un summit con i leader della Ue, ma questi ultimi sono ormai consapevoli di aver a che fare con un uomo che non rappresenta quasi nessuno in Ucraina e che è una fonte di continua instabilità e conflitto. Giocarlo in chiave anti-russa non può che far precipitare le cose, a Kiev, nel modo peggiore per l'Europa.

 

Iraq, tallone d'Obama - Marco d'Eramo

NEW YORK - Ieri mattina il presidente George W. Bush ha annunciato un parzialissimo ritiro dall'Iraq (del 5,4% del contingente di occupazione) compensato da un invio di rinforzi in Afghanistan. Bush ha detto che non sarà sostituito un battaglione di marines - circa 1.000 uomini - che doveva comunque lasciare la provincia di Anbar a novembre. A febbraio invece partirà dall'Iraq una brigata da combattimento di 3-500-4.000 uomini, accompagnata da 3.400 uomini di supporto. Adesso sono presenti in Iraq 146.000 soldati Usa. A febbraio, dopo la partenza degli 8.000, gli effettivi saranno ancora 138.000, cioè più di quanti fossero nel gennaio 2007 prima del cosiddetto surge, cioè dei rinforzi. A novembre arriverà in Afghanistan un battaglione di marines mentre a gennaio vi sarà mandata una brigata, per un totale di circa 4.500 uomini. Ora le forze Usa in Afghanistan sono composte da 33.000 soldati (erano 21.000 due anni fa), mentre gli altri paesi Nato hanno 31.000 uomini sul posto. Bush ha anche annunciato piani per rafforzare l'esercito nazionale afgano, facendolo raddoppiare da 60.000 a 120.000 uomini, ben oltre il precedente obiettivo di 80.000 soldati. Bush ha anche riconosciuto che l'esercito Usa sta provocando vittime civili in Afghanistan: «Incresciosamente ci sono volte in cui la nostra caccia del nemico risulta in accidentali morti civili. Ho promesso al presidente Kharzai che l'America coopererà strettamente con il governo afgano per assicurare la sicurezza del popolo afgano pur nel proteggere vite innocenti». Bush ha anche lasciato un monito pesante al Pakistan: dopo aver detto che il mantenimento della sicurezza all'interno dei propri confini pertiene a uno stato sovrano, Bush ha affermato che gli Usa non possono accettare che una parte del Pakistan sia diventata «un santuario per i più pericolosi terroristi del mondo». Ma l'intento principale del presidente uscente era d'intervenire nella campagna presidenziale in cui l'Iraq doveva essere un punto di forza dei democratici. Ma i repubblicani stanno tentando di tutto per volgerlo a proprio vantaggio. Il fatto è che quasi tutti i democratici (in particolare HIllary Clinton e Joe Biden) non sono mai stati contro la guerra in sé: si sono scoperti contrari solo quando sembrava che fosse persa. Erano contro la sconfitta, non l'invasione. Ora, dopo la cacciata di Donald Rumsfeld dal Pentagono e la nomina del generale David Petraeus a capo delle operazioni, la strategia americana è stata capovolta. Gli Stati uniti si sono deciso a quello cui per i quattro anni precedenti si erano opposti: a fare politica, come qualunque impero ha sempre fatto con i territori occupati, dai romani in Gallia agli inglesi in India. L'invio di 20.000 rinforzi nel febbraio del 2007 ha infatti nascosto la vera novità, e cioè la decisione di trattare, finanziare, spesso comprare (con denaro o con importanti concessioni politiche) tutti i capi clan sunniti. Ai sunniti è stato consentito di organizzare una propria milizia armata forte di 120.000 uomini. Risultato, le morti dei soldati Usa in Iraq sono crollate verticalmente: da oltre 100 morti al mese del primo semestre 2007 ai 13 caduti di luglio e i 23 di agosto. L'estrazione di petrolio è cresciuta e alcuni quartieri di Baghdad sono meno pericolosi. A tutti i democratici che si erano opposti al surge , adesso Bush e il candidato John McCain sbattono in faccia «la vittoria» e addirittura si coglie un tono trionfalistico nella campagna repubblicana. Il candidato democratico Barack Obama ha ammesso in Tv che «il surge è stato un successo». Ma la debolezza democratica sta nella loro incapacità di stanare i repubblicani sul tema di fondo: che vittoria è quella che consiste solo nel non morire di militari Usa? E in che cosa consiste la vittoria Usa in Iraq? I problemi politici del paese sono ancora tutti sul tappeto: in particolare la coesistenza delle tre componenti (sciita, sannita, curda) in uno stato unitario e, ancor più vitale, la spartizione delle risorse petrolifere: i sunniti vivono in un'area priva di petrolio mentre curdi e sciiti galleggiano sopra immense riserve di greggio. Oltre che sull'Iraq, i democratici si trovano sulla difensiva anche sul fronte interno, e cioè sul terreno mediatico in cui sfonda la giovinezza, la brutalità e la violenza della candidata vicepresidente repubblicana, la governatrice dell'Alaska Sarah Palin. I repubblicani cercano di configurare questa campagna come un proseguimento delle primarie e presentarsi come il partito delle donne (in particolare le donne suburbane e rurali, e con basso livello d'istruzione) contro il partito dei neri e delle minoranze etniche. Gli uomini di Obama ora chiedono a Hillary d'intervenire di più da qui a novembre per contrastare la Palin. E Bill Clinton ha chiesto un incontro a Obama, presumibilmente per porre le proprie condizioni politiche dopo che alla Convention Obama aveva commesso la leggerezza di snobbarli. Come prevedibile, dopo le due Conventions i sondaggi sono tornati quelli che erano prima, con i due candidati in sostanziale parità. Ma questo non smentisce l'aria da tregenda che si respira tra i repubblicani per cui si profila una sconfitta clamorosa al Senato, alla Camera e nei seggi di governatore in palio a novembre. È previsione comune che Obama otterrà un risultato peggiore del Partito democratico nel suo insieme, a causa naturalmente del fattore «razza», l'implicito sottaciuto ma che intride tutta la campagna. La debolezza di Obama sta anche nel non aver trovato un'idea forte, una misura simbolica che esprima il suo progetto economico. A tutt'oggi ambedue i candidati sembrano non accorgersi della gravità della crisi in cui versano gli Usa e delle difficoltà che devono affrontare i cittadini. Ma se quest'ignoranza è comprensibile in McCain, è molto più deleteria per Obama. PS Dopo lo «scoop» sugli attentatori di Denver, ecco lo «scoop» della «gaffe di Obama sulla fede musulmana». Peccato che gli unici ad accorgersene siano stati, ancora una volta, i giornali italiani. Perdono il pelo, ma non il vizio.

 

Liberazione – 10.9.08

 

Tutti i morti sono da rispettare ma le cause per cui si muore no

Lidia Menapace

Ero molto assonnata l'altra sera e ascoltavo per dovere Primo piano , ma mi sono risvegliata di botto ascoltando Mantovano: il sottosegretario giustificava il ministro La Russa (e lasciamo pur stare se fa parte di quelli che vogliono fare le scarpe a Fini: sono affari interni alla destra) - ma era sorprendente quel che sosteneva. «I poveri ragazzi di Salò, confusi, patriottici, vaghi». Ma noi? Loro erano tutti scemi e poveri ragazzi che non capivano nulla e noi che avevamo il manifesto di Marx del 1848 in una tasca e il "Che fare?" di Lenin nell'altra e capivamo tutto? Ma come si fa a costruire una "memoria condivisa" così, senza il minimo apparato informativo, su una frase di un candidato presidente della Camera in lista d'attesa per proporsi alla presidenza della Repubblica e in cerca di consensi? Chi ha proposto la "memoria condivisa" sapeva quel che diceva? Ma quale memoria è "condivisa"? Nemmeno quella della storia del calcio! Che cosa vuol dire? Passata la festa gabbato lo santo, volemose bbene ecc.? A parte qualsiasi altra considerazione, dove è il fondamento scientifico, quale appoggio storiografico regge tale risibile proposta politica? La memoria è da ricostruire criticamente e alla fine si compone un giudizio storico-critico, magari provvisorio (la memoria della Resistenza deve essere arricchita ancora di molti elementi, ad esempio di tutta la parte della partecipazione delle donne, dei contadini, degli operai) e poi ci si riferisce ad essa sulla base del fatto che gli errori e le colpe altrui non scusano le mie, cosa che già sapeva Socrate, non  occorre nemmeno essere postmoderni; e che tutti i morti sono da rispettare fino a prova contraria, ma le cause per cui si muore no, non sono tutte da rispettare. Che cosa pensavamo noi che decidemmo di fare la Resistenza? Anche noi eravamo confusi, anche perchè Badoglio non dette affatto ordini chiari e i generali si comportarono in modi molto differenti e perchè i "liberatori" non furono sempre tali. Ad esempio  l'Udi li accusò di essere stati molto violenti con le donne e tentò negli anni '50 di ottenere che alle donne stuprate dai "Liberatori" (ricordate la Romana di Moravia e l'episodio della ragazza siciliana in Paisà di Rossellini?) fosse riconosciuto lo stupro come danno di guerra (riconoscimento ottenuto e mai seguito da un qualsiasi risarcimento). Anche la nostra storia non è tutta lineare, quando mai? Fu uno degli eventi più drammaticamente confusi, incerti, pieni di dubbi e di oscurità di tutta la nostra tormentata storia.  Ma riuscimmo a capire le cose profonde, i fondamenti etici, e a comportarci secondo quel che avevamo capito e di ciò ci sentiamo responsabili. Non è che da una parte ci fossero tutti i geni e i colti della storia e dall'altra dei poveri stupidi abbacinati dalla patria, dalla fedeltà e dall'"onore". Era noto e del resto visibile a tutti che Mussolini non si oppose in alcun modo alle azioni di Hitler contro gli altri popoli e questo ben  prima di diventare, a seguito di una congiura dei suoi, prigioniero e vittima a sua volta: infatti quando Hitler annettè l'Austria, Mussolini che aveva un patto con Dollfuss per la tutela dell'integrità austriaca, mandò per forma alcune divisioni al Brennero e poi se le riprese e lasciò che Hitler si mangiasse l'Austria, arrivando fino al Brennero, alla faccia della  fedeltà e dell'onore! Era così evidente la sottomissione di Mussolini  ad Hitler che circolò in quei giorni una  battuta. Il  giorno in cui Hitler decise di passare il confine e prendersi l'Austria,  si ricordò all'improvviso che non aveva detto nulla al Duce, allora impugnò la penna e con stile laconico qual si addice ai veri uomini, gli scrisse : «Caro Benito, annetto, tuo Adolf» e Mussolini ricevuto cotanto messaggio replicò laconicamente da vero macho:«Caro Adolf, abbozzo, tuo Benito». Ognuno cercò di capire che cosa succedeva e molti e molte capirono e si schierarono dalla parte che credevano giusta o conveniente: il  giudizio storico si confeziona su questi dati. Citerò un  fatto. A Novara dove vivevo, venne a morire non molto dopo l'8 settembre 1943 il vescovo ed eravamo in attesa di vedere se il Vaticano avrebbe nominato un altro vescovo che giurasse fedeltà al governo o no. Il Vaticano nominò un amministratore apostolico con tutti i poteri di vescovo che però non doveva giurare non essendo vescovo e si capì che non giudicava la Repubblica di Salò uno stato legittimo. Era un segno chiarissimo. Il vescovo agì contro le violenze con grande coraggio e il prefetto fascista Vezzalini mise una taglia di un milione sulla sua testa e fece bruciare la sua macchina, prontamente restituitagli dagli industriali novaresi. Ma i nazi e i fascisti non lo piegarono e la città lo compensò con un bel monumento nei giardini pubblici col titolo di "Defensor civitatis". Le storie della Resistenza sono tante, non condivise, ma sarebbe il caso di smetterla con le solite memorie riscaldate e andare a vedere i fatti.

 

«A Porta San Paolo c'eravamo noi. Ciarrapico dice falsità»

Tonino Bucci

Rosario Bentivegna a Porta San Paolo quel giorno c'era di persona. L'8 settembre era sulle barricate per difendere Roma dalle truppe tedesche. Di quelle giornate conserva una memoria formidabile. Della Resistenza romana parla con orgoglio, appena un pizzico di scoramento per il dibattito di questi giorni, per le dichiarazioni del ministro La Russa sulla Rsi e per l'essere costretto a puntualizzare eventi che pensavamo essere acquisiti dalla memoria pubblica. Così, purtroppo, non è. La memoria, se non la si esercita, impallidisce. Scompare. E allora capita che acquistino credibilità nel calderone massmediatico persino frasi come quelle pronunciate da Giuseppe Ciarrapico, senatore del Pdl, noto per le nostalgie fasciste. «A combattere a Porta San Paolo - ha detto - non c'erano né partigiani né ebrei, nessuno di loro ha preso il fucile. C'erano solo fascisti. Napolitano elogia tanto la Resistenza a Porta San Paolo: ma lì i partigiani non si sono mai visti». Rosario Bentivegna la Resistenza l'ha fatta per davvero, è stato comandante gappista nella zona della Casilina e, semmai ci fosse il bisogno di ricordarlo, uno degli autori dell'attentato di Via Rasella contro una colonna di soldati delle Ss. Che novità è mai questa? A Porta San Paolo c'erano solo fascisti? Non vale la pena perdere tempo a rispondere a queste provocazioni. Sono in palese contrasto con i fatti. Certo, a San Paolo, l'8 settembre c'erano soldati dell'esercito nazionale dello Stato fascista. Un esercito allo sbando abbandonato dall'Alto Comando. Ma questo non significa che i soldati fossero tutti fascisti. E' la solita idiozia, il solito ritornello, "fino all'8 settembre eravamo tutti fascisti". Non è la prima volta che lo sento. Semmai è grave il credito che si concede agli autori di queste provocazioni. I soldati di San Paolo erano antifascisti. Anch'io ero un soldato del Regno d'Italia. Ma non ero fascista. E come me non lo erano neppure tanti altri della mia generazione. Un altro esempio? Quand'ero studente di medicina rifiutai assieme agli altri di cantare Giovinezza. Viene fuori la cultura fascista di tanta parte del personale politico di questo governo. Hanno detto che a Porta San Paolo non c'erano partigiani. Ma Roma non è stata tra le prime città dove sono nati i Gap? Chiaro che l'8 settembre non potevano esserci formazioni partigiane organizzate. A parte il fatto che non ci sarebbe stato tempo per organizzarsi, non dimentichiamo che l'occupazione nazifascista inizia solo l'8 settembre al momento dell'armistizio. A ogni modo a Roma le prime azioni dei gappisti risalgono già al mese di ottobre, se non prima. E il Comitato di liberazione nazionale nasce già il 9 settembre per iniziativa dei partiti antifascisti. La Resistenza romana non ha avuto solo San Paolo, il Ghetto, via Rasella e le Fosse Ardeatine che sono le azioni ancora presenti nella memoria storica. Dall'8 settembre del '43 al 4 giugno del '44 è stata all'avanguardia nella lotta armata contro gli occupatori nazisti e i loro alleati repubblichini. Roma poteva resistere con successo non solo per l'imponente presenza di militari dell'esercito italiano ma anche per la volontà diffusa nei romani di battersi contro l'occupazione nazista. Senza il sostegno della popolazione la Resistenza romana non avrebbe avuto quelle caratteristiche politiche e militari di spontaneità e di diffusione capillare. C'erano decine di formazioni, da quelle dei partiti del Cln (soprattutto, comunisti, azionisti e socialisti), ad altre come Bandiera Rossa o i Cattolici Comunisti o il Centro militare clandestino degli ufficiali. E altre ancora, piccole o piccolissime, che operavano in autonomia. Quali sono i tuoi ricordi personali? Ricordo che in quelle giornate giravamo per Roma in cerca di armi. C'era tanta gente che voleva armarsi per andare a fermare i tedeschi. La fuga del Re e la mancanza di ordini aveva gettato le divisioni dell'esercito italiano nella confusione. Dalle caserme gettavano le armi. E i cittadini correvano per prenderli. Era un moto spontaneo. C'era poco di organizzato. Qualche giorno prima dell'8 settembre, in vista di un eventuale scontro con i tedeschi, furono consegnate delle armi ai partiti antifascisti. Il generale di corpo d'armata Giacomo Carboni diede in consegna a Luigi Longo, Roberto Forti e Antonello Trombadori due camion carichi di fucili, pistole e munizioni. E loro li distribuirono ai militanti del Partito comunista. Credo che fatti analoghi siano avvenuti anche negli altri partiti antifascisti. A Roma la forza militare dei tedeschi era tutt'altro che invincibile se non fosse stato per la bassezza degli alti comandi italiani. O no? La forza militare italiana era enorme. Potevamo battere i tedeschi senza difficoltà. Attenzione però. A Roma i tedeschi non hanno vinto. Tutti dimenticano che i combattimenti non si sono svolti solo a San Paolo. Ci furono scontri per un raggio di venti chilometri tutto attorno alla città. I romani e i soldati combatterono strenuamente tanto che i tedeschi - non noi - furono costretti a chiedere un armistizio. Roma non chiese né ottenne una resa, ma firmò il 10 settembre un armistizio le cui clausole furono immediatamente violate dai nazisti. I tedeschi riconobbero a Roma lo status di "città libera", presidiata dalle truppe dell'esercito italiano, impegnandosi a non entrare in città con i loro comandi e le loro truppe, e chiedendo soltanto il controllo della loro ambasciata, delle strutture radiofoniche di "Roma 1" e delle centrali telefoniche presenti in città. Le loro richieste furono accolte. Così l'armistizio fu firmato. Ma il giorno dopo la sua pubblicazione, i nazisti tedeschi non tennero fede ai patti, occuparono la città, rastrellarono gli ufficiali e i soldati che riuscirono a catturare e li deportarono, insieme agli alti ufficiali che avevano firmato con loro l'armistizio che aveva posto fine alla breve difesa di Roma.

 

Rom seviziati, violenze sui gay. Siamo ancora una democrazia?

Anubi D'Avossa Lussurgiu

Siamo una democrazia. La «sovranità», che «risiede nel popolo», è esercitata con il voto. Questo dice la Costituzione della Repubblica. Ma non dice solo questo. Altrimenti, basterebbe a ben poco. Ad essere chiamati a scegliere questo o quel governo, una volta ogni qualche anno, certo. Ma per governare quale convivenza, cioè quali garanzie delle libertà di ognuna e di ognuno, dunque in quale progetto di civiltà condiviso e da ricondividere, sempre, fra eguali? Ecco cosa d'altro dice la Costituzione: ed è ciò che ne fa una Costituzione. Sono proprio quella convivenza, quelle garanzie, quelle libertà, quel progetto di civiltà, che invece appaiono oggi muti. Annichiliti. Anzi, sanguinano. E' il sangue di Angelo e Sonia Campos, del loro sei figli di cui cinque minori, della moglie e dei due figli del maggiore, di Cristian Udorich, della sua compagna, dei tre loro bambini e del loro amico Denis Rossetto. Cittadini italiani, cittadini di questo Paese, di questa Repubblica. Cittadini e cittadine di origine rom. Un'origine, dei modi di vita: uguaglianza e libertà. Spazzate via, spezzate, schiacciate nel sangue venerdì scorso da un gruppo di servitori dello Stato, di armati dello Stato, in uniforme dello Stato. Carabinieri che prima intimano di "sgomberare" il gruppo di roulotte riunite per un breve pranzo nel piazzale delle giostre di Bussolengo, in provincia di Verona, la bella Verona, la Scaligera, la città di Giulietta e Romeo, dell'amore; e poi iniziano un massacro di pestaggi e sevizie e umiliazioni, che loro, i cittadini e le cittadine pestati, seviziati e umiliati, le madri e le bambine picchiate e obbligate a ripetere «sono una puttana», i ragazzi adolescenti ora denunciano, mentre in tre subiscono la beffa d'essere trascinati in tribunale, incarcerati per «resistenza». E' il sangue, ancora di Federico e Cristian. Cittadini italiani romani, fra di loro compagni. Che camminavano l'altra sera mano nella mano in una via della Capitale e ne sono usciti sotto il Colosseo. E perciò sono stati presi a sputi, poi bottigliate, poi sassate da giovani più giovani di loro. Cittadini italiani, romani. E' la seconda aggressione omofobica nota all'uscita di quella via, nota come Gay Street. Ed è l'ennesima del genere, in giro per questo bel Paese. Ora politici e notabili della Repubblica ripetono il rito mediatico. Verbalmente si stracciano le vesti, si cospargono il capo di cenere. Concedono una carezza al tamburo dell'indignazione, per uno istante solo. Gli stessi, magari, che le parole l'avevano usate solo uno, due giorni prima per fare mostra di non aver alcuna considerazione per quella convivenza, per quelle libertà, per quella civiltà democratica sancite dalla Costituzione. Con un semplice cenno, facendo scomparire tutto questo, che distingue la Repubblica, dal fascismo che l'ha preceduta e su cui, invece, operare dei "distinguo". Con il gesto brutale di spezzare ogni legame tra la patria e la democrazia, riconoscendo patrioti quelli che combatterono, torturarono e uccisero i patrioti democratici. Quelli che combattevano al fianco del nazismo e ne vigilavano i treni carichi di ebrei, omosessuali, Rom e Sinti, diretti ai lager, alle camere a gas, ai forni. Ora, proprio costoro ripudiano. Condannano. Ammoniscono. Solo l'aggressione ai due fidanzati di Roma, Federico e Cristian, d'altra parte. Ché quella ai cittadini e alle cittadine italiani d'origine Rom nel veronese, da parte di cittadini italiani in divisa e in armi, di carabinieri, è cosa nemmeno registrata dai media. Una notizia propagata da un settimanale come Carta . Una non notizia. Degli adulti e dei minori, degli uomini e delle donne, dei bambini e delle bambine pestati, seviziati, umiliati. Da uomini dello Stato. In una caserma d'una forza armata dello Stato. Come è accaduto nelle strade di Genova e nella caserma di Bolzaneto, sette anni fa, d'altra parte. A monito duraturo, come si vede. E poi: adulti e minori, uomini e donne, bambini e bambine, sì. Ma d'origine Rom. Eterni esponenti, dunque, delle "classi pericolose". Stranieri in ogni patria, anche la loro, anche se questa è la loro. Attuali feticci delle attuali fobie su cui e per cui governare. Soli al cospetto del «senso comune» degli italiani "veri". Quelli guidati con sollecitudine e benevolenza dalla macchina dello spettacolo politico e mediatico a nascondere le decine di migliaia di stupri di donne italiane e non, da parte di uomini italiani, in ogni luogo e soprattutto in casa ed in famiglia, il quotidiano bilancio delle quotidiane violenze italiane, la statistica silenziata delle pratiche correnti dei poteri criminali che sono tanta parte della società e dell'economia italiane, dietro l'immagine proiettata dello straniero, del migrante, del nomade, evidentemente del più povero, necessariamente stupratore, violento, delinquente. Le donne, i bambini, le bambine: effetti collaterali. Nell'acclamate e incontrastata pulizia etnica che, tutt'intorno alle legge decretate e alle azioni legittimate della forza dello Stato, diventa cultura stessa del Paese. Cultura attinta dalle profondità della storia d'Europa, certo. Di quell'Europa che precedeva la caduta dei fascismi e dei vecchi colonialismi e imperialismi. Dell'Europa delle patrie, le piccole e feroci, le grandi e fondate su immani sfruttamenti e stermini; e le mediocri come la nostra, cui Savoia e fascismo pure regalarono il potere di soggiogare qualche milione d'africani e poi balcanici. L'Europa delle patrie che hanno sempre perseguitato i senza patria, cacciato il differente. La cristiana Europa dei roghi, di Rom e Sinti sopra tutti, come d'omosessuali. E donne. L'Europa e l'Italia dalle cui rovine e ceneri presunse di nascere la Repubblica. Che si ritrova rovina di libertà incenerite.

 

Venerdì di paura a Bussolengo. Rom picchiati dai carabinieri

Angela Mauro

Un incubo. Giorgio Campos, 18 anni a dicembre, nato a Como, di origine rom e con regolare residenza a Brescia, è ancora sotto shock. Per lui e la sua famiglia quella di venerdì scorso doveva essere una tranquilla gita per «far visita a parenti che vivono nei dintorni di Brescia», racconta. E invece una pausa pranzo a Bussolengo, vicino Verona, si è trasformata in dramma. Erano in roulotte: lui con i genitori, Sonia e Angelo Campos, e i tre fratellini più piccoli. Con loro altre due roulotte: quella del fratello maggiore di Giorgio con moglie e due figli minorenni e quella dello zio Christian Hudorovich con la compagna e tre bambini. Sul posto, già presente, la roulotte del cugino di Giorgio, Denis Rossetto. «Ci siamo fermati in un parcheggio pubblico (piazzale Vittorio Veneto, ndr.) per mangiare qualcosa, abbiamo fatto appena in tempo a mettere fuori un tavolino che sono arrivati i vigili - dice Giorgio - ci hanno chiesto se saremmo andati via dopo il pranzo, gli abbiamo detto di sì, era questa la nostra intenzione, e loro gentilmente si sono allontanati». Ma intorno alle 14 è arrivata una pattuglia dei carabinieri («un maresciallo e un brigadiere», continua il ragazzo) e, secondo il racconto di Giorgio si è scatenato l'inferno. «Non ci hanno nemmeno chiesto i documenti - sostiene - appena sceso dall'auto, il maresciallo ha detto subito che ci avrebbero portato in caserma per "bastonarci come con gli altri rom presi la settimana scorsa, poi gli diamo il foglio di via". Proprio così ha detto. Io e mio padre abbiamo opposto resistenza, gridando aiuto. Loro hanno tirato fuori i manganelli e hanno cominciato a picchiarci e insultarci a parolacce...». Botte da orbi, continua la testimonianza, fino a quando il padre di Giorgio «riesce a divincolarsi e a scappare. Io lo seguo, con le manette ai polsi, me le avevano già messe. Veniamo raggiunti da Denis e saltiamo sulla sua roulotte». Un'altra pattuglia dei carabinieri li ferma a Caselle di Sommacampagna, lì nei dintorni. «Sul posto arrivano in tutto tre pattuglie - prosegue Giorgio - Minacciandoci con la pistola ci fanno salire ognuno su un'auto, dopo averci picchiato di nuovo, e ci portano alla caserma di Bussolengo». Dove si trovano già Sonia Campos, il figlio 15enne Michele, Christian e la compagna. «Hanno deciso di lasciare alla roulotte i miei fratelli più piccoli, Marco e Johnny, ma solo dopo averli picchiati: al primo gli hanno spaccato due denti...». In caserma «l'inferno» raccontato sia da Giorgio che nelle denunce presentate ieri alla magistratura dai suoi parenti, dura fino alle «cinque del pomeriggio». All'arrivo, «ci hanno fatto sdraiare sul pavimento e ci hanno calpestato. Ma il peggio è arrivato dopo, quando ci hanno portato nelle celle del sotterraneo, divisi in tre celle, io ero insieme a mio fratello Michele. Ci hanno picchiato, torturato immergendoci la testa in una bacinella d'acqua. Erano in tre di cui due senza divisa che si dicevano "orgogliosi razzisti". A turno, sia io che mio fratello, siamo stati portati in bagno dove ci hanno denudato: mentre uno picchiava, l'altro riprendeva la scena con il telefonino. Quindi, si sono abbassati i pantaloni e ridevano...». Poi il trasporto alla caserma di Peschiera del Garda (tranne che per Christian e la compagna che vengono rilasciati) per il prelievo delle impronte digitali. Anche lì «insulti, minacce, percosse, la scena del bagno che si ripete con gli stessi protagonisti che questa volta ci sfottono anche chiedendoci del sesso orale...», dice ancora Giorgio. Poco prima delle 20, lui e il fratello vengono rilasciati. Restano in carcere i genitori e il cugino Denis. Il processo per direttissima si doveva svolgere sabato scorso ma è stato rinviato al 16 settembre. L'accusa: resistenza a pubblico ufficiale e, per Sonia, tentato furto della pistola d'ordinanza. Sì, perchè nel verbale dei carabinieri si sostiene che la mamma di Giorgio abbia tentato di rubare la pistola al «maresciallo Carusone», dopo l'intervento della pattuglia in piazzale Vittorio Veneto a Bussolengo. «La fondina ce l'aveva aperta e la pistola gli è cascata... Ora tentano di accusare mia madre...», è la versione di Giorgio. Ad ogni modo, questa non è l'unica discrepanza tra le denunce delle vittime - che si sono anche fatte refertare al pronto soccorso a Desenzano del Garda - e il verbale dei militari - che insistono molto sull'atteggiamento «di sfida» di Angelo Campos e degli altri «vili aggressori». Del caso si sta occupando l'associazione bresciana "Nevo Gipen" e l'istituto di cultura sinta "Sucar drom" di Mantova. «Spero che la magistratura faccia luce su un episodio che si configura come uno dei più gravi atti razzisti compiuti in Italia, come confermano le denunce delle vittime - dice Carlo Berini di "Sucar drom" - un episodio paragonabile alle torture della caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001...».

 

La Stampa – 10.9.08

 

Ginevra, via all'esperimento del Cern

ROMA - Per qualcuno sarà l’esperimento del secolo, per altri l’inizio della fine del mondo. Di certo è un evento molto atteso per il quale si sono accreditati 500 giornalisti provenienti da tutto il pianeta. È l’avvio del più potente acceleratore di particelle al mondo (il Grande Collisore Adronico, Large Hadron Collider, LHC) avvenuto intorno alle 9,30. Il test realizzato nel Laboratorio del Cern, in un tunnel lungo 27 chilometri a circa 100 metri nel sottosuolo, al confine tra la Francia e la Svizzera. L’obiettivo è quello di ricreare le condizioni che esistevano all’inizio del mondo, il microcosmo di violente collisioni che si produssero 1 picosecondo dopo il "big bang". Dopo decenni di lavoro oggi un primo fascio di protoni farà il suo giro di prova all’interno dell’anello sotterraneo. Per la prima volta nella gigantesca macchina -«una meraviglia tecnologica», come ha detto il direttore del Cern, Robert Aymar- circoleranno fasce di particelle (protoni) ad una velocità prossima a quella della luce (99,999991% di velocità della luce): 11.000 rotazioni al secondo dentro al tunnel. I primi fasci di particelle sono stati introdotti lo scorso primo agosto. Oggi è in programma il primo tentativo perchè circolino attraverso tutta la traiettoria del Collisore. I fasci saranno immessi nell’Lch dopo esser stati lanciati a un’energia di 0,45 TeV (l’unità che misura i livelli di energia negli acceleratori di particelle). Ma per il momento non ci sarà alcuna collisione di particelle. Per il ’big bang’ bisognerà attendere ancora qualche settimana: nel giro di prova di oggi, gli scienziati valuteranno invece che il fascio di protoni circoli in modo stabile. L’obiettivo finale dello straordinario esperimento, a cui l’Italia collabora con un notevole sforzo finanziario e decine di scienziati, è quello di dare risposta alle molteplici domande sull’origine dell’universo, capire perchè la materia nell’universo è molto più abbondante che l’anti-materia e giungere a scoperte che cambieranno profondamente la nostra visione dell’universo, dicono i ricercatori che lavorano a Ginevra. Una delle grandi speranze è trovare la particella di Dio, il bosone di Higgs, una particella che non è mai stata individuata, ma solo ipotizzata dallo scienziato scozzese Peter Higgs e che sarebbe quella responsabile di aver dato materia a ogni altra particella esistente. Ma la comunità scientifica è in allarme. C’è chi contesta che siano stati investiti enormi quantità di denaro (6 miliardi di dollari) per soddisfare un gruppo di scienziati ambiziosi, dimenticando i problemi urgenti della terra. Non solo. Il timore degli scienziati capitanati dal professor Otto Rossler, chimico tedesco della Eberhard University, è proprio che l’esperimento del Cern possa, a causa delle collisioni di energia che scatenerà, generare un buco nero capace di risucchiare la terra e farla sparire nel giro di pochi anni. Timori che hanno spinto Rossler e compagni a fare ricorso presso la Corte Europea dei diritti umani per fermare l’esperimento. E c’è persino chi, per giustificare i timori di un’Apocalisse, ha riesumato una profezia di Nostradamus: «Fuggite, fuggite da Ginevra, Saturno cambierà l’oro in ferro». Ma di fronte alle accuse, dal Cern arrivano rassicurazioni assolute: un sito risponde alle domande più comuni sulla sicurezza dell’esperimento "Lhc". Michelangelo Mangano, fisico nucleare veronese e ricercatore del Cern, è autore di uno studio sulla sicurezza del Lhc nato proprio per rispondere alle critiche. «Il rischio - spiega Mangano- - non fa minimamente parte di un progetto come questo, ma abbiamo comunque deciso di rispettare le paure altrui e spiegare come queste paure non siano in nessun modo fondate. Collisioni di energia come quelle prodotte dall’Lhc si sono verificate sulla terra come in altri pianeti un numero immenso di volte: l’Lhc ricrea infatti i fenomeni naturali dei raggi cosmici, che producono energie anche superiori e che investono continuamente il nostro pianeta, come altri corpi celesti, senza nessuna conseguenza». «Noi non neghiamo di cercare anche di generare dei buchi neri - continua Mangano - ma se anche venissero prodotti, ed è difficile che accada, questi decadrebbero istantaneamente senza conseguenze». Se l’Lhc comporta dei rischi, secondo lo scienziato, sono rischi di natura meccanica, legati al tipo di struttura «un tunnel di 27 chilometri, 100 metri sotto terra e in presenza di un’alta tensione delle correnti», e a cui si risponde con tutte le misure di sicurezza del caso. «Ma non esiste nessun rischio nemmeno per noi che abitiamo a pochi chilometri dall’esperimento».

 

"Ho trovato l'errore. Così verrà l'Apocalisse" - GABRIELE BECCARIA

E’ quasi impossibile per i non scienziati discriminare tra stranezza legittima e pura follia». Parola di Paul Davies, fisico, cosmologo e divulgatore britannico. I suoi colleghi se ne stanno accorgendo sulla propria pelle. Sono bastati alcuni «ribelli» (i folli, appunto) a scatenare la psicosi di massa: il mondo finirà oggi o di lì a poco per colpa dell’LHC? Dopo le accuse dagli Usa di Luis Sancho e Walter Wagner, ora il momento della celebrità è tutto per Otto Rossler, controverso biochimico e professore di Teoria del Caos all’Università di Tubinga, in Germania. Anche lui annuncia l’Apocalisse e anche a lui la Corte europea dei diritti umani ha detto no: il ricorso per stoppare il super-acceleratore è stato respinto. Professore, lei ha chiesto al Cern una conferenza sulla sicurezza, ma le sue paure sono state giudicate infondate. E' pentito? «Ho un’idea e una preoccupazione, ma evidentemente loro sono più intelligenti di me!». Scherzi a parte? «E’ una questione di psicologia: se la maggior parte degli scienziati sostiene che non ci sono pericoli, allora tutti seguono l’opinione generale». Il Cern, comunque, ha pubblicato un «report»: non le è bastato? «Nessuno ha risposto alla mia teoria». Lei immagina la Terra trafitta da tremendi fasci di energia e divorata da una serie di mini-buchi neri, cresciuti nel suo grembo a causa dell’LHC: da dove nasce questo scenario? «Ho elaborato la prova della non-evaporazione dei buchi neri, smentendo il modello noto come “Hawking evaporation”». Così lei sovverte molti principi fisici: c’è qualche collega che le dà ragione? «All’inizio pensavo di essere stato il primo a sollevare dubbi sul teorema di smaterializzazione, ma mi sbagliavo. Vladimir Belinski, professore alla Sapienza di Roma, ha pubblicato una ricerca simile due anni fa, un anno prima della mia. E lui ha lavorato a Mosca con il cosmologo Jakob Zeldovich, leader della scuola russa sui buchi neri». Non ha preso abbagli? «Nessun errore. Tutta la questione nasce da Einstein, che aveva l’abilità di vedere cose mai pensate prima, ma il difetto di non arrivare alle conclusioni estreme. La mia scoperta è legata alla relazione spazio-tempo». Provi a spiegare. «Quando il tempo è rallentato di un fattore doppio, lo spazio è due volte più grande. Le mie equazioni lo provano, ma nessuno, finora, l’aveva evidenziato. E’ su questa base che dimostro che i black holes alla fine del tunnel spazio-tempo non evaporano». Lei si aspetta molti buchi neri, giusto? «C’è da aspettarsi un milione di black holes in una decina di giorni». Come li produrrebbe l’LHC? «Sappiamo che nell’acceleratore si scontrano fasci di protoni a energie altissime e che all’interno ci sono particelle più piccole, i quarks: lo scenario è che due quarks si avvicinino così tanto da generare un black hole, confermando la Teoria delle Stringhe». Che forma avrebbero i buchi? «Non a forma di punto, ma probabilmente ad anello. Ma esiste anche una teoria alternativa, la “fractal space time theory” di Mohamed El Naschie: il buco nero sarebbe un oggetto frattale». E le dimensioni? «All’inizio minimali, poi si verificherà un fenomeno come quello delle trottole». Vale a dire? «Assisteremo all’auto-organizzazione delle strutture, simile a quella dei buchi neri che alimentano le quasars e le nano-quasars: la differenza è che nel primo caso la materia ha un nucleo di miliardi di masse solari e due “jets” energetici, mentre nel secondo la massa è di una-due volte quella del Sole. In ogni caso, basteranno 50 mesi per divorare la Terra». Non vede difese? «Potremmo provare a inviarli nello spazio, ma non avremmo abbastanza energia». Come arriverebbe la fine? «La Terra verrebbe ingoiata e si restringerebbe a una pallina: come una ciliegia».

 

L'Opec taglia la produzione di greggio

MILANO - L’Opec ha chiesto ai suoi membri di «rispettare strettamente le loro quote di produzione», ciò che equivale a una effettiva riduzione di «520mila barili al giorno» della loro offerta. Lo hanno riferito dirigenti dell’Opec durante una conferenza stampa. L’Opec ha deciso di tornare «alle quote di settembre 2007», ciò che equivale a «28,8 milioni di barili al giorno escludendo l’Indonesia», che lascia il cartello, ed includendo l’Angola e l’Ecuador, che non erano ancora membri a quella data. Lo ha dichiarato Omar Faruck Ibrahim, portavoce del cartello. Da diversi mesi l’Opec e più in particolare l’Arabia Saudita producevano più delle quote fissate. La produzione di greggio ha raggiunto 29,67 milioni di barili al giorno. I membri dell’Opec ora «si sono impegnati a rispettare strettamente le quote» di settembre 2007, ha aggiunto il portavoce. A una domanda sull’ammontare esatto della riduzione, il ministro algerino del petrolio e suo attuale presidente Chakib Khelil ha risposto che ciò equivale a «520mila barili al giorno se si compara alla produzione del luglio 2008». È stata una sorpresa quella emersa al termine di una notte di discussioni tra i paesi membri, poichè il capofila dell’Opec, l’Arabia Saudita, si era detta soddisfatta dell’approvvigionamento del mercato, lasciando intendere che il livello di produzione dei paesi Opec non aveva bisogno di essere modificato. Il greggio, che ieri era sceso al livello minimo degli ultimi cinque mesi a New York vicino ai 100 dollari al barile, torna a risalire: nel dopomercato elettronico che fa riferimento al Nymex, la Borsa merci di New York, a Singapore il greggio per consegna a ottobre è stato trattato oggi a mezzogiorno (ora locale) a 103,75 dollari a barile, con un rialzo di 0,49 dollari rispetto a New York, dove ieri sera aveva fatto registrare un ribasso di 3,08 dollari a barile.

 

Truffa tempo pieno: il grande business delle cattedre inutili

GIUSEPPE SALVAGGIULO

TORINO - È la scuola media il «buco nero» del sistema italiano dell’istruzione pubblica. Il luogo dove si apre la frattura, ormai unanimemente segnalata dai rapporti internazionali, tra Italia e resto del mondo. «Tra scuola elementare e media cambia radicalmente la struttura organizzativa, senza una progressione graduale - spiega Daniele Checchi, economista de Lavoce.info - poiché la media è una fotocopia organizzativa delle superiori». Gli alunni si trovano catapultati da un giorno all’altro da una scuola «prevalentemente ricreativa e con forti caratteri affettivi» a una organizzata con decine di insegnanti e altrettanti manuali in un contesto esigente e competitivo. Risultato: un disastro che vanifica i buoni risultati delle elementari (dove nelle classifiche internazionali siamo nei primi cinque posti). A quel punto, spiega Checchi, «il divario si accentua: chi sceglie i licei può recuperare una preparazione d’eccellenza, chi si affida alla formazione tecnico-professionale è spacciato». Conti sbagliati. Chiedere più soldi è fatica sprecata. La Finanziaria impone 7,8 miliardi di risparmi entro il 2012. Un inedito rapporto di Tuttoscuola (www.tuttoscuola.com), che sarà presentato domani a Roma, individua i punti critici dell’istruzione pubblica. Sprechi. Anomalie. A volte scandali. Il più eclatante si annida proprio nella scuola media. È il tempo prolungato, equivalente del tempo pieno delle elementari. In realtà, «a differenza del tempo pieno, quello del tempo prolungato è un servizio ormai più offerto dal ministero che richiesto dalle famiglie». Non solo. Ufficialmente risultano 433 mila alunni di scuola media che frequentano classi a tempo prolungato. Ma l’incrocio con altri dati del ministero, compresi quelli sulle mense, rivela che la realtà è diversa: i ragazzi che effettivamente hanno orari da tempo prolungato sono solo 323 mila. E gli altri 110 mila? «Evidentemente sono in classi solo fittiziamente a tempo prolungato». E visto che l’orario prolungato genera nuovi docenti, i conti non tornano. «Si può stimare che queste classi a tempo prolungato, sulla base di quei 110 mila alunni in meno, siano almeno 5500, corrispondenti a circa 6500 cattedre in più non giustificate». Banchi vuoti. Diecimila scuole, un quarto del totale, hanno meno di cinquanta alunni. «Solo una parte sono in montagna o nelle piccole isole e vanno salvaguardate. Moltissime sono in pianura, a volte in zone industriali». Sintomatico il caso di Breme, in provincia di Pavia: 4 insegnanti e un bidello per undici alunni. Ciascuno di essi costa 8 mila euro l’anno, contro i 3300 di una scuola standard. Un esempio segnalato dal rapporto è quello della provincia torinese: 78 Comuni su 300 hanno una scuola primaria con meno di cinquanta alunni. Per legge, a meno di casi eccezionali, le scuole con meno di 20 alunni dovrebbero chiudere. Ma sopravvivono per ragioni campanilistiche. E il ministero paga. Inverso Pinasca (Torino) ha 13 iscritti alla scuola elementare, con cinque insegnanti. Nel raggio di cinque chilometri, ha ben cinque Comuni che potrebbero ospitarli. Il più vicino è a quattro chilometri. Basterebbe un pulmino. Eppure la microscuola resiste. I corsi di recupero. Anche le superiori non brillano per efficienza. Gli istituti sono autorizzati da una circolare del 1979 a ridurre l’ora di lezione a 45-50 minuti «per cause di forza maggiore». Ma i docenti non recuperano il tempo non lavorato e regolarmente retribuito. Tuttoscuola stima in almeno 6 milioni le ore di docenza retribuite ma non prestate, per un importo di 200-245 milioni di euro. «La restituzione delle ore non lavorate potrebbe contribuire a risolvere a costo zero» il problema dei corsi di recupero, che quest’estate sono saltati in molte scuole e per certe materie a causa della scarsità di soldi a disposizione.

 

Repubblica – 10.9.08

 

Quanto ci piace l'apocalisse - FRANCESCO MERLO

Se siete vivi e ci state leggendo, allora siete già in un altro mondo, anche se con le stesse fattezze di quello che è appena finito. Ci hanno detto infatti che alla fine del buco nero, nel quale siete già precipitati, c'è la terra numero due, anello gemello di ricambio, solo apparentemente con gli stessi ingredienti, con lo stesso giornale che infatti avete ancora in mano e con gli stessi scienziati giocherelloni. Sono infatti loro che in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, stanno sottoponendo il pianeta all'accanimento epistemologico, vale a dire alla verifica del big bang. Secondo informazioni di primissima mano sappiamo che sulla terra che è scappata dalla terra mancherebbero soltanto i mutui e gli affitti da pagare, Bossi, Carfagna e Gelmini, i piatti da lavare, il mal di testa e le partite di calcio. E che il resto si vedrà. Di sicuro non ci può essere nuovo mondo senza fine del mondo. Anche gli Stati Uniti nacquero per scappare dalla guerra tra Cristo e antiCristo che in Europa annunziava appunto la fine del mondo. L'America fu il buco nero dei padri pellegrini, la rigenerazione dell'umanità. Comunque sia, voi che state leggendo questo articolo, per favore, non dimenticate il cielo. Ogni tanto alzate gli occhi per vedere se lassù, senza chiasso, il sole non si stia spegnendo o al contrario non si stia espandendo. Non è infatti detto che il big bang venga avvertito con un rumore, potrebbe trattarsi di uno scuotimento convulsivo silenzioso. E dunque la fine del mondo potrebbe anche essere piacevole, come un nirvana, un'interruzione di coscienza appena percettibile, un sogno. Se invece foste morti e non poteste leggerci, se domani non sarà insomma un altro giorno, ebbene allora sarebbe stata un'eutanasia o meglio una 'autanasia', non un suicidio per mettere fine alla sofferenza, ma un suicidio per gioco scientifico, per un'esplosione che non serve a nulla se non a provare un'ipotesi cosmologica. Non è la prima volta che viene annunziata la fine del mondo. Anzi, si può dire che la storia del mondo è piena di fini del mondo, ma certo questa sarebbe la prima fine del mondo tutta umana, una fine del mondo laica e secolare, senza sacre scritture, senza Dio e senza religioni, innescata in laboratorio, senza paradisi inferni e purgatori, senza giudizio universale in ordine alfabetico, ma anche senza l'angoscia delle processioni dell'ultimo giorno e delle utopie millenaristiche, senza esegesi bibliche o riscoperte di testi aramaici. Convinti che ci sia un rapporto stretto tra la scienza e le convinzioni più bizzarre, tra i miti e le scoperte scientifiche, tra, per esempio, l'eliocentrismo copernicano e l'eliocentrismo precristiano..., convinti insomma che l'oscurantismo sia alla base del sistema solare o, se volete, che il sistema solare legittimi i miti oscurantisti, siamo tutti qui ad aspettarla davvero questa fine del mondo da 'Large hadron collider' che un gruppo di scienziati ha messo in moto e che un altro gruppo di scienziati vanamente ha cercato di fermare. Entrambi sono ossessionati dalla fine e dal cominciamento, proprio come lo erano gli antichi movimenti spiritualistici e millenaristici. Gli scienziati insomma hanno sostituito l'atomo alla preghiera. Sono loro i nostri stregoni, credono nella fine del mondo un po' come Keplero che, grande scopritore dell'orba ellittica del pianeta, era, in realtà, un mistico del numero. Credeva nella perfetta geometria di Dio, descriveva i demoni e i mostri lunari ma proprio la sua passione oscurantista per la geometria gli fece prefigurare lo studio dei cristalli. Notò infatti che "ogni volta che smette di nevicare i primi fiocchi di neve prendono la forma di un asterisco a sei angoli. Perché non a cinque e neppure a sette angoli?". E si sa che Voltaire decapitava lumache e che Spallanzani passò la vita ad amputare rospi. E se il fisico Charles Wilson non fosse stato un fanatico delle nuvole al punto di cercare di fabbricarle in laboratorio mai avrebbe messo a punto, senza volerlo, quel sistema per trattenere le particelle elementari che gli fruttò il Nobel. Ecco: se non fossero fanatici della fine del mondo, "alla ricerca della particella di Dio" come ha appunto dichiarato James Gillies, il portavoce del Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra, i nostri scienziati non avrebbero creato l'appuntamento odierno con l'Apocalisse. "I miei calcoli indicano che il rischio che un buco nero mangi il pianeta a causa dell'esperimento è serio", ha affermato il professor Otto Rossler, un chimico tedesco della Eberhard Karls University. Insomma oggi 10 settembre 2008 abbiamo la prova finale che la scienza è il prodotto del suo contrario e che il progresso scientifico è fatto più di buio che di luce. Come sosteneva Leo Szilard, uno dei padri della bomba atomica, grande amico di Fermi e di Einstein. Nel 1963 Szilard abbandonò la scienza e cercò di convincere un miliardario americano a finanziare con trenta milioni di dollari all'anno una Fondazione per riunire i più grandi scienziati della Terra. Divisi in dieci comitati di dodici sapienti, essi avrebbero dovuto usare la scienza per fermare la scienza o quanto meno per ritardarla, ritardando così il ritorno delle tenebre e la nostra fine. E dunque, se l'anello gemello all'altro capo del buco nero fosse solo una balla, oggi nessuno di noi potrebbe testimoniare che il povero Szilard aveva ragione. Bang.

 

Com'è difficile avere a Roma la pillola del giorno dopo - MARINO BISSO

ROMA - Niente pillola del giorno dopo nella metà degli ospedali romani. Lo rivela una video-indagine dell'Associazione radicali di Roma che per due mesi ha monitorato nei fine settimana i pronto soccorso della capitale. Una coppia, con una telecamera nascosta, si è presentata in accettazione richiedendo la prescrizione del farmaco per evitare il rischio di una gravidanza non desiderata. "Il preservativo si è rotto e ora ho paura di rimanere incinta... Ho bisogno urgente che un medico mi prescriva la pillola del giorno dopo" spiega la donna nella video-indagine rivolgendosi agli infermieri e sanitari di turno. Ma in dieci ospedali ( per lo più cattolici) su venti la risposta è negativa: "Mi dispiace il nostro è un ospedale religioso, qui da noi ci sono solo medici obiettori di coscienza... Niente pillola, deve rivolgersi altrove". La pillola in questione, Norlevo, (due compresse a distanza di dodici ore una dall'altra entro le 72 ore dal rapporto) non provoca aborto ma agisce inibendo e ritardando l'ovulazione cioè prima della fecondazione. Per averla in Italia ci vuole la ricetta medica che può essere richiesta al consultorio, al medico curante, alla guardia medica o in un pronto soccorso. "Ma ottenere la prescrizione di notte e nei fine settimana è difficile se non impossibile negli ospedali romani - denuncia Massimiliano Iervolino dell'Associazione Radicali Roma - Eppure la pillola del giorno dopo è una prescrizione d'urgenza, il cui rilascio è dovuto in assenza di qualsivoglia possibilità di diagnosi e come tale i pronti soccorso sono tenuti a prescriverlo assicurando la presenza di medici". Dal centro alla periferia, è impossibile trovare un medico che non sia obiettore negli ospedali religiosi: succede al Cristo Re, al Fatebenefratelli, alle Figlie di San Camillo, al San Carlo, al San Pietro sulla Cassia e al Santo Spirito. Al policlinico Gemelli un infermiere allarga le braccia e consiglia alla coppia di consultare Internet: " Lì potete trovare informazioni e anche il numero di telefono di un medico che fa la prescrizione senza alcun problema". Ma anche in due ospedali civili, il Cto Sant'Andrea e l'Aurelia Hospital il farmaco non viene prescritto. Nel primo mancano i moduli per il consenso informato; nel secondo pronto soccorso, i medici sono solo obiettori. "L'esonero per i medici obiettori di coscienza è consentito solo per l'interruzione della gravidanza - sottolinea Iervolino - La pillola del giorno dopo, invece, è un farmaco per la contraccezione d'emergenza perciò non è possibile l'obiezione di coscienza. Se un medico la invoca deve indicare il rifiuto sul documento della prestazione". All'ospedale San Giovanni, invece, il personale invita a presentarsi il giorno dopo al consultorio "tanto ci sono tre giorni di tempo per prendere il farmaco" rassicurano. Nelle altre strutture, comunque, ottenere la pillola non è facile e comunque bisogna sottoporsi a lunghe attese e spesso le notizie date dal personale sanitario sono imprecise. Solo in tre strutture (Sandro Pertini, Grassi di Ostia e al Policlinico Umberto I) vengono fornite spiegazioni esaurienti. "Il farmaco deve essere assunto tempestivamente. Ma negli ospedali non viene detto oltre ad essere posticipata la somministrazione a volte per ragioni burocratiche. Entro 12-24 ore dal rapporto sessuale la pillola riduce la possibilità di rimanere incinta fino al 90-95% - incalza Iervolino - Successivamente l'efficacia si riduce e se assunta tra le 48-72 ore il rischio di una gravidanza è maggiore di 6-8 volte".


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