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Manifesto - 11

Manifesto - 11.9.08

 

Sogni di coppia, l'Addormentata si risveglia - Ida Dominijanni

Che colori la bocca di un pitbull, come secondo Sarah Palin, o di un maiale, come secondo Obama (e Mac Cain, che aveva usato la stessa espressione all'indirizzo di Hillary Clinton un anno fa), il rossettosimbolo dell'ultima fase delle presidenziali americane ha una sua storia che risale al crollo delle Torri Gemelle. Fu all'indomani dell'11 settembre, secondo Susan Faludi, che gli esperti di makeup proclamarono «il ritorno del rossetto rosso» come segno di femminilità e di vitalità, completando con questo sigillo il riassetto dei ruoli sessuali e del rapporto fra sfera pubblica e focolare domestico operato nell'immaginario americano da un'offensiva mediatica senza precedenti. Obiettivo, farla finita con il femminismo, reo di aver attaccato e delegittimato la virilità dura e pura; risvegliare dal sonno la Bella addormentata, ossia la femminilità tradizionale, in versione «security mom»; riabilitare il mito del cow boy in versione «eroe in guerra contro il terrore». L'impresa richiedeva molti mezzi e tutti sono stati impiegati: giornali, televisioni, sondaggi, copertine di settimanali, sceneggiature di film. Ci volevano la penna, l'acume e l'ironia di Faludi - già sperimentati nei suoi precedenti libri sul Contrattacco degli anni 80 alla rivoluzione femminile dei 70 e sulla crisi della mascolinità americana negli anni 90 - per smascherare l'operazione smontandola pezzo per pezzo, ed è quello che l'autrice ha fatto in The terror Dream ( Il sesso del terrore, Isbn), aggiungendo alla letteratura sugli effetti dell'11 settembre un tassello cruciale e rimosso. La «guerra simbolica» ingaggiata all'interno degli Usa per ripristinare il mito dell'inviolabilità perduta con l'attacco alle Torri, sostiene Faludi, non poteva essere combattuta senza una controrivoluzione del rapporto fra i sessi, che rilanciasse «il vero uomo» al centro della scena pubblica e contemporaneamente rimettesse al suo posto, cioè a casa o comunque nel ruolo della vittima debole, bisognosa di protezione e generosa di nutrimento per l'eroe, la «vera donna». Fu del resto il modo stesso del crollo delle Torri, prima l'una poi l'altra, a suggerire fra le altre fantasie anche quella di un paradiso romantico perduto da ritrovare. In quel crollo, che in verità pareva alludere semmai a un crollo della fallicità, ci fu chi vide invece «la fine di una coppia sposata da molto tempo», che bisognava a tutti i costi rimettere in sesto. Cominciarono le campagne sull'improvviso desiderio di sposarsi che prendeva i newyorkesi e contagiava gli head-liner di Hollywood, sulle single pentite, sulle gioie della famiglia e su un nuovo baby boom in arrivo. La Bella addormentata si risvegliava a poco a poco dal sonno in cui era precipitata negli anni 60-70: era ancora, anzi di nuovo, bella, accomodante, dipendente e col rossetto rosso. Per svegliarla del tutto, era necessario levarsi di torno chi l'aveva narcotizzata. Appena pochi giorni dopo l'attentato, «i media suonarono la campana a morte per il femminismo: alla luce della calamità nazionale, il movimento delle donne era diventato 'limitato', 'frivolo', 'un lusso che non ci si può permettere', ed era 'giunto alla sua Waterloo"» (come del resto il post-modernismo, il sogno tecnologico e molte altre stregonerie dei decenni precedenti). Di più: era colpevole di avere «effeminato» l'America, dunque in sostanza di averla resa vulnerabile comportandosi come una quinta colonna. Dopo i morti del Wtc, era ora di tornare a «lottare per la vita», cioè contro l'aborto, e di somministrare una cura ricostuente alla virilità, usando all'uopo l'eroismo dei pompieri e dei marines, e infilando le donne nella parte delle «vedove dell'11 settembre» bisognose di sicurezza e di guardiani della sicurezza. «Quando un attacco causa un parossismo culturale che non ha niente a che fare con l'attacco stesso; quando reagiamo a minacce reali distraendoci con minacce immaginarie alla femminilità e alla famiglia; quando investiamo i nostri leader di una virilità da cartone animato, dovremmo sapere che stiamo mostrando i sintomi di una sofferenza culturale letale, sebbene curabile», conclude Faludi. Ma adesso è più chiaro quale sia la posta in gioco del confronto fra due figure femminili come Hillary Clinton e Sarah Palin che le presidenziali hanno messo in scena. Ed è anche più chiaro a quale nostalgia di coppia attinga il tandem Palin-Mac Cain.

 

New York prigioniera del sospetto: chiunque può essere un nemico - Marco d'Eramo

NEW YORK - Sulla parete nei vagoni della metro spicca un grande annuncio in blu su campo bianco: «L'anno scorso 1.949 newyorkesi hanno visto e sentito qualcosa. Non tenerti per te i tuoi sospetti». Da un lato ti senti sollevato: meno di 2.000 delatori in una metro che accoglie 4,5 milioni di viaggiatori al giorno e cioè circa un miliardo 700 milioni l'anno! Vuol dire che solo un viaggio su un milione ha causato una delazione: il fenomeno è ancora sotto controllo. Dall'altro lato ti fa paura. Che tipo di società è quella che esige da te di essere sospettoso, diffidente? CONTINUA | PAGINA 2 A sette anni dall'attentato dell'11 settembre 2001, si può dire che mai tanti pochi morti hanno provocato così grandi cambiamenti in tutto il mondo: rispetto alle carneficine della prima e seconda guerra mondiale, sono un'inezia i 2.993 periti (compresi i 19 dirottatori) quel giorno nelle Twin Towers di New York, in un'ala del Pentagono e in un aereo precipitato in Pennsylvania. Per il nuovo ordine mondiale seguito al 1945 ci erano voluti più di 50 milioni di vite, qui 2.993 decessi sono stati sufficienti a scatenare due guerre, a delineare una nuova geopolitica, a revocare legislazioni secolari. Come basta un modestissimo sforzo a sollevare un macigno se si dispone di una leva con un braccio abbastanza lungo, così quei «soli» 3.000 morti sono stati applicati alla leva della comunicazione globale, del disastro in diretta, dei maxischermi in un tutto il pianeta a mostrare il crollo del World Trade Center. Come ci fu l'epoca della Riforma o quella dell'Illuminismo, così gli storici ricorderanno la nostra come l'epoca della «guerra al terrore». E si chiederanno cosa mai significasse davvero quest'espressione. Nei sette anni di «guerra al terrore», le vittime più numerose sono state le libertà civili, le garanzie democratiche, la privacy dei cittadini. E l'epicentro di questo terremoto sono stati gli Usa, seguiti a ruota dalla Gran Bretagna. Nelle mitiche democrazie anglosassoni è stato in pratica abolito l' habeas corpus che di queste democrazie era il vanto principale: cioè il divieto di mantenere qualcuno in prigione senza motivato mandato di un giudice. L'uso della tortura s'è insinuato in modo ipocrita, prima come tecnica eccezionale, chiamata con un eufemismo «interrogatorio estremo», poi rivendicata come strumento indispensabile nella guerra al terrore. In base al Patriot Act (ottobre 2001) è del tutto possibile che mentre tu ceni a casa tua a Mestre, Barletta o San Gimignano, qualcuno irrompa in casa tua, ti sequestri, ti metta su un aereo che ti scarichi nella base di Diego Suarez e che lì tu venga giudicato da un tribunale militare, in segreto, senza diritto di appello e lì tu venga condannato a morte e la condanna sia eseguita e tu scompaia dalla faccia della terra senza che nessuno sappia mai dove sei finito e perché non si hanno più tue notizie. A poco a poco la cultura dell'intercettazione e del sospetto si è diffusa sottopelle in tutta la società americana. Dopo l'11 settembre a essere passati contropelo negli aeroporti erano solo i viaggiatori visibilmente medio-orientali o pakistani: ora qualunque straniero è oggetto di racial profiling . Il fatto che un esercito americano stia combattendo da 7 anni in Afghanistan e da quattro in Iraq è quasi rimosso, ricordato ogni tanto, con lo stesso fastidio con cui un fumatore riconosce i danni del fumo. Dopo un periodo in cui sono usciti parecchi film sulle renditions e sulla guerra, ora i cinema ne proiettano solo uno, ambiguo - The Traitor -, in cui il protagonista è guarda caso un nero americano di fede islamica impegnato infiltrato in un gruppo di terroristi. Persino l'amministrazione Bush ha (per il momento) smesso di diramare allarmi attentati in date accuratamente scelte per avere un impatto politico. La guerra emerge sempre più di rado in superficie, ma la sua presenza sotterranea condiziona anche gli atteggiamenti quotidiani. Nel linguaggio comune, islamismo è ormai sinonimo di terrorismo. Nessun candidato può presentarsi se non come «candidato di guerra»: l'unica differenza fra Barack Obama e John McCain è che per Obama non è l'Iraq la guerra da combattere, ma l'Afghanistan (una tesi che l'amministrazione Bush comincia a condividere). Sulle intercettazioni Obama ha votato a favore di una legge che ha garantito l'impunità alle compagnie telefoniche che avevano messo i propri tabulati a disposizione del governo senza nessun mandato del giudice. Così il paese è piombato in una mentalità di guerra indefinita in cui chiunque può di botto diventare il nemico: per aver votato all'Onu contro la guerra, nel 2003 da un giorno all'altro la Francia divenne il peggiore nemico che gli Usa avessero mai avuto e furono adottate le stesse tecniche usate contro la Germania imperiale nella prima guerra mondiale: nel 1914-'18 i salsicciotti frankfurter divennero hot dogs , i crauti liberty cabbage , la cotoletta alla viennese il liberty steak , proprio come nel 2003 il governo suggerì di cambiare le french fries (patatine fritte) in liberty fries . Per tre anni nei film di azione e spionaggio di Hollywood il vilain fu sempre un francese. In quest'atmosfera di guerra tous azimuth , se non è l'Iraq, lo stato canaglia può essere il Venezuela, l'Iran o la Corea del Nord, o - perché no - la Russia, come si è visto negli ultimi giorni. Per valutare l'entità e la profondità dei cambiamenti avvenuti nella psicologia di massa, basta la battuta di Sarah Palin più citata e che ha avuto più successo: «Qual è la sola differenza tra una mamma americana e un pit bull ?» ha chiesto la candidata repubblicana alla vicepresidenza. La risposta è: «Il rossetto». Prima dell'11 settembre sarebbe stato impensabile paragonare una mammina a un rottweiler. Ora è diventato un complimento.

 

Restaurato il palazzo, polemiche e arresti a 35 anni dal golpe - Geraldina Colotti

L'incubo di cui sarà preda il Cile per 17 anni ebbe inizio all'alba dell'11 settembre 1973. I caccia bombardarono il palazzo presidenziale della Moneda di Santiago, la marina si ammutinò a Valparaiso, e i carri armati del generale Augusto Pinochet diedero l'assalto finale. Il presidente Salvatore Allende, che aveva portato le sinistre al governo e diretto il percorso democratico di Unidad popular, dopo un ultimo messaggio ai suoi sostenitori, preferì uccidersi con un fucile Ak-47, regalo di Fidel Castro. Oggi, a 35 anni dal golpe, le celebrazioni commemorative della morte di Allende inizieranno proprio dalla Moneda, dove la presidente Michelle Bachelet presiederà l'apertura al pubblico dell'ufficio di Allende, rimasto chiuso per un lungo restauro. Ma alla vigilia della ricorrenza, un'ipotesi formulata dal medico legale Luis Ravanal sulla rivista El Periodista - secondo cui Allende non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato ucciso -, fa di nuovo discutere. Raval sostiene che nel cranio dell'ex capo dello Stato furono rinvenuti due fori di pallottole, e che «solo una nuova autopsia potrebbe mettere fine all'incertezza sulla dinamica della morte». Ieri, però, Isabel Allende, figlia del leader scomparso, ha liquidato la questione ribadendo la versione dei medici «che lo hanno accompagnato fino alla fine»: suicidio. Una tesi confermata anche da Patricio Guijon, medico personale di Allende, che sostiene di essere stato presente fino all'ultimo nella Moneda in fiamme. Acque agitate, però, ieri, anche a causa della consueta manifestazione indetta dai movimenti sociali, in cui ogni anno si verificano scontri, cariche dei carabineros e centinaia di arresti. Ieri la polizia ha reso noto che, nella notte di lunedì, un estintore caricato con polvere da sparo - lo stesso tipo di ordigno impiegato in altri attentati attribuiti a gruppi anarchici - è esploso in un'agenzia del Banco de credito e inversiones della capitale Santiago. Solo lievi i danni e nessuna rivendicazione, ma il sottosegretario agli interni Felipe Harboe ha chiesto «l'immediata designazione di un magistrato che indaghi 24 ore su 24, notte e giorno, per scoprire i responsabili». E si è appellato alla «coscienza dei cittadini» affinché evitino di partecipare a eventuali disordini. Ieri, «come misura preventiva», su tutto il territorio nazionale, la polizia ha arrestato 576 persone «che avevano carichi pendenti o sospettati di traffico di droga». Ma i movimenti sociali e i famigliari delle vittime della dittatura, che sabato sono scesi in piazza nella giornata nazionale dello scomparso, accusano la classe politica di non fare abbastanza per perseguire i crimini della passata dittatura. E tornano a chiedere «verità e giustizia» anche in questo 35mo anniversario.

 

Alfonso Podlech Michaud il Condor di Pinochet - Geraldina Colotti

Per la destra cilena e i gruppi di potere che lo hanno appoggiato, l'ex procuratore militare di Temuco, Alfonso Podlech Michaud, 73 anni, è un principe del foro e un docente stimato. Ma per i familiari dei desaparecidos e le associazioni per i diritti umani, è un assassino e un torturatore che l'ha fatta franca: il principale responsabile nella regione dell'Araucania, agli ordini del generale Augusto Pinochet. Forte dell'immunità di cui ha sempre goduto, Podlech ha ignorato il mandato di cattura internazionale che lo inseguiva dal Natale scorso, come uno degli accusati del Piano Condor - la rete di stato che eliminava gli oppositori politici in America latina. Si è fatto fermare in Spagna insieme alla sua seconda donna, che le organizzazioni per i diritti umani accusano di aver fatto parte della brigata psicopolitica dei servizi segreti pinochettisti. E in Spagna il giudice Baltazar Garzon ha firmato l'ordine di estradizione per l'Italia, dove ora è detenuto. Podlech - a cui giorni fa sono stati rifiutati gli arresti domiciliari - è accusato di aver torturato e fatto scomparire alcuni cittadini italiani, residenti in Cile durante la dittatura. Fra questi, l'ex sacerdote Omar Venturelli, dirigente dei Cristiani per il socialismo e docente di pedagogia all'Università cattolica di Temuco. «Fummo convocati alla caserma Autaro subito dopo lo scoppio della dittatura - racconta al manifesto la moglie di Venturelli, Fresia Cea - Allora io ero dirigente sindacale della Centrale unica dei lavoratori, rappresentante degli insegnanti. L'accordo fra me e mio marito era che uno dei due avrebbe cercato di rimanere vivo per occuparsi della nostra bambina. Andai per prima in caserma, dove mi resi conto subito che non si trattava di pratiche ordinarie. Per indurmi a parlare, mi fecero assistere alle torture. Ogni tanto, due medici prendevano il polso ai prigionieri. Ho visto come facevano correre sulle ginocchia i familiari dei mapuche, sparandogli fra i piedi. Dietro la caserma c'era uno sterrato dove avvenivano le esecuzioni». Fresia Cea riesce a cavarsela, non così il marito. Quando va in caserma a cercarla, viene trattenuto e torturato. «Podlech - racconta ancora Fresia - firmò un ordine di scarcerazione per mio marito il 4 ottobre 1973, l'Orden de Libertad numero 52. Invece una settimana dopo, un compagno che era riuscito a uscire ci disse di aver sentito da una cella la sua voce: "mi chiamo Omar Venturelli, fate sapere che sto morendo". Ho chiesto aiuto a tutti, ma non riuscivo a trovare neanche una macchina». Non può trovare aiuto in parrocchia, Fresia: «il mio parroco - dice - era accusato di essere il responsabile militare del Mir, gli avevano smontato persino l'altare per trovare le armi, era dovuto fuggire insieme ad altri sacerdoti. Bernardino Pinera, il vescovo dell'Araucania, ha fatto fuggire diversi sacerdoti». Ma per Venturelli, sospeso a divinis per aver partecipato alle lotte dei contadini indigeni, il vescovo non si muove «eppure - afferma Cea - i compagni dal carcere gli avevano mandato una lettera accorata spiegandogli che Omar stava morendo sotto tortura. Non so perché non si sia mosso. Oggi dice che non si ricorda di Omar, eppure ha pubblicato un libro su quegli anni con date e particolari». Quanto a Podlech, sostiene di essere stato nominato procuratore militare di Temuco solo nel marzo '74. Anche se l'ordine di scarcerazione per Venturelli - l'Orden numero 52 - l'ha firmato prima «Anche se - afferma ora Cea - le associazioni dei diritti umani hanno raccolto molte testimonianze dirette della sua partecipazione diretta alle torture». Eppure «in tanti anni, neanche un processo. Solo ora, con la presidenza di Michelle Bachelet sono stati nominati dei giudici speciali per istruire i processi relativi alle questioni dei diritti umani. Ma quando si presentano le carte, o i tribunali si dichiarano incompetenti oppure i giudici non ritengono sufficienti le prove. A Podlec, che insegnava all'università di Major abbiamo fatto 4 denunce, ma nessuna è stata accolta. L'ultima l'abbiamo presentata a Santiago, il 26 luglio del 2006, e finalmente è andata avanti». Contro Podlec, che non aveva dimesso gli abiti del persecutore, l'anno scorso anche un gruppo di associazioni Mapuche avevano presentato un esposto, «ma a Temuco - spiega Cea - l'apparato di potere è rimasto uguale dal giorno del colpo di stato. I territori mapuche sono militarizzati, l'anno scorso 3 attivisti italiani sono stati espulsi dai territori indigeni per impedire che testimoniassero presso la giustizia internazionale». E Podlech si sarebbe recato al carcere di Temuco fin dall'11 settembre 1973, giorno del colpo di stato, per liberare i fascisti di Patria y Libertad. «Il capo dell'organizzazione di estrema destra Patria e Libertà - racconta Fresia Cea - quel giorno era a Temuco a festeggiare il colpo di stato, si tratta di Pablo Rodriguez, avvocato difensore di Pinochet. La regione dell'Araucania - aggiunge - è l'unica in tutto il Cile che ha votato fino all'ultimo con un plebiscito a favore di Pinochet». Podlech avrebbe torturato e ucciso nella caserma di Tucapel, dove venne rinchiuso anche lo scrittore cileno Luis Sepulveda, che lo racconta nel suo libro La frontiera scomparsa . «Verso le 17, dopo il coprifuoco - racconta Cea - i detenuti venivano trasferiti a Tucapel per essere torturati. Qualcuno tornava, altri venivano uccisi durante il tragitto in base alla le y de fuga , perché si sarebbero dati alla fuga. L'ordine di torturare veniva da Podlec, ma ufficialmente Temuco restava un carcere ordinario». Ricorda ancora Fresia: «Quando sono arrivata in Italia con la bambina, a un tratto mi sembrava di ricononoscere mio marito alla guida di una macchina. Allora saltavo su un taxi e dicevo: segua quella macchina, ma quando la raggiungevo vedevo che non si trattava di Omar e la speranza svaniva. Ho vissuto così per anni». Un dolore incancellabile, che alla lunga spegne la vita. Molte donne fra i familiari di desaparecidos sono morte di cancro: Gladys Marin, segretaria generale del Partito comunista cileno, la presidente dei famigliari degli scomparsi, Sola Sierra, la giornalista Patricia Verdugo. E anche Fresia Cea ha un tumore devastante. «Dicono sia il tipico male della società moderna e della sua aggressione - afferma ora -, ma nel nostro caso la violenza è stata permanente: nel vedere la tracotanza di chi ha torturato continuare a esercitare cariche pubbliche, a un certo punto i corpi non ce l'hanno fatta più». Anche per questo, le associazioni dei familiari dei desaparecidos chiedono che lo stato cileno assuma il gratuito patrocinio anche nel caso del processo Condor, assista le famiglie che devono seguire i processi in Italia. «Molti che ora sono deputati nel governo Bachelet - dice ancora Fresia - hanno ricevuto accoglienza e solidarietà in Italia ai tempi della dittatura: come Antonio Leal, che rappresentava il Partito comunista e ora è un deputato della destra, e ha dimenticato il lavoro che abbiamo fatto insieme per il Cile in Italia». Si ricorda di quell'impegno, Leal? «Speriamo - dice Fresia Cea, che è stata segretaria ministeriale nel precedente governo Lago - che quei deputati restituiscano la solidarietà al popolo italiano, che oggi chiede giustizia per alcuni suoi concittadini, e si diano da fare. In questi giorni, il quotidiano El mostrador ha reso nota la lista dei militanti della Dc che erano membri dei servizi segreti. E domenica scorsa La Nacion ha pubblicato per la prima volta nomi e fotografie dei latifondisti di Patria e Libertà, che hanno assassinato e torturato. Ma c'è ancora un lungo cammino da fare».

 

La grande gelata - Roberto Tesi

Peggio del previsto: nel secondo trimestre il Pil italiano è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,1% nei confronti degli stessi tre mesi del 2007. Non succedeva dal 2003. A cedere è soprattutto l'industria (-1,1% sul primo trimestre e -1,6% sullo stesso periodo dello scorso anno) mentre variazioni positive presenta il valore aggiunto dei servizi e soprattutto quello dell'agricoltura (+1,7% e + 3,5%) che, purtroppo pesa pochissimo nella formazione del reddito. L'Italia si conferma fanalino di coda tra i paesi dell'area dell'euro che negli stessi tre mesi complessivamente hanno registrato una variazione congiunturale negativa dello 0,2% con una caduta dello 0,5% in Germania. Il dato tendenziale dell'area, tuttavia, è ancora positivo dell'1,4%. Ma le previsioni non sono buone: proprio ieri la Ue ha diffuso gli aggiornamenti sul presumibile andamento del Pil nel 2008: sono nuovamente in ribasso. L'Italia dovrebbe chiudere l'anno con una «crescita» dello 0,1% (5 mesi fa veniva accreditata dello 0,5%) mentre i paesi dell'euro non andranno oltre l'1,3%. L'unica grandezza che aumenterà i tutti i paesi è l'inflazione: la previsione è per una crescita del 3,6% nell'eurozona, contro una precedente stima del 3,1%. Per Bruxelles, il ristagno dell'economia italiana «riflette principalmente l'evoluzione della domanda interna», ma anche «il deterioramento della competitività». E spiega che «sotto l'impatto dell'accelerazione dei prezzi, il consumo privato è in difficoltà sin dall' ultimo trimestre del 2007. Si prevede una ripresa leggera negli ultimi mesi di questo anno, insieme al declino dell'inflazione. Come conseguenza della riduzione della domanda e della redditività, le imprese hanno ridimensionato i loro piani di investimenti». Secondo lo stesso rapporto tuttavia, «le prospettive per i prossimi mesi restano sfavorevoli sotto deterioramento della competitività e il rallentamento della domanda mondiale. Riacquistare competitività dei costi resta un sfida». I dati diffusi dall'Istat confermano parzialmente questa analisi: rispetto al secondo trimestre dello scorso anno, infatti, i consumi delle famiglie sono scesi dello 0,5% e dello 0,7% sono cadute le importazioni. Al contrario l'export registra una crescita dell'1,3%. Quanto agli investimenti fissi lordi, registrano un incremento dello 0,3% che in termini congiunturali diventa decremento dello 0,2% a causa della crisi (-0,9%) del settore delle costruzioni. La crisi, come accennato, non è solo italiana. Per Joaquin Almunia, commissario agli affari economici e monetari, «si tratta di un rallentamento più brusco del previsto». E Jean Claude Junker, presidente dell'Eurogruppo, in una audizione al Parlamento europeo ha sostenuto che «c'è il rischio di una recessione tecnica per il 2008». E poi si è augurato che i ministri finanziari che si riuniranno a Nizza il 27 settembre, facciano quello che finora non hanno fatto: «creare una strategia più coerente per realizzare aggiustamenti necessari ed efficaci per tornare a una crescita economica solida». Anche Jean Claude Trichet, presidente della Bce, è convinto che l'incertezza sulla crescita dell'Eurozona «resta molto alta» a causa dei «rinnovati rischi legati all'impatto negativo della crisi dei mercati finanziari», sui quali però la Bce e la Fed hanno vigilato davvero pochino. Banalmente Trichet ha concluso affermando che «la maggior parte delle analisi economiche dicono che avremo una graduale ripresa nei prossimi anni e vedremo il profilo della crescita tornare a salire di nuovo». Intanto, sempre ieri, l'Istat ha fatto sapere che la bilancia commerciale extra Ue in luglio si è chiusa con un saldo negativo di 1,636 miliardi, uno miliardi in più di deficit rispetto al luglio 2007. Nei primi 7 mesi il deficit è stato di 14,407 miliardi contro i 10,107 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Le esportazioni vanno molto bene, ma a pesare è l'impennata del prezzo del petrolio: la bolletta energetica in sette mesi è costata oltre 37 miliardi.

 

La crisi è stupida - Galapagos

Da sempre nel capitalismo le fasi di crescita sono seguite da periodi di ristagno e di decrescita. Da questo punto di vista non desta stupore l'annuncio dell'Istat che nel secondo trimestre il Pil è andato sotto zero. A rendere più pesante la caduta della crescita italiana è il contesto globale caratterizzato da una situazione di stagnazione o di recessione che coinvolge tutti i paesi. Soprattutto quelli di più antica industrializzazione. E pone problemi molto seri. Inutile cercare di risalire alle cause all'origine dell'attuale fase. In ordine sparso si possono citare il prezzo del petrolio (e delle altre materie prime), la crisi dei mutui subprime, lo strapotere della finanza. Ma anche (più determinanti) la pessima distribuzione dei redditi, la scarsa innovazione, le troppe privatizzazioni e la ricerca del profitto anche nei settori sociali. Purtroppo le crisi non sono mai neutrali, ma di questo governi e banche centrali fanno finta di non accorgersi. In tempi di inflazione, ad esempio, la distribuzione del reddito si modifica e penalizza il reddito fisso, visto che il lavoro autonomo e la distribuzione riescono quasi sempre a recuperare gli aumenti dei prezzi. Ma c'è dell'altro che rende pericolosa questa recessione: la contemporaneità. Per la prima volta manca un grande paese (o un gruppo di paesi) in grado di fare da locomotiva al sistema globale. Paradossalmente, gli unici impulsi positivi arrivano dai paesi Opec, dalla Russia e dalla Cina, che ci sommerge di merci, ma che a sua volta importa moltissimo e utilizza i surplus commerciali per finanziare i «buchi» di bilancio Usa. In questa situazione riemergono le spinte protezioniste e soprattutto le monete vengono utilizzate come una clava. In particolare il dollaro le cui oscillazioni non seguono alcune logica economica. Da questa crisi stiamo imparando molte cose. La fondamentale è che i grandi paesi non esitano a compiere giravolte per salvare il sistema finanziario: ha iniziato la Gran Bretagna con la Northen Rock, ha finito (solo per ora) il governo Usa con la nazionalizzazione della Fannie Mae e della Freddie Mac. Inutile sottolineare che se le gigantesche risorse bruciate per i salvataggio fossero state utilizzate per risolvere i problemi di chi la casa non l'aveva, i crack si sarebbero evitati. Ma, ovviamente, il capitale non può rinnegare se stesso. La crisi attuale dimostra la pochezza della Ue: i 27 paesi che la compongono non riescono a varare una strategia comune anti-crisi e procedono in ordine sparso, plaudendo alle iniziative Usa. Purtroppo l'andata in ordine sparso è accompagnata da una condiscendenza verso la politica monetaria della Bce. Ma la moneta, come accennato, non è mai neutrale. Molti paesi si stanno muovendo per varare misure anti-cicliche: Spagna, Gran Bretagna, Germania, Francia si stanno muovendo. Solo l'Italia è immobile speculazioni modello Alitalia a parte anche se la situazione appare particolarmente grave. Se fossero stati un po' aperti per tempo i cordoni della borsa, le cose oggi andrebbero meglio. E non solo da un punto di vista sociale. Ecco: questo sarebbe un buon punto di partenza per cercare di ricostituire la sinistra. Che ha di fronte un Berlusconi che anche ieri ha ripetuto follemente: «il paese e solido». Infine questa crisi ci sta confermando la «stupidità» degli economisti modello Ocse, Fmi, e via dicendo: da mesi non azzeccano una previsione e con il loro «ottimismo» - decrescente da alcuni mesi - avallano una situazione che sta degenerando. Oltre che scarsi in fatto di numeri, seguitano a ignorare le condizioni di vita delle persone.

 

Fantozzi ordina: «Accordo o mobilità» - Francesco Piccioni

ROMA - Fantozzi si è finalmente seduto sulla «poltrona in pelle umana» al piano più alto della sede della Magliana e da lì ha apostrofato le delegazioni sindacali con poche ma sentite parole: «vi ho convocato per dirvi che auspico per domani (oggi, ndr ) un buon esito della trattativa; se tale non sarà, doverosamente, dovrò procede alla disdetta dei contratti di lavoro e ad aprire le procedure di mobilità». A prenderlo sul serio, in caso di rottura delle trattative, domattina non si alzerebbe più in volo un solo aereo col marchio Alitalia. Gli ha fatto eco di lì a poco il ministro del welfare (!?), Maurizio Sacconi: «sono ottimista; come sempre in questi casi giungeranno all'ultimo miglio tutti i problemi che non sono stati ancora risolti; sono numerosi, ma confido che prevalga quella ragionevolezza determinata dalla consapevolezza che l'alternativa è il fallimento». Non a caso, dalle parti della Compagnia aerea italiana (Cai), unici candidati acquirenti per Alitalia, si preferisce parlare di «posti offerti, non di esuberi». Perché tecnicamente Alitalia è fallita e con i libri quasi in tribunale. Quindi una «controparte» effettiva è sparita, un'azienda del trasporto aereo è tutta da costruire (con i pezzi pregiati della compagnia di bandiera). Ricattare lavoratori e sindacato è apparsa perciò la più facile delle mosse possibili. Resta questo commissario straordinario davvero anomalo, Augusto Fantozzi, oggetto ieri di feroci polemiche tra Giulio Tremonti (neo ministro dell'economia) e Pierluigi Bersani (ex ministro dello sviluppo economico) nel bel mezzo dell'audizione davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato. Atipico perché non è libero di vagliare le migliori tra diverse possibili offerte (anche a «spezzatino»), ma vincolato alla pura liquidazione delle attività che non interessano alla Cai, concentrate in una bad company dalla vita breve. Come già osservato da numerosi media (compreso il confindustriale Sole24Ore ), Bersani ha definito l'intera operazione come un «non si fa Alitalia, ma una nuova AirOne». Anche la compagnia di Carlo Toto (ieri si è affrettato a smentire le voci che lo volevano ormai fuori dalla cordata) è entrata in fermento. AirOne finirà nello stesso calderone di Alitalia ma, con la proposta contrattuale avanzata nei giorni scorsi, anche quei dipendenti hanno scoperto che - per quanti di loro saranno «ammessi» in Cai - avranno stipendi assai più bassi di quelli, non eccelsi, ricevuti oggi. I piloti, per primi, si sono fatti sentire, bocciando la proposta Cai: «operiamo con normative tuttora al limite delle ore di volo consentite e non siamo disposti ad accettare trattamenti dequalificanti». Un pilota ha riassunto con una battuta lo stato d'animo: «se devo andare in cielo per queste cifre, scendo a terra e faccio il tassista; magari guadagno pure di più, con meno rischi». La pubblicazione delle tabelle contrattuali contenute nella «proposta» Cai ha sollevato rabbia autentica in professionisti abituati all'aplomb come a una seconda pelle. Nella riunione di tutte le organizzazioni presenti tra gli assistenti di volo è stata decisa una nota unitaria in cui «si invitano tutti gli assistenti di volo alla calma». Che a uno steward o un'hostess capoequipaggio possa essere offerto uno stipendio base iniziale di 615 euro (più 2,94 per ogni ora passata in aria) sembra più che un insulto. «Una provocazione», hanno detto in molti. Che stamattina saranno davanti al ministero di via Flavia - alle 10 parte la trattativa non-stop che si vorrebbe chiudere entro sera - per farsi sentire. Tra i tanti paradossi di questa situazione mai vista prima, ce n'è uno particolarmente gustoso: quanti andranno in cassa integrazione perché considerati «esuberi» riceveranno un assegno mensile che sarà superiore allo stipendio dei «fortunati» che avranno conservato il posto di lavoro. Non fa ridere, perché qui si può misurare l'arretramento - salariale, normativo, di carichi di lavoro, di minore sicurezza - che Confindustria (ben rappresentata in Cai dal suo presidente, Emma Marcegaglia) prova a imporre a una categoria di lavoratori un tempo considerata «privilegiata». Non è più così da tempo, ma preoccupa la certezza che - se le imprese riusciranno a «sfondare» imponendo forme contrattuali al di sotto degli standard delle low cost - poi si impegneranno per «diffondere» queste loro «conquiste» a tutte le altre. Complice anche la «riforma del modello contrattuale» in discussione con Cgil, Cisl e Uil. Il nervosismo dei lavoratori, ieri mattina, è stato misurato da diversi sindacalisti all'uscita dell'incontro con Fantozzi. Sarà per questo che, in serata, tutti si sono affannati a spegnere le attese ottimistiche di Sacconi e soci. Puntando però soprattutto a tutelare i piloti, a scapito magari delle altre figure professionali.

 

La marcia dei rifugiati - Andrea Gangemi

ROMA - Quaranta chilometri a piedi dal centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto fino a Roma, un corteo spontaneo e pacifico per ottenere lo status di rifugiati politici. Sono partiti all'alba in più di trecento, un piccolo esercito di eritrei, somali ed etiopi richiedenti asilo, buona metà dei 742 ospiti attuali della struttura d'emergenza della protezione civile gestita dalla croce rossa e aperta il 26 giugno. Scaduto il termine previsto per l'inizio delle pratiche, 35 giorni dalla richiesta, hanno deciso di marciare su Roma indossando una T-shirt bianca con la scritta artigianale «We ask for our right» fatta con lo spray. La rabbia era cresciuta nei giorni scorsi quando si era diffusa la notizia, frutto per le autorità di un «difetto di comunicazione», che gli ospiti sarebbero stati mandati via dal centro. «In questo caso, senza nemmeno un recapito - spiega Mosè, portavoce della comunità eritrea a Roma - molti di loro avrebbero rischiato di non essere più rintracciati per i colloqui preliminari alla richiesta di asilo». Il lunghissimo corteo è arrivato verso le due alla Rai di viale Mazzini per incontrare i giornalisti, nonostante il caldo e qualche tensione durante il tragitto. Prima con gli agenti che lo hanno scortato, quando hanno cercato di deviare la manifestazione sull'altra carreggiata dopo che il corteo aveva imboccato la via Flaminia in senso contrario di marcia, paralizzando il traffico. E poi tra i manifestanti stessi, stremati dal caldo, quando un gruppo di cristiano-copti ha approfittato dell'acqua fornita dalla croce rossa, urtando la sensibilità degli altri, musulmani in ramadan. Nel bivacco di piazza Mazzini, in attesa che una delegazione incontri i responsabili della commissione nazionale asilo (cna) e l'ufficio immigrazione della questura, insieme ai rappresentanti dell'Unhcr (l'alto commissariato Onu per i rifugiati) e del Cir (consiglio italiano per i rifugiati), la stanchezza è tanta. «Abbiamo molti problemi - spiega Abrahm -: il governo ci ha concesso solo tre mesi, e non abbiamo una casa e un lavoro, nemmeno gli spiccioli per prendere il tram, o la possibilità di imparare l'italiano. Alcuni nostri amici - continua Abraham - anche dopo aver ottenuto il permesso, vivono a Roma come bestie». A Mauro Denozza, vice presidente della Cna, tocca innanzitutto tranquillizzare: «Nessuno vi manderà via dal centro di Castelnuovo di Porto». Poi, la notizia: « Domani inizieranno le audizioni per valutare le domande di richiesta di asilo - annuncia - e sulla base degli esiti dei colloqui saranno concessi i regolari documenti con validità dai 3 ai 5 anni», a seconda di quale status sarà riconosciuto. Tra gli ospiti della struttura di Castelnuovo di Porto e gli immigrati di altri centri già in lista, da domani potranno essere ascoltate almeno dieci persone al giorno, «ma dalla prossima settimana - aggiunge Denozza - il numero dei colloqui potrà aumentare». Per Christopher Hein, direttore del Cir, l'agitazione dei cittadini del Corno d'Africa si spiega non solo con il lungo periodo di attesa per l'audizione, ma innanzitutto con l'assenza di informazioni chiare sui loro diritti e doveri, sulla modalità e sui tempi della procedura d'asilo. «La manifestazione - si legge in un comunicato del Cir - dimostra l'importanza fondamentale di un servizio di orientamento in tutti i centri per richiedenti asilo, da parte di enti indipendenti dalle autorità e dai gestori». Inoltre, a fronte del forte aumento delle richieste e degli sbarchi in Italia meridionale quasi raddoppiati (20.271 persone arrivate via mare nei primi 8 mesi del 2008, rispetto ai 12.419 nello stesso periodo dello scorso anno), per Hein «è urgente che le commissioni territoriali siano potenziate e che i tempi stabiliti dalla legge siano rispettati».

 

Sabina eretica, «processatela» - Sara Menafra

ROMA - Un reato pesante, quasi dimenticato, frutto della somma del codice Rocco e del trattato lateranense firmato da Mussolini. Sabina Guzzanti rischia di finire alla sbarra con l'accusa di aver «offeso l'onore e il prestigio del sommo pontefice» e di scontare da uno a cinque anni di carcere. La procura di Roma in questi giorni ha chiuso l'inchiesta aperta subito dopo il «No Cav day» dell'8 luglio in piazza Navona e dedicata ai pezzi satirici di Beppe Grillo e Sabina Guzzanti, recitati sul palco zeppo di politici di centrosinistra e immediatamente funestati da centinaia di polemiche. Se per il comico genovese il procuratore capo Giovanni Ferrara e il pm Angelantonio Racanelli hanno scelto di archiviare l'indagine perché le sue frasi contro Napolitano «Morfeo» erano semplicemente satiriche, per Sabina Guzzanti e il suo ritratto di papa Ratzinger hanno preferito la linea dura: richiesta di autorizzazione a procedere al ministro della giustizia Angelino Alfano - una trafila prevista per molti delitti contro la personalità dello stato - e quindi richiesta di rinvio a giudizio. Per processare l'attrice, la procura di Roma ha riesumato l'articolo 278 del codice penale che punisce «con la reclusione da uno a cinque anni» chi «offende l'onore del presidente della repubblica», ma anche chi se la prende col papa, visto che il Trattato lateranense del 1929 equipara il pontefice al capo dello stato. L'articolo ereditato dal vecchio codice, dal '47 ad oggi è stato usato poco e difficilmente contro i ghibellini. Eppure la procura di Roma sembra certa. Quelle frasi andavano oltre il diritto di critica e di satira, spiega informalmente qualche inquirente. Soprattutto quelle sui «diavoloni». Val la pena di rileggere la battuta di Guzzanti dal principio. Partendo dall'attacco tutto politico alla «menzogna della censura a Ratzinger» da parte dei docenti della Sapienza: «I poveri professori sono stati massacrati, questo significa avere il controllo dei media - aveva detto l'attrice dal palco - Non c'è motivo al mondo per cui Ratzinger debba inaugurare l'anno accademico delle nostre università. E' vero, grazie alla legge Moratti fra vent'anni il 30% degli insegnati sarà stato scelto dal Vaticano». E la conclusione: «Ma devono ancora passare vent'anni e tra vent'anni Ratzinger sarà morto e starà dove deve stare. All'inferno, tormentato da dei diavoloni, frocioni, attivissimi e non passivissimi». Giù applausi e risate dalla folla. E giù polemiche, moltissime fin dal principio. Il mattatore della manifestazione dell'8 luglio in piazza Navona, Antonio Di Pietro, ha difeso Sabina. Almeno un po': «Nel ribadire che ad offendere il papa e ciò che rappresenta sono gli assassini, gli stupratori e i corruttori e non certo la satira della Guzzanti, auguriamo buon lavoro a quei magistrati della procura di Roma che hanno avviato l'indagine. Siamo certi che l'indagine si concluderà con una piena assoluzione». Molto, l'ha sostenuta il padre, Paolo Guzzanti, deputato del Pdl ed ex presidente della commissione Mitrokin: «Siamo al medioevo integrale. Chiedo che un'attrice che ha osato vilipendiare la religione sia sottoposta sulla stessa piazza Navona al giudizio di Dio, consistente nel correre su un tappeto di carboni ardenti senza riportare nessuna ustione. Compiuto questo rito giudiziario spero che si possa chiudere la questione, Ratzinger non ha bisogno di queste rappresaglie» Se è forse la prima volta che un'attore che attacca il pontefice sfiora l'accusa di vilipendio, non è la prima volta che la giustizia italiana si occupa di battutacce sul papa. «Siamo davanti ad una evidente forzatura», spiega l'avvocato Domenico D'Amati esperto di diritto di opinione e più volte difensore di Michele Santoro e della stessa Sabina Guzzanti: «Anche perché fino ad oggi la giustizia italiana ha riconosciuto limiti più ampi al diritto di critica e satira, quanto più elevata fosse la posizione del criticato». In effetti, nel 1993 (altri tempi), la corte d'appello di Firenze lasciò andare il direttore del Vernacoliere , Mario Cardinali. L'irrispettoso mensile livornese aveva pubblicato una vignetta che rappresentava il santo padre in vesti tutt'altro che sacrali, raffigurandone «l'umana attrazione nei confronti della nota rock star Madonna», con tanto di esclamazione: «Madonna trogolona». L'accusa era minore, «offesa alla religione dello stato mediante vilipendio di persone», si rischiavano due anni di carcere. Eppure la corte fiorentina fu netta: «Neppure i fatti, i simboli, le cose e le persone pertinenti alla religione possono ritenersi immuni dall'esercizio del diritto di critica e da quello di satira», scrivevano i giudici. Aggiungendo poi che «offesa alla religione può aversi solo ove siano spregiativamente chiamati in causa i valori etico-spirituali e le credenze fondamentali della religione medesima». Chissà che al ministro Alfano capiterà di leggere il Vernacoliere , prima di firmare gli atti romani.

 

Liberazione - 11.9.08

 

Napolitano sulla Costituzione: i suoi valori sono ignorati - Anubi D'Avossa Lussurgiu

Una frase, una sola, piana, ponderata come al suo solito. Ma una frase che pesa come un macigno. Per spezzare i flutti gettati dalla diga che si è aperta. Forse. Il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano la frase l'ha pronunciata ieri, da Helsinki. Durante la conferenza stampa conclusiva del suo viaggio in Finlandia. Suona così: «Io credo che ci siano in Italia questioni ancora aperte per quanto riguarda la piena identificazione, che dovrebbe essere di tutte le componenti della società italiana, nei principi e nei valori della Costituzione». Con l'aggiunta, dovuta alla domanda sulla "caduta di tensione" rispetto alle ragioni originarie del cammino della costruzione europea all'indomani della caduta del nazifascismo, che quei principi e valori della Costituzione italiana sono «tutt'uno con quelli dell'Europa e quelli sanciti anche recentemente nel trattato di Lisbona». Questo giornale, Liberazione , titolava ieri: «Siamo ancora un Paese democratico?». E poneva precisamente la questione della lacerazione aperta nel cuore stesso della Costituzione, nella concezione della libertà. E da Helsinki di questo ha parlato il capo dello Stato. Dando diversi segnali. Il primo, nell'attualità politica: non è finita. Non è finita l'8 settembre, sul palco di Porta San Paolo, l'esigenza di affrontare la ferita aperta dalle parole d'un ministro della Repubblica che sul luogo del primo sacrificio della Resistenza ha esaltato i militi della Nembo, della Rsi, di Salò. Non è finita lì e non potrebbe, perché non solo da lì, di certo, è cominciata e si è rivelata quest'urgenza. Ma qui interviene un ulteriore segnale, che parla della stessa questione sollevata ieri da queste colonne: oltre e in corrispondenza con le parole politiche, sono «componenti della società» che fanno problema quanto a «piena identificazione» coi «principi e valori» costituzionali. E' questo il segnale più importante: quello che il presidente della Repubblica lancia per dire che le «questioni aperte» sulla messa in discussione dell'orizzonte valoriale della convivenza democratica riguardano un pericolo pratico, diffuso e profondo. E riguardano la società italiana, il suo presente e il suo futuro. Certo, Giorgio Napolitano non è uomo - né figura istituzionale - tale da lasciare per un solo attimo in secondo piano le responsabilità politiche. E infatti le ha richiamate, anche da Helsinki: ribadendo di pensare «che ci siano tutte le condizioni perché si vada verso questo comune riconoscimento nei principi e nei valori della Costituzione». Riformabile con modifiche altrettanto «possibili, necessarie e concertate», sicuramente. Ma «nella sua seconda parte», solo. Il cappello dei «Principi fondamentali» e la prima parte sui «Diritti e doveri dei cittadini», cioè i «Rapporti civili», i «Rapporti etico-sociali», i «Rapporti economici» e i «Rapporti politici»; ecco, questo è intangibile. Come sanno tutti i costituzionalisti in buona fede sulla struttura logica e storica della Carta repubblicana: struttura che altrimenti sarebbe stravolta, distrutta, anche formalmente. L'ha chiamato da tempo «patriottismo costituzionale», Napolitano, l'oggetto dei suoi ripetuti appelli a questo rispetto. Che ora assumono toni più che mai espliciti. E acuti. E' un vincolo etico-politico, quello richiamato. Un vincolo cui adeguarsi, insoddisfatto ancora, evidentemente. E dire «ci sono tutte le condizioni» rende più pressante l'invito. Perché mette conseguentemente ogni soggetto, ogni forza di fronte alla responsabilità. Denuda una questione di volontà politica. Che, precisamente, resta ed anzi è sempre più aperta. Anche la precisazione che il Quirinale dirama a sera sul titolo del primo lancio d'agenzia diffuso in Italia sulle dichiarazioni del presidente in Finlandia, è un ribadimento. Non «corrisponde» il titolo «non tutti si riconoscono nella Costituzione»: ma perché non corrisponde ai «contenuti e termini delle risposte del Capo dello Stato sull'importanza della piena adesione ai principi e ai valori della Costituzione per un condiviso patriottismo costituzionale e sull'importanza a proseguire oltre il 60esimo anniversario nella diffusione e valorizzazione della Carta Costituzionale». Dunque, ancora una volta, è questione aperta quella della «piena adesione». E quei principi e valori costituzionali hanno bisogno del soccorso d'un intervento, politico e culturale, di «diffusione e valorizzazione». Il che è piuttosto evidente. E anche la liquidazione di ogni ritorno sull'episodio stesso del discorso di La Russa a Porta San Paolo, è un ulteriore ribadimento. «Non ho da fare nessun commento. Ho solo espresso il mio punto di vista», dice il presidente della Repubblica. Che aggiunge di seguito: «Credo sia il punto di vista della Costituzione repubblicana». E ancora: «Io non ho risposto a nessuno, a Porta San Paolo». Per sottolineare che il problema è più vasto. Radicato. Resta quello di quel «comune riconoscimento», di nuovo, «nei principi e nei valori della Costituzione». Un problema acuto. Persino sanguinoso, come abbiamo scritto ieri. Perché il contrario del riconoscimento e dell'identificazione nel patto di convivenza nella libertà e nell'uguaglianza sancito dalla Costituzione, si materializza ogni giorno. Nello stillicidio ben concreto dei materialissimi episodi di violenza, intolleranza, umiliazione, discriminazione verso i "più deboli". E i differenti. La libertà se ne va per le strade delle cacce ai Rom, ai gay, all'autodeterminazione delle donne. E la libertà se ne va, dall'altra parte dello stesso prisma d'una deriva storica, sul piano inclinato della rottura della solidarietà sociale. D'ogni vincolo al profitto e alla proprietà. D'ogni cittadinanza nei compiti della sfera pubblica per quello di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il compito della Repubblica, come recita l'Articolo 3 della Costituzione. Sarà pure un altro segnale il fatto che, per l'intera serata di ieri, solo da sinistra si siano uditi discorsi d'eco attiva alle parole di Napolitano. Un solo discorso, in verità, quanto alle segreterie di partito, anzi quanto ai partiti in generale, insomma al mondo politico. Quello del segretario del Prc, partito non rappresentato in Parlamento, Paolo Ferrero. Il quale ha espresso pieno «accordo con il capo dello Stato» e s'è detto perciò «molto soddisfatto» di «un tale forte richiamo» da parte sua. Aggiungendo subito, sul merito: «Se per un cittadino può essere legittimo non identificarsi nella Costituzione repubblicana, non lo può essere per un ministro, che alla Costituzione giura fedeltà, quando viene nominato». Ed è il rilancio della richiesta di dimissioni di La Russa, «da ministro della Repubblica nata dalla Resistenza e su cui si fonda la Costituzione».Resta, appunto, il solo commento, a quel livello politico.

Dunque: voce che grida nel deserto? Lo si vedrà. Intanto, di questa presa di voce al presidente Napolitano va dato atto.

 

Liberismo in crisi. Ma la sinistra se ne accorge? - Alfonso Gianni

La crisi non conosce soste. A soli due giorni dal massiccio intervento del Tesoro americano che porta alla privatizzazione di Freddie e Fannie, le due maggiori istituzioni finanziarie di assicurazione dei mutui, che avrebbe dovuto portare calma nel tormentato panorama economico, è la prestigiosa banca newyorchese Lehman Brothers a trovarsi nei guai. E' bastato un dispaccio giunto da Seul che annunciava la chiusura di un negoziato per il collocamento di titoli con la Korean Development Bank, che le quotazioni in Borsa della banca americana sono precipitati ad un livello inferiore al 90% rispetto ad un anno fa. Nel giro di pochi mesi la Lehman Brothers aveva già subito un sostanzioso ridimensionamento, da 26mila a 19mila dipendenti, una perdita di grandezza che mette seriamente in discussione il suo ruolo di banca globale. Ma a Wall Street hanno perso anche Merrill Lynch, Citigroup, Goldman Sachs, J.P. Morgan Chase. L'euforia di cui i giornali parlavano dopo il salvataggio di Freddie e Fannie si è già smarrita. Forse non è mai stata vera e si è trattato solo di illusione durata un momento che ha attecchito solo nel mondo più volubile dell'informazione che in quello più concreto degli operatori finanziari. Intanto gli effetti della crisi si dilatano nel mondo. Colpiscono in Europa, con particolare accanimento sul mercato immobiliare della Spagna, ma giungono anche in Cina, ove la crisi della vendita degli immobili non può certo essere dovuta alla troppa permanenza dei cinesi davanti ai televisori per ammirare l'indubbio successo delle Olimpiadi di Pechino. Ha voglia Innocenzo Cipolletta a dire, come ha fatto sul Sole24Ore di ieri, che nell'epoca della finanziarizzazione dell'economia "il superamento di una crisi è solo la fase di transizione verso altre fasi di crisi, senza che per questo si determinino fenomeni catastrofici". Non solo una tale concezione iperottimistica del carattere fisiologico o addirittura benefico delle crisi, è assai difficile da spiegare a coloro che le subiscono direttamente sulla propria pelle, sia che si tratti di singole persone che di interi paesi. Ma il punto è che le risposte che vengono date a queste crisi sono tali da mettere in discussione, e in modo persino radicale, i presupposti basilari delle teorie liberiste. Peccato che sia solo la sinistra a non accorgersene. Un economista intellettualmente onesto come Luigi Zingales, sempre sul giornale confindustriale di due giorni fa, rilevava come sia strano per un liberista convinto doversi complimentare per l'intervento di salvataggio del Tesoro americano e riconosceva che in realtà "il fallimento è alla base della disciplina di mercato", ovvero non può darsi realmente la seconda senza il primo. Per dirla con il famoso brocardo latino, storpiato un tempo da Claudio Martelli e più recentemente da Silvio Berlusconi, simul stabunt simul cadent . Già ma il fallimento, soprattutto quando riguarda colossi di questo tipo, trascina con sé fenomeni e conseguenze così gravi e incontrollabili sul terreno economico come su quello politico, che anche i più accesi liberisti riscoprono la bontà dell'intervento statale, specialmente quando si possono privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Far fallire le due sorelle dei mutui, che gli americani con un unico nome chiamano Frannie, avrebbe significato mandare per aria il sistema americano. Le due società hanno finanziato mutui per 5,2 mila miliardi di dollari, pari ad un terzo dell'intero Pil statunitense; hanno venduto bond in tutto il mondo per 1.300 miliardi di dollari, di cui ben 376 alla Cina. Tutte queste somme erano già prima garantite dal tesoro americano. Le due società erano già Gse (Government sponsored enteprises), da noi si sarebbe detto parastatali, e potevano così vantare un vantaggio sul mercato di almeno 6 miliardi di dollari annui di protezione pubblica. Del resto Fannie Mae svolgeva all'origine una funzione sociale ed era perciò nata come società pubblica in pieno New Deal, nel 1938, per aiutare chi aveva poco reddito ad acquistare la casa, il sogno americano, quando i proprietari della propria abitazione erano attorno al 44% (ora sono oltre il 70%). Poi venne privatizzata, ma solo parzialmente, nel 1968 da Lyndon Ben Johnson. Poi Nixon, nel 1970, creò la sorella Freddie Mac per contenere lo strapotere di mercato della prima. La seconda nacque già semiprivata, ovvero era sempre la mano pubblica che la proteggeva. In sostanza vigeva il principio che i profitti erano privati e le perdite socializzate. Per tutti questi motivi è vero che il Tesoro americano non poteva fare a meno di intervenire. Lo ha fatto con 200 miliardi di dollari, ma il ministro Paulson ha candidamente dichiarato di non sapere a quanto ammonterà alla fine il costo di questo salvataggio. Se poi dovesse intervenire in modo analogo anche nel caso Lehman Brothers sarebbero guai. Come dimostra la storia dei due colossi dei mutui, il liberismo allo stato puro non è mai esistito. Ora è in aperta crisi anche la sua versione più sporca e pragmatica e non è cosa da poco. L'Unione europea fa invece orecchi da mercante (metafora appropriata). Almunia dichiara che va bene così, a proposito di Frannie, mentre Daniel Gros del Ceps di Bruxelles, uno degli ideatori del piano di stabilità, critica il Tesoro americano non tanto per il salvataggio, quanto per l'intervento nelle scelte di comportamento delle due società. E' una situazione paradossale. Il Fondo monetario internazionale, come ha con forza denunciato Joseph Stiglitz, ha per anni messo il naso nelle economie e nelle politiche dei paesi in via di sviluppo condizionando i suoi "aiuti" alle sue inflessibili e fallimentari direttive, e tutto andava bene. Se invece uno stato salva una azienda e pretende da essa un comportamento di un certo tipo sarebbe un'aggressione insopportabile ai principi del libero mercato. I "giapponesi" - nel senso di strenui combattenti a oltranza- del liberismo pare si siano trasferiti in Europa e continuano a fare danni irreparabili. Il pericolo dell'inflazione si attenua, anche se certo non sparisce, ma la Banca centrale europea non decide l'abbassamento del costo del denaro. Comunque il petrolio scende sotto i 100 dollari a barile, dopo che solo nel luglio scorso aveva superato il record dei 147 dollari. Di per sé non è esattamente un'ottima notizia. Indica infatti che la spinta recessiva si sviluppa rapidamente. Persino la frenetica Cina pensa di rallentare un po'. Altri sono costretti a farlo. Altri, è il caso della Ue e di diversi suoi paesi, fra cui il nostro, lo hanno già fatto perché non hanno politiche economiche in grado di garantire una ripresa. Non solo, ma se scende il prezzo del barile può anche attenuarsi quello stimolo ad una qualche modificazione del modello energetico. In ogni caso farsi dominare dal saliscendi del prezzo del petrolio significa consegnarsi nelle mani della speculazione finanziaria e di scelte altrui.

Una buona notizia invece c'è, anche se è passata quasi inosservata, e viene, tanto per cambiare, dall'America Latina. Il Brasile e l'Argentina hanno deciso di abolire il dollaro nelle loro relazioni economiche e commerciali. Per i due paesi, in particolare l'Argentina, le cui ultime crisi economiche sono dipese direttamente dall'andamento del dollaro, si tratta di una decisione storica. Dovrebbe essere l'occasione per rimettere in discussione i rapporti fra le monete a livello mondiale. Ma non sono così ottimista.

 

Vietato fischiare la ministra - Laura Eduati

«Come assumerete gli insegnanti?» protesta un gruppo di sissini, parola orribile che deriva da Ssis, la scuola biennale di specializzazione per accedere alla cattedra, ora chiusa lasciando a piedi migliaia di aspiranti docenti delle medie e delle superiori. Ricercatori, studenti e precari fischiano, interrompono la ministra. La contestazione non piace alle forze dell'ordine presenti in sala, che chiedono immediatamente i documenti ai ribelli. Più tardi l'Unione degli Studenti condannerà la durezza degli agenti di fronte ad un dissenso «del tutto pacifico e democratico», mentre il Pd bolla l'episodio come «intimidatorio». Gelmini continua: «Le spese sono aumentate del 30% negli ultimi anni, e io non sarò complice dell'aumento del numero dei precari che poi dovranno comunque un giorno lasciare la scuola». Nei giorni scorsi la ministra aveva proposto di trovare un nuovo lavoro ai precari magari impiegandoli come guide turistiche, ora Amato ricorda che gli uffici delle Questure hanno bisogno di personale per smaltire le centinaia di migliaia di permessi di soggiorno dei cittadini immigrati.

All'inizio della presentazione il coro a cappella del liceo aveva intonato l'inno nazionale, e su richiesta del preside tutta la sala si era alzata in piedi. Nel parterre giovani di destra applaudono spellandosi le mani, il Giornale infilato nei jeans larghi. Scuola modello, il Newton. Rigorosa e aperta ai giovani: murales coloratissimi fatti dagli studenti indicano l'ascensore, l'aula magna, la toilette. Oasi felice a pochi passi dalla sede dei Cobas, l'istituto consegna cartelle stampa firmate Deutsch Bank e una interessante guida all'uso del liceo: corsi di aggiornamento per i docenti sul contenimento e le regole da dare agli adolescenti, chiarimenti sul voto in condotta e l'avvertimento che le unità cinofile potrebbero piombare in cortile per scovare sostanze stupefacenti. Il decreto legge sul maestro unico è arrivato in commissione Cultura della Camera, Gelmini si augura che «la scuola rimanga fuori dalle ideologie» e che il Partito democratico scelga responsabilmente di discutere sull'istruzione italiana senza preconcetti né barricate: «Alcuni sindacati contestano il piano programmatico prima ancora di conoscerlo, non l'ho ancora presentato». Poi tira fuori dal cilindro una nuova idea per gli insegnanti, la Carta d'Oro per entrare gratuitamente alle mostre o al museo magari con l'aiuto finanziario delle banche, «non ci sarebbe niente di male» spiega la ministra.

«Dateci la tessera della povertà» contestano in fondo all'aula. «La qualità non si costruisce con la Carta d'Oro» spiega Paola De Meo, maestra nella scuola elementare capofila della protesta nazionale contro il maestro unico, la "Iqbal Masik", drappi neri alle finestre e un corpo docente arrabbiatissimo: «Dalla ministra volevamo prima il piano programmatico, e non un decreto legge». Gelmini non si scosta dalla linea retta e assicura che «non servono tre maestri, ne basta uno», i fischi aumentano a dismisura e lei parla scandendo le parole: «Con i due maestri in esubero estenderemo il tempo pieno» ma gli insegnanti presenti vorrebbero sapere come, visto che il governo ha deciso di stringere la cinghia sulla scuola e la stessa responsabile di viale Trastevere ammette che purtroppo i fondi non ci sono. Nonostante gli sgorzi di Amato che auspica il dialogo, il calendario autunnale delle contestazioni si arricchisce di una data, 17 ottobre, quando gli insegnanti del Gilda convocheranno una manifestazione davanti a Montecitorio. Sulla parete del corridoio qualcuno ha appeso una poesia di Borges: «Se potessi vivere nuovamente la mia vita, nella prossima cercherei di commettere più errori».

 

Georgia, il Cremlino accusa: «Ue disonesta»

S'è tornato a sparare, ieri, sul territorio georgiano, al confine della regione indipendentista dell'Ossezia del Sud. E c'è scappato il morto, un poliziotto di pattuglia georgiano, raggiunto da colpi di arma da fuoco automatica provenienti, dicono le autorità di Tbilisi smentite da Mosca, da un posto di blocco russo nelle vicinanze di Karaleti, villaggio sulla strada che porta in Ossezia. I georgiani non hanno risposto al fuoco, frenando una possibile escalation drammatica. Ma la tensione rimane altissima, anche a causa dei "fraintendimenti" a proposito della presenza di militari russi in Abkhazia e Ossezia del Sud e del ritiro dell'esercito di Mosca dalle zone cuscinetto a ridosso delle regioni indipendentiste, che sarà sostituito dalle forze di vigilanza Osce e dell'Unione europea. Ieri il presidente georgiano Saakashvili, in visita nella città di Gori, più volta bombardata dai militari russi, ha platealmente mostrato alle telecamere un foglio che la troika di negoziatori europei, Sarkozy, Solana e Barroso, avrebbe firmato nell'incontro di lunedì, con cui la Russia ha dato il via libera alla missione di polizia Ue. Sul foglio ci sarebbe l'accordo per l'ingresso degli osservatori Ue «in tutto il territorio georgiano», Abkhazia e Ossezia del Sud comprese. Immediata la reazione russa: il ministro degli esteri Serghei Lavrov ha chiarito seccamente che gli osservatori dell'Unione europea «non saranno dislocati nei territori delle due repubbliche, ma solo nei dintorni». E ha aggiunto che anche il mandato degli osservatori dell'Osce e dell'Onu nelle repubbliche ribelli «deve essere concordato con i dirigenti di Ossezia del sud e Abkhazia e adattato alle nuove condizioni». Per Lavrov il documento presentato da Saakashvili «contraddice l'accordo firmato da Sarkozy e dal presidente Medvedev nello stesso giorno di lunedì»: è un «tentativo disonesto» di spiegare a Saakashvili quanto deciso. Solana, a Bruxelles, ha spiegato che quella europea era una speranza, di cui effettivamente non si era parlato a Mosca. Intanto ieri il Cremlino, che continua a vivere il famigerato complesso di accerchiamento da parte statunitense, ha rialzato il tono contro lo scudo antimissilistico Usa in Polonia e Repubblica Ceca, proprio ieri in parte sottoscritto anche da Praga, minacciando di puntare i missili contro le due repubbliche dell'Ue. Sempre ieri il Financial Times aveva raccontato un interessante, ed estremamente plausibile retroscena della visita del vicepresidente Usa Dick Cheney a Roma, immediatamente smentita dal diretto interessato, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Secondo il quotidiano londinese, nella crisi tra Georgia e Russia, la posizione di "equivicinanza" interessata dell'Italia, contro le sanzioni alla Russia ma anche pronta a ricevere ogni condanna di Washington, avrebbe creato tensioni con gli Usa. Secondo fonti diplomatiche europee citate dal giornale, «i falchi dell'amministrazione Bush guardano con sospetto ai legami personali di Berlusconi con il leader russo e sono preoccupati per la presidenza italiana del G8 che inizierà a gennaio. L'Italia vuole invitare il premier russo Vladimir Putin al vertice che si terrà in Sardegna», scrive il Ft. Quel che preoccupa gli analisti del governo Usa è la partnership strategica tra Gazprom ed Eni per il gasdotto South Stream, che i due giganti energetici vogliono costruire per trasportare il gas russo attraverso il Mar Nero e che è avversato dagli Stati Uniti. Per far capire quanto la posizione dell'Italia pesi nell'economia dei rapporti russo-europei, Glenn Howard, capo della Fondazione Jamestown, istituto di ricerca sulla sicurezza di Washington, ha detto: «Togliete l'Italia e l'Eni dall'equazione e le speranze di Putin di soggiogare l'Europa attraverso l'energia saranno congelate a tempo indeterminato».

 

Bush e la guerra in Iraq: tutti gli errori del presidente - Stefania Podda

Solo certezze, nessun dubbio. Perché un comandante in capo non può permettersi indecisioni, un'incrinatura nella fiducia che ripone nella propria capacità di giudizio, farebbe cadere come le tessere di un domino le certezze di quelli intorno a lui, prima, e di un'intera nazione poi. Ecco perché George W. Bush continua a dirsi convinto della legittimità e ineluttabilità della guerra in Iraq, come d'altronde di quella in Afghanistan. «Nessun dubbio» è il suo slogan, una frase ripetuta come un mantra, a negare l'evidenza di un fallimento politico e strategico.

Bob Woodward quella frase se l'è sentita ripetere decine di volte nei sette anni durante i quali ha seguito da molto vicino la presidenza Bush. Storico giornalista del Washington Post , autore con Carl Bernstein dell'inchiesta sul Watergate che portò Richard Nixon ad un passo dall'impeachment e quindi alle dimissioni, Woodward ha dedicato quattro libri al presidente che, all'indomani dell'11 settembre del 2001, si è trovato a guidare una nazione in guerra permanente. Per i primi due - Bush on War e Plan of Attack - lo hanno accusato di essere stato troppo tenero con la Casa Bianca, di non aver voluto calcare la mano sulla grossonalità della strategia presidenziale. D'altronde Woodward, diventato un eroe per aver di fatto silurato l'inviso Nixon, non aveva nessun progetto preconfezionato di assalto alla presidenza, quando ha cominciato a raccogliere il materiale e iniziato la sua lunghissima serie di interviste allo staff della Casa Bianca in tutte le sue articolazioni e varianti. E però già con il terzo libro, State of Denial , del 2005, il tono era cambiato. Mettendo insieme testimonianze e documenti, l'uomo simbolo del giornalismo investigativo statunitense era arrivato ad accusare l'amministrazione repubblicana di mentire ai propri cittadini sull'andamento della guerra in Iraq. Il libro descriveva un'amministrazione divisa e in lite su tutto: il Pentagono contro il Dipartimento di Stato, l'intelligence contro i militari, e la Casa Bianca arroccata sulle dogmatiche certezze di un presidente convinto di essere stato investito di una missione storica. Ora però, con il suo quarto libro sull'argomento - The War Within: A Secret White House History 2006-2008 - Woodward aggiunge nuovi capitoli alla saga sulla presidenza di guerra, sino a completare il ritratto di un presidente completamente inadatto a gestire le conseguenze dell'11 settembre. E' il ritratto di un uomo che ama circondarsi di yes-men, che detesta che gli si ricordi la complessità dei problemi e che si ostina nella menzogna perché in fondo incurante della verità. In quasi cinquecento pagine, il giornalista, ora in pensione, racconta la genesi della strategia che nel 2007 portò all'incremento delle truppe americane sul fronte iracheno. Tra l'estate e l'autunno del 2006, in Iraq la situazione è disastrosa. Nell'opinione pubblica, e anche a Washington, e soprattutto tra le gerarchie militari, si fa sempre più strada l'idea di un disimpegno, di un graduale ritiro delle truppe americane per passare all'esercito iracheno il controllo del territorio. Così la pensa, e non è il solo tra i vertici militari, anche il generale George William Casey Jr, comandante in Iraq dal 2004 al 2007. Proprio Casey è il protagonista di durissimi confronti con Bush che non nasconde la sua insofferenza per gli articolati briefing sui risultati della campagna militare. Dopo l'iniziale fiducia dovuta al presidente e comandante in capo, il generale matura così la convinzione che Bush non abbia alcuna idea sulla guerra che si sta combattendo ai suoi ordini. Nel giro di tre anni passati a cercare di farsi ascoltare senza essere interrotto da battute e sbuffi, si convince che il problema di questa campagna sia alla fine un presidente che vive l'intera faccenda come se fosse in un film western. Perché in fondo a ogni riunione, la domanda è solo una, e sempre quella: «Allora, quanti ne abbiamo fatti fuori?». Di tutte le variabili in campo, solo quella è importante per Bush, serve a dargli la misura dell'andamento della guerra. E se Casey tentenna, lui gli ricorda che «non stiamo mica giocando per pareggiare». Di certo, il gioco non è stato comunque pulito. Alla fine Casey viene sostituito con il generale David Petraeus, e le truppe Usa aumentate nel tentativo di diminuire le violenze e gli attentati in Iraq. Ma dietro al relativo successo di questa operazione, c'è un piano B che Woodward svela nel suo libro e che spiegherebbe il reale motivo del calo di violenze. Ossia, un piano segreto dell'intelligence per una serie di operazioni sotto copertura per individuare, scovare e uccidere esponenti di al Qaeda e altri personaggi ritenuti pericolosi. Woodward spiega di aver scelto di non pubblicare particolari e prove del piano di cui è venuto in possesso, perché si tratta di dettagli che potrebbero compromettere la sicurezza nazionale. Però si dice sicuro che sia quella, e non l'aumento delle truppe in campo, la vera ragione dietro il calo degli attacchi registrato dalle statistiche. Ma il libro fa discutere e crea imbarazzo alla Casa Bianca anche per un'altra rivelazione, quella per cui - a dispetto dei proclami di reciproca fiducia - il governo statunitense avrebbe fatto spiare il premier iracheno al Maliki, il suo staff e il suo governo. «Sappiamo tutto quello che dice», avrebbe svelato una fonte, aggiungendo che la decisione di spiare il premier sarebbe stata presa tra i malumori di parte dell'amministrazione. La Casa Bianca si è affrettata a smentire l'operazione di spionaggio e il governo iracheno si è riservato il diritto di chiedere chiarimenti. Ciò che resta dalla lettura del libro di Woodward, è comunque l'immagine di un presidente che voleva passare alla storia e che invece è stato capace di spaccare in due, sulla sua presidenza, un paese che si era ritrovato unito davanti alle macerie del World Trade Center.

 

Repubblica - 11.9.08

 

Via le lucciole dalla strada

ROMA - Sì del consiglio dei Ministri al disegno di legge su "misure contro la prostituzione" messo a punto dal ministro Mara Carfagna. L'esecutivo ha dato il via libera nella riunione di questa mattina a palazzo Chigi. Puniti sia i clienti che le lucciole. Così dopo 50 anni cambia la legge Merlin, la norma che abolì la regolamentazione della prostituzione in Italia e rese illegali i bordelli. Il disegno di legge del ministro per le Pari Opportunità introduce il reato di esercizio della prostituzione in strada e in generale in "luogo pubblico". Ad essere colpiti, con identiche sanzioni, saranno sia le lucciole che i clienti. Previsto l'arresto da 5 a 15 giorni e l'ammenda da 200 fino a 3000 euro. Con l'attuale normativa, infatti, è punibile solo il reato di adescamento che, però, risulta di difficile definizione. Di fatto, il vendersi per le strade delle città, è un comportamento del tutto libero e sostanzialmente lecito. L'obiettivo. Le nuove norme - grazie anche all'introduzione del reato di prostituzione in strada e luogo aperto al pubblico - mirano a contrastare il fenomeno e a rendere più produttiva la lotta allo sfruttamento della prostituzione, in particolare di quella minorile. Prostituzione minorile. Nei quattro articoli di cui è composto il disegno di legge, che il ministro Carfagna insieme a quello dell'Interno, Roberto Maroni, e della Giustizia, Angelino Alfano, hanno presentato, anche un giro di vite per lo sfruttamento della prostituzione minorile. Il ddl prevede il carcere (da 6 a 12 anni) e una multa da 15 a 150mila euro per gli sfruttatori. E per chi compie atti sessuali con minori di età tra 16 e i 18 anni è prevista la reclusione (da 6 mesi fino a 4 anni) e una multa che potrà oscillare tra i 1500 e i 6 mila euro. I minori stranieri che esercitano la prostituzione potranno inoltre essere rimpatriati. Carcere tra i 4 e gli 8 anni anche per i promotori e gli organizzatori di associazioni a delinquere finalizzate allo sfruttamento della prostituzione, mentre la reclusione andrà dai 2 ai 6 anni per i partecipanti.

 

La Stampa - 11.9.08

 

Sette anni dopo. Niente Bin Laden. In cambio moltissimi morti - Carla Reschia

11 settembre 2008. Da “quell’11 settembre” sono passati sette anni, si sono aperti due fronti di guerra – Iraq e Afghanistan – e lo sceicco del terrore Osama bin Laden resta l’elusivo fantasma che fu fin dall’inizio. Bush, agli sgoccioli del suo mandato, assicura che «continuerà a dargli la caccia finchè non sarà assicurato alla giustizia». Il Pentagono annuncia che, allo scopo, è cambiata la strategia e i Predator, i sofisticati drone spia, hanno intensificato i voli tra le montagne dell’Afghanistan. A queste ricognizioni seguono attacchi che danno i risultati che sappiamo – anzi che non sappiamo mai con esattezza – ma che non contano mai fra le tante vittime, talebane e non, l’inafferrabile miliardario. Del resto, per stessa ammissione di Washington, in sette anni l’unica volta in cui gli Stati Uniti sono riusciti a risalire a lui è stato nel dicembre 2001 quando ebbero conferma che Bin Laden si trovava a Tora Bora, regione afghana al confine con Pakistan. Da allora il nostro ha evitato di lasciare nuovi recapiti e la caccia aerea, secondo gli ufficiali americani, non basta. Occorrerebbe “sviluppare una rete di informazioni nelle più isolate regioni tribali del Pakistan, dove si ritiene che sia nascosto il capo di Al Qaida”. Peccato che non si possa fare. Anche perché, secondo funzionari pachistani intervistati dal Washington Post, questa strategia esclusivamente bombarola ha finito per esasperare vieppiù gli afgani e nessuno nelle zone tribali è disposto a collaborare con gli americani, nemmeno per la faraonica taglia di 25 milioni di dollari che pende sul turbante di Osama. Secondo la Cia anche la guerra in Iraq, che ha distolto risorse e concentrazione: già all’inizio del 2002 si è cominciato a reinvestire altrove le risorse impiegate in Afghanistan, un errore dal quale non ci si è ancora ripresi. Quello che non sono mancati, in questi anni, sono i morti. Vittime di attentati che nessuna strategia “preventiva” ha potuto impedire, in ogni parte del mondo, da Bali, alla Spagna, al Marocco, a Londra. Soldati colpiti da fuoco nemico e amico. E “danni collaterali” tanto numerosi quanto mal o mai calcolati in Iraq e in Afghanistan. Qui oltre 800 civili sono stati uccisi solo quest'anno, secondo fonti della Nato e del governo afgano, mentre si perde – forse perché nessuno lo calcola – il numero totale di vittime innocenti. Restando solo agli ultimi anni, secondo Human rights watch nel 2006, furono almeno 929 i civili afgani uccisi in scontri legati al conflitto armato. Di questi, almeno 699 sono morti durante attacchi condotti dai talebani (inclusi attentati suicidi e indiscriminati contro obiettivi civili, mentre furono 116 quelli uccisi durante i raid alleati. Nel 2007, i civili morti sono stati 1.633, e fra di loro almeno 321 sono stati quelli caduti per errore sotto i colpi americani.  (Qui si trovano dati relativi a vari periodi. In quanto all’Iraq il sito Iraq body count stima in almeno 90 mila le vittime civili dal 2003, ma anche in questo caso è difficile mettere insieme i dati, o anche solo trovarli. Insomma, sono dati fantasma. Come Bin Laden.

 

"Come vice sarebbe stato meglio scegliere Hillary Clinton"

Roma - Come vice di Barack Obama, era meglio Hillary: parola di Joe Biden, il senatore scelto come candidato alla vicepresidenza degli Usa per il partito democratico. Secondo quanto ha scritto un giornalista della Abc News citato dal sito Drudge Report, in una raduno a Nashua, nel New Hampshire, un uomo fra il pubblico ha detto a Biden quanto fosse felice che fosse stato scelto come numero due al posto di Hillary, «non perchè lei è una donna, ma perchè, guardate a cosa ha fatto in passato». «Attenti a non sbagliare su questo punto - ha risposto Biden - Hillary Clinton è qualificata, o più qualificata di me, per essere vicepresidente degli Stati Uniti d’America. Che sia chiaro. Lei è davvero una mia stretta amica personale, è qualificata per fare il presidente degli Stati uniti d’America, lo è tanto più per essere vicepresidente degli Stati uniti d’America, e in tutta franchezza, potrebbe essere stata una scelta migliore di me». Immediata la reazione dal campo del candidato repubblicano John McCain: il suo portavoce Ben Porrit ha detto che «È la decisione più importante di Barack Obama in questa elezione, e Biden - il candidato che ha scelto - suggerisce, proprio lui, che non era lui l’uomo giusto per il posto, e che Hillary Clinton sarebbe stata una scelta migliore. Il punto di vista di Biden certamente su questo è credibile».

 

"Sarah Palin ha un amante e una famiglia a pezzi" - Anna Masera

Era inevitabile che i media americani trovassero uno scandalo nella vita privata di un candidato alle presidenziali Usa e lo ha fatto qualche giorno fa il National Enquirer con una copertina sul presunto amante di Sarah Palin che ha fatto andare su tutte le furie i Repubblicani, che minacciano azioni legali. Intanto il sito Web del National Enquirer è inaccessibile: non si sa se perchè oscurato o per l'intenso traffico. Per fortuna gli internauti sono attenti lettori e veloci trascrittori: ecco per esempio un blog che riprende i contenuti dell'inchiesta e la reazione dei politici. Secondo il National Enquirer, la Palin avrebbe avuto una relazione con il partner in affari di suo marito. Alaskan Abroad, il blog di un giornalista dell'Alaska, riporta che l'indiscrezione si riferisce al periodo in cui la Palin fu sindaco di Wasilla, a metà degli anni '90. Il marito Todd allora vendeva veicoli spazzaneve con tal Brad Hanson, pure sposato. Secondo il blog Alaskan, i due hanno solo flirtato ma "non hanno mai consumato il rapporto"... E continua: "Quando Todd li ha scoperti, ha chiuso la partnership e venduto l'impresa. Hanson è adesso un membro del Consiglio comunale di Palmer". Ma non finisce qui. Secondo The Enquirer il matrimonio della Palin era già provato dalla difficile gestione del figlio 19 enne Trax, quello che sta per partire soldato in Iraq, definito senza mezzi termini come "un tossicodipendente con problemi giudiziari alle spalle". Infine la Palin avrebbe cercato di obbligare Bristol, la figlia 17 enne incinta, di sposare Levi, il partner responsabile della gravidanza, prima che diventasse di dominio pubblico. Bristol si sarebbe rifiutata, lasciando gestire alla madre una situazione difficile da gestire in pieno odore di candidatura. Ma quello che fa più scandalo nel passaparola fra gli elettori americani online, è che i grandi media tradizionali non stiano riprendendo la storia dell'Enquirer, che invece sta facendo il giro del mondo su Internet.  Il sospetto è che - usando i guanti di velluto con lo schieramento repubblicano nella campagna elettorale - di fatto lo stiano favorendo.

 

Sabina Guzzanti ha offeso il Papa - Flavia Amabile

Sabina Guzzanti sarà indagata per le parole pronunciate contro il Papa l’8 luglio a piazza Navona a Roma. Beppe Grillo no. La procura di Roma ha annunciato di voler chiedere al ministro della Giustizia di procedere contro l’attrice, indagata per vilipendio nei confronti del Papa. Il pm Angelantonio Racanelli ha invece chiesto al gip di archiviare la posizione di Beppe Grillo che, in collegamento video con la piazza, aveva criticato il Presidente della Repubblica, lo aveva accusato di ‘sonnecchiare’ e di firmare un «provvedimento per la banda dei quattro», ovvero il lodo Alfano. Per la procura queste affermazioni rientravano nel diritto di satira. Sarà poi il ministro della Giustizia a dover autorizzare, secondo quanto previsto dall’articolo 313 del codice penale, lo svolgimento delle indagini nei confronti di Sabina Guzzanti. Nel corso del suo intervento Sabina Guzzanti aveva attaccato duramente anche il ministro delle Pari Opportunità. Ma finora Mara Carfagna non ha ancora querelato l’attrice né presentato denuncia, e quindi non è stato ancora aperto alcun fascicolo. «Siamo al medioevo intergale» è stato il commento di Paolo Guzzanti, deputato del Pdl, padre dell’attrice Sabina Guzzanti. Il giornalista e deputato del Pdl usa l’ironia per chiedere che «un’attrice che ha osato vilipendenre la religione sia sottoposta sulla stessa piazza Navona al giudizio di Dio, consistente nel correre su un tappeto di carboni ardenti senza riportare nessuna ustione». Paolo Guzzanti comunque è convinto che l’episodio giudiziario sia spiegabile con «lo zelo del burocrate», posto che «Ratzinger è persona forte e intelligente abbastanza da non aver bisogno di queste rappresaglie giudiziarie». Antonio Di Pietro, che della manifestazione dell’8 luglio a piazza Navona era l’organizzatore, due mesi fa prese le distanze dalle frasi di Sabina Guzzanti e di Grillo. Ieri invece ha difeso l’attrice. «E’ solo una donna libera, che ha liberamente espresso il suo pensiero. Si può condividere o non condividere, e neanche io l’ho condiviso quel giorno, ma solo ai tempi dell’olio di ricino chi la pensava diversamente finiva in galera. Ma si sa - conclude Di Pietro - essere una donna libera ai giorni nostri è un reato!». E Di Pietro si dice sicuro che Sabina Guzzanti sarà assolta. Dario Fraceschini, vicesegretario del Pd: «Le iniziative della magistratura vanno rispettate sia quando sono condivise, sia quando non lo sono - commenta a proposito della decisione della procura - Il vilipendio però mi sembra un po’ esagerato visto che già c’era stata una condanna unanime da parte della società civile». La decisione della procura di Roma non è piaciuta nemmeno a Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21: «L’intervento appare ancora più sconcertante perchè in queste settimane sono state consentite, in un’indifferenza generale, espressioni gravi nei confronti del tricolore, dell’unità nazionale, della Costituzione e persino della resistenza antifascista». In segno di solidarietà a Sabina Guzzanti la tv satellitare EcoTv manderà ciclicamente in onda fino alla chiusura del procedimento penale la parte del discorso fatto dall’attrice sul Papa l’8 agosto in piazza Navona

 

Corsera - 11.9.08

 

Sud Ossezia: «Non vogliamo indipendenza ma entrare a far parte della Russia»

MOSCA - Indipendenza? No, grazie. Vogliamo far parte dalla Grande Madre Russia. Appena proclamata l'indipendenza, riconosciuta il 26 agosto solo da Mosca, l'Ossezia del sud ha cambiato idea e ha deciso di unirsi con i fratelli della Repubblica autonoma russa dell'Ossezia del nord-Alania ed entrare insieme a far parte della Federazione russa. Lo ha dichiarato il presidente sudosseto Eduard Kokoity citato dall'agenzia di stampa russa Interfax. «Non vogliamo creare un’Ossezia indipendente, perché così vuole la storia», ha affermato Kokoity a un convegno di politica estera organizzato dal Cremlino a Soci, sul mar Nero, città che opsiterà i Giochi olimpici invernali del 2014. Invece l'Abkhazia sembra che voglia restare indipendente, ma la Russia sarà il «garante tramite un patto militare che sarà firmato molto presto, subito dopo un grande accordo di collaborazione simile a quello tra Usa e Taiwan». Lo ha dichiarato sempre a Soci il presidente abkhazo Sergei Bagapsh. «Avremo forze militari dislocate in numero sufficiente per essere sicuri che non ci saranno nuove aggressioni, genocidi, azioni di forza». Intanto la Russia ha denunciato l'atteggiamento dell'Ucraina nel recente conflitto in Georgia, definendo «ostile» la politica perseguita dalle autorità di Kiev nei confronti di Mosca. «Da parte ucraina non si sono sentite parole di pietà o compassione per la morte dei civili a Tskhinvali o dei nostri soldati in missione di pace. Al contrario il presidente ucraino ha cercato di incolpare la Russia della carneficina». Il Cremlino inoltre accusa Kiev di aver fornito armi alla Georgia. Lo scorso 27 agosto il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, e Olli Rehn, commissario per l'Allargamento dell'Ue, aveva affermto che dopo Sud Ossezia e Abkhazia, Mosca potrebbe avere «altri obiettivi» come «Crimea, Ucraina e Moldavia».

 

Dal Colle un richiamo nel timore  di indebolire l’ancoraggio europeo - Massimo Franco

Fatta in un altro momento, l’affermazione del presidente della Repubblica sull’assenza di «una piena identificazione nei principi e nei valori della Costituzione» sarebbe passata quasi inosservata. Ma le parole dette da Giorgio Napolitano durante la visita in Finlandia sono rimbalzate su un’Italia agitata dalle polemiche sul fascismo; e soprattutto dai giudizi, considerati troppo indulgenti verso il Ventennio, del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno: gravi e inaccettabili, secondo il centrosinistra ma non solo: lo stesso Gianfranco Fini è rimasto spiazzato. Il Quirinale ha cercato di ridurre un’eco che rischiava di far montare le polemiche, tirando nel mezzo il capo dello Stato. Gli applausi arrivati a Napolitano da Rifondazione comunista, con annessa richiesta di dimissioni di La Russa, hanno confermato il rischio della strumentalizzazione. Per questo, è arrivata una precisazione nella quale si è cercato di depurare la frase da qualunque riferimento all’attualità. E si è insistito sulla necessità di un «patriottismo istituzionale » condiviso da tutti. Dal fronte governativo nessuno ha detto una sola parola che potesse alimentare una polemica. Lo stesso La Russa ha evitato risposte che potessero suonare come una critica nei confronti del presidente: si è limitato a ribadire che stima Napolitano. D’altronde, per il governo il capo dello Stato è un alleato prezioso, in questa fase. In alcune occasioni, una parte dell’opposizione lo ha attaccato apertamente per avere dato il «via libera » ai provvedimenti di Palazzo Chigi: soprattutto in materia di giustizia. Ma sul fascismo, il Quirinale ha ribadito una posizione inevitabile di netta condanna, emersa alcuni giorni fa quando si discuteva della Repubblica di Salò. Potrebbe esserci una coda parlamentare, con Silvio Berlusconi chiamato a spiegare se quanto hanno detto La Russa ed Alemanno è condiviso da tutto il centrodestra. La tardiva marcia indietro del sindaco capitolino segnala una destra sulla difensiva. Ma si tratta di una questione che divide il mondo politico, con qualche esagerazione da entrambe le parti; è dubbio che coinvolga il grosso dell’opinione pubblica. Il richiamo di Napolitano probabilmente allude proprio a quei settori della società che si riconoscono nell’estrema destra (e magari in qualche sacca dell’ultrasinistra), inclini ad una certa ambivalenza verso i principi costituzionali; o tentati di usarli in modo intermittente, a seconda delle convenienze. Il capo dello Stato sembra inquieto per i riflessi che un simile atteggiamento può avere anche al di là dei nostri confini. Un’eventuale freddezza verso la Costituzione italiana potrebbe diventare la premessa di un distacco progressivo dall’Ue, dalle sue istituzioni e dai suoi trattati. In breve, dai suoi valori.

 

La strategia del pungolo. Mossa per attenuare «la condanna» - Marzio Breda

HELSINKI — Pedinato persino in Finlandia dall'eterna querelle sul nostro passato-che-non-passa, Napolitano scivola a sua volta in uno scatto polemico. Pronunciato nel suo aplomb istituzionale, eppure esplicito. Infatti, riconoscendo che nel Paese c'è «una questione aperta» e che questa «riguarda la piena identificazione, che dovrebbe essere di tutte le componenti della società nazionale, nei princìpi e nei valori della Costituzione», certifica il peso delle memorie divise, per cui ogni famiglia politica italiana resta ostaggio della propria. Un giudizio che, mentre registra un deficit di pacificazione, suona come un altolà a quanti pretendono di riabilitare il fascismo e Salò. Ciò che di fatto mortifica la Resistenza e mette in mora la legge fondamentale e il suo stesso spirito. Un richiamo abrasivo, destinato a scorticare quelle forze della maggioranza (An anzitutto, ma per certi aspetti pure Berlusconi e la Lega) che alimentano rimozioni, revisioni, negazioni. Ma non appena legge i titoli delle agenzie di stampa, il presidente trova la sintesi delle sue parole un po' estrema. E, prima di decollare da Helsinki, fa diramare dal portavoce una messa a punto. Con la quale chiarisce le proprie intenzioni e si sforza di evitare uno strappo lacerante con il governo. Volgendo in positivo un concetto che, appena pronunciato, suonava liquidatorio e negativo. Insomma: il comunicato intende derubricare a esortazione quella che poteva apparire una condanna, senza tuttavia negare «l'importanza della piena adesione ai princìpi e valori della Carta per un condiviso patriottismo costituzionale», che evidentemente secondo lui vacilla. Le domande scelte dai cronisti per sollevare il tema erano state nette e non si prestavano a fraintendimenti. Perché il nostro Paese continua a restare ostaggio dei fantasmi del passato, mentre altrove si è saputo metabolizzarlo? Non c'è, in Europa e anche da noi, una caduta di tensione sugli orrori della guerra e un riaffiorare dell'antisemitismo? Lei ha ricordato che la Nato e l'Ue sono i pilastri della politica estera italiana, ma come commenta la sortita del ministro che ha reso onore a chi nel 1944 sparava sugli anglo-americani? Quel che ci è mancato, dice Napolitano, è la capacità di «uscire dalla logica dei risentimenti», come hanno fatto i finlandesi. Oggi anche l'ancoraggio europeo, con l'impianto ideale del Trattato di Lisbona, può essere un antidoto a una certa deriva, a patto che «tutte le forze politiche dedichino attenzione e impegno a questa causa ». Infine, la replica sul giustificazionismo di La Russa: «Con lui nessuna polemica, non ho rimbrottato nessuno. Ho espresso il mio punto di vista, che credo coincida con la Costituzione repubblicana. Il mio intervento l'avevo steso prima della cerimonia».

 

Le scimmie intelligenti alla scoperta dell’universo

«La scimmia senza sforzo diventò uomo, che un po’ più tardi disgregò l’atomo». Così Raymond Queneau nel 1950. Ma qualche scimmia un po’ più intelligente è andata oltre, scoprendo tutto uno zoo di particelle elementari che, nella loro piccolezza, dovrebbero spiegare l’origine del grande Universo! I fisici non si sono accontentati, però, di studiare le interazioni fondamentali che fanno sì che il mondo sia quello che è: sono alla ricerca, con una passione intellettuale degna di Spinoza, della Grande Unificazione per cui nelle condizioni primordiali del Cosmo tutte le forze erano una sola. Il tassello mancante è la massa (detto in breve, la materia), in quanto le teorie correnti non spiegano perché certe particelle sono molto più massive di altre. Queste differenze potrebbero venir spiegate introducendo, un nuovo campo in cui sarebbe immerso, come in un grande oceano, l'intero Universo; le particelle che «nuotano in questo mare» acquistano apparentemente massa, un po’ come i corpi immersi nell’acqua sembrano acquisire inerzia, e tutto dipende dall’intensità di tale interazione. Speculazioni… non molto diverse da quelle di Newton, che immaginava che il corpo di Dio pervadesse il Tutto! Ma adesso possono essere controllate: come i campi elettromagnetici sono formati da fotoni (i «quanti di luce» di Einstein), così i campi di Higgs sarebbero formati da particelle battezzate «bosoni di Higgs»; e queste potrebbero venire osservate nei detriti delle collisioni prodotte appunto dall’Lhc. Se le cose andassero così, l’evento sarebbe festeggiato da grandissima parte della comunità scientifica. Stephen Hawking spera invece che l’impresa non riesca. Come Pascal, è pronto a scommettere sulla capacità della natura di sorprenderci; come Popper, è convinto che impariamo soprattutto dalle sconfitte. Poiché si tratta di tecnologie ipersofisticate, l’impresa porterà comunque a importanti ricadute, anche a costo di qualche timore che compaia un «buco nero» che ci inghiotta tutti. Ma credo che per l’ennesima volta i profeti di sventura dovranno ammettere che l'Apocalisse è rimandata… «a data da destinarsi».


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