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Manifesto - 12

Manifesto - 12.9.08

 

Il federalismo deciso a cena - Guglielmo Ragozzino

Federalismo, che magnifica idea. Soprattutto se si fa all'incontrario di come lo si fa in Italia. Nella storia i federalisti si uniscono , due, tre, tredici, molti, per essere più forti, ribellarsi, diventare liberi. Benjamin Franklin per spiegare il suo federalismo contro l'Inghilterra, disegnò un serpente a pezzi, tredici pezzi; si capiva che mettendoli insieme il serpente sarebbe stato invincibile. Da noi invece il federalismo scende dall'alto; lo si decide in riunioni ristrette, con fini politici che servono a ingannare qualcuno, a stringere patti di potere che rimarranno segreti. Da noi, a Roma, il testo approvato in consiglio dei ministri di ieri venne deciso la sera prima durante una cena, a casa del capo dei capi. E' come se invece che discutere con Jefferson e Washington, Franklin fosse andato a chiedere le autorizzazioni a casa di Giorgio III, il pazzo. Il federalismo fiscale uscito dal consiglio dei ministri è piuttosto blando. In primo luogo l'attributo fiscale ne abbatte il valore. Significa che ci si occuperà soltanto di entrate e spese e non di altro. Qualcuno dirà che non è poco, ma il ministro proponente, Roberto Calderoli, spiega in conferenza stampa che si tratta di mettere a punto efficienza, responsabilizzazione e solidarietà nella spesa; e non altro. E a maggior sollievo degli statalisti aggiunge che si tratta di passare da una redistribuzione storica a una standard , nel senso che ogni regione non avrà più da spendere sulla base di quello che storicamente spendeva l'anno precedente, ma secondo la spesa standardizzata nell'insieme delle altre regioni. Il patto raggiunto tra le diverse forze di governo è molto preciso: la Lega, sedicente federalista, ha ottenuto di andare alle sue cerimonie fluviali con la promessa federale da vantare e in cambio ha accettato di rinunciare a molto. Prima della stesura di un testo definitivo si consulteranno Regioni, Province e Comuni, cui si aggiungeranno le città metropolitane. Quali siano queste ultime non si sa, anche se hanno suscitato ambizioni e invidie. Alcuni (immaginano siano quelle con due squadre di calcio in serie A, più Napoli la cui squadra fa per due. La consultazione, almeno secondo Vasco Errani, presidente dell'Emilia Romagna, si articolerà in non meno di tre diversi livelli di riunioni. Il tempo sarà assai dilatato; la controparte chiede al governo cinque anni per mettere a regime il federalismo fiscale. E un tempo del genere va bene a tutti nel governo: a Berlusconi che allontana il momento della decisione, alla Lega che preferisce promettere che fare i conti a Varese o a Como, agli statalisti nella maggioranza che preferiscono rinviare e rinviare. Nella bozza del governo si possono cogliere molte occasioni di dibattito con molti tavoli e molti personaggi chiamati a discutere: vi sarà, tanto per esempio, una commissione paritetica per l'attuazione del federalismo fiscale, destinata però, come una falena, a una vita breve; e una più consistente «Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica» che concorre, propone, assicura: insomma, non conta niente, ma fa una bella figura. Ma certo ci sbagliamo. La discussione, in democrazia è importante e ben venga. E' solo piuttosto difficile spacciarla per federalismo fiscale realizzato. Come non è facile spacciare per federalismo fiscale l'eliminazione dell'Ici sulla prima casa che, bene o male, era la principale forma di autonomia fiscale nelle cento e cento periferie dell'Italia. E a chi, temerariamente, tentasse di sostituire l'Ici con altre entrate, per esempio collegate alla raccolta dei rifiuti, la risposta di Tremonti sarebbe sempre la stessa, degna di uno statista statalista della destra storica. Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani. Lasceremo che siano altri, diversi da noi a farlo, se mai di nascosto: comuni, province, regioni. Senza naturalmente dimenticare le aree metropolitane.

 

Formigoni vorace: «Voglio di più per la mia Lombardia» - Alessandro Braga

MILANO - A suo avviso, la riforma federalista sarà «a vantaggio dei cittadini e del paese». Di certo, favorirà le Regioni più ricche. E a lui quindi, che dal 1995 è alla guida della Lombardia, non può che andare bene. Lui, ovviamente, è Roberto Formigoni, il Celeste. Presidente, è soddisfatto del primo via libera del consiglio dei ministri alla riforma federalista? Certamente, mi sembra che la bozza approvata raccolga molte delle osservazioni fatte dalle Regioni nel lungo cammino che ha portato a questo risultato. Noi come Regione Lombardia lo abbiamo sostenuto da subito, e non possiamo che essere orgogliosi del risultato raggiunto. Il superamento del concetto di spesa storica, per cui i finanziamenti statali arrivano in base alla spesa fatta dagli enti locali negli anni precedenti, permetterà di valutare in maniera differente come far arrivare i soldi dal governo centrale, e finalmente premierà gli enti virtuosi e non quelli che sperperano il denaro pubblico. Non vede il rischio che in questo modo gli enti meno forti vengano abbandonati al loro destino? No, questo rischio non c'è, perché le materie più importanti come la sanità, la scuola e l'assistenza saranno comunque finanziate al 100% dal governo. le Regioni nel giro di cinque anni dovranno raggiungere determinati standard di spesa che permetteranno a tutti di diventare virtuosi. E per quanto riguarda gli altri servizi che verranno addossati agli enti locali? Anche in questo caso non credo ci sia da preoccuparsi. Per esempio il trasporto locale verrà garantito in altro modo, e questo potrebbe avvenire anche per altri settori. Anzi, come Lombardia vorrei avere competenze esclusive in più materie. Se anche il disegno di legge è un positivo passo avanti verso la realizzazione del federalismo, non mi dispiacerebbe avere a mio carico altre competenze. Per esempio quelle che già vengono attribuite alle Regioni a statuto speciale. La Regione Sicilia ad esempio ha competenza esclusiva sui beni culturali. Perché in futuro anche la Lombardia non potrà averla? Il governo ha detto che non ci saranno nuove imposte. Come recupererete i soldi necessari a garantire l'erogazione dei servizi? Il modo principale per il recupero dei fondi sta proprio nell'eliminazione delle diseconomie che in molti casi sono endemiche all'interno di molti enti. Poi ovviamente per riuscire a garantire determinati servizi serviranno fonti di finanziamento e si troveranno. Per alcuni servizi speciali potranno essere utilizzate le tasse di scopo. Il suo collega emiliano Errani ha definito questo passaggio un inizio, e ha stigmatizzato il metodo utilizzato dal governo fino a questo punto. Sono d'accordo con lui, questo è un inizio. Il 18 ci sarà la conferenza stato-regioni e l'approvazione finale avverrà a fine mese. C'è tempo per degli aggiustamenti. È una vittoria della Lega questa? No, di tutto il centrodestra. Ne è sicuro? Assolutamente sì. Anche dall'opposizione mi sembra siano arrivati giudizi magari più cauti ma positivi.

 

Vizi privati, pubblici reati - Carla Corso*

A cosa è servito fondare un comitato per i diritti civili delle prostitute e lottare venticinque anni nella speranza di vedere riconosciuti i propri diritti, esporsi in prima persona mettendo a repentaglio la propria vita privata sperando in un cambiamento; a cosa è servito impegnarsi girando l'Italia e l'Europa cercando di aprire un dialogo con politici, movimenti femministi, e stimolare la nascita di nuove associazioni di prostitute consapevoli del loro ruolo e pronte a rivendicare gli stessi diritti negati. Abbiamo in tutti questi anni coltivato l'ambizione di aprire un dibattito culturale che portasse a un cambiamento nella società, per rimuovere pregiudizi e emarginazione nei confronti delle persone che si prostituiscono. CONTINUA | PAGINA 12 Per anni le prostitute europee hanno rivendicato diritti civili e prodotto documenti che andavano in una sola direzione: il riconoscimento del lavoro sessuale come attività lavorativa con diritti e doveri. Perché non prendere come esempio i paesi del nord Europa (Olanda, Germania) che hanno legiferato in questo senso tenendo conto anche delle richieste delle associazioni di prostitute e stanno sperimentando nuove forme di organizzazione del lavoro sessuale? A che cosa è servito sperare che il governo ascoltasse le nostre richieste e modificasse la legge Merlin in favore delle prostitute, producendo una legge che contenesse anche i nostri suggerimenti. Un paese democratico non può solo reprimere, ma dovrebbe governare questo fenomeno e tenere conto delle migliaia di persone coinvolte in questa attività. Una buona legge deve riconoscere il diritto di prostituirsi a tutte quelle persone che scelgono tale attività e vogliono poterla esercitare liberamente e in sicurezza. Un parlamento quando legifera dovrebbe tener conto della volontà e delle richieste dei suoi cittadini così come ci siamo sempre considerate anche noi prostitute. Dobbiamo, purtroppo, sempre fare i conti con questa doppia morale che vuole nascondere quello che esteticamente dà fastidio vedere e che dentro le quattro mura si può fare. Ciò che pubblicamente vogliono trasformare in reato, privatamente diventa lecito. La prostituzione non può essere liquidata come spazzatura da mettere sotto il tappeto. Muove migliaia di persone, sentimenti, sessualità, potere e un mare di soldi. Non sarebbe ora di far emergere dalla clandestinità rendendo legale il tutto? Ci dispiace che un ministro neo eletto, senza documentarsi, senza conoscere a fondo il tema e senza essersi confrontata prima con le tante associazioni sparse sul territorio, che conoscono bene questo fenomeno, decide di occuparsene con una proposta di legge superficiale che non tiene conto dei diritti di nessuno, spazza via tutto il lavoro e le speranze di questi anni. La legge Merlin aveva ridato libertà e autodeterminazione alle donne e con questa nuova proposta di legge si ritorna indietro di 50 anni, quando le donne vivevano in totale solitudine dentro i bordelli. Sarà molto facile per i trafficanti investire in questo nuovo business, comprare vecchi stabili fatiscenti e rinchiudere le donne costringendole a prostituirsi senza nessuna possibilità di ribellarsi o di poter chiedere aiuto. Cosa ne sarà delle bambine e delle donne immigrate vittime di tratta se questo disegno di legge verrà approvato? Diventeranno totalmente invisibili e inavvicinabili e tutto il lavoro fatto in questi anni dalle associazioni di volontariato per aiutarle sarà vanificato. I trafficanti avranno la possibilità di organizzare in modo eccellente i loro odiosi traffici. A cosa serve punire queste donne quando sono state già punite duramente dalla vita costringendole a lasciare i loro paesi, scappando da epidemie, guerre e miseria in cerca di una possibilità di vita per sé e i loro figli. Non meriterebbero la solidarietà di noi ricchi europei?

*presidente del Comitato per i diritti civili delle prostitute

 

Gabbie per lucciole di strada - Mariangela Maturi

Dopo cinquant'anni di legge Merlin, anche nella lotta alla prostituzione le carte in tavola cambiano. Ieri mattina il consiglio dei ministri si è unanimemente espresso a favore del disegno di legge «Misure contro la prostituzione» preparato dalla ministra per le pari opportunità Mara Carfagna, con la collaborazione dei ministri dell'Interno Roberto Maroni e della Giustizia Angelino Alfano. Il testo del ddl, composto di quattro articoli, sarebbe «uno schiaffo durissimo per togliere linfa al mercato della prostituzione». Il modo di farlo è semplice, ed è descritto nella premessa ai quattro articoli: mira a colpire le prostitute tanto quanto i clienti, punendo come reato la prostituzione «in luogo pubblico». Per chi viene colto in flagrante nei parchi, nelle strade o in aperta campagna, sono previste ammende da 200 a 3000 euro e il carcere da cinque a quindici giorni. Se fino ad ora era punibile solo il reato di adescamento (di difficile constatazione), adesso il governo punta a colpire la prostituzione in luogo pubblico perché «è fenomeno di allarme sociale». La ministra guarda con «orrore» e non capisce chi vende il proprio corpo, ma spiega: «So che è un fenomeno che non si può debellare, come la droga». Per il momento, quindi, la repressione del fenomeno parte proprio da una maggiore severità nei confronti delle donne, la maggior parte delle quali - come Carfagna dovrebbe sapere - sono vittime del racket. Le pene, inoltre, per chi ha rapporti sessuali con minori sono inasprite: la reclusione va da sei mesi a quattro anni, la multa è tra i 1500 e i 6mila euro. Per chi induce alla prostituzione, e anche per il favoreggiamento, è prevista la reclusione da sei a dodici anni e un'ammenda tra i 15 e i 150mila euro, che aumentano di due terzi se il minore è sotto i sedici anni. Sulla questione dei minori entra in campo il ministro dell'Interno Maroni, che precisa che la sezione del disegno di legge sulla prostituzione minorile si inserisce nel pacchetto di norme sulla sicurezza. Il nesso sarebbe il rimpatrio assistito dei minori: «Sono norme coerenti - spiega il ministro con le azioni che stiamo svolgendo nei confronti dei minori che vengono trovati nei campi nomadi, spesso non accompagnati, e che non di rado finiscono nel mercato della prostituzione». A suo dire, metà dei censiti sono minori non accompagnati. «Quindi il ddl si inserisce nei provvedimenti che aumentano i poteri dei sindaci su sicurezza e decoro urbano». La sintesi la propone Alfano, l'altro ministro che ha messo lo zampino: «È un ddl equilibrato, la cui bussola è la tutela dei minori e della sicurezza». Tutela, sicurezza, rimpatrio, tutte parole diplomaticamente tranquillizzanti. Ma il ddl Carfagna ha i suoi punti oscuri: la volontà di colpire la tratta, passa infatti per l'arresto di chi sulla strada ci si può trovare per costrizione, non necessariamente per volontà. Resta poco chiaro anche come verrà affrontata la prostituzione nei luoghi privati. La Carfagna risponde in modo elusivo: «Le case chiuse legittimerebbero la prostituzione, il nostro ddl è invece punitivo. Non la regolamenta ma la contrasta duramente». E aggiunge: «La prostituzione in luoghi chiusi non è legale e non è reato». Questi temi, molto cari alle donne, fanno parlare prima di tutti le protagoniste della politica. Sulla prostituzione intervengono deputate di tutte le posizioni. Le prime soddisfazioni alla ministra «anti-mercificazione» del corpo arrivano da qualcuno che dice di avere a cuore la questione della prostituzione da tempo: Daniela Santanchè si scatena, certa che il suo referendum «Strade protette» per l'abrogazione di alcuni articoli della legge Merlin sia stato «stimolo» per il governo. La raccolta firme è pertanto sospesa. Dall'altra parte della barricata interviene Livia Turco, capogruppo del Pd nella commissione Affari sociali della Camera. «È un manifesto ipocrita e perbenista che certo non aiuta le donne ad uscire dalla prostituzione, inoltre l'aver introdotto norme penali contro i clienti accentuerà fortemente la clandestinità del fenomeno e renderà le donne ancora più vulnerabili». Le risponde inasprita la vicepresidente della commissione Affari costituzionali (Pdl), Jole Santelli: «I provvedimenti hanno una ratio che nulla ha di ipocrita o perbenista. È quella di garantire l'ordine pubblico e liberare le strade dalla prostituzione». «È ipocrita, sbagliato e contraddittorio», sostiene Mercedes Frias, ex-parlamentare del Prc. «È un'esigenza indifferibile - controbatte Elena Maccanti, Lega nord - per una ragione di decoro e di ordine pubblico, e per la tutela di chi cade nella rete della prostituzione». Commenta anche Margherita Boniver (Pdl), secondo cui si mette fine «all'osceno spettacolo sulle strade cittadine e finalmente si mette sullo stesso piano la prostituta e il suo cliente». Bene. Mentre gli uomini della politica si schierano più o meno a ranghi compatti (destra a favore, sinistra contraria), una donna sostiene che l'equiparazione di chi è sulla strada e chi ne usufruisce sia un traguardo. Da aggiungere, le reazioni indignate di molte associazioni di sostegno alle prostitute e il vantaggio degli sfruttatori (quasi graziati) perchè arrivare a loro è più complesso, ora che il carcere aspetta prima di tutti le ragazze. Il ddl fa la sua strada. Ma la strada, ormai, è reato.

 

In Germania e Olanda le leggi più avanzate

Visto dalla Germania o dall'Olanda, il ddl firmato Mara Carfagna è quanto di più anacronistico si possa immaginare. E perfino in Svizzera, paese che possiede una delle leggi più severe in materia di prostituzione, l'Italia non fa certo una bella figura. In Germania , infatti, le 400 mila lavoratrici del sesso dispongono di garanzie assicurative per malattia, disoccupazione e pensione. Le prostitute pagano regolarmente le tasse e la professione è permessa anche in case chiuse purché non vi sia sfruttamento. È stato invece depenalizzato il reato di favoreggiamento. Anche in Olanda la prostituzione è legale, dal 1815, come lo sono anche i bordelli. Ma nelle città sono state pianificate anche «zone speciali», riservate al lavoro in strada delle professioniste del sesso. Al di fuori di queste zone a luci rosse, però, la prostituzione in strada non è consentita, pena l'arresto. Chi si prostituisce deve pagare le tasse ma non è obbligato a controlli sanitari regolari. In Svizzera , invece, si può esercitare la professione solo dopo i 16 anni e a patto che si disponga del permesso di soggiorno e di lavoro. Promuovere e sfruttare la prostituzione è sempre reato. Regola valida anche in Spagna , dove gli antichi bordelli si sono trasformati in club e dove una recente legge della Catalogna stabilisce regole sanitarie, d'orario e di collocazione dei locali. Infine in Gran Bretagna è illegale solo lo sfruttamento, mentre l'adescamento è punito (anche per i clienti) come attività che «viola la tranquillità e l'ordine pubblico».

 

Relazioni complici sulle ceneri dell'Alitalia - Francesco Piccioni

Nella folla di lavoratori spiccano i più spaesati tra tutti: i piloti. Stanno lì nelle loro divise impeccabili e con quell'aria da semidei; in Blade Runner sarebbero stati dei perfetti Nexus 6. Gli aerei non volano senza di loro, si sono sempre detti. E tanto bastava a stabilire un rapporto di forza dominante, che ha tenuto finora. Una «casta» che ha condiviso tutte le scelte degli ultimi 50 anni, fino al disastro. Ora si guardano intorno, stupiti dal trovarsi insieme al «volgo»: steward e hostess, operai della manutenzione, ragazze del call center, informatici. Loro, abituati ad avere accesso libero al quinto piano della Magliana, a familiarizzare con i massimi dirigenti, a indicare quali aerei comprare o dismettere, a fare e disfare carriere interne, a distribuire e ricevere quei privilegi che poi il senso comune attribuiva a tutti i dipendenti della compagnia. Le tabelle stipendiali allegate alla «proposta contrattuale» della Compagnia aerea italiana li hanno precipitati nell'inferno dei salariati normali o quasi. Certo, molto meglio di un autista di autobus, ma il fatto che li si possa mettere a confronto è già di per sé un'offesa e una diminutio . Ma non si tratta solo di soldi. Nelle frenetiche consultazioni della nottata potranno pure venir fuori alcune centinaia di euro in più. Ma il loro status è finito per sempre. Non li stiamo compiangendo. Li osserviamo perché, meglio di altre figure professionali, ci mostrano il dato politico-sindacale sotteso in questa pseudo-trattativa sulla vendita di Alitalia, ma che nessuno vuole esplicitare. Un dato che si può così riassumere: non ci sarà più spazio per sindacati di professione, di base o autonomi che sia. Confindustria, che ha messo il suo marchio su questa vicenda impegnando il presidente Emma Marcegaglia all'interno di una cordata fatta soprattutto di costruttori edili (l'Expò di Milano 2015 avrà però bisogno di acciaio, oltre che di cemento), sta provando a fare di questa vicenda un format per le relazioni industriali future. Un format in cui l'impresa espone le sue intenzioni e ascolta le obiezioni del sindacato, ma poi procede secondo il suo progetto, senza nessuna «trattativa» vera. Un format cui ripugna la molteplicità delle rappresentanze dei lavoratori e pretende un interlocutore che si muova come un soggetto - più che unitario - possibilmente unico. Nella cultura del movimento operaio, l'unità è un valore forte, perché il singolo lavoratore è nulla davanti al padrone. Ma qui i ruoli sono rovesciati: l'impresa vuole trovarsi davanti una «rappresentazione» dei salariati, non una loro «rappresentanza». Qualcuno che apponga la firma sotto i contratti in loro nome, non su loro mandato. E in questa direzione va da tempo spingendo la «cislizzazione» del sindacato confederale (quattro soggetti diversi, al momento: Cgil, Cisl, Uil e Ugl), che ha sponsor diversi, bipartisan, ma comunque potenti. Sulle caratteristiche che dovrà avere questo «nuovo sindacato» una parola definitiva l'ha già pronunciata Maurizio Sacconi, ex dirigente - guarda caso - della Cisl e oggi ministro del welfare: un sindacato votato a «relazioni complici» (parole sue!) con l'impresa e il governo. Nel nome del supremo interesse del paese, ci mancherebbe. In fondo non è questo che hanno in mente le aziende, quando decidono di mettersi in un affare?

 

Ex Arcobaleno, Pd e Idv: opposizione a tre piazze

L'appuntamento è per questa mattina alle 10. Ma dalla riunione con i promotori della manifestazione della sinistra in programma per l'11 ottobre, gli attuali leader dell'ex Arcobaleno dovrebbero uscire così come entreranno. Salvo un ripensamento (per ottenere il quale si sta spendendo e si spenderà anche oggi la Sinistra democratica), a differenza di quanto faranno Rifondazione comunista, Sd e Pdci, i Verdi non parteciperanno all'iniziativa. Chi del partito andrà, lo farà a titolo personale, come Paolo Cento, che oggi sarà all'incontro romano insieme a Grazia Francescato. La portavoce del Sole che ride spiega il suo quasi definitivo no all'11 sostenendo che «l'unica formula vincente per abbattere il centrodestra è la coalizione di centrosinistra» e che «il nostro obiettivo principale è ricostruire l'identità dei Verdi». E ieri Grazia Francescato è tornata a rivolgere un appello per una manifestazione unitaria dell'opposizione. Una lettera, la sua, indirizzata a Walter Veltroni, Paolo Ferrero, Antonio Di Pietro, Riccardo Nencini, Claudio Fava, Oliviero Diliberto e ai radicali Antonietta Casu, Bruno Mellano e Marco Pannella, ma con un'attenzione particolare al segretario del Pd. Perché nonostante i tentativi in questo senso già fatti e già falliti, quello del coordinatore di Sinistra democratica Claudio Fava e quello, in forma privata, dei vendoliani, la portavoce verde spera che Veltroni si decida a trasformare il Pd pride del 25 ottobre in una manifestazione promossa anche dalla sinistra. Ma l'ex sindaco di Roma ha già fatto sapere che non è nelle sue intenzioni. Non solo perché, come Veltroni ha pubblicamente affermato, per i prossimi quattro anni non intende riaprire il discorso delle alleanze, ma anche perché una parte del suo partito già digerisce a fatica la sola idea di scendere in piazza. Dunque, anche se il pressing sul segretario del Pd continuerà, la Sinistra democratica di Fava e la vendoliana Rifondazione per la sinistra puntano sull'11 ottobre. Anche se nella ex maggioranza bertinottiana del Prc si teme che la «Giornata della legalità» convocata sempre per l'11 da Antonio Di Pietro tolga visibilità al ritorno della sinistra unita o quasi in piazza, ipotecando il progetto della costituente che sarà rilanciato dall'assemblea del 27 settembre. I ferreriani, anche se non è in discussione il sì del segretario di Rifondazione Paolo Ferrero a un appuntamento per il quale lui stesso lavorava da tempo, temono al contrario che a questo punto la manifestazione dell'11 possa apparire proprio come l'avvio della costituente di sinistra coltivata dalla minoranza del Prc insieme a Sd. E' proprio quello che già sostiene la Sinistra critica di Flavia D'Angeli, rimproverando a Ferrero di «gestire la linea dei perdenti» dopo aver vinto il congresso. Il Pdci di Oliviero Diliberto, interessato invece alla costituente comunista, sarà in piazza con la sinistra e farà una capatina anche da Di Pietro: «Quella dell'11 ottobre sarà una grande manifestazione perché il governo Berlusconi sappia che se non ha opposizione in parlamento, noi la costruiremo forte nel paese, tra i cittadini e i lavoratori», dice Manuela Palermi. Aggiungendo: «A noi comunisti non crea francamente alcun problema la presenza in piazza Navona dell'Italia dei valori. Organizzeremo un grande corteo e non c'è dubbio che molti, moltissimi di noi andranno poi a piazza Navona per firmare il sacrosanto referendum contro il lodo Alfano promosso dall'Idv».

 

Brucia l'Oriente, Morales caccia l'ambasciatore Usa - Roberto Zanini

I primi morti arrivano nel pomeriggio, al chilometro cinque della strada tra Porvenir e Tres Barracas, nell'Oriente boliviano che brucia da giorni. Una marcia di campesinos, un'imboscata dei gruppi d'attacco fedeli al prefetto autonomista di Pando, volano bastonate e colpi di pistola, quattro uomini restano sul terreno. Non è più solo blocchi stradali, sedi di governo e istituzioni pubbliche assaltate e distrutte, gasdotti sabotati. Non sarà ancora una guerra civile, quella che sta mordendo la Bolivia nel suo Oriente ricco, autonomista e anti-indigeno, ma comincia ad averne le forme. E il presidente Evo Morales non si tira indietro: da una parte ordina all'esercito di non aprire il fuoco, dall'altra ordina di espellere l'ambasciatore degli Stati uniti, Philip Goldberg. L'ambasciatore ha due giorni per andarsene, ma il suo aereo è già pronto all'aeroporto di La Paz. La violenza arriva annunciatissima, tra martedì e mercoledì i discorsi incendiari dei prefetti autonomisti di Santa Cruz, Beni, Tarija, Pando contro il nemico numero uno, il presidente Evo Morales, vengono ben poco improvvisamente sostituiti dai gruppi d'assalto. L'argomento è il solito: ridateci le imposte sugli idrocarburi, tolte ai prefetti per finanziare la pensione nota come «Renta Dignidad». Manipoli e legioni di «militanti civici» cominciano un metodico, massiccio assalto alle sedi delle odiate istituzioni statali. Saranno una trentina le sedi di istituzioni e uffici pubblici occupate e spesso saccheggiate. A Santa Cruz il prefetto Ruben Costas manda i suoi giovanotti armati di bastoni, scudi e grossi petardi a invadere la compagna telefonica Entel appena nazionalizzata (era della italiana Telecom), l'ufficio delle tasse, l'Istituto per la riforma agraria, la cassa mutua dei petroliferi, la stazione ferroviaria, la dogana, l'aeroporto Viru Viru, la radio e la tv dello stato (minacciati di morte i giornalisti, radio e tv hanno sospeso la messa in onda). A Pando i «civici» occupano aeroporto, istituto agrario, società autostrade. A Beni cadono nelle mani degli «autonomisti» gli aeroporti e le dogane. A Tarija, cuore petrolifero del paese, occupata la sovrintendenza degli idrocarburi: i miliziani civici hanno chiuso una chiave del gasdotto e mercoledì un attentato ha ridotto del dieci per cento la quantità di gas inviato al Brasile. All'alba, i civici hanno sloggiato i militari che montavano la guardia al campo gasifero Vuelta Grande a Chuquisaca, occupandolo, come del resto la compagnia telefonica e l'ufficio tasse. Ovunque, esercito e polizia si ritirano, a volte prendendo un sacco di botte davanti alle telecamere. Lo stato non vuole sparare, in Bolivia. L'ultimo presidente che ordinò ai suoi pretoriani di riprendersi le strade a mano armata, Gonzalo Sanchez de Lozada, dovette fuggire (negli Stati uniti, naturalmente) dopo centinaia di morti e un'inchiesta per genocidio, mentre il battaglione IV Ingavi di El Alto, a La Paz, rientrava in caserma perché i soldati si rifiutavano di sparare ancora sui loro parenti. Ma cominciano sparare i «civici», i manipoli arruolati dai comitati autonomisti dell'Oriente ricco. Dieci dollari al giorno è la paga per un «militante», fanno settanta bolivianos, una cifra più che allettante. Ma ci sono anche gruppi che in strada ci vanno gratis, come i giovani fascisti dell'Union Juvenil Crucenista. Dall'altra parte i contadini del Mas, il Movimiento al socialismo di Evo Morales, danno vita a marce e manifestazioni, organizzano posti di blocco, distribuiscono bastoni e vetusti schioppi mauser di qualche rivolta fa, cominciano a chiudere a loro volta le strade che portano al detestato Oriente. E' solo l'Oriente a bruciare. A La Paz è tutto tranquillissimo, strade e piazze come sempre, e in tutto l'Occidente che vota Morales non si muove una foglia. Era solo questione di tempo. Dopo il referendum che ha riconfermato Evo Morales alla presidenza con il 67% (e con oltre l'80% nell'Occidente), i prefetti ribelli hanno capito che Morales è imbattibile, anzi stava arrivando a prenderli: il governo, ad esempio, sta comprando soya per fare olio e distribuirlo ai più bisognosi, cosa che colpisce le tasche dei ricchi coltivatori orientali. Per non morire, questi ultimi hanno dovuto trincerarsi, impedirgli anche solo di mettere piede nelle «loro» regioni, scavare un fosso tra il paese di Morales e il loro. Quel fosso viene ora scavato da migliaia di «militanti» autonomisti, con la benedizione - e forse qualcosa di più - dell'ambasciata statunitense, e con efficienza pari alla brutalità: giorni fa, Morales ha dovuto atterrare con il suo aereo in Brasile perché l'aeroporto dell'Oriente era stato occupato. I capi della rivolta sono quelli di sempre, il prefetto di Santa Cruz Ruben Costas e il presidente del Conalde (il Consejo nacional democratico, la centrale operativa dei ribelli) Branko Marinkovic su tutti. La rivolta non ha niente di raffinato, anzi è piuttosto elementare e gode dell'appoggio più classico, quello di Washington. Marinkovic è stato negli Stati uniti di recente, e di recente l'ambasciatore Goldberg si è recato a Santa Cruz e ha incontrato Costas: tutto alla luce del sole, niente di nascosto. Per questo, nella logica della trincea, Morales ha deciso la cacciata dell'ambasciatore, un fatto senza precedenti che parla ai «suoi» indigeni dell'Oriente in fiamme, e a quelli dell'Occidente che lo segue: vedete, posso sbattere fuori mister Stati uniti, e lo faccio. «Senza paura di nessuno, senza paura dell'impero, oggi davanti al popolo boliviano dichiaro il signor Philip Goldberg persona non grata». Una cosa mai vista, in effetti. Come mai visto è stato Philip Goldberg, un diplomatico che si è fatto le ossa in Kosovo, ha trasformato l'ambasciata in un centro di intelligence (memorabile la richiesta ai borsisti Fulbright di spiare per conto dell'ambasciata), si è fatto fotografare insieme a un narcotrafficante colombiano attualmente in galera a Santa Cruz. Washington ha definito la cacciata del suo ambasciatore «un grave errore». Per ora, tutto qui.

 

Petraeus: «Non si può cantare vittoria» - Giuliana Sgrena

«Missione compiuta», aveva dichiarato Bush l'1 maggio del 2003 a bordo della portaerei Lincoln. Dopo oltre cinque anni Bush viene smentito dal generale David Petraeus, comandante in capo delle forze Usa in Iraq, che sta per passare il testimone, il 16 settembre, a Ray Odierno. Petraeus non ha nessuna intenzione di cantare vittoria, ha affermato in una intervista alla britannica Bbc : «Questo non è un tipo di battaglia dove tu prendi una collina, pianti la sua bandiera e, poi, te ne torni a casa per sfilare in una parata della vittoria...». Questo era proprio l'errore che aveva fatto Bush quando cantava vittoria, pensava che bastasse occupare l'Iraq abbattere le statue di Saddam per vincere la guerra. Così non è stato. Lo sa bene Petraeus, che va ad assumere un incarico più importante a capo del Central Command e si dovrà occupare di tutte le forze Usa in Medio oriente e anche in Afghanistan. Quando ha assunto l'incarico in Iraq, nel febbraio del 2007, con il lancio del piano «surge» che prevedeva l'invio di altri 30.000 soldati americani in Iraq la situazione era drammatica: «la violenza era terrificante e l'intero tessuto sociale era al collasso». Ma mentre la Casa bianca ha annunciato il ritiro del Giappone dall'Iraq (dove peraltro ha solo 201 soldati) come un ulteriore segno del miglioramento della sicurezza, per Petraeus invece questo miglioramento «non è irreversibile» e gli Stati uniti dovranno ancora affrontare una «lunga guerra». Il generale ha aggiunto che «all'orizzonte si avvicinano alcune tempeste che minacciano di diventare problemi reali». Questi problemi riguardano innanzitutto il mantenimento dell'accordo che ha permesso a Petraeus di raggiungere una certa sicurezza a Baghdad e anche nella turbolenta provincia di Anbar. Ovvero, Petraeus può vantare un certo successo perché l'accordo fatto con i gruppi sunniti che si sono trasformati in Consigli del risveglio gli ha permesso di eliminare, anche se forse non definitivamente, le cellule di al Qaeda dal centro dell'Iraq. In cambio Petraeus ha fornito armi e stipendi (300 euro ai combattenti semplici e 1.200 ai comandanti) a circa 100.000 uomini. Ma l'accordo prevedeva che una volta portato a termine il lavoro 58.000 dei combattenti sunniti sarebbero stati assorbiti dall'esercito, per ora in prevalenza sciita. Finora ne sono entrati 5.200 e il governo iracheno fa ostruzionismo. Anzi ha emesso un mandato di cattura per centinaia di capi della guerriglia sunnita per la loro attività prima dell'accordo con Petraeus. Gli sciiti non vogliono tanti sunniti nell'esercito ben sapendo che sono molto meglio preparati militarmente. Però stanno giocando con il fuoco perché se l'accordo non sarà mantenuto i gruppi sunniti potrebbero tornare a combattere sia contro gli americani che contro gli sciiti al governo. Il governo è ai ferri corti non solo con i sunniti. Anche l'idillio con i kurdi sembra dare segnali di crisi. La disputa è scoppiata per la presenza di peshmerga (ex-combattenti kurdi ora parte dell'esercito) a Khanaqin, una zona della provincia di Diyala al confine con l'Iran rivendicata dai kurdi ma per ora non compresa nel Kurdistan. In luglio il governo ha ordinato ai peshmerga di abbandonare la zona e ritirarsi in Kurdistan, provocando la reazione indignata dei partiti kurdi al governo a Baghdad. Il presidente del Kurdistan, Massoud Barzani, ha protestato perché le decisioni militari vengono prese dal governo senza consultare il generale Babakir Zebari, un kurdo capo di stato maggiore dell'esercito iracheno. Come ritorsione il premier Nuri al Maliki ha annunciato, all'inizio di settembre, di voler inviare controllori del ministero delle finanze per verificare i dazi doganali incassati dai kurdi alla frontiera con la Turchia. Proprio gli introiti doganali erano stati il motivo del sanguinoso scontro tra i due partiti kurdi, il Partito democratico e l'Unione patriottica del Kurdistan, nel 1996. Forse sono queste le nuvole che Petraeus vede addensarsi all'orizzonte.

 

Liberazione - 12.9.08

 

Intesa nel Pdl. Europee truffa, soglia al 5%. No del Prc - Checchino Antonini

«Da una democrazia malata all'oligarchia» dice Paolo Ferrero, segretario Prc, sull'intesa nel Pdl sulle europee: sbarramento al 5% e niente preferenze. «In questo modo Berlusconi, Bossi, Veltroni e Di Pietro decideranno senza alcun vincolo gli europarlamentari italiani». L'intesa viene letta come il frutto di uno scambio con la Lega sul federalismo ma serve al Pdl a contrastare l'Udc, la sinistra e a limitare le figuracce del suo governo a Strasburgo. Durissima opposizione e volantinaggi sotto le sedi dei partiti di destra, assicura il segretario nazionale di Rifondazione all'annuncio dell'intesa tra i soci del Pdl sulla legge elettorale per le prossime europee. Sarà uno dei punti della campagna d'autunno e, all'opposizione parlamentare, Ferrero chiede di fare ostruzionismo. La posta in gioco è altissima: abolire le preferenze serve a «impedire ai cittadini di poter scegliere i propri rappresentanti». E alzare il quorum rischia di mettere fuori gioco la sinistra. «Una repubblica delle banane», spiega Ferrero. «Inaccettabile che si pensi di stravolgere le regole a pochi mesi dalle elezioni», fa sapere il capogruppo Prc al Parlamento europeo. «Una pura logica di scambio che ha messo in mora anche gli eurodeputati che non potranno esprimersi sulla legge che riguarda il loro Parlamento», sostiene Musacchio a proposito dei contenuti dell'intesa tra An, Fi e Lega che prevede un'accelerazione del federalismo fiscale. Anche a lui non sfugge il rischio che la sinistra, uno dei gruppi fondativi dell'Europarlamento, si potrebbe trovare senza alcun eletto. «Porcata numero due e senza motivi validi», incalza Claudio Grassi coordinatore di Essere comunisti, area programmatica del Prc. Infatti non esistono argomenti legati alla governabilità, né alla proliferazione dei gruppi che, a Strasburgo sette sono e sette resteranno a prescindere dalle norme italiane. L'attacco alla democrazia è evidente. Argomenti simili vengono adoperati da Franco Giordano, ex segretario del Prc, per denunciare il carattere «autoritario, antisociale e antidemocratico della destra anche sulla rappresentanza elettorale. Vogliono cancellare ogni voce critica. La Costituzione che la destra vorrebbe cancellare dice esattamente che sulla rappresentanza occorre interloquire e garantire tutti i soggetti. Sarebbe bene che il Pd esplicitasse che tipo di battaglia intende ingaggiare. È qui che si verificherà concretamente se alle dichiarazioni "garantiste" e dialoganti degli ultimi mesi corrisponderanno i fatti o se invece prevarrà chi vuole cancellare la Sinistra». In casa Pd le reazioni non mancano. E sembrano tutte negative sull'evaporazione di quella che appariva una «ragionevole mediazione», lo sbarramento al 4%. Enrico Letta, ministro ombra per il welfare, parla di «scippo ai danni dei cittadini», e rivolge un appello a eventuali esponenti della maggioranza consapevoli: «Basta con la cooptazione». A pronunciarsi ci sono anche Ermete Realacci e Salvatore Vassallo, l'esperto del partito per le riforme. «Il 4% mi sembrava ragionevole e se le preferenze non ci saranno, lo scontro sarà duro». Il testo, già presentato dal Pd, prevede lo sbarramento al 3% e una doppia preferenza di genere. E l'Udc, con Cesa e Buttiglione, si dice pronta alle barricate sulla reintroduzione delle preferenze. Rutelli propone loro una battaglia comune. Durissimi il verde Paolo Cento («E' un vero colpo di regime»), Claudio Fava, coordinatore Sd («Barattare una legge elettorale in cambio di altre riforme è un'idea miserabile della politica»), il leader socialista Nencini, Pisicchio dell'Idv («Dopo Salò ecco la legge Acerbo»). A fare due conti Nucara del Pri: «Se fosse vero significherebbe che con circa 2 milioni di voti non si avrebbe rappresentanza. Se si considera che più partiti potrebbero non superare la soglia circa 10 milioni di italiani non avrebbero rappresentanza in Europa. Se questa è democrazia...».

 

Problema di ordine pubblico a Milano. Un padrone che non paga e chiude - Claudio Jampaglia

Milano - «Ci blindano a noi qua dentro, invece di andare a prendere il vero problema di ordine pubblico, il padrone». Fuori le camionette ci sono. Due della polizia e due dei carabinieri. Un po' di funzionari presidiano tranquillamente. Non fosse per la calura che picchia su questo deserto di vialone tra la tangenziale e una fila di capannoni dismessi, il clima sarebbe anche buono. I poliziotti sanno dove sta la ragione e in qualche modo ci tengono si sappia. Lì però ce li hanno mandati a controllare gli operai. Non devono occupare più la strada come hanno fatto mercoledì. Anche se facevano passare i mezzi pubblici. Devono starsene buoni. Ma è dura. Durissima. Perché la rabbia è davvero oltre. Sono 100 giorni che fanno andare i macchinari, lavorano pezzi, consegnano. Da soli. Il padrone è scappato. Li ha messi in permesso retribuito forzato e poi licenziati. Per non farsi mancare nulla non gli ha pagato le ultime tre settimane di stipendio. E poi non vuole vendere l'azienda al compratore che c'è già e chiede di sgomberarli perché i licenziati gli "occupano" la fabbrica e lui non può disporne (come?) e poi fa sapere a chi ordina pezzi che non lo deve fare e ancora disdice l'appuntamento fissato per oggi al ministero per la trattativa... Ma più di tutto, ce l'ha con loro. I lavoratori. E ieri li ha anche denunciati, uno per uno, per danneggiamento. Loro che presidiano i capannoni, fanno i portinai, mentre fanno girare le macchine e puliscono gli spogliatoi e ogni tanto gli scappa pure da ridere per non piangere. Innse, via Rubattino, il cartello appeso in mezzo al capannone dice: "Fate come se foste a casa vostra... spegnete la luce". Forse il nome non vi dirà molto, ma qua dentro ci sono un centinaio d'anni di industria pesante. Si diceva Innocenti Sant'Eustachio e le torri delle linee lo portano ancora ben scritto. 250 metri di struttura, all'antica, coi lucernari a oltre dieci metri d'altezza. Ce n'è una fila di capannoni così, ma di produttivo rimane solo questo. In quello accanto si faceva la Mini, quella che va di moda tra i fighetti di oggi. Ha chiuso nel '93. Settemila lavoratori di cui rimane solo l'eco. Qui, invece, la vita è andata avanti. Tra alti e bassi. Da cinque anni in 50 resistono qua dentro. Niente automobili. Industria pesante. Parti di grandi macchinari per l'industria, presse. Ci hanno creduto i lavoratori e avevano ragione. Adesso sono in 49 perché Giuseppe non ce l'ha fatta. E' morto d'infarto a luglio. Non ha retto lo stress. A Milano, in via Rubattino non ci sono gli ultimi dei mohicani, i panda della classe operaia. Ci sono operai e impiegati capitati male, davvero male. Perché condizioni così positive per salvare una fabbrica non le ha nessuno. Ma un padrone così sordo, nemmeno. Basta la giornata di ieri per capirlo. La mattina si apre con un'intervista di Repubblica all'imprenditore Diego Penocchio della Ormis - basi nel tondino bresciano e interessi nelle acciaierie di Piombino - che conferma: «Voglio comprare, ci sono le condizioni per il rilancio, il comparto siderurgico va bene il prezzo dell'acciaio è alle stelle...». Ma il padrone vero, il piemontese Silvano Genta, una florida attività nel settore della commercializzazione delle macchine utensili, presentato poco più di due anni fa come salvatore della Innse a Prefettura, Comune e Provincia dall'ex-ministro leghista Roberto Castelli, accolto a braccia aperte con tanto di fondi per le aziende in crisi della legge Prodi, gela tutti ancora una volta. Non si presenterà al ministero. Ci vuole tempo per valutare l'attività. E soprattutto non farà nulla finché i lavoratori non usciranno dalla fabbrica. E per chiarire gli manda anche la citazione per danni. Il punto è che i lavoratori non possono. Non possono accettare il licenziamento e non possono nemmeno iscriversi alla mobilità se il padrone non è in regola con gli stipendi. E soprattutto non possono fidarsi. A capannoni vuoti, chi assicura che i macchinari non verranno portati via, venduti. Sono la loro assicurazione sulla vita. Basterebbe che il signor Genta accettasse delle condizioni minime di civiltà: ritirare i licenziamenti e garantire che non smonterà gli impianti prima di una trattativa con gli acquirenti già pronti. D'altronde ha comprato per 700mila euro. E con un paio di macchinari da vendere rientrerebbe pure dal disturbo. Pulito e libero. Perché mandare in vacca un'azienda così? Un'alesatrice alta quattro metri sta lavorando su una tavola portapallet d'acciaio di dieci metri per tre. La buca, la fresa. Oggi è pronta ma verrà il committente a prenderla? Più in là un tornio con un diametro da 12 metri per fare quegli enormi ingranaggi dentati su cui girava anche Charlot. Altre macchine enormi. Ponti gru da 350 tonnellate. E' uno dei pochissimi posti in Europa dove si producono ancora grandi macchinari per siderurgia, tubifici, laminatoi. Tonnellate di ferro e metalmeccanica, con un laboratorio metallografico, macchine da dentatura e da tempra, un sevizio automazione. Tutto ciò che serve. Chiavi in mano. «Il nostro lavoro ormai è di terzisti, ma abbiamo un parco macchine molto completo, probabilmente l'unico in Italia», spiega l'ingegnere Sada che esce dal suo ufficio al centro del capannone. Ci guarda perplesso. Gli tocca anche spiegare a un giornalista... In Europa ce ne sono un paio di aziende così. Il lavoro ci sarebbe. I lavoratori pure. Quasi tutti esperti. Qualche giovane. E soprattutto operosi. Una tribù. Gente che è qui da 28 anni, come Paolo Padovani entrato nel '77 come ponteggiatore, un volo da sei metri e un invalidità nei primi anni '80, sempre presente e ora per rendersi utile fa anche il cuoco in mensa. Ovviamente il servizio è stato sospeso dal Genta, che però gli ha lasciato in cortile oli esausti, resti di vernici, batterie di muletti... rifiuti tossici. Ieri l'Arpa verificava il da farsi. L'ingegnere indica uno strano mostro di ferro con fondamenta di metri. Non oso chiedere cosa sia. «Macchinari così costano 6-7milioni d'euro l'uno. Nuovi non li compra nessuno - spiega - costano troppo, al limite si comprano usati, anche se smontarli e rimontarli è davvero un lavoro complicato». L'acciaio grezzo ormai vale 50 centesimi d'euro al chilo e qui ce n'è tanto. E poi non tutte le macchine sono così enormi e difficili da smontare. L'ingegnere non lo dice, ma sta qui il rischio più grosso. E lei, Ingegnere, perché rimane qui, perché non ha cercato altrove con la sua qualifica? Sorride: «Questa è stata un'ottima scuola e un luogo di sperimentazione, per vent'anni se volevi innovare e migliorare trovavi sempre ascolto e via libera. Per questo funziona ancora ed ha accumulato un'esperienza unica. Abbiamo migliorato macchine, costruito nuovi strumenti e inventato programmi di controllo...» Ogni macchina una sfida. Perché mollare? «I lavoratori sono giustamente decisi a proseguire per salvare impianti e lavoro, cosa altro potrebbero fare? - sospira la segretaria milanese della Fiom, Maria Sciancati - stanno lavorando nell'interesse dell'azienda, mica solo per loro. Il punto è tornare alla ragionevolezza e ritirare quei licenziamenti». Ma chi può convincere il signor Genta e dimostrarsi ragionevole? Il ministero Scajola ieri si è fatto cancellare un tavolo senza nemmeno chiedergli di onorare i salari. Il prefetto fa l'equidistante, manda i poliziotti davanti alla fabbrica e spende parole di pace sui giornali. Ma chi sta causando il problema di ordine pubblico? Chi mette in strada 50 famiglie da un giorno all'altro e toglie a Milano un'attività produttiva? Stamani in Provincia ci sarà un nuovo passo. Il presidente della Ormis ospitato dall'Assessore al lavoro e alle crisi industriali, Bruno Casati, ribadirà il suo interesse formale a comprare e forse qualcosa in più: l'impegno a pagare lui gli arretrati ai lavoratori. Da parte sua Casati annuncerà una sorta di "ribellione istituzionale": «Si avvii la trattativa a giorni, non si può più aspettare, è diventata una questione urgente e pubblica». Si auspica un tavolo tra le parti in prefettura. E la Provincia continuerà a dare il suo contributo. Altrimenti? Niente. Altrimenti, niente. Basta guardare Diego Comotti negli occhi e aspettare che alzi la mano e scuota la testa, sorridendo: «Vuoi sapere perché? Il mio perché?». Dimmelo Comotti. «E' un atto di resistenza degli operai che non sanno più resistere». Perché se anche qualcun altro avesse avuto coraggio. Se non ci si desse sempre per persi davanti alle prepotenze in nome del mercato. Non si finirebbe come i mohicani.

 

Elicotteri e decine di agenti. Blitz all'alba nel campo rom - Davide Varì

«Sono arrivati alle 6.30 quelli della polizia municipale e hanno iniziato a prendere alcuni di noi. Poi li hanno fatti salire su un pullman e li hanno portati via. Così, senza avvertirci. Ci stanno togliendo i gruppi elettrogeni e tutte le nostre cose». Seliva parla con la voce rotta dal pianto, ha ancora negli occhi la retata, e racconta la dinamica del vero e proprio rastrellamento compiuto ieri mattina all'alba dalla polizia municipale nel campo rom Casilino900 di Roma. Un campo storico della capitale che ospita decine di famiglie e circa 150 bambini, tutti scolarizzati. Nel corso del rastrellamento - che la polizia preferisce però definire «operazione» - dieci persone, tra cui, sembra, 2 minorenni, sono state fermate e condotte in questura. Seliva ha poi riferito che la stessa polizia avrebbe fermato anche donne incinta e persone molto anziane e persone malate. «Ci hanno chiesto gli scontrini di tre gruppi elettrogeni che abbiamo nel campo per dimostrare che fossero davvero nostri. Hanno portato via anche il padre di un bambino down che ha crisi epilettiche e che deve essere sottoposto a delle visite quotidianamente. Come si può fare questo?». Il blitz, si diceva, è scattato all'alba, alle 6 e mezza di ieri. Imponenti i mezzi utilizzati dalle forze dell'ordine: 70 agenti di polizia municipale e un elicottero che si è alzato in volo per segnale e bloccare eventuali fughe. Insomma, più che un'operazione di polizia, quello di ieri è sembrato più un blitz militare che, per qualche ora, ha trasformato il quartiere Casilino in una periferia di Bagdad. Una volta sul posto gli agenti hanno passato al setaccio le circa 150 baracche nelle quali vivono donne, vecchi e bambini. Tanti bambini. I vigili parlano poi di refurtiva rinvenuta: «Tute mimetiche dell'esercito, idranti per spegnere le fiamme, con il sigillo del ministero dell'Interno senza bocchettoni di rame, motorini con il numero di telaio alterato, tre gruppi elettrogeni nuovi. Sulla vicenda è intervenuta Anna Pizzo, consigliere di rifondazione della regione Lazio: «Quello che è avvenuto nel campo rom di Casilino '900 è inaudito. Si è trattato di vero e proprio rastrellamento: la polizia ha intimato agli abitanti di salire sul pullman senza fornire alcuna spiegazione, ispezionando baracca per baracca e togliendo loro i gruppi elettrogeni e i pochi effetti personali». «Oltre a rincorrere chi delinque all'interno del campo rom - ha poi dichiarato Pizzo - le forze dell'ordine dovrebbero ispezionare le stanze del Ministero della Difesa e del Ministero dell'Interno per capire come sia finita a Casilino '900 la refurtiva con il marchio dei due Ministeri». Anche l'europarlamentare di Rifondazione Giusto Catania parla di rastrellamento e aggiunge: «Non sembra casuale che le operazioni di censimento del "Casilino 900", e i rastrellamenti di ieri, siano stati avviati proprio all'indomani della decisione del PE di visitare questo campo nomadi nell'ambito della delegazione di europarlamentari che sarà a Roma il 18 e 19 settembre prossimi. Tutto questo assomiglia a un film già visto, come quando nel 2005 il governo italiano ripulì nottetempo il CPT di Lampedusa prima della visita della delegazione del PE. Non vorremmo - continua Catania - che anche questa visita si trasformasse in una farsa. Chiediamo a Gerard Déprez, Presidente della commissione LIBE e capo delegazione, di farsi portavoce presso il Ministro Maroni delle nostre preoccupazioni per garantire il corretto svolgimento della visita degli eurodeputati». Disappunto arriva anche dalla Croce rossa italiana, incaricata di seguire le operazioni di censimento ordinate dal ministro Maroni: «Il blitz di questa mattina non c'entra niente con il censimento che inizierà oggi. Non si può fare il processo alle intenzioni anche se si potrebbe dire che stamani ci sia stato un eccesso di zelo», ha dichiarato Massimo Barra, presidente della Croce rossa italiana.

 

Alitalia. La lunga e drammatica attesa per i lavoratori. «E' la truffa del secolo. E noi blocchiamo il Papa» - Maurizio Mequio

Signore, giovani in divisa, anziani e qualche bandiera. Sdl, Cub e Cgil. «Attenzione, quella della Cgil l'abbiamo incastrata a un cassonetto dell'immondizia...», spiega un signore. Ore 14.50, è da poco andato via Paolo Ferrero: «Stamane era passato Bonanni, fischi, cori, anche qualche insulto: era l'inizio della manifestazione», racconta un impiegato napoletano. «Il segretario di Rifondazione, inaspettatamente, è stato accolto bene. Ci ha meravigliato, ha avuto una gran bella dose di coraggio». Compattezza, questa la parola d'ordine dei manifestanti: «Abbiamo chiesto tavoli di trattative diverse per tipologie di stipendi diversi, ma qui, ora, siamo tutti amici. Siamo tutti nelle stesse condizioni». Un assistente di terra: «O accettate o ve ne andate a casa, questo ci hanno detto. Ma che stiamo scherzando? Siamo qui per far sentire del fiato sul loro collo: se non firmano, domani bloccheremo gli aeroporti, se firmano, non so cosa succede». Un suo collega spiega: «il contratto unico sarebbe stato svantaggioso anche per noi. Inoltre danno per scontato che ci taglieranno la quattordicesima, ci congeleranno gli scatti di anzianità, gli adeguamenti delle retribuzioni al tasso dell'inflazione, e perché no? Ci ridurranno pure lo stipendio del 40%. Carne da macello, siamo carne da macello». Un'assistente di volo racconta: «Un tizio mi guardava e non capiva. Gli ho detto: mi dispiace, ma capiterà anche a te. Alitalia è solo l'inizio. Siamo un grande laboratorio per la riduzione dei costi e dei diritti dei lavoratori. La gente deve aprire gli occhi». Un ragazzo racconta: «Anche io svolgo servizio sugli aerei e devo denunciare una campagna scandalosa che si sta facendo sui giornali: non è vero che siamo dei privilegiati. Non guadagnamo poco, ma meno di chi lavora per le altre compagnie europee. Quel che non passa è che si sta cercando di risolvere il problema tagliando esclusivamente i costi del lavoro. Solo il 19 % delle spese di Alitalia sono legate ai dipendenti, in Air France, compagnia che ha grandi utili, le spese per gli stipendi dei lavoratori sono al 26%. Siamo sul bilico: ci vogliono rifilare contratti simili a quelli di Ryan Air». Attaccato con un filo a una finestra c'è un aeroplanino di cartone, ha il simbolo della compagnia, con tanto di colori "patriottici". Sulle ali una scritta: «Vogliamo volare ancora». Roberto, da 11 anni in azienda, spiega: «Il piano di Air France sta entrando dalla porta di servizio, per acquistare tutto dall'interno. Smettiamola di credere che qualcuno stia facendo dei sacrifici in buon nome dell'italianità. Ci sono interessi di mezzo, vedi Expo, Fiumicino. Dietro questo gruppo miracoloso di amici di Berlusconi, si sono inseriti dei palazzinari, o dei palazzinari della finanza. Delocalizzano le loro industrie in tutto il mondo, alla ricerca del risparmio, e poi fanno i salvatori della patria». Alla Atitech di Napoli sono preoccupati: «Ci occupiamo di manutenzione pesante, da noi in 200 rischiano il posto». Ore 16.00, gira una voce: «Stanno portando avanti le trattative in due posti separati: qui discutono di piano industriale, a Via Fornova di esuberi e contratti». In attesa di riscontri, i manifestanti si alternano al megafono: «Vogliono frammentarci. Se continua così, domani bloccheremo il Papa». Applausi, rabbia e scherzoso entusiasmo: «Anche lui deve essere dei nostri! Domani deve andare a Parigi? Vedremo cosa fare». Poi: «Sono due settimane che non sappiamo niente, che ci dicono balle. Cgil, Cisl e Uil: sono loro le nostre incognite». E' la volta dei numeri, quelli urlati dai lavoratori: «Saranno più di 10mila gli esuberi. E' scandaloso, hanno inventato il manifesto politico della rottamazione». Un informatico si dice indignato: «Sacconi ha detto di non avere nessun impegno da prendere, Berlusconi ha annunciato che il numero di dipendenti a tempo indeterminato di Alitalia e Air One è pari a 17.500. Falsità, solo falsità: è così che sono partite le trattative. Solo in Alitalia siamo 16.500, in più ci sono ben 4mila precari. Quelli non si considerano? Non contano nulla? I conti sono facili: 500 precari già sono stati fatti fuori, altri 4mila non vengono considerati, 2500 del cargo saranno "venduti", ovvero tra massimo due anni saranno tagliati da qualcun altro, aggiungiamoci i 3mila e rotti esuberi cantati da Sacconi e voilà». Interviene una hostess: «Manca l'indotto, dicono che il rapporto esuberi Alitalia, esuberi lavoratori dell'indotto potrebbe essere a 1/1,8». Già sarebbe previsto un taglio sui costi di questi lavoratori pari al 20% sulla tratta Napoli-Livate: «Una tratta sempre piena», denuncia un diretto interessato. E sul fattore Cargo, c'è chi assicura: «C'è un'azienda vicina a Passera che è pronta ad approfittare della situazione». Ore 16, la conferma: i contratti si stanno discutendo altrove, ma sembra su tavoli separati. In corteo fino alla metropolitana per raggiungere in seguito via Fornova. Lì arriveranno altri dipendenti da Fiumicino: «Alle 13.00 c'è stata un'assemblea, credo che sia successa qualcosa anche in aeroporto», afferma un pilota. E' con dei colleghi, che spiegano: «Per formare ognuno di noi sono state spese centinaia di migliaia di euro ora ci dicono che siamo spazzatura». Sugli aerei: «Li dicono vecchi a 8-10 anni? In America volano con aerei come i nostri e hanno più di 15 anni». Ore 17.00, sotto il palazzo di Via Fornovo, dove continuano le trattative. «Sono blindati, ma noi siamo disposti a restare qui tutta la notte», afferma un ragazzo che lavora nella manutenzione di medio raggio. Con i colleghi: «Noi siamo la sicurezza. Il nostro stipendio? 1400 euro, ora ce lo vogliono ridurre a 800. Lavoriamo 37 ore e mezza alla settimana con turni a 24 ore. In tre anni siamo stati quasi dimezzati di numero, con spostamenti e pensionamenti vari. Nei magazzini mancano sempre di più i pezzi di ricambio». Un lavoratore ligure: «E' la truffa del secolo. Milioni di euro per liquidare chi ci ha portato sul lastrico, Cimoli. Una tratta aperta solo per fare contento Scajola, quella da Roma a Albenga, il suo paese. E ora?» Il ragazzo sorride e indica la maglietta di un signore, è bianca e c'è una scritta col pennarello blu: «Preferisco la mobilità a lavorare senza dignità».

 

Repubblica - 12.9.08

 

Obama e lo snobismo democratico - MATT BROWNE*

I sondaggi nazionali evidenziano - tra l'incredulità di molti - che John McCain al termine della convention repubblicana è in testa nella corsa alla presidenza con un vantaggio compreso tra i due e i cinque punti percentuali. Fortunatamente per i democratici, Barack Obama è ancora in testa per quanto riguarda il voto dei collegi elettorali e la sua corsa verso la Casa Bianca è tuttora più spianata di quella di McCain, benché siano numerosi gli ostacoli di rilievo che potrebbero intralciargli il cammino. L'investitura di Sarah Palin ha colto assolutamente in contropiede la campagna di Obama e ha innescato una reazione istintiva da parte dei media liberal, che ha messo in evidenza un certo snobismo nei confronti dell'America delle piccole città di provincia. I democratici reputano di avere proposte politiche migliori per gli americani della classe operaia e della middle class e di avere tutte le qualifiche per poter governare. Sarà pure vero, ma negli ultimi dieci anni i democratici hanno visto con sgomento che quegli elettori alla fine preferiscono - e spesso eleggono - un presidente repubblicano. Molti, purtroppo, concludono di non poter in nessun modo fare altrimenti, privi come sono della lungimiranza necessaria a comprendere quali siano i loro veri interessi, o preda della tendenza a lasciarsi troppo facilmente irretire dalla "politics of identity" (forma di pressione esercitata politicamente per farsi riconoscere diritti e benefici in quanto gruppo, NdT) degli strateghi repubblicani. Questa visione del mondo è alla base della battuta derisoria buttata là da Obama quando ha detto che le piccole città americane di provincia alle prese con la globalizzazione e il cambiamento si aggrappano tenacemente alle armi e alla religione. Per i democratici ciò è controproducente. Gli strateghi repubblicani avevano intuito che Palin avrebbe fatto colpo sui piccoli centri urbani e sarebbe piaciuta agli elettori dei quartieri periferici e delle campagne. Dal canto loro, questi elettori sanno distinguere e disapprovano la scarsa considerazione dei liberal quando la percepiscono. Quanto più è grande la provocazione mediatica, tanto più allettante appare Palin. Nel combattimento politico corpo a corpo, l'impetuosità si ritorce contro i progressisti e si trasforma in una delle armi più potenti dell'arsenale repubblicano. In sole due settimane, Palin ha fatto salire il tasso di gradimento di McCain presso le elettrici bianche, invertendo presso questa fascia dell'elettorato lo stacco di dieci punti che aveva Obama. Ha entusiasmato il partito, ha elettrizzato la base degli evangelici, che fino a poco tempo fa nutrivano soltanto una tiepida attrazione nei confronti della candidatura del senatore dell'Arizona. Con ogni probabilità colpisce ancor più il fatto che Palin ha altresì dato nuovo vigore alle parole di McCain, che esorta adesso a un cambiamento: dopo otto anni di governo repubblicano, in questo momento i repubblicani si propongono come i candidati del cambiamento! L'adozione del mantra di Obama ha proiettato i democratici in avanti. Quanto sta accadendo a Obama ha quasi dello shakespeariano: adesso si trova in una posizione analoga a quella di Hillary Clinton, si sente in dirittura d'arrivo alla presidenza, crede di avere fatto abbastanza per meritarsela, e ciò nondimeno è costretto a osservare con sgomento che la sua poltrona è messa a rischio da un candidato relativamente sconosciuto ai più. A suo ulteriore detrimento c'è da considerare che attaccando Sarah Palin, Obama ha ravvivato l'attenzione mediatica di cui la governatrice è attualmente oggetto. Nel frattempo, McCain si estranea alla mischia e sta vincendo la battaglia per la conquista del favore degli indipendenti. Come si evince da un sondaggio Gallup, la spinta verso l'alto ricevuta da McCain durante la convention repubblicana si spiega col fatto che gli indipendenti si sono spostati verso di lui in massa, passando dal 40 per cento di prima della convention al 52 per cento del dopo convention. Perfino i recenti avvenimenti dell'economia statunitense paiono agire a sfavore dei democratici. La maggior parte dei politologi che analizzano i rapporti dell'odierna economia arriverebbe a concludere che da tutti gli indicatori possibili la vittoria dei democratici dovrebbe risultare agevole. Ma in soli tre mesi Obama ha visto precipitare e quasi svanire del tutto il vantaggio di cui godeva sui temi economici, essendo questo passato dai 17 punti percentuali di luglio agli 11 di agosto agli odierni miseri cinque. Secondo il parere di alcuni - come Will Marshall, presidente del Progressive Policy Institute - questo forte calo riflette il fatto che la campagna di Obama ha completamente fallito nello spiegare chiaramente in che modo avrebbe mantenuto le promesse fatte. Il problema è esacerbato dalla determinazione con la quale McCain e Palin entrano invece nello specifico. Soltanto questa settimana in un articolo d'opinione a firma di entrambi pubblicato sul Wall Street Journal, il ticket repubblicano ha preso esplicitamente le distanze dall'attuale Amministrazione, ha ribadito il proprio intento riformista, e al contempo si è attribuito parte del merito dei più popolari aspetti del piano di recupero del Tesoro per salvare dal fallimento le finanziarie immobiliari Fannie Mae e Freddie Mac in profonda crisi. Tutto considerato, dunque, quella appena trascorsa non è stata la migliore delle settimane per Obama. Nel periodo antecedente alla loro convention i repubblicani erano riusciti con successo a presentare le prossime elezioni come una sorta di referendum sulla sua candidatura, tanto che Obama era diventato il presidente in carica da spodestare. Adesso, però, sono passati alla fase successiva, e si presentano come i rivoluzionari. La vittoria alle elezioni è ancora alla portata di Obama. Ma egli dovrà immediatamente fermare la marea, concentrarsi affinché il suo messaggio sia recepito nei dettagli, lasciare che siano il suo compagno di ticket e i suoi più stretti collaboratori a occuparsi di attaccare. Obama dovrà illustrare nei particolari e con maggiore chiarezza le sue priorità, le sue politiche, i suoi progetti finanziari. Mark Penn, capo stratega di Bill e Hillary Clinton, di recente ha affermato che gli americani vogliono disperatamente sapere una cosa sola: come riassesterà l'economia. Ha affermato anche che quest'anno l'elettorato è più consapevole e meglio preparato e pertanto voterà sulla base di programmi e piani concreti, più che di valori e identità. Obama deve soltanto augurarsi che Penn abbia ragione, e darsi da fare per mostrarsi all'altezza della sfida.

*ex-direttore di Policy Network, la fondazione politica legata a Peter Mandelson e Tony Blair, segue la corsa alla Casa Bianca come consulente del Center for American Progress, una think tank filo-democratica. Browne, senior fellow al Center of American Progress, commenterà per Repubblica.it l'ultima fase della campagna presidenziale Usa. Questo il suo primo intervento.

 

E ora il sole illumina la caccia alle balene - Paolo Rumiz

YELLOWKNIFE (Canada) - "Il mio bisnonno disse a mio padre: ragazzo, un giorno l'Alaska diverrà Hawaii e le Hawaii diverranno Alaska. Il mondo si rovescerà, il freddo diventerà caldo e il caldo diventerà freddo. Il vecchio sapeva quello che diceva, perché così raccontavano i suoi antenati da generazioni. Ma mai avrebbe pensato che sarebbe toccato a suo pronipote vedere una cosa simile. Invece è successo. Sta succedendo. Ora, qui, davanti ai miei occhi". Nevica a poche ore dalla partenza per il Canada e il passaggio a Nord-Ovest; dal Mar Glaciale Artico un sipario umido è sceso sulla tundra nuda e senza ripari, enormi spartineve hanno già acceso i motori sulla pista dell'aeroporto, ma Henry Kignak, 46 anni e sette figli, capitano baleniere sulla costa più settentrionale del Nord America non si fa impressionare da quello che considera un temporaneo incrudimento del clima. Guarda fuori dal garage pieno di arpioni e teschi di tricheco, stringe gli occhi a mandorla e sorride. Sorridono sempre i popoli artici, anche di fronte alle catastrofi. È il loro modo di arrendersi a una natura più forte. "Settembre... la mia famiglia ha generazioni di balenieri alle spalle, e so che per i miei vecchi questo era già un mese freddissimo, la caccia non iniziava mai più tardi di questi giorni... ora invece cominciamo ai primi di ottobre perché le balene restano sempre più a lungo e il mare è sempre più tiepido". Ma il mestiere continua, ci tiene a dirlo, sempre con le stesse regole, è un rito che si perpetua per garantire la continuità del mondo. Le balene ci sono, anzi, negli ultimi anni sono aumentate, ne sono passate dodicimila nell'ultima stagione, e capitan Kignak continua a prendere il timone ogni primavera e autunno. Gli uomini del nord Alaska affrontano i leviatani con dei gusci di noce. Una scialuppa di legno - 6 metri per 1,20! - coperta di pelle di foca nel mese di maggio, quando la banchisa è ancora attaccata alla terraferma e la barca deve essere spinta per miglia fino in mare aperto; e un piccolo motoscafo a settembre-ottobre con a bordo sei persone al massimo, un ramponiere, quattro uomini per le manovre e lui, il capitano; "whaling captain" Kignak. Henry accarezza il rampone, lo impugna, sale sulla barca, mostra come si affonda nella nuca della balena, scende, lo smonta, ne estrae l'arpione e il percussore che con una piccola carica spara il colpo fatale. "Amo tutto questo, me l'hanno insegnato e io lo insegno ai miei figli, anche loro saranno capitani, anche loro dovranno svegliare i loro uomini nel grande momento, quando tutto il villaggio scende a mare "Hurry up! Hurry up!"... e poi via in mare aperto... ah, la caccia primaverile è magnifica, si sta al largo per quindici giorni senza quasi dormire, sempre su quella barchetta, con una tendina per assopirsi ogni tanto su un banco di ghiaccio... amico mio, qui non si torna a riva senza la preda". Ha figlie bellissime capitan Kignak, cinque femmine occhi nerissimi e capelli color ebano e bronzo lunghi fino alla vita, e sua moglie dice che cinque è il numero giusto: cinque cuoche per la carne di balena e tricheco, così i maschi possono fare il capitano e il ramponiere. Le donne del grande nord possiedono una femminilità quieta e un'astuzia imbattibile, qualità entrambe necessarie a coabitare con questa razza di maschi cacciatori. "Anche mio padre - dice lei - era un capitano e ha ucciso trentasei balene, poi si è fermato. Suo padre era arrivato a trentacinque e a lui è bastato superarlo di una". È arrivato il tempo di partire, regalo un mio vecchio berretto di lana al capitano ricevendo in cambio un portachiavi di pelo di orso bianco, e corro in aeroporto in un turbinio di neve. Aeroporto, si fa per dire: arrivi e partenze dell'unico aereo da e per il resto del mondo concentrano le operazioni passeggeri in un'unica stanza surriscaldata di 20 metri per 20, stipata di personaggi rudi, vestiti alla buona, di stazza superiore alla media. Cacciatori, pescatori, balenieri, viaggiatori di terre estreme. L'aereo è metà cargo e metà passeggeri, dalla stiva escono su un nastro trasportatore tonnellate di verdura fresca per le navi rompighiaccio in missione al largo. Mi trovo nell'ultima fila del sedile di mezzo, schiacciato fra un tipo gigantesco di almeno due quintali che si addormenta all'istante, e un anziano e grintoso geofisico israeliano di nome John Kroll, che comincia a raccontarmi aneddoti sulla sua vita in mare tra gli iceberg. Negli anni Sessanta, quando ancora il Polo non si scioglieva, ha navigato per tredici mesi e mezzo a bordo di una delle isole di ghiaccio più grandi della terra, Fletchers Ice Island si chiamava, sulla quale gli americani avevano impiantato una base dell'Air Force, e che poi si sciolse negli anni Ottanta disperdendo in mare centinaia di tonnellate di equipaggiamenti e migliaia di barili di petrolio. L'uomo giusto, penso, con la memoria lunga necessaria a capire il riscaldamento climatico. Gli chiedo cosa pensa di quello che succede. Lui: "Semplice, il pack si è ridotto della metà. Meno esteso d'estate e meno profondo d'inverno. Il ghiaccio vecchio sta scomparendo, tende a rimanere solo quello nuovo. Ormai si naviga dappertutto. Le navi con il gas siberiano attrezzate per i ghiacci, si spostano anche d'inverno tra le foci del fiume Ob e il Mar Bianco. Le navi da crociera sbarcano migliaia di turisti in Groenlandia, si infilano nel passaggio a Nord-Ovest. E le Isole Svalbard stanno diventando le Canarie". Le Svalbard le Canarie! Ma non è la stessa cosa che ha detto il baleniere a proposito dell'Alaska e delle Hawaii? È impressionante come nei grandi eventi la memoria leggendaria di un popolo e la ricerca possano arrivare alle stesse conclusioni. Gli eschimesi ci arrivano col mito dell'eterno ritorno, la visione ciclica della vita per cui tutto ricomincia da capo, al freddo deve succedere il caldo e al caldo è destinato fatalmente a succedere il freddo. Gli scienziati ci arrivano attraverso l'osservazione, ma la differenza non è poi tanta, sorride Kroll: "Un aneddoto diventa una storia, ma tre aneddoti sono una teoria scientifica". Davvero il caldo si sposta a nord? "Certamente - risponde l'israeliano - l'energia solare dell'Artico è diventata più forte di quella dei Tropici. Con il sole stai in camicia anche al Polo". E intanto, mentre la leggenda eschimese delle Hawaii trova autorevole e illuminata conferma, l'aereo atterra a Prudhoe Bay, uno dei campi petroliferi più a nord del mondo, per riempirsi di personaggi ancora più estremi, muscolosi, tatuati e iperattivi dai colli taurini talvolta addirittura più larghi della testa. Il gigante accanto a me s'è svegliato e anche lui comincia a raccontare. Una vita in villaggi fuori mano a fare tutti i mestieri. Ora viene da Kaktovik, uno degli ultimi paesi prima della costa canadese sull'Artico, in acque più fredde in queste ore è già iniziata la caccia alla balena. Conferma che la febbre della terra è entrata anche nella sua vita. Racconta degli orsi bruni, i grizzly, che a causa del caldo si spingono sempre più a nord e cacciano dalla costa gli orsi bianchi, i quali a loro volta, per lo sciogliersi dei ghiacci, vedono ridursi giorno per giorno i loro territori di caccia. "Gli orsi bianchi sono feroci - ride - ma le assicuro che l'orso bruno è molto peggio". A Fairbanks non c'è ombra di neve, i colori sono ancora quelli di fine estate; sembra che la stagione voglia spremere dal paesaggio tutti i possibili languori della stagione: il giallo oro delle foglie di betulla, il rosso delle brughiere, il blu dei laghi, il bianco del monte MacKinley sullo sfondo. Un nuovo passeggero sostituisce il gigante e mi racconta che i migratori non sono ancora partiti da lì, sono già in ritardo di dieci giorni sul 2007. Due notti prima c'è stata un'aurora boreale fuori stagione, con verdi festoni nel cielo stellato, e proprio quel mattino l'alba ha fatto esplodere nel cielo colori caraibici dall'arancio al violetto. Bisogna scendere maledettamente a sud, fino a Seattle, per poter poi risalire nel cuore artico del Canada, e a Seattle la fauna aeroportuale cambia di nuovo, drammaticamente. Spariscono i cacciatori, i "trappers" con i loro zaini giganteschi, ed entrano in scena le truppe metropolitane con le loro donne iper-eccitate dalla voce nasale, le loro arie condizionate e i loro sprechi di ogni tipo. Tutto quello che distrugge l'Artico ce l'ho improvvisamente davanti, tra il Pacifico e le Montagne rocciose, nell'ultimo west americano. Da qui, tempeste di neve permettendo, saliremo a settentrione verso il punto più segreto del passaggio a Nord-Ovest, l'isola di re William dove Roald Amundsen si fermò per due inverni dopo aver superato la parte più difficile dell'arcipelago canadese. Accadde in un porto degli Inuit che fu battezzato "Gjoa", come la piccola nave dell'esploratore scandinavo. È lì il "diaframma", il punto - chiave dove il nuovo clima ha definitivamente aperto la circumnavigazione polare. Imbarcandoci, su un giornale troviamo un'ultima notizia: "I ghiacci della California stanno crescendo". L'ultima conferma che l'eschimese aveva ragione.

 

La Stampa - 12.9.08

 

Alitalia, Cai: "Non ci sono le condizioni per andare avanti"

ROMA - La società Cai «prende atto, dopo sette giorni di incontri, che non esistono le condizioni per proseguire le trattative». Lo dichiara un portavoce della Cai. «Evidentemente non ci si rende conto della drammatica situazione di Alitalia e della necessità di profonda discontinuità rispetto al passato che il piano di salvataggio richiede», aggiunge la società. I sindacati hanno intanto avviato contatti con Unicredit in vista di un supporto finanziario per una contro offerta per il salvataggio di Alitalia. A riferirlo sono fonti sindacali. Nel pomeriggio dovrebbe svolgersi già un incontro. Come spiegano le stesse fonti, si sta valutando una contro proprosta dove i dipendenti parteciperebbero con la loro liquidazione, affiancati da primari istituti e società. Secondo quanto previsto dalla legge, tengono a sottolineare le stesse fonti, il commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi, dovrà tenerne conto. Si fa sempre più ardua la strada per il salvataggio dell’Alitalia, ma la trattativa va avanti. Gli incontri tra esecutivo, Cai e sindacati sono andati avanti tutta la notte e sono stati, al momento, interrotti per ripartire nella tarda mattinata (Intorno alle 13). Ed il ministro del Welfare Maurizio Sacconi annuncia che il commissario straordinario di Alitalia Augusto Fantozzi avvierà stamattina le procedure per la mobilità dei dipendenti della compagnia. «In questo momento è molto difficile fare previsioni, ma le condizioni oggettive fanno temere il peggio», ha detto Sacconi. «Certamente», ha spiegato al termine dell’incontro con la compagnia interessata a rilevare Alitalia e i sindacati, «da stamattina Fantozzi avvierà le procedure di mobilità». Questo «perchè è tenuto a farlo, non perchè lo diciamo noi. Ha cercato di attendere fino a oggi - ha concluso Sacconi - ma egli ritiene suo dovere farlo». «Le insormontabili difficoltà che sta incontrando il confronto con la Cai - dicono Cgil, Cisl, Uil e Ugl - ci costringono, per un estremo atto di responsabilità, a "fermare" gli orologi e ad aggiornare la ripresa della trattativa nelle prossime ore e al manifestarsi di una significativa modifica delle condizioni d’assieme sinora emerse».

 

Alitalia, un boccone amaro - Mario Deaglio

C’è qualcosa di più del crepuscolo, si spera definitivo, della vecchia Alitalia nel trascinarsi delle trattative tra governo, azienda e sindacato in un clima nervoso, pieno di malessere e rancori, con qualche tensione con la polizia e gli ennesimi disservizi a Fiumicino: un Paese che ha tranquillamente accettato l’eclissi dell’Olivetti, e altrettanto tranquillamente è di fatto uscito da settori strategici come la chimica e la farmaceutica, che non ha capito il valore economico e sociale rappresentato dalle proprie grandi imprese non può ora piangere su una delle peggio gestite tra queste, della quale resterà poco più che il nome (e forse bisognerebbe cambiare anche quello). I «diritti acquisiti» dei dipendenti Alitalia vanno certamente salvaguardati e va fatto ogni sforzo per trovare nuove occasioni di impiego per i lavoratori in eccesso; non si può però subordinare una trasformazione strutturale, della portata necessaria a risolvere il nodo Alitalia, alla sistemazione prioritaria, in ambito aziendale, di tali diritti e di tali occasioni. Occorre domandarsi se il trattamento da riservare ai lavoratori colpiti da questa grave crisi aziendale debba essere migliore di quello della generalità dei lavoratori delle imprese in difficoltà. O se il problema non debba invece essere affrontato in termini più generali, con la revisione delle «reti di sicurezza» per chi rischia di trovarsi privo del posto di lavoro. Quello che sta tramontando non è solo il relitto della «compagnia di bandiera», bensì l’intero sistema di relazioni industriali. Sta terminando, in un orizzonte europeo perturbato - sullo sfondo non solo dell’attuale stagnazione italiana, ma di una possibile crisi europea e mondiale - il modo tradizionale di concepire il cambiamento industriale, di gestire le strategie delle imprese in difficoltà specie nel settore pubblico (o comunque nei servizi pubblici). Le procedure tradizionali hanno avuto i loro successi ma, in un quadro di interdipendenza globale, sono senz’altro superate. In questo contesto, è in particolare il sindacato a doversi interrogare sulla gestione specifica di questa vicenda, nella quale proprio il «no» sindacale alla soluzione Air France, che avrebbe garantito una certa continuità aziendale, è stato determinante per il fallimento del progetto del governo Prodi. La parola «autocritica» è certo passata di moda, sia in politica sia nel mondo dell’economia, ma in ogni caso, quando tutto sarà terminato, è opportuno che proprio il sindacato dia inizio a un riesame spassionato - che deve coinvolgere anche governo e parti sociali - del proprio ruolo in questa vicenda con l’intento di contribuire a un miglior sistema di governo delle imprese di servizio pubblico. In tempi molto più brevi, mondo del lavoro e mondo della politica si trovano di fronte al piano industriale messo a punto dalla «cordata» di imprenditori intenzionata a rilevare quanto di economicamente valido rimane dell’Alitalia. Quando si lasciano colpevolmente partire tutti gli autobus, non rimane che prendere l’ultimo, anche se i sedili non sono comodi e se occorre sperare che non si rompa per strada, lasciando tutti a piedi. È vero, come ha detto un rappresentate sindacale, che oggi la scelta è «o mangiare questa minestra o saltare dalla finestra», ma quando si poteva scegliere tra più minestre, il mondo sindacale non l’ha fatto. Di questo piano industriale si può dire che esso appare ragionevole dati i pesantissimi vincoli di partenza; che l’articolazione della nuova Alitalia in sei sedi differenziate costituisce una netta rottura con il passato, necessaria proprio perché la cultura «romana» della vecchia compagnia si è tradotta in un’organizzazione particolarmente costosa e inefficiente; che è probabilmente vero che, per le finanze pubbliche e dal punto di vista sociale, la sua attuazione comporterà costi inferiori a quelli che deriverebbero dall’attuale assenza di qualsiasi altra alternativa. È in particolare apprezzabile la prospettiva di riuscire a riannodare, in un periodo di tempo relativamente breve, discorsi di collaborazione e partecipazione con grandi compagnie estere, senza i quali la vita della nuova Alitalia sarebbe comunque sempre risicata e vulnerabile a eventi esterni, come le variazioni del prezzo del petrolio, che incidono sensibilmente su questo settore. Ci si deve augurare, insomma, che l’accordo si trovi e che la nuova Alitalia finalmente nasca; ma, per favore, risparmiateci la retorica e il trionfalismo. Ricordiamo che si sta trangugiando un boccone molto amaro che sancisce un declassamento del Paese, nella speranza che ne derivino prospettive migliori.

 

Palin: "Guerra con la Russia? Forse"

Nw York - Come una liceale che si arrampica sugli specchi durante l’interrogazione, cercando di rispondere al prof su qualcosa che non sa. La prima intervista a Sarah Palin, la giovane governatrice dell’Alaska che John McCain ha voluto come vice nella corsa alla Casa Bianca, è andata così così. Anche se l’intervistatore, Charles Gibson di Abc, è uno dei più mansueti del giornalismo americano, anche se le domande piccanti e difficili sono rimaste fuori dal copione, Palin è apparsa titubante a tratti, verbosa, impacciata, curva sulle spalle, in difficoltà. Il momento topico? Una domanda sulla dottrina dell’attacco preventivo, uno dei marchi di fabbrica del governo del presidente George W. Bush: attaccare un Paese prima che si materializzi un pericolo per l’America. Ma la ’Bush Doctrinè non era evidentemente tra i manuali studiati da Palin, che ha uno straordinario talento politico ma un’esperienza assolutamente limitata su questioni di rilevanza nazionale e soprattutto di politica estera. Gibson si è sentito rispondere «A che riguardo, Charlie?» quando ha chiesto un parere sulla dottrina. E ha colto l’occasione al volo. «Che cosa intende, per dottrina Bush?». Palin ha tentato una risposta: «La sua visione del mondo...». Bush, ha continuato, «ha cercato di eliminare dalla faccia della terra l’estremismo islamico, i terroristi che hanno giurato di distruggere il nostro Paese. Ci sono stati errori di percorso, svarioni, e questo è il bello della democrazia e delle elezioni, che danno agli americani l’opportunità di eleggere leader migliori». Ma la risposta, per quanto ben articolata, non era quella giusta, Gibson ha spiegato, con aria da prof in cattedra, che la dottrina Bush è quella che teorizza l’attacco preventivo. Senza batter ciglio Palin ha risposto: «Charlie, se abbiamo prove di intelligence che ci dicono che un attentato contro l’America è imminente, abbiamo ogni diritto di difendere il Paese». Il primo piano spaesato di Palin di fronte alla più elementare domanda sulla politica estera del presidente repubblicano è un pessimo biglietto da visita in vista dei prossimi incontri con i reporter. Nelle sue due settimane di campagna elettorale Palin è stata di fatto protetta dalla campagna elettorale e tenuta lontana dai giornalisti e dalle domande a bruciapelo. Lo straordinario talento negli interventi senza contraddittorio e la grande presenza scenica di Palin hanno funzionato finora nella bolla protettiva della campagna di McCain, ma l’incantesimo potrebbe essere finito questa notte su Abc. In un altro momento di difficoltà, Palin ha chiamato in causa Abramo Lincoln per difendere una dichiarazione imbarazzante sulla guerra in Iraq. «Il nostro governo nazionale - aveva detto qualche tempo fa, dal pulpito della sua chiesa, alla periferia di Anchorage - manda i soldati americani in Iraq per adempiere un compito di Dio». Gibson le ha chiesto di spiegarsi: l’America sta combattendo una guerra santa, in Iraq? «Citavo Abramo Lincoln», ha risposto Palin, che diceva di «non pregare di avere Dio dalla nostra parte in guerra, ma di essere dalla parte di Dio». L’intervistatore coglie il momento critico e la incalza. Il risultato è un nuovo imbarazzo, tradito dalla schiena curva della governatrice, sottoposta a una prova durissima. L’intervista in tre parti, nel corso della quale Palin è addirittura arrivata a ipotizzare una guerra alla Russia, continuerà a dominare il dibattito politico fino al weekend. Ieri sera è stata trasmessa soltanto la prima parte.

 

Corsera - 12.9.08

 

Bossi, il figlio a Palazzo con il placet di Silvio - Aldo Cazzullo

ROMA - Proprio nei giorni in cui Kim Jong Il si eclissa da Pyongyang, un altro figlio di un capo assoluto si manifesta a Roma. Renzo Bossi è tornato l'altra sera, per la seconda volta in due settimane, a palazzo Grazioli, dove con cinque ministri e i capigruppo del Pdl ha partecipato al vertice sul federalismo tra Bossi (Umberto) e Berlusconi. Ieri il prediletto ha accompagnato il padre pure a palazzo Chigi, ed era al suo fianco quando il Senatur, all'uscita del Consiglio dei ministri, ha salutato a pugno alzato in segno di vittoria. Bossi quindi non scherzava affatto nel marzo 2005, nella prima intervista a un anno dalla malattia. Parlando di Renzo, disse che «quando passerò la mano, non certo adesso, qualcosa di me resterà. La mia famiglia resterà al servizio della Lega. Avanti, sino alla Padania». La predizione suscitò parecchie gelosie. Il primogenito di Bossi, Riccardo, si lamentò: «E io? Anche io sono attratto dalla politica - disse a Gian Antonio Stella del Corriere -. Ho due modelli: papà e Napoleone ». I colonnelli leghisti in pubblico elogiarono l'erede e in privato protestarono. Bossi ripeté che l'indicazione valeva per un futuro remoto: a lungo avrebbe comandato ancora lui. E ci fu anche chi tacque ma capì di essere tra i destinatari del messaggio, e si mosse di conseguenza. Silvio Berlusconi non è affatto contrariato dalla presenza di Renzo accanto al padre. Anzi, la sollecita. «Umberto, porta anche tuo figlio, dai!». Il premier capisce che la successione dinastica è un modo per affermare l'indipendenza della Lega: sul Carroccio Berlusconi non metterà le mani. Può sperare però di legarlo a sé anche nelle prossime generazioni. Il Cavaliere sa che Renzo non ha soltanto un effetto benefico sul padre; la sua parola comincia a essere ascoltata. Meglio quindi avere il ragazzo dalla propria parte, farlo sentire importante, guadagnarsene la simpatia. Tra l'altro, è coetaneo - vent'anni - di Luigi Berlusconi, con cui divide la passione per i motori (entrambi vanno spesso a correre all'autodromo di Monza). «Eccolo, l'angelo custode che veglia su di te» disse il Cavaliere a Bossi quando, il 16 novembre 2005, Renzo venne al Senato con i fratelli Roberto Libertà e Sirio Eridanio e la madre Manuela Marrone - prima signora della Lega, e qualcosa di più - ad assistere al voto sulla devolution. Il battesimo era avvenuto qualche mese prima, quando l'allora minorenne Renzo si era affacciato dalla finestra di casa Cattaneo, a Lugano, urlando: «Padania libera!». Se come giocatore di basket non è andato oltre il Valcuvia di Cuveglio, come segretario generale della nazionale padana di calcio è campione del mondo in carica: i suoi atleti hanno dominato il torneo in Lapponia riservato alle nazioni mancate. Ora gli verrà delegato il rito dell'ampolla, lo sposalizio con il Dio Po, dal Monviso alla Laguna veneta. Il 28 agosto scorso, la prima volta a palazzo Grazioli. Gelosissimo, il fratello maggiore Riccardo commentò: «Speriamo che abbia capito cosa si sono detti nostro padre e Berlusconi. E comunque, io sono stato anche ad Arcore!». Bossi lo ama al punto da polemizzare con l'intero corpo docente di origine meridionale, prima ancora della detestata Gelmini, quando Renzo fu bocciato - «per il secondo anno di fila!» fece notare perfidamente all'Ansa il senatore del Pd Antonio Rusconi - all'esame di maturità, nonostante avesse preparato una tesina dall'impegnativo titolo Carlo Cattaneo e la valorizzazione romantica dell'appartenenza delle identità. Chi l'ha scritta?, gli chiesero. «Mi sono ispirato ai libri di Cattaneo e di Gianfranco Miglio» fu la risposta. Il fratello maggiore Riccardo, sempre più geloso, infierì: «Strano. Alla biblioteca della Camera nei primi mesi della legislatura non risultano libri chiesti dalla Lega. Prima dell'esame di mio fratello, però, qualcuno ha voluto gli scritti di Miglio e di Cattaneo... ». Commentò La Stampa: «È possibile che tra i compiti dei parlamentari leghisti ci sia pure quello di scrivere la tesina al figlio del capo». Non è andata senz'altro così, ma anche la svogliatezza scolastica è un tratto di famiglia: il Senatur ha festeggiato per tre volte una laurea mai presa. Il tempo e il male non ne hanno intaccato il carisma, anzi: vedendolo avanzare in Transatlantico con il passo incerto e lo sguardo duro, un parlamentare di buone letture l'ha accostato al generale Dumesnil, amputato a Wagram ma mai domo, al punto da gridare ai prussiani che lo assediavano a Vincennes, alle porte di Parigi: «Vi renderò questo castello quando voi mi renderete la mia gamba!». Ecco, il problema di uomini così è che di rado lasciano veri eredi. Ma questo non frena le decine di leghiste che lasciano messaggi nella sua pagina di Facebook: «Renzo, sei bellissimo; sposami!».

 

Trucchi e segreti della casta volante - Sergio Rizzo

ROMA - C’era una volta una compagnia aerea che perdeva 25 mila euro l’anno per ognuno dei suoi dipendenti. Che aveva 5 (cinque) aerei cargo sui quali si alternavano 135 (centotrentacinque) piloti. Che arrivò ad avere un consiglio di amministrazione composto di 17 poltrone: tre per i sindacalisti e una assegnata, chissà perché, al Provveditore generale dello Stato, l’uomo incaricato di comprare le matite, le lampadine e le sedie dei ministeri. Che istituì perfino una commissione di otto persone per decidere i nomi da dare agli aeroplani: e si possono immaginare i dibattiti fra i sostenitori di Caravaggio e quelli di Agnolo Bronzino. Che in vent’anni cambiò dieci capi azienda, nessuno uscito di scena alla scadenza naturale del suo mandato. E che negli ultimi dieci anni ha scavato una voragine di tre miliardi chiudendo un solo bilancio in utile, ma unicamente grazie a una gigantesca penale che i preveggenti olandesi della Klm preferirono pagare pur di liberarsi dal suo abbraccio mortale. C’era una volta, appunto. Perché una cosa sola, mentre scade l’ultimatum di Augusto Fantozzi, è certa: quella Alitalia lì non c’è più. La corsa disperata di cui parlò Tommaso Padoa-Schioppa quando ancora confidava di poter passare la patata bollente ad Air France, dicendo di sentirsi come «il guidatore di un’ambulanza che sta correndo per portare il malato nell’unica clinica che si è dichiarata diposta ad accettarlo», è comunque finita. E con quell’ultimo viaggio, fallito in modo drammatico, si è chiusa un’epoca. Con un solo rammarico: che la parola fine doveva essere scritta molti anni prima. Se soltanto i politici l’avessero voluto. Già, i politici. Ricordate Giuseppe Bonomi? Politico forse sui generis, leghista e oggi presidente della Sea, ora ha chiesto all’Alitalia 1,2 miliardi di euro di danni perché la compagnia ha deciso di lasciare l’aeroporto di Malpensa. Anche lui è stato presidente dell’Alitalia: durante la sua presidenza la compagnia prossima ad essere «tecnicamente in bancarotta», per usare le parole del capo della Emirates, Ahmed bin Saeed Al-Maktoum, sponsorizzò generosamente i concorsi ippici di Assago e piazza di Siena. Alle quali Bonomi, provetto cavallerizzo, partecipò come concorrente. Ma senza portare a casa una medaglia. Ritorno d’immagine? Boh. E ricordate Luigi Martini? Ex calciatore della Lazio, protagonista dello storico scudetto del 1974, chiusa la carriera sportiva diventò pilota dell’Alitalia. Poi parlamentare e responsabile trasporti di Alleanza nazionale: ma senza smettere mai di volare. Per conservare il brevetto gli fu concesso di mantenere anche grado e stipendio. Faceva tre decolli e tre atterraggi ogni 90 giorni, quando gli impegni politici lo consentivano, pilotando aerei di linea con 160 passeggeri a bordo. Inconsapevoli, probabilmente, che alla cloche c’era nientemeno che un parlamentare in carica. Questa sì che era degna di chiamarsi italianità. In quale altro Paese sarebbe stato possibile? Domanda legittima anche a proposito di quello che accadde nel 2002, quando con la benedizione di Claudio Scajola venne istituita una linea quotidiana Alitalia fra Fiumicino e Villanova D’Albenga, collegio elettorale dell’allora ministro dell’Interno. Numero massimo di passeggeri, denunciò il rifondarolo Luigi Malabarba, diciotto. Dimesso il ministro, fu dimessa anche la linea. Ripristinato il ministro, come responsabile dell’Attuazione del programma, fu ripristinato pure il volo: in quel caso da Air One, con contributi pubblici. Volo successivamente abolito dopo la fine del precedente governo Berlusconi e quindi ora, si legge sui giornali, riesumato per la terza volta. Ma politici e flap in Italia hanno sempre rappresentato un connubio spettacolare. Lo sapevano bene i 9 sindacati dell’Alitalia, che non a caso nei momenti critici, ha raccontato al Corriere Luigi Angeletti, regolarmente pretendevano di avere al tavolo il governo, delegittimando la controparte naturale, cioè l’amministratore delegato. E i ministri regolarmente si calavano le braghe. Forse questo spiega perché mentre tutte le compagnie straniere, alle prese con le crisi, tagliavano il personale e riducevano i costi, all’Alitalia accadeva il contrario. Nel 1991, dopo la guerra del Golfo, si decisero 2.600 prepensionamenti. Poi arrivò Roberto Schisano, che diede un’altra strizzatina, e i dipendenti scesero nel 1995 a 19.366. Armato di buone intenzioni, Domenico Cempella nel 1996 li portò a 18.850. Nel 1998 però erano già risaliti a 19.683. L’anno dopo a 20.770. E nel 2001, l’anno dell’attentato alle Torri gemelle di New York, si arrivò a 23.478. Poi ci si stupì che per 14 anni, fino al 1999, fosse stato tenuto in vita a Città del Messico, come denunciò l’Espresso , un ufficio dell’Alitalia con 15 dipendenti, nonostante gli aerei avessero smesso di atterrare lì nel lontano 1985. Come ci si stupì che gli equipaggi in transito a Venezia venissero fatti alloggiare nel lussuoso Hotel Des Bains del Lido, con trasferimento in motoscafo. O che per un intero anno (il 2005) la compagnia avesse preso in affitto 600 stanze d’albergo, quasi sempre vuote, nei dintorni dell’aeroporto, per gli equipaggi composti da dipendenti con residenza a Roma ma luogo di lavoro a Malpensa. Per non parlare della guerra sui lettini per il riposo del personale di bordo montati sui Jumbo, al termine della quale 350 piloti portarono a casa una indennità di 1.800 euro al mese anche se il lettino loro ce l’avevano. O dell’incredibile numero di dipendenti all’ufficio paghe del personale navigante, che aveva raggiunto 89 unità. Incredibile soltanto per chi non sa che gli stipendi arrivavano a contare 505 voci diverse. Tutto questo ora appartiene al passato. Prossimo o remoto, comunque al passato. Della futura Alitalia, per ora, si conosce soltanto il promotore: Compagnia aerea italiana, Cai, stesso acronimo di un’altra Cai, la Compagnia aeronautica italiana, la società che gestisce la flotta dei servizi segreti. E le cui azioni, per una curiosa e assolutamente casuale coincidenza, sono custodite nella SanPaolo fiduciaria, del gruppo bancario Intesa SanPaolo, lo stesso che supporta la cordata italiana per l’Alitalia.

 

Onu e omicidio Calabresi. Sofri riaccende la polemica - Marco Imarisio

MILANO - Meglio cominciare dalla fine. «Mi dispiace: argomenti come questo hanno bisogno di spazio e delicatezza, e sopportano male la risposta del giorno dopo. Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista». Adriano Sofri conclude così il suo articolo di ieri su Il Foglio, una chiusa inconsueta che dimostra piena consapevolezza del fatto che le sue parole non lasceranno indifferenti. In effetti: l'ex leader di Lotta continua commenta un articolo scritto su Repubblica da Mario Calabresi, che racconta di un incontro organizzato dal segretario delle Nazioni Unite tra le vittime del terrorismo venute da ogni parte del mondo, al quale ha preso parte in quanto figlio del commissario Luigi Calabresi, assassinato a Milano il 17 maggio 1972 da un commando di militanti di Lc. «Desidero muovere la più ferma obiezione a questa considerazione dell'omicidio Calabresi» scrive. Lo fa a doppio titolo. Il primo deriva dalla sua vicenda personale. Come è noto, per la giustizia italiana il mandante di quel delitto è proprio lui. Il secondo invece è di altra natura. «Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, "donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno". Con Pino Pinelli e Luigi Calabresi non fu così. Non c'era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno». Secondo Sofri la morte di Luigi Calabresi deve essere collegata alla strage di piazza Fontana, alle accuse «premeditate e ostinate» contro gli anarchici che sono all'origine della morte di Pino Pinelli, delle quali «Luigi Calabresi fu non certo l'autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione ». La sua morte, scrive Sofri, non è terrorismo, ma fu semmai «l'azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». L'anello di Piazza Fontana, dunque. Le 16.37 di venerdì 12 dicembre 1969, quell'istante di sangue che ha fatto cambiare per sempre strada alla storia d'Italia. Ma ancora più di questa tesi, peraltro rispettabile, Adriano Sofri sa bene di aver rotto un tabù con il suo articolo. Per la prima volta contesta una iniziativa, una opinione, proveniente dalla famiglia del commissario. Mario Calabresi ha già dedicato un libro intenso e rigoroso alla sua vicenda umana, e si limita ad un commento asciutto. «Ero e rimango molto contento di aver partecipato all'iniziativa dell'Onu. Si trattava di un simposio sulle vittime del terrorismo, ed è stato emozionante, intenso, un'esperienza di grande valore». Gerardo D'Ambrosio non ne parla volentieri. «Certo che ho letto» dice in un mugugno. Oggi senatore del Pd, negli anni Settanta è stato il giudice istruttore che ha condotto l'inchiesta sulla strage di piazza Fontana e ha pronunciato la discussa sentenza sulla fine di Pinelli, quella che ipotizzava il famoso «malore attivo» e dava un'assoluzione purtroppo postuma a Luigi Calabresi. «Davvero non capisco dove voglia andare a parare Sofri. La sua uscita è fuori luogo, fatico a capirla. Dice il falso quando attribuisce la responsabilità della pista anarchica al povero Luigi. Fu la Polizia di Roma ad ordinare il fermo di Valpreda. Ma poi, se non è stato terrorismo quel delitto, mi domando cosa può esserlo. Esiste per caso un tribunale che condannò a morte Calabresi? Non mi risulta. Quell'uomo fu vittima di una campagna di denigrazione atroce, senza precedenti e mai più ripetuta, per fortuna. Credo che suo figlio sia andato all'Onu con pieno diritto. Che sia proprio Sofri ad affermare il contrario, mi sembra grave». Tra gli ex di Lotta Continua, Gad Lerner è uno di quelli che conosce meglio i media e la politica, e ha messo in conto reazioni come quelle di D'Ambrosio. Si dice sicuro che Sofri non abbia alcuna intenzione di polemizzare con Mario Calabresi, ma è altrettanto consapevole che il crinale sul quale si è mosso il suo vecchio compagno questa volta è davvero stretto. «Adriano prova profondo rispetto per Mario e la sua famiglia, che vivono ancora oggi un trauma irreparabile. Ma questo non può togliere ad un uomo già privato della sua libertà il diritto alle sue opinioni. Trovo paradossale che si voglia additare tigna o superbia nel suo bisogno di ricostruire la verità storica. La storia di quegli anni non è fatta di bianco o nero, di torti e ragioni scolpite nel marmo. È giusto che se ne parli, e che Adriano mantenga la sua libertà intellettuale». Sintetico e scandito con estrema cura il commento di Luigi Manconi: «Trovo corretto sotto il profilo storico, politico e morale richiamare il contesto in cui maturò quel delitto». Nel complesso ecosistema dei reduci di Lotta Continua, Erri De Luca si è visto attribuire la funzione di bastian contrario, se non di reprobo, proprio per via di alcune sue affermazioni sulla vicenda Calabresi. «Ma questa volta ha ragione Sofri. Pinelli, e anche piazza Fontana, sono stati cancellati dalla memoria di questo Paese. La versione di Adriano deve essere considerata con lo stesso rispetto dovuto a quella che fornisce Mario Calabresi nel suo libro». E alla domanda più delicata, De Luca risponde netto. «Dei rapporti tra loro due non mi voglio impicciare. Sono questioni personali».


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