Back

Indice Comunicati

Home Page

Com'è la vita in Alaska

Manifesto – 14.9.08

 

Com'è la vita in Alaska - Alessandro Robecchi

Insegnare il creazionismo nelle scuole. Fare, se serve, la guerra con la Russia. In Iraq ci ha mandato Dio e stiamo vincendo. Niente aborto, né contraccezione. Passione per le armi da fuoco. Mi aspetto da un giorno all'altro che Sarah Palin neghi la legge di gravità (è Dio che fa cadere le cose!) e vieti i libri di Galileo nelle biblioteche (con Darwin ci ha già provato). Beati gli americani che ce l'hanno gratis e ovunque: qui da noi per mettere insieme un simile conglomerato di puttanate bisogna comprare il Foglio . Dunque il mondo rischia che alla Casa bianca sieda una mullah del fondamentalismo cristiano, se accadrà non vorrei essere americano, e nemmeno lupo o caribù. E nemmeno donna, vista la retorica di riproduzione a oltranza, magari per dare figli alle guerre della patria. Se tutto questo accadesse a Islamabad, o a Damasco, o in qualunque altra parte del mondo, giornali e telegiornali sarebbero pieni di allarmi sul «ritorno del fondamentalismo» e sui rischi per la stabilità mondiale. Sulla signora Palin, invece, si sprecano lodi sperticate e la solita paccottiglia (è bella, è una dura, è una mamma). Ritrattini affettuosi che ricordano quelli dedicati a Condoleeza Rice e ai suoi tailleur, molti marines e moltissimi irakeni fa. Se la signora Palin arriverà alla Casa bianca potremo constatare serenamente che l'estremismo religioso è aumentato di brutto. E del resto, la cosa più facile del mondo è dire «Dio è con noi», tanto chi va a controllare? Il reverendo Rocky Twyman ha fondato il Pray Down the High Gas Prices Movement. Vanno alle pompe di benzina a pregare che Dio abbassi il prezzo del petrolio. Siccome è noto che le perturbazioni atmosferiche e le fregature vengono sempre da Ovest, mi chiedo quanto manca qui da noi. Del resto, lo scenario è noto: si accusa di eugenetica ogni controllo prenatale, non si può morire serenamente quando si soffre troppo, i capi religiosi danno patenti di laicità, e il papa ha fatto sapere di pregare per l'Alitalia. Mi sa che l'Alaska è già qui.

 

Vicenza non demorde - Orsola Casagrande

VICENZA - Far di necessità virtù. E siccome al popolo «No Dal Molin» la fantasia non manca ecco che il corteo di ieri sotto l'acqua scrosciante si è trasformato in un lungo serpentone chiassoso più che mai. Dove a farla da padrone sono stati soprattutto il furgone del presidio permanente e gli speaker. Cioè quelli che si sono alternati instancabilmente a tenere alto anche il morale di quanti, oltre cinquemila, hanno comunque deciso di recarsi a Vicenza a manifestare contro la nuova base militare che gli americani con il placet del governo italiano vorrebbero costruire. Comunque, perché la pioggia ha concesso assai poche tregue in un pomeriggio di vento sferzante. Determinati i manifestanti vicentini e non hanno marciato da piazza Matteotti fino a Caldogno dove da una decina di giorni è in corso il secondo festival No Dal Molin. Emergenza democratica, era la parola d'ordine di questa manifestazione. «Credevano di intimorirci - ha urlato nel microfono Francesco Pavin, del presidio - con le cariche di sabato scorso contro manifestanti inermi, contro i cittadini che volevano allestire la torretta di controllo per tenere sott'occhio i movimenti all'aeroporto Dal Molin». Perché i lavori dovrebbero cominciare. Si sa che in città sono arrivati alcuni lavoratori delle ditte appaltatrici. Ma il questore ha scelto la linea dura. E mentre i cittadini venivano picchiati, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi mandava una lettera al sindaco Achille Variati per chiedergli di fare un passo indietro sulla consultazione popolare prevista per il 5 ottobre. «Emergenza democratica - ha urlato ancora Pavin - perché vorrebbero impedire che i cittadini dicessero la loro con un referendum». Proprio la consultazione è stata protagonista durante la manifestazione di ieri di molti slogan. Perché c'è da spiegare che la Vicenza che dice no alla nuova base americana nell'urna dovrà dire «Sì». Questo perché il quesito che verrà posto dal comune riguarda una proposta di destinazione d'uso dell'area che gli americani vorrebbero per metterci la loro base di guerra. Il sindaco chiederà ai cittadini se vogliono che il Dal Molin venga acquisito dal comune che gli darà una destinazione d'uso pubblica. La risposta dunque è «Sì». Un sì per dire no, ha riassunto efficacemente qualcuno. Il corteo, bagnato ma per nulla intimorito dalla pioggia e dal vento incessanti, è stato aperto dalle donne vicentine che hanno anche messo in scena una sorta di performance in movimento. Dietro le donne anche tanti bambini, famiglie, cittadini. Giovani e vecchi, insieme perché, come recitava un altro degli slogan della manifestazione, «Vicenza non si arrende. Vicenza si difende». E poi tutti quelli che sono arrivati da fuori città. Il patto del mutuo soccorso, in primis, con i vari comitati. Dal Piemonte sono arrivati i rappresentanti del movimento valsusino No Tav che non poteva mancare e che è una sorta di papà anche per la lotta contro il Dal Molin. I No Tav hanno fatto storia, cambiando pratiche di lotta e ridando ai territori non solo voce ma la capacità di essere visibili e "nazionali". E poi i napoletani contro il piano rifiuti. Da Alessandria il comitato contro gli F35, da Trento, al presidio di San Pietro contro le ecomafie. E ancora i veneziani del No Mose, No Ponte, e i medici contro la base militare Usa che proprio oggi al festival del presidio racconteranno i problemi legati alla costruzione di una nuova base. Felice Cinzia Bottene, consigliera comunale eletta nella lista Vicenza Libera. «Un successo - dice - a dimostrazione del fatto che questa città non ha alcuna intenzione di abbassare la testa. Chi pensava di spaventare i cittadini - dice ancora - con la violenza, gratuita e inaudita di sabato scorso, ha sbagliato i suoi conti». Il corteo si è molto vivacizzato davanti all'aeroporto Dal Molin che era blindato come mai. «Ridicoli» l'aggettivo più gettonato per liquidare le centinaia di agenti a presidiare l'aeroporto. Quindi tutti al festival No Dal Molin anche per trovare un riparo dalla pioggia che a questo punto diventata diluvio. «Il dato politico più importante - ha detto Pavin al termine della manifestazione - è certamente essere riusciti a portare in piazza, nonostante il tempo da lupi, oltre seimila persone». Sotto i tendoni del festival, i manifestanti hanno trovato conforto e riparo e una serata di musica con Cisco dei Modena City Ramblers. Le cucine, ormai rinomate in tutta la città, hanno funzionato a pieno ritmo. Oggi gran finale, tra gli altri anche l'attrice Lella Costa ha annunciato la sua partecipazione.

 

Parola di Fini - Ida Dominijanni

L'abito fa il monaco più spesso di quanto il proverbio popolare non creda. Asceso alla terza carica dello Stato, perennemente in pole-position per la leadership post-berlusconiana della destra italiana, ansiosamente in cerca di un riconoscimento della destra europea, Gianfranco Fini porta a compimento il suo processo di autolegittimazione giocandosi l'asso di briscola, cioè iscrivendo se stesso e la sua destra nel campo degli eredi dell'antifascismo. Da Fiuggi 1995 a Roma 2008, tredici anni vissuti oculatamente che due colonnelli intemperanti come Alemanno e La Russa rischiavano di rovinargli con i loro distinguo fra il fascismo razzista e il fascismo modernizzatore. Tanto più dopo il severo ammonimento del presidente della Repubblica, Fini non aveva altra scelta: doveva sconfessarli e ieri l'ha fatto, sfidando il suo partito, e in particolare i giovani del suo partito, a un taglio netto delle radici fasciste. A Fiuggi il leader di An aveva detto che la destra politica non è figlia del fascismo ma c'era prima e gli è sopravvissuta, e che l'antifascismo fu essenziale al ritorno dei valori democratici concultati dal fascismo. Ieri il presidente della Camera si è spinto oltre: ha detto che la destra italiana deve riconoscersi nei principi democratici e costituzionali di libertà, uguaglianza e giustizia sociale che sono stati «a pieno titolo» valori antifascisti. Ha aggiunto che il giudizio della destra sul fascismo deve essere di conseguenza negativo, il fascismo essendo stato una «dittatura a tutti gli effetti» limitatrice della libertà, e che il fascismo non lo si può giudicare a pezzetti, da qui a qui buono e da qui a qui cattivo. Ha perfino ammesso che quelli che difesero Salò e quelli che fecero la Resistenza non si possono mettere sullo stesso piano, perché i primi stavano dalla parte del torto e i secondi della ragione. Che altro avrebbe dovuto dire, il democratico Fini aspirante leader di una destra aspirante europea, postnovecentesca e perbene, per spianare il campo al «superamento del passato» e alla «costruzione di una memoria condivisa» che gli stanno tanto a cuore? Nella sua accelerata autorevisionista, Fini non è riuscito a rinunciare anche all'equiparazione fra i totalitarismi, sottolineando che «chi è democratico è antifascista, ma non tutti gli antifascisti sono stati democratici», e quindi lasciando aperta (a Berlusconi?) la porta di un anticomunismo che può sempre tornare utile. Ma non è questo il punto. Nell'indecoroso mercatino dell'usato della storia nazionale che tiene banco da lustri sulla scena politico-mediatica, le parole di Fini potrebbero avere il suono solenne di una cesura, di un taglio e di un ricominciamento storici che invece non riescono ad avere. Non solo perché suonano interne a un gioco politico calcolato e indirizzato (ad Alemanno e a La Russa, al Berlusconi silente su Alemanno e La Russa, all'altra metà del campo democratico cioè al Pd, al Ppe eccetera eccetera). Ma perché suonano altresì scollate da un clima sociale e culturale in cui tanta puntigliosa distinzione fra i valori democratici e quelli del ventennio in verità non si sente e non si vede. La strada della soluzione politica del rapporto fra passato e presente è sempre lastricata di trappole. Può accadere ad esempio che si possa rinunciare a un'identità quando non c'è più bisogno di rivendicarla per farne vivere i frutti. Da Fiuggi in poi, Fini ha tagliato radici e dismesso valori «storici» via via che la legittimazione politica acquisita gli consentiva di tradurli e riconvertirli nel linguaggio «democratico» corrente di oggi. Vale l'esempio del suo discorso d'insediamento alla presidenza della Camera: anche allora ci fu un taglio «postideologico» con i valori del passato, ma sotto l'insegna di valori 2 non meno preoccupanti per l'oggi. Il tutto sotto quella professione di fede nella religione democratica che ormai non manca mai a destra come a sinistra. Diamo pure credito a Gianfranco Fini di aver detto una parola chiara sul passato. A quando e a chi, adesso, qualche parola chiara sul presente? Questa, ad esempio: tanto più se - se - si pervenisse a una memoria condivisa, c'è bisogno oggi di un conflitto che divide. Fra idee e pratiche contrapposte della democrazia in primo luogo. Quale interiorizzazione dei valori costituzionali e antifascisti può rivendicare la destra plebiscitaria, anticostituzionale, xenofoba, classista che ci governa? E con che cosa pensa di arrestare questo svuotamento della democrazia la sinistra che (non) fa opposizione?

 

Alemanno arretra: «Anch'io ero a Fiuggi» - Sara Menafra

ROMA - Lo sapevano tutti che Fini si sarebbe vendicato. Quello che non sapevano è che l'avrebbe fatto senza lasciare alcun margine alle prese di posizione di Gianni Alemanno, in sostegno del fascismo, e del ministro della difesa Ignazio La Russa, a favore della memoria della Repubblica sociale italiana. Ieri, ascoltate le parole del presidente, entrambi i colonnelli sono stati costretti alla marcia indietro totale, senza neppure la scusa di una mezza mediazione. Il più netto è stato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. «Le dichiarazioni del presidente Fini sulla condanna storica del fascismo chiudono definitivamente la polemiche di questi giorni», ha commentato subito: «Tutto il gruppo dirigente di Alleanza nazionale, compreso il sottoscritto, ha elaborato le tesi di Fiuggi, ha guidato il partito in questi anni e quindi non può non ritrovarsi in questo percorso e in queste dichiarazioni». Come a dire che non basterà questa presa di posizione su resistenza e antifascismo ad oscurare il suo astro crescente. Alemanno sta da tempo affilando le armi per rubare a Gianfranco Fini il ruolo di leader indiscusso del partito. Sa bene che se la geografia di Alleanza nazionale era disegnata in modo da garantire al presidente un regno indiscusso sugli altri, con la nascita del Pdl i giochi si riapriranno. E per chi, come lui, è fuori dal parlamento ma seduto su una delle poltrone più in vista del paese, si apre la possibilità di puntare alla vetta. O almeno di rappresentare nel nuovo e più grande partito, la nuova Destra sociale. «Tra Alemanno e Tremonti c'è la somiglianza politica che in passato c'era tra Alemanno e Storace», dice un intellettuale di destra molto in vista dentro e fuori dal partito. Di vero c'è che Tremonti parla di una politica economica molto simile ad alcune teorie della destra sociale. Sommando la vicinanza politica su più di un tema con Luca Cordero di Montezemolo, quella amicale con quelli che il foglio chiama i montezemoliani, gli ottimi rapporti con la comunità ebraica romana - neppure scalfiti dalle dichiarazioni della scorsa settimana sul fascismo - e il capitale economico e «relazionale» derivante dal passaggio al ministero dell'Agricoltura e dalla permanenza al Campidoglio, le fiches sul tavolo del sindaco sono cresciute di giorno in giorno. Tanto che lui, a ridosso della visita allo Yad Vashem di Gerusalemme ha provato a mettere a segno un nuovo colpo. Politico e valoriale, questa volta, visto che sugli altri piani le sue quotazioni sono già consistenti. Troppo presto, dicono i suoi supporters, e infatti tra la rispostaccia del presidente della repubblica e l'altolà di Gianfranco Fini, Alemanno ha dovuto segnare il passo. E incassare solo il silenzio di Silvio Berlusconi che anche ieri ha evitato di appoggiare il presidente della Camera nella sua presa di posizione antifascista. «Ero un post neofascista nel 1977, questa discussione non mi appassiona almeno da trent'anni», risponde a domanda Marcello De Angelis, direttore della rivista vicina a Destra sociale Area , deputato del Pdl e da sempre molto legato ad Alemanno (che lo ha sposato il 28 aprile scorso, prima della proclamazione a sindaco): «Non mi interessano le contrapposizioni ideologiche tra destra e sinistra così come non mi interessavano le correnti di An e non ho ascoltato l'intervento di Fini. Sono stato in Terza posizione, ma ora il massimo risultato è far parte di un partito, il Pdl, che mette al centro l'Italia e il popolo italiano». Discorso chiuso, insomma sia per Alemanno sia per chi gli è politicamente vicino. Meno accondiscendente è stato Ignazio La Russa, che «alemanniano» non è: «Occorre continuare a lavorare per una memoria condivisa. In questo senso concordo pienamente con Fini, come a suo tempo ho plaudito alle parole di Violante ai libri di Pansa e alla musica di De Gregori». A buon intenditore notare che il presidente della camera non ha citato né i giovani repubblichini, né Il sangue dei vinti , né le note de Il cuoco di Salò. A destra della destra, le dichiarazioni contro Fini sono state tante. «Nel 1992 Gianfranco Fini definiva il fascismo il seme della storia», ricorda memore il presidente de La Destra Teodoro Buontempo. Che in fondo è anche contento: «Non ci sono più alibi per nessuno. Ora è chiaro perché abbiamo dato vita ad un altro partito». Il suo socio, il leader del partito ed ex di An, Francesco Storace carica a testa bassa: «Con le sue dichiarazioni è Fini a confermare chi è che vuole riportare l'Italia sessant'anni indietro, è lui che irresponsabilmente rinfocola gli odi». A dire che dietro la sfida sul fascismo c'è una battaglia interna al partito, non resta che donna Assunta Almirante: «Se a lui non va come il partito si sta comportando, può benissimo dare un segno e dare le dimissioni. Se i suoi colonnelli non fanno le cose che vuole è talmente semplice, visto che è così democratico, se ne va oppure li caccia». Logico. A meno che non siano i colonnelli - primo fra tutti lo scaltro Alemanno - a preparare presto una nuova offensiva.

 

Palazzo Chigi, effetto notte - Francesco Paternò

Sotto il cielo di Alitalia, Silvio Berlusconi è finito in una brutta turbolenza. Nel Progetto Fenice per il salvataggio della compagnia di bandiera - scritto a Palazzo Chigi, studiato a Banca Intesa Sanpaolo e affidato a Roberto Colaninno - c'è tutto, tranne il fallimento dell'operazione. Non è previsto. Perché per il presidente del consiglio sarebbe una sconfitta politica pesante che incrinerebbe la sua luna di miele personale con gli elettori e da qui i sondaggi di gradimento, i suoi piani, la sua immagine all'estero. In fondo, la figura del grande mediatore è l'unica che gli manca. Così, tra squilli di tromba e un «Ci penso io», ieri notte ha convocato i sindacati a Palazzo Chigi, dopo una giornata di presenza mediatica: ecco, sta per rientrare a Roma, telefonate registrate e mandate in tv, annunci e accuse preventive all'opposizione, perché non si sa mai. Dalla Fiera del Levante di Bari ha chiamato l' Ansa per far sapere a tutti che sarebbe tornato a Roma al più presto, roba da statisti veri. E prima ancora di arrivare faceva sapere che «non è vero che il governo chiude la trattativa. L'esecutivo è sempre disponibile con i suoi ministri, e oggi anche con il presidente del consiglio, per dare tutto il supporto possibile per giungere all'unica soluzione possibile al fine di evitare il fallimento della compagnia». Nel frattempo, a Palazzo Chigi, il sottosegretario Gianni Letta incontrava tutti, dal commissario straordinario Augusto Fantozzi all'amministratore delegato della nuova compagnia Rocco Sabelli, ai vari ministri coinvolti nella vicenda. Incontri da cui ognuno usciva sulle proprie posizioni ma utili per dare il segno di come il governo si stesse comunque muovendo in attesa del Cavaliere. Berlusconi, rinchiusosi nel pomeriggio a Palazzo Grazioli, ha poi telefonato a un assise di Forza Italia riunita a Gubbio per battere un colpo e per un affondo preventivo contro l'opposizione: «Il destino di Alitalia - ha detto nella telefonata mandata in onda in tutti i tg - è messo in forse dal comportamento irragionevole di alcune categorie di dipendenti e in questo noi vediamo la forte influenza della sinistra che pur di dare smacco al governo non esita a considerare poco importante il disastro che arrecherebbe a tutto il Paese se Alitalia dovesse portare i libri in tribunale. Spero che questo non accada». Di rimando, Veltroni gli ha ricordato che a far fallire la trattativa con Air France è stato proprio lui per motivi elettorali e che adesso farebbe bene o a chiudere subito, o a riaprire la corsa all'acquisto per altre cordate. Cosa resa più facile dopo che il governo ha azzerato i debiti della compagnia, spostandoli sulle spalle dei contribuenti e rendendo più appetibile Alitalia. Che adesso è acquistabile a un prezzo stracciato per il quale perfino la preoccupata Lufhtansa potrebbe mettere rapidamente da parte la sua riserva sull'ingresso in una nuova compagnia in cui i sindacati sono visti come il diavolo. La mediazione di Berlusconi è da ultimo slot. Giocandosi una bella fetta del consenso finora ricevuto dall'elettorato, il presidente del consiglio deve agire facendo pressioni non solo sui sindacati ma ora anche sui capitalisti coraggiosi guidati da Roberto Colaninno. Cui si chiederebbe (in nome del paese ma in realtà a titolo personale del capo del governo), di mettere sul piatto più soldi per i nuovi contratti dei lavoratori, per provare a disinnescare il no più importante all'accordo. In cambio, per la cordata di imprenditori Berlusconi potrebbe aver preparato la promessa di qualche altro vantaggio nel prevedibile futuro, oltre quelli finora ipotizzati (e sempre smentiti dai diretti interessati). Certo è che nell'effetto notte di Palazzo Chigi giocano in tanti contro Berlusconi: il tempo, i creditori, le voci su altre cordate - la più pericolosa per lui e per il suo advisor Corrado Passera di Banca Intesa è quella di un ingresso di Alessandro Profumo di Unicredit a fianco di piloti e lavoratori - tutti fattori che potrebbero indurre i sindacati a chiedere di più.

 

Sempre più vulnerabili nella «fortezza Europa» - Matteo Dean

MADRID - Con lo slogan «Le nostre voci, i nostri diritti, per un mondo senza muri» si è conclusa ieri a Rivas Vaciamadrid, alle porte della capitale spagnola, la terza edizione del Foro Sociale Mondiale delle Migrazioni. Tre giorni di seminari e incontri a cui hanno partecipato oltre 2000 persone provenienti da 90 paesi - ma una ovvia prevalenza delle numerose ong spagnole che si occupano di immigrazione, oltre che di studiosi e attivisti. Dopo le prime edizioni, tenute a Porto Alegre nel 2005 e l'anno dopo proprio a Rivas in Spagna, quest'anno il forum ha avuto il patrocinio - a volte scomodo - del Ministero del lavoro e dell'immigrazione del governo Zapatero. Tra i principali promotori del Forum quest'anno si è inserita la Cear, Commissione spagnola di aiuto ai rifugiati che da anni è impegnata a offrire sostegno legale ai migranti che desiderano richiedere asilo o lo status di rifugiato. Il presidente dell'organizzazione, Ignacio Diaz Aguilar, ha spiegato nel discorso inaugurale che nonostante le visioni a volte contraddittorie tra coloro che lavorano nel tema migratorio, vi è una realtà che nessuno nega: i migranti, legali o illegali che siano, sono sempre più vulnerabili. E' per questo dunque che il Forum di questi tre giorni assume importanza, perché è necessario trovare i meccanismi per difendere i migranti e i loro diritti di fronte alle nuove problematiche. Prima fra tutte, spiegano gli attivisti di Cear, la cosiddetta direttiva della vergogna approvata di recente dall'Unione Europea e criticata ormai da mezzo mondo. La direttiva europea è stata al centro delle critiche sollevate in tutti gli spazi di dibattito del Forum. E non poteva non essere così. Luiz Baseggio, sacerdote brasiliano vicino alla teologia della liberazione, si è detto sorpreso della mancanza di memoria degli europei e ha definito la misura legale europea come un fatto francamente razzista: «I migranti non possono essere il capro espiatorio della crisi, perché questo è tipico di una mentalità razzista. Ci considerano indesiderabili però necessari e preferiscono mantenerci il più vulnerabili possibile. Ci vogliono, però privati dei nostri diritti». Sulla stessa linea anche Diego Lorente, ex membro di SOS Razzismo Madrid e oggi direttore della ong Sin Fronteras in Messico: «La direttiva del ritorno, così come i decreti emergenziali come quello italiano, sono specchietti per le allodole. È evidentemente grave ciò che prevedono queste nuove leggi, ma in realtà sono praticamente inapplicabili. Servono soprattutto per intimidire i migranti e renderli ancor più vulnerabili». Il «Relatore speciale per i diritti dei migranti dell'Onu, il messicano Jorge Bustamante, è giunto al Forum per portare la propria testimonianza su quanto osservato nel mondo. Con una traiettoria di studi del fenomeno migratorio all'Università di Harward, il ricercatore messicano ha denunciato la creazione di sempre più muri nel mondo: oltre al famigerato muro tra Messico e Usa e al vergognoso muro che divide Israele e Palestina, Bustamante ha stigmatizzato i muri a Ceuta e Melilla e quello in costruzione tra India e Bangladesh. Una situazione orribile, ha affermato, che nega l'elementare diritto alla libera circolazione delle persone. Presenti anche due figure centrali dell'ampio dibattito attorno alle cause e alle conseguenze del fenomeno migratorio. Crisi ecologica e «migranti ambientali». Demetrio Valentini, il vescovo brasiliano che ha fondato l'organizzazione Grito de los Excluidos («Grido degli esclusi»), ha introdotto il tema che è stato l'asse centrale della discussione del Forum: l'ecologia o, meglio detto, gli effetti del deterioramento ambientale sui gruppi umani. Ha spiegato Valentini che «la crisi ecologica è l'avvertimento più chiaro, capace di sensibilizzare la coscienza umana». È strategico, ha continuato il prete brasiliano, «per tutti coloro che difendono la causa migrante, legarla alla crisi ecologica. Dobbiamo servirci di questa coscienza crescente nel mondo per evidenziare sino a che punto le dinamiche migratorie sono il frutto degli errori dello stesso modello economico che ha creato la crisi ecologica». Ha infine aggiunto: «Oggi la nostra civiltà quella umana, nessun'altra - è carente di grandi utopie. Ciò impedisce soluzioni aperte e creative che facciano avanzare la coscienza etica dell'umanità e risveglino nuove possibilità del rapporto con la natura e di convivenza solidale tra i popoli». La relazione tra crisi ambientale e flussi migratori è stata poi ampiamente ripresa dal sociologo belga, e fondatore del Centro Tricontinentale (Cetri), François Houtart, che parla ormai di «migranti ambientali» o climatici e spiega che, secondo statistiche Onu, per il 2050 dovremo aspettarci quasi 200 milioni di persone migranti a causa di fenomeni legati alla crisi ambientale. E si badi bene, spiega Houtart, non si tratta solo dei grandi disastri ambientali, ma anche dell'occupazione di grandi distese di terra per la produzione di agrocombustibili. Questo fenomeno impazzito di produzione dei nuovi combustibili, continua, non solo mette in pericolo l'equilibrio ecologico, ma sta obbligando milioni di persone a muoversi nel territorio. L'altro tema che ha percorso il Forum sono i Cie, o Centri di internamento ed espulsione quelli che in Italia chiamavamo Cpt. Qui è stato presentato uno studio realizzato dalla rete Migreurop, che disegna la mappa dei centri di detenzione per migranti in Europa. I segreti delle detenzione migrante. Una mappa incompleta, spiega Sara Prestaianni, responsabile del progetto di ricerca, perché non è facile aver accesso alle informazioni, proprio come è difficilissimo avere accesso alle stesse strutture. Lo studio ha confermato il vasto panorama di violazione ai diritti umani all'interno di queste strutture e la completa mancanza di informazioni e di contatti con l'esterno per i cittadini migranti detenuti. Assoluta mancanza di contatto anche con le numerose associazioni che si occupano di difendere i diritti dei migranti. L'attivista ha denunciato quindi l'assoluta mancanza di trasparenza per quel che riguarda il numero ma soprattutto la gestione di questi luoghi di non diritto. Per fortuna, si è detto, la situazione non è come negli USA dove l'informazione è ancora più scarsa e molti di questi centri sono addirittura gestiti da enti privati, ma questo non vuol dire che nella UE si stia meglio. Per questo, Mireurop ha lanciato una campagna europea che ha come obiettivo finale quello di chiudere i Cie, pur arrivandoci per tappe: una prima tappa che vuole vincere il muro del silenzio, e quindi poter avere accesso a queste strutture e far sapere alla società quel che lì accade. Allo stesso tempo, ovviamente, aiutare coloro che vi sono internati, offrendo loro l'assistenza di cui hanno bisogno. Non è chiaro però come combattere l'obbrobrio della detenzione amministrativa, rafforzata dalla direttiva di ritorno dell'Unione Europea. Sarà comunque importante, si è detto, osservare quel che succede oltre le frontiere europee, nei cosiddetti paesi di transito, ovvero quei paesi periferici dell'Unione che ormai costituiscono la nuova frontiera per i migranti, nel quadro dell'esternalizzazione dei controlli.

 

Rompere il silenzio a Hebron. Il soldato che si stancò di uccidere

Michele Giorgio

HEBRON - «Ero a Hebron da paio di giorni, nel 2002, la situazione era tesa, c'erano stati parecchi morti in quel periodo, anche tra coloni e soldati israeliani, e il comandante della nostra unità mi convocò in una scuola palestinese che l'esercito aveva trasformato in una postazione di tiro». Il sergente Yehuda Shaul, ora riservista, racconta la sua vicenda nel silenzio totale di Shuhada Street, nella zona H2 di Hebron sempre più una città fantasma. «Il comandante mi guardò per qualche secondo - prosegue il militare - poi mi disse: ho saputo che sei bravo ad usare il lanciagranate. Ecco, di fronte a te c'è il quartiere di Abu Sneineh da dove sparano i cecchini palestinesi contro le nostre case (dei coloni). Ogni volta che apriranno il fuoco tu dovrai rispondere lanciando granate. Pensai che era folle prendere di mira abitazioni civili palestinesi, perché queste armi sono micidiali, lanciano 5-6 granate al minuto e uccidono o feriscono ogni essere umano nel raggio di otto metri. Ma lo feci, e divenne routine, una specie di video-game, e qualche settimana dopo rispettai anche l'ordine di aprire il fuoco a scopo preventivo, ovvero senza aspettare che a sparare fossero prima i palestinesi». Eppure fu proprio l'obbedire senza fiatare agli ordini, anche quando a pagare con la vita erano civili, che cominciò a scuotere la coscienza di Yehuda Shaul, 26 anni, divenuto nel 2004 il fondatore di «Breaking the Silence», una associazione di soldati israeliani che avevano prestato servizio a Hebron e che decisero di «rompere il silenzio» raccontando crimini e violenze compiuti dai coloni ma anche dai militari a danno degli abitanti palestinesi. Oggi «Breaking the Silence» organizza conferenze e tour, pubblica libri e dvd con testimonianze di soldati - purtroppo in gran parte anonime - raccolte ovunque nei Territori occupati e che confermano la brutalità dell'occupazione militare cominciata nel 1967. Yehuda Shaul non è un attivista di sinistra, si definisce «un laburista», e le sue origini sono tutte sul versante opposto dello schieramento politico. E' un ebreo ortodosso, osserva rigorosamente lo shabat e il kashrut e porta la kippa. «La mia famiglia è di destra, mia sorella vive in una colonia, a Gush Etzion, e hanno accolto con sdegno la mia decisione di raccontare tutto. Alcuni dei miei familiari e dei vecchi amici non mi rivolgono più la parola. Ma io non torno indietro - spiega l'ex militare - non si può continuare a nascondere la verità, a tenere segreti abusi e violenze sistematiche contro i civili palestinesi. Ad Hebron ne ho viste troppe e noi soldati non facevamo o non potevano fare nulla per impedire questi crimini perché solo la polizia è autorizzata a trattare con i coloni. I nostri comandanti ci dicevano soltanto di vietare ai palestinesi di transitare in certe strade, di farli sparire dalla circolazione, con le buone e con le cattive, in modo da evitare frizioni con i coloni ebrei. Una volta dei coloni aggredirono a freddo, davanti ai miei occhi, una donna palestinese che tornava dal mercato per punirla, dissero, per il massacro del 1929 (il 23 agosto di quell'anno, in seguito all'uccisione di due palestinesi in apparenza da parte di ebrei, in tutta la Palestina esplosero gravi incidenti. A Hebron i palestinesi uccisero 67 membri della piccola comunità ebraica che viveva nella città, i sopravvissuti vennero evacuati dopo alcuni giorni, ndr).» Divisa nel 1997 in due zone - H1 e H2 -, per un accordo sottoscritto da Israele e Anp, Hebron oggi è una città tenuta in scacco dai coloni, circa 500, giunti dopo l'occupazione della Cisgiordania nel 1967. Nella zona H2, sotto il controllo militare israeliano, quella dove è situato l'importante sito religioso della Tomba dei Patriarchi, sacro ad ebrei e musulmani, oltre ai coloni risiedono circa 30mila palestinesi. Senza protezione, soggetti ad abusi quotidiani, circa un terzo degli abitanti palestinesi ha lasciato la zona H2. Tutti gli altri cercano di farsi vedere il meno possibile in giro. La cashab è deserta, i negozi sono in buona parte chiusi (tra 600 ed 800 esercizi commerciali arabi sono stati costretti a tenere abbassate le saracinesche dopo il 2000), in Shuhada Street, la via principale della zona H2 ormai si vedono solo coloni, soldati e poliziotti. Siamo diretti a casa di Hani Abu Heikal, un palestinese amico di Yehuda Shaul, che di fatto vive prigioniero a casa sua perché adiacente alla piccola colonia di Tel Rumeida. Lungo la strada Shaul è come un fiume in piena che ha rotto gli argini, vorrebbe raccontarci le «mille storie» che ha vissuto o sentito. Ma le sue parole vengono interrotte dall' arrivo improvviso di un colono, Ofer Ohana, come lui stesso ci dice presentandosi qualche secondo dopo. Shaul è odiato e disprezzato dai coloni israeliani, lo considerano un traditore, uno che si è «venduto al nemico», agli arabi. Ohana non è aggressivo, piuttosto vuole farsi beffe del soldato che ha rotto il silenzio. «Yehuda, Yehudili, Yehudel, guarda qui, guarda qui. Hai telefonato al tassista, il tuo amichetto arabo Hisham per dirgli di tenersi pronto a fuggire?», ripete ossessivamente il colono tenendo la sua telecamera a non più di 3-4 centimetri dal volto di Shaul. Poi improvvisamente riceve una telefonata e si allontana. L'ex soldato riprende il suo racconto ma la calma dura poco. Dopo meno di un minuto, all'inizio di Shuhada Street, giungono altri tre coloni. Tra questi, due sono noti come i principali esponenti dell'estremismo di destra che domina in molte colonie ebraiche in Cisgiordania: Baruch Marzel e Itamar Ben Gvir (entrambi hanno firmato qualche giorno fa un «patto» di resistenza contro qualsiasi evacuazione di insediamenti colonici nei Territori occupati). Il primo si disinteressa di Shaul e, con tono di voce calmo e monotono, ci esorta a non ascoltare «quelle bugie». Yehuda Shaul, ripete Marzel, «è un malato di mente, tutta la sua famiglia ha grossi problemi, sua sorella dice di essere religiosa ma è una poco di buono. Sappiamo tutto di loro. Shaul lavora per conto dell' Unione europea, sì lo pagano gli europei per costruire le sue accuse contro gli ebrei», insiste monocorde il colono, mentre a distanza di un paio di metri Ben Gvir spara raffiche di offese infamanti contro Shaul. Proseguiamo lungo via Shuhada Street. L'atmosfera è tesa ma ancora calma, i coloni, diventati nel frattempo una dozzina, ci seguono assicurando che «tutto è a posto», ma, all'improvviso, nei pressi di Bab Zawiyeh, al transito per la zona H1, Ben Gvir, ben riconoscibile per la sua camicia color giallo, sferra un calcio alla gamba destra di Shaul che accusa il colpo ma prosegue senza fiatare, per evitare il peggio. Poi comincia la gara di coraggio di bambini e ragazzi, tra i 10 e 12 anni, contro il «traditore». Un paio riescono a raggiungerlo con calci e sassi. Giunge finalmente la polizia ma a finire sotto accusa è proprio Shaul. «Basta, sei in arresto, tutte le volte che vieni qui esplode un casino», urla un agente tra gli sguardi soddisfatti dei coloni. Saliamo assieme all'ex militare a bordo della jeep della polizia che ci porta alla Tomba dei Patriarchi. Ci viene intimato di lasciare subito la città, Shaul però non demorde. «Voglio andare a far visita al mio amico (palestinese), e ci andrò a qualsiasi costo», ripete ai poliziotti che, stanchi della discussione, ci ordinano di rientrare nella jeep e ci portano a tutta velocità a casa di Hani Abu Heikal. Il sistema di comunicazione interna dei coloni si dimostra ancora una volta molto rapido. All'ingresso dell'abitazione ci attendono Ben Gvir e Ohana per scaricare addosso al «traditore» altre decine di parole irripetibili. La tensione di Shaul si scioglie a casa di Abu Heikal. Quelli che un tempo erano i suoi nemici, contro i quali lanciava granate, oggi lo accolgono con un sorriso e una stretta di mano. «Ahlan wa sahlan, benvenuto Yehuda, entra, accomodati», dice Abu Heikal. «Ramadan karim", replica Shaul mostrando rispetto per il mese sacro islamico. «La nostra esistenza è un inferno - riferisce Abu Heikal, «tutte le volte che esco o torno a casa devo superare quattro posti di blocco militari mentre i coloni si muovono liberamente». Il suo resoconto è un triste elenco di vessazioni continue. «I coloni fanno di tutto per costringermi a lasciare casa: hanno dato fuoco più volte alla mia auto, ai miei alberi d'olivo. Ho filmato alcune di queste azioni con la telecamera che mi ha dato "Betselem" (un centro per diritti umani israeliano, ndr) e le immagini spesso mostrano i volti dei responsabili degli attacchi. Ho consegnato tutto alla polizia (israeliana) ma sino ad oggi non e' accaduto nulla, i coloni continuano a fare ciò che vogliono», prosegue Abu Heikal, che ci saluta con una promessa: «non andrò via, resterò qui». Torniamo a piedi verso la Tomba dei Patriarchi, Shuhada Street è vuota. Regna il silenzio, il silenzio che Yehuda Shaul ha deciso di rompere.

 

Liberazione – 14.9.08

 

Tre «mission»: premiare il merito, abbattere la scuola, cancellare il '68 - Rina Gagliardi

Lì per lì, bisogna confessarcelo, abbiamo tutti preso la Maria Stella Gelmini un po' sottogamba - sembrava, anzi era, un'avvocata della stirpe lombardo-rampantina, una miracolata dal Cavaliere (oltre che dall'università calabra che le regalò a modico prezzo l'abilitazione), insomma una signorina-nessuno. Invece, adesso, va detto che la ragazza ci ha preso gusto. Le piace da morire comparire ogni giorno sui giornali, essere al centro della ribalta e delle polemiche, sproloquiare di temi di cui, in tutta evidenza, non sa nulla, come i sistemi scolastici (alla faccia del "merito" e della competenza, ma tant'è). La solletica molto, specie dopo l'avvento della "pitbull col rossetto", l'idea di apparire una tosta, una grintosa, una che non ha paura di nulla - ieri, dopo il dibattito al liceo Newton, è arrivata a dire che no, non vuole polizia contro chi fischia e che ai "facinorosi" ci pensa lei, direttamente. E, soprattutto, la affascina una missione (speriamo impossibile): passare alla storia (si fa per dire) come colei che ha fatto definitivamente a pezzi il sistema nazionale dell'istruzione. Il sistema in tutte le sue articolazioni, dall'asilo all'università, senza trascurare le medie e le medie superiori. Non è mica un'ambizione da nulla. E non serve, per un'impresa destruens di questa portata, alcuna speciale competenza: basta un'accetta bicipite. Una molto, sia pur bassamente, ideologica, che asseconda il peggio dello "spirito del tempo". E una politica, di politica economica, di scelte concrete. Attenzione, c'è poco da scherzare. La Maria Stella Gelmini, dicevamo, tolta i "simboli" dei grembiulini, del voto di condotta e del ritorno agli anni '50, ha due chiodi fissi: il primo è che gli insegnanti sono "troppi" e vanno dunque e comunque diminuiti; il secondo è la priorità della valorizzazione del "merito", dei talenti finora repressi, delle eccellenze, della qualità, e così via. Da Sarkozy, ha copiato, in proposito, il refrain della demonizzazione del Sessantotto, che sarebbe alla radice di tutti i mali (della scuola e non solo) e che quindi va - come si può dire? - "sradicato", assassinato, seppellito, dimenticato. Si badi bene: su questi cavalli di battaglia della Maria Stella, concorda in parte sostanziale anche l'opposizione piddina. Nella sinistra moderata, non trovi più nessuno - a cominciare da Walter Veltroni - che non voglia "premiare il merito", che non sogni una società finalmente meritocratica, che non pensi in cuor suo che gli insegnanti sono davvero tanti, troppi e sostanzialmente di scarsa qualità. Tutta questa tiritera, poi, viene alimentata con l'uso politico, strumentale e politically incorrect, delle statistiche europee - tipo l'ultimo rapporto Ocse. Ma che cosa vuol dire che gli insegnanti sono "troppi"? Qual è, o quale dovrebbe essere, la "giusta dose" di prof nelle complesse società del XXI secolo? E sulla base di quali criteri andrebbe stabilita? E qual è il rapporto ottimale docenti-alunni per classe? Proviamo a partire dalle cifre reali: secondo le rilevazioni ufficiali del 2006, in Italia ci sono 688.643 insegnanti in "organico di diritto", più 48.607 insegnanti di sostegno, più 201.038 precari a vario titolo. In questo "esercito", andrebbero (vanno) per altro conteggiati 25.679 insegnanti di religione cattolica, per lo più sacerdoti pagati dallo Stato e scelti dalle Curie, di cui - chissà perché - (quasi) nessuno lamenta il costo o discute l'utilità e la legittimità costituzionale, in una società che sta diventando sempre di più multietnica e multireligiosa. Troppi rispetto ai 7.717.907 scolari e studenti che compongono, più o meno, la popolazione scolastica? O alle circa 42 mila scuole della Repubblica, parecchie delle quali sparse in isole, isolette o zone alpestri? O alla media dei 20,68 alunni per classe, che nella realtà della scuola reale, per ciascun prof, sono molti di più? O al tempo pieno (e prolungato) che caratterizza una parte a tutt'oggi consistente del sistema scolastico di base? In realtà, quando si dice e si ripete quell'aggettivo - "troppi" - si allude a tutt'altro: alla natura improduttiva e parassitaria non solo di tutto ciò che è pubblico, ma di tutto ciò che non genera profitto. La formazione, e la formazione di base in specie, universale e perciò obbligatoria, diritto-dovere qualificante di ogni democrazia che si rispetti, è percepita come un puro costo, senza riscontri e senza ritorni: ecco la contraddizione insolubile in cui si dibattono il liberismo (pur in crisi), il primato dell'economia (e della quantità) su ogni altra dimensione. Ecco perché la Maria Stella Gelmini può consentirsi di sfasciare la riforma delle elementari che tutto il mondo ci invidia: "troppi" maestri rappresentano ai suoi occhi un assurdo economico, non un'idea avanzata di educazione e formazione. Ma, poiché le esigenze di bilancio e di risparmio non rendono la controriforma del tutto convincente, la signora è costretta a "prendere a prestito" (secondo una modalità tipica del capitalismo e del neoliberismo) un argomento culturalmente arcaico e reazionario: il maestro, anzi la maestra unica, come benefico prolungamento della mamma - e di mamma, come si sa, ce n'è una sola. Quando invece è evidente che oggi, ai fini della crescita culturale, intellettuale e democratica di ogni ragazzino e ragazzina, è essenziale il confronto con una pluralità di punti di vista - e di "formatori" e di esperienze - ed è all'opposto disutile, se non nocivo un riferimento autoritario. Perfino Bossi è arrivato a capire questa - per altro semplicissima - verità. La Gelmini, invece, va come un carro armato: perché il suo obiettivo, come dicevamo, è quello tipico delle guerre contemporanee: la "pulizia etnica". Dalla scuola elementare, con l'obbligo ridotto a 14 anni, si passerà a "tagliare" un anno secco di scuola superiore - un altro considerevole risparmio, un altro massiccio beneficio di bilancio, un'altra drastica diminuzione di cattedre. Ma non è solo una faccenda di ordine sindacale o di posti di lavoro (anche, certamente): è lo sterminio etnico, dicevamo, di una generazione di lavoratori intellettuali. Qui il cerchio si chiude e si capisce finalmente perché sia evocato il fantasma del '68: come se non fossero passati quarant'anni esatti da quella felice stagione, come se quel movimento fosse ancora qui, tra di noi. Ma basta, ancora, dare un'occhiata a quello che accade nella vicina Francia sarkozyzzata: "di che cosa è il nome il Sessantotto",come scrive Alain Badjou? Ma di tutto ciò che è all'opposto di quella società senza scuola pubblica, senza cultura diffusa, senza diritti universali, senza sviluppo democratico, che sta nelle corde della destra europea oggi al potere. Il 68 è il nome di quella cultura politica e civile nella quale sono cresciuti tanti insegnanti, oggi in una cattedra di liceo o all'università o in un istituto di ricerca - o che comunque ha influenzato e spesso egemonizzato singoli, generazioni, classi. E di quella speranza, oggi sconfitta ma non domata (scusate la retorica), di abbattere "definitivamente" le piramidi gerarchiche, le disuguaglianze, le caste, la società di classe e di censo. Sì, da questo punto di vista c'è qualcosa di malefico e di geniale nella giovane avvocata bresciana: è l'unica, nel suo governo, ad aver capito che, per procedere sulla strada della Restaurazione, si comincia da lì, dal fondamento - dalla scuola. Tre piccioni con una sola fava (l'accetta): risparmio strutturale di risorse pubbliche, così i tecnocrati della Ue sono contenti; spazio gigantesco per la privatizzazione (attraverso le fondazioni) e l'iniziativa privata, che potrà fiorire davvero soltanto quando, domani, non ci sarà più una scuola pubblica degna di questo nome; fine di quel resta della agibilità della sinistra e - perché no? - della cultura democratica. Tutto il resto - il "merito", la valutazione, le classifiche, i premi, l'inglese - sono in realtà chiacchiere (le esamineremo in un prossimo articolo). Lei, la Maria Stella, ha capito tutto. E noi?

 

Il leader esce dal ’900. Ma il neofascismo resta in casa An

Guido Caldiron

«Duce, Duce, Duce...». Il delegato di Azione Giovani, cartellino di riconoscimento dell'organizzazione appeso al collo, non ce la faceva più. Quando tende il braccio destro in aria, la mano ben stesa nel saluto romano, si capisce che sta compiendo un gesto liberatorio. La sua voce si confonde con il coro che lo circonda: duecento tra ragazze e ragazzi che ascoltano un concerto di "musica alternativa", ballate di sapore celtico con testi "identitari" che parlano alla memoria neofascista, tra lo sventolare delle bandiere tricolori, i saluti fascisti e i cori per Mussolini. L'entusiasmo si è fatto contagioso: una ragazza chiede a un coetaneo di mettersi in posa e lo immortala con il telefonino mentre quello alza il braccio destro e canta a squarciagola. Giovedì 11 settembre, più o meno le undici di sera, a due passi dal Colosseo la festa dei giovani di Alleanza Nazionale è in pieno svolgimento. "Atreju 08" è la vetrina della destra di governo, del pieno sdoganamento della comunità politica erede del fascismo prima e di cinquant'anni di neofascismo poi: poche ore prima era toccato a Silvio Berlusconi incontrare "i giovani del Popolo della libertà". Accanto a lui la Ministra della Gioventù Giorgia Meloni, leader dei giovani di An, che ha reagito tra la noia e lo stupore all'ennesima citazione di anticomunismo del Presidente del Consiglio e all'elogio di Italo Balbo. "Ma come, ancora il Novecento e i suoi imbarazzanti fantasmi?", sembra dire la Ministra che propone di rimpiazzare i centri sociali autogestiti con "le comunità giovanili" finanziate - e controllate - dallo Stato. Alla festa post/postfascista, "Eccezionali per scelta" è il titolo di quest'anno, perfino il logo del piccolo guerriero con lo spadone tratto da La storia infinita è stato rimpiazzato con un pupazzo di sapore tecno: figuriamoci l'armamentario ideologico che viene esibito. Ma questa è una serata particolare. Le telecamere e i giornalisti che hanno seguito l'incontro con il premier se ne sono già andati e l'appuntamento con Gianfranco Fini è fissato per sabato mattina. C'è perciò tutto il tempo di rilassarsi, di mollare la tensione del politicamente corretto e, un tantino, anche i freni inibitori. Sabato suonerà Edoardo Bennato, l'irruzione nel mainstream dello spettacolo è assicurata. Ma stasera la festa si fa in casa, lontano dai riflettori è la dimensione della comunità che ha il sopravvento. Del resto ogni concerto della Compagnia dell'anello, gruppo musicale nato all'interno del Fronte della Gioventù di Padova fin dal 1974, è una sorta di bagno nella storia del neofascismo: un ideale passaggio del testimone da una generazione all'altra che si compie nello spazio di una canzone. «L'usura ed il pugno noi vincerem, il domani appartiene a noi. La terra dei Padri, la Fede immortal, nessuno potrà cancellar. Il sangue, il lavoro, la Civiltà, cantiamo la Tradizion». E' un coro quello che scandisce le parole de "Il domani appartiene a noi": ci sono i quadri giovanili del partito di Fini, in jeans e camicia e poi gli "ospiti" dalla testa rasata e con la magliette in stile Casa Pound o i "casual" da curva dell'Olimpico: birra nella sinistra e saluto romano con il braccio destro. Tra una canzone e l'altra le grida "Duce, Duce" crescono di intensità, partono dal settore degli esterni e poi coinvolgono quasi tutti, anche quelli che ragazzi non sono più da parecchio. La festa fa il pieno di identità, di nostalgia, di ricordi "dei caduti per l'Idea" e rinnova un giuramento di fedeltà a una storia che passa dal Ventennio, da Salò, attraverso la destra radicale degli scorsi decenni e dal Msi, per approdare intatta - sul piano simbolico - ad Alleanza Nazionale. Una storia che proprio una canzone del gruppo padovano sintetizza in uno slogan: "Anche se tutti noi no!". Noi, dentro, non cambieremo mai, spiegano il coro e "il bosco di braccia tese" che anima la notte di Atreju. Del resto l'unico stand di libri della festa è gestito dall'Associazione Raido, cultori di Julius Evola, e tra i ragazzi si può incontrare Mario Merlino, quarant'anni di militanza neofascista nella Capitale e già coinvolto nelle indagini su Piazza Fontana. Quando, nello stesso luogo, il Presidente della Camera fa l'ultimo passaggio nella sua personale evoluzione dalla storia del fascismo e della destra nazionale, sa bene dove si trova. Nel 2003 Gianfranco Fini aveva parlato del fascismo come "male assoluto" in riferimento alle Leggi razziali, oggi salta il fosso e definisce Salò "la parte sbagliata" e indica ai giovani di destra l'orizzonte dell'antifascismo per dirsi davvero democratici. Fa un altro, significativo strappo in direzione dell'auspicata - dalla destra - "memoria condivisa" del paese. Ma resta nel Novecento. Chiude ancora una volta con Mussolini e la Rsi ma lascia intatta la memoria neofascista di Almirante: quella su cui ancora oggi si costruisce l'identità profonda del corpo militante di An. Fini si candida da tempo a guidare la destra unita - e magari il Paese da Palazzo Chigi - dopo Berlusconi, altri - Alemanno e La Russa ad esempio - si candidano a guidare An e il suo "bagaglio culturale" nel passaggio delicato al partito unico del Pdl. I progetti sono diversi e complementari, da ciò le esternazioni talvolta contraddittorie, ma non conflittuali. Del resto nessuno chiede più ad An chiarimenti sulla sua storia recente - quella del Msi e del neofascismo -, accontentandosi delle sortite nel Novecento compiute con puntualità da chi solo quindici anni fa parlava del "fascismo del 2000".

 

Giovanni De Luna: «Un passo avanti le parole di Fini ma ora la destra metta mano al suo album di famiglia» - Vittorio Bonanni

Alleanza Nazionale non ce la fa a smarcarsi dal proprio passato ma Gianfranco Fini non ci sta e tenta di rimettere ordine all'interno del proprio partito. «La destra si riconosca nei valori antifascisti - ha detto ieri il presidente della Camera per il quale - i resistenti stavano dalla parte giusta, i repubblichini da quella sbagliata». Affermazioni forti, pronunciate ieri nel corso della festa di Azione giovane "Atreju 08", tanto da suscitare proteste dalla platea. Che senso dare però a queste parole? Vanno interpretate come un ulteriore strappo rispetto al passato fascista della destra italiana o è solo un gioco delle parti, messo in atto da chi cerca di accreditarsi come il successore di Berlusconi? Abbiamo cercato di dissipare questi dubbi parlando di nuovo con lo storico Giovannni De Luna, già da noi interpellato pochi giorni fa in occasione dell'esternazione di Ignazio La Russa. Professore, come interpreta le parole di Fini? Si tratta di un'affermazione sincera, finalizzata a fare chiarezza al proprio interno e a riaffermare i contenuti della svolta di Fiuggi, o soltanto di un ennesimo strappo destinato però ad essere ricucito? Preferisco pensare all'ipotesi più ottimista, cioè che ci sia un reale convincimento alle spalle di questa affermazione. Me lo auguro per Fini ma me lo auguro soprattutto per questo paese. L'idea che finalmente ci si possa riconoscere nell'antifascismo come valore costitutivo della nostra Costituzione oltre che della nostra comunità nazionale sarebbe veramente il modo più limpido possibile per uscire dal '900 e con quella chiarezza che si invoca da sempre. Voglio precisare che tutti i paesi hanno nel '900 delle fratture. La Francia ha avuto Vichy e poi ha scelto De Gaulle. Vichy fa parte della storia francese ma non è un elemento costitutivo dell'identità nazionale. De Gaulle sì, Vichy no, e questo lo hanno detto Mitterrand, Chirac, Sarkozy e tanti altri capi di stato di quel paese. Sia di destra che di sinistra. Se si arriva anche qui in Italia a riconoscere finalmente che l'antifascismo è la piattaforma costitutiva della nostra realtà nazionale ovviamente io sono favorevole. Solo luci in queste parole di Fini? Certo che c'è anche della strumentalità, un giocarsi questa partita anche per calcoli bassamente elettorali. Ma in questa fase è meglio non pensare a questi scenari. Bisogna prendere atto di questa affermazione valutandola sul versante della sincerità e non della malafede. Resta il problema che An appare ancora oggi come un partito pieno di nostalgici anche nei suoi rappresentanti più autorevoli... Va innanzitutto precisata una cosa. Che se la sinistra ha esorcizzato il passato rimuovendolo, loro fanno di tutto in qualche modo per accreditarsi sul piano di un passato che non sia solo quello fascista. Colpisce sfavorevolmente però il tentativo di riempire questo passato con una sorta di mosaico molto confuso e molto eterogeneo di elementi. Per cui da un lato intitolare le strade ad Almirante, dall'altro riconoscersi nell'antifascismo. Quello che non convince è come questi materiali del passato vengano accorpati con molta improvvisazione e superficialità. Non c'è l'indicazione di un nuovo album di famiglia. Semplicemente dal vecchio album di famiglia si staccano delle figurine e se ne aggiungono delle altre. Non c'è una vera e propria rifondazione del proprio rapporto con il passato. Questa è la mia perplessità su An. Troppe contraddizioni, troppe eterogeneità, troppi Alemanno che dialogano con la comunità ebraica e però dicono che il fascismo è stato un fenomeno positivo. Insomma troppe cadute di questo genere. Se questa uscita di Fini in qualche modo prelude invece ad una chiarificazione netta in questa direzione ben venga. Una presa di posizione del genere si colloca però in un contesto nazionale che vede un'indifferenza nei confronti dell'antifascismo maturato anche a sinistra. Che cosa ne pensa? Credo che queste parole possano fungere da stimolo anche per la sinistra a mettere mano al suo rapporto con il passato. Il riferimento di Veltroni a questa memoria privatistica, domestica, intimistica, fatta dalle testimonianze dei singoli è impressionante. Perché la memoria certamente va bene ma c'è pure la Storia. Bisogna avere a sinistra il coraggio di dire che cosa ereditiamo del '900, che cosa ci portiamo dietro. Ma non ci può essere questo taglio netto con il passato. Capisco che per il Pd fare questi conti è molto difficile. Per gli ex democristiani significa fare i conti con De Gasperi, per gli ex comunisti con Togliatti e Berlinguer. Capisco che a quel punto la tentazione di dire "lasciamolo perdere questo passato" è molto forte. Ma nessun partito può rinunciare ad un album di famiglia e ad una identità o almeno a dei filoni culturali ai quali fare riferimento. Spero che la sinistra colga l'occasione di questa sortita di Fini per poterlo fare. A proposito di album di famiglia, ma se queste parole di Fini avranno un seguito, la destra a quale album dovrà fare riferimento? E qui nasce la mia perplessità. Voglio capire che operazione faranno. Proprio perché anche loro dovranno mettere mano all'album di famiglia. Insomma largo Bottai lo teniamo o non lo teniamo? Questo sarà un po' il banco di prova sulla buona fede con cui queste parole sono state pronunciate.

 

Ecco la squadra di Ferrero – Angela Mauro

Rifondazione comunista ha una nuova segreteria nazionale. Sono sei le persone che affiancheranno il segretario Paolo Ferrero nell'applicazione della linea politica che ha prevalso al congresso di luglio a Chianciano (opposizione sociale, no al superamento del Prc). La squadra - composta da Roberta Fantozzi, Maria Campese, Claudio Grassi, Eleonora Forenza (mozione 1), Gianluigi Pegolo (mozione 3), Claudio Bellotti (mozione 5) - è stata eletta ieri dal primo comitato politico nazionale (cpn) post-congresso (141 sì, 130 no, 4 astenuti). Il "parlamentino" del Prc, ha anche eletto la nuova direzione e confermato il tesoriere. La direzione (eletta con 247 sì, 22 no, 5 astenuti) si riunirà lunedì 22 settembre (60 membri: 24 della mozione 1, 28 della 2, 5 per la 3, 2 per la 4, 1 per la ex mozione 5 sciolta dopo Chianciano). Confermato il tesoriere Sergio Boccadutri, mozione 2, era già nell'aria che rimanesse in carica (256 sì, 10 no, 5 astenuti, 3 schede bianche). Il quadro generale non presenta sorprese rispetto a quanto si era delineato subito dopo la chiusura dell'assise di Chianciano. Ieri Ferrero ha ribadito l'offerta di «gestione unitaria del partito» alla mozione 2 guidata da Nichi Vendola (il governatore della Puglia assente al cpn perchè impegnato all'inaugurazione della Fiera del Levante a Bari). Proposta rifiutata, come era già stato detto. «Non ci sono le condizioni - è l'intervento di Gennaro Migliore - non si possono mettere da parte le diverse opzioni politiche, cioè i motivi per cui ci siamo divisi». Vendoliani fermi dunque nell'applicazione della loro linea politica («la costituente di sinistra», specifica Alfonso Gianni), pur restando nel partito con il loro 47 per cento. Un po' per tutte le mozioni congressuali, il centro nevralgico dello scontro interno diventerà la direzione nazionale, organo più snello del cpn (che conta 281 membri, i risultati delle votazioni di ieri tengono in conto 7 assenti) e che, rispetto al cpn, si riunisce più spesso. Punta molto sul dibattito in direzione anche l'area dell'Ernesto (terza mozione), scontenta per essere stata esclusa dalla segreteria tanto da minacciare il voto contrario in cpn. «A Chianciano hai vinto anche con i nostri voti - si rivolge a Ferrero il leader dell'Ernesto Fosco Giannini - Potremmo votare no, ma sarebbe irresponsabile: regaleremmo il partito alla vasta opposizione interna che vuole superarlo». L'Ernesto dunque si allinea. Il dibattito in cpn fotografa senza scatti particolari (tranne che nella coda, ma ne parliamo più avanti) il dualismo interno tra le mozioni che appoggiano il segretario e la mozione 2, costituitasi in area "Rifondazione per la sinistra". A Ferrero viene contestato il piano di attacco contro l'idea del governo di introdurre una soglia di sbarramento al 5 per cento nel sistema elettorale per le europee. «E' sconcertante che l'unica proposta siano i presidi davanti alle sedi del Pdl - dice Migliore - Abbiamo intrapreso una strada pericolosamente testimoniale e minoritaria». Ribatte il segretario nelle conclusioni: «Lo so che i sit-in non bastano per far cambiare idea a Berlusconi, ma serve un'offensiva. Dovremmo insistere sulla riduzione dello sbarramento e la difesa delle preferenze». E concorda con la proposta di Roberto Musacchio (mozione 2) e Franco Russo (ex mozione 5) di «allargare il fronte della collaborazione con l'Udc di Casini, in prima linea per mantenere le preferenze». «Ma come? Con Bertinotti abbiamo fatto lo sciopero della fame contro le liste civetta in camper a piazza Colonna», ricorda Grassi. Ferrero si trova a dover controbattere poi sulla sua idea di gestire unitariamente all'Idv la raccolta di firme per il referendum sul lodo Alfano (immunità per le alte cariche dello Stato). Il segretario replica alle critiche di Alfonso Gianni sulla tempistica della petizione, che Di Pietro avvierà in piazza l'11 ottobre. «Ho chiesto io a Di Pietro di cominciare ora per fare in modo che la Consulta dia il via libera solo a gennaio ed evitare che la consultazione coincida con quella sulla legge elettorale maggioritaria, prevista l'anno prossimo - sottolinea Ferrero - In questo modo, il referendum sul lodo Alfano non farà da volano per il raggiungimento del quorum all'altra consultazione sulla quale non siamo d'accordo». E poi critiche sulla gestione della giornata di mobilitazione in programma oggi al Teatro Brancaccio di Roma. «Ha una piattaforma senza il mandato del cpn», dice Migliore. «Il mandato è la linea che ha vinto a Chianciano», secca la risposta di Ferrero. Perfino sull'11 ottobre c'è polemica, nonostante che il cpn voti all'unanimità un ordine del giorno di adesione alla mobilitazione contro le politiche del governo indetta per quella data da diverse associazioni della sinistra. C'è un contrario, Franco Russo: «Voto contro. Guardando le firme apposte all'appello (tra gli altri anche Bertinotti e Ingrao, ndr.) sembra di stare ancora ai tempi dell'Arcobaleno...». Nelle repliche Ferrero media: «Non è una manifestazione convocata dai partiti e ciò ha permesso che tutto il Prc vi partecipi. Io sono per coordinare tutte le forze di opposizione: propongo che il Prc aderisca allo sciopero generale dei sindacati di base il 17 ottobre e ai sindacati di base propongo di scendere in piazza con noi l'11». Inutile dire delle contrapposizioni tra la maggioranza e la minoranza vendoliana sull'atteggiamento da assumere con il Pd. «Non può essere omesso dalle nostre discussioni sull'opposizione», sostiene Migliore. «Ma come si fa se si limitano ad un ruolo emendativo nei confronti del governo? - osserva Ferrero - Non possiamo insegnare nulla perchè non contiamo nulla in questa fase. Dobbiamo invece sfidarli sul terreno di un'opposizione di sinistra, altrimenti Veltroni non si sposta». Il "bello" arriva intorno alle 17. La votazione di un ordine del giorno presentato da Elettra Deiana (mozione 2) sulla crisi del Caucaso sembra un'inezia di fine seduta, ma invece mette a nudo la palude del dibattito interno. Cerca di bloccarlo Ramon Mantovani: «Rimandiamolo alla direzione, dopo una discussione seria sul tema». I vendoliani non ci stanno e insistono sul dispositivo che sostanzialmente invita a «non parteggiare» per Russia o Usa e a mobilitarsi contro la corsa alle armi delle varie superpotenze («Chavez ha cacciato l'ambasciatore Usa, ma non è bello che le navi russe ora si stiano muovendo verso l'America Latina», è la frecciata di Alfonso Gianni). La segreteria risponde con un «ordine del giorno che rinvia la discussione alla direzione», spiega Fabio Amato. Ed è marasma. «Non si può contrapporre quella che è una mozione d'ordine ad un ordine del giorno. Piuttosto votiamo l'uno e l'altro», propone l'ex segretario Giordano. Sempre di più sono in piedi. C'è chi guarda l'orologio preoccupato per il calcio d'inizio della partita della Roma con il Palermo, Maurizio Zipponi se la ride («che spettacolo e senza pagare il biglietto...»), Orfeo Goracci, sindaco di Gubbio ed esponente di maggioranza, va al microfono e dà il colpo di grazia: «E' un'ora che discutiamo dell'Abkhazia e dell'Ossezia ma se usciamo fuori scopriamo che ai nostri compagni non gliene frega niente...». Cori di «buuu». Se ne esce quando Ferrero propone di mettere ai voti entrambi i dispositivi: bocciato quello dei vendoliani, accolto quello della segreteria, il dibattito si sposta dunque in direzione. Ultima chicca: il cpn approva un ordine del giorno sulla situazione di Liberazione . Tenuto conto delle preoccupazioni della redazione - è il senso - si dà mandato al cda della società editrice, Mrc, di «proporre un piano di rilancio sulla base dei dati economici esistenti».

 

La tragedia italiana, la sinistra e il dilemma del prigioniero

Massimiliano Smeriglio

La sinistra è alle corde, tempestata da una gragnola di colpi che la destra, forte del consenso popolare, sferra senza riserve. Una sinistra muta cerca disperatamente di riprendere il cammino, ma i colpi subiti non concedono agli attori della sinistra la giusta lucidità per non sbagliare, di nuovo, strada. Dopo la batosta elettorale, dopo i pessimi Congressi dei quattro soci di maggioranza della defunta Sinistra Arcobaleno, la situazione non sembra migliorare di molto. Unica eccezione il tentativo di realizzare un 11 ottobre partecipato e di massa. La Sinistra che c'è somiglia in maniera impressionante all'ubriaco di Paul Watzlawick. L'ubriaco smarrite le chiavi di casa comincia a cercarle in una zona della strada illuminata da un lampione con l'aiuto di un passante; dopo un po' di tempo, di ricerche vane, il passante chiede all'ubriaco se è sicuro di averle perse lì, l'ubriaco risponde che non è sicuro, ma che è comunque indispensabile continuare a cercarle nell'unico luogo illuminato. Ecco, le sconfitte consegnano a noi, ubriachi, pugili suonati, una rincorsa all'indietro, una deriva identitaria che ci fa agire come quell'ubriaco, cercare le chiavi nei luoghi già conosciuti. Sempre più stretti, sempre più stitici, sempre più muti, però conosciuti. Ognuno perso dietro al suo lampione, alle ricerca delle sue chiavi, ognuno alle prese con una luce sempre più tenue. Vero è che ognuno di noi in casa propria è in grado di muoversi anche al buio. Ma il mondo è fuori. Dobbiamo uscire di casa, ma così temo che non sarà facile. Stiamo dando a tutte le domande le risposte più ovvie e scontate, un meccanismo autorassicurante in grado di convincere alcune migliaia di persone (quelle che hanno partecipato ai vari Congressi), ma che non dice nulla ad un popolo nudo e solo, un popolo esposto con il proprio corpo alla tragedia italiana. Un popolo che della tragedia italiana assume connotati e linguaggi. Scrive Walter Siti nel bellissimo libro Il contagio sulla tragedia quotidiana della precarietà esistenziale nella estrema periferia di Roma che «l'invidia è l'arte dei cornuti». Rancore sociale, tradimenti, disincanto, progetti di vita just in time che durano un giorno, utilizzo massificato di cocaina e sostanze psicotrope varie, sesso come pratica fisica ripetitiva e merce di scambio. Insomma in quel libro non c'è posto per la speranza, è una parte di mondo alla deriva senza possibilità di ritorno. E' lì in quel condominio di Torbellamonaca che noi abbiamo perso, diventando un residuo, scorie volatili del novecento. Non solo perché non ci siamo sul piano, come direbbe Paolo Ferrero, dell'utilità sociale dove una società polverizzata si barcamena tra microsolidarietà balcanizzate e lotta violenta per la sopravvivenza, ma soprattutto perché dovremmo interrogarci su cosa significa utilità sociale al tempo della fine del sociale. Scrive Alain Touraine: «C'è stato un tempo, nei primi secoli della nostra modernità, in cui ragionavamo in termini politici (...). Decenni di globalizzazione hanno imposto criteri di valutazione quasi esclusivamente economici, che hanno portato al trionfo di un individualismo disgregatore. (...) Aleggia la sensazione che il vecchio mondo sia andato in frantumi e che niente possa sostituirlo. Per sfuggire all'immagine di un mondo come prigione e alla sensazione angosciante della totale perdita di significato, si avverte il bisogno di nuove categorie, categorie non più sociali ma culturali, perché è in questi termini che i cittadini di oggi costruiscono le proprie identità: sulle particolarità sessuali, etniche, religiose, laiche o ecologiste. Ci poniamo domande che un tempo sembravano incongrue: sono felice? Faccio davvero ciò che mi piace? Sono certo di sapere se in questo momento si stanno verificando eventi intollerabili o se viene perpetrata un'ingiustizia?». In questo senso torna utile l'esempio del movimento dei Sem Terra che ha sempre cercato di tenere insieme il soddisfacimento del bisogno, la terra e l'abitare, con un obiettivo generale, la riforma agraria, e una capacità pedagogica di autoeducazione, riscrivendo le pratiche della emancipazione coniugando bisogni e crescita etico culturale. Noi facciamo male tutte e tre le cose. Come sinistra politica ci cimentiamo poco con la utilità sociale del nostro agire, esistono esperienze positive invece sul piano sindacale, alcune Camere del Lavoro del nord, le occupazioni delle case a Roma o il movimento dei disoccupati nel sud, che però appunto si fermano sulla soglia del soddisfacimento del bisogno primario senza interrogarsi sul come e perché gli operai votano Lega o i figli adolescenti degli occupanti di case si divertono a spaccare le teste di migranti e prostitute. Pratichiamo male la definizione degli obiettivi generali relegandoli nel binomio metafisico governo-opposizione. Percorriamo malissimo o quasi per nulla i processi di autoemancipazione culturale collettiva relegando il nostro immaginario al come eravamo o al come saremo, senza mai utilizzarlo come strumento potentissimo da agire nella contemporaneità (parentesi movimentista a parte). Fausto Bertinotti ha tentato di utilizzare l'abbrivio elettorale per coagulare una massa critica in grado di far detonare il processo della costituente della sinistra. E' andata male e proprio per questo dobbiamo cambiare l'ordine del ragionamento. Non possiamo ripartire dalla cosiddetta massa critica, poi risolta nella mera somma-sottrazione dell'esistente arcobaleno, dobbiamo trasfigurare la ricerca trasformando l'approccio alla massa critica in critica di massa, ponendo al centro della nostra ricerca azione per la ricostruzione della sinistra la produzione culturale d'immaginario, linguaggi, senso, pratiche della liberazione, valori, approccio biopolitico in grado di porre al centro il corpo come la terra. E' vero che esiste una destra che presidia il territorio tradizionale, ma ancor di più tutte le destre (Berlusconi, la Lega, i neofascisti e Di Pietro) hanno presidiato e reinventato l'immaginario collettivo trasformando la democrazia in regime a bassa intensità, il Paese in una caserma organizzata intorno alle paure da linea del fronte, le piazze delle città e i luoghi della socializzazione giovanile in luoghi da presidiare militarmente. E tutto questo avviene con il consenso degli italiani, con il plauso dei costretti e controllati; un consenso derivante da una costante produzione ideologica fatta di opportunità, feticci e capri espiatori. Un consenso tale che gli ha permesso di cambiare la Costituzione materiale del Paese da patto tra produttori (Costituzione democratico repubblicana nata dalla resistenza) a patto tra proprietari (sul modello americano) che azzera e annichilisce la legittima aspirazione del movimento operaio ad autorappresentarsi sul piano della mediazione politica. E su questo terreno, tutto ideologico e della produzione di linguaggio, che abbiamo perso, e proprio perché abbiamo già perso che assistiamo al dilagare delle destre sul piano culturale, del revisionismo storico e della vandea diffusa. Da qui dovremmo ricominciare, ricostruendo un pensiero, una critica di massa al pensiero reazionario oggi maggioritario nel nostro Paese. Sapendo di essere minoranza, consapevoli che il nostro è un viaggio contromano. Se riusciamo a concentrarci sugli elementi strutturali e di cultura politica, alla radice della sconfitta epocale forse riusciamo a fare un passo in avanti, in direzione ostinata a contraria. Sapendo che dobbiamo disimparare le prassi precedenti, buttare via la logica della manutenzione - fare meglio quello che ieri abbiamo fatto peggio e che l'altro ieri facevamo benissimo - ricercando nuove grammatiche della partecipazione e del consenso. Ribadendo che una proposta politica non è la mera somma dei conflitti diffusi, ma un di più dal punto di vista della lettura generale e globale che siamo in grado di mettere in campo, praticando il sentiero della complessità e della sperimentazione. Per fare questo c'è bisogno di rompere il gioco, praticare l'esodo volontario dal dilemma del prigioniero. Una versione popolare di questo famoso gioco matematico è la seguente: Tizio e Caio vengono arrestati, fortemente indiziati di rapina a mano armata ma senza prove, chiusi in due celle isolate ed interrogati separatamente. Entrambi, preoccupati della propria sorte ma poco di quella del complice, fanno questo ragionamento: «Ho a disposizione due possibilità: confessare o tacere. Se confesso e il mio complice non parla, riceverò un trattamento clemente mentre il mio complice se la vedrà davvero brutta. Viceversa se il mio complice confessa ed io no. Se entrambi confessiamo, finiremo certo in prigione, ma godremo di un certo sconto sulla pena. Ma se ci ostiniamo entrambi a tacere, saremo condannati solo per possesso illegale di armi da fuoco». Insomma, se Tizio e Caio cooperano tra di loro saranno condannati ad una pena lieve. Se rompiamo il dilemma, se pratichiamo la riduzione del danno, se impariamo a tacere e cooperare, se riusciamo ad andare un po' oltre gli interessi delle nostre asfittiche e risicate botteghe e al contempo apriamo una discussione pubblica gonfia di voluminosi pensieri sulla tragedia italiana forse riusciremo perlomeno a ridare senso al nostro esserci, praticare la nostra utilità sociale, democratica e repubblicana. Non sarebbe poca cosa. Soprattutto saremmo un po' meno prigionieri della nostra ombra. Che poi è un'ombra da ubriachi.

 

Repubblica – 14.9.08

 

Milano coca-market, spaccio ai ragazzini - PIERO COLAPRICO

MILANO - La cocaina in mano ai ragazzini, questa è la nuova frontiera dello spaccio alla milanese, l'ultima strategia del supermercato dei sogni chimicamente perfetti. "Fammi fare un colpo", "Quanto vuoi per un colpo?". Un tempo questa frase ambigua avrebbe potuto sottintendere un crimine o un po' di sesso. Non è più così, nel vocabolario degli adolescenti. Quartiere Greco. Tre ragazze vanno da sole verso un gruppo di giovani neri. Da lontano la scena è semplice. Uno dei maschi è lo spacciatore, intasca dalla bionda una banconota da dieci euro e infila qualcosa, forse un cucchiaino di plastica, in una bustina trasparente. I sociologi la chiamano "minidose", lei e le amiche, no: davanti allo spacciatore, la ragazza sniffa, sorride, si è fatta "il colpo". E con il colpo in canna, cioè nel circuito sanguigno, eccola pronta per una serata distratta, se vorrà esserlo, o d'allegria, se deciderà di ridere. Almeno per un po', in effetti, è così che funziona la cocaina, che però resta un pianeta in parte inesplorato persino per i tossici più incalliti. La parola benzoilecgonina difficilmente suggerirà qualche cosa a chi non è medico, ma è un metabolide della cocaina, cioè la coca si trasforma in quella sostanza quando passa attraverso l'organismo umano. "Abbiamo analizzato le acque che passano dal depuratore di Nosedo, i nostri lavori del 2006 e del 2007 indicano che ogni giorno a Milano si consumano circa diecimila dosi di cocaina. E nel week end salgono a quindicimila. Abbiamo fatto analoghe analisi a Lugano e Londra. Bene, Milano è la città dove, in percentuale al numero degli abitanti, il consumo è il più alto". Questa visione di Milano capitale europea del consumo della cocaina non viene proposta da un poliziotto allarmista o da uno scrittore di noir, ma da uno scienziato, Silvio Garattini del celebre istituto Mario Negri. Perché questa città va sempre più a mille e non tutti ce la fanno a reggere i suoi ritmi vagamente ostili. Tanto che "negli ultimi anni - cifre fornite su nostra richiesta dalla Prefettura - si assiste a un incremento di segnalazioni a carico di medici, infermieri, autisti, forze dell'ordine, avvocati". Cioè, durante i controlli (diciamo antidoping) a persone sospette, qualche volta si fa il test antidroga: emerge così questa "trasversalità" della roba. Nel 2004 c'erano state 3069 segnalazioni di persone da inviare poi al Sert, il servizio della Asl che si occupa di tossicodipendenze, ma l'anno scorso sono state 4129: magari la Borsa avesse lo stesso tipo d'incremento. Milano dunque "sempre più in alto", o sempre più in basso, come raccontano i tantissimi casi di cronaca. Dalla pr della moda che, dopo un festino con amici e poi qualche altra striscia a casa sua, ha preso il bambino appena nato e insieme con lui s'è lanciata dalla finestra. Al giovane diciassettenne sbandato che, più volte aiutato da don Gino Rigoldi, una notte è scappato dalla comunità, s'è preso quanta più coca potesse e ha ammazzato, con un complice, un transessuale, con una violenza inaudita. I segnali esistono, pochi sembrano volerli leggere. Ma è bene sapere che "nel 2010 il numero dei consumatori di cocaina potrebbe aumentare del 40 per cento rispetto al 2007". Lo sostiene un'analisi della Asl coordinata da Riccardo Gatti (www. droga. net). Ha organizzato un "prevo. lab", una sorta di "stanza delle previsioni", che se sbaglia, sinora ha sbagliato per difetto. Dice Gatti: "La percezione della droga come pericolo e trasgressione è stata progressivamente sostituita" dall'idea che sia un "semplice prodotto - potenzialmente innocuo e controllabile - da assumere liberamente, in qualunque momento e in qualunque luogo", per "una vita diversa per qualche ora". Un sogno chimico a cottimo. Una "polverina magica come quella delle favole". Ma dietro c'è il mercato dello spaccio. Con i pusher che replicano il modello distorto del supermercato per "fidelizzare" la clientela. C'è un conto da fare. Un po' d'aritmetica applicata alla strada. Oggi tra i 6 e gli 8 euro puoi prendere un aperitivo alcolico partecipando a un happy hour, che qualche volta più che comunicare "happy", rappresentano il massimo dell'infelicità milanese. Sempre a 8 euro si può comprare una microdose di eroina (0,20 grammi) necessaria a far calare l'eccitazione da coca. A 8,5 euro trovi l'hashish e a 6, quando c'è, la marijuana. L'ecstasy non manca, ma tra i giovani "fuori giri" di Milano è una cosa o da "tamarri" (i fuori moda della periferia) o da sudamericani. Tra i 10 e i 15 euro è possibile, come abbiamo visto, il "colpo", la botta al cervello della cocaina che "sale". Risultato: gli spacciatori si sono livellati al costo medio della "serata". Un progetto che rende, stando agli studi statistici del dottor Roberto Mollica, sempre della Asl: in Italia nel 2005 i giovanissimi erano il 3,5 per cento dei consumatori, ma nel 2006 sono saliti a 3,9. Nella provincia di Milano erano 3,5, sono arrivati a un bel 4,3. Intorno al vecchio Duomo "sulla popolazione tra i 15 e i 19 anni (pari a 161.580 ragazzi) i consumatori sono 7mila circa", aumentano sempre, sono sempre più giovani. E mentre scriviamo, Colombia, Bolivia e Perù stanno aumentando anche la produzione. Fabio Bernardi, ora capo della Mobile a Bologna ed ex capo della Narcotici a Milano spiega che questa "produzione è arrivata ormai a 900 tonnellate anno, e il 60 per cento arriva dalla sola Colombia". Sono gli "eserciti" a gestire il traffico, visto che "le famose Farc hanno quasi il monopolio della coltivazione", gli acquirenti in Italia "soprattutto le 'ndrine calabresi, poi le organizzazioni camorristiche più che quelle siciliane, ma - tanto per spiegare - noi a Milano beccammo il responsabile di un centro per abbronzature che gestiva direttamente il traffico e aveva 70 chili in deposito, insomma se hai la liquidità e non hai paura, puoi rischiare". Negli ultimi giorni, in mano a tre illustri sconosciuti, tre gangster di mezza tacca, sono stati trovati 300 chili di "bamba". Sembra tanta, è solo goccia nel fiume di droga che, tra pub e discoteche, chioschi dei panini e piazze, scorre florido e carsico. L'affarismo senza scrupoli milanese sa far di conto molto bene. Un chilo di cocaina costa millecinquecento dollari quando lo si compra in Colombia, ma sulla piazza europea vale dai 20 ai 23mila euro, e cioè venticinque volte di più. "Tutti noi dell'antidroga - continua Bernardi - guardiamo Milano perché è la città che detta la tendenza generale, come anche Madrid e Londra, e quello che preoccupa moltissimo è che la dose minima, una volta, costava non meno di 70 o 60 euro, cifre basse, ma non bassissime". Ma poi gli spacciatori, siccome "il mercato europeo della cocaina è in ascesa mentre quello americano è saturo", hanno inventato la minidose, destinata ai più giovani, e mettendo la cocaina nelle mani di tutti. Solo grazie al tanto criticato pm di Potenza John Woodkock è venuto a galla quel giro di cocaina che per anni ha imperato e prosperato nella zona di corso Como, quasi del tutto indisturbato. Gli interrogatori su veline e soubrette che tiravano "le righe" nei bagni della discoteca vip Hollywood hanno svelato quanto fosse (e sia) un fenomeno di massa. Nell'ultimo mese il repulisti tra i locali della movida milanese è stato continuo. Hanno acchiappato "Paco", ma solo perché ha portato la roba a domicilio a una cliente brasiliana, e stando ad accuse e indagini, l'ha violentata. Poi sempre in corso Como sono stati placcati dai carabinieri due nigeriani che, credendo di non dare nell'occhio, usavano la bicicletta per pedalare da un cliente e l'altro. Arresti, arresti, sempre pochi rispetto alla tanta gente che vende e compra "l'additivo", per innalzare il numero dei giri della propria ingrippata macchina umana. Nelle interviste ai vip milanesi, ricorre spesso una domanda: "C'era una volta "la Milano da bere", oggi che cosa c'è?". Già allora quella era la Milano non solo della moda, della Borsa e di Bettino Craxi, ma anche di Angelo Epaminonda, detto il Tebano, che aveva il monopolio della cocaina rosa. Un quarto di secolo dopo, non c'è alcun monopolio, c'è solo tanta merce. Chi ne fa un uso autistico, la classica sniffata da solo, prima di vedersi una partita alla tv. Esiste l'uso empatico, per sentirsi tutti insieme. C'è chi la ordina usando "skype", su Internet, che non è facilmente intercettabile. È in mano a tutti, la cocaina, in questa nuova "Milano che si beve l'anima".

 

La nuova offerta di Colaninno: 100 milioni in più per i contratti

ROBERTO MANIA

ROMA - Cento milioni di euro per fare l'accordo. L'ultimo cip per non perdere l'affare. Cento milioni di euro per attenuare i tagli al costo del lavoro e quindi ai contratti dei piloti, delle hostess, degli steward, del personale di terra e dei manutentori. Non più una decurtazione alle buste paga del 25 per cento, bensì intorno al 20. È la carta che Roberto Colaninno e Rocco Sabelli, presidente e amministratore delegato della Cai, la Compagnia aerea italiana, sembrano intenzionati a giocare per chiudere l'accordo con i sindacati e far decollare il piano Fenice per la Nuova Alitalia. Il pressing del premier Silvio Berlusconi sui vertici della neonata cordata tricolore è stato asfissiante nelle ultime 24 ore dopo la rottura delle trattative con il sindacato dei piloti. Perché dopo aver ipotizzato altre strade (un intervento pubblico per quanto mascherato non avrebbe superato le barriere di Bruxelles) ci si è resi conto che solo sciogliendo il nodo-salari si sarebbe potuto evitare il fallimento. Non solo della compagnia, ma anche della mediazione governativa sulla quale Berlusconi sa bene di giocarsi la faccia. Palazzo Chigi, allora, ha chiesto a Sabelli di contribuire a trovare una via d'uscita senza stravolgere la filosofia e la logica del piano. Per esempio dilatare in un tempo più ampio, comunque nell'arco del quinquennio, l'obiettivo di risparmiare i 350 milioni annui sul costo del lavoro. Oppure spostare il "break even" oltre la fine del 2010. E ancora ridurre il target di un fatturato in crescita del 5 per cento nei primi due anni. Diverse opzioni "finanziate" con i cento milioni. D'altra parte letta in filigrana, la dichiarazione di Sabelli rilasciata ieri mattina subito dopo aver incontrato il sottosegretario Gianni Letta non era più di chiusura netta: sì, certo, la conferma del piano ("la nostra posizione è ferma") ma anche "disponibilità assoluta a trattare". Che, diversamente, non c'era solo qualche ora prima, visto che erano stati proprio i rappresentanti della Cai ad abbandonare il tavolo del negoziato al ministero del Lavoro. Una linea inaspettatamente dura che, negli ultimi giorni, ha finito per acuire i dissapori all'interno della cordata dei sedici (poi diciotto) imprenditori pronti a scommettere sulla privatizzazione della compagnia di bandiera. Più d'uno lamenta la mancanza di momenti di consultazione per mettere in campo le strategie più consone ad affrontare le diverse trattative, così come l'assenza di coordinamento. "Colaninno - diceva ieri a denti stretti uno dei componenti della cordata - non ha alcun mandato dagli altri azionisti". Così che dopo la rottura al ministero del Lavoro qualcuno ha cominciato a pensare di defilarsi. Il più vicino a compiere questo passo - secondo fonti vicine ai protagonisti - sarebbe il gruppo Benetton che attraverso Atlantia dovrebbe versare 100-150 milioni nella Cai. Forse il gruppo più esposto al potenziale conflitto di interessi, essendo da una parte gestore aeroportuale con Aeroporti di Roma (Adr) controllata da Gemina, e dall'altra vettore con Alitalia. Così che le polemiche scaturite su questo versante non hanno affatto costruito un clima favorevole alla scelta di Ponzano Veneto. Il pressing a tutto campo di Palazzo Chigi è servito anche a sbloccare la fornitura di carburanti a credito da parte dell'Eni, società controllata dal Tesoro. Pare sia stato lo stesso Berlusconi a parlare con l'amministratore delegato della compagnia petrolifera, Paolo Scaroni. Probabile che della partita sia stato anche il titolare dell'Economia, Giulio Tremonti, impegnato, tuttavia, all'Ecofin di Nizza. Infine i sindacati. Per la prima volta, ieri sera, l'incontro è stato convocato a Palazzo Chigi e non più al ministero retto da Maurizio Sacconi. A conferma che ormai si è all'ultima spiaggia e che il premier ha avocato a sé (o meglio al suo braccio destro Gianni Letta) l'intera partita. Ieri c'è stato l'incontro con i confederali insieme all'Ugl, oggi sarà la volta dei piloti. Ma intanto è svanita la possibilità, chiesta da Sacconi, di una posizione comune da parte di tutte le nove sigle sindacali. E anche ieri, infatti, i ribelli dell'Anpac (il sindacato più potente tra i comandanti) hanno ribadito che loro non hanno alcuna intenzione di accettare il contratto unico di lavoro. In un quadro ancora pieno di ombre, anche per le drammatizzazioni volute dal commissario Augusto Fantozzi, soltanto il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, è tornato a professare ottimismo prima di varcare in serata il portone di Palazzo Chigi: "Si può uscire benissimo da questa situazione". Come? "Con il salario che deve essere identico lavorando di più e meglio. È un risultato a portata di mano". Forse sapeva già dell'ultimo cip di Colaninno.

 

Prigionieri del passato - ILVO DIAMANTI

È difficile guardare avanti quando si continua a camminare con la testa voltata indietro. Quando il passato riaffiora di continuo nei discorsi pubblici e nelle discussioni politiche. Come il fascismo, che - a oltre 60 anni dalla caduta - continua a riemergere. D'altronde, autorevoli leader di An, nei giorni scorsi, avevano riaperto la discussione. Ha cominciato il sindaco di Roma, per il quale il fascismo non è stato il "male assoluto". Ad eccezione delle leggi razziali. Gli ha fatto eco il ministro della Difesa, ponendo sullo stesso piano partigiani e repubblichini. Li ha smentiti ieri il presidente della Camera, e leader di An, Gianfranco Fini, il quale ha sostenuto che "la destra si deve riconoscere nei valori dell'antifascismo". Precisando, inoltre, che la Repubblica di Salò combatteva dalla parte sbagliata. È probabile che questa volta i compagni di partito non prendano le distanze da Fini, com'è avvenuto invece quando ha confermato l'apertura verso il diritto di voto amministrativo agli immigrati. D'altronde, a destra è forte la voglia di "normalizzare", se non riabilitare, il fascismo. Riducendolo a un male non più "assoluto" ma "relativo". Il ritorno del passato è, per molti versi, giusto e utile, perché dalla nostra storia possiamo trarre identità comune. Ma da noi succede l'opposto. La storia viene riscritta ad arte, da una stagione all'altra. La memoria è usata per dividere. Per cui, non solo il fascismo, neppure il comunismo passa mai di moda. Anche dopo la caduta del muro di Berlino. Dopo che, in Italia, il Pci si è sciolto, diviso, ha cambiato e ricambiato nome. Tuttavia, vi sono partiti e militanti che continuano a dirsi comunisti. Ma, soprattutto, i comunisti "servono" a Berlusconi, che li evoca dovunque, ora per minaccia ora per dileggio. Definiscono l'esistenza del Nemico, tanto più insidioso se pretende di cambiare nome e abito. Se si maschera. I comunisti: pericolosi e ridicoli. Al punto che il premier li usa come personaggi delle barzellette. L'equivalente dei carabinieri di un tempo. Più complicato - e agro - entrare nella notte della Repubblica. La stagione delle stragi e del terrorismo, di cui non esiste una storia condivisa, ma un viluppo intricato di molte storie incrociate. Trent'anni dopo il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro è forte la sensazione che molte verità ci sfuggano. Lo stesso per quel che riguarda l'uccisione del commissario Luigi Calabresi. Inevitabile che il dibattito riemerga, aspro. Violento. Ma anche senza soluzione. In-finito. D'altronde, quarant'anni dopo, siamo ancora impegnati a fare i conti con il '68. Anzitutto, una rivoluzione antiautoritaria, che ha investito tutti i piani. I costumi, la cultura, le relazioni sociali, la morale personale e sessuale, i rapporti di potere, il linguaggio. E tutti gli ambienti: il lavoro, la politica, la religione e la chiesa, l'informazione. Ma, soprattutto, l'università e la scuola, dove gli squilli di rivolta sono risuonati prima che altrove. Così, oggi è esplosa la determinazione a ri-formare, nel senso di restaurare: modelli, valori, simboli. Come sta facendo la ministra dell'Istruzione, che ha restituito valore prescrittivo al voto in condotta, reintrodotto gli esami di riparazione, ma anche il maestro unico, alle elementari. E promette il ritorno dei grembiulini, magari griffati. Con il consenso di gran parte dei genitori. I quali apprezzerebbero anche l'uso dei cappelli d'asino per stigmatizzare i peggiori oppure l'impiego della lavagna come gogna, dietro a cui esiliare i cattivi. Ultima, la frattura del '92. L'anno di "Tangentopoli". Formula con cui si indica la stagione dei processi per corruzione che investirono la classe politica al governo. L'anno dell'attacco condotto dalla mafia contro lo Stato e i suoi uomini più intransigenti. I magistrati, per primi Falcone e Borsellino. L'anno in cui si dissolve il sistema politico della prima Repubblica. Dalle cui macerie nasce un nuovo (dis)ordine, guidato dai leader e dalle formazioni politiche oggi al governo: Berlusconi e Fi, Fini e An; e, primo fra tutti, Bossi, insieme alla Lega. Difficilmente avrebbero conquistato altrettanto spazio, senza il "vuoto" prodotto dal '92. Tuttavia, essi per primi, ne vorrebbero riscrivere la storia, il significato. Nel '92 - secondo loro - non si sarebbe verificato il crollo di un ceto politico esausto ma un complotto. Sinistra, poteri forti e media a sostegno dei magistrati: uniti nella lotta contro il ceto politico della prima Repubblica. Per ottenere a colpi di giustizia giustizialista ciò che con il voto democratico non era possibile. Alla tesi del complotto si oppone quella del "male incurabile" (la formula è di Alfio Mastropaolo). Secondo cui il ceto politico e, in generale, il sistema partitico erano tanto corrotti e inefficienti da non reggere più. Affetti da un male incurabile, che i magistrati si erano incaricati di estirpare. Da ciò le opposte versioni dei fatti. Craxi: un esule o, al contrario, un evaso. I magistrati: "vendicatori" della società civile e garanti della legalità oppure gli autori di un golpe. Siamo un paese smemorato che non riesce a dimenticare. I fatti ci inseguono sempre. Anche se o forse proprio perché abbiamo cercato di rimuoverli, rinunciando a chiarirli. O, almeno, a fornire loro una spiegazione condivisa. Abbiamo preferito, invece, voltare pagina, ogni volta, senza prima averne letto e compreso il testo. Così le storie e i personaggi del passato continuano a riemergere, nella nostra mente, nei nostri discorsi. Pagine di libri mai conclusi. Di stagione in stagione, la storia viene riscritta retrospettivamente, in base a interessi e valori di parte. La nemesi è che alla rimozione succede la nostalgia. Della scuola di tanti anni fa, quando portavamo il grembiulino e il colletto bianco, quando gli insegnanti mantenevano la disciplina. Nostalgia dei democristiani e dei comunisti: quando sapevamo da che parte stare, chi erano gli amici e soprattutto i nemici. Nostalgia di De Gasperi, La Malfa (Ugo), Berlinguer. Perfino Craxi. (Andreotti no: è vivo e lotta insieme a noi). Tuttavia, se siamo prigionieri del passato è anche per un'altra ragionevole ragione. Questa società ha abolito il futuro. Ha rinunciato a descrivere un orizzonte comune. Procede in ordine sparso, giorno per giorno. Una società vecchia, dove i giovani sono una specie rara - come i panda - controllata da adulti che non vogliono diventare adulti e da vecchi che rifiutano di invecchiare. La classe politica ne è uno specchio fedele. Al governo: un premier in continua opera di restauro; per apparire giovane, un pezzo dopo l'altro, è ridotto a un androide. All'opposizione: una leadership di ex (comunisti e democristiani). Impaurita da ogni cambiamento che ne possa minacciare il ruolo. Un paese smemorato e, al tempo stesso, incalzato dalla memoria. Sospeso fra rimozione, revisione e nostalgia. Per sottrarsi alle trappole del passato che non passa mai, resta solo una via. Guardare avanti. Progettare - o almeno immaginare - il futuro.

 

La Stampa – 14.9.08

 

Quando muore il cervello - BARBARA SPINELLI

L’articolo di Lucetta Scaraffia sull’Osservatore Romano del 3 settembre ha suscitato scandalo e proprio per questo aiuta a pensare profondamente due esperienze di frontiera dell’esistenza umana: il coma irreversibile, e la fine della vita che una commissione di scienziati a Harvard ha deciso, quarant’anni fa, di far coincidere con la morte cerebrale, senza attendere che nel paziente sopraggiunga anche l’arresto cardiocircolatorio. È vero che quella decisione, oggi parametro indiscusso, non cessa di turbare e ha cambiato il nostro rapporto con la morte. E’difficile non pensare che essa sia stata anticipata non solo grazie a più accurate conoscenze, ma anche per render possibili - sul piano etico, giuridico - i prelievi di organi. I trapianti infatti avvengono in presenza di elettroencefalogramma piatto, ma riescono pienamente solo se cuore e respiro restano attivi grazie a apparecchi esterni: è uno dei motivi per cui il paziente con elettroencefalogramma piatto, incamminato sicuramente verso la morte, vien dichiarato a questo punto trapassato e del suo corpo - tenuto in vita artificialmente - si parla come di cadavere a cuor battente. L’articolo sull’Osservatore introduce in tutte queste certezze la spina dell’angoscia: parole come cadavere a cuor battente resuscitano archetipi impaurenti (morti-viventi, zombie) e per questo la spina d’angoscia aiuta a pensare, su quel che si fa col corpo dell’uomo. I molti testi apparsi ultimamente, di medici e scienziati come Umberto Veronesi o Giuseppe Remuzzi, non sarebbero stati scritti con lo stesso sforzo pedagogico se non avessero dovuto reagire a inquietudini rilevanti. Cosa accadde esattamente nel ’68, quando la commissione della Medical School di Harvard decretò che la fine delle funzioni cerebrali era morte, anche se il malato continuava a esser attaccato a macchine di respirazione e circolazione sanguigna? Aveva a cuore il paziente, o era mossa anche da altri interessi, di persone disperate e però estranee al morente? Scaraffia cita Hans Jonas, il filosofo tedesco che dal ’69 combatté la definizione di Harvard, proseguendo la battaglia fino a metà degli Anni 80. Sconfortato, scrisse poi che la guerra era perduta. In un post-scriptum dell’85 al testo pubblicato nel ’74 (Controcorrente, in Tecnica, medicina ed etica, Einaudi ’97) constatò: «La mia è stata un’esercitazione in inutilità». L’articolo sull’Osservatore gli rende omaggio: l’esercitazione non è stata vana. Vale dunque la pena rievocare quel che disse precisamente su morte cerebrale e vocazione medica, per estendere la discussione e ricordare alcune sue idee di fondo, lasciate in ombra dall’articolo. Jonas non era affatto contrario ai trapianti, ne capiva profondamente il dramma, l’urgenza, la natura di dono. Non è vero, insomma, che «consentendo al trapianto si accetta implicitamente la definizione della morte data a Harvard». Quel che il filosofo chiedeva era di dare priorità assoluta al morente, temendo che il suo corpo venisse trasformato innanzi tempo in cadavere e che a questo passo ne seguissero altri ben più scabrosi: i cadaveri potevano esser tenuti artificialmente in vita a tempo indefinito, e trasformati in banche semi-permanenti di organi, sangue, ormoni. Voleva regole più rigide sui prelievi, sperando che essi iniziassero immediatamente dopo lo stacco del respiratore. Dare priorità al morente significava per lui una cosa soltanto: non essendo quest’ultimo più una persona a tutti gli effetti, ed essendo la morte imminente e sicura, ogni tubo o macchina dovevano essere staccati. In maniera chiara, Jonas fa capire che se la nuova definizione della morte avesse avuto come scopo primario quello di consentire il distacco del tubo, sarebbe stata da lui benvenuta. Jonas era contro l’eutanasia ma favorevole al lasciar morire, in caso di coma irreversibile e se il paziente lo voleva. Anche se incosciente, il moribondo ha infatti diritti inalienabili, e «il diritto di morire è inalienabile come il diritto alla vita». È anzi parte del diritto alla vita («l’essere è un’avventura della mortalità»). Scaraffia sostiene che secondo la dottrina cattolica e le direttive della Chiesa il comatoso irreversibile è persona completa, non identificandosi quest’ultima con le sole attività cerebrali. Jonas era convinto che l’opinione della Chiesa fosse un’altra, vicina alla sua: in particolare la voce di Pio XII, i cui discorsi del ’57 - su rianimazione e analgesia - sono più volte citati nei suoi testi (nel sito Vaticano appaiono solo in spagnolo). Nei due discorsi il Papa considera leciti sia l’interruzione della terapia artificiale in caso di coma irreversibile, sia il ricorso a analgesici che sollevino dal dolore pur accorciando la vita. La definizione della morte, per Pio XII, non appartiene a Dio o alla natura: «Spetta al medico e all’anestesista dare una definizione chiara e precisa della “morte” e del “momento della morte” di un paziente in stato di incoscienza» (24-11-57). L’obiezione di Jonas alla morte cerebrale resta tuttavia intatta, da meditare sempre. È vero ad esempio che i requisiti che consentono di certificare la morte sono severi, in Italia («La nostra legge è molto più attenta al donatore che all’attività di trapianto. I requisiti \ sono ad abundantiam», scrive Remuzzi sul Sole-24 Ore del 6 settembre). Ma altrove le pratiche sono più disinvolte. Il rischio, scrive Jonas, è che il trapianto diventi soverchiante, e la trasformazione del paziente in cadavere venga sempre più anticipata. Memore dell’uso che il nazismo fece della scienza, Jonas mette in guardia contro questo sperimentare attorno al corpo umano sulla soglia della morte, in nome di entità astratte come la razza, la società, o anche l’umanità. Il rapporto di Harvard creava pericolosi equivoci, minacciando il rapporto di fiducia tra malato e medico: «Il paziente deve esser totalmente sicuro che il medico non sarà il suo boia, e che nessuna definizione della morte gli darà il potere di divenirlo. \ Nessuno ha il diritto al corpo d’un altro». Il diritto a morire è essenziale in Jonas, e fonda la sua obiezione al rapporto Harvard. La tecnica che simula vita è il suo avversario, e non la convinzione che la persona resti integra con elettroencefalogramma piatto («Non è umanamente giusto prolungare artificialmente la vita di un uomo privato di cervello» - Il paziente immobile o comatoso «non ha meno diritti di chi sceglie di morire rifiutando la dialisi»). Il pericolo non è lo stacco del tubo ma il riattacco del tubo, che simulando vita facilita trapianti. Tracciare confini evidenti tra vita e morte è difficilissimo, aggiunge, e di una cosa è persuaso: l’arresto cerebrale è l’anticamera della morte - è uno «stadio intermedio», una «soglia» - e non la morte (tra la morte del tronco del cervello e l’arresto del cuore passano 48-72 ore, scrive Remuzzi, e tuttavia per il certificato di morte e il trapianto le ore requisite sono 6 per l’adulto e 12 per i bambini, in Italia). Il dubbio di Jonas si riassume così: «In realtà, abbiamo tutti i vantaggi del donatore vivo senza gli svantaggi, che nascono dai diritti e dagli interessi del donatore stesso, che non ha più diritti essendo un cadavere». Giungiamo così a quella che per Jonas è l’urgenza vera: una ridefinizione della medicina, più che della morte. Il medico deve seguire il comandamento fondatore (primo, non nuocere) ma imparare ad accordare tale comandamento con l’etica. In presenza di atroce dolore non potrà non somministrare medicine che alleviano il dolore, pur accorciando o interrompendo la vita. In ogni momento, si guarderà dal mutare l’uomo in cosa, in mezzo. Lo si tramuta in cosa in ambedue i casi: se non si rispetta il suo diritto a morire, e se gli si antepongono interessi della Società. La morte appartiene all’uomo, non all’umanità.


Top

Indice Comunicati

Home Page