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Il crac della Lehman

La Stampa – 15.9.08

 

Italiani, popolo dell'odio? – Flavia Amabile

Facciamo così. Oggi metto insieme tre episodi. Abbastanza diversi tra loro a giudicare dalle apparenze. Molto ma molto simili se invece si va oltre la superficie dei fatti. Partiamo dalla vicenda Alitalia. Ieri è stata l'ultima notte per la compagnia di bandiera italiana, per due giorni ho dedicato i miei post alla difficile trattativa in corso con il ministero del Welfare. Su trecento e oltre commenti quattro su cinque ripetevano ossessivamente che era ora, che in questo modo piloti e assistenti di volo non avrebbero più avuto la loro vita dorata tra hotel a 5 stelle e benefits di ogni tipo. A Milano, nel frattempo, tre giovani di colore rubavano dei dolci da pochi euro. I proprietari li hanno inseguiti, poi si è passati agli insulti. «Ladri, negri di merda», urlavano gli inseguitori. Poi si è arrivati alla colluttazione e sprangate al corpo e al capo di uno dei giovani. È morto così Abdul Salam Guibre, 19 anni, con cittadinanza italiana ma originario del Burkina Faso. Come già in passato, davanti a simili vicende, il mondo politico si è diviso in due schieramenti. Da un lato l'opposizione che parla di razzismo. Dall'altro il centrodestra che preferisce non generalizzare. Secondo Vittorio Agnoletto, eurodeputato Prc/Sinistra Europea, questo omicidio «è frutto del clima di odio e di razzismo voluto dal governo di centro destra e alimentato in questa città in modo particolare da esponenti della stessa maggioranza». Il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, chiede invece che non si speculi sulla vicenda: «Milano non è città che opera discriminazioni razziali. Lo dimostrano i 176 mila residenti stranieri integrati nella vita della città ovvero il 13% della popolazione. Con questi numeri - afferma De Corato - evocare il razzismo è semplicemente ridicolo». E poi ho letto il blog Black Cat dove si denuncia una storia davvero inquietante. Eccola.
Mi chiamo Barbara e sono la mamma orgogliosa di un bambino autistico di quattro anni. Nel Vostro sito, leggo della Vostra missione e soprattutto del Vostro impegno nel sociale. “La nostra capacità di integrarci con il territorio in cui siamo presenti, di comunicare con le istituzioni locali e di sostenere progetti sociali e associazioni umanitarie si riscontra attraverso azioni concrete: • Finanziamento della ricerca contro alcune malattie del XXI secolo • Sostegno alla giornata nazionale indetta dal Banco Alimentare per la raccolta di generi alimentari • Sostegno di iniziative umanitarie di vario tipo” Lasciatemi dire che oggi nel punto vendita di Assago avete sfiorato la discriminazione punibile per legge. Era previsto un evento che mio figlio aspettava con ansia: il tour delle auto a grandezza reale del film Cars. Vestito di tutto punto con la sua maglietta di Cars, comprata DA VOI, oggi l’ho portato, emozionatissimo, ad Assago. Vista la posizione di Saetta, ci siamo avvicinati per fare una foto. Click, click, click, bimbo sorridente a lato della macchina. Avevate previsto un fotografo, sui sessant’anni, sembrava un rassicurante nonno con una digitale da 2000 euro, collegata a un pc dove un quarantacinquenne calvo digitalizzava un volantino carinissimo con le foto dei bimbi di fronte a Saetta, stampate all’interno della griglia di un finto giornale d’auto. Una copertina, insomma, che i bimbi chiedevano a gran voce e avrebbero poi incorniciato in una delle costose cornici in vendita nel Vostro reparto bricolage. Chiaramente, il mio biondino, che purtroppo per la sua malattia non parla (ancora), mi ha fatto capire a gesti che gli sarebbe piaciuto. Per quale ragione non farlo? Semplice, lo avrei capito dopo poco. Attendo il turno di mio figlio, con estrema pazienza, e senza disturbare nessuno. Ci saranno stati una ventina di bambini, non di più. Non cento, una ventina. Arriva il turno del mio piccolo, e non appena varca la transenna, resta il tempo di ben DUE SECONDI girato verso il suo idolo a grandezza naturale, invece di fissare l’obiettivo del fotografo. Mi abbasso, senza dar fastidio alcuno, scivolo sotto la corda e da davanti, chiedo a mio figlio di girarsi. Il fotografo comincia ad urlare “Muoviti! Non siamo mica tutti qui ad aspettare te” Mio figlio si gira, ma non abbastanza secondo il “professionista”. Gli chiedo “Per favore, anche se non è proprio dritto, gli faccia lo stesso la foto…” “Ma io non ho mica tempo da perdere sa? Lo porti via! Vattene! Avanti un altro, vattene!” Un bambino a lato urla “Oh, mi sa che quello è scemo” e il vostro Omino del Computer, ridendo “Eh, si! Vattene biondino, non puoi star qui a vita!” Mio figlio, che non è SCEMO, non parla ma capisce tutto, sentendosi urlare dal fotografo, da quello che digitalizzava le immagini e dalla claque che questi due individui hanno sollevato ed aizzato, si mette a piangere, deriso ancora dal fotografo che lo fa scendere dal piedistallo di fortuna che avete improvvisato davanti alla macchina, facendolo pure inciampare. A nulla valgono le imbarazzate scuse della guardia giurata,che poco prima aveva tranquillamente familiarizzato con mio figlio. L’umiliazione che è stata data dai Vostri incaricati, che avrebbero dovuto lavorare con i bambini, a un piccolo di quattro anni che ha la sfortuna di avere una sindrome che poco gli fa avere contatto visivo con il resto del mondo e non lo fa parlare, è stata una cosa lacerante. In lacrime, con il torace scosso dai singhiozzi, umiliato, deriso, leso nella propria dignità di bambino non neurotipico. Una signorina, con la Vostra tshirt, mi si è avvicinata per chiedermi cosa fosse successo. Alla mia spiegazione, dopo averle detto che il piccolo aveva una sindrome autistica, mi ha detto “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente“. Son stata talmente male da non riuscire a reagire, ho dovuto uscire all’aria aperta, con il bambino piangente, per prendere fiato dopo tanta umiliazione. Ho pianto. Dal dolore. Questo è l’articolo 2 comma 4 della legge 67 del 1 Marzo 2006, a tutela dei soggetti portatori di handicap: -Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti. Vorrei sapere come intendete agire, se con una scrollata di spalle come i Vostri dipendenti, di fronte a un trauma che avete fatto subire ad un bambino che già dalla vita è messo ogni giorno a dura prova. Manderò questa mail in copia alla segreteria dell’onorevole Carfagna, e alla redazione di Striscia la Notizia, oltre a pubblicarla sul mio sito personale. Tacere non ha senso, e ancora minor senso hanno le umiliazione che io e mio figlio abbiamo subito oggi. Firma.

E allora mi chiedo: dov'è finita l'Italia che accoglieva e capiva? Dove è finita l'Italia cattolica che ha una parola buona per tutti?

 

Alitalia, intesa su accordo quadro

ROMA - Salgono a 12.500 gli assunti nella nuova Alitalia, mille in più rispetto a quelli previsti nella prima proposta della Cai. È quanto si legge nell’accordo quadro condiviso ieri sera da governo, Cai e organizzazioni confederali. Questi 1.500 lavoratori saranno così distribuiti: 1.550 piloti, 3.300 assistenti di volo, 7.650 operai, impiegati, quadri e dirigenti. «Cai - si legge nell’accordo quadro, - ai fini della realizzazione del piano industriale, organizzerà in una nuova società secondo forme organizzative originali i cespiti aziendali materiali e i materiali acquisiti da società in amministrazione straordinaria e dalla società Air One con l’assunzione di 2.500 connesse risorse umane». Il piano, si legge ancora nell’accordo quadro, prevede la concentrazione delle attività della nuova società sul trasporto passeggeri, includendo le attività di volo, terra, manutenzione di linea e leggera, quelle di ground handling nonché le strutture centrali di servizio (amministrativo, informatico ecc). Com’era stato già annunciato, per le attività full cargo e di manutenzione pesante societarizzate è prevista una partecipazione minoritaria di Cai. Infine, sulla base del piano industriale i soci di Cai si impegnano a conservare le proprie partecipazioni nella società per cinque anni, e nel caso di quotazioni in borsa (non prevedibile prima di tre anni), si impegnano a mantenere la maggioranza assoluta del capitale ad azionisti italiani. Qualunque documento prodotto senza l’avallo dei piloti, degli assistenti di volo e del personale di terra è carta straccia. È quanto sottolineano i sindacati di Anpac, Up, Avia, Anpav e Sdl al termine di una lunga giornata di attesa, contrassegnata da forti proteste davanti alla sede del ministero di via Fornovo. I sindacati «hanno respinto e resa inefficace la scellerata messa in scena del sindacato confederale e del ministero del Lavoro tesa a produrre un documento precostituito». «Qualsiasi documento prodotto senza la diretta partecipazione dei sindacati rappresentativo di tutte le categorie verrà considerato inutile e provocatorio», affermano le cinque sigle. Sacconi è invece soddisfatto dell’intesa raggiunta dopo ore di confronto, con i segretari generali della Cgil Guglielmo Epifani, della Cisl Raffaele Bonanni, della Uil Luigi Angeletti, e dell’Ugl Renata Polverini, e con i vertici della Cai, la società creata dalla cordata di imprenditori italiani nell’ambito del piano di salvataggio per Alitalia. L’intesa, dice il ministro del Lavoro, è «una solida base di partenza per il futuro della compagnia di bandiera». Ed anche il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, è soddisfatto di «una giornata sicuramente faticosa in cui - dice - abbiamo raggiunto qualche risultato». Il confronto è durato per ore ed ore nella sede del ministero del Lavoro. Ed è andato avanti anche nella notte mentre le altre sigle sindacali attendevano, presso una sede secondaria del ministero, l’inizio della trattativa formale con tutte le organizzazioni sindacali, convocata prima alle 18 di ieri sera, poi alle 19, poi slittata ancora alle 22. E mai avviata. Il confronto proseguirà oggi alle 11, con un nuovo incontro con Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Alle altre sigle è stata preannunciata una convocazione per un incontro che, probabilmente, si terrà nel primo pomeriggio. Il piano prevede una capitalizzazione iniziale di un miliardo e l’obiettivo di raggiungere il break even operativo in due anni. L’accordo conferma poi l’impiego alla stabilità dell’azionariato per 5 anni, o al mantenimento del controllo in caso di quotazione in Borsa, comunque non prima di tre anni. E l’obiettivo di un accordo con un partner internazionale che entri con una quota di minoranza. Per il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, è stato fatto un primo passo ed ora «senza ultimatum si continuerà a lavorare fino a quando - dice - riusciremo a trovare un accordo».

 

E ora chi paga? – Flavia Amabile

Già, e ora chi paga? Perché, se centinaia di passeggeri sono rimasti a terra, qualcuno dovrà pur risarcire loro i danni. L'Aduc (associazione per i diritti degli utenti e consumatori) ha chiesto al ministro dell'Interno, Roberto Maroni, di intervenire. E Donatella Poretti dei radicali, insieme con il senatore Marco Perduca, ha rivolto al ministro Maroni un'interrogazione per sapere se intenda adottare opportuni provvedimenti per far luce sull'interruzione di pubblico servizio verificatasi a Fiumicino l'11 settembre 2008, perche' chi ha ricevuto danni possa poi valersene. E' chiaro che in una situazione del genere, voli cancellati all'improvviso potrebbero essercene altri in futuro e allora che cosa può aspettarsi chi ha un biglietto Alitalia in mano? C'è un precedente e risale al 2006. In Italia era la prima volta che accadeva: un giudice di pace ha dato ragione a tre medici professionisti calabresi rimasti bloccati nel periodo natalizio del 2005 all’aeroporto di Chicago per 36 ore. I tre si sono infatti rivolti ad un giudice che ha riconosciuto loro un vero e proprio danno morale per l’attesa ingiustificata che hanno dovuto patire all’aeroporto, ma anche per le afflizioni, le sofferenze e i dolori fisici provati in quelle lunghissime e interminabili 36 ore. I tre medici dovevano fare rientro in Italia, dopo aver partecipato ad un congresso internazionale di medicina. Ma il volo di ritorno dell’Alitalia prima appariva in ritardo, poi addirittura soppresso. La comunicazione dei motivi della cancellazione del volo è stata data loro solamente dopo 7 ore. Richiamati poi in aeroporto durante la notte per prendere l'aereo, i tre hanno fatto un’amara scoperta: l’aeroporto era completamente deserto. Hanno dovuto aspettare fino alle 8 del mattino per vedere un volto umano e, finalmente, salire su aereo diretto in Italia. Il giudice di Pace ha accolto le richieste dei tre medici perchè l’Alitalia “non ha fornito, in definitiva, alcuna prova di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, né ha indicato l’adozione di ogni misura idonea a garantire la puntuale esecuzione del trasporto”. E così la compagnia di bandiera italiana ha dovuto sborsare 1.000 euro a testa di risarcimento danni più i 500 euro delle spese sostenute dai medici. Se questo è l'unico precedente, e se le condizioni economiche della compagnia sono quelle che sono, mi sa che c'è poco da essere ottimisti sulle possibilità di rimborso. Un comandante Alitalia ci ha scritto una lettera: ve la propongo dopo quella dell'assistente di volo di ieri per aggiungere altri elementi al dibattito.

Bruxelles, Novembre 2001.

Durante la pianificazione del volo in un ufficio antistante i moli d’attracco degli aeroplani, assisto all’arrivo di un quadrimotore della Sabena, accompagnato da un inusuale movimento di personale con le divise più varie. Dopo un rapida occhiata ed una richiesta d’informazione al personale di terra, io e il primo ufficiale capiamo che stiamo assistendo all’arrivo dell’ultimo volo della compagnia belga, prima del fallimento. Una volta sbarcati i passeggeri, poco alla volta, in un silenzio irreale e quasi in punta di piedi, accompagnati dalle telecamere e dalle forze dell’ordine, circa cinquecento persone tra piloti, assistenti di volo, tecnici, facchini ed impiegati si dirigono verso l’aeroplano e tenendosi per mano lo circondano fino a chiudere il cerchio. La scena dura circa un quarto d’ora, tra abbracci e scene di pianto; in Belgio quel fallimento è stato traumatico sia per l’orgoglio nazionale che per tutti i dipendenti di quella compagnia, la stragrande maggioranza dei quali non ha più trovato spazio nella nuova compagnia nata da li a poco. Il comandante di quel volo, una moglie e quattro figli a carico, si suicidò un anno dopo. Durante quella scena surreale, mi ricordo d’essermi chiesto come mi sarei sentito se fosse capitato anche a me; ora lo so. Esattamente come noi, quei colleghi non avevano alcuna colpa nello sfascio della loro azienda, a meno di voler credere alla verità per allocchi spacciata dall’“informazione” e dalla politica italiota. Non auguro a nessuno, nemmeno a chi con tanta acredine si permette di sproloquiare di cose che non conosce, di dover un giorno trovarsi nella situazione in cui migliaia di lavoratori si trovano ora. Non auguro a nessuno di perdere il lavoro e di sopportare, oltre al danno, la beffa di leggere che molti, con indubbio stile ed eleganza, auspicano una “piazza pulita” di piloti e di assistenti di volo. Tuttavia, nel caso tale sventura dovesse capitare a qualche odierno inquisitore, spero almeno si ricordi, esattamente come io mi ricordo di quel Novembre a Bruxelles, di questa lettera e provi timidamente a vergognarsi.

Comandante Andrea Bomben

 

La Gelmini vuole il liceo breve – Raffaello Masci

ROMA - E’ in arrivo il «liceo breve», cioè una scuola superiore di quattro anni anziché di cinque, da concludersi a 18 anni di età e non più a 19. Come accade negli altri paesi europei. E’ un’ipotesi di cui si parla dal ‘96, tempi del ministro Luigi Berlinguer, e che i sindacati della scuola troveranno nel «Piano di razionalizzazione» che il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, presenterà loro venerdì prossimo. Il documento - anticipato ieri dalla newsletter di Tuttoscuola.com e confermato da fonti ministeriali - contiene una ricca agenda di temi: dal ritorno dell’iscrizione anticipata alla scuola d’infanzia fino alla riduzione delle ore di lezione nei professionali, dalla riforma delle classi di concorso per gli insegnanti fino alla riduzione degli indirizzi scolastici. Per il «liceo breve», attualmente in fase di studio, il governo potrebbe approntare un apposito disegno di legge, mentre per le altre misure basteranno provvedimenti amministrativi. Scuola d’infanzia. L’iscrizione, invece che a tre anni, potrà essere anticipata a due. Lo aveva già previsto la Moratti ma la finanziaria Prodi del 2007 aveva sospeso questa possibilità che ora verrà ripristinata. Affinché però la proposta non vada a impattare contro la mancanza di posti negli asili, restano in vita anche le «classi primavera» gestite dalle regioni, sempre per i bambini di due e tre anni. Maestro. La Gelmini confermerà il ritorno del maestro unico nelle scuole che faranno l’orario base di 24 ore settimanali, ma gli insegnanti saranno di più per il tempo pieno, sia pur con una figura di riferimento detta «maestro prevalente». Con questo nome si intendono quelle scuole in cui un unico preside governa l’interno percorso dalle materne fino alle medie. L’idea è quella di estendere il più possibile questo modello in quanto comporta, oltre a una continuità didattica, anche un serio risparmio di presidi e personale non docente. Senza dire che l’accorpamento in istituti comprensivi consentirà di mettere ordine nella quantità di scuole e scuolette. Infatti, elementari e medie, dato che si rivolgono allo stesso pubblico, dovrebbero essere di pari numero, invece le prime sono più del doppio delle seconde, con 10 mila sedi che hanno meno di 50 alunni e 3.400 pluriclassi (cioè con bambini che frequentano classi differenti). L'ipotesi ministeriale è quella di una revisione della rete scolastica che permetta di lasciare in attività le piccole scuole solo se servono effettivamente aree svantaggiate (piccole isole o aree montane), accorpando invece le altre. Questo comporterebbe, secondo un primo calcolo, la riduzione di 4.200 sedi scolastiche, con un risparmio a regime molto rilevante, considerando che ogni piccola scuola costa tra i 150 e i 180 mila euro l’anno. Gli orari. Negli istituti tecnici e professionali l’orario delle lezione dovrebbe passare da 36 a 32 ore settimanali, come già suggerito dalla commissione ministeriale nominata appositamente dall’ex ministro Beppe Fioroni. Bisognerà decidere, poi, se la riforma Moratti, che per le superiori partirà da settembre 2009, potrà essere applicata da subito anche agli istituti professionali, dato che su questi ultimi c’è una giurisdizione mista di ministero e regioni. Meno indirizzi. Alla domanda «che cosa vuoi studiare dopo la terza media?» un ragazzo oggi può rispondere in 912 modi diversi. Un elenco troppo lungo, pletorico e spesso pieno di doppioni (esempio: istituto tecnico commerciale e istituto professionale per il commercio) che confondono l’utenza senza apportare valore aggiunto. Il ministero vuole razionalizzare. Anche questa materia dovrà essere discussa con le regioni. L’ipotesi Moratti dei «poli tecnologici» in cui far confluire tecnici e professionali potrebbe essere ripescata. Caos per le materie. La questione è molto tecnica, ma dice tutto sulla farraginosità della scuola. Ogni docente insegna la propria disciplina, ovviamente, ma con specificazioni e accorpamenti diversi a seconda del tipo di scuola. Esempio: un docente di lettere può insegnare italiano e latino, italiano e storia, latino e greco, italiano e greco, italiano storia e geografia, eccetera. Ciascuna di queste classificazioni costituisce una «classe di concorso»: un professore, cioè, fa un concorso per insegnare uno di questi gruppi di discipline e non un altro. Il risultato è un disastro, perché le «classi di concorso» sono diventate ormai 622 e la gestione del personale scolastico privata della pur minima flessibilità. La materia verrà riformata.

 

Voti del Sud – Luca Ricolfi

Oggi la macchina della scuola riprende a girare in quasi tutta Italia. Ma quest’anno, all’inizio dell’anno scolastico, il sentimento dominante sembra essere l’apprensione: gli insegnanti temono di perdere il posto (o di non trovarlo), i genitori di non poter lasciare i figli a scuola anche il pomeriggio, i figli di dover sgobbare di più per essere promossi. A differenza che in passato, infatti, sembra che il governo voglia fare sul serio: gli studenti se ne sono già accorti con i nuovi esami di riparazione, insegnanti e famiglie hanno capito che i tagli di organico e di orario ci saranno davvero. Nel frattempo l’ultimo rapporto Ocse sull’istruzione, pubblicato pochi giorni fa, ci ricorda per l’ennesima volta qual è il problema fondamentale dell’Italia: la bassissima qualità delle scuole del Mezzogiorno. Senza il Sud, l’Italia non è affatto indietro rispetto agli altri Paesi sviluppati, e anzi in alcune zone, in particolare nel Nord-Est, tocca livelli di eccellenza. Perché il Sud non ce la fa? Alla Gelmini, forse in un attimo di sincerità, è sfuggita la risposta politicamente scorretta: perché gli insegnanti meridionali sono meno preparati (da cui l’idea, immediatamente rimangiata, di corsi di aggiornamento e riqualificazione riservati ai docenti del Sud). A questa diagnosi la maggior parte dei commentatori di sinistra ha opposto la consueta spiegazione pseudo-sociologica: è il «contesto complessivo» del Mezzogiorno, fatto di povertà, degrado, sottosviluppo, che spiega l’insuccesso degli studenti meridionali nei test oggettivi somministrati da vari organismi nazionali e internazionali (Invalsi, Pisa, Pirls, Timss). Chi ha ragione? Probabilmente entrambi e nessuno. Che gli insegnanti delle scuole meridionali possano essere meno preparati di quelli delle scuole del Centro-Nord è quasi un’ovvietà. Se l’output della scuola (qualità dei diplomati) è peggiore al Sud, non si vede come potrebbero non risentirne quegli studenti meridionali che proseguono gli studi e diventano insegnanti restando nel Mezzogiorno. Altrettanto logica è la spiegazione «di sinistra»: a parità di altre condizioni, essere figli di un disoccupato e studiare in una scuola fatiscente (circostanze entrambe più frequenti al Sud) non può che ostacolare l’apprendimento. E tuttavia entrambe queste diagnosi, pur segnalando meccanismi reali, non fanno i conti con alcuni dati di fondo. Innanzitutto non è vero che la scuola italiana sia messa così male a tutti i livelli. Nei primi anni della scuola elementare gli studenti italiani ottengono risultati eccellenti, ampiamente al di sopra di quelli della maggior parte dei Paesi sviluppati, inclusi Francia, Germania, Spagna, Svezia. È dopo, a partire dalla scuola media inferiore, che si assiste al crollo della scuola. Ma la cosa più interessante è che, nella maggior parte delle rilevazioni e per la maggior parte delle materie, i risultati degli scolari meridionali nelle elementari sono addirittura superiori a quelli degli studenti del Centro-Nord, in barba al sottosviluppo, al degrado delle scuole, alla presunta cattiva qualità degli insegnanti. Anche qui è dopo, ossia a partire dalla scuola media, che il divario diventa favorevole al Nord e aumenta con il passare degli anni di scuola. Nella scuola secondaria superiore le differenze fra studenti del Nord e del Sud diventano enormi, ma contrariamente a quel che si potrebbe pensare non spariscono affatto se si considerano famiglie con il medesimo tenore di vita e il medesimo livello di istruzione: anche a parità di condizione sociale, gli studenti del Nord vanno sempre molto meglio dei loro coetanei del Sud. Ecco perché dicevo che sia la spiegazione basata sulla qualità degli insegnanti, sia quella basata sul sottosviluppo, pur essendo entrambe ragionevoli, non sono sufficienti. Se all’inizio la scuola del Sud sembra funzionare addirittura meglio di quella del Nord (nonostante i suoi insegnanti e il suo «degrado») e solo poi - a partire dalla media inferiore - il divario cambia di segno e si mantiene in tutti i ceti sociali, probabilmente dobbiamo rivolgere la nostra attenzione altrove. Ma dove? Secondo me precisamente nel punto che ha suggerito al ministro Gelmini di dare l’esame da avvocato al Sud piuttosto che al Nord. Per spiegare perché i ragazzi del Sud, con il procedere degli studi, vengono staccati sempre di più da quelli del Nord basta supporre che gli insegnanti del Sud usino una scala di valutazione diversa, e più benevola, di quelli del Nord: mediamente un compito che al Sud vale 9 al Nord vale 7, un compito che al Nord vale 4 al Sud può valere tranquillamente 6. Poiché la sufficienza è 6 in tutte le scuole della Repubblica, questa semplice «staratura» dello strumento di misurazione, che inflaziona i voti scolastici di una parte del Paese, basta a spiegare perché al Sud la qualità media degli studenti sia sempre più bassa a mano a mano che si procede negli studi. Anche se gli insegnanti che lavorano nel Mezzogiorno fossero preparati esattamente come quelli del Nord, il risultato sarebbe analogo: concedendo il 6 molto più facilmente che al Nord, gli insegnanti del Sud innescano un meccanismo automatico di amplificazione dei divari, che i test oggettivi puntualmente registrano e che solo apparentemente favorisce gli studenti del Sud (con voti scolastici inflazionati è più facile essere promossi oggi, ma sarà più difficile trovare un lavoro soddisfacente domani). Se la doppia scala di valutazione è il problema dei problemi, non si può non vedere con favore la svolta rigorista del ministro, nonostante la giustezza di molte obiezioni che le vengono rivolte, prima fra tutte l’assenza (per ora) di un compiuto progetto culturale di riforma dell’istruzione. Per portare fino in fondo quella svolta, tuttavia, il ministro Gelmini dovrebbe avere il coraggio che è mancato ai suoi predecessori di sinistra e di destra: rendere pubblici i risultati dei test Invalsi (punteggi medi in italiano, matematica e scienze) a livello di singolo istituto scolastico anziché solo a livello provinciale. Negli anni scolastici 2004-’5 e 2005-’6 l’ex ministro Moratti fece eseguire i test nella totalità delle scuole elementari e medie e in buona parte delle scuole superiori, ma non ebbe mai il coraggio di renderli pubblici a livello di singola scuola. Il suo successore, il ministro Fioroni, non solo rinunciò anch’egli a pubblicarli, ma soppresse le rilevazioni a tappeto (in tutte le scuole) a favore di un’indagine a campione (in alcune scuole estratte a caso), del tutto inefficace per dare agli insegnanti e alle famiglie dei segnali utili. Eppure è proprio di questo che avremmo bisogno. Non per valutare i singoli insegnanti attraverso i risultati dei loro allievi (cosa assurda, perché i risultati dei ragazzi dipendono anche dall’ambiente sociale… e dai ragazzi stessi!), ma per dare a famiglie e insegnanti il polso della situazione: se so che in un liceo scientifico il punteggio medio di matematica ai test nazionali è 85 e in un altro è 70, non saprò forse mai di chi è il merito ma almeno saprò che nella prima scuola i ragazzi vengono portati a un livello più alto. Se sono il preside o un insegnante di matematica del liceo più debole, quell’informazione mi servirà da pungolo, se sono un genitore mi aiuterà a scegliere la scuola per mio figlio. Perciò, caro ministro, smettiamola di tenere nel cassetto i risultati degli ultimi test a tappeto, quelli dell’anno scolastico 2005-2006, e reintroduciamoli nell’anno che sta iniziando. Gliene saremo grati tutti, e avremo la certezza che qualcosa di importante stia cambiando davvero.

 

L'Expo che fa gola alla spa del crimine - GUIDO RUOTOLO

MILANO - Già si muovono, cercano contatti, annusano il terreno, mandano avanti i loro «emissari». L’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela scappare. In gioco ci sono appalti e lavori. Stiamo parlando di «Expo Milano 2015» e dei diversi miliardi di euro che si spenderanno per realizzare l’evento. La ‘ndrangheta ha fiutato l’affare e si sta muovendo. I suoi «sherpa» hanno già agganciato politici locali e imprenditori. E’ inquietante lo scenario che inizia ad emergere dalle prime indagini della Procura di Varese, e che gli uomini della polizia giudiziaria stanno documentando e approfondendo con le intercettazioni telefoniche e ambientali, i pedinamenti, le foto e i filmati. Chi manovra le fila dei contatti con politica e impresa è Giovanni Cinque, un rappresentante della potente cosca degli Arena di Isola di Capo Rizzuto (Crotone). E’ lui il personaggio che all’inizio dell’anno viene messo sotto osservazione per un traffico di stupefacenti nella provincia di Varese. Sua spalla, un altro pregiudicato legato alle ‘ndrine calabresi, Francesco Franconeri, precedenti per una sfilza di reati, dalla bancarotta fraudolenta alla ricettazione. Le indagini però hanno sviluppi imprevisti. Giovanni Cinque ha frequentazioni anche politiche. Nulla a che vedere con il traffico di cocaina, però il rappresentante dei calabresi ha relazioni con esponenti politici locali. Come con il candidato al Consiglio provinciale di Varese Massimiliano Carioni di Forza Italia, e poi con il consigliere comunale di Milano, Vincenzo Giudice, eletto nella lista «Forza Italia Moratti Sindaco», presidente del Consiglio di amministrazione di «Zero Impatto Non Carbonio - Zincar srl», società a capitale misto pubblico e privato. Per arrivare ad arraffare anche una sola fetta della torta c’è bisogno anche del grimaldello delle imprese. Chissà se Carioni o Giudice hanno capito quale stinco di santo è Giovanni Cinque. Chissà se lo hanno capito il presidente del Cda dell’Aler (Aziende Lombarde di Edilizia Residenziale) di Varese, Paolo Galli, o l’imprenditore campano Francesco Salvatore. Dunque, i politici. Come Massimilano Carioni, assessore azzurro al territorio, alla viabilità e al commercio a Somma Lombardo. Ha 34 anni e alla vigilia delle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, che non solo sono politiche nazionali ma anche locali, è candidato alle Provinciali, in un collegio (Somma Lombardo, Vizzola e Ferno) per nulla «sicuro». Si dà da fare, batte il tasto del salvataggio di Alitalia, pensando forse a Malpensa, e annuncia di aver trovato «soci» per salvare la compagnia aerea nazionale: imprenditori locali, naturalmente, che danno lustro alle attività alberghiere e a quelle legate ai servizi aeroportuali. Ci prova, insomma, a vincere e, forse grazie anche all’onda lunga berlusconiana e leghista, ottiene una valanga di voti. Quattromila. Grazie anche a Giovanni Cinque, rappresentante di quei calabresi immigrati a Somma Lombardo che sono pur sempre elettori. Anche Cinque, dopo il successo, festeggerà l’elezione. di Massimiliano Carioni. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha intanto vinto la sua battaglia. Per «Expo 2015» è fatta. Se ne parla negli incontri nei bar, nei locali pubblici. Giovanni Cinque intrattiene Paolo Galli, presidente del Cda dell’Aler (edilizia residenziale) e Francesco Salvatore, imprenditore edile e nel campo dell’informatica, sulle opportunità che si aprono con l’evento che si realizzerà. Incontri che si moltiplicano, che allargano la platea dei partecipanti. Partecipa pure Vincenzo Giudice, consigliere comunale milanese. Un passato al Pio Albergo Trivulzio, Giudice è stato eletto nel Consiglio comunale milanese nella lista «Forza Italia Moratti Sindaco», ed è presidente del Consiglio di amministrazione della società mista, pubblica (comune di Milano) e privata «Zero Impatto Non Carbonio-Zincar srl». Discussioni e ancora discussioni. Probabilmente nel rispetto della legalità, finora. Resta il fatto che questi contatti meritano ancora approfondimenti. E l’inchiesta da Varese sta per passare alla Procura distrettuale antimafia di Milano.

 

Superclass, l'élite padrona del mondo - GLAUCO MAGGI

Una loro sede fissa è Davos, in Svizzera, diventata ormai un evento mediatico globale delle élite internazionali: invasa dai giornalisti, è una passerella senza segreti che ospita ogni anno un’avanguardia di membri (rotanti) della «superclass». L’élite dell’élite, però, ama ritrovarsi nei più esclusivi meeting annuali itineranti della Trilateral Commission, o nel Bilderberg Group, dal nome dell’Hotel de Bilderberg, in Olanda, dove si tenne la prima riunione di auto-eletti nel 1954. Da allora il Bilderberg funziona solo ad inviti, e non ammette reporter che raccontano, semmai solo qualche super-giornalista che ha superato l’esame d’ammissione al club: per esempio il neo-conservatore William Kristol e il liberal Thomas L. Friedman, entrambi commentatori del New York Times. La individuazione di una «superclass» che si è installata in cima al mondo è il parto di un ex sottosegretario di Bill Clinton per le politiche commerciali internazionali, David Rothkopf. Il suo libro-Manifesto, titolato appunto «Superclass», è stato appena tradotto anche in Italia da Mondadori. Il termine ammicca alla teoria marxista delle classi, ma in una rivisitazione che punta al riscatto dei diseredati, ai poveri del mondo che non avevano posto nel verbo marxiano dell’Ottocento, concentrato sull’Europa industrializzata: più in basso del Lumpenproletariat, ladri e prostitute assimilati ai capitalisti nel reprimere gli operai, Mark ed Engels non avevano potuto andare. Rothkopf sì: così, i reietti del globo che emergono dalle analisi della Banca Mondiale, cioè i tre miliardi di esseri umani che vivono con meno di 2,50 dollari al giorno (dati 2005) diventano la cattiva coscienza della superclasse internazionale. Che è cosmopolita e poliglotta ma più omogenea, nelle forme, di quanto le tensioni geopolitiche, e le differenze di razze e di tassi di sviluppo, potrebbero fa credere. Secondo dati non di Rothkopf ma della ricerca sui milionari 2007 della Merrill Lynch-CapGemini, il vento della ricchezza finanziaria spira più da Est che da Ovest: gli Usa perdono quote di mercato tra i nuovi Paperoni (gente che ha investimenti in titoli per oltre un milione di dollari), mentre quelli dei Paesi emergenti sono cresciuti ad un tasso 5 volte più alto degli americani. L’anno scorso, i neo-ricconi sono balzati del 19% in Brasile, Russia, India e Cina, contro un aumento di solo il 3,7% negli Usa, che hanno visto ridursi in un anno la percentuale dal 31% al 29%, a vantaggio delle quattro nazioni neo-sviluppate salite dal 6% all’8%. Gli europei hanno ora il 31% di milionari, ma ne vantavano il 36% quattro anni fa. Se una superclass globale esiste, è insomma ormai soggetta alla mobilità e alle scalate sociali che da sempre connotano il capitalismo, ora declinato pure in mandarino e in cirillico. Le materie prime hanno dato l’avvio alle nuove accumulazioni, ma adesso sta alle economie emerse saper accomodare le proprie classi dirigenti alla tavola imbandita del lusso. Termometri sensibili della affluenza del 2000 sono i megayacht e gli aerei privati. Burgess, azienda di brokeraggio di yacht, visto il trend attuale di ordini da Russia e India conta di fare entro cinque anni la metà dei suoi affari nei Paesi emergenti. E per la prima volta nei suoi 49 anni di storia la Gulfstream, nel 2007, ha avuto più ordini dall’estero per i suoi jet privati che non dall’America, dove pure sono cresciuti del 30%. Inevitabilmente, la nuova superclass sconta cadute di stile, tipiche dei nuovi ricchi: «Non sono abituati ad aspettare», racconta Robert Baugniet, portavoce della Gulfstream. «Quando si sentono dire che il G550 che vogliono comprare gli arriverà nel primo trimestre del 2013, richiudono stizziti la valigetta piena di dollari e non capiscono perché devono aspettare tanto». In una imbarazzante promiscuità con la classe vecchio stampo delle élite navigate, la superclass globalizzata ha fame di simboli e fretta di mostrarli. Basta guardare chi compra ora i club inglesi di calcio, un tempo status symbol domestici ed ora giocattoli per sceicchi e neo-capitalisti putiniani gonfi di petrodollari. Oppure scorrere l’elenco, zeppo di russi, sudamericani e asiatici, di chi ha preso casa nelle due Torri della Cnn o nell’ex Plaza Hotel, supercondomini con vista su Central Park, o nel residence di Soho costruito da Donald Trump. Ma superricchi e superpotenti sono davvero una stessa razza, la nuova élite globalizzata dello sfruttamento? L’anagrafe che Rothkopf ha ricostruito in una lezione recente tenuta nel Middlebury College in Vermont risponde di sì: «Prendiamo le maggiori 2000 corporation del mondo, che impiegano 70 milioni di persone ovunque. Se consideriamo l’indotto che ruota attorno ad ognuna - per esempio la Procter&Gamble ha 30 mila ditte fornitrici - vuol dire che mezzo miliardo di persone dipende dalle decisioni di quei 2000 amministratori delegati. Essendo società quotate, gli azionisti hanno il loro peso: ma gli scambi, in realtà, sono opera dei 10 mila hedge fund, di cui 300 gestiscono l’80% delle transazioni, e 100 il 60%». Gli executives dei fondi e delle banche maggiori, dunque, entrano anch’essi di diritto nel club, che a conti fatti raccoglie 6 mila membri contando pure politici, alti ranghi militari, capi delle religioni. Un potere concentrato, schiavo della globalizzazione, prono al mercato e sordo alla voce degli esclusi: Rothkopf vuole fare la rivoluzione, ma dove sono i proletari? Lui indica nelle donne la maggioranza più sottorappresentata, poiché il 94,7% dei 6000 della superclass sono maschi. Sarà la Palin il Lenin del 2000?

 

Il piano degli ayatollah per la bomba – Maurizio Molinari

New York - Il Leader Supremo dell’Iran, Alì Khamenei, ha un piano segreto per accelerare la produzione di armi atomiche simulando un guasto nella centrale di Bushehr. A svelarlo è un memorandum che circola fra alcuni servizi di intelligence occidentali e che «La Stampa» ha avuto modo di consultare. L’iniziativa di Khamenei risale all’indomani del 6 settembre 2007 quando l’aviazione israeliana colpì a sorpresa nel Nord della Siria distruggendo quello che Gerusalemme e Washington consideravano un reattore nucleare in via di realizzazione. L’efficacia di quell’attacco fece temere a Khamenei, suprema autorità della Repubblica islamica, un simile pericolo per gli impianti nucleari iraniani. Da lì la scelta di convocare, poche settimane dopo, nel proprio ufficio a Teheran un gruppo di alti funzionari del consiglio per la sicurezza nazionale e del progetto nucleare, incluso Mohsen Fahrizadeh titolare del «Progetto 111» - il programma che si sospetta teso a realizzare armi atomiche - e capo del Centro per la ricerca di fisica del ministero della Difesa. In quell’occasione, secondo il memorandum di intelligence, Khamenei fece presente che la necessità di accelerare il progetto militare era tale anche da affrontare il rischio di non rispettare più i regolamenti dell’Agenzia atomica dell’Onu (Aiea) all’interno degli impianti già esistenti e funzionanti. Durante la riunione vennero esaminate più ipotesi e al termine della discussione «Khamenei chiese la redazione di un piano per sfruttare il combustibile nucleare della centrale di Bushehr al fine di ottenere plutonio», utilizzabile a fini militari. Secondo fonti citate nel documento il colloquio ebbe dei momenti di tensione perché alcuni degli alti funzionari presenti «ammonirono ripetutamente Khamenei» dal procedere in una direzione destinata a far pagare un «serio prezzo politico all’Iran», ma il Leader Supremo decise comunque di dare luce verde alla confezione del dettagliato piano che gli è stato recentemente presentato nella versione definitiva. Il documento che è ora alla sua attenzione parte dalla premessa che «adoperare il combustibile nucleare di Bushehr per produrre plutonio significa bloccare la normale attività del reattore», dando così per scontato la fine del rispetto degli accordi con l’Aiea. In tale cornice le opzioni che vengono sottoposte a Khamenei sono due. Nel primo caso si tratterebbe di irradiare le barre di combustibile per un periodo di trecento giorni, producendo plutonio ma di grado inferiore a quello di tipo militare, ottenendone 600 kg utili a confezionare 75 atomiche a basso potenziale. Nel secondo caso, verso il quale gli estensori indicano una esplicita preferenza, il reattore sarebbe invece attivato alla massima potenza per due mesi al fine di produrre 120 kg di plutonio militare utili per confezionare 15 atomiche di tipo tradizionale. Tutto ciò avverrebbe in segreto in coincidenza con un falso incidente nel reattore utile a spiegare alla comunità internazionale il blocco delle normali attività che vengono monitorate dall’Aiea come dai satelliti. L’ultima parte del rapporto si sofferma sulla necessità di costruire un impianto ad hoc per estrarre il plutonio e tale bisogno potrebbe spiegare, secondo altre fonti di intelligence nel Sud-Est asiatico, l’intensificazione dei viaggi di gruppi di scienziati fra l’Iran e la Corea del Nord, che possiede la tecnologia per l’estrazione e la lavorazione del plutonio. Risale al 2004 la pubblicazione da parte dell’Aiea di documenti segreti iraniani che per la prima volta si riferivano al processo di separazione del plutonio - utile alla confezione dell’atomica - al fine di riuscire a produrne 10 kg «militari» l’anno, sufficienti a produrre un ordigno nucleare. Tali documenti avvalorano la possibilità che i tecnici iraniani abbiano da tempo iniziato a studiare le tecniche per la produzione del plutonio ed ora, assieme agli scienziati dell’Accademia nazionale delle scienze della difesa di Pyongyang, possano essere impegnati nella progettazione dell’impianto utile a completare il piano segreto di Khamenei. Il contenuto del memorandum di intelligence è in contrasto con quanto più volte affermato dal governo iraniano sulla sua volontà di produrre energia nucleare esclusivamente a fini pacifici. A far temere che il piano Khamenei possa essere attivato in tempi stretti è il recente arrivo a Teheran - all’inizio del mese - dei titolari della società russa impegnata nella costruzione della centrale di Bushehr, che avrebbe assicurato alle autorità iraniane la possibilità di ultimare i rimanenti lavori nel marzo del 2009. Da quel momento in poi saranno solo gli iraniani a gestire gli impianti potendo così teoricamente iniziare a produrre il plutonio entro un anno.

 

Repubblica – 15.9.08

 

Il crac della Lehman e lo schiaffo al Tesoro Usa - FEDERICO RAMPINI

E' una disperata corsa contro il tempo per limitare i fallimenti a catena tra i colossi bancari americani. Nel giro di poche ore ieri sera i convulsi negoziati tra il governo, la banca centrale e i big di Wall Street hanno prodotto due sorprese. Un drammatico fiasco, e un potenziale colpo di scena positivo. Da una parte la merchant bank Lehman Brothers non ha trovato acquirenti e sembra condannata alla liquidazione fallimentare. Dall'altra Bank of America sarebbe disposta a salvare, acquistandola, un'altra gloriosa istituzione sull'orlo del crac: Merrill Lynch. La crisi attuale è talmente grave che l'ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan la definisce "un evento che si verifica una sola volta in un secolo". Mentre i suoi successori si affannavano senza successo al capezzale della Lehman Brothers, lui lanciava una previsione sinistra: "Altre banche falliranno". Bill Gross, fondatore e presidente di Pimco, uno dei maggiori fondi d'investimento del mondo, parla di uno "tsunami finanziario" e rivela che tutti i colossi bancari sono fragili: "Ormai solo il Tesoro può ancora mobilitare dei capitali". Ma il Tesoro degli Stati Uniti, nella persona di Henry Paulson, ieri sera viveva una prova durissima. Erano le ultime ore utili per affrontare il crac annunciato della Lehman Brothers, quarta banca d'investimento di Wall Street con 25.000 dipendenti. Arrivato al terzo giorno di consultazioni tese e frenetiche con tutti i maggiori banchieri d'America, più alcuni europei e asiatici, Paulson ha dovuto incassare un'umiliazione. La Barclays, terza banca britannica, si è chiamata fuori dopo essere stata per tutto il weekend la candidata più gettonata per comprarsi almeno il "pezzo sano" di Lehman. "Non ci sono sufficienti garanzie per proteggerci da ulteriori perdite nascoste nei bilanci della Lehman", è stato il pesante verdetto dei dirigenti Barclays prima di eclissarsi. Quel no inglese ha fatto vacillare il delicato edificio che il segretario al Tesoro aveva tentato di costruire durante tutto il weekend, con l'appoggio della Federal Reserve e della Sec (l'autorità di vigilanza sui mercati). L'ipotesi di lavoro fino a quel momento era stata la divisione in due del "cadavere" Lehman Brothers. Da una parte quel poco di attività ancora sane e redditizie, da vendere al migliore offerente. Dall'altra una "bad bank" da costituire infilandoci dentro tutto il patrimonio a rischio: dagli investimenti immobiliari ai famigerati "credit default swaps", contratti di assicurazione contro il fallimento, titoli altamente speculativi che sono l'epicentro di un nuovo collasso finanziario. In questa "cattiva banca" andrebbero stipati degli attivi finanziari dal valore così dubbio che gli esperti li definiscono "toxic assets", un termine più adatto a descrivere una discarica di rifiuti contaminati dalla diossina. La "cattiva banca", nelle speranze del Tesoro, dovrebbe essere salvata con l'intervento di tutti i principali attori di Wall Street. Proprio quelli convocati nella sede della Federal Reserve di New York per tre interminabili giornate di trattative, da venerdì sera a ieri sera: Citigroup, JP Morgan Chase, Morgan Stanley e altri. Un vertice interminabile e convulso, che fino a tarda sera non ha trovato alternative a una liquidazione fallimentare. E dietro il crac di Lehman già si profilano all'orizzonte altre possibili bancarotte: il disastro dei "credit default swaps" ha fatto crollare del 30% in una sola seduta di Borsa il valore del colosso assicurativo Aig; nel campo bancario le prossime vittime potrebbero essere la cassa di risparmio Washington Mutual e la Merrill Lynch. Ma è proprio per Merrill Lynch che a sorpresa nella tarda serata di ieri è spuntato il "cavaliere bianco", nelle vesti di Bank of America. Seconda banca americana, con una vastissima rete commerciale, molto insediata nelle attività tradizionali, e apparentemente un po' meno martoriata dalle perdite sui mutui e sulle attività speculative. Bank of America ha improvvisamente rivelato la sua disponibilità a trattare l'acquisto di Merrill Lynch, arginando almeno in parte l'effetto-domino che minacciava di travolgere una dietro l'altra le principali merchant bank di Wall Street. Il ministro del Tesoro dopo i salvataggi di Bear Stearns e la nazionalizzazione di Fannie e Freddie è in serie difficoltà. Lo si accusa di scaricare sul bilancio pubblico oneri che verranno pagati dagli americani per generazioni. Inoltre Paulson deve vedersela con le richieste di salvataggi che non vengono da Wall Street bensì da Detroit: i tre colossi agonizzanti dell'industria automobilistica (General Motors, Ford e Chrysler) hanno chiesto al Congresso gigantesche sovvenzioni per scongiurare il fallimento. I colletti blu dell'industria automobilistica sono un elettorato in bilico fra McCain e Obama. Dire sì alle richieste di aiuti dei banchieri di Wall Street, e negare la ciambella di salvataggio a Detroit, potrebbe avere conseguenze cruciali nel voto del 4 novembre.

 

Lo sfogo di Putin e Medvedev: "Stanchi delle ingerenze Usa"

LUCIO CARACCIOLO

MOSCA - "Chi te lo fa fare? Sei un presidente giovane, liberale, a che ti serve tutto questo?". Mentre i tank di Mosca, respinto l'attacco georgiano in Ossezia del Sud, erano in vista di Tbilisi, George W. Bush si rivolgeva quasi paternamente al suo omologo russo, in carica da nemmeno cento giorni. A raccontarlo è lo stesso Dmitri Medvedev. Siamo nel salone delle feste dei magazzini Gum, affacciato sul mausoleo di Lenin. Intorno al tavolo, un gruppo di giornalisti ed esperti americani, europei e asiatici, riuniti dal Club Valdai per quattro giorni di incontri informali con i principali leader russi, a cominciare da Putin e dallo stesso Medvedev. "Ho risposto a Bush che non è che io avessi bisogno di fare qualcosa, ma ci sono situazioni in cui l'immagine non conta nulla e l'azione efficace è tutto", continua Medvedev. E tiene a farci sapere di aver smontato il suo interlocutore: "In questo contesto tu avresti fatto lo stessa cosa, forse più duramente, gli ho detto. Lui non mi ha replicato". Molti, anche in Russia, considerano Medvedev un passacarte di Putin. Non ha né potrà forse avere l'autorevolezza del suo mentore, il restauratore dell'impero russo. Ma la sua performance da comandante in capo delle Forze armate durante la vittoriosa campagna di Georgia ne ha innalzato la statura. E poi il Cremlino conferisce a chiunque vi si insedi un'aura regale. Fatto è che in poche settimane il gradimento popolare del neopresidente è notevolmente cresciuto. E lui se lo sente addosso: "Dopo il Caucaso ho acquistato una migliore comprensione delle cose, quest'esperienza mi ha dato più sicurezza". Medvedev ha preso gusto al potere, e si vede. Non è affatto scontato che stia lì per scaldare la poltrona in vista del ritorno del leader massimo. Quale che sia la dinamica psicopolitica di questo strano consolato, la squadra di Putin sembra piuttosto compatta. E univoca nel messaggio al mondo esterno. Medvedev lo riassume così: "L'8 agosto per la Russia è stato un po' come l'11 settembre per l'America. Quando la Georgia, appoggiata da un grande Stato che vuole fissare le regole del gioco internazionale, ha cinicamente attaccato l'Ossezia del Sud e ha sparato sui nostri peacekeepers, il mondo è cambiato e sono cambiate le nostre priorità". Ne deriva il concetto di fondo, martellato dai leader russi, da Putin in giù, durante tutte le nostre conversazioni: la Russia è stanca. Vent'anni di umiliazioni, per un colosso di antico lignaggio imperiale, sono troppi. Non ci volete nella vostra famiglia? Pazienza, ce ne costruiremo una nostra, insieme ad amici vecchi e nuovi. Non solo con i vicini postsovietici, ma anche con i governi amici nel mondo arabo, in Asia, America Latina e Africa, che negli anni Novanta abbiamo trascurato. Finché non vi accorgerete che il mondo non può essere retto da un solo paese, che la Nato appartiene alla storia e che urge una nuova architettura di sicurezza eurasiatica, basata sull'equilibrio della potenza e su regole condivise. Quando ci riceve a tavola nel centro termale Rus', a Soci, Putin non ha ancora smaltito l'irritazione per il modo in cui la stampa occidentale ha in genere riferito della guerra. "Sono sorpreso di quanto potente sia la macchina propagandistica del cosiddetto Occidente", esordisce. Più che la rabbia per come i nostri media hanno coperto la guerra del Caucaso, scatenata dall'innominabile Saakashvili (sul quale Medvedev avrà parole sprezzanti, dandogli del drogato - "sappiamo che prende narcotici"), conta il giudizio sulla crisi del blocco che ha vinto la guerra fredda. "L'Occidente non è omogeneo, non è un monolite. Le decisioni unilaterali americane lo stanno distruggendo. Nessuno ne può più di questo modo di agire". Putin non avrebbe spedito i suoi tank fino a 15 chilometri da Tbilisi ("l'avremmo potuta prendere in quattro ore, se avessimo voluto") se non fosse stato convinto della debolezza americana e delle divisioni nel campo euroatlantico. Attaccando i russi nel momento di massima confusione a Washington, nella fase terminale di un'amministrazione allo sbando, Saakashvili ha offerto a Putin non solo l'opportunità di sfogare sui georgiani le frustrazioni accumulate per anni, ma di far emergere le fratture fra europei occidentali, sensibili alle ragioni russe, e quella parte dell'establishment americano per cui la Russia è solo una riedizione dell'Urss. E a chi rimarca la sproporzione fra attacco georgiano e reazione russa, Putin replica: "E che avremmo dovuto fare, tirare con la fionda?". Ma il premier non ha alcuna intenzione di rompere con il "cosiddetto Occidente", semmai di far leva sulle sue contraddizioni. Il dimezzamento degli investimenti esteri in Russia quest'anno, rispetto al 2007 (da circa 80 a 40 miliardi di euro), deve preoccuparlo: "Siamo consapevoli del nostro potenziale. Non facciamo rumore di sciabole". La Russia non vuole né può isolarsi. Cerca "una partnership su basi paritarie". Certo, osserva Putin accennando alla veranda, affacciata sul Mar Nero, "la flotta Usa a dieci miglia di qui è un bell'esempio di trattamento equanime dei partner". Putin tiene a distinguere tra Bush, o meglio "George", e i suoi "falchi", a cominciare da Cheney. Lui come tutti i dirigenti russi sembra convinto che a scatenare i georgiani in Ossezia del Sud sia stata l'ala dura dell'amministrazione, forse all'insaputa del presidente: "Le mie relazioni con George sono veramente buone. Lo rispetto e lo considero una persona onorevole". Per concludere ironico: "Ho sempre trattato George meglio di molti americani". Putin ricorda l'improvvisato incontro di Pechino, la notte dell'attacco georgiano su Tskinvali, quando di fronte alle sue proteste Bush gli assicurò: "Nessuno vuole la guerra". Il premier russo si aspettava che l'amico George avrebbe fermato Saakashvili. Ma evidentemente nell'amministrazione hanno prevalso i falchi: "La corte fa il re e la corte non voleva che lui fermasse i georgiani". Uno dei suoi più stretti collaboratori soggiunge: "Condy Rice ci aveva assicurato che se Saakashvili avesse tentato di risolvere con la forza la questione ossetina si sarebbe potuto scordare l'ingresso nella Nato. E invece...". Al fondo, Putin e Medvedev non riescono a emanciparsi dall'ombra dell'Unione Sovietica. Sono consapevoli di essere percepiti da molti occidentali, tra cui almeno uno dei due candidati alla Casa Bianca, come gli eredi di Lenin e Stalin. "Liberatevi dei sovietologi, ce ne sono ancora troppi in giro. Non si può capire la Russia con le categorie della guerra fredda", ammonisce il presidente, "perché noi ci fondiamo su un sistema di valori completamente diverso". Lui che aveva 25 anni quando lo stendardo con falce e martello fu ammainato al Cremlino, non ha nostalgia del passato: "Io nell'Urss mi annoiavo". E Putin, che pure ha definito il crollo dell'Unione Sovietica "una catastrofe geopolitica", specifica: "Io sono un conservatore, ma non nel senso che i comunisti davano al termine". Dicono che in quel momento, sulla Piazza Rossa, la salma di Lenin abbia avuto un fremito.

 

Corsera – 15.9.08

 

Abdul e quell'offesa che non sopportava - Agostino Gramigna e Gianni Santucci

Una cosa sola non sopportava, sentirsi dire «negro». È una cosa che capita, nelle strade di Milano. «E anche spesso», raccontano gli amici di Abdul Guiebre, 19 anni, ammazzato la notte scorsa con una sprangata alla testa. «Lui rispondeva, si arrabbiava». Cade una pioggia leggera davanti all’ospedale Fatebenefratelli. Cielo scuro. Ragazzi che si abbracciano. Uno di loro, Prince, spiega: «Io lascio perdere e me ne vado, mi sento superiore alle offese. Gli insulti razzisti lui invece non riusciva a mandarli giù. Era fatto così». In compagnia lo chiamavano Abba, aveva 19 anni, corpo atletico, un tribale tatuato sulla spalla destra, brillantini luccicanti alle orecchie. L'ultima volta che i suoi amici l'hanno visto vivo era a terra, era inciampato mentre scappava, «uno di quei due gli è arrivato addosso e gli ha tirato una bastonata in faccia con tutta la forza». C'era anche la sua ragazza. Abdul è rimasto cosciente prima che arrivasse l'ambulanza. Gli amici gli hanno preso le mani, «aveva le braccia già rigide». Tifava Milan e giocava a pallone con gli amici, Abba. Appesi alle pareti della sua camera, poster di giocatori di basket e fotografie di Ronaldinho. La passione per i vestiti firmati. Calvin Klein, Dolce e Gabbana. La pelle nera lo legava alla storia della sua famiglia: i genitori immigrati dal Burkina Faso vent'anni fa, ormai cittadini italiani. Padre operaio, sempre per la stessa ditta. Ieri hanno pregato a lungo, fino a notte, nella casa all'ottavo piano di un palazzo popolare a Cernusco sul Naviglio, paesone a nord di Milano. Sanno che la storia della famiglia è cambiata, non solo per la morte del ragazzo. Dicono che il razzismo, nella loro vita, fino a sabato sera è stato poco più di sottofondo puzzolente e fastidioso: «Spesso — racconta la sorella, Adiaratou— quando i ragazzi giocano a pallone volano insulti sul colore della pelle, a volte anche sputi. In qualche modo però ci eravamo abituati». Sensazioni pesanti, ma accettate. Come un male naturale della città. Con una convinzione, un forte senso di orgoglio: «Io sono italiana, mio fratello era italiano». Da ieri sera non è più così: «Oggi ho capito, abbiamo capito cosa vuol dire essere neri. È per questo che hanno ammazzato mio fratello. Oggi, per la prima volta, io mi sento nera ». Alla base di questa convinzione ci sono i racconti degli amici che l'altra notte erano con Abba. «Non ha rubato niente», afferma il padre, Assane Guiebre. È quello che i ragazzi dicono di aver spiegato anche della polizia, le frasi che hanno fatto mettere nei verbali: «Nessun furto, è una bugia. Una menzogna infame che avranno inventato quei due, forse per trovare una giustificazione. Lo hanno insultato senza motivo. Questa è la verità». Parole di un'intera comunità sconvolta che cerca conforto: «Speriamo che i funerali di nostro figlio siano un'occasione per riflettere, per pensare, perché l'Italia sappia lanciare messaggi decisi e positivi contro il razzismo». La madre di Abdul, Bara Aminata, è rimasta per tutta la giornata di ieri sdraiata sul letto della sua stanza. Una fascia colorata tra i capelli. Parenti e amici che andavano ad accarezzarla. C'è qualcosa che non riuscirà mai a capire: «Come è possibile — continua a chiedersi — che un padre e un figlio commettano un omicidio insieme? Il figlio che insulta, suo padre accanto a lui che picchia. E uccidono un ragazzo di 19 anni. Non è concepibile». Abdul era arrivato in Italia all'età di tre anni, aveva studiato alle scuole di Don Milani, come le sue sorelle. Le medie, poi due anni di istituto professionale. Aveva bisogno di lavorare e quindi si era iscritto a un'agenzia di lavoro interinale. Era da quell'ufficio che di volta in volta arrivavano proposte di impiego. L'ultimo contratto, scaduto un paio di mesi fa, era per un posto da metalmeccanico. Anche in questo Abba era italiano al cento per cento: un ragazzo precario della provincia milanese. Ora tutti lo ricordano per le sue ultime parole. Di fronte a un locale di corso Lodi, il Tiny Cafè, in zona Sud di Milano: alle 5 e mezza del mattino il gruppo decide di andare in un altro bar a chiudere la nottata. C'è un amico con la macchina, ma ha solo due posti. Abba, che è con due amici e due ragazze, dice «non vi preoccupate, noi prendiamo l'autobus». Qualche ora prima, a casa, aveva spiegato con un sorriso: «Stasera farò un po' tardi, non vi preoccupate». Ora sua madre guarda una foto: lei giovane, suo marito accanto che stringe la mano a un bambino. È Abba da piccolo, la camicia color crema abbottonata fin sotto il collo, l'espressione seria. In quella foto ha la stessa età di suo fratello minore. Che si chiama Abdel, ha cinque anni, e ora si muove un po' spaesato per la casa chiedendosi cosa è successo.

 

Penati: «Irrisolti i problemi della sicurezza» - Elisabetta Soglio

MILANO - Premessa: «Le colpe della società e della politica non possono costituire un alibi alle responsabilità individuali». Affondo: «Milano ha comunque il dovere di mostrare che la propria natura è civile e tollerante. Per questo chiedo al sindaco Moratti di chiamare la città in piazza a testimoniare questo spirito. Se lo farà, io sarò al suo fianco». Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, è cauto nel parlare di «episodio razzista» ma insiste sulla necessità di «dare la giusta attenzione ai temi della sicurezza che ancora gravano sulla vita dei cittadini». Ancora allarme sicurezza, presidente? «I problemi non sono stati risolti. In compenso, una certa politica che a fini elettorali continua a soffiare sul fuoco della paura contribuisce ad aumentare il senso di insicurezza che spesso può degenerare». Come in questo caso? «Aspettiamo che la magistratura e le forze dell'ordine chiariscano i contorni della vicenda. Dico che, a prescindere da tutto, la giusta attenzione ai temi della sicurezza non deve mai sconfinare in un clima di odio, né legittimare forme di azione dove ci si fa giustizia da sé. La filosofia delle ronde padane, per intenderci, dello Stato assente "e quindi faccio tutto da solo", deve essere stroncata con forza da chi ha ruoli politici e amministrativi». Una filosofia che invece vince, qui a Milano? «A Milano negli ultimi anni le forze di destra hanno indubbiamente soffiato sul fuoco della paura e hanno creato attese che in realtà si riducono ad una politica di annunci e non di fatti concreti». Allude alla manifestazione per la sicurezza voluta un anno e mezzo fa dal sindaco Moratti? «Quella manifestazione aveva soltanto diviso la città. Per questo dico che oggi, se c'è qualche segnale della possibilità del germogliare di un seme xenofobo, dobbiamo scendere in piazza tutti insieme e in fretta». Il nuovo governo si è occupato del pacchetto sicurezza. Risultati? «Al limite dello zero. Hanno mandato a Milano 300 militari che si sono già dispersi. Non c'è, oggettivamente, un segnale della loro presenza e la gente, come vediamo, muore ancora. Non c'è un'azione coerente di maggiore presidio del territorio e l'unica cosa certa è che la Finanziaria di questo governo taglia i fondi destinati alle forze dell'ordine». Rischio xenofobia? «Faccio una considerazione: quando tutto il problema sicurezza si riconduce solo ai rom, passa il messaggio che il problema è quello del contrasto con chi è di un'altra nazione o di un'altra cultura. Ma non è colpendo il diverso che si conquista sicurezza e la paura non si controlla minando il tema della convivenza civile». Che fare, invece? «Non sottovalutare i dati del ministero degli Interni, secondo cui la maggior parte dei reati sono commessi da immigrati clandestini: quindi, perseguiamo chi è fuori dalle regole senza dimenticare politiche di integrazione rivolte ai molti immigrati che fanno la loro parte per lo sviluppo del nostro Paese». Molti commentano questo omicidio rimandando alle colpe della società. Che ne pensa? «Ripeto la mia premessa. Un'analisi corretta non può prescindere dalle responsabilità individuali: qui ci sono due persone che rincorrono tre ragazzi per un panino o una scatola di biscotti, che poi prendono in mano una sbarra di ferro e uccidono. Non è stata neppure una lite degenerata e mi chiedo, da padre, che padre sia questo che trascina il figlio in una rissa del genere con un finale così tragico».

 

Howe: «Mai insultato». Myers: «Sì, in campo a Varese» - Roberto Rizzo

MILANO - «Non ci sono negri italiani». È solo uno dei tanti messaggi lasciati sul forum di Tifonet, la più grande community Internet dedicata a calcio e tifo, dopo l'esordio con la maglia azzurra dell'Under 21 di Mario Balotelli, il 18enne attaccante dell'Inter di origini ghanesi, nato a Palermo, cresciuto a Brescia, da un mese cittadino italiano, in prospettiva uno dei più forti giocatori europei dei prossimi anni. «Non ci sono negri italiani», lo striscione esposto dai tifosi juventini in luglio a Torino in occasione del Trofeo Tim per accogliere lo stesso Baloltelli. È il brutto del calcio, vien da dire. E invece no. Non è solo il calcio. Provate a chiedere al dottor Godswill James Ekpo, origini nigeriane ma cittadino italiano, medico in servizio alla clinica Poliambulanza di Brescia. Due anni fa fu aggredito, per fortuna solo verbalmente, in pronto soccorso dai parenti di una donna, italiana e di razza bianca, perché, secondo loro, il dottore non era stato sufficientemente sollecito nel prestarle attenzione: «Torna in Africa a mangiare banane» e «quando noi italiani costruivamo l'ospedale tu eri ancora in mezzo alla foresta», gli insulti gridati davanti agli altri pazienti. Cose che capitano ai neri d'Italia, anzi «ai negri d'Italia, perché io sono negro e rivendico la mia negritudine», dice Fidel Mbanga- Bauna, giornalista del Tg3 Lazio, arrivato dalla Repubblica Democratica del Congo a Roma 34 anni fa. «A me negro di merda non l'ha mai detto nessuno anche se in tanti l'avranno sicuramente pensato», racconta Edrissa Sanneh, in arte Idris, nato in Gambia, in Italia dal 1972, giornalista e conduttore tv, diventato famoso a Quelli che...il calcio, passato dall'Isola dei famosi, oggi su Tele A di Napoli. «In 36 anni la situazione è peggiorata. Un tempo c'era curiosità per un nero, oggi si è trasformata in paura e odio. La politica usa l'immigrazione a fini elettorali, per i media qualsiasi notizia con di mezzo un immigrato diventa un fatto drammatico. Ma questa è una guerra tra poveri. I poveri hanno paura dell'uomo nero, i ricchi se ne fregano». «Da quando siamo a Rieti mio figlio non è mai stato vittima di razzismo e nemmeno sa cos'è», assicura Renée Felton, madre di Andrew Howe, campione di punta, e di colore, dell'atletica italiana. Insulti e aggressioni fisiche per il colore della sua pelle ne ha invece subite il cestista Carlton Myers, padre giamaicano, madre di Pesaro, nel 2000 portabandiera azzurro alle Olimpiadi di Sydney. Gli insulti che Myers ricevette nel 2003 durante un incontro giocato a Varese scatenarono una polemica tra Walter Veltroni e Umberto Bossi presente alla partita e accusato dall'allora sindaco di Roma di non aver preso le distanze dai cori razzisti. Tra i neri d'Italia ci sono anche carabinieri, come Ange Caliste Calloni, ivoriano di nascita, adottato da una famiglia lombarda, primo coloured a indossare la divisa dell'Arma. Storie felici qual è quella di Fiona May, ex campionessa del salto in lungo di origine giamaicane divenuta italiana per amore. E ancora, i calciatori Matteo Ferrari (Genoa) e Fabio Liverani (Palermo), anche loro neri italiani. Ricchi e famosi per i quali il «negro di merda» è sempre dietro l'angolo.

 

Quegli irriducibili dei sit-in che decidono sulla trattativa – Enrico Marro

Gli «irriducibili» hanno la faccia di centinaia di hostess e steward in divisa e di tanti giovani e meno giovani in jeans e maglietta (il personale di terra) che ieri hanno inscenato cortei e sit-in a Fiumicino e poi, in serata, davanti al ministero del Welfare. Ma anche di decine e decine di piloti in giacca e cravatta, meno abituati agli slogan gridati nei megafoni. In comune hanno davvero molto poco (soprattutto gli stipendi) se non il fatto di lavorare per l'Alitalia. Ma si ritrovano in piazza, uno accanto all'altro, «per esclusione», nel senso che sono i lavoratori che si riconoscono nei sei sindacati esclusi dalla trattativa in corso tra governo, Cai e Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Ma loro, ad essere quelli che dovrebbero ratificare un accordo confezionato da altri, non ci stanno. E allora ecco che Anpac e Up (piloti), Avia e Anpav (assistenti di volo), Sdl e Cub (personale di terra) cavalcano la protesta. Qualcuno giura perfino controvoglia. «Guardi che noi siamo un sindacato ultramoderato - dice Antonio Di Vietri, 51 anni, presidente dell'Avia -. Ci definiamo apartitici, ma se proprio vuole classificarci, allora siamo di centro, cattolici di centro. Nel gruppo dirigente ci sono appartenenti a Comunione e liberazione. Io non sono di Cl, ma sono un "fesso" che ha votato per Berlusconi. Ecco, le garantisco che non voglio scatenare la piazza, ma la piazza si scatena da sola». Il perché lo spiega Andrea Cavola, 52 anni, segretario di Sdl: «La proposta di Cai prevede che un lavoratore di terra passi da un netto di 1.200 euro a uno di 7-800 e che un assistente di volo da 2.500 euro netti a poco più di 2.000, che possono scendere fino a 650 euro se la persona non vola perché malata o per altre ragioni». Cavola non ha difficoltà a riconoscere che Sdl (che una volta si chiamava Sult) ha un gruppo dirigente in buona parte orientato a sinistra, a partire dal segretario, «ma raccogliamo iscritti a destra e a sinistra perché seguiamo una linea pragmatica. Anche adesso ripetiamo: siamo disponibili a trattare a oltranza. Finora abbiamo continuato a invitare i lavoratori alla calma, ma anche l'acqua dei pompieri a un certo punto finisce». E certo la situazione sembra davvero a un passo dal precipitare, se all'indirizzo del commissario Augusto Fantozzi che entra al ministero vengono lanciate grida di «assassino, assassino». Fabio Berti e Massimo Notaro, che guidano i due sindacati dei piloti, rispettivamente l'Anpac e l'Up, sono preoccupati. E loro, che sono politicamente i più vicini al governo, si appellano al presidente del Consiglio. Dice Berti, mentre alcuni lavoratori, a notte fonda, improvvisano una fiaccolata: «Spero che Berlusconi faccia molta attenzione e non sottovaluti quanto sta succedendo. La tensione è molto alta. Ci aveva dato delle garanzie e ci avevamo creduto. Ora deve intervenire». Non si possono escludere dalla trattativa i sindacati che complessivamente rappresentano la maggioranza dei lavoratori, sostengono i leader. Chi ha invece già deciso di andare allo scontro duro è la Cub. «Noi non firmeremo nulla. Gli altri sono generali senza esercito », urla Fabio Frati nel megafono. Ma per fortuna la Cub, l'unica sigla davvero irriducibile, ha solo qualche centinaio di iscritti.

 

Foster Wallace: addio al mago della giovane prosa

Questa non ce la dovevi fare, David. Non dovevi lasciarci così. Con il cuore lacerato. Ora, siamo tutti un po’ più soli. È come se ci mancasse l’aria. David Foster Wallace ci ha lasciato. Aveva 46 anni ed era diventato un «eroe» amato e apprezzato col romanzo Infinite Jest (1996). Il suo primo libro è stato il romanzo «The Broom of the System» (La scopa del sistema , Fandango), uscito nel 1987 a 25 anni. In Infinite Jest , riprendendo spunti linguistici sperimentati nel primo romanzo, David Foster Wallace ha alternato forsennate lungaggini con scattanti moduli di slang , riversando nelle pagine le esperienze contenutistiche assorbite dalla lettura dei romanzi di Thomas Pynchon, William Burroughs e William Gaddis, suoi maestri più o meno segreti, mentre quelli ufficiali si sono affermati col leader postmoderno John Barth, del quale ha frequentato le lezioni, e soprattutto con la filosofia del linguaggio di Wittgenstein, del cui biografo Irving Malcolm è stato allievo il padre di David Foster Wallace, James Donald. Il successo nel 1987 del suo primo romanzo lo ha turbato e lo ha condotto a sperimentare droghe e alcol; ma Wallace aveva provato a risolvere la crisi proprio scrivendo Infinite Jest , il cui vero tema è il rapporto fra droga e guarigione. Questo libro coraggioso e straordinario ha cambiato la struttura, il linguaggio e l’uso dell’ironia nella narrativa americana. L’uso a piene mani dell’ironia è «lo» Stile degli Anni Novanta, come hanno dimostrato per esempio Mark Leyner e Chuck Palahniuk, gli scrittori protagonisti dello scorso decennio. Nel suo stile massimalista, reazione al minimalismo caro a Raymond Carver, David Foster Wallace si abbandona a frasi lunghe, complesse, a volte sonore, a volte satiriche, e passa da monologhi analfabeti dei poverissimi alle spiegazioni tecniche ad esempio di certi medicinali, con un linguaggio base che è casuale e complesso, ricco di slang e anche di erudizione, capace di alternare precisione e imprecisione a proposito di uno stesso argomento. Qualche anno fa, in un’intervista intitolata «Il culto del Cool» Wallace ha detto: «Infinite Jest è stato immaginato come un libro triste. Non so come sia per voi e i vostri amici, ma so che la maggior parte degli amici miei è molto infelice». Chissà quanto infelice era lui. E così, io non riesco a dimenticare quanti miei amici sono stati infelici: Cesare Pavese quel tragico 27 agosto 1950 mi aveva telefonato alle 14.30, come aveva fatto con altri amici chiedendo di tenergli compagnia. Avevo dovuto dirgli che non potevo: una telefonata che non riesco a cancellare dai miei più drammatici sensi di colpa. Quella sera aveva inghiottito la sua polvere assassina; nessuno di noi gliela aveva tolta dalle mani. Ci ha perdonato, ci ha chiesto perdono. Di che cosa, Pavese? Che cosa le avevo fatto, che cosa mi aveva fatto, che cosa ci aveva fatto dopo aver aiutato decine di scrittori a farsi conoscere, con quel suo viso tragico che aveva dimenticato il sorriso, quella sua vita segreta che non aveva svelato a nessuno, quella sua infinita conoscenza del mondo che non le è bastata per sopportarlo. Ci eravamo ritrovati tutti lì davanti alla sua bara, ciascuno strangolato da qualcosa che forse lo aveva offeso, che riaffiorava ora nella memoria, oddio se ci avessi pensato. A troppe cose non abbiamo pensato, Pavese, grande poeta, grandissimo maestro, intellettuale con tutte le speranze bruciate, fragile uomo in un mondo troppo brutale. Siamo noi che dobbiamo chiedere perdono a lei, per sempre. Ernest Hemingway, pochi giorni prima di spararsi in bocca, mi aveva chiamata e mi aveva detto: «Non posso più bere, non posso più mangiare, non posso più andare a caccia, non posso più fare l’amore. Non posso più scrivere». La morte di cui Hemingway aveva condensato la tragedia della sua vita e aveva fatto visualizzare i molti piccoli preavvisi, le impalpabili previsioni, a chi lo aveva conosciuto; ma il dolore, l’orrore, lo spavento per il vuoto in cui ci aveva gettato ci aveva colti lo stesso di sorpresa. Ancora un suicidio, adesso. Un altro amico, dolce, fragile e generoso che se ne va. Che ci lacera il cuore. Ma questa proprio non ce la dovevi fare, David Foster Wallace.


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