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«I politici sono i veri colpevoli e noi stranieri non sappiamo organizzarci»

Manifesto – 16.9.08

 

«I politici sono i veri colpevoli e noi stranieri non sappiamo organizzarci» - Luca Fazio

MILANO - Pap Khouma, scrittore di origine senegalese, vive a Milano dal 1984. Nel 1990 scrisse Io venditore di elefanti , il primo libro della letteratura di immigrazione diventato best seller . E' furibondo con «la politica» ma sufficientemente lucido per prendersela anche con se stesso. Abdul Guibre è morto sprangato... Qualcuno forse ha dimenticato la campagna elettorale impostata sul tema della sicurezza e sugli stranieri che la metterebbero a rischio? E' logico che prima o poi qualcuno si senta legittimato a comportarsi così. Ma i veri responsabili vanno cercati altrove. Sappiamo che per anni la Lega di Bossi ha campato di rendita sulla xenofobia, ma certi atteggiamenti oggi vengono scimmiottati anche dal Pd. La destra, e alcuni politici del Pd, negano la connotazione razzista di questo omicidio. Minimizzano solo per minimizzare le loro responsabilità. Parlo del vicesindaco di Milano De Corato, ma parlo anche del linguaggio di Veltroni e dei suoi uomini; magari con toni diversi, ma tutti sembrano parlare con la stessa voce dei peggiori leghisti. In queste ore ho sentito dire dal segretario regionale del Pd che nelle scuole italiane ci sono troppi bambini stranieri e che bisogna inserire le quote. A cosa portano questi discorsi? Hanno perso le elezioni eppure continuano a ripetere le cose che la «gente» vuole sentirsi dire. Io non ho dubbi: erano in due, un padre e un figlio, ad uccidere Abdul e lo hanno fatto con ferocia urlandogli «negro di merda». Sei in Italia da un quarto di secolo. Cosa ci sta succedendo? La situazione peggiora di giorno in giorno. Io, se incontro un cretino che vuole sfogarsi di fronte a un negro - e in tutte le categorie ci sono i cretini - ho gli strumenti per difendermi. Ma oggi siamo al punto che ammazzano dei ragazzini a sprangate per un pacchetto di biscotti! Nei primi anni '90, nella Milano dei socialisti, c'erano ancora politici che cercavano di impedire queste derive razziste, in seguito la sinistra (intendo i Ds) non ha più voluto esporsi sui temi del razzismo perché temeva di perdere voti. Il resto lo hanno fatto, e continuano a farlo, stampa e televisione. Gli stranieri oggi sono sposati, hanno figli che vanno a scuola, lavorano, eppure sembra che questa benedetta integrazione in Italia non debba arrivare mai. Ci chiedono sempre di più, dopo 25 anni siamo ancora ospiti sgraditi. Anche tu sei stato aggredito... Non una volta sola. L'ultima è stato due anni fa, sono stato insultato e picchiato da alcuni controllori dell'Atm alla fermata della MM in piazza della Repubblica. Non ero né sceso né salito sul tram, ero sul marciapiede e avevo anche l'abbonamento. In ottobre andrò in tribunale, ma in veste di imputato! Le aggressioni sono quotidiane, e nessuno fa niente. Sei molto pessimista... Ormai prevale un senso di resa anche tra gli stranieri. Non esiste nessun gruppo o associazione che abbia la possibilità di mobilitarsi ed agire in modo organizzato. Non c'è un voce forte per noi, se non di tanto in tanto quella paternalista della sinistra. Le responsabilità sono anche nostre, non sappiamo lottare per i nostri diritti, non vogliamo rischiare. Negli anni '80 eravamo più reattivi, adesso caliamo le braghe. Io stesso sto parlando solo perché mi avete chiamato, ma non so cosa fare, da solo sono impotente. Dobbiamo organizzarci, essere pronti a sacrificare il nostro tempo e i nostri soldi per difendere i nostri diritti. Scrivi ancora? Sì. Sto scrivendo un romanzo ambientato sui soldati africani che sono venuti in Italia per combattere il nazifascismo.

 

Futili sprangate - Luca Fazio

Non strumentalizziamo. Abdul Guibre, 19 anni, «un negro di merda» con un'attenuante generica - almeno era italiano e non clandestino - è stato ammazzato a sprangate in testa da un padre e suo figlio, una normale famiglia italiana, quando si dice la trasmissione dei valori tra generazioni. Forse il ragazzo aveva rubato solo un pacchetto di biscotti, dunque massacrarlo per così poco è sicuramente disdicevole ma comunque è per un «futile motivo». Va bene. Allora cambiamo argomento, ma restiamo a Milano. Il 5 settembre, come denuncia una lettrice su un noto quotidiano democratico a vocazione sicuritaria, sull'autobus 61, in largo Cairoli, tre controllori dell'Azienda trasporti milanese hanno insultato uno straniero sulla sedia a rotelle che stava scendendo aiutato da alcuni passeggeri (insultati anche loro). Non è stato omicidio, ma la signora lo ha ugualmente definito un «episodio agghiacciante». Le quotidiane classifiche degli zingari rastrellati dal vicesindaco De Corato ormai non impressionano più nessuno. Stesso discorso per il diritto di preghiera negato a migliaia di musulmani braccati e scacciati per mesi da viale Jenner, gli stessi che per anni sono stati accusati di terrorismo. Dunque, ricambiamo argomento. Per imbattersi in un briciolo di xenofobia alla milanese certificato anche dagli inquirenti, ci tocca tornare alla scorsa primavera, quando una banda di ragazzi nostrani è stata arrestata con l'accusa di atti di violenza per motivi razziali ed etnici (massacravano un gruppo di filippini che aveva «invaso» la piazza). Sempre da queste parti, a Gerenzano (Va), pochi ricordano l'uccisione a pistolettate di Said Abdel Halim, massacrato dal figlio del titolare cui era andato a chiedere lo stipendio. Il resto è cronaca di tutti i giorni che non sconcerta più nessuno, uno stillicidio di fatterelli tutti uguali, è questo il cosiddetto «clima» che tende sempre al brutto stabile, fino a quando una gragnuola di colpi assassini scuote, almeno per qualche giorno, le coscienze addormentate. In casi come questo, chi per missione si prende cura delle coscienze, sbaglia raramente. La Diocesi di Milano, per esempio, si chiede: «Sarebbe finita comunque così se il giovane ladro che si è indebitamente impossessato di alcuni biscotti, anziché avere quei tratti somatici fosse apparso agli aggressori come un milanese doc?». La risposta è no, e l'invito a ragionare sulle «menti e i cuori offuscati dalla paura» è rivolto non ai principali responsabili della morte di Abdul ma a chi ha costruito le proprie fortune - o sconfitte - politiche creando ad arte le vittime sacrificali da mandare in pasto a una società sempre più rancorosa, disgregata, impoverita e intollerante: zingari, poveracci, lavavetri, mendicanti... Qualcuno le ha vinte e qualcuno le ha perse clamorosamente queste elezioni. Altro che futili motivi. Sui nuovi fascisti al governo più o meno presentabili e razzisti non ci siamo mai fatti illusioni, degli altri invece, quegli esponenti del centrosinistra che hanno contribuito a sdoganare ogni discorso xenofobo, ancora una volta è impossibile tacere la pervicace stoltezza. In politica vale proprio tutto, ma con la testa di Abdul appena spaccata fa un po' impressione sentir dire al più autorevole esponente del Pd che questa tragedia è «il frutto del clima di odio nel paese», come se lui in tutti questi anni su sicurezza e immigrazione avesse agito e pensato diversamente. E non è nemmeno il caso di soffermarsi sui toni più articolati e meno rozzi dello sceriffismo democratico, perché anche ieri l'uomo che meglio incarna la riscossa nordista - Filippo Penati - ci ha messo meno di mezza giornata per fotocopiare le parole d'ordine della destra. Quindi, «non bisogna dare una connotazione razzista all'episodio»; e in più, quasi che fosse Abdul il colpevole, Penati aggiunge che «Milano non è una città razzista, anche se la politica non è riuscita ad assorbire come doveva il grande flusso migratorio di questi anni». E dire che quel bambino del Burkina Faso l'avevamo «assorbito» quando aveva appena tre anni.

 

Il peso della piazza - Francesco Piccioni

ROMA - «Buffoni! Buffoni!». Il grido si alza sotto le finestre del ministero del lavoro, in via Veneto. Passa un minuto e rimbalza in una traversa laterale, sotto la sede del ministero dello sviluppo. I dipendenti dell'Alitalia si trovano quasi spalla a spalla con quelli di una fabbrica tessile tarantina, con 100 persone sull'orlo del licenziamento. Il grido è imparzialmente rivolto a ministri, società acquirente, commissario straordinario e dirigenti dei sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil e Ugl). Prende corpo fisicamente con i torsoli di mela e le maledizioni lanciate contro Mauro Rossi, segretario della FiltCgil, costretto a entrare nel ministero con l'aiuto dei poliziotti schierati. E' da domenica mattina che i quattro sindacati «scelti» dal governo come interlocutori esclusivi sono in trattativa riservata e «segreta». Non stiamo esagerando. Hostess, steward, piloti, impiegati e operai hanno girato come matti per ore tra via Fornovo, via Flavia, la stessa via Veneto, continuamente depistati da un'accurata opera di disinformacia sul vero luogo degli incontri. Le altre cinque organizzazioni (Anpac e Up per i piloti, Sdl, Avia e Anpav per gli assistenti di volo, e non solo) non venivano più contattate dalla segreteria del ministro del welfare, Maurizio Sacconi, nonostante le ripetute richieste di chiarimento. Il segretario della Filt, Fabrizio Solari, incrociato casualmente da dirigenti delle altre sigle si difendeva asserendo che Sacconi gliel'aveva raccontata così: «gli altri non vogliono più trattare». Non aveva convinto nessuno neppure lo stop serale ordinato da Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, piovuto infine sulla trattativa: «non si può continuare senza tutte le categorie». Soprattutto perché, nel corso della domenica, aveva preso definitivamente forma un «accordo quadro» contenente quasi tutta la materia di confronto (vedi box sotto). Sembravano poste tutte le premesse di una rottura epocale della prassi sindacale. A far saltare i nervi erano anche i numeri. L'«accordo» quantifica le «assunzioni» nella nuova compagnia: 12.500 persone (1.550 piloti, 3.300 assistenti di volo, 7.650 tra operai, impiegati, quadri e dirigenti), senza alcuna applicazione della «clausola sociale». Questo dato veniva venduto mediaticamente come «1.000 assunzioni più rispetto al precedente piano». Una menzogna senza nessun velo. Basta guardare le tabelle pubblicate da tutti i giornali una settimana fa - e mai smentite - che parlavano di 14.250 dipendenti nella nuova società. Come possano «2.000 esuberi in più» esser contrabbandati per «1.000 in meno» è un mistero glorioso. Ma dà un significato non ideologico allo slogan gridato in piazza: «meglio falliti, che in mano a 'sti banditi». In ogni caso il dato numerico definitivo non ammette altri giochi: i dipendenti «regolari» attuali dell'Alitalia sono circa 18.500; quelli di AirOne, che viene fatta confluire nella Cai, altri 3.000. Gli «esuberi» effettivi sono dunque circa 9.000, più gli oltre 3.000 precari che Cai e governo non hanno voluto neppure prendere in considerazione (naturalmente, nell'accordo quadro», è ammesso che la compagnia possa assumere precari in deroga alla legge che regola la cassa integrazione...). La situazione all'interno della compagnia sembra comunque abbastanza complessa. «I confederali hanno una presa storica soprattutto tra i lavoratori di terra. A questi vanno raccontando che non c'è da preoccuparsi, che i tagli non li riguarderanno; e che anche i salari resteranno gli stessi. Al massimo - dicono - ci sarà da lavorare qualche ora in più». Ma pesa anche la storica contrapposizione con i piloti, «che effettivamente hanno una tradizione di accordi con la società fatti alle spalle, e con danno, degli operai comuni». I piloti hanno comunque compreso in qualche modo che stavolta la partita sta per travolgerli, trasformandoli in «lavoratori qualsiasi»; nonostante venga fatta la mezza promessa di inquadrarli come «dirigenti». Mai come in questi giorni se ne vendono tanti in strada. E' un susseguirsi di voci spesso incontrollabili, e c'è un gran daffare per i delegati sindacali di lungo corso per restituire una lettura razionale degli eventi. Nel pomeriggio, preso atto che il governo aveva chiaramente deciso di fare il confronto «solo con chi ci sta», la folla di lavoratori si spostava in corteo verso palazzo Chigi, percorrendo addirittura la vietatissima - da decenni - via del Tritone. Deve essere stata quella marea di divise (dai piloti alle hostess) a mettere in imbarazzo anche il comando militare della piazza. «A palazzo» i coordinatori delle cinque sigle escluse formavano una delegazione che riusciva a essere accolta, ottenendo una «convocazione ufficiale alle 19,15» che sembrava un contentino, in attesa della «riunione vera» con i quattro confederali, alle 20. Ai manifestanti, i delegati promettevano di «andare tutti insieme, fino in fondo». Parole di Fabio Berti, presidente dell'Anpac, che probabilmente mai avrebbe pensato di trovarsi a parlare in una piazza. Invita a «restare uniti, perché se le cose (a palazzo, ndr ) non andranno bene è importante essere qui». Epifani, Angeletti, Bonanni e la Polverini arrivano alle 21, ma devono fare comunque un po' di anticamera. Nell'analisi del «piano industriale» piloti e assistenti di volo hanno trovato buchi che hanno preso di sorpresa il soave Gianni Letta. Insomma: hanno dimostrato che la loro «resistenza» non è una difesa corporativa, ma una denuncia circostanziata del dilettantismo con cui una cordata di costruttori edili ha cercato di reinventarsi come «imprenditori dei cieli». La disinformacjia si rimetteva immediatamente all'opera. Veniva comunicato alla stampa che l'Anpav (una delle due sigle «professionali» degli assistenti di volo) era pronta a sottoscrivere l'accordo quadro stilato con l'apporto dei soli confederali. Lo stesso presidente dell'associazione, Massimo Muccioli, doveva smentire la notizia, limitandosi a ricordare che una «disponibilità di massima» era comunque legata a «risposte e chiarimenti che devono essere ancora forniti». Intanto anche i confederali dovevano dichiarare che «non ci sono le condizioni per firmare». Diventava perciò chiaro che era stato il ministro Sacconi a vendere la pelle dell'orso un po' troppo precipitosamente, dando per fatto - e selettivo delle organizzazioni sindacali ammesse a discutere - un accordo ancora in alto mare. All'uscita da palazzo, Berti annunciava come «probabile un'intersindacale tra tutte le nove sigle presenti in Alitalia». Un passo indietro netto rispetto all'ipotesi di accordo «con chi ci sta». Probabile anche una riconvocazione generale unitaria per mercoledì. Il «golpe sindacale», come veniva chiamato nei capannelli, ieri non è andato a termine. E Berlusconi, ancora una volta, non ha fatto miracoli.

 

Cisl e Uil: firmiamo in fretta. La Cgil frena - Loris Campetti

ROMA - Si fa più serrato il confronto tra le confederazioni sindacali sull'atteggiamento da assumere e sul giudizio da esprimere, dopo la presentazione dell'«ipotesi d'intesa» da parte della Confindustria. In gioco c'è il modello contrattuale, che a sua volta comporta la scelta di un modello sindacale. Le conseguenze di questa scelta - ammesso, e fino a prova contraria non concesso, che si arrivi a una soluzione unitaria Cgil, Cisl e Uil - ricadranno sulle condizioni materiali, di vita e di lavoro, di milioni di lavoratori italiani. Ieri il confronto-scontro si è giocato su almeno tre tavoli diversi. Il primo tavolo era di proprietà della Uil, che ieri ha tenuto la sua conferenza nazionale d'organizzazione a cui sono stati invitati i segretari generali di Cgil e Cisl. Il leader della Uil, Luigi Angeletti, è stato molto netto nei confronti del suo collega Guglielmo Epifani e della difficile discussione in atto nella Cgil: «Noi siamo abituati a pensare con la nostra testa, il diritto di veto non è un problema di chi lo esercita ma di chi lo subisce e noi non apparteniamo a questa categoria». In parole povere, il segretario della Uil condivide nella sostanza il testo dell'intesa proposta dai padroni privati e non è disposto a prendere in considerazione l'ipotesi di non firmarlo, o di consentire procedure lunghe come una concezione normale della democrazia sindacale dovrebbe prevedere. Dunque, Epifani scelga e la finisca con i mal di pancia: di qua o di là. Se la Cgil decidesse di stare «di là», non resterebbero che la rottura dell'unità sindacale e l'accordo separato. Angeletti va oltre, e alla Cgil che annuncia una mobilitazione contro le politiche del governo per il 27 di questo mese e chiede agli altri sindacati di farne un appuntamento unitario, risponde con un secco niet e l'accusa di «pregiudizio politico» verso l'esecutivo guidato da Berlusconi che tanti danni ha già fatto ai lavoratori, al sindacato e alle relazioni sociali, ma questo lo diciamo noi, non Angeletti. Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, dopo aver esaltato la strada della detassazione del salario legato alla produttività, rispetto alla proposta di Confindustria sostiene che «non ci sono grandi distanze, si possono colmare». Dal canto suo, Epifani richiama i suoi colleghi di Cisl e Uil a riprendere sì il confronto con Confindustria, ma a partire dalla piattaforma confederale unitaria (su cui «si possono fare mediazioni e compromessi») e non dalle proposte della controparte. Alla Cgil, al cui interno convivono toni e posizioni diverse, l'ipotesi d'intesa della Marcegaglia non va bene. Tra i punti critici elencati da Epifani c'è la pretesa di depurare l'inflazione reale da quella importata, determinata dall'aumento delle materie prime. Il secondo tavolo di ieri era in corso d'Italia, dove si è riunita la segreteria nazionale della Cgil. Il rigido mandato del silenzio parla della delicatezza del confronto interno su temi centrali come la riforma contrattuale e la vertenza Alitalia. Tutti, nella Cgil, chiedono un allargamento del tavolo a tutti i soggetti interessati alla riforma delle regole del 23 luglio '93, governo e organizzazioni datoriali, ma mentre c'è chi pensa che il tavolo con la sola Confindustria debba considerarsi concluso per la irricevibilità della posizione confindustriale, altri, a partire dal segretario, ritengono che il confronto vada comunque proseguito alla ricerca di un accordo. Il terzo tavolo di discussione è targato Fiom. Ieri i metalmeccanici della Cgil hanno riunito il comitato centrale e, all'unanimità, hanno votato un documento che definisce «inaccettabile» l'ipotesi d'intesa della Confindustria che cancellerebbe l'autonomia di un sindacato piegato alle esigenze dell'impresa. E' una novità importante che tutte le anime della Fiom abbiano trovato una posizione comune, a prescindere dalle diverse articolazioni politiche e sindacali, destinata ad assumere un peso maggiore nel dibattito confederale. Il comitato centrale dà mandato alla segreteria di convocare un'assemblea nazionale dei delegati, qualora l'andamento delle trattative con i padroni lo richieda. I metalmeccanici ritengono concluso il confronto con la sola Confindustria e chiedono la convocazione di un tavolo a cui siedano anche il governo e le altre organizzazioni imprenditoriali. E senza una modifica dell'impianto della proposta confindustriale (che non è modificabile in questo o quel punto, è inaccettabile nel suo complesso) e della politica del governo, l'unica strada percorribile sarebbe il conflitto. Primo appuntamento il 27 con la mobilitazione decisa dalla segreteria Cgil e fatta propria dalla Fiom. La Fiom non è l'unica categoria della Cgil a ritenere irricevibile la proposta della Confindustria. Stessa valutazione è stata fatta dal segretario generale della Funzione pubblica, Carlo Podda, nel corso di un faccia a faccia con Rinaldini tenuto la scorsa settimana. I mal di pancia sono diffusi in tutta l'organizzazione, in importanti Camere del lavoro, mentre le aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 aprile hanno già ratificato il loro no all'ipotesi di accordo.

 

Maestri d'Italia a lutto - Andrea Gangemi

ROMA - Centinaia di sit-in, girotondi, manifestazioni e lutto al braccio per la fine della scuola pubblica hanno caratterizzato in tutta Italia il primo giorno di scuola, in particolare di quella elementare, con genitori ed insegnanti in prima linea contro la riforma del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini. La quale, senza entrare nel merito delle critiche, trova «vergognoso che si strumentalizzino i bambini per cavalcare proteste che sono solo politiche». A Roma, capofila della giornata di agitazione, in ben settanta istituti primari sono apparsi drappi neri, striscioni e magliette di protesta. Mentre il «Coordinamento docenti e genitori» ha occupato da ieri mattina alcuni locali della scuola «Iqbal Masih», senza interrompere la didattica, per avviare una settimana di iniziative sulla riforma e dedicate ai bambini. «Per ricordare quello che perderemo con la riduzione delle lezioni a 24 ore settimanali», dice Simonetta Salacone, dirigente scolastico dell'istituto. «Addio a corsi di inglese e di informatica e a laboratori pomeridiani - le fa eco Laura Floris, insegnante -. Col maestro unico si disperderà un patrimonio di specializzazioni e senza il tempo pieno i bambini passeranno il pomeriggio davanti alla tv». Oggi, dalle 10 alle 20, il comitato ha organizzato un presidio a piazza Montecitorio, in concomitanza con l'inizio dell'iter parlamentare del decreto 137. Alle 11 invece i Verdi hanno indetto una manifestazione nazionale davanti alla sede del ministero dell'Istruzione in viale Trastevere. Anche gli studenti medi hanno alzato la voce per protestare contro «quasi otto miliardi di tagli all'istruzione in quattro anni previsti dalla finanziaria, l'abbassamento dell'obbligo scolastico a 14 anni - spiega Roberto Iovino, coordinatore dell'Unione degli studenti - e per l'abolizione del decreto Gelmini che reintroduce per noi il famigerato voto in condotta». Per scongiurare il ritorno della «jurassic school», riprendendo lo slogan dei ragazzi del '93, l'Uds ha volantinato e appeso striscioni davanti a decine di istituti, al ministero dell'Istruzione e nel centro di Roma. «Non è che l'inizio» per lanciare una mobilitazione nazionale per il 10 ottobre. Mascherati da asini, con cappello e orecchie enormi, i ragazzi chiedono «a sindacati e docenti di costruire insieme un grande percorso di opposizione sociale». Molte delle manifestazioni di ieri sono state promosse da Cgil, Cisl e Uil, insieme allo Snals. I Cobas, invece, hanno avviato una raccolta di firme (attraverso il centro studi Cesp) contro il maestro unico, arrivate già a quota 10 mila, e indetto una mobilitazione in tutta Italia per il 26 settembre e, insieme agli altri sindacati alternativi, Cub e Sdl, lo sciopero generale della scuola, con manifestazione nazionale a Roma, per il 17 ottobre. In Toscana, l'assemblea «I piccoli comuni per la scuola» organizzata da Legambiente, Uncem e Anci col patrocinio della Regione ha lanciato l'allarme per oltre 20 mila scuole a rischio in Italia per l'annunciata decisione di chiudere tutti gli istituti con un numero inferiore ai 100 alunni iscritti: «Si abbatterebbe sul sistema scolastico italiano una scure - si legge nel rapporto preparato da Legambiente - per il 77,2% delle scuole per l'infanzia, il 41,3 % delle elementari, il 31,6% delle medie e il 24,3% delle superiori, quasi la metà del totale degli istituti. A conti fatti poi - continua il documento -, i risparmi corrisponderanno ad aumenti di spesa pubblica per i comuni che dovranno organizzare i trasporti scolastici o, con più probabilità, per le famiglie laddove le istituzioni locali non riescono ad assicurare servizi gratuiti». E se il centrodestra si è accodato a Gelmini per bollare come «irresponsabili» gli insegnanti che hanno esposto il lutto al braccio contro il maestro unico, l'assessore comunale di Roma alle politiche scolastiche, Laura Marsilio, è arrivata a giudicarli «sanzionabili»: «Mi auguro che l'ufficio scolastico provveda in tal senso», ha detto.

 

«Il governo di Ankara ostaggio dell'esercito» - Geraldina Colotti

«Un felice esempio di cooperazione internazionale». Così Gulcihan Simsek, sindaca di Bostanici (un sobborgo di Van, nel Kurdistan turco), definisce il progetto di costruzione di un acquedotto e di una rete fognaria - di cui il paese mancava - messo in campo anche con un finanziamento del comune di Alessandria. Simsek, venuta in Italia insieme a due ingegneri kurdi per stabilire le prossime fasi del progetto, è stata ospite a Roma della Casa internazionale delle donne, e ha accettato di rispondere alle domande del manifesto. Lei è una delle 9 sindache elette alle amministrative del 2004 nelle fila del Partito della società democratica, oggi sotto processo. Qual è la situazione nelle zone kurde? Uno dei primi problemi è la disoccupazione, che è aumentata in modo spaventoso e che mette a rischio le poche risorse delle persone. La crisi economica che investe la Turchia si avverte di più nella nostra zona. La conflittualità tra governo e opposizione aumenta e noi paghiamo le conseguenze della mancanza di un orientamento politico coerente e definito. E intanto che in Turchia discutono su chi è più laico o religioso, proseguono le operazioni militari nelle nostre regioni, aumenta la pressione sul Dtp, il Partito della società democratica kurdo, che si vorrebbe mettere fuorilegge e che oggi è sotto processo. Il governo turco vuole mettere fuori gioco il partito kurdo per impedirgli di vincere le elezioni locali del 2009 nelle nostre zone, per impedire che abbia il governo degli enti locali. Ma la popolazione saprà impedire tutto questo. La solidarietà fra i popoli, che sostengono i nostri progetti, saprà contrastare questi piani. La Turchia appare oggi più che mai in bilico tra Oriente e Occidente, tra allineamento ai piani nordamericani e volontà di sottrarsene. Un paese comunque ancora ossessionato dallo spettro del separatismo interno, come ai tempi di Kemal Ataturk... In Turchia, il sistema politico è ostaggio dei militari, come ha dimostrato anche lo scandalo Ergenekom. I colpevoli di innumerevoli omicidi di oppositori politici e di esponenti della società civile rimangono impuniti. E siamo in molti a dire che questo governo si è già arreso ai militari sulla questione kurda. Sia il governo che l'opposizione ignorano l'esistenza di una questione kurda in Turchia. Una situazione che purtroppo mostra chiaramente quanto quella di Ankara sia una democrazia del più forte, una ben strana democrazia. Un concetto che ci è estraneo, non è questo il nostro modello. Chiediamo all'Unione europea, al Parlamento europeo - che si sono adoperati per evitare la messa al bando del partito islamico del premier Erdogan dal gioco democratico - di avere nei nostri confronti la stessa sensibilità e di mostrare la propria contrarietà anche alla messa fuorilegge del partito kurdo. L'Unione europea dovrebbe farsi arbitro e garante di un'effettiva democrazia in Turchia. Qual è la vostra posizione sull'ingresso della Turchia in Europa? Abbiamo sempre sostenuto l'ingresso della Turchia in Europa, ma critichiamo l'assenza di chiarezza dell'Unione europea riguardo ai diritti del popolo kurdo. È una questione che dev'essere esplicitata al più presto. Come Partito democratico del popolo, della società, abbiamo presentato un progetto riguardo all'autonomia per i kurdi in Turchia e questo dev'essere tenuto in conto. Prevede la divisione della Turchia in 27 regioni in cui ogni diversità culturale possa vivere la propria differenza. Un progetto di autonomia che non contempla la separazione da Ankara. È una proposta che favorisce anche i diritti degli altri popoli e le diversità culturali che vivono in Turchia, è un progetto che prevede il rispetto delle diversità religiose e culturali. La Turchia è per sua natura un paese multietnico, il governo non può continuare a negare questa realtà. Il nostro progetto si ispira a diversi modelli esistenti in Europa e perciò si può appoggiare e difendere molto facilmente. L'Unione europea, però, tende a dire che l'autonomia dei kurdi sia una questione interna alla Turchia in cui non intende mischiarsi troppo. Cosa è cambiato per voi dopo l'11 settembre? Molto. Tutte le strade del dialogo sono state chiuse. L'11 settembre ha dato più forza all'esercito turco di poter continuare sulla via che aveva intrapreso e risolvere con le armi la questione, e il governo ha usato il pretesto della cosiddetta guerra al terrorismo per criminalizzare le principali organizzazioni kurde e gli interlocutori autorevoli. In fondo, l'11 settembre ha dimostrato che il governo non vuole risolvere la questione. A che punto è il movimento di rinnovamento dei municipi kurdi? Stiamo cercando di organizzare sul territorio un modello di gestione più giusto e partecipato, di fornire i servizi essenziali alla popolazione, portare a termine progetti mai eseguiti negli 80 anni di esistenza della Repubblica turca. Come valuta il recente avvicinamento della Turchia a Tehran? Ankara teme di essere stritolata nei piani nordamericani di un Grande Medioriente e sta cercando di avere un buon rapporto con i suoi vicini di Georgia e Armenia e con Tehran, concludendo accordi segreti e non. Io però constato che, solo nell'ultimo periodo, vicino al confine con l'Iran sono stati uccisi dall'esercito 7 cittadini kurdi, i corpi di altri due, uccisi due settimane fa non sono ancora stati consegnati alle famiglie. E in Iran i detenuti politici kurdi sono in sciopero della fame. Lei ha messo al primo posto del programma la difesa dei diritti delle donne, la loro emancipazione sociale. Nel 2004, ha favorito la costituzione della cooperativa Bekadcoop, che ormai coinvolge 500 donne nei progetti di lavoro, educazione sanitaria e pianificazione familiare. A che punto è la situazione delle donne kurde? L'aumento del conflitto militare incide molto sulla situazione delle donne kurde in Turchia. L'immigrazione dai villaggi verso la città ha ridotto o eliminato spazi di lavoro, e spesso le donne sono capofamiglia perché i mariti sono emigrati. E sono povere e analfabete. La violenza contro le donne non è venuta meno, il governo non ha messo in campo alcun progetto per contrastarla. Come sindache e deputate kurde stiamo elaborando alcuni progetti specialmente riguardo alla nuova costituzione turca di cui si parla molto. Bisognerebbe aggiungere diversi articoli sui diritti delle donne.

 

Oggi tocca al Dtp, il partito kurdo davanti alla Corte - Orsola Casagrande

La corte costituzionale turca si riunirà questa mattina alle 10 per discutere della chiusura o meno del Dtp, il partito della società democratica. Come per l'Akp, il partito di governo del premier Erdogan, anche per il Dtp, il partito filokurdo che in parlamento ha venti deputati, l'accusa è quella di propaganda contro lo stato. Il caso è stato aperto dallo stesso procuratore capo che ha portato in tribunale l'Akp, Abdurrahman Yalcinkaya. La corte costituzionale nel caso del partito di governo ha deciso, lo scorso luglio, di respingere a maggioranza la richiesta di chiusura, limitandosi a ammonire i vertici del partito. Per chiudere il Dtp sono necessari almeno sette voti. I giudici che compongono la corte costituzionali sono infatti undici. Il Dtp è stato fondato nel 2005. Tra i fondatori l'ex deputata kurda Leyla Zana, uscita dal carcere nel 2004 dopo aver scontato dieci anni. Alle elezioni del luglio del 2007 il partito ha presentato candidati indipendenti riuscendo così ad aggirare l'ostacolo dello sbarramento che in Turchia è del 10%. Venti deputati sono stati eletti come indipendenti e non appena entrati in parlamento si sono costituiti in gruppo. In realtà, nonostante l'immunità e gli altri «benefici» di cui dovrebbero godere i deputati, per i venti eletti del Dtp le cose sono state difficili fin dall'inizio. I parlamentari kurdi infatti vengono regolarmente fermati, arrestati, denunciati. Decine i procedimenti aperti contro di loro. Il leader del gruppo, Selahattin Demirtas, è stato arrestato al rientro dall'Europa per presunti problemi legati al servizio militare. La parlamentare Fatma Kurtulan ha un procedimento aperto nei suoi confronti per una foto nella quale è ritratta in montagna accanto a dei guerriglieri del Pkk. Difficile per i deputati anche il lavoro nelle commissioni parlamentari, come ha più volte denunciato per esempio Akin Birdal, ex presidente dell'associazione per i diritti umani, eletto a Diyarbakir e che chiede di poter partecipare alla commissione parlamentare sui diritti umani. «Il Dtp - dice Ahmet Turk, rieletto presidente del partito un paio di mesi fa -ha un approccio collettivista alla politica, e in questo si differenzia dagli altri partiti. I nostri militanti non lavorano in nome della gente ma con la gente». In questo senso è esemplare il lavoro dei tanti sindaci kurdi nelle zone del sud est. Molte decisioni dei comuni vengono prese soltanto dopo una estensiva consultazione tra i cittadini. E poi naturalmente c'è la questione kurda che è dirimente e lo sarà sempre di più per il futuro del paese. La Turchia non può infatti pensare e sperare di continuare a ignorare un terzo della sua popolazione: tanti sono i kurdi, venti milioni. Il Dtp propone la soluzione pacifica al conflitto nelle terre kurde. E in questo senso il partito ha organizzato molte conferenze, dibattiti e convegni in cui si è discusso di forme e modi di un possibile negoziato. Finora purtroppo la risposta dell'establishment (e dell'esercito) è stata negativa. La guerra nel sud est e in territorio kurdo iracheno continua con pesanti combattimenti e morti su entrambi i fronti. Mentre a livello politico l'unico interesse dell'establishment e della magistratura sembra essere quello di perseguire i sindaci e quanti lavorano con il Dtp. Quotidianamente i primi cittadini kurdi vengono arrestati e denunciati. Uno degli avvocati del partito kurdo ha ricordato ancora una volta che le motivazioni della chiusura sono politiche e nulla hanno a che fare con la legge. Il procuratore chiede, oltre alla chiusura, anche l'interdizione dalla politica di tutti gli attuali deputati e dirigenti del Dtp. Che dalla sua ha i due precedenti dell'Akp e del Hak-Par. Per entrambi infatti la corte costituzionale si è pronunciata contro la chiusura.

 

Missione Ue al via, braccio di ferro tra Nato e Russia - Alberto D'Argenzio

BRUXELLES - Ieri sono arrivati molti via libera europei alla Georgia, ma praticamente tutti scontati e il tutto mentre non si accennano a placare le schermaglie diplomatiche tra l'Occidente e Mosca. I ministri degli esteri dei 27 hanno dato il semaforo verde definitivo alla missione di 200 osservatori civili in Georgia, che sarà sul terreno dal primo ottobre. Ma non solo, via libera anche all'inchiesta internazionale indipendente sul conflitto e alla conferenza dei donatori per la ricostruzione del paese che si terrà a Bruxelles a metà del mese prossimo. Contemporaneamente la cupola della Nato era a Tbilisi per una riunione molto simbolica e poco pratica, in cui il segretario generale dell'Alleanza Jaap de Hoop Scheffer ha promesso a Mikhail Saakashvili di «approfondire» le relazioni con la Georgia. Ma niente di più, a ennesima dimostrazione che il flirt con Tbilisi è visto come una relazione pericolosa anche da qualche membro della Nato. A rendere il clima più incandescente, arrivano da Mosca le minacce di Dmitrij Medvedev. «Se qualcuno cercherà di introdurre sanzioni - è il monito del presidente russo - le perdite avranno un carattere simmetrico». Questo tipo di minacce, ha detto ancora, hanno senso «solo in qualche repubblica delle banane». Il discorso russo non sembra comunque avere come obiettivo l'Europa, ma piuttosto gli Usa. Anche perché fino ad ora i 27 sono rimasti bloccati tra loro e quel poco che hanno deciso, ossia la sospensione dei negoziati per il nuovo accordo di partenariato economico, è più un'auto-sanzione che una sanzione alla Russia, che di questa intesa non ha alcun bisogno. L'Europa, e lo ha dimostrato anche ieri, fa quel che può, in concreto elargire aiuti (500 milioni di euro in due anni) e lanciare l'annunciata missione civile di 200 uomini, di cui 40 italiani. Sul mandato della missione ieri si è assistito a un balletto, con Frattini che non escludeva incursioni in Abkhazia e Ossezia del Sud, opzione già chiaramente scartata da Mosca. Gli uomini dei 27 saranno in Georgia dal primo ottobre e al massimo si spingeranno nella zona-cuscinetto creata dai russi al confine con l'Ossezia del Sud, ma solo dopo il ritiro dei soldati di Mosca, previsto al massimo per il 10 ottobre. Dai 27 è arrivato anche il sì a una «inchiesta internazionale indipendente» che faccia luce su quanto accaduto durante il conflitto, lavorando con l'Onu, l'Osce e la conferenza dei donatori per la ricostruzione della Georgia prevista per il mese prossimo a Bruxelles. Problemi invece sulla conferenza di Ginevra in cui dovrebbero partire i negoziati sulla stabilità e la sicurezza in Ossezia del Sud e Abkhazia. «L'appuntamento del 15 ottobre a Ginevra verrà spostato - ha detto il francese Bernard Kouchner. I problemi non sarebbero però di agenda, ma di una forma che nasconde molta sostanza. Il nodo è se invitare o meno i diretti interessati, cioè i rappresentanti delle due province secessioniste. Per qualcuno, come per Polonia e i Baltici, sarebbe un po' come riconoscerli.

 

Memorie da un massacro. L’ospedale della strage, un quarto di secolo dopo - Michelangelo Cocco

BEIRUT - L'acqua che piove dai soffitti e s'infiltra nei pavimenti dei corridoi fa da rumore di sottofondo, costante. Il fetore dell'immondizia lasciata a marcire in strada penetra nei corridoi bui di quello che un tempo era il fiore all'occhiello della medicina dei campi profughi palestinesi. Benvenuti al Gaza hospital, Beirut. Qui, a due passi da Shatila, nell'adiacente «rue Sabra» , vivono stipate oltre 200 famiglie di rifugiati del 1948. Al piano terra di uno dei due palazzoni che ospitavano il nosocomio, Abu Maher ha messo su un negozio di barbiere e un povero appartamento: due divani, un tavolino, il televisore e poco più. «Era un ospedale eccellente per la chirurgia e il suo reparto di ostetricia, il Ramallah - ricorda l'uomo -. Molti medici, libanesi, palestinesi, cinesi e cubani tra gli altri, venivano a lavorare qui per esprimere la loro solidarietà con la Palestina», continua questo 61enne che in Libano è arrivato dopo essere scappato da Safad, in Galilea, dove viveva con la sua famiglia, cacciata 60 anni fa dall'avanzata delle truppe ebraiche dell' Haganah. Il nosocomio, inaugurato nel 1968, curò anche i fedayyn che, cacciati dalla Giordania all'inizio degli anni '70, attaccavano Israele dal Paese dei cedri, dove si era riorganizzata l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). L'inizio della fine del Gaza hospital coincise con l'invasione israeliana del Libano e il massacro di Sabra e Shatila, nel 1982. Abu Maher ricorda che il 16 settembre di 26 anni fa tanti palestinesi che riuscirono a fuggire dall'inferno di Shatila cercarono rifugio proprio nel «Gaza ». Ma la pacifica invasione dell'ospedale da parte di queste famiglie che avevano perduto tutto e i danneggiamenti della struttura le avrebbero assestato un primo duro colpo. Già nel pomeriggio del giorno precedente il massacro, Sabra e Shatila erano stati circondati dall'esercito israeliano, agli ordini dell'allora ministro della difesa Ariel Sharon. Il compito ufficiale dell'operazione «Pace in Galilea», quello di «ripulire» i campi dai combattenti dell'Olp - la maggior parte dei quali aveva già lasciato la capitale libanese fu affidato ai miliziani cristiano-maroniti del partito falangista. Secondo quanto riferì al New York times un'infermiera olandese, per facilitare il lavoro dei miliziani durante la notte le truppe israeliane illuminarono i campi al punto che sembravano «uno stadio durante una partita di calcio». Solo alla fine di due giorni di mattanza si capirono le dimensioni della strage, che secondo le stime più pessimistiche fece registrare oltre 3.000 morti. Di tanti civili scomparsi non si seppe più nulla. Decine furono i cadaveri, orribilmente sfigurati, a cui non si poté dare un volto. L'allora primo ministro israeliano, Menachem Begin, dichiarò: «A Sabra e Shatila dei non ebrei hanno ucciso dei non ebrei, noi cosa c'entriamo?». La dottoressa Ang Swee arrivò al Gaza hospital poche settimane prima del 16 settembre 1982, volontaria per Christian aid. «Il Gaza hospital era l'unico ospedale fino a quel momento risparmiato dalla guerra civile accessibile ai palestinesi», ricorda Swee, in questi giorni di nuovo a Beirut per partecipare alla marcia che oggi attraverserà Shatila per chiedere giustizia per quella strage tuttora impunita. Swee ricorda che «il 16 settembre iniziarono ad arrivare i primi feriti da arma da fuoco, i bambini dilaniati dalle granate. Poi, il 18, l'ordine dei falangisti di evacuare la struttura». «Mio figlio Khaled è morto sotto le macerie della nostra casa, abbattuta dall'artiglieria dei falangisti», racconta Asia Ali Dahweesh. Come in quello degli oltre duemila inquilini del Gaza hospital, nel suo appartamento con le pareti tinteggiate di colori pastello e ricoperte da vecchie foto dei «martiri della resistenza» la corrente elettrica va e viene e non c'è acqua potabile. «Di mio marito Mahmoud Ahmad invece non ho potuto nemmeno riconoscere il corpo, fatto a pezzi come quelli di tanti altri palestinesi», prosegue la donna, scappata da El Houli (Safad) quando aveva cinque anni. A lei, come a tutti gli altri profughi palestinesi che lo desiderino, la risoluzione 194 dell'Assemblea generale delle Nazioni unite dà il diritto di rientrare nella sua casa, oggi nello Stato d'Israele. Alla domanda se spera ancora di tornare al suo villaggio la donna risponde: «Mi hanno cresciuta con la verdura e la frutta della Palestina, per questo il mio corpo è ancora forte: se ne avrò la possibilità, rientrerò subito». Dopo il massacro del 1982, la cosiddetta «guerra dei campi». Nel 1985 il Gaza hospital viene occupato dalle milizie sciite di Amal, che distruggono tutte le attrezzature mediche e ne fanno un punto d'osservazione militare prima di abbandonarlo dopo averne incendiata la gran parte. Sono 12 i campi dove i profughi palestinesi hanno trovato rifugio in Libano dopo essere stati cacciati o fuggiti dalla Palestina in conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948. L'Unrwa, l'agenzia umanitaria dell'Onu creata per assistere i palestinesi, stima in oltre 225.000 i palestinesi ufficialmente registrati nei suoi campi. Ma in totale - sempre secondo i dati Onu - i rifugiati palestinesi in Libano sono 409.714. Mentre in Giordania e Siria, gli altri due stati dove - oltre alla Cisgiordania e a Gaza - opera l'Unrwa, i palestinesi godono di un certo livello d'integrazione, nel Paese dei cedri le condizioni di vita dei palestinesi sono durissime, tanto che sono 46.204 i casi classificati come di «speciale necessità», in pratica povertà assoluta, interamente dipendenti dagli aiuti umanitari. «Le autorità trattano i campi profughi come focolai di disordine e la presenza dei palestinesi come un problema di sicurezza», spiega Ziad Abdel Samad, che guida le ong palestinesi in Libano. Per Abdel Samad è necessario «estendere i diritti civili anche ai palestinesi». Attualmente sono oltre 70 i mestieri e le professioni che non possono esercitare, così come non hanno diritti di proprietà né di costruire nei campi. A Sidone (200.000 abitanti, dei quali 70.000 palestinesi) i campi restano sotto l'assedio dell'esercito libanese, dopo che negli ultimi mesi si sono verificati scontri tra gruppuscoli ultra-islamisti e combattenti dell'Olp. In visita a Beirut il 28 agosto scorso, il presidente dell'Autorità palestinese, Abu Mazen, ha ribadito la necessità del rispetto della risoluzione 194 dichiarando: «Siamo contrari a una sistemazione permanente dei profughi in Libano». Pochi giorni dopo, un gruppo di deputati libanesi ha consegnato al presidente Michel Suleiman una proposta di emendamento costituzionale per rendere impossibile la permanenza a tempo indeterminato dei palestinesi. Seduto nel suo ufficio nel campo profughi di Mar Elias - una piccola roccaforte della sinistra palestinese - Souheil El-Natour spiega così questi ultimi sviluppi. «C'è una coincidenza tra la rivendicazione del diritto al ritorno da parte dei palestinesi e la paura della stabilizzazione dei palestinesi suscitata dal sistema comunitario libanese». «L'attenzione per noi è cominciata dopo l'assassinio (il 14 febbraio 2005, ndr) dell'ex premier libanese Hariri». «Da quel momento - continua il direttore dello Human development center -, i due blocchi contrapposti hanno avuto paura che i palestinesi potessero schierarsi con l'una o l'altra parte». El-Natour spiega che la rivendicazione del diritto al ritorno, che le autorità israeliane negano da sempre ai palestinesi perché «porterebbe alla fine dello Stato ebraico», ha un triplice obiettivo: gli israeliani, ai quali secondo l'ex funzionario del Fronte democratico per la liberazione della Palestina bisogna ricordare che non ci sarà vera pace senza la soluzione del problema dei rifugiati, i negoziatori palestinesi, presso i quali ritiene necessario tenere viva la questione, e le autorità libanesi, a cui intende ricordare che non vogliono restare in Libano.

 

La Stampa – 16.9.08

 

Alitalia, i piloti aprono al dialogo

ROMA - I piloti rappresentati da Anpac e Up sono pronti a riprendere il confronto con Cai e governo, anche se «restano importanti» le distanze tra le parti. Questo, in vista di una nuova convocazione di un tavolo unitario. È questo, in sintesi, l’esito dell’incontro di ieri sera a Palazzo Chigi, secondo quanto riferisce il presidente dell’Anpac, Fabio Berti. «Siamo pronti a riprendere il dialogo per trovare una soluzione», afferma, aggiungendo: «Tutto si deve fare, intervenire sui contratti e sugli esuberi, tranne che mortificare i lavoratori». Detto questo, le associazioni dei piloti «mantengono tutte le loro preoccupazioni, perchè le distanze restano ancora importanti». «Ieri siamo giunti finalmente al tavolo e siamo entrati nel merito dell’accordo quadro. È stato un momento difficile e incomprensibile anche pensando al futuro e a possibili attriti. L’apertura non c’è stata nel senso che è iniziata la discussione e si sono messi sul tavolo una serie di questioni a partire dagli esuberi. Sono state confermate alcune perplessità sul piano industriale; se si può parlare di apertura è stata sul metodo di lavoro». Lo ha detto Fabio Berti a «Panorama del Giorno». Sulle voci di un ampliamento delle rotte e degli equipaggi, Barti dice: «A noi non risultano, spero siano indiscrezioni che poi ci verranno prospettate. Dovremmo incontrarci mercoledì, anche se on è confermato, mentre dovrebbe esserci una riunione della Cai giovedì». Berti si augura che «non ci sia il fallimento, spero il contrario e sto lavorando per questo; certo si lavora sul filo del rasoio. La Cai ha tenuto una posizione molto seria ma anche molto rigida. La soluzione ci sarà solo se ci sono degli spiragli». Sulla possibilità di una precettazione dei piloti, il presidente dell’Anpac sottolinea che «Sacconi fa riferimento ad alcune azioni che non possono che essere inquadrate in una normativa, deve fare il suo lavoro, ma noi speriamo di non arrivare a una fase di conflitto così grave». È possibile fare volare Alitalia con altri piloti? «Non è possibile e poi, perchè parlare di scenari drammatici quando è possibile trovare soluzioni con piccoli spiragli e con buona volontà?», si chiede Berti che si dice pronto a rivedere i meccanismi legati alle retribuzioni. «Sulle retribuzioni abbiamo detto che siamo disposti a rivedere la parte variabile con meccanismi che la Cai ritiene utili. Bisogno considerare che lo stipendio fisso è il 32,1% sotto la media Ue». Infine, Berti si dice moderatamente possibilista sul futuro dell’Alitalia. «Io non scommetto perchè in gioco c’è troppo, punto sull’accordo e sono pronto anche a perderci dei soldi, ma le posizioni sono ancora lontane». La trattativa dovrà chiudersi «entro mercoledì, anche se non c’è più un vero negoziato» perchè «lo impongono i tempi di sopravvivenza della compagnia e le decisioni degli azionisti di Cai». Lo afferma il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, in un’intervista al Messaggero, a proposito della trattativa in corso su Alitalia. Ai piloti che hanno minacciato «effetti drammatici per la mobilità del Paese», Sacconi dice che «la mobilità è tutelata dalla legge, mi riferisco alla precettazione» anche se si dice convinto che «non ci si arriverà: ho fiducia nel senso di responsabilità delle persone». «Alitalia è un partner interessante per noi, ma non nella situazione attuale, a causa della pessima situazione economica della stessa Alitalia». Così, in un’intervista su Affaritaliani.it, Thomas Jachnow, portavoce di Lufthansa. Il portavoce della compagnia tedesca, tuttavia, ha precisato di non voler commentare le parole del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha definito Lufthansa ’partner ideale’ di Alitalia: «non commentiamo mai dichiarazioni di questo tipo. In merito alle parole del premier Berlusconi l’unica cosa che possiamo dire è ’no comment’».

 

L'altro primo giorno di scuola - FLAVIA AMABILE

Da ieri quasi tutti i ragazzi e i bambini italiani sono tornati a scuola, oltre otto su dieci. Le novità? Parecchie. A parte quelle in serbo grazie al ministro Gelmini di cui abbiamo già parlato, il primo giorno del nuovo anno scolastico ne ha riservate molte, in tutt'Italia. A Torino c'è una prima elementare di soli bimbi di origine straniera anche se tutti italiani come cittadinanza.  A Roma genitori e bambini hanno occupato una scuola elementare e hanno annunciato che resteranno lì per una settimana. Mentre a San Giuliano di Puglia è stata finalmente riaperta la nuova  scuola in linea con tutti gli standard antisismici dopo che nel 2002 un terremoto aveva distrutto la vecchia. Grande entusiasmo tra le famiglie che finalmente tornano ad avere una scuola elementare in paese, peccato che  per il momento siano solo 99 gli alunni che la frequentano, un numero inferiore rispetto agli standard (minimo 100 alunni) richiesti dalla riforma annunciata dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. E quindi, nuova come è, potrebbe essere chiusa e gli alunni costretti di nuovo a emigrare nei paesi vicini. In Campania un migliaio di genitori sono stati denunciati perché non hanno iscritto i loro figli a scuola anche se erano ancora nell'età dell'obbligo.  E a Napoli i bambini della  scuola elementare Emilia Nobile hanno avuto un giorno di vacanza in più perché all'apertura l'istituto era allagato anche se il guasto all'impianto idraulico era stato segnalato da oltre un mese. Davanti alle scuole di Cantagallo (Po) e Sasso di Castalda (Pz), hanno srotolato uno striscione con su scritto ''Chiuso per tagli''. Da ieri infatti è partita una mobilitazione nazionale contro i tagli che penalizzano in modo grave gli istituti più piccoli. «Nei piccoli comuni oltre 20mila plessi scolastici sono a rischio chiusura. Se, come previsto - afferma Legambiente in un suo dossier - il criterio per stabilire la sopravvivenza dei plessi scolastici sarà quello del numero degli alunni, facendo una proiezione sui plessi che  hanno un numero inferiore ai 100 alunni, in Calabria potrebbero chiudere i battenti il 92,5% delle materne e quasi il 70% delle elementari, visto che su 989 scuole di primo grado ben 680 sono plessi sottodimensionati. In Umbria i tagli riguarderanno il 91% delle materne e il 50% delle elementari, in Molise l’88,9% delle materne e il 73,8 delle elementari, in Basilicata l’86,6% delle materne e il 58% delle elementari, in Sardegna il 90% delle materne e il 50,5% delle elementari. E al riparo dalle forbici non sono neanche gli istituti del nord: in Piemonte sono a rischio l’80,3% delle materne e in Veneto il 74,6%». «Una vera scure dunque che riguarda il 77,2% delle scuole per l’infanzia - prosegue Legambiente - il 41,3 % delle elementari, il 31,6% delle medie, il 24,3% delle superiori per quasi la metà del totale di tutti i punti di erogazione del servizio scolastico italiano».

 

Nuove potenze sul piede della cyberguerra - RAOUL CHIESA

L’autore di questo articolo, consulente di Cybercrime presso la Human Trafficking and Emerging Crime Unit, era l’unico italiano invitato al superblindato workshop ISOI di Tallinn. Le opinioni qui espresse sono a titolo personale.

TALLINN - Allarme informatico dalla conferenza su sicurezza, Internet ed intelligence in Estonia: le guerre del domani saranno digitali. E sono già iniziate. Il 10 e l'11 settembre un centinaio di persone, provenienti dal mondo delle Forze dell'Ordine, dell'intelligence, della sicurezza informatica e del mondo accademico, si sono incontrati a Tallinn, capitale dell'Estonia, per partecipare al quinto workshop ISOI, Internet Security Operations and Intelligence. Una platea estremamente particolare per un evento a porte chiuse, cui solo chi era stato esplicitamente invitato ha avuto la possibilità di assistere. L’uditorio - proveniente da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Portogallo, Estonia, Lituania, Israele e Australia - era composto di direttori tecnici e capi-ricerca di realtà internazionali, spesso molto vicini al mondo dei servizi segreti. I relatori invece erano persone che operano in aziende e organizzazioni come Trend-Micro, ESET, AVG, Support Intelligence, NATO, Anti-Phishing Working Group, l'Università del New South West (Australia), AusCERT, CERT Estonia, COLT Telecom, Verizon, Yahoo!, oltre ad alcune agenzie di intelligence (FBI, CIA) e di lotta al terrorismo. Filo conduttore del workshop sono stati proprio i legami, sempre più profondi, tra la sicurezza delle informazioni e la sicurezza nazionale. L'allarme principale è rappresentato dal connubio tra hacking, criminalità organizzata e un nuovo modo di «fare la guerra». La raccolta di informazioni (a scopo di profitto economico o per azioni di intelligence), la distruzione di file e archivi digitali, l'impossibilità di accedere a sistemi informativi di rilevante importanza, la possibilità sempre più concreta di seri attacchi verso le «Infrastrutture Critiche Nazionali» dei diversi Paesi costituiscono uno degli incubi peggiori per chi si occupa di sicurezza nazionale. E’ una vera e propria guerra, intrapresa da Paesi come Cina, Corea del Nord, Israele, Russia e, naturalmente, Stati Uniti, Canada, Australia e Regno Unito. Una guerra digitale, combattuta a suon di vulnerabilità informatiche, attacchi elettronici, codice maligno, intercettazioni digitali, hacker e servizi segreti. Non è un caso che la sede del meeting, quest'anno, sia stata l'Estonia. Ex-Stato della Federazione Russa, nell'aprile del 2007 ha subito una impressionante serie di attacchi informatici, lanciati dalla Russia, proprio com’è successo quest’estate alla Georgia. Attacchi che sono riusciti a «spegnere» i due Paesi: bloccare - in un Paese giovane che ha deciso di snellire sin dal 2001 la burocrazia, grazie all'Information Technology - l'accesso ai servizi di rete ha significato, letteralmente, mettere in ginocchio un'intera nazione. La responsabile della sicurezza informatica della seconda banca per ordine di importanza della Georgia ha descritto in dettaglio, giorno per giorno, l'escalation avvenuta tra il 18 luglio e 10 agosto di quest'anno, con più di 10.000 attacchi, soprattutto ai principali database della nazione, 66 DDoS (una tecnica grazie che blocca un sito web, subissandolo di richieste contemporanee, sino a esaurire le risorse del server) e centinaia di Web Defacement (modifica dell'home page). In sala, lo shock maggiore è però arrivato quando i relatori hanno parlato di «botnet», un esercito fatto di decine di migliaia di PC e Server violati dagli attaccanti, per utilizzarli - in forma massiva e parallela - in attacchi mirati. Un ulteriore problema è la transnazionalità dei reati. Gli attacchi contro la Georgia provenivano infatti da Paesi usati come testa di ponte: Macedonia, Guatemala, Usa, Francia, Spagna, Romania, Indonesia, Giappone. E ovviamente Russia. Di Russia si è molto parlato anche nelle sessioni dedicate a RBN, sigla sconosciuta ai non addetti ai lavori, che significa «Russian Business Network». Si tratta di un'organizzazione criminale ormai storica, con sede a San Pietroburgo, il cui business è l'esecuzione di attacchi informatici, l'invio di spam e il furto di informazioni su richiesta. Il loro giro di affari supera i due miliardi di dollari all'anno e, anche in Italia, nel 2007 abbiamo iniziato a conoscere l'organizzazione e la mafia russa che vi si cela dietro: siti web sotto attacco DDoS, ai cui proprietari RBN ha detto, semplicemente, «Pagate e smetteremo. Non pagate, e rimarrete sconnessi da Internet sino a quando non ci stancheremo». Infine, il phishing, il furto di identità e informazioni riservate. L'APWG (Anti-Phishing Working Group, un'organizzazione di volontari che studia il fenomeno a livello internazionale) ha analizzato 51.989 domini Internet utilizzati per il phishing, riuscendo a stilare una classifica delle nazioni dove sono presenti più phishing web sites: Hong Kong, Thailandia, Liechtenstein, Romania, Cile, Belize, Taiwan, Lituania, Estonia, Repubblica Ceca.

 

Una mail per cacciare i 50 mila impiegati – Maurizio Molinari

Da domani l’ufficio sarà chiuso, potete andare adesso a prendere le vostre cose». Nel primo pomeriggio di domenica è una email a materializzare il Black Sunday di Wall Street sui cellulari degli almeno diecimila newyorkesi impiegati di Lehman Brothers (50 mila in totale). Da quel momento l’edificio di 32 piani al 745 della Settima Avenue, a due passi da Times Square, si trasforma nel palcoscenico del crollo: i dipendenti arrivano con indosso pantaloncini e magliette da weekend per uscire con scatoloni, insegne, piante, computer portatili, agende, zaini, cestini e faldoni sotto i potenti fari delle tv che trasmettono in diretta mentre decine di turisti si assiepano lungo i marciapiedi scattando foto all’esercito di neo-disoccupati per avere un souvenir del terremoto finanziario. Fra questi ci sono anche Harry e Jane, dell’Arizona, appena arrivati in crociera a Manhattan, confessando una certa emozione nell’assistere a fatti «per noi davvero rari», come se fossero al cinema. Finiscono così le 48 ore che hanno terremotato Wall Street. Tutto inizia alle 6 del pomeriggio di venerdì quando i banchieri di Lehman Brothers, Merrill Lynch e Bank of America varcano in rapida successione la soglia della sede della Federal Reserve al 33 di Liberty Street, Downtown Manhattan, per apprendere dal ministro del Tesoro Henry Paulson che il governo non avrebbe aiutato a salvare Lehman Brothers come già fatto con Bear Stearn. Il motivo viene spiegato da Paulson con il «moral hazard» - il rischio morale - di un’operazione che trasformerebbe i soldi dei contribuenti nel salvagente di una banca troppo spericolata nella gestione dei mutui subprime. Sono i numeri a pesare. Per salvare Bean Stearn il Tesoro aiutò JP Morgan Chase a far fronte a un buco da 29 miliardi, in questo caso soccorrere Lehman significherebbe ripianare almeno 85 miliardi. La scelta di Paulson è una doccia fredda per Dick Fuld che, senza mai uscire dal suo ufficio al 31° piano della sede sulla Settima Avenue, tenta in extremis prima la strada della londinese Barclays e poi quella di Bank of America proponendo di dividere Lehman in due: una «buona banca», che somma attività in profitto e conti in ordine, e una «cattiva banca», con una voragine di 85 miliardi di dollari frutto degli errori commessi speculando sui subprime. Sabato notte Fuld, al telefono nel suo ufficio passate le 24, confida ancora nella carta dello sdoppiamento della banca ma l’indomani mattina è tutto svanito. Da Londra Barclays fa sapere che i tempi sono troppo stretti per poter decidere una simile operazione mentre Kenneth Lewis, presidente di Bank of America, decide di giocare un’altra partita dicendosi pronto a versare i 50 miliardi di dollari necessari per salvare un’altra banca d’affari, Merrill Lynch, anch’essa travolta dai subprime. A rendere drammatica la sconfitta per Fuld è il fatto che John Thain, capo di Merrill Lynch, salva la banca con una ricetta simile allo sdoppiamento perché i suoi 17 mila aggressivi brokers finiscono dentro Bank of America dando vita al nuovo gruppo di consulenti «Merrill Lynch Wealth Management». L’epilogo della maratona finanziaria avviene domenica di primo mattino, l’appuntamento è sempre al 33 di Liberty Street. Non ci sono solo Lewis, Thain e gli uomini di Fuld. Arrivano tutti big della finanza newyorkese e uno dopo l’altro si mostrano ai fotografi appostati nell’afa come se si fossero appena alzati dal letto. Robert Wolf, capo-America dell’Ubc, ha una polo scolorita, Steve Black di JpMorgan in camicia senza cravatta, Peter Kraus di Merrill Lynch con la barba lunga, Vikram Pandit di Citigroup in giacca casual chiara. Il salotto di Wall Street è al gran completo per fare da cornice al suggello di Lewis come l’uomo più potente del momento: è stato lui pochi mesi fa ad acquistare il colosso dei mutui Countrywide Financial, sempre lui ha condannato Fuld alla bancarotta e ancora lui salva adesso Merrill Lynch, con il non troppo tacito avallo tanto di Paulson che Ben Bernanke, presidente della Fed. La conclusione della riunione coincide con la fine dei 158 anni di storia di Lehman Brothers. L’email destinata ai Blackberry dei dipendenti parte poco dopo. Fra i primi ad arrivare per il frettoloso trasloco c’è Mohamed Giremh che accusa Fuld di «aver distrutto Lehman Brothers». La maggior parte pensa già al dopo. Il crollo delle azioni ha azzerato i risparmi dei più e bisogna cercarsi un posto. «Dobbiamo trovare lavoro in un momento brutto per il mercato» spiega Guelra Frutn prima dell’ultima cena collettiva «pizza e birra» dentro il grattacielo da oggi in vendita.

 

Liberazione – 16.9.08

 

Come si salveranno? Colpendo il lavoro - Emiliano Brancaccio

Avevano nei giorni scorsi giustificato il tracollo di Fannie e Freddie con la classica litania dei carrozzoni a partecipazione pubblica, protetti dal governo federale americano e inquinati dalle solite clientele politiche. Poi però la crisi si è nuovamente spostata al centro del capitalismo privato americano, e gli ultras del liberismo sono rimasti per l'ennesima volta a corto di argomenti. Lehman Brothers, una delle quattro banche d'affari più grandi del listino di Wall Street, ieri ha dichiarato fallimento. Cade dunque un altro importantissimo mattone dell'immenso domino finanziario globale, e c'è da ritenere che diversi altri nei prossimi mesi subiranno una fine analoga. Lehman rappresenta una delle massime interpreti del famigerato "subprime capitalism", vale a dire il sistema che nel corso degli ultimi anni ha stravolto e reinventato il circuito monetario dei crediti, dando luogo a quella che potremmo considerare una sofisticata istituzionalizzazione del meccanismo dell'usura. La logica dei subprime ha infatti per lungo tempo funzionato così. Prendi un lavoratore americano, di norma residente in un sobborgo periferico e già abbastanza carico di debiti e di pignoramenti. Fregatene della sua elevata probabilità di insolvenza e offrigli mutui e carte di credito a tassi particolarmente alti. Quindi spezzetta in mille parti i debiti del tizio in questione, trasformali in titoli e diffondili in ogni angolo del globo, con il prestigioso marchio della banca d'affari emittente posto in bella mostra sulle cedole. Strozza finché puoi il lavoratore, fallo andare sulla giostra dei tassi variabili, costringilo a doppi turni, tripli lavori e tagli progressivi al suo tenore di vita. Distribuisci i dividendi ai possessori dei titoli e poi, quando il tizio andrà in bancarotta, poco male: che si faccia avanti il prossimo working poor afflitto da un salario reale in caduta libera fin dai tempi di Carter. Applicando questa procedura le grandi banche d'affari americane hanno convinto migliaia di operatori finanziari a comprare questi titoli, al tempo stesso bollenti e patinati. Fondi cinesi, russi, giapponesi e pure tanti istituti europei hanno fatto incetta di subprime, rassicurati dall'idea che un pezzettino di rischio per ciascuno non avrebbe fatto male a nessuno. Ma le cose non stavano così. Lo strozzinaggio su larga scala aveva le sue crepe, che si sono trasformate in voragini man mano che i pezzetti di rischio andavano cumulandosi, che i potenziali lavoratori da incravattare andavano esaurendosi, e che le garanzie poste alla base di quei debiti cominciavano a perdere di valore. Il risultato finale è che i massimi finanzieri di Wall Street potrebbero a questo punto esser seduti su una montagna di crediti che valgono carta straccia. E non si capisce chi pagherà adesso la corrispondente montagna di debiti che essi hanno contratto con il mondo. Una situazione, questa, che avrà inevitabili effetti a catena: basti pensare ai contratti di copertura del rischio di cambio che il Ministero del Tesoro italiano ha lungamente contratto con Lehman per la collocazione di titoli pubblici sulla piazza americana, e che ora rischiano di non poter essere onorati. Siamo insomma di fronte alla ennesima, contraddittoria torsione del capitalismo deflattivo del nostro secolo. Da tempo questo sistema impone a tutti i paesi del mondo una politica di schiacciamento dei salari e della domanda interna, e li costringe a cercare sbocchi commerciali all'esterno dei propri confini. Gli Stati Uniti hanno agito per anni da spugna assorbente, domandando ben al di là di quel che potevano acquistare. E questo non certo in virtù di una politica di alti salari, ma al contrario grazie a una spaventosa esplosione di spese finanziate con debiti, che negli ultimi tempi hanno coinvolto anche e soprattutto la classe lavoratrice. Con il diffondersi delle insolvenze tra i lavoratori il sistema è andato in stallo, e adesso si prevedono due diverse vie d'uscita. La prima è quella "capitalistica pura": si lasciano le banche al proprio destino, le più fragili ed esposte falliranno o verranno assorbite, e assisteremo a una ulteriore accelerazione del processo in corso di centralizzazione dei capitali mondiali in poche mani. Questa soluzione trova però un ostacolo nel fatto che gli assetti proprietari e di controllo del capitale finirebbero per subire un vero e proprio terremoto. Per esempio, la finanza asiatica sembra esser tra le poche attualmente in grado di ricapitalizzare gli istituti bancari, soprattutto americani ma in parte anche europei. Non sarebbe certo la prima volta, beninteso, ma in questa occasione l'intervento necessario ai salvataggi potrebbe rivelarsi di tali proporzioni da rendere inevitabile l'ingresso dei cinesi nelle stanze dei bottoni di Wall Street e della City, dalle quali sono stati finora tenuti accuratamente alla larga. Ecco allora che alcuni guru della finanza statunitense ed europea iniziano a levare alte le voci sul pericolo di una recessione globale, e sul rischio conseguente di una reazione neo-protezionista. La diffusione di queste paure verte su un preciso obiettivo strategico: spianare la strada a una soluzione "assistita", ossia basata su un intervento pubblico che permetta di scaricare sui contribuenti occidentali il peso dei rifinanziamenti bancari e che eviti eccessivi scossoni negli assetti di controllo. Quello che suscita maggiori preoccupazioni, comunque, è che in entrambi i casi il sistema scaricherebbe il peso dell'aggiustamento sulle spalle dei lavoratori e delle categorie sociali più deboli: o attraverso la recessione e la disoccupazione, o tramite un aumento dei carichi fiscali sul lavoro e delle iniezioni di liquidità pubblica a sostegno del capitale privato in crisi, oppure ancora attraverso una combinazione intermedia delle due soluzioni. Nella storica emergenza in atto, insomma, i lavoratori restano al tempo stesso la variabile residuale per eccellenza, pressata sul piano economico e silente sul piano politico. Un paradosso, questo, dal quale non si uscirà né a breve né in modo necessariamente pacifico.

 

Ricostruire la sinistra italiana significa pensarla secondo canoni di autonomia culturale e di proposta politica - Paolo Bagnoli*

In momenti difficili, quali quelli che sta vivendo la sinistra italiana, occorre uno sforzo di ragionamento che coniughi,sostanzialmente, due fattori: la criticità del reale e le motivazioni dell'intenzione cui segue la scelta politica. Occorre,cioè, pensare avendo il senso del tempo presente e di quello futuro alla cui costruzione si vuole concorrere. Ciò significa,in primo luogo, rifuggire dalla tentazione di risolvere nella "politica politicata" questioni di grande rilevanza senza, tuttavia,rimandare ad un domani più o meno prossimo la soluzione del problema che deve essere colto nella sua chiarezza. Detto in altri termini: oggi, per chi si professa di sinistra, al di là della collocazione, il problema primario è quello di salvare l'idea stessa di sinistra. L'impegno,quindi, è di contribuire all'opera di ricostruzione e di riposizionamento della sinistra nel panorama politico del Paese sul piano ideale e su quello culturale,definendo la rappresentanza sociale che vuole esprimere; i modi e le forme caratterizzanti la lotta politica; le relazioni possibili con l'insieme dei soggetti con i quali si possono, eventualmente,realizzare intese ed alleanze. Occorre, cioè, rielaborare un'idea stessa di sinistra che contribuisca alla definizione di un pensiero compiuto del Paese visto, appunto, da sinistra prima ancora che governato anche dalla sinistra. Su tutto, poi, necessita recuperare autonomia di funzione, di valori e di rappresentanza quali lievito di una ragione che discende dalla storia del movimento operaio dei due secoli oramai alle nostre spalle; un'autonomia che rappresenti, in sé, un'alternativa non solo e tanto alla destra - ciò è nella naturalità delle cose - ma a quanto l'attuale capitalismo determina per correggerne le gravi storture che, ad ogni livello, stanno decomponendo il tessuto profondo della società secondo derive veloci camuffate da modernizzazione. In un mondo nel quale le ingiustizie e le differenze sociali si allargano sempre più, le libertà e la democrazia sono inevitabilmente a rischio; i processi di incivilimento regrediscono e le logiche del profitto e della disumanizzazione dei rapporti finiscono per essere accettate come un qualcosa di inevitabile:quasi si trattasse di un prezzo obbligatorio da pagare. A cosa, però? Purtroppo, all'acuirsi delle differenze di classe; all'instabilità del lavoro, all'allargamento delle sfere concernenti i diritti dell'individuo in quanto persona; a ritenere che la vita degli uomini sia regolata solo dal profitto per cui tra "vivere" e "sopravvivere", alla fine, non c'è differenza alcuna; a ritenere che le tutele sociali, conquistate nel corso degli anni con aspre lotte, siano un qualcosa che non solo le società attuali non possono permettersi,ma che sia addirittura antistorico porsi il problema nel presente; alla rinuncia ad essere protagonisti della propria esistenza e del proprio futuro. La fine della "classe generale" non ha portato con sé la fine di società divise per classi; il passaggio dalla "classe" ai "cittadini" non ha liberato questi ultimi dalle differenziazioni di ceto sociale rendendoli,anzi, più deboli e spesso del tutto indifesi. Oggi, per salvare la sinistra e le sue ragioni, è dalla consapevolezza di tutto ciò che occorre ripartire. Rispetto a tale quadro vi possono essere, e vi sono, proposte diverse dovute alle diverse riconosciute culture della sinistra, ma prima delle diversificazioni è necessario fissare il presidio di valore dei problemi che, chi si colloca a sinistra, deve affrontare in un fase della vita italiana che sconta pure la ventata dell'inutilità dell'essere di sinistra; una ventata che ha permesso alla destra italiana di possedere una forza senza pari ed anche senza contrasti e vera opposizione parlamentare. La consapevolezza di tutto ciò non sembra, tuttavia, una questione condivisa a sinistra; la smania governista della "politica politicata" vive in ampi settori di essa; il problema sembra essere,talora, solo quello di ricomporre una relazione di centro-sinistra con il Partito democratico come se le stagioni uliviste od unioniste fornissero ancora modelli validi non solo per battere la destra,bensì per assicurare processi riformatori capaci di rompere le concatenazioni perverse indotte dal capitalismo globalizzato e da una democrazia concepita senza la gente. Se si ritiene che la sinistra possa rinascere con capacità autonoma e profilo alternativo solo sul modulo della rivincita del governo si fa un grande errore e si dimostra di non aver compreso la gelida replica della realtà che ci viene dal voto. Il modello di governo di centro-sinistra sperimentato negli ultimi anni è stato cancellato e sepolto; offrire al Partito democratico la disponibilità per rimetterlo in piedi per sconfiggere Berlusconi non solo è illusorio, ma nega il presupposto stesso della lezione che alla sinistra italiana viene dal voto: mancanza di consapevolezza di se stessa e dei propri valori, sostanziale subalternità a logiche che sembravano avere il profilo del realismo. Pensiamo che il Partito democratico non disdegnerà le profferte per una colleganza esterna,ma il tutto finirà per vivere dentro l'angusta logica di un governismo per di più senza governo. Oggi, un processo serio di ricostruzione della sinistra non può che esprimersi nell'opposizione; se necessaria anche al Partito democratico. Infatti, anche le scelte per gli enti locali, per il cui rinnovo si voterà l'anno prossimo, non avrebbero senso per le forze di una sinistra autonoma e larga qualora non vi fossero condizioni politiche e programmatiche per farle; se profilate ancora nella logica dei vecchi centro-sinistra. Ricostruire una sinistra italiana all'altezza del compito significa pensarla in termini larghi, rifuggendo dalla suggestione delle formule secondo le quali essa è, volta a volta, unita e plurale, radicale, movimentista, riformista e chi più ne ha più ne metta. Ricostruire la sinistra italiana significa pensarla secondo canoni di autonomia culturale e di proposta politica; attenta alle questioni di governo secondo il principio di responsabilità verso la comunità nazionale che non viene meno stando all'opposizione; non assillata dalla necessità del governo, ma pronta a non tirarsi indietro, ad ogni livello, non perché si deve fare blocco contro la destra, ma perché le condizioni delle alleanze sono possibili. Non è facile costruire una sinistra larga,ma occorre partire da quello che c'è e da chi ci sta senza pensare a ricette già pronte. Queste non ci sono, ma non può non esserci un'intenzione comune di rinascere per essere una soggettività politica che si proponga di coniugare democrazia,libertà e giustizia sociale. Se una tale intenzione si manifesterà,allora si troveranno pure le modalità per avviare il processo.

*ordinario di Storia delle Dottrine Politiche all'Università di Siena.

 

Bolivia, si teme un colpo di Stato. Il governo tratta per arrivare ad una tregua con i secessionisti - Angela Nocioni

Rio de Janeiro - I presidenti latinoamericani riuniti a Santiago del Cile per tentare di impedire la guerra in Bolivia e il vice di Evo Morales che, seduto di buon mattino a un difficilissimo tavolo con uno i più esaltati tra i suoi oppositori, il governatore di Tarija Mario Cossio, gioca le ultime carte per evitare la guerra civile. Se c'è qualcuno da queste parti di mondo in grado di mostrare che la pace si fa col nemico, questo è Alvaro Garcia Linera, l'infaticabile vicepresidente boliviano: bianco, ex guerrigliero, l'anima più radicale del governo del Mas e al tempo stesso abilissimo mediatore. E' lui che da due anni si occupa di tutti i guai del primo governo indigeno della Bolivia. Lui che disegna le nazionalizzazioni dei telefoni e del gas, lui che va a trattare con i filonazisti (l'autodefinizione è loro) del comitato civico di Santa Cruz le condizioni di una tregua sempre più difficile. La situazione ieri sembrava irrecuperabile. Le regioni ricche e bianche dell'oriente, in cerca di una secessione da la Paz, sono unite per abbattere a qualsiasi costo il governo la cui legittimità è stata di nuovo messa fuori discussione da una riconferma ottenuta appena un mese fa con oltre il 70% dei voti. Appoggiano senza cenni di imbarazzo anche il governatore di Pando, una delle cinque regioni (sono nove in totale) in mano all'opposizione che la settimana scorsa ha coperto, secondo il governo addirittura ordinato, una imboscata a contadini pro Morales a Tres Barracas, vicino il municipio di Porvenir, al confine con Brasile. I morti sono trenta, il numero sale ogni giorno. Cadaveri ritrovati nei boschi, lungo il ciglio della strada, di fianco agli alberi. I sopralluoghi confermano le prime testimonianze dei sopravvissuti: si è trattato di un massacro, franchi tiratori hanno aspettato appostati che arrivasse il gruppo di gente del Mas e hanno aperto il fuoco a freddo. La maggior parte dei cadaveri ha fori di pallottole alle spalle ed è stato trovato faccia a terra con le braccia in alto. Li hanno uccisi mentre fuggivano verso la montagna cercando un riparo. Un testimone, Roberto Tito, racconta che stava sul ponte che attraversa la strada del massacro quando improvvisamente è iniziata una pioggia di pallottole. Dice che i campesinos marciavano disarmati, stavano andando a un'assemblea. Racconta di aver visto persone cadere a terra, colpite a morte da pallottole sparate da un paio di metri da terra. dice che molti franchi tiratori erano appostati sugli alberi lungo il cammino all'altezza del ponte. «Eravamo disarmati, solo pali avevamo in mano - dice - ci hanno fermato sette chilometri prima di arrivare a Porvenir e ci hanno attaccato all'improvviso con mitragliatrici automatiche». Stessa versione dei fatti arriva da Abraham Cuellar, che racconta di un blocco stradale lungo dieci metri messo in mezzo alla strada all'altezza del ponte: «la gente stava camminando a piedi e ha fatto da bersaglio a una sventagliata di fucili metragliatori, è stata un'imboscata preparata dalla prefettura di Pando, con armi da guerra». Nell'emergenza, tra la rabbia e la disperazione, si accavallano le voci e le denunce, non tutte verificabili. Militanti dei movimenti sociali, sparsi nelle regioni dell'opposizione telefonano per denunciare imboscate, spedizioni punitive, sequestri lampo da parte di gruppi che definiscono «di estrema destra» o «bande al servizio del governatore». Cronaca quasi normale per una Bolivia in guerra da tempo, ma che nelle ultime ore infiamma la diplomazia continentale impegnata nel tentativo di frenare una crisi dalle conseguenze pericolose per l'intera regione (il gas boliviano scalda l'inverno di Buenos Aires e soprattutto serve alla cintura industriale di San Paolo). Dopo la cacciata dell'ambasciatore statunitense da la Paz (seguita da una eguale decisione presa dal governo venezuelano e annunciata da Chàvez come «misura solidaria con la Bolivia») è stata decisa una riunione urgente dei presidenti latinoamericani (la conclusione era attesa per la notte fonda di ieri). Il tentativo è ripetere l'apparente successo ottenuto a marzo quando le dichiarazioni tra Ecuador, Venezuela e Colombia (dopo un'incursione colombiana in territorio ecuadoriano per uccidere il portavoce internazionale delle Farc, Raul Reyes) avevano raggiunto toni pericolosamente drammatici. La riunione avviene ora come allora sotto la sigla dell'Unasur, Unión de Naciones Suramericanas, considerata dai governi di centrosinistra del continente più affidabile della Organizzazione degli stati americani, dove è molto più visibile la pressione statunitense, in questo momento di poco aiuto a risolvere una crisi in cui Washington è accusata sia dal Venezuela che dalla Bolivia di appoggiare e finanziare tentazioni golpiste. Quando chiudiamo il giornale la riunione a Santiago non è ancora iniziata e i governatori delle regioni dell'Oriente boliviano hanno scritto a Michelle Bachelet, la presidente cilena, per chiedere di essere ascoltati. Un filo di luce si intravede però alla fine dell'incontro tra Alvaro Garcia Linera e il prefetto oppositore di Tarija. «Siamo a un buon punto» ha detto quest'ultimo uscendo. Dal palazzo presidenziale di la Paz, ciononostante, arriva una sola frase: «ci aspettiamo un colpo di stato». Il timore non è da esaltati: quel palazzo è stato assaltato dai golpisti 180 volte nella sua storia.

 

Repubblica - 16.9.08

 

"I miei sogni in uno scatolone, la smania di vendere ci ha fregati"

Mario Calabresi

NEW YORK - Il venditore di caffè e ciambelle all'angolo tra la Settima Avenue e la Cinquantesima Strada da questa mattina sarà senza clienti. Dovrà trainare il suo baracchino da qualche altra parte: i ragazzi di Lehman Brothers non esistono più. Pieno di rabbia ha attaccato un cartello scritto a pennarello sopra il termos fumante: "Non si servono giornalisti". Non ha dubbi: "Hanno creato il panico, fatto scappare gli azionisti e ucciso una banca che si poteva salvare". Il palazzo è assediato dalle telecamere, dieci camion con l'antenna satellitare si sono piazzati durante la notte lungo i marciapiedi, i turisti fanno la fila per farsi fotografare davanti al simbolo della fine di un'altra epoca del capitalismo. I diecimila dipendenti di questo grattacielo entrano in silenzio, hanno l'ordine di non parlare. Domenica sera, quando il sito internet del New York Times per primo aveva dato la notizia della bancarotta, hanno capito che era davvero finita. Quando molti già dormivano, prima di mezzanotte sono arrivate due e-mail: la prima diceva di presentarsi regolarmente al lavoro lunedì mattina, la seconda spiegava che sarebbe stata una "giornata normale": bisognava tenere vive le attività e occuparsi dei clienti. Cercare di dare spiegazioni. Ma non è stata una "giornata normale", anche perché tutti sapevano che sarebbe stata l'ultima: "Non ci sono state scene di panico o di disperazione ma molta compostezza, nella tradizione della banca c'è una cultura dell'onore e dell'appartenenza che non è venuta meno nemmeno ora che stiamo affondando. Ma in verità ognuno ha pensato al futuro, al passato, a dove ha sbagliato: chi ha fatto gli scatoloni, chi ha passato le ore a spedire curriculum, chi calcolava e ricalcolava il disastro finanziario personale". Per farsi raccontare cosa accade al centro del terremoto finanziario mondiale bisogna allontanarsi, trovare qualcuno disposto a camminare fino a Central Park e a sfogarsi davanti al laghetto. "Ho 36 anni - comincia a scandire con metodo il nostro broker che vuole restare anonimo - , sono un senior vice-president e guadagnavo tra 750mila e un milione di dollari all'anno. Ma oltre l'ottanta per cento del mio stipendio è composto dal bonus che arriva a gennaio e non lo vedrò mai: ho lavorato oltre otto mesi per niente, è sfumato tutto. Certo prendevo un sacco di soldi, ma per vivere qui, per pagare le scuole dei figli, le assicurazioni, affitti da 10mila dollari al mese quella è la cifra che devi prendere. Se vuoi vivere bene a Manhattan non puoi guadagnare meno di mezzo milione. E poi organizzi la tua vita contando che quei soldi arriveranno, c'è chi aveva comprato casa aspettando di saldare a gennaio e ora si trova senza nulla in mano. Il contratto d'affitto va pagato finché non scade e bisogna subito fare i conti di quanto si può sopravvivere a New York senza stipendio, cercando un altro posto. Quelli della mia età si sono messi subito a cercare, ma chi ha cinquant'anni è disperato, non ha mercato". Racconta di un collega di scrivania di 55 anni entrato a Lehman nel 1983, un quarto di secolo di vita per la compagnia, tutti i guadagni investiti in azioni e un pacco incredibile di stock options: "Ha visto svanire 15 milioni di dollari in un fine settimana, il tesoro su cui contava per andare in pensione". E' l'ultimo giorno di lavoro e da domani c'è solo da provare a cercare un nuovo posto, non ci sono liquidazioni, cassa integrazione o la mano pubblica. Il team in cui lavora il nostro broker è composto da dieci persone, sono andati a lavorare anche durante il fine settimana anche se sapevano che non avrebbero più visto un dollaro, volevano parlare con i clienti, farsi coraggio e pensare insieme a come affrontare il futuro: "Il nostro capo ci ha proposto di provare a venderci come squadra, abbiamo preso contatti con altre banche offrendo la possibilità di prendere un team che è affiatato e ha un portafoglio clienti non indifferente. Nello stesso tempo però ognuno corre per conto suo, non c'è tempo da perdere". Alle dieci di mattina la dirigenza della banca ha deciso di bloccare il server della posta elettronica: il traffico in uscita aveva toccato un picco record e si era diffuso il timore che stessero uscendo documenti, dati, elenchi di clienti. Di certo stavano uscendo curriculum. "Dopo un attimo di incertezza sono tutti passati sui loro indirizzi di posta privata e hanno ripreso a cercare lavoro. E' una gara a chi è più veloce, elastico e flessibile: restare a New York, puntare sull'Europa o trasferirsi a Singapore piuttosto che a Dubai. E poi prima di sera bisognerà fare uno scatolone con gli effetti personali e lasciare la scrivania vuota". Così ieri sera, dopo 158 anni di vita Lehmans Brothers ha spento le luci. Sulla facciata del palazzo poco a nord di Times Square, dove si era trasferita dopo essere sopravvissuta all'11 settembre, aveva messo degli immensi schermi a cristalli liquidi che trasmettevano giorno e notte immagini bucoliche: prati, montagne, campi di grano. Ora tutto diventerà buio e la città sa che il buco nero si allargherà a cerchi concentrici. Solo nei 32 piani di questo grattacielo lavoravano 10mila persone, con loro resteranno a casa i colleghi delle altre quattro sedi sparse tra Manhattan e il New Jersey e più di 20mila dipendenti in eccesso dall'unione tra Bank of America e Merrill Lynch. New York ha perso, in uno dei fine settimana più neri della sua storia, 50mila posti. E non finisce qui: ogni lavoro del distretto finanziario si teorizza ne crei altri quattro in città, sono portieri, posteggiatori, autisti, cuochi, camerieri, baby sitter, sarti, commessi, fattorini. I conti, molto arbitrari, ci dicono che altre 200mila persone da ieri mattina sono entrate in crisi. Il sindaco Bloomberg ha già calcolato le mancate entrate fiscali e non ha nascosto che dovrà fare tagli al bilancio o alzare le tasse. Poi ha cancellato un viaggio in California: è meglio restare, la città è nervosa. A sera la processione dei dipendenti che escono con i loro scatoloni in braccio è mesta. Hanno ancora tutti la cravatta, anche il nostro broker che ha l'abito blu, le scarpe nere e la camicia bianca con i gemelli d'oro: "Abbiamo rispettato il codice di comportamento fino all'ultimo: bisogna portare sempre la cravatta e la si può allentare, slacciando l'ultimo bottone, solo dopo le cinque o se a Wall Street c'è una seduta davvero pesante. Quest'estate ci hanno detto che potevamo toglierla il venerdì pomeriggio e molti l'hanno letto come un segno della crisi, come un modo per risollevarci l'umore". Non ha niente in mano: "Avevo soltanto due spazzolini e un tubetto di dentifricio, esco pulito così come ero entrato". La sera lascia spazio alla tristezza e anche alla consapevolezza che ad aver distrutto tutto è stata la smania di inventare sempre nuovi strumenti finanziari e di piazzare sul mercato spazzatura travestita da occasione: "Forse era giusto che finisse così, per ricordare a Wall Street che la furbizia non vince sempre, che non si può pretendere di vendere qualunque cosa solo perché si è capaci di impacchettarla bene. Forse è un atto catartico, forse può servire a ripartire più sani". La processione si allunga: le segretarie sono quelle che hanno le scatole più grosse, piene di foto, cartoncini, pupazzetti, erano loro a rendere l'ambiente un po' più umano, sono quelle che domani faranno più fatica di tutti a sopravvivere. Insieme ai cuochi e ai camerieri che, in guanti bianchi, servivano i direttori e i loro clienti nelle salette riservate nell'attico spettacolare del 32esimo piano. Non hanno mai preso i bonus e i ristoranti di Manhattan non cercano personale: da P. J. Clarke's, da 125 anni il tempio delle bistecche e degli hamburger, sabato non c'era coda e per la prima volta dall'11 settembre tre tavoli sono rimasti vuoti per tutta la sera.

 

Obbligazioni, polizze e titoli: ecco cosa rischiano i risparmiatori

VITTORIA PULEDDA

MILANO - Momenti di grande tensione tra i risparmiatori, anche in Italia. Non tanto per gli investimenti diretti in azioni, obbligazioni o derivati firmati Lehman Brothers, che tutto sommato dovrebbero essere piuttosto limitati, quanto per tutti i prodotti strutturati che, magari all'insaputa degli stessi clienti, sono dentro gestioni collettive, fondi, cartolarizzazioni e, soprattutto, bond e polizze legate agli indici di Borsa (index linked). Non a caso l'Isvap - che vigila sulle compagnie di assicurazioni - ieri ha chiesto per lettera un aggiornamento al quadro tracciato già nelle settimane precedenti sulla base dei bilanci di fine anno, mentre Consob ha tenuto varie riunioni in giornata. "In un mercato così globale, come si fa a dire che l'Italia non sarà toccata, che non ci sarà contagio?", si chiede Elio Lannutti, presidente dell'Adusbef. E sarà probabilmente un contagio subdolo, attraverso bond strutturati e - soprattutto - polizze legate agli indici. Stime di mercato definiscono "non drammatica ma significativa" la presenza di titoli Lehman Brothers in questi prodotti in apparenza assicurativi (ma venduti anche dalle banche). Sotto varie forme: obbligazioni, che rappresentano spesso la parte preponderante della polizza, oppure contratti derivati (in genere opzioni) che dovrebbero garantire la parte più significativa dei guadagni dell'index linked. Chi ha comprato direttamente azioni Lehman Bros dovrà aspettare e sperare: la procedura appena attivata non è detto che porti al fallimento totale, ma certezze al momento non esistono. Più tutelati sono i risparmiatori che hanno obbligazioni. Ci sono però vari tipi di bond (e di conseguenza di tutela): chi ha obbligazioni "senior" probabilmente riceverà tra 60 e 80 centesimi per ogni dollaro investito; via via che i bond hanno meno garanzie (dipende da cosa c'è scritto nel prospetto, al momento dell'emissione) scendono le speranze di essere ripagati, a fine crisi. E chi ha polizze o prodotti strutturati con dentro titoli Lehman in pancia? In questo caso il punto principale sono le garanzie scritte nel prospetto: se l'ha data la banca o l'assicurazione che ha venduto il prodotto, allora il risparmiatore può stare tranquillo; purtroppo, molto raramente esiste questa garanzia, nel caso di fallimento delle società che hanno emesso i bond e/o i derivati "sottostanti".

 

La scuola che comincia con il lutto al braccio - FRANCESCO MERLO

La ministra Gelmini li voleva in rosso-Stalin, ma i maestri italiani non sono caduti nella trappola e si sono listati il braccio di nero-Gelmini. Viva, dunque, questa elegante protesta dei maestri che ha messo in lutto il governo e ha spiazzato la ministra che, con la sua corona di neo addetti stampa (ricordate gli utili idioti?) cerca, sogna e brama una sgangherata violenza sessantottina. Si era insomma allenata, la signora di Brescia, per affrontare gli insegnanti sbracati di cui sparla da quando è diventata ministro. Perciò ora non sa come prendere la contestazione ironica e sobria espressa con quel nero, che lei stessa ama molto indossare e che non strumentalizza proprio nulla, meno che mai i bambini. E ci pare mal consigliata la Gelmini quando sostiene che, con quel nero al braccio, i maestri usano i bambini contro di lei. Gli insegnanti non si sono listati di nero né contro i bambini né insieme ai bambini. Sono in nero perché orfani di chi, meglio di tutti, dovrebbe rappresentarli e proteggerli; sono a lutto del buon governatore comprensivo come un padre di famiglia; protestano perché il ministro, che dovrebbe schierarsi con la scuola tutta, si è invece schierato contro l'anima della scuola. Viene dunque il sospetto che, spiazzata dalla civiltà e dalla compostezza della protesta, la Gelmini abbia usato - lei - i bambini come nascondiglio retorico per il suo disagio, per la sua prima sconfitta. Capita, del resto, alla Gelmini di imputare agli altri i propri peccati. Gian Antonio Stella ci ha raccontato sul Corriere di come proprio lei, che ha sprezzantemente accusato il Sud di regalare titoli di studio agli incompetenti, avesse raccattato un'abilitazione professionale - avvocato - in un dirupo di Reggio Calabria. Sono spesso neri i tailleur della Gelmini. Le permettono, grazie alla tinta del rigore, di esporre con dignità tranquillizzante la propria maliziosa femminilità. Anche i maestri italiani, ben lontani dallo stile straccione che la Gelmini vede in loro, hanno scelto il rigore del nero per denunziare, con la stessa dignità tranquillizzante dei sornioni tailleur ministeriali, che la scuola italiana è orfana, anzi è 'adespota', senza capo, parola di etimo greco che abbiamo imparato in quel liceo che la Gelmini vorrebbe - anche questo! - rimpicciolire, avvelenare e dunque far sparire introducendo - come ha fatto sapere - 'il liceo breve', che diventerebbe un'altra morte lenta ma, intanto, è già un'altra provocazione. Alle orecchie di chi conosce l'importanza del liceo italiano, - "la sartoria della vita" diceva Lucio Colletti - l'espressione "liceo breve" suona infatti come 'gigante nano'. E vale a poco sostenere che altri ministri dell'Istruzione, di destra di centro o di sinistra, avevano già avuto qualcuna delle pensate della Gelmini. La signora di Brescia non è la prima che, da ministro, maltratta la scuola, che la sottopone alla violenza dell'incompetenza. E ovviamente si capisce che il liceo breve, il liceo ridotto di un anno, farebbe risparmiare altro danaro. Ma non c'è solo la bassa ragioneria all'origine di queste provocazioni. La Gelmini provoca per dimostrare che dietro la formazione italiana, dietro il liceo - soprattutto classico - c'è ancora il sessantotto, ci sono i fannulloni fradici di ideologia comunista, anzi classico-comunista. Ma il liceo italiano non è la scuola quadrì dei rivoluzionari frustrati. Stia attenta la Gelmini a toccare il meglio dell'Italia e della sua memoria, la nostra eccellenza, il modello nazionale per il quale ancora, ogni tanto, ci distinguiamo nel mondo.  stia attenta a ripetere che bisogna fare come la Francia o come l'Inghilterra, o ancora come gli Stati Uniti o come la Germania. In realtà una virtù che bisognerebbe a tutti i costi ‘rubare’ a questi Paesi è il non inseguire modelli stranieri, quasi sempre incomparabili, ma di sostenere e di rafforzare un proprio sistema nazionale. Gli inglesi non vogliono diventare come gli americani né i francesi come i tedeschi (con la stessa, insopportabile retorica si potrebbe consigliare alla Gelmini di farsi... protestante). E poi, andiamo!, avvocato Gelmini: l'adulto italiano che ripensa al liceo non si ferma alle manifestazioni, alle occupazioni e al 6 politico, ma si abbandona al ricordo della scoperta dei libri, della capacità di resuscitare i morti, dell'universo pieno di miti e di simboli, di quei professori ai quali i maestri che lei umilia devono per esempio l'ironia e l'arguzia di vedere in lei non il nemico di classe, ma la linguaccia lunga di Santippe che, surrogando il linguaggio intelligente, importuna Socrate e infastidisce la decenza (anche se per la verità si sospetta che Socrate si sia convinto a bere la cicuta proprio per liberarsi dalle angherie di Santippe). È grazie al liceo che i maestri italiani stanno affrontando le provocazioni della ministra non con la violenza della demagogia che la Gelmini a tutti i costi vuole (re) suscitare, non con il ritorno di Potere operaio e di Lotta continua che la signora ha bisogno di avere come nemici, ma con il nero dell'educazione civica, con il nero del catechismo morale, con il nero della scienza greca - mélas cholé è lo spleen inglese, l'umor nero, la malinconia della scuola - , e con il nero della scienza latina - nigri sed formosi, neri ma belli direbbe Orazio dei maestri in cromatica rivolta. La verità è che la Gelmini sta cercando con tutte le sue forze la protesta di piazza per poter dire che nella scuola italiana sono tutti comunisti, tutti fuori dalla storia prima che dal mercato. Ne ha bisogno per affrontare la scuola con lo sproloquio di Bossi, con la in-cultura della Lega, con il bisturi economicistico e con la demolizione della presunta egemonia culturale. Insomma la Gelmini si vede già protagonista di una specie di neo maccartismo alle vongole, anzi alla polenta. Speriamo dunque che si diffonda questo tipo di protesta fantasiosa ed efficace. I colori infatti esprimono benissimo gli umori e rispondono alla regola delle opposizioni. Nei colori c'è l'idea relativista - laica - che anche la protesta è governata da quel principio di indeterminazione che abbiamo imparato al liceo: tutto dipende dalla dose e dal contesto e si può stare con il nero che rimanda al caos dell'inizio o con il nero che rimanda alla dolente compostezza della fine. Come abbiamo imparato ad usare la gobba di Leopardi contro quella di Andreotti così sappiamo che il rosso è allarme ma è anche sangue versato, è aggressività violenta ma è anche amore. E dunque, per esempio, contro Brunetta che sogna l'ipercinesi mercuriale del colore aragosta o del blu elettrico, gli statali potrebbero presentarsi in ufficio con una bandana celeste da fannulloni in relax. E i dipendenti dell'Alitalia potrebbero viaggiare con un arcobaleno di protesta sulla giacca verde... Infine, se la Gelmini dovesse davvero insistere nella volontà di accorciare il liceo, ebbene tutti quelli che lo hanno amato e vorrebbero ancora mandarci i propri figli potrebbero fondare il movimento delle camicie blu cobalto, che è il colore della gonna di quella bellissima dark lady che piaceva da morire al Falcone Maltese, romanzo ovviamente noir.

 

Corsera - 16.9.08

 

La crisi spinge McCain - Massimo Gaggi

«E’ troppo tardi anche per il panico», spiegava ieri mattina un analista alla riapertura di Wall Street. Ha avuto ragione: nel lunedì più drammatico della storia finanziaria americana, quello che poteva essere il giorno del naufragio, il mercato ha perduto molto (la Borsa ha ceduto oltre il 4%), ma non ha mai rischiato la rotta disordinata. Sepolto in fretta e furia nella notte il cadavere della Lehman Brothers, la gloriosa banca considerata fino a ieri un protagonista «immortale» di Wall Street, l’America ha evitato il meltdown, ma deve rassegnarsi alla perdita del suo scettro finanziario. Delle cinque grandi banche d’affari di Wall Street - i «titani» che si sentivano padroni del mondo - solo due rimangono oggi in piedi e con una loro autonomia: Goldman Sachs eMorgan Stanley. È la fine di un’era, ma nessuno ha ancora le idee chiare sui futuri assetti del mondo del credito. Hedge fund e società di venture capital hanno resistito alla crisi, ma restano ai margini del cantiere della ricostruzione. Al centro del sistema tornano i giganti bancari, con Citigroup ormai surclassato da JPMorgan-Chase (che ha assorbito Bear Stearns) e da Bank of America che ha attuato il «salvataggio preventivo» di Merrill Lynch. Ma è difficile credere che l’uomo del futuro possa essere Ken Lewis, incoronato ieri nuovo «re di Wall Street». Il 61enne banchiere del «profondo Sud» che, con una serie di acquisizioni, ha trasformato Bank of America in un colosso, è un imprenditore coraggioso, non certo un genio dell’innovazione. La mossa di Lewis - un banchiere politicamente impegnato in campo repubblicano - ha però dato una scossa positiva al mercato e ha consentito al ministro del Tesoro Henry Paulson di tenere duro sul «no» a nuovi salvataggi pubblici anche dopo il fallimento dei negoziati coi possibili acquirenti di Lehman. Paulson rischia molto, ma potrebbe aver fatto una scelta vincente. Sul piano finanziario e, dal punto di vista dei conservatori, anche su quello politico. Paulson ha costretto il sistema creditizio a non adagiarsi su una linea di occultamento e rinvio dei problemi come quella seguita negli anni ’90 dai banchieri giapponesi. Quella miopia costò al Paese asiatico un decennio di stagnazione. Stavolta la cura è più rude (demolisce banche, cancella migliaia di posti di lavoro, ridimensiona New York e le altre piazze finanziarie), ma può accelerare i tempi della ripresa. Quanto alla corsa per la Casa Bianca, chiudendo (per ora) la partita dei salvataggi fatti coi soldi del contribuente, il ministro di Bush ridà fiato - a 50 giorni dal voto - alla campagna elettorale di John McCain i cui continui richiami al liberismo economico e al mercato rischiavano di apparire velleitari davanti alle nazionalizzazioni «a tappeto » dell’amministrazione repubblicana uscente. L’economia dovrebbe avvantaggiare il democratico Barack Obama, molto più a suo agio del ticket repubblicano su questi temi. E gli errori di Bush sono una grossa zavorra per McCain. Eppure ieri è stato proprio il candidato repubblicano il più rapido e spregiudicato nell’afferrare il «pallino» del crollo di Lehman: un McCain insolitamente truce ha detto che da presidente «farà pulizia» a Wall Street e ha promesso agli americani che non consentirà più che si ripeta una crisi come quella attuale. Non ha detto come farà e ha totalmente ignorato le colpe di Bush, incapace di far funzionare le authority che dovevano garantire l’ordinato sviluppo dei mercati. Agli elettori inferociti per una crisi che sta riducendo il loro tenore di vita e distrugge posti di lavoro, il senatore dell’Arizona ha dato in pasto i finanzieri di New York, con la loro ricchezza ostentata e la loro arroganza: una ricostruzione volutamente grossolana nella quale chi investe e si occupa di finanza difficilmente potrà riconoscersi, ma che ha molta presa sull’America suburbana e sugli Stati lontani dalle coste dell’Atlantico e del Pacifico, il tradizionale serbatoio di voti dei conservatori. Tanto più che gli esperti economici repubblicani hanno cominciato a battere i talk show politici delle varie reti televisive sostenendo che i guai di Wall Street, certamente seri, non sono destinati necessariamente a ripercuotersi su «Main Street», cioè sulla vita di tutti i giorni dell’americano medio: lo proverebbe il fatto che mentre le Borse perdono quota e le banche vanno al tappeto, il prezzo della benzina e quelli dei prodotti alimentari scendono rapidamente, mentre anche i tassi d’interesse sembrano destinati a calare ancora. Un altro messaggio che «funziona»: basta non fare troppo caso al fatto che, con le banche in crisi di liquidità, di credito in giro se ne vede ben poco.

 

Sarah nei sogni (e negli incubi) Usa - Maria Laura Rodotà

Sognare Sarah Palin è come sognare la vicina di villino, la maestra procace, la mamma di scuola. Solo improvvisamente super-potente. Oppure è come sognare la vicina odiosa che fa rumore e non saluta, la maestra sadica che ha prodotto traumi permanenti, la mamma del disgraziato che mandò il nostro piccino al pronto soccorso. Ancora normale e super-potente, ovvia e imprevista. Imprevista perché - inutile girarci intorno - è la prima donna abbastanza giovane, piuttosto attraente, ostentatamente tosta e sanguinaria e parecchio mamma che rischia di diventare presidente degli Stati Uniti. Nel caso John McCain venisse eletto e poi venisse a mancare, ovvio. Ma è un caso che sta colonizzando i sogni degli americani. Quando si addormentano ci pensano parecchio, sembra. Sembra a leggere il giornale online Slate. Hanno chiesto ai lettori «scriveteci i vostri sogni su Sarah Palin». In pochi giorni ne sono arrivati centinaia. Tanti sono a sfondo sessuale, etero e omo. Slate non li pubblica (se volete leggere fantasie su Palin, basta digitare il suo nome e la sigla Milf, Mother I'd Like to Fuck; è una categoria mutuata dal film American Pie; Palin ne è la recente regina online). Tantissimi sono sogni paurosi, la candidata è pur sempre una cacciatrice di estrema destra. Per esempio «tutti gli animali dello zoo sono in casa mia. Palin mi dà un fucile e mi dice di ucciderli tutti. Io non voglio perché amo gli animali, ma ho paura che se non lo faccio Palin ucciderà me» (Nadine Farong). Un'altra sognatrice partorisce un'orrenda creatura gelatinosa tipo Alien e si trova davanti Palin tutta sorridente, che le annuncia «vorrei darti la straordinaria opportunità di ospitarne un altro nel tuo corpo» (Anna Tarleton Potter). Il carisma da mamma-pitbull col rossetto non fa solo paura, comunque. C'è chi è rassicurato/ a dalla sua forza alaskana. Kimberly sogna di trovarsi al matrimonio di due colleghe cattive, ce l'hanno con lei perché si è messa il suo vecchio vestito da sposa; viene salvata da Palin che la porta via sul suo Suv nero; un Bmw X5, da mamma suburbana ricca. Qualche sposata la invoca, molte single continuano a temerla. Tiffany Urban l'ha sognata sul set di Sex and the City: avanzava in abito da sera rosso circondata da guardie del corpo, andava verso Carrie e Miranda; all'improvviso si soffiava il naso con la gonna, rivelando culottes rosse pure quelle. Carrie e Miranda urlavano terrorizzate. In perfetta sintonia con i media liberal. Bersaglio preferito della campagna di McCain, presentati come nemici giurati (e ideali) dell'americana working class Palin. Proprio ieri Maureen Dowd sul New York Times scriveva: «Sarah, da sola e a mani nude, ha messo fine all'era di Sex and the City, e come nuovo modello di americana sexy ne propone uno retrò - la fascinosa Pioniera, pupo e una Bibbia». Un trionfo cultural-sessuale per i conservatori. C'è solo il problema di dove mettere fucile, pupo e Bibbia. Ci deve essere una soluzione, come con la capra e i cavoli. Non la trova, però, Marta Nelson. E' un uomo, è un agente segreto, è costretto a star fermo nello Studio Ovale mentre Palin, alla scrivania presidenziale, disegna coi pastelli, ed è molto frustrato/ a. Più fortunato T.D. Botkin: la sogna in uno strip club, con addosso solo un tanga, balla e ogni tanto tre grossi soldati la sollevano. Slate è un sito liberal, come la maggior parte dei suoi sognatori. Ma i 500 e rotti sogni raccontati esprimono coinvolgimento (dall'amore all'odio) e molta ambiguità. Non tanto politica quanto emotiva, specie nelle donne: Palin viene fuori come tutto quello che vogliono essere e tutto quello non vogliono essere, contemporaneamente, spesso. Nel frattempo, accidentalmente, quelli di Slate hanno scoperto perché gli schieramenti più a sinistra tendono a perdere le elezioni. Hanno intervistato un'esperta di psiche e politica (dopo due presidenziali andate male, i democratici trascurano economisti e sociologi e si rivolgono agli psichiatri; il guru democratico dell'anno è Drew Westen, tutti si sono letti il suo The Political Brain, anche se non devono averlo tanto capito). L'esperta Kelly Bulkeley ha spiegato: «I conservatori tendono a ricordare molti meno sogni dei liberal e soprattutto li interessano molto meno». Così vanno all'attacco senza elucubrare troppo. Succede anche nel sogno di Josh Cole: «Cammino per la strada, Palin viene da me e mi dice: “E' tutto okay. L'ignoranza è un'ottima scusa”. Poi mi allunga venti dollari». Più che un sogno, sembra il breve curriculum da governatore di Palin. Ma è tutto okay. Palin ha il suo carisma onirico. Nel sogno di Jenny Jemison annunciano la vittoria di McCain. Lui resta immobile e lei, regalmente, ringrazia. Jemison, la sognatrice, si è svegliata in lacrime (se continua così si sveglierà sul serio in lacrime, il 5 novembre, povera donna).

 

La trincea del Pd: aiutiamo Epifani - Francesco Verderami

Dopo l’offensiva di Berlusconi su Alitalia, nel Pd hanno capito che per difendersi bisognava difendere la Cgil, «sostenere Guglielmo», come ha detto Veltroni riferendosi a Epifani. Veltroni si è reso conto che - anche a costo di smentirsi dopo appena due giorni - era necessario riposizionare il partito, abbandonando la linea dello scontro frontale con il governo su Alitalia e offrendo una sponda alla Cgil, impegnata a lavorare a un esito positivo del negoziato. «Sosteniamo Guglielmo» non è solo una parola d’ordine, è la trincea scavata dal leader del Pd per arginare il Cavaliere, per ridurre il danno nel caso in cui davvero Berlusconi chiudesse la trattativa. Certo, un successo del premier costringerebbe l’opposizione a pagare un pedaggio politico e mediatico molto alto, «ma il prezzo della rottura - è stato il ragionamento svolto dallo stato maggiore democratico - sarebbe ancor più alto». E non tanto perché Berlusconi si è premurato di scaricare anzitempo le responsabilità di un eventuale fallimento di Az sul sindacato e sulla sinistra, ma perché il Pd non potrebbe sopportare una spaccatura tra le organizzazioni del lavoro, con la Cgil spinta magari verso una deriva barricadera. Che questa sia la linea lo s’intuisce chiaramente dal ragionamento di Tonini, uno degli uomini più vicini a Veltroni: «Noi lavoriamo per un sindacato unito, autonomo e riformista. Noi non siamo quelli del "tanto peggio tanto meglio"». Il Pd intende scongiurare una riedizione del 2002, quando Cisl e Uil firmarono il «Patto per l’Italia» con il governo Berlusconi e Cofferati salì sulle barricate portando milioni di persone a Roma. Nemmeno Epifani potrebbe permettersi una frattura con le altre due confederazioni, perciò - nonostante domenica sera abbia dapprima tentato di frenare - alla fine ha dovuto aprire, firmando l’accordo quadro per Alitalia insieme a Bonanni, Angeletti e Polverini e avendo da Letta la rassicurazione che il governo sarebbe stato pronto a difendere l’intesa in caso di accordo senza i piloti: «C’è l’impegno formale del presidente del Consiglio». Così d’incanto ieri mattina lo stato maggiore del Pd ha iniziato a cambiar registro, pur continuando a criticare la soluzione scelta dal governo. Il ministro ombra dell’Economia, che ha avuto più di un colloquio con Epifani, ha ribadito che l’intesa con Air France sarebbe stata «la migliore soluzione» per la compagnia aerea e per i contribuenti, sui quali «verrà caricato almeno un miliardo e mezzo» di debiti di Alitalia. Però non ha affondato il colpo più di tanto, «adesso vediamo se ci sarà questo accordo», ha aggiunto Bersani: «E comunque dobbiamo reagire contro quanti ci accusano di disfattismo». Ancor più esplicito è stato D’Alema, che ha rigettato la tesi secondo la quale «noi staremmo soffiando sul fuoco per far fallire Alitalia»: «Non è così. Sarebbe una condotta assai irresponsabile, com’è stata invece quella di Berlusconi» in campagna elettorale. D’Alema ha fornito una sponda solida al segretario della Cgil, complimentandosi con i sindacati che «nella situazione data hanno offerto una grande prova. Ora bisogna augurarsi che si trovi una via d’uscita, C’è un’ipotesi di accordo sul piano industriale, e c’è da sperare che il senso di responsabilità dei sindacati eviti il peggio». Più chiaro di così. D’altronde non c’erano né ci sono ulteriori margini, quelli che Veltroni aveva intravisto sabato, quando nella fase di stallo del negoziato, nel momento in cui il «piano Fenice» sembrava dovesse saltare, chiese al governo di «chiudere subito l’accordo» o di «riaprire la trattativa» a nuovi acquirenti. Già, ma chi? Non è dato saperlo, dopo la smentita formale di Unicredit circa un interessamento ad Az. Sta di fatto comunque che Berlusconi ha immediatamente provveduto a bloccare quelle che ha definito «manovre di disturbo» attorno alla cordata Cai e che - a suo dire - avevano iniziato a trovare orecchie attente persino tra esponenti della sua maggioranza. Ad accreditare la tesi di una sorta di «tentato sabotaggio» del «piano Fenice» è stato ieri il ministro Scajola, secondo il quale «ci sono molti avvoltoi in giro»: «Compagnie aeree europee, ma non solo...». Con la svolta di ieri il Pd ha provveduto ad allontanare ogni possibile sospetto. Epperò è chiaro che attorno ad Alitalia si sta giocando più di una partita politica. È una partita in cui sono in gioco assetti di potere e di sistema. I maggiorenti democratici ne sono consapevoli, sottovoce spiegano che «dal ’94 ad oggi questa è la prima partita in cui il Cavaliere è il principale attore, anzi l’unico». Come a dire che la sinistra è rimasta ai margini. Fino alla scorsa settimana, quando ancora l’operazione berlusconiana sembrava potesse fallire, Veltroni è andato giù pesante. Ora non più. Non può: c’è da difendere la Cgil, dunque in parte se stessi. Non si può restare al fianco di quanti - durante il negoziato - hanno fatto richieste surreali. Raccontano infatti che ci sia stato chi ha chiesto di prevedere garanzie sindacali a difesa di future assunzioni e chi addirittura ha chiesto che fine avrebbero fatto i voli gratis garantiti a parte del personale. Per far capire la situazione drammatica in cui versa Az, pare abbiano informato i sindacati che in questi giorni la compagnia ha pagato un rifornimento di carburante di dodicimila euro con la carta di credito personale di un dirigente aziendale... «Sosteniamo Guglielmo» così dice Veltroni. Ma questo sembra togliere dalle secche solo momentaneamente il Pd e la Cgil. La manifestazione del 25 ottobre - che il leader democratico sta preparando con molta cura - rischia di mettere in difficoltà Epifani. Siccome saranno i temi economici e le questioni del salario a caratterizzare l’evento, quale atteggiamento terrà Veltroni se il sindacato nel frattempo avrà firmato l’intesa su Az e starà lavorando con Confindustria al rinnovo del modello contrattuale? C’è il rischio di mettere in difficoltà la Cgil con la Fiom. Rovesciando i ruoli, dopo l’eventuale accordo su Alitalia e con le trattative sul costo del lavoro in corso, anche Veltroni si troverebbe in difficoltà. È un passaggio complicato per il Pd. E Berlusconi non intende fare sconti.


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