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La Cai non convince piloti, hostess e Cgil

Manifesto – 18.9.08

 

La Cai non convince piloti, hostess e Cgil - Francesco Piccioni

ROMA - Il dado è quasi tratto. Roberto Colaninno, presidente della Compagnia aerea italia (Cai), ovvero capo della «cordata» voluta da Berlusconi, aveva chiesto e ottenuto una riunione plenaria a palazzo Chigi con tutte e nove le sigle sindacali rappresentative dei lavoratori Alitalia. Sapeva, entrando, che solo tre sindacati - Cisl, Uil e Ugl - erano pronti a inchinarglisi in nome delle «relazioni complici» teorizzate dal ministro del welfare Sacconi e dalla Confindustria. Nonostante questo, si è presentato a muso duro: «Non abbiamo più niente da discutere, la nostra proposta può essere accettata o no; ma io non ho un euro in più da mettere sul tavolo». Fine della riunione. Il governo, tramite il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, ha comunicato che i sindacati dovranno dare una risposta entro oggi alle 15,50. Ora insolita, ma dieci minuti dopo si riunirà il consiglio di amministrazione di Cai per decidere se andare avanti o mollare tutto. Non ci sono molte incertezze. Al tavolo, infatti, Colaninno s'è lasciato sfuggire una considerazione di troppo: «Se il governo americano non fosse intervenuto stanotte su Aig (colosso assicurativo Usa, di fatto nazionalizzato dalla Federal Reserve, ndr ), stamattina avrei ritirato l'offerta su Alitalia». La traduzione è fin troppo semplice: se crollavano i mercati finanziari io scappavo. Il problema è che sono crollati lo stesso, appena 12 ore dopo; e una decisione come questa - infilarsi nel business aereo o no - non si prende sulla base di una giornata di borsa andata storta. Colaninno, insomma, stava solo cercando una via «onorevole» per il ritiro. Berlusconi e Sacconi gliel'hanno preparata per una settimana, con una gestione della «trattativa» (mai iniziata) chiaramente indirizzata a trovare un «colpevole del fallimento» da indicare «al popolo». Sindacati e sinistra, ovviamente. anche se tra le sigle del «fronte del no» spiccano Anpac e Up, sindacati dei piloti da sempre molto vicini ad Alleanza nazionale; oppure, tra gli assistenti di volo, gli apolitici Avia e Anpav. Queste quattro organizzazioni, insieme all'Sdl e alla Cgil, si sono immediatamente riunite per decidere insieme il da farsi, pronti a esaminare anche «eventuali controproposte». Una mossa analoga fu fatta ad aprile anche nella trattativa con Air France-Klm, che poi prese il cappello e se andò. Le altre tre (Uil, Ugl e Cisl) hanno invece garantito la firma dell'accordo. Già, ma firmano cosa? Per Fabio Berti, leader dell'Anpac, «la proposta di Cai si basava su due documenti; uno lo abbiamo, l'altro non l'abbiamo mai visto; non so cosa c'è, ma credo che parli di contratti». Poi l'affondo: «oggi è emerso un dato fondamentale: non c'è sul tavolo solo un piano industriale di Alitalia, c'è altro, un sistema di governance che vogliono imporre, che ritengono assolutamente necessario e primario». L'aveva spiegato bene Colaninno: «per noi non ci sono associazioni, ma solo dipendenti», ovvero singoli individui senza alcun potere davanti all'impresa. Parlava dei piloti, ovvero degli «indispensabili» in una compagnia aerea. Figuriamoci come possa considerare le altre figure professionali e i relativi sindacati. Sulla qualità del «piano industriale» della Cai si soffermava Massimo Notaro, presidente dell'altra associazione dei piloti, l'Up: «55 aeromobili verrebbero fermati e un minuto dopo avremo qualche low cost che verrebbe a spolpare il nostro mercato». Notaro ha ricordato anche che le associazioni professionali, che secondo il modello Cai «devono essere cancellate», rappresentano l'80% dei piloti e quasi la totalità degli assistenti di volo. Confermato dunque il legame tra vicenda Alitalia e tentativo di «fissare un precedente» esemplificativo di cosa intendono le imprese per «riforma del sistema contrattuale». Il contratto di lavoro, del resto, è il mistero finale di questa finta trattativa. Ancora ieri Sacconi andava spiegando che sarebbero stati «mantenuti gli stessi livelli retributivi», a fronte solo di «aumenti della produttività». L'unico testo conosciuto è circolato nei giorni scorsi e parlava di riduzioni della paga base di circa il 40-50% e della parte variabile per almeno il 25%. Non risultano cambiamenti; né Sacconi ha prodotto un solo foglio di carta a supporto della sua tesi. L'unica polpetta avvelenata ha preso la forma di una promessa: la «distribuzione ai dipendenti del 7% degli eventuali utili». Quanto basta per far dire a Cisl, Uil e Ugl (oltre all'immancabile Sacconi) che era stato «aggiunto un elemento qualificante nelle future relazioni industriali», come «doveroso collegamento tra salari e utili di impresa». Quasi una confessione sulla natura tutta politica di questa partita. La Cgil, tramite il segretario della Filt Fabrizio Solari e il segretario generale Guglielmo Epifani, giurava di voler usare fino all'ultimo minuto utile per «allargare il consenso». Poi lo stesso Solari chiariva meglio: «cercare l'allargamento del consenso non significa allargare il numero delle sigle che sottoscrivono, ma il numero dei lavoratori che ritengono quell'accordo sufficiente». Per tutta la mattinata almeno 2.000 lavoratori avevano invece percorso in corteo il terminal di Fiumicino, chiedendo ai sindacati di non firmare niente per loro conto. C'era stato anche il breve sciopero (4 ore) indetto dalla Cub fin da giugno. 40 voli sono stati cancellati dalla compagnia, scegliendo tra quelli con meno prenotazioni. La partita Cai sembra quindi chiusa. I berluscones giurano che non c'è più alternativa al fallimento perché non ci sarebbero altri vettori interessati. Ma è risaputo che nessuno si è fin qui mosso perché il governo - proprietario del 49,9% delle azioni - ha sempre mostrato di «non gradire» alternative. Un minuto dopo il ritiro di Colaninno, c'è da scommetterci, si faranno avanti. Del resto, il commissario straordinario Augusto Fantozzi ha l'obbligo giuridico di tentare tutte le strade per valorizzare gli asset della compagnia.

 

Vita da pilota. «Ci chiamano casta, lavoriamo sempre» - F. Piccioni

«Giovanni» è un pilota di lungo corso. Conosce a menadito regolamenti e struttura del traffico aereo mondiale. Ha scelto il manifesto per spiegare cos'è davvero questo lavoro, perché i grandi giornali hanno rifiutato persino la pubblicità pagata, pur di farli tacere. «Posso spiegarti in piccolo quello che noi stiamo vivendo, a prescindere dall'appartenenza sindacale. Siamo chiamati casta perché facciamo un lavoro molto particolare, aspecifico; che dà delle grandi soddisfazioni - anche economiche - ma sicuramente ha una serie di privazioni di cui normalmente non si tiene conto. Faccio un esempio stupido: si è scritto che i piloti hanno 42 giorni di ferie. E' vero. Le persone normali forse ne hanno 25, però hanno le domeniche libere. Se capita il primo maggio di venerdì, con tre giorni fanno una settimana di riposo. Io lavoro a Natale e S. Stefano, a Capodanno, alla befana; tutte le feste comandate per me sono giorni normali. Quindi i 42 giorni non sono altro che i 25 giorni che hanno tutti più i sabati e le domeniche, più le feste comandate. Non mi ritengo un privilegiato; di Natale a casa, negli ultimi dieci anni ne ho passati solo due. Alcuni ero in volo, in altri stavo a casa, mi hanno telefonato per sostituire un collega, ho messo la divisa e sono partito. Questi sono disagi che non tutte le categorie hanno. Ci sono delle strumentalizzazioni stupide che comunque fanno presa, aizzano la piazza e indubbiamente in questo momento ci indeboliscono. Perché è più semplice, per la maggior parte delle persone, sentirsi vicino a un simile, sia come lavoro che come retribuzione. Vogliamo parlare di stipendi? Paragonati a tutte le compagnie europee, noi siamo sotto dal 40 al 20%. Un mio pari grado in Air France guadagna il 40% netto più di me, in Lufthansa il 30%, in British e in Iberia un 20%. Oggi ci propongono una decurtazione media del 50% sullo stipendio base e 25% sulla parte variabile legata all'attività. E' vero, noi oggi abbiamo un contratto garantista, che non lega il cottimo allo stipendio. Ma è un problema anche di sicurezza. Se dovessi essere «a cottimo», avremmo gente che vola ininterrottamente, come nelle compagnie low cost , falsificando magari i libri per far figurare delle interruzioni previste dalla legge. Quando qualcuno dice "aumento di produttività" mi viene da sorridere. Abbiamo piloti che a fine ottobre vengono fermati perché hanno raggiunto già il limite massimo annuale di ore di volo. Questi sono limiti europei, non italiani; tanto meno contrattuali. Noi già voliamo al massimo di quello che possiamo fare. Se nell'arco del mese devo fare 90 ore di volo, ed io oggi le ho fatte, che senso ha? Ci chiedono di accettare qualcosa che sarà poi inapplicabile. Berlusconi ci ha detto che se non si arriva ad un accordo entro domani sera salta tutto. Doveva succedere già giovedì scorso. Il giorno dopo doveva partire la mobilità e se la sono dovuta rimangiare. Sono convinto che questo accordo quadro sia servito non tanto ai sindacati, ma al governo: per salvare la faccia, perché avevano lanciato ultimatum che non sono stati in grado di far rispettare. Quindi il fatto di avere chiuso un «accordo» serve a poter dire che una parte del sindacato sta accettando questo tipo di percorso, e intanto si possono allungare i tempi. Non credo che il commissario straordinario, se domani non chiudono con la Cai, debba per forza mettere in liquidazione l'azienda; penso che abbia l'obbligo di legge di cercare altri compratori e finché ha cassa - e ce n'è, perché dopo l'estate sicuramente i flussi di cassa ci sono stati - non credo che abbiamo il problema di pagare il carburante domani mattina. Sono tornato da un altro continente ieri mattina, e non ho avuto nessun problema né con gli alberghi, né per il carburante. Qualcuno deve aver dato rassicurazioni. La soluzione? Possono essere varie. Ci viene prospettata la fusione di Alitalia e AirOne, che insieme hanno 212 aerei, mentre la nuova compagnia ne avrà 150. Quindi se questa fusione doveva servire per creare una forte Alitalia, competitiva, per rialzarla e poi cercare un partner straniero, sicuramente questo piano è insoddisfacente. Questo piano salva Airone, che ha soltanto una dote: ha avuto la lungimiranza di ordinare degli aeroplani tempo fa. Comprare un aereo oggi significa averlo in consegna tra tre anni. Avere un'opzione su un aereo è un capitale. Se questa fusione salta, Airone resta fuori. Il piano Cai, su questo, è chiarissimo: la Cai non compra AirOne; AirOne è «conferita in quota», proprio come i 100 milioni di Colaninno. E BancaIntesa rimane scoperta con i debiti di AirOne. Oggi viene messa in vendita una compagnia senza debiti, con gli asset strategici migliori che vengono esternalizzati e con i dipendenti che già oggi costano il 16% del fatturato. In AirFrance stanno al 29%. Non ci sarebbe neanche bisogno di discutere: Air France potrebbe comprarci dandoci addirittura l'aumento, perché comunque costiamo meno dei suoi dipendenti. Quindi l'operazione, oggi, è esclusivamente politica.

 

Contratti. Cgil: «Accordo incompatibile» - Sara Farolfi

ROMA - «Incompatibile». Nessun accordo è possibile sulla base del documento presentato da Confindustria, «quel testo non è emendabile». Il segretario generale Cgil, Guglielmo Epifani, concludendo l'« esecutivo» della confederazione, dice «no» al documento di Confindustria sulla riforma del modello contrattuale. Ed è un «no» netto, di impianto, che apre oggi stesso «un'altra fase» nella trattativa con Confindustria come nelle relazioni con Cisl e Uil: per continuare il negoziato è necessario ripartire dal documento unitario (siglato tra Cgil, Cisl e Uil la scorsa primavera), e allargare il tavolo del confronto a tutti i soggetti interessati (e quindi governo, commercio, artigianato). L'ipotesi di accordo presentata dalle imprese nulla ha a che vedere con la piattaforma unitariamente siglata dai sindacati e non è compatibile con il senso stesso della contrattazione della Cgil, ha detto ieri Epifani aprendo la discussione dell'esecutivo della confederazione. Nello stesso tempo non si può abbandonare il tavolo, l'ipotesi di un accordo separato è da evitare. Alla domanda, «che fare dunque?», ha tentato di rispondere il dibattito che è seguito. La proposta di percorso formalizzata dal segretario generale nelle conclusioni - mediazione tra le diverse anime della Cgil - è stata accolta nel consenso generale. Un documento della segreteria Cgil verrà presentato oggi (nell'incontro calendarizzato tra le parti) a Cisl, Uil e a Confindustria: si chiederà di sgombrare il campo dall'«ipotesi di accordo» presentata dalle imprese, per ripartire dalla piattaforma unitaria dei sindacati, generalizzando il tavolo del negoziato. Il direttivo della confederazione è stato convocato per il 30 settembre, e prima di questa data nulla sarà deciso. E' evidente, a questo punto, la valenza che assume la mobilitazione generale, articolata per territori, proclamata contro le politiche del governo per il 27 settembre. «Dobbiamo chiedere a Cisl e Uil che intenzioni hanno», è risuonato ieri in più interventi dei segretari generali di categoria, regionali e delle camere del lavoro metropolitane. A giudicare dalla vicenda Alitalia (ma anche da altre vertenze a latere , come Telecom e via dicendo) l'intenzione sembra più che chiara. Del resto anche la piattaforma unitaria sul modello contrattuale ha avuto vita breve in casa Cisl e Uil. Un po' come quella sul fisco, unitariamente siglata dai sindacati a dicembre scorso. La nuova «era Berlusconi» ha fatto piazza pulita di entrambe. Le imprese altro non hanno fatto che cavalcare l'onda, disegnando un'ipotesi di accordo sul modello contrattuale che è sintesi perfetta tra il sindacato che vuole Bonanni (Cisl) e il welfare che vuole Sacconi. «In altri tempi Confindustria non avrebbe potuto presentare un documento simile - dice Nicolosi - Ha cavalcato anche la debolezza sindacale». A corso d'Italia il documento presentato da Confindustria aveva già nelle ultime settimane animato il dibattito, suscitando la contrarietà a tutto campo. Al giudizio negativo (sulla piattaforma unitaria dei sindacati come sul documento di Confindustria) già espresso dalla Fiom, la categoria dei metalmeccanici, e dalle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 Aprile , si è aggiunto quello dei dipendenti pubblici, oltrechè di diversi segretari di camere del lavoro. Ieri il direttivo della Funzione pubblica, riunito poco prima dell'esecutivo, ha espresso un giudizio del tutto negativo sull'ipotesi di accordo presentata dalle imprese, giudizio non dissimile da quello formalizzato pochi giorni fa dal comitato centrale Fiom: «Il comitato direttivo ritiene che il confronto non possa proseguire con Confindustria - recita il comunicato - ma debba vedere, da subito il pieno coinvolgimento del governo del governo e di tutte le controparti, pubbliche e private, e che il merito della trattativa debba assumere con maggiore rigore tutti i contenuti della piattaforma unitaria». Anche l'esecutivo nazionale della Flai (i lavoratori dell'agroindustria), seppure con un giudizio più sfumato, ha ribadito ieri la necessità di ripartire dalla piattaforma unitaria. A giudizio dei più, quella di ieri è stata una «discussione vera». L'intervento di Epifani è stato accolto nel consenso generale. Soddisfatti Gianni Rinaldini e Carlo Podda, segretari generali, rispettivamente, della Fiom e della Funzione pubblica. Sulle stesse posizioni anche Nicola Nicolosi (Lavoro e società) e Giorgio Cremaschi (Rete 28 Aprile). «In altri tempi Confindustria non avrebbe potuto presentare un documento simile - dice Nicolosi - Ha cavalcato anche una debolezza sindacale».

 

Sindacato confederale e di classe - Nicola Nicolosi*

La proposta di Confindustria sul nuovo modello contrattuale non solo è irricevibile. La proposta ha il difetto di piegare il sindacato al solo interesse d'impresa, svuotando la contrattazione nazionale di ogni carattere generale, fino a considerare solo «l'adeguamento» dei salari ai livelli di inflazione depurata da quella importata. Non si immagina solo un sindacato «servile» verso gli interessi d'impresa, ma anche impossibilitato a redistribuire reddito. Un passaggio esemplificativo della proposta di Confindustria limita, anzi impedisce, qualsiasi aumento di «mercato» del reddito da lavoro dipendente: il «premio variabile deve avere caratteristiche tali da consentire l'applicazione di particolari trattamenti contributivi e fiscali previsti dalla normativa di legge». Nei fatti, gli imprenditori non si impegnano a distribuire alcuna produttività, se non quella pagata dallo stato (dalla fiscalità generale). Lo stesso mantenimento del potere d'acquisto dei salari, che non è la politica dei redditi, è solo parziale, cioè l'inflazione importata non dovrebbe essere computata, come se le stesse imprese non scaricassero proprio sui consumatori l'aumento delle materie prime. La crescita dei prezzi dei beni di prima necessità, per non parlare del petrolio la dice lunga sulla «credibilità» delle imprese. Con la proposta di Confindustria il sindacato confederale e generale del '900 scompare e diventa funzionale al mercato, con la prospettiva di offrire servizi attraverso enti bilaterali, anche con l'attivazione di fondi integrativi per salute, ammortizzatori sociali, sicurezza e lavoro e collocamento. Il sindacato diventa «per» i lavoratori, perdendo ogni caratteristica di classe. Ma l'aspetto più inquietante di Confindustria è la «denuncia» della mancata crescita della produttività e quindi del Pil, come se le imprese fossero estranee al declino del paese. Lo stesso Cnel ha «denunciato» il «capitale» italiano di bassa produttività rispetto all'Europa, nonostante si lavori molto di più, ovvero 1.800 e passa ore contro una media europea di 1.600. In Italia, quindi, si lavora troppo, con un sistema di imprese che investe in ricerca meno della metà di tutte le industrie europee. Insomma, la discussione sul modello contrattuale rinuncia proprio alla politica dei redditi. La durata del contratto di tre anni ha una sua ragionevolezza solo a condizione che vi sia un aggancio automatico dei redditi da lavoro dipendente all'inflazione, e deve recuperare quote di produttività. Diversamente la stessa ipotesi di mantenimento del potere d'acquisto diventa poco credibile. In Italia abbiamo il problema di una forte polarizzazione dei redditi che solo in parte può essere affrontato dalla spesa pubblica. Dal 1993 a oggi il reddito da lavoro dipendente ha perso qualcosa come quasi 3 punti percentuali di Pil. Quindi, nel delineare la cornice del modello contrattuale occorre definire in anticipo il punto di arrivo: il reddito da lavoro dipendente dovrebbe almeno traguardare le posizioni del 1993. Il documento di «Confindustria» è la manifestazione più evidente dell'allontanamento della classe dirigente dagli obiettivi che sarebbero necessari per riprogettare il paese. Un impegno che deve assumersi la Cgil prima che il sindacato superi il Novecento senza colpo ferire. Il sindacato non può archiviare il Novecento e la sua funzione storica. In Italia il sindacato deve essere confederale, generale e di classe.

*coord. naz. di Lavoro-Società-Cgil

 

«La nuova scuola è contro il diritto ad essere bambini» - A. Di Genova

Grembiuli, brutti voti in condotta (a quando la marcia cantando in corridoio?), insegnante unico. Tagli al tempo pieno e tagli alla fantasia dei piccoli per predisporli a un ammaestramento da cittadini perfetti. La «nuova scuola» annunciata dalla ministra Mariastella Gelmini colpisce soprattutto il diritto a essere bambini. Poi, naturalmente mina le fondamenta di un sistema pedagogico in vigore da circa mezzo secolo e (non ultimo) mira diretto al risparmio dei costi, per via di togliere (prof, educatori, mediatori linguistici, servizi vari..). Non c'è nessun disegno nelle proposte governative se non quello di fare la «cresta» alla spesa pubblica per privilegiare l'ambito del privato. Chi ha i soldi potrà scegliere; chi non li ha, resti dov'è, umiliato e privato anche della sua immaginazione. Alle spalle di Gianni Rodari, Roal Dahl e le ragazzine eccentriche di Bianca Pitzorno. Tanto, a intrattenere gli alunni c'è la tv, modello planetario e baby sitter che offre forza-lavoro a poco prezzo. Nelle scuole, le maestre si sono ribellate portando il segno del lutto: è un atto simbolico perché quello che sta morendo fra i banchi è il bambino creativo, quell'individuo fiducioso del mondo che si apre al futuro. La «stretta» Gelmini è stata analizzata lucidamente da un documento redatto dal Movimento Cooperazione Educativa (nato in Italia nel 1951, sulla scia del pensiero pedagogico e sociale di Célestin Freinet), che ha messo in evidenza alcuni punti cruciali per non lasciarli sfuggire attraverso le maglie un po' troppo allentate dell'opinione pubblica. Il ritorno alla valutazione in decimi - che molti, anche da sinistra, considerano con benevolenza - cancellerebbe l'idea di valutazione formativa, ovvero scalzerebbe quel giudizio globale che apriva al dialogo fra insegnante, studente e famiglia, mostrandosi come un qualcosa in progress, mai definitivo. Un quattro, certo, è meno dialogante, non orienta granché e sconcerta assai. Ma davvero, si chiedono al Mce, «si può dire che un testo libero, una prova pittorica, una intuizione matematica vale 5 o 7?». Per non parlare poi del voto al comportamento, che si vorrebbe preventivo ai fenomeni di bullismo. Anche qui, l'approccio pedagogico è totalmente sbagliato. Il giudizio non deve essere una intimidazione, piuttosto un «itinere» che, attraverso le buone pratiche didattiche, conduca l'alunno verso un responsabile modello di vita. Non si controlla nessuno con la paura o il ricatto perché così non si cresce. Fra le note dolenti, il Mce insiste anche sul concetto di insegnante unico. «In campo educativo - avverte - l'efficacia non si misura in termini di risparmi immediati. Si tratta di processi e una verifica continua è fatta comunque dagli stessi operatori». La scuola di oggi, sottolinea poi, non «è più solo leggere scrivere far di conto, è un laboratorio di apprendimento sociale e di nuovi linguaggi sui quali a volte gli alunni si dimostrano perfino più competenti del prof». Infine, il taglio del tempo pieno (oltre che di migliaia di posti di lavoro) che Gelmini dice essere solo una propaganda dell'opposizione politica e che invece si prospetta nelle materne e elementari dal 2009: non si può creare una scuola che sia un mosaico di proposte semplicemente per allungare l'orario (modello self-service e fast food ) perché l'educazione ha a che fare con una organicità e modalità di relazione che la frammentazione non aiuta né incentiva. La scuola dovrebbe essere la testimonianza di una buona relazione sociale fra cittadini di diverse generazioni (allievi e maestri in primis ), fondandosi su un patto di non belligeranza. I bulli allora non saprebbero proprio con chi prendersela.

 

ReteScuole prepara la rivolta delle elementari - Luca Fazio

MILANO - Se Mariastella telefonasse a Letizia si renderebbe conto che a Milano le cose si stanno mettendo piuttosto male. Perché ieri sera l'associazione ReteScuole - che a suo tempo si mobilitò come nessun altro contro l'armamentario ideologico della riforma dell'ex ministro Moratti - si è ritrovata per la prima partecipatissima assemblea di una stagione che si annuncia piuttosto movimentata. Posti in piedi, marciapiede affollato e ottanta scuole elementari rappresentate da decine di interventi di maestri, maestre e genitori. Da oggi, nelle scuole di tutta la provincia, verranno organizzati momenti di controinformazione per fare rete, scambiarsi opinioni e organizzare nuove forme di protesta. Non è il minimo indispensabile per ripartire, significa tentare di ricreare quel movimento dal basso che ha saputo mettere in difficoltà «Crudelia» Moratti organizzando la più grande manifestazione autorganizzata contro il suo tentativo di svendere la scuola pubblica (a Milano erano più di 40 mila, senza organizzazioni sindacali a frenare la macchina e l'entusiasmo). Ieri, tra gli altri, ha preso la parola anche Attilio Paparazzo, segretario della Cgil scuola di Milano. Sembra che abbia promesso di «starci» fino in fondo, nonostante il poco slancio dimostrato in questi giorni dalla sua organizzazione sindacale a livello nazionale. Sarà possibile mettere alle corde anche il ministro Gelmini? E' presto per dirlo, ma è certo che l'obiettivo è un altro importante momento di mobilitazione. Le strategie sono semplici, oppure molto complesse, considerato che la politica ormai è incapace di relazionarsi in maniera orizzontale. Parlare, parlarsi. Primo: coinvolgere anche i genitori, «affinché la nostra non sembri una protesta corporativa, la scuola è di tutti, soprattutto di chi ci porta i figli alla mattina». Secondo: mettere in moto un vorticoso movimento di mailing list per non perdere mai il contatto e comunicare in tempo reale. Terzo: spiegare la sciagura del maestro unico a tutti quei genitori che oggi hanno i figli alle materne, perché saranno loro i primi a sperimentarne il fallimento. Quarto: assemblee volanti in tutte le scuole, da subito. Siete ancora determinati dopo tutto questo tempo? «Siamo quelli di prima e abbiamo visto tante facce nuove...». Tutti consapevoli che «Moratti era Disneyland al confronto». Per chi vuole starci: www.retescuole.net.

 

«Il laissez faire liberista all'origine del fallimento» - Anna Maria Merlo

PARIGI - Attac aveva ragione? Certo, risponde l'economista Dominique Plihon, presidente del consiglio scientifico di Attac, il movimento nato per proporre la tassazione delle transazioni finanziarie e la regolazione del capitalismo globale. Negli Usa lo stato ha salvato il gigante delle assicurazioni Aig, dopo i casi delle società di credito immobiliare Fannie Mae e Freddie Mac. Cosa significa questo ritorno dello stato nell'economia? Le iniziative statali provano che il mercato è incapace di autoregolarsi, che il laissez faire dei mercati è un fallimento totale. Siamo alla fine di un ciclo, iniziato 20-30 anni fa, con la fase neo-liberista, della deregulation, delle liberalizzazioni, dove il mercato era l'elemento centrale. Ora si apre un nuovo ciclo, dove gli stati sono chiamati a svolgere un ruolo - anche se i governi in carica oggi non amano questo, perché l'ideologia dominante sostiene che la mano pubblica non deve intervenire. Il nuovo ciclo è già iniziato, con le prime nazionalizzazioni di banche. Ma è destinato ad andare più lontano: lo stato e le autorità pubbliche dovranno controllare in modo più severo il funzionamento dei mercati. Come mai i governi ci ripetono che le casse sono vuote, che non ci sono soldi per finanziare programmi sociali, e poi la Banca centrale europea può mettere sui mercati 100 miliardi di euro in due giorni? La Bce crea moneta ex nihilo, come ha fatto la Fed, mentre quando vengono chiesti dei soldi per le scuole o per la ricerca il budget viene finanziato dalla tasse. Sono due cose di natura diversa. Detto questo, ad Attac noi diciamo che se la Banca centrale è capace di creare nuova moneta per venire in aiuto delle grandi banche in difficoltà perché non lo fa per finanziare la spesa pubblica? La Bce aiuta gli speculatori che mettono in pericolo l'economia mentre rifiuta i soldi per programmi importanti. La crisi finanziaria avrà ripercussioni immediate sull'economia reale? Ci saranno conseguenze sull'occupazione a causa del processo di razionamento del credito. Le banche sono più fragili, hanno perso la fiducia. Adotteranno quindi una politica più restrittiva nella concessione dei prestiti, anche per la piccola e media impresa e per le famiglie. L'impatto sulla crescita economica è già cominciato: il modello economico su cui era costruita la crescita era fondato sull'indebitamento crescente. Con il regno del capitalismo finanziario c'è stata una modificazione nella spartizione della ricchezza tra salari e capitale, a tutto vantaggio dei profitti. Il potere d'acquisto stagna, ma il capitale ha bisogno di sbocchi e la domanda principale viene dal consumo delle famiglie e dall'immobiliare. L'indebitamento è stato il motore della crescita. Qui sta la contraddizione del capitalismo statunitense, esportato nel mondo. L'economia Usa andrà incontro a grandi difficoltà. E trascinerà nella crisi anche i paesi emergenti. Attac sottolinea l'importanza della crisi ecologica. Il capitalismo oggi trova i suoi limiti nell'ecologia. Non è possibile proseguire con un sistema basato sullo spreco. L'energia e le materie prime a buon mercato sono finite. Ci saranno probabilmente delle innovazioni tecnologiche, ma a breve, nei prossimi 10 anni, il limite ecologico sarà più forte, sarà un fattore ulteriore di crisi, di rallentamento e di rimessa in causa del modello capitalista. La crisi arriva in un momento in cui la sinistra, in Europa, sembra non avere idee. Sarà salutare? La sinistra non ha progetti politici alternativi dalla fine dell'ideologia comunista e non è stata capace di costruire un progetto economico alternativo al capitalismo finanziario. Per questo oggi quasi dappertutto la destra è al potere e quando è la sinistra a governare fa una politica di destra. Come in Gran Bretagna e Spagna che, con l'Irlanda, sono i paesi che più hanno copiato il modello Usae, basandosi sullo sviluppo immobiliare. Ora sono i più malati. Dei programmi alternativi possono costruirsi con la crisi. E' stato così dopo il '29, dal New Deal di Roosevelt al Fronte popolare in Francia. Obama ha dichiarato di voler regolamentare i mercati: un'affermazione che poco tempo fa sarebbe stata impossibile.

 

I banchieri canaglia - Carlo Leone Del Bello

Sembra proprio che il mondo della finanza si sia assuefatto ai salvataggi. La Federal Reserve annuncia che non lascerà fallire la Aig, di fatto nazionalizzandola «a tempo determinato» e i mercati continuano ad agire in preda al panico più totale, forse per la consapevolezza della estrema gravità della crisi. Le misure - senza precedenti - adottate dalla banca centrale Usa per non far crollare il colosso assicurativo American international group sono semplici quanto brutali. Ottantacinque miliardi di dollari in prestito per due anni, a interessi punitivi (Libor più 850 punti base, ovvero 11,5%) da parte della Fed di New York. In cambio, il governo degli Stati uniti assumerà il controllo della società, con il 79,9% delle azioni. Il piano assomiglia assolutamente a una sorta di fallimento controllato, senza che la società - che assicura fino a 440 miliardi in credit default swaps , oltre ad aver sottoscritto polizze-vita a centinaia di migliaia di americani debba veramente portare i libri in tribunale, con tutto quel che ne sarebbe conseguito a livello di immaginario collettivo. Effettivamente, suggeriscono numerosi analisti, l'unico modo che la società ha per riparare il debito è liquidare una buona parte delle attività, di fatto ridimensionandosi in modo notevole, pur continuando a esercitare la sua importante funzione. Il motivo del «salvataggio» lo spiega la stessa Fed nel comunicato diramato ieri notte: un fallimento «disordinato» di Aig avrebbe portato a una «riduzione della ricchezza delle famiglie». Anche questa volta la banca centrale americana non ricorrerà alla stampa di cartamoneta per soccorrere le banche. Il credito con Aig verrà iscritto nell'attivo e verrà compensato con la vendita dello stesso ammontare di titoli del Tesoro in portafoglio. Tale tecnica, che prende il nome di «sterilizzazione», ha però più volte fatto sorgere la preoccupazione per l'eventualità che i titoli nell'attivo della Fed possano finire, o quantomeno scendere sotto una soglia che non lasci più libertà di manovra. Ecco quindi che il governo Usa giunge prontamente in soccorso, annunciando ieri un'asta con la quale collocherà sul mercato 40 miliardi di bond, che consegnerà alla Fed. La quale, iscrivendo questa somma nel passivo, potrà aumentare l'attivo dello stesso ammontare, concedendo nuovi prestiti al sistema bancario in difficoltà. Una laboriosa partita di giro che significa una cosa sola: nuovi soldi pubblici per salvare le banche. Tale fantasiosa manovra era stata proposta in aprile, proprio nell'eventualità che la Fed stesse per finire le sue «cartucce» di titoli di Stato e non potesse più procedere con la sterilizzazione. Intanto nessun segno di sollievo viene dalla causa di tutti i mali della finanza Usa: il mercato immobiliare. I permessi per la costruzione di nuove case, sono scesi al tasso annualizzato dell'8,9% in agosto. Oltre il 36% in meno rispetto a un anno fa. Anche gli inizi di nuovi cantieri non lasciano di certo presagire un nuovo boom immobiliare: 33% in meno rispetto ad agosto 2007 e -6,2% su luglio. Con l'attuale sovrabbondanza di case invendute in tutto il paese, questi dati sono tutto meno che sorprendenti. Anche nel Regno unito le cose non vanno di certo bene. Lì il crack del mercato immobiliare ha colpito duro, e le insolvenze sui mutui hanno provocato ingenti danni al sistema bancario. Dopo il fallimento e la nazionalizzazione di Northern Rock, è ora un'altra banca ad essere in difficoltà, la Halifax-Bank of Scotland (Hbos). Halifax è il maggiore erogatore di mutui britannico. Dopo che martedì era crollata in borsa del 22%, sulle voci di un possibile problema di liquidità, è giunta ieri la notizia della possibile unione con la banca Lloyd's. Le trattative sarebbero già in fase avanzata, sotto la supervisione del primo ministro Gordon Brown, che eviterebbe volentieri una nuova nazionalizzazione. Per favorire l'unione, il governo sarebbe disposto anche a scavalcare le obiezioni della autorità antitrust, in nome della «stabilità del sistema finanziario». L'unione fra le due banche infatti farebbe nascere un gigante finanziario di non poco conto. A Wall Street intanto sembra che non passi giorno senza che una nuova istituzione finanziaria sembri sull'orlo del fallimento. Ieri è toccato a Morgan Stanley e Goldman Sachs, le ultime due banche d'affari rimaste indipendenti. Nonostante i due colossi - ben più grandi e importanti di Lehman Brothers - abbiano comunque riportato profitti positivi nel terzo trimestre, sebbene molto ridimensionati rispetto ai loro standard, sono ieri crollati in borsa. A essere in crisi è tutto il modello dell' investment banking , che si indebita a breve e impiega i capitali a lungo termine. Proprio il costo dell'indebitamento oggi è a livelli inauditi. Il Libor overnight , a brevissimo termine, ha raggiunto il 6,6% martedì per scendere al 5% ieri. Il tasso interbancario a tre mesi ieri ha superato ieri il 3,36% (il tasso base della Fed è al 2%). Questo è il credit crunch . Non è un mistero quindi se il credit default swap, ovvero il costo per assicurarsi contro il rischio di insolvenza di Morgan Stanley, abbia ormai raggiunto il livello dei Cds di Lehman proprio prima del fallimento. Giornata di dolore, ovviamente, sui mercati finanziari. In Italia il Mibtel ha chiuso a -2,2%, e anche tutte le altre borse europee hanno subito perdite intorno al 2%. Malissimo anche Wall Street, dove l'indice S&P 500 è arrivato a perdere oltre il 4,2% nel corso della seduta. A un'ora dalla fine, il Dow Jones perdeva il 2%, il Nasdaq il 2,64% e lo S&P 500 il 2,22%.

 

I governatori anti-Evo battono in retromarcia - Roberto Zanini

Tocca a Ruben Costas, il prefetto autonomista ribelle di Santa Cruz, sancire l'armistizio dei «civicos». Dopo una settimana di alzamiento , di scontri, di occupazioni, di roghi di uffici pubblici, di bastonature e di morti ammazzati, la ribellione della mezzaluna ricca e criolla contro Evo Morales, il suo governo e il suo movimento, tira il freno e accetta di fare quello che non avrebbe mai pensato di dover fare: sedersi al tavolo con il macaco minor , la scimmia piccola (il macaco mayor è Hugo Chavez), l'odiato indio inspiegabilmente diventato presidente, Evo Morales. Tanti, i morti ammazzati. Almeno 15 solo a Porvenir, la cittadina della provincia di Pando in cui i miliziani del peggiore dei prefetti ribelli, Leopoldo Fernandez - uno con legami col narcotraffico e con racconti di corruzione da accapponare la pelle - venerdì hanno teso un'imboscata a una marcia di campesinos: franchi tiratori sugli alberi e killer armati che hanno aggredito una folla, inseguendo i contadini come bestie da macello, facendo il tiro a segno con donne e bambini. I sopravvissuti hanno raccontato l'eccidio ieri nel parlamento di La Paz, Canal 7 ha trasmesso un video straziante: gente che fugge, uomini e donne che si gettano nel fiume Tahuamanu per sfuggire agli assassini, le urla dei killer in sottofondo: «Eccoli là, là, ci sono altri indios!», e giù fucilate. Il ministro dell'interno Alfredo Rada ha fatto i conti in pubblico: «Il quadro è questo - ha detto - 15 morti confermati e identificati, 30 feriti confermati e identificati e 106 desaparecidos che secondo i testimoni sono feriti e rischiano la vita». Il prefetto Fernandez è stato arrestato. Per violazione della legge marziale proclamata a Pando, e non per il massacro, ma è stato arrestato. Un plotone di militari è andato a prenderlo nella sede della sua prefettura. I soldati hanno parlamentato senza nemmeno cacciare fotografi e telecamere, poi l'hanno caricato - lui e altri dieci «civicos» di Pando - e l'hanno portato in una caserma a Oruro. «Verranno a liberarmi», ha detto mentre lo portavano via, e in effetti sono fioccate alcune blande dichiarazioni di solidarietà, ma ormai il vento era cambiato, la rivolta dei prefetti aveva rallentato, alcuni già trattavano con il governo di La Paz. Il vicepresidente Garcia Linera si è incaricato dei contatti con la centrale dei ribelli, la Conalde, il Consejo nacional democratico , la sigla in cui si riconoscono gli organismi degli autonomisti. Nella notte di ieri Morales approva un testo, due viceministri lo firmano, viene trasmesso a uno dei prefetti ribelli, Mario Cossìo di Tarija, perché lo passi agli altri. Cossìo ne parla invece col cardinale Julio Terrazas - la chiesa ufficiale è schieratissima coi prefetti - e con il prefetto di Santa Cruz Ruben Costas, il vero capo dei ribelli. I prefetti provano a diluire la resa in uno show mediatico, vanno in tv a rifirmare un loro vecchio documento invece di quello del governo, ma Morales e Garcia Linera resistono: o il nostro testo o niente. E Costas alla fine rende pubblico di aver firmato. Poco dopo piega la testa anche Cossìo, e dopo di lui tutta la Conalde. Il prefetto arrestato Fernandez non serve più, il governo annuncia che pensa di sostituirlo e nessuno protesta. La rivolta, forse, è finita. I civicos cominciano ad abbandonare le sedi pubbliche occupate (e spesso devastate) nel loro Oriente, l'esercito circonda senza resistenze le installazioni petrolifere, le sedi di radio e tv pubbliche, gli aeroporti. I militanti di Morales - schierati con i volti coperti e nelle mani bastoni e vecchio schioppi di qualche rivolta fa, più qualche fucile a pompa smobilitano i blocchi stradali con cui avevano cominciato a chiudere le vie di comunicazione per la mezzaluna autonomista. La tregua sembra tenere. Tre tavoli di lavoro: l'imposta sugli idrocarburi, che Morales ha tolto alle prefetture per finanziare la pensione nota come Renta Dignidad, colpendo gli autonomisti nelle tasche, e poi un tavolo sulle autonomie e uno sulla nuova costituzione, approvata con un atto di forza dalle sole forze politiche alleate di Morales, che il presidente vuole sottoporre a referendum al più presto. Un voto visto come la peste da un po' di tempo Evo vince tutte le elezioni - dai ribelli, perché ne sarebbe la lapide. E loro lo sanno. Appuntamento a Cochabamba, anche da oggi dice Morales, ma i ribelli chiedono più tempo. Non c'è un vero vincitore e non c'è un vero vinto, i drammatici problemi della Bolivia non sono risolti, ma Morales è scampato a una specie di golpe civile ed ora è un po' più forte, i prefetti ribelli hanno provato a fare la guerra, hanno fallito e sono un po' più deboli. Sui giornali, quasi tutti della destra, cominciano a uscire critiche persino contro Branko Marinkovic, l'imprenditore boliviano-croato che è un po' il deus ex machina della ribellione. Il giorno prima, l'Unasur - l'Unione degli stati sudamericani - aveva approvato un documento di solidarietà al governo boliviano, con 9 voti su 12. Un aiuto fondamentale per il presidente Morales, seduto su una polveriera, ma non era andato tutto liscio e il brasiliano Lula aveva imposto condizioni (smettere di insultare gli Stati uniti, tra le altre) e chiesto a brutto muso a Morales se era intenzionato a andare avanti a tutti i costi oppure no. Gli Usa, da parte loro, hanno prontamente iscritto la Bolivia (e già che c'erano anche il Venezuela) alla lista nera dei paesi che non lottano contro il narcotraffico. Il dipartimento di stato non ha digerito l'espulsione dell'ambasciatore Goldberg, e un portavoce ha criticato l'imminente esercitazione di navi russe nelle acque dei Caraibi: «La cosa più interessante - ha motteggiato Sean McCormack - è sapere se la Russia troverà ancora qualche nave in grado di arrivare fino in Venezuela. Mi hanno detto che hanno un gommone, se per caso si dovessero guastare lungo il viaggio». E' sarcasmo, ma il «cortile di casa» americano esiste un po' meno ogni giorno che passa.

 

Liberazione – 18.9.08

 

Di questo razzismo il Pd è innocente? - Alessandro Dal Lago

Che un ragazzo di diciotto anni sia massacrato a sprangate per un furto di biscotti è normale nell'Italia d'oggi? E il fatto che, essendo nero, le autorità inquirenti escludano subito una matrice razzista è normale? Purtroppo la risposta è sì. In pochi mesi ci sono stati omicidi per "ragioni di aspetto" (Verona), aggressioni contro gay (Roma) e naturalmente altre aggressioni razziste (Genova). Nonché casi innumerevoli di "intolleranza", per esempio maltrattamenti in luoghi pubblici di venditori o semplicemente di viaggiatori in autobus che non piacevano a qualcuno per il colore della pelle. Pap Kouma, un noto scrittore senegalese, ha dichiarato di essere stato malmenato più volte. Tutto questo è normale? La risposta è tragicamente positiva nell'Italia d'oggi, e non a caso il nostro paese è nel mirino di svariate agenzie internazionali che si occupano di razzismo e violazione dei diritti umani. La vera tragedia è che, a parte estemporanee prese di posizione della Chiesa, che vede spalancarsi il baratro in cui è caduta la cosiddetta cultura laica, l'allarme proviene solo da attori sparsi di quello che rimane dell'ex sinistra alternativa. Quando Veltroni parla genericamente di "clima d'odio" minimizza due volte quello che succede: in primo luogo, sorvola sul fatto che il "clima" non ha a che fare con la meteorologia, ma con l'azione e la propaganda di forze al governo (la Lega, ma non solo) e poi tace che il "clima" non è nato dalla vittoria della destra alle elezioni, ma all'epoca del centro-sinistra, quando un omicidio di cui è stato accusato un rumeno ha scatenato un'ondata di xenofobia senza precedenti. Era quindi del tutto comprensibile che un supposto tentativo di rapimento abbia scatenato i pogrom contro i campi nomadi, la famosa faccenda delle impronte e tutto quello che è seguito. Sì, il clima sociale razzista c'è, ma se c'è ancora qualcuno, nel sistema politico uscito dalle elezioni di aprile, che si preoccupa di quello che sta succedendo dovrebbe guardare in casa propria prima che nelle nuvole. Vietare i borsoni a Venezia vuol dire attizzare l'odio e il sospetto nei confronti dei neri. Vietare i graffiti e le birre nelle strade vuol dire promuovere l'intolleranza verso i comportamenti giovanili. Accanirsi contro le prostitute per motivi di igiene o di "moralità" vuol dire favorire lo sfruttamento nelle case private e soprattutto far credere che il sesso a pagamento sia una questione di offerta (oggi in gran parte straniera, almeno nelle strade) e non di domanda. Vuol dire insomma scaricare sugli stranieri, clandestini o no che siano, il senso di impotenza sociale, frustrazione economica e paura per il futuro che sta soffocando il mondo sviluppato e soprattutto l'Italia. Vuol dire insomma distrarre, deviare, colpevolizzare. Ma l'economia, alla fine, non mente. Mentre la finanza globale d'avventura va in pezzi e le Borse cominciano a scricchiolare dovunque, l'Italia è un paese a crescita negativa e questo significa meno risorse per l'istruzione, i servizi e quindi la vita quotidiana. E allora fino a quando reggeranno le leggende metropolitane sugli stranieri? E fino a quando il "clima" proteggerà l'avventurismo liberista di chi ci governa? Ma chiedersi queste cose ovvie non significa immaginare l'Italia inesistente di Veltroni. Significa pensare a qualcosa di peggio, e cioè a forme di autoritarismo compatibili, a parole, con l'assetto costituzionale e l'Europa. Ecco qualcosa su cui la sinistra, scomparsa dal parlamento, dovrà riflettere, e rapidamente, se vuole arginare ciò che comincia a sommergerci.

 

Alemanno soddisfatto, multe a 106 lucciole. Ma nessuna le pagherà

E vai con le multe. Alemanno si dice pienamente soddisfatto. L'operazione, ribattezzata dalle associazioni per i diritti civili delle prostitute nonché dai consumatori e dall'opposizione "fumo negli occhi", sta finalmente producendo i suoi effetti. «Gli ottimi risultati presentati dalla Questura di Roma e i riscontri della Polizia municipale nel primo giorno di applicazione dell'ordinanza antiprostituzione ci indicano eccellenti elementi di valutazione». Queste le parole del sindaco di Roma. Non conta che il primo multato ad essere stato sorpreso in atteggiamenti compiacenti con una cosiddetta "lucciola" sia un affezionato del primo cittadino di cui però ora dice che «non lo voterà mai più», ieri comunque la polizia di Stato si è messa all'opera. E, dopo l'ordinanza anti prostituzione, è riuscita, nelle zone di Prenestino, di via Salaria e Roma sud a collezionare ben 106 contravvenzioni, 76 delle quali effettuate, secondo un comunicato emesso dalla stessa Ps, nei confronti di prostitute «identificate e contravvenzionate». Un bilancio messo nero su bianco: al Prenestino sono state identificate e sanzionate 7 brasiliane e 2 rumene; al Salario 30 rumene e 2 colombiane; in zona Esposizione 10 brasiliane, 22 rumene e 3 italiane. Ora il problema, mosso anche dall'associazione dei consumatori, risulta essere il seguente: ma chi le pagherà queste multe? Tralasciando i commenti formulati dall'opposizione su un provvedimento, nota Smeriglio (Prc), «proibizionista, razzista che tutto va a colpire tranne il racket milionario che gira intorno alla prostituzione», è noto - e questo risulta dagli stessi dossier stilati più volte dalle stesse forze dell'ordine di cui è sicuramente a conoscenza il sindaco di Roma - che la maggior parte delle prostitute non hanno né cittadinanza, né residenza alcuna in Italia. E, dunque, di per sé saranno assolutamente irrintracciabili dai notabili comunali. Senza contare che gli stessi sindacati dei vigili che, oltretutto si dicono pienamente d'accordo sul ddl Carfagna, sono sul piede di guerra su un'ordinanza generica soggetta a un rischio "valanga ricorsi". «Siamo di fronte - denuncia l'organizzazione sindacale delle polizie locali (Ospol) - ad un'altra manifestazione di distanza dalla realtà e di inesperienza operativa dei soliti "collaboratori del sindaco"». E già perché - denuncia ancora l'Ospol - l'agente della Polizia Municipale che, nonostante sia ancora disarmato, verrà posto a contrasto di un fenomeno che è notoriamente gestito dalla criminalità organizzata - continua la nota sindacale - dovrà ergersi a giudice nel valutare "atteggiamenti" e "modalità comportamentali" nonché "abbigliamenti" che manifestino inequivocabilmente l'intenzione di adescare o esercitare l'attività di meretricio e quindi sanzionarli con 200 euro». Il punto è - concludono i Vigili - come può l'agente, se non a rischio di denuncia penale per abuso di potere, applicare l'ordinanza? Ad Alemanno la risposta.

 

Leggete queste due storie e scoprite chi è il ladro – Piero Sansonetti

Storia numero 1. Titolo: Glisenti e il suo stipendio. Svolgimento. Paolo Glisenti è un ragazzo di 58 anni di ottima famiglia. La mamma, donna di sinistra, è stata per molti anni proprietaria e direttrice di librerie. Il padre, Giuseppe, è stato uno dei più potenti manager di Stato di razza democristiana. Per sedici anni, tra la fine dei cinquanta e i primi settanta, ha fatto il presidente dell'Iri. Paolo, studente modello del Mamiani (Roma) nel '68, anche lui di sinistra, fattosi grandicello ha seguito le orme del padre. Fa il manager. Attualmente è l'uomo di fiducia di Letizia Moratti, la quale lo vuole mettere a capo dell'Expò di Milano. Amministratore unico. Scrive il «Corriere della Sera» - riportando dichiarazioni del presidente della Provincia di Milano Filippo Penati - che per questo suo lavoro, il Glisenti riceverà un compenso di otto milioni e mezzo di euro. Siccome l'altra sera, a «Porta a Porta», ho sentito Vittorio Feltri che tuonava contro gli stipendi dei dipendenti «Alitalia», mi piacerebbe sapere cosa lui pensi di questo compenso per Glisenti (il quale, peraltro, pare non sappia nemmeno pilotare un aereo...). Storia numero 2. Titolo: Arrestati per quattro pezzi di verdura. Svolgimento. Ieri un uomo e una donna sono stati arrestati in flagranza di reato in località Pontecorvo, provincia di Frosinone, per avere rubato cetrioli (in numero di due) e zucchine (altrettante) direttamente dall'orto nel quale erano coltivate. Le forze dell'ordine, protagoniste dell'azione, hanno provveduto a trasferire i due in carcere, dove ora sono in attesa di giudizio. Si tratta di due disoccupati. Lei, 37 anni, che in passato ha lavorato come precaria in alcuni ospedali della zona, come portantina, è stata inviata al carcere di Rebibbia. Il suo compagno è stato portato alla casa circondariale di Cassino. A quanto si sa i due sono ben custoditi, non ci dovrebbero essere pericoli di fuga, e dunque l'orto di Pontecorvo ora è abbastanza al sicuro. Poiché, cari lettori, vi conosciamo bene, e sappiamo che molti di voi - infingardi comunisti con sfumature anarchicheggianti e proudoniane - risponderanno alla domanda che abbiamo formulato nel titolo, sostenendo che il ladro è il Glisenti, vogliamo informarvi che la risposta è sbagliata. Abbiamo consultato i codici e sentito alcuni avvocati e abbiamo accertato che la risposta esatta è l'altra.

 

«Il capitalismo si salverà anche da questa crisi e sarà l'ennesima purga sul lavoro» - Claudio Jampaglia

Milano - Impossibile inseguire la cronaca per dire cosa sia l'ultima fiammata della crisi della finanza globale col fallimento della baca d'affari Lehman & Brothers con il salvataggio del governo Usa del colosso assicurativo Aig e coi "rumori" di prossimi crack (la svizzera Ubs? La britannica Hbos? Goldman Sachs?). Più difficile ancora dire cosa sarà a medio e lungo termine. Il contagio lavora, l'epicentro sono gli Usa, ma se sarà o meno la fine del capitalismo finanziario è difficile prevederlo. Bisognerà tornare a studiare bilanci storici, interventi pubblici e cambiamenti nel sistema di regolazione. Le trimestrali con cui aziende e consulenti certificano la redditività di borsa, non bastano più. Anzi la prima vittima di questa crisi dovrebbe essere proprio la logica del ritorno finanziario immediato, in barba ai fondamentali, alle tendenze, alla analisi di mercato industriali... Qualsiasi previsione è quindi da prendere con le pinze, anche se alcune tendenze ci sono già. Sono figlie della storia di questi anni e di chi le aveva lette. Tra questi, Riccardo Bellofiore, economista, direttore del dipartimento di Scienze economiche dell'università di Bergamo, che da anni studia e denuncia il ciclo dell'indebitamento americano, spinto e sostenuto dalle stesse autorità chiamate a spegnere oggi l'incendio e retto su quella che forse ormai chiamavamo la finanziarizzazione dell'economia. L'America in 24 ore vara il suo più grande intervento pubblico di salvataggio di un'azienda privata. Paura del contagio con l'economia reale (Aig oltre ad assicurare aerei, navi e quant'altro, detiene una grande fetta dei redditi pensionistici e contributivi dei lavoratori Usa) o ritorno a una politica anticrisi organica? Questa crisi ha la sua origine nelle dinamiche perverse dei mercati finanziari. Dal suo esplodere nel luglio-agosto del 2007 i commentatori, a destra come a sinistra, si sono divisi tra chi minimizzava e chi prevedeva catastrofi imminenti. In genere, i primi sottolineavano come i bilanci delle banche e delle imprese fossero floridi: il debito era concentrato sul settore delle famiglie, e il cosiddetto effetto leva (l'esplosione dei crediti concessi rispetto al capitale degli istituti finanziari coinvolti) si poteva sperare riguardasse soltanto una sezione, sia pure anormalmente dilatata, del mondo finanziario. I secondi ricorrevano all'esempio della Grande Crisi degli anni '30, o alla Grande Deflazione del Giappone degli anni '90: nel primo caso, con lo sgonfiamento della borsa e la contrazione dell'offerta di moneta, che si tradussero in un crollo della domanda aggregata e della produzione, e in una esplosione della disoccupazione e della povertà. A giocare contro la tesi della gravità della crisi giocava anche la speranza in un possibile decoupling, uno sganciamento dell'economia mondiale, e in essa dell'Europa, dall'unica locomotiva americana. Per un po' di tempo la tesi ha avuto una sua plausibilità: gli Stati Uniti hanno rallentato vistosamente, ma le esportazioni europee (non solo tedesche, anche quelle italiane) hanno retto. La ragione sta nel fatto che si poteva esportare in aree meno toccate dalla crisi, nonostante l'euro allora si rafforzasse: mi riferisco alla Russia o ai paesi Opec sostenuti dalla crescita del prezzo del petrolio, alle economie asiatiche e in particolare la Cina, che cresceva attorno al 10%, alle economie emergenti dell'America Latina. Tutto ciò, col tempo, è svanito. Col tempo, perché questa è una crisi non solo grave ma nuova, e la sua natura ne fa una crisi al rallentatore. E' una crisi non di liquidità, ma di insolvenza. Prima o poi si traduce non solo in uno sgonfiamento dei valori borsistici ma anche nella contrazione del credito. Anche se la banca centrale immette liquidità e abbatte il tasso di interesse di base, i prestiti si razionano e i premi al rischio crescono. Visto che non si sa bene dove i rischi siano concentrati, data la natura opaca dei nuovi strumenti finanziari, il cosiddetto effetto domino si produce lentamente, e si rivela a ondate. Per questo i vincoli finanziari si rivelano stringenti per gli operatori solo dopo un po' di tempo. Benché lento, il processo si rivela però sempre più drammatico e grave. Gli istituti finanziari coinvolti, per ridurre la leva finanziaria e aumentare il capitale, devono liquidare attività del loro bilancio: ma visto che questo lo fanno contemporaneamente in tanti, l'uscita dall'indebitamento determina una deflazione dei prezzi delle attività finanziarie, e anche chi credeva di essere a posto entra in crisi. I debitori ultimi, i consumatori, devono rientrare dai debiti, e questo fa cadere la domanda. Visto che i prestiti concessi a consumatori e alle imprese non possono che ridursi, dopo un altro po' di tempo cade la produzione reale e l'occupazione, e di seguito anche l'investimento e il consumo. Se questo è il quadro di fondo, le ragioni dell'intervento sull'Aig sono però, per ora, altre. Così come per il salvataggio di Bear Stearns a marzo e la nazionalizzazione di Fanny Mae e Freddie Mac pochi giorni fa, qui ha giocato la considerazione delle dimensioni e delle interconnessioni finanziarie, insomma il timore dell'effetto domino e dell'aggravarsi del deceleratore finanziario. E perché le autorità non hanno deciso e fatto lo stesso per Lehman Brothers? Questo è un punto interessante. E credo non abbia pesato solamente il timore dell'azzardo morale o di oneri troppo gravosi sul bilancio pubblico. Conta, piuttosto, quanto già sostenevo in un'altra intervista a Liberazione . Abbiamo a che fare con interventi pienamente politici, e dunque discrezionali. In questo caso, senz'altro, hanno pesato gli effetti prevedibili su mutui immobiliari, sulle pensioni, e simili, a cui ti riferisci. Ma è un intervento diretto e politico, dove la Fed accetta di sostenere l'economia con collaterali fatti di strumenti finanziari o azioni dal valore dubbio o inconsistente, e dove ha la sicurezza dell'intervento in seconda battuta del Tesoro che li può trasformare a tempo debito in titoli di stato. E' il costituirsi, a tentoni, per tentativi ed errori, di una nuova politica monetaria in un nuovo mondo. Nel frattempo, lo sganciamento, il decoupling, si è sciolto come la neve. Era dubbio che la globalizzazione potesse funzionare come volano quando l'economia mondiale andava bene, e non anche in senso depressivo nella crisi. Per questo assistiamo all'Europa che sta cadendo in recessione, all'America Latina che traballa, e alla Cina che rallenta al punto da far intervenire in senso espansivo la Banca Centrale cinese anche se il tasso di crescita è ancora elevato. Il tutto si aggraverà con l'esaurirsi della timida politica espansiva di Bush di inizio anno e basata su tagli alle tasse. L'epicentro della crisi è la finanza Usa, perché? E' la fine della turbo-finanza che rende qualsiasi "cosa" (aziende come materie prime) ingranaggio della speculazione al di là di qualsiasi considerazione economica reale? E' la crisi della nuova finanza, senz'altro. Si è detto molto nei mesi passati dei caratteri patologici dei derivati, che invece di proteggere dal rischio lo diffondono e nascondono, per cui non ci insisterò più di tanto. Sottolineiamo un altro punto, collegato. Nel nuovo sistema, che vede al centro proprio quelle banche di investimento che oggi vediamo crollare l'una dopo l'altra, gli istituti di credito non guadagnano selezionando gli imprenditori, ma grazie alle commissioni sulla collocazioni di strumenti finanziari di cui, appena creati, ci si disfa rapidamente. Quando le cose vanno bene, la riduzione del capitale rispetto ai crediti concessi perseguita dagli operatori finanziari non è affatto irrazionale: è il sistema ad essere malato. Di qui la riduzione del premio al rischio, la sopravvalutazione dei debitori, e così via. Questo mondo sembra essere finito. Ma bisogna intendersi. Questa esplosione della turbo-finanza non è separabile dall'economia reale buona. Tra il 2003 e il 2007 vi è stato un boom mondiale reale che non si può trascurare, e che si basava su questa cartaccia. E il suo perno ultimo era senz'altro costituito dagli Stati Uniti e dal gonfiamento del debito delle famiglie. Come era stato per il boom della borsa, la bolla immobiliare e poi l'esplosione dei subprime per sostenerla hanno creato le condizioni per far crescere la domanda di consumi "autonoma" dal reddito, in forza di quello che viene chiamato un "effetto ricchezza". Il paradosso è che questo modello è l'altra faccia di bassi salari e precarietà. Se i consumi non crescono via salario, possono crescere via indebitamento: bassi salari e alto indebitamento sono un fattore potente di precarizzazione (e viceversa). Il problema che ci si trova davanti è dunque questo per chi gestisce il sistema: come far proseguire una situazione di bassi salari e precarietà, senza affogare nella melma della nuova finanza, e senza un ristagno della domanda. Credo che si cercherà di recuperare i nuovi strumenti finanziari, in forma riveduta e corretta, con una più stringente regolazione. Ma intanto c'è da affrontare una doppia sfida: come intervenire nella congiuntura, e come ricostituire un nuovo meccanismo di regolazione. Come passare dalla "convenzione" Greenspan, che ha retto dal 1987 al 2007, a una nuova convenzione. Bernanke in un certo senso si trova in una realtà che conosce, sia pure solo sulla carta. E' un esperto di Grande Crisi, di deflazione giapponese, di acceleratore finanziario. E' un fautore del inflation targeting, ma sa che espansione e depressione sono fasi diverse e richiedono politiche diverse: oggi l'inflazione non lo preoccupa. La colpa che gli viene imputata è di aver creduto, come Greenspan, che sulle bolle speculative non si può intervenire. Ma nella crisi, dopo un ritardo iniziale, è stato disposto a mosse rapide, decise e innovative. Ha abbattuto i tassi di interesse a gennaio in meno di un mese, e ora sta navigando in mare aperto per definire delle politiche di salvataggio che, volenti o nolenti, imporranno alla politica un nuovo attivismo. Insomma, la crisi si aggraverà nel breve periodo, ma non sottovaluterei né l'inventiva del capitale né le risorse di una politica di riforma dall'alto nel medio periodo: non sanno forse di farlo, ma lo fanno. L'Europa sembra ancora più conservatrice degli Usa, pompa liquidità e insiste nel contenimento del suo ruolo al mandato esclusivamente di stabilizzazione monetaria. Eppure diversi governi europei sembrano chiedere un intervento anti-crisi più determinato. C'è un problema di governance o di cieca fedeltà ideologica? E' vero, ma solo in parte. Trichet ha detto che al di là dell'Atlantico avrebbe fatto le stesse politiche di Bernanke. In un certo senso c'è da credergli. L'ossessione anti-inflazionistica viene alla Banca Centrale Europea dal timore di un aumento dei salari. Il che appare un po' buffo. Tra i cambiamenti dell'ultimo decennio o giù di lì vi stanno due grandi novità rispetto all'ortodossia dominante in economia sino a pochissimo tempo fa. Le banche centrali provvedono ormai liquidità ai mercati con molta maggiore liberalità di quanto volesse il vecchio monetarismo (con termine tecnico, si dice che l'offerta di moneta è "orizzontale"). E infatti la Bce è stata molto interventista a sostenere i mercati da questo punto di vista, come se non più degli Stati Uniti. La seconda novità è che la cosiddetta curva di Phillips (che lega disoccupazione e dinamica dei salari) è divenuta "piatta": quando si riduce la disoccupazione, i salari aumentano poco o niente. E invece, la Bce sembra voler continuare a combattere con ferocia la vecchia battaglia. Il problema in realtà è che teme un effetto di ritorno sul costo del lavoro dell'inflazione dall'aumento del prezzo delle materie prime, del petrolio, degli alimentari, e così via, che falcidiano i salari: difficile, ma non impossibile, visto che in Europa il sindacato è sconfitto ma esiste ancora. La spinta verso un intervento anti-crisi dal lato della politica degli Stati europei è dunque comprensibile, ma non dice granché in sé. Come sai, penso che il liberismo sia qualcosa che non esiste, e trovo sbagliato intestardirsi a ragionare in termini di liberismo verso statalismo. La nuova economia, la bolla immobiliare, la risposta alle crisi del 2001 e a questa, per non riandare indietro a Reagan, sono avvenute in un pieno di politica. E non è necessario richiamare la critica al mercatismo di Tremonti per far capire che il neoliberismo tutto è meno che anti-interventista, a suo modo beninteso. Quello che ci deve sempre interessare è capire le trasformazioni dell'interventismo. Il problema è dunque quale intervento politico, non se questo ci sarà o meno . Non sono mai stato crollista, né credo all'anarchia del mercato. A una crisi del genere si dovrebbe rispondere diversamente, è chiaro: con una espansione coordinata, basata sulla domanda interna, con un controllo della finanza, e, a ben vedere, con una riqualificazione dell'offerta. Perché questo è il messaggio forte e chiaro che ci viene dalla crisi energetica e dalla crisi alimentare, come dalla crisi dei consumi. E' chiaro che in questo contesto il problema lo si può porre, non lo si può neanche iniziare a risolvere. Ma il problema esiste. Ed è "il" problema, senza cui per di più non esiste sinistra. Dal lato capitalistico, le ultime mosse, da Bear Stearns a Lehman Brothers, e oltre ci parlano di una politicizzazione crescente dell'offerta di credito, se si vuole di una sua centralizzazione ulteriore, il che può preludere in un futuro non troppo lontano a scelte su nuovi settori su cui puntare. Non è la prima volta: la nuova economia viene dalle politiche statuali Usa tra ottanta e novanta, il boom fondato su immobili e subprime dalla politica monetaria di Greenspan. Disastro o una salutare doccia fredda che riporterà l'economia più verso il reale e meno verso il virtuale finanziario? E' prevedibile, come ho anticipato, una crisi lunga e lenta: ma non senza termine. Il punto è che però una finanza più regolata e meno speculativa si accompagnerà a un credito più razionato e più costoso, e a un governo sulla composizione della produzione sempre più disegualitario e forse sempre più arbitrario. I commentatori di destra o moderati insisteranno sulla "regolazione" della finanza come panacea, e la regolazione certo non fa male; quelli della sinistra ci ricorderanno, e a ragione, che pagherà come sempre il lavoro. Non mi aspetto un degrado generale omogeneo, ma una frantumazione crescente. Il che significa che questa crisi, come ogni ristrutturazione significativa (e se non ci sarà un approfondimento nel breve della crisi, non ci sarà quella ri-regolazione di cui il capitale ha bisogno) agirà come una purga sull'apparato produttivo e sull'economia reale, come già ha fatto in piccolo la crisi del 2001-2004, che ha visto anche da noi innovazioni di prodotto e buoni risultati per medie imprese multinazionali, in un contesto però di grande fragilità. E la crisi è un ottimo alibi per sfondare sul terreno sindacale e del mondo del lavoro.

 

Repubblica – 18.9.08

 

"La mia vita in bilico nel casinò Wall Strett" – Vittorio Zucconi

NEW YORK - "Esco di casa quando voi dormite, come i ladri. Perché adesso questo sono diventato per voi, il malfattore, l'untore, io che fino a ieri ero l'incarnazione del nuovo secolo americano, questa sera potrei tornare a casa con la mia vita in una scatola, buttata alla rinfusa con i ritratti dei figli che non vedo mai, la foto della moglie che sta già parlando con l'avvocato divorzista, il cappelluccio dei New York Yankees, la coppetta vinta nel torneo aziendale di softball a Central Park, il blackberry muto e il rolodex di clienti che sei mesi fa mi chiamavano a casa di notte per offrirmi soldi e oggi non si fanno trovare. Oggi sono il predatore diventato preda e quella scatola sarà la mia bara di cartone". "Esco alle quattro, quattro e mezzo nel New Jersey, dove eravamo venuti in tanti a cercare una casa e un giardino per crescere i figli piccolini lontani dalle trappole di lusso di Manhattan, sparpagliati nelle cittadine costruite lungo la ferrovia locale del New Jersey, la NJ Transit, paesi come Summit, Chatham, Madison, Morristown, fino a Dover, la stazione di testa, la terra dei cavalli e delle colline, e sembra di stare in Via col Vento, non a un'ora da New York. Ogni mattina lo stesso orizzonte e lo stesso incubo della bara di cartone alle cinque". "Un filo di alba che si alza sopra la skyline d'estate in fondo all'autostrada numero 78, buio da lazzaroni in inverno, con l'orecchio alla radio per sapere quale dei tunnel sotto lo Hudson che portano in città, il Lincoln, lo Holland, sia già intruppato da altri ladri come me dentro le loro Bmw, Audi, Rover, Porsche, Mercedes (mai Cadillac, quella è roba da giardinieri italo americani arricchiti) in leasing, che fanno la gara dei topi grassi per arrivare primi dentro le scatole di cristallo attorno a Times Square e Broadway. Le strade dove siamo scappati dopo il massacro dell'11 settembre che bruciò vivi tanti di noi nelle Torri. Conoscevo tanti di loro e vivevano qui, lungo il percorso del treno e dell'autostrada, miei vicini, grigliata al sabato e birra alla domenica. Guidiamo veloci, sapendo che la polizia del New Jersey ci conosce e chiude un occhio sul limite, correndo per scoprire se il nostro mondo sia finito mentre dormivamo agitati e quando tornerò a casa per non vedere i miei figli già addormentati dovrò dire a mia moglie, se è ancora sveglia e non ha già firmato i documenti del divorzio, che sono un disoccupato. Un milionario con le pezze al sedere, senza soldi per pagare le rate di quella casa che non avrei mai dovuto comperare, senza fondi per le scuole private dei figli, senza scorte per saldare i debiti dello shopping nelle boutique dei "mall" di lusso, e senza nessuna possibilità di trovare un altro posto. Non c'è bisogno di un master a Yale per sapere che il livello delle spese sale sempre con il livello del reddito e anche oltre: questa è la terra del credito. Sarò un profugo come almeno altri 70 od 80 mila come me, che oggi vagano per le vie di Manhattan con il Range Rover a due settimane dal pignoramento per morosità, agitando come barboni da Zegna e Armani curriculum che non interessano a nessuno. Per dare la caccia a posti che non ci sono più, neppure a un decimo di quello che avrei guadagnato ieri. Sono un broker di "investment bank", settore "hedge funds" e "derivate" che neppure sto a spiegarvi che cosa siano perché non l'ho mai capito neppure io, se non che erano formule create da "idiot savants" sui computer per far fare soldi a tutti, finché ce n'erano, e adesso per farli perdere a tutti. I nostri "managing directors", quelli che a fine anno devono distribuire i sei, sette, anche nove, proprio come Lehman, miliardi di bonus fra i dipendenti, ci dicono di non preoccuparci, anche se non capiamo le formule che lampeggiano sui nostri monitor, perché "noi siamo come i casinò e non possiamo mai perdere, perché abbiamo la percentuale assicurata su tutte le operazioni e il 20 per cento sui profitti del cliente". "The sure thing", il sogno di tutti i giocatori, scommettere sul sicuro, a corsa finita, e con i soldi degli altri, nel giro infinito dei credito che sciabordava come l'acqua nella stiva di una nave e bagna tutti. Fino a quando l'acqua finisce e tutti restiamo a secco, come adesso. La mia banca è una delle poche ancora vive, e non vi dirò quale, almeno questa mattina, mentre vi parlo, avvio il motore senza sgasare per non svegliare i bambini e accendo l'autoradio. Ma anche la mia sanguina e boccheggia come tonni sul ponte di un peschereccio destinato appunto a finire in scatola, una di quelle banche d'affari, cioè senza conti correnti, mutui, flusso di cassa e di soldi dei cadaveri dello stipendio fisso che depositano i loro stipendi che oggi vorremmo tanto avere anche noi, noi che prima neppure guardavamo in faccia chi ci proponeva operazioni sotto i 10 milioni di dollari, il minimo per accedere ai nostri prodotti. Eravamo gli dei senza controlli governativi, senza quei rompiscatole moralisti e statalisti che fanno le pulci alle banche commerciali, esaltati come i pionieri di un mondo nuovo e senza frontiere, noi che dalle scatole di cristallo e targhe di bronzo alle porte, Bear Stearns, Lehman Brothers, Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan, AIG, giocavamo ai "Masters of the Universe", ai signori dell'universo. E oggi ci guardiamo allo specchio lavandoci i denti alle quattro chiedendoci che mestiere potrebbe fare un prete se un giorno qualcuno dimostrasse che Dio non c'è più. Al mio piano che guarda su Broadway, quando ci sto, perché per almeno una settimana al mese svolazzo tra Chicago, Dallas, New York, San Francisco, Miami, Los Angeles per vendere i miei prodotti - ho più "miglia" nel conto che l'intera Air Force americana - a clienti che fino a ieri ci inseguivano e oggi ci accolgono come un ispettore del fisco, i cubicoli dei traders, le truppe d'assalto che trattano le azioni e di noi "brokers", i mediatori dei grandi affari, sono sempre più deserti. Nella mia banca, a questo piano, eravamo in 35 ancora nel mese di maggio, fino a un venerdì alle cinque, quando il capo di tutti i capi ci chiamò per dire che 30 di noi avrebbero potuto dormire fino a tardi, lunedì, e non tornare. Grazie e tanti cari saluti. Io sono stato fortunato, sono fra i cinque sopravvissuti, ma a una condizione: devi scordarti di avere una famiglia, una casa, una vita, non voglio più sentire storie di mogli che piagnucolano e bambini che hanno la partita di pallone, chiaro? Chiarissimo. Ora siamo in cinque a fare il lavoro di 35. Rivedrò mio figlio quando licenzieranno anche me o quando si sposerà. Un giorno di permesso credo che per l'occasione me lo daranno. Qui dentro, come alla Lehman, dove mi avevano ingaggiato con bonus grassi nel 2005, con palate di stock che non potevamo vendere e ora valgono meno della carta igienica, siamo tutti giovani, o almeno lo sembriamo, trent'anni o poco più. La Lehman era "the place to be", il posto dove stare, perché Fuld, il presidente, il Master dei Master dell'Universo, era il più aggressivo e spregiudicato di tutti, enormi rischi, enormi guadagni, andate e moltiplicate i profitti e i bonus, ci dicevano dalla Washington repubblicana, ma per fortuna sono scappato in fretta. I direttori portavano a casa milioni di bonus a fine anno, noi un gradino sotto, mezzo milione, oltre lo stipendio di 250 mila dollari, vagonate di quattrini che i più sciocchi buttavano subito in barche, seconde case, condomini di lusso venduti a prezzi di rapina per sfilare appunto quei ghiotti bonus e costruiti nei quartieri di Manhattan già malfamati e rasi dai "luxury condos" con annessi ristoranti. A New York tutto respira con i polmoni di Wall Street, quando i polmoni si sgonfiano, tutto si gonfia, ristoranti, rette per asili privati da 20 mila dollari l'anno, alberghi da 1.500 a notte per la junior suite, fitness club. Non ci sono quarantenni, attorno a me. Gli anni in questo mondo che lavora dalle 5 del mattino alle 10 di sera, perché oggi i mercati non chiudono mai e puoi fare o perdere fortune a Singapore o a Londra o a Mosca mentre dormi, sono come gli anni dei cani, contano per sei o sette di voi umani. A quarant'anni, o sei assurto al cielo del top management, con garanzia di paracadute d'oro se ti buttano dalla finestra o ti sei fatto un fondo per conto tuo tirandoti dietro i clienti che avevi servito prima. O sei un relitto che nessuno vuole più. Nemmeno nei tempi grassi, figurarsi ora. Lunedì scorso, dopo il collasso di Lehman, venticinque dei miei ex amici e colleghi sono venuti qui per offrirsi. Ho fatto una proposta a uno solo di loro, che era un mio capo e nel 2006 aveva intascato due milioni e mezzo di bonus a dicembre. Gli ho offerto 150 mila dollari lordi annui, senza bonus, lo stipendio iniziale che prende un ventenne con un Master in Business venuto da Harvard o da Stanford. Ha detto che ci penserà, perché con 100 mila dollari all'anno, pagate le tasse, ci paga si e no cinque mesi del proprio stile di vita che gli costa 15 mila dollari al mese. Sorry, prendere o lasciare e non è detto che domattina ci siano ancora io, la mia banca e l'offerta. Non sono amareggiato, non ce l'ho con nessuno. Noi in America diciamo che "it was good while it lasted", è stato bello fino a quando è durato, come un amore, una vacanza, un ciclo vittorioso della tua squadra. Soltanto mi addolora sentirmi trattato come una prostituta che ora i clienti fingono di non conoscere dopo avere fatto la coda per andare a letto con lei a qualsiasi prezzo. Quando garantivamo noi, con le nostre formule scritte da geni della matematica come il mio capo, che è un pazzo capace di lavorare 24/7 e nei pochi momenti liberi esegue le Variazioni di Goldberg su uno Steinway da concerto, i milioni di aria fritta accumulati da ventenni brufolosi in California che avevano costruito una "punto.com" fatta di panna montata e volevano tradurre in soldi veri le loro stock options prima che si squagliassero, eravamo i santi protettori della nuova America post industriale e tutta a credito. Chi se ne importa se prendevi il quinto dei profitti, quando i profitti si misuravano a diecine di milioni? Domani sarò anche io assorbito da un'altra banca e licenziato per esubero, o buttato dalla finestra, o ripescato da quel governo che credeva nella santità del libero mercato e oggi corre con il secchio dell'acqua per spegnere più incendi di quanti secchi abbia, ma non porto rancore. Nessuno mi ha obbligato a lavorare per un casinò. Nessuno mi aveva promesso 40 anni di posto sicuro con pensione, orologio d'oro e liquidazione a 65 anni. L'ho sempre saputo che alla fine dell'autostrada 78 non c'era la pentola d'oro, ma una scatola di cartone. Almeno potrò dire al mio capo, al genio che non ha mai visto i suoi figli e compila equazioni come fughe di Bach, che i suoi New York Yankees mi hanno sempre fatto schifo".

 

Messico-Calabria, la via dei narcos - ALBERTO CUSTODERO

ROMA - Con duecento arresti in Italia e America, è stata dichiarata guerra alla più sanguinaria organizzazione di narcotrafficanti al mondo, quella dei messicani Los Zetas, responsabili dall'inizio dell'anno di 2700 omicidi e del traffico di cento tonnellate di cocaina dirette negli Stati Uniti. I Los Zetas rifornivano anche la 'ndrangheta calabrese, in particolare la cosca degli Schirripa che a New York gestivano una pizzeria. L'autorità giudiziaria italiana, e in particolare i carabinieri del Ros, hanno fermato sedici persone, a New York i fratelli Vincenzo e Giulio Schirripa, e i broker Cristopher Castellano, detto Cris, e Javier Guerrero. In Italia, nella locride, i coniugi Giulio Schirripa e Teresa Roccisano e la figlia Anna Maria (sorella di Giulio e Vincenzo). A Siderno è stato fermato Pietro Commisso nella cui abitazione è stato trovato un bunker. A Valdagno (Vc), è stato infine fermato Diego Lamanna. La 'ndrina degli Schirripa, che importava dai Los Zetas dieci chili di coca al mese, faceva parte di un consorzio di cosce della 'ndrangheta (fra questi, Coluccio, Aquino, Macrì), in grado, secondo gli inquirenti, di movimentare carichi di cocaina da mille chili alla volta. Per trasferire il denaro all'estero, la cosca utilizzava il circuito della Western Union e una ricevitoria di Marina di Gioiosa Jonica. L'operazione alla quale hanno partecipato i Ros è stata coordinata dalla Dea, dall'Fbi, dall'Ice (la polizia messicana), e hanno messo a fuoco un traffico di droga fra Sud America (paese produttore), Messico (paese di smistamento), e Stati Uniti, Canada, Europa (i paesi dove la cocaina veniva spacciata). Le indagini dei carabinieri e della procura distrettuale di Reggio Calabria hanno provato i collegamenti fra le cosche calabresi e il Cartello del Golfo, al quale la cosca Schirripo s'era rivolta dopo l'arresto del loro fornitore storico, l'ecuadoregno Luis Calderon, detto Tio. Le cosche jonico-reggine avevano dunque deciso di consorziarsi, unendo i capitali, e di mettersi in società con i narcotrafficanti Christoper Castellano e Ignacio Diaz, proiezioni newyorkesi - i broker), dei Los Zetas, l'organizzazione paramilitare messicana responsabile del traffico di tonnellate di cocaina, metamfetamina e marijuana diretta negli Usa in Europa, Italia, Spagna e Olanda. L'indagine italo-americana ha documentato come il Cartello del Golfo avesse assoldato squadre di mercenari paramilitari per assicurarsi il controllo della fascia meridionale del Paese al confine statunitense. Fra le persone da arrestare in Messico ci sono anche i tre capi delo Cartello del Golgo, subentrati al vertice dell'organizzazione dopo l'arresto, nel marzo del 2003, di Osiel Cardenas Guillen. L'operazione di oggi è l'epilogo di una complessa indagine che ha portato all'arresto in Canada, il 7 agosto, di Giuseppe Coluccio, esponente di spicco dell'omonima cosca e nella lista dei 30 latitanti più pericolosi in Itaila. Coluccio è stato espulso dal Canada per aver violato le leggi sull'immigrazione in quanto sorpreso con documenti falsi. Una volta sbarcato in Italia, gli è stata notificata una misura cautelare da tempo emessa dall'autorità giudiziaria italiana. Gli investigatori americani, che hanno accertato un movimento di cento tonnellate di cocaina negli ultimi mesi, hanno sequestrato complessivamente 15 mila chili di droga. Ma già in passato sono emersi i collegamenti fra la 'ndrangheta e le organizzazioni paramilitari colombiane Farc e Auc. I controlli di polizia internazionale negli aeroporti e nei porti hanno costretto i produttori colombiani nuove aree per lo stoccaggio della pasta di coca come, ad esempio, il Messico. Ecco perchè anche la criminalità calabrese ha spostato i suoi traffici dalla Colombia al Cartello del Golfo, mettendosi in contatto, attraverso broker, con Los Zetas. Le indagini italiane coordinate dal pm Nicola Gratteri. Con la collaborazione dello Squadrone eliportato cacciatori Calabria dei carabinieri, i Ros hanno tenuto sotto controllo per mesi la famiglia Schirripa. I carabinieri sono riusciti a filmare i narcotafficanti calabresi mentre nascondevano una partita di droga (una campionatura di circa tre chili di coca), in un bosco di Gioiosa Jonica.

 

La Stampa – 18.9.08

 

I marines di Wall Street. "Noi non molliamo mai" – Maurizio Molinari

New York - Scarpe da ginnastica invece dei mocassini neri e almeno una camicia di riserva, dentro lo zaino o portata a spalla, ancora appesa alla stampella della tintoria. E’ l’abbigliamento di brokers e traders che alle 8 del mattino entrano alla spicciolata nel New York Stock Exchange dall’ingresso su Broad Street a svelare quanto nel cuore finanziario d’America si debba correre e sudare di più dopo il lunedì nero segnato dalla bancarotta di Lehman Brothers. «Lunedì è stata una giornata che ci aspettavano dura, ma si è rivelata terribile» dice Gordon Charlop, managing director di Rosenblatt Securities con il numero di operatore «400» appuntato sulla giacca nera. Nel breve tempo che passa dall’apertura del parterre di Wall Street all’inizio delle contrattazioni, alle 9 e mezza, gli operatori si raccontano, aprendo una finestra su cosa sta avvenendo nelle viscere del sistema finanziario scosso dai subprime. «E’difficile non pensare ai molti colleghi che hanno perso il posto di lavoro, devono vendere le case e trovare i soldi per la scuola dei figli - dice Robert Hardy, managing director di LaBranche & Co. - ma noi non siamo fatti per mollare, siamo qui per mandare la Borsa in alto, ogni singolo giorno». Il tono, dai toni quasi patriottici, si ritrova nelle grandi bandiere a stelle e strisce appese alle pareti, in quelle più piccole affisse sui singoli stand e sugli stendardi neri con la sigla «Mia-Pow» dei prigionieri di guerra e dispersi in azione dei quali si aspetta il ritorno a casa. «A chi fa il nostro lavoro - aggiunge Charlop - troppe emozioni non sono consentite, dobbiamo tenere la mente ben fissa sul valore reale, sulla consistenza, senza cedere alle distrazioni, sono gli azionisti che posso tremare, non noi». La calma fredda degli operatori stride con quanto avviene attorno, riflettendo il terremoto in atto. A pochi passi c’è il box 2634 dove si negoziano elettronicamente i titoli della decaduta Lehman. Voci basse, pochi operatori ma le transazioni, comunque continuano. Ad una decina di metri il doppio box di Goldman Sachs con i brokers finora salvatisi dal diluvio: è qui che molti degli ex di Lehman vorrebbero atterrare per evitare la disoccupazione. Fra i possibili futuri colleghi ci sono solo occhiate fugaci. Le due mini-aree sono separate da un abisso: in quella Lehman foglietti di carta scritti a mano attaccati con puntine alle pareti raffigurano la precarietà, in quella Goldman Sachs un megaschermo digitale trasmette immagini di allenamenti in arti marziali, simbolo di sicurezza e potenza. Quando il ceo di Emeritus Corporation suona la campanella dando inizio alle contrattazioni tutto il resto sfuma in secondo piano. Il lunedì nero è passato remoto e ciò che conta è solo quanto avviene in tempo reale. L’indice Dow Jones va subito giù. Arthur Cashin, veterano di Ubs Financial molto rispettato da colleghi e concorrenti, scuote il capo: «Colpa dei russi, la chiusura a tempo indeterminato dei mercati è una mazzata, la crisi è globale, arriveranno altre notizie negative da fuori, l’America non è isolata». Le speranze di una ripresa degli indici legate al salvataggio federale di Aig non iniziano neanche a materializzarsi. E’ un giovane broker rossiccio si origine siciliana, che non vuole dare il nome, a spiegare il perché: «Un eccesso di impegno dello Stato nel sistema finanziario non è una cosa buona, non piace guardando nel lungo termine». Cashin va oltre: «Il salvataggio di Aig conta fino a un certo punto, ciò che ci preoccupa è se la crisi passa da Wall Street a Main Street, se la gente inizia a ritirare i soldi da investimenti nei quali non ha più fiducia». L’incubo degli operatori è che gli americani impauriti dalla crisi mettano i dollari sotto il mattone, per Wall Street sarebbe lo stallo. Più passano i minuti più il Dow Jones va in picchiata, i piccoli monitor sintonizzati sui canali economici di Fox e Msnbc rilanciano l’«allarme Russia» e nel capannello di operatori in giacche nera, blu e verde il timore che si affaccia è «la discesa sotto quota 10400». I calcoli finanziari, basati sull’andamento dell’indice Standard&Poor, fanno supporre che «se restiamo sopra 10400 c’è la base per il lento recupero, se scendiamo sotto sarà un alto forte balzo all’indietro dalle conseguenza difficili da prevedere» ammonisce l’operatore numero 358.

 

Tzipi Livni vince le primarie

GERUSALEMME - Tzipi Livni è stata proclamata ufficialmente vincitrice delle primarie di Kadima, il partito centrista di maggioranza relativa in Israele, che si sono svolte ieri per eleggere il successore del premier dimissionario Ehud Olmert. I risultati definitivi della consultazione interna hanno però assegnato al ministro degli Esteri un margine piu ristretto di quanto non fosse previsto, o comunque indicato dai sondaggi: il portavoce del partito, Shmuel Dahan, ha annunciato infatti che Livni ha conquistato il 43,1 per cento dei voti, andando dunque oltre la soglia del 40 per cento necessaria per evitare un eventuale ballottaggio, già fissato per il 24 settembre prossimo; ma lo stesso tetto è stato superato anche dal suo più accreditato avversario Shaul Mofaz, generale a riposo e attuale ministro dei Trasporti, che ha raccolto il 42,0 per cento delle preferenze. Quella della cinquantenne ex spia del Mossad, per molti connazionali e non solo sorta di reincarnazione della leggendaria Golda Meir, è stata dunque un’affermazione di misura, non priva di brividi. Non a caso, lei stessa ha preferito attendere i dati finali prima di pronunciare il discorso della vittoria, che in base ai programmi avrebbe invece dovuto tenere anteriormente. «Tutti coloro che sono venuti a votare hanno espresso ciò che desiderano accada in questo paese. La responsabilità che mi è stata conferita dal pubblico mi porta ad affrontare questo lavoro con grandissimo rispetto». Queste le prime parole pronunciate dal ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni dopo la vittoria la notte scorsa nella primarie di Kadima. Riferendosi ai rivali, i ministri Avi Dichter, Shaul Mofaz, e Meir Sheetrit - la Livni ha parlato di rivalità solo temporanea: «Ma insieme abbiamo una missione» da svolgere. «Insieme assicureremo stabilità di governo», ha affermato la Livni, citata da ’Haaretz’.

 

Da ex spia a nuova Golda Meir

GERUSALEMME - A cinquant’anni Tzipora «Tzipi» Livni è la donna in politica più potente d’Israele e forse dell’intero Medio Oriente. Nata a Tel Aviv da una coppia di sionisti militanti, avvocato di formazione con un’esperienza di quattro anni nel Mossad, la Livni è la prima donna a guidare la diplomazia israeliana dopo Golda Meir, divenuta in seguito anche la prima e finora l’unica a essere premier dello Stato ebraico, dal 1969 al 1974. Lo scorso anno è stata inserita dalla rivista «Time» nell’elenco delle 100 persone che stanno trasformando il mondo. La sua carriera politica inizia nel 1999 con l’elezione alla Knesset nelle liste del Likud di Ariel Sharon. Quando Sharon diviene primo ministro nel 2001 la Livni viene nominata prima ministro per la Cooperazione Regionale per passare poi ai dicasteri dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale, dell’Assorbimento dell’Immigrazione e infine delle Infrastrutture. Nel 2005 la Livni diventa ministro della Giustizia. Espressione di una corrente moderata del Likud e convinta sostenitrice del principio «Due popoli, due Stati», la Livni appoggia in pieno il piano di disimpegno dalla striscia di Gaza. Nel novembre del 2005 fonda assieme a Sharon ed Ehud Olmert il nuovo partito centrista Kadima, e da marzo dello stesso anno ricopre il doppio ruolo di ministro degli Esteri e della Giustizia a causa delle dimissioni di massa di molti membri del Likud. Nelle elezioni del 2006 la Livni viene rieletta in parlamento e il 4 maggio viene nominata Vicepremier mantenendo il ministero degli Esteri e della Giustizia. Nel maggio del 2007 Livni ha chiesto le dimissioni di Olmert a seguito della pubblicazione del rapporto Winograd che accusa di negligenza il premier nella conduzione della guerra condotta un anno prima in Libano contro gli estremisti di Hezbollah. Da allora è consiserata l’erede in pectore di Olmert alla guida di Kadima e del governo. Quest’estate, per la prima volta, ha ammesso i suoi trascorsi di spia, rivelando di aver lavorato quattro anni per il Mossad, il servizio segreto israeliano, carriera interrotta dal matrimonio. Secondo la stampa israeliana la Livni lavorò come agente segreto dal 1980 al 1984.

 

La mafia dei semafori truccati - PAOLO COLONNELLO

MILANO - I «signori delle multe» combinavano affari, truccavano gli appalti e stangavano gli automobilisti. Quasi una catena di montaggio che arricchiva i soliti noti, secondo la Procura di Milano che ha chiesto e ottenuto l’emissione di 4 ordini di cattura con l’accusa di associazione per delinquere e turbativa d’asta, e l’iscrizione sul registro degli indagati di almeno 21 persone: tutti amministratori di società o amministratori pubblici e pubblici ufficiali (17). Che tanto, in questo settore, si sentivano tutti sulla stessa barca. Sebbene guidati da un unico nocchiere, tale Raoul Cairoli, il titolare della Ci.Ti.Esse di Rovellasco (Como), società con licenza esclusiva di commercializzazione dei famigerati autovelox e degli ancor più discussi «T-Red», i rilevatori semaforici che, opportunamente taroccati, facevano vertiginosamente salire le entrate dei piccoli Comuni - da Segrate a Viterbo, da Novara a Varese, da Venezia a Modena, da Benevento a Ferrara - che ne facevano uso. E abuso. Sono 130 i municipi finora monitorati. Scrive il gip nelle motivazioni dell’ordinanza: «Negli atti predisposti a riguardo dagli enti territoriali, l’installazione di tali apparecchiature viene motivata con la necessità di ottimizzare la sicurezza del traffico veicolare e di evitare o ridurre il numero degli incidenti stradali. Tuttavia, emerge dal complesso delle indagini, sottesi a tali finalità sono presenti interessi di natura diversa e in particolare la malcelata esigenza di assicurare alle casse comunali un cospicuo gettito di denaro...». L’indagine coordinata dal pm Alfredo Robledo e condotta dalla Gdf, che ieri ha portato in carcere l’amministratore della Ci.Ti.Esse e ai domiciliari altre 3 persone (Giuseppe Astorri della Scae spa, Simone Zari della Centro Servizi srl e Antonino Tysserand della Tecnico Traffico), nasce infatti proprio da una denuncia dei cittadini di Segrate, Comune alle porte di Milano, tartassati da un semaforo che, rubando sui tempi di accensione del verde, faceva immancabilmente scattare il rosso quando un’auto si trovava nel bel mezzo dell’attraversamento di un incrocio. O di strade a scorrimento veloce. Insomma, una bella truffa ai danni del cittadino operata da quei Comuni che a fine anno potevano far mostra di solidi bilanci senza troppo impegno dei loro amministratori. A guadagnare non erano d’altronde soltanto le piccole amministrazioni. Perché la Ci.Ti.Esse, e le sue società «satellite», quelle che nell’ordinanza dei magistrati sono indicate come un vero e proprio «cartello» del pubblico appalto semaforico, guadagnavano una sostanziosa percentuale proprio sulle multe erogate: dal 25 al 30 per cento. Un affarone, visto che tra semafori truccati e autovelox piazzati in fondo a strade in discesa anziché nei pressi di scuole o ospedali - come lamenta il pm dell’inchiesta - riuscivano a calcolare le entrate di ogni anno, fino a sfiorare i 10 milioni di euro nel 2006 e una cifra di gran lunga superiore prevista per il 2008. Le prove? Una serie di e-mail sequestrate dalla Gdf sui computer della società inquisita che dimostrano senza ombra di dubbio gli accordi tra le varie aziende in combutta e le pubbliche amministrazioni interessate (finora 16 i Comuni individuati, sparsi in tutta Italia), nonché una serie di testimonianze di comandanti dei vigili pentiti che hanno raccontato come la società guidata da Cairoli portasse nei loro uffici una «drive pen» con la quale scaricava sui computer degli interessati perfino le lettere di convocazioni per i bandi di gara. Tutti, guarda caso, di poche migliaia di euro sempre sotto i 200 mila, in modo da poter procedere senza troppi controlli o con trattative private. E poi le apparecchiature per le rilevazioni di velocità venivano semplicemente noleggiate e sempre da un’unica società, la Ci.Ti.Esse srl, diventata sostanzialmente la concessionaria nazionale esclusiva delle multe in Italia. «Per altro - scrive il gip Ghinetti nella sua ordinanza - la quasi totalità dei contratti in precedenza indicati, acquisiti mediante i comportamenti delittuosi di cui si è scritto, sono tuttora in essere e garantiscono illeciti profitti a favore degli associati, derivanti dai cospicui pagamenti eseguiti nei loro confronti da parte delle amministrazioni comunali». Quanto al manager Raoul Cairoli, il gip parla di «pervicacia dimostrata dall’indagato, capo del sodalizio criminoso».


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