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LA CORNATA

Manifesto – 19.9.08

 

La cornata. Il Cavaliere senza paracadute - Micaela Bongi

«La situazione è drammatica, e potremmo essere di fronte a un baratro». Tornato a Roma da San Giuliano di Puglia, dopo una passeggiata per il centro con puntatine in diversi negozi, arrivato davanti palazzo Grazioli Silvio Berlusconi prende atto di quello che pochi minuti prima gli hanno riferito i giornalisti: Cai ha ritirato l'offerta su Alitalia. A confermarglielo, al telefono, Gianni Letta. E allora, toccato per prima cosa con mano il fallimento della sua operazione, il premier cerca subito i capri espiatori, sfoderando toni minacciosi: «È certo che ci sono pesantissime responsabilità soprattutto della Cgil e delle associazioni dei piloti, che valuteremo. E non vorrei che questa fosse proprio la soluzione che qualcuno ha auspicato si verificasse». Responsabilità politiche? «Sì», risponde Berlusconi, alludendo evidentemente all'opposizione. E' così che nell'arco di poco tempo il Cavaliere passa dalla «speranza in una situazione positiva» e dal «non sono preoccupato» alle accuse a muso duro. Accuse mal indirizzate. Lo stesso Berlusconi all'ora di pranzo, a San Giuliano, aveva dichiarato perentorio: «Penso che si possa andare avanti anche senza la Cgil». Ma Colaninno meditava il ritiro da giorni. Così nel suo vagare tra i negozi del centro e il cortile di palazzo Grazioli, il presidente del consiglio si mostra in evidente difficoltà. Prima annuncia una conferenza stampa serale per dire la sua, poi, consultato Letta, la annulla: «Parlerò solo a conclusione della vicenda». E quando l'evidenza non può più essere negata, per un momento Berlusconi si aggrappa persino a Walter Veltroni, smentendo o quasi di aver definito, l'altro ieri, il segretario del Pd «inesistente»: «Sono veramente dispiaciuto del fatto che mi si attribuiscano sempre cose che non ho detto. Come potrei dire una cosa così che non mi appartiene?». O meglio, «quando uno parla a braccio magari qualcosa gli scappa, prima di fare una smentita ufficiale voglio rivedere tutto ciò che ho detto, ma non credo di averlo detto perché come faccio a dirlo? No, non è vero». Insomma, se non è panico poco ci manca. La sconfitta è bruciante, e il premier, che sul salvataggio di Alitalia a modo suo ha puntato fin dalla campagna elettorale, quando si trattava con Air France, non sa come uscirne e spera in una ripartenza in extremis della trattativa con Cai. In soccorso del premier arriva lo stato maggiore del Pdl. Tra tutti, il capogruppo al senato Maurizio Gasparri come al solito non si risparmia e si scaglia contro «piloti e Cgil» per il loro «atto criminale». «Piuttosto che cercare capri espiatori, governo e presidente del consiglio si assumano le proprie responsabilità per come hanno gestito tutta la vicenda Alitalia e la trattativa con le parti sociali. La Cgil si è assunta la sua responsabilità per evitare il fallimento», ribatte il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Le accuse del resto erano già messe in conto e già lanciate dal premier. E ieri mattina, Massimo D'Alema aveva difeso il sindacato guidato da Epifani puntando l'indice contro il premier e la sua «soluzione discutibile». «Siamo in una situazione estrema per responsabilità di Berlusconi e del governo. Berlusconi ci ha portati sull'orlo del baratro. E' indegna l'aggressione alla Cgil, a guidare gli aerei o a fare le hostess non ci vanno i segretari confederali ma i lavoratori. Se Alitalia vuole tornare competitiva deve avere il consenso dei lavoratori». E dal Pd anche la capogruppo al senato, la diessina Anna Finocchiaro, a sera punta l'indice contro il Cavaliere difendendo la Cgil e la stessa opposizione, accusata di perseguire il «tanto peggio tanto meglio»: «Berlusconi si assuma fino in fondo le responsabilità e percorra ogni ulteriore spazio di manovra e di trattativa. Sono sconcertanti i toni usati verso la Cgil». Parola d'ordine del Pd, con Pierluigi Bersani che compulsa al telefono Walter Veltroni in viaggio a New York, indicare le responsabilità del governo mostrando di voler trovare una via d'uscita, con senso di responsabilità. Compatto, il Partito democratico, nel corso di questa vicenda ha infatti allontanato i sospetti di remare contro, e per questo chiede di tentare il possibile e l'impossibile per Alitalia. Ma il Pd non è altrettanto unito nell'individuazione delle responsabilità. Perché se quella di Berlusconi nessuno la nega, c'è anche, nell'area Margherita, chi non si spende per la Cgil. Come il ministro ombra del lavoro Enrico Letta, che sì ritiene fallimentare «il tentativo di Berlusconi di addossare le responsabilità alle sei sigle che non hanno firmato», ma allo stesso tempo individua l'«errore più grande» del sindacato nel no all'opzione Air France-Klm costruita da Prodi. Quindi, sommando il no a quell'opzione e il no a quella Cai, Letta conclude che i due no «rappresentano una strategia difficilmente conciliabile con la drammaticità della crisi del trasporto aereo italiano». Ancor più esplicito Marco Follini, ex Udc del Pd: «La rincorsa tra l'avventurismo del governo e l'irresponsabilità di una parte del sindacato ha prodotto un disastro per il paese».

 

Colaninno si ritira, largo a nuove offerte - Francesco Piccioni

ROMA - La «cordata» si è sciolta. Se mai è esistita davvero. Ieri pomeriggio, poco dopo le 16, il consiglio di amministrazione della Compagnia aerea italiana (Cai) ha deciso all'unanimità di ritirare l'offerta avanzata per l'acquisizione del 49,9% delle azioni Alitalia ancora in mano al ministero dell'economia. La notizia è stata accolta con applausi fragorosi da parte dei lavoratori presenti sotto la sede milanese della società e dalle centinaia che stavano presidiando l'aeroporto di Fiumicino (garantite, nel frattempo, le partenze di tutti i voli). L'ultimatum lanciato il giorno prima da Roberto Colaninno, presidente di Cai, sembrerebbe diventato un boomerang. In realtà, era abbastanza chiaro che il patron della Piaggio stava cercando un modo per abbandonare il campo senza prendersene la responsabilità. Lo aveva praticamente confessato davanti ai sindacati, dicendo che «se la Federal Reserve non fosse intervenuta per salvare Aig (l'altroieri, ndr ) avrei già ritirato l'offerta». Segno che i suoi soci (quasi tutti costruttori specializzati in appalti di opere pubbliche) stavano soffrendo la gigantesca crisi dei mercati finanziari e non erano più convinti di partecipare a un'operazione in cui li aveva trascinati soprattutto Silvio Berlusconi. Entro le 15.50 di ieri i sindacati dovevano fargli sapere se accettavano o meno il suo piano industriale (con drastici tagli al personale) e la proposta contrattuale (con pesanti riduzioni di salario e aumento dei carichi di lavoro). Solo tre delle nove organizzazioni presenti in Alitalia gli hanno confermato il sì già offerto i giorno prima: Cisl, Uil e i nazional-alleati dell'Ugl. Le altre sei hanno invece stilato di comune accordo una controproposta globale per raggiungere gli stessi obiettivi di redditività con strumenti diversi e una differente utilizzazione delle risorse (in macchine e uomini). Come prevedibile, Colaninno e soci hanno preso cappello e si sono sfilati dall'affare, lasciando Berlusconi senza più un'idea per risolvere il problema. Esemplare, da questo punto di vista, la reazione del ministro del welfare Maurizio Sacconi, che evocava immediatamente lo spettro del fallimento della compagnia aerea e il licenziamento di 18.500 dipendenti (più oltre 3.000 precari), in nome di «una sana lezione tatcheriana». Silvio, al contrario, cominciava a farfugliare di «questione da approfondire», annunciando e smentendo conferenze stampa. In ogni caso, dava la colpa del «fallimento» alla Cgil e ai piloti. I sindacati del «fronte del rifiuto» (Cgil, Anpac, Sdl, Avia, Anpav e Up) hanno avuto il loro bel daffare, ieri mattina, per mettere a punto una posizione comune. Ma ci sono riusciti. Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, a fine giornata ha convocato una conferenza stampa in cui ha ribadito quanto già comunicato con una lettera a Colaninno. Quella in cui ricordava «la nostra adesione e la nostra firma all'accordo quadro concluso nella notte di domenica», ma invitava anche a prendere atto che piloti e assistenti di volo sono «lavoratori in maggioranza non rappresentati dal sindacato confederale, e questo pone un problema di regole e rappresentatività». Un problema evidentemente non sentito dagli altri tre confederali (Cisl, Uil, Ugl), e che non mancherà di ripercuotersi su tutte le vertenze aperte o da aprire, a cominciare dalla «riforma del modello contrattuale» in discussione con Confindustria. La fuga di Cai non significa affatto il fallimento di Alitalia. La minaccia berlusconiana e persino - nei giorni scorsi - del commissario straordinario, Augusto Fantozzi, è svanita ieri come neve al sole. Lo stesso Fantozzi, in serata, si è detto «impegnato nel garantire la piena funzionalità dell'azienda» finché ci saranno soldi in cassa. Ma anche, come da dispositivo di legge, nell'«esaminare altre offerte importanti nel breve, se ci saranno». Manco a farlo apposta, Lufthansa faceva subito sapere - salvo l'ovvio no comment sull'esito dell'offerta Cai - di «considerare molto interessante il mercato italiano» e di «osservare con grande interesse» quanto succede nel nostro paese. I sindacati dei piloti e degli assistenti di volo, insieme alla Cgil, gli chiederanno in queste ore un «incontro urgentissimo» per «fornire indicazioni utili a proseguire le attività operative». Paolo Maras, coordinatore nazionale dell'Sdl, confermava che «mai come in questo momento i lavoratori sono i veri garanti del patrimonio aziendale a tutela della clientela e degli interessi del paese». Molte le idee in discussione, compresa quella di offrire «sacrifici salariali temporanei» pur di assicurare l'operatività del vettore nel mentre si verificano nuove offerte. Del resto il decreto legge che «socializza» i debiti accumulati da Alitalia è ormai in vigore. E l'azienda leader nell'ottavo mercato aereo del mondo, liberata di ogni onere pregresso, è ormai un boccone prelibato per chiunque. L'unico ad avere problemi - politici, non industriali - sarebbe Berlusconi. Lo smacco massimo sarebbe infatti quello di dover vendere proprio ad Air France, da lui convinta a desistere in aprile; e a un prezzo minore di quello che allora era disposta a pagare (2,4 miliardi). Per quanto riguarda gli stipendi, infatti, non ci dovrebbero essere troppi problemi: in Air France sono già oggi più alti del 40% rispetto a quelli praticati nella nostra compagnia di bandiera. La partita è riaperta. Il mercato c'è e la merce è appetibilissima. I sindacati hanno a questo punto elaborato una proposta che chiunque potrà esaminare, verificandone la convenienza. Gli unici veri sconfitti sono quei due: Silvio e Sacconi, il tatcheriano fuori tempo massimo.

 

Berlusconi mette il cappello su Mediobanca

La famiglia Berlusconi occupa un altro posto di potere nell'universo della finanza italiana. Il blitz era inatteso ed è piombato nei meandri della comunità finanziaria come un fulmine a ciel sereno. E da ieri il presidente del consiglio Silvio Berlusconi potrà esibire nel suo pedigree un conflitto d'interesse in più. Che cosa è accaduto? Semplice. Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, figlia del premier Silvio Berlusconi, è candidata nella lista per il Cda proposta dal patto di sindacato che controlla la maggioranza di Mediobanca. Il consiglio avrà 22 componenti. Fininvest è socia del patto con l'1% del capitale e detiene un altro 1,2% non vincolato all'accordo parasociale. La notizia, minimizzata dai protagonisti, è di un certo rilievo per le implicazioni che ha sugli assetti economico finanziari italiani. Con l'ingresso di Marina Berlusconi nei piani alti di piazzetta Cuccia si consolida così il legame tra il presidente del consiglio, il suo gruppo economico-mediatico e i poteri forti. L'identikit del nuovo membro del patto di sindacato di Mediobanca è presto fatto: Marina Berlusconi, neo-consigliere di Mediobanca, è presidente di Fininvest - la holding di famiglia, che vede tra i consiglieri anche il fratello Pier Silvio, presidente di Mediaset, e la più giovane sorella Barbara - e Mondadori. Figlia primogenita in prime nozze del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Marina è nata a Milano il 10 agosto del 1966 ed ha frequentato il liceo classico Leone Dehon di Monza, scuola paritaria cattolica gestita dai padri Dehoniani. Entrata giovanissima in Fininvest, l'azienda di famiglia, Marina ne diviene vicepresidente nel 1996, per assumerne la presidenza nove anni più tardi. Nel frattempo la sua carriera si è sviluppata in Mondadori, che la famiglia controlla direttamente e indirettamente con il 57,6% del capitale, diventandone presidente nel 2003, dopo la scomparsa di Leonardo Mondadori. Marina Berlusconi, che si è conquistata il primo posto nella classifica delle donne più potenti d'Italia stilata dalla rivista Forbes, è al 34esimo posto nella classifica mondiale e fa parte anche dei consigli di amministrazione di Mediolanum, controllata al 35,1% dalla famiglia Berlusconi, Medusa Film, Mediaset, controllata al 40,1%, e 21 Investimenti.

 

Confindustria: l'Italia è entrata in recessione - Antonio Sciotto

ROMA - L'Italia è entrata in recessione, o almeno è sull'orlo della crescita negativa. L'annuncio è del Centro studi della Confindustria, che prevede per quest'anno una crescita -0,1% del Pil (ovvero una decrescita), correggendo le sue precedenti stime d'inizio 2008, che comunque davano un non altrettanto incoraggiante +0,1%. Il dato è stato presentato ieri dalla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che ha sottolineato l'eccezionalità della situazione: «Cifre con il meno davanti si sono viste, nel secondo dopoguerra, solo nel 1975 e nel 1993». «Il nostro paese - dicono gli industriali soffre sia l'attuale situazione internazionale, a partire dalla bufera finanziaria che si è scatenata negli Usa e che rischia di coinvolgere l'economia reale, sia i nodi strutturali ancora irrisolti». Per quest'ultimo problema, le imprese hanno presentato una «ricetta»: conti pubblici da continuare a tenere in ordine; federalismo fiscale che «in nessun modo, neppure transitoriamente, deve aumentare la pressione fiscale»; liberalizzazione - e privatizzazione - dei servizi pubblici locali; riforma dei contratti, aggredendo la «scarsa produttività». Il messaggio di Marcegaglia ai sindacati - lanciato alla vigilia dell'incontro di ieri pomeriggio - non ammette fraintendimenti: «In nessun modo i salari potranno salire tenendoli sganciati dalla produttività: non ci si chieda di tenere slegati i due fattori». Le imprese sono preoccupate, temono che la crisi finanziaria possa diventare crisi del credito - credit crunch - e che in un momento delicato possa venire meno il sostegno delle banche agli imprenditori: «A giorni apriremo un tavolo con le principali banche italiane - annuncia Marcegaglia perché non si faccia mancare il supporto all'economia reale in un momento di difficoltà». In ogni caso, per l'anno prossimo le prospettive sono un po' più rosee: secondo il Centro studi della Confindustria, dovrebbe tornare il segno «più», con il 2009 che - almeno in base alle previsioni - si potrebbe chiudere con un +0,4% di Pil. Gli imprenditori - questa è la loro versione - ce la stanno già mettendo tutta: «Si può fare di più sul fronte dell'innovazione e della ricerca, ma già ci stiamo sforzando», spiega la presidente degli industriali, e snocciola le cifre già migliorate: «Nel 2007 è aumentata la quota dell'Italia nei mercati internazionali, nel 2006 abbiamo avuto la bilancia tecnologica in attivo, e quest'anno le esportazioni extra Ue sono in crescita». Ma ci sono dei «freni» che soltanto la politica, e il sindacato, possono e devono rimuovere: dunque ok - come già detto - all'obiettivo del pareggio di bilancio per il 2011; federalismo senza nuove tasse; servizi pubblici da liberalizzare e privatizzare, perché lì c'è «un'enorme potenzialità». Un «tesoro che non può rimanere nella municipalità, che deve essere messo nella competizione internazionale», ha aggiunto Enrico Letta (Pd), intervenuto al dibattito, citando il prodiano «disegno Lanzillotta», arenato «a causa della nostra zavorra, Rifondazione comunista». L'ultimo punto che sta a cuore alla Confindustria, è quello dei contratti: «I salari hanno mantenuto il loro valore reale - ha spiegato Marcegaglia - ma riconosciamo che i redditi bassi hanno problemi rispetto al potere di acquisto. La soluzione è aumentarli, insieme alla produttività. Ma non si possono incrementare slegando l'uno dagli altri: altrimenti si spinge a delocalizzare e si abbassa la competitività». Il confonto con i sindacati «sarà difficile, ma la nostra non è una proposta chiusa: siamo disposti ad allargare i soggetti coinvolti, come chiede una parte sindacale (il riferimento è alla Cgil, ndr ), ma purché non sia un alibi per non concludere». Insieme a Marcegaglia e Letta, sui dati della congiuntura è intervenuto anche il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, ripetendo in parte quello che aveva già sostenuto in una lunga intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera . Che lui aveva previsto tutto già dal 1995, che è tutta colpa di una «globalizzazione costruita a debito», cioè il credito facile, l'economia virtuale, «da videogame», su cui si sono basati gli Usa. Ha dunque chiesto agli economisti di tacere (« Silete economisti »), perché «hanno negato fino all'ultimo la crisi». Ha spiegato che «ci vogliono regole per ristabilire la fiducia, e che solo i governi le possono decidere, non gli stessi regolati». Insomma, «un ritorno del pubblico» (ma questo lo ha detto nell'intervista, non da ospite della Confindustria): «politiche keynesiane di investimenti sulle grandi opere, o comunque sul disegno pubblico di grandi opere». «Il ritorno della morale del lavoro: l'idea che la ricchezza non si produce a mezzo debito, ma a mezzo lavoro».

 

Come per Alitalia, Cisl e Uil pronte a firmare

«Un incontro difficile», preventivava facilmente ieri Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, al convegno del centro studi di Confindustria. Aria pesante in sede di trattativa sulla riforma del modello contrattuale. A stretto giro di posta con la vicenda Alitalia, gli umori erano neri. Tra un Bonanni (Cisl) che esternava, «è stata la follia di pochi e di alcune sigle sindacali a portare alla chiusura delle trattative», e un Angeletti (Uil) che alla stampa sillabava «una catastrofe sindacale». Come nel caso di Alitalia del resto, i due sindacati sarebbero più che pronti a firmare l'ipotesi di accordo presentata da Confindustria ai sindacati la settimana scorsa. Un'ipotesi che la segreteria allargata della Cgil ha definito, due giorni fa, «non compatibile» nella sua filosofia di fondo con il senso della contrattazione (e dunque con la ragione d'essere) della maggiore confederazione italiana. Cisl e Uil invece non chiedono che qualche aggiustamento. A cui del resto, ieri, Confindustria si è resa disponibile: «La nostra proposta ha un senso, non è una proposta chiusa, e come tutte le proposte si negozia». Più nel dettaglio: «Non ci sono preclusioni ad allargare il tavolo ad altri soggetti - dice Marcegaglia - A condizione che questo non sia un alibi per prendere tempo, per non andare avanti e non chiudere. La trattativa deve andare avanti e deve avere la forza di fare innovazioni». Per «innovazioni», gli imprenditori intendono far passare un salto all'indietro di almeno due secoli. Fuori dai facili slogan («non ci sarà più l'inflazione programmata»: ma poco cambia in sostanza se l'indice scelto viene depurato dei rincari energetici), il documento degli industriali disegna nei fatti un sindacato più che amico, custode degli interessi d'impresa. Altro che produttività, salari legati al secondo livello di contrattazione: nel documento la contrattazione decentrata viene rigidamente vincolata al rispetto di regole decise (e eventualmente sanzionate) a livello nazionale, mentre il salario previsto (che poi dovrebbe essere l'«aumento reale della retribuzione», il contratto nazionale diventando una sorta di «minimo») è tutto «variabile», tutto legato cioè agli altalenanti andamenti d'impresa (redditività, produttività e via dicendo). Ieri all'incontro, il documento di Confindustria è stato analizzato punto per punto. I sindacati sono arrivati «con posizioni diverse», come ha detto Bonanni uscendo dalla sede di Confindustria a trattativa ancora in corso. La piattaforma siglata unitariamente dai sindacati la scorsa primavera è, per quanto riguarda Cisl e Uil, già archiviata da un pezzo. «C'è chi dice che la proposta degli industriali è incompatibile con la nostra piattaforma - dice ancora Bonanni - Sono due cose diverse, e nessuno dei tre sindacati ha il copyright della piattaforma». Più chiaro di così...

 

Anche l'autopsia conferma: Abba colpito più volte - Alessandro Braga

MILANO - «Chi ha visto qualcosa quella mattina, chi dalle finestre delle case ha scattato fotografie col cellulare o girato filmati parli, vada a testimoniare per far venire alla luce la verità su quanto è accaduto». I genitori di Abdul Guibre, il ragazzo italo-africano ucciso a sprangate domenica scorsa, ieri hanno ribadito la loro richiesta per far sì che eventuali testimoni si facciano avanti per chiarire la dinamica di quanto successo. Proprio nel giorno in cui nell'istituto di medicina legale di Milano è stata effettuata l'autopsia sul corpo del figlio. Dai primi dati resi noti emerge che sul corpo del ragazzo ci sono i segni di più ferite oltre a quella mortale. Anche i familiari di Abdul, che ieri hanno visto il corpo del figlio per il riconoscimento, dice Mirco Mazzali, l'avvocato che segue la famiglia, «hanno notato i segni di diverse ferite sul corpo del figlio: oltre al colpo alla nuca, un braccio rotto e diversi lividi sulle gambe». Dati che smontano la tesi difensiva degli aggressori, Daniele e Fausto Cristofoli, in carcere dal pomeriggio di domenica con l'accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Due giorni fa il giudice per le indagini preliminari di Milano Micaela Curami ha confermato lo stato di fermo e la custodia cautelare in carcere per i due, motivando la sua scelta con la possibilità di reiterazione del reato, pericolo di fuga e inquinamento delle prove. Il figlio, Daniele, sostiene di aver sferrato «un solo colpo alla cieca» per difendere il padre Fausto accerchiato da due/tre ragazzi. Ma, l'autopsia ieri, le testimonianze degli amici di Abba presenti quella mattina e i primi filmati al vaglio degli inquirenti, vanno in direzione opposta, e parlano di «accanimento sul ragazzo». Ieri sono continuate le iniziative di solidarietà a «Abba» e alla famiglia, dopo i primi presidi di lunedì e il murales realizzato dai suoi amici due giorni fa nel parco giochi davanti alla casa dove Abdul viveva a Cernusco sul Naviglio, cittadina alle porte di Milano: in mattinata i collettivi studenteschi hanno sfilato per le vie del centro cittadino, molti indossavano magliette con stampato il viso del ragazzo ucciso e la scritta «Addio fratello». Sull'asfalto sono comparse anche scritte contro il razzismo. Intanto cresce sempre più il numero delle adesioni per la manifestazione antirazzista che si terrà domani lanciata da Moni Ovadia, don Gino Rigoldi, Renato Sarti e Nico Colonna. Ai primi firmatari si sono aggiunti i nomi di Dario Fo e Franca Rame, del fondatore di Emergency Gino Strada e dei vari partiti di sinistra, centri sociali e associazioni di volontariato. Tra gli assenti, il Partito democratico, lombardo e nazionale, che dopo un primo presidio fatto lunedì in piazza San Babila, ha taciuto. E Sinistra democratica: nonostante l'adesione all'appello di singoli consiglieri provinciali ieri la coordinatrice milanese Chiara Cremonesi ha sentito il bisogno di precisare che sarà in piazza ma «per portare pubblicamente un contributo diverso da quello indicato nella convocazione». L'appuntamento è per le 14,30 ai bastioni di porta Venezia, per un corteo che si concluderà in piazza Duomo. La «parola d'ordine», «Per Abba, perché non succeda più».

 

Negro di merda? «Generica antipatia» - Alessandro Portelli

Hanno proprio ragione i magistrati e i politici milanesi secondo cui massacrare una persona chiamandolo «negro di merda» non è un atto di razzismo. Infatti hanno dalla loro la più autorevole giurisprudenza del nostro paese: un paio di anni or sono, la Corte di Cassazione sentenziò, infatti, che «l'espressione 'sporco negro'» - pronunciata da un italiano mentre aggredisce persone di colore alle quali provoca serie lesioni - non denota, di per sé, l'intento discriminatorio e razzista di chi la pronuncia perché potrebbe anche essere una manifestazione di 'generica antipatia, insofferenza o rifiuto' per chi appartiene a una razza diversa». Immagino che la suddetta preclara giurisprudenza possa applicarsi anche a espressioni affini come «negro di merda». Quindi, «nessuna aggravante». In effetti, i due assassini di Milano hanno fatto sapere che avrebbero fatto lo stesso anche se il loro bersaglio fosse stato bianco e questo, secondo loro, dovrebbe rassicurarci (mi viene in mente la signora con bambina che allo stadio faceva «buuu» ai giocatori di colore e, alle mie rimostranze, rispose che lo faceva pure ai bianchi. Come se una schifezza ne scusasse un'altra). Ma loro almeno lo fanno per proteggersi - e comunque, per fortuna, manca la conferma empirica. Quelli che davvero non hanno vergogna sono quelli che nelle istituzioni e nei media gli tengono bordone. Io infatti ero convinto che «generica antipatia, insofferenza o rifiuto per chi appartiene a una razza diversa» fosse appunto una perfetta definizione del razzismo: un atteggiamento mentale e culturale, che può o meno produrre altri effetti criminosi ma è già un orrore in sé. Per aver definito «negro di merda» un giocatore avversario, il commissario tecnico della nazionale spagnola si beccò una meritata bufera di accuse di razzismo. Si vede che certe espressioni smettono di essere razziste quando alle parole si accompagnano le mazzate. La strategia discorsiva è la stessa seguita dal tribunale californiano nel caso Rodney King (quello che scatenò la rivolta di Los Angeles): suddividere un evento unitario in frammenti distinti in modo da separarne causa ed effetto e renderlo incomprensibile. In questo caso, le botte e le parole non fanno più parte di un medesimo processo, ma sono due cose separate e senza relazione fra loro: non danno le botte perché la vittima è comunque ai loro occhi uno «sporco negro», ma da una parte hanno verso di lui una «generica antipatia» e dall'altra lo ammazzano, però l'una cosa con l'altra non c'entra. Se vogliamo, su tragica piccola scala, questa è la logica che presiede la separazione fra le leggi razziali e il fascismo rivendicata dal sindaco di Roma e dai suoi seguaci: il regime cacciava i bambini dalle scuole e aiutava i nazisti a sterminarli, ma non perché era fascista e quindi razzista, ma per una mera aberrazione. Staccato dalle sue conseguenze materiali, insomma, il razzismo diventa una cosa nebulosa e astratta, che uno può negare e persino condannare, continuando a praticarlo. Questa mi pare anche la debolezza dell'« antifascismo» dichiarato da Fini: se davvero ci riconosciamo nei valori della Resistenza e della Costituzione, allora sarà il caso di metterli in pratica, e di smettere di discriminare e schedare i rom, cacciare gli immigrati, considerare aggravante la clandestinità, praticare politiche che colpiscono sistematicamente i più deboli e più marginali. Cioè: ricomponiamo parole e fatti, ricomponiamo i proclami di antirazzismo con pratiche antirazziste, egualitarie, civili - il contrario di quelle per le quali la commissione europea ha appena ribadito la condanna al nostro governo (contro quello che avevano proclamato Maroni e i tg). Invece facciamo esattamente il contrario: separiamo le parole dai fatti che ne conseguono, e ci serviamo di questa scissione per attenuare la gravità di un assassinio, o per prendersi patenti di democraticità senza bisogno di fare una politica democratica. La parola chiave del razzismo nostrano è «ma»: «io non sono razzista ma...». Io non sono razzista, ma quelli i biscotti li avevano presi. Io non sono razzista, ma i rom rubano. Il documento degli «scienziati» fascisti sulla razza, almeno, proclamava che era l'ora che gli italiani si proclamassero «francamente» razzisti. Adesso, noi italiani brava gente ci vergogniamo del nostro razzismo al punto da negarlo in faccia all'evidenza - e proprio questa negazione ci permette di continuare a praticarlo in forme sempre più violente.

 

Ex missini in mezzo ai guai, le liti sulla storia sono un alibi

Andrea Fabozzi

Nelle sue note biografiche il professor Domenico Fisichella spiega di essere stato lui a prefigurare sia il programma politico che «i valori di riferimento» di Alleanza nazionale ben prima della svolta di Fiuggi, avendo indicato in anticipo persino il nome che gli eredi del Movimento sociale italiano avrebbero preso quando Gianfranco Fini si perdeva ancora dietro a Benito Mussolini «più grande statista del secolo». E pazienza se la sua esperienza parlamentare si è chiusa sui banchi del gruppo senatoriale dell'Ulivo - ed è stato suo uno dei no decisivi per la caduta di Prodi -, Fisichella tiene fisso lo sguardo sulla destra italiana e spiega di non essersi sorpreso neanche un po' quando Fini ha invitato gli antichi camerati ad abbracciare l'antifascismo: «Era tutto già detto, persino già scritto, nelle tesi di Fiuggi». Ma non le pare, professore, che le continue prese di distanza che arrivano dagli esponenti di An dimostrino come il partito sia più in sintonia con La Russa e i suoi reduci di Salò che con Fini? Secondo me queste prese di posizione in contraddizione con Fini sono soprattutto il sintomo di un'inquietudine che non riguarda il passato ma la stretta attualità politica. Una parte di An, una parte non piccola, secondo me usa questi riferimenti al passato per non polemizzare con vicende attuali: dal rischio di scomparire nella fusione con Forza Italia, agli attacchi che il governo sta facendo ai dipendenti pubblici che sono una vecchia base di riferimento del partito, all'insistenza sul federalismo che resta un tema eterogeneo rispetto alla cultura della destra italiana che in tanto ha legittimazione in quanto ha come punto di riferimento l'unità istituzionale della nazione. Fascismo e antifascismo sarebbero così questioni strumentali e dunque meno laceranti di quel che appare? Forse ugualmente laceranti sul piano delle biografie personali dei vari colonnelli, ma penso che il problema principale di quel partito sia che non è chiaro cosa bolle nella pentola del Popolo delle libertà. Anche considerando che c'è la prospettiva di finire nel partito popolare europeo, cioè un destino che la destra nazionale italiana mai avrebbe potuto immaginare. E poi c'è il ruolo di Fini, eterno aspirante alla successione. Prospettiva ricorrente, ma sempre prematura. Perché il Pdl è affidato a un leader carismatico e il carisma non si improvvisa. Il problema della successione se e quando si porrà sarà su basi diverse, nessuno ha il carisma di Berlusconi e allora Fini sarà solo uno tra i molteplici aspiranti, un politico di professione candidato tra i candidati. E' vero che le asimmetrie tra Fini e segmenti del partito aumentano, ma mi pare che il gruppo oligarchico del partito sia orientato a stroncare ogni dissenso su questi temi che sono simbolici ma anche strumentali. La curiosità è un'altra: ci sarà spazio per dissentire sulle scelte politiche che An con il governo va facendo? Nella prospettiva del Pdl, le pare possibile che An soffra la concorrenza della Lega su temi classici da «legge e ordine»? Non sarebbe stato così se An fosse rimasta un grande partito a difesa unità nazionale come era stata immaginata all'inizio. Invece ha accettato di porsi sul terreno scivoloso del federalismo compiendo un errore storico e dunque patisce anche la concorrenza leghista. E Berlusconi con il suo «non me ne occupo» può essere una garanzia migliore per chi proprio non ce la fa a dirsi antifascista? Certo, e anche di più. Perché attenzione, solo l'altro ieri Berlusconi ha detto che il suo partito arriverà al 60% e che il leader dell'unica grande opposizione è «inesistente». A me pare una prospettiva inquietante, totalitaria. Una previsione sul futuro del nostro paese che Gianfranco Fini non avrebbe mai fatto in questi termini. Un Berlusconi bonapartista è certo una garanzia migliore del presidente della camera per i nostalgici e gli inquieti di An. E dunque come farà il Pdl a presentarsi come un partito conservatore moderato secondo i modelli europei? Non so, al momento il Pdl è insieme una creatura macrocefala vista la figura di Berlusconi e invertebrata perché fragile nella sua presenza territoriale. In Europa avrà problemi e penso che Fini ha detto quel che ha detto sull'antifascismo anche per cercare di prevenire una crisi di rigetto nel Ppe. An forse ha pensato di poter controllare la macchina organizzativa del nuovo partito, poi però si è dovuta accontentare di una spartizione 30 a 70 che congelerà gli equilibri del Pdl al momento della sua nascita. Sempre che il bipartitismo regga e non mi pare affatto scontato.

 

Livni vince le primarie, ora la sfida è il governo - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Ha rischiato l'infarto a causa degli exit poll ma alla fine, per poco più di 400 voti, il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni è riuscita diventare leader di Kadima e a spuntarla sul suo avversario diretto, il ministro dei trasporti Shaul Mofaz che ha riconosciuto la sconfitta di misura e ieri sera ha annunciato di voler lasciare la politica attiva. Ottenuta la leadership, la Livni si è lanciata all'inseguimento del suo obiettivo: formare una nuova coalizione di governo e diventare il secondo premier donna di Israele dopo Golda Meir. Avrà 42 giorni di tempo per portare a termine il suo tentativo, altrimenti Israele andrà al voto anticipato, come chiede il Likud di Benyamin Netanyahu, dato in vantaggio da tutti i sondaggi. Pregano affinché la Livni riesca a formare un nuovo esecutivo Abu Mazen e i dirigenti dell'Anp aggrappati allo sterile negoziato condotto sino ad oggi in prima persona proprio dal ministro degli esteri israeliano e che continuano a scegliere il male minore invece di elaborare una strategia che porti alla soluzione della frattura interna palestinese e alla definizione una piattaforma politica nazionale. La Livni vuole riunificare Kadima, partito dalle fondamenta traballanti, e per questo ha incontrato subito i tre rivali sconfitti alle primarie: Shaul Mofaz, Avi Dichter e Meir Sheetrit. Ieri sera ha anche avuto un primo colloquio con Eli Yishai, leader del partito ortodosso Shas, centrale per la formazione di qualsiasi coalizione, e che vuole più sussidi per le famiglie numerose e, più di tutto, che la Livni garantisca che Gerusalemme Est non verrà mai restituita ai palestinesi. La leader di Kadima ha anche telefonato al ministro della difesa Ehud Barak, capo del partito laburista. Si dice che Barak, dopo aver riletto i sondaggi che danno in testa Netanyahu, sia diventato favorevole alla formazione di un nuovo governo. Ma il quadro è fluido, tutto è possibile e Livni potrebbe puntare ad un governo dalla vita ridotta che porti Israele al voto tra un anno, forse meno. Si parla di una coalizione con una maggioranza di 67 seggi, sei oltre il quorum minimo. L'altra opzione, la più remota, sarebbe quella di allargare la coalizione in carica associandovi il Meretz (sinistra sionista). In questo caso la maggioranza salirebbe a 72 seggi ma sembra una soluzione di difficile realizzazione in considerazione della profonda ostilità tra Shas e Meretz. In attesa che il premier uscente Olmert mantenga la promessa di dare al più presto le dimissioni, una parte del dibattito si concentra ora sulla questione aperta dalle primarie di Kadima. È giusto, si chiedeva ieri Sima Kadmon di Yediot Ahronot , riferendo l'interrogativo che si sono posti molti israeliani, che 20mila iscritti ad un partito, quelli che effettivamente hanno votato per la Livni, decidano chi sarà il premier incaricato? In sostanza, non è più corretto che sia l'intero paese ad assegnare l'incarico con il voto popolare? Per gli editorialisti di Haaretz , che è arrivato a paragonare Tzipi Livni a Barack Obama, non ci sarebbe alcun «imbarazzo». Pur non mancando argomenti validi a sostegno dei «perplessi», ha scritto Aluf Benn, la Livni non è certo il primo caso. Nella storia di Israele, ha ricordato, varie personalità politiche sono passate alla guida del governo a metà legislatura, dopo essere emerse come capi del partito di maggioranza relativa. È successo con David Ben Gurion (1955), Levi Eshkol (1963), Golda Meir (1969), Yitzhak Rabin (1974) e Yitzhak Shamir (1983). Per non parlare dell'attuale capo dell' esecutivo, Ehud Olmert, nominato vicepremier da Ariel Sharon e a lui subentrato in seguito all'ictus da lui subito nel 2006. Tutto ok per Haaretz ma il dibattito rimane aperto e potrebbe rivelarsi determinante per la questione del voto anticipato, soprattutto se si tiene conto che la Livni ha fondato la sua campagna proprio sulla trasparenza e la correttezza. Il successo della Livni in ogni caso non è destinato a portare fuori dal vicolo cieco la trattativa israelo-palestinese, in corso da quasi un anno e destinata ad essere la prima vittima del negoziato avviato dalla neoleader di Kadima per la formazione del nuovo governo. Tuttavia è stato motivo per un ulteriore allargamento della frattura tra Anp e Hamas. «La signora Livni è intimamente coinvolta nel processo di pace e perciò pensiamo che continuerà a cercare un'intesa con noi» ha commentato Saeb Erekat, stretto collaboratore di Abu Mazen, rallegrandosi per «la scelta del popolo israeliano». Di segno contrario le reazioni del movimento islamico, per il quale tra la Livni e Mofaz non c'è nessuna vera differenza. Da Gaza il premier di Hamas, Ismail Haniyeh, ha commentato che «tutti i leader israeliani condividono posizioni ostili al nostro popolo, del quale negano i diritti soprattutto su Gerusalemme e per quanto concerne il ritorno (dei profughi del 1948)».

 

L'altra Europa possibile nella tempesta della crisi

Giovanna Ferrara e Carlo M. Miele

MALMO - L'altra Europa possibile è riunita in questi giorni a Malmo, convocata dal Forum sociale europeo (Esf), che ha scelto la città più a sud della Svezia proprio per dare il senso di un maggiore coinvolgimento dei paesi del Nord e di quelli dell'Est. Ma, a dispetto dell'intento, qui il Forum sembra aver perso vigore rispetto alle precedenti edizioni. Solo un migliaio di persone si sono radunate mercoledì sera sotto il palco del Folkets Park, nel centro della città, per ascoltare gli interventi che hanno dato il via al Forum. Si parla dell'altra Europa possibile ma anche di un contesto mondiale che la stessa Europa non può ignorare. Al centro degli interventi c'è la recente crisi finanziaria degli Stati uniti e le conseguenze che ne verranno. Un'ultima burrasca che - a detta degli ospiti dell'Esf - dimostra che sbagliano quanti affermano che l'agenda e le proposte del Forum Sociale sono superate. «Il crollo della Lehman Brothers - dice dal palco l'attivista indiana Vandana Shiva - dimostra che è giunto il tempo di reclamare una vera ricostruzione delle nostre economie. È giunto il momento di reclamare la divisione della ricchezza in modo più equo» e aggiunge «l'agenda, i discorsi e le azioni del Forum Sociale» sono «di attualità come mai prima». Su questo punto concordano un po' tutti gli esponenti del movimento altermondista. Anche Petter Larsson del Nordic Organizing Committee (Noc) cita l'ultima crisi finanziaria negli Stati uniti per spiegare che «le cose stanno cambiando, le nostre questioni politiche ed economiche stanno tornando di attualità». «La cosiddetta 'guerra al terrorismo' - afferma nel media center allestito dall'Esf - è riuscita a spazzare dall'agenda molte delle principali questioni che questo movimento tenta di portare avanti, in materia di giustizia, di economia, ma penso che adesso i movimenti abbiano una grande opportunità per riaffacciarsi sulla scena mondiale». Il declino del Forum Sociale tuttavia è innegabile. A un primo sguardo a Malmo è difficile anche accorgersi della presenza del Forum. Nella città ex-industriale del sud della Svezia, tuttora in cerca di una nuova identità, la maggior parte delle attività e dei seminari, così come gran parte dei campeggi e delle strutture allestite per i partecipanti, sono relegate lontano dal centro. Nessun manifesto pubblicizza l'evento e appuntamenti e seminari sono dislocati in aree lontane tra loro e non facilmente raggiungibili. E pure la partecipazione di attivisti e di «pubblico» non sembra paragonabile a quella delle quattro precedenti edizioni. Vandana Shiva nel corso della conferenza stampa organizzata all'indomani dell'inaugurazione, si dice «completamente d'accordo sul fatto che l'Esf ha subito un rallentamento», ma spiega che ciò è avvenuto solo a causa di un errore di metodo, cioè per il fatto che «i nostri movimenti sociali sono focalizzati su dei problemi che oramai devono essere integrati, in quanto sono connessi gli uni agli altri». Per questa ragione - precisa - «l'indebolimento del movimento costituisce una pausa, un segnale di riflessione». Gli organizzatori ammettono che gran parte delle 20 mila persone attese arriverà dalla stessa Scandinavia e dalle regioni limitrofe, ma si difendono sostenendo che molti altri arriveranno nel fine settimana e in occasione della Street Parade di sabato. Larsson del Noc non ci sta a parlare di «crisi» del Forum. «Penso che sia giusto parlare di minore attenzione solo se con questo intendiamo minore attenzione mediatica, ma questo è dovuto soprattutto al fatto che il Social Forum non rappresenta più una novità». E a prova delle sue affermazioni cita il numero consistente di delegazioni arrivate dalla Turchia, dalla Russia e dall'Est europeo, «un fenomeno senza precedenti nelle passate edizioni», frutto anche dell'impegno degli stessi organizzatori, che si sono attivati per contattare le organizzazione e per pubblicizzare l'evento in quei paesi, arrivando anche a creare un «fondo solidale» per favorire la trasferta nel sud della Svezia. Moltissimi, forse troppi i seminari sui temi più disparati, che invece di essere approfondimento diventano frammentazione. Di buono c'è che vengono accorpate questioni prima trattate singolarmente. Il tema della migrazione finisce con l'essere connesso a quello degli accordi commerciali, rei di creare maggiore povertà proprio nei paesi in via di sviluppo. I seminari sul femminismo accompagnano i temi sulla precarietà, con il merito di dare un orizzonte più complesso alle questioni. Troppo poco è lasciato invece alla fase dell'iniziativa. A parte gli appuntamenti di sabato (Street Parade) e di domenica mattina (assemblea conclusiva) il Forum di Malmo sembra non avere un'ossatura programmatica. «Per rilanciare il Forum - sottolinea Vittorio Agnoletto, eurodeputato Prc - occorre progettare vertenze e poi, a distanza di tempo, procedere a una verifica delle stesse». In questo senso, si potrebbe guardare alla nuova formula adottata dal World Social Forum, che a una prima fase di discussione adesso ne fa seguire un'altra in cui si procede a proposte programmatiche concrete, su cui impegnarsi. I temi non mancano: «Sull'immigrazione - aggiunge Agnoletto occorre trovare un efficace metodo per boicottare la 'direttiva della vergogna' sui rimpatri. Sul lavoro bisogna lottare a fianco delle forze sindacali contro il provvedimento comunitario sull'orario, in nome del quale si arriverebbe a demolire la disciplina dei contratti collettivi e il ruolo dei sindacati. E poi è prioritario organizzarsi per testimoniare l'impegno del forum contro il G8 alla Maddalena nel 2009». Oltre alle organizzazioni arrivate dall'Est Europa, la manifestazione di Malmo è caratterizzata soprattutto dalla presenza dei paesi scandinavi. Da sottolineare l'intento degli organizzatori di «utilizzare» il Forum per sdoganare in Svezia la cattiva aurea che, da sempre, qui accompagna l'idea di un'Europa unita. «Non si può ignorare - dice Sara Andersson del Nocche molte delle decisioni che influenzano la vita dei cittadini vengono prese a Bruxelles e quindi speriamo che la manifestazione riesca anche a cambiare la percezione degli svedesi rispetto alla possibilità di costruire un'Europa che non sia solo dei governi, ma anche dei cittadini». Si tratta, sotto questo profilo, della prima iniziativa volta a influenzare la campagna elettorale per le elezioni per il Parlamento europeo del 2009, che avverranno in primavera proprio mentre toccherà alla Svezia, dopo il semestre ceco, guidare l'Unione europea. «Pur difendendo l'autonomia del movimento dalle istituzioni - continua Agnoletto - non è però più possibile ignorare l'agenda politica dell'Ue». Il concetto è che, al di là di tutto, la validità del Social Forum resta. «Anche se non può essere l'unica occasione di incontro - dice Larsson - ritengo resti comunque importante per i movimenti ritrovarsi in un unico posto fisico, confrontarsi, parlare di strategie e cooperare».

 

Liberazione- 19.9.08

 

Evviva la Cgil - Piero Sansonetti

L'assenza di una forte opposizione è uno dei problemi più drammatici dell'Italia. Innanzitutto perché sbilancia il sistema democratico, introducendo, automaticamente, degli elementi di «regime». E poi perché rende debolissimi i ceti deboli, quasi cancella gli interessi delle classi subalterne, li sacrifica sull'altare di quello che viene chiamato l'interesse generale e in realtà è l'interesse delle classi dirigenti. Non ci vuole molto per capire che le cose stanno così. La tragica sconfitta elettorale della sinistra, l'inconsistenza quasi paradossale del veltronismo, la totale assenza del dipietrismo sulle questioni di fondo (impegnato nel duello di tipo personale con il premier) sono le cause di questa emergenza. In questi giorni, con un certo sollievo, ci siamo accorti che nel quadro «perfetto» di assenza di opposizione (del tutto inedito nella storia della Repubblica) si è verificata una anomalia. Si chiama Cgil. Il più forte tra i sindacati dei lavoratori, posto sotto assedio - con mezzi potentissimi ed eccezionali - dalla Confindustria e dal governo, ha sorprendentemente resistito a tutte le intimidazioni, si è distaccato nettamente dalla linea paurosa e subalterna del Pd, si è dimostrato autonomo e ha fatto saltare molti giochi. Ha detto ai padroni: "non avete ancora il potere assoluto, anche se avete il pieno controllo del governo e dell'opposizione parlamentare". Lo abbiamo visto nella vicenda Alitalia. Ne abbiamo avuto conferma nella reazione rabbiosa di Colaninno e degli altri imprenditori che volevano portarsi via l'Alitalia senza sussulti e senza conflitti. E lo capiamo anche dalla decisione dell'altra sera della Cgil di non accettare il documento di Confindustria sulla riforma dei contratti di lavoro. Noi di Liberazione siamo stati sempre molto severi con la Cgil. Qualche mese fa, in occasione di uno scontro che c'era stato tra la Cgil e la Fiom di Milano, avevamo addirittura pubblicato un titolo choc un titolo che diceva: «Gulag Cgil». Alla luce dei fatti avevamo sbagliato: era proprio una esagerazione. Ne prendiamo atto. Oggi facciamo un titolo opposto: «Viva la Cgil». In parte il destino di questo paese dipenderà dalla capacità della Cgil di resistere, di far prevalere la parte più battagliera e autonoma di se, di non accettare la normalizzazione e la subalternità.

 

«Meglio falliti che in mano a 'sti banditi» - Stefano Bocconetti

Saranno mille, forse di più. Dicono che non l'hanno mai vista un'assemblea così, qui all'aeroporto di Fiumicino. Ma questo vale anche per il cronista. Perché in quell'enorme piazzale di asfalto fra i terminal «A» e «B», dopo un imponente schieramento di agenti - c'è anche un mezzo anfibio (?) militare - vedi altre divise. Quasi solo altre divise. Quelle nere dei piloti, con piccoli stemmi all'occhiello, mai uno uguale all'altro. Trovi le giacche verdi, una mare, delle hostess Alitalia. E con loro, le tute di chi lavora agli hangar, i completi un po più casual di chi è negli uffici, i jeans e le magliette di chi ha già staccato. Assemblea strana anche nelle modalità. Nell'improvvisato palchetto, chi parla lo fa quasi per prendere tempo. E' un'assemblea di attesa, insomma. Fino alle quattro e venti. Quando, prima annunciata da centinaia di «messaggini», poi ripresa dal palco, arriva la notizia. La Cai s'è ritirata, Colaninno ha dato forfait. Ed è esattamente quello che questi mille volevano sentire. Ora sono in piedi, con tutte e due le braccia alzate, battendo le mani: «Meglio falliti /che in mano a 'sti banditi». Non è una festa, comunque, non c'è allegria. Ma è il loro primo successo. La cosa risulta incomprensibile, però, alle 15,20 troupe televisive, disseminate nel piazzale. Tanti, coi microfoni in mano, si buttano fra le fila dei lavoratori chiedendo loro spiegazioni: ma vi rendete conto? E ora che farete? Ottengono sempre la stessa risposta: «Continuiamo». Fin dove? Qui le risposte sono più articolate, un po' diverse fra di loro. C'è chi dice che qualsiasi cosa andrà meglio di chi voleva farsi quasi regalare l'azienda e poi pagarla col salario dei dipendenti, c'è chi tifa esplicitamente Air France (i piloti, almeno così sembra di capire). C'è, e sono i più, chi mette in discussione la filosofia che è alla base dell'operazione: la privatizzazione. «Alitalia deve restare italiana, nel senso che deve restare in mano di tutti gli italiani: pubblica». Ma questi sono discorsi che si cominceranno a fare da stamattina. Ieri, ieri pomeriggio, contava altro. Contava aver vinto contro tutti, da soli contro tutti. Contro chi voleva «dirottare la compagnia su Arcore» - c'era scritto così su un cartello -, contro chi «ufficialmente» all'opposizione ha da tempo deposto le armi. E ieri dal palco, qualcuno ha letto una dichiarazione all'Ansa dell'ex ministro del piddì, Bersani. Sempre meno critico col piano Colaninno, sempre più convinto che comunque la partita andasse chiusa. «Perché non ci faremo schiacciare un'altra volta nell'angolo, col premier che dice che è tutta colpa nostra». Leggono quest'agenzia ma l'oratore non fa in tempo a finire la frase che viene subissato dai fischi. Hanno strappato un risultato anche contro quel pezzo di sindacato che era disposto ad accettare un taglio del quaranta per cento degli stipendi pur di firmare un accordo col governo. Hanno ottenuto qualcosa, insomma. Come? Come ci sono riusciti? Se si aveva la pazienza di ascoltare chi prendeva la parola al microfono - nessuno si presentava e se andavi a chiedere chi fosse l'oratore ti rispondevano sempre e solo col nome di battesimo: Angelo, Sandro, Laura, Teresa - ti accorgevi che ieri contava solo questo. Ragionare su se stessi, su cosa si era riusciti a fare. «Il sindacato siamo noi, lo abbiamo dimostrato. E deve valere anche nel futuro: qualsiasi cosa accada, prima devono venire in assemblee come questa, poi avranno il mandato a trattare». Vale per tutti: anche per la Cgil. La cui sigla è accolta con qualche fischio in meno rispetto a quelli che accompagnano Cisl e Uil, ma sempre tanti fischi. Non ha importanza, o almeno non ha la minima importanza per quest'assemblea, che la Cgil alla fine abbia deciso di rompere. Conta il fatto che qui a Fiumicino, come a Malpensa e ovunque, neanche la più grande confederazione è mai venuta a parlare con loro. Non ha mai pensato di poter «decidere» assieme a loro. Si va avanti. Chi sta sotto il palco dialoga con chi parla al microfono. Ognuno dice la sua. E tante cose rivelano che per molti di queste lavoratrici e di questi stewart un'assemblea sindacale è una novità. Se non la prima, una delle prime. Comunque sia è una assemblea diversa da quella tradizionali. Lo raccontano tanti particolari: l'insofferenza per i discorsi che durano più di tre minuti, la conferma - chiesta via sms - di ogni notizia che diffondono dal palco. Ma soprattutto la rabbia, la disperazione di chi non pensava mai che nella sua carriera si sarebbe trovato a difendere il proprio posto, il proprio stipendio. Ora arriva Di Pietro. Due parole, non molto significative. Anche lui è contento che Colaninno abbia fatto retromarcia. Ma non c'è l'entusiasmo che si potrebbe immaginare. Applausi, certo, ma nessuna ovazione. Applausi misti anche a qualche sospetto. Che del resto, accomuna tutti i «politici». Considerati come una sola categoria, una controparte. Sulla transenna che domina il piazzale, trasformata in palchetto, arrivano altri lavoratori, di altre aziende, di altre compagnie. Cominciano ad abbozzare un progetto, un'idea. «Se passa l'idea che l'Alitalia può fare a meno del contratto di lavoro, sarà un massacro per tutti. Per questo siamo qui». Lo applaudono. Si prova a tratteggiare un'altra idea di sindacato. Il loro sindacato. Che potrà chiamarsi come si vuole, potrà essere anche uno che già esiste: ma deve essere il «loro». Dovrà essere un sindacato che non accetta più, supinamente, la distruzione di una grande impresa, lo sperpero di soldi, il regalo di tante tratte alle compagnie low cost per poi sostenere la logica dell'emergenza. Il loro sindacato dovrà discutere di progetti, e dovrà farlo con loro che quest'azienda e questi voli li conoscono assai più di chi va a trattare al ministero. Visto da qui, sembra tutto facile. Ma non lo è. Arriva uno stewart, pare di capire di un'altra compagnia aerea. Anche lui a portare solidarietà. Una hostess - che non sembra avere nulla da invidiare ad una modella -, in piedi con accanto il figlio che gioca ai videogame, commenta ad alta voce: «Veramente lì da loro, durante un volo, hanno stappato lo spumante per festeggiare la caduta di Prodi. Ora se ne accorgono....». Non è facile, allora. Da nessun punto di vista. Ma di questo ce se ne occuperà domani. Oggi conta resistere. E c'è un motivo in più per farlo.

 

«La crisi finanziaria Usa ci riguarda. Effetto domino anche sulle banche italiane» - Gemma Contin

Dopo il fallimento Lehman Brothers, ieri le Borse mondiali hanno continuato a tracollare sotto i colpi della crisi che sta investendo altri colossi finanziari come Goldman Sachs e Morgan Stanley, in una sorta di "effetto domino" di cui non è dato al momento prevedere gli esiti. Su questo terremoto, sulle sue ripercussioni, sullo stallo economico dell'Italia che per Confindustria è già entrata in recessione, nonché sulle dichiarazioni rilasciate al Corriere dal ministro Tremonti, Liberazione ha intervistato Tito Boeri, ordinario di Economia all'Università Bocconi. Professore, quello che sta succedendo in America è davvero, come dice il ministro Tremonti, la fine di un sistema? Guardi, io di dichiarazioni ne ho sentite tante in questi anni. Più volte che dovesse essere la fine di tutto; che da quel momento in poi tutto sarebbe cambiato. Sicuramente siamo in un momento difficile, ma sono anni che il momento è difficile. Credo peraltro che il ministro Tremonti avesse detto una cosa simile dopo l'11 settembre del 2001, mentre in altri suoi libri ha scritto esattamente l'opposto. E poi il cambiamento globale è avvenuto nel '94, con le decisioni del Wto. Queste dichiarazioni fatte così mi sembrano degli esercizi di retorica che non sono di grande aiuto. Secondo lei cosa intende dire il ministro quando sostiene che «ora il cerchio magico si è spezzato»? Non so cosa voglia dire Tremonti. E' chiaro che una crisi finanziaria come questa è stata avviata dal fatto che i circoli viziosi per le banche si sono trasformati in circoli viziosi per l'economia nel suo complesso. Eravamo nella situazione in cui le banche, anche per colpa della politica dei bassi tassi di interesse di Greenspan, hanno cercato di espandere il più possibile il credito, concedendolo anche a famiglie e imprese che non davano sufficienti garanzie, usando la strada dei mutui ipotecari, quindi avendo come collaterali, come garanzie, il valore delle case. Grazie al boom di questi mutui il prezzo delle case è aumentato e questo rendeva più forti le stesse garanzie e stimolava ancora le banche a concedere altri prestiti. Per un certo periodo tutta la vicenda si è avvitata, permettendo alle banche di espandere ancora il credito e di realizzare profitti. Poi, quando a un certo punto la corsa si è interrotta, è iniziato il processo opposto e le banche sono entrate in sofferenza. Per di più, avendo utilizzato tutti questi strumenti derivati, che sono congegni finanziari molto complessi che si alimentano a cascata, è diventato veramente difficile districarsi. Tutto ciò rende ancora più difficile seguire e capire dove sono finiti i debiti. Certamente quella in cui ci troviamo è una situazione nuova. Per molti versi ci stiamo muovendo in acque inesplorate. Io credo quindi che prima di tutto bisogna cercare di capire bene le cose e ragionare in termini molto pragmatici. Tutti quelli che hanno così tante certezze nel dire cosa si deve fare in questo momento mi fanno un certo spavento, perché invece ci sono scelte molto difficili da fare. L'unica consolazione è che molte di queste scelte non devono essere fatte da persone incompetenti, come alle volte pare chi dovrebbe reggere le sorti economiche del nostro paese. La Fed e la Bce, sono scese in campo immettendo risorse pubbliche per arginare il disastro. Secondo lei è la cura giusta? Guardi, è molto difficile dire se è stata la scelta giusta. La scelta difficile che spettava all'autorità americana era quella da una parte di continuare a intervenire per salvare le banche in difficoltà, cosa che però non è possibile fare per salvare tutto e tutti. A un certo punto bisognava porre fine a questa cosa, anche perché se si pensa in avanti, guardando il futuro, si crea una situazione in cui le imprese e le banche devono riprendersi la loro responsabilità. Era giusto e in qualche modo è giusto mettere in piedi una catena di salvataggio, ma ci sono anche i costi, ed è un fatto che gli americani non possono sopportare debiti di quelle dimensioni. Quindi bisognava porre un limite alla cosa. Dall'altro lato la preoccupazione che è nella mente di tutti, di chi opera sui mercati, è l'effetto domino. Cioè le conseguenze e le ripercussioni che si possono innestare attraverso i derivati, di cui non si sa cosa si possono trascinare dietro. Bisognava cercare di contemperare queste due esigenze. Ci è riuscito il Tesoro americano, la Fed? Non lo so. Forse bisognerà aspettare qualche settimana. Ci vuole un po' di tempo per capire se è stata la scelta giusta salvare Lehman Brothers e Aig. Vedremo. Ieri Confindustria ha detto che l'Italia è in recessione, e Tremonti ha avvertito che in queste condizioni le tasse caleranno forse fra cinque anni. Lei che ne pensa? Io penso che ha fatto bene Confindustria a lanciare l'allarme,perché la situazione italiana è grave. Diciamo che è difficile prevedere in questo momento quali potranno essere le ripercussioni della crisi finanziaria americana sull'Italia, ma sicuramente l'Italia, e questo lo sappiamo già adesso, è sull'orlo di una recessione. Questa è una situazione che va in tutti i modi evitata perché il nostro paese viene da quindici anni di stagnazione e una nuova recessione sarebbe davvero molto costosa per la gran parte delle famiglie italiane. Tra l'altro non abbiamo creato in tutti questi anni, sia da parte dei governi di centrodestra che di centrosinistra, un sistema moderno di stato sociale. Quindi è compito dell'autorità economica fare di tutto per evitare una recessione, anche tenendo d'occhio il sistema bancario italiano, benché appaia toccato marginalmente dalla crisi finanziaria internazionale. Invece mi sembra che non si stia facendo nulla. Una cosa da fare subito è abbassare la pressione fiscale, come promesso in campagna elettorale. La vicenda Alitalia è un altro tassello della crisi del sistema nel comparto strategico del trasporto aereo. Qual è una soluzione che non bruci la compagnia di bandiera e non lasci per strada migliaia di lavoratori? La soluzione c'era ed era quella di Air France, una proposta tutto sommato migliore di quella concordata tra il governo in carica e Cai, che sarebbe operativa da diversi mesi e che non avrebbe comportato per l'erario un onere di tre miliardi di euro, che alla fine dovranno uscire dalle casse dello Stato. Credo che la strada che si apre è quella dello spezzettamento di Alitalia e della vendita al miglior offerente dei vari pezzi. Sia chiaro, non è la strada che io propongo, mi limito a constatare quello che è successo e che a questo punto è inevitabile che succeda.

 

La Stampa – 19.9.08

 

Epifani:"L'ultimo no? Non è stato il mio" - STEFANO LEPRI

ROMA - Se si facesse un referendum, tra i dipendenti dell’Alitalia, direbbero sì o no all’accordo? «Un referendum sugli esuberi sarebbe stato improponibile. Non si può mettere chi mantiene il posto di lavoro contro chi lo perde. Ma sugli assetti contrattuali lo avevamo suggerito» risponde Guglielmo Epifani. Al termine di una giornata terribile, una cena fredda lo attende nella stanza delle riunioni, accanto al suo studio di segretario generale della Cgil. Il movimento sindacale è lacerato. Corrono parole grosse: «follia», «il becchino dell’Alitalia». «Lacerato? E perché? Sarebbe stata una spaccatura grave, con Cisl e Uil, se avessimo detto di no. La Cgil, per la parte che le competeva, l’accordo con la Cai lo ha firmato». Mi spieghi bene che cosa avevate firmato. «E’ una questione elementare di rappresentanza sindacale, direi di democrazia. Abbiamo firmato per il personale di terra, perché tra il personale di terra i sindacati favorevoli a firmare, ossia Cisl, Uil, Ugl e noi, rappresentano più del 51% dei lavoratori. Per il personale di volo non è così. Non si può firmare un accordo separato se si rappresenta meno della metà dei lavoratori». L’Alitalia è un’unica azienda. Se fallisce, fallisce tutta. «Però ha avuto fin qui tre diversi contratti di lavoro. Il referendum che proponevamo aveva anche lo scopo di sottoporre al giudizio dei lavoratori il passaggio a un contratto unico. Le nostre responsabilità ce le siamo prese. Non è mai facile firmare accordi che comportano la perdita di tanti posti di lavoro. In concreto le teste, le persone che uscivano, potevano essere 4000». Allora siete caduti in una trappola.In questa situazione si può scaricare la colpa sulla Cgil. «Trappola? Hanno cominciato a dare la colpa a noi prima che la trattativa fosse finita. Una trattativa strana, anomala, dove ogni giorno si dava un ultimatum e tra un giorno e l’altro non si lavorava, specie sui problemi dove esistevano distanze più ampie. Insomma c’era un clima di strumentalizzazione. Uno scaricabarile indegno di un paese civile. Piuttosto che cercare capri espiatori, il presidente del consiglio e il governo si assumano le loro responsabilità per come hanno gestito tutta la vicenda». Le parevano giustificate le richieste dei piloti? «Su piloti e assistenti di volo, come Cgil siamo stati chiari. Anche loro si dovevano fare carico della rinuncia a certe forme di privilegio. Qualsiasi società non può tollerare che esistano al suo interno poteri di comando diversi da quelli dei suoi dirigenti». Per l’appunto Colaninno voleva togliere ai piloti certi poteri esercitati in modo corporativo. «Però in una compagnia aerea i piloti sono fondamentali. Non si può fare a meno di chi gli aerei li conduce». Nelle ultime ore a qualcuno il vostro atteggiamento è parso incerto. La vostra federazione di categoria, la Filt, ha firmato un documento comune con i sindacati del fronte del no. «Era un tentativo estremo di allargare il consenso; e ne avevo avvertito l’ingegner Colaninno. La posizione finale della Cgil è quella del suo segretario generale, espressa nella lettera che ho inviato a Colaninno». Non gliela poteva inviare un po’ prima? «L’ho spedita alle 13.30, annunciandogliela per telefono. Mancavano più di due ore alla scadenza dell’ultimatum. Era inequivoca». Ma allora perché è andato tutto a rotoli? «Io credo che sia stata la Cai a tirarsi indietro. Si sono accorti che non riuscivano a risolvere il problema del personale di volo. Il clima sociale all’interno dell’azienda si era surriscaldato. Già da qualche giorno trapelava che all’interno della cordata c’erano contrasti; deve aver pesato anche la crisi finanziaria mondiale». Gran parte degli economisti, a destra come a sinistra, hanno giudicato migliore la proposta di Air France della primavera scorsa. E anche molti lavoratori Alitalia. «Aveva dei vantaggi come degli svantaggi. Noi di pregiudiziali non ne avevamo». Che farete ora? «L’azionista di maggioranza di Alitalia, ovvero il governo, ha il dovere di tentare tutte le strade che consentano di trovare una soluzione. In tutte le direzioni, quelle che c’erano e sembra non ci siano più, e quelle nuove che si possano trovare. Il fallimento dell’Alitalia sarebbe un dramma non solo per i lavoratori ma per l’intero paese. Non credo che far venire giù le macerie possa servire a qualcuno».

 

Berlusconi non ci sta. "Tentiamo ancora" - AUGUSTO MINZOLINI

ROMA - Mancano pochi minuti alle 17 e Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, già sa che la trattativa su Alitalia si sta indirizzando verso un esito drammatico. «Qui salta tutto - spiega -. La Cai ha ritirato l’offerta di acquisto. Si va dritti verso il fallimento. Possono dire tutto quello che vogliono ma Cgil e piloti se la sono voluta». Silvio Berlusconi, invece, di ritorno dalla visita a San Giuliano di Puglia è quasi incredulo quando gli viene riportata la notizia della decisione del cda di Cai. Sul portone di Palazzo Grazioli lancia il primo fulmine contro quelli che a suo avviso sono i responsabili della rottura: Cgil, piloti e Pd. «La situazione è drammatica - dichiara con voce ferma- . Siamo sul baratro. Ci sono pesanti responsabilità da parte di Cgil e piloti. Non vorrei che questo sbocco drammatico fosse quello auspicato da una parte politica». Poi un’ora più tardi il premier decide di giocare l’ultima carta: «Vediamo - è l’indicazione che dà ai suoi ministri - se lo choc della prospettiva del fallimento può riportare tutti alla ragione». Allora tutto finito? L’Alitalia resterà a terra? Forse, ma non è ancora detto. Siamo all’epilogo e il governo insieme alla cordata della nuova Alitalia, sta somministrando ai sindacati ribelli, a cominciare dalla Cgil, la cura “choc”: o il «sì» al piano Cai o il fallimento. E il fallimento non sarebbe solo quello di Alitalia, ma anche quello della Cgil, dei piloti e del Pd: 22 mila lavoratori per strada e un’azienda che potrà esser venduta a pezzi - il decreto del governo lo prevede - magari alla stessa Cai o ad altri acquirenti stranieri. In uno scenario del genere il sindacato dopo essersi inimicato l’opinione pubblica non avrebbe, nei fatti, più voce in capitolo sul futuro di Alitalia. Insomma, nel «baratro» di cui parla Berlusconi finirà innanzitutto la Cgil e tutti quelli che si sono opposti all’accordo. E’ la cosiddetta cura «choc» che ieri sera ha cominciato ad avere qualche effetto visto che Cgil e piloti hanno tentato in tutti i modi, anche attraverso il governo (nelle persone di Letta, Mattioli e Sacconi), di riportare la Cai al tavolo della trattativa. Al di là della cortina di dichiarazioni che ieri ha accusato Berlusconi di essere il responsabile di questo epilogo drammatico, è chiaro che quando si diraderà il fumo delle polemiche la posizione più difficile sarà proprio quella della Cgil e del Pd: Epifani e i suoi, nei fatti, hanno spaccato i sindacati confederali, litigato con una serie di imprenditori, a cominciare da Colaninno, che hanno buone relazioni a sinistra. Con una riedizione in chiave sindacale - questo è il paradosso - del famoso adagio veltroniano, «ma anche»: siamo d’accordo - è stato il concetto espresso nelle ultime 24 ore da Epifani - con il piano della Cai «ma anche» con la necessità di coinvolgere i piloti. Un’impostazione che ha fatto imbestialire soprattutto il patron della Cai, Colaninno, che non per nulla non offre nessuna subordinata ad Epifani se non un «sì» sia pure tardivo al suo piano. Di fatto, Colaninno si è sentito tradito da Epifani, soprattutto, dopo lo scontro duro che il presidente della nuova compagnia ha avuto martedì con i piloti a Palazzo Chigi. L’altro giorno il presidente della Cai si era infuriato con i rappresentanti dei piloti che gli avevano presentato delle tabelle di comparazione in diversi settori tra l’offerta dell’Air France e quella degli italiani. «Non sono cose - era insorto - che vi riguardino. Voi siete dei dipendenti, di un’azienda in dissesto e che hanno avuto una grande responsabilità in questo dissesto». Per questo Colaninno tutto si aspettava meno che Epifani si legasse ai piloti. «Ecco perché Colaninno - racconta un ministro non presente alla trattativa - può accettare solo che Epifani ritorni sui suoi passi. Crede che D’Alema possa aiutarlo. Noi siamo più scettici. Avremmo preferito che la Cai andasse avanti con i sindacati che avevano firmato l’accordo. Detto questo la Cai non può concedere più nulla alla Cgil perché altrimenti i sindacati che hanno firmato - Cisl, Uil, Ugl - insorgerebbero. Il problema adesso è della Cgil e del Pd. Le compagnie internazionali sono uno sogno. Seppure fossero interessate, a questo punto pur di non avere a che fare con questo sindacato, aspetterebbero il fallimento dell’azienda prima di farsi avanti. Anche il dualismo tra Veltroni e D’Alema non ha aiutato e alla fine il rapporto tra Colaninno e D’Alema ha reso Veltroni più sospettoso. Anche perché fino a domenica sera noi e i confederali, anche la Cgil, avevamo la stessa strategia: un accordo tra noi e loro per stringere i piloti in un angolo come la Thatcher fece con i minatori. Poi Epifani per accontentare Veltroni ha cambiato gli accordi». Epifani avrà il coraggio di tornare indietro? E’ complesso. Ecco perché da una parte da ieri il centro-destra ha cominciato a cannoneggiare a ritmo serrato i quartieri generali del Pd e della Cgil. «Veltroni e Epifani - è stato il j’accuse di Fabrizio Cicchitto - hanno mandato tutto a rotoli pur di arrecare un danno all’immagine del governo». Dall’altra c’è stato un fiorire di idee più o meno realistiche per tentare di rallentare la corsa verso il baratro. «Per mantenere gli slot - teorizzava il presidente della Commissione Trasporti, Mario Valducci - l’Alitalia o la Cai dovranno garantire i collegamenti. Se la cosa andrà avanti e i piloti decideranno di restare fuori si potrebbero utilizzare anche i piloti militari». Tante ipotesi che per ora Berlusconi non prende in considerazione. «Epifani - ha detto ieri sera fiducioso ai suoi - mi sembra che ci stia ripensando. Vedremo se da qui a lunedì cambierà qualcosa. Se si ravvederà lui e lo stesso Veltroni, che rischia davvero di finire in un precipizio».

 

Una notte in minigonna – Flavia Amabile

Quello che ci vuole è innanzitutto uno slargo. Per andarmene in giro con una minigonna nella notte romana e vedere l’effetto che fa, non basta una strada trafficata e un po’ periferica. Devo trovare un posto dove farmi vedere a distanza, e lasciare a chi vuole il modo di fermarsi. Sulla Salaria ce ne sono tanti di luoghi così, in genere ci sono anche prostitute a volontà: venti, trenta, di venerdì e sabato anche di più. Mercoledì sera era il deserto. Dal centro fino a Settebagni ne vedo una, mezza nascosta sotto un cavalcavia. Tutto sommato, meglio così: posso scegliere lo slargo che più mi piace. Inizio a passeggiare con la mia minigonna sufficientemente mini, le braccia scoperte, anche se fa un freddo della malora. Cinque minuti dopo si ferma il primo. Arriva sicuro, auto bianca e d’annata, abbassa a mano il finestrino destro, mi guarda: «Quanto?». «Quanto cosa?», rispondo. «Quanto vuoi?». Gli dico che si è sbagliato e lo mando via. Continuo a passeggiare. Altri cinque minuti e arriva il secondo. Auto blu, da rottamare, solito finestrino aperto a mano. La prende alla larga. «Vuoi qualcosa?» «Perché?», rispondo. «Perché se ti va ti do un passaggio». E’ trascorsa una ventina di minuti da quando passeggio avanti e indietro tra un segnale stradale e un cavalcavia mandando via potenziali clienti, quando vedo arrivare un’auto scura con la sirena: i carabinieri. Oltre a indossare gli abbigliamenti, assumo anche atteggiamenti e comportamenti che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di adescare, come recita l’ordinanza 242 del comune di Roma che vieta la prostituzione in strada e anche gli abiti indecorosi. I carabinieri tirano dritti. Evidentemente non manifestavo in modo abbastanza inequivocabile le mie intenzioni. Si fermano altri due, più discreti. Il primo è un romeno, giovane e timido. L’avevo notato già da un po’ di tempo alla fermata dell’autobus, una cinquantina di metri più in là. Me lo vedo spuntare ad un certo punto alle mie spalle. Avanza con aria incerta fino a fermarsi davanti a me. Dice di chiamarsi Marcello e mi chiede se sono io la ragazza con cui ha appuntamento. Spengo le sue speranze e lo seguo con lo sguardo mentre si riavvia tristemente verso la fermata. Il secondo è un camionista: ha fatto quattro volte il giro della strada prima di fermarsi a una certa distanza e restare lì a marcarmi con un’espressione di possesso negli occhi ma senza dire nulla. Sarà il più anziano dei miei potenziali clienti, di sicuro italiano, sulla cinquantina. Sono passati tre quarti d’ora: se fossi stata una prostituta avrei potuto avere già due-trecento euro in tasca. Senza alcun controllo. Cambio posto. Sempre sulla Salaria, ma all’altezza del bivio per via della Conca d’Oro. Lo slargo c’è, il traffico anche. Passeggio. Cinque minuti poi, subito, il primo: un extracomunitario: . , sparo. Prova a contrattare: . Gli faccio segno di andarsene. Poco dopo, il secondo, romano. «Ma lo sai che c’è la polizia?», gli dico. Non si guarda nemmeno intorno. «La polizia, embé?». «E se ti fa la multa?», dico. «Multa? A chi? Quanto vòi?». Se la Salaria è deserta, tranquilla, sulla Tiburtina l’atmosfera è pesante. Qui gli slarghi sono gli ingressi alle fabbrichette della zona. Le ragazze ci sono, le vedo sedute su aiuole senza quasi più erba davanti a robusti cancelli in metallo. Le vede anche una volante della Polizia che passa oltre. Sembrano tutte dell’Est, russe, romene, forse qualche polacca. Sono a gruppi di quattro-cinque, tutte vestitissime: jeans attillati, maglie, non hanno un centimetro di pelle scoperta. Osservano con fastidio la mia minigonna. Scelgo uno slargo vuoto e abbastanza in vista. C’è anche un metronotte davanti al cancello d’ingresso. Inizio a passeggiare. Le persone passano, qualcuno si ferma, prova a iniziare la contrattazione, ma avverto qualcosa di strano. Dall’altro lato della carreggiata sfreccia un’auto grigio- metallizzato ancora luccicante di carrozzeria. Mi urlano qualcosa di poco gradevole. E’ un segnale. Dopo un po’ dal nulla appaiono due ragazzone, una bionda ossigenata, l’altra scura. Devono essere uscite dal cancello della fabbrica perché non le ho viste arrivare dalla strada. Si avvicinano. «Che stai facendo qui? Lavori?» «No, non sto lavorando, state tranquille», rispondo. «E allora che fai?», chiede la bionda ossigenata. «Fatti miei», rispondo. «Questo posto è mio», fa lei in tono minaccioso. «Non te lo tolgo, lavora pure» le dico. L’amica, in russo, sperando di non farsi capire, le dice che sono della polizia. La bionda mi guarda, scettica: «Chi sei?». «Da dove vieni?», rispondo. A quel punto la ragazza dai capelli scuri fa segno alla bionda di andare. «Guarda che se fra dieci minuti torno e sei ancora qui a lavorare sono problemi, capito?» mi avverte la bionda allontanandosi. Il metronotte nella sua auto legge il giornale. Uno dei luoghi più noti della Cristoforo Colombo per gli esperti del settore, è piazza dei Navigatori. Lì si sistemano le trans, a decine ogni notte. L’effetto dell’ordinanza sembra farsi sentire: il piazzale è vuoto. Ma basta fare un giro nelle strade interne per trovare le ragazze e anche le trans. I clienti le fanno salire e partono in fretta, di forze dell’ordine nessuna traccia. Mi sistemo un po’ dopo la Fiera di Roma. Lo slargo c’è, il passaggio anche. Passeggio. Arriva un gruppo di quattro ragazzi. Avranno una ventina d’anni. O sono ubriachi, o hanno tirato di coca. Si fermano, mi guardano: li mando via subito. E’ l’una passata. Decido di aspettarne ancora uno e poi di andarmene anch’io. Lo vedo da lontano, ha un’auto bianca, anche lei d’annata. Fa mille giri prima di trovare il coraggio di fermarsi. Abbassa il finestrino, lo vedo bene in viso: è italiano, sulla trentina, gli occhiali spessi. «Quanto?» «C’è la polizia, stai attento». «La polizia? E vabbé, c’ho anche il garage. Quanto?». All’una e un quarto sono sulla strada di casa. Nessun carabiniere, poliziotto o vigile mi ha fermata. Con un po’ di pelo sullo stomaco, e soprattutto di disperazione, cinquecento euro li avrei rimediati.

 

Il Papa: Pio XII difese gli ebrei – Marco Tosatti

Benedetto XVI compie una inedita - per lui e per Giovanni Paolo II - difesa del "silenzio" di Pio XII, citando «i non pochi interventi da lui compiuti in modo segreto e silenzioso proprio perché, tenendo conto delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei». Una dichiarazione che sembra indicativa di una volontà "politica" da parte della Santa Sede di dare il via libera alla beatificazione di papa Pacelli, da papa Ratzinger rinviata nonostante il voto favorevole dei cardinali. In questo modo Benedetto XVI si ricollega idealmente alla difesa dell’opera e della figura di Pio XII compiuta da Paolo VI. Ma per una singolare coincidenza, questa presa di posizione così forte giunge nel giorno in cui i gesuiti della "Civiltà cattolica" accusano la Segreteria di Stato del 1938 e indirettamente Eugenio Pacelli di un comportamento viziato da antigiudaismo, per una lettera diretta al governo fascista in relazione alle leggi razziali. Ieri Benedetto XVI si rivolgeva ai membri di un convegno dedicato alla figura di Pio XII e promosso da «Pave the Way», una fondazione presieduta dall’ebreo americano Gary L.  Krupp (nella foto). Durante il simposio sono state presentate testimonianze inedite e documenti sulle iniziative volute da Pio XII in favore dei perseguitati. Benedetto XVI fino ad oggi non ha mai toccato il problema del "silenzio" di Pacelli. Ha detto di aver apprezzato il convegno di «Pave the Way», perché si sono analizzati «senza preconcetti gli eventi della storia», con l’unica preoccupazione «di ricercare la verità», mettendo in luce ciò che il Pontefice ha fatto «a favore degli ebrei che in quegli anni venivano colpiti ovunque in Europa, in ossequio al disegno criminoso di chi voleva eliminarli dalla faccia della terra». Ha ricordato che «tanto si è scritto e detto» su Pio XII, e che «non sempre sono stati posti nella giusta luce i veri aspetti della sua multiforme azione pastorale». «Quando ci si accosta senza pregiudizi ideologici alla nobile figura di questo Papa - ha aggiunto Ratzinger - oltre ad essere colpiti dal suo alto profilo umano e spirituale, si rimane conquistati dall'esemplarità della sua vita e dalla straordinaria ricchezza del suo insegnamento. Si apprezza la saggezza umana e la tensione pastorale che lo hanno guidato nel suo lungo ministero e in modo particolare nell''organizzazione degli aiuti al popolo ebraico». E ha ricordato come la sua condotta sia stata «riconosciuta ed apprezzata durante e dopo il tremendo conflitto mondiale da comunità e personalità ebraiche che non mancarono di manifestare la loro gratitudine per quanto il Papa aveva fatto per loro». Come è noto il problema dei "silenzi" nacque nel 1963, in seguito a un’opera teatrale, "il Vicario" di Hochuth. E proprio ieri pero la Civiltà Cattolica ha diffuso le bozze del loro prossimo quaderno, (letto prima della pubblicazione in Segreteria di Stato) in cui lo storico padre Giovanni Sale, afferma che il Vaticano in occasione delle leggi razziali, «scelse di agire con mezzi discreti e puntando sull’efficacia della propria diplomazia domestica», finalizzando in particolare la propria azione a mettere in salvo prima di tutto gli ebrei italiani convertiti al cattolicesimo. Così dopo «le parole di condanna forti e chiare pronunciate con voce commossa dal Papa Pio XI», la Segreteria di Stato fece pressione sul Governo fascista, perchè si potesse «utilizzare come criterio discriminatorio non il dato biologico- razziale, ma quello religioso, cioè l’appartenenza a una determinata fede religiosa, in questo caso quella giudaica». «Appare oggi imbarazzante per lo storico cattolico, soprattutto dopo le aperture del Concilio Vaticano II in tale materia - ammette Civiltà Cattolica - giustificare con categorie morali o religiose tale impostazione di pensiero e tale modo di procedere. Secondo la mentalità cattolica del tempo, anche se non tutti erano d’accordo con tale principio, sembrava che compito della Chiesa fosse quello di proteggere innanzitutto i propri fedeli, senza però in questo venir meno al senso di giustizia e carità dovuti a tutti gli essere umani». Il tentativo diplomatico fu compiuto, senza successo, dal padre gesuita Tacchi Venturi, «fiduciario del Papa presso Mussolini».

 

Repubblica – 19.9.08

 

Tornare al mercato - EZIO MAURO

Mentre Alitalia muore e i mercati vanno in fiamme, gli uomini di Berlusconi hanno avuto ieri sera l'unica preoccupazione di occupare le televisioni per dare la responsabilità alla sinistra, alla Cgil e addirittura al Pd, che in realtà è sembrato piuttosto assente dalla vicenda. In questo modo si conferma soltanto la torsione anomala di una partita che dovrebbe essere economica e industriale mentre è invece politica e ideologica. Per ragioni di pura convenienza politica in campagna elettorale Berlusconi (aiutato dalla cecità dei sindacati) si è opposto alla soluzione Air France, in condizioni ben più favorevoli dei mercati finanziari e petroliferi. Per ragioni ideologiche ha giocato su Alitalia la doppia carta del salvataggio eroico e dell'italianità preservata, scavalcando Tremonti per avocare a sé la vicenda. La vittima è il mercato, con le sue regole. Perché è nata una cordata, ed è nata italiana: ma al prezzo di separare gli attivi di Alitalia dai passivi, consegnare i primi alla nuova compagnia e i secondi ai contribuenti, sospendere l'Antitrust, radunare tra i soci una somma impressionante di conflitti d'interesse. Alla fine la corporazione dei piloti ha detto no per difendere privilegi indifendibili, e la Cgil ha preferito non farsi scavalcare, con una posizione più incerta che autonoma. La partita è sfuggita di mano al salvatore, che probabilmente proverà prima a lucrare sulle resistenze sindacali, poi cercherà un colpo di teatro, anche alla luce dei salvataggi americani. L'interesse del Paese è che il mercato prenda il posto dell'ideologia, almeno in extremis, che Fantozzi faccia il commissario e non il ministro delegato, che gli imprenditori cerchino il rischio e non i favori, che le banche finanzino il mercato e non la politica. C'è un ultimo spiraglio per far incontrare un vettore aereo europeo interessato al nostro parco viaggiatori con quel tanto di effettiva imprenditorialità italiana residua. Sostituendo infine l'eroismo con il realismo, l'italianità con l'Europa.

 

Paura come ai tempi di Hitler - FEDERICO RAMPINI

Bisogna risalire al Blitz su Londra, il bombardamento ordinato da Hitler nel '41 che parve annunciare lo sbarco tedesco in Gran Bretagna. Il panico sul mercato del credito ha raggiunto livelli che non si erano più visti dai giorni più bui della Seconda guerra mondiale. Di fronte al crollo di tanti patrimoni la fuga dei risparmiatori verso un "rifugio sicuro" - come i buoni del Tesoro americani - ha prodotto un risultato incredibile: i rendimenti sui Treasury Bonds degli Stati Uniti sono crollati (0,03% i buoni trimestrali) al livello più basso dai tempi dei raid aerei della Luftwaffe sulla capitale inglese. Questo fuggi fuggi verso la sicurezza infligge dei danni incalcolabili non solo alle finanze ma all'economia reale. Nessuno si fida più della solvibilità della controparte: i prestiti fra banche in Europa e negli Stati Uniti sono quasi congelati. La paura dei crac a catena sta intaccando per la prima volta il valore dei fondi comuni monetari: sono investimenti considerati liquidi quasi come dei conti correnti, tranquilli, "da buon padre di famiglia". Dall'epicentro originario di Wall Street il disastro si è dilatato sprigionando conseguenze sul tenore di vita di intere nazioni. I tassi sui mutui sono rincarati anche in Italia. La recessione americana ha bloccato la crescita europea, colpisce le prospettive di chi cerca lavoro. I fondi pensione, ormai diffusi nel mondo intero compresa l'Italia, sono esposti a perdite pesanti che ridurranno il tenore di vita dei futuri pensionati. Anche i risparmiatori più cauti sono vulnerabili: la "finanza esoterica" ha infilato i suoi titoli-spazzatura ovunque, gli inviti alla calma dei nostri banchieri e dei nostri assicuratori vanno presi con beneficio d'inventario; sono validi solo fino alla prossima sorpresa. Il Welfare semi-privato si morde la coda: i fondi pensione per tamponare le loro perdite hanno speculato al ribasso nel tentativo di recuperare qualcosa nel crollo generale. Così sono diventati parte di quella "orda selvaggia" che ha contribuito al crac: la banca d'affari Morgan Stanley ha dovuto contattare direttamente i gestori delle maggiori casse previdenziali americane, per scongiurarli di cessare le puntate ribassiste contro il suo titolo. La speculazione al ribasso è nel mirino delle autorità di Borsa, a cominciare dall'organo di vigilanza di Wall Street, la Securities and Exchange Commission (Sec). Nell'emergenza la Sec ha varato nuove regole contro la "vendita allo scoperto" (l'operazione in cui un investitore prende in prestito un'azione che non ha per venderla subito, poi ricomprarla in futuro scommettendo che costerà meno, e restituire il prestito guadagnando sulla differenza). Le misure tecniche per scoraggiare la speculazione ribassista sono state invocate dall'American Bankers Association e da diversi politici del Congresso di Washington. Tutti a caccia degli "untori", gli avvoltoi che si avventano su nuove prede da scarnificare tra le grandi banche quotate in Borsa. Ma la speculazione al ribasso in questo contesto è fisiologica e inarrestabile. Dov'erano invece l'associazione dei banchieri, dov'erano i legislatori del Congresso, quando i loro interventi avrebbero potuto colpire le cause primarie di questa crisi? Nel disastro globale di questi giorni ciò che sconcerta è la totale assenza di misure preventive. Questa crisi, nella sua forma acuta e palese è ormai vecchia di 15 mesi: il collasso dei titoli legati ai mutui subprime iniziò a fine giugno del 2007. Inoltre c'è chi l'aveva visto arrivare molto prima, e non si tratta di "profeti" eterodossi e marginali ma di protagonisti centrali del sistema. Warren Buffett, il secondo miliardario più ricco degli Stati Uniti, gestore del colosso finanziario Berkshire di Omaha, nel 2002 dichiarava: "I titoli derivati sono armi di distruzione di massa". Sul sistema di regole e controlli aggiungeva: "Nessuna banca centrale ha il compito di prevenire i crac a cascata nei derivati e nelle assicurazioni". Dunque uno dei finanzieri più influenti del pianeta, regolarmente chiamato a testimoniare al Congresso e al Senato di Washington nelle audizioni sulla politica economica, aveva avvisato i guardiani del mercato. Più esplicito di così non poteva essere. Quelle parole oggi suonano come un terribile atto di accusa per governi, banche centrali, authority di vigilanza. Negli Stati Uniti e in Europa. Nulla è veramente cambiato nell'architettura portante della finanza globale, dal 2002 a oggi. Nessuna riforma radicale è stata varata neppure negli ultimi 15 mesi, quando la crisi era ormai visibilissima e stava dispiegando i suoi effetti letali, dapprima al rallentatore, poi in una sequenza sempre più frenetica di catastrofi. Dare addosso alla speculazione ribassista oggi è una misura patetica, un'autentica presa in giro: è il malato che in un impeto d'ira spezza il termometro che gli sta indicando la sua febbre. Ben altri sono i limiti che andavano decisi. Il mondo dei derivati è rimasto un universo parallelo, un sistema bancario-ombra dove non vigono le stesse regole e gli stessi controlli imposti all'attività creditizia ordinaria. Gli hedge fund continuano a essere una giungla selvaggia. I titoli strutturati, i misteriosi contratti di copertura dal rischio-fallimento che hanno travolto il colosso Aig, tutto questo bubbone è stato lasciato ipertrofizzare. I banchieri centrali si incontravano nei convegni dell'Fmi a Washington, o della Bri a Basilea, e si scambiavano dotte relazioni sulla "necessità" di correggere le falle del sistema. Di quegli studi sono pieni gli archivi delle banche centrali. Compresi i lavori della task force sui rischi sistemici guidata dal nostro Mario Draghi. Ma le conseguenze concrete finora sono state pressoché nulle. Abbiamo una finanza globale ma non abbiamo una vigilanza globale. I gestori di patrimoni immensi hanno continuato a operare in zone grigie di lassismo, irresponsabilità, impunità. I mercati sono interconnessi a livello planetario, ma le regole e i controlli sono un paesaggio frammentario e balcanizzato. Il panico di questi giorni è un terribile fallimento delle autorità di sistema, che paghiamo tutti. Anche nelle colpe vi è una gerarchia e un ordine. Il primo imputato è l'establishment americano, da Wall Street alla classe politica legata a filo doppio agli interessi delle grandi lobby del denaro. L'America vive da anni sotto l'egemonia culturale di uno slogan che fu lanciato da Ronald Reagan, poi ripreso dai Bush padre e figlio, infine riciclato con ardore dal duo McCain-Palin in questa campagna elettorale: "Lo Stato non è la soluzione dei problemi, lo Stato è il problema". E' questa l'ideologia che ha teorizzato i benefici del laissez-faire. E' stata fatta propria anche da Alan Greenspan, al timone della Federal Reserve per ben 17 anni, il massimo teorico della capacità dei mercati di autoregolarsi. Greenspan ha continuato a difendere quell'ideologia fino a poche settimane fa, salvo improvvisamente cambiare tono e definire la crisi attuale come "la più grave da un secolo". Il suo successore e l'Amministrazione Bush ora nazionalizzano a tutto spiano. Questa crisi travolge le ideologie e sposta di colpo il terreno su cui si combatte la battaglia presidenziale americana. Ma il 4 novembre è lontano; il gennaio 2009 in cui il nuovo presidente Usa assumerà i poteri è lontanissimo. Di qui ad allora il bilancio dei danni potrà essersi aggravato. L'Europa e il resto del mondo non possono permettersi di aspettare.

 

Corsera – 19.9.08

 

La nuova stagione di piazzetta Cuccia - Sergio Bocconi

Mediobanca abbandona la governance con doppio vertice, ma il governo societario approvato ieri rappresenta un «modello unico» e per Piazzetta Cuccia inizia una fase nuova. Crescita, posizione nei mercati domestico e internazionali, partecipazioni: rappresentano obiettivi, sfide e nodi sui quali dovrà misurarsi la più importante banca d’affari italiana. Punto di partenza, oggi, è proprio il modello unico di governance che sarà sottoposto all’assemblea del 28 ottobre. E che rappresenta il risultato di un confronto fra il presidente Cesare Geronzi e l’amministratore delegato Alberto Nagel avviato circa un mese fa con «pronostici» a dir poco sfavorevoli: dal muro contro muro si è arrivati a una soluzione condivisa che probabilmente nessuno all’inzio aveva messo in conto. La «nuova» Mediobanca sarà governata da un consiglio di amministrazione nel quale sono presenti i cinque top manager e un comitato esecutivo nel quale i dirigenti sono in maggioranza. Ciò in teoria può garantire equilibri che per certi versi sembrano preservare alcune caratteristiche del precedente modello dualistico. Il governo societario però non è un modello astratto ne è importante per sé. A questo punto l’attenzione del mercato è dunque concentrata sì sulla nuova governance, ma come partenza per la definizione (o ridefinizione) di una «missione» della banca d’affari, che conserva la doppia anima di merchant bank e holding di partecipazioni. E proprio sul tema della gestione delle partecipazioni strategiche, Generali, Rcs e Telco-Telecom, si è concentrato l’ultimo confronto: composizione e poteri del comitato nomine, che delibera sulle candidature di queste società, rappresentano un tema importante e la soluzione è stata definita al fotofinish, quando il «cantiere» sulla governance era quasi praticamente chiuso. Geronzi a più riprese ha fatto capire che Mediobanca dovrà confermare, o meglio rafforzare, la posizione di «centro» di un sistema, che un tempo veniva definito la «galassia» e che certo in questi ultimi anni ha registrato una ridefinizione del perimetro. In particolare il presidente di Mediobanca ha mostrato di voler intervenire sul governo delle Generali, partecipazione che da sola vale oggi oltre la metà della capitalizzazione dell’istituto. Senza, a suo dire, entrare di persona nel board triestino, possibilità negata dal sistema dualistico ma non dal modello tradizionale. Il tema del legame con Trieste va letto però anche sotto un altro profilo di «mission»: che ruolo vuole avere nel Paese Mediobanca? Geronzi sostiene che l’istituto ha sempre giocato al centro del sistema e non può «emarginarsi». Ciò significa dunque partecipare alla partita Telecom (con la doppia quota detenuta in modo diretto e attraverso Generali), che avrà già nelle prossime settimane sviluppi importanti e di «sistema». E, Geronzi non lo ha mai negato, può anche voler dire non restare fuori da dossier significativamente «politici» come Alitalia. La sfida forse più immediata però per Piazzetta Cuccia attiene alla sua «tradizionale» anima di banca d’affari. Una sfida che l’istituto può affrontare sulla base dei risultati record confermati anche in questo «anno orribile» che ha visto i big internazionali crollare o comunque subire fortissimi ridimensionamenti. Ciò significa intervenire su quote di mercato «perse» dai concorrenti anzitutto sul perimetro domestico. E allargare la propria influenza grazie proprio anche alla solidità dimostrata. In questo senso Piazzetta Cuccia potrà avvalersi dell’esperienza del proprio team guidato da Alberto Nagel (che in questi anni ha «prodotto» un aumento rilevante di utili e dividendi) e anche di nuove fonti di raccolta come quella offerta dal network retail Chebanca! Ma la crescita dovrà aver luogo anche, e forse soprattutto all’estero. Piazzetta Cuccia ha aperto diverse sedi proprie (in Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna e un ufficio di brokeraggio a New York) e ora Geronzi sembra spingere per un salto attraverso un’acquisizione. Opportunità potrebbero in teoria non mancare nei prossimi mesi. Ma in Piazzetta Cuccia sanno bene che, soprattutto in periodi come l’attuale, occorre indirizzare l’attenzione solo verso asset «sani».


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