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«Niente razzismo, questo è uno scontro tra clan»

Manifesto – 20.9.08

 

«Niente razzismo, questo è uno scontro tra clan» - Enrico Miele

«Sette omicidi non possono corrispondere a logiche razziste. La criminalità locale non vuole cedere il controllo del casertano a organizzazioni provenienti da altri paesi. Questo non è razzismo, ma scontro tra clan». È netto il pensiero di Francesco Barbagallo, professore di storia all'università Federico II di Napoli, nel descrivere la guerriglia urbana avvenuta ieri a Castelvolturno. Un conflitto per il controllo del territorio quindi... In queste zone una parte dei migranti tende a organizzarsi come gruppo criminale strutturato che con il passare del tempo si espande, entrando in conflitto con i clan della zona. Ma la risposta dei casalesi nasconde uno scontro sulle modalità di sviluppo dell'attività criminale. C'è un tentativo dei casalesi di reclutare i migranti che arrivano in quelle zone? Io ribalterei il problema. In Campania tutta una serie di attività economiche si svolgono sotto il controllo dei clan. Non solo lo spaccio della droga, ma anche altri commerci in cui operano comunità di provenienza africana. Non è possibile svolgere alcuna attività senza che intervenga la criminalità locale, perché i clan controllano il mercato del lavoro. Però un corteo spontaneo non è usuale nel casertano. Perché stavolta i migranti sono scesi in piazza? L'uccisione di sei persone ha prodotto emozione nei gruppi di cui facevano parte. Le comunità di stranieri sono numerose nella zona. È chiaro che alcune sono estranee ai giri criminali. È più una «mistura» tra migranti coinvolti in traffici illeciti e altri più esterni ai circuiti criminali, ma in qualche modo collegati, che reagiscono alla violenza subita. La Stato come classica risposta manderà l'esercito. Può servire in un contesto del genere? (Ride) Qui l'esercito non serve a niente. I militari sono assoldati dai clan, com'è accaduto nella guerra di Scampia dove, al fianco dei Di Lauro vi erano ex militari delle guerre balcaniche che tenevano in scacco le forze dell'ordine. Stampa, processi sotto i riflettori, condanne. I clan del casertano sembrano in difficoltà... Negli ultimi tempi c'è una reazione forte dei casalesi proprio perché vengono attaccati intensamente. Reagiscono per dimostrare di poter mantenere il controllo della situazione. Se alle confessioni che stanno facendo i pentiti si aggiunge anche la rivolta dei i migranti sono costretti a reagire. Quindi un effetto dell'attenzione mediatica c'è stato? Certo, perché Saviano ha attuato un'opera d'informazione che è diventata patrimonio comune nella società civile. Prima di Gomorra nessuno conosceva i casalesi. Ora i clan del casertano sono celebri, anche se negano di essere criminali. Loro si considerano imprenditori, una multinazionale. Se poi qualcuno gli pesta i piedi lo ammazzano, che sia bianco o nero.

 

La rivolta degli immigrati - Ilaria Urbani

CASTELVOLTURNO (CE) - Hassan urla di rabbia contro la polizia e mostra le mani ancora impastate di calce, prova del duro lavoro da muratore che gli permette di sopravvivere da qualche anno a Calstelvolturno, periferia di Caserta sul litorale domizio a pochi passi dall'hinterland partenopeo. Il ragazzo ghanese, fratello di uno dei sei migranti uccisi al km 43 della Statale Domiziana l'altra sera, cerca di spiegare tra dialetto twi, inglese e qualche parola di italiano che anche suo fratello detto Baba, 25 anni, lavorava come sarto fino a notte tarda cucendo abiti nel suo negozio Ob Ob Exotic Fashion. «Non si tratta di omicidio per business di droga - grida Hassan agli agenti di polizia - è facile pensarlo perché viviamo qui, in questo posto di "m...". Ma mio fratello e gli altri erano puliti, operai che come me si massacravano ogni giorno per 25 euro. E alla camorra non facciamo comodo». Gli fanno eco i ragazzi scesi con lui in strada a protestare per non essere accomunati agli spacciatori solo a causa del colore della pelle. «Ora siamo stufi, we'are ready to die , siamo pronti alla morte - dicono provocatoriamente - dateci una pistola anche a noi, se qui funziona così. Adesso abbiamo paura e siamo davvero arrabbiati, questo è solo razzismo». Il giorno dopo l'agguato nel quale sono rimasti uccisi i sei immigrati africani tre del Ghana, due del Togo e uno della Liberia, freddati da oltre 130 colpi di kalashnikov e pistole calibro 9 x 21 (un altro è ancora ricoverato all'ospedale Cardarelli gravemente ferito), scoppia la guerriglia su litorale domizio. Erano da poco trascorse le 21 di giovedì quando i killer travestiti da carabinieri, hanno fatto fuoco. Con sé avevano anche la luce lampeggiante sulle automobili. Hanno sparato all'impazzata e sono fuggiti. Far-west contro dei ragazzi che credevano di aver scampato le violenze delle guerre etniche africane e hanno trovato la morte su un marciapiede dell' hinterland casertano. Solo pochi minuti dopo l'attacco dei sicari alla comunità africana, un'altra vittima, questa volta italiana, Antonio Celiendo gestore di una sala giochi a Baia Verde, area balneare poco distante da lì. Stesse modalità, stesse armi e oltre 60 colpi esplosi contro di lui. E Castelvolturno, ghetto africano tra i più popolosi della Campania, ieri ha iniziato ad assumere il volto di una delle banlieue parigine infiammate nel 2005 dalla rivolta dei sans papier. Ma con un aspetto più stanco, più degradato con lo sfondo di scempi edilizi e stabili abbandonati. E tutto intorno centinaia di ragazze nigeriane sulle strade pronte a prostituirsi tra decine di gruppi di tossici alla ricerca della dose quotidiana. Un intero stabile disabitato, l'ex hotel Boomerang, da anni è completamente gestito da tossicodipendenti. Un fantasma che si erge nella capitale della mozzarella, nonluogo intriso del persistente lezzo degli allevamenti di bufale. Il corteo dei migranti ieri con in testa il cartello « Black are suffering Italy » ha voluto omaggiare la memoria dei sei amici trucidati occupando per quasi tre ore la strada antistante i negozi, teatro dell'agguato. Auto rovesciate, mazze e cassonetti per ostruire la strada. I duecento migranti si sono diretti poi verso il Comune di Castelvolturno per incontrare il sindaco bloccando per tutto il pomeriggio la statale Domiziana, e colpendo qualsiasi cosa si trovassero di fronte. Sotto una pioggia battente e al grido «Go away», vetrine di negozi distrutte, oggetti lanciati in strada e automobilisti aggrediti. Il movente della strage che sarà ricordata come la mattanza di San Gennaro sembra essere stato lo stesso dell'omicidio di Baia Verde. Gli inquirenti non escludono nessuna pista, ma per ora la più accreditata è quella di un possibile regolamento per non essersi piegati al racket o per non aver rispettato i patti sul traffico di stupefacenti. La ferocia con cui il commando si è scagliato contro il gruppo di immigrati farebbe pensare che ad agire sarebbe stato il braccio armato dei Casalesi che negli ultimi due mesi ha mostrato i muscoli uccidendo imprenditori locali, due albanesi e il 18 agosto si è scagliato contro una villa abitata da nigeriani. In quel caso furono 5 i feriti, parenti di Teddy Egonwman, presidente dell'associazione dei nigeriani campani, impegnato contro lo sfruttamento della prostituzione. «La pista seguita dalla polizia non mi sembra quella giusta - spiega il fratello di un'altra vittima - questi ragazzi non erano legati al traffico della droga, si sono solo rifiutati di pagare il "pizzo". Chi ha visto, parli e collabori con la polizia». Lo sdegno dei migranti è enorme, a dargli sostegno decine di connazionali accorsi da altri comuni partenopei e casertani. «È incredibile, solo qualche giorno fa 4 persone mi hanno fermato dicendo di essere poliziotti in borghese - racconta Abdul, campione di kick boxing in Ghana, costretto a fare il muratore a Napoli - mi hanno chiesto i documenti, ma in realtà erano solo quattro uomini che volevano abbordarmi, siamo esposti a tutto qui. Siamo trattati come animali». E mentre il prefetto di Caserta Ezio Monaco non esclude l'utilizzo dell'esercito, e il capo della polizia Manganelli invierà sul posto un pool di investigatori, arriva la denuncia di una delle poche realtà che sul territorio aiuta i migranti: l'associazione Jerry Maslow dedicata ad uno dei primi migranti uccisi nella zona, a Villa Literno nell'89. «Una delle vittime solo giovedì mattina era venuta al centro per entrare in un programma di avviamento al lavoro - racconta Renato Natale - mi sembra che stesse accennando a problemi di racket. Ma non mi stupisce, le vittime sono tante da anni. Sono problemi molto conosciuti. Sono arrabbiato e addolorato. Mi chiedo come mai se conosciamo i problemi così bene, non agiamo. Ci siamo stufati delle passerelle dei politici, ora abbiamo bisogno di fatti».

 

La banda che volle darsi all'imprenditoria - Adriana Pollice

NAPOLI - Imprenditori con un giro d'affari di 30miliardi di euro e interessi in Europa e America, questa l'immagine che il clan casertano dei Casalesi mostra al mondo quando «lava» le sue fortune sul mercato legale. Ma la forza della cosca è nell'essere radicata nel triangolo Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano d'Aversa. Da lì i Bidognetti e gli Schiavone reggono le fila dei traffici in tutto il casertano fino al basso Lazio. Un'organizzazione di stampo rurale come la mafia che alla mafia assomiglia, più che alla camorra napoletana, per dinamiche criminali: controllo totale del territorio, omertà e organizzazione familiare e quando l'equilibrio si rompe si scende in guerra. Sette morti crivellati di colpi a Castelvolturno giovedì notte sono appunto il segno di una crisi che si è aperta da mesi su più fronti. A partire dal controllo del litorale domitio, una volta dominio incontrastato della famiglia dei La Torre, affiliati ai Casalesi, signori delle terre tra Mondragone e Castelvolturno, oggi in cerca di un nuovo reggente. Una zona strategica per diversi motivi: il Villaggio Coppola, agglomerato di ecomostri abusivi costruito in area demaniale negli anni '60, immortalato dai film di Matteo Garrone L'imbalsamatore e Gomorra , forniva un porto sicuro per smistare armi e droga, ma i proventi del clan arrivavano anche dal pizzo su tutte le attività locali, dai videopoker alla mozzarella di bufala, dal ciclo del cemento agli appalti pubblici, soprattutto dallo smaltimenti illegale dei rifiuti a partire dal 1987 (come racconterà poi Gaetano Vassallo). Con l'arresto del capoclan Augusto La Torre e il suo pentimento nel 2003, la zona rientra nella gestione diretta dei Casalesi. Oggi, secondo gli inquirenti, un nuovo gruppo si sta facendo strada, quello che fa capo ad Alessandro Cirillo, detto 'o sergente, e a Giuseppe Setola, spalleggiati da Giuseppe Letizia detto 'o zuoppo, Francesco Cirillo, Oreste Spagnolo ed Emilio Di Caterino, tutti latitanti. Ci sarebbero loro dietro la strage di giovedì scorso. Il motivo di una tale «esibizione di muscoli», con il commando che spara 115 proiettili in abiti da poliziotto, il controllo dello spaccio di droga e della prostituzione affermano a caldo gli inquirenti, ma potrebbero essere stati degli innocenti a cadere per mandare un messaggio a chi gestisce la piazza. Circa 5mila gli immigrati, tra regolati e irregolari, insediatisi nell'area, soprattutto africani dal Togo, Ghana, Liberia e Nigeria. Una parte lavora nei campi per una paga da fame, oppure nelle officine o nelle botteghe africane, come Alaji, il ghanese di 28 anni che cuciva nel negozio-sartoria di vestiti etnici dove sono entrati in azione i killer uccidendolo. Vivono ammassati in villette fatiscenti, abusive, che dovevano servire da casa di vacanza, a volte senza l'allaccio alla rete fognaria, pagando l'affitto in nero a quei residenti che spesso non li vogliono nei bar. Altri, a partire soprattutto dalla metà degli anni '80, gestiscono lo spaccio della droga e la prostituzione, magari terrorizzando le donne con riti voodoo. Anche loro organizzati in clan, soprattutto nigeriani, importano e smistano stupefacenti, vendono al dettaglio ai consumatori che vengono dai capoluoghi campani e laziali, pagando naturalmente il pizzo alla camorra. I Casalesi preferiscono così, arricchirsi con la droga fingendo di non venderla ai propri compaesani. All'inizio i clan africani non volevano pagare e, tra il 1986 e il 1990, arrivano i «messaggi»: Mamadou Talibè Diallo viene ritrovato lungo il fiume Volturno con la testa mozzata, seguono gli omicidi di un egiziano e il ferimento di un tanzaniano, quattro prostitute vengono gambizzate, fino alla strage di Pescopagano in cui un commando spara in un bar frequentato da migranti, facendo cinque morti e sette feriti per sistemare i conti con uno spacciatore. Giovedì scorso i Cirillo-Setola hanno usato lo stesso linguaggio per ribadire che sono loro a dettare legge. Stessa motivazione per l'uccisione ad agosto di due albanesi a Castelvolturno e per il ferimento di Teddy Egonwman che, con la sua associazione, aiuta le donne a liberarsi dalla prostituzione. E poi ci sono messaggi da mandare anche all'interno della camorra, ai due boss reggenti e latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine. Gli emergenti fanno parte dell'ala militare dei Casalesi, quella che fa capo a Francesco Bidognetti, detto Cicciotto e' mezzanotte, in carcere così come l'altro capoclan Francesco Schiavone, detto Sandokan. Cirillo e Setola stanno cercando di dare la scalata ai vertici, inviando feroci segnali a chi cerca di mettersi in proprio. Questo lo scenario anche dietro l'agguato nella sala giochi di Baia Verde, poco prima della mattanza di Castelvolturno, contro il titolare del locale, Antonio Celiento, ritenuto affiliato al clan degli Schiavone. Ancora Cirillo e Setola sarebbero i mandanti delle vendette contro i collaboratori di giustizia che stanno mettendo in crisi la cosca. Omicidi che sono altrettanti segnali forti per intimidire ex sodali come Gaetano Vassallo, che per venti anni con i Casalesi ha nascosto rifiuti tossici in Campania, e la collaboratrice di giustizia Anna Carrino, compagna di Francesco Bidognetti, le cui rivelazioni sono costate il carcere a 68 affiliati.

 

Milano in corteo per Abba. «Perché non succeda più» - Mariangela Maturi

MILANO - Oggi parte il corteo in memoria di Abdul Guibre e contro il razzismo (Porta Venezia, ore 14,30). Tante singolarità, associazioni, partiti di sinistra (tranne il Pd) e collettivi si sono mobilitati, per una volta disposti a percorrere almeno un pezzo di strada insieme, perché non si può accettare che un ragazzo venga ucciso a sprangate. L'hanno assassinato al grido di «negro di merda». Alcuni cittadini hanno sentito l'esigenza di esprimere in prima persona la loro contrarietà all'intolleranza e al razzismo. Don Gino Rigoldi, che da anni si occupa dei minori del carcere Beccaria, è tra i promotori della manifestazione, con Dario Fo, Moni Ovadia, Gino Strada, Paolo Rossi e altri. Cosa sta succedendo a Milano? Io per primo vivo con grande dispiacere e un certo imbarazzo questa cultura che si fa strada: il vivere la vita in questa città come se si fosse in un luogo insicuro e pieno di nemici, con l'aggiunta di una dose di aggressività provocata dalla cosiddetta politica della «tolleranza zero». Certo, ci sono le questioni della sicurezza e i relativi problemi, ma questo sentimento viene implementato fino a creare una mentalità del «guardiamoci alle spalle», come se non ci si potesse più fidare di nessuno. Da qui si genera un clima di paura e di violenza. Non tutti sono convinti che l'assassinio di Abdul abbia una matrice razzista. Io non so se il fatto sia di natura esplicitamente razzista, bisognerebbe conoscere gli attori del reato, ma Milano purtroppo è una città razzista verso gli stranieri, i rom, i poveri. Quel povero ragazzo, comunque, era un italiano «sui generis», per il colore della pelle. E il fatto che l'abbiano chiamato «sporco negro» è significativo, fosse anche successo in un momento di rabbia non è giustificabile. E in ogni caso, anche se la matrice non fosse quella, ci sono fatti che accadono ogni giorno e mostrano che è sicuramente vero che Milano è razzista. Lo si nota dai comportamenti dei cittadini e di alcuni lavoratori. Il fatto che un controllore dei mezzi pubblici chieda ad uno straniero il permesso di soggiorno oltre al documento di viaggio ne è un esempio palese. Viaggio sempre a piedi o con il tram, vedo episodi di questo tipo ogni giorno, ti dicono «non siamo razzisti», eppure certi fatti parlano da soli. Certo, se per razzismo intendiamo «spariamo a vista», allora non siamo assolutamente un paese razzista, ma certamente non si respira un clima sereno. Individua anche delle responsabilità politiche? Prima pensavo che una volta vinte le elezioni avrebbero smesso con queste storie sulla sicurezza, adesso invece noto che la situazione è addirittura peggiorata. I politici per esistere hanno bisogno di essere pompati, e mezzi di comunicazione e amministrazioni locali li sostengono. Poi, se la cosa più intelligente che fanno è far girare nei quartieri una camionetta dell'esercito, allora certo che sono loro i responsabili di questo clima. Perché lei questa volta ha deciso di impegnarsi in prima persona? Mi occupo di stranieri da tanto tempo, ma lo faccio in un altro modo. Non sono uno che ama particolarmente le manifestazioni, ma mi rendo conto che a volte servono. Ormai alcune pratiche, come la raccolta di firme, sono inflazionate; se raccolgo firme per dieci buoni motivi in una settimana, non penso che possa bastare per cambiare le cose. Questa, invece, è un'occasione in cui bisogna davvero farsi vedere, quindi anch'io ho deciso di promuovere questa manifestazione contro il razzismo. La famiglia Guibre ha scritto una lettera. Chiede di far sapere a tutti che oggi ci sarà il corteo. Si rivolgono a coloro che vogliono la pace, la giustizia, l'eguaglianza. Eppure, secondo alcuni, c'è il rischio che questa manifestazione venga strumentalizzata, da una parte e dall'altra. Potrebbe anche esserci qualcuno che in malafede strumentalizzerà la partecipazione al corteo, ma sono convinto che in questo caso sia necessario un po' di pudore. Quella famiglia merita rispetto e solidarietà.

 

Berlusconi medita vendetta – Francesco Piccioni

Come previsto, Berlusconi ha scatenato la «vendetta». Furioso per il ritiro della Compagnia aerea italiana (Cai) a causa della «resistenza» di cinque sindacati aziendali più la Cgil, ha avviato la controffensiva. I suoi uomini hanno occupato tutti i media disponibili per ripetere ossessivamente che «non c'è alternativa alla Cai». Di più: «a questo punto non garantiamo gli ammortizzatori sociali in caso di fallimento». Della serie: vi prenderemo per fame. Simpatico il «conflitto di interessi» nel mondo dell'informazione: il Sole24Ore , organo di Confindustria, ha pubblicato ieri un autorevole articolo del suo massimo esperto di Alitalia, che chiariva come i soci della Cai abbiano tirato un sospiro di sollievo quando Colaninno ha proposto di ritirare l'offerta. Anche il commissario straordinario Augusto Fantozzi, ha messo il suo nichelino asserendo che «ho contattato personalmente i presidenti di Air France, Lufthansa e British, che hanno declinato la richiesta di intervento, pur manifestando interesse per il mercato italiano». Omette di considerare il semplice fatto empirico per cui, finché il governo italiano - proprietario del 49,9% delle azioni Alitalia - continua a privilegiare una particolare offerta, nessuno può credibilmente farsi avanti. Fantozzi ha però fatto anche altro: ha incontrato i rappresentanti di quattro delle organizzazioni protagoniste del «no» a Cai, che lo avevano chiesto per «esaminare misure urgenti» al fine di «garantire la continuità operativa». In questo caso, il tassello negativo l'ha messo la Filt Cgil, indisponibile a qualsiasi incontro senza la presenza anche di Cisl, Uil e Ugl. Coperta corta, insomma. E miccia che brucia, intanto. Situazioni per caratteri forti e nervi d'acciaio. Non hanno tenuto quelli del presidente dell'Anpav, piccola organizzazione degli assistenti di volo (4-500 iscritti, in Alitalia), che in serata si è detta disposta a sottoscrivere l'«accordo quadro» raggiunto nella notte di domenica tra governo, Cai e i quattro sindacati confederali. Numericamente non cambia molto, ma il cedimento è stato immediatamente cavalcato dal governo. A Fiumicino, nonostante tutto questo, il clima è diverso. La giornata dei lavoratori era stata ovviamente tesa. Passato il breve momento di euforia sul ritiro dei «banditi», la preoccupazione ha ripreso il dominio. Ma il passa parola nei capannelli e nel presidio permanente al «varco equipaggi» si condensava in un «grazie» a quanti avevano stoppato la Cai. Si è visto anche negli applausi a Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione e unico uomo politico - insieme, ma in altro modo, a Di Pietro - in grado di parlare a questa gente. Ha apprezzato in particolare le forme di lotta scelte - mobilitazione senza scioperi, mandando in tilt chi, come il governo, cercava «il casino» per poterla buttare sull'«emergenza» - e la capacità di mettere in chiaro il legame tra questa vertenza e la partita sul rinnovo del modello contrattuale, che Confindustria intende alla maniera di Colaninno («per noi non esistono associazioni, voi siete solo dei dipendenti»; roba che ha fatto inbufalire anche i più british tra i piloti). Le alternative di mercato sono principalmente due: Air France-Klm e Lufthansa. La prima, però, farebbe di Berlusconi un punching ball, costretto a incassare meno della metà di quanto ne avrebbe ricavato Padoa Schioppa. In alternativa, la giunta regionale del Lazio sta pensando di lanciare una «cordata delle regioni», magari sintonizzandosi con l'idea - circolata e non troppo convintamente smentita nei giorni scorsi - di una «cooperativa» dei dipendenti, disposti a investirci almeno una parte dei propri tfr. In questo caso la copertura di una banca importante - si era fatto il nome di Unicredit - sarebbe però determinante. Ora si attende che Fantozzi inviti ufficialmente gli interessati a fare offerte pubbliche. La continuità di volo - fin qui garantita dai soli dipendenti, nonostante ci sia molta incertezza anche sul pagamento degli stipendi - non è in discussione. I biglietti vengono venduti regolarmente e gli aerei partono. Sono state piuttosto le sgangherate dichiarazioni dei ministri - amplificate da una stampa «complice» più del solito - a agitare la clientela. Ma questo governo vive per fare soltanto danni. Gravi.

 

Cisl versus Cgil: due diverse idee di sindacato – Francesco Piccioni

La divisione tra i sindacati confederali nella vicenda dell'Alitalia ha evidenziato una differenza di visione sul ruolo del sindacato che merita attenzione. Nella lettera inviata a Roberto Colaninno (presidente della Compagnia aerea italiana, che avrebbe dovuto rilevare il vettore nazionale), il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha sottolineato che - pur confermando «la nostra adesione e la nostra firma all'accordo quadro concluso nella notte di domenica» (da cui erano state escluse le altre cinque sigle non confederali) - invitava la controparte «a riflettere sul fatto che si tratta di lavoratori e lavoratrici in maggioranza non rappresentati dal sindacato confederale e questo pone un problema delicato di regole e rappresentatività». Con ciò la Cgil riconferma l'idea che il sindacato confederale debba rappresentare l'insieme dei lavoratori e che, quando ciò non sia possibile, debba rispettarne la volontà (di solito espressa attraverso altre organizzazioni). Al contrario, il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, dalla tribuna televisiva di Bruno Vespa, ha spiegato che il suo sindacato difende solo i propri iscritti . In molti posti di lavoro una simile prassi è decisamente evidente (in termini di carriere, turni, permessi, premi, ecc); e non molto apprezzata. Nonostante questo limite, pretende comunque di firmare accordi validi per tutti . Le due cose non stanno insieme neppure col miglior mastice. Tanto più nel caso dell'Alitalia, dove senza il consenso delle categorie centrali nel core business aereo - piloti in primo luogo, ma anche gli assistenti di volo - semplicemente non si lavora. Non è questione di «privilegi» (andati quasi tutti persi in 20 anni di ristrutturazioni), ma di centralità di alcune competenze. Un pilota di Airbus, per dire, non può essere sostituito da uno di Boeing (se non dopo adeguata formazione); men che meno da «piloti militari», come suggerito da qualche peone del centrodestra. Va aggiunto che, nel pomeriggio di ieri, sia Renata Polverini (segretaria dell'Ugl, il sindacato legato ad An) che Luigi Angeletti (segretario generale della Uil) - entrambi favorevoli all'accordo con Colaninno - hanno cominciato a dire «sono tutti i lavoratori di Alitalia che devono decidere del loro futuro: a loro spetta valutare se accettare o respingere il piano della Cai». Dopo quello che si è visto anche in tv (i lavoratori che applaudono al ritiro di Colaninno & co.) si potrebbe pensare che i due vogliano indire un referendum. Cosa buona e giusta sempre, però, specie quando si sta per firmare una «riforma del modello contrattuale» che esclude - sia per questo testo, che per qualunque altro in futuro - il ricorso alla consultazione di tutti i lavoratori «coperti» da un accordo o contratto. Lo stesso Bonanni, nel tentativo di convincere Epifani alla retromarcia, ha affermato che «non si era mai visto un sindacato d'accordo sul piano industriale, ma non poi sul resto; e il tutto in alleanza con i più corporativi». Nell'uso comune questa parola sta ad indicare i sindacati «professionali», come quelli dei piloti. In quello storico, invece, indica quei sindacati «di regime» - come quelli di epoca fascista - che firmavano gli accordi in nome e per conto dei lavoratori, tutelando soltanto gli iscritti (al partito e al sindacato «ammesso»). Com'è evidente, non si tratta di una pura questione semantica. Ma di materia viva, che investe senso e modi della democrazia.

 

Dal silenzio dei monasteri. «Il Kosovo è sempre la terra della Serbia» - Tommaso Di Francesco

Di Kosovo quasi non si parla più, resta sospeso, senza legalità. nelle brume di un silenzio apparente. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu non ha riconosciuto l'indipendenza proclamata nel febbraio scorso unilateralmente dalla leadership albanese di Pristina, l'Unione europea è spaccata con molti paesi leader come Germania, Francia e Italia che hanno riconosciuto, ma altri no come Spagna, Grecia, Slovacchia, Romania, Cipro. La Nato occupa quelle terre su mandato della «Pace di Kumanovo» e del Consiglio di sicurezza che l'ha assunta e che riconosce la sovranità della Serbia e la sua integrità territoriale. Quindi l'Alleanza atlantica, protagonista della guerra «umanitaria» di bombardamenti aerei, è sul campo organismo fuorilegge: riconosce la sovranità di Belgrado e allo stesso tempo quella del nuovo stato indipendente; la missione Eulex che l'Europa ha voluto per implementare (leggi: imporre) l'indipendenza non è approvata all'Onu e non può disporsi sul terreno. La Serbia che nel frattempo ha cambiato governo per aprirsi all'Ue - ha consentito l'arresto di Karadzic, ma non ottiene nulla in cambio perché solo due giorni fa è stato respinta a Bruxelles la possibilità della sua Adesione all'Ue - insiste a rivendicare quella terra e a salvaguardare la sua integrità territoriale chiedendo in questi giorni all'Assemblea dell'Onu un voto contro l'indipendenza unilaterale che chiama in causa la Corte internazionale dell'Aja. Per il resto tutto è silenzio bipartisan, rotto solo dal fatto che sulla scia di quella secessione sciagurata si sono innestate altre crisi internazionali, come ha dimostrato la guerra d'agosto georgiana-sudosseta-russa. Abbiamo rivolto alcune domande sulla situazione al vescovo Artemije di Raska-Prizren e Kosovo-Metohija (la terra della chiesa, Kosmet la chiamano i serbi), la massima autorità della Chiesa serbo-ortodossa in Kosovo. Il 17 febbraio c'è stata la proclamazione unilaterale d'indipendenza della leadership albanese di Pristina, contro il diritto internazionale eppure riconosciuta dagli Stati uniti e da molta parte dei paesi dell'Unione europea (Italia compresa). Lei ha più volte chiesto di protestare contro i paesi che hanno riconosciuto l'indipendenza e che hanno contingenti militari Nato che, solo adesso, difendono i monasteri. Qual è ora la posizione della Chiesa ortodossa? Resta la stessa del momento della proclamazione. Noi non riconosceremo mai, sottolineo mai, la illegittima, unilaterale secessione di Kosovo e Metohija dalla Serbia. L'opinione pubblica occidentale è stata convinta prima che la guerra della Nato del 1999 fosse «umanitaria», ora che «va tutto bene», nonostante che il precedente del Kosovo abbia innescato altre crisi internazionali, come dimostra la crisi in Georgia. Ma qual è la condizione dei serbi rinchiusi nelle enclave? Quelli non erano bombardamenti «umanitari», tantomeno ora «va tutto bene». Come dimostrano le migliaia di vittime innocenti, un numero alto, quasi eguale a quello dell'intero conflitto. Non solo l'aggressione della Nato era ingiustificabile dal punto vista legale e militare, ma neanche dal punto di vista umano e morale. Ora, nove anni dopo i raid dell'aviazione atlantica, la situazione del popolo serbo in Kosovo sembra più tragica che mai. Quasi due terzi dei serbi del Kosovo e Metohija, più di 200.000 persone, molti i non-albanesi (rom, goranji, ebrei) sono fuggiti nel terrore, sono profughi, migliaia sono stati gli uccisi e i desaparesidos, decine di migliaia le case distrutte o illegalmente occupate, così le terre agricole e le proprietà, dove i proprietari non possono nemmeno avvicinarsi. E tutte le città, prima della guerra davvero multietniche, sono diventate esclusivamente monoetniche, cioè albanesi. Tra le vittime dell'Uck che ha continuato ad operare impunita in tutti questi nove anni, ci sono stati anche due monaci, padri Stefan e Hariton, le vittime innocenti che il monachesimo serbo nel Kosovo e Metohija ha offerto sull'altare della libertà. Dal giugno 1999, data d'ingresso delle truppe Nato, sono state distrutte 150 chiese e monasteri serbi, un terzo dei quali beni culturali medioevali irrimediabilmente perduti. Il caso più recente è quello di Djakovica, dove le autorità albanesi hanno nascosto, distrutto e seppellito le tracce della distruzione della chiesa ortodossa di Djakovica. Questo dimostra che continua il processo di riscrittura violenta della storia a partire dalla cancellazione dei santuari ortodossi e patrimonio culturale serbo in Kosovo e Metohija. Ma queste «autorità» dimenticano che più nascondi profondamente la verità fino a sotterrarla, più quella è capace di riemergere luminosamente. Per quanto riguarda la vita dei serbi nelle enclave, se di «vita» si può parlare, vivono come i prigionieri dei campi di concentramento e sterminio durante la seconda guerra mondiale, ad Auschwitz o a Jasenovac. Vivono una vita estremamente difficile, impossibile, privata di tutti i diritti umani e della libertà, dal diritto di vivere alla libertà di movimento, dal diritto al lavoro a quello alla sicurezza. La comunità internazionale lo sa, ma lo nasconde. Perché il ruolo degli organismi internazionali in Kosovo e Metohija non ha assolutamente risolto i problemi né ha contribuito alla creazione di una società multietnica. Lei, dopo l'assoluzione davanti al Tribunale dell'Aja del criminale di guerra Ramush Haradinaj, «gangster in divisa» per la stessa Carla Del Ponte - e accusato di stragi commesse già nel 1998 - ha chiesto di boicottare quel tribunale. Perché? Ramush Haradinaj, leader Uck e ex premier kosovaro albanese, era ed è criminale e malfattore. Non solo lui, anche coloro che lo hanno liberato e prosciolto dalla responsabilità e dai suoi crimini. Sia il governo Kostunica che il nuovo governo serbo Cvetkovic, così come il presidente Tadic, rivendicano l'appartenenza del Kosovo alla Serbia, come sta scritto anche nella nuova costituzione: non c'è Serbia senza Kosovo e Metohja. Ma ora vivete quasi in un limbo, sospesi. Che rapporto avete con Belgrado? Lei al momento della dichiarazione d'indipendenza, diffidando dei contingenti occidentali e dei politici di Belgrado, chiese l'intervento dell'esercito serbo... Sì, non c'e Serbia senza Kosovo e Metohija. Lei dice che siamo in un limbo. No, questa non è «terra di nessuno». Era, è e sarà la nostra terra e il nostro paese. Kosovo e Metohija non è diventata in nessun modo la «terra di nessuno», è rimasta la stessa terra di prima. Noi viviamo sulla nostra terra e nel nostro stato che è la Serbia. I rapporti con Belgrado sono buoni, come devono essere, resta l'unica e legittima terra d'appartenenza, con le nostre autorità e con il nostro governo. Belgrado non è estero, è la nostra capitale. Sospesa e illegittima semmai è la missione Eulex, l'atto finale della tragedia del Kosovo. Il primo atto era la Nato con i bombardamenti sulla Serbia e aul Kosovo nove anni fa. Lo scopo era all'epoca lo stesso reso evidente a febbraio: la creazione di un altro stato monoetnico albanese nei Balcani. Non ho chiesto l'intervento esterno dell'esercito serbo. Ma che l'esercito svolga i compiti per i quali esiste in ogni paese del mondo, Serbia compresa: difendere il paese e i suoi cittadini quando sono in pericolo. Noi aspettiamo che l'esercito si impegni in questo ruolo. Lei continua a testimoniare la sua fede con la comunità serba in Kosovo convinto che monasteri e serbi siano la stessa cosa. Mentre magari qualche ben pagata Ong occidentale e un ministero kosovaro-albanese a Pristina stanno pensando di trasformarvi in un tour turistico, come per gli indiani delle riserve americane. Quale appello si sente di fare ai leader europei? Noi non siamo «comunità». Siamo il popolo serbo, non ammettiamo di essere considerati comunità separata, né minoranza nel nostro stesso paese. Non accettiamo assolutamente di essere considerati «riserva indiana» e la nostra trasformazione in «tour turistico». Noi siamo la Chiesa vivente, la Chiesa Ortodossa. Tradizionalmente, come nei secoli passati, noi viviamo e testimoniamo la nostra fede e attendiamo la giustizia divina, come i nostri avi e predecessori, finché è venuta, magari 500 anni dopo la schiavitù e il giogo. Non c'e appello per i leader europei, dopo quello che hanno commesso. Significherebbe avere fiducia in loro e aspettare il loro soccorso. Per loro c'è un solo messaggio: la giustizia divina e più forte dei soprusi umani e delle menzogne. Almeno riflettano su questo.

 

L'inchiesta di Iacona alza il velo della guerra infinita - Norma Rangeri

Gli studenti che prendono l'autobus per andare all'università e sulla strada incontrano una bomba che li incenerisce. I contadini che vanno alla mietitura e trovano un gruppo che li rapisce e li massacra. I ragazzi che scendono al chiosco sotto casa per un hamburger e vengono uccisi da una raffica di khalashnikov. Non siamo in Afghanistan o in Iraq, ma ad appena un'ora di aereo da Roma, nel libero, democratico e indipendente Kosovo. Nel paese martoriato dall'atroce guerra civile, la pulizia etnica contro i serbi non si è mai fermata. Si sono spenti invece i riflettori che la illuminarono, nove anni fa, con i bombardamenti Nato di Belgrado. Riaccenderli e scoprire cosa è diventato il paese dei monasteri, come vivono i serbi rimasti laggiù, è uno shoc violento. Le immagini e le testimonianze raccolte da Riccardo Iacona sono il risultato di un'inchiesta durata un anno («La guerra infinita, Kosovo», Raitre venerdì), battendo le strade, visitando le famiglie, leggendo documenti riservati, scoprendo l'intreccio tra nuova classe dirigente e criminalità organizzata. Sotto gli occhi della Nato. Quando in tv sfilavano le carovane di kosovari albanesi affondati nella neve, il telespettatore italiano veniva contemporaneamente immunizzato da ogni residua pietà per l'altra popolazione, i serbi cattivi di Milosevic e Karadzic, identificando i capi sanguinari con la popolazione. La coscienza democratica li seppellì definitivamente. Scoprire che, invece, sono i serbi, oggi, a vivere come in un campo di concentramento, bersaglio mobile appena osano mettere il naso fuori casa, ci interpella fastidiosamente. Erano 40 mila i serbi di Pristina, oggi sono 40, barricati, affamati. Ma non è abbastanza, bisogna distruggerne la storia, i monasteri (150 quelli distrutti da quando la Nato si è insediata da queste parti), rimpiazzati da centinaia di moschee. La pulizia etnica richiede potenza di mezzi e organizzazione, Iacona trova anche l'organigramma. Non solo in possesso degli archivi dei servizi segreti di Belgrado, parte in causa e dunque fonte non imparziale, ma confermato dagli stessi organismi delle Nazioni Unite che possiedono una mappa dettagliata, con nomi e cognomi dei componenti della struttura criminale (circa 800 ex combattenti dell'Uck), una forza militare segreta che porta direttamente al capo del Pdk, il partito di Hashim Thaqi, attuale primo ministro del Kosovo. Se ne stava occupando un giornalista albanese di Bota sot , un giornale vicino al partito del defunto leader Rugova. Prima hanno ammazzato lui, poi anche un professore di etnia albanese che il giornalista aveva intervistato: «Riuscì a salvarsi dai serbi, non è scampato agli albanesi», dice il vecchio padre. E quando la telecamera arriva a Decane, ai confini con il Montenegro e l'Albania, un piccolo paese dove ci sono i militari italiani del contingente Nato, siamo sotto le montagne dove passa l'80 per cento della droga dell'Afghanistan. Alberghi, banche, macchinoni anche se sono tutti disoccupati. Qui regna Ramush Haradinaj, ex Uck, poi primo ministro, processato all'Aja per crimini contro l'umanità. Tutti i testimoni contro di lui sono stati ammazzati e Haradinaj è stato assolto. Un poliziotto italiano, Antonio Evangelista, per molti anni distaccato in Kosovo, oggi capo della mobile di Asti e autore del libro «La torre dei crani», racconta la storia di Ramush, di come gli americani lo hanno sottratto alla polizia locale portandolo in Germania. L'inchiesta, (seconda puntata venerdì) solleva il velo rendendo di pubblico dominio una realtà sepolta dalla falsa coscienza. E' un esempio di quello che lo schermo nasconde quando ci inonda di notizie.

 

Miracolo di stato - Galapagos

Come per Alitalia è stata creata una «Bad company » che si è caricata di tutti i debiti della compagnia di bandiera, anche per le istituzioni finanziarie statunitensi oberate da bond spazzatura, sarà creata una «cattiva compagnia» che si metterà in pancia tutte le schifezze della banche. Il governo e la banca centrale Usa hanno finora messo a disposizione del sistema finanziario circa 600 miliardi di dollari per cercare di salvare i grandi della finanza. Ma non è stato sufficiente: i mercati finanziari tremavano. Ora arriva la soluzione finale: si punta su una « nuova» forma di intervento diretto dello stato. Inutile sottolineare che i costi dell'operazione ricadranno sui contribuenti statunitensi. Cos'è la degenerazione del mercato? Un solo esempio: la possibilità di vendere in borsa azioni che non si posseggono. Si chiamano «vendite allo scoperto»: hanno fatto la fortuna degli Hedge fund e non solo. Prosperano nei paesi «simbolo» del liberismo: Stati uniti, Gran Bretagna e Svizzera. Da ieri negli Usa sono state vietate e 24 ore prima un provvedimento analogo era stato preso dalle autorità britanniche mentre subito dopo la decisione della Sec anche in Svizzera sono state proibite. Le borse ieri erano euforiche: ma non è il divieto delle vendite allo scoperto a galvanizzarle, ma il piano simile all'Rtc del 1989 messo a punto dal presidente della Fed e dal ministro dell'economia. Rtc è un acronimo e significa. Resolutio n trust corporation . E' una cura miracolosa che dovrebbe liberare le banche dai crediti «tossici» provocati dalla crisi dei mutui subprime. L'Rtc di riferimento è quello del 1989: anche allora il sistema bancario Usa era traballante a causa della crisi della « Saving and loans », le casse di risparmio che, come oggi, si erano ingolfate di mutui praticamente inesigibili. Il risultato fu la nazionalizzazione di 747 casse di risparmio e la loro liquidazione che costò ai cittadini circa 370 miliardi di dollari. Risultato: il sistema finanziario fu rivitalizzato e messo in condizione di nuove scorribande: prima la bolla della «dot.com» e oggi quella dei subprime . Della possibilità di un nuova Resolution trust corp. si parlava da tempo e qualche traccia era comparsa anche sulla stampa italiana. Certo, è la negazione del laissez faire , del libero mercato. Ma quando è in gioco la sorte del capitalismo non si guarda tanto per il sottile e lo stato diventa protagonista non lesinando alla finanza quei capitali che se utilizzati in altri tempi per sostenere i bisogni sociali (la casa, su tutti, ma anche istruzione, sanità e pensioni) avrebbero impedito il gonfiarsi della bolla speculativa e il successivo scoppio. Per questo motivo è stato salvato (con 85 miliardi di dollari) il colosso assicurativo Aig. L'alibi: se fosse fallito, milioni di cittadini avrebbero perso la pensione. Privata, ovviamente. Il dramma - anche in Italia, purtroppo è che si è diffusa la convinzione che il sistema pensionistico privato sia migliore. Ma ora parecchi Fondi pensioni dovranno spiegare ai lavoratori perché hanno investito in obbligazioni emesse dalla Lehman Brothers che probabilmente valgono meno della carta sulle quali sono stampate. Negli Usa c'è una corsa dei candidati presidenti - Obama e McCain - ad appoggiare la « bad company » messa a punto da Paulson e da Bernanke che potrebbe comportare un esborso fino a 1000 miliardi di dollari. E il Congresso è pronto a dare il via libera in pochi giorni visto che le elezioni incombono. Ieri Obama ha dichiarato: «gli eventi degli ultimi giorni hanno chiarito che occorre un'azione decisiva e coraggiosa per ridare fiducia ai nostri mercati finanziari ed evitare un peggioramento della crisi economica, che potrebbe danneggiare i risparmi di una vita e il benessere di milioni di americani». «Change we need», sostiene lo slogan di Obama. Purtroppo il nuovo piano Rtc significa solo in parte il salvataggio del «benessere» di milioni di americani. e non contiene alcuna ipotesi di cambiamento, ma solo « ossigeno» per la conservazione del sistema. Obama. se vuole cambiare, dovrebbe studiare quello che fece Roosevelt per rilanciare l'economia - quella reale, con l'estensione del welfare - anche se l'obiettivo era la conservazione del sistema.

 

Liberazione – 20.9.08

 

«Altro che privilegiato. Vi spiego perché abbiamo detto di no»

Maurizio Mequio

Alcuni lo chiamano Capitan No, altri Capitan Coraggio: questa è la storia del rappresentante dei piloti Fabio Berti, presidente dell'Anpac. Più volte ospite del salotto "bene" di Porta a Porta , è stato attaccato duramente su Libero da uno dei più imprevedibili ospiti di Vespa: Vittorio Feltri. Una querelle mediatica, che disorienta e disinforma. L'accusa: Berti sarebbe un privilegiato, in realtà non gli si perdona di aver fatto saltare la trattativa. Tutto si svolge sullo sfondo di un dramma sociale, oltre che lavorativo: l'eterna crisi di Alitalia... E' assurdo. Certi attacchi non so a che servano. Una cosa è esprimere un'opinione critica nel merito delle trattative, un'altra parlare in questo modo della mia retribuzione. Feltri ha scritto che il mio stipendio ammonterebbe a 230 mila euro: è falso. Ho già mostrato il mio ultimo Cud con il reddito del 2007: ammonta a 115.814 euro. Come se tutto dipendesse dal solo costo del lavoro... Da cosa dipende allora? Il costo del lavoro di Alitalia Fly è del 18%, ovvero il più basso d'Europa. Certo, abbiamo un mercato più povero rispetto alle grandi compagnie, ma è facile capire che il problema non dipende dagli stipendi. I 13 milioni di euro per permessi e attività sindacali vanno annullati, o per lo meno diminuiti, su questo siamo d'accordo. Ma cosa dire delle perdite su Malpensa? O sui pagamenti ai gestori portuali, 5 volte superiori a quelli fatti da Air One? Stiamo parlando di diverse centinaia di milioni di euro... E tutti i privilegi dei piloti, che fine hanno fatto? Privilegi non ce ne sono più. Ora se dobbiamo fermarci a Venezia, andiamo sull'autostrada, a Mestre oppure a Padova. Ma di certo non in quei posti favolosi che qualcuno potrebbe immaginare. C'è chi dice che è un nostro privilegio anche mangiare, allora provino a mangiare quello che mangiano gli equipaggi, tutto rinsecchito e di qualità pessima. Anzi, a volte non abbiamo nemmeno il tempo per uno spuntino. Altro che 4 pasti al giorno, come ci è stato imputato. Hanno detto che utilizziamo le auto blu in aeroporto: sono dei Ford Transit e servono a garantire gli spostamenti del personale e la puntualità dei voli. Ogni vettura trasporta insieme 5, 6 persone. Le usiamo perché, a differenza di altre aziende, non abbiamo un parcheggio per i dipendenti all'aeroporto. E sottolineo che questo servizio, in gran parte ce lo paghiamo da noi. Infine le ore di volo: non è vero che il nostro contratto prevede poche ore di volo, anzi ci sono piloti che hanno raggiunto le 900 ore prima della fine dell'anno. Quanto guadagnano i suoi colleghi all'estero? Il nostro stipendio è inferiore al loro, con punte che vanno dal 25% al 40% in meno, a seconda delle figure e dall'anzianità. Tanto è vero che abbiamo fatto una proposta semplicissima alla Cai: «Prendete qualsiasi contratto in Europa e decurtatelo del 30%». Ma attenzione, non abbiamo mai detto di volere di più. Vogliamo mantenere lo stesso compenso e per farlo siamo disposti anche a aumentare il numero delle ore di volo. Su questo non avremmo problema. E' stato calcolato che il taglio proposto sarebbe recuperabile con un aumento di 75-80 ore. La Cai aveva proposto, invece, di integrare il nostro compenso con una percentuale sull'utile dell'azienda, circa 3 mila euro annui dal 2013. Per non parlare del "loro" contratto: prevedeva tutta una serie di norme confuse, dalla cancellazione dell'assistenza sanitaria, poi corretta, all'abbassamento del contributo previdenziale. Feltri, nel suo editoriale di venerdì, ha scritto che lei da anni non vola più, dedicandosi esclusivamente all'attività sindacale... Anche questo è falso. Sono un comandante di B777 e volo regolarmente tutti i mesi. Da sempre. Non ho mai interrotto l'attività, subisco controlli al simulatore ogni 6 mesi e sono stato anche istruttore e controllore. Come giudica l'atteggiamento della Cai? E' stata una trattativa anomala. Per la prima volta nella storia siamo stati tagliati fuori. Il contratto piloti è stato formulato in una pagina senza tener conto di Anpac e Up, alle quali fanno riferimento l'80% dei lavoratori di categoria. Quando siamo arrivati a Palazzo Chigi c'erano 2 documenti, uno di questi, quello più importante non lo avevamo mai ricevuto. Volevano un sì condizionato su qualcosa che non avevamo mai visto. Del resto Colaninno è stato chiaro. E' sua intenzione eliminare le associazioni professionali. Peccato che il sindacato piloti tedeschi gli abbia scritto una lettera, evidenziando che se avesse agito in tal verso, loro avrebbero reso impossibile qualsiasi accordo con Lufthansa per il prossimo futuro. Questa sua posizione ha creato reazioni durissime all'estero, perché equivarrebbe ad abbattere un sistema di tutela della sicurezza delle operazioni e dei passeggeri. Si è parlato di privilegi, di contratti, ma a quanto corrispondeva il numero di esuberi per i piloti? Abbiamo condiviso le linee strategiche del piano industriale, ma sul rapporto equipaggio-aeroplano non abbiamo avuto risposte. Sarebbero stati 1000 gli esuberi su 2100 piloti dell'Alitalia e 450 dell'Air One. Sarebbero andati in cassaintegrazione in 870, mentre 130 sarebbero stati esternalizzati sul Cargo. Il piano Cai prevedeva 153 aeroplani e 1550 piloti, quello Air France 137 aerei e 1600 piloti. Una differenza di 16 aeroplani e 50 piloti, come è possibile? Preferiva il vecchio piano Air France? Per Alitalia il futuro è legato a una confluenza internazionale. Il piano Air France era definitivo, quello di Cai transitorio. Il problema di Air France è stato che con i costi del carburante era diventato restrittivo. E ora... Ero ottimista, ora sono realista. Da parte nostra continueremo a dare il massimo per i passeggeri. La liquidità ridotta delle ultime ore è legata ai fornitori, avendo comunicato all'estero la bancarotta, tutti ora vogliono pagamenti anticipati. Si è discusso degli applausi di ieri dopo il ritiro dell'offerta, assicuro che i lavoratori non sono per nulla contenti di un'ipotesi fallimento, anzi sono molto preoccupati.

 

Conflitti di interesse e speculazione. La cordata che voleva salvare se stessa - Ugo Boghetta

E' fallita la proposta su Alitalia della cordata-porcata Berlusconi-Colannino. Verrebbe da dire: "Chi troppo vuole nulla stringe". Ma il volere tutto e subito, capovolto il '68, oggi è lo slogan dei capitalisti. La vicenda Alitalia non è dunque terminata e prima di affrontare le ipotesi future può essere utile e necessario fare una rapida cronistoria, enuclearne i nodi, esporre alcune tesi, avanzare qualche proposta. Come noto la cordata italiana viene annunciata da Berlusconi in piena campagna elettorale dopo aver fatto fallire la trattativa con Air France impostata da Prodi. Proposta mai concordata a livello di Unione. Per evidenti difficoltà la trattativa stenta a concludersi. Berlusconi con intuito fa proprio il senso dell'italianità necessaria ad una compagnia che deve essere al servizio del sistema paese. Senso non compreso e non tutelato nella trattativa dalla supponenza elitaria e liberista di Prodi e Bersani. Ma la proposta della Cai (era il vecchio nome della compagnia dei servizi segreti) riceve subito una bordata di critiche a partire dai nominativi della cordata medesima. In effetti già il nome di Colannino richiama il pastrocchio della Telecom che si è dipanato fino ai giorni nostri. Segue la presenza di cementificatori presenti nelle più importanti Grandi Opere Sbagliate. Seguono le concessioni autostradali. Autorevoli giornali altoborghesi prospettano ulteriori affari nel mega-business dell'Expo di Milano. Non mancano autorevoli conflitti d'interesse quali quelli di Benetton titolari della concessione di Fiumicino: l'aeroporto di riferimento di Alitalia con speculazioni fondiarie annesse. Lungo è l'elenco delle inchieste giudiziarie che in passato hanno interessato partecipanti alla cordata. Ma le critiche non si fermano qui. Il governo per favorire la cordata dichiara l'insolvenza di Alitalia, nomina Fantozzi commissario liquidatore e modifica la legge Marzano. Legge che, per consentire l'operazione, concede l'impunità a chi ha diretto e dirige l'Alitalia. Evidentemente fare il Presidente del Consiglio o l'Amministratore Delegato è inevitabilmente un agire per delinquere. Sull'estensione del "lodo Alfano" intervengono il PG della Corte dei Conti Furio Pasqualucci ed altri docenti universitari. Si narcotizzano inoltre le norme antitrust per consentire la fusione con AirOne. Il ministro Brunetta a tal proposito scrive che non ce n'era bisogno poiché la fusione non supera le norme europee. In effetti Air France, Lufthansa, British controllano oltre il 55% del traffico nazionale che deriverebbe dall'accorpamento delle due compagnie italiane. Se ha ragione Brunetta non si spiega tuttavia per quale motivo lo stesso Antitrust non molto tempo fa abbia eccepito in merito all'acquisizione di Volare da parte di Alitalia. Al contrario si comprende ora che l'Antitrust faceva parte della combutta che ha contrastato Az per favorire Airone ed altri. In terzo luogo il decreto non impone l'obbligo al mantenimento dei servizi di Az Service verso Cai. La "compagnia buona" nasceva senza vincolo pregressi: rapporti di lavoro compresi. Non meno rilevante è stata la critica riguardo ad altri aspetti in rapporto con la precedente proposta di Air France (AF). Brigantini e Dragoni, sul Corriere della Sera mettono a confronto le proposte AF e Cai. La prima proponeva 300 milioni per le azioni contro 0 della Cai. Evidenziano inoltre che i costi a carico dello Stato erano nettamente inferiori e che, essendo l'italianità una presenza temporanea, rendeva insensato il tutto. In effetti l'impossibilità di cedere azioni per cinque anni poteva essere aggirata con operazioni finanziarie. Ma anche altri raffronti con la proposta francese non reggevano. Cai proponeva una flotta di 137 aerei ma Az ha 173 aerei cui si aggiungono i 60 di Airone. Analoga era la proposta di AF ma senza Airone. Le destinazioni erano 65 contro le 87 di AF. Ma anche con AF non si andava in India, si tagliava Los Angeles e parte di New York. Ci si chiedeva a che serviva inglobare Airone. Serviva! Serviva! Airone avrebbe ceduto rami aziendali per 300 milioni: lo stesso valore di Az. Come poteva essere possibile questa uguale valutazione quando Az ha per il mondo slots privilegiati, possiede 109 aerei in proprietà contro i zero di Airone? La compagnia privata inoltre, a proposito di produttività, ha un'occupazione posto di 56.8 per aereo: il più basso d'Europa, contro i 68.2 di Az. Airone inoltre aveva maturato nel 2007 32 milioni di debiti. Il piano Fenice avrebbe però liquidato Toto, padrone di Airone acquisendo i suoi aerei in leasing. Da qualche parte Banca Intesa, creatrice del piano, certamente recuperava i crediti che si dice vantava nei confronti di AirOne. Da qui le incongruenze nelle valutazioni sul valore dell'azienda. La stessa questione delicata dell'occupazione è stata una telenovela: i numeri comparivano e scomparivano. I precari (di lungo corso: oltre 9 anni!) invece non comparivano mai. Del resto i soldi per pagare Cigs e mobilità non c'erano per tutti. Così appariva una presa in giro la ricollocazione in altre aziende delle migliaia di "esuberi" viste le esperienze, proprio a Fiumicino, di poche decine di lavoratori tenuti in ballo per anni dopo il fallimento di aziende dell'aeroporto. La proposta AF contava circa 5mila esuberi contro i 7/9 mila di Cai. Ma le schifezze non finiscono qui. E' stata indicata la Banca Leonardo per la valutazione di quanto si vendeva a Cai. Ma nella banca in questione ci sono soci Cai: Benetton, ecc. ecc. Ma non si accontentavano di guadagnarci. Volevano lucrarci. Come si spiega infatti l'attacco ai contratti quando quelli di Az (e Airone) sono già bassi ed i lavoratori al limite dell'impegno consentito dalle leggi sulla sicurezza?! La risposta l'hanno data i Fondi Comuni, Equinox e Clessidra (questi ultimi in Adr) partecipanti all'affare che avevano ipotizzato un rendimento dei loro investimenti del 20/25%. E' dunque la speculazione finanziaria il senso della cordata-porcata. Per altro ciò avviene quando nel mondo proprio in queste settimane si susseguono fallimenti legati alla speculazione finanziaria. Tralascio in questa sede la relazione fra quanto accadeva sui tavoli di trattativa AZ/AirOne e la controriforma dei contratti. Ma la vicenda dice chiaramente che si mira ad un altro attacco ai salari, alle condizioni di lavoro, al sindacato cercando di trasformarlo in "complice". Forse anche dalla vicenda in questione la signora Marcegaglia si sarà accorta che non è un risultato elettorale a mettere la parola fine alla lotta di classe. Per il resto la giusta invocazione dell'italianità si è palesata nella cialtroneria corrotta delle classi dirigenti italiote. Ma attenzione anche alla comunicazione. Si parla sempre di salvataggio di Alitalia ma non di AirOne. Si vuole veicolare il solito messaggio del pubblico che non funziona. In realtà il tutto dimostra come sia fallita la liberalizzazione. Si è infatti operato scientemente per mettere in mille modi in difficoltà Az per favore Airone. Il risultato sono due compagnie nane e rattrappite. Per altro verso si cerca di nascondere anche l'ignavia della classe politica tutta. Fallito dieci anni fa l'accordo con Klm, tutto il resto è stato solo un attendere, un appellarsi al mercato, il preparare Az alla vendita/svendita. In questo senso andava la divisione della compagnia in Az fly e Az service operata da Berlusconi e condivisa dal PD. Questo richiamo al fantomatico mercato è stata in effetti una caratteristica dell'impostazione del PD. Per Bersani è addirittura di sinistra. Purtroppo per lui nella scuola quadri del PD tenutasi recentemente a Siena, l'economista francese Fitoussi ha affermato che nel caso di Alitalia parlare di mercato non ha senso. La questione riguarda la politica del sistema paese: Francia docet. Paradossalmente invece ci troviamo dinnanzi all"IRI" di Benetton: stazioni, autostrade, aeroporti ecc. Mancava appunto una compagnia aerea. La nuova proposta dunque non può che partire dall'esclusione degli speculatori, ma anche uscendo da logiche mercantiliste. L'italianità deve essere garantita dalla presenza pubblica. L'ambito di riflessione e proposta non può che riguardare il sistema paese, il trasporto aereo italiano: lo Stato, le Regioni, le compagnie, gli enti locali che sovvenzionano le low cost per 400 milioni. Le concessioni aeroportuali andrebbero riviste perché fonti di speculazioni e precarietà. Gli stessi aeroporti forse andrebbero inseriti, parimenti come il Prc ha proposto a Roma ed ora il Presidente Marrazzo intende realizzare, in distretti di servizi e produzione per dare qualità ai servizi, alle produzioni, qualità e stabilità al lavoro: indotto compreso.

 

"Bologna città libera" anche da Cofferati - Benedetta Aledda

Bologna - Sono pronti a fare una campagna elettorale lunga come una gravidanza. Non sembrano avere fretta di indicare il nome del loro candidato sindaco per Bologna, ma una cosa è certa, dovrà essere alternativo a Sergio Cofferati. Nei prossimi nove mesi vogliono sperimentare cento sindaci, per dimostrare che si può amministrare meglio di come è stato fatto negli ultimi tre mandati, tanto dal centro-sinistra quanto dal centro-destra. Franco Berardi, insegnante - Bifo per chi lo ha conosciuto nella Bologna dei movimenti dal '68 in poi -, e Valerio Monteventi, giornalista e consigliere comunale eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione, non vogliono presentare una lista civica ma verificare se la loro proposta per "Bologna città libera" interessi ai cittadini. Dopo due assemblee pubbliche a giugno, a cui ha partecipato ogni volta un centinaio di persone, hanno deciso di continuare. Invitano a un nuovo incontro il 23 settembre, alle ore 21 nella sala del quartiere Santo Stefano, per lanciare la lista e raccogliere adesioni. Poi il 4 ottobre si aprirà un seminario per mettere a punto i progetti raccolti. «Faremo un social network, come Obama alle primarie», spiega Monteventi. «Quest'estate abbiamo lavorato con esperti di questioni ambientali, psicoterapeutiche, sociali», racconta Bifo, «e un certo numero di progetti è già presentabile». Tra questi, un servizio pubblico di risciò da affiancare a taxi non inquinanti. In campagna elettorale l'Ufficio di diffusione della Bellezza distribuirà sporte di materiale riciclabile con la scritta «Io non sono una busta di plastica», per eliminare definitivamente questi oggetti che sporcano il mondo e rendono brutta la città. C'è anche un progetto di «protezione dello spazio visuale dall'inquinamento pubblicitario». Affittare spazi pubblicitari dovrà costare di più e il ricavato sarà usato per finanziare la ricerca e l'arte. Il cemento di troppo va eliminato per restituire la terra agli orti, rafforzando le pratiche di bioagricoltura che esistono in città. L'amministrazione dovrebbe assegnare in gestione a cooperative giovanili e sociali i fondi agricoli che possiede perché siano convertiti alle produzioni biologiche destinate alla vendita diretta. Ci sarà anche una campagna d'informazione rivolta a chi non sa di poter votare. «A Bologna ci sono 5.500 residenti che ne hanno diritto», spiega Monteventi. Sono cittadini comunitari che per entrare ai seggi devono solo iscriversi alle liste elettorali; a loro verrà distribuita la domanda che devono compilare per rendere attivo un diritto che molti non sanno di avere. Poi ci sono i lavoratori e gli studenti fuorisede, in tutto 100 mila persone. A loro sarà diretta la campagna «Ora e sempre residenza», un invito a uscire alla luce che servirà anche a «combattere gli affitti in nero», chiarisce Monteventi. «Vogliamo ribaltare la cosiddetta questione sicurezza», aggiunge Bifo, «promuovendo la comprensione reciproca», a cominciare da corsi di lingua italiana, che il comune dovrà mettere a disposizione in una nuova «scuola di integrazione culturale», fino a esperienze di co-housing per anziani e badanti con famiglia. «Vogliamo presentarci in modo diverso rispetto a come fanno i partiti», così il consigliere comunale indipendente spiega il senso della lista dei cento sindaci, «per questo non ci interessano le primarie, né di partito né di coalizione. Non partiamo dal lamento sull'agonia della sinistra che non riesce a trovare uno sbocco», chiarisce, e conclude: «vogliamo scompaginare la geografia politica cittadina». A «Bologna città libera» guarda con simpatia la federazione provinciale di Rifondazione, che ha scelto comunque di presentarsi alle elezioni col proprio simbolo. Per il segretario Tiziano Loreti, che andrà all'assemblea del 23, sarà sul programma e sul candidato sindaco «da contrapporre a Cofferati» che le liste, dei partiti e della società civile, potranno collegarsi. «Bene che voti chi abita in città», dice Loreti della proposta Bifo-Monteventi e apprezza l'idea di un assessorato della notte, avanzata da un gruppo di lavoratori trentenni che non si arrende all'idea di vivere nella «capitale del coprifuoco notturno» e vuole studiare interventi alternativi alle ordinanze antialcol per comunicare anche a chi fa le ore piccole che "Dolce è la notte".

 

«Ripartiamo dai No al Trattato Ue» - Checchino Antonini

Malmö - «Dieci anni fa non c'erano questa abitudine all'incontro, questo reticolo consolidato di relazioni, questa dimensione plurale. Solo nei partiti molto "internazionalizzati" c'era chi conosceva persone e situazioni di altri paesi. Tornare indietro è impossibile». L'evoluzione della crisi in Alitalia ha interrotto bruscamente la partecipazione Paolo Ferrero al Sociale forum europeo in corso in Svezia fino a domani. Ieri mattina, il segretario di Rifondazione comunista ha avuto un breve incontro con la delegazione del Prc nel teatro che ospita lo stand di Transform e della Sinistra europea. L'elemento di novitá - Ferrero ha attraversato quasi tutti gli eventi altermondialisti, da Genova a Firenze, Praga, Parigi, Londra - gli è parso di coglierlo nella presenza massiccia del sindacato e nell'attenzione ai temi del lavoro. «Mi pare che nei dibattiti si ponga di più il problema del fare, del coordinamento tra reti, una maggiore attenzione alla progettazione. Questa urgenza si rivela nettamente confrontando Europa e Sudamerica, luoghi centrali nella genesi dei fori sociali. Se nell'America Latina quei temi sono entrati dalla porta principale nell'agenda della politica, in Europa la dinamica è stata opposta anche quando al governo c'è il centrosinistra». Come è potuto accadere? Esperienze come quella italiana sono fallite per via dei rapporti di forza sfavorevoli con la sinistra moderata, ma anche per la debolezza strutturale del movimento, per alcuni elementi di opportunismo, per il ruolo del sindacato confederale che, in maggioranza, ha assunto una posizione concertativa. Ma è un motivo che sta sopra tutti: le politiche liberiste incorporate, da Maastricht in poi, nelle istituzioni europee - la Bce è peggio della Federal reserve - determinano una sostanziale cappa. La strutturazione concreta del potere raccoglie in Europa il peggio del neoliberismo costituendo un'inerzialitá pazzesca. Per questo sono molto positivi i No francesi e irlandesi al Trattato ma quella cappa resta un elemento strutturale. Al seminario sulla crisi della sinistra con spagnoli, francesi, catalani, greci, cui hai preso parte, è emerso questo dato? Ho trovato consapevolezza sulla fase nuova determinata dalla crisi del neoliberismo, meno invece sulla questione del governo finché c'è quella cappa e questi rapporti di forza. O la sinistra mette in discussione quella cappa o, se la questione sociale appare insolubile, il rischio è che si affermino i populismi di destra. Peró c'è anche piú attenzione ai nessi, ai rapporti tra soggetti, non ci sono piú partiti che pensano di rappresentare tutti. Ora c'è bisogno di iniziative articolate ma che abbiano un livello europeo perché, con quel coperchio, sul piano nazionale i margini sono assolutamente ristretti. Questa è la differenza con l'America Latina: lí il Nafta è saltato. Tornando al caso italiano, credi sia necessario approfondire le cause del fallito rapporto tra movimenti e politica? Quando siamo stati al governo s'è ridotta la conflittualitá sociale, e si sono ridotte le sedi di confronto. Il 9 giugno del 2007 (il No Bush Day, i partiti scelsero di non marciare con i movimenti e piazza del Popolo fu un flop, ndr) è l'emblema di quel fallimento. L'autocritica é obbligatoria e l'elemento di ripensamento che abbiamo introdotto è la condizione per la ripresa di costruzione dei movimenti.

 

La Stampa – 20.9.08

 

"Serve una super-Authority" - FRANCESCO MANACORDA

MILANO - Professore, le autorità Usa inondano il sistema con miliardi di dollari per arginare la crisi e salvare grandi nomi della finanza che rischiano il fallimento. E’ il funerale del mercato? «Non so se il mercato è davvero morto. Probabilmente lo rivedremo, ma sarà del tutto diverso. Già adesso i suoi protagonisti sono cambiati, sono i governi e la banche centrali». Guido Rossi ha appena cominciato a parlare e - potenza dei simboli - su uno scaffale cade rumoroso lo spesso volume intitolato «L’enforcement nei mercati finanziari». Crollano i mercati e crolleranno anche le autorità finanziarie che non hanno saputo o voluto vigilare? «Questa non è la crisi del ‘29 come spesso si è detto a sproposito. A differenza di allora, quando la Federal Reserve non fece nulla, adesso autorità monetarie e di governo - negli Usa, ma anche in Russia e in Europa - stanno gettando liquidità sul mercato. Certo però che le autorità di vigilanza - come ha spiegato anche la Camera dei Lords a Londra nel caso Northern Rock - non hanno saputo fare il loro lavoro». Le conseguenze? «Che con l’intervento pubblico i nuovi azionisti delle grandi istituzioni finanziarie stanno diventando, loro malgrado, i contribuenti. Specie quelli americani. Certo, gli Usa potranno esportare un po’ di debito pubblico, ma il grosso del conto lo pagheranno i loro cittadini». Un’ondata di nazionalizzazioni forzate, insomma. «Che il capitalismo si stia paradossalmente trasformando in socialismo non lo dico mica io. Legga il Financial Times, giornale non propriamente marxista: “Si è finanziarizzato il capitalismo e adesso si socializza la finanza”. Più chiaro di così!» Se gli interventi di queste ore scongiureranno una crisi più grave quale scenario si apre? «Certamente ci sarà la necessità di un’autorità finanziaria indipendente e sovrannazionale, che sia in grado di occuparsi di mercati ormai globali dove la fantasia non conosce limiti. Noi siamo spaventati dalla crisi dei subprime. Ma che cosa pensare dei cosiddetti “credit default swaps” gli strumenti derivati che scommettono sul fallimento di aziende o interi Stati? George Soros calcola che ne circolino per 45 trilioni di dollari, ma potrebbero essere di più. Ci sono addirittura amministrazioni comunali italiane che hanno scommesso sull’insolvenza della Repubblica». L’idea di un’autorità finanziaria internazionale per lei non è nuova. Ne ha parlato anche nel suo ultimo libro, «Il mercato d’azzardo». Ma è fattibile? «Quello che serve a un’autorità è l’enforcement, la capacità di applicare le regole. E noi in Europa partiamo avvantaggiati. Abbiamo già il tribunale di primo grado e la Corte di giustizia delle comunità europee che si occupano anche di antitrust. Non sarebbe difficile allargare la loro giurisdizione anche ai mercati finanziari. Quando è stato firmato il Trattato di Roma il problema era rompere i monopoli. Non vedo perché adesso, quando il problema è la crisi finanziaria, la finanza non possa essere controllata dalle autorità europee». E sul fronte dell’economia reale che cosa potrebbe succedere? «Per ora mi pare che quella tenga. Ma le leggo quello che John Maynard Keynes scriveva il 30 dicembre del ‘33 al presidente americano Franklin Delano Roosevelt: “Durante un rallentamento la spesa pubblica è il solo mezzo sicuro di ottenere rapidamente una produzione crescente a prezzi crescenti. Questo è il motivo per cui una guerra ha sempre portato intensa attività industriale». Scusi, ci sta dicendo di prepararci a una guerra degli Usa? «No, su questo non vorrei proprio fare la Cassandra, anche se di guerre in questi ultimi tempi ne abbiamo già viste e le attuali tensioni con la Russia non promettono nulla di buono. Diciamo che, complice anche questa situazione dei mercati, bisogna vigilare e non dare per scontata la pace». Lei cita Keynes. Anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, intervistato dal Corriere della Sera, si appella al sempreverde John Maynard. Fra lei e Tremonti, ormai, c’è una sospetta coincidenza di toni... «La lezione di Keynes vale ancora. Ma era uno studioso e per l’appunto studiava. I politici devono agire e non solo riferirsi alle teorie. Tocca a loro trovare gli strumenti che servono oggi, diversi di certo da quelli che si potevano adottare negli Anni ‘30. Insomma, a Tremonti consiglio: meno Keynes e più Roosevelt». Più regole, dice lei da anni. Ma troppe regole rischiano di soffocare mercato e competizione, avvertono accademici autorevoli come Mario Monti o Alberto Alesina. «Questi atteggiamenti fideistici mi sembrano estremamente pericolosi; soprattutto quando proprio in nome dei mercati senza controlli si rischia la catastrofe». Dal globale al locale. Solo una parola: Alitalia. «E’ la dimostrazione che anche da noi sono i cittadini a pagare di tasca loro malgrado i conti delle aziende». Un altro fallimento del mercato? «Da tempo immemorabile, con l’aggravante che lo Stato era ed è l’azionista di maggioranza. Avrebbero dovuto venderla anni fa a una compagnia straniera o lasciarla fallire». La cordata italiana non pare farcela... «Parlare di italianità in una fase di globalizzazione è una sciocchezza assoluta». L’esito che vede probabile? «Ormai mi pare che resti solo il fallimento. Quello sì che sarebbe un’affermazione del mercato».

 

E in volo esplode la rabbia. "Meritano di andare a casa"

PIERANGELO SAPEGNO

ROMA - L’8 settembre dell’Alitalia potrebbe anche sembrare un giorno come un altro, se non fosse che per tre volte l’abbiamo sentita urlare dai passeggeri la maledizione che segna questo confine della disperazione. «Dovete fallire», sputavano. E’ bastato un ritardo di 20 minuti. Ma una volta l’abbiamo sentito solo perché l’aereo per Torino delle 14,50 non ha aspettato due ritardatari. E’ lì che uno s’accorge che l’8 settembre è la nostra data, quella che ci fa più uguali degli altri, il giorno dei nostri difetti e delle nostre paure, vittime e carnefici di noi stessi. In fondo, l’assistente Arianna, brunetta, così esile e così timida, stava davanti a questa lunga fila di sportelli completamente vuoti dei check-in del terminal A di Fiumicino, e faceva occhi soavi per sottolineare che lei oggi aveva «una gran fiducia nel futuro. Non so perché. Il clima è cambiato, lo sento». Mentre Simone Mattioli riceveva i giornalisti dietro un cartello che urlava «Me ne infischio dell’italianità. Vive la France», ed era lì a scrinarsi i capelli con uno strano sorriso: «Ce devono rasa’ se vogliono il fallimento. Devono veni’ qui con l’esercito». Loro sono tutti scesi a lavorare, come l’assistente di volo Cesare Albanese e il pilota Giovanni Montagner, come Antonio Di Vietro e gli altri, ma è uno strano giorno questo, senza tanta gente, senza code agli sportelli, senza gli aerei pieni. Perché non c’è nessuno all’8 settembre dell’Alitalia. Sono tutti scappati. Tutti a casa. Lo si capisce già dal mattino presto, senza luce e senza sonno, ore 6,45 all’aeroporto di Torino, volo per Roma, AZ1412: 25 passeggeri soltanto, su 153 o 160 posti. Quello dopo per Napoli è cancellato. L’altro per Roma, delle 7 e 10, AZ1414 ha 36 passeggeri. Alle 7,40, volo AZ1410, sempre per Roma, sono pochi di più: 51. Mentre Air One più o meno agli stessi orari fa quasi il pieno, con 120 passeggeri ogni volta, come spiega l’addetto di scalo Gianluca Buccheri: «E’ da una settimana circa che si sono invertiti i numeri. Oggi pomeriggio tutti i nostri voli da Roma non hanno neanche un buco libero». Andar giù su Alitalia, però, è una pacchia. Il sedile del 18C è sporco da far schifo, con una bella macchia d’unto in pieno centro, e se fai tanto di dimenticare un attimo i cioccolatini non li ritrovi più, ma l’aereo è così puntuale che arriva 15 minuti prima a Fiumicino, e Alba Fisarotti e le sue assistenti di volo hanno sempre un sorriso per quei pochi cristi che gli hanno dato fiducia. Perché questo strano e incredibile 8 settembre lascia un pubblico diviso, incerto sul suo destino molto più di quanto non lo siano gli stessi lavoratori dell’Alitalia. C’è la signora di Milano che risponde timorosa dicendo che lei il biglietto l’ha preso anche con il ritorno fra una settimana, perché le sembra impossibile che possa fallire, non riesce a crederci. Valérie Dupont, della televisione svizzera, è lì che gira da una biglietteria a un check-in e finisce per ricevere sempre le stesse risposte, quasi assurde e quasi tenere, di gente che parla a testa bassa, tristemente fiduciosa, perché come nell’8 settembre del lontanissimo 1943 può succedere di tutto, come in effetti sta per accadere anche adesso, e nessuno ci capirà più niente. Bisogna andare nelle altre biglietterie, piene di gente, ascoltare Daniela, di Bologna, che spiega che a lei non gliene frega niente: «Sono cafoni. Maleducati. Spocchiosi. Non riescono proprio a essere gentili. Sicuramente nelle altre compagnie italiane non è così. Io è da un po’ che volo Air One e sto molto meglio». O Ernesto, di Vicenza: «Io ho cominciato a votare Lega volando con Alitalia: tutta quella cialtroneria romana da raccomandati del Palazzo la trovavo insopportabile. Il mio voto è andato e venuto. Ma Alitalia no, è sempre rimasta la stessa». Così ti accorgi che in questo gran macello dell’8 settembre c’è qualcosa che da dentro non vedono e continuano a non vedere, un patrimonio dilapidato, perduto negli anni, e anche se l’addetto alla operatività di Fiumicino Simone Mattioli ha tutte le ragioni quando dice che «i lavoratori stanno con i lavoratori, e quella di oggi è una liberazione, perché toglietevi dalla testa che quelli là volevano salvarci», alla fine è il mondo capovolto quello che ti resta nelle mani. Sarà un giorno come gli altri, a Fiumicino, anche se non ci crediamo. L’altoparlante dice: «Alitalia volo 3944 per Milano. Imbarco immediato. Uscita...». Così. Oppure: «Alitalia volo 1753 in paaa... no». Su un aereo troppo vecchio la condensa fa piovere acqua in testa a un passeggero, su un altro il posto 6C è tutto strappato, e su un altro ancora, come racconta Ines («ma è mica matto? Non metta il mio nome»: oggi si va tutti a casa, è l’8 settembre), non avevano tolto nemmeno le briciole per terra. Solo Valérie Dupont non riesce a capire: «Swissair è fallita. La Sabena è fallita. Succede, nel mondo della concorrenza». Lo chiede anche a Iles Braghetto, parlamentare europeo dell’Udc, che sta aspettando il volo Alitalia per Bologna: «Questo è un dramma. Ma dobbiamo imparare anche noi a stare alle regole». Tutto e il contrario di tutto. E’ proprio l’8 settembre. Facciamo in fretta, ragazzi.

 

“Ora voglio i miei figli” – Flavia Amabile

Mercoledì davanti al Tribunale dei Minori di Roma è entrato nel vivo il processo contro Alessandro Veggian, un padre accusato di pedofilia nei confronti dei suoi quattro figli. Entrare nel vivo significa che a quattro anni dalla denuncia per la prima volta quest’uomo che sostiene di essere innocente ha potuto difendersi in modo ufficiale. Ma i testimoni dell'accusa non si sono presentati senza alcun motivo e si corre il rischio di rallentare ulteriormente una vicenda già di per sé abbastanza dilatata nei tempi. Non è chiaro, infatti, quando si arriverà alla sentenza, probabilmente non prima del 2010. Né é chiaro quando Alessandro Veggian rivedrà i suoi figli: i carabinieri glieli portarono via un lontano giorno dell’agosto 2002, e da allora li ha incontrati una volta, per quaranta minuti davanti a uno psicologo e alcuni consulenti. Dopo sei anni di denunce, reclami, accuse respinte adesso Alessandro minaccia di uccidersi se non riuscirà a riaverli con sé. Quella di Alessandro Veggian è una storia, una delle tante che affollano i tribunali per i minorenni d’Italia. «La durata media di un processo in materia di pedofilia è di 6 o 7 anni», conferma Giovanni Arena, presidente di Telefono Arcobaleno. «Durata che sale di molto se vogliamo considerare tutti i gradi di giudizio. In molti casi la vicenda finisce in prescrizione». La storia inizia nell’agosto 2002: Alessandro Veggian racconterà agli inquirenti di essere stufo di tornare a casa e trovare che la moglie si disinteressa dei figli e probabilmente lo tradisce anche. Chiama i carabinieri. I quattro bambini vengono affidati alla nonna, la madre di Alessandro: allora il più grande ha 6 anni e la più piccola 3. Restano con lei per poco più di un mese, poi vengono affidati ad altre famiglie. Il Tribunale non segue le indicazioni previste dalla legge: non sente gli altri familiari dei minori entro il quarto grado per capire se è possibile affidarli a loro e farli rimanere all’interno del nucleo di origine. Nè convoca i genitori. Dal punto di vista dei giudici che si stanno occupando del caso, i bambini sono stati «abbandonati». La madre si è defilata per conto suo e il padre è «inadeguato» a occuparsi dei figli. Vengono scelte le nuove famiglie: tutte diverse tranne per le due sorelle gemelle, Clara e Valeria (nomi di fantasia) che hanno poco più di 4 anni: a loro toccano dei genitori adottivi nello stesso paese del padre, Castelnuovo di Porto. Agli altri due, Daniele e Anna, due famiglie in un paese a 3-4 chilometri di distanza. Ad Anna, che ha 3 anni, tocca una famiglia con un ragazzo che soffre di un grave handicap mentale. A quel punto, Alessandro Veggian non è ancora accusato di pedofilia ma non ha comunque alcun diritto di rivedere i figli, e a nulla varranno le sue richieste. Avrebbe potuto incontrarli nelle settimane immediatamente successive all’allontanamento. «Ma si è fidato di quello che gli diceva un’assistente dei Servizi Sociali, che non poteva. La relazione in cui erano illustrati i suoi diritti è arrivata solo tre mesi dopo e a quel punto era troppo tardi», racconta Alessandra Balata il suo avvocato. Siamo nel 2003.  Alessandro non ha più la patria potestà, l’assistente sociale lo ha considerato «inadeguato». Arriva un’accusa di molestie da parte della moglie. Si difende, viene assolto mentre sarà la moglie sulla base di alcuni test a essere considerata non del tutto sana di mente. Supera anche la perizia del consulente Stefano Ferracuti: sostenuto dalla famiglia - afferma Ferracuti - Alessandro può occuparsi dei figli. La perizia del consulente resta ferma. Arriva la seconda accusa: pedofilia, ha commesso abusi sui suoi figli. Nel giugno 2004 il Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato presenta una relazione: i bambini denunciano violenze. Non è ancora chiaro da parte di chi. Inizia l’iter della raccolta delle prove. I bambini vengono interrogati più volte dagli psicologi del tribunale, alla fine si farà un incidente probatorio. Nel 2005 l’accusa viene formalizzata contro di lui. I filmati degli interrogatori sono agli atti: i bambini raccontano molte cose ma con una certa confusione. Gli psicologi fanno domande accompagnate da frasi quali «se non me lo dici oggi, domani non puoi partire per il mare». La parola «neccuno» pronunciata dalla bimba più piccola si trasforma in «nel cu...». Daniele, il più grande, racconta di «cinquanta negretti» che «ogni quarto d’ora» salgono su un palco allestito con sassi, stecche ed assi e fanno l’amore con le loro fidanzate. Il tutto nel garage di casa, grande a malapena per un’auto di medie dimensioni. Oppure Daniele racconta di essere stato messo in lavatrice e mostra una cicatrice su un ginocchio raccontando una volta di essersi ferito con dei sassi e un’altra con delle forbici. A questo punto Alessandro Veggian è esasperato. «O riesco ad avere i miei figli o mi ammazzo», ripete a tutti. Ha impugnato il decreto di adottabilità che ha portato i quattro bambini a vivere in altre famiglie. Intende lottare in tribunale per l’udienza penale. Nel frattempo i figli da sei anni chiamano papà un’altra persona, e chissà se le loro strade sono ancora destinate a reincontrarsi.

 

Repubblica – 20.9.08

 

Il valore di quelle vite - GIUSEPPE D'AVANZO

C'è, tra i Casalesi, una banda di latitanti. Non più di sei o sette. In armi e cocainomani persi. C'è un boss (Francesco Bidognetti) che, in galera, potrebbe presto saltare il fosso e "cantare". "Pentito". Le sue incertezze gli fanno cadere la corona dal capo. Il territorio appare libero da ogni influenza (il boss l'ha perduta con i suoi tentennamenti) e i latitanti vogliono prenderselo per loro fin negli angoli, spremerlo fino all'ultimo euro. Dalla primavera, gli assassini vanno in giro sparando e ammazzando e distruggendo per far sapere chi comanda, ora. In quattro mesi, hanno ucciso il padre di un "pentito"; ammazzato un imprenditore che si era rifiutato di pagare il pizzo (Domenico Noviello) e un altro che si preparava a testimoniare (Michele Orsi); hanno devastato con il fuoco la fabbrica di un terzo restio a piegarsi; hanno mancato per un pelo la nipote della compagna del "pentito" (Anna Carrino). Nelle ultime due settimane, non c'è stato in quell'angolo di Italia, lungo la via Domiziana, tra le province di Napoli e Caserta, una fabbrica, un'impresa, una bottega di qualche pregio che non abbia ricevuto la sua dose di raffiche di mitraglietta 7.62. Ora, nella notte di San Gennaro, la strage degli africani dinanzi alla sartoria "Ob Ob exotic fashions" di Castelvolturno. Dicono, per punire uno o due spacciatori che non pagavano o che non era stati autorizzati a spacciare. Per gli assassini un nero vale un altro. E per fare un morto, sparando alla cieca 84 bossoli di 9×21 e 7.62, ne hanno lasciato a terra sei, venuti in Italia dal Ghana, dal Togo, dalla Liberia. Le vittime innocenti si raccoglievano davanti a quella piccola fabbrica-sartoria, alla fine della giornata di digiuno per il Ramadan, per consumare insieme l'unico pasto. È stata questa la sola colpa. Erano al posto sbagliato con un amico sbagliato. Erano uomini che lavoravano duramente per pochi euro all'ora, pregavano e rispettavano il loro dio, se ne stavano tra di loro. Sono stati condannati dal colore della loro pelle e dalla convinzione della Camorra che i neri sono non-uomini, buoni per essere "cavalli" del traffico di stupefacenti, raccoglitori di pomodori per qualche euro l'ora, operai edili nei cantieri del Nord riforniti dal calcestruzzo dei Casalesi, il loro grande affare alla luce del sole. Non è stato sempre così, da quelle parti. Come racconta Roberto Saviano, c'è stato un tempo che la gente della costa domizia "non era crudele con gli africani, non li guardava con nausea. Anzi". C'è stato un tempo che bianchi e neri lavoravano insieme, festeggiavano insieme, in qualche caso si sposavano anche e le ragazze nere erano ben accolte in casa come babysitter. "Col tempo però ? ricorda Saviano ? i potenti, i veri potenti, hanno diffuso un senso di paura, una diffidenza, una separazione imposta. Se proprio devono esserci contatti che siano minimi, che siano superficiali, che siano momentanei. Poi ognuno per sé ed il danaro solo per loro, i potenti". Il comando dei Casalesi ha precipitato i neri in un mondo a parte di baracche, di stenti, di esclusione, sopraffazione, sfruttamento. E ora anche di morte. Una morte così ingiusta e insensata da essere intollerabile anche per chi, emigrato dall'Africa, ha perso ogni speranza di poter essere trattato con la dignità che si deve a un essere umano. È questa intollerabilità che ha provocato le violenze di ieri, quelle ore di devastazioni e rabbia pazza scatenata da un paio di centinaia di uomini, sordi al grido "Basta!" dei loro connazionali. Quel che accade lungo la costa domizia è una vendetta della realtà contro le semplificazioni del format di governo che ? come scriveva qualche giorno fa Edmondo Berselli ? non descrive nulla della società contemporanea. È la rivincita del mondo reale sul posticcio affresco italiano diffuso da ministri, a quanto pare, popolarissimi. È "cronaca" che liquida in poche ore e per intero la logica, i paradigmi, si può dire l'universo mentale che sostiene, nella nuova stagione, le politiche pubbliche della sicurezza e dell'immigrazione. La realtà ci racconta che il nero ? l'altro ? non è il nemico: è la vittima innocente. La "cronaca" ci dice, con un'evidenza cruda, quale sia il valore, il niente in cui è tenuta in considerazione la vita di un nero (in un disprezzo moltiplicato nella Campania criminale, dopo il pestaggio mortale di Abdul a Milano). Nel mondo reale di Castelvolturno l'aggressore, il criminale, l'assassino non è l'immigrato ma l'italiano. E un tipo di italiano e di italianità diffusa nel Mezzogiorno, organizzata in Mafia, capace di tenere il potere dello Stato in un cantuccio, di governare il territorio, di succhiarne le risorse pubbliche e private, di decidere della vita e della morte degli altri, di ridurre gli altri, se neri, in uno stato di schiavitù, di non-umanità, dopo aver avvilito a sudditi i cittadini italiani. Nell'arco di una mezza giornata vengono alla luce, nella loro essenzialità, l'inconsistenza e i trucchi, il furbo conformismo di una politica che sa soltanto eccitare e inseguire le paure, gli egoismi e furbizie di italiani confusi e smarriti. Gli italiani vogliono prostitute, ma non vederle sotto casa: il governo le punisce e le nasconde senza curarsi di chi controlla la "tratta delle schiave" e ne incassa gli utili. Gli italiani vogliono cocaina, ma non lo spacciatore nella strada accanto: il governo mostra qualche soldato in armi per strada per fare la faccia feroce senza curarsi delle 600 tonnellate l'anno di cocaina che 'ndrangheta e camorra importano in Italia; senza darsi pensiero della grande operazione di marketing lanciata al Nord dalle mafie che vendono ai teenager una bustina di "bianca" per dieci euro. Gli italiani vogliono lavoro a basso costo e in nero, ma non i clandestini. E il governo crea il reato di immigrazione clandestina e il lavoro diventerà ancora più nero e ancora più a basso costo e diffuso e clandestino. E allora perché meravigliarsi se i Casalesi ? una banda di assassini, che controlla gli affari di droga e utilizza nelle sue imprese il lavoro nero ? possono pensare di fare una strage di neri solo per ammazzarne uno? Quanto vale un nero? Niente. Davvero qualcuno si scandalizzerà oggi se duecento di quei niente hanno gridato per un pomeriggio la loro rabbia?

 

Epifani: "Ora vendiamola agli stranieri" - MASSIMO GIANNINI

ROMA - "O il governo e il commissario trovano il modo di riaprire la trattativa con Cai, oppure io vedo una sola strada: la vendita immediata a una grande compagnia straniera, che ci può assicurare un know how industriale più forte e condizioni finanziarie più solide". Il giorno dopo la disfatta politico-sindacale sull'Alitalia, Guglielmo Epifani riapre i giochi. In questa intervista a Repubblica il leader della Cgil respinge le accuse di Berlusconi, lancia segnali a Colaninno e soprattutto rilancia l'ipotesi di una cessione a un vettore internazionale. "Io personalmente vedo con favore Lufthansa, ma non sta certo a noi scegliere il partner. Tocca al governo decidere". Epifani, lei giustamente ha fretta. Ma vedere quei dipendenti in divisa che esultavano davanti a Fiumicino, all'annuncio del ritiro dell'offerta Cai, è anche una vostra sconfitta, non trova? "Certo, quegli applausi hanno nuociuto all'immagine dell'Alitalia. In qualsiasi altra situazione di grave crisi aziendale, e ne abbiamo vissute e ne viviamo tante, una notizia del genere viene accolta con profonda preoccupazione da tutti. Stavolta non è stato così, e di questo i lavoratori devono essere coscienti. Noi, di sicuro, non abbiamo gioito. Anche se è altrettanto certa un'altra verità: le caratteristiche della cordata italiana, l'assenza di know how specifico, la mancanza di procedure trasparenti, sono alla base della criticità oggettiva dell'intera operazione Cai". Il problema è che dietro quella gente ci siete voi, c'è il vostro no. Avete giocato al tanto peggio tanto meglio? "No, non è mai stata questa la nostra posizione. Noi abbiamo lavorato fin dall'inizio per cercare una soluzione positiva. Mentre fin dall'inizio è stato il governo ad accreditare l'immagine di una Cgil che giocava allo sfascio, sulla pelle dei lavoratori e del Paese. La nostra storia dimostra che questa non è e non è mai stata la nostra cultura. Berlusconi ripete da giorni che siamo manovrati dalla politica, quando è evidente a tutti che la Cgil ormai da decenni non è più cinghia di trasmissione di nessuno. Il giorno in cui Cai doveva decidere Berlusconi ha detto "si firmi anche senza la Cgil". Dopo che la Cai si è ritirata ha detto "è stata tutta colpa della Cgil". Le pare un modo serio di trattare? A colpi di ultimatum quotidiani, di drammatizzazioni continue, di ricatti veri e propri?". Quanto ad accuse e a "penultimatum", anche i sindacati non sono stati da meno. "Attenzione: un conto è la polemica, anche dura, che in una trattativa così delicata ci può stare. Tutt'altro conto è il livore degli attacchi, personali e politici, ai quali naturalmente abbiamo il dovere di rispondere. L'alzata di toni del governo contro di noi è indegna di un Paese civile. Questo modo di intendere i rapporti con le forze sociali è un imbarbarimento della vita del Paese". Un clima di aggressione ideologica contro di voi, soprattutto da parte di un pezzo di governo che ha vissuto ai tempi di Craxi lo scontro sulla scala mobile, può anche esserci stata...

"Certo che c'è stata. L'abbiamo respinto e la respingiamo con altrettanta forza...". Ma qui c'è un fatto sul quale anche voi dovete riflettere. Un accordo è saltato per l'ennesimo no della Cgil. Non siete forse un elemento di freno sistematico alla modernizzazione del Paese? "La modernizzazione del Paese la vuole anche la Cgil. Noi non viviamo con la testa rivolta al passato. Un sindacato che fa questo muore. Ma allo stesso tempo respingiamo una modernizzazione che scommette sulla sudditanza o peggio sull'irrilevanza delle rappresentanze sociali. Questa scommessa per noi è inaccettabile, anche perché prefigura una deriva autoritaria che dovrebbe preoccupare non solo noi, ma tutte le forze sociali che hanno a cuore la democrazia". Perfetto. Ma nel caso Alitalia la Cgil ha compiuto uno strappo del tutto inedito. Si è schierata con sei sigle autonome, dividendosi da Cisl e Uil. Per difendere voi stessi, avete difeso una corporazione, i piloti. Non è così? "Né oggi né mai ho difeso logiche di casta, privilegi o posizioni di potere consolidato. Ma una trattativa complessa non si gestisce usando l'esclusione e la forza. Il personale di volo non è rappresentato da noi, ma è sbagliato tagliarlo fuori dal confronto. E se io cerco di allargare il perimetro del confronto, lo faccio in nome della democrazia sindacale, non certo del corporativismo". Ma c'è un paradosso: per cercare di allargare il consenso, come lei ha detto in questi ultimi giorni a proposito del piano Cai, avete finito per cavalcare il dissenso. "Capisco che questa può essere l'impressione. Ma il problema di chi deve amministrare una compagnia aerea non è solo firmare un accordo. Perché se il giorno dopo la firma Fiumicino e Malpensa si bloccano e gli aerei non volano perché il personale di volo entra in sciopero, quell'accordo diventa carta straccia. E questo problema non si risolve minacciando soluzioni autoritative. Si risolve trattando con tutti, e cercando di trovare un'intesa che soddisfi tutte le rappresentanze dei lavoratori". C'è anche un'altra chiave di lettura: la Cgil ha detto no perché, se avesse firmato, dal giorno dopo sarebbe implosa al suo interno. Che ne dice?

"Dico che è falso. Fratture con la base ne hanno e ne hanno avute tutti i sindacati. Fa parte della nostra storia. Ma nel caso dell'Alitalia questo è davvero l'ultimo dei problemi. La verità è che non si può trattare con la pistola alla tempia". Continuate a sottovalutare un punto: Alitalia è nell'abisso. Tutti trattano con la pistola alla tempia, non crede? "È vero. Ma tutto era già noto da un pezzo. La trattativa andava preparata per tempo, non improvvisata in un mese". Per tempo, lei dice. E allora perché non avete accettato l'offerta Air France, che avrebbe risolto tutto e non sarebbe costata un euro ai contribuenti? "Berlusconi scarica anche quella su di noi. Ma voglio ricordare che Spinetta, allora, pose due condizioni per acquistare Alitalia: la prima era in effetti il consenso del sindacato, e lì noi non trovammo l'intesa sui livelli occupazionali, ma la seconda era il via libera del governo in carica e di quello che, di lì a poco, avrebbe vinto le elezioni. Berlusconi aveva la vittoria in tasca, e fu lui a costruire la compagna elettorale sullo slogan "non passa lo straniero"". Epifani, mettiamo da parte il passato, e veniamo al presente. Cai si è ritirata, il governo dice no a ogni forma di nazionalizzazione. Come si esce da questo buco nero, che rischia di ingoiare 20 mila famiglie? "Innanzitutto bisogna che chi ha alzato irresponsabilmente i toni li abbassi immediatamente. E poi occorre che il capo del governo e il commissario straordinario riprendano in mano il bandolo di questa matassa". Il suo collega Bonanni dice: basta che Epifani fa una telefonata a Colaninno, e tutto è risolto. "Non sono io che devo attivarmi. Lo ripeto, la partita adesso è in mano a Berlusconi e a Fantozzi. Tocca a loro studiare una soluzione". Ma lei cosa propone? Avrà un'idea, no? "Io vedo solo due possibilità. La prima è che il governo ritrovi uno spiraglio per riprendere il negoziato con Cai, sapendo bene che il problema del consenso del personale di volo non è un'invenzione o una scusa, ma un'esigenza essenziale per chi fa trasporto aereo. So che è molto difficile, per le condizioni finanziarie della cordata e per i dissensi di merito che ancora restano in campo. Ma il governo ha il dovere di provarci". E se non ci riesce? "Vedo solo una seconda possibilità, che non considero nemmeno una "ipotesi B" perché è meno convincente, ma semmai è dal mio punto di vista addirittura più forte: il governo avvii subito, in modo limpido e trasparente, le procedure per vendere a una grande compagnia aerea internazionale. Io credo che le disponibilità ci siano, anche se ovviamente nessun partner potenziale si muove in assenza di una scelta netta e decisa da parte del governo". Allude a Lufthansa? "Non sta a me scegliere il partner. Ma lo ripeto, so che, a precise condizioni, esistono disponibilità. E dunque, se è così e se la pista Cai è chiusa per sempre, la Cgil chiede al governo di non esitare un solo minuto: faccia un passo indietro sul principio dell'italianità, e scelga subito un grande vettore straniero cui affidare le sorti di Alitalia. Sarebbe una scelta che avrebbe il vantaggio di un know how industriale più forte, condizioni finanziarie più solide e una tempistica più rapida. Se il governo fa questo, dichiarando a viso aperto il suo gioco nei confronti del Paese e del sindacato, la Cgil è pronta a fare fino in fondo la sua parte. Come ha sempre fatto, nella sua lunghissima storia".


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