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Milano, 50mila contro il razzismo

Liberazione – 21.9.08

 

50mila contro il razzismo. Gli amici di Abba prendono la città

Claudio Jampaglia

Milano - Sono andati, si sono presi il corteo, l'hanno portato per le vie del centro e poi da soli, così come erano venuti, sono andati in via Zuretti. Dove tutto è finito ed è cominciato. Dove Abba è morto, ammazzato. Saranno stati un centinaio all'inizio, ragazzi italiani-neri, G2, figli di immigrati e migranti, e con loro pochi altri. 18,19, 20 anni non di più. Una grande rabbia in corpo. Contro tutti. Non volevano stare nei ranghi del corteo. Non volevano rompere niente e nessuno, solo gridare, bloccare il traffico, correre avanti e indietro, come delle molle. Poi seduti a ripetere gli slogan: «Cosa vogliamo raga per Abba?», «Giustizia». E poi: «Vergogna», «Basta razzismo». Un grido e partivano. Le magliette con la faccia di Abba, disegnata o fotografata. Un cartello per tutti, tenuto in alto da un ragazzo con una maglia dell'Inter, come quella di Balotelli: «Fiero nero, Abba vive». Pantaloni e occhiali griffati. Orecchini coi brillantini. Tali e quali ai loro coetanei allo struscio delle vetrine. Ma "c'est la banlieue". Quella di tanti Abba che scendono di sabato pomeriggio in centro, che la traversano di notte e che all'alba possono trovarsi per terra in una pozza di sangue se incontrano i tipi sbagliati. "C'est la banlieue" milanese, urlata, incazzata, incomprensibile per quei "nonni" da corteo che cercano prima di contenerli, assecondandoli (state pure in testa, ma davanti vi facciamo un cordone per distanziarvi dalla polizia). Niente da fare. Nemmeno per qualche "capo" della comunità migrante. Con lui ci litigano pure. Tempo dieci minuti e questi ragazzi, questi italiani-neri, rompono le righe della sinistra. Vanno a prendersi San Babila, poi corso Vittorio Emanuele, Piazza Duomo e quando si trovano un cordone di polizia davanti in un "tratto non autorizzato" lo sfondano. Di corsa. D'impeto. Un paio di manganellate e via. La polizia difende Palazzo Marino, Il Comune. Loro non sanno nemmeno cos'è. Non gliene fotte niente del Palazzo. Il fiume disorganizzato sa dove andare. Qualche calcio ad auto e motorino per passare. Qualche ruvidezza. Ma via, via. Senza bisogno di riot. Fino in via Zuretti. Da soli. Da ieri a Milano è successo qualcosa. Per chi vorrà capire. Per chi vorrà ascoltare. E' successo che un centinaio di ragazzi si sono presi il loro tempo, l'hanno battuto. Infischiandosene di tutto e tutti. A modo loro. Il corteo li lascia fare. Non potrebbe essere altrimenti. Anche perché "i ragazzi" non ascoltano nessuno. Solo i parenti di Abba, un cugino o uno zio, che si mette sempre di mezzo quando la tensione sale, quando vola qualche insulto. «Abba era un nonviolento», dice, «nessuno deve rovinare la sua festa». E tutti si calmano. Succede così anche alla fine, in via Zuretti, mentre gli striscioni delle centinaia di sigle della manifestazione sono rimasti in piazza Duomo. Tensione d'agitazione e d'accerchiamento della polizia. Ma poi tutti con le mani alzate per la canzone che piaceva ad Abba e poi ancora a ballare reggae nella via. Adesso spetta a tutti quelli che stavano dietro a questi ragazzi, consapevoli o meno, non abbandonarli. Spetta ai 50mila di un corteo bellissimo, che riempie il cuore di colori, musiche, cartelli. Spetterà alla sinistra, alla società civile, non allontanarsi da quei ragazzi. Ascoltarli. Perché un conto siamo noi, la nostra voglia di solidarietà, multiculturalismo, nonviolenza. Un conto sono loro. Te lo dicono quando ti avvicini. Ti dicono "voi". E hai voglia a spiegargli che sei lì per raccontare e che tu sei antirazzista da sempre. "Vaffanculo" è la risposta. C'è un noi e un voi. C'è un noi giovane, metropolitano, meticcio, precario, che quando prende parola e agisce vuole farlo a suo modo, stile e regole diverse. Non vale solo per quel centinaio di "agitati sconosciuti" che si sono presi la via. Vale anche per quel ragazzo, bandiera italiana in mano che bisticcia in piazza della Scala con un signore anziano che voleva spiegargli la vita, il lavoro, la famiglia, essere italiani... «Guarda che non devo andarmene a casa mia, questa è casa mia. Io sono italiano e le cose stanno cambiando, se non te ne sei accorto. E dovete abituarvi». In via Zuretti verso le 18, a corteo finito, saranno un migliaio a ritrovarsi, sono arrivati anche molti dei centro sociali. Un furgone, della musica e qualche discorso. Ma soprattutto musica. Attorno tanta polizia. La gente si affaccia alle finestre. Alcuni cambiano il nome della via. Una targa come quella per Carlo Giuliani, adesso dice "Via Abba". Tra gli amici, c'è anche John che la sera maledetta era con Abba. John porta dei biscotti davanti al bar Shining. I biscotti. Quelli che avrebbero "motivato" la reazione animale dei due baristi, padre e figlio. Eccoli i biscotti. Gli stessi che un ragazzo porta in giro per tutto il corteo fermandosi davanti ad ogni bar, ad ogni caffé del centro, ricominciando ogni volta una sorta di pièce teatrale: «Chiedo solo di essere umano, lo vedete, sono come voi... per questi biscotti mi hanno ammazzato, come non si fa per un cane». Struggente. Prima della partenza, prima di questa giornata speciale di cui la città rischia di non rendersi ancora una volta conto, c'erano state le parole della sorella Adriarata, dietro lo striscione che doveva essere d'apertura: «C'è troppo razzismo, devono smetterla, quel che è successo è drammatico, nessuno può sentire il dolore che ho dentro, per avere un paese bello bisogna vivere insieme». Dolore e dignità. Rispedite come di consueto al mittente dal vicesindaco di An De Corato: «Milano non crede al razzismo, ma sulla vicenda del ragazzo ucciso c'è una parte, quella della sinistra radicale, che si ostina a rinfocolare una congettura smentita da tutti. Ma anche da esponenti del centrosinistra, come la senatrice teodem Emanuela Baio. Che ha negato la patente di xenofobia alla nostra città e più razionalmente ha puntato il dito contro una società malata, quella per esempio, dei tanti giovani, che come spettri, vagano per le strade della città fino all'alba distruggendosi con alcol e droghe». Gli fa da contorno uno dei due accusati di omicidio, il figlio, che tramite la madre fa sapere: «Meno male che sono in cella con altri sette italiani che mi tirano un po' su e poi abbiamo la stessa cultura, mentalità, e ci capiamo». Eccoci qua. A lui e alla città che dorme sonni tranquilli mentre dei giovani vengono ammazzati, risponde ancora Rifondazione con Arci, Sinistra Democratica, Verdi, sindacato di base e Cgil (c'era tutta la Camera del lavoro al corteo), associazionismo, centri sociali... Ma quale ponte con quei ragazzi che ancora alle 19 camminavano in centinaia lungo Melchiorre Gioia, incapaci di fermarsi? Moni Ovadia, ricordava ieri quando i clandestini erano gli italiani e dice che dovremmo dire grazie a questi ragazzi piovuti come una benedizione. Intanto a Quarto Oggiaro il centro sociale Torchiera con la rete antifascista milanese metteva in scena "Cronache di resistenza", musica, memoria, writing per ritessere la periferia. E in Corvetto, gruppi di giovani presentavano il loro hip-hop, nato nel meltin' pot di uno dei quartieri più tosti della città grazie a un progetto uscito dai Contratti di quartiere e dal lavoro di educativa di strada. Tutta roba che la città istituzionale, quella del "tutti a casa la sera", non vuole. Ecco, forse bisogna ripartire da lì. Dal futuro.

 

Perché se ammazzo due ucraine voglio parlare con Emilio Fede?

Beatrice Busi

La mattanza delle donne, in famiglia, continua inarrestabile. In una settimana, quattro donne uccise dal marito, dal fratello o dall'ex, una bambina di nove anni uccisa dal padre e un'altra che ha visto morire la madre. Troppo numerose, anche quelle che i maschi di casa hanno "solo" tentato di fare fuori. I giornali scrivono di depressione, di moventi passionali, di questioni di soldi. Di tutto, pur di non dire che la violenza è maschile, pur di non riconoscere che, se c'è un'emergenza "sicurezza" in questo paese, per le donne è nelle case, in famiglia. Il copione è tragicamente lo stesso. Troppo spesso c'è un'arma in mano a uomini che non dovrebbero averla, perché sono già stati denunciati per maltrattamenti. Come nel caso di Montebello Jonico (Rc), dove, venerdì scorso, un uomo ha ammazzato la moglie con una pistola legalmente detenuta. Troppo spesso, le denunce delle donne vengono sottovalutate, perché, in fondo, sono "affari di famiglia". Come nel caso di Villa d'Adda (Bg), dove, mercoledì scorso, dopo anni di minacce, un uomo ha ucciso l'ex moglie e un'amica di lei. Una storia molto inquietante, questa, che chiama direttamente in causa, anche le responsabilità politiche di chi soffia sul fuoco dell'intolleranza razzista. Nataliya, 43 anni, arriva dall'Ucraina più di dieci anni fa. Anacleto Roncalli, 67 anni, idraulico in pensione, vedovo con due figli, lo conosce quasi subito, a Milano. Insieme si trasferiscono a Villa d'Adda e, sei anni fa, si sposano. Anche Natalya ha due figli. Nikita, che ora ha 16 anni, la raggiunge, mentre il più grande, 21 anni, rimane in Ucraina, dove si è sposato e fa il militare. Quattro anni fa, anche per aiutare i figli, Nataliya decide di ricominciare a lavorare e la possessività di Anacleto si scatena. Lei trova lavoro come colf in due famiglie, fuori da Villa d'Adda. Lui comincia a pedinarla, a controllarla, le fa scenate continue. Nataliya regge così per due anni, poi non ce la fa più. Vuole la separazione. Nel 2006, lui la butta fuori di casa, lei si trova un appartamentino, dove si trasferisce con il figlio. Nataliya ha voglia di fare, è socievole, ha molte amicizie. In particolare Alla, 42 anni, che abita a Locatello con il compagno. Come lei viene dall'Ucraina, come lei fa la colf. Lui continua a perseguitarla. Le manda lettere minatorie, scrive ingiurie sui muri, le ruba il passaporto, la aspetta sotto casa o quando esce dal lavoro, la insulta, le mette le mani addosso. Natalya comincia a sporgere denunce. Nel marzo del 2007 per minacce, nell'aprile del 2008 per violazione di domicilio e ancora in agosto per molestie. Alla le sta vicino, la aiuta a prendere le distanze da quell'uomo violento. Anacleto si mette in testa che abbia una relazione con Nataliya e comincia a minacciare anche lei. Sono le 7 e mezza di mercoledì 17 settembre. Nataliya è in garage, sta per andare al lavoro, quando se lo ritrova davanti. Lui, le salta addosso e la uccide con venti coltellate. Poi, prende l'auto e si dirige verso Locatello. Incrocia l'auto di Alla, anche lei diretta al lavoro. Si fermano, lei abbassa il finestrino, lui le apre la portiera e inizia a colpirla. Diciassette coltellate. Poi risale in auto, è diretto al carcere di Bergamo, vuole costituirsi. Sono le 11, si ferma a bere un caffè in un bar, sente dire alla tv che hanno scoperto l'omicidio di Nataliya. E' contrariato, di fronte agli sguardi attoniti degli altri avventori, corregge la notizia ad alta voce. Dice che ne ha ammazzate due, non una sola. Poi si dirige agli studi Mediaset di Cologno Monzese. Agli inquirenti ha raccontato che voleva parlare con Emilio Fede, raccontare in diretta al Tg4 il duplice omicidio ma che una guardia giurata non gli ha creduto e non l'ha fatto entrare. Se così non fosse stato, avrebbe potuto rivendicarli, come ha fatto nei volantini stampati con la sua foto che ha lasciato vicino ai corpi di Nataliya e Alla. Si sente un giustiziere della patria, Anacleto, che ha impugnato le armi contro gli immigrati invasori, contro queste donne senza scrupoli che vengono in Italia a sedurre gli uomini per poi lasciarli. Il procuratore di Bergamo ha dichiarato che non si può parlare di un delitto annunciato, che dirlo è da irresponsabili. Perché nella sua procura arrivano tra le 4 e le 5 mila denunce all'anno come quelle di Nataliya. Che i carabinieri, non possono avere il polso di ogni singola situazione. A noi, che siamo irresponsabili, ci viene di chiedere perché ci si impegna così tanto per eliminare le prostitute dalle strade e così poco per contrastare la violenza contro le donne in famiglia. E, se fossimo Emilio Fede, ci chiederemmo perché Anacleto ha scelto proprio noi.

 

Cremaschi: «Un nuovo sfruttamento: il lavoratore deve essere efficiente e complice con l'impresa» - Fabio Sebastiani

L'inchiesta della Fiom è il frutto di un lavoro organizzato ma anche una enorme risposta di massa, con quattrocentomila questionari distribuiti e centomila tornati indietro compilati. Se la stessa operazione fosse stata fatta da istituti di ricerca o società demoscopiche più blasonate sarebbe stata al centro di commenti e riprese giornalistiche a non finire. Ma quello che abbiamo in Italia è un sistema informativo che censura la realtà. La nostra è una inchiesta importante e adeguata nei numeri. Eppure, l'eco è stata scarsa. Voglio ricordare che i questionari con circa cento domande non erano proprio una passeggiata per chi li ha compilati, nella stragrande maggioranza dei casi operai tra il terzo e il quinto livello che hanno poco tempo a disposizione. Per rispondere a tutte hanno avuto bisogno almeno di un'ora-un'ora e mezza, tanto che se lo sono dovuto portare a casa. La prima risposta, se così possiamo dire, è stata quindi in termini di bisogno di partecipazione e offerta di disponibilità. Un bisogno evidentemente di questi tempi non coperto da una offerta altrettanto adeguata. Che cosa emerge con più nettezza dall'inchiesta? Oltre alla conferma più scontata, come quella sui bassi salari, emerge con forza il definitivo seppellimento del concetto del post-fordismo. In genere i termini con il suffisso "post" risultano ambigui. In questo caso quello che si può dire con estrema sicurezza, però, è che siamo entrati in un nuovo sistema di sfruttamento che in molti punti non recide certo i legami con il sistema tayloristico del passato. Ad intensità e durata aggiunge la richiesta di un ulteriore livello di dedizione e di disponibilità mentale da parte dei lavoratori. Non hanno rinunciato a prendere il corpo e aggiungono la richiesta dell'anima. Ciò, in fondo, rispecchia il passaggio che stiamo vivendo: dall'idea della concertazione, ovvero del lavoro contratto entro certe compatibilità, alla complicità, così come si desume dal Libro Verde del Governo. Il lavoratore deve essere efficiente e complice con l'impresa. Ed identificarsi totalmente con essa. C'è un enorme potenziale autoritario perché c'è la carota da una parte e il bastone per chi non è complice. Dall'inchiesta vengono fuori alte percentuali di lavoratori che denunciano sopraffazioni e autoritarismo. Stupisce il fatto che in qualche caso c'è addirittura violenza fisica. Colpisce il fatto che la grande maggioranza delle tute blu indicano chiaramente come improponibile continuare a svolgere la stessa mansione fino ai sessanta anni. Anche i giovani e diverse fasce di impiegati non hanno problemi a parlare di taylorismo. E poi le denunce sui livelli di nocività. Insomma, una condizione di lavoro in cui sfruttamento antico e post-moderno si sommano. Che scenario stanno disegnando con la complicità? La complicità è la collaborazione aziendale nell'epoca in cui si punta dritto alla distruzione del contratto nazionale di lavoro. In pratica, c'è il ritorno al cottimo, alla paga che non è certa. E se lavori meno sono guai. Si punta a una nuova fedeltà del mondo del lavoro e a una modifica strutturale del sindacato. Le compatibilità non vengono definite a livello di sistema ma azienda per azienda. Il progetto, il loro sogno, è quello di avere la totale individualizzazione del contratto di lavoro. Starei attento a chiamarlo progetto. Non ha dignità di nulla una cosa così. E' vero. C'è solo l'ideologia del salario legato alla produttività. Dal punto di vista organizzativo è, peraltro, una stupidaggine bella e buona. La stessa inchiesta dice che non ci sono i margini. Quell'idea può andare bene per qualche ganglio arretrato della pubblica amministrazione, che non ha niente a che vedere con tutto il resto della realtà produttiva. Questa in realtà ha basi standardizzate, e c'è un livello di produttività che non è misurabile individualmente. Quindi legare il salario alla produttività è un ritorno al passato. Segno evidente di una incapacità delle imprese ad affrontare senza la realtà della globalizzazione senza ricorrere a regressioni autoritarie. Come si può definire un quadro di questo genere? L'unica parola che mi viene in mente è "fascismo", nel senso storico. Le classi dominanti di fronte al nodo dell'innovazione non elaborano alcun avanzamento sociale. Anzi, l'opposto. Per affrontare questa fase occorrerebbero nuove forme di partecipazione. Un sistema progressivo che affronti la fase nuova. Il salario sta alla produttività come la precarietà sta al mercato del lavoro. Puri strumenti di potere che permettono di controllare e ridurre la libertà dei lavoratori. Questo che riflessi ha sul sindacato? C'è una crisi totale della Cgil perché ha sempre pensato di conciliare compatibilità e contrattazione collettiva, sistema dei diritti. Questa strategia non è riuscita. Oggi però il bivio è secco: o il sindacato dei servizi e del mercato del lavoro che pretende di fare la Cisl - modello che contempla un preciso e ordinato scambio con le aziende sulla base della complicità - oppure un sindacato che ricostruisce una logica conflittuale e di classe. E quindi si pone l'obiettivo di forzare. La Cgil rischia la crisi più drammatica della sua storia, perfino la sua stessa esistenza. Cambiamo argomento. O meglio, approfondiamo questa questione della crisi della Cgil, se vuoi per altri percorsi. Come viene inquadrato nell'inchiesta il tema della rappresentanza? L'inchiesta è stata condotta in luoghi di lavoro sindacalizzati. La metà delle risposte viene dagli iscritti al sindacato. In quelle aziende il sindacato c'è. Siamo nella parte più organizzata del mondo del lavoro. E' la parte del lavoro che sta meglio. Immaginiamoci allora quelli che stanno peggio. Nel questionario non ci sono domande sul sindacato e la politica. Il quadro che emerge è l'idea del pessimismo che, certo, indirettamente si può trasferire al sindacato. Proprio per questo penso che la discussione politica nel sindacato ha un motivo in più per prendere in considerazione i risultati dell'inchiesta. Ci si dovrebbe chiedere cosa fa il sindacato. Perché comunque dall'inchiesta arriva una domanda altissima di sindacato. E' chiaro però che per affrontare questi temi servirebbe una seconda inchiesta. E nella Fiom che dibattito ha provocato? Per la Fiom l'uso di questi dati va in due direzioni. La prima, la battaglia più generale per il contratto nazionale; la seconda verso l'articolazione del conflitto nelle vertenze aziendali e il ripensamento della rappresentanza, che tende ad essere una rappresentanza, nelle medie e nelle grandi aziende, slegata dalla condizione di lavoro. Qui si vede il vuoto lasciato dal superamento dei delegati di reparto e il superamento dei consigli. Avete indagato anche sui migranti. Cosa emerge? Sui migranti, comunque, l'inchiesta indica elementi che riguardano direttamente il sindacato. Siamo di fronte al fatto che c'è marginalità. Il peso che hanno nella vita del sindacato è infimo rispetto al loro peso reale. Se c'è una realtà che dimostra che la formazione non conta è proprio la condizione dei migranti. Gran parte di loro hanno un alto livello di istruzione, eppure stanno dal terzo livello in giù.

 

Ricominciamo dall'opposizione

Sintesi delle conclusione del segretario nazionale Paolo Ferrero all'Assemblea del 14 settembre al Teatro Brancaccio di Roma

La cosa che mi ha colpito di più della bella e istruttiva discussione di oggi è questa: che da un lato, lo diceva prima il segretario del circolo dell'Alitalia, i lavoratori si sentono abbandonati, si sentono soli, c'è un sentimento enorme di solitudine, di disperazione. Dall'altro si parla di ricostruire la speranza; il compagno De Angelis, diceva: "vorrei parlare non in quanto io sono licenziato, ma a partire dal fatto che uno come me venga licenziato" per vedere come si ricostruisce una lotta; oppure il compagno dei Giovani Comunisti di Catania che ci ha raccontato come in una realtà difficile si possano far valere la propria dignità e le proprie ragioni. Il nostro principale problema politico è proprio questo: solitudine e disperazione da un lato; speranza e dignità dall'altra: difficoltà a trovare i percorsi per passare, a livello di massa, da una condizione all'altra, a tenere insieme questi due nodi. Colpisce questa difficoltà perché, ci sono state altre fasi della storia del movimento operaio del nostro Paese in cui denunciavi la condizione di sofferenza, di bassi salari ma, nel contempo, vedevi anche il percorso attraverso cui cambiare concretamente la realtà e ricostruire la speranza. Oggi non è così e per questo penso che il problema di una politica di sinistra sia questo, di come riusciamo a costruire un percorso, una connessione tra la disperazione e la speranza. O riusciamo a fare questo, oppure la nostra politica è muta e quel legame lo costruisce in modo fittizio la destra populista attraverso l'individuazione del nemico, del capro espiatorio. In Italia manca l'opposizione. E' proprio per ricostruire questo percorso, questo nesso che oggi abbiamo convocato questa assemblea - e ringrazio il migliaio di compagni e compagne che ha voluto partecipare - sul tema "ricominciamo dall'opposizione". Perché la vera novità negativa di questo Paese non è che il governo Berlusconi stia governando, non è la prima volta. Il problema è che è la prima volta che di fronte ad un governo di Berlusconi e Confindustria non c'è un'opposizione degna di questo nome. Questa è la vera novità che abbiamo davanti. Non è vera opposizione l'antiberlusconismo giustizialista di Di Pietro ne il profilo emendatario di Veltroni, perché nessuna delle due opposizioni parlamentari si sogna nemmeno lontanamente di fare opposizione alle politiche di Confindustria che è la vera ispiratrice del governo. Il fatto che non ci sia nessuna opposizione reale in questo Paese è dato da questo fatto: non c'è un'opposizione complessiva al disegno del governo e al disegno di Confindustria, non c'è un'opposizione che proponga un'alternativa; ci sono degli emendamenti, c'è l'opposizione su un punto specifico, magari giustissimo come il Lodo Alfano, ma non c'è un disegno alternativo. Dobbiamo quindi ricominciare dall'opposizione, costruire una opposizione di sinistra come scelta di fase, perché il disagio della società italiana non comincia da oggi ma è il frutto di un lungo processo di attacco alle conquiste operaie e del movimento; parte dagli anni '80. Pensiamo solo alla drastica redistribuzione del reddito dal basso verso l'alto avvenuta nel nostro paese, redistribuzione che ha determinato un vero e proprio impoverimento progressivo, di massa, che ha riguardato larga parte della popolazione. Questo impoverimento è stato vissuto, ed è vissuta oggi, dalla nostra gente, come un problema individuale che non ha avuto se non molto parzialmente, risposte collettive. La questione sociale vissuta come dramma individuale. Questo è il secondo nodo politico che voglio sottolineare: La gente ha paura perché vive come un fatto individuale quello che è un dramma sociale. Possiamo raccontarcela come vogliamo ma il nodo che abbiamo davanti è questo qui: di un governo di destra che marcia alla velocità della luce assieme alla Confindustria e dell'assenza di un'opposizione; di una sofferenza concreta, quotidiana di milioni di persone che non si riesce a connettere alla speranza; del fatto che questa sofferenza viene vissuta come un fatto individuale, sovente come un dramma di cui vergognarsi. Quanta gente c'è che non ha il coraggio di dire che è sfrattata, perché in ufficio fai la figura del poveraccio se dici che sei sfrattato? Quanta gente c'è che ha smesso di fare la spesa nel negozio sotto casa e deve andare al Discount a prendere roba, magari non di eccelsa qualità, perché altrimenti non ce la fa ad arrivare alla fine del mese? Quanta gente c'è il cui nonno dà i soldi al nipote per uscire il sabato perché i genitori non hanno i soldi per darglieli? Quanta gente c'è in queste condizioni? In questa solitudine cresce la paura del futuro, cresce la disperazione. Noi non partiamo solo da una sconfitta della sinistra. Noi partiamo da una sconfitta della sinistra dentro al fatto che il drammatico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone non viene vissuto come problema politico, come problema collettivo, ma come dramma individuale. In questo quadro di atomizzazione sociale la destra si muove perseguendo un disegno organico come hanno fatto notare gli interventi di oggi. Innanzitutto punta alla distruzione del Contratto nazionale di lavoro e vuole obbligare i lavoratori ad un rapporto individuale col loro datore di lavoro, senza più nessuna tutela collettiva. Per questo si usa la vicenda dell'Alitalia per smontare il contratto nazionale e proporre l'aziendalizzazione del contratto, per questo Brunetta attacca il Pubblico Impiego, perché per smontare i contratti nazionali di lavoro, bisogna distruggere il contratto nazionale del Pubblico Impiego. Smontare i contratti nazionali significa cambiare natura al sindacato; non è niente di meno di quanto provò a fare Berlusconi nel 2002 rispetto all'articolo 18, è la stessa idea: cancellare il sindacato di classe per trasformarlo in un sindacato che gestisce il collocamento della forza lavoro precarizzata. Così come persegue un disegno organico sulle grandi opere, dove il denaro pubblico, a discapito dell'ambiente e delle comunità locali, serve a foraggiare le imprese e a ridistribuire ulteriore reddito. Così come utilizza l'emergenza rifiuti di Napoli per imporre la logica degli inceneritori. Una logica aberrante in cui invece di agire sulla riduzione dei rifiuti e sulla raccolta differenziata, si costruisce il business dell'incenerimento, ovviamente a cura dei privati, in cui gli affari vengono fatti a discapito dell'ambiente e della salute pubblica. Una logica aberrante a cui ci opponiamo duramente. Parallelamente l'attacco alla scuola e ai servizi non è solo fatto per risparmiare risorse ma per favorire il settore privato e contemporaneamente per introdurre modelli culturali reazionari. Così come il federalismo fiscale determinerà la riduzione del welfare ma anche la riproduzione a livello territoriale della guerra tra i poveri. Se se passa il principio che le Regioni sono titolari delle tasse e poi le Regioni, quelle più ricche, per bontà loro, mettono una quota di risorse per un fondo perequativo nazionale, la prima cosa che succede è che alle prossime elezioni regionali, nelle regioni più ricche, vincerà chi propone di non mettere niente nel fondo di perequazione, di tenere i soldi a casa propria. Si potrebbe proseguire sulla magistratura e lo diceva prima Peppino Di Lello; il modo con cui viene proposta la riforma della magistratura fa leva sul fatto che la gente è insoddisfatta di come funzionano i tribunali, ma il risultato concreto è quello di mettere la mordacchia ai giudici, cioè far sì che l'Esecutivo possa, nei fatti, decidere quali sono i reati che si perseguono e quelli che non si perseguono. Il disegno della destra. L'obiettivo della destra è quindi un ridisegno complessivo del Paese in cui gli elementi del patriarcato, del sessismo, del razzismo, non sono elementi accessori, non sono il rimasuglio di un passato che non passa - come si vede dalle dichiarazioni fasciste di La Russa e nel rifiuto di dichiararsi antifascista da parte di Berlusconi - sono un pezzo costitutivo. Questa destra, peggiora le condizioni di vita della gente con la sua politica confindustriale e poi ricostruisce consenso facendo leva sulle paure e costruendo capri espiatori. La destra dice: "guardate la situazione è di crisi, non ce ne è per tutti. Come ci si salva se la coperta si stringe? Mettendo fuori dalla coperta i piedi di qualcun altro." e allora la Lega Nord dice che non bisogna dare i soldi al sud; agli operai, tolgono il contratto nazionale di lavoro ma propongono "salvati tu nella tua azienda, facendo straordinari, contro gli altri operai e le altre aziende"; con il federalismo fiscale ti dicono "salvati tu nella tua regione contro le altre regioni", ecc. E' la logica di guerra tra i poveri come modalità concreta di gestione del consenso in una fase di peggioramento delle condizioni di vita. Questa è la destra. Alla destra non basta sconfiggere la sinistra, deve distruggere il conflitto di classe per poter governare. È una destra che utilizza l'insicurezza sociale prodotta dalle sue politiche per fare leva sulla paura per costruire idee reazionarie, contro l'immigrato, contro lo zingaro, contro il diverso… diventa lui il nemico, diventa lui il capro espiatorio. Non è una destra che ha qualche rimasuglio di fascismo, di culture reazionarie; è una destra che è razzista, sessista, legata al patriarcato, perché questi sono nodi fondanti per costruire su un terreno ideologico e delle paure, il consenso che non può costruire e non potrebbe costruire sul terreno delle politiche economiche e sociali. Per battere la destra. La costruzione di una opposizione di sinistra efficace vuol dire quindi costruire un immaginario alternativo a quello dominante e parallelamente ricostruire il conflitto sociale; o ricostruiamo il conflitto di classe in questo Paese, del basso contro l'altro, oppure vince la guerra tra poveri; il punto della ricostruzione del conflitto è decisivo per cambiare i rapporti di forza, ma anche per cambiare il rapporto tra la società e la politica; altrimenti una società che ha paura del domani e che si sente impotente non può far altro, rispetto alla politica, che chiedere "per favore" . Non a caso il paradosso che viene fuori, è che più la condizione sociale peggiora e più le destre al governo si consolidano, perché la pratica della clientela, del favore, del "per favore", diventa l'unico tramite tra la società e la politica. La ricostruzione della lotta serve a cambiare i rapporti di forza ma in primo luogo è la ricostruzione della tua dignità e della consapevolezza che assieme si possono cambiare le cose. Al Congresso abbiamo detto che la piena autonomia politica dal Partito Democratico è una condizione necessaria ma non sufficiente per ricostruire tutto questo. Svolta a sinistra vuol dire una cosa semplice: che riconosciamo il fatto che il Partito Democratico, col suo profilo confindustriale, non ha un disegno alternativo a quello delle destre e per questo non può efficacemente affrontare i problemi sociali del paese. Per questo diciamo che è inutile stare lì a tirare la giacchetta al Partito Democratico, bisogna che la sinistra e i comunisti siano in grado di proporre una costruzione dell'opposizione e dell'alternativa a partire dalle proprie forze; è inutile pensare che Veltroni cambi idea perché glielo chiediamo. Il PD può cambiare idea se nella società si costruisce un movimento di massa che sia in grado di modificare il senso comune di massa. Se non c'è lotta di classe ma guerra tra poveri, non ci sarà altro che l'inseguimento a destra verso la Lega e verso l'UDC. Questo non vuol dire che dobbiamo passare il tempo a litigare col PD ma semplicemente che occorre tirarsi su le maniche, smetterla di lamentarsi per il fatto che il PD non fa le cose che ci piacerebbe facesse e provare sul serio a costruire una alternativa. Nessun settarismo ma chiarezza dei nostri compiti, nella consapevolezza che non siamo l'estrema sinistra del PD ma un'altra sinistra. Dobbiamo avere chiarezza che le sinistre sono due e noi non siamo l'ala estremista della sinistra moderata. Contro l'Europa dei padroni. In primo luogo occorre mettere al centro la lotta per un'altra Europa perché quello europeo è un laccio enorme per il conflitto sociale. Un tempo dicevamo "contro l'Europa dei padroni bisogna costruire l'Europa dei popoli", credo che dobbiamo riprendere questa parola d'ordine di fronte ad un Parlamento italiano che qualche mese fa ha votato all'unanimità, dalla Lega Nord al PD, l'adozione del trattato di Lisbona. Questa Europa, in cui la Banca Centrale Europea opera al di fuori i qualsiasi controllo politico o sociale e ha come unico compito la stabilità della moneta è una Europa strutturalmente Liberista e in quanto tale antioperaia e antipopolare. Occorre riprendere con forza, anche a partire dal Forum Sociale di Malmo questa battaglia, rafforzando le reti europee di movimento e individuando scadenze di lotta comuni. Pensiamo solo alla direttiva europea sugli orari di lavoro a cui faceva cenno Roberto Musacchio nel suo intervento: una schifezza in cui l'orario settimanale può tranquillamente raggiungere le 65 ore. Una Europa che serve ad obbligare i singoli stati a fare politiche antipopolari come nessun singolo governo nazionale avrebbe il potere di fare da solo. Bisogna rilanciare questa battaglia forte, contro questa Europa del patronato senza timidezze. Noi non siamo nazionalisti, noi vogliamo un'Europa dei popoli, contro questa Europa delle tecnocrazie e dei padroni dobbiamo lavorare di più con il Partito della Sinistra Europea. La manifestazione dell'11 ottobre. Il secondo nodo è la costruzione di una mobilitazione generale contro la linea del governo e contro la Confindustria, per questo abbiamo lavorato alla manifestazione dell'11 ottobre, una manifestazione che unisce tutte le forze della sinistra, che dobbiamo ulteriormente allargare nei prossimi giorni. Una manifestazione che deve dialogare con le altre iniziative che ci sono, dalla mobilitazione del 18 settembre contro il carovita, alla mobilitazione del 27 della CGIL, al 4 ottobre la manifestazione dei migranti, allo sciopero generale del 17 ottobre del sindacalismo di base che salutiamo con assoluto favore e a cui aderiremo come Rifondazione Comunista. Noi dobbiamo lavorare a far riuscire la manifestazione dell'11 ottobre e dobbiamo costruire il massimo di sintesi, di sinergia, tra tutte le mobilitazioni. Dobbiamo costruire una opposizione di sinistra che è tale perché contro governo e Confindustria; che è tale perché si muove sulle questioni sociali come su quelle democratiche, come su quelle dell'ambiente, dei diritti civili e della laicità dello Stato. Una opposizione di sinistra perché tiene insieme tutti questi obiettivi e quindi propone un'alternativa. La centralità della mobilitazione dell'11 ottobre è questa: ricostruire una opposizione di sinistra. De Angelis diceva "c'è bisogno di unità". Giusto, il massimo di unità sulle cose da fare nella costruzione dell'opposizione, nella consapevolezza che ognuno di noi, dentro questo movimento, ci sta con la propria identità. Quindi, nessuna sbavatura, nessun settarismo; abbiamo lavorato perché la manifestazione dell'11 si costruisse come un appello di firme, di persone, questo ha permesso a tutti di starci dentro. In questa opposizione noi ci vogliamo stare con la nostra identità, perché pesiamo che il problema fondamentale - lo ha dimostrato la vicenda del governo Prodi - è l'unità su contenuti e percorsi chiari. Quindi il massimo di unità sulle cose da fare nella costruzione dell'opposizione nella chiarezza che ognuno ci sta con il proprio profilo. Per questo la manifestazione dell'11 è un punto decisivo. Non vogliamo più andare alle manifestazioni degli altri, vogliamo costruire un movimento, largo plurale e di sinistra, in cui provare a costruire l'alternativa. Costruire vertenzialità e mutualismo. Bisogna sapere che però non basta la manifestazione nazionale; dobbiamo cominciare a costruire concretamente delle vertenze sui territori. Bisogna ricostruire nei territori un elemento di partecipazione vertenziale; sarà la vertenza contro l'aumento delle tariffe dei comuni, o per abbassare le tariffe sui servizi, sugli asili nido, sulle scuole materne; sarà la vertenza per ottenere che gli alloggi pubblici che ora sono sfitti vengano ristrutturati e dati agli sfrattati, sarà la vertenza fatta per obbligare un supermercato a bloccare alcuni prezzi e tenerli fermi per un anno. Sarà la vertenza, in Val di Susa, per impedire che partano i lavori della TAV; sarà la vertenza a Vicenza per vincere il referendum contro la base militare statunitense. Dobbiamo ricostruire una capacità di costruire vertenze sui territori; un tempo si sarebbe chiamata contrattazione articolata. Dobbiamo costruire la manifestazione, l'iniziativa centrale, ma dobbiamo essere capaci sui territori a ricostruire la nostra presenza, la nostra utilità sociale rispetto ai problemi che la gente vive quotidianamente tutti. Noi, a chi non arriva alla fine del mese, non gli possiamo solo dire di venire alla manifestazione a Roma; è necessario, ma nel frattempo quello continua a non arrivare alla fine del mese. Dobbiamo anche costruire dei percorsi di lotta che cambino quella situazione, provare ad aggregare, provare a far sì che quella disperazione si possa tradurre in un percorso di conflitto, che si agisce collettivamente. Non basta la propaganda: propongo che ogni Federazione provi a costruire almeno una lotta esemplare sulla questione del caro vita, da costruire con altri soggetti. Propongo il tema del caro vita non perché sia l'unico. E' evidente che ci sono tante questioni, dalla precarietà, alla scuola, all'ambiente. Ci sono mille questioni su cui dobbiamo costruire conflitto e partecipazione ma propongo di tenere il filo rosso del caro vita perché questa è la questione maggiormente unificante a livello di massa. Non voglio fare gerarchie ma individuare una priorità per rompere l'isolamento individuale. Oltre alle vertenze penso che dovremmo aprire una attenzione e un intervento sulle questioni delle forme di solidarietà e di mutualismo. L'altro giorno, quando c'è stata l'assemblea dei ferrovieri, discutevamo per vedere cosa fare rispetto al licenziamento di De Angelis, ho avanzato la proposta di fare una cassa di resistenza contro i licenziamenti politici, affinché uno non si trovi solo quando viene licenziato. Vi proporrei di ragionare sul fatto che nella storia del movimento operaio, sempre c'è stato l'elemento della lotta e della rivendicazione, ma anche la capacità di dare delle risposte concrete. L'altro giorno ero alla Festa di Liberazione di Venezia e c'era la compagna responsabile della cucina, che mi raccontava di come nel suo passato avesse cominciato a fare il "capocuoco" alle mense dell'UDI (Unione Donne Italiane), che a Chioggia negli anni '50 organizzavano le colonie per i bambini e le bambine della pedemontana veneta, di Belluno, di Treviso, che non avevano i soldi per andare al mare. L'UDI, in rapporto con il Partito Comunista, organizzava le colonie dai paesi di montagna. Io penso che la storia del movimento operaio è piena di episodi di questo tipo, cioè di una capacità di costruire forme di solidarietà e di mutualità. Negli ultimi anni abbiamo solo saputo rivendicare e quando dalla rivendicazione non si portava a casa nulla, dire "è colpa loro". Su questo "è colpa loro", senza altre proposte, è maturato un pezzo dell'impotenza generale che viviamo. Io penso che bisogna saper rivendicare, fare la rivendicazione generale, fare la rivendicazione concreta, ma anche organizzarci per dare un pezzo di risposta ai bisogni concreti. In quella organizzazione di un pezzo di risposta mutualistica, organizzare la tua gente, non lasciarla da sola una volta che è finita la manifestazione. Dobbiamo imparare dalla storia del movimento operaio come dai centri sociali. Questo è il senso della svolta in basso che dobbiamo fare come Rifondazione Comunista. Dobbiamo aprire questo lavoro politico senza fare gerarchie tra battaglie di libertà e di giustizia ma valorizzando il fatto che ognuno parta a far politica dal suo specifico, che ognuno ed ognuna diventi un organizzatore, a partire dalla condizione che vive. Se stai nella scuola parti dalla scuola, se sei sfrattato partirai dalla casa, se sei in un ufficio, partirai dalle questioni dell'ufficio. Quella è la buona politica. Dobbiamo riprendere quanto abbiamo detto a Genova e cioè che c'è una politicità del conflitto sociale, ce lo dobbiamo ridire, perché troppo spesso ce lo siamo scordato. Il lavoro nelle istituzioni è il 30% del lavoro politico, il restante 70% deve essere la capacità di agire concretamente nella società e allora ognuno parta da dove è. Come ci hanno insegnato le compagne, ognuno parta da sé; non ci sono luoghi privilegiati della politica, non c'è la frontiera più avanzata della politica, ognuno parta dalle contraddizioni che ha e che vive nel suo quotidiano e provi a renderle elemento di discussione e organizzazione collettiva. Lo sfruttamento non è "normale". Nella costruzione di un percorso collettivo ci sta il nostro essere comunisti; il punto non è solo il rapporto con la nostra memoria e la sua analisi critica, il dirsi comunisti e antistalinisti; il punto è la costruzione di un immaginario, di un sistema di valori, di una ideologia alternativa a quella dominante. Abbiamo detto che nell'immaginario collettivo si è affermata l'idea che questo stato di cose sia naturale, normale, e che quindi non ci sia nulla da fare. Questa "naturalizzazione" dello sfruttamento genera impotenza, disperazione. Essere comunisti vuol dire che non è vero che chi è ricco ha ragione, che chi è povero ha torto; che siamo nati tutti eguali e che la diseguaglianza non è un fatto naturale. Che la libertà non è solo la libertà di scegliere alle lezioni tra due schieramenti, ma la libertà di ogni individuo di autodeterminare la propria esistenza in un quadro in cui l'eguaglianza rispetti le differenze. In questo capitalismo distruttivo il nodo della rifondazione comunista è più attuale che mai. Contro la nuove legge elettorale per le europee. Da ultimo sappiamo che le buone idee hanno bisogno di gambe su cui marciare. Per questo difendiamo il fatto che questo nostro partito ci sia, possa continuare ad esistere, e non abbiamo nessuna vergogna di opporci alla schifezza di legge elettorale che Berlusconi vuole fare per le europee, perché quello è un tentativo di omicidio di Rifondazione Comunista. Il motivo per cui Berlusconi propone la legge è duplice: impedire alla sinistra di entrare nel Parlamento europeo ed impedire ai cittadini di scegliersi i propri rappresentanti attraverso l'abolizione delle preferenze. In questo modo i due grandi partiti possono sostanzialmente decidere tutti gli eletti, senza più che i cittadini possano decidere niente. Noi contro questa legge dobbiamo fare le barricate e a chi ci viene a dire che lo facciamo per difendere la nostra presenza anche nelle istituzioni, io penso che bisogna rispondere di si, perché il fatto che esista una sinistra, che esista Rifondazione Comunista è utile per la civiltà del paese. Per concludere, io penso che noi da domani dobbiamo provare a rimetterci in cammino, come opera collettiva, come Partito, al di là delle diverse opinioni che abbiamo e su cui ci continueremo a confrontare. Costruire l'opposizione sul piano europeo e nazionale come grande opposizione unitaria, di sinistra; costruire vertenze e mutualismo; lottare contro il golpe della nuova legge elettorale. In questo percorso di lotta credo potremo anche ricostruire il senso della nostra opera collettiva, della nostra comunità.

 

Costituente a sinistra? Nasce il coordinamento per gestire il percorso - Andrea Piperno

Conclusioni scarne: la presa d'atto che si è fatto un passo importante, la scelta di dar vita a un coordinamento che dovrà gestire il percorso della Costituente della Sinistra. «E' il primo passo - conferma il coordinatore di Sd Claudio Fava di fronte alle telecamere - ma fondamentale: senza di questo non si possono fare i passi successivi». A muoverlo sono una cinquantina di esponenti della Sinistra diffusa. Quella politica, con i rappresentanti di Sd, dell'area del Prc "Rifondazione per la Sinistra" (Vendola, Giordano, Migliore, Deiana), dei Verdi e della mozione Belillo del Pdci. Quella intellettuale e militante (Tronti, Asor Rosa, Marcello Cini, Paolo Hutter Moni Ovadia, Ascanio Celestini), femminista (Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Anna Picciolini), ambientalista (Gianni Mattioli). Quella sociale (Gianni Rinaldini, Paolo Beni). Il seminario convocato a Roma da Sinistra democratica per lanciare il percorso della Costituente non voleva né poteva andare oltre questo, l'ambizione, chiarisce Vendola, è quella di fissare «l'agenda di una partenza», e senza pretendere di determinare in anticipo l'approdo, perché «che processo sarebbe se se ne conoscessero già le conclusioni?». L'obiettivo non era organizzativo, l'operatività diretta è rimasta sullo sfondo, pur senza mai essere persa di vista. E' la difficoltà specifica di questa difficilissima fase, il dover coniugare, come segnala Tronti, «l'obbligo di muoversi con urgenza e la necessità di riflettere a fondo su quello che è successo e sta succedendo». Si trattava, dunque, di capire cosa deve essere il nuovo soggetto verso il quale ci si sta incamminando, a quali esigenze deve rispondere, quali caratteri fondanti dovranno connotarlo. Lo dice più chiaramente di tutti Gennaro Migliore: «La domanda fondamentale non è chi sarà protagonista di questo percorso né come si svilupperà. E' il perché. E' il chiedersi quale deve essere oggi il ruolo di una Sinistra, il domandarsi se risponde a un reale bisogno diffuso, e quale». I nodi da sciogliere ci sono. Fava, nella relazione introduttiva (secca e molto essenziale, va detto a suo merito) sembra identificare nella costruzione di un nuovo centrosinistra, certamente diversissimo da quello dell'Unione, l'obiettivo naturale del soggetto costituendo. Franco Giordano non concorda: «Non si può connotare la Sinistra a cui pensiamo come ‘di governo'. Si può e si deve invece affermare che è una Sinistra che rifiuta il minoritarismo e rivendica una vocazione di massa, maggioritaria». «Sinistra di governo - taglia corto il segretario della Fiom Gianni Rinaldini - vuol dire solo una sinistra che fa quel che dice, e mantiene dal governo le promesse fatte dall'opposizione. Come non è mai capitato sinora». Per alcuni, tra cui lo stesso Fava e Fabio Mussi (ma anche Tronti) la Sinistra non potrà che configurarsi come soggetto politico a tutti gli effetti. Un partito. Per altri (Tortorella, Cini) dovrà invece saper inventare forme e modelli nuovi, inediti, a rete, distanti dalla forza politica tradizionale. Ma quello che rende possibile una partenza comune non è l'identità delle risposte, è la convergenza sulle domande. E quella c'è tutta,a partire da quella più imperiosa e ineludibile: il trovare modi e mezzi per coinvolgere a tutti gli effetti il popolo di sinistra, tutto, nessuno escluso, nella costruzione del nuovo soggetto. Tortorella chiede senza mezzi termini la consultazione su tutto, a partire dal programma: «L'unica cosa positiva del Pd sono stati i gazebo». Si possono trovare altre risposte. Non si può eludere la domanda. E l'altra domanda comune, evidenziata da tutti e in particolare da Vendola, è quella di muoversi sul terreno, vastissimo, che si stende tra le involuzioni sempre più moderate e centriste, sempre meno riformiste, del Pd e la fuga di troppe aree della Sinistra verso una deriva che è allo stesso tempo identitaria e minoritaria. Una Sinistra di testimonianza che si consola dai disastri del presente guardando all'indietro, alle glorie di un passato che non c'è più. Quella che Vendola definisce "la Sinistra col torcicollo" e Marcello Cini, sprezzante, tratta senza mezzi termini da relitto. Alla fine nessun documento, nessuna dichiarazione altisonante. E' inutile gridare che la Costituente è nata. Se davvero ha mosso ieri i primi passi, lo si vedrà nelle prossime settimane. Lo s vedrà già il prossimo 27 settembre, nella manifestazione, stavolta pubblica e non riservata come quella di ieri, convocata a Roma da Rifondazione per la Sinistra.

 

Bertinotti: «La sinistra vive una crisi storica in tutta Europa»

Stefano Squarcina

E' un appuntamento politico a carattere europeo quello che il quotidiano francese Libération ha organizzato a Grenoble; 120 personalità invitate per tre giorni a ragionare su "Il nuovo mondo: Europa, mondializzazione, ambiente"; 55 dibattiti "in contraddittorio" sul futuro del pianeta, si parla di democrazia sociale della crisi finanziaria e alimentare planetaria, di agro-carburanti, servizi pubblici, relazioni internazionali, beni comuni, immigrazione. 15mila saranno alla fine i partecipanti. Ai diversi tavoli si confrontano politici di sinistra, delle sinistre, e ministri di Sarkozy, interrogati da esponenti dei movimenti e delle associazioni: la voglia è tanta di ripensare il mondo in questo "Secondo Forum di Grenoble". Tra i dibattiti "clou", tutto politico, c'è anche quello centrato sull'incapacità attuale della sinistra in Europa a rappresentare per il momento un'alternativa di sistema all'Europa della globalizzazione capitalista e del mercato sovrano. «Il pluralismo è ancora una forza per la sinistra in Europa?», viene chiesto a Fausto Bertinotti e Francois Hollande, segretario del partito socialista francese. «C'era un tempo in Europa in cui 13 governi su 15 erano di sinistra, eppure il fallimento del loro progetto è evidente», incalza il moderatore di Libération , «e tutto lascia presagire una sconfitta elettorale storica per la sinistra alle prossime elezioni europee del giugno 2009», avvisa. «Credo siamo di fronte ad una crisi storica, non congiunturale», dice Fausto Bertinotti aprendo il confronto a due, «e riguarda una sinistra che è stata grande, quella figlia del movimento operaio e quella di una precisa area del mondo, l'Europa. La sua crisi non deriva dalla morte del comunismo reale ma dalla vita dell'ultimo capitalismo. La globalizzazione si è manifestata come una innovazione socialmente regressiva. Essa genera una crisi sociale, politica e della democrazia entro cui cresce un individualismo mercantile. Persino il malcontento e la protesta si individualizzano. La sinistra sconfitta si è smarrita e divisa. Il clivage destra-sinistra è sormontato da quello tra basso e alto della società. La politica, ridotta a pura amministrazione, privata di un'alternativa tra diversi modelli di società, si eclissa dalla vita concreta delle classi e della popolazione e rischia di portarsi via la sinistra. Di fronte a questo terremoto epocale nessuna forza esistente è più in grado di delineare da sola la via di uscita. La crisi delle politiche neoliberali non da luogo alla sua fuoriuscita. Le nuove destre acquistano consenso. Si va verso una crisi di civiltà», afferma Bertinotti. «Certamente la crisi della sinistra in Europa non è un incidente elettorale temporaneo o una crisi di mancanza di alternanza», ammette Francois Hollande. «La sinistra ha subito il trionfo del pensiero unico, amplificato dalla sua incapacità di smascherare una destra che imbroglia i cittadini facendogli credere che il futuro sta nella liquidazione dei diritti economici e sociali collettivi e nella promozione delle prerogative del singolo», dice Hollande. La differenza tra Hollande e Bertinotti, tra due concezioni di sinistra profondamente diverse, si sente tutta quando Hollande afferma che «l'elaborazione di un programma di sinistra in Europa ha margini di manovra molto stretti, non possiamo rispondere a tutto». «E' proprio questa una ragione profonda della crisi a sinistra - puntualizza Bertinotti - ovvero aver rinunciato ad interpretare le attese di trasformazione della società e averle imposto invece misure come la direttiva Bolkestein sulla destrutturazione del mercato del lavoro o un trattato che voleva costituzionalizzare le politiche economiche responsabili del fallimento attuale. Un'uscita da sinistra dalla crisi richiede un'opera di ricostruzione dalle fondamenta dell'agire politico e sociale. Se nessuna delle forze politiche esistenti ha in se la cultura e la soggettività per questa nuova grande impresa storica (la ricreazione di una sinistra in Europa capace di riaprire la questione dell'uguaglianza al tempo della globalizzazione) il tema dell'unità del pluralismo non si può più porre separatamente, se non proseguendo nel declino. Il pluralismo è dunque ora più che mai una necessità per la sinistra: non è un lusso, se mai lo è stato». Su questo Francois Hollande ha il fiato corto, impelagato com'è nella "guerra dei clan" per la sua successione, liquida ad esempio solo con qualche battuta acida la sfida che gli pone la nascita in Francia del Nuovo Partito Anticapitalista di Olivier Besancenot o la necessità di un dialogo ampio a sinistra. Ciò che induce il Nouvel Observateur in edicola a un titolo severo: «A che serve il Ps francese? Dobbiamo ripensare la sinistra». «Insisto sul senso del pluralismo e dell'unità a sinistra, continua Bertinotti, perchè è in gioco la sua stessa esistenza in Europa. E' un processo che riguarda tutti, perché è una crisi a 360 gradi. Per questo credo ad esempio che al Parlamento europeo i gruppi della Sinistra Unitaria Europea, dei Verdi e dei Socialisti dovrebbero parlarsi di più, a partire dalle loro legittime diversità, per individuare un progetto alternativo di società per l'Europa, altrimenti destinata all'egemonia delle destre. E per far questo dibattiti simili al "Forum di Grenoble" dovrebbero essere organizzati in molti dei nostri paesi», conclude Fausto Bertinotti.

 

Il berlusconismo non è fascismo, è dittatura del semiocapitale

Franco Berardi Bifo

All'inizio di agosto è venuta fuori una discussione che meriterebbe di essere approfondita: il regime instaurato dalla terza vittoria di Berlusconi può essere considerato come un regime fascista? In un articolo uscito sul Manifesto all'inizio di agosto Alberto Asor Rosa rispondeva di sì, anzi sarebbe «anche peggio». In un'intervista uscita sul Corriere della sera Massimo Cacciari reagiva facendo spallucce. Macché fascismo e fascismo, figuriamoci. Mica si mettono in carcere gli oppositori, e poi Berlusconi non porterebbe mai l'Italia in un conflitto mondiale. La risposta di Cacciari, poche battute forse travisate o mal comprese dal giornale, m'è parsa, più che codarda, superficiale. Ma la posizione di Asor Rosa, fondata su una visione noceventesca della democrazia, rischia di interpretare con un concetto vecchio le forme attuali del totalitarismo. Cacciari, un pensatore che un tempo suscitava ammirazione profonda, da alcuni anni sembra divenire tanto più tranchant quanto più inconcludente e futile si fa il suo ragionamento. Il precipitare della crisi internazionale in cui l'Italia è coinvolta, è sempre più vicina a trasformarsi in un conflitto generalizzato. E cosa induce l'ottimo Cacciari a garantire che l'Italia non sarà trascinata a combattere per il solito vincitore, che poi, strada facendo diventa lo sconfitto? Perché insistere a chiederci se si tratta o no di fascismo? Quello prodotto da trent'anni di bombardamento televisivo è probabilmente peggio del fascismo storico, perché non si fonda sulla repressione del dissenso, non si fonda sull'obbligo del silenzio, ma tutto al contrario, si fonda sulla proliferazione della chiacchiera, sull'irrilevanza dell'opinione e del discorso, sulla banalizzazione e la ridicolizzazione del pensiero, del dissenso e della critica. Il totalitarismo di oggi non è fondato sulla censura del dissenso ma su un immenso sovraccarico informativo, su un vero e proprio assedio all'attenzione. Non si può in alcun modo assimilare l'attuale composizione sociale del paese con la composizione sociale, prevalentemente contadina e strapaesana dell'Italia degli anni Venti. Nei primi decenni del secolo ventesimo, il modernismo futurista dei fascisti introduceva un elemento di innovazione e di progresso sociale, mentre oggi il regime forzitaliota non porta dentro di sé alcun germe di progresso, e la sua politica economica si fonda sulla dilapidazione del patrimonio accumulato nel passato. In questo Asor Rosa ha visto giusto. Il fascismo è un fenomeno di modernizzazione totalitaria, il berlusconismo è un fenomeno di devastazione della civiltà sociale della modernità. Mentre il fascismo avviò un processo di modernizzazione produttiva del paese, il regime forzitaliota ha dissipato le risorse accumulate dal paese negli anni dello sviluppo industriale, come aveva fatto Carlos Menem in Argentina nel decennio che ha preceduto il crollo di quell'economia e di quella società. Ma questo carattere dissipativo è perfettamente coerente con la tendenza principale che si manifesta nel pianeta nell'epoca neoliberista. Il capitalismo moderno era fondato su alcune regole direttamente riconducibili all'etica protestante. Regole su cui si fondava la fiducia, elemento decisivo dell'economia borghese moderna. Ma ora la forma weberiana dello sviluppo si esaurisce per il capitalista post-borghese il quale sa che il credito non dipende dai valori protestanti dell'affidabilità, dell'onestà, della competenza, ma dal ricatto, dalla violenza, dalla protezione familiare e mafiosa. Non si tratta di una temporanea caduta del rigore morale, di un'ondata di corruzione. E non si tratta neppure di un fenomeno di arretratezza. Si tratta di un mutamento della natura profonda del processo di produzione. La determinazione del valore ha perduto la sua base materiale, oggettiva (il tempo di lavoro socialmente necessario, come dice Marx), e ora dipende dal gioco di simulazione linguistica, dei media, della pubblicità, della produzione semiotica, ma anche dalla violenza. Ecco allora che la prospettiva in cui vedemmo l'Italia nella passata epoca moderna ora si ribalta: proprio ciò che aveva fatto dell'Europa meridionale controriformata un luogo arretrato, ora ne fa laboratorio delle forme di potere postmoderno. Proprio ciò che aveva messo l'Italia alla retroguardia dello sviluppo capitalistico moderno, diviene il motivo della sua capacità di anticipazione. Proprio perché predomina la cultura del familismo immorale, della violenza mafiosa e del raggiro mediatico, negli anni Novanta di Berlusconi l'Italia diviene il laboratorio culturale e politico del capitalismo criminale iperliberista. La scarsa penetrazione dell'autorità statale nelle pieghe della società e dell'economia è sempre stata considerata un fattore di arretratezza e di debolezza, ma il neo-liberismo ha creato una situazione in cui gli interessi privati, gli interessi di famiglia e di clan prevalgono sugli interessi pubblici. In nome di un'ideologia della libera impresa e del libero mercato si è in effetti aperta la strada a una sorta di privatizzazione dello stato. La macchina statale non è stata ridimensionata, ma si è messa al servizio di interessi di famiglia. Questo processo non si è svolto solamente in Italia, ma qui le condizioni culturali erano particolarmente ben predisposte. La deregulation economica ha liberato immense energie produttive, e al tempo stesso ha indebolito o distrutto le difese che la società moderna aveva costruito per proteggersi dall'aggressività predatoria del capitale. Come al capitalismo proprietario si addiceva il decoro gotico e severo, così al capitalismo finanziarizzato si confanno sembianze barocche. A partire dagli anni ottanta, lo spirito barocco della Controriforma, che aveva impacciato le società meridionali fino a tutto il novecento, non è più un elemento di arretratezza. Il borghese moderno era legato alla sua impresa perché le macchine, i luoghi, i lavoratori dell'industria erano la sua proprietà. Il capitalismo virtuale separa la proprietà dall'impresa, l'impresa si finanziarizza e si immaterializza. La corporation globale può spostare il suo investimento in pochi istanti senza render conto ai sindacati, alla comunità, allo stato. Il capitale non ha più alcuna responsabilità verso la società, e ormai, come abbiamo visto nel caso Enron, neppure nei confronti dei suoi azionisti. L'etica protestante non è più redditizia. E' molto più efficace l'etica della compromissione mafiosa, del ricatto e dello scambio illegale. Nel processo di globalizzazione l'Italia non è sfavorita dall'illegalismo e dall'immoralità della sua nuova classe dirigente, come la sinistra moralista paventa. Al contrario, l'Italia diviene il paese nel quale la dittatura tardo-liberista meglio può svilupparsi. Qui il regime incorpora comportamenti del fascismo (la brutalità poliziesca, che abbiamo visto a Genova nel 2001, l'irresponsabilità che portò l'Italia di Mussolini alla guerra catastrofica del 1940-45, il servilismo che ha sempre caratterizzato la vita intellettuale italiana). Incorpora caratteristiche proprie della mafia (il disprezzo per il bene pubblico, la tolleranza per l'illegalità economica). Ma non per questo è una riedizione del regime fascista né come un sistema di mafia. Neoliberismo aggressivo e media-populismo sono i suoi ingredienti decisivi, ed esso funziona obiettivamente come laboratorio delle forme culturali e politiche che accompagnano la formazione del semiocapitale.

 

Repubblica – 21.9.08

 

Gli errori dell'Occidente nella "guerra" sul fronte pakistano

GUIDO RAMPOLDI

A due passi dai palazzi del potere pakistano, l'hotel Marriott di Islamabad è, o più esattamente era, l'albergo dell'establishment, della stampa occidentale e delle delegazioni straniere; e per tutto questo lo proteggevano straordinarie misure di sicurezza. Ma nugoli di poliziotti, sbarramenti e paratie mobili ieri non sono riusciti a evitare che un camion caricato di dinamite lo colpisse con la violenza di una bomba sganciata da un aereo e sterminasse decine tra gli ospiti che cenavano al piano terra, come ogni sabato sera. Con questa spaventosa dimostrazione di efficienza la vasta area dell'ultrafondamentalismo armato ha risposto al discorso pronunciato poco prima, nel vicino parlamento, dal nuovo presidente della Repubblica, Zardari. Il vedovo di Benazir Bhutto aveva ripetuto che il Pakistan avrà ragione dei Taliban pachistani, di Al Qaeda e delle altre bande terroriste che ormai minacciano la stessa esistenza della nazione. Ma la veemenza delle sue parole risultava meno convincente, davanti al rogo in cui ieri sera spariva il miglior albergo della capitale. Quell'incendio furioso pareva quasi rischiarare una realtà che l'Occidente evita ostinatamente di guardare. Stiamo perdendo il Pakistan. Stiamo perdendo la seconda nazione musulmana per popolazione e forse oggi la prima per importanza strategica, perché ha la Bomba e perché è il retrovia del campo di battaglia afgano. Negli ultimi mesi una crisi economica che proietta l'ombra della morte per fame su milioni di pachistani si è aggiunta a mali ormai cronici: fragilissimo il sistema politico, molto dubbio il controllo dell'esecutivo sugli apparati di sicurezza, perlomeno incerta la lealtà di importanti settori militari. Eppure il Pakistan non è un caso disperato. Il primo tra i motivi per sperare è l'ostilità con cui la grande maggioranza dei pachistani ormai guarda al terrorismo islamico. Ma senza un aiuto internazionale il Paese ha alte probabilità di implodere in un'anarchia militare congeniale unicamente ai Taliban e ad Al Qaeda. Malgrado questo ormai sia chiaro, l'unico messaggio che l'Occidente sta inviando a Islamabad proviene dal Pentagono e non è né utile né amichevole. Da mesi l'aviazione americana si prende la libertà di bombardare i villaggi pachistani al confine con l'Afghanistan in cui ritiene si nascondano capi Taliban e dignitari di Al Qaeda. L'insofferenza del Pentagono per l'inazione d'esercito pachistano è comprensibile. Meno comprensibile è l'insistere su bombardamenti che troppo spesso si concludono con stragi di civili, mettono il governo in difficoltà davanti all'opinione pubblica, irritano lo stato maggiore e costringono politici e generali a minacciare una reazione che prima o poi potrebbe seguire. E poiché la guerra che la Nato sta combattendo in Afghanistan si vince o si perde soprattutto in Pakistan, sarebbe ora che gli europei trovassero il coraggio di tutelare i loro soldati e i loro interessi. Se l'amministrazione Bush vuole combinare un altro disastro, faccia pure: ma si scelga un'altra parte del mondo. In Afghanistan, e dunque anche in Pakistan, Washington è vincolata ad un'alleanza: se non si ritiene tale lo metta in chiaro, e gli europei decidano se ad essi è congeniale una missione sulla quale non hanno pieno controllo. Inoltre il fatto che il Pakistan sia il retrovia fondamentale della guerra afgana, obbliga americani ed europei a dotarsi di una strategia regionale. Finora non si è vista questa coerenza. Nell'immediato occorre chiedersi se l'economia pachistana non abbia bisogno di una ciambella di salvataggio. È vero che nei sette anni precedenti gli americani hanno finanziato Musharraf con miliardi di dollari avendone in cambio poco di quello che era stato loro promesso. Ma lasciare affondare il Pakistan per ripicca sarebbe, nelle circostanze attuali, un far danno non solo alla Nato e alla missione in Afghanistan, ma anche alla stabilità della pace in una larga parte del mondo: nel caso il Paese collassi, forse gli americani riuscirebbero a trovare per tempo la dozzina di bombe atomiche di cui oggi dispone Islamabad e a metterle in salvo tutte, ma difficilmente in seguito potrebbero evitare che quei progetti nucleari siano riattivati per conto di nuovi committenti. Infine sarebbe saggio affrontare le ossessioni dello stato maggiore pachistano. Pare convinto che l'India si stia impadronendo dell'Afghanistan e la patria rischi di essere stretta a sandwich dal nemico storico. Che si tratti di un alibi per intervenire in Afghanistan o di un sospetto non del tutto campato in aria, non lo si può ignorare. Soprattutto se fosse vero che i servizi segreti indiani sono molto attivi su tutto il confine afgano-pachistano. Anche se non si vedono i presupposti per una conferenza internazionale che riunisca tutti i Paesi dell'area, qualcosa va fatto per ripristinare un minimo di fiducia tra Islamabad e Delhi, prima che le due caste militari riprendano a montare le loro guerre per procura. Né il Pakistan né l'Afghanistan sono cause perse. Però occorre uno sforzo di intelligenza e di determinazione. Purtroppo queste non sono le doti precipue dei gruppi dirigenti occidentali.

 

Tra i fantasmi di Castelvolturno dove i neri chiedono più Stato

GIUSEPPE D'AVANZO

CASTELVOLTURNO - Dell'albergo di un tempo, ai bordi della pineta di Castel Volturno, al chilometro 32 della statale Domitiana, c'è oggi soltanto uno scheletro di cemento, annerito e bruciato come un tizzone nel fuoco. Le finestre, come occhi vuoti, annunciano da lontano un paesaggio spettrale e il mondo livido di morte abitato dai tossici. Se ne vedono entrare e uscire. Sono frenetici, quando riescono a camminare diritti. I più entrano barcollando, escono tonici e "felici". Rifiuti umani, vite di scarto abbandonate al loro destino come la spazzatura putrefatta che è dovunque, qui intorno. Rimasugli di cibo, cessi sbreccati, tavoli senza gambe, copertoni d'auto bruciati, vetri rotti, la tappezzeria di un'auto, scarpe senza tacco, un rugginoso schedario, preservativi, colmano la piscina vuota e il giardino dove il numero delle siringhe - un tappeto bianco latte - è superiore al numero degli aghi di pino. Un tempo, l'albergo si è chiamato "Boomerang", tre stelle "con ristorante annesso", lo Zagarella. Oggi è la "Casa dei Nigeriani". O meglio il mercato di droghe (eroina, cocaina, kobret) organizzato da una banda di nigeriani che la vende a cielo aperto. Vivono nell'albergo senza acqua, senza luce, senza servizi igienici. E accolgono gli zombi, in astinenza penosa, alla luce delle candele. Mettono a disposizione siringa, cucchiaino e, se si vuole, ci si può anche dormire per qualche ora, se hai già pagato la tua dose. Il bagliore delle candele si vede al pianterreno e al primo piano. È impossibile avvicinarsi. Ben prima del bordo della piscina - e l'edificio è ancora lontano cinquanta passi - la voce arrochita di un uomo grida (deve essere di vedetta da un bel po'): "Fratello, fermati lì, gira le spalle e vattene, se non vuoi guai". L'uomo è nascosto dietro una coperta di lana che fa da tenda. Parla da uno squarcio della coperta. Agita un braccio. Indica la direzione verso cui filare subito. Un altro passo. Un altro urlo ancora più minaccioso. Un bianco che passa di lì - abita a meno di duecento metri al "Villaggio agricolo" di Castelvolturno - consiglia di darci un taglio: "Và via, sono pericolosi e ti scatenano contro i tossici: sono i loro cani da guardia. Per una bustina in premio, quelli ti aprono la testa come un melone". La "Casa dei Nigeriani", conosciuta da tutti lungo la Domitiana con quel via vai di vite perdute, è la più palese contraddizione del racconto "ufficiale" della strage di San Gennaro. Si dice (lo dicono le polizie): i Casalesi, e quella loro banda di cocainomani fuori di testa armati, in libertà e introvabili, "hanno voluto ribadire la loro egemonia, uccidendo i sei neri". Hanno voluto far sapere che la festa (la loro sfarzosa festa) non è finita, anzi raddoppia: ogni pagliuzza dei commerci illegali deve sottostare alla loro fiscalità predatoria. E, con i tempi che corrono (arresti, sentenze definitive d'ergastolo, avvocati da pagare, famiglie da sostenere, pentiti da punire), non è più sufficiente tassarsi del venti per cento, bisogna tirar fuori il cinquanta. Per ogni cosa che produce euro. Per un negozio, per una fabbrica, per le puttane, per la droga, per il lavoro nero. Sarà anche vero, ma se questo doveva essere il messaggio degli assassini perché non sono venuti qui, alla "Casa dei Nigeriani", a dare la loro "lezione" agli uomini "giusti"? Perché hanno sparato e ucciso alla cieca contro sei ghanesi innocenti, tredici chilometri più in là? Non è una novità che i Casalesi azzannino, di tanto in tanto, i neri con ferocia. Quasi ogni settimana un nero viene picchiato e ferito con qualche pistolettata "volante", da queste parti. Altra cosa, è una strage. I Casalesi, una strage, l'hanno fatta con clamore anche nel passato, nel 1990 (come racconta Gigi Di Fiore nel suo L'impero dei Casalesi, fresco di stampa per Rizzoli). Quella volta, gli assassini, armati di tre pistole calibro 9, due calibro 7.65, una P.38, due fucili a pallettoni invasero, a Pescopagano, il bar Centro e accopparono cinque uomini e ne ferirono sette. Un nigeriano, Salim Kindy, il Cinese, s'era messo per conto suo a vendere eroina. Per trovarlo si dovevano seguire i cartelli stradali dove aveva dipinto una freccia e il suo nome, il Cinese. Salim fu il primo ad essere ucciso quel giorno nel bar di via Consortile. L'eccidio fu rivendicato con una telefonata al centralino del quotidiano Il Mattino. Con il tempo, s'è scoperto il nome dell'uomo che al telefono disse: "Siamo della camorra della Domitiana e siamo stati noi a sparare a Pescopagano. Noi non trattiamo droga e non la vogliamo". Era una balla, come ha spiegato l'uomo quando si è "pentito". Si chiama Augusto La Torre e ha raccontato: "Fu Sandokan (Francesco Schiavone, il capintesta dei Casalesi) a dirmi che serviva un'azione eclatante. Si doveva fare una strage e far ritrovare la droga, così i carabinieri si sarebbero decisi a mandare via i negri". In realtà, i Casalesi che avevano scoperto la vena d'oro dei rifiuti tossici e del calcestruzzo non volevano polizia tra i piedi e pretendevano che fossero più discreti e nascosti i traffici criminali di strada che attiravano le divise, come le mosche il miele. Anche se fossero queste le motivazioni di oggi per fare una strage, la domanda non cambia: perché aggredire gli innocenti ghanesi e non quei nigeriani che davvero spacciano droga, come il Cinese, come l'uomo nascosto dietro la coperta all'hotel degli zombi? Il posto giusto per trovare una risposta accettabile è il chilometro 43 della Domitiana, dove c'è stato l'eccidio. Sulla serranda della sartoria "Ob Ob exotic fashions" - é dentro e fuori il piccolo laboratorio che gli assassini hanno ucciso nella notte di San Gennaro - ci sono quattro mazzi di fiori. E più in là, in circolo o appoggiati alle auto, sono gli amici di Samuel, Awanga, Yulius, Eric, Alex, Cristopher. La rabbia non si è spenta. Si passano il foglio di giornale con la fotografia di Eric. È seduto nella sua auto. Ha il capo riverso sulla spalla sinistra e un rivolo di sangue ai lati della bocca e una larga macchia rosso scuro ai lati del collo. Gli hanno sparato l'ultimo proiettile alla testa. Era già morto, dicono. Racconta Alì: "Tutti conoscevamo Eric. Lavorava in un'impresa edile come piastrellista. L'altro sera era venuto qui per farsi rattoppare il pantalone che aveva addosso. Nella sartoria gli hanno detto che avrebbero pensato a lui soltanto prima della chiusura, alle "nove". È andato a sedersi in macchina. Era stanco o forse si vergognava a farsi vedere con quello strappo nei calzoni. Ora lo seppelliranno con quel pantalone lacero". Il ricordo di Alì riaccende, d'improvviso, la collera. È una scintilla di follia rabbiosa che prende prima uno e poi un altro, come se con un'idrofobia umana esplodesse finalmente il sovraccarico di umiliazioni, la bolla di paura in cui molti di questi giovani uomini sono costretti a vivere. Un ragazzo, in tuta bianca e solido come una quercia, corre verso la strada. Raggiunge un'auto con un bianco a bordo che guarda curioso verso la sartoria. Il ragazzo grida come un ossesso: "Va via, italiano di merda. Vattene, razzista". E mentre urla, come intossicato dal dolore e dal rancore, comincia a tirare calci e pugni contro l'auto. Gli altri lo trattengono a fatica mentre altri ancora urlano: "Non vogliamo bianchi qui. Andate tutti via". E spingono e smanacciano. Intorno non ci sono più bianchi, se si esclude un ragazzo che sta sistemando il suo mazzo di fiori accanto alla macchia di sangue dinanzi alla porta chiusa della sartoria. Kwane mi tira via, lontano. Dice: "Come è possibile che avvenga tutto questo, come è possibile che avvenga qui in Europa? L'Africa fa schifo, okay. Veniamo qui per non vivere in quello schifo. Veniamo qui soltanto perché siamo poveri. Non è una colpa. Non lo dovrebbe essere in Europa. Vogliamo soltanto sopravvivere alla miseria e, quando ci riusciamo, aiutare le nostre famiglie. Dicono oggi che i nostri poveri morti erano spacciatori di droga. È una menzogna. Una grande menzogna. Si spezzavano la schiena nei campi e nei cantieri. Chi lavorava nella sartoria lo faceva dalla mattina alla sera, senza alzare la testa dal banco. È un'offesa che brucia sentire e leggere che erano delinquenti. Lo dicono soltanto per mettere tutto a tacere. La droga lì dentro non l'hanno trovata e non l'hanno trovata addosso ai morti. E non gliel'hanno trovata perché non avevano nulla a che fare con la droga. La polizia ve lo dice per dimostrare che poi non è successo nulla: soltanto criminali italiani che uccidono criminali africani. Siamo poveri, ma non stupidi e non è giusto che finisca così". Kwane sembra averne abbastanza. Si allontana come per andarsene. Si ferma, come paralizzato, dopo qualche metro. Ritorna indietro e non si vergogna a farsi vedere in lacrime: "Non è giusto, siamo brava gente. Anche la nostra vita dovrebbe avere un valore. Quando uccisero quella signora a Roma, subito trovarono il rumeno assassino. Accadrà anche per noi, per i nostri amici innocenti? No, che non accadrà. Perché noi siamo negri e la nostra vita non vale quella di un italiano, nemmeno quella di un italiano assassino. Siamo noi - non i bianchi di qui, non gli italiani che accettano di vivere con quella gente armata - siamo noi a chiedere: dov'è lo Stato in questo Paese? Perché non fa il suo mestiere? Perché per avere il rinnovo di un permesso di soggiorno si deve attendere due anni? Perché nel cantiere dove lavoro non ho alcun diritto? Perché degli assassini possono andarsene in giro liberi e nessuno li cerca davvero? Perché per dormire in un tugurio devo pagare quanto, uno di voi, un appartamento vero?". Kwane si asciuga gli occhi con un gesto rapido. "Sono cattolico. Accanto a voi prego in chiesa. Anche lì non riesco a sentirmi un essere umano. Questa strage è soltanto razzismo - li hanno uccisi perché, per loro, per voi, un negro vale l'altro - ma quell'insulto ai nostri poveri morti di essere delinquenti è un razzismo peggiore".

 

Se la professione diventa una colpa - ILVO DIAMANTI

Sembra lontano il tempo in cui il lavoro e la professione costituivano il riferimento principale dell'identità, rivendicato con orgoglio. Scolpito nella biografia, di generazione in generazione. Intere zone del Veneto, dove risiedo, sono affollate da famiglie che di cognome fanno Tessaro e Lanaro, eredità della tradizione tessile. Vocazioni produttive tradotte nella (carta di) identità. Dirsi operai e, di più, metalmeccanici, negli anni Settanta; oppure, nei decenni seguenti, imprenditori e artigiani, e non più "padroni": era un segno di appartenenza collettiva e personale. Per altro verso, alcune importanti figure pubbliche vengono riconosciute, nel linguaggio comune, attraverso un riferimento professionale. Senza bisogno di "nominarle". L'Avvocato, il Professore, l'Ingegnere, il Contadino. Più di recente, l'orizzonte del mercato del lavoro è stato punteggiato dalle nuove professioni espresse dalla new economy. Consulenti finanziari, broker, esperti di comunicazione, maghi della rete e dell'informatica. Nuovi miti di successo - e dell'ascesa sociale. Quest'epoca sembra finita, in modo rapido quanto irreversibile. Il lavoro e le professioni, oggi, stentano a definire l'identità privata e sociale delle persone. Semmai servono, al contrario, come bersagli della pubblica indignazione. Lavori antichi e nuovi, sepolti dal cambiamento. Gli operai: dimenticati. Rimossi. Ci sono ancora, ve lo possiamo garantire. Anche se non stanno più nelle grandi fabbriche, che non ci sono quasi più. Sono, invece, sparsi nella rete delle piccole imprese. Per cui non fanno "massa critica". E ci si ricorda di loro solo quando muoiono, tragicamente, vittima di incidenti sul lavoro. Quotidianamente. D'altronde, l'idea di fare l'operaio non attira i più giovani, per i quali il lavoro "dipendente" coincide con "temporaneo". Intermittente, part-time, a progetto, a chiamata. Nel linguaggio comune: "precario". Difficile ricavarne motivo di orgoglio e di rispetto. Sembra finita in fretta anche la fortuna delle nuove professioni. Sepolta dalla recessione internazionale e dal declino interno. Difficile oggi guardare con ammirazione e invidia i consulenti finanziari e di borsa. Abbiamo negli occhi - impresse -le immagini dei broker della Lehman Brothers. Tutta la vita professionale futura (come hanno osservato Massimo Gramellini e Vittorio Zucconi) in una scatola di cartone, che contiene i loro effetti personali, raccolti in fretta dalla scrivania. Il loro lavoro scomparso in un attimo, insieme al loro prestigio. Guardati con pena mista a risentimento dalla "gente comune" che ha scoperto di aver perduto risparmi senza capir bene come e perché. Fra gli altri protagonisti dell'economia e della finanza negli ultimi dieci anni, gli immobiliaristi non hanno mai goduto di grande popolarità. Oggi che gli affari, per loro, vanno particolarmente male, non sono in molti a soffrirne. Peccato che il peso dei loro insuccessi ricada anche sui consumatori e sui risparmiatori. Attraverso il circuito bancario e assicurativo. D'altra parte, anche i direttori di banca delle filiali, un tempo veri notabili, hanno perduto prestigio e ruolo. Altre ragioni di crisi delle professioni come fonte di identità personale e di riconoscimento sociale sfuggono all'andamento dei mercati economici e finanziari. Almeno in parte. Assistiamo, infatti, a una sorta di stigmatizzazione professionale come metodo di comunicazione politica a fini di consenso. E' avvenuto negli ultimi mesi, soprattutto per alcune importanti categorie del sistema pubblico. Pensiamo agli "statali", bersagli della campagna del ministro Brunetta contro i "fannulloni". Magari, il ministro non intendeva etichettare l'intera categoria, ma denunciarne un vizio diffuso e di senso comune. Tuttavia, oggi egli è divenuto popolarissimo come l'inflessibile giustiziere degli "statali fannulloni". Lo stesso "format" comunicativo (per citare Berselli) adottato dalla ministra Gelmini nei confronti degli insegnanti. I "professori" delle medie: da aggiornare e motivare. Le maestre elementari: da ridurre a una sola. (Come le madri di famiglia, di cui dovrebbero costituire l'estensione). I professori universitari: da tempo al centro di polemiche, a causa di concorsi ed esami combinati oppure sospettati di scarsa presenza e preparazione. Iniziative non prive di fondamento. (Ma la scuola elementare è l'unica a essersi rinnovata in modo efficiente, come ha messo in luce l'indagine dell'OCSE). Solo che, in modo più o meno consapevole (ma noi preferiamo non accusare di ingenuità i ministri), hanno imposto un marchio degradante a intere categorie professionali. Facendone il capro espiatorio, su cui scaricare le colpe e indirizzare l'indignazione sociale in rapporto a questioni e crisi ben più ampie. I professori incapaci: responsabili delle disfunzioni del sistema scolastico e formativo. Gli statali fannulloni: origine e soluzione dell'inefficienza del sistema pubblico. Allo stesso modo: i piloti e gli assistenti di volo, "unici" colpevoli (insieme al sindacato, pardon: la Cgil) dello sfascio di Alitalia. Il modello, peraltro, potrebbe essere applicato, nel prossimo futuro, ad altre figure e ad altri settori. Riconducendo, ad esempio, le difficoltà del sistema sanitario (in grande sofferenza per motivi di spesa) alle colpe dei medici. (Un primo passo, in tal senso, l'ha mosso ieri Brunetta, affermando che negli ospedali "i macellai non sono pochi"). D'altronde, questo schema sembra funzionare bene, visto il largo consenso che ne hanno ricavato i provvedimenti del governo e i ministri interessati. Visto, in parallelo, il declino di immagine che ha caratterizzato le professioni coinvolte. Una recente indagine dell'Osservatorio sul Nordest di Demos (per "il Gazzettino"), ad esempio, rivela una sensibile crescita di quanti ritengono gli insegnanti i maggiori responsabili dei problemi della scuola: dal 16% nel 2007 al 25% oggi. Dieci punti percentuali in più rispetto a un anno fa. Quando i principali problemi risultavano, invece, la carenza di risorse e di fondi e lo scarso rapporto con il mercato del lavoro. Oggi invece i colpevoli sono soprattutto loro: maestri e professori. D'altra parte, due anni fa, il decreto Bersani sulle liberalizzazioni produsse (come effetto laterale e in parte imprevisto) un ampio risentimento sociale contro alcune categorie professionali "autonome". Come i tassisti. Che reagirono con proteste talora estreme. Così oggi le professioni servono perlopiù a catalogare le persone in modo spregiativo. A dividere la società, erigendo barriere di risentimento e indignazione. Professori, piloti, statali, tassisti, medici, immobiliaristi, notai, ministeriali, bancari, banchieri, assicuratori, farmacisti, bottegai. E ancora: giornalisti, giudici, magistrati e politici. Gli uni contro gli altri. E tutti insieme contro ogni singola professione. Mentre gli operai sono semplicemente scomparsi dall'orizzonte. Invisibili e indicibili.

Se vostro figlio, interrogato su cosa farà da grande, rispondesse: "l'intermittente", non guardatelo male. Non è solo realista, ma lungimirante. Se la professione diventa motivo di risentimento sociale, meglio flessibili e mimetici che discriminati a tempo pieno.

 

La Stampa – 21.9.08

 

Alitalia, la Cgil ancora ferma sul no al contratto -  ALESSANDRO BARBERA

ROMA - Per sostenere il Cavaliere nello sforzo di rianimare la trattativa fra Cai e i sindacati, ieri Salvatore Ligresti ha riunito alcuni soci della cordata nei suoi 700 ettari della tenuta «Cesarina», non lontano da Roma. Ci sarebbero stati fra gli altri Gianluigi Aponte, Gilberto Benetton, Francesco Bellavista Caltagirone. Un incontro «di piacere» secondo le indiscrezioni, ma anche per scambiarsi le opinioni fra chi aveva deciso di imbarcarsi in un’avventura che nelle intenzioni di molti non avrebbe dovuto complicarsi così. La compagine è divisa fra ottimisti e pessimisti, fra chi era preparato all’ostacolo sindacale e invece chi è ormai convinto non ci sia più nulla da fare. Dice uno di loro che chiede l’anonimato: «La sensazione è che a questo punto non basterebbe più nemmeno la marcia indietro della Cgil, sulla quale è lecito dubitare. Se non si ricuce anche con i piloti, non so come se ne può uscire». Il clima resta molto teso. L’intervista a Repubblica in cui Guglielmo Epifani ipotizzava la vendita ad una compagnia straniera ha mandato su tutte le furie il Cavaliere. Esattamente come avvenne con Air France-Klm, la partita Alitalia da trattativa sindacale si è trasformato in un caso politico. Eppure la questione che divide la Cgil e gli altri sindacati autonomi da Cai ha anzitutto a che fare con dettagli di un contratto definito «immodificabile». Questioni che nessuna delle cinque sigle che compongono il fronte del no riesce a digerire, in primis la Cgil. Dopo aver incassato un sostanziale accordo sui dipendenti di terra (quelli fra cui conta più iscritti), il contratto che ha bloccato la Cgil dal dire sì a Cai è quello degli assistenti di volo. La bozza ipotizza uno stipendio mensile fra i 559,58 euro al mese di un neoassunto e i 1150,16 di un responsabile di cabina con 24 anni di anzianità: quella per Cai dovrebbe essere la retribuzione fissa di un dipendente Alitalia, circa un terzo di quella complessiva. Per avvicinarsi allo stipendio di oggi (l’accordo quadro promette tagli non superiori al 6-7%) la cordata chiede un forte aumento della produttività, che per un assistente di volo significherebbe una media di 70-80 ore al mese. Principio che nessuna sigla, tantomeno la Cgil, ha mai negato. Ma ciò che per Epifani non può reggere è la sproporzione fra la parte fissa del salario e quella variabile, i restanti due terzi. E’ su questo passaggio che la trattativa ha unito la Cgil (che pure fra il personale navigante ha pochissimi iscritti) ai sindacati autonomi e ai piloti, il cui contratto ricalca quello delle hostess: lo scardinamento dell’attuale contratto. «Di fatto quasi non c’è bisogno di altre risorse, basterebbe un po’ di buona volontà», dice Andrea Cavola, leader di Sdl, il sindacato autonomo vicino a Rifondazione che tallona da sinistra l’egemonia della Cgil. Un altra questione aperta è il metodo di reclutamento dei lavoratori: Cai propone di farlo attraverso un accordo, ma non ne spiega i criteri. La Cgil non accetta il principio, e sospetta che in questo modo la nuova Alitalia possa decidere chi assumere e chi no della vecchia compagnia. Insomma, con il tavolo sulla riforma del modello contrattuale aperto in Confindustria, la Cgil teme con questo accordo di aprire la strada a modifiche profonde di tutto il sistema di relazioni industriali. Da qui il pessimismo di alcuni soci di Cai, soprattutto chi ha più confidenza con le regole della politica. Ai piani alti dell’Alitalia e nel governo il rischio che «l’unica alternativa al fallimento» salti definitivamente è uno scenario al quale molti si stanno attrezzando. Colui che lo teme di più è Augusto Fantozzi. Il commissario di Alitalia sa che a Bruxelles tengono aperti gli occhi su un decreto che avrebbe dovuto prevedere una sorta di bando trasparente per scegliere il possibile acquirente. Ecco perché l’ex ministro sta tentando da qualche giorno di giocare l’ultima carta: cercare un compratore per l’attivo di Alitalia, ciò che la legge gli impone di fare. Non a caso, l’argomento sul quale in queste ore batte incessante una parte dell’opposizione. Ma che finora non ha prodotto alcun esito.

 

La bolla delle illusioni – Barbara Spinelli

Il baratro di cui ha parlato Berlusconi, giovedì quando s’è rotto il negoziato Alitalia e la cordata Colaninno ha ritirato la propria offerta, è la condizione in cui ci si trova ogni qual volta la realtà si vendica sull’illusione, che più o meno lungamente aveva abbagliato e confuso le menti. Ogni disincanto genera baratri. La grande illusione esiste anche nel mondo della finanza ed è chiamata bolla: proprio in questi giorni, anch’essa sta scoppiando nelle mani di chi per decenni l’aveva dilatata, fino a scambiarla col reale. Il motore dell’illusione è la distorsione della realtà, ed è il motivo per cui si può parlare di bolla della menzogna per Alitalia e di bolla delle false credenze per la finanza. Come quando è fatta di sapone, la bolla ti avvolge con una membrana trasparente, che ti sconnette dal reale. Più enormi le illusioni, più durevole la bolla e più brutale lo scoppio. Per questo è importante esplorare il passato, anche se presente e futuro sono prioritari. L’anamnesi della bolla aiuta a capire il momento in cui l’illusione non solo cancella il principio di realtà, ma crea realtà affatto nuove che pesano ancora: una tentazione che non è di ieri ma di sempre, essendo le false credenze loro ingrediente essenziale. La bolla Alitalia s’è palesata non solo alla fine del governo Prodi, ma anche quando ha preso corpo la cordata Colaninno. L’alternativa berlusconiana poteva riuscire, ma essendo nata come bolla aveva bisogno di menzogne e queste non sono state ininfluenti sul negoziato. Ogni volta che il premier parlava (l’ultima a Porta a Porta, il 15 settembre), le contro-verità per forza riaffioravano facendo riemergere il passato ineluttabilmente. Le contro-verità sono almeno sei. Primo, non è vero che le promesse elettorali sono state mantenute: Berlusconi aveva garantito soluzioni migliori rispetto a Air France, e la Cai è certo un rimedio ma non migliore. Secondo, i costi erano ben più alti: sia per i licenziamenti; sia per il futuro mondiale della compagnia (l’italianità era garantita, non una compagnia competitiva nel mondo); sia per il prezzo pagato dai contribuenti. L’economista Carlo Scarpa ha calcolato, sul sito La Voce, che lo Stato - i contribuenti - devono pagare nel piano CAI 2,9 miliardi di euro. Terzo, non è vero che non ci sarebbero stati stipendi diminuiti ma solo aumenti di produttività, come detto dal premier: altrimenti il negoziato non si sarebbe bloccato su questo. Quarto, non è vero che Berlusconi non avrebbe impedito l’accordo Air France: il premier disse pubblicamente che l’avrebbe revocato, se vittorioso alle urne. Quinto, Air France non prevedeva 7000 licenziati ma 2150. Sesto, non è Berlusconi a poter lamentare l’uso politico spinto del caso Alitalia. Rammentare illusioni e contro-verità non è vano perché mostra la stoffa di cui son fatte le bolle: in economia, in politica, nell’individuo. La bolla infatti crea una realtà in cui si finisce per credere, e che diventa realtà: magari virtuale - un’ombra, un’ideologia - ma che incide sulla vita. Chi la dilata comincia a ignorare la membrana e influenza gli attori circostanti. Ogni metafora naturalmente ha difetti, anch’essa deve fare i conti con il reale. Ma l’euforia di illusioni e false credenze è il tessuto della bolla, e se è vero quello che dice Erasmo - la menzogna ha cento volte più presa sull’uomo della verità - la sua potenza non va sottovalutata. La crisi finanziaria è bolla specialmente deleteria: perché ha ramificazioni più vaste e antiche, legate a illusioni sul potere unilaterale Usa e sulla sua pretesa di poter fare da sé. È il morbo descritto nell’ultimo libro di George Soros, il finanziere che s’ispira alla teoria della fallibilità di Popper (The New Paradigm for Financial Markets, 2008). La bolla è centrale nella sua analisi, ed egli la scorge nella crisi dei mutui, dell’economia, della politica estera Usa. All’origine un peccato originale: il doppio fondamentalismo del libero mercato e della superpotenza unica. Nella finanza la grande illusione è stata la seguente: i prezzi di vari prodotti (alta tecnologia, case) sarebbero cresciuti indefinitamente, e l’aspettativa di tale crescita li avrebbe ancor più aumentati. Niente li frenava, visto che i tassi restavano bassi e si moltiplicavano mutui a prezzi attraenti anche se irrealistici. Tale deformazione del mercato, Soros la chiama self-fulfilling prophecy (profezia che si autorealizza) del pensiero manipolatore. Esso pesa sulla realtà sino a stravolgere insidiosamente il rapporto tra domanda e offerta: il finanziere parla di interferenza «riflessiva» tra percezioni distorcenti e fatti reali (questi riflettono la manipolazione e ne vengono trasformati). La profezia che si autorealizza avviene quando la narrazione del reale schiaccia il reale: il vero è sostituito dal racconto. Il postmoderno ha molte affinità con quest’illusione, così simile alle ideologie che affogano il reale nella sua narrativa. Soros denuncia la complicità tra postmoderno e Bush, ma la complicità vale anche per Berlusconi e Alitalia. Un episodio lo comprova, raccontato anni fa dal giornalista Ron Suskind. Già nel 2002, prima della guerra irachena, un consigliere di Bush gli disse: «Il mondo funziona ormai in modo completamente diverso da come immaginano illuministi e empiristi. Noi siamo ormai un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà. Una realtà che voi osservatori studiate, e sulla quale poi ne creiamo altre che voi studierete ancora» (New York Times, 17-10-2004. Il consigliere sarebbe Karl Rove). Chi non s’adegua è accusato d’appartenere alla reality-based community: comunità antiquata perché interessata alla realtà anziché alla credenza. La comunità realista s’inquieta per le conseguenze della bolla: Iraq, caos afghano, Iran in ascesa, crollo della borsa, declino del dollaro, debolezza mondiale Usa. Chi vive nella bolla non bada a conseguenze, fino a quando la realtà si vendica. Le bugie possono avere gambe molto più lunghe del proverbio: ma non infinitamente lunghe. Chi vive in una bolla è come stregato. Pensa che la profezia si autorealizzi, nel male o nel bene. In Italia abitano il sogno Berlusconi ma anche Cgil e parte dei dipendenti Alitalia. In America il sogno non è meno forte: sia all’inizio, quando milioni di cittadini credettero nella bugia di mutui troppo facili, sia dopo l’infrangersi dell’illusione col piano di salvataggio che trasforma lo Stato in infermiere. Chi vive nella bolla pensa che il mercato prima o poi riequilibrerà domanda e offerta, non si cura degli effetti della bolla né di quelli della bolla scoppiata. L’illusione permane, quando le perdite (di Alitalia o delle compagnie Usa) son convogliate verso bad companies magari salvifiche, e però finanziate dal contribuente. Chi vive nella bolla ha infine e soprattutto l’impressione di poter correre ogni sorta di rischio: in particolare quello che nell’assicurazione si chiama moral hazard, azzardo morale. Si può dar fuoco alla propria casa, tanto siamo coperti. Si può fumare a letto se siamo assicurati dall’incendio, anche se magari nelle fiamme moriremo. Il moral hazard diventa un pericolo nazionale, quando un governo gioca con l’inaffondabilità di un’impresa - l’Alitalia - fidando sul fatto che alla fine pagherà il cittadino. Diventa un pericolo mondiale, quando a correrlo è una superpotenza convinta di dominare il mondo incontrastata, anche se ormai domina poco. Tutto è permesso: tanto siamo i più forti, simili a dèi; o siamo assicurati, il che consente impunità e irresponsabilità. Dicono che il mercato vero deve riprendere il sopravvento. Non so se sia il mercato, visto che il fondamentalismo ne ha fatto uno stendardo. Sono la realtà e la cittadinanza e l'informazione attenta ai fatti (la reality-based community) che devono sgonfiare le bolle, una dopo l’altra.

 

E io pago lo Stato – Flavia Amabile

Di sicuro Renato Brunetta lo sa: in Italia la pubblica amministrazione costa a ciascun cittadino 5.420 euro.  Tra i grandi Paesi europei solo la Francia con i suoi 6.164 euro pro capite ha una spesa superiore. Chissà se Renato Brunetta pensa che gli italiani sarebbero disposti a pagare qualcosa in più in cambio di un'amministrazione efficiente sul modello di quella francese. E che quindi voglia in qualche modo fare come ad esempio le Ferrovie: aumentare il prezzo in cambio di chissà quali promesse di benefici. I dati sono contenuti in un'analisi dell'Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha messo a confronto le principali pubbliche amministrazioni europee.  La spesa di funzionamento totale è data dalla somma dei costi per il personale, dai costi per l'amministrazione e la gestione e quelli per gli interessi da pagare sul debito pubblico. L'amministrazione più cara per gli utenti è  quella francese con un valore pro capite pari a 6.164 euro. Seguono l'Italia con 5.420 euro, la Germania con 4.094 euro e, all'ultimo posto tra i principali paesi dell'Europa dei 15, la Spagna con soli 4.006 euro pro capite. ''Di fronte a questi risultati - commenta dalla Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi - ciò che balza subito agli occhi non è tanto il costo del personale italiano che con 2.784 euro pro capite è ben al di sotto dei dati riferiti alla Francia, bensì i costi per il funzionamento della macchina pubblica che, dopo la Francia, è la più costosa tra i principali paesi Ue nostri competitori. Infatti se in Francia è pari a 1.511 euro, da noi il costo si attesta sui 1.348 euro pro capite, mentre tutti gli altri paesi sono ben al di sotto di questo importo. Infine, ma questo non rappresenta certo una novità, paghiamo ben 1.287 euro pro capite di interessi sul debito pubblico contro gli 816 euro di Francia e Germania e i 374 euro della Spagna''. Infatti, come risulta da uno studio della Confcommercio, ''se si confrontano alcuni indicatori della spesa pubblica dell’Italia con quelli, ad esempio, di Francia e Germania emerge che il nostro paese: al netto degli interessi ha la minore spesa pro capite;  ha un enorme “peso” rappresentato sia dallo stock di debito che dalla spesa per interessi sullo stesso;  ha il livello più basso di Pil per abitante. E dunque si scopre che la spesa per assistenza e previdenza in termini pro capite non è poi così elevata: questo è forse un segnale quantitativo di inefficienza. Spendiamo molto per tenere in piedi una macchina che non produce benefici.

 

Corsera – 21.9.08

 

Islamabad e Kabul Un unico falò - FRANCO VENTURINI

Il nuovo presidente Asif Zardari aveva appena celebrato in Parlamento il «ritorno della democrazia», quando i potenti nemici di un Pakistan stabile e democratico (e di un Afghanistan senza talebani) gli hanno risposto con il linguaggio che meglio conoscono: quello delle stragi terroristiche, dell'intimidazione intrisa nel sangue, della mattanza di innocenti come antidoto a chi appoggia i disegni geopolitici dell'Occidente. Perché l'attacco al Marriott di Islamabad, diversamente da tante altre carneficine avvenute in Pakistan, è accuratamente mirato. Colpisce un obbiettivo occidentale. Dimostra che qaedisti e radicali filo-talebani possono agire quando e dove vogliono, anche in un giorno e in un luogo di massima sicurezza. Indebolisce la credibilità del vedovo di Benazir Bhutto ora neo-presidente, svuotando le sue parole bellicose e ricordandogli la strage del dicembre 2007. E tenta, soprattutto, di parlare al crescente malumore dei militari nazionalisti, orfani di Musharraf e irritati dalle operazioni in territorio pakistano che le forze americane dislocate in Afghanistan conducono dall'inizio di settembre. Al di là dei suoi tragici aspetti umanitari, non si può valutare il rilievo e la pericolosità dell'attentato di Islamabad senza esplorare lo stretto legame che l'unisce alla guerra afghana. Non soltanto perché autori e mandanti appartengono più che verosimilmente a quella triade formata in Pakistan dai rifugiati talebani, dalle tribù islamiste che vivono a ridosso del confine, e dalle formazioni qaediste che oltre a proteggere Bin Laden vogliono conquistare in Afghanistan la vittoria per ora fallita in Iraq. Non soltanto perché tutti costoro hanno bisogno di un governo pachistano debole, e vedono nella presidenza di Zardari (un tempo chiamato «signor dieci per cento») la migliore delle occasioni. Ma anche perché, sulle sofferenze pachistane rinnovate in queste ore, pesa un Afghanistan dove l'Occidente non riesce a prevalere, dove la più potente alleanza militare del mondo è in difficoltà, dove chi fece cadere il governo talebano nel 2001 non offre oggi alla popolazione sufficienti motivi di ottimismo o di fedeltà. A noi italiani è andata bene due volte negli ultimi tre giorni, ma altre forze presenti in Afghanistan, quelle americane, britanniche, canadesi e ora francesi, subiscono perdite continue e sempre più accelerate. Nel mese di agosto hanno battuto ogni precedente record anche le perdite civili, in massima parte causate da bombardamenti aerei dal grilletto facile. Nella zona prossima al confine con il Pakistan, al sud e ora anche in prossimità di Kabul, gli attacchi contro le truppe americane e Nato sono diventati più frequenti e più efficaci. La coltivazione dell'oppio e il conseguente narco-traffico seguono una loro dinamica, controllata dalle stagioni ma non da una strategia unitaria dei «liberatori». Il fallimento degli sforzi di ricostruzione e di aiuto (con le dovute meritevoli eccezioni, s'intende) è riassunto in un dato: dei 15 miliardi di dollari destinati all'Afghanistan dai Paesi benestanti, ben il 40 per cento è stato speso in consulenti, personale o profitti di ritorno negli Stati donatori. Continua a mancare il coordinamento, continua a risultare invisibile la fine del tunnel, continuano, si capisce, a prendere coraggio quanti vogliono ricacciare a casa gli occidentali come hanno già fatto altre volte. E per questo hanno bisogno di un retroterra agibile in Pakistan. Così l'attentato al Marriott di Islamabad diventa mostruosamente razionale. Perché l'Afghanistan ci fa capire a chi giova, ci fa capire dove punta. E ci trasmette la drammatica certezza che il massacro di ieri non sarà l'ultimo, che sull'altare della utile instabilità pachistana verranno officiate altre stragi nel tentativo di accendere un unico falò: un Afghanistan con la Nato alle corde e un Pakistan nucleare dilaniato dall'insicurezza. Non stupisce, allora, che il Segretario alla difesa Gates e i più alti comandi militari Usa facciano esplicito riferimento alla necessità di ripensare l'operazione Afghanistan. Ma non stupisce, nemmeno, che i canadesi confermino il loro ritiro per il 2011. La partita si gioca sul filo del rasoio, e chiunque vinca le presidenziali americane chiederà maggior impegno (anche finanziario, per addestrare gli afghani) agli alleati europei. Avrà ragione, il nuovo Presidente. Perché non partecipare all'impresa è perfettamente legittimo anche per un membro della Nato, ma partecipare a metà non lo è più da quando esiste il pericolo della sconfitta. Ne devono prendere atto tutti gli europei, e ne dobbiamo prendere atto anche noi italiani al di là delle limitate innovazioni tattiche introdotte dal governo. Ma una nuova unità d'intenti militare e finanziaria, s'intende, deve anche consentire agli europei di ottenere dagli americani la fine delle uccisioni di civili a seguito di incursioni aeree. Deve portare al radicale ripensamento dei piani di aiuto e di ricostruzione. E deve creare, dal nulla di oggi, una strategia politica per il Pakistan. Altrimenti, ogni bomba che scoppia a Islamabad scoppierà contemporaneamente a Kabul.

 

Il gioco dei casalesi: stasera tiro al negro - MARCO IMARISIO

CASTELVOLTURNO - Teddy è andato via perché adesso sa cosa significa essere una boccetta. «Vogliono la tua sottomissione, gli interessa solo questo. Abbiamo provato a renderci utili. Ma a loro non interessa. Siamo schiavi, e tali dobbiamo rimanere». In un’intercettazione di 12 anni fa, uno dei tanti macellai dei Casalesi saluta il suo compare. Lo saluta dicendo che in serata magari se ne va a Castelvolturno «per giocare a boccette con i negri». Poche ore dopo, da una macchina in corsa parte una raffica di mitra contro tre extracomunitari che aspettavano l’autobus sulla Domiziana. «Siamo i loro giocattoli, ma fanno così perché sanno che agli altri italiani in fondo non dispiace». Il 19 agosto di quest’anno il nigeriano Teddy Egonwman e sua moglie Alice sono diventati birilli a casa loro. All’ora di cena un gruppo di quattro uomini si mise a sparare sulle finestre del container dove vivevano, ne sfondò la porta e continuò a fare fuoco anche dentro. Un’ottantina di colpi. Due giorni dopo, Teddy e la sua famiglia erano su una macchina diretta a Torino. Così finiscono le illusioni, da queste parti. I coniugi Egonwman si erano messi in testa di fare qualcosa. In modo confuso, arruffato, pasticcione. Ma ci avevano provato. Erano arrivati in Italia da clandestini, come tutti. Teddy trovò lavoro e permesso di soggiorno in un’azienda edile, Alice si buttò nell’import-export di oggetti africani. Lui fondò un’associazione per raccogliere tutti gli immigrati provenienti da Benin City. L’anno scorso aveva deciso di redimere le sue connazionali che lavorano in strada. Faceva addirittura le ronde, non risparmiava qualche schiaffone, alle ragazze a ai loro galoppini. «Non avevano capito che nulla deve e può cambiare. I "miei" e i "tuoi" non vogliono seccature». A Castelvolturno Teddy era un personaggio così isolato da risultare addirittura patetico nei suoi sforzi. La spedizione punitiva fu bipartisan, nigeriani e casalesi d’accordo nel dare una lezione a un pesce piccolo che veniva considerato un traditore del suo popolo e metteva in crisi il patto tra mafiosi africani e Casalesi. «Volevo dare il mio contributo per liberare la Domiziana dalla prostituzione. Mi hanno urlato che ero un venduto alla Polizia. Mi hanno sparato. Nessun italiano mi ha dato solidarietà, perché un negro che cerca di darsi da fare deve avere per forza qualcosa di storto, no? Tanti saluti, allora». Quelli che restano però rischiano davvero di diventare boccette a disposizione di giocatori anfetaminici e fuori controllo, schiacciati da due poteri simili e alleati nel tenere oppressi i pochi che si muovono sulla linea di confine. «Le uniche vere comunità che ancora esistono sul territorio sono quelle criminali», ragiona un investigatore e le sue parole sono simili a quelle di padre Giorgio Poletto, il prete comboniano che da anni cerca di togliere le ragazze nigeriane dalla strada. «Non è mai stato così difficile. Abbiamo davanti un mare di persone anonime, con rappresentanti che sanno di non rappresentare nulla. La frammentazione li rende più deboli. Sono soltanto individui, alla mercé di un sistema criminale perfetto nella gestione del territorio. In una parola: schiavi». La strage di Varcaturo rappresenta il disprezzo per i più deboli, quelli che si trovano in mezzo. Il simbolo di questa violenza «terrorista e razzista», come la definisce il magistrato Franco Roberti. La Spoon river delle vittime racconta di gente molto diversa dal prototipo dello spacciatore. Francis era felice perché due settimane fa aveva avuto il riconoscimento dello status di rifugiato politico, dopo sei anni in Italia. Faceva il muratore e frequentava le associazioni di Caserta che si battono per i diritti degli immigrati. Elaj il sarto partecipava alle assemblee settimanali sui diritti degli immigrati, anche lui frequentava i centri sociali impegnati. Akej il barbiere è morto con 700 euro nei calzini. Stava andando a spedirli alla famiglia da quella sorta di Western Union non autorizzata che sorge accanto al locale della strage. Lavorava a Napoli, in un locale del centro. Nei locali devastati dai proiettili e nelle loro case delle sei vittime non è stata trovata droga. Puliti. Imbottiti di cocaina fin che si vuole, ma i Casalesi non hanno alzato le armi contro i «negri» nigeriani. I loro alleati «titolari» dei 10 chilometri di statale Domiziana che da Castelvolturno finiscono a Mondragone. Si tratta di una sorta di cartello, tanti clan diversi provenienti da Lagos. Ognuno con il suo dialetto e le sue autonome propaggini in patria. Il simbolo di questa alleanza che si nutre della sottomissione dei soggetti più vulnerabili è il recinto dell’hotel Boomerang all’inizio di Castelvolturno. I duecento ghanesi e nigeriani tossicodipendenti si muovono come fantasmi tra le mura annerite dalle fiamme di questo rudere. Aspettano che qualcuno apra il cancello tenuto chiuso da un lucchetto per portare la dose quotidiana, e un po’ di cibo. La mafia clandestina accontenta quella autoctona che non vuole vedere «zombies» in giro per le loro strade. Il Boomerang venne bruciato sette anni fa dai «vecchi» Casalesi, perché il padrone non voleva pagare il pizzo. Oggi è un campo di reclusione dei più indesiderabili tra i «diversi». Davanti alla casa della strage, gente che ancora urla, si agita, non sa che fare. Jonathan, fratello di una delle vittime, recita la «preghiera dell’orgoglio». «Ditelo, che la droga non c’entra nulla, cosa vi costa. Per noi è importante». Tutti quelli che vivono qui raccontano di aver già provato la stessa sensazione. Botte, spari, anche dai nigeriani cattivi. Non siamo italiani e non siamo mafiosi, dice Jonathan. «Non siamo nulla». Boccette.


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