Back

Indice Comunicati

Home Page

«Cara Gelmini, sciopero generale»

Manifesto – 23.9.08

 

Castelvolturno, il ghetto - Adriana Pollice

CASTELVOLTURNO - Il centro storico di Castelvolturno è per i locali, ai migranti la zona intorno alla statale Domitia. Nei bar dei residenti non li vogliono e nemmeno nei negozi, però vanno bene per trasportare gli scatoloni nei magazzini all'ingrosso, basta che non siano a contatto con il pubblico. «Vanno bene anche come affittuari» racconta Fabio Basile, attivista del centro sociale ex-canapificio di Caserta che lavora lì allo sportello antirazzista, «pagano 50 euro al mese a persona, in venti per appartamento. Case fatiscenti dove la fogna spesso si ottura e le acque di scarico allagano il pavimento». Sono i più fortunati. «Lungo la statale - precisa Qaddorah Jamal, responsabile immigrazione della Cgil - dopo il bar Tropical, nelle stradine interne, è disseminato di baracche senza alcun servizio e si può arrivare a un centinaio di abitanti per casa. A maggio sono stato in un appartamento di due stanze, bagno e cucina dove vivevano in 53. E' così in tutto l'entroterra dal Lago Patria in poi». Il clima però con il governo Berlusconi è cambiato: «In molti - sottolinea Mimma dell'ex-canapificio - denunciano violenze o minacce dai padroni di casa. Cercano di cacciarli perché temono il sequestro dell'immobile dopo le nuove norme del pacchetto sicurezza. Raccontano che spesso i commissariati di zona si rifiutano di raccogliere le loro denunce». Come accaduto ad Angel, una donna sola con la sua bambina, picchiata a sangue dal proprietario e allontanata dalla polizia nonostante avesse gli abiti ancora sporchi di sangue. Sono circa 7 mila gli africani che vivono stabilmente intorno Castelvolturno, arrivano soprattutto dal Ghana, dalla Liberia, Togo, Costa d'Avorio, Sierra Leone e Nigeria. La loro presenza si è fatta più massiccia dalla metà degli anni '90, richiamati da due condizioni favorevoli: «La presenza di molte case sfitte perché, dopo gli anni '60, la zona si è rapidamente degradata cessando di essere luogo di villeggiatura e, soprattutto, la richiesta di braccianti per la raccolta di pomodori, ma anche lavoratori edili in una zona dove si costruisce senza alcun permesso», spiega Fabio. La paga è la stessa, 25 euro per dodici ore di lavoro, così come il meccanismo di reclutamento: ci si fa trovare alle cinque di mattina in posti come la rotonda di Giugliano o di Villa Literno, lì i caporali caricano la manodopera per la giornata. Le donne fanno le domestiche, oppure organizzano piccoli commerci a casa come spacci di prodotti africani e ristoranti etnici, accanto alle sartorie e alle botteghe di barbiere gestite dagli uomini. «A Castelvolturno tutti pagano il pizzo - ragiona Qaddorah - difficile che non paghino anche loro». C'è però chi sfugge all'anonimato del lavoro sottoproletario: sono i rapper ghanesi, molto richiesti nelle discoteche frequentate dai militari della Nato. A preoccuparsi della salute dei migranti ci sono presidi locali come il centro Fernandez, gestito dalla Caritas, e quello di Medici senza frontiere, mentre per i casi più gravi si fa ricorso agli ospedali di zona, evitando però quello di Castelvolturno, il Pineta Grande, dove gli africani ci vanno solo accompagnati da un «bianco» perché temono operazioni sospette, inutili o sbagliate. Poi c'è l'universo parallelo della malavita africana, composta prevalentemente da nigeriani. Due le attività, droga e prostituzione. Lo spaccio si svolge prevalentemente nell'ex hotel Bowling, un complesso turistico tre stelle ridotto a uno scheletro annerito da un incendio. Lì si vende e si consuma, la clientela arriva dai capoluoghi campani e laziali o dai paesi circostanti, 15 euro per una dose di eroina o cocaina, ma tutta l'area e la Pineta sono disseminate da zone di spaccio. La camorra dei Casalesi finge di preservare i compaesani non occupandosi di droga, lascia l'attività ai nigeriani, naturalmente a patto che paghino regolarmente il pizzo, non attirino le forze dell'ordine o non suscitino troppo fastidio in paese, altrimenti scatta la ritorsione a suon di kalashnikov. Probabilmente il clan fornisce anche parte della droga, ma l'organizzazione africana ha i suoi canali: un corriere guadagna in media 3mila euro a viaggio, i rifornimenti avvengono in Sudamerica, da lì si spostano a Curaçao, nelle Antille Olandesi, e poi ad Amsterdam sfruttando l'area Schengen per tornare in Italia. Zone di spaccio e di prostituzione. Secondo Franco Nascimbene, padre comboniano attivo nella comunità migrante di Castelvolturno, il litorale domitio è uno dei tre luoghi, con Torino e Modena, dove le ragazze vengono acquistate all'asta per circa 10mila euro dalle madame, ex prostitute diventate sfruttatrici. Comincia così il loro lavoro lungo la statale, le donne devono restituire all'organizzazione che le ha portate in Italia 50mila euro e il protettore verifica l'esattezza dei guadagni contando i preservativi utilizzati. «Le ragazze - racconta Qaddorah - per mettere da parte i soldi spesso lo fanno senza protezione. Se vengono scoperte giù botte fino alle sevizie, come le bruciature di sigarette sul seno». A tenerle soggiogate anche la minaccia di colpire la famiglia con riti voodoo, così i comboniani hanno ideato un rito di liberazione utilizzando l'imposizione delle mani. Ma a tenerle sul marciapiede è soprattutto un meccanismo perverso fatto di soldi e burocrazia: le ragazze espulse dall'Italia finiscono in carcere in Nigeria, a liberarle è la stessa organizzazione che paga per rimetterle sulle strade italiane a prostituirsi, ma con il debito raddoppiato.

 

Oggi il cdm decide su invio militari
Militari a go-go. Anche a Castelvolturno. Da affiancare al lavoro delle forze dell'ordine. Sarà il consiglio dei ministri di oggi a stabilire se e quanti uomini dell'esercito verranno inviati nella missione campana. «Se c'è bisogno di un ulteriore aiuto - ha affermato il ministro della Difesa Ignazio La Russa - questo non deve significare togliere i militari dal compito di affiancamento alle forze dell'ordine che è stato molto apprezzato dall'opinione pubblica. Ci può essere un intervento aggiuntivo e non sostitutivo, tanto meno rispetto al pattugliamento». E sui numeri? «Fino a mille potrebbero essere impiegati», ha aggiunto. Sembra rientrato così il battibecco con il leghista Bobo Maroni che aveva parlato, subito dopo la strage camorristica, e senza coinvolgere il collega di An, di invio dell'esercito. «Non c'è mai stato disaccordo ha replicato La Russa - Stiamo discutendo sulle modalità ma sono stato l'antesignano nel dichiarare che quando serve, i militari possono andare in aiuto per i compiti che sono abitualmente e stabilmente delle forze dell'ordine».

 

«Cara Gelmini, sciopero generale» - Eleonora Martini
ROMA - È stato eletto da pochi minuti leader della Cgil scuola ed è già sul piede di guerra contro la riforma Gelmini. «Stiamo lavorando per indire in breve tempo, assieme a tutti i sindacati, una manifestazione nazionale dei settori della conoscenza e uno sciopero generale della scuola». Mimmo Pantaleo è da ieri sera il nuovo segretario generale della Flp-Cgil: classe 1954, nel sindacato dal '77, è stato negli ultimi otto anni segretario regionale della Cgil Puglia. Nessuna rottura, ma «assoluta continuità», con la linea del suo predecessore Enrico Panini che lascia l'incarico dopo 11 anni. La sua elezione cade in un momento che più caldo di così non poteva essere, per scuola e università. Proprio oggi - eloquentemente - il presidente della Cei Angelo Bagnasco ha espresso vivo «apprezzamento» per i provvedimenti della ministra Gelmini, soprattutto quelli a favore delle scuole private cattoliche. Si sta sferrando l'ultimo attacco alla scuola pubblica? Se ripartiamo dalla Costituzione italiana - che riconosce la scuola pubblica come strumento fondamentale anche per affermare i moderni diritti di cittadinanza e di libertà - non possiamo che opporci al progetto Gelmini che punta invece alla dequalificazione della scuola pubblica, a una privatizzazione del sistema dell'istruzione e anche a una divisione di casta della società. Solo chi ha le risorse potrà accedere a un'istruzione di qualità: torniamo insomma agli anni '50. Noi non difendiamo certo la scuola così com'è: vogliamo strutture adeguate e riqualificazione degli insegnanti prima di tutto. Bisogna ridare dignità ai docenti offesi da una ministra che ha spesso mortificato la loro professionalità, soprattutto parlando degli insegnanti meridionali. Sono già sottopagati e ora dovranno fare i conti con i 130 mila esuberi del progetto Gelmini. A tutto questo si aggiunge un impianto ideologico inaccettabile, pura demagogia che disegna un'idea autoritaria e repressiva della scuola. C'è bisogno di «mettere un po' di ordine» in classe, dice la ministra Gelmini... Il suo è un modello che non fa i conti con la complessità dell'attuale società italiana. Oggi i ragazzi sono fortemente influenzati da modelli negativi di violenza, sopraffazione e razzismo che inevitabilmente entrano nella scuola. D'altra parte l'idea di scuola che il governo descrive corrisponde all'idea regressiva di società che hanno. Lasciando da parte la vostra sacrosanta difesa dei posti di lavoro, non crede che il sistema dei moduli andasse comunque rivisto, magari perfezionato? Cosa riformerebbe invece nel ciclo scolastico? L'Ocse recentemente, in un sistema scolastico che ha grossi limiti, ha salvato però la scuola primaria italiana. Certo, costa di più rispetto ad altri paesi ma è una delle poche cose positive che abbiamo. Il nostro no al maestro unico non è solo una difesa legittima dell'occupazione ma anche del valore pedagogico di quella esperienza. Ritornare al maestro tuttologo significa fare un passo indietro nell'evoluzione pedagogica dell'insegnamento. Senza dimenticare il problema del tempo pieno che evidentemente si trasformerà in un doposcuola ghettizzato solo per i bimbi più poveri, deviando i figli delle famiglie più agiate verso le private. Invece si deve intervenire di più sulle superiori e sull'università, ad esempio, che ha molto bisogno di turn-over e non di tagli ai fondi. Occorrono poi strutture adeguate senza le quali gli insegnanti non possono fare bene il loro lavoro, ma soprattutto la scuola deve recuperare un grande ruolo educativo. Se pensiamo al fenomeno del razzismo che sta diventando preoccupante in questo paese, capiamo che la scuola deve tornare ad essere uno strumento di convivenza civile, di interazione tra culture e religioni diverse. Una scuola insomma che dia più possibilità di apprendimento, più socialità, più libertà e soprattutto che sia sintonizzata con i processi sempre più complicati della società. In una parola, una scuola che dia futuro. Ma ci sono oggi le condizioni per una risposta di massa che riesca a fermare questo «scempio», come avvenne con la riforma di Letizia Moratti? C'è già in tutto il paese una mobilitazione di massa, con iniziative unitarie delle organizzazioni sindacali. E cresce sempre più un'interazione tra insegnanti studenti e famiglie: questo è un evento estremamente importante che va sostenuto. Credo ci siano le condizioni unitarie per una grande risposta nazionale contro questa riforma che fa rintanare la scuola in una logica privatistica, mercantile, aziendalista. Naturalmente non deve essere una risposta puramente difensiva e di opposizione alla riforma Gelmini. Io credo che la scuola sia uno dei pochi campi capaci di ricomporre nel merito le forze della sinistra. Perché la scuola pubblica è stata una delle grandi conquiste della sinistra e anche perché oggi sempre più inclusione ed esclusione si producono su quel terreno.

 

Il «pubblico» che fa scandalo - Valentino Parlato

In merito alla crisi dell'Alitalia questo giornale si è richiamato alla memoria di Beneduce e dei salvataggi realizzati dall'Iri. Vale ricordare che anche Guido Rossi, con molta maggiore competenza, in un'intervista al Sole 24ore ha parlato di Cuccia e Beneduce. Questo richiamo ai salvataggi dell'Iri ha suscitato un po' di scandalo e la Repubblica ha titolato «Tornare al mercato» un editoriale del suo direttore. Date queste premesse è con una certa sorpresa che ho letto il grande titolo di Affari e Finanza (allegato a la Repubblica ) di ieri, «Finanza americana, i giorni dell'Iri» con il seguente sommario: «Le autorità monetarie, dalla Fed al Tesoro, vogliono dare la spallata risolutiva alla crisi e varano una serie senza precedenti di interventi pubblici di sostegno il cui costo supera i mille miliardi di dollari: dalla nazionalizzazione dell'Aig all'acquisto dei titoli basati sui subprime». Accanto, un ottimo articolo di Marcello de Cecco. Per di più, nella pagina seguente, un'approfondita analisi di Arturo Zampaglione titolava «America 2008, la scoperta della formula Iri». Stando le cose a questo modo, visto che gli Stati uniti, il principale paese capitalistico di questo nostro mondo, hanno scelto la formula dell'Iri per salvare un po' di banche, perché in Italia dovrebbe essere scandaloso avanzare l'ipotesi di una possibile irizzazione dell'Alitalia. Vale ricordare che senza i salvataggi dell'Iri l'economia italiana non avrebbe avuto lo sviluppo che ha avuto negli anni del dopoguerra, quando come ha scritto in un bel libro Pierluigi Ciocca - ci fu più stato e più mercato. Aspettare una risposta forse è inutile, perché non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire, come recita l'antico proverbio. Ma mai come oggi bisogna affrontare il problema dell'intervento pubblico.

 

Compagni di merende - Loris Campetti

Una compagnia di giro incombe sui cieli d'Alitalia. Brandendo un cannone che ha sovrimpressa la parola d'ordine della cordata, «italianità», minaccia di abbattere la nostra flotta. Berlusconi ha arruolato 16 capitani, sottotenenti e marescialli - coraggiosi si fa per dire, dato che dall'inizio sognano solo di imboscarsi per poi ritirarsi in buonordine. Ma la delega più importante il Cavaliere l'ha affidata ai giornali e alle tv di complemento. In un mondo dove una notizia esiste solo se lo decidono i media, e se non esiste se la inventano, Berlusconi non si accontenta di dettar legge sulla metà delle reti e dei giornali, di cui è padrone, e a colpi di egemonia si fa largo fino in via Solferino (patria del Corriere ), straborda a Saxa Rubra (la corazzata Rai, non esclusa l'ammiraglia Tg1) e arriva fino a piazza Barberini (voi non lo sapete, è qui che viene elaborato il Riformista -pensiero). I compagni di merenda hanno un obiettivo chiaro: colpire a morte la Cgil, causa di tutti i mali. L'arma usata è, per ora, l'Alitalia e i suoi 18.500 ostaggi, usati come proiettili da spedire contro Guglielmo Epifani e il suo quartier generale. E' colpa del segretario della Cgil se il più improbabile e odioso dei piani per liberarsi della compagnia di bandiera è fallito. Domani potrebbe essere ancora Epifani il killer, da mettere alla gogna, di un altrettanto improbabile accordo con la Federmeccanica che pretende dai sindacati subalternità e complicità e dai lavoratori braccia, cervello e sangue - prendi tre e paghi uno. Direttori ed editorialisti non pretendono da Epifani il consenso sull'operazione truffaldina di Berlusconi, si accontentano di una firma, insomma che si adegui. Se poi Epifani risponde: trattiamo ancora, cerchiamo un'intesa condivisa, ma ottiene un secco rifiuto da chi vuole comandare e non trattare, i cannoni si posizionano e sparano ad alzo zero contro di lui. I compagni di merenda sognano un campo di battaglia in cui siano gli stessi lavoratori a colpire a morte la Cgil. A questo scopo intervistano quinte colonne e agitano una seconda «marcia dei 40 mila» arruolando piloti e dissidenti: purtroppo per loro, riescono ad armarne non più di un'ottantina. Quel che non si accetta della «resistenza» di Epifani è l'idea che senza il consenso dei piloti e degli assistenti di volo, cioè di chi consente ai nostri aerei di alzarsi in cielo, qualsiasi accordo sarebbe carta straccia, destinato al fallimento. Ma cosa volete che capisca di queste «sottigliezze», chi ha in testa un modello autoritario e centralista delle relazioni sindacali, ma anche sociali, politiche, umane? Arruolare Epifani nelle fila dell'«estremismo», come fa il vicedirettore del Corriere ed ex sindacalista (della Uilm, frazione di sinistra), Dario Di Vico, vuol dire ignorare la sofferenza con cui il segretario della Cgil, a differenza dei suoi colleghi di Cisl e Uil, sceglie di non adeguarsi, cioè di non accettare quel che non è accettabile dai lavoratori e dal suo stesso sindacato e di non firmare a nome di chi non rappresenta. La democrazia non è un fatto di metodo, è sostanza.

 

Diritti in piazza - Sara Farolfi

ROMA - La macchina sindacale si è messa in moto. Assemblee e attivi di delegati prendono corpo nei vari territori. La Cgil si prepara alla giornata nazionale di mobilitazione, articolata per territori, proclamata per sabato prossimo. «Diritti in piazza, per cambiare le scelte del governo», le parole d'ordine, perchè l'attacco ai diritti del lavoro altro non è che un più generale attacco ai diritti di cittadinanza. Una mobilitazione partita un po' in sordina - «sofferta», dice qualcuno - all'interno di un difficile dibattito interno alla confederazione, ma che «acquista consistenza di giorno in giorno», per usare le parole del segretario confederale Enrico Panini. Certo è che da quando è stata proclamata - con decisione unanime del direttivo d'organizzazione il 9 settembre scorso - di cose ne sono successe, «fatti che hanno caricato di contenuti la mobilitazione». Alitalia, per citare l'ultimo e forse il più eclatante. Ma anche, sullo sfondo, la trattativa sulla riforma del modello contrattuale (che per un sindacato è questione essenziale), dopo la presentazione del documento di Confindustria alle confederazioni. Appare sempre più evidente l'impossibilità di una critica serrata all'operato del governo, e contemporaneamente quella di un patto con Confindustria. «Le cose marciano di pari passo», è la convinzione diffusa in diverse camere del lavoro. E se è vero che l'aggressione confindustriale non sarà al centro della giornata di sabato, è altresì vero che «nelle assemblee si fa il punto su tutto». Mentre diversi territori, Torino tra i primi, hanno scelto apertamente di non separare le due questioni. «Una manifestazione di popolo contro le scelte del governo e contro quelle di Confindustria, questo ci aspettiamo», dice Claudio Stacchini della camera del lavoro di Torino. Ottimismo e preoccupazione marciano comunque di pari passo. «Il muscolo è atrofizzato da anni», qualcuno la spiega così. Ma le preoccupazioni sono soprattutto quelle di chi, nei territori, sa del «malumore diffuso» e delle «condizioni pesanti» di milioni di lavoratori. «Il rischio è che la dispersione porti alla ricerca di soluzioni individuali - spiega Bruno Papignani, segretario della Fiom bolognese - A quella china di dissociazione per cui tutti stanno male, ma risulta sempre più difficile credere nell'azione collettiva di riscatto». Di qui anche la scelta di una mobilitazione nazionale, articolata per territori. Che sabato si materializzerà in presidi e volantinaggi in tutte le piazze italiane e, dove i numeri lo consentiranno, veri e propri cortei. Un modo per tastare il polso della situazione, forse anche un momento di 'verifica' per la più grande confederazione italiana. «Un punto di snodo per un passaggio di fase», auspicano in molti. Anche perchè l'unità sindacale, tenacemente perseguita finora, perde colpi ogni giorno, con Cisl e Uil più che condiscendenti ai diktat del governo e ai desiderata di Confindustria. A tal punto che tanto della piattaforma sul fisco, quanto di quella sui contratti (entrambe siglate unitariamente dai tre sindacati confederali) non resta ormai che un pallido ricordo. «Scrollarsi di dosso l'apatia», dice ancora Panini, «i segnali che indicano un crescente senso di partecipazione e di identità ci sono». Cortei sono previsti a Torino, Milano, Bologna e Napoli. «Speriamo di fare una sorpresa a Berlusconi», dice Michele Gravano, segretario della Cgil Campania. Ottimo esempio di come l'attacco ai diritti del lavoro altro non sia che l'attacco più generale ai diritti di cittadinanza, sarà la manifestazione che vedrà convergere a Napoli migliaia di lavoratori da tutta la Regione. Apriranno il corteo i rom e gli immigrati di Castel Volturno, ma numerosi in piazza saranno anche i lavoratori Atitech (la manutenzione Alitalia) e i precari della scuola. «Obiettivo - dice ancora Gravano - è la costruzione di un fronte sociale che non sia solo di protesta, ma anche di proposta».

 

In fuga da Tripoli - Stefano Liberti

Fikirte ha un sussulto quando pronuncia la parola «Kufrah». Gli occhi le si riempiono di lacrime, la bocca si contorce in una smorfia. Poi si riprende, ricomincia a parlare e, come un fiume in piena, racconta quello che ha passato in quella cittadina nel deserto del sud della Libia: la cattura, il campo di detenzione, il momento in cui i poliziotti libici l'hanno venduta a un intermediario per 30 dinari (circa 15 euro), e il momento successivo in cui questo le ha chiesto 400 dollari per liberarla e trasportarla di nuovo verso Tripoli. Fikirte è etiope e ha trascorso diversi mesi in Libia, prima di riuscire a prendere una barca, arrivare a Lampedusa e ottenere il permesso di soggiorno per protezione umanitaria. Kufrah per lei è stato un punto di passaggio, il momento più difficile di un viaggio già difficilissimo. «Mi hanno catturata a Tripoli e da lì mi hanno caricata insieme ad altri etiopi ed eritrei in un container. Non c'era aria e non ci si fermava nemmeno per andare in bagno. Dovevamo fare tutto lì. Dopo tre giorni siamo arrivati a Kufrah. Qui ci hanno portato al campo di detenzione. Pensavamo che si espellessero verso il Sudan o verso l'Etiopia. Ma invece no; dopo qualche giorno mi hanno liberata e mi hanno consegnata a un libico. Questo mi ha detto che mi aveva comprata per 30 dinari e ha poi aggiunto che se volevo riprendere il viaggio dovevo pagare lui, sborsare altri soldi». Oasi sperduta all'estremo sud-ovest della Libia, Kufrah è il punto d'ingresso obbligato per gli immigranti che provengono dal Corno d'Africa e dal Sudan. Qui sono passati tutti. E qui sono ritornati tutti più di una volta, in uno sfiancante gioco dell'oca che ricordano come una specie di maledizione. «Io sono stato arrestato e sono passato a Kufrah sette volte», racconta John, un ragazzone dagli occhi spiritati anche lui arrivato in Italia dopo varie peripezie e titolare di un permesso per protezione umanitaria. «I poliziotti libici ti vendono. Kufrah è come un grande mercato, in cui noi stranieri siamo la merce. Ci sono gli intermediari che ti comprano, ti chiudono nelle loro case e non ti liberano finché tu non chiami a casa e fai arrivare i soldi del riscatto a un loro uomo fidato in Sudan». Si tratta di un sistema ben consolidato, in cui hanno il proprio tornaconto sia i poliziotti libici che i trafficanti. «Quando vogliono venderti vengono nella cella e selezionano le persone dopo averle messe in fila. Fuori ti aspettano due macchine per caricarti. Ufficialmente veniamo espulsi verso il Sudan, ma in realtà dietro le due macchine che ci trasportano, c'è una macchina della polizia che poi si allontana e lascia che veniamo consegnati agli intermediari. Loro ci hanno comprati, neanche fossimo dei somari, o degli oggetti. Quello che ho passato in Libia mi ricorda il tempo in cui da noi c'era il mercato degli schiavi», sottolinea John. I racconti degli etiopi sono densi di particolari, le testimonianze si sovrappongono a costituire un mosaico organico di un vero e proprio sistema di compravendita dell'immigrante. Dopo l'arresto, che avviene sulla costa, prevalentemente a Tripoli o Misratah, vengono tutti caricati sui container e riportati a Kufrah, da cui poi saranno liberati dietro pagamento per riprendere il viaggio verso nord. Salvo poi essere catturati di nuovo ed essere rispediti giù al confine, al mercato dell'oasi di Kufrah. Quella nel container viene descritta come un'esperienza allucinante. «Nel container erano stipate più di cento persone, in fondo c'era un bagno. La puzza di quel bagno pervadeva il container. 3-4 donne sono svenute, allora abbiamo battuto sulle pareti del container perché si fermasse», racconta Mimi, anche lui passato per Kufrah un paio di volte prima di salire sulla barca che lo ha condotto in Italia. «La prigione era terribile», ricorda Mimì. «Ci davano da mangiare in un piccolo piatto per ogni gruppo di 6/7 persone, riso bianco scondito. Se eri fortunato mangiavi due volte in un giorno, altrimenti una. Anzi, ciò che servivano era immangiabile e faceva un caldo insopportabile. Era pieno di pulci e pidocchi. Sui muri del carcere è pieno di scritte. C'è scritto, ad esempio, "Se qualcuno uccide tuo padre, non cercare vendetta, mandalo a Kufrah"». Secondo quanto affermato dalla commissione europea nel rapporto di una missione tecnica condotta nel dicembre 2004 in Libia, a Kufrah sorgerebbe uno dei tre centri di trattenimento per stranieri che l'Italia avrebbe finanziato in Libia. Il governo italiano ha smentito e non è chiaro se abbia effettivamente partecipato finanziariamente alla costruzione di quella struttura - e di altri due centri sempre indicati nel rapporto della Commissione europea. Quel che invece è certo è che a Kufrah è passata sia la missione della Commissione europea del dicembre 2004 che quella del maggio 2007 di Frontex, agenzia dell'Unione europea per il controllo e la gestione delle frontiere. In entrambi i casi, le delegazioni sostengono di aver visitato i centri e di aver parlato con le persone lì trattenute. Fikirte ricorda l'arrivo degli italiani. «Un giorno abbiamo visto dei bianchi. Erano sicuramente italiani perché parlavano solo italiano. C'erano alcune donne che facevano le riprese e le macchine erano nuove e avevano la bandiera italiana. Sono entrati. Un ragazzo eritreo che era chiuso con noi e che sapeva l'italiano li ha avvicinati e gli ha raccontato tutto quello che passavamo là dentro, il cibo scadente, le percosse. Loro gli hanno detto di non preoccuparsi, che tutto sarebbe andato per il meglio. Poi, quando sono andati via, i libici hanno preso l'eritreo e lo hanno picchiato a sangue». Il 30 agosto scorso, il premier Silvio Berlusconi ha siglato un accordo di «Amicizia, partenariato e cooperazione» in cui l'Italia si impegna a risarcire nell'ordine di 5 miliardi di dollari i danni inflitti alla Libia durante l'occupazione coloniale. Presenziando a Bengazi alla firma dell'accordo con il colonnello Gheddafi, Berlusconi ha affermato che questo accordo ci permetterà di avere «più petrolio e meno clandestini». In base a questi accordi, nelle prossime settimane partiranno probabilmente i pattugliamenti congiunti libico-italiani delle coste della Jamahiriya per bloccare le barche di immigrati. Le condizioni di detenzione degli immigrati irregolari in Libia sono state denunciate da diverse organizzazioni internazionali. L'Ong Human Rights Watch ha lanciato un pesante atto d'accusa contro l'Unione europea. «Il governo libico sottopone i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati a serie violazioni dei diritti umani, come percosse, arresti arbitrari e rimpatri coatti. L'Unione europea sta lavorando con la Libia per impedire a queste persone di raggiungere l'Europa, invece di aiutarle a ottenere la protezione di cui hanno bisogno». La stessa indignazione emerge dalle parole degli etiopi che alla fine ce l'hanno fatta. Quelli che, dopo mesi o anni di soprusi, sono riusciti ad arrivare in Italia e guardano al periodo trascorso in Libia con un misto di sollievo per esserselo lasciato alle spalle e di disperazione per i compagni che tuttora stanno nella Jamahiriya. «Io non riesco a capire - si infiamma Dag, anche lui passato per il limbo di Kufrah, anche lui giunto in Italia via mare e attualmente titolare come gli altri della protezione umanitaria «l'Italia paga la Libia per bloccare gli immigranti; poi, quando riusciamo ad arrivare, ci danno l'asilo politico o la protezione umanitaria. Che cos'è, una selezione naturale?».

 

«Il mondo ci guarda, pronto a usare il veto» - Fabrizio Tonello

Il piano di salvataggio delle banche che hanno nei loro bilanci milioni di mutui inesigibili potrebbe essere votato già mercoledì dalla Camera dei rappresentanti ma potrebbe anche non vedere mai la luce. Da un lato, l'amministrazione Bush chiede al Congresso di firmare un assegno in bianco da 700 miliardi di dollari e chiede per il Tesoro un'autorità illimitata nell'addossare al governo federale tutti i crediti che Wall Street non sa come recuperare. Dall'altra, i democratici, che hanno la maggioranza in Congresso, vorrebbero porre qualche condizione, per esempio limare i compensi stratosferici e le liquidazioni d'oro dei dirigenti che hanno portato le istituzioni finanziarie in bancarotta. In realtà, il gioco veramente importante si svolge dietro le quinte ,dove i lobbisti di Washington stanno cercando freneticamente di ottenere che il salvagente governativo comprenda non solo i mutui immobiliari ma ogni tipo di credito: alla festa a spese dei contribuenti possano partecipare non solo le banche ma anche le compagnie d'assicurazioni, le istituzioni parabancarie e i giganti delle carte di credito (un altro settore che fa sempre più fatica a recuperare i quattrini concessi con facilità negli anni scorsi). Gli appetiti sono giganteschi e l'amministrazione Bush (che ogni tanto ancora parla di "pareggio del bilancio") sembra convinta di poter spendere 1000 miliardi di dollari come se fossero noccioline. Anzi, ieri lo stesso presidente ha mandato un messaggio dal tono ultimativo al Congresso, dicendo di fare in fretta perché "tutto il mondo ci guarda" e minacciando velatamente di mettere il veto a una legge che approvasse il salvataggio ma solo a determinate condizioni. Addirittura, il Tesoro esige di poter intervenire "senza che i tribunali possano sindacare il suo operato", una bestemmia nel sistema costituzionale degli Stati Uniti. I democratici accetteranno lo scambio Cash for Trash, soldi in cambio di spazzatura? L'economista Paul Krugman ha spiegato ieri sul New York Times che il piano di Paulson non risolverebbe il problema centrale della crisi, che è la carenza di capitale da parte delle banche (a meno che i crediti che il governo compra non vengano supervalutati). Inoltre, aggiunge Krugman, non si capisce perché i cittadini americani dovrebbero finanziare aziende gestite fin qui in modo rovinoso senza aver nulla in cambio: durante la crisi delle casse di risparmio negli anni Ottanta (anch'essa provocata dalla speculazione favorita da amministrazioni repubblicane, naturalmente) il governo federale creò un'agenzia che recuperò la proprietà delle banche fallite, non semplicemente i crediti. Resta oscuro, inoltre, cosa potrebbe rianimare il mercato immobiliare e cosa potrebbe permettere alle famiglie in difficoltà di ricominciare a pagare le rate del mutuo: l'economia non va certo bene e lo spettro della strozzatura del credito è ben reale. L'idea di legare il piano a interventi per bloccare i pignoramenti e rinegoziare i termini dei mutui circola tra i democratici ma naturalmente Wall Street e i repubblicani sono ferocemente contrari. In Senato si discute di creare un'agenzia federale ad hoc per gestire il salvataggio ma sembra una soluzione tecnicamente troppo complessa per essere attuata in tempi brevi. In tutto questo, chi è silenzioso o quasi sono i due candidati alla presidenza, Barack Obama e John McCain, che vogliono soprattutto evitare di fare proposte che si ritorcano contro di loro. Entrambi hanno chiesto che i soldi dei contribuenti non vadano ad arricchire i manager responsabili del disastro ma nulla di più. Sia McCain che Obama preferiscono tenere le distanze dai rispettivi partiti in questo momento perché la situazione potrebbe degenerare in uno scontro frontale tra Casa Bianca e Congresso. Se Camera e Senato approvassero un testo molto diverso da quello proposto dal Tesoro, Bush potrebbe mettere il veto e la crisi finanziaria si riaprirebbe in modo assai più virulento della settimana scorsa. Questa possibilità ha fortemente innervosito la Borsa americana ieri mattina: al momento in cui scriviamo il Dow Jones, il Nasdaq e lo Standard and Poor's 500 perdevano circa il 2 percento. Il petrolio, in previsione di un indebolimento del dollaro, è cresciuto del 10% in un solo giorno, tornando sopra i 115 dollari al barile. Chi sembra avere le carte migliori in mano, per ora, è l'amministrazione Bush, che sta usando in modo assai spregiudicato la crisi per ottenere un'autorità illimitata da parte del Congresso. I democratici sono timorosi di vedersi rovesciare addosso la responsabilità di un nuovo crack a sole sei settimane dalle elezioni e quindi accetteranno probabilmente di capitolare a condizione di ottenere qualche emendamento che permetta loro di salvare la faccia. Dopo il 4 novembre, se ne riparlerà.

 

La Cina piange sul latte versato - Simone Pieranni

Latte contaminato, 54 mila bambini intossicati, 4 morti, paura che dilaga un po' ovunque. Alcuni paesi asiatici e africani, per non sbagliarsi, hanno bloccato l'importazione di latte cinese. Starbucks, in Cina, vende solo latte di soia. I media cinesi ne parlano, il Governo si barcamena tra rivelazioni e proteste e prepara il terreno a una nuova resa dei conti interna. Storie da capitalismo dei disastri, da Cina del 2008: mercato, speculazioni, controlli e vittime, le solite. Scandali annunciati, come la debolezza architettonica delle scuole del Sichuan o l'attuale disastro del latte contaminato. E rese dei conti alla cinese. L'ultima notizia è che Li Changjiang «si è dimesso con il consenso del governo dopo che i prodotti contaminati hanno provocato l'ospedalizzazione di circa 13.000 bambini, e la morte di quattro di loro». Li Changjiang era il capo dell'amministrazione cinese deputata al controllo sulla qualità. Si è dimesso e ora si ritrova tutto solo a coltivare la speranza che basti così. Politicamente è finito, ma i guai per lui potrebbero essere anche più grandi. Perché la sua funzione è una delle più rischiose: nel luglio del 2007 Zheng Xiaoyu, 63 anni, l'ex capo dell'agenzia per i controlli igienico-sanitari è stato giustiziato, con l'accusa di corruzione. Aveva intascato soldi per sorvolare nei controlli su medicinali e alimenti. Anche allora a morire toccò ai bambini. Tutto cominciò mesi fa quando in una delle aziende che producono latte in polvere vennero segnalati casi di analisi allarmanti. Una emittente televisiva dello Hunan denunciò l'alto numero dei bambini ricoverati per problemi renali. Avevano unito i puntini, ma l'ordine da Pechino fu perentorio: silenzio. A pochi giorni dai Giochi, altre denunce e ammissioni, ma il copione fu lo stesso. Infine, quando il latte messo in commercio ha iniziato ad avere i suoi terribili effetti in modo massificato ecco le prime notizie, seguite ai primi ricoveri. Il mondo del web ha aperto le porte su una terribile vicenda, sulla quale il Governo di Pechino ha provato a metterci lo zampino. Ma presto tutto è venuto a galla. Si deve a Jian Guangzhou, un reporter di Shanghai, la prima accusa ufficiale nei confronti di un'azienda, la Sanlu, della provincia dell'Hebei, partecipata anche dalla neozelandese Fonterra. Questi ultimi hanno subito preso le distanze: Andrew Ferrier, amministratore delegato del gruppo ha dichiarato: «facciamo controlli rigorosi, non escluderei un sabotaggio». L'azienda cinese, decisamente più invischiata, prima ha nicchiato, poi è stata travolta dallo scandalo. Non bastano le scuse al popolo cinese: una ventina di arresti, tra i quali figurano i manager e l'amministratore delegato del gruppo. I nuovi mostri hanno aperto le edizioni di molti quotidiani cinesi: Zhang Zhenlin, vice presidente di Sanlu, è ritratto a capo chino, in gesto di scusa, con la cravatta a ballargli davanti, tra il macabro e il ridicolo. E giorno dopo giorno crescono le novità: alla Sanlu sarebbero stati sequestrati circa 10 tonnellate di latte contaminato. Dopo i dirigenti è il turno dei politici, in un crescendo, perché le sorprese non finiscono lì: il 18 settembre il Dongguan Times annuncia che il vice governatore dello Hebei sapeva tutto. È l'ultimo passaggio di un terremoto politico della regione e del suo capoluogo Shijiazhuang: licenziati Ji Chuntang, il vice segretario del partito e alcuni uomini dell'amministrazione locale sui controlli di qualità. E l'aria si fa ancora più tetra. Con i giorni aumentano i ricoveri, le morti e le novità: non si tratterebbe solo del latte in polvere, ma anche di quello liquido, degli yogurt. Non solo: non sarebbe solo la Sanlu l'azienda a speculare con il ricco commercio del latte in polvere. Ce ne sarebbero altre, tra le quali lo sponsor olimpico (che avrebbe dovuto fornire il latte proprio al villaggio degli atleti) Yili e i brand Mengniu e Shanghai Bright Diary. Prodotti e marchi cinesi, dal marketing aggressivo e aiutato da molte star. Queste ultime, respirata l'aria, hanno immediatamente comunicato le loro decisioni. Liu Guoliang, mister della nazionale cinese di ping pong e testimonial di Yili, ha già fatto sapere che devolverà alle vittime i suoi introiti pubblicitari macchiati dalla vergogna. A quel punto lo scandalo è divenuto inarrestabile e la Cina ha messo in campo i suoi leader. Wen Jiabao, una stagione a correre qua e là per tappare le falle del sistema cinese, almeno mediaticamente, ha fatto visita agli ospedali (come già nei luoghi tempestati dalla neve o dal terremoto), si è fatto fotografare e annunciato la strategia del governo: «mai più simili scandali». E mentre ai media si chiedeva di prendere per buone solo le agenzie governative, la faccenda si allargava: sarebbero 22 su 100 le aziende coinvolte nello scandalo del latte, mentre da Hong Kong sono giunti sospetti anche sulla Nestlè, che ha immediatamente ritirato un suo latte Uht dal mercato asiatico, pur assicurando circa il rigore dei propri controlli. Dopo la sbobba olimpica un'altra bella gatta da pelare per il governo cinese. Il 2008, alla faccia dell'armonia, andrà in archivio come l'anno dei disastri e dei disordini, nel trentesimo compleanno delle «riforme»: non solo neve e terremoto, proteste in Tibet e attentati in Xinjiang. Secondo fonti riportate dal Guardian ci sarebbero state almeno 90 mila proteste nel corso dell'anno. La causa nella maggior parte dei casi sarebbe la corruzione dell'apparato dirigente del partito.

 

Liberazione – 23.9.08

 

Abolite le banche d'affari: si fa piccolo il capitalismo Usa – C. Jampaglia

Milano - Morgan Stanley e Goldman Sachs, le ultime due grandi banche d'affari dopo la caduta di Lehman, l'acquisizione di Bear & Stearns da parte di Jp Morgan e quella di Merrill Lynch da Bank of America, sono diventate banche commerciali normali. Da oggi dovranno sottostare alle regole sul capitale versato, quello depositato dai clienti e quello dato in prestito. L'invenzione della banca che prendeva a prestito per prestare, motore della finanza di rischio, veliero dei "capitani coraggiosi" che aveva conquistato il mondo per spregiudicatezza, influenza e guadagni è morta. La banca d'investimento americana è l'ultima vittima della caduta finanziaria dello Zio Sam. Che ieri ha chiesto aiuto. E il G7 ha reagito come un sol uomo, almeno a parole. Gran Bretagna, Francia, Germania, Giappone, Canada e Italia (ma non la Russia, invisa alla comunità internazionale a guida nordatlantica dopo la crisi georgiana) sono «pronti ad adottare qualsiasi azione necessaria, sia individualmente che collegialmente, per assicurare la stabilità del sistema finanziario internazionale». Una ciambella tutta politica lanciata di prima mattina, ieri, in una "conference call" (conferenza via telefono) tra i governatori delle banche centrali e i ministri economici dei sette paesi che si sono vicendevolmente complimentati per il rapido intervento e coordinamento in funzione anticrisi o meglio, come loro stessi scrivono, «nel fronteggiare le distorsioni dei mercati globali». Distorsioni. Ovvero dodici banche commerciali fallite, la quinta banca d'investimenti d'America (Bear Stearns) svenduta sotto la regia della Fed, la quarta (Lehman Brothers) fallita con 600 miliardi di dollari dopo 158 anni di storia, il tracollo di Fannie Mae e Freddie Mac - detentori della bellezza di 5200 miliardi di dollari in mutui - nazionalizzate da Bush in tutta fretta con 1600 miliardi di dollari di garanzie governative e ancora il salvataggio del colosso assicurativo Aig per 80 miliardi di dollari freschi (altra nazionalizzazione), un fondo straordinario di 700 miliardi di dollari per fermare la crisi e la trasformazione delle ultime due banche d'affari Usa in istituti di credito tradizionali, sono per citare i principali eventi delle ultime settimane, sono distorsioni? Cambiano le sigle (G7, G8...) ma la presa per il culo è la stessa, balle, polpette avvelenate, governance che nemmeno Pinocchio. L'intervento del G7, avrebbe preso corpo da una rivelazione a un talk-show mattutino su Fox Tv del ministro del Tesoro Paulson che non ha escluso che il governo potesse intervenire anche in favore di «certe banche straniere che hanno attività rilevanti negli Stati Uniti». Il messaggio "siamo sulla stessa barca" forse serve al consumatore Usa, non all'operatore che lo sa da anni. Europa e Asia sono in misura diversa dentro la crisi, anche se l'epicentro è americano. Di sicuro, né la Bce, né le banche centrali dei paesi occidentali legati a doppio filo ai mercati Usa faranno mai fallire il sistema. Non possono. Le dimensioni sono irraggiungibili. Tanto per capirci solo le due finanziarie immobiliare Fannie & Freddie sono esposte per tre volte il Pil italiano. Il messaggio è quindi tutto politico. Va tutto bene, ci siamo, governiamo... Vale soprattutto per i detentori di fondi monetari in Usa, la gran massa dei risparmiatori per 3500 miliardi di dollari impegnati. Fino a mercoledì scorso i fondi monetari erano l'investimento più sicuro e protetto negli Usa, almeno finché la Reserve Management Corporation ha avvisato il tesoro che uno dei suoi fondi aveva «rotto la parità col dollaro» col fallimento di Lehman & Brothers. Se Paulson non interveniva più veloce della luce, c'era il vero rischio panic selling . La corsa alla vendita dei risparmiatori. Per evitarla c'era una sola frase da dire: "lo Stato garantisce". Ed ecco servito anche il fondo da 700 miliardi di dollari pubblici per interventi anticrisi sul sistema. Solo che come spiegò tanti anni fa il protagonista de l'Odio di Kassovitz, mentre cade dal grattacielo tra i flash dei fotoreporter e le urla della gente: «L'importante non è la caduta ma l'atterraggio». E qui stiamo ancora cadendo e tutti gli esperti sanno che il materassone annunciato da Paulson (regista Bernanke, comparsa Bush) non basterà. E infatti non si sa a cosa serva. Lo scrive bene il Financial Times , lo Stato potrà comprare titoli e qualunque "asset" finanziario per raffreddarne la temperatura e evitare fallimenti ed effetti domino. Una cosa mai pensata prima. Lo Stato che diventa operatore anticiclico direttamente sul mercato borsistico e finanziario. Come in Cina. E con quali ricadute? Nessuno lo sa. Come nessuno sa quantificare e valutare le obbligazioni "tossiche". Di solito ci pensava il mercato. E quindi oggi sarebbero carta straccia. Allora ecco l'idea di un fondo e di un Piano Marshall per salvare gli Usa e tutti noi dalla crisi dei banchieri, degli speculatori e degli affaristi, con soldi pubblici versati per la gran parte dai lavoratori (in Usa le tasse sulle rendite finanziarie sono al 15%) e magari di quelli del G7. Ed è così che, dicevamo, adesso non esiste più nemmeno la banca d'investimento. La Federal Reserve ha tagliato corto. Se volete avere accesso ai fondi di salvataggio per gli istituti di credito, dovete diventarlo. Non basta più finanziarsi con l'emissione di obbligazioni. Dovete raccogliere il risparmio. Così Morgan Stanley farà diventare una sua banca nello Utah, una delle sue attività più che secondarie, l'architrave di una nuova banca nazionale. Finito il business solo sulla carta, su valutazioni e proiezioni. Adesso ci vorranno anche garanzie e controlli. In cambio verranno aiutate dai prestiti della Fed. E non a caso, ieri, Mitsubishi Ufj Financial, il primo gruppo bancario giapponese, ha annunciato l'acquisto di parte del capitale di Morgan (tra il 10 e il 20%). Arriva il tanto invocato soccorso estero? No. I giapponesi entrano nelle stanze finora vietate dei finanzieri di Wall Street a buon prezzo. E infatti le borse di mezzo mondo non abboccavano e tornavano in profondo rosso (solo Morgan saliva davvero tra i finanziari). E per togliere ogni dubbio sul raffreddamento della crisi, la Fed annunciava un'altra iniezione di 75 miliardi di dollari per le banche a 1,94% di interesse. Ora si aspetta di vedere come e se rilancerà Goldman Sachs, la più odiata e aristocratica delle banche d'affari (oltre al ministro attuale del Tesoro vengono da lì dozzine di personalità istituzionali, dal presidente della Banca Mondiale Zoellick al nostro Mario Draghi) che nell'ultima settimana oscillava paurosamente tra i 90 e i 160 dollari ad azione. Un ottovolante accerchiato dagli avvoltoi. Talmente speculativo e rischioso che due fondi pensione americani il Calstrs e il Calpers (quello dei dipendenti pubblici californiani, 38 miliardi di dollari, uno dei più grandi) avevano annunciato venerdì di non accettare più la compravendita a breve di azioni di Goldman e Morgan per «non contribuire all'instabilità di queste aziende». Aveva anche protestato il supermanager di Goldman, Lloyd Blankfein (68 milioni di dollari di benefits e premi nel 2007) per il trattamento subito: vendite allo scoperto ovvero vendita di titoli senza averli prima comprati. E dire che solo l'anno scorso, la banca non aveva pagato solo i soliti manager, ma aveva distribuito 20 miliardi di dollari tra bonus e premi ai suoi dipendenti. A tutti i dipendenti, autisti compresi. Lo stile Goldman. E poi con 20 miliardi di dollari ce n'era per tutti... Oggi non ce n'è più per nessuno.

 

Barack o John... purché sia Roosevelt! - Massimo Cavallini

Negli Usa, com'è noto, "liberal" significa (grossomodo) "di sinistra". Ed essere "di sinistra" a sua volta significa, in questa parte di mondo, favorire l'intervento del governo nella gestione dell'economia, perorare i lacci e lacciuoli (o "red tapes", come si dice a Wall Street) di regole tese a frenare ed incanalare le impetuose (ed immancabilmente sane) correnti del "libero mercato". O meglio: significa, da un più preciso punto di vista storico-politico, essere ancora legati ai principi redistributivi del New Deal rooseveltiano (o alle teorie del keynesianesimo economico), vero paradigma d'un liberalismo divenuto, nel tempo, una sorta d'insulto, un vecchio abito dal quale chiunque, a qualunque livello, volesse fino a ieri vincere elezioni di sorta, doveva liberarsi in fretta e con ostentato disgusto. Orbene: al termine di quest'ultima settimana - breve lasso di tempo che, con un eufemismo, definiremo "turbolento" - sembra che il vero problema del senatore Obama, candidato democratico alla Casa Bianca, non sia più quello di scrollarsi di dosso l'etichetta di "liberal", bensì quello di spiegare a suoi elettori per quale ragione lui (e, soprattutto, il suo partito) liberal non lo sia stato abbastanza. Più in concreto: per quale ragione, lui ed il suo partito abbiano fatto tanto poco per incanalare le correnti, certo impetuose, ma tutt'altro che sane, del libero mercato. Il tutto con l'unico vantaggio d'avere di fronte a sé avversari (i repubblicani e John McCain) che da questo punto di vista hanno - incomparabilmente - molti più panni sporchi da lavare di fronte alla pubblica opinione. I fatti sono noti. Venerdì scorso, in una drammatica apparizione televisiva, con l'ormai impresentabile George W. Bush a fare da spaesata comparsa, il segretario al Tesoro, Henry Paulson, ed il direttore della Federal Reserve, Ben Bernanke, hanno presentato un piano di salvataggio del sistema finanziario - ormai in procinto d'annegare, affondato dal peso dei crediti immobiliari senza adeguate garanzie (i cosiddetti "subprime mortgages") - per la stratosferica cifra di 700 miliardi di dollari. Ovvero: hanno esposto, con drammatici accenti, il più grande intervento pubblico a sostegno dell'economia dai tempi (fino a ieri vituperati) di Franklin Delano Roosevelt (specie se ai 700 miliardi annunciati venerdì si aggiungono gli 85 stanziati per salvare dal baratro AIG, il gigante ferito delle assicurazioni). Con la differenza che questa volta - a conferma dell'oggettiva insostenibilità della situazione - non erano i perfidi "liberal", ma gli stessi sacerdoti del "libero mercato" a profferire la bestemmia. O quella che, fino a ieri, avrebbero considerato una bestemmia. Né questa era stata la fine dell'ondata blasfema. Perché le bestemmie (o quelle che fino a ieri sarebbero state considerate tali) erano in effetti destinate a trasformarsi, solo qualche ora più tardi, in una sorta di coro celestiale. Come è di fatto accaduto, allorquando Goldman Sachs e Morgan Stanley - le due ultime banche d'affari rimaste pur barcollanti in piedi, dopo le cadute di Lehman Brothers (fallita), Merrill Lynch (comprata per due soldi da Bank of America) e Bear Sterns (inglobata da JP Morgan Chase con il sostegno di pubblico denaro) - avrebbero annunciato la loro decisione di tornare ad essere semplici banche commerciali. Vale a dire: di rientrare, come pecorelle smarrite, proprio in quei recinti (red tapes) che, con la complicità del potere politico, avevano abbandonato per poter liberamente pascolare nelle grandi praterie della finanza d'assalto. O, più specificamente: all'interno dei limiti definiti da quel Glass-Steagall Act che - approvato agli inizi della Grande Depressione e fino a ieri considerato una sorta di campo di concentramento della "vecchia economia" - reclama adeguate coperture finanziarie a fronte di ogni operazione. Quello che pochi avevano previsto - la fine della seconda "Gilded Age" - è all'istante divenuta un dato di fatto. In un "drammatico week-end di paura", la "nuova età dell'oro", apertasi negli anni '80 con il trionfo del reaganismo, s'è chiusa per sempre. Chiusa al punto che a scriverne il necrologio sono stati - di fronte alle attonite masse dei fedeli - gli stessi guardiani del tempio. Immaginatevi - per farvi un'idea dell'accaduto - San Paolo di Tarso che ammette di non essere mai andato a Damasco, di non aver visto, lungo la strada, una luce accecante, né udito voce alcuna. E pensate, quindi agli effetti che questa rivelazione (o contro-rivelazione) avrebbe sui credenti cristiani. È vero: nel fuoco della crisi finanziaria, un'epoca si è chiusa - prima e più traumaticamente di quanto fosse stato previsto -, cosi come il crash del 1929 aveva, a suo tempo, chiuso la prima Gilded Age. Ed il problema - il vero problema - è che nessuno sembra davvero pronto a voltar pagina. Per parafrasare, ad un tempo, Friederick Nietzsche e Woody Allen: Dio è morto, ed anche Barack Obama non sta troppo bene… Ieri, nel suo editoriale, anche il Wall Street Journal ha, con un comprensibile eufemismo, ammesso che "un modello finanziario" ha chiuso il suo ciclo. Ed ha - altrettanto comprensibilmente e, quel che più conta, con qualche ragione - cercato di "spalmare" sull'intera società le responsabilità dell'apocalisse. Raccontare la favola secondo la quale - scrive in sostanza l'editorialista - esisteva un mondo felice, prospero e giusto poi rovinato dagli orchi di Wall Street impadronitisi del mondo dopo l'avvento di Ronald Reagan negli anni ‘80, può forse servire per far addormentare bambini e cattive coscienze. Ma quello che è accaduto è, in realtà, stato il frutto della convergenza di diversi fattori, con Washington (il potere politico, nel più "bipartizan" senso della parola) sempre in primo piano. Giusto. Nessuno, in questa storia è davvero innocente. Neanche i giudici. O i dottori. Anzi: i giudici e i dottori meno di tutti. Basti guardare al caso dell'uomo che ha di fatto annunciato la fine dell'ultima età dell'oro e, insieme, la terapia per curarne i mali. Henry Paulson, oggi segretario al Tesoro, è stato, fino al 2006, alla guida proprio della Goldman Sachs. Ed i maligni oggi rammentano come, in 32 anni di servizio - e soprattutto nelle sue vesti di Chief Executive Officer, tra il '95 ed il 2006 - egli abbia accumulato una fortuna personale di 700 milioni di dollari. Un millesimo della somma oggi in procinto d'essere stanziata per salvare Goldman Sachs, Morgan Stanley e tutte le altre banche d'affari da una catastrofe destinata a trascinare con sé la traballante salute dell'intera economia mondiale. Qualcuno, inevitabilmente, ha fatto notare come - fosse il mondo dell'economia un po' meno complesso ed un po' più giusto - si potrebbe risolvere la crisi obbligando un migliaio (o giù di lì) di "grandi manager " del denaro (i "master of universe" di cui parlava un celebre romanzo) a rendere il maltolto. Non sarà così ovviamente. Un po' perché, in questo mondo, troppo spesso quel che è giusto non è fattibile. E molto perché - come fa notare il Wall Street Journal - la "spalmatura" delle responsabilità è, a suo modo, un fatto reale. Robert Rubin, grande architetto della politica economica di Bill Clinton, era stato anche lui CEO della Goldman Sachs. E, tornato al sistema finanziario (alla Citibank) dopo i suoi anni di pubblico sevizio, è oggi il più in vista tra i consiglieri economici del candidato Barack Obama. Non per caso, visto che proprio da "centristi" e fervidi sostenitori del "libero mercato" - come Jason Furman, Austan Goolsbee e David Cutler - è formato il consiglio di grandi saggi assemblato dal senatore dell'Illinois nella sua marcia verso la casa Bianca. In sostanza: la profondità della crisi ci ha regalato, nelle ultime ore, un'accelerazione degli eventi che ha colto - chi più, chi meno - tutti impreparati. La moderazione della politica è entrata - con imprevedibili conseguenze - in rotta di collisione con la radicalità delle soluzioni imposta da un cambio d'epoca. Dire chi vincerà, tra Obama (il "più liberale dei senatori") e McCain (l'antiliberal che oggi, in ridicola polemica con se stesso, si riscopre populista senza rinnegare il proprio passato) è, allo stato delle cose, impossibile dire. Ma certo è che, chiunque vincerà, dovrà - se vorrà governare - scegliere la strada di Franklin Delano Roosevelt. Quella che, fino a ieri, portava alla perdizione…

 

Prc, scelti gli organismi. «Rimettiamoci in moto» - Romina Velchi

La crisi nel Caucaso e la nuova organizzazione del partito (aree e dipartimenti). E' attorno a questi due temi che si è svolta la discussione nella direzione nazionale del Prc, riunitasi ieri al gran completo nella sede di viale del Policlinico. Della guerra d'agosto tra Georgia e Russia si era già parlato nel primo comitato politico dopo le ferie, dove si era deciso di rinviare la discussione ad una sede più adatta, visti i diversi punti di vista. Ma il rinvio del dibattito non è servito a trovare un punto d'incontro tra le due linee emerse (materializzate in due documenti separati, uno a firma Fabio Amato, l'altro Elettra Deiana e altri). Secondo Amato, in sostanza, la crisi georgiana va letta all'interno della crisi della globalizzazione e «il problema non è quello di schierarsi con l'uno o con l'altro, ma di capire che ci sono responsabilità ben precise». E quel che serve è rilanciare la battaglia di massa per il disarmo e per la pace. Una tesi condivisa un po' da tutti gli interventi degli esponenti della maggioranza. Bruno Steri, per esempio, considera «un bene» il fatto che il mondo unipolare stia finendo, se non altro perché «i pericoli maggiori per la pace vengono dagli Usa» e dunque Russia e Stati Uniti «non possono essere messi sullo stesso piano, senza per questo voler fare l'apologia di Putin». Alfio Nicotra nega qualsiasi ritorno al "campismo" (cioè alla necessità di dover fare una scelta di campo a prescindere), mentre Ramon Mantovani invita a non fermarsi «all'imbuto delle nostre divisioni congressuali» e a guardare le cose come stanno: «Questo è il multilateralismo che abbiamo, non ce n'è un altro». E', insomma, il criterio delle cause e delle responsabilità, quello che invita a seguire anche Alberto Burgio, secondo il quale, invece, il documento Deiana «capovolge le responsabilità, minimizza il ruolo degli Usa e impedisce di tematizzare il nesso tra crisi economica e tentazioni della politica di guerra». Di tutt'altro avviso il fronte opposto. Secondo Deiana «ci sono specifiche responsabilità russe», pur dentro una dinamica globale certo ancora dominata dagli Stati Uniti. La vicenda dell'Ossezia non «è il semplice contrappasso del Kosovo», perché la Russia di fatto «concorre alla deflagrazione del diritto internazionale». Amato compie un «errore sulla natura della Russia, una potenza capitalista con forti connotati autoritari», incalza Roberto Musacchio e il multipolarismo così come prospettato, accusa Gennaro Migliore, altro non è che «equilibrio di potenze» e il «nazionalismo russo non viene criticato per quello che è (la Cecenia non è nemmeno nominata)»; in questo senso «Putin è più pericoloso per la pace». E siccome il sistema si va spostando verso est ma «sempre sistema di tipo capitalistico è», avverte Alfonso Gianni, e non c'è «una parte per cui parteggiare», a noi non resta che «fare da soli» e «sviluppare le lotte sociali». A queste e altre obiezioni risponde il segretario Paolo Ferrero, mettendo di nuovo l'accento sulle «responsabilità di ordine storico e non ideologico. Non c'è alcuna forma di campismo» nel dire che dopo l'89 gli Stati Uniti «hanno messo in campo tutte le condizioni per la crisi di oggi» e che di fronte alla perdita di peso economico sta diventando sempre più forte la tendenza a «mantenere il proprio dominio» manu militari. Questa sì, osserva Ferrero, rappresenta una grave minaccia alla pace. Perciò, a noi il compito di «individuare le contraddizioni e lì dentro agire di conseguenza». Finisce che il documento Amato è approvato con 31 voti favorevoli, 26 contrari e un astenuto. Più o meno lo stesso risultato (31 favorevoli, 24 contrari) della votazione sui nuovi dipartimenti (nomi e incarichi saranno pubblicati domani su Liberazione ), arrivata dopo un dibattito non privo di qualche momento di tensione. E' lo stesso Ferrero a spiegarne i criteri, mettendo l'accento in particolare sul fatto che le sette "macro-aree" individuate, avendo una funzione prevalente di indirizzo politico, faranno capo direttamente alla segreteria, anche allo scopo di evitare salti di comunicazione. Più in generale, il segretario - replicando anche ad alcune critiche interne alla maggioranza - spiega che la proposta avanzata certo è «un ibrido», forse anche «ambigua», ma perché ambigua è la situazione del partito. «E' urgente rimetterci in modo, altrimenti il rischio è l'implosione - avverte Ferrero - Ci sono dei nodi aperti, ma aspettare di averli risolti significa fare l'organigramma del partito fra tre anni». Inoltre, la proposta tenta di tenere conto del fatto che c'è una minoranza del 47%: «Chi non si riconosce nella linea politica, in questo modo non è obbligato ad andarsene». Nel dettaglio le aree di lavoro sono: radicamento sociale; territorio, ambiente e beni comuni; lavoro e welfare; conoscenza, laicità e nuovi diritti; organizzazione; democrazia e istituzioni; esteri. Significativa l'attenzione dedicata al radicamento sociale del partito, alla questione settentrionale e ai temi del lavoro, dell'economia e del welfare, nell'ottica di quella direzione di marcia "in basso, a sinistra" decisa a Chianciano. Ma la minoranza che fa capo a Nichi Vendola boccia la proposta su tutta la linea e non solo perché non è stata accolta la richiesta di avere vicepresidenti in tutti i dipartimenti (respinta perché avrebbe significato, in questo caso sì, avere un partito nel partito: ai "vendoliani" va la responsabilità solo di alcuni dipartimenti). Non piace nemmeno il merito della proposta: «Avete raddoppiato il numero - accusa Ciccio Ferrara - per trovare una quadra, un equilibrio al vostro interno. E' un disastro». A scaldare la sala, però, è il tema della cosiddetta agibilità politica di coloro che hanno ricoperto incarichi nel partito: cioè la possibilità di disporre dei mezzi per continuare l'attività politica (ufficio, computer, telefono ecc). Illustrata da Ferrero (che la cataloga sotto la voce pluralismo, nel solco di una prassi già usata in passato), la proposta ha sollevato polemiche: non si vede perché anche chi è stato in segreteria non debba «tornare a fare politica come gli altri», polemizza per esempio Franco Russo, mentre Aurelio Crippa chiede chiarezza: «Ci sono due partiti nel partito?». Il tema di fondo lo esplicita Alfonso Gianni: posso anche decidere di accettare l'incarico (dipartimento economia), dice in sostanza, ma solo se posso continuare a portare avanti il «mio progetto politico» (che com'è noto è diverso da quello emerso al congresso di Chianciano). Si vedrà. La questione dell'agibilità politica, precisa in chiusura Ferrero, non fa parte della proposta sui dipartimenti. E resta inteso che ogni decisione sarà portata all'attenzione della direzione nazionale.

 

Clima e guerra: il Forum sociale europeo avverte la catastrofe. Ecco l'agenda - Checchino Antonini

Malmoe - Deve non aver funzionato tutto a dovere, al social forum europeo di Malmoe: dopo parecchie discussioni per arrivare al testo dello striscione d'apertura del corteo - "Potere ai popoli, contro il capitalismo e la distruzione ambientale, per un altro mondo possibile" - chi era stato incaricato dal Noc, il comitato organizzatore nordico, di fornire lo striscione ha fatto perdere le proprie tracce. Risultato: il corteo è stato aperto dal sindacato dei trasporti svedese con alcuni drappi d'epoca. Il giorno successivo sono mancati all'appello un centinaio di volontari tanto che il Noc ha dovuto lanciare un appello dal microfono del salone di Amiralen dove, peraltro, era in corso una polemica con il collettivo dei traduttori scontento delle soluzioni logistiche. Diserzione dei volontari? Attriti tra le organizzazioni che hanno dato vita al social forum? In realtà, le polemiche dell'ultimo giorno sono il portato di quattro giorni di lavori segnati da una notevole discontinuità rispetto alle edizioni precedenti: il primo Fse scandinavo ha avuto luogo in location suggestive - una fabbrica di cioccolato trasformata in scuola di teatro, il palazzetto del tango, la sontuosa sede del sindacato e della socialdemocrazia, perfino una sala da gioco con le croupier che prendevano il posto dei relatori dei seminari e piazzavano il tavolo del black jack - ma era disperso ovunque nella città più a sud della Svezia. Mancava lo spazio comune che si realizzò alla Fortezza da Basso o nell'ex aeroporto di Atene dove potevano convergere addetti ai lavori ed eccedenza. Mancava la capacità di attraversare il territorio come invece accadde a Firenze e nell'edizione greca. E' stato un forum di attivisti anche se il successo del corteo del sabato ha colmato in parte il gap tra gli altermondialisti, almeno 10mila, e la città. Lo hanno notato, su queste stesse pagine (Liberazione è stata l'unica testata a spedire un inviato) i delegati italiani, lo conferma, mentre ad Amiralen si comincia a smontare il francese Cristophe Aguiton, fondatore di Ac, Agir contre le chomage, e poi in Attac: «Il bilancio deve essere differenziato rispetto ai diversi temi - spiega a Liberazione - il dibattito tra le reti è andato avanti a proposito di giustizia sociale, giustizia climatica, guerra mentre i dibattiti sul servizio pubblico mi sono parsi un flop. Ma, al di là della disorganizzazione, è cresciuta comunque la confidenza tra noi». «Sono stati fatti avanti sulla questione guerra - conferma Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas - è stato possibile approfondire nei dibattiti sia la questione irachena che quella palestinese. E' la questione lavoro che risente dell'atteggiamento dell'area della Ces». Quest'ultima è la confederazione dei sindacati europei di cui fanno parte Cgil, Cisl e Uil. Solo la prima sigla ha preso parte al Fse. Così è stato impossibile prendere una decisione comune sulla mobilitazione europea contro le direttive-vergogna, quelle su orario di lavoro (che rischia di essere portato a 57 ore) e sui migranti (considerati non come lavoratori ma come "clandestini"). Per la Fiom-Cgil risponde Alessandra Mecozzi: «Un passaggio di qualità c'è stato e anche una ricerca di alleanze, nel sindacato cresce la consapevolezza e questo forum registra una centralità di questi temi». «Questo movimento è l'unica aggregazione sociale che si pone il problema e si mobilita per rendere possibile un mondo diverso e quindi resta la principale risorsa per costruire una alternativa all'egemonia del liberismo sui processi di globalizzazione - scrive Massimo Serafini di Legambiente ricordando la mobilitazione per la giustizia climatica - il 6 dicembre prossimo, appuntamento a Poznam per lanciare la campagna contro il cambio di clima; la seconda, una grande manifestazione a Copenaghen il prossimo anno, da fare in coincidenza con la riunione che i governi di tutto il mondo». Dunque clima e guerra sono gli argomenti più sentiti tra la galassia altermondialista che torna a casa con un'agenda forte. Clima e guerra: cresce la sensazione che una catastrofe sia imminente. E mentre in Italia il telegiornale di una tv berlusconiana montava immagini di repertorio per imbastire un servizio sensazionalista su scontri praticamente inesistenti, il Fse discuteva e indicava scadenze notevoli. Il 4 aprile, tra Strasburgo e Kihl, la più vicina località tedesca, si terrà una mobilitazione in occasione del 60° anniversario della Nato, una data che il forum sociale mondiale di Belem potrebbe far sua e potrebbe essere ricordata come un nuovo 15 febbraio 2003, quando 100 milioni di persone in tutto il pianeta manifestarono contro la guerra in Iraq. A marzo, la neonata rete europea per l'acqua pubblica, sottoscritta da organizzazioni di 15 paesi, volerà a Istanbul per contestare il Consiglio mondiale dell'acqua, organismo di dubbia legittimità (una sorta di confindustria mondiale dei privati del settore) già in crisi per i No di Uruguay, Bolivia, Cuba, Venezuela. Dicembre e marzo sono i mesi in cui si manifesterà contro le direttive della vergogna sotto l'Europarlamento e nei vari Stati.

 

Repubblica – 23.9.08

 

Un luogo magico e senza leggi - RENZO GUOLO

Erano stati rapiti in un luogo magico i turisti italiani: il lato sudanese del Gilf al Kabir, altopiano alla frontiera fra Egitto, Libia e Sudan. Un luogo prezioso dal punto di vista naturalistico, con aspre gole, pitture rupestri, la valle rossa del Wadi Hamra, le lunghe dune a sud del Cratere di El Baz. Un luogo fuori dai circuiti del turismo di massa, cercato più da chi si sente viaggiatore che turista. E reso famoso da Anthony Minghella ne Il paziente inglese. Un luogo che, al di là della sovranità formale dei paesi confinanti, è, in realtà, una sorta di "terra di nessuno". Nell'ultimo anno vi sono avvenuti altri sequestri, conclusi con il depredamento dei turisti. Anche per questo, per recarsi nella zona serve un permesso speciale delle autorità egiziane: il che spiega perché nella comitiva vi fosse anche un ufficiale delle guardie di frontiera. Nonostante la sua presenza, avrebbe comunque sconfinato e lì è stata bloccata da predoni sudanesi. Un particolare che permette al governo egiziano di assicurare che gli sforzi compiuti in questi anni per rafforzare la sorveglianza in zone di massiccio flusso turistico come Luxor o Assuan non sono stati vanificati. Dopo il drammatico assalto del 1997 nella Valle dei Templi a Luxor operata dagli irriducibili della Jama'a Islamiyya e i più recenti attentati nel Sinai, il timore egiziano è che quel passato non passi mai definitivamente. Mettendo così in ginocchio l'economia del paese, che si regge in larga parte sul turismo. Fortunatamente, per il Cairo, non si tratta di questo. Non di meno la matrice sudanese del sequestro, rivela altri problemi. Nonostante il regime di Omar al-Bashir abbia rotto dal 2001 con il Fronte nazionale islamico di Hasan al Turabi e dopo l'11 settembre abbia raffreddato le tensioni con gli Stati Uniti, che pure continuano a tenere sotto sorveglianza Khartum, oltre che per il Darfur per i suoi stretti rapporti con la Cina a caccia di petrolio, militanti jihadisti si muovono senza troppi problemi tra Sudan e Egitto. Nell'area hanno appoggi logistici e si dedicano al contrabbando per finanziare le loro attività clandestine. È questo magmatico mondo, popolato anche da profughi e contrabbandieri, che si incontra lungo le piste in cui sono stati bloccati gli europei. La possibilità che i rapitori possano cedere gli ostaggi a gruppi più politicizzati non può, dunque, mai essere escluso in quella zona. In questo caso, non sembra sia andata così. Anche perché la gestione di un gruppo di ostaggi numeroso crea comunque problemi per predoni che hanno come obiettivo la rapida monetizzazione del sequestro e non la simbolizzazione ideologica e mediatica della loro cattura. I predoni preferiscono così il rapimento lampo, risolto magari con la rapina del denaro e i mezzi su cui viaggia il gruppo. Oltre che, come può essere accaduto in questo caso, con la richiesta di pagamento di un riscatto al tour operator che organizza la spedizione. A conferma, in ogni caso, che il rapimento di turisti occidentali è ormai pratica comune in alcune aree del pianeta. Una variabile di cui dovrà, purtroppo, tenere conto anche chi vuole viaggiare sottraendosi alla serialità del turismo di massa.

 

Treni distrutti e coltelli, un processo di 5 minuti - CARLO BONINI

ROMA - Danilo Durevole, ultras da San Giorgio a Cremano, cui lo hanno detto per telefono, pare non volesse crederci. Da non stare nella pelle. Alle 9 e mezza del mattino, nell'aula 7 della quarta sezione penale del tribunale ordinario di Roma, giudice monocratico Maria Bonaventura, lo Stato salda il primo "conto" (si fa per dire) con la domenica della vergogna. 31 agosto, Roma-Napoli. Ventiquattro ore di normale devastazione. E fanno 4 mesi e 10 giorni di reclusione, 800 euro di multa. Sospensione condizionale della pena. Danilo, libero già la mattina del 1 settembre, libero resterà. Per liquidare una storia che, non più tardi di dieci giorni fa, aveva messo a rumore Governo, opposizione, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, sono sufficienti quindici minuti di orologio. Danilo non c'è. Se ne è rimasto a Napoli, perché la prima regola, in ogni processo ultras, è "buttarsi contumace". Far dimenticare la propria faccia a chi ti dovrà giudicare e confidare nel tempo che, nel calcio, è medicina miracolosa, capace di annebbiare la rabbia e la paura. Alessandro Cacciotti, l'avvocato che difende Durevole, confabula con il pubblico ministero. Chino sul codice, somma e sottrae con perizia contabile. Quando si raddrizza per interloquire, appare soddisfatto. "Patteggiamo", dice. Il giudice chiede: "In che misura?". "Mesi 3 di reclusione, 600 euro di multa. Pena sospesa". "Mi sembra un po' pochino, avvocato, non crede?". Cacciotti appare sconcertato: "Mi scusi, signor giudice, in fondo il mio cliente che ha fatto?". Già, in fondo, Danilo Durevole ha avuto soltanto la sfortuna di essere uno dei due soli tifosi napoletani arrestati quel giorno. Se ne stava tranquillo in curva nord con "una torcia esplosiva in mano". Era arrivato da Napoli su un treno sequestrato in partenza e devastato lungo il tragitto (500 mila euro di danni). Dalla stazione Termini aveva raggiunto l'Olimpico su un convoglio speciale dell'Atac da cui, lungo un tragitto di poco più di 4 chilometri, erano state lanciate appena 41 bombe carta. Aveva soltanto menato mani e piedi con chi lo ha arrestato. Allarga le braccia Cacciotti, in un crescendo di enfatica incredulità. "Una vicenda come al solito amplificata dai media. Il ragazzo è incensurato e in fondo risponde solo del possesso di un petardo e di resistenza alla polizia. Normale, quando si viene fermati in uno stadio". Il giudice lo interrompe: "Il contesto in cui si sono svolti i fatti è particolare. Provi a riformulare la richiesta, avvocato". Cacciotti riformula: "Potrei arrivare a mesi 4 e giorni 10". Il giudice: "Quattro mesi e mezzo, direi". Cacciotti: "No, giudice, 4 mesi e 10 giorni che per altro è perfettamente divisibile con le imputazioni. Guardi, facciamolo insieme. Pena base, mesi 9 di reclusione. Ridotta per le attenuanti generiche a mesi 6. Aumentata per il secondo capo di imputazione a mesi 6 e giorni 15 oltre a 1.200 euro di multa. In forza del rito, ridotta a mesi 4 e giorni 10 di reclusione più 800 euro di multa. E naturalmente sospensione condizionale della pena". Il pm annuisce distratto. Cinque minuti di camera di consiglio. Quattro mesi e 10 giorni siano. Pena sospesa. Toccherebbe ora al suo compare, Diego De Martino. L'altro sfortunato. Quando lo hanno arrestato all'Olimpico, le mani le aveva impegnate entrambe. Una bomba carta nella sinistra. Un coltello a serramanico nella destra. Anche lui, libero, ha pensato bene di non affacciarsi in aula. Anche lui è difeso da Cacciotti. Meglio, da Cacciotti e Lorenzo Contucci, l'avvocato degli ultras, il professionista che ha legato la sua immagine all'omicidio di Gabriele Sandri (è l'avvocato della famiglia). Rispetto a Durevole, De Martino naviga in acque più agitate. Non fosse altro, perché ha precedenti per rapina e un Daspo di 3 anni scaduto pochi giorni prima di Roma-Napoli. Ma Contucci non si perde d'animo. Sussurra all'orecchio del collega la trovata. "Signor giudice - argomenta Cacciotti - per De Martino chiediamo il rito abbreviato (prevede una riduzione di un terzo della pena, ndr) ma, preliminarmente, chiediamo una perizia sul coltello che la polizia dice di avergli sequestrato per verificare se effettivamente siano presenti impronte digitali dell'imputato. Vede, signor giudice, De Martino non ha avuto difficoltà ad ammettere le sue responsabilità. Ma il coltello, proprio no. Lui dice di non averlo mai avuto. E' una questione di giustizia". La perizia sul coltello equivale a sostenere che la polizia ha mentito nel suo rapporto di fermo. Il giudice la concede e rinvia il processo "agli esiti dell'esame peritale". Sul fondo dell'aula, i due poliziotti del reparto celere che hanno arrestato De Martino hanno la faccia di pietra. Uno di loro, Gianluca Salvatori, incrocia l'avvocato Contucci. "Ma non vi vergognate?", dice.

 

La Stampa – 23.9.08

 

Quei fragili alleati - VITTORIO EMANUELE PARSI Non sono ancora chiari i moventi del rapimento di 11 turisti occidentali avvenuto ieri nell’Alto Egitto. Fonti ufficiali del governo lo hanno classificato come un atto di banditismo comune e non di terrorismo. Questo lascia sperare in una felice conclusione della vicenda che vede coinvolti anche cinque nostri connazionali. D’altra parte, in anni non lontani, proprio in Egitto, i turisti stranieri erano stati oggetto a più riprese di una campagna mirata da parte di formazioni che si richiamavano ad Al Qaeda e, come il caso yemenita insegna, il confine tra banditismo e terrorismo è spesso labile, soprattutto laddove le istituzioni politiche statali faticano a consolidarsi e a sviluppare efficaci canali di rappresentanza. Per lunghi anni quello egiziano è stato un regime sostanzialmente dittatoriale, ai cui leader, più o meno carismatici, era affidata la mediazione tra le istituzioni e la società. Pur così diversi tra loro, Nasser, Sadat, Mubarak erano però accomunati da questa funzione di «supplenza» rispetto alla debolezza delle istituzioni. Questa debolezza, sia in termini di accessibilità sia in termini di efficacia, non ha però impedito che una burocrazia corrotta e famelica si consolidasse e appropriasse delle cariche pubbliche. Producendo un duplice effetto negativo: da un lato, l’aumento del malcontento e il peggioramento delle condizioni di vita di larghe fasce della popolazione; dall’altro, la progressiva fuga del dibattito e della progettualità politica dai canali formali a quelli informali, quando non clandestini. È a seguito degli eventi dell’11 settembre 2001 che i Paesi occidentali hanno preso atto dell’insostenibilità della situazione e, preoccupati che un crollo violento e repentino del regime potesse rendere l’Egitto facile preda del messaggio jihadista, hanno iniziato a fare pressioni su Mubarak affinché procedesse alla graduale apertura e liberalizzazione delle istituzioni. Detto per inciso, è la stessa politica attuata nei confronti del Pakistan di Musharraf: cioè dei due Stati-cerniera della lotta contro la proliferazione dell’islamismo radicale. Com’è ovvio, se l’Occidente dovesse «perdere» il Pakistan, diventerebbe impossibile sconfiggere i taleban in Afghanistan. Ma un Pakistan che dovesse cadere preda di una sindrome afghana, con l’autorità del governo centrale ridotta all’area della capitale, costringerebbe l’India ad accantonare qualunque velleità di «bilanciamento» nei confronti della Cina, privando l’equilibrio asiatico (e quello globale) di un giocatore fondamentale. Altrettanto vitale è il ruolo dell’Egitto, non solo nei confronti dell’endemicamente instabile «piccolo Medio Oriente», ma anche verso quel continente africano che dal Corno d’Africa al Darfur, all’intera fascia sub-sahariana è sempre più campo d’azione per l’islamismo più radicale e violento. In entrambi questi Paesi, sono innanzitutto le preoccupazioni geopolitiche a motivare i governi occidentali verso un’opera di State building che non può aggirare la questione di una maggiore accessibilità e responsabilità delle istituzioni politiche nei confronti dei cittadini. Nel lungo periodo solo Stati «forti» (autorevoli e non autoritari) possono riuscire a rintuzzare l’offensiva politica dell’islamismo radicale. In questo senso bisognerebbe agevolare la transizione verso istituzioni più democratiche e incalzare i regimi a perseguire la via delle riforme. Nel breve periodo, occorre però sostenere i governi nostri alleati, affinché il loro tracollo non renda impossibile conseguire l’obiettivo «strategico». È quindi necessario appoggiarli, con il rischio che tale sostegno allontani la soluzione del problema e alimenti il consenso raccolto da quelli che vogliamo combattere. Si tratta, per dir così, di sconfiggere la malattia senza uccidere il paziente. Negli ultimi tempi la consapevolezza della obbligatorietà di questa rotta sembra si sia un po’ allentata. Forse questo rapimento, che speriamo si risolva per il meglio, è un segnale che faremmo bene a cogliere prima che anche in Egitto banditismo e terrorismo si saldino, fino a diventar sinonimi.

 

Wall Street frena ostaggio del piano che non decolla – Maurizio Molinari

New York - L’indice scende e il petrolio sale perché da Washington non arriva il definitivo via libera». Sul parterre di Wall Street Alex Merk, titolare dei Merk Funds, spiega la giornata negativa con le turbolenze a Washington. Nella capitale i negoziati sul maxi-fondo da 700 miliardi di dollari per tamponare la voragine dei mutui restano in bilico a causa dei disaccordi fra amministrazione repubblicana e leader democratici del Congresso. Reduce dal balzo in avanti di venerdì e sostenuto dalle attese del weekend il Dow Jones va giù sin dall’inizio delle contrattazioni, quando a New York sono le 9,30 del mattino. Meno 50, meno 90, meno 150. Per una volta i broker più che ai dati economici guardano ai resoconti delle agenzie su Capitol Hill dove Nancy Pelosi, presidente della Camera, rimprovera a Henry Paulson, ministro del Tesoro, di aver presentato un piano «che non va incontro ai cittadini». Alle 10,30 il rosso sotto i 100 punti si consolida. John Carey, manager di Pioneer Investment Management, scuote il capo: «Non è chiaro quando le società finanziarie si gioveranno degli aiuti pubblici». L’incertezza si deve al fatto, come dice Andrea Mitchell (moglie di Alan Greenspan) dagli schermi della tv Nbc, che «sappiamo che tutti vogliono il maxi-fondo ma non sappiamo quando si farà». Paulson vuole il voto del Congresso entro domani, ma credere a scadenze precise per i broker è difficile perché nella stanza 101 del Russell Building di Washington il senatore democratico del Connecticut Chris Dodd ha messo nero su bianco un contro-piano che punta a strappare alla Casa Bianca la campagna contro i subprime. Ex ufficiale della riserva, educato dai gesuiti e con il gusto per lo humor irlandese, il sessantaquattrenne Dodd è il capo della commissione Finanze del Senato senza il cui assenso Paulson non farà nulla. Il suo piano parte dalla premessa che «non possiamo prendere 700 miliardi di denaro pubblico senza proteggere i contribuenti» e propone al Tesoro una raffica di modifiche: in cambio dei soldi versati alle società, lo Stato dovrà avere azioni per risponderne agli investitori; serve un consiglio di supervisione per controllare come il Tesoro gestirà i mutui tossici; i manager dovranno tagliarsi i super-stipendi e restituire i profitti fatti ai danni altrui; i cittadini alle prese con i pignoramenti avranno aiuti, inclusa la possibile riduzione delle rate. Dodd vuole rimodellare il maxi-fondo e il parigrado alla Camera, Frank Barney, lo sostiene definendo le proposte Paulson «del tutto irragionevoli». Sono le 12,47 quando un lancio di Bloomberg svela i dettagli del piano Dodd e l’indice è oramai stabilmente sotto i 200 punti. Ai democratici che puntano a sfruttare la crisi per mettersi dalla parte di pignorati, azionisti e contribuenti la Casa Bianca risponde accusandoli di fare bassa politica rischiando di mandare a rotoli l’economia, non solo nazionale. Il presidente George W. Bush dirama un comunicato di 30 righe per ammonire: «Il mondo intero ci guarda, dobbiamo agire in fretta, un fallimento avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre Wall Street». L’incubo è quello che il parterre ha temuto giovedì: l’indice era a 10.600, appena 200 punti più in basso vi sarebbe stato il «meltdown» (scioglimento) finanziario, perché oltre quella soglia l’ordine per i broker sarebbe stato «vendere fino alla fine». Quando gli orologi digitali del New York Stock Exchange segnano le 13 gli sguardi si voltano verso Green Bay, una cittadina del Wisconsin soprannominata «Titletown» perché la squadra di football vanta una dozzina di titoli. Green Bay per mezz’ora spodesta Washington perché Barack Obama vi espone il «manifesto economico». Basterebbe un minimo plauso al piano Paulson per ridare fiato ai mercati, ma Obama dice: «Nessun assegno in bianco sul maxi-fondo, cambiamo le regole per porre fine alla gestione selvaggia dell’economia da parte dei repubblicani». Obama parla e l’indice scende ma i democratici guardano a ben altri numeri, quelli dei sondaggi: la crisi finanziaria ha azzerato la ripresa del repubblicano McCain e Barack è tornato in testa nella sfida per la Casa Bianca, 48 a 44 per cento. McCain tenta di rispondere accusando Obama di «non dimostrare capacità di leadership» perché «privilegia interessi politici a quelli nazionali» e propone nomi come Mike Bloomberg e Warren Buffett per l’ente di controllo. La sovrapposizione fra presidenziali e negoziati sul maxi-fondo trasforma il terremoto dei subprime in una crisi a più piazze, aumentando le incognite e affondando in chiusura il Dow Jones sotto il 3 per cento mentre il petrolio vola oltre 128 dollari con un balzo di 26, il maggiore in una sola seduta dal 1991. Jim Ritterbrush, analista petrolifero dell’Illinois, spiega il rialzo con la «Bailout anxiety» (l’ansia sul piano di salvataggio) perché «nell’incertezza la corsa è alle materie prime». Ma quando le contrattazioni si fermano il crollo non c’è stato. Gli operatori danno ancora un po’ di tempo alla politica, scommettendo che si tratti di una partita a poker e che nessuno vorrà assumersi il rischio di apporre la propria firma sul «meltdown». E un’ora dopo la chiusura arriva da Washington l’annuncio di una possibile schiarita: la Casa Bianca accetta le idee di Dodd su aiuti ai pignorati e commissione di supervisione sul maxi-fondo.

 

Lo spettro del progetto B "Spezzatino" - ALESSANDRO BARBERA

ROMA - Per spiegare il senso del suo ultimatum ai dubbiosi, ieri il presidente dell’Enac Vito Riggio sussurrava un aneddoto: dopo il pignoramento disposto in Israele, le minacce di British Petroleum e l’imbarazzo dell’Eni per il carburante non ancora pagato, sul tavolo del commissario Augusto Fantozzi ora ci sarebbe l’ultimatum dell’aeroporto di Bucarest. O la compagnia riprende a pagare regolarmente i diritti di atterraggio - è stato l’avvertimento del gestore rumeno - oppure gli aerei Alitalia dovranno volare altrove. Per capire quale sia l’esatta situazione della ex compagnia di bandiera occorre leggere il bando di vendita che oggi il commissario farà pubblicare su alcuni quotidiani: «La procedura contempla la possibilità di cedere a trattativa privata tutti o parte dei complessi aziendali, con individuazione dei lavoratori che passino alle dipendenze del cessionario». Formalmente Cai non c’è più, Lufthansa ed Air France-Klm non ci sono mai state, e così Fantozzi percorre l’unica via d’uscita che gli è rimasta: la messa in vendita della compagnia, se necessario, a pezzi. Di fatto, con la sua messa all’asta, ne ha iniziato la liquidazione. A Palazzo Chigi, dove attendono un segnale di ravvedimento da Cgil e piloti, Gianni Letta lavora alacremente per evitare la fine ingloriosa della livrea Alitalia, ma soluzioni all’orizzonte ancora non se ne vedono. Cai deve fare i conti con quello che il forzista Mario Valducci definisce «il disamoramento di alcuni suoi soci», Air France e Lufthansa vorrebbero andare in suo soccorso, ma pongono due condizioni: la pace sindacale e l’accordo del governo. Per ora il Cavaliere tenta di convincere Cai a ricompattarsi attorno alla sua offerta. L’unico scenario che il premier vuole evitare è il fallimento tout court: se ciò avvenisse, le regole europee dicono infatti che tutte le rotte liberalizzate della compagnia finirebbero gratis nelle mani degli alleati di Alitalia in Sky Team, ovvero Air France e Klm. Da qui la decisione di procedere con quello che nessuno vuol definire come tale, ma che di fatto è il Piano B: se entro qualche giorno non si materializza una soluzione, Alitalia potrà essere divisa in più parti, quello che Marco Veneziani della Uil definisce polemicamente «un pessimo spezzatino, senza funghi né aromi». I maligni dicono che è lo scenario al quale puntava una parte di Cai. In realtà si tratta di una soluzione che può far gola a molti: Fantozzi potrà infatti escludere «in tutto o in parte la responsabilità dell’acquirente per i debiti relativi all’esercizio delle aziende cedute». Inoltre in questo modo potrà cedere parti della compagnia, quelle che non interessano a Cai, e così tenere in vita il resto dell’azienda. Ad esempio la svizzera Ama, esperta in intermediazione di aerei, ieri ha formalizzato l’offerta per trenta fra Md82 e Atr 42, velivoli esclusi dal piano Fenice di Intesa Sanpaolo. Di certo, il potere di interdizione dei sindacati è già indebolito: né la Cgil né i piloti potranno più invocare decisioni diverse da quelle che il commissario assumerà. E Cai, se tornasse in gioco, potrà trattare direttamente con Fantozzi gli asset di Alitalia che più la interessano. Non a caso, uno degli scenari possibili che nella cordata alcuni ipotizzano non è più la fusione con Alitalia, ma il rilancio di Air One e l’acquisto di aerei di Alitalia, marchio compreso. Stesso risultato, costi abbattuti più gli ammortizzatori sociali che il fallimento non garantirebbe.

 

Testamento biologico: apertura dei vescovi - GIACOMO GALEAZZI

CITTA' DEL VATICANO - Via libera della Chiesa italiana al testamento biologico: «Sì alla legge ma entro regole certe e purché non tolga l’alimentazione». Al «parlamentino» della Cei da cui uscirà la nomina papale del segretario generale, il cardinale Angelo Bagnasco prende per la prima volta posizione a favore di una legge sulle dichiarazioni anticipate di fine vita. Fino a pochi mesi la Conferenza episcopale riteneva che le attuali disposizioni fossero sufficienti, poi il caso Eluana Englaro e le sentenze dei giudici hanno fatto maturare la svolta. «Pronunciamenti giurisprudenziali avevano inopinatamente aperto la strada all’interruzione legalizzata del nutrimento vitale, condannando a morte certa i duemila italiani nella stessa condizione di Eluana- spiega il presidente dei vescovi-.Si è imposta così una riflessione nuova da parte del Parlamento nazionale, sollecitato a varare, si spera col concorso più ampio, una legge sul fine vita». Il capo della Chiesa italiana auspica norme che («riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa ed esplicita») diano «tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato, e sul rapporto fiduciario tra lo stesso e il medico, cui è riconosciuto il compito, fuori da gabbie burocratiche, di vagliare i singoli atti concreti e decidere in scienza e coscienza». Al Consiglio permanente, dunque, Bagnasco riconosce l’esistenza di un vuoto da colmare e apre a una legge sul «fine vita», cioè sul testamento biologico, con regole certe e confini etici precisi a regolamentarla. Viene richiesto, in particolare, di salvaguardare il rapporto fra medico e paziente e che venga esclusa dal provvedimento l’interruzione di idratazione e alimentazione. E, per porre altri paletti (non ulteriormente definiti), nessun «abbandono terapeutico». Si tratta di «una salvaguardia indispensabile se non si vuole aprire il varco a esiti agghiaccianti anche per altri gruppi di malati non in grado di esprimere deliberatamente ciò che vogliono per se stessi». Inoltre, il leader dell’episcopato invoca accoglienza per gli immigrati. Preoccupati di fronte ai «segnali di contrapposizione anche violenta e da non sottovalutare» circa l’immigrazione, i vescovi chiedono «risposte civili» all«arrivo di nuovi irregolari». E suggeriscono «accordi di cooperazione» per portare «alla legalità situazioni irregolari», «integrazione sociale» e accoglienza delle «domande di ricongiunzione familiare». Segnalano infine il rischio di «una regressione culturale» nell’atteggiamento verso gli immigrati. Comunque l’Italia «non è un Paese da incubo» e in effetti le riforme in cantiere del governo Berlusconi sono apprezzabili: dalla giustizia alla scuola, fino al federalismo fiscale. Ma permangono due settori dove la preoccupazione della Chiesa resta alta: l’immigrazione e la povertà. In una prolusione a 360 gradi, il numero uno dei vescovi passa in rassegna i temi più scottanti del Paese. E non solo. Le prime preoccupazioni vanno infatti all’India e all’Iraq, dove è in corso una «vera e propria pulizia religiosa». L’Italia non è in crisi, «c’è infatti troppo pessimismo». Certo, «c’è ancora una percezione di impoverimento» e sono in crisi le famiglie soprattutto monoreddito. Bagnasco suggerisce «un sistema fiscale basato sul quoziente familiare» e «maggiore equità sociale», sia tra redditi diversi sia tra stessi redditi, ma con numero diverso di figli a carico. «Maggiore serenità» nel Paese il porporato avverte sui temi della giustizia e sul processo verso il federalismo. A partire da ciò chiede di rispondere alla richiesta dei cittadini di una «giustizia più tempestiva e funzionante» e di non dimenticare la solidarietà, mentre ogni ente deve «fare un passo indietro sui metodi di spesa, che saranno presto insostenibili».

 

Corsera – 23.9.08

 

Quegli ostaggi «merce preziosa» - Fiorenza Sarzanini

IL CAIRO - La scelta è quella di tenere un profilo basso per raggiungere un obiettivo preciso: evitare che gli ostaggi occidentali diventino merce preziosa per i gruppi terroristi. Impedire che, così come è già avvenuto, un’eco troppo forte possa scatenare gli appetiti dei fondamentalisti islamici. Per questo il governo egiziano aveva tenuto riservata la notizia e, d’accordo con Germania e Italia, ha cercato di chiudere il negoziato nel più breve tempo possibile. Poi ha fatto sapere di essere disposto a pagare il riscatto di 15 milioni di dollari chiesto dai banditi. La scorsa settimana il governo di Israele aveva diramato un warning invitando i propri connazionali a non recarsi in Egitto. Fonti dell’intelligence avevano infatti annunciato possibili sequestri da parte di formazioni islamiche. Il rischio forte è che l’offerta di una somma maggiore arrivi da chi vuole gestire un gruppo di turisti che arrivano da Italia, Germania e Romania. La mediazione è stata affidata subito al governo tedesco, ma come faccia ufficiale si è scelta quella di Kirsten Butterweck, la proprietaria dell’agenzia di viaggi «Aegyptus intertravel» che ha organizzato il tour. È una strategia politica fin troppo evidente: nessun governo tratta ufficialmente, soprattutto quando c’è di mezzo il denaro. Perché cedere all’ultimatum può contribuire a mettere in pericolo gli altri occidentali che ogni anno vengono in vacanza in Egitto. Ma troppo alto appare il rischio della linea dura e dunque si preferisce agire dietro le quinte. Soprattutto fino a quando non si ha la certezza sulla composizione del gruppo. Il governo del Cairo sa bene quali danni al turismo possono derivare dalla paura di subire un sequestro. L’esempio più eclatante è lo Yemen dove ci sono zone meravigliose da esplorare, ma la maggior parte degli occidentali preferisce evitare l’avventura per non esporsi al pericolo di finire nelle mani delle bande di predoni. «Sono sudanesi provenienti dal Darfur», ha affermato Ibrahim Abdel il proprietario dell’agenzia durante la telefonata con la moglie, che sarebbe avvenuta domenica scorsa. Banditi dunque, ma poi si sono accavallate altre indiscrezioni. E le stesse autorità governative egiziane non hanno escluso che potesse trattarsi dei ribelli che si sono uniti ad altri predoni provenienti dal Ciad. Gruppi che cercano soldi, che mirano all’acquisto di armi. Ma che potrebbero anche decidere di offrire gli ostaggi al miglior offerente. Da qui deriva la cautela di tutti i governi coinvolti nel fornire dettagli sugli spostamenti del gruppo, limitandosi soltanto a rassicurare che «stanno bene». Il momento della consegna degli ostaggi al mediatore concordato tra le parti è sempre il più complicato. Perché il rischio è che ci sia un intoppo, anche minimo, e che lo scambio non vada a buon fine. In questo caso c’è una difficoltà ulteriore: il passaggio della frontiera. Dopo la cattura gli ostaggi sono stati infatti portati in Sudan e si possono considerare liberi soltanto quando vengono affidati alle autorità egiziane. Prima che questo avvenga ci sono però passaggi intermedi che i banditi pretendono per «mettersi in sicurezza». Tappe di un percorso che rappresentano un’insidia perché altre bande potrebbero cercare di inserirsi nel negoziato o addirittura provare a trattenere qualcuno di loro. È dunque possibile che il ministro degli Esteri del Cairo li abbia considerati liberi dopo il pagamento del riscatto, ma la conferma italiana avviene soltanto quando un emissario dei servizi segreti o comunque un diplomatico ha la possibilità di entrare in contatto con i sequestrati. E questo fino a notte fonda non è avvenuto.


Top

Indice Comunicati

Home Page